#inglese — Public Fediverse posts
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https://www.europesays.com/it/591108/ Inter su Doué, Vanderson, Molina e Read per il dopo Dumfries #allenatore #AllenatoreParlò #alternative #arriva #bel #BelMondiale #Calcio #costa #doué #dumfries #esterno #fisico #Football #giocato #gol #inglese #Inter #IT #Italia #Italy #lista #mondiale #partite #poche #presenze #profili #psg #resta #rispetto #Soccer #sostituire #spence #Sport #Sports #stagione #terzino #vanderson
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The little Chinese place in town only does take-out. There are no tables there, you just pick up the food. #food #restaurants in #English. #ESL #EFL #EAL #inglés #영어 #английский #anglais #英语 #英語 #inglese #अंग्रेज़ी #inglês #angielski #vocabulary #LearnEnglish. Click to learn more. https://thelanguagegarage.com/english-food-and-restaurant-vocabulary/
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https://www.europesays.com/it/587505/ Inter, Spence dice sì: la trattativa con il Tottenham #altra #calciatore #Calcio #Calciomercato #capire #CapireGradirebbe #chiuso #ChiusoPedro #ChiusoPedroPorro #club #continua #destra #elemento #fase #Football #giocatore #gradirebbe #inglese #Inter #IT #Italia #Italy #khalaili #lì #londra #mondiale #nerazzurri #operazione #opzione #pedro #PedroPorro #porro #possibile #PossibileOpzione #potrà #serie #Soccer #spence #Sport #Sports #spurs #Tottenham
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https://www.europesays.com/it/582750/ Alex de Minaur e Katie Boulter sposi il giorno della finale di Wimbledon #alex #AlexDe #AlexDeMinaur #australiano #boulter #cerimonia #chissà #contea #coppia #curiosi #De #DeMinaur #DeMinaurKatie #domenica #DomenicaLuglio #finale #FinaleWimbledon #giornata? #inglese #IT #Italia #Italy #katie #KatieBoulter #luglio #minaur #segreto #Sport #Sports #tennis #torneo #wimbledon
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La rottura degli argini: dai “prestiti” alla normalizzazione del riversamento dell’inglese
di Antonio Zoppetti
L’inglese sta prevalendo sull’italiano ormai un po’ ovunque, e la nostra lingua è sempre più in regressione o abbandonata.
Voglio riprendere alcune delle segnalazioni che mi sono arrivate negli ultimi giorni, come la prima edizione del Master Part Time in AI & Automation for Advanced Project Management di Italian Tech Academy e Talent Garden pubblicizzato su La Repubblica.
A prima vista sembrerebbe un titolo in puro inglese, ma la presenza della preposizione “di” e della congiunzione “e” ci rivela che si tratta di una frase nella “newlingua” anglicizzata che qualche linguista vorrebbe far credere che non esista o non sia un problema. L’obiettivo del corso – si legge – sarebbe quello di “trasformare i tradizionali supervisori di processo [espressione italiana inferiore] in veri e propri Human-AI Orchestrator [espressione in inglese superiore], figure capaci di delegare la macchina per liberare il pensiero strategico umano”. Questo obiettivo, a quanto pare, si realizza innanzitutto con l’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese.
Basta scorrere i titoli del pezzo per capire dove si va a parare: la filosofia dell’esperimento sarebbe il metodo “By Design“, illustrato con una “Roadmap” in cinque passi per dominare “l’Agentic AI”, adottando “l’Ecosystem Advantage e la formula Blended”.Passando dall’articolo di giornale al sito istituzionale dell’iniziativa è tutto in itanglese, dalla comunicazione (“Scopri la Learning Experience di Italian Tech Academy”; “Ti forniremo i framework architetturali per integrare l’Agentic AI nella governance organizzativa”) alle patetiche testimonianze dei “brand ambassador” che altro non sono che studenti formati a questo modo che nella stessa lingua elogiano i pregi del corso: “Un mix perfetto di informazioni (…) docenti e tutor top”; “Non posso dire altro che WOW”; un Master “per fare proprio il mindeset di un vero e proprio innovator del domani”…
Questa lingua ibrida praticata dai suprematisti dell’inglese è diventata quella della formazione delle nuove generazioni: “È qui che diamo forma al futuro. Un leader della formazione digitale, un gigante dell’editoria, un top player del mondo tech insieme per realizzare un mondo di digital inclusion”.
Questa “inclusione”, però, ricorda quella del Grande Fratello, non ha niente a che fare con il rispetto e l’accoglimento delle diversità di cui ci si riempie a sproposito la bocca, assomiglia a un progetto totalitario che punta a includere tutti nello stesso pensiero unico che si esprime nella lingua dei padroni. E chi non si adegua ne è escluso.
Anche cambiando corso e regione, la lingua della formazione che prepara alla lingua del lavoro (e al collasso della nostra) è la medesima: in Friuli Venezia Giulia, per esempio, “nascono i primi 32 Resilience Officer, cioè delle “nuove” figure professionali pensate “per affrontare e coordinare la gestione delle emergenze ambientali, territoriali e socio-economiche”, dove la novità è rappresentata dal definirsi in inglese, invece di rinnovare e potenziare la Protezione civile.
Se i 32 Resilence Officer sono i “primi”, significa che presto ne arriveranno altri a ridisegnare la professione, ma intanto il Ministero dell’istruzione ha fissato il calendario con le prove di ammissione all’università, e la novità è che “Medicina è solo in inglese”.
La cosa più preoccupante è che a nessuno viene in mente di porre la questione del diritto allo studio nella propria lingua madre, nemmeno agli studenti, che ai miei tempi avrebbero fatto la rivoluzione davanti a questo schifo, ma oggi accettano tutto ciò senza rendersi conto che questo sistema che li include è lo stesso delle scuole coloniali africane, dove l’accesso agli studi era previsto solo in inglese; e un simile bel modello di “inclusione” ha contribuito al declino delle lingue e culture locali sradicate in nome di quelle superiori.Dai prestiti al riversamento dell’inglese e alla sua normalizzazione
Quando, dieci anni fa, ho cominciato a studiare il fenomeno dell’interferenza dell’inglese sull’italiano, mi sono accorto che le teorie rassicuranti in voga tra i linguisti erano un ammasso di sciocchezze che non avevano alcuna aderenza con i dati reali, che nessuno si era sognato di quantificare in modo serio. E allora ho per la prima volta denunciato la situazione con cognizione di causa nel libro Diciamolo in italiano. Il numero degli anglicismi crudi registrati dai dizionari era impazzito: il Devoto Oli del 1990 — di cui avevo personalmente curato l’edizione digitale — ne annoverava circa 1.600, ma nel 2016 questo numero era salito a 3.500 (e oggi sono più di 4.000). Avevo anche rilevato come queste parole inglesi, rispetto al Novecento, erano sempre più frequenti nei giornali e che stavano sempre più penetrando nella lingua comune e persino in quella di base. Dunque erano sempre meno dei termini specialisti per addetti ai lavori e sempre più parole comuni.
Da allora, ho continuato a monitorare il fenomeno in modo costante, oltre che a denunciarlo con i miei libri e articoli, e ho anche provato a dare vita a un dizionario che raccoglieva gli anglicismi in circolazione, li spiegava e suggeriva delle alternative in italiano, quando presenti o possibili. Ma ormai questa strada è sempre più impraticabile.
Che cosa è cambiato nell’ultimo decennio?
Si sono rotti gli argini. Non abbiamo più a che fare con dei singoli vocaboli inglesi (o pseudoinglesi) che vengono trapiantati nella nostra lingua con una loro stabilità, bensì con un ricorso all’inglese generalizzato che non si riesce più a monitorare: è troppo vasto, troppo profondo, troppo veloce. È un flusso in crescita costante, non una semplice somma di parole inglesi.
Quello che salta all’occhio in modo sempre più incontrovertibile è la normalizzazione dell’inglese, la rinuncia alla traduzione e all’inventare parole in italiano non solo per le cose e i concetti nuovi, ma anche per ridefinire le cose vecchie riverniciandole di angloamericano. È in questo contesto culturale che le notizie false sono diventate fake news, gli autoscatti selfie, l’IA è detta AI, il confinamento lockdown, mentre i codici a barre sono stati sostituiti dai Qr code (con pronuncia all’americana) non dai codici QR…
Nell’allargarsi del fenomeno, gli anglicismi – che i linguisti chiamano “prestiti” – cedono il posto a un riversamento dell’inglese incontenibile, che esce dai dizionari e si trasforma in un codice espressivo ibrido foriero di combinazioni potenzialmente infinite. In questa alienazione linguistica generalizzata che si salda con un’anglicizzazione compulsiva, una navetta che porta al lago diventa dunque un “Lakebus” – introdotto dal Comune di Pelizzano per raggiungere il Lago dei Caprioli, in Trentino – in attesa che forse anche un lago diventi un lake, mentre sui giornali compaiono titoli come “Perché il work life balance è un falso mito di cui dovremmo liberarci” che non si capisce a chi si rivolga: l’italiano medio non ha affatto il “falso mito” del work life balance per il semplice fatto che non sa nemmeno di cosa si stia parlando.
Questi non sono “prestiti”, lo dovrebbe capire senza troppi sforzi persino il linguista medio. Quello che sta accadendo è che non abbiamo più a che fare con qualche migliaio di parole in inglese crudo, ma con il cedimento strutturale della nostra lingua che si sta trasformando in un sistema ibrido, in una commutazione di codice – il ricorso nella stessa frase a porzioni di italiano e di inglese mescolate – che qualche linguaiolo preferisce rendere con l’espressione code-switching.
E mentre tra questi “studiosi” c’è chi fa finta di niente, chi nega, chi difende i “prestiti di necessità” (o peggio ancora quelli “utili” o “insostituibili”) e chi è convinto che l’anglicizzazione sia tutta un’illusione ottica, qualunque persona di buon senso è in grado di vedere ben più in là. Per esempio il conduttore televisivo Federico Quaranta, di cui voglio riportare e sottoscrivere le parole:
“La lingua italiana non sta morendo. Sta facendo un meeting. Anzi, una call. Con il team. Per fare networking, definire la vision, ottimizzare il mindset, creare engagement, lavorare sulla customer journey, il KPI, il branding, il timing, il brief, il feedback e il follow-up.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa
Tradotto in italiano? Boh. Però suona da manager.
Una volta uno parlava italiano e sembrava colto. Oggi, se non infili tre inglesismi ogni due frasi, sembri il custode del liceo. Non hai un’idea. Hai un concept. Non hai un problema. Hai una issue. Non sbagli. Faili. Non copi. Fai un restyling. Non racconti. Fai storytelling. E se dici ‘riunione’ invece di ‘meeting‘, qualcuno ti guarda come se fossi appena sceso da una diligenza. (…) Ormai è iconico anche il parcheggio del supermercato. ‘Resiliente.’ Lo sono le aziende, i comuni, i cactus, i biscotti integrali. Tra poco anche il Wi-Fi.
Il problema non è l’inglese. Le lingue si sono sempre contaminate. Il problema è che stiamo sostituendo il vocabolario con un piano marketing. (…) E così, mentre diciamo ‘wow‘, ‘top‘, ‘cringe‘, ‘CEO‘, ‘POV‘, ‘LOL‘, ‘ASAP‘, ‘FYI‘ e ‘next level‘, perdiamo parole meravigliose come letizia, struggimento, garbo, incanto, pudore. Abbiamo ridotto una delle lingue più ricche del pianeta a una presentazione PowerPoint. Con trenta slide. Nessun contenuto. E tantissimo engagement.” -
La rottura degli argini: dai “prestiti” alla normalizzazione del riversamento dell’inglese
di Antonio Zoppetti
L’inglese sta prevalendo sull’italiano ormai un po’ ovunque, e la nostra lingua è sempre più in regressione o abbandonata.
Voglio riprendere alcune delle segnalazioni che mi sono arrivate negli ultimi giorni, come la prima edizione del Master Part Time in AI & Automation for Advanced Project Management di Italian Tech Academy e Talent Garden pubblicizzato su La Repubblica.
A prima vista sembrerebbe un titolo in puro inglese, ma la presenza della preposizione “di” e della congiunzione “e” ci rivela che si tratta di una frase nella “newlingua” anglicizzata che qualche linguista vorrebbe far credere che non esista o non sia un problema. L’obiettivo del corso – si legge – sarebbe quello di “trasformare i tradizionali supervisori di processo [espressione italiana inferiore] in veri e propri Human-AI Orchestrator [espressione in inglese superiore], figure capaci di delegare la macchina per liberare il pensiero strategico umano”. Questo obiettivo, a quanto pare, si realizza innanzitutto con l’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese.
Basta scorrere i titoli del pezzo per capire dove si va a parare: la filosofia dell’esperimento sarebbe il metodo “By Design“, illustrato con una “Roadmap” in cinque passi per dominare “l’Agentic AI”, adottando “l’Ecosystem Advantage e la formula Blended”.Passando dall’articolo di giornale al sito istituzionale dell’iniziativa è tutto in itanglese, dalla comunicazione (“Scopri la Learning Experience di Italian Tech Academy”; “Ti forniremo i framework architetturali per integrare l’Agentic AI nella governance organizzativa”) alle patetiche testimonianze dei “brand ambassador” che altro non sono che studenti formati a questo modo che nella stessa lingua elogiano i pregi del corso: “Un mix perfetto di informazioni (…) docenti e tutor top”; “Non posso dire altro che WOW”; un Master “per fare proprio il mindeset di un vero e proprio innovator del domani”…
Questa lingua ibrida praticata dai suprematisti dell’inglese è diventata quella della formazione delle nuove generazioni: “È qui che diamo forma al futuro. Un leader della formazione digitale, un gigante dell’editoria, un top player del mondo tech insieme per realizzare un mondo di digital inclusion”.
Questa “inclusione”, però, ricorda quella del Grande Fratello, non ha niente a che fare con il rispetto e l’accoglimento delle diversità di cui ci si riempie a sproposito la bocca, assomiglia a un progetto totalitario che punta a includere tutti nello stesso pensiero unico che si esprime nella lingua dei padroni. E chi non si adegua ne è escluso.
Anche cambiando corso e regione, la lingua della formazione che prepara alla lingua del lavoro (e al collasso della nostra) è la medesima: in Friuli Venezia Giulia, per esempio, “nascono i primi 32 Resilience Officer, cioè delle “nuove” figure professionali pensate “per affrontare e coordinare la gestione delle emergenze ambientali, territoriali e socio-economiche”, dove la novità è rappresentata dal definirsi in inglese, invece di rinnovare e potenziare la Protezione civile.
Se i 32 Resilence Officer sono i “primi”, significa che presto ne arriveranno altri a ridisegnare la professione, ma intanto il Ministero dell’istruzione ha fissato il calendario con le prove di ammissione all’università, e la novità è che “Medicina è solo in inglese”.
La cosa più preoccupante è che a nessuno viene in mente di porre la questione del diritto allo studio nella propria lingua madre, nemmeno agli studenti, che ai miei tempi avrebbero fatto la rivoluzione davanti a questo schifo, ma oggi accettano tutto ciò senza rendersi conto che questo sistema che li include è lo stesso delle scuole coloniali africane, dove l’accesso agli studi era previsto solo in inglese; e un simile bel modello di “inclusione” ha contribuito al declino delle lingue e culture locali sradicate in nome di quelle superiori.Dai prestiti al riversamento dell’inglese e alla sua normalizzazione
Quando, dieci anni fa, ho cominciato a studiare il fenomeno dell’interferenza dell’inglese sull’italiano, mi sono accorto che le teorie rassicuranti in voga tra i linguisti erano un ammasso di sciocchezze che non avevano alcuna aderenza con i dati reali, che nessuno si era sognato di quantificare in modo serio. E allora ho per la prima volta denunciato la situazione con cognizione di causa nel libro Diciamolo in italiano. Il numero degli anglicismi crudi registrati dai dizionari era impazzito: il Devoto Oli del 1990 — di cui avevo personalmente curato l’edizione digitale — ne annoverava circa 1.600, ma nel 2016 questo numero era salito a 3.500 (e oggi sono più di 4.000). Avevo anche rilevato come queste parole inglesi, rispetto al Novecento, erano sempre più frequenti nei giornali e che stavano sempre più penetrando nella lingua comune e persino in quella di base. Dunque erano sempre meno dei termini specialisti per addetti ai lavori e sempre più parole comuni.
Da allora, ho continuato a monitorare il fenomeno in modo costante, oltre che a denunciarlo con i miei libri e articoli, e ho anche provato a dare vita a un dizionario che raccoglieva gli anglicismi in circolazione, li spiegava e suggeriva delle alternative in italiano, quando presenti o possibili. Ma ormai questa strada è sempre più impraticabile.
Che cosa è cambiato nell’ultimo decennio?
Si sono rotti gli argini. Non abbiamo più a che fare con dei singoli vocaboli inglesi (o pseudoinglesi) che vengono trapiantati nella nostra lingua con una loro stabilità, bensì con un ricorso all’inglese generalizzato che non si riesce più a monitorare: è troppo vasto, troppo profondo, troppo veloce. È un flusso in crescita costante, non una semplice somma di parole inglesi.
Quello che salta all’occhio in modo sempre più incontrovertibile è la normalizzazione dell’inglese, la rinuncia alla traduzione e all’inventare parole in italiano non solo per le cose e i concetti nuovi, ma anche per ridefinire le cose vecchie riverniciandole di angloamericano. È in questo contesto culturale che le notizie false sono diventate fake news, gli autoscatti selfie, l’IA è detta AI, il confinamento lockdown, mentre i codici a barre sono stati sostituiti dai Qr code (con pronuncia all’americana) non dai codici QR…
Nell’allargarsi del fenomeno, gli anglicismi – che i linguisti chiamano “prestiti” – cedono il posto a un riversamento dell’inglese incontenibile, che esce dai dizionari e si trasforma in un codice espressivo ibrido foriero di combinazioni potenzialmente infinite. In questa alienazione linguistica generalizzata che si salda con un’anglicizzazione compulsiva, una navetta che porta al lago diventa dunque un “Lakebus” – introdotto dal Comune di Pelizzano per raggiungere il Lago dei Caprioli, in Trentino – in attesa che forse anche un lago diventi un lake, mentre sui giornali compaiono titoli come “Perché il work life balance è un falso mito di cui dovremmo liberarci” che non si capisce a chi si rivolga: l’italiano medio non ha affatto il “falso mito” del work life balance per il semplice fatto che non sa nemmeno di cosa si stia parlando.
Questi non sono “prestiti”, lo dovrebbe capire senza troppi sforzi persino il linguista medio. Quello che sta accadendo è che non abbiamo più a che fare con qualche migliaio di parole in inglese crudo, ma con il cedimento strutturale della nostra lingua che si sta trasformando in un sistema ibrido, in una commutazione di codice – il ricorso nella stessa frase a porzioni di italiano e di inglese mescolate – che qualche linguaiolo preferisce rendere con l’espressione code-switching.
E mentre tra questi “studiosi” c’è chi fa finta di niente, chi nega, chi difende i “prestiti di necessità” (o peggio ancora quelli “utili” o “insostituibili”) e chi è convinto che l’anglicizzazione sia tutta un’illusione ottica, qualunque persona di buon senso è in grado di vedere ben più in là. Per esempio il conduttore televisivo Federico Quaranta, di cui voglio riportare e sottoscrivere le parole:
“La lingua italiana non sta morendo. Sta facendo un meeting. Anzi, una call. Con il team. Per fare networking, definire la vision, ottimizzare il mindset, creare engagement, lavorare sulla customer journey, il KPI, il branding, il timing, il brief, il feedback e il follow-up.
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Una volta uno parlava italiano e sembrava colto. Oggi, se non infili tre inglesismi ogni due frasi, sembri il custode del liceo. Non hai un’idea. Hai un concept. Non hai un problema. Hai una issue. Non sbagli. Faili. Non copi. Fai un restyling. Non racconti. Fai storytelling. E se dici ‘riunione’ invece di ‘meeting‘, qualcuno ti guarda come se fossi appena sceso da una diligenza. (…) Ormai è iconico anche il parcheggio del supermercato. ‘Resiliente.’ Lo sono le aziende, i comuni, i cactus, i biscotti integrali. Tra poco anche il Wi-Fi.
Il problema non è l’inglese. Le lingue si sono sempre contaminate. Il problema è che stiamo sostituendo il vocabolario con un piano marketing. (…) E così, mentre diciamo ‘wow‘, ‘top‘, ‘cringe‘, ‘CEO‘, ‘POV‘, ‘LOL‘, ‘ASAP‘, ‘FYI‘ e ‘next level‘, perdiamo parole meravigliose come letizia, struggimento, garbo, incanto, pudore. Abbiamo ridotto una delle lingue più ricche del pianeta a una presentazione PowerPoint. Con trenta slide. Nessun contenuto. E tantissimo engagement.” -
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Il caldo, la temperatura percepita e un vaffancooling all’italiano
di Antonio Zoppetti
Ogni giorno, in Italia, un giornalista si sveglia e introduce un nuovo anglicismo.
Ogni giorno, in Italia, un lettore si sveglia e, se non impara il significato dell’anglicismo, sarà tagliato fuori dalla comprensione.
Ogni giorno, in Italia, non importa che tu sia un giornalista o un lettore: l’importante è che passi all’inglese.Mentre boccheggiamo sotto la morsa dell’attuale ondata di caldo, c’è chi si può permettere una vacanza al fresco e chi non lo può fare, c’è chi se la passa meglio perché vive in ambienti condizionati e chi si deve accontentare di un ventilatore. Non ci vuole poi molto a intuire che chi è ricco – le classi sociali agiate – in linea di massima se la passi meglio di chi è povero, anche perché questa ovvietà travalica la contingenza della calura e vale per ogni altro aspetto della qualità della vita, dall’alimentazione alle cure mediche. Se passiamo invece alla qualità della lingua italiana e del giornalismo, stupisce che per raccontare simili banalità si ricorra a un lessico del nuovismo in inglese di sapore decisamente coloniale, e a un’anglicizzazione selvaggia che punta ad abbandonare l’italiano per riscrivere la nostra società attraverso espressioni trapiantate dall’angloamericano che cancellano le parole con cui la gente si esprime per sostituirle con analoghi concetti in inglese incomprensibili alle masse.
Coolcation
E così, la settima scorsa, un articolo del Corriere spacciava la “vacanza al fresco” come un “nuovo” (ma quando mai?) lusso dell’estate, rivenduto – come di consueto – in inglese: la coolcation, riportata senza virgolette (come fosse un’espressione nostra) e spiegata con queste parole: “Neologismo nato dalla fusione di cool (fresco) e vacation (vacanza)”. Con il solito taglio cialtrone tipico dei suprematisti dell’inglese, si omette volutamente di specificare che si tratta di un neologismo inglese, non certo italiano, e che non c’è alcuna ragione di riproporlo così a tutti gli italiani. E infatti è piuttosto imbarazzante leggere la spiegazione: “In italiano può essere tradotto come ‘vacanza al fresco’ o ‘turismo del fresco’”.
Questa prospettiva anglocentrica andrebbe ribaltata: perché mai tu, giornalista anglomane, stai traducendo la vacanza al fresco, la fuga dall’afa delle città e un concetto piuttosto datato con un neologismo in inglese? Questa sottile arte manipolatoria del ribaltamento delle cose serve per introdurre una parola inglese al posto dell’italiano che abbiamo sempre usato (“tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”).
Gli anglomani operano con queste modalità per abbandonare l’italiano in favore della lingua superiore da cui si abbeverano come scimmiette, e il loro giochino preferito è quello di far credere che non sarebbero loro a scegliere volutamente espressioni del genere, ma si limiterebbero a riportarle perché sarebbero “in uso”. Ma l’uso di chi? Su questo particolare tacciono volutamente.
Per smontare questo genere di balle basta cercare “coolcation” su Google che la interpreta come un refuso, restituendo invece la definizione della parola “collocation” che ci assomiglia. Coolcation compare infatti solo tra le notizie recenti dei giornali italiani anglomani. Dunque la risposta alla domanda “l’uso di chi?” è semplice: l’uso di qualche americano che ha tutti i motivi per creare dei neologismi nella propria lingua, e l’uso dei giornalisti accecati dall’anglomania che invece di scrivere in italiano preferiscono ripetere l’inglese senza alcuna motivazione plausibile, senza alcun rispetto per i loro lettori e per la trasparenza che dovrebbe essere alla base dell’informazione. Dell’uso degli italiani che vanno in vacanza alla ricerca del fresco pare non interessi niente a nessuno.
Cooling poverty
Anche la banalità per cui, davanti al caldo insopportabile, i ricchi se la passano meglio dei poveri viene rivenduta in inglese da certi giornalisti attraverso il concetto di cooling poverty – letteralmente povertà di rinfrescamento – rivestito di altisonanti riflessioni sociologiche sulle diseguaglianze, che spaziano dall’accesso equo al condizionatore ai divari causati dalla povertà energetica… Dietro queste supercazzole c’è solo l’intento di voler anglicizzare ogni cosa, persino il fresco e il caldo, per cui in un pezzo su Grazia i giorni più caldi dell’anno diventano “hot days”, mentre accanto ai consueti titoli che normalizzano l’inglese (“cos’è la cooling poverty”) spuntano le vacanze nelle mete slow.
Andando in questa direzione prima o poi qualche imbecille ci spiegherà forse che le disuguaglianze sociali di chi non ha da mangiare sono solo un caso di “food poverty” che si potrebbe tradurre con fame, mentre chi non può accedere alla sanità privata – nell’attuale smantellamento di quella pubblica che segue i modelli d’oltreoceano – è vittima dell’“healthcare poverty”… chissà!
Mentre la casta di giornalisti, comunicatori, tecnici, terminologi da barzelletta… introduce quotidianamente nuove espressioni in inglese con queste modalità (sarà l’italian poverty?), per ritornare al caldo e alle temperature non si può fare a meno di citare una lettura del fenomeno in voga tra vari linguisti che, invece di preoccuparsi per l’anglicizzazione, la negano e ci sguazzano compiaciuti (sono quelli dei “prestiti di necessità” degli anglicismi “insostituibili” e altre simili stupidaggini).
La scemenza della “temperatura percepita” applicata agli anglicismi
La questione degli anglicismi è di solito liquidata da questi personaggi con l’infelice metafora della “temperatura percepita”: la presenza delle parole inglesi sarebbe tutta “un’illusione ottica” causata dal nostro cervello che tende a percepire il fenomeno come macroscopico anche se nella realtà non è così, perché sarebbero in larga parte parole usa e getta passeggere… come se il flusso anglicizzante – continuo e in costante aumento da ben più di mezzo secolo – non esistesse. Bisognerebbe invece ricordare che è proprio la temperatura percepita che fa sì che migliaia di persone finiscano in ospedale per il caldo, perché la temperatura del termometro non è affatto un parametro indicativo, visto che sono i tassi di umidità e di ventilazione percepiti dal nostro corpo, ma non dal mercurio, a essere determinanti (il che non vale solo per i colpi di calore, ma anche per le temperature rigide invernali che possono provocare assideramento).
Questo modo di ragionare, se non è supportato dai dati, si trasforma in uno pseudoragionamento che serve per costruire la realtà (e il sistema) che si preferisce, ed è un approccio che serve per giustificare o per negare qualsiasi cosa a prescindere dai fatti. Mi tornano alla mente le parole di Edward Luttwak, quando gli americani fuggivano in modo scomposto dall’Afganistan: sosteneva che si trattasse di una ritirata percepita e suscitò le risa (e l’imbarazzo) dei conduttori televisivi (cfr. la trasmissione In onda, La7, 17 agosto 2021 condotta da Concita De Gregorio e David Parenzo).
Purtroppo, davanti ad analoghi ragionamenti (un altro caso è rappresentato dai negazionisti del cambiamento climatico), invece di ridere e di provare imbarazzo, c’è chi preferisce assumere un atteggiamento fondamentalista/negazionista alla Luttwak, a quanto pare.
Ma se si conteggiano gli anglicismi sui giornali e si confrontano gli articoli del Duemila con quelli del Novecento, se si analizzano le crescite di quelli registrati dai dizionari (circa 1.700 nel 1990 e oggi più di 4.000), se si analizzano le loro frequenze, se si vanno a contare quelli che sono usciti dai dizionari (pochissimi e irrilevanti), se si conteggia la penetrazione dell’inglese nel lessico di base (negli anni Ottanta c’erano una decina di parole inglesi e oggi sono ben più di cento), se si studia il lessico specialistico dove in sempre più ambiti – dal lavoro all’informatica – assistiamo a un collasso dell’italiano… c’è ben poco da negare. E così, mentre il fresco è sempre più cool, anche l’italiano se ne va affancooling.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Il caldo, la temperatura percepita e un vaffancooling all’italiano
di Antonio Zoppetti
Ogni giorno, in Italia, un giornalista si sveglia e introduce un nuovo anglicismo.
Ogni giorno, in Italia, un lettore si sveglia e, se non impara il significato dell’anglicismo, sarà tagliato fuori dalla comprensione.
Ogni giorno, in Italia, non importa che tu sia un giornalista o un lettore: l’importante è che passi all’inglese.Mentre boccheggiamo sotto la morsa dell’attuale ondata di caldo, c’è chi si può permettere una vacanza al fresco e chi non lo può fare, c’è chi se la passa meglio perché vive in ambienti condizionati e chi si deve accontentare di un ventilatore. Non ci vuole poi molto a intuire che chi è ricco – le classi sociali agiate – in linea di massima se la passi meglio di chi è povero, anche perché questa ovvietà travalica la contingenza della calura e vale per ogni altro aspetto della qualità della vita, dall’alimentazione alle cure mediche. Se passiamo invece alla qualità della lingua italiana e del giornalismo, stupisce che per raccontare simili banalità si ricorra a un lessico del nuovismo in inglese di sapore decisamente coloniale, e a un’anglicizzazione selvaggia che punta ad abbandonare l’italiano per riscrivere la nostra società attraverso espressioni trapiantate dall’angloamericano che cancellano le parole con cui la gente si esprime per sostituirle con analoghi concetti in inglese incomprensibili alle masse.
Coolcation
E così, la settima scorsa, un articolo del Corriere spacciava la “vacanza al fresco” come un “nuovo” (ma quando mai?) lusso dell’estate, rivenduto – come di consueto – in inglese: la coolcation, riportata senza virgolette (come fosse un’espressione nostra) e spiegata con queste parole: “Neologismo nato dalla fusione di cool (fresco) e vacation (vacanza)”. Con il solito taglio cialtrone tipico dei suprematisti dell’inglese, si omette volutamente di specificare che si tratta di un neologismo inglese, non certo italiano, e che non c’è alcuna ragione di riproporlo così a tutti gli italiani. E infatti è piuttosto imbarazzante leggere la spiegazione: “In italiano può essere tradotto come ‘vacanza al fresco’ o ‘turismo del fresco’”.
Questa prospettiva anglocentrica andrebbe ribaltata: perché mai tu, giornalista anglomane, stai traducendo la vacanza al fresco, la fuga dall’afa delle città e un concetto piuttosto datato con un neologismo in inglese? Questa sottile arte manipolatoria del ribaltamento delle cose serve per introdurre una parola inglese al posto dell’italiano che abbiamo sempre usato (“tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”).
Gli anglomani operano con queste modalità per abbandonare l’italiano in favore della lingua superiore da cui si abbeverano come scimmiette, e il loro giochino preferito è quello di far credere che non sarebbero loro a scegliere volutamente espressioni del genere, ma si limiterebbero a riportarle perché sarebbero “in uso”. Ma l’uso di chi? Su questo particolare tacciono volutamente.
Per smontare questo genere di balle basta cercare “coolcation” su Google che la interpreta come un refuso, restituendo invece la definizione della parola “collocation” che ci assomiglia. Coolcation compare infatti solo tra le notizie recenti dei giornali italiani anglomani. Dunque la risposta alla domanda “l’uso di chi?” è semplice: l’uso di qualche americano che ha tutti i motivi per creare dei neologismi nella propria lingua, e l’uso dei giornalisti accecati dall’anglomania che invece di scrivere in italiano preferiscono ripetere l’inglese senza alcuna motivazione plausibile, senza alcun rispetto per i loro lettori e per la trasparenza che dovrebbe essere alla base dell’informazione. Dell’uso degli italiani che vanno in vacanza alla ricerca del fresco pare non interessi niente a nessuno.
Cooling poverty
Anche la banalità per cui, davanti al caldo insopportabile, i ricchi se la passano meglio dei poveri viene rivenduta in inglese da certi giornalisti attraverso il concetto di cooling poverty – letteralmente povertà di rinfrescamento – rivestito di altisonanti riflessioni sociologiche sulle diseguaglianze, che spaziano dall’accesso equo al condizionatore ai divari causati dalla povertà energetica… Dietro queste supercazzole c’è solo l’intento di voler anglicizzare ogni cosa, persino il fresco e il caldo, per cui in un pezzo su Grazia i giorni più caldi dell’anno diventano “hot days”, mentre accanto ai consueti titoli che normalizzano l’inglese (“cos’è la cooling poverty”) spuntano le vacanze nelle mete slow.
Andando in questa direzione prima o poi qualche imbecille ci spiegherà forse che le disuguaglianze sociali di chi non ha da mangiare sono solo un caso di “food poverty” che si potrebbe tradurre con fame, mentre chi non può accedere alla sanità privata – nell’attuale smantellamento di quella pubblica che segue i modelli d’oltreoceano – è vittima dell’“healthcare poverty”… chissà!
Mentre la casta di giornalisti, comunicatori, tecnici, terminologi da barzelletta… introduce quotidianamente nuove espressioni in inglese con queste modalità (sarà l’italian poverty?), per ritornare al caldo e alle temperature non si può fare a meno di citare una lettura del fenomeno in voga tra vari linguisti che, invece di preoccuparsi per l’anglicizzazione, la negano e ci sguazzano compiaciuti (sono quelli dei “prestiti di necessità” degli anglicismi “insostituibili” e altre simili stupidaggini).
La scemenza della “temperatura percepita” applicata agli anglicismi
La questione degli anglicismi è di solito liquidata da questi personaggi con l’infelice metafora della “temperatura percepita”: la presenza delle parole inglesi sarebbe tutta “un’illusione ottica” causata dal nostro cervello che tende a percepire il fenomeno come macroscopico anche se nella realtà non è così, perché sarebbero in larga parte parole usa e getta passeggere… come se il flusso anglicizzante – continuo e in costante aumento da ben più di mezzo secolo – non esistesse. Bisognerebbe invece ricordare che è proprio la temperatura percepita che fa sì che migliaia di persone finiscano in ospedale per il caldo, perché la temperatura del termometro non è affatto un parametro indicativo, visto che sono i tassi di umidità e di ventilazione percepiti dal nostro corpo, ma non dal mercurio, a essere determinanti (il che non vale solo per i colpi di calore, ma anche per le temperature rigide invernali che possono provocare assideramento).
Questo modo di ragionare, se non è supportato dai dati, si trasforma in uno pseudoragionamento che serve per costruire la realtà (e il sistema) che si preferisce, ed è un approccio che serve per giustificare o per negare qualsiasi cosa a prescindere dai fatti. Mi tornano alla mente le parole di Edward Luttwak, quando gli americani fuggivano in modo scomposto dall’Afganistan: sosteneva che si trattasse di una ritirata percepita e suscitò le risa (e l’imbarazzo) dei conduttori televisivi (cfr. la trasmissione In onda, La7, 17 agosto 2021 condotta da Concita De Gregorio e David Parenzo).
Purtroppo, davanti ad analoghi ragionamenti (un altro caso è rappresentato dai negazionisti del cambiamento climatico), invece di ridere e di provare imbarazzo, c’è chi preferisce assumere un atteggiamento fondamentalista/negazionista alla Luttwak, a quanto pare.
Ma se si conteggiano gli anglicismi sui giornali e si confrontano gli articoli del Duemila con quelli del Novecento, se si analizzano le crescite di quelli registrati dai dizionari (circa 1.700 nel 1990 e oggi più di 4.000), se si analizzano le loro frequenze, se si vanno a contare quelli che sono usciti dai dizionari (pochissimi e irrilevanti), se si conteggia la penetrazione dell’inglese nel lessico di base (negli anni Ottanta c’erano una decina di parole inglesi e oggi sono ben più di cento), se si studia il lessico specialistico dove in sempre più ambiti – dal lavoro all’informatica – assistiamo a un collasso dell’italiano… c’è ben poco da negare. E così, mentre il fresco è sempre più cool, anche l’italiano se ne va affancooling.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Il caldo, la temperatura percepita e un vaffancooling all’italiano
di Antonio Zoppetti
Ogni giorno, in Italia, un giornalista si sveglia e introduce un nuovo anglicismo.
Ogni giorno, in Italia, un lettore si sveglia e, se non impara il significato dell’anglicismo, sarà tagliato fuori dalla comprensione.
Ogni giorno, in Italia, non importa che tu sia un giornalista o un lettore: l’importante è che passi all’inglese.Mentre boccheggiamo sotto la morsa dell’attuale ondata di caldo, c’è chi si può permettere una vacanza al fresco e chi non lo può fare, c’è chi se la passa meglio perché vive in ambienti condizionati e chi si deve accontentare di un ventilatore. Non ci vuole poi molto a intuire che chi è ricco – le classi sociali agiate – in linea di massima se la passi meglio di chi è povero, anche perché questa ovvietà travalica la contingenza della calura e vale per ogni altro aspetto della qualità della vita, dall’alimentazione alle cure mediche. Se passiamo invece alla qualità della lingua italiana e del giornalismo, stupisce che per raccontare simili banalità si ricorra a un lessico del nuovismo in inglese di sapore decisamente coloniale, e a un’anglicizzazione selvaggia che punta ad abbandonare l’italiano per riscrivere la nostra società attraverso espressioni trapiantate dall’angloamericano che cancellano le parole con cui la gente si esprime per sostituirle con analoghi concetti in inglese incomprensibili alle masse.
Coolcation
E così, la settima scorsa, un articolo del Corriere spacciava la “vacanza al fresco” come un “nuovo” (ma quando mai?) lusso dell’estate, rivenduto – come di consueto – in inglese: la coolcation, riportata senza virgolette (come fosse un’espressione nostra) e spiegata con queste parole: “Neologismo nato dalla fusione di cool (fresco) e vacation (vacanza)”. Con il solito taglio cialtrone tipico dei suprematisti dell’inglese, si omette volutamente di specificare che si tratta di un neologismo inglese, non certo italiano, e che non c’è alcuna ragione di riproporlo così a tutti gli italiani. E infatti è piuttosto imbarazzante leggere la spiegazione: “In italiano può essere tradotto come ‘vacanza al fresco’ o ‘turismo del fresco’”.
Questa prospettiva anglocentrica andrebbe ribaltata: perché mai tu, giornalista anglomane, stai traducendo la vacanza al fresco, la fuga dall’afa delle città e un concetto piuttosto datato con un neologismo in inglese? Questa sottile arte manipolatoria del ribaltamento delle cose serve per introdurre una parola inglese al posto dell’italiano che abbiamo sempre usato (“tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”).
Gli anglomani operano con queste modalità per abbandonare l’italiano in favore della lingua superiore da cui si abbeverano come scimmiette, e il loro giochino preferito è quello di far credere che non sarebbero loro a scegliere volutamente espressioni del genere, ma si limiterebbero a riportarle perché sarebbero “in uso”. Ma l’uso di chi? Su questo particolare tacciono volutamente.
Per smontare questo genere di balle basta cercare “coolcation” su Google che la interpreta come un refuso, restituendo invece la definizione della parola “collocation” che ci assomiglia. Coolcation compare infatti solo tra le notizie recenti dei giornali italiani anglomani. Dunque la risposta alla domanda “l’uso di chi?” è semplice: l’uso di qualche americano che ha tutti i motivi per creare dei neologismi nella propria lingua, e l’uso dei giornalisti accecati dall’anglomania che invece di scrivere in italiano preferiscono ripetere l’inglese senza alcuna motivazione plausibile, senza alcun rispetto per i loro lettori e per la trasparenza che dovrebbe essere alla base dell’informazione. Dell’uso degli italiani che vanno in vacanza alla ricerca del fresco pare non interessi niente a nessuno.
Cooling poverty
Anche la banalità per cui, davanti al caldo insopportabile, i ricchi se la passano meglio dei poveri viene rivenduta in inglese da certi giornalisti attraverso il concetto di cooling poverty – letteralmente povertà di rinfrescamento – rivestito di altisonanti riflessioni sociologiche sulle diseguaglianze, che spaziano dall’accesso equo al condizionatore ai divari causati dalla povertà energetica… Dietro queste supercazzole c’è solo l’intento di voler anglicizzare ogni cosa, persino il fresco e il caldo, per cui in un pezzo su Grazia i giorni più caldi dell’anno diventano “hot days”, mentre accanto ai consueti titoli che normalizzano l’inglese (“cos’è la cooling poverty”) spuntano le vacanze nelle mete slow.
Andando in questa direzione prima o poi qualche imbecille ci spiegherà forse che le disuguaglianze sociali di chi non ha da mangiare sono solo un caso di “food poverty” che si potrebbe tradurre con fame, mentre chi non può accedere alla sanità privata – nell’attuale smantellamento di quella pubblica che segue i modelli d’oltreoceano – è vittima dell’“healthcare poverty”… chissà!
Mentre la casta di giornalisti, comunicatori, tecnici, terminologi da barzelletta… introduce quotidianamente nuove espressioni in inglese con queste modalità (sarà l’italian poverty?), per ritornare al caldo e alle temperature non si può fare a meno di citare una lettura del fenomeno in voga tra vari linguisti che, invece di preoccuparsi per l’anglicizzazione, la negano e ci sguazzano compiaciuti (sono quelli dei “prestiti di necessità” degli anglicismi “insostituibili” e altre simili stupidaggini).
La scemenza della “temperatura percepita” applicata agli anglicismi
La questione degli anglicismi è di solito liquidata da questi personaggi con l’infelice metafora della “temperatura percepita”: la presenza delle parole inglesi sarebbe tutta “un’illusione ottica” causata dal nostro cervello che tende a percepire il fenomeno come macroscopico anche se nella realtà non è così, perché sarebbero in larga parte parole usa e getta passeggere… come se il flusso anglicizzante – continuo e in costante aumento da ben più di mezzo secolo – non esistesse. Bisognerebbe invece ricordare che è proprio la temperatura percepita che fa sì che migliaia di persone finiscano in ospedale per il caldo, perché la temperatura del termometro non è affatto un parametro indicativo, visto che sono i tassi di umidità e di ventilazione percepiti dal nostro corpo, ma non dal mercurio, a essere determinanti (il che non vale solo per i colpi di calore, ma anche per le temperature rigide invernali che possono provocare assideramento).
Questo modo di ragionare, se non è supportato dai dati, si trasforma in uno pseudoragionamento che serve per costruire la realtà (e il sistema) che si preferisce, ed è un approccio che serve per giustificare o per negare qualsiasi cosa a prescindere dai fatti. Mi tornano alla mente le parole di Edward Luttwak, quando gli americani fuggivano in modo scomposto dall’Afganistan: sosteneva che si trattasse di una ritirata percepita e suscitò le risa (e l’imbarazzo) dei conduttori televisivi (cfr. la trasmissione In onda, La7, 17 agosto 2021 condotta da Concita De Gregorio e David Parenzo).
Purtroppo, davanti ad analoghi ragionamenti (un altro caso è rappresentato dai negazionisti del cambiamento climatico), invece di ridere e di provare imbarazzo, c’è chi preferisce assumere un atteggiamento fondamentalista/negazionista alla Luttwak, a quanto pare.
Ma se si conteggiano gli anglicismi sui giornali e si confrontano gli articoli del Duemila con quelli del Novecento, se si analizzano le crescite di quelli registrati dai dizionari (circa 1.700 nel 1990 e oggi più di 4.000), se si analizzano le loro frequenze, se si vanno a contare quelli che sono usciti dai dizionari (pochissimi e irrilevanti), se si conteggia la penetrazione dell’inglese nel lessico di base (negli anni Ottanta c’erano una decina di parole inglesi e oggi sono ben più di cento), se si studia il lessico specialistico dove in sempre più ambiti – dal lavoro all’informatica – assistiamo a un collasso dell’italiano… c’è ben poco da negare. E così, mentre il fresco è sempre più cool, anche l’italiano se ne va affancooling.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Il caldo, la temperatura percepita e un vaffancooling all’italiano
di Antonio Zoppetti
Ogni giorno, in Italia, un giornalista si sveglia e introduce un nuovo anglicismo.
Ogni giorno, in Italia, un lettore si sveglia e, se non impara il significato dell’anglicismo, sarà tagliato fuori dalla comprensione.
Ogni giorno, in Italia, non importa che tu sia un giornalista o un lettore: l’importante è che passi all’inglese.Mentre boccheggiamo sotto la morsa dell’attuale ondata di caldo, c’è chi si può permettere una vacanza al fresco e chi non lo può fare, c’è chi se la passa meglio perché vive in ambienti condizionati e chi si deve accontentare di un ventilatore. Non ci vuole poi molto a intuire che chi è ricco – le classi sociali agiate – in linea di massima se la passi meglio di chi è povero, anche perché questa ovvietà travalica la contingenza della calura e vale per ogni altro aspetto della qualità della vita, dall’alimentazione alle cure mediche. Se passiamo invece alla qualità della lingua italiana e del giornalismo, stupisce che per raccontare simili banalità si ricorra a un lessico del nuovismo in inglese di sapore decisamente coloniale, e a un’anglicizzazione selvaggia che punta ad abbandonare l’italiano per riscrivere la nostra società attraverso espressioni trapiantate dall’angloamericano che cancellano le parole con cui la gente si esprime per sostituirle con analoghi concetti in inglese incomprensibili alle masse.
Coolcation
E così, la settima scorsa, un articolo del Corriere spacciava la “vacanza al fresco” come un “nuovo” (ma quando mai?) lusso dell’estate, rivenduto – come di consueto – in inglese: la coolcation, riportata senza virgolette (come fosse un’espressione nostra) e spiegata con queste parole: “Neologismo nato dalla fusione di cool (fresco) e vacation (vacanza)”. Con il solito taglio cialtrone tipico dei suprematisti dell’inglese, si omette volutamente di specificare che si tratta di un neologismo inglese, non certo italiano, e che non c’è alcuna ragione di riproporlo così a tutti gli italiani. E infatti è piuttosto imbarazzante leggere la spiegazione: “In italiano può essere tradotto come ‘vacanza al fresco’ o ‘turismo del fresco’”.
Questa prospettiva anglocentrica andrebbe ribaltata: perché mai tu, giornalista anglomane, stai traducendo la vacanza al fresco, la fuga dall’afa delle città e un concetto piuttosto datato con un neologismo in inglese? Questa sottile arte manipolatoria del ribaltamento delle cose serve per introdurre una parola inglese al posto dell’italiano che abbiamo sempre usato (“tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”).
Gli anglomani operano con queste modalità per abbandonare l’italiano in favore della lingua superiore da cui si abbeverano come scimmiette, e il loro giochino preferito è quello di far credere che non sarebbero loro a scegliere volutamente espressioni del genere, ma si limiterebbero a riportarle perché sarebbero “in uso”. Ma l’uso di chi? Su questo particolare tacciono volutamente.
Per smontare questo genere di balle basta cercare “coolcation” su Google che la interpreta come un refuso, restituendo invece la definizione della parola “collocation” che ci assomiglia. Coolcation compare infatti solo tra le notizie recenti dei giornali italiani anglomani. Dunque la risposta alla domanda “l’uso di chi?” è semplice: l’uso di qualche americano che ha tutti i motivi per creare dei neologismi nella propria lingua, e l’uso dei giornalisti accecati dall’anglomania che invece di scrivere in italiano preferiscono ripetere l’inglese senza alcuna motivazione plausibile, senza alcun rispetto per i loro lettori e per la trasparenza che dovrebbe essere alla base dell’informazione. Dell’uso degli italiani che vanno in vacanza alla ricerca del fresco pare non interessi niente a nessuno.
Cooling poverty
Anche la banalità per cui, davanti al caldo insopportabile, i ricchi se la passano meglio dei poveri viene rivenduta in inglese da certi giornalisti attraverso il concetto di cooling poverty – letteralmente povertà di rinfrescamento – rivestito di altisonanti riflessioni sociologiche sulle diseguaglianze, che spaziano dall’accesso equo al condizionatore ai divari causati dalla povertà energetica… Dietro queste supercazzole c’è solo l’intento di voler anglicizzare ogni cosa, persino il fresco e il caldo, per cui in un pezzo su Grazia i giorni più caldi dell’anno diventano “hot days”, mentre accanto ai consueti titoli che normalizzano l’inglese (“cos’è la cooling poverty”) spuntano le vacanze nelle mete slow.
Andando in questa direzione prima o poi qualche imbecille ci spiegherà forse che le disuguaglianze sociali di chi non ha da mangiare sono solo un caso di “food poverty” che si potrebbe tradurre con fame, mentre chi non può accedere alla sanità privata – nell’attuale smantellamento di quella pubblica che segue i modelli d’oltreoceano – è vittima dell’“healthcare poverty”… chissà!
Mentre la casta di giornalisti, comunicatori, tecnici, terminologi da barzelletta… introduce quotidianamente nuove espressioni in inglese con queste modalità (sarà l’italian poverty?), per ritornare al caldo e alle temperature non si può fare a meno di citare una lettura del fenomeno in voga tra vari linguisti che, invece di preoccuparsi per l’anglicizzazione, la negano e ci sguazzano compiaciuti (sono quelli dei “prestiti di necessità” degli anglicismi “insostituibili” e altre simili stupidaggini).
La scemenza della “temperatura percepita” applicata agli anglicismi
La questione degli anglicismi è di solito liquidata da questi personaggi con l’infelice metafora della “temperatura percepita”: la presenza delle parole inglesi sarebbe tutta “un’illusione ottica” causata dal nostro cervello che tende a percepire il fenomeno come macroscopico anche se nella realtà non è così, perché sarebbero in larga parte parole usa e getta passeggere… come se il flusso anglicizzante – continuo e in costante aumento da ben più di mezzo secolo – non esistesse. Bisognerebbe invece ricordare che è proprio la temperatura percepita che fa sì che migliaia di persone finiscano in ospedale per il caldo, perché la temperatura del termometro non è affatto un parametro indicativo, visto che sono i tassi di umidità e di ventilazione percepiti dal nostro corpo, ma non dal mercurio, a essere determinanti (il che non vale solo per i colpi di calore, ma anche per le temperature rigide invernali che possono provocare assideramento).
Questo modo di ragionare, se non è supportato dai dati, si trasforma in uno pseudoragionamento che serve per costruire la realtà (e il sistema) che si preferisce, ed è un approccio che serve per giustificare o per negare qualsiasi cosa a prescindere dai fatti. Mi tornano alla mente le parole di Edward Luttwak, quando gli americani fuggivano in modo scomposto dall’Afganistan: sosteneva che si trattasse di una ritirata percepita e suscitò le risa (e l’imbarazzo) dei conduttori televisivi (cfr. la trasmissione In onda, La7, 17 agosto 2021 condotta da Concita De Gregorio e David Parenzo).
Purtroppo, davanti ad analoghi ragionamenti (un altro caso è rappresentato dai negazionisti del cambiamento climatico), invece di ridere e di provare imbarazzo, c’è chi preferisce assumere un atteggiamento fondamentalista/negazionista alla Luttwak, a quanto pare.
Ma se si conteggiano gli anglicismi sui giornali e si confrontano gli articoli del Duemila con quelli del Novecento, se si analizzano le crescite di quelli registrati dai dizionari (circa 1.700 nel 1990 e oggi più di 4.000), se si analizzano le loro frequenze, se si vanno a contare quelli che sono usciti dai dizionari (pochissimi e irrilevanti), se si conteggia la penetrazione dell’inglese nel lessico di base (negli anni Ottanta c’erano una decina di parole inglesi e oggi sono ben più di cento), se si studia il lessico specialistico dove in sempre più ambiti – dal lavoro all’informatica – assistiamo a un collasso dell’italiano… c’è ben poco da negare. E così, mentre il fresco è sempre più cool, anche l’italiano se ne va affancooling.
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https://www.europesays.com/it/558981/ Open d’Italia di golf, ottimo Edoardo Molinari nella seconda giornata: resta nei primi 10. Davanti a tutti il cileno Niemann #ayora #campo #cileno #CilenoNiemann #colpi #colpo #edoardo #EdoardoMolinari #giocato #giornata? #giro #Golf #inglese #IT #Italia #Italy #liv #matt #MattWallace #migliore #molinari #niemann #open #OpenItalia #primi #Sport #Sports #Torino #wallace
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https://www.europesays.com/it/557404/ Juve, fuori tutti in difesa: con l'offerta giusta Bremer saluta. E se arrivano due mancini occhio a Kelly – La Gazzetta dello Sport #arrivo #bayern #BayernMonaco #brasiliano #bremer #cabal #Calcio #cessione #club #costo #difesa #Football #frena #gatti #idea #informazioni #inglese #IT #Italia #Italy #juve #kelly #lucumi #LucumìMuharemovic #mancini #monaco #muharemovic #nuova #occhio #premier #preso #quota #rosa #Soccer #Sport #Sports
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https://www.europesays.com/it/554843/ Dear England, dove vedere la serie TV con Joseph Fiennes #Calcio #chiamata #commissario #CommissarioTecnico #dear #DearEngland #DearEnglandRigori #england #EnglandRigori #EnglandRigoriRivalsa #Entertainment #fiennes #gareth #graham #harry #inglese #Intrattenimento #IT #Italia #Italy #james #JamesGraham #joseph #JosephFiennes #southgate #teatrale #tecnico #tv
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https://www.europesays.com/it/552260/ Romeo Beckham diventa attore in un film romantico sul tennis #amore #attore #beckham #BeckhamAttore #cast #Celebrità #Celebrities #david #debutto #Entertainment #fermato #FermatoPolizia #film #forty #FortyLove #inglese #Intrattenimento #IT #Italia #Italy #kircher #love #nuova #polizia #romeo #RomeoBeckham #RomeoBeckhamAttore #tennis
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Un'espressione (in inglese) che non sopporto:
https://pensieri-eretici.blogspot.com/2026/06/non-sopporto-questa-espressione.html
#italiano
#inglese
#americano
#lingua -
Un'espressione (in inglese) che non sopporto:
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La normalizzazione dell’inglese: italiano bye bye!
di Antonio Zoppetti
I giornali non sono solo organi di informazione, ma anche di formazione. Sono strumenti di costruzione della “realtà” in grado di plasmare l’opinione pubblica non solo da un punto di vista politico-culturale, ma anche linguistico. E se in passato i mezzi di informazione hanno avuto un ruolo di primo piano nell’unificazione dell’italiano in un Paese prevalentemente dialettofono, oggi sono tra i principali centri di irradiazione dell’inglese e dell’itanglese.
E così, ormai da molto tempo, è nato un nuovo genere di articolo che punta a educare tutti all’inglese, invece che all’italiano, e si basa su un semplice schema che viene replicato sempre più di frequente a partire dai titoloni:
“Cos’è + oggetto/concetto espresso in inglese”.
Si introduce un’espressione in inglese volutamente incomprensibile ai più, la si spiega in linea di massima e ci si affanna a dimostrare che “non è proprio come l’equivalente italiano” – ammesso che ci sia –, perché avrebbe quel qualcosa in più che la nostra lingua non riuscirebbe a rendere.
Ho provato a raccogliere alcuni di questi pezzi acchiapponi apparsi nell’ultima settimana, che sono ormai prodotti con lo stampino, e spaziano dal “color drenching” alla “stacked water”, dall'”e-hiking” agli “heirloom tomatoes”…
Color drenching, stacked water, heirloom tomatoes, e-hiking… e chi più ne ha più ne metta
In questo “lessico del nuovismo” si propagandano nuovi concetti anche quando di nuovo c’è veramente ben poco, ma quello che più colpisce del fenomeno è che è ormai venuta meno la distinzione tra italiano e inglese, come se tutto fosse sullo stesso piano e usare un sistema di scrittura e pronuncia basato sull’inglese o sull’italiano non avesse alcuna importanza. Eppure, un conto è ricorrere a parole italianizzate come resilienza o proattivo (e alle loro presunte differenze per esempio con resistenza o preventivo), e un conto è ricorrere alle espressioni direttamente in inglese.
Il color drenching, per esempio, che letteralmente indica l’inzuppare tutto con lo stesso colore, viene venduto come una strategia per far sembrare più ampio uno spazio piccolo e mimetizzare elementi come tubi e termosifoni, ma non è altro che il nostro vecchio “tinta unita”, cioè una colorazione monocromatica. Naturalmente, il primo obiettivo di chi punta a riscoprire e vendere l’acqua calda con un nuovo nome è proprio quello di differenziarsi dalla tradizione (anche a costo di farlo a vanvera). E così, per riprendere le parole del sistema di stupidità artificiale di Google, il color drenching non sarebbe “una semplice pittura monocromatica”, ma una tecnica di “interior design” che racchiude una “scelta progettuale precisa che porta diversi vantaggi visivi ed emozionali”. La supercazzola dell’intraducibilità è tutta qui, non si capisce perché “tinta unita” non possa racchiudere la stessa strategia: i barattoli di pittura sono gli stessi, quello che cambia è il linguaggio degli arredatori, anzi degli interior designer: nessuno ricorrerebbe all’italiano, nel gergo, perché l’itanglese è la lingua fighetta che usano per distinguersi dalle masse. E i giornali, invece di mediare la lingua degli addetti ai lavori che si elevano attraverso l’inglese e di ricondurla all’italiano, preferiscono educare tutti alla terminologia d’oltreoceano (“tinta unita” è roba da muratori, invece l’inglesorum incomprensibile spinge alla lettura per colmare quella che viene presentata come una lacuna culturale).
Dunque un beverone – per chiamare le cose con il loro nome – fatto di acqua, integratori, aromi o pezzi di frutta che spopola su TikTok è riproposto a tutti come stacked water, non come acqua potenziata, arricchita o stratificata. E leggendo l’articolo “Americani pazzi per gli «heirloom tomatoes». Cosa sono i pomodori antichi e saporiti (di cui l’Italia è piena)” c’è da mettersi le mani nei capelli. Stiamo parlando di pomodori che nascono da orti domestici e da varietà antiche ben diverse da quelle uniformate dalla grande distribuzione, e il fatto che negli Stati Uniti siano di moda non significa affatto che ci sia sotto qualcosa di nuovo che richiede di passare all’inglese. È imbarazzante leggere le parole della giornalista che spiega candidamente: “Non serve andare in America per trovarli. Anche l’Italia, in realtà, ne è piena. Solo che non li chiamiamo heirloom. Da noi si parla di varietà antiche, semi tradizionali, ecotipi locali. Cambiano le parole, non la sostanza.”
Ma allora perché mai devi ricorrere all’inglese e radicarlo, visto che scrivi che anche il San Marzano sarebbe un “heirloom”? Perché non parli in italiano?Per lo stesso motivo per cui gli esoscheletri che forniscono un’assistenza alle camminate in montagna sono venduti come e-hiking (ma anche l’escursionismo è soppiantato dal trekking), da non confondere con l’e-ink (cioè l’inchiostro elettronico) degli smartphone (che sono tutt’altra cosa dai semplici telefonini, naturalmente) e, parola dopo parola, la sostituzione dell’italiano con l’inglese si allarga facendo tabula rasa della nostra lingua e cultura: la sosta per bere diventa hydration break, e va a finire che la tangenziale di Napoli si trasforma nella prima “smart road” d’Italia.
Questa è la lingua veicolata dalla nostra nuova classe dirigente ed egemonia culturale, dal panorama linguistico cittadino, dai mezzi di informazione e in fin dei conti dai nuovi centri di irradiazione della lingua che ogni giorno riscrivono la realtà dal punto di vista dell’anglosfera con le parole mutuate dall’anglosfera.
Certo, non tutti questi anglicismi incomprensibili – alla faccia di inclusività e non discriminazione di cui ci si riempie la bocca – sono destinati ad attecchire. Ma il flusso anglicizzante si allarga giorno dopo giorno, ed è ormai uno tsunami che ci travolge: gli effetti sono incontenibili e se non si chiudono i rubinetti l’italiano è destinato a trasformarsi in una newlingua ibrida a base inglese di sapore un po’ coloniale.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
La normalizzazione dell’inglese: italiano bye bye!
di Antonio Zoppetti
I giornali non sono solo organi di informazione, ma anche di formazione. Sono strumenti di costruzione della “realtà” in grado di plasmare l’opinione pubblica non solo da un punto di vista politico-culturale, ma anche linguistico. E se in passato i mezzi di informazione hanno avuto un ruolo di primo piano nell’unificazione dell’italiano in un Paese prevalentemente dialettofono, oggi sono tra i principali centri di irradiazione dell’inglese e dell’itanglese.
E così, ormai da molto tempo, è nato un nuovo genere di articolo che punta a educare tutti all’inglese, invece che all’italiano, e si basa su un semplice schema che viene replicato sempre più di frequente a partire dai titoloni:
“Cos’è + oggetto/concetto espresso in inglese”.
Si introduce un’espressione in inglese volutamente incomprensibile ai più, la si spiega in linea di massima e ci si affanna a dimostrare che “non è proprio come l’equivalente italiano” – ammesso che ci sia –, perché avrebbe quel qualcosa in più che la nostra lingua non riuscirebbe a rendere.
Ho provato a raccogliere alcuni di questi pezzi acchiapponi apparsi nell’ultima settimana, che sono ormai prodotti con lo stampino, e spaziano dal “color drenching” alla “stacked water”, dall'”e-hiking” agli “heirloom tomatoes”…
Color drenching, stacked water, heirloom tomatoes, e-hiking… e chi più ne ha più ne metta
In questo “lessico del nuovismo” si propagandano nuovi concetti anche quando di nuovo c’è veramente ben poco, ma quello che più colpisce del fenomeno è che è ormai venuta meno la distinzione tra italiano e inglese, come se tutto fosse sullo stesso piano e usare un sistema di scrittura e pronuncia basato sull’inglese o sull’italiano non avesse alcuna importanza. Eppure, un conto è ricorrere a parole italianizzate come resilienza o proattivo (e alle loro presunte differenze per esempio con resistenza o preventivo), e un conto è ricorrere alle espressioni direttamente in inglese.
Il color drenching, per esempio, che letteralmente indica l’inzuppare tutto con lo stesso colore, viene venduto come una strategia per far sembrare più ampio uno spazio piccolo e mimetizzare elementi come tubi e termosifoni, ma non è altro che il nostro vecchio “tinta unita”, cioè una colorazione monocromatica. Naturalmente, il primo obiettivo di chi punta a riscoprire e vendere l’acqua calda con un nuovo nome è proprio quello di differenziarsi dalla tradizione (anche a costo di farlo a vanvera). E così, per riprendere le parole del sistema di stupidità artificiale di Google, il color drenching non sarebbe “una semplice pittura monocromatica”, ma una tecnica di “interior design” che racchiude una “scelta progettuale precisa che porta diversi vantaggi visivi ed emozionali”. La supercazzola dell’intraducibilità è tutta qui, non si capisce perché “tinta unita” non possa racchiudere la stessa strategia: i barattoli di pittura sono gli stessi, quello che cambia è il linguaggio degli arredatori, anzi degli interior designer: nessuno ricorrerebbe all’italiano, nel gergo, perché l’itanglese è la lingua fighetta che usano per distinguersi dalle masse. E i giornali, invece di mediare la lingua degli addetti ai lavori che si elevano attraverso l’inglese e di ricondurla all’italiano, preferiscono educare tutti alla terminologia d’oltreoceano (“tinta unita” è roba da muratori, invece l’inglesorum incomprensibile spinge alla lettura per colmare quella che viene presentata come una lacuna culturale).
Dunque un beverone – per chiamare le cose con il loro nome – fatto di acqua, integratori, aromi o pezzi di frutta che spopola su TikTok è riproposto a tutti come stacked water, non come acqua potenziata, arricchita o stratificata. E leggendo l’articolo “Americani pazzi per gli «heirloom tomatoes». Cosa sono i pomodori antichi e saporiti (di cui l’Italia è piena)” c’è da mettersi le mani nei capelli. Stiamo parlando di pomodori che nascono da orti domestici e da varietà antiche ben diverse da quelle uniformate dalla grande distribuzione, e il fatto che negli Stati Uniti siano di moda non significa affatto che ci sia sotto qualcosa di nuovo che richiede di passare all’inglese. È imbarazzante leggere le parole della giornalista che spiega candidamente: “Non serve andare in America per trovarli. Anche l’Italia, in realtà, ne è piena. Solo che non li chiamiamo heirloom. Da noi si parla di varietà antiche, semi tradizionali, ecotipi locali. Cambiano le parole, non la sostanza.”
Ma allora perché mai devi ricorrere all’inglese e radicarlo, visto che scrivi che anche il San Marzano sarebbe un “heirloom”? Perché non parli in italiano?Per lo stesso motivo per cui gli esoscheletri che forniscono un’assistenza alle camminate in montagna sono venduti come e-hiking (ma anche l’escursionismo è soppiantato dal trekking), da non confondere con l’e-ink (cioè l’inchiostro elettronico) degli smartphone (che sono tutt’altra cosa dai semplici telefonini, naturalmente) e, parola dopo parola, la sostituzione dell’italiano con l’inglese si allarga facendo tabula rasa della nostra lingua e cultura: la sosta per bere diventa hydration break, e va a finire che la tangenziale di Napoli si trasforma nella prima “smart road” d’Italia.
Questa è la lingua veicolata dalla nostra nuova classe dirigente ed egemonia culturale, dal panorama linguistico cittadino, dai mezzi di informazione e in fin dei conti dai nuovi centri di irradiazione della lingua che ogni giorno riscrivono la realtà dal punto di vista dell’anglosfera con le parole mutuate dall’anglosfera.
Certo, non tutti questi anglicismi incomprensibili – alla faccia di inclusività e non discriminazione di cui ci si riempie la bocca – sono destinati ad attecchire. Ma il flusso anglicizzante si allarga giorno dopo giorno, ed è ormai uno tsunami che ci travolge: gli effetti sono incontenibili e se non si chiudono i rubinetti l’italiano è destinato a trasformarsi in una newlingua ibrida a base inglese di sapore un po’ coloniale.
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I giornali non sono solo organi di informazione, ma anche di formazione. Sono strumenti di costruzione della “realtà” in grado di plasmare l’opinione pubblica non solo da un punto di vista politico-culturale, ma anche linguistico. E se in passato i mezzi di informazione hanno avuto un ruolo di primo piano nell’unificazione dell’italiano in un Paese prevalentemente dialettofono, oggi sono tra i principali centri di irradiazione dell’inglese e dell’itanglese.
E così, ormai da molto tempo, è nato un nuovo genere di articolo che punta a educare tutti all’inglese, invece che all’italiano, e si basa su un semplice schema che viene replicato sempre più di frequente a partire dai titoloni:
“Cos’è + oggetto/concetto espresso in inglese”.
Si introduce un’espressione in inglese volutamente incomprensibile ai più, la si spiega in linea di massima e ci si affanna a dimostrare che “non è proprio come l’equivalente italiano” – ammesso che ci sia –, perché avrebbe quel qualcosa in più che la nostra lingua non riuscirebbe a rendere.
Ho provato a raccogliere alcuni di questi pezzi acchiapponi apparsi nell’ultima settimana, che sono ormai prodotti con lo stampino, e spaziano dal “color drenching” alla “stacked water”, dall'”e-hiking” agli “heirloom tomatoes”…
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In questo “lessico del nuovismo” si propagandano nuovi concetti anche quando di nuovo c’è veramente ben poco, ma quello che più colpisce del fenomeno è che è ormai venuta meno la distinzione tra italiano e inglese, come se tutto fosse sullo stesso piano e usare un sistema di scrittura e pronuncia basato sull’inglese o sull’italiano non avesse alcuna importanza. Eppure, un conto è ricorrere a parole italianizzate come resilienza o proattivo (e alle loro presunte differenze per esempio con resistenza o preventivo), e un conto è ricorrere alle espressioni direttamente in inglese.
Il color drenching, per esempio, che letteralmente indica l’inzuppare tutto con lo stesso colore, viene venduto come una strategia per far sembrare più ampio uno spazio piccolo e mimetizzare elementi come tubi e termosifoni, ma non è altro che il nostro vecchio “tinta unita”, cioè una colorazione monocromatica. Naturalmente, il primo obiettivo di chi punta a riscoprire e vendere l’acqua calda con un nuovo nome è proprio quello di differenziarsi dalla tradizione (anche a costo di farlo a vanvera). E così, per riprendere le parole del sistema di stupidità artificiale di Google, il color drenching non sarebbe “una semplice pittura monocromatica”, ma una tecnica di “interior design” che racchiude una “scelta progettuale precisa che porta diversi vantaggi visivi ed emozionali”. La supercazzola dell’intraducibilità è tutta qui, non si capisce perché “tinta unita” non possa racchiudere la stessa strategia: i barattoli di pittura sono gli stessi, quello che cambia è il linguaggio degli arredatori, anzi degli interior designer: nessuno ricorrerebbe all’italiano, nel gergo, perché l’itanglese è la lingua fighetta che usano per distinguersi dalle masse. E i giornali, invece di mediare la lingua degli addetti ai lavori che si elevano attraverso l’inglese e di ricondurla all’italiano, preferiscono educare tutti alla terminologia d’oltreoceano (“tinta unita” è roba da muratori, invece l’inglesorum incomprensibile spinge alla lettura per colmare quella che viene presentata come una lacuna culturale).
Dunque un beverone – per chiamare le cose con il loro nome – fatto di acqua, integratori, aromi o pezzi di frutta che spopola su TikTok è riproposto a tutti come stacked water, non come acqua potenziata, arricchita o stratificata. E leggendo l’articolo “Americani pazzi per gli «heirloom tomatoes». Cosa sono i pomodori antichi e saporiti (di cui l’Italia è piena)” c’è da mettersi le mani nei capelli. Stiamo parlando di pomodori che nascono da orti domestici e da varietà antiche ben diverse da quelle uniformate dalla grande distribuzione, e il fatto che negli Stati Uniti siano di moda non significa affatto che ci sia sotto qualcosa di nuovo che richiede di passare all’inglese. È imbarazzante leggere le parole della giornalista che spiega candidamente: “Non serve andare in America per trovarli. Anche l’Italia, in realtà, ne è piena. Solo che non li chiamiamo heirloom. Da noi si parla di varietà antiche, semi tradizionali, ecotipi locali. Cambiano le parole, non la sostanza.”
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di Antonio Zoppetti
I giornali non sono solo organi di informazione, ma anche di formazione. Sono strumenti di costruzione della “realtà” in grado di plasmare l’opinione pubblica non solo da un punto di vista politico-culturale, ma anche linguistico. E se in passato i mezzi di informazione hanno avuto un ruolo di primo piano nell’unificazione dell’italiano in un Paese prevalentemente dialettofono, oggi sono tra i principali centri di irradiazione dell’inglese e dell’itanglese.
E così, ormai da molto tempo, è nato un nuovo genere di articolo che punta a educare tutti all’inglese, invece che all’italiano, e si basa su un semplice schema che viene replicato sempre più di frequente a partire dai titoloni:
“Cos’è + oggetto/concetto espresso in inglese”.
Si introduce un’espressione in inglese volutamente incomprensibile ai più, la si spiega in linea di massima e ci si affanna a dimostrare che “non è proprio come l’equivalente italiano” – ammesso che ci sia –, perché avrebbe quel qualcosa in più che la nostra lingua non riuscirebbe a rendere.
Ho provato a raccogliere alcuni di questi pezzi acchiapponi apparsi nell’ultima settimana, che sono ormai prodotti con lo stampino, e spaziano dal “color drenching” alla “stacked water”, dall'”e-hiking” agli “heirloom tomatoes”…
Color drenching, stacked water, heirloom tomatoes, e-hiking… e chi più ne ha più ne metta
In questo “lessico del nuovismo” si propagandano nuovi concetti anche quando di nuovo c’è veramente ben poco, ma quello che più colpisce del fenomeno è che è ormai venuta meno la distinzione tra italiano e inglese, come se tutto fosse sullo stesso piano e usare un sistema di scrittura e pronuncia basato sull’inglese o sull’italiano non avesse alcuna importanza. Eppure, un conto è ricorrere a parole italianizzate come resilienza o proattivo (e alle loro presunte differenze per esempio con resistenza o preventivo), e un conto è ricorrere alle espressioni direttamente in inglese.
Il color drenching, per esempio, che letteralmente indica l’inzuppare tutto con lo stesso colore, viene venduto come una strategia per far sembrare più ampio uno spazio piccolo e mimetizzare elementi come tubi e termosifoni, ma non è altro che il nostro vecchio “tinta unita”, cioè una colorazione monocromatica. Naturalmente, il primo obiettivo di chi punta a riscoprire e vendere l’acqua calda con un nuovo nome è proprio quello di differenziarsi dalla tradizione (anche a costo di farlo a vanvera). E così, per riprendere le parole del sistema di stupidità artificiale di Google, il color drenching non sarebbe “una semplice pittura monocromatica”, ma una tecnica di “interior design” che racchiude una “scelta progettuale precisa che porta diversi vantaggi visivi ed emozionali”. La supercazzola dell’intraducibilità è tutta qui, non si capisce perché “tinta unita” non possa racchiudere la stessa strategia: i barattoli di pittura sono gli stessi, quello che cambia è il linguaggio degli arredatori, anzi degli interior designer: nessuno ricorrerebbe all’italiano, nel gergo, perché l’itanglese è la lingua fighetta che usano per distinguersi dalle masse. E i giornali, invece di mediare la lingua degli addetti ai lavori che si elevano attraverso l’inglese e di ricondurla all’italiano, preferiscono educare tutti alla terminologia d’oltreoceano (“tinta unita” è roba da muratori, invece l’inglesorum incomprensibile spinge alla lettura per colmare quella che viene presentata come una lacuna culturale).
Dunque un beverone – per chiamare le cose con il loro nome – fatto di acqua, integratori, aromi o pezzi di frutta che spopola su TikTok è riproposto a tutti come stacked water, non come acqua potenziata, arricchita o stratificata. E leggendo l’articolo “Americani pazzi per gli «heirloom tomatoes». Cosa sono i pomodori antichi e saporiti (di cui l’Italia è piena)” c’è da mettersi le mani nei capelli. Stiamo parlando di pomodori che nascono da orti domestici e da varietà antiche ben diverse da quelle uniformate dalla grande distribuzione, e il fatto che negli Stati Uniti siano di moda non significa affatto che ci sia sotto qualcosa di nuovo che richiede di passare all’inglese. È imbarazzante leggere le parole della giornalista che spiega candidamente: “Non serve andare in America per trovarli. Anche l’Italia, in realtà, ne è piena. Solo che non li chiamiamo heirloom. Da noi si parla di varietà antiche, semi tradizionali, ecotipi locali. Cambiano le parole, non la sostanza.”
Ma allora perché mai devi ricorrere all’inglese e radicarlo, visto che scrivi che anche il San Marzano sarebbe un “heirloom”? Perché non parli in italiano?Per lo stesso motivo per cui gli esoscheletri che forniscono un’assistenza alle camminate in montagna sono venduti come e-hiking (ma anche l’escursionismo è soppiantato dal trekking), da non confondere con l’e-ink (cioè l’inchiostro elettronico) degli smartphone (che sono tutt’altra cosa dai semplici telefonini, naturalmente) e, parola dopo parola, la sostituzione dell’italiano con l’inglese si allarga facendo tabula rasa della nostra lingua e cultura: la sosta per bere diventa hydration break, e va a finire che la tangenziale di Napoli si trasforma nella prima “smart road” d’Italia.
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Il traballante futuro dell’italiano davanti al globish: la lezione della storia
Di Antonio Zoppetti
Una lingua è soprattutto la manifestazione della cultura che esprime e custodisce, e le lingue forti si impongono nei settori delle proprie eccellenze anche fuori dai propri confini territoriali, come è avvenuto con l’italiano rinascimentale del Cinquecento o quello dell’opera lirica che ha dominato il panorama musicale del Seicento, quando gli italianismi circolavano in tutta Europa proprio per il loro prestigio.
Dal punto di vista numerico dei parlanti, l’italiano è oggi una lingua debole, e il calo demografico unito alla propensione sempre più spiccata a trasferirsi all’estero nella cosiddetta fuga dei cervelli, fa presagire che saranno sempre meno, nonostante l’immigrazione e i nuovi italiani di seconda generazione sempre più integrati. La sua forza sta soprattutto nell’essere incredibilmente amato all’estero, e di godere di un’ammirazione e di una nomea superiore a quella di lingue ben più diffuse, come lo spagnolo o il francese. Se prendiamo in considerazione una delle nostre eccellenze più rinomate come la cucina, non è un caso che esista un mercato di imitazioni di prodotti dalle denominazioni italofone – spesso indicate con l’espressione italian sounding che però è una nostra reinvenzione pseudoinglese – di cui il parmisan è quella più nota, mentre non esistono analoghi fenomeni di prodotti pseudofrancesi o pseudospagnoli.
Eppure oggi il settore dell’alimentazione e della gastronomia è detto ormai del food, tra gli addetti ai lavori, e se nei ristoranti di lusso da New York a Melbourne sui menù anglofoni si promuove il “vino”, perché questa è la parola italiana che evoca la qualità dei nostri prodotti, da noi spuntano le insegne dei wine bar invece di enoteche e cantine, mentre le manifestazioni gastronomiche veicolano il wine & food, e tutto il settore si anglicizza nelle fiere e nella lingua dei giornali.
Fuori dagli stereotipi folcloristici di internazionalismi come pizza e cappuccino, l’esportazione dell’italiano all’estero appartiene alla storia, e anche se nel mondo fa ancora molta presa, oggi è morta e sepolta. Non c’è reciprocità tra quello che esportiamo, e che abbiamo esportato nel passato, e ciò che stiamo importando dall’angloamericano.
Quando però una cultura, invece di esportare le proprie eccellenze nella propria lingua, esporta l‘italian design – attraverso un italianismo derivato dal “disegno industriale” e riproposto con il restyling linguistico all’inglese e l’inversione sintattica – il segnale è preoccupante. È l’indice di una lingua malridotta e di una società in crisi, che ha perduto le proprie radici, e che non sa più rivolgersi all’esterno, mentre allo stesso tempo cede all’inglese anche sul piano interno.
E così nel 2022 è stato inaugurato il ministero del Made in Italy, non del prodotto italiano. Nella nuova “diglossia lessicale” che vede negli anglicismi il vertice della gerarchia linguistica, si anglicizzano i nomi delle manifestazioni e degli eventi (la Fashion Week e il Week Design invece della Settimana della moda e del Salone del mobile), i ruoli e le funzioni aziendali, le denominazioni dei prodotti e i nomi delle trasmissioni televisive, il panorama linguistico della comunicazione cittadina, le insegne dei negozi che si fregiano di presentarsi come store, shop, outlet e showroom, mentre i servizi di delivery delle Poste italiane sostituiscono gli antichi pacchi celeri e ordinari, tra bike sharing, tutor autostradali, assistenza clienti ribattezzata customer care, rimborsi statali divenuti cashback e via dicendo. A suscitare preoccupazione non c’è solo la moda dilagante e ormai irrefrenabile di anglicizzare tutto ciò che è nuovo o presentato come tale, ma soprattutto il fatto che questa tendenza viene ufficializzata dalle istituzioni.
Un tempo sui treni c’erano i cartellini che vietavano di gettare oggetti dai finestrini in italiano, francese, tedesco e inglese, ma nella nuova comunicazione delle Ferrovie dello Stato oggi non solo si privilegia l’itanglese (“Per visualizzare i Barcode del tuo ticketeless effettua il Self Check-in dal tuo smartphone”) ma tutto diventa bilingue a base inglese, esattamente come avviene nella cartellonistica cittadina di stazioni e metropolitane che abitua tutti al bilinguismo, gli italiani e i turisti che si dà per scontato debbano conoscere l’inglese anche se dalle statistiche risulta che le cose non stanno affatto così: l’inglese è conosciuto da una minoranza degli italiani, degli europei e della popolazione mondiale. Anche se in gioco c’è la sua ufficializzazione come “lingua internazionale”, rimane la lingua naturale dei popoli dominanti, che non studiano altre lingue e hanno tutta la convenienza a fare diventare la propria come qualcosa di universale.
E di fronte all’inglese globale, l’italiano, oltre ad anglicizzarsi, sta perdendo terreno anche come lingua ufficiale dello Stato.
Se l’inglese conquista la scuola
La conquista della scuola è stata una tappa fondamentale per l’affermazione della nostra lingua, che è diventata unitaria solo nel Novecento, visto che precedentemente le masse parlavano quasi esclusivamente nei propri dialetti. L’italiano popolare che emergeva dalle lettere della Prima guerra mondiale testimonia l’incapacità di scrivere in italiano corretto – da un punto di vista lessicale, ortografico e sintattico – in un conteso di semianalfabetismo generalizzato e di dialettofonia in cui solo le missive degli ufficiali o dei ceti colti erano scritte in modo ineccepibile. La scuola, ma anche la radio, il cinema, la televisione e i mezzi di informazione, nel giro di un secolo hanno ribaltato questo scenario e hanno alfabetizzato tutti.
Oggi, però, l’italiano regredisce anche su questo fronte, e se fino a qualche decennio fa era una materia centrale e imprescindibile nella formazione, negli ultimi decenni ha perso la sua centralità. Sapere l’inglese è considerato da molti più importante, e lo si vede a scuola ma anche nei titoli dei giornali sempre più anglicizzati.
Nel momento in cui l’italiano è diventato la lingua spontanea di tutti, più che una seconda modalità espressiva nazionale il cui possesso si raggiungeva con lo studio, anche il suo insegnamento ha perso terreno, proprio perché considerato una lingua naturale e istintiva. Il nuovo italiano popolare che emerge per esempio sul web ha allo stesso tempo comportato un livellamento e una regressione dell’italiano colto o letterario di una volta anche quando non è popolare. E infatti l‘italiano medio o neostandard tende sempre più a includere elementi dell’italiano bollato come substandard, ed è stato anche definito un “italiano selvaggio”, caratterizzato da un pressapochismo diffuso non solo nelle masse, ma anche tra gli studenti universitari e nei ceti colti, mentre, soprattutto tra i giovani, emerge uno spiccato impoverimento lessicale e una certa incapacità di ricorrere ai registri più alti.
Ma chi ritiene che la lingua vada lasciata in balia della selezione naturale – invece di elaborare politiche linguistiche che all’estero sono normali – più che stupirsi dell’avvento di una lingua selvaggia, dovrebbe prendere atto che non è altro che la conseguenza della rinuncia a ogni dirigismo e dell’abbandono degli approcci normativi in nome di quelli meramente descrittivi che si limitano a guardare come le lingue dominanti finiscono con il fagocitare quelle più deboli, come la storia ci insegna.In questo contesto, l’insegnamento dell’inglese è diventato il nuovo pilastro delle scuole, in un progetto di alfabetizzazione delle masse alla nuova lingua internazionale che raggiunge il suo apice nell’anglificazione delle università, che puntano a insegnare direttamente in inglese. Tutto ciò non può che portare alla regressione della lingua nazionale.
Politiche come queste – che istituzionalizzano l’inglese all’interno del nostro Paese al posto dell’italiano – si ricollegano a un’analoga visione che sta prendendo piede nell’Unione Europea, benché sulla carta l’Europa nasca all’insegna del plurilinguismo. Un tempo anche l’italiano era una delle lingue di lavoro, visto che siamo tra i Paesi fondatori, poi è stato cancellato e oggi – anche se sulla carta rimangono anche il francese e il tedesco – nella prassi l’inglese è diventato la lingua quasi unica di lavoro, soprattutto nella documentazione disponibile in Rete. E non solo, lo si introduce nei documenti dei cittadini concepiti bilingui a base inglese, nella comunicazione pubblica, e viene utilizzato in modo surrettizio in sempre più contesti anche se non esiste alcuno statuto che lo abbia legittimato come la lingua dell’Ue.Le ricadute di questa visione anglomane riguardano anche l’italiano come lingua della scienza. Se Galileo aveva deciso di abbandonare il latino della cultura per creare uno splendido modello di prosa scientifica italiana – chiaro, rigoroso e univoco – poi continuato da scienziati come Vallisneri, Spallanzani o Volta… oggi gli scienziati sono indotti a pubblicare in inglese, e l’immunologa e accademica della Crusca Maria Luisa Villa ha espresso forti preoccupazioni sul destino dell’italiano nella scienza, che nel giro di qualche lustro corre il pericolo di essere di fatto abbandonato dagli addetti ai lavori e diventare una lingua inadatta a trasmettere il sapere scientifico con ricadute anche sulla divulgazione (L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori, Milano 2013, pp. 122-125). Si tratta dello stesso allarme che recentemente ha lanciato anche il presidente della Crusca D’Achille denunciando il rischio della dialettizzazione del nostro idioma.
La legittimazione dell’inglese come lingua planetaria, in fin dei conti, rischia di fare dell’italiano, e delle altre lingue, i dialetti di un’Europa e di un mondo che pensa e parla inglese anche fuori dall’ambito scientifico. L’analogia con l’affermazione dell’italiano-toscano che ha reso gli altri volgari dei dialetti – cioè delle lingue di rango inferiore, senza università e senza uno Stato – è molto forte.Una visione alternativa al globish
Un’alternativa a questo destino è una nuova concezione di cosa significhi essere internazionali, che per il momento da noi si fa coincidere con il parlare in inglese, ma questo modello è al contrario criticato con ottime ragioni dai tanti ricercatori e intellettuali di tutto il mondo (africani, tedeschi, francesi, scandinavi, rumeni…). Forse per essere davvero “internazionali” dovremmo ancorarci al dibattito che avviene all’estero, invece di guardare solo all’anglosfera. E ci converrebbe che la lingua dell’Europa diventasse la traduzione – per parafrasare Umberto Eco – invece del globalese.
L’affermazione del globish sul piano europeo dovrebbe farci riflettere su quali potrebbero essere le conseguenze di questa politica, e sul destino del nostro idioma, ma anche delle altre lingue nazionali. L’italiano può sopravvivere solo all’interno di un modello plurilinguista, dove la varietà di lingue e culture andrebbe considerata un valore come lo è la biodiversità.
Tra queste lingue straniere ci sono anche le lingue romanze nostre sorelle che tutte insieme, trainate soprattutto dalle dimensioni dello spagnolo, rappresentano un numero di parlanti più ampio di quello degli anglofoni, e hanno tra loro una notevole affinità. I progetti che diffondono la loro reciproca comprensibilità sono molto interessanti, e più che a insegnare le singole lingue puntano a fare in modo che sia possibile parlare ognuno nel proprio idioma, ma in modo intellegibile per l’interlocutore.
Al momento, però, prevale la linea del monolinguismo a base inglese, e le alternative a questo modello dipenderanno dalle future scelte politiche nazionali e internazionali.
La nostra lingua sarà lasciata in balia della selezione naturale o regolamentata da quella artificiale (cioè da una politica linguistica)?
Resterà una lingua di cultura come in passato?
Si saprà rinnovare con le proprie risorse magari con una maggiore vicinanza e un maggiore scambio, per esempio, con le altre lingue romanze?
O si trasformerà in un itanglese sempre più distante dalla lingua di Dante destinato a vivere in un’unità politica sovranazionale che punta al monolinguismo in inglese?Se la storia è maestra di vita, non resta che prendere atto del fatto che a fare l’italiano del futuro saranno le scelte e i modelli dell’egemonia culturale e politica che si affermerà. E se la futura classe egemone e produttiva preferirà esprimersi in inglese, lo introdurrà come lingua della formazione e lo ufficializzerà, non è poi così difficile prevedere il destino della lingua di Dante.
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Per chi è interessato, discuterò di questi temi con Maria Luisa Villa, immunologa e accademica della Crusca, martedì 16 giugno (alle 18) presso la Biblioteca di Lambrate, a Milano, durante la presentazione del libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare, 2026).
PS
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Grazie a Roberto UIV (Un Italiano Vero) che ha disegnato l’immagine dell’evento e che sul suo canale di YouTube ha divulgato il curioso aneddoto di come sia nata la copertina del libro.