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  1. Rinaldo Benigni è la prima vittima dellʼoccupazione tedesca di Rimini

    9 – 13 SETTEMBRE: Comincia lʼoccupazione militare tedesca, da parte della 65^ Divisione di fanteria che si installa appunto tra Ravenna e Rimini. Viene imposto il coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino. Dopo lʼinvio delle prime pattuglie, giunte nella piazza centrale oggi dei Tre Martiri, il grosso delle truppe tedesche occupa le caserme Giulio Cesare e Castelfidardo. Il 13 gli occupanti entrano nellʼaeroporto di Miramare. Alcuni ufficiali del regio esercito rimangono al loro posto attendendo lʼarrivo dei tedeschi; tra questi il capitano Ugo Ughi, che sarà poi nominato commissario prefettizio di Rimini. In questi giorni diversi militari barattano le divise e le armi in cambio di abiti
    civili per fuggire; i civili entrano nelle caserme vuote e vi prelevano armi. Ughi ed altri ufficiali consegnano materiale dellʼesercito agli istituti ospedalieri e di ricovero, ed allʼAiuto materno (2). Il primo comandante tedesco della piazza di Rimini è il maggiore Kurt Weddigen.
    10 SETTEMBRE: A Forlì si tiene una riunione del PCI con attivisti provenienti da tutta la provincia che devono rientrare in clandestinità. Si discute la formazione di bande armate per la lotta contro lʼoccupazione tedesca; viene deciso anche un appello unitario agli altri partiti antifascisti. Lo stesso giorno nel santarcangiolese, sulle due rive del Marecchia, nascono i primi gruppi armati. I tenenti Werter Manduchi e Edvino Casadei a Casale di SantʼErmete, ed il repubblicano Primo Bellettini a Santarcangelo, in collegamento tra loro, riuniscono alcuni militari sbandati con lʼintento di costituire bande “dʼazione”.
    12 SETTEMBRE: Proclama del feldmaresciallo Albert Kesselring, attraverso la Prefettura di Forlì, contro i sabotaggi, gli scioperi, lʼinsubordinazione di ufficiali e soldati dellʼesercito regio (3). Sui bandi, affissi in tutta la provincia, nella notte vengono apposte strisce di carta con stampate scritte antifasciste. Lo stesso giorno alcuni fascisti (tra questi anche coloro che erano stati incarcerati in agosto, come Perindo Buratti) si riuniscono con esponenti del Fronte Antifascista in casa di Gualtiero Frontali, in Via Bonsi 45 (4). Il Fronte è stato contattato per un patto di pacificazione che eviti azioni contro i tedeschi. Per i fascisti sono presenti, oltre a Frontali, Paolo Tacchi, Giuseppe Pauselli, Perindo Buratti, Albini; per il Fronte sono presenti Giuseppe Babbi, Dario Celli, Gomberto Bordoni, Isaia Pagliarani, Celestino Giuliani, Ghinelli, Adamo Toni (5). Dopo questo primo contatto, che non si conclude col patto proposto, non si avranno più incontri, sia per lʼostilità dei tedeschi, sia per lʼabbandono della proposta da parte dei fascisti seguendo direttive pervenute dalla segreteria nazionale repubblicana, sia infine per la volontà politica delle opposizioni non tutte disposte a pacificarsi con i fascisti. Su questi incontri il Fronte infatti si era trovato diviso al suo interno, con la dissociazione aperta dei comunisti non disposti ad avallare simili tentativi di patteggiamento, che infatti saranno davvero pochi in tutta la provincia (6), uno a Rimini ed un altro a Santarcangelo che vedremo.
    METAʼ SETTEMBRE: I tedeschi procedono allʼoccupazione militare di tutto il circondario. I militari italiani ed i loro ufficiali sono fuggiti; alcuni di essi però continuano nella raccolta delle armi e si riuniscono per studiare la possibilità di una qualche forma di resistenza alle truppe dʼoccupazione germaniche. In una riunione dentro la canonica di San Fortunato partecipano il comandante della “Castelfidardo”, il colonnello Guido Dalè, e il capitano Alberico Borghesi dello stesso 26° artiglieria. Questi ufficiali coordinano anche lʼasportazione di armi, carburante e vario materiale dallʼaeroporto di Miramare. Altre requisizioni avvengono a Cattolica per opera di civili e carabinieri che riescono a raccogliere 24 cassette di nastri per mitragliatrici, moschetti, bombe a mano, materiale che in seguito sarà affondato al largo. Viene assalita la polveriera dellʼartiglieria, a Spadarolo, con le armi nascoste e distrutte a San Leo (7). Azioni come queste di Spadarolo sono dirette da ufficiali come Giuliani, lʼaccademista Carlo Capanna (allora cadetto dellʼAccademia aeronautica di Forlì ed in seguito comandante partigiano col nome di “Oberdan”), Salvatore Lepore, Marcello Fantini, il sergente maggiore Pandolfini. Anche il sottotenente Angelo Galluzzi cerca di recuperare armi presso il battaglione costiero nel quale presta servizio, ma si trova di fronte allʼopposizione del comandante filotedesco Terzo Severi. Galluzzi allora si rivolge al silos di armi presso il porto ed al tiro a volo dove riesce a prelevare alcuni fucili, munizioni e bombe a mano che porta in Valmarecchia insieme ad alcuni civili come Demos Bonini. Tutte queste armi, salvo quelle distrutte (8), serviranno poi per i primi nuclei resistenti che si formeranno sulle colline in Valmarecchia ed in città. Inizia la fuga dei giovani in montagna per i primi tentativi, spontanei e ancora poco organizzati, di costituzione di bande resistenti. Ufficiali e civili pensano di organizzare una banda partigiana armata sulle colline attorno a Montefiore Conca (9), ma devono desistere ben presto, ripiegando chi sulla costituzione di formazioni in zone più impervie, come lʼalta Valmarecchia, chi su agili squadre per le azioni di sabotaggio distribuite in pianura ed in città. Si scatena intanto la repressione tedesca contro i militari del regio esercito in fuga ed i civili sorpresi nelle caserme. Uno di questi, Rinaldo Benigni viene fucilato: è la prima vittima dellʼoccupazione in città.
    16 SETTEMBRE: Viene fondato il Fascio repubblicano riminese. Tra gli organizzatori Paolo Tacchi, Perindo Buratti, Giuffrida Platania, Cesare Frontali, Pilade Antimi Clari, Mario Mosca, Aurelio Parisio, Raffaellini, Giuseppe Vinzio. Lʼatto costitutivo avviene in casa di Frontali, uno dei tre triunviri insieme a Tacchi e Buratti. Nei giorni seguenti vengono fondati i fasci anche nel resto del Circondario. Lo stesso giorno si insedia il nuovo Consiglio Grande e Generale sammarinese, liberamente eletto il 5 settembre.
    FINE SETTEMBRE: Si costituisce una sorta di primo CLN a Viserba [frazione del comune di Rimini] con alcuni esponenti di vari partiti e diversi comunisti. Viene organizzata anche una squadra dʼazione, guidata da Alessandro Ghelfi e dal tenente Paolo Sobrero, armata con i fucili dei soldati in fuga e le bombe fabbricate dai fratelli Sobrero. A Bellaria vengono nascosti 38 ebrei fuggiti dalla Jugoslavia; li aiuta monsignor Emilio Pasolini che trova come luogo di rifugio la pensione di Ezio Giorgetti e riesce a farli proteggere dal maresciallo dei carabinieri Osman Carugno. Dopo alcuni giorni gli ebrei vengono spostati dalla costa a San Mauro Pascoli, nascosti nella tenuta Torlonia, e quindi fatti riparare a San Marino (10). I militari che non sono rientrati alle loro case proseguono nella raccolta delle armi da inviare in montagna. Carlo Capanna, con altri ufficiali e soldati, si rifugia a Montebello. Il tenente Celestino Giuliani, con Pietro Arpesella, tenta di asportare armi dalle caserme dei carabinieri di Rimini e Riccione, quindi porta in salvo il colonnello Guido Dalè a Brescia e si rifugia nelle Marche, nellʼalta vallata del Foglia. Nella stessa zona sono riparati Angelo Galluzzi col fratello, il sottotenente Giuseppe Galluzzi ed il maggiore Giuseppe DallʼAglio. Molti militari del battaglione costiero (quasi tutti i 300 effettivi) vengono aiutati a disertare dagli antifascisti di Viserba; un centinaio di questi si rifugerà sulle montagne forlivesi insieme a diversi prigionieri alleati riusciti a fuggire dai campi di reclusione dopo lʼarmistizio (11). Dopo il breve periodo di relativa libertà di stampa, tornano i manifesti ed i volantini antifascisti ed ora anche antitedeschi, affissi di nascosto. La tipografia Cavalli di Morciano si distingue nella preparazione di materiale clandestino, compresa la pubblicazione di un giornalino che incita alla lotta antifascista. Altro materiale è stampato a San Marino. A Rimini, in un locale di viale Regina Margherita, nei pressi dellʼalbergo Stella Polare, si scrivono volantini contro la guerra, riprodotti col ciclostile di Guerrino Succi e distribuiti poi in tutta la Romagna con le staffette. A Santarcangelo avviene un secondo episodio di patteggiamento tra fascisti e oppositori: viene firmato un documento con cui gli antifascisti si impegnano, per la tranquillità del paese, a non svolgere alcuna attività politica in cambio della non persecuzione da parte del locale Fascio. Il patto non verrà assolutamente rispettato (12), anzi proprio Santarcangelo sarà uno dei centri principali della lotta di liberazione nel circondario riminese. Con lʼoccupazione tedesca già conclusa in diversi prendono coscienza della necessità di una lotta anche armata contro il nuovo nemico. Si tratta di una esigenza che però nel Riminese non è ancora pienamente sentita dai civili compresi i comunisti, effettivamente dominati da un certo attendismo, come ricorda “Pietro Mauri” nella sua relazione (riprodotta nel primo volume de Lʼ8a. brigata Garibaldi nella resistenza, da pag. 33 a pag. 103). Sono invece i soldati e gli ufficiali del dissolto esercito regio a capire immediatamente lʼurgenza di una resistenza combattente e ad organizzarla, accogliendo lʼappello di Badoglio a difendere la legalità del nuovo governo. Questi militari hanno guidato la raccolta di armi dalle caserme e dalle polveriere, hanno sottratto materiali e munizioni ai tedeschi, diversi di loro si stanno riunendo per preparare una difesa armata contro gli invasori e più tardi saranno una componente importante della nostra Resistenza, soprattutto sui monti dove parteciperanno alla guerra di liberazione con numerose azioni di disturbo ai presidi e alle linee militari tedesche. Fin da questo inizio dʼautunno 1943 nella zona si stanno lentamente costituendo alcuni gruppi o “bande”. Tra le prime formazioni solo quella di Viserba (con il tenente Paolo Sobrero e Alessandro Ghelfi come animatori), e pochi altri sparuti nuclei di antifascisti sorti spontaneamente, sono formate anche con civili mentre in massima parte risultano costituite da militari, di carriera e di complemento, presenti tanto in pianura (come quella di Werter Manduchi a Santarcangelo), quanto nella Valmarecchia dove nascono le bande di Carlo Capanna, Celestino Giuliani e Angelo Galluzzi. Per tutta la prima fase della lotta di liberazione nazionale, tra la fine di settembre e lʼinverno, a Rimini a differenza che nel Forlivese i civili in larga parte non possono dirsi organizzati militarmente. In questo periodo solo il partito Comunista si pone concretamente (anche se con divisioni interne e lentamente sul piano organizzativo) la questione militare.
    [NOTE]
    (2) La relazione di un ufficiale, il tenente Raffaele Montella, datata 7 dicembre 1944, si apre proprio con il trasferimento da Miramare a San Leo del suo reggimento dʼartiglieria, il 110°, tra il 10 e lʼ11 settembre (probabilmente non si trattava di un reggimento ma di un reparto interno al 26° regg. di artiglieria citato nella precedente nota). Nei mesi successivi Montella, che sarà uno degli organizzatori del gruppo di resistenza “Mazzini”, effettuerà “ripetuti viaggi” con un trattore per asportare armi e munizioni del reggimento (la relazione è in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940 – 1945, Fano 1997, pp. 133-134). Ugo Ughi nelle sue memorie chiama questi prelievi di armi e materiali “saccheggi”, ma le relazioni dei militari che diverranno poi comandanti di squadre SAP, parlano di raccolta di armi concordata spesso con gli ufficiali comandanti delle caserme allo scopo di sottrarle ai tedeschi; per lo stesso motivo alcune dovranno essere poi distrutte. Le razzie dei tedeschi e la stessa richiesta di restituzione delle coperte e di altro materiale dato dai militari riminesi (ed anche da Ughi) agli Istituti Caritativi, richiesta ricordata proprio nel memoriale del prossimo commissario straordinario, saranno al contrario la rappresentazione della logica di rapina delle truppe germaniche di occupazione, questo sì un saccheggio che nellʼanno successivo diventerà pesante in tutto il riminese con le massicce requisizioni di derrate alimentari e animali vivi, di biciclette e macchinari vari. Le razzie sono ancora ricordate dai civili intervistati per il volume di M. CASADEI, Non passava mai! Settembre 1944: il fronte di guerra a San Clemente, Riccione 2001; in una di queste: nellʼestate 1944 i tedeschi “ogni tanto ammazzavano i maiali e gli animali che prendevano in giro […] per dare da mangiare ai cavalli andavano a rubare il fieno dei contadini. Passavano con le mucche che avevano preso nel pesarese e cercavano gli uomini per guidarle fino a Rimini” (p. 56), e mucche erano prelevate anche nelle nostre campagne (si veda alle pp. 118 e seg.). Il GAP al quale appartenevano i “Tre Martiri”, arrestati nellʼagosto del 1944, era dotato di armi ed esplosivo presi nelle caserme riminesi in questi giorni di settembre 1943. Uno di questi “saccheggi” è descritto nella autobiografia di Silvano LISI, Il partigiano “Bardan”. Memorie di un giovane ribelle (1943- 1948), Istituto Storico della Resistenza, Rimini 2004, pp. 40-43.
    (3) Dal giorno dopo il prefetto, Floriano Gianmichele, emette ordinanze sulla disciplina annonaria e bancaria, il 14 contro lʼuso e il possesso di armi. In seguito verranno emessi proclami sia tedeschi che repubblichini per il rientro dei soldati italiani nelle caserme. Lʼautorità militare germanica sta già sostituendo lʼautorità civile italiana in molti campi.
    (4) Alcuni autori datano lʼincontro tra fascisti ed antifascisti al 12 settembre (è il caso di Amedeo Montemaggi), altri lo collocano prima (Decio Mercanti non lo data con precisione ma sembra lo faccia risalire addirittura a fine agosto), altri ancora lo spostano ai primi di ottobre (come Guido Nozzoli). Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi, nel loro Resistenza in Romagna, a p. 117, datano lʼincontro di Rimini (ed il documento di “pacificazione” firmato a Santarcangelo) nel settembre, precisando che il 5 ottobre verranno date istruzioni, da parte fascista, per interrompere tali contatti.
    (5) Secondo alcuni autori prima citati, il tentativo di pacificazione sarebbe nato dal desiderio dei fascisti di trovare un accordo sul reciproco rispetto tra loro e gli antifascisti, e sullʼevitare rappresaglie tedesche. Guido Nozzoli, nella sua testimonianza a Bruno Ghigi (La guerra a Rimini, cit., p. 211) così racconta lʼepisodio: “giusto in quel periodo, cioè verso i primi di ottobre ʼ43, il fascismo rinascente tentò una sconcertante operazione che ancor oggi non capisco come avesse potuto trovare udienza in una parte del CLN […] Tacchi […] chiede di incontrarsi con il locale Comitato di Liberazione [… al colloquio] per quel che ne so, pur dichiarandosi certo della sconfitta, Tacchi disse che il Fascio sarebbe stato ricostruito in ogni caso, con o senza il suo assenso, con la differenza che lui, conoscendo Rimini e i riminesi, avrebbe potuto far da mediatore con i tedeschi, impedendo rappresaglie e interventi troppo pesanti ai danni della popolazione, mentre un segretario venuto da fuori non avrebbe avuto certamente simili preoccupazioni”. Sul comitato che partecipò agli incontri con i fascisti si vedano le considerazioni fatte nella nota (16) del capitolo precedente.
    (6) Lʼadesione a questi tentativi di pacificazione, limitata ad alcuni antifascisti e del tutto improduttiva, dimostrava la debolezza della preparazione politica di alcuni e lʼingenuità di altri che, di fronte alla novità costituita dallʼavvenuta occupazione tedesca, prestarono credito ad un fascismo che malgrado il destino di subalternità al nazismo riteneva di poter rinascere ritornando sulle posizioni repubblicane e movimentiste “della prima ora”. In questo equivoco cadde anche una parte del PCI se è vero che in casa di Gualtiero Frontali ci andarono esponenti importanti come Isaia Pagliarani e Adamo Toni; il partito censurò in seguito questi compagni: “La Federazione clandestina del P.C. giudicò severamente il principio di un patto di concordia che portava al tradimento degli ideali antifascisti, e allontanò quelli che avevano partecipato da posizione di dirigenti”, scrive Decio Mercanti in Primi passi, cit., p. 34.
    (7) Lʼepisodio di Spadarolo è ricordato da Giorgio Amati nella sua testimonianza a Ghigi in La guerra a Rimini, pp. 224-225. Carlo Capanna in seguito sarà il comandante di una formazione autonoma in Valmarecchia col nome di battaglia di “Oberdan”, e si guadagnerà una medaglia dʼargento al valor militare. A San Leo, nella seconda metà di settembre, si sposta il colonnello Guido Dalè con diversi ufficiali e da li conferma la licenza illimitata a tutto il 26° reggimento dʼartiglieria. In questo drammatico autunno diversi antifascisti dovettero fuggire dalla zona. Era il caso di Egidio Renzi che da San Giovanni in Marignano cercò rifugio a Roma; nella primavera successiva verrà arrestato, incarcerato a Regina Coeli e quindi il 24 marzo fucilato presso le Fosse Ardeatine. In tutto il riminese lʼoccupazione militare tedesca era vista con preoccupazione dalla popolazione e questo forte timore puntualmente entrava nelle lettere intercettate dalla censura; il 30 ottobre una donna di Montefiore scriveva ai figli: “… anche qua ci sono i tedeschi che fanno dei brutti scherzi; che a Rimini e a Riccione vanno dentro in quelle case portano via tutto […] e in più portano via anche gli uomini. Lʼaltro giorno sono venuti anche a Montefiore sono andati nella sacca e si sono messi a sparare lassù in alto …” (S. PIVATO, Sentimenti e quotidianità in una provincia in guerra, cit., p. 114). E ancora: “… sono arrivati a S.Arcangelo unʼinfinità di tedeschi con moltissimi ufficiali, in unʼora hanno fatto sgomberare le scuole, lʼasilo e tutti i posti abitati dagli sfollati …” (ivi, p. 115).
    (8) Notizie dettagliate sul recupero delle armi sono in alcune relazioni di comandanti SAP e GAP, in particolare di Giuliani, Galluzzi e Monti, pubblicate nel citato Guerra e resistenza a Rimini.
    (9) A Montefiore Conca si recano Nozzoli, Arpesella, Quondamatteo, Galluzzi, Gianni Benzi, Giovanni Sesto Menghi, Ezio Pedrini, Mario Porcellini. Montefiore è scelta come base per una banda partigiana senza tenere conto della facilità di accesso nonché della vicinanza al mare e ad importanti linee di comunicazione; dopo il sopralluogo viene abbandonata ogni ipotesi di banda armata sulle basse colline riminesi.
    (10) P. GRASSI – F. SUCCI, Cattolici riminesi, in “Il Ponte” 9 febbraio 1986. Per questo episodio lʼalbergatore Ezio Giorgetti ed il maresciallo Osman Oscar Carugno riceveranno onorificenze dallo Stato dʼIsraele. Ai primi di ottobre un gruppo di otto bellariesi dà vita ad una sezione del partito nazionale fascista che in poco tempo arriverà a contare una settantina di associati (testimonianza di Guerrino Caldiroli in: M. FOSCHI, Torneremo a riveder le stelle …. Tin bota, La Stamperia, Rimini 1995, p. 42 e segg.).
    (11) I primi nuclei di partigiani in montagna saranno costituiti proprio da militari dellʼesercito in dissolvimento dopo lʼ8 settembre, e da prigionieri anglo-americani, russi, slavi, polacchi, come ricordano i testi scritti sulla brigata partigiana romagnola. Molti di questi militari provenivano proprio dalle caserme del Riminese, o da qui transitavano per essere avviati ai monti, attraverso la valle del Marecchia e quella dellʼUso. Si veda anche la già citata relazione Montella in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione, p. 133. Ad aiutare i militari a fuggire in montagna cʼerano quegli esponenti del movimento laburista che durante lʼestate abbiamo visto lavorare per il ritorno alla democrazia; liberal-socialisti e comunisti in questo momento puntano proprio sulla nascita di gruppi armati, aiutando i soldati a fuggire o inviando propri militanti in montagna.
    (12) Mentre a Rimini la pacificazione non venne formalizzata, a Santarcangelo gli antifascisti firmarono un documento di reciproco rispetto con i repubblichini. Anche cinque comunisti firmarono il patto e per questo verranno espulsi dal partito (S. FLAMIGNI – L. MARZOCCHI, Resistenza in Romagna, cit., p. 117). Il PCI clandestino si rendeva conto della gravità di questi episodi; lʼispettore “Giulio” in un rapporto descriveva la situazione del partito a Rimini come poco incoraggiante, e riteneva che esso, dopo tali patteggiamenti, fosse “debole politicamente e poco energico” (citato in: R. TUTONE, Sindacato e lotte sociali, p. 74).
    Maurizio Casadei, La Resistenza nel Riminese. Una cronologia ragionata, Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini, 2005

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  2. Già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative

    Il 9 settembre, mentre Roma è già occupata dai tedeschi, il Comitato delle opposizioni prende il nome di Comitato di liberazione nazionale (Cln), organismo in cui siedono i rappresentanti dei sei principali partiti antifascisti. Oltre al Cln centrale (Ccln), organismi con la stessa struttura sorgono nelle principali città italiane (Torino, Firenze, Milano, Genova Bologna e Padova), e, in seguito, anche in numerosi altri centri minori. Sin dal principio, il Comitato di Roma cercherà di assumere una funzione dirigenziale a livello nazionale, che però non riuscirà ad esercitare nemmeno sui compositi gruppi armati dell’Italia centrale, così come saranno ricchi di contrasti anche i suoi rapporti con la Resistenza armata romana. Formalmente, il 31 gennaio 1944, il Cln di Milano assume il comando della lotta armata dell’Italia occupata, prendendo il nome di Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia) <10. In questa fase è impossibile anche un semplice censimento attendibile delle forze disponibili; ne consegue che un’autentica e unitaria direzione comune, in questo momento, è completamente impossibile. Tra i limiti maggiori che l’attività del Cln incontra c’è, soprattutto, il fatto che essi rappresentino una camera di compensazione, un punto di intersezione tra partiti che portano avanti progetti e ideali molto diversi tra loro. La volontà di deporre temporaneamente le tensioni in nome dell’unione delle energie per perseguire uno scopo comune prevalse sugli attriti esistenti, ma questa fu un’unione tutt’altro che semplice e priva di scontri: già dai primi mesi apparve evidente una netta diversità nel modo di intendere i metodi della lotta. Da una parte esisteva il progetto di suscitare un moto di radicale cambiamento fondato sulla partecipazione attiva delle masse, con conseguente liberazione non solo dall’occupazione nazista, ma anche dagli strascichi culturali, politici e sociale del ventennio fascista; questo progetto implicava una netta rottura e un’epurazione drastica dei responsabili delle scelte passate. Dall’altra parte, invece, si assisteva al tentativo di conciliare liberazione dal nazifascismo e continuità dei rapporti sociali consolidati. Da una parte una pregiudiziale repubblicana, particolarmente forte in azionisti, socialisti e comunisti (almeno fino alla svolta di Salerno del 1944); dall’altra, una complessa strategia istituzionale che non escludeva di restare in un impianto monarchico, accontentandosi di liberare l’Italia da Vittorio Emanuele III. A tutto ciò si aggiungeva anche una certa diffidenza tra i due partiti più attivamente impegnati nella Resistenza, il Pci e il PdA, resa evidente dalla formazione di due diverse forze armate che dipendevano, distintamente, da questi due partiti, ben più che dal Cln. La partecipazione dei partiti al Cln esprime una genuina convinzione riguardo la necessità di unità politica, ma convive con la rivendicazione di autonomia nell’ambito dell’organizzazione delle forze armate. Probabilmente sarebbe stato impossibile fare diversamente, se si considerano le profonde diversità nei tempi e nei modi dello sviluppo delle forze armate che scorrono tra comunisti e azionisti, soprattutto nel periodo dell’estate del 1944. Alla base della strategia dei comunisti c’è l’assalto continuo e sistematico, usato anche come metodo di propaganda e di crescita, fondato sulla convinzione che “è dalla lotta e dall’esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi, contro i fascisti” <11. Questa impostazione è inizialmente decisamente lontana dal pensiero di Ferruccio Parri, che ancora era concentrato sulla necessità della ricostruzione dell’”esercito discioltosi l’8 settembre, potenziandolo e trasformandolo con l’innesto di volontari civili, senza però alterarne la struttura gerarchica e i criteri di efficienza: un esercito ‘patriottico’ ma non ‘politicizzato’”. L’esperienza di ufficiale durante la Grande Guerra portava Parri a “privilegiare soprattutto il ‘recupero’ dei soldati e degli ufficiali regolari” <12. Questa prima fase è dunque una sorta di laboratorio, dove si confrontano modelli e progetti e diffidenze molto lontani dalla possibilità di una sintesi pacifica. Mentre l’azionista Parri viene riconosciuto da tutti i comitati regionali militari come il “coordinatore centrale”, il comando generale delle brigate Garibaldi rifiuta di sottoporsi alla sua autorità <13. Ne nasce un clima di crescente tensione, alimentato anche dalla forte campagna contro l’attesismo che i comunisti portarono avanti, con bersaglio il Cln di Milano. Bisogna però sottolineare che, come all’interno del partito comunista vi furono opinioni diametralmente opposte tra la direzione milanese e quella romana, anche nel variegato universo azionista i piemontesi, Livio Banco e Duccio Galimberti in primis, non si mossero in assoluta armonia con la direzione milanese. Mentre Parri ancora nutre profonde insicurezze sull’opportunità di creare delle bande direttamente “politiche”, in Piemonte, già alla fine del 1943, queste rappresentano una realtà consistente.
    All’interno del Cln la discussione continua ad essere molto accesa, ma, verso l’esterno, la possibilità di comunicare come un fronte unito e collaborante si rivela decisiva nella costituzione di una prospettiva politica e militare alternativa a quella monarchico-badogliana. Senza un’unitaria rappresentazione politica, la resistenza armata difficilmente avrebbe potuto assumere l’ampiezza e il rilievo successivi. D’altra parte, il compito di rappresentare la resistenza armata, dandone un’immagine centralizzata, organizzata e politicizzata, probabilmente più di quanto non fosse realmente, è realizzato unicamente grazie all’esistenza stessa delle prima bande, dalla loro capacità di radicarsi nel territorio, di resistere ai rastrellamenti e alle rigidità dell’inverno, di non farsi scoraggiare nemmeno quando andò in fumo la speranza di una rapida avanzata degli Alleati anglo-americani. L’esistenza delle bande partigiane e della loro rappresentanza politica ebbe dunque, già nei primi mesi, effetti maggiori della loro stessa consistenza militare, sia sul piano politico che su quello simbolico. In primo luogo, infatti, furono in grado di limitare la credibilità e l’autorevolezza della Rsi, e quindi la sua stessa capacità di aggregare consensi; in secondo luogo, misero in discussione la pretesa di monopolio della rappresentanza degli italiani, avanzata dal governo del sud.
    l’inverno è ancora una stagione di forti dubbi e incertezze, già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative. Per quanto riguarda il piano istituzionale e dei rapporti politici, le tappe fondamentale di questo processo di consolidamento sono la svolta di Salerno (aprile 1944), e la costituzione del comando generale del Corpo volontari della libertà (giugno 1944). Si tratta di uno sviluppo che prende piede dall’interno stesso della Resistenza, ma che trova indispensabile aiuto in alcuni cambiamenti decisivi del quadro storico e politico generale.
    Ci sono due avvenimenti che, dal punto di vista militare, furono decisivi, sul fronte italiano, nell’inverno del 1943-1944. Il primo è la resistenza dei tedeschi arroccati sulla linea Gustav, che blocca l’avanzata verso Roma e il Nord dal mar Tirreno al mar Adriatico, e si snoda lungo l’asse dei fiumi Garigliano e Sangro. La determinazione della difesa e dei combattenti tedeschi trova un forte alleato nelle violente piogge e nel rigidissimo gelo, che limitano drasticamente la possibilità degli alleati di sfruttare la loro superiorità in fatto di carri armati e aerei. Il secondo è lo sbarco alleato ad Anzio (22 gennaio 1944), che pare inizialmente essere in grado di attanagliare le truppe tedesche, aprendo la possibilità di una rapida conquista di Roma. Nuovamente, l’indecisione che condusse questo sbarco e la prontezza della risposta delle truppe tedesche, produssero una situazione di stallo.
    Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944, le formazioni partigiane dell’Italia centrale, pur portando a casa qualche modesta vittoria e dimostrandosi efficaci nelle azioni di sabotaggio, risultarono incapaci di coinvolgere significativamente buona parte della popolazione civile. La liberazione di Roma verrà completamente portata a termine dagli Alleati, con apporto pressoché nullo da parte della Resistenza organizzata. I militari strettamente monarchici rivelano scarse abilità organizzative, e soprattutto nessun interesse a coinvolgere ampi strati di popolazione civile in una eventuale prospettiva insurrezionale. In realtà, nonostante i lunghi dibattiti e i piani insurrezionali, nemmeno la sezione politica della Resistenza, almeno quella che faceva capo al Cln romani, sarà in grado di organizzare la partecipazione popolare alla liberazione della capitale. Debolezze e divisioni interne al Cln romano, mancanza di classe operaia, posizioni compromesse dall’ingombrante vicinanza del Vaticano e ceto politico particolarmente autoreferanziale sono le principali cause della mancata risposta alla chiamata insurrezionale in occasione della liberazione di Roma.
    L’arresto dell’avanzata alleata all’altezza della linea Gustav ha una conseguenza immediata sulla Resistenza armata: permette, infatti, agli occupanti tedeschi di dedicarsi, durante un rigido inverno, a rastrellamenti sistematici, ai danni di buona parte delle forze partigiane dislocate nell’arco alpino. A questa prova dei fatti resistono meglio le formazioni più dichiaratamente politiche, mentre le bande autonome vengono completamente travolte. Questi rastrellamenti, però, pur indebolendo notevolmente le forze della Resistenza partigiana, falliscono nel loro intento di debellarla completamente. Alla fine dell’inverno era chiaro, tanto agli occupanti tedeschi, quanto alle autorità fasciste, che la Resistenza armata era, seppur fiaccata, un fenomeno endemico, impossibile da cancellare completamente. Anzi, questi rastrellamenti invernali e primaverili produssero una nuova selezione: coloro che restarono in montagna e sopravvissero al clima proibitivo, sotto l’incombente minaccia della cattura e della morte, pur essendo solo poche migliaia di combattenti, dimostravano però grande capacità di adattamento, di organizzazione, e saranno loro ad inquadrare le nuove reclute che, nei mesi successivi, prenderanno la strada delle montagne, creando la nuova dimensione della Resistenza.
    La ferocia con cui i tedeschi conducono questi rastrellamenti non lascia dubbio: il loro scopo non è solo sradicare la Resistenza partigiana, ma anche, tramite saccheggi e incendi di case e stalle, terrorizzare la popolazione e estirpare ogni possibilità di solidarietà civile. Malgrado ciò, pur con eccezioni significative, nella primavera del 1944, prevale un atteggiamento di tacita connivenza, se non di aperto favore, tra la popolazione civile e i partigiani, soprattutto laddove i partigiani erano nativi delle zone. Nonostante i rastrellamenti e il clima di costante terrore, vi è dunque un sostegno consistente, anche se mai totale e irreversibile, variabile a seconda delle zone, dell’intensità della repressione, della quantità e della provenienza dei partigiani presenti, della stagione e della disponibilità delle risorse.
    Non siamo in possesso di una stima precisa su quanti fossero, alla fine della primavera del 1944, i partigiani in armi, ma possiamo dire con certezza che ci fu una crescita costante dall’inverno all’estate, con un notevole flusso nel mese di giugno, quando “un soffio di entusiasmo e di speranze percorse le città e le campagne, e spinse in montagna una quantità di persone che sino allora, per una ragione o per l’altra, non avevano ancora creduto giunto il momento di agire, o non avevano potuto muoversi. Si iniziò un nuovo grandioso afflusso” <14. La crescita improvvisa delle bande comporta, però, un decisivo aumento della precarietà: i flussi intensi verso le montagne hanno, inevitabilmente, al loro interno le loro criticità, soprattutto in molti giovani che partono decisi più che altro a sottrarsi a una guerra, piuttosto che ad iniziarne una nuova. Le bande che si sono assestate con difficoltà sulle montagne non hanno i materiali e le risorse necessari per trasformare rapidamente decine di migliaia di nuove reclute in partigiani addestrati a questo tipo di vita e di guerra. Le reazioni dei comandanti partigiani in loco si discostano drasticamente da quelle, più politiche, dei dirigenti nazionali, che, ovviamente, vedono in questo ampliamento un passaggio fondamentale per il consolidamento della Resistenza. Gran parte dei comandanti partigiani, invece, manifestano forti riserve riguardo alle nuove reclute di aprile-maggio, per una serie di ragioni: in primo luogo, l’impossibilità di operare una rigorosa selezione, considerata necessaria per assicurare l’affidabilità delle bande; la totale mancanza di esperienza dei nuovi arrivati; l’impossibilità di armarli; la difficoltà di reperire approvvigionamenti per numeri così alti di uomini; infine, il complicarsi dei rapporti con le popolazioni locali, sulle cui spalle gravava il peso del sostentamento dei partigiani. L’atteggiamento comunista è, però, diametralmente opposto: “nelle forze garibaldine vennero sempre accettati tutti i giovani che si presentavano. In primo luogo, perché le armi se le sarebbero conquistate, e poi perché se è vero che in determinati momenti (rastrellamenti, ritirate ecc.) i ‘disarmati’ posso rappresentare un ostacolo” in generale, secondo le parole di Lenin come indiscutibile insegnamento dai dirigenti comunisti, “un reparto organizzato e compatto è una grande forza quando non manca l’energia. In nessun caso bisogna rifiutare di formare dei reparti e rinviarne la costituzione col pretesto che mancano le armi” <15.
    [NOTE]
    10 E. Collotti, Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione, in Collotti, Sandri e Sessi, Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della Liberazione.
    11 P. Secchia, Perché dobbiamo agire subito, in “La nostra lotta”, novembre 1943.
    12 P. Levi Cavaglione, Guerriglia nei castelli romani, Einaudi, Torino, 1945.
    13 L. Valiani, Tutte le strade conducono a Roma, il Mulino, Bologna, 1983.
    14 D. L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino, 1973.
    15 P. Secchia e C. Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Einaudi, Torino 1958; la citazione di Lenin è ripresa dalle Opere complete di Lenin, vol. VIII (edizione russa).
    Giulia Arnaldi, Partigiane tra guerra e dopoguerra: donne e politica in Veneto, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022

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  3. Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago

    Nel 1997 è pubblicato un volume di Bruno Steffè, avente lo scopo di dare una visione complessiva degli eventi bellici nel territorio della provincia di Pordenone <88. Questo lavoro riguarda la lotta partigiana nella zona montana delle Prealpi Carniche, nelle vallate dell’Arzino, del Meduna, del Cellina, e nella pianura, tra i fiumi Tagliamento e Livenza. L’autore ha usato documenti originali, riportandone i tratti essenziali, scegliendoli tra le posizioni più diverse. In questo volume si afferma che in alcune opere sulla Resistenza, furono usate, per parzialità ideologiche, certe forzature nelle descrizioni degli eventi; Steffè afferma che è una forzatura definire la guerra di liberazione guerra di popolo perché è stata combattuta da una minoranza della popolazione, anche se formata essenzialmente dal ceto popolare. Nella prima parte dell’opera l’autore parla del periodo dall’8 settembre 1943 all’inizio della guerra partigiana; descrive l’inizio dell’attività osovana e garibaldina. <89 Per quanto riguarda gli osovani descrive molto accuratamente le varie componenti: i militari, il clero e i partiti d’ispirazione cattolica; Steffè afferma che l’opera del clero fu molto importante nella conduzione della Osoppo e che alcuni sacerdoti delinearono la necessità politica della lotta armata contro i tedeschi <90. L’attività garibaldina è fatta risalire dall’autore all’attività antifascista, documentata sin dall’inizio del fascismo <91. Nel testo sono riportati i diari delle formazioni partigiane, nei quali sono annotati, giorno per giorno, i principali eventi militari; i diari fanno capire il grande lavoro svolto dai partigiani e la sua importanza per la lotta contro il nazifascismo. L’autore analizza, oltre ai problemi militari, i problemi organizzativi: la sicurezza nella clandestinità, la propaganda e i collegamenti fra i vari reparti e l’approvvigionamento; queste descrizioni danno un’idea della varietà di problematiche che i partigiani dovevano affrontare <92. Una parte molto interessante del testo è quella in cui si parla dell’influenza degli eventi bellici degli alleati, perché spiega lo stretto rapporto che c’era fra l’avanzata dell’esercito alleato e l’evolversi della situazione partigiana. Nell’ultima parte del testo l’autore descrive le azioni svolte dai reparti garibaldini e osovani di pianura nell’ultimo periodo della guerra di liberazione. Steffè riporta i diari operativi delle brigate garibaldine di pianura inserite nella divisione “Mario Modotti Destra Tagliamento”, premettendo che i diari furono redatti a guerra conclusa basandosi sul ricordo dei partigiani e quindi contengono imprecisioni, e una relazione del maggio 1945 redatta da “Leonida” per quanto riguarda l’attività osovana. Queste fonti fanno capire la capillarità dell’azione partigiana e anche quanto fu alto il numero dei caduti fino agli ultimi giorni della Resistenza <93. Questo testo dà un quadro complessivo della situazione nella Destra Tagliamento fino alla Liberazione e spiega i principali eventi in modo dettagliato senza prendere una posizione di parte.
    Nel 2000 è pubblicato un saggio di Pier Paolo Brescancin, direttore scientifico dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Vittoriese, che si occupa del movimento partigiano nel pordenonese dalla nascita fino alla liberazione <94. Brescancin suddivide i gruppi di resistenti in due categorie, quelli nati spontaneamente per iniziativa di giovani ufficiali subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e quelli nati per iniziativa di formazioni politiche, fra le quali l’autore definisce il partito comunista il più attivo. Fra i gruppi spontanei sono citati quello nato per iniziativa di Pietro Maset, già ufficiale degli alpini, che operava fra Sacile e la Valcellina, quello di Mario Dal Fabbro, già sottotenente della caserma Slataper di Sacile, operante fra Cordignano e Caneva e quello di Piero Biasin che aiutò a fuggire molti militari della caserma Slataper e della caserma Fiore di Pordenone; inoltre l’autore ricorda le figure del maggiore Attilio Beltrame “Martini” che organizzò le formazioni Osoppo di Pianura, il capitano Franco Martelli “Ferrini”, che sarà capo di stato maggiore della brigata unificata “Ippolito Nievo B” e il generale Costantino Cavarzerani che organizzò gruppi di Resistenza a Stevenà di Caneva <95. Fra i gruppi nati per iniziativa di forze politiche, l’autore cita la formazione Ferdiani, attiva in Val Mesazzo e i battaglioni Pisacane e Garibaldi che si trovavano nel monte Ciaurlec, nati nel gennaio 1944 e i distaccamenti Bixio, Mazzini 2°, Gramsci e Buzzi, nati, per iniziativa di Mario Modotti “Tribuno” e di Giulio Contin “Riccardo”, nel febbraio-marzo dello stesso anno <96, espressione del partito comunista e le formazioni Osoppo nate da un’operazione congiunta del Partito d’Azione e della Democrazia Cristiana che assorbirono le formazioni spontanee di ex ufficiali. <97 Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago e le caserme della guardia di finanza di Malnisio e Montereale Valcellina, avvenuti nel giugno del 1944; queste azioni, secondo Brescancin, fanno capire che il movimento partigiano è in crescita e vuole sottrarre ai nazifascisti il controllo del territorio. <98 L’autore spiega le relazioni fra l’evolversi della situazione a livello nazionale e locale, spiegando come l’andamento bellico degli alleati abbia influito sulla creazione delle zone libere, sui grandi rastrellamenti di fine estate 1944 e sulla Liberazione <99, riuscendo così a dare un quadro d’insieme più chiaro degli eventi principali.
    Nel 2002, è pubblicato un volume di Renzo Biondo, nel quale, l’autore si pone l’obbiettivo di raccontare la vita quotidiana dei partigiani, la nascita delle formazioni e le motivazioni che hanno spinto i giovani accorsi sulle montagne. <100 Renzo Biondo col contributo di vecchi protagonisti ha raccontato vicende che altrimenti sarebbero andate dimenticate. Nella premessa l’autore mette in relazione il cambiamento del clima politico con la percezione degli avvenimenti passati; afferma che storici revisionisti smantellano i fondamentali sulla genesi della democrazia in Italia, rivalutando chi combatté per la repubblica di Salò. Renzo Biondo prende una posizione chiara affermando che la Resistenza fu una scelta di civiltà, fra libertà e servitù, fra nazismo e democrazia, fra campi di sterminio e parità di tutti i cittadini. <101 Nel testo c’è un capitolo in cui vengono descritti i luoghi dove operarono la brigata Osoppo e la Garibaldi Friuli; soprattutto è descritta la zona occidentale della Zona libera delle Prealpi Carniche, dove operò la V^ brigata “Osoppo” che insieme a battaglioni garibaldini diede vita alla Brigata mista “Ippolito Nievo”; questa descrizione aiuta a capire l’importanza ai fini bellici della zona, in quanto si trovava in una posizione strategica e per questo motivo i tedeschi si impegnarono per liberarla dalla presenza partigiana. Per Biondo, le tesi revisioniste secondo cui l’apporto partigiano alla vittoria alleata della guerra fu esiguo, sono smontate dal fatto che i tedeschi inviarono delle nuove divisioni modernamente equipaggiate nelle zone dove si trovavano i presidi partigiani; inoltre
    il proclama di Kesserling, comandante in capo delle forze tedesche in Italia, che dà ordini su come comportarsi contro le bande armate, fa capire che i partigiani erano temuti dagli avversari. <102 Biondo esprime un giudizio sulla Xmas, reparto collaborazionista, affermando che giustificarli in confronto ad altri reparti repubblichini è un falso storico, in quanto hanno compiuto efferati episodi di violenza e omicidi di massa. <103 La Xmas voleva creare un solco fra garibaldini e osovani in quanto questi ultimi non volevano l’invasione degli jugoslavi, ma l’antifascismo, comune alle due formazioni partigiane, era più forte di ciò che poteva dividerle. <104 E’ spiegato dall’autore che i tedeschi nella zona denominata “Litorale Adriatico”, che controllavano direttamente, non amavano la presenza di reparti fascisti e per avvalorare questa sua affermazione afferma che i tedeschi preferirono, per occupare la Carnia, inviare i cosacchi. <105 Biondo afferma che gli autori che hanno scritto prima di lui sulla brigata mista “Ippolito Nievo” non chiariscono come sia nata e come fu possibile che in Valcellina sia riuscita quell’integrazione che altrove non fu possibile, e afferma che il merito è stato dei tre capi, Maso, Tribuno e Riccardo, che sono riusciti a mantenere la brigata mista grazie al loro prestigio e alla loro esperienza. <106 Nella seconda e terza parte del testo ci sono testimonianze che raccontano le motivazioni che spinsero i giovani alla lotta e ricordi di partigiani sulle loro esperienze nella Resistenza; molto interessante e la testimonianza di Giuseppe Torresin, che racconta com’era vista la resistenza dai giovani di Grizzo [Frazione del comune di Montereale Valcellina (PN)] e il loro apporto alla guerra di liberazione all’interno della V^ brigata Osoppo. <107 Questo volume da un quadro completo del periodo della Resistenza
    analizzando i fatti e descrivendo i principali protagonisti.
    [NOTE]
    88 Bruno Steffè, La guerra di Liberazione nel territorio della provincia di Pordenone 1943- 1945, Edizioni ETS, Pisa, 1997, p. 10
    89 Ivi, pp. 19- 46
    90 Ivi, pp. 19- 31
    91 Ivi, pp. 33- 35
    92 Ivi, pp. 89- 103
    93 Ivi, pp. 209- 262
    94 Pier Paolo Brescancin, Le formazioni partigiane nel pordenonese in Il pordenonese dalla resistenza alla repubblica, Istituto Provinciale di storia del Movimento di liberazione e dell’Età Contemporanea, Pordenone, 2000
    95 Ivi, p. 75
    96 Ivi, p. 76
    97 Ivi p. 76
    98 Ivi, p. 78
    99 Ivi, pp.80- 91
    100 Renzo Biondo, Il verde, il rosso, il bianco. La V^ brigata Osoppo e la brigata osovano-garibaldina “Ippolito Nievo”, CLEUP, Padova, 2002, p. 13.
    101 Ivi, p. 19.
    102 Ivi, p. 59.
    103 Ivi, p. 61
    104 Ivi, p. 62
    105 Ivi, p. 65
    106 Ivi, p. 78
    107 Ivi, pp. 157-196.
    Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

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