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  1. A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia

    Nei giorni successivi [primi di luglio 1960] divenne chiaro che Genova, anziché essere il culmine della violenza, era solo l’inizio. I disordini e gli scioperi toccarono diverse città in tutta Italia. Il governo inasprì il suo comportamento. E le ragioni dei dimostranti si declinarono con diverse modalità a seconda dei contesti. Palermo e Licata, dove il ritardo e il disagio economico avevano raggiunto livelli insopportabili, versavano in condizioni particolarmente gravi. In situazioni del genere bastava poco per scatenare la rabbia popolare. In Sicilia, quindi, si saldavano elementi della politica nazionale e locale. Secondo Tambroni, il Pci era pronto a sfruttare queste dimostrazioni di natura sindacale per screditare ulteriormente il governo e la Dc. C’è da dire, poi, che la polizia, dopo la “sconfitta” di Genova, intendeva rifarsi. In quell’occasione, come ha notato Accame, «non si poteva sparare per difendere i fascisti» <138. Ma di fronte agli eventi successivi, il Viminale avrebbe dimostrato di essere pronto ad usare la forza. Per il 6 luglio, il Consiglio federativo della Resistenza – creato a Genova – promosse un raduno a Porta San Paolo a Roma. Nonostante fosse stato proibito il giorno stesso dalla prefettura, il comizio ebbe luogo. Il segretario d’ambasciata [degli Stati Uniti] Lister si trovò casualmente nel bel mezzo degli scontri, e il suo racconto quasi in presa diretta ci restituisce il clima dell’epoca. Stando al suo resoconto, la situazione apparve subito estremamente caotica: manifestanti che si impadronivano dei filobus, raffiche di pietre, urla, cariche della polizia. Poi l’arrivo della cavalleria e la fuga. I tanti ragazzi presenti venivano liquidati come «giovani gangster forse assunti per l’occasione». Tuttavia, uno degli aspetti che più aveva colpito l’ufficiale dell’ambasciata era la scomparsa «dell’apatia della base di dieci anni prima». Chi aveva preso parte alla rivolta «sentiva l’entusiasmo di “avere fatto qualcosa” contro il governo» <139.
    Dopo i fatti di Porta San Paolo vennero indetti numerosi scioperi dalle Camere del Lavoro. Tra le varie città, Napoli, Parma, Bologna, Ravenna e Reggio Emilia si fermarono il 7 luglio 1960. Proprio Reggio avrebbe drammaticamente legato il suo nome a quella data. La questura aveva concesso l’autorizzazione a svolgere un comizio, a patto che si tenesse all’interno, precisamente nella sala Verdi (600 posti) del teatro Ariosto. Com’era prevedibile, la folla si stava accalcando già diverse ore prima dell’inizio, ed era immensamente superiore alla capienza della sala: circa seimila persone. Nella centrale piazza della Libertà, in attesa del comizio, la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti era cresciuta. Le cronache dell’epoca non lasciano dubbi sulle reazioni spropositate degli agenti. Il fuoco aperto sui dimostranti durò venti minuti. Afro Tondelli, poco prima di morire, disse alla moglie di aver visto l’uomo che gli aveva sparato: «prendeva la mira come se fosse a caccia». La drammatica sequenza fotografica apparve su «Paese Sera» <140. Difficilmente i cinque morti lasciati sul campo – manifestanti tra i 19 e i 41 anni – possono trovare una qualche giustificazione. La spiegazione più convincente e scevra da ideologie è, a nostro avviso, quella di Radi, che ha posto l’accento sull’adunata antifascista del 4 luglio, davanti alla sede del Msi reggiano. Quel giorno, molti agenti erano rimasti contusi, e si era creato nei reparti «il proposito di rifarsi, di dare una lezione» <141. Il tenente colonnello dei carabinieri Giudici, il questore e il prefetto dichiararono che il 7 luglio nessuno aveva dato l’ordine di sparare. Il questore Greco ricordava la presenza di fitte sassaiole e insulti contro gli agenti. Con ogni probabilità, a Reggio, la situazione locale era già molto tesa e qualcuno perse il controllo. La città emiliana era «un contesto politico e sociale quasi unico nel Paese» <142, dove le contrapposizioni trovarono un terreno fertile. Più che ipotizzare disordini organizzati da Mosca o degenerazioni squadriste, ci sembra ragionevole pensare a poliziotti in cerca di rivincita.
    Dopo il tragico bilancio di sangue di Reggio Emilia, fu ancora la Sicilia ad essere tristemente protagonista: il giorno seguente, durante manifestazioni legate allo sciopero generale, ci furono tre vittime a Palermo e una a Catania <143. Il numero dei morti saliva a dieci. Anche in questo frangente, non è privo di significato sottolineare la vicinanza tra il punto di vista delle forze dell’ordine e dei funzionari americani, tanto dell’ambasciata quanto del Dipartimento di Stato. Lanciando pietre e altri oggetti, i dimostranti – si legge in un commento – avevano «costretto la polizia ad usare le mitragliatrici». Di fronte alle «dure provocazioni», la polizia si stava addirittura comportando con «grande moderazione [considerable restraint]». Il governo e il suo braccio armato, secondo queste analisi, sarebbero riusciti senza problemi a «domare la tempesta politica in atto», almeno per il momento <144.
    Restano da capire le intenzioni e i margini di manovra dei due “contendenti”: il fronte antifascista e Tambroni. Nella storiografia non sono mancate le interpretazioni anche molto distanti tra loro, e grazie ai documenti americani è possibile aggiungere un ulteriore tassello alla ricostruzione degli eventi. Gli antifascisti più attivi erano, com’è noto, socialisti e comunisti. I rapporti tra i due partiti, da tempo non idilliaci, si raffreddarono ulteriormente al momento di “capitalizzare” le proteste di piazza. Basta guardare quanto scrisse Nenni sul suo diario, il 3 luglio ’60: la vittoria di Genova era usata dai comunisti «in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria di piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919» <145. Secondo il leader socialista i fatti di quei giorni erano da intendersi come stimoli per la svolta a sinistra, non certo per una contrapposizione violenta. Nei dispacci dell’ambasciata si riconosceva il grande appeal dell’antifascismo ma l’attenzione era perlopiù concentrata sull’abilità del Pci nello sfruttare la situazione. I comunisti – citiamo da un documento inedito americano – erano riusciti a creare un «nuovo mito, un vero e proprio articolo di fede: le forze armate clerico-fasciste avevano attaccato una manifestazione pacifica di operai e altri elementi democratici». La speranza degli Usa, comunque, era l’isolamento di comunisti e neofascisti per coinvolgere tutti i partiti anti-totalitari e arrivare ad un governo di elementi moderati <146. Si capisce, in questo senso, il disorientamento generato da un governo col sostegno dei neofascisti e duramente osteggiato, in primis, da socialisti e comunisti. Alla tesi del complotto sovietico, denunciato da Tambroni, non venne mai dato molto credito <147. Inoltre, sembrava «altamente improbabile» che il Pci volesse minacciare un’insurrezione. L’unico risultato che poteva ottenere, visti i livelli di tensione raggiunti, era la soppressione del partito per attività illegali <148. La dirigenza era ben lontana dal minacciare un’insurrezione, ma questo non significava l’assenza di pulsioni violente o l’estraneità all’organizzazione delle rivolte, come è stato scritto <149. Recentemente, grazie alla testimonianza di un ex dirigente di alto livello come Luciano Barca, è stata sottolineata l’attenta regia comunista delle manifestazioni <150. Il principale problema dei vertici di partito era «frenare un movimento che vuol procedere oltre la mobilitazione di piazza» <151. Lo stesso Togliatti prese le distanze dai compagni più estremisti intenzionati a portare fino in fondo lo scontro. In questo senso può essere letta l’accettazione della tregua – proposta dal presidente del Senato Merzagora – da parte del segretario del partito comunista <152. Del resto, furono proprio i dirigenti di Pci e Cgil a dichiarare che il movimento, fin da Genova, era sfuggito loro di mano.
    L’insoddisfazione dell’avanguardia leninista risiedeva nel fatto che, malgrado gli sforzi profusi, Tambroni era ancora al suo posto. Armando Cossutta confessò la fatica a sedare gli animi di chi intendeva continuare lo scontro nelle piazze, senza curarsi dell’opinione dei vertici o addirittura senza conoscere gli stessi dirigenti <153. Secondo questa lettura, la Dc era una forma mascherata di fascismo. Di più. Era il vero fascismo, il referente dei ceti dominanti in grado di mobilitare un apparato repressivo e autoritario. Quindi la Resistenza doveva continuare ad ogni costo la sua lotta antifascista <154.
    Il movimento del 30 giugno si proponeva di combattere la confusione tra potere fittizio, cioè «l’ombra del potere rappresentato dal seggio parlamentare» e potere reale, costituito dal «controllo operaio delle fabbriche». Contro il «cretinismo parlamentare» e il «rivendicazionismo spicciolo». Chi aveva creduto di utilizzare la protesta a scopi dimostrativi rimase deluso. L’anonimo operaio redattore del documento scrive: «non si poteva più comandarci a bacchetta, valutando che la nostra collera potesse sfogarsi nel corteo approvato dalla prefettura». Gli stati maggiori della sinistra, che tuonavano contro il revisionismo, erano in realtà «peggiori dei revisionisti». In questo scollamento tra partito comunista legalitario e classe operaia rivoluzionaria, Baget Bozzo ha individuato l’inizio del movimentismo extra-parlamentare <155. Le pur legittime richieste di cambiamento venivano inghiottite dai movimenti estremisti.
    A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia. E se all’inizio era stato il partito socialista a trarre i maggiori vantaggi, intanto il Pci «usciva dall’angolo» e conquistava il ruolo di componente irrinunciabile della politica nazionale. Da quel momento si insinuava il dubbio che anticomunismo e democrazia non potessero convivere pacificamente. Chi si esprimeva diversamente attirava sospetti di fascismo <156. Si tratta di un passaggio decisivo per la cultura politica del nostro Paese. Alla luce di queste considerazioni, il mito dei ragazzi con le “magliette a strisce”, su cui ha prosperato la prima storiografia sui fatti di Genova (ma anche tante opere successive), va in buona parte ridimensionato. Certamente, a quindici anni dalla guerra, l’Italia nuova dei giovani, alla ricerca di un «momento positivo», si faceva sentire. Ma il luglio ’60, nel bene e nel male, andò al di là di qualsiasi previsione <157.
    [NOTE]
    138 G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 379. Accame ipotizza addirittura che il ministero degli Interni, a Genova, lasciò «mano libera ai comunisti». Sul sentimento di «rivincita» della polizia si veda G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294.
    139 The Porta San Paolo riot, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, July 21, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-2160. Sulla guida comunista delle manifestazioni di Roma si veda G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
    140 V. Notarnicola, Venti minuti di fuoco fra la polizia e i dimostranti in piazza della Libertà, «Corriere della Sera», 8 luglio 1960. Per le reazioni di parte comunista si vedano le foto pubblicate su «Paese Sera», 12 luglio 1960 e il commento alla registrazione degli scontri (27 minuti): Abbiamo ascoltato la registrazione di Reggio Emilia, «Paese Sera», 14 luglio 1960.
    141 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 111-113. Sul proposito di rivincita dei poliziotti reggiani, si veda l’interessante testimonianza di Italo Bonezzi (autista del servizio pubblico) al processo, riportata in P.G. Murgia, Il
    luglio 1960, cit., p. 126.
    142 P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 105.
    143 Sui fatti di Catania si veda A. Miccichè, Catania, luglio ’60, Ediesse, Roma, 2010.
    144 Italian situation, H. McBride to F. Kohler, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917.
    145 P. Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Sugarco, Milano, 1982, p. 129.
    146 Communist-led rioters succeed, cit.; The present disorders in Italy, H. Cumming (Department of State, Director of Intelligence and Research) to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Sui timori per una deriva autoritaria di destra si veda U.S. Policy toward Italy, July 13, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60.
    147 Central Intelligence Bulletin, CIA, July 8, 1960, CIA-RDP79T00975A005200070001-6, NARA, CIA Records Search Tool ( d’ora in poi CREST); L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
    148 Severe Communist-led rioting in Italy threatens life of Tambroni government, F. Kohler to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Tambroni avrebbe poi esposto nella seduta del 14 luglio alla Camera la sua versione più critica nei confronti del complotto comunista, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 14 luglio 1960, pp. 15963-15970.
    149 Pur cogliendo l’ambivalenza del Pci, Cooke non convince quando liquida la strategia togliattiana in poche righe e senza argomentazioni. Tale strategia, scrive, «non permette l’identificazione del suo partito con la violenza e l’insurrezione», si veda P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 43. Se il giudizio sulle tendenze rivoluzionarie è consolidato, altrettanto non può dirsi per l’uso della violenza. Utile in proposito la lettura del quotidiano comunista e le frequenti dispute con i socialisti nei mesi di giugno-luglio ’60.
    150 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, vol. I, Con Togliatti e Longo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, pp. 235-238.
    151 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 387; N. Minuzzo, L’aria del ’48, «L’Europeo», 17 luglio 1960.
    152 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294; Anche i funzionari americani notarono questo aspetto: «l’accettazione comunista della proposta di tregua di Merzagora è una prova forte del fatto che il Pci starà attento a non andare oltre i limiti della violenza che ha già raggiunto», si veda Severe Communist-led rioting, cit.
    153 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., pp. 387-388.
    154 Si veda L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 126-127; G. Baget Bozzo, recensione a P. Cooke, Luglio 1960, cit., 25 maggio 2001, http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html. La necessità di portare a termine la nuova Resistenza e la continuità tra fascismo, Dc e Chiesa cattolica sono elementi ricorrenti nel lavoro di Murgia, secondo il quale Tambroni «è un frutto maturato nel giardino clericale», P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 170.
    155 Citazioni tratte da Movimento 30 giugno, Genova, 1960, in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 132-143. Le osservazioni di Baget Bozzo sono su http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html
    156 Un esempio eclatante di questo clima è il libro di Murgia, apparso nel 1968, si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 111-112. Osservazioni pregevoli su questo in E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia come elemento strutturale della lotta politica nell’Italia repubblicana, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 248-252. Si veda anche R. Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1960): lineamenti di una storia, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni, cit., pp. 331-332.
    157 Sui grandi cambiamenti legati al boom economico e sull’attesa di qualcosa di nuovo si vedano G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., pp. 173-174; G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Rizzoli, Milano, 1990, pp. 91-92. Secondo il giornalista comunista Falaschi nel luglio ’60 si possono individuare i prodromi del ’68 e dell’autunno caldo, si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 383.
    Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

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  2. Anche uomini di una missione Oss fucilati dai nazisti al Cibeno

    La famiglia di Emanuele Carioni, originaria di Misano di Gera d’Adda in provincia di Bergamo, proprio a due passi da Caravaggio, abitava al “grande” mulino. Il padre di Emanuele e prima di lui il nonno e lo zio lo gestivano e ne curavano l’attività. Emanuele era il primogenito; dopo di lui c’erano due sorelle, Ersilia e Anna Caterina.
    […] Frequenta il Corso Allievi Ufficiali di complemento d’Artiglieria a Nocera Inferiore e con i gradi di Tenente viene inviato al Colle di Tenda e successivamente in Albania. Il suo temperamento gioviale, cordiale, fraterno con i suoi soldati non è molto ben accettato dai superiori, motivo che lo induce a chiedere di frequentare il corso di paracadutista. Segue il corso a Tarquinia, lo supera e presso la base di Decimomannu in Sardegna ottiene il suo primo incarico, interrotto dalla notizia dell’armistizio dell’8 settembre, il giorno della scelta.
    […] Un sacerdote riesce a procurare un aereo ad Emanuele e ai suoi amici, col quale riescono ad atterrare in Sicilia: da qui, non senza difficoltà, raggiungono Brindisi e poi su, verso il Nord. Il 28 dicembre dello stesso anno aderisce all’organizzazione americana OSS (Office of Strategic Service): qui conosce un pari grado americano, Louis Biagioni, che gli si lega di fraterna amicizia, che proseguirà anche dopo la morte di Emanuele, attraverso lettere e testimonianze alla sua famiglia. Nella primavera del ’44 gli viene affidata la missione “Emanuele”: è paracadutato sulle montagne orobiche, sopra San Giovanni Bianco, con l’ordine di raggiungere la zona di Barzio per collaborare con i partigiani. È
    il prologo della tragedia che si sta per compiere. Il lancio va male, la radio è persa e gli uomini costretti a nascondersi. Sono in tre: Emanuele Carioni, Piero Briacca e l’italo americano Louis Biagioni. Due sorelle, Rina e Luciana Villa, li ospitano nella loro casa; escono solo per andare in montagna dai partigiani e per le riunioni a cui partecipano, fra gli altri, Antonio Colombo, Franco Minonzio e Luigi Frigerio, che condivideranno il destino di Emanuele, fucilati anch’essi il 12 luglio. Una sera, con altri partigiani, chiedono rifugio a casa Villa due russi che, con credenziali persuasive sulla loro identità, si spacciano per prigionieri di guerra evasi; solo in seguito si scoprirà essere spie delle SS. Una mattina uno dei due accompagna Emanuele a Milano per conferire con l’organizzazione, ma lo conduce nelle mani dei tedeschi, che lo arrestano e lo portano a San Vittore. A Lecco sono arrestati anche gli altri.
    Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Uomini, nomi, memoria. Fossoli 12 luglio 1944, Edizioni APM, Carpi, 2004

    Sempre il 19 maggio 1944 <694 sarebbero stati presi anche Franco Minonzio e Luigi Frigerio. Minonzio, il giorno precedente, mentre era diretto all’Ospedale Militare di Lecco per visitare un conoscente, aveva incontrato per strada Sandro Turba, suo “vecchio amico”, il quale lo aveva pregato di aiutare lui, e di riflesso le Villa, ad accompagnare gli sbandati ospitati in casa loro “fino a Passata oppure a Vedezeta Morterone (Como) presso un certo Bellingardi” <695. Franco, per anni a capo delle guide alpinistiche della zona, aveva accondisceso ad offrire soccorso ma, giunto al fondo valle del monte Resegone, si era dovuto fermare perché “ammalato ad una gamba” <696. Aveva così chiesto al fratello Giuseppe, di ventitré anni, di procedere oltre ed era tornato a casa. Il giorno successivo, mentre si trovava sul posto di lavoro, “alle 18” <697 era stato catturato. Tra i capi d’accusa quello di un “movimento di somme constatate attraverso appunti e libretti” che egli, sotto interrogatorio, avrebbe giustificato come frutto dell’“amministrazione del Dopolavoro Antonio Badoni” <698 e come ricavato della vendita della sua quota di comproprietario della ditta Insubbia <699.
    Anche Antonio Fugazza era stato attirato nella rete. L’uomo, frequentando l’ufficio del genero Giovanni Zampieron, ubicato nella casa milanese della signora Maria Prestini, cugina delle Villa, aveva lì conosciuto i due paracadutisti Carioni e Biagioni. Alla richiesta di questi di un luogo sicuro dove occultare le armi, Fugazza aveva suggerito di sotterrarle nel giardino annesso alla sua casa di via Filippo Carcano (n.10). Presso tale abitazione, ai primi di maggio, si era così recato, come da accordi, Piero Briacca, il terzo membro della missione, per depositare nel terreno la valigia contenente “cinque rivoltelle con le munizioni per le stesse, due fucili vecchi smontati, senza munizioni e quattro
    baionette arrugginite” <700. Fugazza era stato poi scoperto a ospitare a casa sua una famiglia di ebrei. Sequestrati dagli agenti i documenti, anche gli armamenti erano stati rinvenuti nel giardino e l’uomo, di conseguenza, portato in carcere. Scriveva Luca Ostèria: “18 maggio 1944. Le SS di Bergamo (ten. Lang Fritz) procedettero a numerosi arresti nella zona di Lecco e di Milano, contro patrioti e persone appartenenti al Cln. Tale operazione fu aperta da due confidenti di nome Mirko e Boris. Tutto l’incartamento venne da me chiesto al capitano Saevecke. Fu possibile circoscrivere l’operazione evitando l’arresto di altre numerose persone tra le quali il noto Giulio Alonzi, Boeri Enzo e il col. Faila del centro mutilati di Milano. Delle 23 persone arrestate dalle SS di Bergamo ne vennero liberate 14″. <701.
    Immatricolati a San Vittore, gli amici Emanuele Carioni e Louis Biagioni erano stati assegnati a due celle di isolamento vicine, il primo alla n.88, il secondo alla n.95. Ciascuno cercava di scorgere dalle feritoie l’altro nel momento in cui veniva chiamato per gli interrogatori. Aperte un giorno le porte dei locali antistanti, Emanuele, visto Louis, gli aveva fatto scherzosamente il segno “che si andava a finire alla fucilazione” <702 e così i due amici si erano abbandonati a una lunga, liberatoria risata. Corrotta una guardia per mezzo di soldi, Carioni aveva poi trovato, nei successivi giorni, modo di ospitare, per qualche minuto, l’amico nella sua cella. Al momento dell’incontro Emanuele e Louis si erano abbracciati e avevano pianto “come bambini”, cercando, nel poco tempo a disposizione, di concordare una linea difensiva. Emanuele aveva messo Louis al corrente del fatto che, interrogato dal “dott. Ugo”, egli aveva ricevuto da questi rassicurazioni e lo stesso Louis, durante gli interrogatori, aveva avanzato con coraggio a Ostèria la richiesta di uscire dall’isolamento per essere messo in cella con l’amico, richiesta che dopo poco era stata soddisfatta: “Il tempo passava molto più presto per me e per lui. Io gli insegnavo canzoni americane e lui mi insegnava quelle italiane. Si trovava sempre qualche cosa da leggere e quando non si leggeva si raccontavano storie. Io gli parlavo della vita in America e lui dell’Italia. Gli chiedevo tante volte se sarebbe venuto in America e lui mi diceva che c’era troppo da fare in Italia. Tante volte mentre si mangiava a mezzogiorno si scoppiava a ridere e non [ci] si fermava fino a che le parti ci facevano male dal ridere. Emanuele l’avevano messo a lavorare come scopino e io a un altro mestiere che non ricordo. Ogni tanto il dott. Ugo ci chiamava dicendoci come andavano le cose e offrendoci sigarette. Un giorno mi chiamò e poi fece venire anche Emanuele quando gli dissi che non ci credevo a quel che mi aveva detto ci disse che per noi non c’era più molto pericolo e che non saremmo stati fucilati. Avevamo poca fiducia nelle sue parole quando ci fece sapere che faceva di tutto per farci restare in carcere e di non farci andare in un campo di concentramento. Sapevamo che in campo di concentramento saremmo stati i primi a essere fucilati per rappresaglia”. <703.
    Annibale Carioni, padre di Emanuele, si era recato di corsa a Milano in prigione per visitare il figlio e ci era riuscito “alcune volte” <704. “Stai tranquillo”, gli aveva detto Emanuele “con bontà e con convinzione”; “mamma non lasciarla venire, si spaventerebbe; ti prego di non tentare nulla: io sono calmo e non verrò mai meno al mio dovere” <705. Il ragazzo aveva manifestato solo il dispiacere per la presenza in quel luogo di tanti suoi compagni di sventura e il desiderio di poter riprendere, quanto prima, la lotta interrotta. A San Vittore era riuscito a mettersi in contatto anche con le sorelle Villa a cui avrebbe scritto una lettera, andata purtroppo perduta: “Seguo gli avvenimenti di fuori su una carta disegnata su un muro con un pezzo di legno; sono bene informato di tutto. Però il più delle volte penso. Mi preoccupo soprattutto che voi vi diate troppo pensiero e siate in ansia riguardo alla mia situazione presente. Sono sicuro che tutto finirà bene e presto. Sono convinto di aver agito per un ideale giusto, quale di combattere il male: per impedire che l’Italia fosse trascinata nel baratro della rovina completa da pochi disonesti. Questa mia fede vi sia di conforto <706. Anche Biagioni sarebbe riuscito a mandare alle sorelle Villa dalla cella un biglietto: “Passo il tempo pitturando la mia stanza da letto con qualcosa che portano al mattino e che chiamano caffè… Mi dovete scusare se io sono stato una delle cause perché vi trovate qui. Non mi scorderò mai del bene che avete fatto e del vostro sacrificio. Se il destino permetterà che ritorni in America, non mi stancherò di parlare di voi e di tanta altra buona gente che ho trovato in Italia”. <707. Emanuele sarebbe rimasto fedele al suo giuramento di non tradire mai sé stesso. Dopo aver subito torture, finito a Fossoli come Biagioni, sarebbe per sempre stato diviso dall’amico Louis. Quest’ultimo, liberato dopo una lunga esperienza di detenzione nei campi tedeschi, avrebbe fatto fortunosamente ritorno in America. A Emanuele, Antonio Colombo, Franco Minonzio, Luigi Frigerio, Lino Ciceri e Antonio Fugazza il ritorno sarebbe per sempre stato negato. Come Napoleone Tirale, Antonio Gambacorti Passerini, Giovanni Barbera, Arturo Martinelli, Galileo Vercesi, Brenno Cavallari, Luigi Ferrighi, Ubaldo Panceri, Jerzi Sas Kulczycki, Ernesto Celada, Armando Di Pietro, Renato Mancini, Carlo Bianchi, i sei partigiani del gruppo di Lecco, vicini alle sorelle Villa, sarebbero morti nella strage di Cibeno compiuta dai nazifascisti – poco dopo l’omicidio di Poldo Gasparotto – il 12 luglio 1944 a pochi chilometri dal campo di Fossoli.
    [NOTE]
    694 La data dell’arresto di Franco Minonzio è confermata anche da don Giovanni Ticozzi, suo amico. Si veda don G. Ticozzi, frammenti di vita, Ettore Bertolozzi, Lecco 1959, p. 44.
    695 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
    696 ibidem.
    697 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
    698 ibidem.
    699 ibidem.
    700 Insmli, Verbale di interrogatorio di Fugazza Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
    701 Insmli, fondo Osteria, b. 1.
    02 Lettera di Louis Biagioni a Ersilia Carioni, 25 febbraio 1946. Archivio privato famiglia Carioni.
    703 ibidem.
    704 All’Eccel. Ministero della guerra, Misano d’Adda, 30-5-49, Archivio privato famiglia Carioni. Egli avrebbe subìto, a causa dell’operato del figlio, “una forma di persecuzione” da parte del podestà del suo paese.
    705 ibidem.
    706 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 81.
    707 ibidem.
    Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

    All’alba del 12 luglio 1944, 69 internati nel campo di concentramento per politici di Fossoli sono portati in tre gruppi al Poligono di tiro di Cibeno e lì 67 saranno fucilati mentre due riusciranno a fuggire. La barbara azione è fatta per rappresaglia verso l’uccisione a Genova di 7 militari tedeschi, così si dice nella sentenza letta poco prima dell’uccisione. Una motivazione che mostra però troppe incongruenze rispetto l’ usuale strategia messa in campo dai nazifascisti in circostanze simili: di tempo, perché l’attentato ai militari tedeschi avviene molti giorni prima; di luogo, perché gli episodi coinvolgono due comunità molto distanti tra loro; di scopo, perché si fa di tutto per occultare la strage, la violenza e i corpi dei giustiziati non sono esibiti, ma caparbiamente occultati.
    Marzia Luppi, Dieci anni dopo, Prefazione a Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Op. cit.

    E proprio durante una permanenza negli Stati Uniti Gustavo Gnecchi andò a cercare e ritrovare, nell’immensa metropoli di New York, il parà italo americano Louis Biagioni, lanciato in missione segreta nel 1944 lungo la cresta montana tra il lecchese e le Orobie. Biagioni aveva trovato rifugio nella casa al Garabuso di Acquate delle quattro sorelle “garibaldine” Villa, Venne poi catturato dai tedeschi e finì in campo di prigionia, rientrando in USA a guerra finita. Biagioni non era più stato in Italia, pur mantenendo corrispondenza con le sorelle Villa che ricordava con grande riconoscenza come coraggiose protagoniste della lotta per la libertà […]
    A.B., Lecco: Gustavo Gnecchi incontrò a New York il parà Biagioni, “nascosto” dalle sorelle Villa, Leccoonline, 21 aprile 2017

    […] la fonte è Luca Osteria, alias «dottor Ugo Modesti», il personaggio cui si è già accennato e che, insieme a uno degli agenti ai suoi ordini, rientrerà indirettamente nella nostra storia per essere stato il più prezioso, e per diversi mesi produttivo, collaboratore italiano di Saevecke dal settembre 1943 al febbraio 1945. Ex marinaio, per diciassette anni al servizio dell’Ovra, Osteria rivela un vero talento per la provocazione riuscendo nel ventennio a mandare in galera parecchi antifascisti e, in tempo di guerra, a gabbare l’intelligence inglese facendole credere di essere entrata in contatto con un’organizzazione antifascista che in realtà, sotto la sua direzione, le passa solo informazioni inconsistenti e fa invece cadere in trappola diversi agenti britannici. Da qui il credito iniziale presso i tedeschi cosicché, quando il citato commissario Panoli lo segnala a Saevecke come l’esperto dell’Ovra che fa per lui, gli si spalancano le porte del Regina e da quel momento comincia una strettissima cooperazione. Nel corso del 1944 avrà un attacco di resipiscenza e inizierà il doppio gioco in favore della Resistenza, o più probabilmente di sé stesso, riuscendo a convincere della onestà dei suoi moventi anche Parri, ma non completamente i servizi inglesi né Leo Valiani né Enzo Boeri, responsabile della sezione controspionaggio del Comando generale Corpo volontari della Libertà. Personaggio sicuramente sfaccettato e difficile da decifrare, indubitabilmente scaltro e rotto ad ogni astuzia del bieco mestiere esercitato per anni, nel dopoguerra si darà arie da poliziotto infallibile attribuendosi anche il merito di aver salvato centinaia di resistenti, la maggior parte dei quali nomi che contano e di cui conserverà un meticoloso elenco. Nel febbraio 1945, quando sente il cerchio stringerglisi sempre più dappresso, si reca a Berna dal responsabile dei servizi britannici, McCaffery, ma, nonostante la sua offerta a collaborare, viene narcotizzato e trasportato nell’Italia meridionale dove rimane «in condizione di semiprigioniero» fino alla conclusione del conflitto. All’epoca dell’inchiesta dell’Aned vive a Genova, la sua città natale, ma, benché certamente depositario di molti retroscena, non gli verrà richiesta nessuna testimonianza: il passato di provocatore fascista e la tardiva e troppo sospetta conversione al fronte antifascista fanno di lui un elemento del quale diffidare, in più corre voce sia anche in contatto con l’Oas, l’organizzazione terrorista dell’estrema destra francese che si è opposta con ogni mezzo all’indipendenza algerina.
    Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano. I crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo, DATANEWS Editrice, 1998

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  3. La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa

    Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

    Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
    Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
    La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
    pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
    [NOTE]
    (8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
    (9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
    (10) CPV – C 51
    11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
    (12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
    (13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
    (14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
    (15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
    (16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
    Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

    #1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X

  4. La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa

    Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

    Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
    Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
    La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
    pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
    [NOTE]
    (8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
    (9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
    (10) CPV – C 51
    11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
    (12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
    (13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
    (14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
    (15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
    (16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
    Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

    #1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X

  5. La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa

    Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

    Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
    Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
    La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
    pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
    [NOTE]
    (8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
    (9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
    (10) CPV – C 51
    11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
    (12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
    (13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
    (14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
    (15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
    (16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
    Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

    #1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X

  6. La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa

    Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

    Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
    Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
    La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
    pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
    [NOTE]
    (8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
    (9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
    (10) CPV – C 51
    11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
    (12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
    (13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
    (14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
    (15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
    (16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
    Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

    #1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X

  7. La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa

    Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

    Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
    Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
    La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
    pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
    [NOTE]
    (8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
    (9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
    (10) CPV – C 51
    11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
    (12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
    (13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
    (14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
    (15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
    (16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
    Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

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  8. I tedeschi avanzarono per le direttrici Pigna-Langan

    Il centro urbano di Pigna (IM) visto da un’altura di Castelvittorio

    La collaborazione civili-partigiani, che si concretizzò tante volte nel corso della lotta di Liberazione, fu determinante nei primi giorni di luglio 1944 a Castelvittorio (IM). Il paese rientrava nell’ambito di una vasta operazione di rastrellamento dei tedeschi, che tentarono in questo caso con ingenti mezzi lo sfondamento delle linee partigiane nel tentativo di creare una grande sacca in cui chiudere tutte le formazioni garibaldine e privarle, in tal modo, d’ogni via di fuga verso i territori piemontesi. Il 2 luglio i nazisti requisirono la preziosa farina, suscitando una reazione d’orgoglio in numerosi abitanti, che, come ricordava il parroco don Caprile, imbracciarono le armi con la parola d’ordine di difendere il paese. Iniziata la sparatoria, per circa 5 ore borghesi, armati di fucili di ogni specie, resistettero ad un contingente tedesco ben armato. Il giorno dopo il nemico trovò gli abitanti intenzionati a dare di nuovo battaglia. Erano schierate fianco a fianco più generazioni del paese. Tra i più maturi vi erano Mario Tucin [Mario Alberti, nato a Castelvittorio, classe 1896], Giuan Grigiun [anche Tumelin, Giovanni Orengo, nato a Castelvittorio, classe 1890], l’Acidu [Giuseppe Verrando, nato a Castelvittorio, classe 1886] e U Sociu [Giuseppe Caviglia, nato a Castelvittorio, classe 1892, morto il 16 dicembre a Castelvittorio in seguito a malattia contratta in servizio], buoni montanari, per lo più sulla cinquantina o sulla sessantina e vecchi combattenti dell’altra guerra mondiale, tutti tiratori infallibili per la loro lunga esperienza di cacciatori. Infine, i tedeschi se ne andarono, anche se gli abitanti di Castelvittorio furono tristemente consapevoli che quelli avrebbero fatto ritorno, come in effetti accadde nel mese di ottobre dello stesso anno.                  
    Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999 

    Vittò [n.d.r.: anche Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo] assunse il comando della V Brigata.
    “Il raduno a Cima Marta del mese di luglio [1944] aveva maturato molte situazioni. Vittò aveva potuto vagliare i suoi uomini e capì che era giunto il momento di una organizzazione efficace dettata dalla esperienza di tante battaglie. Si profilava indispensabile l’unità di comando e il coordinamento delle singole azioni per un risultato non solo migliore, ma veramente fruttuoso, meta di una preparazione e di una azione, che erano il risultato di un piano previsto e preparato. L’incontro di tutti i comandanti delle bande aveva portato ad un colloquio realista e sincero. Innegabilmente tutti gli uomini di Vittò riconoscevano in lui il Comandante, la guida, l’incitatore, il personaggio capace di incentrare il sogno comune e l’esecutore riconosciuto di progetti e di azioni. Si studiò la possibilità di una organizzazione con quadri precisi e con una circoscrizione territoriale ben definita, autonoma, sotto il suo comando. Tutti riconoscevano in lui il capo, l’organizzatore, la guida ed attendevano da lui ordini precisi con dichiarazione di obbedienza e di fidata collaborazione. […] Vittò in quella circostanza realizzava in pieno il suo sogno. Seppe stringere intorno a sé tutti i suoi uomini e soprattutto seppe dare fiducia a tutti i comandanti dei distaccamenti. Anche gli ufficiali di Triora, del gruppo di Zoli, che non volevano essere legati a nessuno, compresero le intenzioni serie di Vittò, che galvanizzavano tutti i suoi uomini, ed aderirono incondizionatamente al movimento partigiano”. <38
    Tornando al 3 luglio [1944], in seguito agli scontri avvenuti a Rocchetta Nervina e a Castelvittorio, i tedeschi si diressero verso Langan. Il loro intento era quello di accerchiare tutte le forze garibaldine della val Nervia e della valle Argentina. La linea difensiva partigiana era praticamente costituita dalla IV e dalla V Brigata. A quel punto Vittò chiamò a raccolta tutti i comandanti dei vari distaccamenti e comunicò loro che era in corso un grande rastrellamento da parte delle forze nemiche. Fece presente l’ingente impiego di uomini e di armi <39 da parte dei nazifascisti, fermamente intenzionati a mettere la parola fine sul movimento partigiano della zona. Nel corso della riunione, il comandante Ivano chiese a tutti di esprimere il loro parere sulle misure da adottare. Quasi tutti concordarono sulla necessità di dar vita a uno sganciamento momentaneo dalle posizioni per fare in modo che il nemico non riuscisse a mettere in atto la sua tattica. A quel punto Vittò diede disposizione di ripiegare dietro Langan [n.d.r.: nel comune di Castelvittorio (IM)], verso colle Melosa e Cima Marta. I tedeschi avanzarono per le direttrici Pigna-Langan, Loreto-Triora, Drego-Andagna e Taggia-Badalucco-Molini di Triora. Vittò comandava il reparto formato da circa 150 uomini che si trovava sulla linea difensiva di Carmo Langan e si estendeva dal valico della rotabile Pigna-Molini fino a Carmo Binelli, per una lunghezza di circa un chilometro e mezzo.
    [NOTE]
    38 Ermando Micheletto (Dal diario di “Domino nero”), La V Brigata d’assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”, Edizioni Micheletto, Arma di Taggia, 1973, pagg. 152-153.
    39 Oltre alle armi pesanti e ai mortai, furono impiegati anche i cannoni.
    Romano Lupi, Vittò. Giuseppe Vittorio Guglielmo, Quaderni sanremesi, Sanremo, 2011, pp. 141,142

    Infatti il 4 e il 5 luglio 1944 l’avanzata tedesca riprese e si concluse.
    Non avevano deciso per quel tempo un rastrellamento fino agli alti monti. Considerata la situazione, Leo [Vittorio Curlo], non conoscendo l’esatta posizione dei luoghi che portavano a Cima Marta, dove era stato stabilito il raduno, preferì ripiegare su Melosa, Belenda, Goletta, Gerbontina. Passò quindi in Valle Argentina, arrivò sino a Verdeggia e puntò deciso verso Piaggia [Frazione di Briga Alta, in provincia di Cuneo]. Aveva così potuto constatare la percorribilità delle zone. Gli giunse subito la notizia del ritiro dei tedeschi e ritornò. Con lui, tra gli altri, ricordo che c’erano Panatum, Seccatore, Ormea. don Ermando Micheletto, La V Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

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  9. Nei giorni successivi la formazione partigiana passa al comando di Stefano Carabalona

    Rocchetta Nervina (IM): uno scorcio

    Arturo Borfiga portò 12 russi al Dst. di Leo e un’altra volta un mulo con 2 mitragliatrici, di cui aveva infilato le canne nei pantaloni. Leo sgozzò l’ufficiale repubblichino che dai pressi del cimitero di Camporosso faceva sparare su Rocchetta Nervina. Quando a Vallecrosia il giorno del suo ferimento aprì la porta agli uomini dell’UPI era riuscito a mettere la mano sulla pistola del nemico, deviando il colpo partito nella colluttazione. Stefano “Leo” Carabalona era nato a Rocchetta Nervina (IM) il 10 gennaio del 1918. Dopo aver conseguito la maturità classica a Mondovì (CN), nell’imminenza della guerra fu chiamato alle armi ed inviato a Pola presso l’allora esistente scuola allievi ufficiali di complemento dei bersaglieri. Quale sottotenente dei bersaglieri partecipò alla campagna di Albania ed alla guerra in Grecia, dove venne decorato con una medaglia di bronzo al V.M. Promosso per merito straordinario tenente ed infine ferito più volte in combattimento, in seguito alle lesioni riportate nell’ultima delle ferite (schegge all’occhio sinistro) venne rimpatriato a Firenze presso l’ospedale militare. Congedato al termine della convalescenza, tornò a Rocchetta Nervina, ma nel 1941 in vista della campagna di Russia si arruolò volontario quale ufficiale di fanteria ed assegnato alla divisione celere “Legnano”. Rientrò in Italia a piedi con pochi superstiti della compagnia di cui era comandante. Nel 1943 si sottrasse alla chiamata della R.S.I.: per vendetta fu incendiata la casa di famiglia in Rocchetta Nervina, ma fortuite circostanze impedirono al fuoco di propagarsi e la casa si salvò. Sono rimaste sul pavimento di una stanza, visibili a tutt’oggi, le tracce di quelle fiamme. Massimo Carabalona, figlio di Stefano Carabalona, email del 23 dicembre 2021

    Nella Valle Nervia alcuni ufficiali cercarono rifugio e sicurezza a Rocchetta Nervina, dove il tenente Stefano Carabalona [“Leo“], residente in loco, cercava di organizzare gli sbandati e di procurare il maggior numero di armi possibili.  don Ermando Micheletto,  La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

    L’8° distaccamento giunge a Rocchetta Nervina verso il 20 giugno [1944]. È comandato da Alfredo Blengino (Spartaco) che il giorno 23 dello stesso mese, lancia un proclama alla popolazione del paese ringraziandola per la solita buona accoglienza fatta ai partigiani ed invitandola ad appoggiare, nella maggior misura possibile, l’azione di chi combatte per la libertà […] Gli uomini della formazione ammontano ad una ventina, ma, in pochi giorni, il numero degli effettivi è pressocchè raddoppiato mentre viene notevolmente migliorata l’organizzazione del distaccamento. L’armamento consiste in fucili e moschetti. L’8° distaccamento opera nella Val Roja, procurando notevoli difficoltà al traffico delle truppe nazi-fasciste. Nei giorni successivi la formazione passa al comando di Stefano Carabalona (Leo) che si trova subito impegnato in un durissimo combattimento.
    Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) – Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, p. 154

    […] il mese di luglio si aprì con un rastrellamento tedesco a largo raggio, essenzialmente rivolto verso Rocchetta Nervina (IM), Castelvittorio, Molini di Triora e Langan.
    La difesa di Rocchetta Nervina, che si protrasse dal 1° al 4 luglio 1944, ebbe luogo soprattutto ad opera dell’8° Distaccamento della IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”, che da circa una settimana era attestato nel paese. […] Per alcune ore il combattimento si protrasse con alterne vicende ed alle 12 i nazifascisti si ritirarono, accusando la perdita di un centinaio di uomini.
    La difesa del paese venne fiaccata il giorno successivo, 4 luglio 1944, ad opera di 800 uomini di truppa che, occupato il paese, lo saccheggiarono. Alla sera rimase sul selciato un ingente numero di vittime.
    Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999

    Ma il tedesco pagò ben caro il suo successo, perché non meno di 180 uomini furono messi fuori combattimento… Fra coloro che maggiomente si distinsero sono da ricordare il vecchio “Notu” che, benché fosse rimasto ferito due volte, continuò a lottare fino all’esaurimento delle sue munizioni, Longo [Antonio Rossi], Falce [G.B. Basso], Colombo, Filatri [Gennaro Luisito Filatro, nato il 24 giugno 1917 a Civita (CS), già sergente maggiore del Regio Esercito, ufficiale addetto alle operazioni di distaccamento, passò poi in Francia al seguito di Carabalona], il giovanissimo Arturo [Arturo Borfiga] ed il prode Lilli [Fulvio Vicàri], che doveva più tardi immolare la sua giovane esistenza per la causa della liberazione.
    Stefano Carabalona (Leo) in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia

    Il rastrellamento di luglio [1944] da parte dei nazifascisti non fu lungo. ll Comandante Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] aveva ordinato ed organizzato una ritirata di emergenza e dava ordini precisi ai vari comandanti dei distaccamenti di attendere i suoi ordini. Radunò lo Stato Maggiore e studiò nei minimi particolari un attacco alla caserma di Pigna (IM)
    […] Il distaccamento di Stefano Leo Carabalona [poco tempo dopo comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] dalla parte di Rocchetta Nervina (IM), con Lolli [Giuseppe Longo, poco tempo dopo vice comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato], doveva vegliare con i suoi uomini la strada Dolceacqua-Pigna.
    don Ermando Micheletto, Op. cit.

    Verso la fine d’agosto 1944, in concomitanza con l’avanzata degli eserciti alleati sbarcati in Provenza, la V^ Brigata Garibaldi,  forte ormai di oltre 950 uomini, iniziò un’azione convergente su Pigna, tenuta da un centinaio di militi repubblicani e centro delle difese nazi-fasciste della zona di montagna… In quei giorni si distinsero i distaccamenti di Gino (Gino Napolitano), di Leo (Stefano Carabalona), e di Moscone [Basilio Mosconi]. Alla fine il nemico rinunciò a difendere le sue posizioni di Pigna: evacuò il paese e si ritirò su posizioni più arretrate (Isolabona – Dolceacqua), abbandonando nella fuga precipitosa armi e munizioni che furono recuperate dai nostri e che andarono ad arricchire l’esiguo armamento di cui la brigata era provvista. Venne occupata Pigna, dove si stabilì il comando dei partigiani, si nominò un’amministrazione provvisoria e si provvide a munire la difesa della zona sia per poter riprendere gli attacchi verso la costa ed in direzione del fronte francese che si andava spostando verso est, sia per far fronte ad eventuali contrattacchi nemici.  Infatti il I° distaccamento prese posizione su Passo Muratone alla destra dello schieramento per impedire puntate provenienti da Saorge (Francia); il V° distaccamento, al comando di Leo, occupò la stessa Pigna, posta al centro dello schieramento, distaccando una squadra di venti uomini a Gola di Gouta a guardia della strada. […]  A Pigna, nel frattempo, era giunta una missionecomposta, di numerosi ufficiali “alleati”, accompagnati da un corrispondente di guerra canadese.
    La missione studiata la zona, avrebbe dovuto proseguire per la Francia passando attraverso le maglie delle linee tedesche fra Gramondo e Sospel.
    Mario Mascia, Op. cit.

    Durante il periodo di attesa a PIGNA il comandante dei Partigiani della zona noto come LEO ci parlò della possibilità di passare in FRANCIA in barca da VENTIMIGLIA e suggerì di inviare uno dei suoi uomini sulla costa per fare delle indagini… I pescatori ci portarono vogando, senza ulteriori incidenti, in 3 ore e mezza a Monte Carlo [Monaco Principato] dove sbarcammo [quindi, approssimativamente alle ore 4 del 9 ottobre 1944, data in ogni caso indicata da Brooks Richards, Secret Flotillas, Vol. II, Paperback, 2013] e ci arrendemmo alla guarnigione F.F.I. La mattina seguente guidammo fino a Nizza e facemmo rapporto al Maggiore H. GUNN delle Forze Speciali … A Nizza informammo il Colonnello BLYTHE del quartier generale della task force della settima armata americana…
    capitano G. K. Long, artista di guerra, documento britannico Mission Flap

    Ad ogni modo presi contatto con Leo, che era appunto sbarcato in Francia in quel tempo… [parole del capitano Robert Bentley, ufficiale alleato di collegamento con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] Mario Mascia, Op. cit.

    Il maresciallo Reiter fece accompagnare da due agenti in borghese la staffetta Irene [in questa versione dei fatti la persona, costretta dai nazisti a fare da esca per attirare in trappola i due partigiani] verso la casa di Vallecrosia, dove “Leo” e “Rosina” [Luciano Mannini], ignari, aspettavano il ritorno di chi li aveva traditi [in altre versioni della narrazione di questo tragico evento emerge, invece, una casuale scoperta di collegamenti clandestini da parte degli apparati nazisti di controllo]
    Leo” [responsabile, al momento cui si riferisce la presente testimonianza, dell’Ufficio Informazioni Militari della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”] restò gravemente ferito [era il giorno 8 febbraio 1945]. Ma anche i due agenti nemici versarono in fin di vita. “Leo” e “Rosina” fuggirono per vie diverse eludendo anche il successivo rastrellamento tedesco. “Leo” trovò rifugio nella clinica Moro sulla via Romana, dove venne medicato ma non ricoverato. Il partigiano Lotti, probabilmente avvisato da “Rosina”, o non so come, avvisò il nostro CLN di Bordighera che “un agente americano” era stato ferito e si trovava alla clinica Moro. Insieme a Renzo Biancheri “U Longu”, prelevammo “Leo” dalla Clinica Moro [n.d.r.: che era stata trasferita dal 2 gennaio 1944 a Villa Poggio Ponente di Vallecrosia] e lo portammo all’ospedale di Bordighera. Riuscimmo a ricoverarlo con un tragico stratagemma. Per i ricoveri con ferita i medici dovevano dichiarare se la ferita era stata causata da scheggia di bomba o da colpo d’arma da fuoco. All’ospedale “Leo” venne curato da due medici che conoscevo bene, il dr. Giribaldi e il dr. Gabetti, e assistito dalla caposala, infermiera Eva Pasini. Il dr. Gabetti mi disse che difficilmente “Leo” sarebbe sopravvissuto e che quindi conveniva ricoverarlo come “ferito da colpo d’arma da fuoco” e non rischiare la vita quando la polizia fascista avesse preso conoscenza del referto. Così fu fatto: “Leo” fu ricoverato e gli vennero prestate le prime cure. La Pasini mi prese da parte e mi disse che “Leo” si sarebbe potuto salvare; e che se non era morto fino ad allora sarebbe potuto sopravvivere e a quel piìunto avrebbe dovuto subire l’inevitabile interrogatorio dei nazifascisti. Il pericolo era grave e serio: “Leo” era a conoscenza di importanti particolari della struttura dei servizi di informazione. Io e Renzo Biancheri, “Rensu u Longu”, accompagnammo “Leo” giù per le scale dell’ospedale e sulla canna della mia bicicletta lo portai a casa di Renzo, dove lo nascondemmo in cantina.
    Avvisammo il dr. De Paolis, che si prese cura di “Leo”: lo curai con delle flebo che gli iniettavo nelle cosce perché non ero capace di infilare l’ago nel braccio.
    All’interno del CLN il fatto suscitò scalpore e innestò una approfondita discussione, che evidenziò la urgente necessità di cautelarsi con le forze alleate della vicina Francia per una maggior collaborazione e soprattutto coordinamento. Curammo “Leo” come era possibile, ma le sue condizioni permanevano critiche. Con il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia predisponemmo una barca per il trasporto in Francia. Il Gruppo Sbarchi era stato creato dal nostro CLN, che mi incaricò ufficialmente, con tanto di credenziali dell’Alto Comando, di rappresentare la Resistenza Italiana presso il comando alleato e di coordinare le loro azioni alle nostre esigenze. Alla sera convenuta imbarcammo “Leo” e Luciano “Rosina” Mannini; con Renzo “U Longu” [Biancheri] iniziammo a remare verso la costa francese. Il dr. De Paolis, viste le condizioni ormai gravi di “Leo”, mi aveva incaricato di iniettargli una fiala di adrenalina: con questa adrenalina in corpo “Leo” affrontò il viaggio. Giungemmo nel porto di Monaco, dove fummo subito presi in consegna dalle sentinelle algerine e portati all’Hotel de Paris, sede del comando francese. Riuscimmo a far ricoverare “Leo” a Nizza, ma per il resto insistetti non poco per contattare il comando inglese o quello americano, che erano gli autori della missione in Italia di “Leo”. Renzo ”Stienca” Rossi in Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)> di Giuseppe Mac Fiorucci]    

    26 febbraio 1945 – Dal C.L.N. di Bordighera, prot. n° 2 al comandante Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] – Informava che il Comitato era entrato in contatto con il garibaldino Leo [Stefano Carabalona, già comandante di distaccamento partigiano e protagonista di eroici episodi, quali il suo contributo alla valorosa, ancorché vana difesa di Rocchetta Nervina (IM) e di Pigna (IM); artefice del ritorno da Ventimiglia (IM) via mare, con l’intervento finale di Giulio “Corsaro/Caronte” Pedretti e di Pasquale Pirata Corradi (detto anche Pascalin), ma con l’aiuto di molte altre persone, alle loro fila di alcuni ufficiali della missione alleata Flap; responsabile, al momento cui si riferisce la presente testimonianza, della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] del Secret Service [OSS statunitense] inviato a Vallecrosia dagli americani per avere notizie sulla 28^ linea; che Leo era poi stato ferito da agenti dell’U.P.I. [Ufficio Politico Investigativo della Repubblica di Salò] in seguito a una delazione del suo radiotelegrafista; che Leo era riuscito a fuggire dall’ospedale di Bordighera; che era stato prelevato da uomini del C.L.N. e ricoverato in luogo segreto in attesa di essere trasferito in Francia; che Leo aveva riferito di essere passato il 10 dicembre 1944 in Francia, che Leo aveva scritto una lettera, allegata al documento in parola, per il comandante Curto, lettera in cui Leo aveva scritto: “Era mia intenzione di recarmi presso di te per poterti dire qualche cosa che interessava sia te personalmente, sia il complesso di tutta la Divisione [II^ Divisione “Felice Cascione”]. Io sono partito per la Francia il 10 dicembre; giunto colà presi contatto con il Comando Americano di Nizza con il quale già ero in relazione da circa due mesi; presi pure contatto con il capitano inglese Bentley, il quale volle sapere da me vita e miracoli di tutti i capi: io dissi il più poco possibile e per quello che riguardava il colore politico andai coi piedi di piombo. In quei giorni prese contatto con il Comando Inglese il dott. Kanheman il quale si sbottonò facendo 53 profili per iscritto di tutti i capi dell’allora Divisione “F. Cascione”. Appena io sentii le sue bellicose intenzioni, da buon garibaldino, lo incontrai  e misi in luce a lui e a quanti erano con lui (gli altri erano bravi figlioli e furono subito d’accordo con me) quanto di poco simpatico stessero facendo. D’allora stetti più in guardia. In ogni modo so con precisione che di parecchi capi ha dato giudizi un po’ avventati di Simon [Carlo Farini, Ispettore Generale al Comando Operativo della I^ Zona Liguria], Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante della II^ Divisione], Orsini [Agostino Bramè, commissario della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione] ed altri. Insomma ho creduto bene che tu sappia che questo signore si è presentato agli inglesi come l’anima e il cervello della Divisione, critico di tutto e di tutti, tu stesso non escluso. Io e Lolly [Giuseppe Longo, vice comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] in compenso abbiamo scritto parecchio sulla 2a Divisione Garibaldina e sul suo comandante e sono convinto che chiunque leggerà quelle modeste righe di modesti eroismi non potrà che meravigliarsi. I francesi parlano sovente di occupare fino a S.Remo, e siccome hanno sul fronte qualche battaglione potrebbero anche farlo; ad evitare ciò basterebbe l’occupazione fatta Mezz’ora prima dai garibaldini. Noi avevamo a che fare con gli americani che comandano questo fronte. Per conto mio, sono molto migliori degli inglesi, con noi poi vanno molto d’accordo. Giorni fa è arrivato in Francia il fratello di Kanheman (il fratello maggiore è andato a Roma) il quale dev’essere andato in Francia per dire agli inglesi che qui il patriottismo è divenuto banditismo, ecc… Ti prego di dire a Vittò che mi tenga sempre presente come suo garibaldino perché tutto il lavoro che faccio, l’ho fatto e lo continuerò a fare come Garibaldino della 2a Divisione Garibaldi. Io tornerò in Francia fra una decina di giorni anche perché la mia ferita me lo impone (non sono riusciti a prendermi, però mi hanno ferito allo stomaco) e se sia tu o Simon o qualche altro vuol darmi qualche incarico sarò ben lieto di rendermi utile       Ti saluto caramente     tuo  Leo” . 10 marzo 1945 – Dal CLN di Sanremo, prot. n° 410, al CLN di Bordighera – Invitava ad “intrattenere maggiori rapporti tra i due Comitati, mediante staffette che portino notizie riguardanti movimenti di truppa e segnalino eventuali bombardamenti”. Segnalava che il Comando Operativo della I^ Zona Liguria desiderava inviare alcuni documenti in Francia tramite “Leo” [Stefano Carabalona, che, ferito, dal 5 marzo era già stato portato in salvo in Costa Azzurra] e di conseguenza chiedeva la data in cui fosse stato disponibile “Leo”. Comunicava che 6 uomini dovevano varcare il confine. 12 marzo 1945 – Dal CLN di Sanremo, prot. n° 424, a “Capitano Roberta” [Robert Bentley, capitano del SOE britannico, ufficiale di collegamento alleato con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] – Comunicava che… quel giorno stesso il CLN di Bordighera aveva avvertito che “Leo” e “Rosina” [Luciano Mannini], accompagnati da altri due partigiani [Renzo Biancheri e Renzo Rossi], erano, nella notte tra il 5 ed il 6 marzo partiti per la Francia; che “Leo” era sempre ferito; che il suo passaggio in Francia era stato affrettato. Da documenti IsrecIm in Rocco Fava,Op. cit.

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  11. Il cielo di agosto: dalle Perseidi a un triangolo… celeste

    https://edu.inaf.it/rubriche/il-cielo-del-mese/agosto-perseidi-triangolo-celeste/

    Il cielo di agosto: la Luna disegna un triangolo con Venere e Giove, l’atteso sciame delle Perseidi, la ISS e la Tiangong sui cieli italiani!

    #costellazioni #ilCieloDelMese #luglio #pianeti

  12. Il cielo di agosto: dalle Perseidi a un triangolo… celeste

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  13. Il cielo di agosto: dalle Perseidi a un triangolo… celeste

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  15. Il cielo di agosto: dalle Perseidi a un triangolo… celeste

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  16. Problemi interni alle bande partigiane poco prima della liberazione di Alba

    Di fronte a un forte sviluppo del movimento, gli organi centrali e i comandi partigiani devono affrontare problemi nuovi di gestione. L’afflusso di centinaia di giovani sulle colline langarole e tra le valli alpine mette in moto processi che cambiano la configurazione interna delle bande. Oltre ai naturali sospetti nei confronti di chiunque salga in montagna, i comandanti devono affrontare un numero crescente di ragazzi che non hanno fatto la leva e che mancano in alcuni casi di disciplina. Già a partire da luglio [1944], Comitato di Torino e comandi periferici diffondono una serie di direttive per il mantenimento dell’ordine interno delle formazioni e per il rispetto della popolazione civile. Il 24 luglio, il Comando del 1° settore cuneese e delle Langhe emana un “Bando sulla disciplina”, seguito il giorno seguente da un decreto del CLNRP relativo alle norme sulla “costituzione e funzionamento dei CLN periferici”. <299 Per far fronte agli episodi di violenza e di rapina che coinvolgono alcuni elementi del movimento, vengono inoltre costituite Commissioni di giustizia. <300
    La formazione di unità sempre più grandi e strutturate richiede la creazione di un organismo che assuma la guida strategica della guerra di liberazione in tutto il nord Italia. A Milano, nel giugno, viene creato a questo scopo il Comando Generale del Corpo volontari della Libertà, che in agosto pone alle proprie dipendenze il neocostituito Comando militare regionale per il Piemonte. <301
    Nel “periodo d’oro” della Resistenza tutte le bande si omologano dal punto di vista della strategia e della tattica militare. Le bande hanno un consistente numero di uomini che hanno sperimentato la guerriglia e che possono istruire le reclute e le nuove leve che si danno alla macchia dopo febbraio e maggio ’44. Le condizioni ambientali e climatiche favoriscono inoltre più le azioni di guerriglia partigiana che quelle nazifasciste. Gli attacchi continui e rapidi creano una situazione di generale insicurezza nel territorio occupato, permettendo così il graduale avanzamento partigiano dapprima nelle aree circostanti i paesi dell’alta e della bassa Langa e poi verso la fine dell’estate nelle città. Complice la prospettiva di un’imminente fine della guerra, le brigate si sono spinte nell’occupazione di vaste aree di territorio, vere e proprie zone libere. È questo l’aspetto che caratterizza principalmente la VI zona Monregalese-Langhe e Monferrato tra l’estate e l’autunno del ’44. Nel corso dell’estate si verificano ugualmente rastrellamenti che provocano diversi problemi organizzativi alle brigate. Queste però, mantenendo il loro volume di uomini e anche grazie ai rifornimenti alleati, alle sovvenzioni che riceve il CLNAI e all’invio di ufficiali inglesi in Piemonte, <302 riescono a colpire colonne tedesche, presidi delle città e stabilimenti industriali, da dove prelevano combustibili e automezzi. <303
    Alba e tramonto delle zone libere
    La fase di espansione del movimento partigiano trova il suo punto più alto nella liberazione di ampie fette di territorio nel basso Piemonte e nella creazione di repubbliche partigiane, in particolare nel Monferrato. <304 I principali problemi che le brigate devono affrontare nella gestione delle zone libere riguardano il controllo interno e la difesa esterna. Se per quest’ultima vengono aumentati i presidi e i pattugliamenti lungo le vallate, per l’interno vengono presi provvedimenti e date disposizioni dai comandi centrali affinché vengano individuati elementi nocivi al movimento, soprattutto tra la popolazione. A queste problematiche si sommano quelle relative alle giurisdizioni territoriali delle diverse formazioni. In più occasioni, nel periodo estivo-autunnale, si verificano episodi di sconfinamento da parte di alcune bande in territori neutri o di altre formazioni, dove vengono eseguite requisizioni irregolari o senza permesso, come si evince dalle numerose denunce fatte da civili o da comandi partigiani. Il Comando della 48ª brigata Garibaldi ad esempio, arresta due partigiani identificati come appartenenti alla Brigata “Bra” comandata da Della Rocca, perché «compievano atti di prepotenza e di violenza allo scopo di indurre i proprietari delle bestie a consegnare denaro che intascavano indebitamente». <305
    Per tutto il mese di ottobre abbiamo una situazione molto preoccupante sul piano del controllo sugli uomini e su quello dei rapporti con la popolazione. Il comando della 48ª riceve infatti dai paesi di Monforte e Dogliani diverse denunce di «perquisizioni domiciliari da parte di elementi garibaldini, i quali, per il loro modo di agire […] provocano lamentele da parte degli interessati». <306 Gli abusi di potere nei confronti della popolazione di cui si macchiano alcuni partigiani proseguono anche nel periodo invernale e fino agli inizi di aprile, producendo anche casi come quello che coinvolge il tenente Speranza del 1° GDA. <307 Questo fenomeno assume proporzioni consistenti e sfocia in alcuni casi anche nel «brigantaggio», come denuncia lo stesso “Mauri”. <308
    La regolamentazione delle requisizioni ai civili giunge ai comandi partigiani dal Comitato militare di Torino già dal marzo del ’44. Questa predispone criteri molto arbitrari nella gestione dei prelevamenti forzosi ai civili. Solo in un secondo momento, superata la fase riorganizzativa e, soprattutto in seguito alla situazione di generale rilassamento normativo in materia disciplinare, che si era andata creando nel periodo estivo, i comandi divisionali possono adottare criteri più precisi e regole più ferree nei confronti dei trasgressori. In un documento garibaldino del settembre viene infatti specificato che «nessuno potrà d’ora in avanti fare requisizioni o perquisizioni nelle proprietà, senza autorizzazione scritta del comando di brigata». <309 Ma il controllo di un territorio, che si fa via via più esteso, e di gruppi partigiani sempre più numerosi e dislocati in ogni dove, nelle valli e sulle colline, non permette il completo rispetto delle regole. Già nell’agosto infatti, si moltiplicano denunce ed episodi di requisizioni illecite o irregolari, <310 mentre da settembre-ottobre il fenomeno assume dimensioni sempre maggiori: <311 la 48ª Garibaldi ad esempio, denuncia una serie di requisizioni «forzate» compiute nella zona di Alba, periodo nel quale la città viene occupata dalle forze partigiane, <312 mentre i comandi provvedono a dare disposizioni per i rifornimenti e per la tutela della popolazione “data la scarsità dei grassi sarà bene disporre che solo l’intendenza generale potrà fare i prelievi, si eviterà che contingenti partigiani vicini al luogo della produzione vengano forniti in esuberanza mentre altri più distanti rimangano addirittura senza” <313
    Sul piano dell’organizzazione politica interna, nel giugno ’44, il CG dà istruzioni affinché vengano costituite Giunte popolari comunali, previ accordi con i Comitati locali del CLN e con gli altri organi popolari. Le Giunte hanno i compiti di provvedere alle requisizioni, di fissare un regime di prezzi, di organizzare lavori utili per la comunità, prelevando dai «beni mobili ed immobili dei traditori della patria e provvederanno alla loro immediata utilizzazione». <314 Particolare attenzione è dedicata ai danni prodotti dalla «guerra partigiana e [d]alle rappresaglie tedesche» agli abitanti delle comunità. Vengono infatti presi provvedimenti per risarcire contadini e comunità dei danni provocati dalla guerra, azione intrapresa ai suoi esordi dallo stesso CLNRP, <315 e che viene ripresa, su decreto del CLN del luglio ’44, dalla 16ª brigata Garibaldi, la quale dispone l’accertamento dei danni provocati dai rastrellamenti tedeschi alla popolazione civile, sottolineando il delicato compito che dovrà svolgere la persona incaricata. Nel documento infatti si legge: “Egli dovrà essere un buon conoscitore del luogo e dei contadini, dovrà fare un esame scrupoloso dei danni, dando precedenza a quelle famiglie che rischiarono nella maniera più tangibile vita e averi per i patrioti, […] dovrà discriminare il reale grado di bisogno di ciascuno tenendo calcolo delle loro possibilità finanziarie di ripresa” <316
    Nelle Langhe la costituzione di giunte popolari comunali nelle zone controllate dalla VI divisione “Langhe” viene avviata alla fine di agosto, <317 coinvolgendo diversi comuni lungo il Tanaro, come quello di Monchiero, <318 di Somano, Farigliano, Piozzo, <319 Monforte, <320 Castiglione Falletto. <321 Sebbene la liberazione di questi territori abbia notevole importanza politica ed economica per il movimento, è pur vero che non rappresentano un vero e proprio successo dal punto di vista militare. Benché infatti le azioni di guerriglia abbiano costretto il nemico a ritirarsi nelle città e a fuggire dalle zone periferiche e di campagna, alle formazioni è necessaria un’ulteriore prova della propria efficienza militare, per esempio attraverso la liberazione di un grosso centro cittadino. Inoltre, un’operazione di questo tipo lancerebbe un segnale non solo al nemico ma, cosa ancor più importante, sosterrebbe il morale di tutto il movimento partigiano del nord Italia. È in quest’ottica che bisogna leggere la decisione dei comandi autonomi di liberare Alba, «capitale delle Langhe».
    [NOTE]
    299 M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., pp. 127-9
    300 La costituzione avviene il 16 agosto 1944, F. Catalano, Storia del C.L.N.A.I., cit., p. 237
    301 In AISRP, B AUT/mb 4 d
    302 T. Piffer, Gli Alleati e la Resistenza, cit., pp. 84-85, 93
    303 Si vedano “Relazione sull’attività svolta dalla Divisione Langhe nel periodo 1° luglio – 15 luglio 1944”, “Mauri” al CLNRP, 16.8.44 in AISRP, B 45 b, 33 e “Bollettino partigiano della VI divisione”, Comando di Divisione, 15.9.44 in AISRP, B FG 9/3
    304 Sulle repubbliche partigiane nel basso Piemonte, si vedano: A. Bravo, La repubblica partigiana dell’Alto Monferrato, Giappichelli, Torino, 1964; D. Carminati Marengo, “Gli esperimenti politico-amministrativi dell’estate ’44 nella zona libera delle Langhe” in Il movimento di liberazione in Italia, fasc. 1, n. 86, gen.-mar. 1967; R. Luraghi, “Le amministrazioni comunali libere nelle Langhe” in Il movimento di liberazione in Italia, Luglio-settembre ’59, p. 9; R. Omodeo, “Esperienze di autonomi e garibaldini nelle amministrazioni civili delle Langhe” in R. Amedeo (a cura di), Resistenza monregalese: 1943-1945. Val Casotto – Valli Tanaro, Mongia, Cevetta, Langhe – Valli Ellero, Pesio, Corsaglia, Maudagna, Josina, Centro studi partigiani autonomi, Torino, 1986
    305 Il comando della VI divisione informa il magg. “Mauri”, superiore di Della Rocca dell’episodio, specificando che «Quando non conseguivano questo intento inducevano i venditori a maggiorare il peso della bestia spillando poi agli stessi la differenza in contanti, quotando le bestie a L. 100 il mg. Una volta informato, “Comunicazione del Comando 48ª brigata Garibaldi”, f.to Montanaro, La Morra, 11.10.44, in AISRP, B AUT/mb 2 b. Della Rocca, informato del fatto, provvede all’arresto dei due partigiani. Si veda anche “Comunicazione del comando VI divisione Langhe – 48ª brigata Garibaldi al maggiore Mauri”, 12.10.44, in AISRP, B AUT/mb 2 b
    306 48ª brigata Garibaldi, in AISRP, B FG 9/3
    307 Il ten. Speranza, accompagnato da alcuni dei suoi uomini, opera una perquisizione in una casa di Perletto ritenuta abitata da una famiglia fascista. Quando i partigiani dello Speranza si accorgono dell’errore e lo comunicano al tenente, questi risponde che oramai era troppo tardi per tornare indietro, “Processo verbale di interrogatorio dei partigiani Hans e Mery del distaccamento di Bergolo”, EILN – Comando Polizia Partigiana 1° GDA, 19.4.45, in AISRP, B AUT/mb 2 b
    308 «[il fenomeno] sta assumendo forme e proporzioni preoccupanti. […] In questi soli 15 giorni sono stati proditoriamente assassinati nel disimpegno delle loro funzioni 2 carabinieri ed un altro patriota, addetti al servizio di polizia», “Relazione sull’attività svolta nel periodo dal 1° al 15 gennaio 1945”, EILN – Comando 1° GDA al CLNRP, “Mauri”, 18.1.45, in AISRP, MAT/ac 14 e. In una zona per certi versi simile alle Langhe, nella fascia appenninica tra la Toscana e l’Emilia, vediamo sorgere problematiche della stessa natura. Come scrive Massimo Storchi, parlando del contesto nel quale operava “Azor”, vicecomandante della 76ª brigata: «nei confronti dei possidenti agrari […] era necessario attivare un rapporto di fiducia che li mettesse al riparo da periodiche elargizioni, se non addirittura da prelevamenti illegali operati da singoli o gruppi che agivano autonomamente», in M. Storchi, Sangue al bosco del Lupo. Partigiani che uccidono partigiani. La storia di “Azor”, Aliberti Editore, Reggio Emilia, 2005, pp. 42-3
    309 “Ai distaccamenti dipendenti”, Comando 48ª brigata Garibaldi, f.to Delegato civile “Retto”, Comm. Pol. “Beccaro”, 20.9.44, in AISRP, C 14 a
    310 “Requisizione autoveicoli”, Comando 16ª brigata Garibaldi ai comandi dei distaccamenti, Capo di Stato Maggiore “Trentin”, 12.8.44, in AISRP, C 14 a
    311 “Signor Sebaste Osca[r] di Gallo fabbricante di torroni: requisizione miele nocciole e torrone”, Commissario intendente ai Comandi della VI divisione Langhe e della 48ª brigata Garibaldi, 7.10.44, in AISRP, B FG 9/3, 64; “Al comando della 48ª brigata Garibaldi”, f.to “Nunu”, La Morra, 9.10.44; e altri documenti in AISRP, B AUT/mb 2 b
    312 Vari documenti su requisizioni forzate presenti in AISRP, B FC 9/3
    313 “Ai distaccamenti dipendenti”, Comm. Pol. “Beccaro”, 20.9.44, in AISRP, C 14 a
    314 G. Rochat (a cura di), Atti del Comando Generale, cit., doc. 3, p. 48
    315 Disposizione “per il risarcimento dei danni cagionati dal nemico alle popolazioni e in ispecie ai patrioti…” citato in R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, cit., p. 208
    316 “Pagamento danni causati ai contadini dai rastrellamenti”, Comando 16ª brigata d’assalto Garibaldi “Generale Perotti” al distaccamento “Islafran”, 4.7.44 in AISRP, C 14 a
    317 “Costituzione delle giunte popolari comunali”, Comando VI Divisione Garibaldi a tutti i commissari politici e delegati civili, 19.8.44, in AISRP, C 14 d; si veda circolare simile del 10.9.44, Ivi
    318 “Relazione”, Il presidente del comitato comunale alla VI divisione Langhe, Monchiero, 8.9.44 in AISRP, B FG 9/3
    319 Si vedano documenti presenti in AISRP, B FG 3/1
    320 Ibidem
    321 Ibidem
    Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

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  17. L’importanza dell’accordo di marzo si sarebbe mostrata appieno durante il dibattito interalleato

    La restituzione al governo italiano delle prime province liberate nel febbraio del 1944 acutizzava la consapevolezza nell’amministrazione centrale di dover intervenire sui rami periferici interessati dal radicale cambiamento comportato dalla nuova situazione istituzionale. Informato della riluttanza mostrata dalle amministrazioni locali site nelle province restituite all’autorità italiana nell’assumere l’effettiva direzione di uffici e servizi ora di loro competenza, lasciandone di conseguenza il controllo ancora agli organi alleati, Badoglio incoraggiava queste, qualora non lo avessero ancora fatto, a recarsi presso gli uffici alleati e reclamare «l’urgente ed effettivo trapasso dei poteri stessi». I funzionari italiani dovevano energicamente salvaguardare gli interessi nazionali e categoricamente evitare di abbandonarsi nei confronti delle autorità alleate ad atteggiamenti servili, tenendo presente che una tale attitudine sarebbe valsa soltanto a compromettere il prestigio delle istituzioni e a dare luogo ad apprezzamenti poco lusinghieri da parte degli Alleati stessi <484. Alla data del passaggio di consegne, gli organi di governo dell’AMG si trasformavano, sia de jure che de facto, in organi dell’ACC [Commissione di Controllo Alleata sull’Italia]. Da questo derivava che tutti gli uffici e i funzionari italiani, ancorché istituiti e nominati dalle autorità alleate, dipendevano esclusivamente dalle autorità italiane e che, poiché l’ACC esercitava le sue funzioni presso il governo italiano, «gli interventi degli Alleati si svolgono di regola pel tramite delle autorità centrali». Ancora nell’estate del ’44, dopo il cambio al governo, si ribadiva l’esortazione a prendere contatto con le locali autorità alleate e pretendere il pieno passaggio dei poteri, un passo da compiere «con cortese fermezza, senza malintesi timori» <485.
    Con Bonomi al comando, dunque, il quadro non mutava. In preparazione di una eventuale revisione della situazione italiana, avvertita sempre più vicina e inevitabile con il passare dei mesi, il governo doveva farsi trovare pronto a fungere da interlocutore propositivo nelle possibili trattative con gli Alleati e preparare una lista delle maggiori problematiche emerse durante l’anno di convivenza da presentare affinché potessero servire da base per le discussioni con l’ACC, sulla base di quanto già tentato a suo tempo da Badoglio nel marzo precedente. A tal proposito, Bonomi chiedeva a ciascuno dei suoi ministri la redazione di un rapporto che fornisse una conoscenza esatta dei vari aspetti e dello stato attuale delle tematiche da affrontare, accompagnate da una serie di controproposte da presentare, ricordando che i rapporti tra l’Italia e gli Alleati si fondavano sì sulle condizioni d’armistizio – «le quali tuttavia hanno avuto in molti casi una interpretazione estensiva, oppure sono state modificate o aggravate da accordi particolari intervenuti successivamente» – ma che, indipendentemente da qualsiasi accordo, «le autorità alleate esercitano di fatto in vari casi ingerenze che ostacolano gravemente il normale funzionamento degli organi e delle autorità italiane». La relazione richiesta ai dicasteri doveva essere compilata sulla base di un questionario composto di sei domande: quali erano le ingerenze alleate nel ministero? Tra queste quali le più gravi? Vi erano impegni aggiuntivi stipulati successivamente all’armistizio? Quali erano le pretese alleate che nascevano al di fuori da impegni armistiziali precisi? La raccolta di informazioni, spiegava Bonomi in conclusione, era concepita in funzione di una revisione dell’attuale situazione armistiziale e «di un possibile allentamento degli odierni pesantissimi controlli e delle non meno ingombranti ingerenze alleate in tutti gli aspetti della vita della nazione» <486.
    Da quanto delineato nelle pagine precedenti emerge un quadro ben preciso dei motivi di frizione che si generavano tra occupati e occupanti nella gestione dell’ambiguo status governativo che regnava in Italia sin dal settembre del ’43. Un consistente aiuto è fornito allo studioso dalla catena di documenti prodotta in ossequio a quanto stabilito in marzo, quando Badoglio si era accordato con MacFarlane affinché si tenesse una riunione congiunta dell’ACC con il governo italiano. Dietro stimolo della Presidenza del Consiglio, ogni ministero aveva presentato un elenco di rimostranze riguardanti il proprio ambito legislativo e il 13 aprile 1944 Badoglio poteva inviare una lista dettagliata degli argomenti da trattare nel futuro incontro misto. Contenuta in una ventina di pagine, la lista spaziava dai rapporti con le autorità alleate alle comunicazioni, dalla protezione del patrimonio artistico e boschivo sino alla pubblica amministrazione e alla pesca. Si lamentava l’insorgere di casi di incomprensione e la malcelata sfiducia da parte delle autorità alleate «il cui controllo, estendendosi spesso sino ai più minuti particolari, oltre a risultare troppo macchinoso, finisce con l’assumere la veste di una vera e propria ingerenza in tutta quanta l’attività amministrativa». Si notava, in altri termini, la tendenza degli organi periferici alleati a prolungare l’esercizio dei poteri già demandati all’AMG nei territori occupati anche dopo la restituzione di tali territori all’amministrazione italiana e di estendere tali poteri anche alle province che erano sempre rimaste soggette alla piena sovranità del governo italiano <487.
    Tra le tematiche considerate di maggiore urgenza figurava la richiesta di consultazione delle autorità italiane prima della nomina di funzionari di alto grado. La questione dell’approvazione delle nomine effettuate dagli italiani e sospese in attesa di conferma da parte degli Alleati era infatti una delle più scottanti dell’intera vicenda amministrativa dell’occupazione, intrecciandosi al profondo disaccordo che vi era tra le diverse interpretazioni delle prerogative del controllo alleato. Nel marzo 1944, uno scambio epistolare tra Badoglio e MacFarlane assicurava agli Alleati l’istituzione della pratica di non nominare ufficiali governativi senza previa approvazione della Commissione. L’accordo era però di natura consuetudinaria e non legislativa, non rientrando negli obblighi previsti dai termini armistiziali ed era figlio della volontà di Algeri di mantenere il potere di veto nell’eventualità di qualche nomina sgradita. Il 10 marzo, facendo riferimento alla contestata nomina di Piacentini al Ministero dell’Aeronautica, MacFarlane pregava il governo italiano di consultare l’ACC «before making any senior appointments in their own departments either at the seat of the Italian Government or in those provinces under Italian jurisdiction» <488. Badoglio, ispirandosi alla piena collaborazione con le autorità alleate che a sua detta aveva caratterizzato il suo intero mandato, prometteva l’emanazione di ordini precisi «to the effect that no government appointment be made without previous agreement with the Commission» <489.
    L’importanza dell’accordo di marzo si sarebbe mostrata appieno durante il dibattito interalleato sul percorso da seguire durante la crisi governativa del luglio 1944, quando, arrivati a Roma, gli Alleati si erano visti imporre un cambio al governo che, almeno sul versante britannico, era considerato fortemente contrario allo spirito dell’occupazione. In occasione della sedicesima seduta dell’ACI, nella quale si era discusso delle nomine governative e dell’intervento alleato in merito, gli americani, supportati dai francesi, avevano sostenuto che la trattazione di tali questioni si collocasse al di fuori delle competenze del Consiglio, mentre gli inglesi, proprio richiamando l’intesa raggiunta tra MacFarlane e Badoglio e invocando le clausole del regime armistiziale, insistevano sulla legittimità del proprio intervento <490. Nelle settimane seguenti, anche in campo italiano si tentava di ritoccare la questione delle nomine, quando Visconti Venosta portava la vicenda all’attenzione del nuovo capo del governo. Il sottosegretario agli esteri riportava che, in un colloquio avuto con un ufficiale alleato, un tale Professor Forti aveva sostenuto che lo scambio di lettere e l’impegno che sottintendevano si riferissero esclusivamente alle province restituite in data 11 febbraio e che un nuovo accordo sarebbe stato necessario nel caso gli Alleati avessero voluto mantenere simili diritti nei territori trasferiti in fasi successive. Il colonnello Thackrah, da parte sua, aveva ribadito che quello del marzo precedente andava considerato come un gentlemen’s agreement di carattere generale che non necessitava di conferme in occasione delle successive restituzioni <491. Visconti sposava la linea di Forti, ma Fenoaltea, segretario alla Presidenza del Consiglio, nella risposta del 4 settembre, per quanto convinto che un riesame della questione fosse ormai opportuno, non era del tutto convinto della fondatezza della tesi esposta dal Forti in merito all’impostazione giuridica della questione. Secondo Fenoaltea, lo scambio di lettere non nasceva in connessione con la vicenda delle province restituite, ma aveva piuttosto una validità generica che investiva il problema delle nomine nella sua interezza. Se dal punto di vista giuridico la questione sembrava dunque chiusa in favore degli Alleati, su un versante più prettamente politico questa poteva servire ad incentivare una rielaborazione dei rapporti esistenti in Italia. Diversi accadimenti avevano mutato profondamente lo scenario politico e militare italiano dal lontano 10 marzo, una lontananza «tale da giustificare una radicale revisione dell’estensione e della portata del controllo alleato». La necessità di un controllo politico sulle nomine dei funzionari, giustificabile in marzo, «oggi evidentemente più non sussiste». In fondo, continuava Fenoaltea, «il controllo non ha ragione d’essere là dove, all’infuori di ogni loro diretto interesse, gli Alleati credano di dover tutelare ragioni ed interessi prettamente italiani di fronte al governo democratico italiano», aggiungendo che «se è giustificabile la vigilanza non è giustificabile la tutela» <492. Il controllo delle nomine, insomma, era interpretato dal governo italiano come manifestazione caratteristica di una pratica soffocante del controllo che non aveva più motivo di essere.
    [NOTE]
    484 Cfr. la circolare n. 713 di Badoglio ai ministri dell’11 marzo 1944, Assunzione di poteri da parte delle autorità italiane delle provincie restituite dal governo alleato, in ACS, PCM, AG, b. 1.1.26 – 10991. Lo stimolo giungeva al Premier da un appunto del Capo di Gabinetto, preparato il 4 marzo e approvato dal Consiglio dei Ministri il 9 marzo, nel quale si faceva presente che, nonostante il trasferimento fosse già avvenuto, in molti casi erano ancora gli Alleati a gestire l’amministrazione delle regioni meridionali, così come notato da un rapporto dello stesso Ufficio di Collegamento tra l’ACC e il governo italiano. Si riteneva pertanto necessario un invito ai funzionari operativi a livello locale a reclamare l’assunzione delle funzioni che spettavano loro. Con la stessa circolare, Badoglio invitava contestualmente a comunicare gli argomenti da trattare in una riunione mista della ACC e del governo (cfr. una circolare analoga di Bonomi del 22 settembre 1944 in nota 486).
    485 Si veda la circolare di Bonomi per i ministeri del 17 agosto 1944, Assunzione dei poteri da parte delle autorità italiane nelle provincie restituite dall’autorità alleata, in ACS, PCM, AG, b. 1.1.26 – 10991. Si ricordava inoltre che da quel momento cessavano di essere in vigore i provvedimenti di contenuto normativo emanati dagli Alleati, direttamente o per delega, ma che questi andavano considerati validi per il periodo della loro applicazione (come viene stabilito dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 161 del 20 luglio 1944, Provvedimenti sul regime giuridico dei territori restituiti all’Amministrazione italiana).
    486 Cit. la circolare Bonomi a tutti i ministeri del 22 settembre 1944, in MAE, Archivio di Gabinetto, 1944-1958 (d’ora in avanti ADG), b. 85bis.
    487 Cfr. Badoglio a MacFarlane, Riassunto delle questioni sollevate dai vari dicasteri e da discutersi nella riunione da indire con la Commissione Alleata di Controllo, foglio n. 1941, del 13 aprile 1944, in ACS, PCM, Brindisi-Salerno, cat. 2.
    488 Cit. MacFarlane a Badoglio del 10 marzo 1944, ACC, b. 1055.
    489 Cit. il telegramma di Badoglio a MacFarlane del 13 marzo 1944 con il quale si concludeva lo scambio epistolare che regolerà la questione delle nomine italiane da sottoporre alla previa approvazione dell’ACC, FO 371/43916.
    490 I contenuti della seduta erano riportati il 15 luglio 1944 da Charles a Londra in FO 371/43829.
    491 Cfr. il rapporto di Visconti Venosta a Fenoaltea sulla conversazione avuta con il col. Thackrah il 25 luglio 1944, MAE, SG, vol. VI.
    492 Cit. Fenoaltea a Visconti Venosta, 4 settembre, 1944, MAE, SG, vol. VI.

    Marco Maria Aterrano, “The Garden Path”. Il dibattito interalleato e l’evoluzione della politica anglo-americana per l’Italia dalla strategia militare al controllo istituzionale, 1939-1945, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2012-2013

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  18. Mubi: Le Novità di Luglio 2025

    Come combattere la canicola estiva se non con una scorpacciata di ottimi film d’autore (chiusi nella comfort zone dell’aria condizionata, per chi ne dispone)? Anche quest’estate Mubi si conferma la nostra piattaforma streaming preferita: qualcuno penserà che sono pagato per dirlo (magari!), purtroppo o per fortuna invece è proprio un consiglio spassionato, per cui, se ancora non sapete di cosa sto parlando, in fondo all’articolo trovate un link con un bel regalo per voi, fatene tesoro (cioè un mese gratuito di Mubi!). Non perdiamo altro tempo però, vediamo subito cosa c’è da vedere a luglio.

    Prodotto da Luca Guadagnino, Diciannove è il folgorante esordio di Giovanni Tortorici. Leonardo, originario di Palermo, si trasferisce a Londra per studiare economia, ma presto si rende conto che il suo vero desiderio è altrove. A Siena, immerso nello studio della letteratura, entra in conflitto con i suoi insegnanti e si rifugia nel proprio mondo interiore. Un ritratto sincero e malinconico dell’inquietudine giovanile, reso vivido dall’interpretazione di Manfredi Marini. Tra aspirazioni frustrate e il bisogno di trovare un posto nel mondo, un film delicato e universale.

    Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, Love è il secondo capitolo della trilogia firmata dal regista norvegese Dag Johan Haugerud, dopo Sex e prima di Dreams (vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino 2025). Il film segue l’incontro casuale tra Marianne, una dottoressa, e Tor, un infermiere in cerca di avventure senza legami. Entrambi abituati a evitare le relazioni, i due si confrontano con la possibilità di un’intimità improvvisa e non convenzionale. Con la consueta sensibilità, Haugerud esplora il desiderio, le fragilità e le regole implicite che governano i rapporti umani. Un’opera intelligente, profondamente umana.

    In un grigio paesaggio industriale della Lituania, due tredicenni, Marija e Kristina, sognano una via di fuga. Si incontrano in una scuola di moda locale e stringono un legame profondo, alimentato dal desiderio di una vita diversa. Ma la promessa di emancipazione passa attraverso la mercificazione del proprio corpo e conduce verso scelte sempre più estreme. Un racconto duro e intimo sull’adolescenza, l’amicizia e il prezzo del riscatto. Questo e altro è Toxic, di Saulė Bliuvaitė.

    Due adolescenti attraversano a fatica un bosco fitto e ostile, condividendo un paio di infradito e qualche stonatura, diretti verso un laghetto nascosto dove poter semplicemente essere. Questo spazio sospeso, lontano dal tempo e dalle regole, è l’emblema del cinema di Alessandro Comodin: una natura insieme domestica e misteriosa, popolata da corpi liberi e segreti taciuti. Ambientati nella campagna friulana, L’Estate di Giacomo(2011) e Gigi La Legge (2022) compongono una doppietta potente e selvatica, in cui l’infanzia, il desiderio e la provincia si intrecciano in un paesaggio sempre più perturbante. Il Friuli non è solo sfondo: è memoria, materia viva, radice. Come dice lo stesso regista, “il cinema comincia dove l’occhio non arriva”.

    Oltre a questi titoli, a luglio sarà disponibile su Mubi una rassegna che porta sotto i riflettori chi solitamente resta dietro la macchina da presa. Dai set reali che diventano finzione, alle troupe che si fanno parte integrante del racconto, lo speciale Film Crew on Screen esplora il cinema che mette in scena se stesso, rivelando la tensione tra controllo autoriale, improvvisazione e caos creativo. Attraverso opere che spaziano dal metacinema alla riflessione documentaria, la selezione accosta autori e autrici che, in forme radicalmente diverse, interrogano la presenza della crew come corpo vivo del film. Da Dziga Vertov a Gaspar Noé, da Hong Sang-soo a Zia Anger, passando per l’iconico set interrotto di Contempt di Jean-Luc Godard, ogni film apre una crepa tra finzione e realtà, svelando i meccanismi della rappresentazione. Questi alcuni titoli in catalogo: Sotto gli Ulivi di Abbas Kiarostami (1994), L’Uomo con la Macchina da Presa di Dziga Vertov (1929), Lux Aeterna di Gaspar Noé (2019), Tale of Cinema di Hong Sang-soo (2005), X – A Sexy Horror Story di Ti West (2022), The Watermelon Woman di Cheryl Dunye (1996), Il Disprezzo di Jean-Luc Godard (1963)e My First Filmdi Zia Anger (2024).

    Tra le altre novità di luglio, Revenge di Coralie Fargeat (regista di The Substance), il bellissimo Lucky di John Carroll Lynch, il disturbante Sick of Myself di Kristoffer Borgli e il capolavoro Accattone di Pier Paolo Pasolini.

    Al di là delle novità, il resto del catalogo è una raccolta di gemme preziose, cult imperdibili e capolavori da riscoprire (c’è tutto Twin Peaks!!!). Come sempre, se volete provare Mubi gratis per trenta giorni, potete usare questo link messo a disposizione da Una Vita da Cinefilo per tutti i suoi lettori e le sue lettrici. Al termine dei 30 giorni di prova gratuita potrete decidere se disdire o abbonarvi (e vi assicuro che una volta provato Mubi, non riuscirete più a rinunciarvi). Il link per provare Mubi gratuitamente per 30 giorni? Qui: mubi.com/30giornigratis.
    Buona estate di grande cinema!

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  19. Marinaio riesce ad uccidere i due fascisti appostati fuori

    Pòsina (VI). Fonte: easyvi.it

    Il 16 maggio Bruno Viola [Marinaio] è sulle colline di Schio, poco sopra Poleo. “Con il Tar [Ferruccio Manea], oltre al fratello Ismene ed al vice “Ciodi” (De Guglielmi Giuseppe) ci sono i capipattuglia “Aquila Nera” (Moro Teodulo), “Taras” (Fin Giuseppe), “Marinaio” (Viola Bruno)…il gruppo di Tar viene sistemato nel “cason del Mola.” <135 Da lì dovevano ripartire il giorno seguente per dirigersi verso l’Altopiano.
    “Marte, D’Origano e Silvio, accompagnati anche dal Marinaio, passano la serata al Bojaoro, dove ci sono Brescia e Turco e dove è giunto da Schio Randagio…in particolare, tema del giorno, è la concentrazione in corso delle forze partigiane sull’Altopiano….Marte e D’Origano accompagnano il Marinaio a dormire nella tenda, ospitalità davvero straordinaria; poi tornano al Bojaoro, dove vanno a dormire su un fienile.” <136
    Il giorno seguente, però, avvenne qualcosa di inaspettato. Cinque fascisti, dei “battaglioni M” hanno fatto prigioniero Silvio Costa, prelevandolo da casa sua per interrogarlo su dove si nascondessero i partigiani.
    A Santa Caterina, piccola frazione di Schio, le persone si conoscono tutte. Il sergente Gasparini, che comanda il gruppetto fascista, conosceva Silvio per averlo visto lavorare al caseificio di Santa Caterina. Lo picchiano, gli intimano di parlare, minacciano di fucilarlo. Poi insieme al prigioniero si recano alla casa di Antonio Zanella, la perquisiscono e si allontanano di nuovo con il solo Silvio.
    Infine si dirigono verso la casa di un’ altra famiglia qualche metro più in basso. Dall’alto i fascisti notano dei movimenti e si mettono in attesa con i binocoli.
    I movimenti erano quelli del gruppetto composto da “Marte”, “Brescia”, “Omero”, il “Marinaio” e “D’Origano” i quali saputo ciò che era avvenuto stavano andando a posizionarsi in un posto favorevole per attaccare i fascisti. L’effetto sorpresa era evidentemente svanito. Si appostano all’interno di un rifugio abbandonato.
    I fascisti accerchiano senza farsi vedere il rifugio e cominciano a sparare. “Marte” rimane ferito alla gamba ma “Omero” in risposta uccide un milite. Il combattimento sembra essere giunto ad una fase di stallo, con i partigiani asserragliati nel rifugio e i fascisti fuori. Viola allora decide per l’azione.
    Facendosi “coprire” da “Marte”, esce all’improvviso dal rifugio e riesce ad uccidere i due fascisti appostati fuori. Disarmati anche gli ultimi due fascisti ancora vivi, i partigiani sono salvi.
    Per Bruno Viola la giornata non è ancora finita però. “Subito dopo il tramonto il “Marinaio”, rimasto con “Marte” tutto il pomeriggio, abbraccia i due feriti (Marte, ferito dai fascisti e il Turco, che si “spara” da solo, per errore un colpo di pistola alla gamba, nda), fa loro gli auguri e dopo aver salutato tutti va a riunirsi al gruppo del Tar, in partenza verso il Colletto Di Velo, dovendo passare durante la notte al di là dell’Astico.” <137 Il giorno dopo invece i partigiani rimasti lì subirono un rastrellamento violento (18 maggio 1944).
    Intorno al 10 luglio era arrivata la comunicazione che alcuni gruppi partigiani avrebbero dovuto spostarsi verso la zona libera di Posina, dove erano anche i comandi delle “Garemi”.
    Il trasferimento dei comandi “Garemi” nella zona libera era stato deciso in seguito ad una riunione tenutasi il 15 giugno ’44 a Sant’Antonio, in comune di Valli del Pasubio.
    I rapporti tra la pattuglia di Luigi Faccin e quella di Ferruccio Manea, con il quale pure Viola aveva svolto molte azioni, erano difficili. A casa Barbieri a Raga i due si incontrarono e si ebbe dimostrazione del rapporto conflittuale esistente tra loro.
    ”Un incontro burrascoso perché il Tar tendeva a incorporare la pattuglia del Negro nel suo distaccamento anche usando le maniere forti. Scoppiò un litigio fra “Bastardo” (Zordan Severino, nda) e “Tar” e quando quest’ultimo sfoderò la pistola, intervenne anche il Marinaio che, per la rabbia e il dispiacere di quella scena, aveva le lacrime agli occhi; disse che sarebbe stata una cosa triste ammazzarsi tra loro.” <138
    Va detto che il gruppo del “Negro” passerà comunque sotto il controllo “ufficiale” del “Tar” nell’ottobre del ’44, come si evince da una comunicazione data a “Tar” dal comando brigata “La Pasubiana”, datata 15/10/1944, in cui si legge: “Caro Tar, per disposizioni già date da questo Comando, in seguito a quella già data da noi dal Comando gruppo brigate, il distaccamento del Negro che faceva già parte del battaglione di Serra, è passato a far parte del tuo battaglione.” <139
    Un’altra versione dello stesso episodio ci dice che i contrasti nascevano perché “verso il 10 luglio 1944 arrivò l’ordine da Posina di portarsi colà con tutto il distaccamento: vi furono allora delle grosse discussioni perché alcuni volevano invece restare nella nostra zona, che conoscevano bene. In Raga poi vi fu una tremenda baruffa tra Bruno Viola ed il Tar, che mi fu raccontata quando la sera arrivai con la pattuglia. Io (Giuseppe de Guglielmi “Chiodi”, nda) fui d’accordo con Ferruccio di stare agli ordini del comando e di andare in Posina, cosicché si decise di partire la sera stessa: Tar, Chiodi, Il Marinaio, Gianni, Temporale, Tempesta e tutto il distaccamento.” <140
    Ferruccio Manea ha come vice Giuseppe De Guglielmi “Chiodi”, mentre i capi delle tre pattuglie alle sue dipendenze sono Cirillo Cocco “Temporale”, Mario Caneva “Tempesta” e Giovanni Clementi “Gianni”. Il primo di Monte di Malo, gli altri due di Malo.
    Sempre quel giorno, lunedì, “transitano per S. Caterina, il Pralungo e Vallortigara, i due distaccamenti della zona di Malo, S. Vito, Monte di Malo, guidati da “Tar” e da “Negro”..; si tratta di un totale di circa 50 uomini, non tutti armati. Un distaccamento prenderà posizione al Passo di Campiglia, l’altro al Colle Xomo, dove i tedeschi non hanno ancora riattivato il presidio per la ripresa dei lavori della Todt.” <141 Lo spostamento faceva parte del piano che prevedeva l’insediamento a Posina del comando del battaglione Apolloni; anche il gruppo di “Guastatore” e “Teppa” si spostava verso Posina, località Costamala. <142
    Un’ulteriore questione nacque però prima di arrivare a Posina. Durante il trasferimento iniziarono a circolare delle voci secondo le quali “Tar” avrebbe compiuto dei prelievi per scopo personale. Così un gruppo di uomini non obbedisce al comando di “Tar” di rimettersi in piede e proseguire la marcia; “fra questi il Marinaio che ostentava una posizione più comoda degli altri. Mi avvicinai (Tar sta parlando in prima persona, nda) dicendogli: ‘Che cosa aspetti per alzarti in piedi?!’ il Marinaio si alzò dicendomi: ‘da questo momento io non obbedirò più ai tuoi ordini’. Gli chiesi il perché. Mi rispose che in occasione del raid che lo aveva tenuto lontano una decina di giorni, dalla formazione era stato avvicinato da uomini della pianura i quali mi accusavano di un prelievo irregolare che io avrei fatto per mio tornaconto personale…gli ingiunsi nuovamente di mettersi in marcia, ma ad un analogo rifiuto da parte mia, fui costretto a disarmarlo.” <143
    [NOTE]
    135 Enzo D’Origano, Diari della Resistenza. Da Santacaterina, spaziando per la Val Leogra e dintorni, volume 1, Edizioni Menin, Schio, 1994, pag. 73
    136 Ivi, pp. 73-74
    137 Ivi, pag. 80
    138 Gruppo Cinque, op. cit., vol.8, pag. 425
    139 Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’ Età contemporanea della provincia di Vicenza “Ettore Gallo”, sezione La Resistenza a Vicenza, sottosezione La divisione partigiana Ateo Garemi, busta 2
    140 Gruppo Cinque, (Ettore Trivellato, Valerio Caroti, Domenico Baron, Remo Grendene, Giovanni Cavion, a cura di), Quaderni della Resistenza. Schio,vol ,ⅠⅩⅤ Edizioni Gruppo Cinque, Schio, 1978-1982, volume 6, pag. 278
    141 Enzo D’ Origano, op. cit., vol.3, pag. 190
    142 “Teppa” è Valentino Bortoloso, la cui intervista riporto in appendice
    143 Patrizia Greco, op. cit., pag. 146
    Francesco Corniani, Un marinaio in montagna. Storia di Bruno Viola e dell’eccidio di Malga Zonta, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno accademico 2009-2010

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