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#inglese — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #inglese, aggregated by home.social.

  1. Tina Friml 🌟
    tinafriml.com/about

    Ieri sera a Milano questa comica ci ha ribaltati al locale Santeria Toscana 31.

    Grazie @Elitre per la bella idea! - hai foto per Commons?

    #Comicità #Disabilità #Milano #inglese

  2. Tina Friml 🌟
    tinafriml.com/about

    Ieri sera a Milano questa comica ci ha ribaltati al locale Santeria Toscana 31.

    Grazie @Elitre per la bella idea! - hai foto per Commons?

    #Comicità #Disabilità #Milano #inglese

  3. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano

    Di Antonio Zoppetti

    Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.

    Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.

    Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello

    L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.

    Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:

    “Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”

    E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”

    Puttanieri e giornalisti

    Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”

    Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.

    Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.

    Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.

    E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.

    La newlingua dei padroni

    Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.

    Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.

    Riporto il passo di Zancan:

    “Devi sapere questo.
    Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
    Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
    E quando un addetto di linea a un problema, deve parlarne alle HR.
    Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
    Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).

    Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.

    Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.

    La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.

    PS
    Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.

    E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.

    #americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #LoTsunamiDegliAnglicismi #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa
  4. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano

    Di Antonio Zoppetti

    Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.

    Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.

    Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello

    L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.

    Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:

    “Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”

    E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”

    Puttanieri e giornalisti

    Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”

    Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.

    Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.

    Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.

    E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.

    La newlingua dei padroni

    Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.

    Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.

    Riporto il passo di Zancan:

    “Devi sapere questo.
    Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
    Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
    E quando un addetto di linea a un problema, deve parlarne alle HR.
    Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
    Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).

    Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.

    Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.

    La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.

    PS
    Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.

    E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.

    #americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #LoTsunamiDegliAnglicismi #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa
  5. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    La “direttiva Musk” e le ingerenze linguistiche, quello che i giornali non raccontano

    Di Antonio Zoppetti

    In questi giorni infuria la polemica sulla cosiddetta “direttiva Musk” arrivata ai dipendenti italiani della base di Aviano (a Pordenone), un aeroporto militare utilizzato dall’aeronautica statunitense in cui lavora non soltanto il personale americano, ma anche quello italiano. Tra questi ci sono quasi 800 persone che includono commerciali, magazzinieri, operai, addetti alla ristorazione, alle pulizie e via dicendo.
    Il 3 marzo scorso è arrivata anche a questi lavoratori – o ai loro supervisori – la lettera del Department of Government Efficiency degli Stati Uniti che chiedeva i resoconti dell’attività lavorativa dell’ultima settimana con l’obbligo di una risposta entro 48 ore, in mancanza della quale si ventilavano provvedimenti dal sapore intimidatorio.

    Quello che i giornali non raccontano è che questa comunicazione è arrivata in inglese, e pare che nessuno si sia posto la questione dell’ingerenza linguistica, oltre che di quella sul piano del lavoro che ha visto l’immediata reazione dei sindacati.

    Un passo indietro

    Il Doge (Department of Government Efficiency), istituito attraverso un ordine esecutivo di Donald Trump a gennaio e diretto da Elon Musk, ha come compito la modernizzazione tecnologica e soprattutto il miglioramento dell’efficienza dei dipartimenti federali, che rischia di portare a enormi tagli e licenziamenti. Negli Usa sono sorte sin da subito forti polemiche tra chi ne ha messo in discussione la legittimità e la costituzionalità e chi ne difende lo statuto, perché si tratterebbe di un ente che si limita a emanare raccomandazioni e richieste di riduzioni delle spese che poi vengono ufficializzate dal Congresso.
    Comunque sia, nell’ottica di tagliare le spese e ridurre il personale, a fine febbraio Musk ha inviato ai dipendenti pubblici federali un rapporto in cinque punti sul proprio operato dell’ultima settimana precisando che, in mancanza di una risposta entro 48 ore, i posti di lavori sarebbero stati a rischio licenziamento.
    La novità è che la richiesta del rapporto nei giorni scorsi è stata diramata anche ai dipendenti della base di Aviano, ma pare anche a quella di Vicenza, non solo al personale statunitense, ma anche ai dipendenti italiani, che – bisogna sottolineare – hanno stipulato un contratto di lavoro di natura privata regolato della normativa di lavoro italiana, e non sono affatto tenuti a rispondere alle ingerenze del Doge, che a sua volta non ha alcun titolo per minacciare eventuali licenziamenti. Complessivamente ci sono circa 4.000 dipendenti italiani che lavorano nelle basi non solo di Aviano, ma anche a Vicenza, Sigonella, Livorno, Vicenza, Napoli…

    I sindacati si sono immediatamente mobilitati e hanno chiesto spiegazioni. Davanti alle reazioni, in un primo tempo l’ufficio Public Affairs del 31° Fighter Wing ha rassicurato tutti, parlando di un incidente e di un errore, e precisando che la comunicazione era rivolta solo ai dipendenti americani. Subito dopo è arrivata la smentita: “Anche i dipendenti italiani devono rispondere”.

    Dunque non era affatto un errore, ma una precisa volontà ben ponderata.
    E così, tra i lavoratori è scoppiato il panico. Gli stessi dirigenti si sono divisi; c’è chi ha chiesto di rispondere e chi ha suggerito di non farlo e attendere i chiarimenti. Ma intanto molti dipendenti, terrorizzati dall’idea di perdere il posto di lavoro hanno ottemperato alle richieste anche quando i loro supervisori hanno consigliato di aspettare.

    Una comunicazione in inglese: la lingua dei padroni

    Quello che nessuno sembra evidenziare è che la lettera ricevuta dagli italiani non è in italiano, ma in inglese, e l’oggetto che la maggior parte dei giornali riporta in italiano (“Cosa ha fatto nell’ultima settimana?”) nella realtà era: “What did you do last week?”.

    I giornalisti, il cui passatempo preferito sembra quello di introdurre anglicismi, davanti a una comunicazione in inglese sembrano cambiare strategia e tradurre tutto in italiano, facendo finta di niente e omettendo di raccontare che Musk si rivolge ai suoi sudditi lavorativi di cittadinanza italiana nella sua lingua, che da pochi giorni è diventata quella ufficiale degli Usa.
    Colpiscono le parole per esempio di un articolo pubblicato sul Secolo d’Italia, un giornale di destra che un tempo era l’organo del Msi e che oggi scrive:

    “Le e-mail sono arrivate, puntuali e perentorie, alla Base Usa di Aviano. Il mittente? Il Dipartimento per l’efficienza del governo degli Stati Uniti (…) Tra i destinatari, però, non ci sono solo i dipendenti governativi americani, ma anche il personale italiano che opera nell’avamposto militare: vigili del fuoco, addetti commerciali, lavoratori scolastici. La richiesta è chiara: dettagliare in cinque punti le attività svolte nell’ultima settimana.”

    La richiesta è chiara? No, non è affatto chiara visto che è in lingua inglese, anche se il giornalista si guarda bene dal raccontarlo. E anche la conclusione del pezzo lascia perplessi: “In ballo, oltre al rispetto dei contratti, c’è un principio di sovranità giuridica”. In realtà in ballo non c’è solo la sovranità giuridica, ma anche quella linguistica, benché i nostri “sovranisti” a metà non se ne rendano conto. Il ricorso all’inglese presuppone che i nostri lavoratori siano trattati come dei sudditi di una provincia o di una colonia anche dal punto linguistico, non solo da quello del lavoro.

    Tante domande senza risposte

    Nell’informazione nostrana tutto è fumoso e incomprensibile.
    Mentre si dice che le stesse comunicazioni sono arrivate anche alla base militare di Vicenza e che riguarderanno anche le altre basi in Italia, la prima domanda è: perché la comunicazione avviene in inglese? I contratti di lavoro dei dipendenti italiani sono in italiano o in inglese? Questi lavoratori sono dunque tenuti a conoscere questa lingua in modo ufficiale?
    Nel nostro Paese, che tutela più l’inglese che l’italiano, la questione dei contratti con le multinazionali è spinosa, anche se nessuno ne parla. Sempre più spesso viene fatto sottoscrivere un contratto direttamente in inglese, e questa prassi è legittimata dal far firmare contemporaneamente un documento in cui il lavoratore dichiara di comprenderlo, una clausola senza la quale il contratto potrebbe essere impugnato. Ma poiché l’inglese è diventato un requisito per l’assunzione, nessun dipendente potrebbe dichiarare il contrario. Dunque si stanno moltiplicando i contratti in inglese, insieme all’obbligo di conoscere questa lingua, nel silenzio istituzionale e della nostra classe dirigente anglomane. Ma anche se un lavoratore conosce l’inglese, rimane il punto che è un dipendente italiano e che forse avrebbe tutti i diritti, oltre che gli interessi, a stipulare un accordo nella propria lingua madre invece che nella lingua del padrone.

    Tra gli altri interrogativi che ci dovremmo porre c’è almeno: le risposte devono essere inviate in inglese o in italiano? E ancora, perché queste lettere sono state inviate ai lavoratori italiani ma non a quelli delle basi francesi o spagnole? Nulla di simile si trova sui giornali di questi Paesi. E i giornalisti italiani sembrano non porsi questi interrogativi e ritagliare – a destra e a sinistra – lo stesso articolo frutto del copia e incolla dei lanci di agenzia, senza approfondire troppo.

    Il tema, benché sottaciuto, sarebbe di rilevanza nazionale, non siamo ancora dipendenti degli Usa. Non siamo ancora tenuti a conoscere l’inglese.
    Questa zona grigia andrebbe tutelata e regolamentata dalla nostra politica in modo chiaro, anche se tutti fanno finta che non esista e puntano ormai a ufficializzare l’inglese: nella scuola, nella formazione universitaria, nei requisiti per i concorsi della pubblica amministrazione, nella presentazione dei progetti di ricerca (Prin e Fis) e anche nei contratti di lavoro.

    #americanizzazione #globalese #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #linguaItaliana #politicaLinguistica #rassegnaStampa

  6. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Trump ufficializza l’inglese negli Usa e rompe con l’Europa a cui il globish non conviene affatto

    Di Antonio Zoppetti

    Sabato scorso Trump ha firmato un ordine esecutivo che, a 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza, ufficializza l’inglese come lingua degli Stati Uniti. Anche se alcuni singoli Stati lo avevano già fatto, la questione non era mai stata regolamentata a livello federale. L’inglese è sempre stato la lingua di fatto della maggioranza degli statunitensi – tre quarti della popolazione parla e conosce solo quella – ma ci sono enormi sacche di cittadini che non la parlano affatto tra le mure domestiche, per esempio almeno un milione di cinesi, ma soprattutto un numero altissimo di ispanici.

    Nel 2004, il politico statunitense Samuel Huntington rilevava che su 340 milioni di cittadini più di 28 milioni parlavano lo spagnolo nelle loro case e di questi ben 13,8 milioni non padroneggiavano troppo l’inglese (“El reto hispano a EEUU”, Foreign Policy, Edicion española, aprile-maggio 2004, pp. 20-35). Dopo aver analizzato la fortissima espansione delle comunità ispaniche degli ultimi decenni, l’autore aggiungeva che “per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, sempre più cittadini, soprattutto neri, non riescono a trovare lavoro o ottenere i compensi sperati a causa del fatto che parlano solo inglese”. E concludeva che, se l’espansione spagnola continuerà con questi ritmi, nel 2050 rappresenterà un quarto della popolazione, e tutto ciò avrà serie implicazioni per la politica e il governo, visto l’incremento demografico e il continuo flusso dei migranti provenienti dall’America centrale e caraibica.
    Nel frattempo, secondo i nuovi dati 2023 del Census Bureau, le persone che parlano spagnolo in famiglia sono diventate circa 43 milioni, con una distribuzione non omogenea, visto che nel territorio statunitense di Porto Rico la percentuale degli ispanofoni è del 94%.

    La decisione di Trump si inserisce in questo contesto e punta a “promuovere l’unità del Paese” specificando che “è nell’interesse dell’America designare una – e una sola – lingua ufficiale” che “rende omaggio alla lunga tradizione dei cittadini americani multilingue che hanno imparato l’inglese e lo hanno trasmesso ai loro figli per le generazioni a venire”. La nota della Casa Bianca che accompagna il nuovo atto legislativo precisa che “nell’accogliere i nuovi americani, una politica volta a incoraggiare l’apprendimento e l’adozione della nostra lingua nazionale renderà gli Stati Uniti una casa condivisa e consentirà ai nuovi cittadini di realizzare il sogno americano“.
    Questo provvedimento cancella un atto legislativo del 2000 firmato da Bill Clinton che – proprio partendo dal presupposto che l’inglese non era la lingua ufficiale – prevedeva che le agenzie federali fossero obbligate a fornire servizi pubblici anche in lingue diverse per garantire l’accesso alle informazioni per “le persone con una conoscenza limitata dell’inglese”. Dunque, con l’entrata in vigore della nuova legge non saranno più tenute a farlo (anche se non significa che non possano continuare a farlo), e questo provvedimento si inserisce in una più ampia politica rivolta contro gli immigrati anche dal punto di vista linguistico. Chi non conosce l’inglese si arrangi.

    Anche in Italia l’ufficializzazione dell’italiano è stata sancita solo di recente, con una legge del 1999 (n. 482 del 15 dicembre, art.1 comma 1: “La lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano”) che ha però tutt’altro spirito, perché è volta a riconoscere e tutelare soprattutto le minoranze linguistiche presenti sul territorio più che l’idioma nazionale. E infatti – a parte il fatto che le istituzioni stanno introducendo sempre più anglicismi in modo ufficiale – dagli anni Duemila stiamo assistendo a un’ufficializzazione dell’inglese anche sul piano interno, non solo con l’introduzione del suo obbligo nelle scuole (un tempo si poteva scegliere una lingua straniera anche diversa), ma anche con l’obbligo di presentare in inglese – e non in italiano – le domande per ottenere fondi di ricerca per i progetti di rilevanza nazionale (Prin) o scientifici (Fis). E intanto anche le Università pubbliche stanno sopprimendo sempre più corsi in italiano per erogarli solo in lingua inglese. Eppure, a noi non conviene affatto adottare l’inglese per realizzare il sogno americano – per riprendere la nota della Casa Bianca – soprattutto davanti al nuovo scenario mondiale che si sta delineando nell’era di Trump.

    La rottura con l’Europa, una creazione americana diventata scomoda

    Trump ha apertamente dichiarato che l’Europa sarebbe nata per “fottere” gli americani ma che con il suo arrivo tutto ciò sarebbe cambiato.

    La realtà è un’altra. Come ho ricostruito nel libro Lo tsunami degli anglicismi (GoWare 2023), l’Europa nasce soprattutto per le pressioni degli Stati Uniti nel solco del Piano Marshall, il colossale finanziamento per la ricostruzione dopo la Seconda guerra mondiale. Anche se sempre più spesso viene esaltato come un gesto “filantropico” da chi ha fatto dell’americanismo e del sogno americano la sua religione, i fondi erano esplicitamente legati alla costruzione di un’unione dei Paesi europei utile agli interessi economico-politici statunitensi, e i soldi erano vincolati non solo alla creazione di un nuovo enorme mercato per i prodotti statunitensi, ma anche a un’alleanza politica con la Casa Bianca in funzione anticomunista. E, a proposito dell’Italia, come ha scritto Stephen Gundle “non si faceva mistero che tale generosità sarebbe cessata nel caso in cui le elezioni fossero state vinte dalle sinistre” (I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca, Giunti, Firenze 1995, p. 83). La nascita dell’Unione europea è dunque avvenuta in questa prospettiva, e un articolo del 2021 sull’Economist (The EU: Made in America) lo ammetteva lucidamente: “L’integrazione europea è un sottoprodotto della politica americana”.

    Dal punto di vista militare, questo disegno comportava allo stesso tempo l’adesione alla Nato, inizialmente sorta come una coalizione militare da contrapporre al blocco comunista del Patto di Varsavia, che però è stato sciolto nel 1991 dopo la dissoluzione dell’Urss. Mentre c’era qualcuno che avrebbe voluto sciogliere anche la Nato, che non aveva più senso con la fine della logica dei due blocchi, il Patto Atlantico si è invece trasformato in un sistema di difesa a guida statunitense che – ancora una volta – perseguiva soprattutto gli interessi americani. E infatti, nella sua espansione, non si è affatto esteso verso Paesi africani o sudamericani ma si è spinto guarda caso verso la Russia fino a lambire l’Ucraina, che ha segnato il punto di rottura che è forse la vera ragione della guerra.

    Chiarito che l’Europa è nata perché faceva comodo agli Usa, e che gli investimenti del Piano Marshall su tempi lunghi hanno fruttato agli Usa guadagni decuplicati sia sul piano economico sia su quello politico e sociale, la fortissima connessione America-Europa – che ha comportato soprattutto la nostra americanizzazione – pare che sia finita nel passaggio dall’amministrazione Biden a quella di Trump.

    Nell’articolo del 2021 sull’Economist questa rottura era stata ben preconizzata: “I casi di competizione tra Europa e Stati Uniti” si leggeva “sono ancora rari, ma lo stanno diventando sempre meno. Un giorno, in futuro, l’America potrebbe arrivare a rimpiangere ciò che ha creato.”
    Quel giorno pare sia arrivato. Uno dei più forti segnali di questo conflitto di interessi si è manifestato per esempio con una serie di restrizioni che l’Ue sta ponendo ai colossi americani di internet in nome della privacy. Le multinazionali statunitensi e la politica trumpiana mal digeriscono queste limitazioni alla loro espansione selvaggia e senza regole.

    In questo momento non è chiaro se il secondo mandato di Trump sia uno sprazzo o una svolta epocale senza ritorno. Il XXII emendamento della Costituzione statunitense prevede che nessun presidente può aspirare a un terzo mandato, ma Trump ha già dichiarato che vorrebbe intervenire anche su questo aspetto. In alternativa, non mi stupirebbe se il prossimo candidato alla Casa Bianca fosse un personaggio come per esempio Elon Musk… Tutto lascia presagire che la rottura sia insanabile, ma chi vivrà vedrà. Sta di fatto che per il momento l’equilibrio mondiale è cambiato. E che dovremmo muoverci di conseguenza.

    La fine della Nato e dell’Onu?

    Trump non ha soltanto deciso di rompere i legami storici con l’Europa e di introdurre i dazi. Se fino all’altro giorno chi osava mettere in discussione la nostra convenienza ad aderire alla Nato veniva sepolto dalle critiche, oggi è lo stesso Trump che sta facendo saltare tutto. Vuole che i Paesi europei contribuiscano con il 5% del loro Pil (attualmente l’Italia spende ben meno del 2%) altrimenti non saranno difesi. Ma dietro queste dichiarazioni c’è la volontà di sciogliere la Nato e di fare in modo che l’Europa si doti del proprio sistema di difesa.

    Tra le creature americane un tempo funzionali agli interessi statunitensi, ma da cui oggi Trump vuole svincolarsi, non c’è solo l’Europa, ma ogni altro ente internazionale che possa limitare lo strapotere americano a partire dall’Onu. Se un tempo era un organo voluto dagli Usa e che faceva loro comodo fino a quando lo controllavano, oggi si sta trasformando in un ostacolo, visto che sanziona soprattutto le malefatte dei cosiddetti Paesi occidentali.
    La politica di Trump sembra dunque volta a costruire un nuovo ordine mondiale che rompe gli schemi delle alleanze dal dopoguerra sino alla guerra in Ucraina. E anche quest’ultimo fatto è significativo. Se fino a ieri chi sosteneva che fosse una guerra di procura tra Usa e Russia veniva ostracizzato, è proprio Trump che ci fa capire che è andata esattamente così, come sosteneva da sempre l’insultatissimo Alessandro Orsini, ma anche papa Francesco, quando dichiarava che il conflitto era dovuto all’”abbaiare della Nato alle porte della Russia”.
    E come sta andando a finire, infatti? Che l’attuale trattativa di pace – o di resa – sta avvenendo tra i veri protagonisti e cioè Trump e Putin con esclusione degli stessi ucraini e anche dell’Europa. Le parole di Trump sono state chiare: l’Ucraina si scordi di entrare nella Nato (la ragione principale della guerra); se vuole entrare in Europa chissenefrega, ma che ci pensino gli europei a difenderla dalla Russia.
    La guerra in Ucraina sembra destinata a finire con una spartizione del territorio da parte dei protagonisti che trovano finalmente il loro accordo sulla pelle degli ucraini: Putin si prende le regioni che gli fanno comodo, gli Usa si prendono i diritti di sfruttamento delle terre rare, e – come chiosava Crozza – all’Europa non resta che prendersi le macerie di un Paese distrutto.

    L’unico elemento positivo – rispetto alla politica di Biden – è che la nuova alleanza tra Usa e Russia sembra aver scongiurato una terza guerra mondiale che abbiamo sfiorato. Ma il “pacifismo” trumpiano ha dei risvolti inquietanti.

    La faccia triste – ma più vera – dell’America

    Qualche giorno fa, un giornalista anglomane come Federico Rampini, disperato davanti alla svolta americana, notava che sta avvenendo esattamente quello che chiedevano gli antiamericanisti degli anni Settanta che gridavano nei cortei “Yankee go home” e denunciavano la politica degli Stati Uniti che appoggiava e finanziava le dittature sudamericane per paura nascesse qualche nuova Cuba alle loro porte. Ma le cose sono un po’ diverse, perché criticare l’aggressiva politica statunitense non significa affatto essere “antiamericani”, e trasformare chi non è d’accordo in qualcuno che è “anti” nasce dalla visione ideologizzata di chi ha sempre fatto dell’americanismo la propria religione. Soprattutto, la svolta di Trump non rappresenta affatto la fine dell’imperialismo e del neocolonialismo mascherati, tutt’altro, rafforza lo stesso disegno con nuove modalità ancora più agghiaccianti. Il vero cambiamento sta nell’aver gettato la maschera per esplicitare lo stesso progetto politico senza più alibi. Non bisogna dimenticare che il Paese che si presenta agli occhi del mondo come l’incarnazione più sublime della democrazia, è lo stesso Paese che negli anni Cinquanta ha dato vita alla caccia alle streghe del maccartismo, negli anni Settanta è stato protagonista della guerra del Vietnam, negli anni Duemila ha inventato prove false – le presunte e inesistenti armi di distruzione di massa – per invadere l’Iraq, ma la lista di simili nefandezze è infinita. Ogni volta, tuttavia, la forma veniva ipocritamente rispettata attraverso una serie di alibi e giustificazioni sbandierate per salvare la faccia e lo stato di diritto.

    Trump, in modo ben più sincero ma allo stesso tempo preoccupante, sta mostrando la faccia triste – ma più vera – dell’America, e dunque senza alcuna remora annuncia che il Golfo del Messico si chiamerà Golfo d’America (e GoogleMpas obbedisce e aggiunge la nuova nomenclatura anche in Italia), mentre vorrebbe annettere il Canada, impossessarsi della Groenlandia e del canale di Panama, oltre alla questione delle terre rare ucraine e la trasformazione di Gaza in un villaggio turistico per milionari. Far saltare l’Europa, la Nato e l’Onu non è affatto la rinuncia al controllo mondiale, è al contrario alzare l’asticella. Sta emergendo una plutocrazia capitalistico-tecnologica globale basata sul profitto più che sul diritto, dove l’Europa, da provincia dell’impero a stelle e strisce si è trasformata in un ostacolo e dunque è più conveniente stingere alleanze con Putin, per staccarlo dalla Cina, e offrire la cittadinanza americana in vendita a 5 milioni di dollari anche agli oligarchi russi (una boutade inapplicabile ma significativa), che in fin dei conti non sono poi così diversi dagli oligarchi statunitensi che fanno a gara per dimostrare la loro trumpianità.

    Davanti a tutto ciò vogliamo continuare a fare gli americanisti? All’Europa creata dagli Usa e oggi abbandonata non resta che prendere atto del nuovo ordine mondiale. O si unisce e diventa davvero autonoma – ma i segnali che si vedono vanno nella direzione opposta – o si sfalda.

    È arrivato il momento di mettere in discussione anche il globish

    Nel nuovo scenario mondiale che si sta delineando, gli Stati Uniti non sono più un nostro alleato. Dovremmo cominciare a prenderne atto non solo da un punto di vista politico, militare ed economico, e dovremmo finalmente porre sul tavolo anche la questione della lingua. Ha senso che l’Europa continui a puntare e a investire sull’inglese? Ci conviene ancora? (a dire il vero non ci conveniva neanche prima).

    Tra le risposte ai dazi americani che ci metteranno in ginocchio non c’è solo la possibilità dei contro-dazi europei né l’apertura ad altri mercati internazionali come quello della Cina (ma la nuova via della seta abbozzata qualche hanno fa è stata poi ridimensionata proprio per compiacere gli Usa). Nel pacchetto dovremmo mettere in discussione anche il ruolo dell’inglese come lingua internazionale, e visto che gli Usa non sono più alleati e che il Regno Unito è fuori dall’Europa non ha alcun senso continuare a investire sul globalese e farlo diventare la lingua dell’Europa, perché questo progetto ha dei risvolti economici incalcolabili per gli Usa. I cinesi – il vero nemico economico degli Usa – lo hanno capito, e siccome non sono deficienti hanno smesso di investire sull’inglese e puntano sulla propria lingua.

    La lingua rappresenta uno degli assi strategici dell’economia statunitense. E il fatto che Trump abbia ufficializzato l’inglese sul piano interno lo dimostra. Vogliamo anche noi istituzionalizzare l’inglese come lingua unica inseguendo il sogno americano o vogliamo fare i nostri interessi? Vogliamo continuare a essere americanisti e fare il gioco di Musk e Trump? Vogliamo continuare ad anglificare le università per favorire la fuga di cervelli che andranno a lavorare negli Usa dove creeranno ricchezza mentre le spese della loro formazione sono a nostro carico? Vogliamo continuare a considerare l’inglese la lingua superiore e ad anglicizzare gli idiomi locali favorendo la nascita di itanglese, franglese, spanglish e Denglisch?

    Chissà se prima o poi qualche intellettuale aprirà gli occhi e, prima che sia troppo tardi, capirà che la questione della lingua è un fattore politico di importanza fondamentale. Per il momento, nel silenzio e nel vuoto, le voci che si elevano sono ben poche. Tra queste c’è quella di Piero Bevilacqua, che nel suo ultimo libro (La guerra mondiale a pezzi e la disfatta dell’Unione europea, Castelvecchi, 2025) scrive: “Gli Stati Uniti sono un grande Paese, dotato di un ricco patrimonio culturale e scientifico, ma dovrebbe essere evidente da tempo che l’americanismo costituisce un gigantesco processo di colonizzazione culturale e politica”. Sul Fatto quotidiano (Giorgio Valentini, “Un nuovo linguaggio per liberare l’Europa dallo strapotere Usa”, 1/3/25) il giornalista ne riassume qualche posizione che voglio riprendere:

    «“Il linguaggio deve essere dunque interpretato come una leva non solo per ricostruire un’identità nazionale in via di dissoluzione, ma anche per ridare il nerbo necessario e uno strumento comunicativo a una nuova progettualità politica”. È proprio da qui che può partire un’emancipazione dell’Unione europea dall’America, sul piano politico, economico e militare, al di là della tradizionale alleanza atlantica. “Occorre riesaminare le culture che letteralmente ci dominano – avverte lo storico – per trovare nuove parole o recuperarne di antiche che definiscano il futuro possibile”. E conclude: “La lingua è infatti un veicolo di dominio e al tempo stesso di liberazione”».

    #americanizzazione #inglese #LoTsunamiDegliAnglicismi #politicaLinguistica #rassegnaStampa

  7. Giusto un #pensiero, che mi è venuto mentre ieri sera mi stavo addormentando, e che avrei perso credo per sempre se proprio ora non mi fosse tornato alla mente: la #parolapassword” ha il potenziale latente di essere un #ossimoro. 🗿

    Il #significato letterale in #italiano, lo sapete, sarebbe “parola di passaggio”, cioè quella #stringa di #testo che permette di accedere a qualcosa… ma se traducessimo la parola nella nostra #lingua dall’inglese correggiuto, anziché dal normale #inglese? Ecco che avremmo la “passaparola“. E questo è #poetico, perché una #password è esattamente quel genere di #informazione che, di solito, si dovrebbe evitare di far finire nelle grinfie di un passaparola; va tenuta #segreta, in genere. 🤫

    Credo che l’unico motivo per cui noi #italiani non abbiamo preso il vizio di dirla così, al contrario di altre #espressioni #anglofone che sono state distorte, è perché dire “registrati inserendo un nome utente e la tua passaparola” sembra una #frase proveniente da un dialogo di Pokémon che menziona, che ne so, uno strumento chiave. 👾

    E, un’altra cosa a riguardo della questione che fa molto pensare, ma è diversa: quella che in genere si definisce una “password sicura”, non può quasi mai essere una semplice “password”, ma piuttosto deve essere una “passphrase“, o anche, direi, una “passstring“; cioè, rispettivamente, una frase con #parole multiple, oppure una sequenza di caratteri che abbia un’entropia più alta della parola media nella lingua umana media. Viviamo proprio in una società… 💀

    https://octospacc.altervista.org/2024/02/06/se-solo-fosse-passaparola/

    #anglofone #espressioni #frase #informazione #inglese #italiani #italiano #lingua #ossimoro #parola #parole #password #pensiero #poetico #segreta #significato #stringa #testo

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  10. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Di Antonio Zoppetti

    Qualche giorno fa, scanalando tra i programmi televisivi mi sono imbattuto in una trasmissione in cui un amabile e colto esperto di antiquariato stava stimando un oggetto di porcellana di una signora intenzionata a venderlo. Il nome del programma – anzi format – come sempre era in inglese, Cash or Trash, solo affiancato da un’esplicazione in italiano (Chi offe di più?) con la stessa logica commerciale dei titoli di film che non vengono più tradotti. Nel caso serva un rafforzo in italiano di solito viene inserito in seconda posizione, dopo l’inglese, una scelta non casuale e ben ponderata che serve a imporre questa lingua, e allo stesso tempo a stabilire una ben precisa gerarchia. L’inglese ha la precedenza perché è lingua di prestigio e superiore.

    Tornando ai fatti, l’autorevole esperto ha cominciato a esaminare l’oggetto per valutarne l’epoca, la fattura e tutto il resto, e a proposito dell’integrità si è accorto che il valore era sminuito dal particolare che la base era lievemente scheggiata, in altre parole presentava delle sbeccature o sbrecciature (ma si può dire anche sbocconcellature). Indicando quel difetto ha detto più o meno:

    “Vede qui? Queste si chiamano chips, e sono una sorta di sbeccature, potremmo dire.”

    Proviamo ad analizzare quest’ultima frase in profondità per sviscerare, come faceva Freud, il substrato psichico che produce questo tipo di linguaggio.

    PUNTO 1 – Il contesto comunicativo “verticale”

    Partiamo dal ruolo dell’esperto, che mette in scena la sacralità di cui colui che sa, e dunque spiega a chi non sa. La comunicazione con la venditrice non è sullo stesso piano (diciamo orizzontale), la donna si trova nella condizione inferiore tipica del discente. Il suo stato psicologico è quello di chi riceve e pende dalle labbra del maestro. Tutto quello che ha in mente è probabilmente solo sapere il prezzo della sua mercanzia, l’obiettivo primario, ma nell’essere edotta allo stesso tempo scopre che ciò che inficia il valore del suo manufatto si chiama “chips”, parola che di sicuro non conosce, o meglio avrà già sentito ma con altro significato, quello di patatine.

    Un po’ di tempo fa in un locale ho ordinato una birra e ho chiesto di avere anche due patatine. Il ragazzo mi ha chiesto: “Chips?”.
    “Patatine”, gli ho risposto. “Sì, ma chips?” Ha insistito. A quel punto ho capito il suo dilemma. Non sapeva se volessi un piatto di patatine fritte calde e fumanti, a pagamento, o se intendessi una ciotola con le patatine confezionate che come le noccioline accompagnano gli aperitivi e sono in omaggio. “Patatine normali, quelle del sacchetto” ho specificato. “Ah, perfetto, le chips!” Ha concluso.

    Qualcosa di simile mi è accaduto in un’altra occasione in una specie di profumeria quando cercavo un regalo natalizio. Il negozio era grande – e veniva presentato dunque come uno store, mica come un semplice negozio – e abbastanza affollato. Curiosavo tra gli scaffali con in mano il prodotto scelto, e mi si è avvicinato un commesso chiedendomi se avevo bisogno di una bag. Credevo mi volesse vendere un sacchetto da regalo, e gli ho domandato quanto costasse. “No, una bag”, ha risposto indicandomi delle borse per i clienti che servivano per contenere i prodotti da presentare alla cassa, come i carrelli della spesa.

    In tutti e tre gli esempi abbiamo a che fare con un meccanismo piuttosto simile. L’addetto ai lavori – detentore del linguaggio – impone una terminologia in inglese al cliente, invece di usare l’italiano. Lo fa in modo inconsapevole, con spirito educativo e in questo modo insegna la newlingua all’interlocutore, che la impara ed è ora pronto a ripeterla.

    PUNTO 2 – Differenziazione dei significati e cancellazione dell’italiano

    …Si chiamano chips, e sono una sorta di sbeccature, potremmo dire.
    In una frase manipolatoria come questa, l’introduzione dell’inglese si porta con sé una giustificazione che nasce dalla volontà di farlo apparire più preciso o prestigioso (dunque ai vertici della gerarchia e della diglossia). Ho chiamato questo meccanismo “non-è-proprismo” perché consiste nel fare credere che la parola inglese abbia una sua necessità, e dunque si differenzierebbe dall’analoga parola che abbiamo sempre usato nella nostra lingua madre. De Amicis, nell’Idioma gentile, aveva caricaturato questo atteggiamento con la macchietta del visconte La Nuance, sempre pronto a dimostrare che ogni francesismo possedesse una presunta differente sfumatura di significato, una nuance appunto, che l’italiano non avrebbe. Oggi avviene lo stesso con l’inglese che nell’entrare idefinisce tutta l’area semantica delle parole già esistenti, e nel farlo sottrae loro un ambito e le fa regredire (se si impone chips che fine faranno sbeccatura, sbrecciatura o sbocconcellatura già oggi poco conosciute, benché tecnicamente perfette per descrivere i fatti?). Ed ecco che l’esperto, nell’introdurre “chips” spiega che è una “sorta di sbeccatura”. In questo modo lascia intendere che non è proprio come una semplice sbeccatura, è di più: e infatti gli addetti ai lavori dicono così. Probabilmente anche il commesso della profumeria sarebbe stato pronto a spiegare che una bag non è proprio una borsa, un sacchetto o una sportina, e il barista mi avrebbe spiegato che le chips sono le patatine confezionate, al contrario di un piatto di patatine. Il fatto che tutto ciò sia semplicemente falso, e che in inglese non esista affatto questa differenza, sembra non avere alcuna importanza. Anzi sembra non possedere nemmeno una sua realtà.

    PUNTO 3 – L’alienazione linguistica

    In Psicopatologia della vita quotidiana Sigmund Freud indagava sulle disfunzioni della memoria e interpretava i lapsus, la dimenticanza dei nomi o delle parole straniere non come dei fatti casuali, ma come dei meccanismi inconsci di rimozione che si impongono sulla nostra coscienza. E scriveva:

    “I vocaboli di uso corrente della lingua madre non possono, nei limiti del normale funzionamento delle nostre facoltà, cadere nella dimenticanza. Ovviamente, per quanto riguarda i vocaboli di una lingua straniera, le cose stanno diversamente. In questo caso, la tendenza a dimenticarli esiste…”.

    Questa convinzione ritorna spesso nel saggio, anche a proposito dei lapsus linguae:

    “Mentre il materiale usato nei discorsi fatti nella lingua materna non sembra soggetto a dimenticanza” sono invece frequenti i lapsus.

    Freud è ormai stato abbandonato e superato, ma è interessante notare quanto questa visione sia inapplicabile all’odierna realtà dell’italiano, e degli italiani, che sembrano invece dimenticare la lingua madre per sostituirla con quella inglese in un processo che lo psicanalista avrebbe di sicuro ricondotto alla “rimozione” e che potremmo meglio definire attraverso il concetto di “alienazione linguistica”.
    In una trasmissione come Cash or Trash ogni oggetto datato, d’epoca, della nonna, o “retrò” (alla francese) è denominato vintage, mentre non c’è l’oggettistica di “lusso” bensì il luxury, pronunciato sempre rigorosamente in inglese, nonostante sia un termine ben più lungo dell’italiano, a proposito di chi blatera che il ricorso all’inglese dipenderebbe dal fatto che è più sintetico e maneggevole.

    La verità è un’altra, e la solita: il passaggio dall’italiano all’inglese nasce invece da un processo di alienazione dovuto al considerare quella lingua superiore e più prestigiosa, e dunque è dovuto a un complesso di inferiorità nei confronti della propria lingua madre. Questo è il vero motore, a volte inconsapevole, istintivo o inconscio (per dirla con Freud) che emerge attraverso processi di giustificazione come quelli indicati al punto 2) e attraverso meccanismi come quelli del punto 1) che – come i lapsus – sono inconsci, ma allo stesso tempo se sono analizzati in profondità rivelano una forma mentis che deriva dal pensare in inglese invece che in italiano.

    E a questo punto bisogna abbandonare l’approccio psicologico del singolo parlante e passare dalla “psicolinguistica” alla “sociolinguistica”, perché affermare che le “sbeccature si chiamano chips” non ha a che fare con un disturbo mentale di un singolo individuo, ma con una mania compulsiva, che appartiene alla nostra società, dove ogni singolo individuo tende a comportarsi e a replicare una tendenza collettiva.

    PUNTO 4 – I centri di irradiazione sociali della lingua

    Gramsci è stato uno dei primi a porsi la questione della lingua come fatto sociale, e più che alle grammatiche dei linguisti guardava a quella “grammatica” che “opera spontaneamente in ogni società”, quella che si segue “senza saperlo” e che tende a unificarsi in un territorio da sola e senza essere normata (Antonio Gramsci, Quaderno 29 [XXI], § 2.), in altre parole: al linguaggio popolare.
    Questa grammatica “immanente nel linguaggio stesso” nasce da una serie complessa di fattori che si intrecciano, e una lingua nazionale unitaria prende forma attraverso questi processi complessi quando esiste una necessità. La lingua che prende forma nel popolo è perciò l’imitazione (e il ripetere) dei modelli linguistici che arrivano dall’alto, cioè dalla classe dirigente, e il processo di “conformismo linguistico” – cioè il propagarsi di una lingua che tende a codificarsi in un certo modo condiviso e riconosciuto da tutti – avviene attraverso i “focolai di irradiazione” della lingua che negli anni Trenta aveva individuato nella scuola, nei giornali, negli scrittori sia d’arte sia popolari, nel teatro, nelle riunioni civili di ogni tipo (da quelle politiche a quelle religiose), nel cinema e nella radio. La lingua, come prodotto sociale, nasce in questi luoghi e da queste interazioni.
    Trent’anni dopo Pasolini si era accorto che i nuovi centri di irradiazione della lingua erano ormai i centri industriali del nord, e che la nuova lingua tecnica e industrializzata arrivava da lì, e se tutti da Palermo a Milano parlavano di “frigorifero” era perché quella parola nasceva ed era diffusa dall’industrializzazione.

    Oggi i nuovi centri di irradiazione della lingua non sono più nell’asse Milano-Torino come negli anni Sessanta, provengono direttamente dall’anglosfera, e la lingua che importiamo in modo diretto da fuori d’Italia entra in modo crudo e senza essere mediata da alcun processo di adattamento, traduzione o creazione di parole nostre. Queste parole spesso non coincidono con “cose” nuove, tutt’altro: sostituiscono le parole della nostra lingua materna che il povero Freud considerava impossibili da dimenticare, ma che invece dimentichiamo e gettiamo via, come è accaduto al calcolatore abbandonato per il computer, e come nel caso di una sbeccatura che diviene chip. Ma anche come nel caso di chi parla di reputation invece di reputazione, di vision invece di visione, di underdog invece di sfavorito, di cashback invece di rimborso e via dicendo. In questi ultimi casi la lingua materna resiste, ma finisce per diventare meno prestigiosa rispetto ai suoni in inglese, dunque possiede uno status sociale inferiore, che ne mette a rischio la sopravvivenza e il futuro.
    In altre parole, nella riorganizzazione culturale e linguistica dei nostri tempi al centro della newlingua che non arriva affatto dal basso, come in molti vorrebbero far credere, c’è il costruire l’esigenza e la necessità – per dirla con Gramsci – dell’inglese. Il commesso che ti offre la bag, il barista che ti parla di chips… stanno creando la “necessità” di queste nuove parole in inglese.

    Intanto, rispetto all’epoca di Freud, Gramsci e Pasolini, i nuovi centri di irradiazione della lingua si sono arricchiti non solo della televisione, ma anche del mondo digitale, pensato in inglese ed espresso in inglese. E dopo l’epoca delle riunioni religiose o politiche i nuovi fari che ci illuminano di inglese sono rappresentati dalla lingua dell’informatica che non viene tradotta, così come accade nel lavoro, nella scienza, nelle pubblicità… dove gli anglicismi sono predominanti.
    La forma mentis di chi ti insegna che le sbeccature si chiamano chips è quella di chi è stato plasmato a ragionare nella lingua superiore, e la diffonde in modo inconsapevole come un colonizzatore, per il semplice fatto che la sua mente è ormai stata colonizzata. Esattamente come è colonizzata quella dei linguisti che ci spiegano che esistono i prestiti di necessità, una concettualizzazione che apparentemente descrive questa necessità, ma che nella realtà la presuppone, introduce e impone, facendo finta di dimostrarla con pseudo-argomentazioni imbarazzanti.

    https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/02/05/psicopatologie-dellinglese-quotidiano/

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  11. 2) I presidi fondano la propria collezione su un nucleo librario composto da opere originali e/o bilingui nelle 14 lingue individuate nel progetto (#albanese, #arabo, #cinese, #francese, #hindi, #inglese, #portoghese, #rumeno, #russo, #spagnolo, #tagalog, #tamil, #tedesco, #urdu).
    Le biblioteche interessate ad ottenere lo status di Presidio Mamma lingua dovranno inviare richiesta all’indirizzo email mammalingua[at]aib.it utilizzando il modulo scaricabile qui:
    mammalingua.it/diventa-presidi