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Ma l'italiano non ha un'espressione corrispondente al “pay it forward” inglese?
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Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano
Di Antonio Zoppetti
Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.
Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.
Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello
L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.
Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:
“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”
E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”Puttanieri e giornalisti
Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”
Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.
Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.
Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.
E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.
La newlingua dei padroni
Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.
Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.
Riporto il passo di Zancan:
“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea a un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.
Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.
PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.
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L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa
Di Antonio Zoppetti
Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).
La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.
Dialettizzazione: cosa significa concretamente?
Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?
Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.
Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia
Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.
Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.
Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.
L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille
L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.
Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.
Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.
Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”
E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).
Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.
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Il reato di “freezing” e il congelamento della lingua italiana
Di Antonio Zoppetti
La settimana scorsa, in Parlamento, ci sono stati duri scontri sul cosiddetto “Ddl stupri” per riformare la legge sui reati sessuali, anche se alla fine non è stato raggiunto alcun accordo e tutto si è per il momento arenato.
Dal punto di vista legislativo la questione spinosa era legata alle modalità di esprimere il consenso all’atto sessuale: deve essere “esplicito” (dunque senza un “sì” ci può essere la punibilità) o più semplicemente “riconoscibile” (dunque un’accettazione manifestata in altre modalità rispetto a quelle verbali)? Oppure è violenza solo in caso di manifesto “dissenso”?
Mentre infuriava la polemica su questo passaggio, dal punto di vista linguistico è emerso un anglicismo che ha tutte le caratteristiche per attecchire, se il dibattito tornerà in primo piano, e cioè il concetto di “freezing” che moltissimi giornali si sono immediatamente affannati a divulgare. E, come al solito, ci hanno martellato con il “nuovo reato di freezing” in modo improprio, visto che non è il “congelamento” (mentale) a essere un reato, e soprattutto questa parola non è affatto inclusa nella proposta di legge, ma ricorre solo nel dibattito in proposito.
Nel sommario della discussione avvenuta in Senato, per esempio, il freezing è stato esplicitamente utilizzato due volte, come fosse un tecnicismo ricorrente, per indicare il “blocco emotivo” davanti a un approccio sessuale inaspettato, dunque il rimanere paralizzati, impietriti, pietrificati, sbigottiti, incapaci di reagire… in altre parole un concetto antico e vecchio come il mondo – congelamento in senso letterale o lato – che però oggi si vuole esprimere in inglese come fosse una novità, in una più ampia ri-concettualizzazione delle cose in questa lingua (il “lessico del nuovismo”).
Colpisce che nella discussione sia proprio il presidente Giulia Bongiorno (lo riporto la maschile come piace a lei) a citare il “cosiddetto freezing” per indicare il “congelamento mentale” e l’impossibilità di esprimere il proprio dissenso/consenso davanti a un approccio a sorpresa. Nel 2018, infatti, quando la Bongiorno era ministro della Pubblica Amministrazione, si era espressa esplicitamente (dissenso esplicito?) contro l’eccesso di inglese nel settore su cui si riproponeva di intervenire. Ma si sa che tra il dire e il “parlare” c’è di mezzo la lingua d’oltremare… dunque da dove viene questo “freezing” che sgorga proprio dalla sua bocca?
Freezing: dalla lingua di settore a quella comune
L’espressione circola già da qualche anno in ambito legislativo, e proviene da quello psicologico. Il fatto è che se l’inglese si configura come la lingua internazionale della scienza, poi anche tutta la concettualizzazione terminologica finisce per essere importata in inglese, e dunque la paralisi o il congelamento della mente diventa freezing, ma in questo modo è la lingua italiana a essere congelata.
Come andrà a finire?
La questione degli anglicismi incipienti è molto complessa, perché quotidianamente siamo bombardati da centinaia e centinaia di parole inglesi che vengono “virgolettate” senza alcuna traduzione in ogni settore, in una sorta di gara in cui ogni addetto ai lavori privilegia le parole d’oltreoceano (vedi il “board of peace” che impazza solo in italiano, visto che francesi, spagnoli portoghesi, tedeschi… traducono il concetto nella propria lingua). Ho paragonato questo fenomeno a quello della “panspermia”, che è il modo di riprodursi delle ostriche e di molti animali che spargono migliaia e migliaia di larve nell’ambiente. La maggior parte è destinata a morire o a diventare cibo per altri animali, ma la conservazione della specie è garantita dai pochi sopravvissuti che riescono a crescere e a riprodursi. Se la strategia di riproduzione dei mammiferi si basa perlopiù su una prole dal numero molto ridotto che però viene educata e protetta dai genitori sino all’età adulta, quella delle tartarughe consiste in un gran numero di esemplari che vengono invece abbandonati, tanto qualcuno in qualche modo si salverà e potrà a sua volta riprodursi. Gli anglicismi si moltiplicano nell’italiano con questo stesso schema: vengono sparsi in tutto il mondo dall’espansione dell’inglese globale e la maggior parte è destinata a non attecchire, a rappresentare delle espressioni usa e getta che passata la contingenza svaniscono, ma un piccolo numero al contrario attecchisce, si radica e quel punto tende alla moltiplicazione: se un congelatore è freezer e la pratica di congelare gli ovuli per una maternità futura è chiamata “social freezing”, poi freezing entra nel linguaggio degli psicologi al posto di paralisi mentale, e viene ripreso da chi legifera, mentre a livello più popolare si comincia a parlare di freezare (o frizare) in sempre più ambiti e contesti anche in senso lato.
Davanti a questo fenomeno, molti linguisti ritengono che gli anglicismi siano una moda passeggera destinata a svanire o parole usa e getta dalla vita breve – dunque non rappresenterebbero un problema – ma questo punto di vista non tiene conto del fattore “panspermia” che regola con successo la riproduzione di molte specie da milioni di anni, e soprattutto l’obsolescenza è un fenomeno che non riguarda solo gli anglicismi incipienti, ma un po’ tutti i neologismi, anche quelli in italiano. Dunque tra i neologismi – inglesi e italiani – registrati della Treccani la maggior parte svaniranno (il che non significa che “tutti” i neologismi siano obsolescenti), ma tra quegli elenchi ci saranno anche le parole che attecchiranno ed entreranno nei dizionari del futuro.
Se tra queste ci sarà anche “freezing” è difficile dirlo, di sicuro la parola sta facendo il salto da tecnicismo alla lingua comune, visto che i giornali lo stanno divulgando e affermando. E tutto lascia presagire che se il dibattito politico sulla legge sulla violenza sessuale prossimamente si riaprirà con le stesse polemiche della settimana scorsa – amplificate dai titoli e dalle sintesi mediatiche – si radicherà come è avvenuto nel caso di mobbing, stalking e simili, altrimenti rimarrà una parola “congelata” nel proprio ambito psicologico da cui proviene e forse regredirà.
Certo, se davanti all’italiano smettessimo di fare le ostriche e ci comportassimo da mammiferi – come auspicava la Bongiorno quando era ministro – la nostra lingua si arricchirebbe, invece di regredire. Ma a questo punto poco importa che freezing si radichi o svanisca: in fondo è solo uno degli oltre 4000 anglicismi già radicati e registrati dai dizionari, e un anglicismo in più o in meno non fa differenza. La battaglia per la tutela del nostro patrimonio linguistico non sta nelle singole scelte lessicali – che studiano i linguisti – bensì nella nostra attuale anglomania, un terreno che andrebbe studiato da un punto di vista sociologico e in qualche caso anche psicologico.
Per evitare di frizare l’italiano occorre un cambio di paradigma: dovremmo smettere di considerare l’inglese e gli anglicismi come qualcosa di più solenne e prestigioso, dovremmo in fin dei conti smetterla di vergognarci della nostra lingua e riappropriarcene con orgogliosa gioia. Solo così, le parole inglesi, a poco a poco, regredirebbero spontaneamente e potremmo ritornare a parlare di tesserino invece di badge, di luogo invece di location, di tavola da sci invece di snowboard, di scarpe sportive invece di sneakers e via dicendo.
Purtroppo, le attuali contingenze storiche, politiche, culturali e sociali indicano che la direzione che abbiamo preso è un’altra, e anche se freezing dovesse svanire ci sarebbero altri 100 anglicismi pronti a prenderne il posto. E invece di ragionare sull’obsolescenza degli anglicismi, certi linguisti farebbero meglio a occuparsi di quella dell’italiano che davanti alla moltiplicazione dissennata delle nuove parole a base inglese, non fa altro che perdere terreno.
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Perché il rispetto dell’italiano non fa parte della deontologia dei giornalisti?
Di Antonio Zoppetti
I giornalisti hanno enormi responsabilità sociali, e la loro funzione principale è quella di garantire il diritto all’informazione dei cittadini. Per esercitare la loro professione devono essere iscritti a un albo, la cui istituzione risale al 1925, durante il fascismo (“l’esercizio della professione giornalistica è consentito solo a coloro che siano iscritti negli albi stessi”, art. 7). Ai tempi del regime l’ordinamento era legato anche a un certificato di “buona condotta politica” che veniva rilasciato dal prefetto ma, in epoca repubblicana, una nuova legge del 1963 ha modificato il codice fascista anche se l’Ordine dei giornalisti non è stato affatto abolito. E così, se per essere uno storico, un critico letterario, un divulgatore scientifico o un linguista non occorre alcuna “licenza”, un giornalista è considerato alla stessa stregua di un medico o di un avvocato che – per la sua responsabilità sociale – può esercitare solo se iscritto a un albo professionale regolamentato dallo Stato.
Questo ordinamento rappresenta un’anomalia in Europa, visto che negli altri Paesi (ma vale anche per il Regno Unito o gli Usa) l’autoregolamentazione della professione non è gestita dallo Stato, ma dalle associazioni di categoria, dai sindacati e dalla registrazione delle testate. E infatti, l’esistenza di un albo ha da sempre sollevato diverse critiche e negli anni Sessanta alcuni Tribunali hanno addirittura posto la questione di una sua illegittimità costituzionale, anche se poi è stata respinta. L’idea che quella dei giornalisti sia una “casta” e che l’obbligo per legge di una “patente” per esercitare la professione sia una forzatura ha comunque una sua fondatezza e una sua circolazione, tanto che nel 1997 il Partito Radicale ha indetto un referendum per abrogare l’ordine dei giornalisti, che non ha però raggiunto il quorum, benché più del 65% dei votanti fosse favorevole.
Fatte queste premesse, l’esistenza dell’Ordine implica che i giornalisti debbano operare seguendo alcuni principi etici o deontologici previsti dalla legge, purtroppo un po’ vaghi, generici e che non li vincolano affatto a esprimersi in italiano.
I principi deontologici dei giornalisti
Nel 2015, le variegate carte deontologiche in circolazione sono confluite in un documento unitario, il Testo unico dei doveri del giornalista, che è stato poi aggiornato, e l’ultima versione che ha introdotto anche la questione dell’uso dell’intelligenza artificiale è entrata in vigore nel giugno del 2025. Che cosa prevedono questi doveri?
Ci sono articoli che sanciscono la propria libertà di critica e di informazione (e quella del diritto all’informazione dei cittadini), oltre che la propria autonomia e indipendenza. Venendo invece ai “doveri nei confronti delle persone” ci sono indicazioni che tutelano la riservatezza dei dati personali, il rispetto delle persone fragili e vulnerabili, dei minorenni, delle discriminazioni di genere… ma non c’è una riga che riguarda la “lingua italiana”, che non fa parte del codice deontologico. Questa lacuna non deve stupire, è la stessa che caratterizza la nostra Costituzione, che non sancisce che l’italiano è la nostra lingua. Dunque, la deontologia del giornalista non prevede l’uso della lingua italiana e il rispetto del nostro patrimonio linguistico. E così per molti giornalisti la discriminazione delle parole italiane che vengono sempre più dismesse per sfoggiare l’inglese, soprattutto nei titoloni, non è importante né vincolante. Perché il Corriere – ma anche le altre testate – parla sistematicamente di AI invece di IA (Intelligenza Artificiale)?
Perché il giornalista medio – come il rappresentante medio della nostra attuale egemonia culturale – è un anglomane che preferisce ricorrere volutamente all’inglese per motivi stilistici e snobistici. E se qualcuno osa protestare davanti a scelte come green invece di ecologico, climate change invece di cambiamento climatico o workshop invece di seminari, la sua argomentazione preferita è quella di confondere le acque e tirare in ballo il fascismo – che ha creato l’ordine dei giornalisti di cui fa parte, non dimentichiamolo – come se l’anglicizzazione dell’italiano perseguita dalla classe dirigente del nuovo millennio avesse qualcosa a che vedere con la guerra ai barbarismi del regime. Il problema, naturalmente, non sono i “forestierismi”, ma l’anglicizzazione selvaggia perpetrata da chi si vergogna dell’italiano e ha la testa immersa solo nell’angloamericano, perché considera il ricorso all’inglese un elemento di “internazionalità” e di modernità, invece di una sorta di colonizzazione che diffonde la lingua e la visione di una cultura dominante che si espande a scapito delle altre.
Nell’immagine la recente autocelebrazione del Corriere che si vanta di “parlare a tutti” è affiancata a qualche articolo che mostra una realtà ben diversa.Un’altra giustificazione del ricorso all’inglese si basa sul fatto che certi anglicismi siano ormai “in uso”, il che non è sempre vero, visto che i giornalisti sono i principali “untori” che introducono nuovi anglicismi e li affermano, come è avvenuto nel caso del lockdown, comparso improvvisamente su ogni mezzo d’informazione il 17 marzo 2021 e da quel giorno in poi divenuto “LA” parola unica e stereotipata per indicare il confinamento durante il covid. Ricordo un servizio di Mentana che mi pare emblematico: dopo una settimana di aperture martellanti del tg con la questione del lockdown – che prima del 17 marzo era indicato con parole come serrata, blocco, quarantena, chiusura, zone rosse… – ha pronunciato la parola lockdown allargando le braccia e aggiungendo rassegnato: “Come ormai si dice”. I giornalisti, insomma, prima hanno introdotto una parola sconosciuta a tutti, e poi – una volta affermata – si sono appellati alla sacralità dell’uso. Ma anche quando il ricorso all’inglese è davvero preesistente, rimane il problema del rispetto del nostro patrimonio linguistico oltre che quello della trasparenza. Il giornalista si sente “libero” di parlare di smart working invece di telelavoro, come se questa scelta appartenesse alla propria sfera privata, ma se c’è un Ordine dei giornalisti regolamentato dallo Stato la sua libertà dovrebbe essere vincolata al rispetto della lingua italiana e dei cittadini, che dovrebbe diventare un dovere verso le persone. Se la funzione principale del giornalismo è quella di garantire il diritto all’informazione, bisognerebbe introdurre il principio per cui i cittadini hanno il diritto di essere informati nella propria lingua naturale, non in inglese. Ma questo presupposto non si trova in Italia, al contrario di quanto avviene in Paesi come la Spagna o la Francia.
I giornalisti spagnoli e francesi
L’anglicizzazione dell’italiano – che molti intellettuali e addetti ai lavori negano – non è paragonabile a quella dello spagnolo o del francese, dove invece il dibattito sulla questione esiste. L’abissale differenza di mentalità ha delle ragioni storiche, sociali e politiche molto consistenti. Lo spagnolo è la seconda lingua più diffusa al mondo dopo il cinese, e i madrelingua spagnoli sono ben di più di quelli anglofoni. Dagli anni Cinquanta le accademie degli oltre venti Paesi in cui si parla il castigliano collaborano per mantenere l’uniformità della lingua. Nel 2005 hanno presentato a Madrid il Dizionario panispanico dei dubbi in un evento a cui hanno partecipato i responsabili di quasi tutti i giornali più importanti, che hanno sottoscritto un testo fondamentale in proposito:
Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Diccionario panhispánico de dudas (2005) , e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa (cfr. Gabriele Valle, “Lʼesempio della sorella minore”, p. 757).
E così questo strumento linguistico si è imposto come un manuale virtuoso tra i giornalisti ispanici, che ne seguono i principi anche nel preferire la terminologia spagnola a quella inglese, che infatti nei giornali si trova molto di rado e non ha un impatto devastante come da noi.
Diversissima è anche la situazione francese, che nel 1992 ha inserito in Costituzione la propria lingua. Lì, il dibattito sull’impatto dell’inglese risale agli anni Sessanta, e dopo varie misure per la tutela del francese che a partire dagli anni Settanta sono state varate da governi di destra e di sinistra, è arrivata la legge Toubon che ha vietato l’uso di parole straniere nella comunicazione pubblica e istituzionale, e non in nome di una nostalgica autarchia linguistica di sapore fascista, ma in nome della trasparenza e del rispetto dei cittadini e anche del proprio patrimonio linguistico storico. In un primo tempo il provvedimento riguardava anche la lingua dei giornali, ma queste restrizioni sono poi state smussate dalla Corte Costituzionale in nome della libertà di espressione. E così oggi ci sono giornalisti che preferiscono ricorrere agli anglicismi, come da noi, e altri che invece li evitano come la peste, ma almeno esiste un dibattito in proposito, che da noi manca. In ogni caso i giornalisti francesi si autoregolano, non sono sottoposti a un ordine governato dallo Stato. Inoltre, la differenza più significativa rispetto al caso dell’italiano è che in francese – come in spagnolo – le alternative agli anglicismi esistono, sono promosse dalle istituzioni, ci sono banche dati terminologiche ufficiali che traducono ogni anglicismo, dunque ricorrere all’inglese si configura come una scelta stilistica e sociolinguistica, e non come una “necessità”, come in Italia, dove non si vede niente del genere e i giornalisti anglicizzano ogni cosa sia perché credono che ciò non implichi alcun problema deontologico, sia perché da noi non esiste alcun ente per creare alternative ai concetti e ai termini inglesi che da noi circolano senza alternative.
Il servilismo e il provincialismo tipico italiano nei confronti dell’inglese è dunque un’anomalia tutta nostra, che è culturale e sociale prima di essere linguistica. In sintesi, l’assenza di una politica linguistica e di un’attività ufficiale e istituzionale per promuovere l’italiano davanti al globalese si riflette anche in un giornalismo che nasce dagli stessi presupposti e li amplifica. E in un quadro del genere, c’è ben poco da fare per cambiare questo andazzo, a parte denunciarlo e provare, invano, a remare controcorrente. Il problema è insomma politico: se esiste un ordine dei giornalisti gestito dallo Stato è lo Stato che dovrebbe includere tra i principi deontologici anche il rispetto della lingua italiana. Ma nessuno se ne preoccupa.
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I suprematisti dell’inglese
Di Antonio Zoppetti
La parola “suprematismo”, che all’inizio del secolo scorso indicava un preciso movimento artistico russo, da più di dieci anni ha acquisito una nuova accezione non più di settore, ma generale, registrata ormai tra i neologismi della Treccani (2014): “Ideologia che si fonda sulla presunta superiorità di un gruppo umano sull’altro o di una religione sull’altra.”
Nel suo significato storico, il termine era un adattamento del russo suprematizm (a sua volta derivato dal latino supremus), mentre la nuova accezione ci arriva dall’inglese supremacist, che indica chi rivendica la supremazia di qualcosa o qualcuno, e per esempio un male supremacist è un maschilista convinto della superiorità dei maschi, mentre i suprematisti bianchi teorizzano la superiorità della razza bianca o comunque il potere delle etnie bianche.
“Suprematismo” si può dunque considerare un “internazionalismo” concepito alla maniera di Leopardi, che aveva notato l’affermarsi ovunque di “europeismi” comuni a tutte le lingue (come dispotismo, analizzare, demagogo, fanatismo…) che avrebbe persino voluto raccogliere un dizionario. Anche se oggi si spacciano per “internazionalismi” le parole in inglese crudo, il poeta di Recanati aveva invece in mente le radici comuni a tutte le lingue che venivano adattate in ogni idioma. La distinzione è fondamentale, perché senza l’adattamento una lingua si sarebbe “corrotta”, ma visto che nel frattempo gli internazionalismi sono ormai quasi solo in inglese potremmo dire che la nostra lingua sia colonizzata, più che semplicemente corrotta.
Fatta questa premessa, l’interferenza dell’inglese arricchisce il nostro vocabolario, quando introduciamo il nuovo significato di “suprematismo” che non solo è adattato, ma è anche perfettamente amalgamato con il nostro sistema linguistico, al contrario per esempio di supremacism che mantiene la pronuncia e la grafia che appartengono alla lingua di provenienza.
E allora il nuovo concetto di suprematismo si può accogliere senza remore come un naturale sviluppo della nostra lingua che si evolve insieme alla storia, alla società e anche in relazione con le altre lingue. E, una volta accettata e fatta nostra la nuova accezione, potremmo usarla anche in altri modi rispetto a quelli in uso nell’anglosfera, dove il termine si impiega di solito per indicare (e criticare) l’ideologia basata sul suprematismo e il potere bianco (white power).Cosa ci impedisce, dunque, di applicare il nuovo significato ai contesti linguistici?
Il suprematismo davanti alle lingue
Perché il suprematismo – ritornando alla definizione della Treccani – dovrebbe limitarsi a indicare solo la “superiorità di un gruppo umano sull’altro o di una religione sull’altra” e non anche la superiorità di una lingua sulle altre?
La Wikipedia, per esempio, definisce il suprematismo o potere bianco “un movimento ideologico basato sull’idea generale che i bianchi siano superiori agli altri gruppi etnici” e precisa che il “termine è talvolta utilizzato per descrivere l’influenza che hanno personalità bianche nella scena politica e sociale globale” e che il “movimento sposa ideologie come il razzismo, l’identitarismo, il razzialismo e l’etnocentrismo”.
Se sleghiamo questi nuovi significati dal loro ancorarsi a situazioni contingenti e passiamo dal particolare al generale, forse sarebbe arrivato il momento di parlare esplicitamente anche del suprematismo linguistico, che al contrario degli altri non viene affatto stigmatizzato. E seguendo la stessa impostazione non ci resta che constatare che i suprematisti dell’inglese sono l’espressione di un’ideologa basata sull’idea che l’inglese sia superiore – o comunque più prestigioso – rispetto alle altre lingue. Le conseguenze di questa prospettiva sono la causa della moltiplicazione degli anglicismi crudi (termini spaccati di volta in volta come più evocativi/moderni/internazionali/maggiormente tecnici…), ma allo stesso tempo i suprematisti dell’inglese sono coloro che ne teorizzano l’egemonia sulla scena globale, e dunque vogliono fare dell’inglese la lingua dell’Ue, dell’università, della scienza… e creare le nuove generazioni bilingui a base inglese nell’intero Occidente (a dire il vero, un luogo che non c’è).
La principale differenza con il suprematismo bianco è che il suprematismo dell’inglese mediamente non è teorizzato, ma dato per scontato e imposto ai cittadini in modo surrettizio. E invece di venir tacciato di essere discriminante, viene esaltato e perseguito attraverso (costosissime) politiche linguistiche internazionali tutte a discapito delle lingue locali. Questo aspetto era denunciato con fermezza per esempio dalla ricercatrice finlandese Tove Skutnabb-Kangas: come il razzismo e l’etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo discrimina in base alla lingua madre e determina giudizi sulla competenza o non competenza dei cittadini nelle lingue ufficiali o internazionali, mentre il monolinguismo a base inglese era per lei un “cancro” a cui andrebbe contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici e del pluralismo, se non vogliamo essere complici del genocidio linguistico e culturale nel mondo (“I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità?”, 1999).
Chi sono i suprematisti dell’inglese e come operano
Il suprematismo dell’inglese nasce dalle politiche neo-coloniali dei Paesi dominanti e dell’anglosfera, che hanno tutta la convenienza a esportare la propria lingua naturale nel loro nuovo impero culturale globalizzato. E così a livello lessicale si diffonde la terminologia in inglese delle multinazionali, mentre la lingua inglese nella sua interezza diviene più o meno ufficialmente quella dell’aeronautica, dei militari, delle organizzazioni internazionali, della scienza, del lavoro…
A favorire e legittimare questa espansione che dà per scontato che tutto il mondo dovrebbe imparare la lingua nativa dei popoli dominati – che non studiano altre lingue e proferiscono che tutti gli altri parlino la loro – ci sono poi i “collaborazionisti” tutti interni che sposano questa visione, e ostentano l’uso dell’inglese con compiaciuto orgoglio in un’alienazione della propria lingua madre vissuta come inferiore. Per costoro non sapere l’inglese è inaccettabile, è una grave forma di “ignoranza”, come se un poliglotta che conosce per esempio il francese, lo spagnolo e il tedesco valesse meno di chi parla solo l’inglese. Ed ecco che quando un politico italiano si trova a dover esprimersi in inglese in qualche contesto, scatta il giudizio mediatico: viene messo alla berlina per il suo cattivo inglese ridicolo (come è accaduto a Renzi, Rutelli e tanti altri), mentre viene esaltato per la sua padronanza dell’inglese nel caso di Draghi o della Meloni. Come se i giudizi sulla qualità di inglese raggiunta avessero qualcosa a che fare con la capacità di essere dei buoni politici.
I collaborazionisti del suprematismo dell’inglese, in Italia, sono i rappresentati dai ceti alti, dall’egemonia culturale di chi sta alla dirigenza, e visto che siamo un Paese satellite degli Usa (anche se ultimante il nostro amore sviscerato è sempre meno ricambiato) tutta la nostra cultura è una mera riproposizione di ciò che arriva d’oltreoceano.
Tra i fantastiliardi di esempi che si potrebbero fare della nuova lingua di classe a base inglese, ne riporto uno che mi ha segnalato Carlo Vurachi: si tratta di un articolo sull’Open innovation della direttrice dell’Osservatorio Startup Thinking del Politecnico di Milano (che per la cronaca è l’università che ha lanciato il progetto pilota di insegnare solo in inglese e di estromettere l’italiano dalla formazione). Nel pezzo (definito un guest post) pubblicato sulla rivista StartupItalia, si parla di joint-Venture e del recente fenomeno del Corporate Venture Building, delle competenze interne per sviluppare l’outbound rispetto all’inbound, del coinvolgimento del Top Management, di orizzonti temporali a volte sganciati dal business as usual, del corporate venture capital (oggi al 25% come componente dell’equity) e via così. La lingua è l’itanglese, non l’italiano, e in questo tipo di comunicazione i concetti sono riproposti direttamente in inglese (Open innovation mica innovazione aperta) e l’italiano si riduce a una lingua secondaria in cui spiegare le cose che si chiamano direttamente nella lingua superiore. In questo modo si educano gli italiani a questa terminologia e a questo abbandono della nostra lingua, e tutto ciò mi pare non sia altro che colonizzazione linguistica (o perlomeno lessicale) per chiamare le cose con il loro nome.
I suprematisti e collaborazionisti dell’inglese che operano in questo e in tutti gli altri ambiti, sono poi supportati da chi viene educato e colonizzato a questa lingua, a partire dai giornalisti che, invece di ricorrere all’italiano riprendono il gergo anglicizzato tecnico e lo ripropongono senza filtri a tutti. In questo processo, come aveva compreso Gramsci, questo modello linguistico ostentato dalle classi egemoni finisce per diventare un modello che per forza di cose si estende ed è poi imitato anche dalle masse nazional popolari: se l’esperto e il giornalista parlano di Open innovation al posto di innovazione aperta finisce che anche l’uomo della strada ripeterà in inglese lo stesso concetto, visto che l’italiano viene estromesso e regredisce. Ma anche Orwell aveva perfettamente compreso che l’affermazione di una lingua non è affatto un processo democratico, ma avviene “grazie all’azione consapevole di una minoranza”. Nel suo 1984, immaginava proprio come il Grande Fratello cercasse di imporre la Novalingua sulla Veterolingua, perché la lingua è potere, e il suo controllo è strategico. Oggi questa newlingua è agevolata dai nuovi strumenti come la cosiddetta intelligenza artificiale, e infatti se interroghiamo lo strumento denominato da Google in inglese – AI Mode e non modalità IA – su cosa sia l’Open innovation ci spiega che si tratta di un modello strategico che prevede la collaborazione con partner come le startup, in un processo collaborativo di condivisione delle risorse interne (licenze, spin-off) rivolte ad altre aziende (modello inside-out), da cui si mutuano allo stesso tempo altre risorse (modello outside-in) anche sfruttando il crowdsourcing.
È così che le lingue, giorno dopo giorno, regrediscono e, incapaci di evolversi con le proprie risorse, finiscono per essere fagocitate dalla lingua superiore praticata dai suprematisti dell’inglese.
Dunque sui giornali gli animali domestici diventano pet (persino i gatti hanno nomi in inglese come Molly), il lavoro da casa è smart working, le anteprime sono trailer, i documentari sono ribattezzati docufilm, e le associazioni suprematiste si denominano in inglese, come l’Italian resuscitation council (il Gruppo “Italiano” per la Rianimazione Cardiopolmonare)
Sarebbe ora di riflettere sul fenomeno con maggiore consapevolezza, e anche di denunciare chiaramente che tutto ciò non significa essere moderni e internazionali, ma soggiogati da un cultura e da una lingua superiore. E che sul piano etico, oltre che pratico, i suprematisti dell’inglese non sono affatto qualcosa di diverso dai suprematisti bianchi, rappresentano un’analoga forma di sopraffazione.
Anche se ormai nella nostra società sempre più globalizzata negli shop (come si rinominano i negozi) si vendono biglietti con gli auguri di Natale in inglese (ma vale anche per gli happy birthday) e anche le icone e le gif animate da inserire nelle e-mail sono spesso direttamente in inglese, al punto che bisogna cercare bene per trovare qualcosa in italiano, in queste feste evitate di augurare Merry Christmas and a Happy New Year allo zio Pino. Evitate il suprematismo dell’inglese e siate orgogliosi del nostro italiano, almeno di quello che ne resta.
Auguri e buone feste a tutti.
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Il “baby blues” e il senso di inadeguatezza dell’italiano (sarà l’italian blues?)
Di Antonio Zoppetti
Fino a pochi anni fa in “italiano” il blues era solo un genere musicale, intradotto come il rock, il jazz, il country, il gospel e via cantando. In inglese la parola significa malinconia, tristezza (anche depressione) ed è stata associata a una musica che esprimeva ed evocava appunto questo stato d’animo. Durante gli anni del fascismo, quando la censura delle parole – ma anche della cultura d’oltreoceano – si faceva sempre più pesante e persino il jazz fu formalmente vietato, tra i melomani circolavano canzoni clandestine dai titoli tradotti letteralmente, come “Le tristezze di San Luigi” (St. Louis Blues), che erano espedienti per aggirare i divieti, e venivano dichiarate così anche nei bollettini dei diritti d’autore, dove anche gli autori erano camuffati allo stesso modo, e Benny Goodman o Louis Armstrong diventavano Beniamino Buonuomo o Luigi Braccioforte.
Ma oggi il baby blues non è una musica eseguita da baby band (da non confondere con lo pseudoanglicismo baby gang), bensì una sindrome transitoria post-parto che colpirebbe ben l’85% delle neomamme, dunque una condizione di tristezza “normale”: stando alle statistiche le anormali sarebbero caso mai le donne che non la subiscono (solo il 25%).
E così, il Corriere di oggi — attraverso l’etichetta “da sapere” — ci educa tutti a questa nuova espressione con il consueto titolo che ci spiega di che cosa si tratta, e come non confondere questo disturbo con la depressione post-parto vera e propria. L’occasione non ci arriva direttamente da qualche studio medico d’oltreoceano, ma di rimbalzo, da un libro della nuotatrice Federica Pellegrini che racconta la propria esperienza.
Il passaggio è importante, perché segna il riversamento dell’espressione in inglese dalla terminologia medica (coloniale) in voga tra gli addetti ai lavori (colonizzati nella mente) alla lingua comune. E con la sua popolarità, la sportiva azzurra diventa una testimonial (per usare un altro pseudoanglicismo tipicamente italiota) della nuova parola.
Perché una mamma italiana, invece di esprimere il suo vissuto in italiano, deve ricorrere all’inglese per raccontare il suo comprensibile sgomento davanti alla maternità e al repentino cambio di vita che comporta?
Perché in un paese satellite come il nostro tutto gravita intorno all’anglosfera. Questa reazione psicologica davanti alla prole è stata studiata negli Stati Uniti ed è stata definita nella propria lingua, il che è perfettamente normale. Non è invece normale che la medicina italiana, al posto di esprimere le cose e i concetti in italiano, adotti la terminologia inglese e solo quella. Ma del resto quando la medicina (e la scienza) si studia direttamente in inglese, e quando anche le università puntano all’insegnamento in inglese, queste cose sono all’ordine del giorno. Basta cercare “baby blues” su Google per accedere a una sterminata documentazione specialistica (ospedali, associazioni, riviste mediche…) che spiegano il baby blues – ma si può dire anche maternity blues per chi ama i sinonimi –.
E in italiano come si dice?
Questo invece non si trova. Nessuno si pone nemmeno il problema di dirlo in italiano. Tra le variegate “definizioni” di questo disagio si trova un po’ di tutto. C’è chi fissa l’insorgenza della reazione emotiva tra il terzo e il quinto giorno dopo il parto – come fa l’IA di Google che però si chiama in inglese: AI mode – , c’è chi allarga la finestra ai primi 15 giorni e chi rimane sul vago, ma tutti si prodigano a differenziare il nuovo concetto anglicizzato rispetto alla vecchia idea della “depressione post-parto” che è invece uno disagio psichico più profondo e lungo. Siamo al non-è-proprismo, insomma: il nuovo concetto in inglese ha l’esigenza di differenziarsi da ciò che già c’è, per avere il suo perché, dunque è importante sottolineare che il baby blues non è proprio come la depressione post-parto, è qualcosa di diverso che ha la sua inesprimibile sfumatura. In questo caso è la sua transitorietà, il suo essere un sentimento passeggero e il suo essere un fenomeno così comune da essere normale. Ma guai a definire tutto ciò con parole italiane e comprensibili come transitorio o passeggero… il nuovo concetto si chiama baby blues. Punto. Solo se persiste allora si può tornare all’italiano e parlare di “depressione”.
Se le mamme che soffrono di baby blues si ritrovano a gestire una transitoria “tristezza ingiustificata”, degli sbalzi d’umore che portano a “pianti immotivati” e a una generale “sensazione di inadeguatezza”, anche davanti alle espressioni in inglese alcuni italiani provano un analogo sentimento di tristezza. Sarà forse l’italian blues?
Purtroppo, però, questo sentimento non è transitorio; è ormai strutturale. Inutile piangere sull’anglicismo versato, c’è ben poco da fare. Non resta che prendere atto del senso dell’inadeguatezza dell’italiano, che è ormai dismesso in favore dell’angloamericano.
E così, se i bambini della cosiddetta “casa del bosco” – invece di andare a scuola come tutti – godevano dell’educazione impartita dai genitori, nell’ultima settimana sui giornali si è parlato quasi solo della legittima possibilità dell’home schooling, non dell’educazione parentale, dell’istruzione domiciliare o genitoriale. E in questo senso di inadeguatezza dell’italiano, parola dopo parola si procede spediti verso la newlingua chiamata itanglese.
Se da decenni abbiamo abbandonato la parola calcolatore per parlare solo di computer, i calcolatori da scrivania (il primo “calcolatore da tavolo programmabile fu l’italianissimo programma 101 dell’Olivetti) oggi sono pc e desk computer, mentre i portatili diventano notebook o laptop e il nuovo tecno-italiano anglicizzato è ben rappresentato da articoli che parlano del gaming (non dei videogiochi) e dell’AI (non dell’IA) da pubblicizzare durante il Black Friday, in cui tra virgolette non ci sono le parole inglesi, ma quelle italiane come “convertibili”, in attesa che qualcuno cominci forse a parlare direttamente di converted.
Intanto, dopo Halloween e il Black Friday, sembrerebbe prossimo anche il passaggio dal “giorno del Ringraziamento” (per il Corriere il “party del grazie”) al Thanksgiving – basta con queste ridicole italianizzazioni forzate – che aumenta di frequenza negli ultimi tempi proprio mente qualcuno sta cominciando a festeggiarlo anche da noi (con tanto di tacchino ripieno come nei film). In una società-succursale che insegue le feste che ci arrivano dalla società-casa madre, del resto, anche il Natale comincia a starci stretto davanti al Christmas World di Villa Borghese.
Sì, è l’italian blues. La tristezza dell’italiano… Oh Yeah!
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Nando Dalla Chiesa e la ribellione alla supremazia dell’inglese
Di Antonio Zoppetti
Voglio segnalare un (rarissimo) articolo che affronta il problema dell’inglese divenuto la lingua internazionale della scienza e ne coglie acutamente sia le ricadute linguistiche sull’italiano – a partire dal proliferare degli anglicismi – sia le connessioni socio-politiche, visto che la diffusione dell’inglese come lingua “franca” è una conseguenza del predominio statunitense sullo scenario mondiale. Un predominio tutto novecentesco che sembra destinato a entrare in crisi.
Il pezzo si intitola “Dopo Mamdani, forse verrà il momento in cui torneremo a parlare il nostro italiano” ed è uscito la settimana scorsa su Il fatto quotidiano. L’autore è Nando Dalla chiesa, di cui avevo già segnalato un altro pezzo, uscito qualche anno fa sullo stesso giornale, che denunciava un vero e proprio “assalto contro la lingua italiana” in atto da molto tempo.
Dalla Chiesa riprende un dibattito che da qualche tempo si è sollevato nel mondo, un dibattito che in Italia è ignorato e sottaciuto:
“Negli scorsi mesi è successo un fatto importante. Un gruppo di reputate riviste scientifiche ha posto un problema tipico del nuovo secolo: se sia cioè fondata la pretesa dell’editoria accademica che i contributi degli autori siano scritti in inglese. Pretesa che va a nozze con la capricciosa abitudine di considerare di valore superiore i risultati di ricerca pubblicati in quella lingua. Perché?, si chiedono le riviste.”
Di solito i giornali – che sono tra i principali “untori” dell’itanglese – talvolta affrontano la questione degli anglicismi con insipidi e marginali articoletti di costume. Ma anche i linguisti – a parte poche eccezioni – sembrano incapaci di cogliere il fenomeno dell’anglicizzazione sul piano extralinguistico e sociale, perché ragionano per compartimenti stagni.
Invece di contare gli anglicismi (ormai “incontabili” e incontenibili) per concludere che sono “pochi” o che sono “una moda passeggera” o che si affermano perché sono parole più sintetiche o internazionali (delle spiegazioni davvero imbarazzanti), Dalla Chiesa sviscera il problema con ben altro spessore, e il fenomeno è finalmente letto nella sua complessità che ha a che fare con il “prevalere incontrastato” dell’”imperialismo economico americano”.“Vi fu un tempo – scrive l’autore – in cui si pensò che la supposta fine delle ideologie più la globalizzazione avrebbero costretto tutti gli ambienti scientifici a uniformarsi alla supremazia dell’inglese, esattamente come nel secolo precedente le diplomazie si erano acconciate alla supremazia del francese. Il che nell’Italia millenaria terra di conquista, e nelle nostre università, si è verificato in forme senz’altro più acute (per restare all’Europa) che non in Spagna, Francia o Germania. Ma oggi che il mondo degli alti studi e della ricerca non è più riducibile – se mai lo è stato – a quello anglofono”.
Gli articoli scientifici in inglese sono attualmente più letti e appaiono più prestigiosi, ma se si escludono le “conseguenze pratiche di bassa cucina che ne sono derivate, a partire da certe carriere parassitarie (l’amicizia con il caporedattore di una rivista gallese che fa più titolo della qualità di una onesta ricerca pubblicata in portoghese o tedesco)” bisogna invece andare “al sodo della questione”.
La domanda che pone chi si “ribella” al globalese è:
“Perché l’intera comunità scientifica mondiale dovrebbe parlare e scrivere nella lingua madre di una sua stretta minoranza? Forse una ragione demografica? No, perché oggi tra le lingue europee quella più parlata al mondo come lingua madre è lo spagnolo. Una ragione di egemonia economica? Nemmeno. Oggi la Cina si avvia a competere con gli Stati Uniti e a sopravanzarli in almeno due continenti.”
“Fu un mio amico manager – continua Dalla Chiesa – a segnalarmi alcuni anni fa il cambiamento in corso. Durante un viaggio in Cina si accorse che gli interlocutori locali capivano perfettamente l’inglese ma rifiutavano di usarlo come lingua per la conversazione, esigendo la presenza degli interpreti. La delegazione cinese non si assoggettava a parlare l’inglese (come invece la delegazione italiana) per orgoglio ma più ancora per consapevolezza della propria forza.”
A proposito dell’ascesa economica della Cina, va detto che se in un primo tempo la sua espansione nello scenario globale è avvenuta attraverso l’inglese, che veniva incentivato nei programmi scolastici e considerato centrale, negli ultimi anni questa politica si è invertita per favorire il cinese. E così non solo l’inglese perde importanza nella scuola primaria e secondaria, ma anche all’università i punteggi legati alla sua conoscenza sono stati abbassati, mentre in molti settori la ricerca scientifica in lingua cinese resiste all’inglese molto meglio di quanto non avvenga in Italia e in molti altri Paesi. Davanti a questa svolta che mette in discussione la primazia dell’inglese sul piano internazionale, un anglomane come Federico Rampini qualche tempo fa si strappava disperato i capelli, perché questa decisione politica mandava definitivamente in frantumi l’idea di realizzare il progetto dell’anglicizzazione del mondo che evidentemente è il suo sogno, oltre che quello dei Paesi anglofoni dominanti che hanno tutta la convenienza a rendere la propria lingua naturale come qualcosa di universale. Ma chi non ha la mente colonizzata capisce benissimo che anche gli italiani – come i cinesi – avrebbero tutto l’interesse di investire sulla propria lingua come strumento di cultura invece di sposare la “lingua dei padroni” che fa tabula rasa del plurilinguismo.
In questo scenario, “la strategia trumpiana per rendere l’America di nuovo ‘grande’ non inverte la tendenza” dell’esportazione dell’angloamericano in ogni settore, osserva Dalla Chiesa, e infatti si può aggiungere che proprio Trump, con un decreto del marzo 2025, ha per la prima volta ufficializzato l’inglese come lingua unica degli Usa, ribaltando i provvedimenti che risalivano a Clinton che al contrario favorivano il plurilinguismo, con linee guida per le agenzie governative che tenevano conto del fatto che molti americani non comprendono benissimo l’inglese, e che la percentuali degli ispanofoni è non solo altissima, ma anche in forte crescita. La svolta di Trump sancisce invece la primazia dell’inglese, che diviene un requisito anche per gli immigrati e gli americani di seconda generazione.
Il nuovo sindaco di New York, “una città di immigrati, costruita da immigrati e oggi guidata da un immigrato”, per riprendere il discorso di Mamdani, è dunque una novità in controtendenza che secondo Dalla Chiesa potrebbe comportare conseguenze “molto più ampie di quanto si pensi, e non solo sul piano strettamente politico. Ma anche su altri. Per esempio quello linguistico.”
Noi italiani – conclude il giornalista – possediamo infatti “l’immenso patrimonio della lingua latina, che ha innervato anche il tedesco e l’inglese. Eppure siamo stati capaci per istintivo servilismo (o forse anche per ignoranza del latino) di trasformare in parole inglesi le parole dei nostri antenati. Avete notato in quanti convegni e conversazioni amicali troviamo un italiano che invece di dire che il tale talento o pregio è un ‘plus’ della tale persona o azienda o istituzione, dice ‘plas’, esattamente ‘plas’, americanizzando compiaciuto la propria lingua? L’hanno chiamata internazionalizzazione. Ma ora fra Trump e Mamdani tutto cambia. Non solo la lingua dell’impero può declinare mentre alza la voce ma addirittura la democrazia americana può portare al potere culture e religioni altrui.”
Personalmente non sono così ottimista sull’impatto che il neosindaco della Grande Mela potrebbe avere sulle politiche di Trump e sullo scenario globale, soprattutto dal punto di vista linguistico. La nota positiva è invece che spuntino articoli del genere, che se non altro pongono sul tavolo una questione che non ha spazio nel dibattito pubblico e politico italiano. E soprattutto, la novità che forse deriva da Mamdani è il fatto che la questione dell’anglicizzazione venga finalmente colta anche a sinistra, che da sempre l’ha ignorata e archiviata come qualcosa di destra.
A dire il vero l’interesse delle destre nei confronti della lingua italiana andrebbe analizzato un po’ meglio, sotto la sua patina talvolta nostalgica e superficiale. Che cosa ha fatto per la lingua italiana il governo Meloni, per esempio? A essere ottimisti niente. A essere realisti la sta continuando ad affossare.
Non dovremmo dimenticare che Meloni, insieme a Rampelli, Lollobrigida e altri esponenti di Fratelli d’Italia, quando erano all’opposizione hanno presentato innumerevoli proposte di legge in difesa della lingua italiana (mai discusse) anche volte ad arginare l’invadenza dell’inglese. Nel 2018 avevo dedicato loro uno sfottò, visto che in un disegno di legge in proposito avevo trovato vari copia-e-incolla presi da questo sito finiti nel documento presentato in Parlamento.
Poi, però, una volta divenuta presidente del consiglio, la Meloni si è immediatamente presentata come “underdog”, ha pensato bene di varare il ministero del “made in Italy” invece che del prodotto italiano, mentre il ministro del turismo Daniela Santanché ha inaugurato un progetto per la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale italiano denominato in itanglese: “Open to meraviglia”. Intanto, l’onorevole Rampelli avrebbe voluto varare una legge per l’italiano identica a quelle già sfornate in passato che prevedeva persino le multe davanti agli anglicismi istituzionali, mentre l’onorevole Menia avrebbe voluto introdurre nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano. Eppure, sotto le chiacchiere, nulla è stato fatto, nonostante la maggioranza avrebbe i numeri per fare qualcosa di concreto. In compenso sono aumentati i corsi universitari in lingua inglese invece che in italiano, e gli anglicismi continuano a crescere a scapito dell’italiano.
E allora, visto che la tutela della nostra lingua non è né di destra né di sinistra, ma è qualcosa che ci riguarda tutti, non resta che ribadire che davanti al globalese occorrerebbe un movimento – non bipartisan, ma trasversale – in grado di produrre una visone politica della lingua che in Italia manca.
L’inglese internazionale non ci conviene, come non conviene alla Cina, e andrebbe perlomeno messo in discussione. In gioco non c’è solo la nostra lingua e cultura, ci sono enormi implicazioni economiche, etiche e cognitive. Occorre un dibattito culturale che non c’è. Occorre che i “ribelli” che non si piegano alla lingua dominante confluiscano in un movimento più ampio che non riguardi solo la lingua delle riviste scientifiche, ma si estenda a tutti gli ambiti della nostra società.
E la speranza è che articoli come questo di Nando dalla Chiesa si moltiplichino, invece di rimanere uno sprazzo. Chissà mai che finalmente anche a sinistra ci si renderà conto che la questione dell’inglese internazionale e dell’invasione degli anglicismi non è affatto una cosa di destra.
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La proliferazione degli anglicismi: l’inevitabile conseguenza della nostra sudditanza culturale
Di Antonio Zoppetti
Ogni anno, con il cambio dell’ora legale, i giornali sfornano i consueti articoletti che illustrano i disturbi del sonno che ne derivano, oppure il risparmio energetico che ne consegue, ma la novità di quest’anno è che sono comparsi titoli che mettevano in risalto “cosa cambia con gli Usa” ed evidenziavano un (perturbante?) “disallineamento” con gli Stati Uniti, che la redazione del Corriere si è affannata a precisare che era solo “temporaneo” (per fortuna!), visto che oltreoceano il cambio dell’ora entra in vigore la prima domenica di novembre, invece che l’ultima di ottobre.
Gli Usa sono ormai il nostro punto di riferimento – qualcuno potrebbe dire il benchmark, per sentirsi più figo – di qualunque cosa, persino dello scandire del tempo, delle stagioni o delle generazioni i cui nomi sono stati decisi negli Stati Uniti (gen Z, gen X, Millennials…).
Qualche giorno dopo si è infatti celebrata la ricorrenza di Halloween, una festa introdotta in Europa dalle multinazionali alla fine degli anni Novanta, che nel nostro Paese si è particolarmente radicata. I “nativi halloweeniani”, cioè le nuove generazioni nate e cresciute nel nuovo contesto, non sembrano consapevoli del cambio di paradigma avvenuto, sono forse convinti che ci sia sempre stata, anche perché il loro immaginario è basato su film, prodotti di intrattenimento e pubblicità statunitensi che si fondono con le nostre emulazioni tutte interne (le feste a tema nei locali, i prodotti sugli scaffali dei supermercati e nelle vetrine). Dunque per loro è una festa molto sentita, ben di più del vecchio Carnevale che era invece una delle date più attese dei bambini e dei giovani del Novecento, ma che oggi è in via di regressione.Cambiamo mese. Dopo il nostro ottobre, sembra che da quest’anno sia arrivato il “Black November”, invece del mese di novembre, almeno su certi giornali.
Di nuovo tutto ciò è legato all’espansione delle multinazionali che hanno esportato la tradizione americana degli sconti prenatalizi, il Black Friday, legato soprattutto alla globalizzazione delle merci via internet, cioè quello che da noi si chiama ormai e-commerce e shopping online. Quando le merci (e i loro sconti) si rivolgono a tutto il mondo, è inevitabile che anche le tradizioni locali dei colossi che le propongono diventino un fenomeno globale, che viene espresso nel proprio idioma in una più ampia strategia commerciale che punta a rendere “universali” le proprie tradizioni, i propri costumi, la propria cultura e anche la propria lingua spacciata per “internazionale”.
Il passaggio dalle offerte internettiane ai punti vendita fisici (denominati ormai store, shop, outlet…) da noi è esploso nelle grandi città nel 2020, come avevo documentato fotografando le vetrine milanesi quando il fenomeno era ancora una novità, prima della sua istituzionalizzazione. Ma per un Paese satellite degli Usa, dove importiamo in modo gioioso e asservito qualunque cosa ci arrivi dall’America, i risultati linguistici sono imprevedibili e soprattutto incontenibili. E così il “venerdì nero” – come si potrebbe tradurre letteralmente – si declina in modo fantasioso e diverso rispetto a ciò che proviene dalla “casa madre”. Viene per esempio prolungato di qualche giorno, e si pubblicizzano “venerdì neri” che valgono anche per il fine-settimana (= weekend), oppure si parla di Black Week in una rivisitazione dove la parola d’ordine è evocare l’inglese (a costo di reinventarlo). In questo modo black diventa sinonimo di sconti, e si arriva al Black November che non è solo una ripresa lessicale, ma anche sintattica, visto che manteniamo l’inversione delle parole all’inglese.
Intanto, pochi giorni fa, i giornali italiani (non vedo un analogo interesse da parte dei mezzi di informazione spagnoli o francesi) hanno ribattuto che la parola dell’anno, secondo il Collins Dictionary, è “Vibe coding”, e il Corriere si è subito prodigato a spiegare anche agli italiani che cosa significhi, come se le parole dell’anno inglesi fossero anche le nostre, e come se la nostra cultura satellite non possa fare altro che ripeterle e adottarle, invece di adattarle o tradurle.
Per la cronaca, l’espressione si riferisce alla possibilità di una “programmazione naturale” che consiste nel chiedere ai sistemi di intelligenza artificiale – utilizzando il nostro linguaggio naturale – una soluzione che sarà l’IA (anzi il suo prompt) a tradurre in codici in grado di generare un programma che soddisfi la richiesta. Ma sui giornali come il Corriere non si parla di IA, ma di AI come ha deciso di insegnarci Google (AI mode) – che in televisione è pronunciata “ei-ai” – e ancora una volta, dietro queste scelte lessicali anglomani, si rivela tutta la nostra sudditanza nei confronti degli Usa.
Il vecchio “pappagallo italiano” che importunava le ragazze per strada con apprezzamenti sessisti è ormai superato, al suo posto è stato introdotto il concetto tutto inglese di “catcalling” (in una più generale anglicizzazione della derisione fisica denominata body shaming, della persecuzione divenuta stalking, della vessazione divenuta mobbing e via dicendo). Il nuovo pappagallo italiano del Duemila è invece colui che non sa fare altro che scimmiottare pateticamente ciò che ci arriva dall’anglosfera.
E così, sulla scia del trumpismo, un grande intellettuale come Gennaro Sangiuliano, candidato alle elezioni campane, distribuisce patetici cappellini rossi con la scritta “Make Naples Great Again”, ma sul fronte politico opposto, dopo il successo elettorale di Mamdani a New York, la sinistra si chiede se sia possibile emulare lo stesso risultato e le stesse proposte politiche nella città satellite italiana, cioè Milano, che ormai da qualche decennio si configura come una piccola succursale di provincia della città madre, in cui accanto ai nuovi grattacieli che ridisegnano lo “skyline” metropolitano si anglicizza un po’ tutta la toponomastica; i vecchi quartieri – diventati “district” – assumono nuovi nomi, come il NoLo (North of Loreto), o l’area della ex-fiera divenuta CityLife…
È questo il contesto socio-culturale da cui nasce l’anglicizzazione della lingua italiana. Un contesto figlio di una sorta di neocolonialismo che proviene dagli Stati Uniti sposato e favorito da una classe dirigente anglomane che ha smarrito la propria identità e le proprie radici e non sa fare altro che emulare la cultura superiore dell’anglosfera di cui pensa di essere l’espressione, come il Nando Mericoni di Alberto Sordi che voleva fare l’americano. Ma se l’alberto-sordità era ridicola, oggi è invece presa sul serio ed elevata a modello virtuoso, ed è per questo che tra gli addetti ai lavori nasce una newlingua ibrida a base inglese presentata come maggiormente tecnica e più solenne, dove parlare di economia – tra i mille esempi che si potrebbero fare – significa ricorrere a espressioni come small cap, Big Tech, blockchain, trading e asset tokenizzati.
Le lingue cambiano e si evolvono insieme al mondo, certo. Ma dietro questa banalità, quello che certi linguisti non sembrano in grado di cogliere è come la nostra lingua si stia evolvendo e soprattutto perché.
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Google e AI Mode: la colonizzazione linguistica dell’inglese in Italia
Di Antonio Zoppetti
Dopo i primi esperimenti con cui Google ha introdotto nella ricerca un servizio basato sull’intelligenza artificiale – denominato in inglese: AI Overwiew – da qualche giorno è spuntata una nuova funzione su cui il motore di ricerca spinge, e questa volta si chiama AI Mode.
Perché i colossi statunitensi continuano a diffondere la terminologia in inglese, invece che tradurla? Perché ci riempiono di bottoni e funzioni chiamati timeline, widget, follower e via anglicizzando? Perché parlano di AI invece di IA (Intelligenza artificiale) e usano la parola “mode”?
La risposta è semplice, e la denuncio ormai da dieci anni: perché le multinazionali hanno tutto l’interesse a imporre la propria lingua a tutto il mondo. Per loro le lingue locali sono un ostacolo alla lingua unica che vogliono imporre nei mercati, e questa lingua unica è la propria lingua naturale.
Questo progetto è una forma di neocolonialismo culturale che dovrebbe essere evidente a tutti, anche se i linguisti non sembrano in grado di coglierla e di elevarsi dal particolare al generale. Si limitano ad analizzare le singole parole indipendentemente dai contesti sociali che le diffondono. Eppure, per capire come stanno le cose non ci vuole granché: basta usare AI Mode come un cavallo di Troia e rivolgere una domanda molto semplice: perché il servizio si chiama con un nome in inglese?
Perché AI MODE è in inglese?
In un primo tempo lo strumento non ha capito che mi riferivo al servizio “Ai Mode” nel quale scrivevo (mea culpa), dunque la risposta è stata che (grassetti miei):
“Per comprendere il motivo per cui un servizio specifico ha un nome in inglese, è necessario conoscere il servizio in questione. Tuttavia, in generale, ci sono diverse ragioni per cui si utilizzano nomi in inglese, specialmente nel mondo tecnologico e commerciale:
– Identificazione internazionale: Un nome in inglese può essere riconoscibile a livello globale, facilitando la sua diffusione in diversi mercati.
– Percezione di innovazione: L’uso di termini inglesi può dare l’idea che un prodotto o servizio sia all’avanguardia o legato a una cultura di business moderna e internazionale.
– Terminologia specifica: Molti settori, in particolare quello tecnologico, hanno una terminologia che si è sviluppata principalmente in inglese. Utilizzare questi termini può essere più efficiente e preciso.
– Marketing e branding: Un nome in inglese può suonare più accattivante o memorabile per il pubblico di destinazione, a seconda del contesto e del mercato.
– Tendenze del settore: In certi ambiti, come quello delle startup o dei servizi digitali, l’uso dell’inglese è diventato una prassi diffusa, a volte per emulare aziende di successo nate in Paesi anglofoni.Per un’analisi più dettagliata, potresti fornire il nome del servizio specifico a cui ti riferisci.”
In sintesi, la tesi è che l’inglese facilita i mercati, è presentato come una scelta all’avanguardia, moderna e internazionale, è una prassi diffusa… e tutta una serie di luoghi comuni che dimostrano tutto l’intento colonizzatore che sta sotto queste scelte comunicative. L’inglese sarebbe dunque “più efficiente e preciso” (per chi è anglofono, di certo). Non c’è alcuna considerazione sulla trasparenza, sui destinatari, sul rispetto per le lingue e culture locali… tutto si basa sugli interessi del marketing e del branding delle multinazionali.
Ho provato allora a riformulare la domanda in modo più preciso:
Perché AI MODE si chiama con un nome in inglese?Risposta: “Le ragioni per cui il servizio di ricerca di Google si chiama ‘AI Mode’ con un nome in inglese sono principalmente legate a considerazioni di branding, internazionalità e terminologia tecnologica.
Le motivazioni più specifiche includono:
– Terminologia del settore: Il termine ‘AI’ è l’abbreviazione riconosciuta a livello globale per Artificial Intelligence, cioè ‘intelligenza artificiale’. Nel campo della tecnologia, l’inglese è la lingua dominante, quindi usare questa sigla rende il servizio immediatamente identificabile in tutto il mondo.
– Internazionalizzazione: Un nome in inglese rende il servizio comprensibile in un vasto numero di paesi, semplificando la sua introduzione in diversi mercati. AI Mode, ad esempio, è stato lanciato in diversi paesi e in più lingue, ma il nome rimane coerente per un riconoscimento immediato.
– Posizionamento e marketing: Utilizzare un nome come ‘AI Mode? rafforza l’idea che il prodotto sia all’avanguardia, innovativo e parte integrante dell’esperienza di ricerca. Il termine ‘Mode’ (modalità) indica chiaramente che si tratta di una specifica funzione o versione della ricerca.
– Coerenza del marchio: Per un’azienda globale come Google, mantenere una certa coerenza nei nomi dei prodotti è fondamentale. Molti dei suoi servizi e strumenti tecnologici utilizzano terminologia inglese, anche quando vengono introdotti in mercati non anglofoni. Questo fa parte di una strategia di branding consolidata.
– Evoluzione del prodotto: Inizialmente, Google aveva lanciato le “AI Overviews” (riepiloghi con intelligenza artificiale). Il passaggio a “AI Mode” rappresenta un’espansione e un’evoluzione della funzionalità, rendendola una vera e propria modalità di ricerca conversazionale e multimodale, e il nome inglese comunica bene questo cambiamento di passo.”Di nuovo, le ragioni della mancata traduzione stanno negli interessi delle multinazionali, mica di quelli dei Paesi da colonizzare. E quindi il sistema spiega che “AI” sarebbe un internazionalismo (invece che un anglicismo), e “mode” esprimerebbe “chiaramente” la sua funzione (chiaramente per chi? Per gli anglofoni, of course). Ma a parte questi ossimori, l’IA getta la maschera dietro la quale certi addetti ai lavori si nascondono: per Google la coerenza del marchio è fondamentale e il ricorso alla terminologia inglese è una strategia di branding consolidata. Dunque gli utenti sono sudditi delle strategie neocoloniali imposte dai marchi e dai mercati. E poco importa che in italiano ci sia l’IA al posto dell’AI e la “modalità” al posto di “mode”, almeno da noi…
“AI Mode” in Francia, Spagna e Portogallo
Mentre i nostri “intellettuali” e la nostra intera classe dirigente dalla mente colonizzata hanno introiettato e ha fatto loro l’idea che essere internazionali coincida con il pensare e parlare in angloamericano come ci spiega Ai Mode, per essere davvero internazionali basta guardare cosa succede nei Paesi a noi vicini, come la Francia, la Spagna o il Portogallo.
In questi Paesi – udite, udite! – sui giornali non si parla di AI come prevale da noi, ma di IA (il che vale un po’ per tutte le altre sigle, a partire dall’Aids che si chiama Sida) e in Francia ci sono stati problemi legali davanti all’introduzione sia di AI Overwiew sia del nuovo servizio – al momento bloccato – che da loro si chiama Mode IA (come riporta Le monde), cioè in francese e con la collocazione delle parole alla francese.
Si potrebbe pensare che la tutela del francese sia imposta dalla legge Toubon che obbliga le multinazionali a tradurre la terminologia, ma non c’è solo questo aspetto; altrove, a prevalere c’è semplicemente il buon senso, e infatti anche nelle altre lingue romanze (dove non ci sono simili leggi) questa funzione è tradotta: nel caso dello spagnolo e del portoghese la traduzione MODO IA si ritrova sia nella terminologia di Google sia negli articoli di giornale (cfr. El Pais e Correio), e solo in Romania il servizio è stato riproposto in inglese come da noi.
A questo punto sorge spontanea la domanda: perché queste differenze? L’inglese internazionale moderno ed efficiente esportato dalle multinazionali è allora venduto a questo modo solo nell’italietta colonizzata? Certo che sì. E ancora una volta la risposta di AI Mode è brutalmente sincera e illuminante, alla faccia di tutte le idiozie sparate da certi addetti ai lavori che giustificano il ricorso all’inglese agendo da veri e propri collaborazionisti.
Ho perciò domandato: “Perché AI MODE in Italia non è stato tradotto ma in Spagna, Portogallo e Francia è tradotto?”
Risposta: “Le motivazioni dietro le scelte di traduzione e localizzazione di Google, compresa la decisione di mantenere il nome ‘AI Mode’ in Italia mentre in altri paesi come Spagna, Portogallo e Francia si è optato per una traduzione, non sono sempre rese pubbliche in dettaglio. Tuttavia, si possono ipotizzare diverse ragioni:
– Strategia di mercato e target audience: Google potrebbe aver valutato che il pubblico italiano, rispetto a quello di altri paesi, sia già più familiare o incline ad accettare la terminologia inglese nel campo della tecnologia, in particolare con abbreviazioni come ‘AI’.
– Percezione del marchio: L’uso di un nome inglese può essere associato a un’immagine più moderna e innovativa in alcuni mercati.
– Coerenza interna: Mantenere un nome uniforme a livello globale può semplificare il branding e le operazioni di marketing, specialmente per prodotti tecnologici complessi.
– Differenze linguistiche e culturali: La traduzione in altre lingue può essere stata considerata più efficace per raggiungere un pubblico più ampio, forse meno esposto alla terminologia tecnica inglese.
– Test e feedback: È possibile che Google abbia condotto test o analisi di mercato in Italia che suggerissero che la traduzione del nome non fosse necessaria o addirittura controproducente.”Se si mettono in fila tutte queste cose emerge perfettamente ciò che i linguisti non vedono (o fanno finta di non vedere) e soprattutto non dicono: l’Italia è un Paese più facilmente colonizzabile (e colonizzato) per ragioni sociali. Da noi manca ogni resistenza – culturale prima che politica – davanti all’anglicizzazione. La nostra classe dirigente preferisce ostentare l’inglese e l’itanglese e ha ormai rinunciato a esprimersi in italiano. Basta scorrere i titoli dei giornali per rendersene conto.
Secondo il Corriere, cosa caratterizza la Torino storica delle tradizioni, insieme alla bagna cauda? Ma il layering è ovvio!
E passando a un tema etichettato come “life”, che dire della Cocktail Week di Taormina, in un articolo che parla di mixology, drink e street bar?
L’itanglese è la lingua dei giornalisti colonizzati e allo stesso tempo colonizzatori, che seguono le stesse logiche di Google e delle multinazionali e vendono l’inglese come internazionale, moderno, efficiente… senza essere consapevoli della distruzione dell’italiano che mettono in atto.
L’intelligenza artificiale lo sa benissimo – al contrario dei linguisti – e ci colonizza giorno dopo giorno con la lingua delle multinazionali perché sa benissimo che glielo lasciamo fare e che siamo una massa di idioti da manipolare, e non una cultura da rispettare.
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Nuova destra, vecchio nazionalismo.
https://rizomatica.noblogs.org/2025/10/nuova-destra-vecchio-nazionalismo/
Quello che interessa alle forze politiche che organizzano le masse è molto spesso un riconoscimento identitario. Il tentativo, riuscito, di solleticare il narcisismo degli individui che hanno bisogno di rappresen
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La transizione linguistica che nessuno racconta
di Antonio Zoppetti
L’altro giorno leggevo che l’accademia della Crusca ha partecipato alla Bright Night 2025 dell’Università di Firenze, e sul suo sito si legge:
“Bright Night (‘Brilliant Researchers Impact on Growth Health and Trust in research’) è il nome dato alla Notte europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori, la manifestazione ideata dalla Commissione Europea con l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università.”
Leggendo tra le righe, si intuisce una certa insofferenza per questa denominazione in inglese, presentata come qualcosa di imposto da altri, e affiancata alla traduzione italiana a cui viene dato maggior risalto.
Bisognerebbe però spendere qualche riflessione su quello che l’Accademia, ma più in generale i linguisti e gli intellettuali italiani, non dicono.Perché l’Università di Firenze ha scelto l’inglese?
La scelta di denominare in inglese i nomi delle manifestazioni non è un’insolita bizzarria – come si potrebbe evincere dalle parole della Crusca – è invece una ben precisa strategia che vale per ogni tipo di manifestazione, evento o mostra. In ottobre, a Milano, ci sarà la Cook-Fest, il food festival del Corriere della Sera, e il settimo Fringe Milano Off International ideato da due nativi italiani con la testa nell’anglosfera. Tempo fa avevo denunciato come persino una mostra dedicata alla figura simbolo dell’italiano era stata anglicizzata attraverso il Dante Vibes, e prima ancora avevo fatto delle ricerche sulle denominazioni in inglese che erano prevalenti rispetto a quelle in italiano persino nelle manifestazioni paesane (notevole il Tractor Day).
Chi si occupa di studiare la lingua italiana non solo dovrebbe raccontare queste cose, ma anche quantificarle (qual è la percentuale delle denominazioni in inglese nel panorama culturale italiano? Non trovo studi in merito, chissà come mai… ma la mia impressione è che prevalgano).
Invece di limitarsi a contare gli anglicismi magari per concludere che sono pochi, passeggeri o poco frequenti, i linguisti dovrebbero riflettere seriamente sulle loro cause e soprattutto sul loro impatto nella nostra società. Alcuni studiosi sono convinti che il fenomeno nasca da una “moda”, dal loro essere “di prestigio” o dal fatto che siano più sintetici degli equivalenti italiani. Ma queste spiegazioni sono ridicole e insufficienti, la verità è un’altra ed è ben più profonda: certe manifestazioni ideate dall’Ue come la Bright Night – ma anche dalle realtà tutte italiane che inseguono la stessa strategia a partire dalla Rcs Academy che forma i futuri giornalisti e comunicatori – non hanno solo “l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università”, ma anche di diffondere l’inglese, che fa parte del pacchetto, benché non sia dichiarato e avvenga in modo surrettizio.Se la nostra società spinge i cittadini verso la transizione ecologica ed energetica (e vorrebbe convincere tutti a comprare auto elettriche che hanno per ora scarso successo), o verso la transizione digitale (con ostacoli all’uso del contante o balzelli che di fatto escludono chi non è in grado di usare internet), è in atto anche un’altra transizione che però viene sottaciuta: la transizione linguistica.
La transizione linguistica
La transizione linguistica è il graduale processo di adozione dell’inglese da parte delle popolazioni non anglofone con l’obiettivo di renderlo un requisito per tutti, e risolvere così i problemi della comunicazione internazionale, strategica soprattutto per i mercati globali. Il progetto include un profondo cambiamento culturale e organizzativo per fare in modo che le popolazioni non anglofone imparino l’inglese, e le realtà dove questo è già avvenuto – per esempio l’Olanda, l’Islanda o alcuni Paesi scandinavi – sono presentate come “virtuose” e avanzate, mentre le altre sono considerate “arretrate”, perché questo processo non si è “ancora” realizzato, e dietro quell’ancora si svela un ben preciso progetto di colonizzazione linguistica. Questo progetto è perseguito senza che nessuno ne metta in risalto gli effetti collaterali, e cioè la regressione delle lingue locali e la loro anglicizzazione. E quel che è peggio nessuno o quasi sembra cogliere che mentre tutto il mondo dovrebbe convertirsi allo studio dell’inglese, i Paesi anglofoni non hanno l’esigenza di apprendere alcuna altra lingua al di fuori della propria che preferiscono rendere “universale”. Tutto ciò comporta invece problemi etici, cognitivi ed economici di grande rilevanza. Ma guai a sollevare il problema, non aprite quella porta!
Le leve della transizione linguistica sono molteplici e differenziate, ma ruotano attorno a due cardini: ci sono interventi espliciti per introdurre e ufficializzare l’inglese a partire dalla scuola, e altri indiretti che si basano sull’esclusione e la stigmatizzazione sociale di chi non si inchina alla dittatura dell’inglese.
Questa seconda strategia è ben visibile per esempio quando un politico italiano è costretto a esprimersi in inglese in qualche contesto internazionale. Se lo parla in modo disinvolto supera la prova mediatica – e in ogni trasmissione di attualità si esalta la padronanza della lingua superiore di volta in volta di Draghi, Meloni e via governando – altrimenti viene esposto al pubblico ludibrio (come nel caso di Renzi o Rutelli).
La gogna mediatica spinge perciò a bollare come ignorante (in assoluto) chi non conosce l’inglese, indipendentemente dal contesto e dalle sue competenze. In quest’ottica, un professorone che conosce a menadito il latino o il greco, e che magari è un poliglotta che parla correntemente francese, spagnolo e tedesco, se non sa l’inglese è comunque un riprovevole ignorante, che non può che vergognarsi. Viceversa, un imprenditore statunitense arricchito e imbruttito che non sa parlare altro che la propria lingua naturale e che possiede la cultura pragmatica e poco profonda di uno statunitense medio è visto come un modello positivo (in fin dei conti sa l’unica cosa che vale la pena di sapere: la lingua dei padroni).
L’affermazione della superiorità della lingua inglese comporta allo stesso tempo lo svilimento dell’apprendimento di altre lingue straniere (tedesco, francese, spagnolo…) che viene considerato un vezzo privo di obiettivi concreti, un po’ come studiare il pianoforte, che non fa parte del paniere della “cultura” ufficiale. Questa visione coloniale non è messa in discussione quasi da nessuno, a parte qualche paria escluso dal panorama culturale italiano.
L’idea è che essere internazionali non significhi esprimere qualcosa in tutte le lingue del mondo, ma viceversa abbandonarle per adottare la lingua naturale dei Paesi dominanti. Chi non si adegua ne paga le conseguenze, come sta avvenendo per esempio nei contesti scientifici. Anche se nessuno vieta di pubblicare nella propria lingua nazionale, o in quelle ben più diffuse dell’inglese come il cinese o lo spagnolo, di fatto esistono una serie di pregiudizi che premiano le pubblicazioni in inglese a cui viene attribuita maggiore rilevanza e dunque visibilità. Perciò, pubblicare in inglese diventa conveniente, se non indispensabile, per poter essere presi in considerazione ed emergere. Dunque, uno studio in italiano non ha la stessa circolazione di uno pubblicato in inglese (a meno che qualcuno non lo traduca nella lingua dominante per rilanciarlo in questo modo), per motivi linguistici e non in base ai contenuti scientifici che veicola.
La transizione linguistica, però, non si persegue solo attraverso queste e altre modalità surrettizie, ma anche attraverso politiche linguistiche più coercitive.
La politica linguistica per istituzionalizzare l’inglese
Le politiche linguistiche nella scuola italiana ed europea prevedono di creare le nuove generazioni bilingui a base inglese sin dai primi anni delle elementari, per arrivare a privilegiare l’inglese come lingua di insegnamento per l’università e i corsi di specializzazione a discapito delle lingue locali. Negli ultimi vent’anni, gli atenei italiani che hanno scelto di insegnare direttamente in inglese, escludendo l’italiano come lingua della formazione, sono infatti sempre di più. Anche in questo caso la transizione linguistica è incentivata dai sistemi di punteggio “internazionali” (in realtà statunitensi) che si basano sulla capacità di attrarre gli studenti stranieri, e questo obiettivo si persegue insegnando direttamente in inglese e non certo favorendo l’insegnamento dell’italiano a chi viene da noi né erogando corsi in altre lingue (“non avrai altra lingua al di fuori di me”, recita il primo comandamento della transizione linguistica anglomane). E così il progetto Erasmus, nato per favorire gli scambi interlinguistici, si è ben presto trasformato in una potente leva per la diffusione del monolinguismo a base inglese, visto che nella pratica si declina solo così. Lo stesso vale per i programmi scolastici che prevedono l’apprendimento di una materia direttamente in una lingua straniera, denominati con la sigla inglese “CLIL” (Content and Language Integrated Learning): sulla carta c’è scritto “lingua straniera”, ma di fatto quella lingua diventa sempre e solo l’inglese e non circolano analoghi corsi in altre lingue, a parte poche eccezioni.
Se a scuola, un tempo, era obbligatorio studiare una lingua straniera, grazie alle riforme che hanno sostituito “lingua straniera” con “inglese”, oggi la lingua della perfida Albione è diventata un obbligo e un requisito per tutti. Dalla scuola si è poi passati alla pubblica amministrazione, e con la riforma Madia l’inglese è diventato anche un requisito per accedere ai concorsi pubblici. L’inglese è diventato la lingua obbligatoria per presentare i Progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN) e anche il Fondo italiano per la scienza (FIS): nel nostro Paese si devono presentare e discutere in inglese, mica in italiano, e questi sono i primi passi che ufficializzano l’inglese anche nel nostro territorio.
Intanto l’inglese è già diventato la lingua ufficiale internazionale per esempio dell’aviazione o del mondo dei militari (almeno del blocco occidentale, e cioè dei “buoni” che sanzionano Putin ma non Netanyahu).
Quanto all’Unione Europea, nonostante sia nata all’insegna del plurilinguismo, l’inglese è sempre più introdotto come la lingua della comunicazione pubblica – anche se è conosciuto da una minoranza di europei e di italiani – e soprattutto è ormai la lingua di lavoro prevalente o quasi unica (soprattutto nella documentazione in Rete): l’italiano è da tempo stato estromesso, e il francese e il tedesco rimangono sulla carta ma di fatto sono in via di abbandono.
La transizione linguistica insegue la filosofia di “una fetta di salame alla volta” (ogni fettina non porta risultati visibili in modo macroscopico, ma piano piano il salame si consuma) ed è fatta di tantissime piccole mosse che sembrano insignificanti, prese singolarmente, ma nel complesso ci portano dove ci vogliono portare. Per esempio i documenti personali o sanitari che sono diventati bilingui, dunque nelle carte d’identità rilasciate dalla Repubblica italiana le scritte sono ormai bilingui (nome/name, scadenza/expiry), come se l’inglese fosse la lingua ufficiale dell’Europa.
Questo suicidio linguistico inseguito dalle politiche anglomani tutte interne si inserisce in un ben più ampio fenomeno mondiale che è la conseguenza dell’egemonia culturale, politica, economica e sociale degli Stati Uniti, e in particolare dell’espansione delle multinazionali. E così arriviamo anche al fenomeno degli anglicismi, che si moltiplicano con ritmi esponenziali da ormai molti decenni, e sono solo l’effetto collaterale dell’affermarsi dell’inglese globale.
Se, nei piani alti, si allarga il progetto di instaurare in modo ufficiale una diglossia post-moderna che fa del globalese la lingua superiore, nei piani più bassi il ricorso al lessico, alla terminologia e alla ri-concettualizzazione in inglese (assassino/killer, calcolatore/computer, verde/green) è la conseguenza di questo modo di essere “internazionali”. E così la città araba di Gaza si esprime nella lingua di chi sta sterminando i palestinesi e pianifica la sostituzione etnica (Gaza City), il confinamento al tempo del covid è diventato lockdown, mentre le insegne dei negozi (divenuti shop, store, megastore, outlet, showroom…) sono sempre più in inglese, come i titoli dei film al cinema e le trasmissioni dei palinsesti televisivi, in un’anglicizzazione dei generi cinematografici (biopic, romance) e persino dei libri, che fuori dall’editoria si declina con i nomi degli eventi e delle fiere in inglese. È l’intero panorama linguistico italiano che sta cambiando pelle, a partire dalle comunicazioni bilingui della metropolitana milanese o delle ferrovie dello Stato che ci induce a una sorta di ipnosi bilingue (prossima fermata… next stop…) che ci ribalta nell’inconscio in modo sempre più profondo.
Ecco perché hanno deciso di chiamare in inglese la manifestazione a cui ha partecipato la Crusca, per tornare da dove eravamo partiti: non perché questa decisione sia una stravaganza isolata, ma perché è l’espressione della transizione linguistica in atto che nessuno si prende la briga di raccontare.
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In Italia gli anglicismi avanzano, mentre in Francia esplodono le denunce
Di Antonio Zoppetti
L’altro giorno leggevo che la Carta acquisti destinata alle fasce sociali deboli, ma più nota come “social card”, è stata reintrodotta con il nome di “Carta dedicata a te”, il che non impedisce ai giornalisti di “sintetizzare il concetto” attraverso l’inglese, anche quando cozza con l’immagine che raffigura una tessera in italiano, che comunque è messo in secondo piano, sfumato o semplicemente cancellato come se non esistesse.
Questo modo di dare le notizie, invece di produrre un effetto estraniante e suscitare delle reazioni infastidite, ha ormai subito un processo di normalizzazione, in una cultura – che ho definito appunto “coloniale” – dove sempre più concetti e oggetti si esprimono nella lingua superiore dell’anglosfera.
Perciò, davanti ai gatticidi – visto che i killer hanno sostituito gli assassini – si parla di un ipotetico serial killer dei gatti di Cogne che per essere catturato avrebbe bisogno di un profiler.
La lingua dei mezzi di informazione, che un tempo – quando le masse erano ancora in gran parte dialettofone – ha contribuito enormemente a unificare l’italiano, oggi lo sta invece anglicizzando. La conseguenza è che questo stilema linguistico anglomane normalizzato si estende, viene preso come modello, ripetuto e interiorizzato anche dalla gente in un processo di assuefazione. E così accade che qualcuno preferisca chiamare il proprio gatto con un nome in inglese – Joy – perché siamo ormai in presenza di una “diglossia lessicale” dove tutto ciò che suona in inglese è più solenne, moderno e preferibile a cominciare dal “profiler”.
L’insostituibile e innovativo concetto di profiler
Chi diamine è un “profiler”? Perché non parliamo di “profilatore”?
La premessa è che dal 2000 al 2006 è andata in onda sulla Rai una serie intitolata Profiler, affiancata da un’espressione italiana (Intuizioni mortali) secondo la logica che dagli anni Novanta si è imposta anche al cinema. Le multinazionali statunitensi esportano i propri prodotti con denominazioni inglesi intoccabili a partire dai titoli dei film (dunque siamo passati da Guerre stellari a Star Wars, dall’Uomo Ragno a Spiderman, dal Monopoli al Monopoly). Questa espansione dell’inglese dei mercati ha da tempo portato a utilizzare l’inglese per denominare qualunque ruolo professionale o carica lavorativa (dai manager sino ai pet sitter), in una più ampia anglicizzazione delle funzioni e dei processi del settore (outsourcing, joint venture, part time…). Dunque, lo psicologo criminale che ha il compito di individuare un profilo psicologico di chi commette un delitto diviene profiler, che inizialmente si introduce e diviene popolare attraverso l’intrattenimento televisivo, e poi si emula nella realtà attraverso una compiaciuta alberto-sordità che ci spinge a voler fare gli americani. Profiler finisce dunque per ricavarsi un significato tecnico legato alla criminologia assente nell’inglese (dove profiler è un generico disegnatore di profili oppure una macchina sagomatrice). In questo contesto, l’esperto “inviato da fuori” – cioè il deus ex machina che ci proviene dall’anglosfera – si esprime con i concetti di quella lingua, e guai a tradurli! Non avrebbero la stessa portata, e la prima cosa da fare, davanti all’inglese incipiente è quello di difenderne l’autonomia, nel tentativo di dimostrare che esprime qualcosa di diverso dall’italiano: profiler (sott. criminale) non è proprio come profilatore (criminale).
Per comprendere come agiscono i serial killer dell’italiano basta leggere il blog di un’università italiana che ci spiega come stanno le cose (e ci educa) in una guida pratica per diventare “profiler”:
Se sei uno studente appassionato di giustizia penale e sei affascinato dalla risoluzione di casi complessi, potresti aver sentito parlare della figura del profiler criminale. (…) È fondamentale distinguere tra profilo criminale strumento investigativo e la figura del criminologo. Il criminologo studia le cause sociali, psicologiche e culturali del crimine, mentre il profiler si concentra su raccogliere indizi sulla scena del crimine, le tracce forensi e la dinamica del reato per ricostruire il profilo psicologico dell’autore e orientare le indagini. (…) Diventare un profiler criminale richiede un percorso di specializzazione ben preciso. Tuttavia, è importante sottolineare che in Italia la figura del criminal profiler non è ancora inquadrata ufficialmente.
Da notare che non c’è alcuno sforzo di chiamare le cose in italiano, profiler è introdotto senza alternative, come qualcosa di necessario, e accanto alla forma ibrida (profiler criminale) viene introdotta anche la variante inglese completa con inversione sintattica (criminal profiler). Si chiama così. Punto.
Sarebbe però interessante avere un profiler linguistico che analizzi il profilo psicologico malato di chi concepisce certe idiozie che sembrano sgorgare dalla scrittura di un’intelligenza artificiale (denominata AI invece di IA, of course).
In Italia – si legge nell’articolo – il “criminal profiler” non è ancora una realtà, e dietro quell’ancora c’è una ben precisa visione di un’italietta arretrata rispetto a quella americana; ma verrà il giorno che anche noi primitivi ci evolveremo e finalmente anche da noi ci sarà un esercito di criminal profiler con le loro insostituibili competenze che derivano dal chiamare le cose in inglese.
Il paradosso comunicativo di una simile propaganda è che mentre il criminal profiler è venduto come un traguardo che comprende “pattern e motivazioni attraverso le tecniche del criminal profiling” e del “profiling psiologico” (“profilazione” non è una parola contemplata), non esiste una laurea specifica in criminal profiling, dunque non resta che intraprendere un percorso in “Laurea in Psicologia Forense o in Giurisprudenza” per poi specializzarsi “con master criminologia online, corso criminal profiling o master in criminologia.”
Insomma, tocca ancora ricorrere alle risorse italiane per aspirare a definirsi con un concetto in inglese.
Il pezzo si conclude con la spassosa indicazione di come diventare profiler dell’Fbi, uno sbocco occupazionale che – come è noto a tutti – rappresenta un’opportunità tra le più gettonate per gli studenti italiani formati a spese nostre che genereranno ricchezze per i Paesi che se li accaparreranno nella cosiddetta fuga dei cervelli.
Colpisce che una simile comunicazione di un ateneo italiano sia caratterizzata da queste baggianate. Colpisce soprattutto lo stile semplice e lineare nel formare il periodo, che ricorda molto quello dei pensierini dei bambini delle elementari, che assurge invece a esprimere qualcosa di più complesso solo attraverso i paroloni in inglese.
Questo comunque – che piaccia o meno – è il nuovo “italiano”.
L’anglicizzazione è un fenomeno mondiale
Tullio De Mauro – dopo aver passato una vita a negare che l’itanglese fosse un problema (cfr. “Gli anglicismi? No problem, my dear”) – nel 2016 si è dovuto ricredere davanti ai nuovi dati, e ha cambiato prospettiva arrivando ad ammettere che siamo ormai in presenza di un vero e proprio “tsunami anglicus” che sta travolgendo non solo l’italiano, visto che il fenomeno è planetario.
Gli anglicismi sono l’effetto collaterale della globalizzazione che esporta l’inglese come lingua internazionale dei mercati, come ho provato a ricostruire in un libro che analizza il caso italiano. Ma a colonizzare il mondo con la terminologia e il lessico d’oltreoceano non c’è in gioco solo il globalese delle multinazionali e la supremazia culturale, economica e sociale degli Stati Uniti. Queste enormi pressioni esterne si confrontano con le pressioni interne legate alle lingue locali che nei singoli Paesi arginano questo fenomeno.
In Italia purtroppo, le pressioni interne della nostra classe dirigente – dalla politica alla cultura, dalla scienza alla tecnica – puntano al prestigio dell’inglese e dunque agevolano questo processo, invece di frenarlo.
E noi cittadini cosa possiamo fare davanti a questo scempio, a parte brontolare? Niente. Siamo in balia di questa newlingua di classe, un ibrido traboccante di orgoglioso inglese con cui si educano i nuovi italiani, spesso dall’alto, e spesso in modo istituzionale, a partire dal governo, dalle Poste italiane, dalle Ferrovie dello stato, dagli atenei universitari…
Non possiamo che guardare questo scempio infastiditi e impotenti, mentre ci sono linguisti che invece di deprecare tutto ciò, negano che l’interferenza dell’inglese sia preoccupante senza addurre motivazioni plausibili, e brindano alla modernità di questo nuovo inglese coloniale, che chiamano internazionale, come si brindava sul Titanic.
In Francia, invece, esistono delle leggi che tutelano il francese e i francesi, e nel linguaggio istituzionale e ufficiale è vietato usare parole straniere (anche se queste si declinano quasi sempre con l’angloamericano). Naturalmente l’anglomania e gli anglicismi impazzano anche lì, ma il fenomeno è attenuato a partire dai giornali, mentre l’Académie française (come la Real Academia Española del resto) stigmatizza le parole inglesi e crea alternative autoctone che diffonde, e che spesso sono recepite anche dai giornali, in un contesto politico che tutela i cittadini e la trasparenza della comunicazione. E così esistono commissioni per l’arrecchimento del francese e banche terminologiche ufficiali che traducono ogni tecnicismo, per cui il ricorso all’inglese diventa una scelta espressiva sociolonguistica e non una necessità, come da noi.
Le oltre 90 denunce di Daniel De Poli e dell’associazione Francophonie Avenir
In Francia, davanti all’anglicizzazione è possibile intervenire da un punto di vista legale, e fare causa agli enti che non rispettano le leggi. Come fa Daniel De Poli che mi ha segnalato la sua nuova “rivoluzione francese” sul piano della lingua.
Membro dell’associazione per la difesa della lingua francese Francophonie Avenir, tra giugno e luglio scorsi, Daniel ha dato vita a una delle più massicce e sistematiche operazioni di denuncia mai realizzate, inoltrando ben 90 lettere destinate alle università, alla Corte di Cassazione, al consiglio di Stato e a tutti gli enti pubblici francesi – compreso trenitalia.fr – che utilizzano illegalmente gli anglicismi che sulla carta dovrebbero invece evitare. Chi vuol vedere quello che sta facendo, può consultare la pagine dell’associazione che raccoglie tutti i Ricorsi amichevoli presso università e collettività; ma decine e decine di altre lettere – mi scrive – sono in preparazione e a tutte queste seguiranno i ricorsi in tribunale veri e propri, se non sortiranno effetti.
“La cosa importante da ricordare è che solo un’azione legale può produrre risultati nella lotta contro gli anglicismi” mi ha spiegato. “Se si inviano semplici lettere di protesta, spesso non succede nulla. Ma davanti al rischio di un’azione legale, i lupi si fanno agnelli e di solito provvedono a eliminare gli anglicismi. Per gli altri che non si adeguano, invece, saranno i tribunali a imporre loro di conformarsi e a multarli.”
Questa linea sta funzionando, e Daniel è stato definito da Le Figaro “il cacciatore di anglicismi che è diventato il benevolo terrore della stampa francofona”. L’agguerrito contrattacco all’anglomania ha già portato a molte condanne, come quella dell’aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine di cui ho già riferito in passato, o quella dell’Università di Bordeaux condannata lo scorso dicembre per l’uso di anglicismi nella sua segnaletica (un elenco di tutte altre condanne è disponibile sul sito di Francophonie Avenir).
Questi ricorsi legali non solo portano all’eliminazione dei singoli anglicismi illeciti, ma finiscono con il creare un clima culturale in antitesi a quello anglomane, in una stigmatizzazione del “franglais”, visto che il problema non sono i singoli anglicismi, ma l’anglomania da cui scaturiscono. Dunque in Francia davanti all’anglicizzazione esiste – ed è possibile – una resistenza, mentre in Italia ci sono solo i “collaborazionisti” – per riprendere le parole del filosofo francese Michel Serres – della dittatura dell’inglese; e l’itanglese prospera proprio a partire dal linguaggio istituzionale.
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La cultura della cancellazione dell’italiano (italian cancel culture?)
Di Antonio Zoppetti
Mentre serpeggia il dibattito a proposito dello sterminio del popolo palestinese – sarà davvero genocidio o è meglio utilizzare una terminologia meno offensiva per Israele? – l’altro giorno è uscito un articolo sul Corriere che mi è arrivato come un cazzotto nella pancia.
Come tutti sanno, la popolazione imprigionata nel lager a cielo aperto di Gaza ha poco a che fare con le etichette dei giornali che liquidano la faccenda come una guerra tra Israele e Hamas. I cittadini che si aggirano tra le macerie dei bombardamenti – in larga parte bambini – sono stati volutamente ridotti alla fame (anche se si legge spesso che c’è la carestia, come se fosse un evento ineluttabile o naturale). Come se non bastasse, in un luogo in cui non è rimasto in piedi neppure un ospedale, il tiro al piccione sulla folla che si accalca per la distribuzione dei viveri è diventato sistematico. Centinaia di migliaia di persone nelle prossime settimane potrebbero morire di fame, il che non è un’espressione metaforica, ma da prendere in senso letterale.
E con quali parole si può descrivere tanto orrore? Come esprimere una simile tragedia umanitaria?
Il principale quotidiano nazionale italiano riesce a farlo mettendo in bocca a una mamma questa disperata testimonianza (come fosse una tipica espressione palestinese): visto che al black market la farina costa 25 euro al chilo, solo qualche volta riesco a dare ai miei figli uno snack serale.
Cosa spinge un giornalista a chiamare snack quello che storicamente si sarebbe detto un tozzo di pane? Cosa lo spinge a usare indifferentemente l’espressione mercato nero impiegata nel titolo oppure black market (nel sommario) come se inglese e italiano fossero sinonimi intercambiabili?
L’attuale cultura della cancellazione dell’italiano sostituito dall’inglese si allarga a questo modo, per opera di una pletora di intellettuali, giornalisti, imprenditori, tecnici, addetti ai lavori… dalla mente colonizzata, che invece di rivolgersi ai loro concittadini in italiano devono anglicizzare qualunque cosa per esprimere un ideale linguistico che a loro pare più solenne, anche quando rasenta il ridicolo e il paradosso.
Questo paradigma comunicativo deviato — una coazione a ripetere patologica — genera una voluta e ricercata commistione di anglo-italiano che non ha più a che fare con il ricorso ai singoli anglicismi (per esempio snack) ma con il passare all’inglese indipendentemente dal fatto che sia ormai entrato nei dizionari, accettato o diffuso (per esempio black market). La posta in gioco della nuova cultura della cancellazione dell’italiano – che genera l’itanglese – è al contrario quella di affermare questo modello linguistico e di educare la gente a un simile modo di esprimersi, che in questo modo suona giorno dopo giorno sempre più naturale.
In questa visione confusa della comunicazione e della lingua, viene a cadere un elemento portante della nostra storia, identità e cultura: la distinzione strutturale tra italiano e inglese che ha che fare con la forma, più che con i significati. Nella newlingua che si vuole affermare il suonare in inglese conta più dell’essere inglese di fatto, e poco importa che certe espressioni come smart-working o italian sounding siano degli pseudoanglcismi: la loro funzione è quella di dare una patina di inglese alla struttura dell’italiano. Perché questo è ciò che si ricerca, il nuovo stilema linguistico di prestigio nasce da una disperata ricerca compulsiva dell’ibridazione in modo non necessariamente consapevole, ma sempre più istintivo e “naturale”.
Questo obiettivo si persegue in tanti modi. Il più facile è quello che riguarda le parole nuove. Se una parola non esiste già in italiano, la si trapianta gioiosamente dall’inglese, invece di adattarla o creare alternative con le nostre risorse linguistiche. E così veniamo quotidianamente invasi da una miriade di nuove espressioni inglesi presentate come “intraducibili, con la complicità dei linguisti anglomani che bollano simili espressioni come “prestiti necessari”, cioè parole intradotte come airbag, wi-fi, mouse, lockdown… che non abbiamo voluto o saputo tradurre ma che all’estero sono spesso tradotte (la “necessità” dell’inglese vale solo per la nostra mentalità coloniale). Per avere un’idea delle proporzioni del fenomeno, bisogna ricordare che il 50% dei neologismi del nuovo millennio, nei dizionari, è ormai in inglese crudo. E accanto a tutta la terminologia che entra direttamente in inglese per indicare gli oggetti, l’altro cardine della cultura della cancellazione linguistica consiste nell’anglicizzare anche i concetti, perché la lingua non è solo la descrizione del mondo, ma soprattutto la sua costruzione. E così in un articolo su la Repubblica (grazie a Daniele che me l’ha segnalato) si parla per esempio di heterofatalism come fosse la cosa più naturale del mondo, invece di renderlo con eterofatalismo – o eteropessimismo – come si può rendere in italiano. Ma tra l’italiano e l’inglese si preferisce l’inglese senza alcuna motivazione plausibile.
Questo modello comunicativo dominante si sta estendendo a sempre più ambiti della lingua italiana, e la sta soffocando. Il problema non sono gli anglicismi – spesso passeggeri – ma l’anglicizzazione, che si allarga a dismisura indipendentemente dalle singole scelte lessicali. Il flusso dell’inglese che si mescola all’italiano è in costante crescita, anche quando le espressioni inglesi adoperate sono transitorie.
E allora, tra le “tendenze” promosse dai giornali si introducono nuovi concetti in inglese e allo stesso tempo si riscrive in inglese anche ciò che potremmo dire in italiano, volendo. Perciò il lemon drop – che fino a qualche giorno fa era solo un cocktail – oggi si trasforma in un effetto “goccia di limone” da imprimere sulle unghie, i tessuti increspati si trasformano in smock, in palestra i piegamenti diventano push-up (che un tempo erano invece solo dei reggiseni), le accosciate squat, la tartaruga six-pack, il restauro delle navi diventa un nuovo “look” (che si potrebbe dire anche restyling o evocare con lo pseudoanglicismo lifting) nei cantieri navali diventati refit, mentre la parola snodo è stata ormai abbandonata in nome di un generico hub, sempre più inflazionato e abusato in ogni circostanza.
Mentre tutto ciò è sotto gli occhi di tutti – a parte quelli di qualche linguista anglomane sempre più anacronistico e strampalato – la domanda che ci si può porre è: già, ma che fare?
È la stessa domanda che ci si può rivolgere davanti alla situazione palestinese, per tornare da dove eravamo partiti. Purtroppo, a parte blaterare, non si vuole fare niente di concreto in entrambi i casi. E così per Netanyahu non sono previste le sanzioni e le reazioni riservate a Putin, mentre agli anglicismi non sono riservate le stesse stigmatizzazioni e le stesse sanzioni che vengono invece introdotte per cambiare la lingua introducendo le cariche al femminile, le parole politicamente corrette o inclusive. Gli anglicismi non vengono messi al bando come si è fatto con la parola “negro” o come si sta tentando di fare con la parola “razza”.
Eppure basterebbe fare un po’ di cultura e innescare un minimo di dibattito per cambiare questo andazzo e questa follia anglomane. Per comprenderlo basta citare quel che ha fatto un attivista dell’italiano, Gino Sgroi, a cui va tutta la mia stima.
Infastidito da una newsletter in itanglese di un’associazione che si occupa di alimentazione vegana e vegetariana, ha scritto alla redazione chiedendo perché nel loro “bollettino” ricorressero espressioni poco trasparenti come “plant-based” invece di vegetale o altre come l’insopportabile “save the date” invece di un equivalente in italiano.
La risposta, inizialmente piccata, difendeva la “scientificità” e “tecnicità” di certe espressioni e il loro riuscire a esprimere un qualcosa in più dell’italiano. Ma Gino, in modo pacato e razionale, ha a sua volta replicato con validi argomenti a quelle risposte, e ne è nato un dibattito proficuo in cui la redazione – che in un primo momento credeva di trovarsi di fronte a un fanatico o a un purista nostalgico – scambio dopo scambio ha iniziato un processo di razionalizzazione e di maggiore consapevolezza nella comunicazione che a portato ad accettare le osservazioni ricevute e a recepirle.
Perciò, anche se permangono espressioni diffuse come newsletter e online (ormai radicate rispetto a possibilità come bollettino o in linea) nell’ultima comunicazione l’associazione ha eliminato il “planted based” e il “save the date” diventati a base vegetale e segna in agenda.
Questa piccole vittoria contro l’itanglese è solo uno sprazzo limitato, ma la dice lunga su ciò che si potrebbe fare. Se invece di un singolo cittadino come Sgroi fossero le istituzioni e la nostra intellighenzia a divulgare un minimo di educazione linguistica, la nostra lingua sarebbe più viva. Purtroppo, le linee guida di università e amministrazioni – come il linguaggio dei giornali – puntano a rinnovare la nostra lingua proprio attraverso il ricorso all’inglese. L’itanglese è divenuto la nuova lingua di classe. E se questo atteggiamento non cambierà, il genocidio lessicale dell’italiano e la cultura della sua cancellazione e sostituzione è destinata ad allargarsi e a imporsi sulle masse.
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L’antilingua dell’itanglese
di Antonio Zoppetti
Il giornalista ferma un visitatore in fiera.
L’intervistato, in piedi davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Visto che stamattina volevo fare una pausa per staccare, invece di andare a correre come faccio spesso, ho pensato di fare un giro in fiera per concedermi qualche acquisto. Ho scoperto che ci sono anche dibattiti e spettacoli. Mi sembra una manifestazione di alto livello e senza concorrenti, in questa piccola città di provincia”.Impassibile, il giornalista riassume per il suo pubblico la sua fedele trascrizione: «Per un break e un po’ di relax, invece di fare jogging, meglio concedersi un tour in fiera e approfittarne per fare shopping. Tra talk e show, questo happening al top pare non abbia competitor in città.”
Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua a base inglese. Funzionari e tecnici, esperti e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono, parlano, pensano in itanglese.
Caratteristica principale dell’antilingua in itanglese è quella che definirei il «terrore semantico» verso l’italiano, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato storico in italiano, da sostituire con elementi dal suono e dalla grafia in inglese, come se «concorrente», «giro» o «pausa» fossero parole oscene di fronte a competitor, tour o break, come se «rilassarsi», «fare compere» o «andare a correre» indicassero azioni turpi rispetto al relax, allo shopping e al jogging.
Nell’itanglese gli elementi distintivi dell’italiano sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che devono suonare in inglese, anche a costo di risultare vaghi e sfuggenti.(…) Chi parla itanglese ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «(…) La mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ». La motivazione psicologica dell’itanglese è la mancanza d’un vero rapporto con la nostra storia e cultura, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’iitanglese – l’antilingua di chi non sa dire «equivoco», ma deve dire «misunderstanding» – la lingua italiana viene uccisa.
A distanza di 60 anni, ho provato a riscrivere così il celeberrimo passo di Italo Calvino sull’antilingua (uscito su Il Giorno del 3 febbraio 1965), sostituendo gli esempi di “burocatichese” con quelli in itanglese. A parte qualche forzatura, questo attingere all’angloamericano sistematico e compulsivo è diventato la norma, nella comunicazione mediatica e in sempre più settori.
Nel brano originale era la lingua naturale e spontanea del testimone a essere riscritta nell’antilingua del verbale dei carabinieri. “Stamattina presto andavo in cantina ad accedere la stufa e ho trovato tutti questi fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena” diventava: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinnovamento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di avere effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano”.
Anche Claudio Marazzini ha osservato che “oggi l’inglese svolge appunto la funzione di burocratese e sfocia in quello che Calvino chiama antilingua, cioè una lingua che si stacca dalle parole dell’uso comune per rifugiarsi in un orizzonte vago e artificioso, proprio per questo rassicurante, in quanto evasivo rispetto alla realtà.” Per rendersene conto basta leggere il Sillabo per l’imprenditorialità sfornato dal Ministero dell’Università o il Piano scuola 4.0: “Per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del team building, non serve progettare, ma occorre conoscere il design thinking, essere esperti in business model canvas e adottare un approccio che sappia sfruttare la open innovation, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati pitch deck e pitch day. Più che un’educazione all’imprenditorialità, questo documento sembra promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana e delle sue risorse nei programmi formativi delle forze imprenditoriali del futuro.”(C. Marazzini, “Ecologia degli idiomi nazionali: sostenibilità delle lingue e salute dell’italiano” in L’italiano e la sostenibilità, a cura di Marco Biffi, Maria Vittoria Dell’Anna, Riccardo Gualdo, goWare, Firenze 2023, pp. 166-167).
Tra le principali differenze tra l’antilingua e l’itanglese, la prima incarna la dissoluzione della chiarezza e della concretezza, il secondo va nella stessa direzione ma punta all’abbandono dell’italiano perché vuole infiorettare qualunque cosa con suoni inglesi. Inoltre, fuori dal gergo burocratico degli addetti ai lavori, nessuno difenderebbe lo stile dell’antilingua, nessuno auspicherebbe che un simile modello possa uscire dal suo ambito per penetrare nella letteratura, nella comunicazione di tutti i giorni e nella lingua comune. L’itanglese è invece preferito e ostentato dalle classi alte, si allarga grazie alle scelte lessicali considerate più prestigiose proprio in quelli che Pasolini definiva i centri di irradiazione della lingua, e che per Gramsci costituivano il modello linguistico delle classi dirigenti che poi si estende alle masse che lo prendono come canone e lo imitano. Basta pensare a una comunicazione delle Fs rivolta al cittadino che recita: “Per visualizzare i Barcode del tuo ticketeless effettua il Self Check-in dal tuo smartphone”, mentre si potrebbe formulare più chiaramente: “Per visualizzare i codici a barre del tuo biglietto digitale effettua il convalida dal tuo dispositivo”.
L’itanglese si amplia di giorno in giorno grazie alle scelte lessicali dei comunicatori che invece di impiegare la lingua del destinatario preferiscono educarlo al loro modello linguistico in cui l’anglicismo scalza l’italiano e la lingua di tutti. Ciò dipende da una cultura coloniale dove gli intellettuali non sanno far altro che formarsi su testi inglesi di cui si ripetono le pratiche e i concetti con le stesse parole, senza saperli e volerli tradurre in italiano. In questo contesto l’anglicismo ha il sopravvento, e sul principale quotidiano “italiano” – in una “newsletter” denominata “Big Bubble” – un’espressione incomprensibile ai più come fence-sitting (letteralmente “sedersi sul recinto”) viene usata al posto di indecisione o esitazione, in attesa che anche gli ignavi di Dante diverranno forse fenge-sitter(s).
Tutto ciò avviene, giorno dopo giorno, con la complicità di certi linguisti ignavi, che invece di deprecare questo fenomeno lo difendono e lo accettano in nome di un presunto descrittivismo. Questi linguisti si limitano a registrare le parole “in uso” senza voler intervenire, ci raccontano, anche se non raccontano affatto che questo “uso” legittimatore è quello delle élite anglomani, non certo quello delle masse che lo subiscono. Così facendo credono di essere “neutrali”, ma non prendere posizione davanti a una lingua dominante che sta schiacciando l’italiano e lo sta facendo regredire e abbandonare, non significa essere neutrali, significa essere complici di un’anglicizzazione selvaggia che è l’effetto collaterale di una dittatura dell’inglese globale che sta mettendo a rischio le lingue nazionali sul piano della cultura, prima ancora di quello linguistico. E infatti, questi stessi linguisti descrittivi a fasi alterne, non si sognerebbero mai – in nome dell’uso – di legittimare il burocatichese o l’antilingua, che deprecano nonostante sia in uso in molti ambiti, così come non si fanno alcuno scrupolo a diramare linee guida per cambiare l’uso storico dell’italiano in nome del politicamente corretto, per mettere al bando parole come “negro” o “razza”, per educare alla femminilizzazione delle cariche o al linguaggio inclusivo. La sacralità dell’uso viene invocata per affermare l’itanglese, e messa sotto al tappeto negli altri casi, se fa loro comodo.
Con il senno di poi, l’antilingua di Calvino non ha avuto il sopravvento, è rimasta confinata nei suoi settori marginali del burocratichese, senza diventare lingua comune di tutti. L’itanglese, al contrario, si impone come una lingua “superiore”, moderna e internazionale; per qualche anglomane dalla mente colonizzata certe scelte di ricorrere all’anglicismo sarebbero addirittura “necessarie”.
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dopo 14 ANNI ho incontrato Julian #Assange da uomo libero
in questo articolo in #inglese per #ComputerWeekly racconto la persona che ho ritrovato dopo 14 anni e perché se perderò la causa civile con Dipartimento di Stato USA, la verità sarà sepolta -
Dal “climate change” al “regime change”: il “linguistic change” dell’itanglese
Di Antonio Zoppetti
Mentre scrivo sullo sfondo dell’ennesima guerra scoppiata all’improvviso, in una diretta su Rai News – anche il nome dei canali della tv di Stato la dice lunga sulla nostra anglicizzazione – si parla in modo ossessivo di “regime change”. È il nuovo picco di stereotipia che caratterizza la comunicazione mediatica, quando di punto in bianco tutti i giornalisti, in preda a una coazione a ripetere, si mettono a usare la stessa espressione come se non esistessero altre parole. E il più delle volte la stereotipia si manifesta con il ripetere l’inglese, come è accaduto il 17 marzo 2020 con il “lockdown” che da quel momento in poi è divenuto l’unica parola possibile per esprimere quello che sino al giorno prima gli stessi giornalisti avevano chiamato serrata, chiusura, zona rossa… e che in Francia e Spagna si è chiamato “confinamento”.
E così, mentre sui giornali francesi si parla in queste ore di “changer (changement) de règime” e su quelli spagnoli di “cambio de régimen” sui nostri è tutto un pullulare dell’espressione inglese in un abbandono dell’italiano che caratterizza le scelte linguistiche dei collaborazionisti della dittatura dell’inglese che formano la nostra attuale egemonia culturale.
Naturalmente – lo preciso perché c’è sempre qualche cretino che scambia simili considerazioni per complottismo – non c’è nessuna sala dei bottoni in cui si decidono simili strategie comunicative, che sono solo il frutto dell’effetto gregge. La nuova intellighenzia di destra, sinistra, centro (e di chi crede di essere fuori da questi schemi) è fatta da un’élite che si forma in inglese, che ritiene l’inglese una lingua superiore e rilancia le notizie che arrivano dall’anglosfera preferibilmente con parole inglesi.
L’introduzione di “regime change” è recente, e non si deve leggere come un caso isolato. Stando ai grafici di Google libri l’espressione si è fatta strada timidamente negli anni Duemila, anche se i picchi di stereotipia di questi giorni sembrano destinati ad affermare e rinforzare l’espressione che inevitabilmente entrerà anche nel linguaggio della gente, se non si smetterà di preferirla e di divulgarla in una sorta di pedagogia linguistica che educa all’uso dell’inglese. Ad agevolare questa nomenclatura c’è un’altra espressione che viene presentata come più moderna e internazionale di quella in italiano, il climate change al posto del cambiamento climatico, una scelta sociolinguistica preferita dagli anglomani che non ha scalzato l’italiano ma si è affermata come un modello di maggior prestigio ostentato dagli addetti ai lavori.
Se una rondine non fa primavera, due rondini cambiano le carte in tavola, e climate change + regime change si saldano insieme in una potenziale nuova regola formativa fatta da una parola inglese seguita da change con inversione sintattica (cioè con una diversa collocazione delle parole rispetto all’italiano). Il che significa che si creano le condizioni per potenziali future nuove espressioni sullo stesso schema destinate a rafforzare il linguistic change che ci sta portando dall’italiano all’itanglese, esattamente come dall’election day e dal family day si passa allo schema ibrido del matematica day e delle altre decine di espressioni del genere dal numero potenzialmente infinito.
Mentre i linguisti che considerano gli anglicismi come dei “prestiti” isolati son lì a classificarli con le loro bizzarre categorie concettuali o a contarli per dimostrare che sono pochi, che sono soggetti a rapida obsolescenza o che tanto sono tutti di bassa frequenza, non si accorgono che l’interferenza dell’inglese è uno tsunami di ben altra portata e che per misurarne gli effetti c’è bisogno di un altro approccio. Questi linguaioli sono rimasti fermi agli anni Ottanta e all’allarme del Morbus Anglicus denunciato da Arrigo Castellani – quando il fenomeno degli anglicismi ha cominciato a prendere piede con una consistenza numericamente preoccupante – ma negli ultimi quarant’anni il riversamento dell’inglese costituisce un flusso costante in continuo aumento, che ho chiamato la panspermia del virus anglicus. La panspermia è un meccanismo riproduttivo che consiste nel seminare migliaia e migliaia di larve nell’ambiente, e anche se la maggior parte è destinata a morire e divenire cibo per altri animali, qualcuna sopravvive, attecchisce e si riproduce. Gli alti numeri compensano la mortalità della prole. I singoli anglicismi che si radicano al punto di finire nei vocabolari della lingua “italiana” e che attualmente si possono quantificare in circa 4.000 (con una tendenza di aumento impressionante per numeri, frequenze e velocità di attecchimento) seguono una modalità molto simile, sono solo l’effetto collaterale di un riversamento dell’inglese di ordini di grandezza superiore. Un riversamento che non coinvolge più solo il lessico e le singole parole, ma porzioni d’inglese sempre più ampie e complesse, con inversioni sintattiche e implicazioni morfologiche (cioè la formazione delle flessioni e delle suffissazioni delle parole).
Per comprenderlo non bisogna certo essere dei linguisti, anzi a volte il non esserlo aiuta a vedere le cose in modo meno superficiale e ideologizzato. In attesa che regime change sia annoverato nei dizionari (inizialmente dei neologismi, come climate change), per avere un’idea di cosa stia accadendo alla lingua italiana basta cercare “change” per esempio tra le notizie di Google.
Accanto ai recentissimi articoli sul regime change, spicca la frequenza di climate change impiegato nei titoli di giornale di ogni tipo, da la Repubblica (“Reti strategiche tra guerre e climate change”) al Sole24ore (“Pasta, la crescita della produzione e i rischi del climate change”), ma si ritrova ovunque, sul sito della Croce Rossa (“Climate change colpisce più vulnerabili. CRI impegnata per ridurre impatto ambientale, fare formazione e informazione”), sulle riviste di enologia come Wine News (“Il climate change colpisce di più il vino europeo: nei vigneti italiani due gradi in più dal 1980”), su quelle di diritto bancario (“Stato e imprese nella climate change litigation”)…
Una terza occorrenza di espressioni a base “change” che si è ormai affermata nel mondo del lavoro è costituita dal change management (es.: Sole24ore “Design e Change Management: incontro con Nicola Favini a Parigi, 21 maggio 2025”; oppure su Data Manager Online: “Le 4 P del Change Management”). Ma si trova di tutto, da un maestro del trasformismo come Arturo Brachetti che diventa leggenda del quick change (“Brachetti ritorna al Teatro Alfieri con “SOLO – the legend of Quick Change”) al driving change di ManagerItalia (“Driving Change: la Business Community si incontra sul campo. Si tratta di ‘Driving Change’, il format che, in un’unica giornata, unisce formazione e confronto con esperti su temi caldi del management”); si va dalla filosofia del change presentata da PadovaOggi (“Change makers’ lab: guida al cambiamento la tua impresa! Un laboratorio pratico per giovani imprenditori, start-upper e manager pronti a trasformare il cambiamento in opportunità di crescita e innovazione”) agli articoli di sport che prevedono manifestazioni come BOXING FOR CHANGE (Proseguono gli incontri dei nostri Campioni Ambassador con le scolaresche di ogni parte d’Italia) o lo Sport for Change della Fondazione Milan.
È vero che questo riversamento dell’inglese compare soprattutto nei titoloni dei giornali, e che poi spesso all’interno dell’articolo gli anglicismi sono anche spiegati, affiancati dall’italiano e sono dunque molto più rarefatti, ma un linguista senza le fette di salame sugli occhi (per chi capisce solo l’inglese: slices of salami on the eyes) dovrebbe sapere che i titoloni li leggono tutti, al contrario degli articoli, e dunque il loro impatto sulla lingua è enorme e andrebbe misurato, invece di negarlo con la scusa che poi tanto leggendo il pezzo gli anglicismi sarebbero “pochi”. In questa gerarchia – che ho chiamato diglossia lessicale – che vede l’inglese impiegato come etichetta e come sovralingua da sovrapporre all’italiano che viene coperto e schiacciato, colpiscono soprattutto i nomi delle manifestazioni, mostre o eventi che sono tutti in inglese. E a proposito di change si può segnalare Music for Change (“uno degli appuntamenti più attesi della scena musicale italiana”), il “Change in Cardiology 2025” di TrendSanità, il Change Maker Milano, il progetto tutto siciliano contro la violenza di genere nel mondo del vino riportato da PalermoToday denominato “ Grapes of Change”, il “Change The World Model United Nations 2025” di Rai Scuola per confrontarsi sui grandi temi della politica globale…
Questi e altre decine e decine di esempi dell’attuale linguistic change, che, da soli, possono apparire al linguaiolo anglomane come qualcosa di occasionale e di passeggero, non vanno considerati singolarmente, lo ripeto: vanno sommati tra loro. Solo così si comprende che l’attuale l’interferenza dell’inglese è un fenomeno di proporzioni mai viste, che non si limita ai 3 o 4 anglicismi a base change (per chi si vergogna dell’italiano: change based) che penetrano nei dizionari.
A questo punto, chi si domanda perché prenda piede il regime change credo che abbia tutti gli elementi per intuire la risposta: è il linguistic change, ovvero l’imposizione mediatica della newlingua sulla veterolingua come nel Grande Fratello orwelliano. E le stesse considerazioni valgono per tutti gli altri anglicismi utilizzati accanto a change che spicca nei titoli: management, ambassador, mackers, start-upper… ogni parola è una porta che spalanca a decine e decine di altre espressioni inglesi tra loro collegate che si riversano nei giornali e nella lingua degli specialisti che è sempre più ibridata e sempre meno italiana. Il problema non sono i singoli anglicismi ma l’anglomania.
Ma i negazionisti – non mi vengono parole più appropriate – fanno finta di non vedere la realtà e liquidano la faccenda concludendo che l’anglicizzazione dell’italiano sarebbe tutta un’illusione ottica.
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Ne uccide più la cappa che la spada? Storia del ritorno della “k” nella lingua “italiana”
Di Antonio Zoppetti
Quella che viene interpretata come la più antica testimonianza scritta della lingua italiana è una trascrizione in volgare riportata in un atto giuridico del 960, il placito capuano. A quei tempi il latino era la lingua della scrittura che apparteneva ai pochi rappresentanti delle classi colte, ma nella vita di tutti i giorni la gente si esprimeva nel proprio volgare, e non era più in grado di comprendere il latino già da qualche secolo. I volgari, antenati delle moderne lingue romanze, erano nati dallo sfaldamento del latino vivo che si parlava in epoca classica e dalle sue distorsioni locali. Cambiamento dopo cambiamento, con il passare del tempo la lingua di partenza si era così sempre più differenziata fino a che non si è verificato lo strappo dalla lingua originaria: il popolo – quasi esclusivamente analfabeta – non era più in grado di intenderla. Il latino non era affatto scomparso, continuava a essere la lingua superiore di prestigio utilizzata dai religiosi e dai dotti. E al contrario della lingua del volgo che era naturale e materna ma istintiva, possedeva la sua grammatica ben codificata.
Sao ko kelle terre…
In questa diglossia (la presenza di due lingue di diverso rango), non sappiamo di preciso come suonassero i volgari italici, perché a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere in volgare a quei tempi, dunque mancano le testimonianze, fino al 960. Il placito di Capua doveva risolvere una controversia che riguardava certe terre occupate dai monaci benedettini la cui proprietà era però rivendicata da un feudatario locale. I terreni contesi erano in Campania, ma quelle regioni erano allora un territorio longobardo, e vigeva una legge per cui dopo 30 anni di possesso di un terreno scattava l’usucapione. E così, dopo tante analoghe sentenze – fino a quel momento verbalizzate in latino – in cui chi dimostrava di possedere le terre da almeno trent’anni se le poteva tenere, il giudice Arechisi ebbe l’idea di trascrivere le testimonianze dei benedettini in volgare, forse perché quelle parole arrivassero forti e chiare ovunque, anche al di fuori dalle cerchie degli addetti ai lavori. E in questo modo il volgare dei testimoni è stato messo nero su bianco ed è arrivato fino a noi attraverso queste parole:
“Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.
Ricalcandole in italiano moderno potremmo dire: “So che quelle terre, nei confini che qui [= questo atto] riporta, da trent’anni sono in possesso dell’amministrazione di San Benedetto”.
A dire il vero esistono reperti del volgare anche precedenti a questa data, ma si tratta di frammenti di natura privata o pratica, mentre l’importanza del placito capuano sta in un uso intenzionale e consapevole di questo volgare, che ne sanciva l’esistenza e l’ufficialità. E soprattutto ha creato un precedente che è poi stato replicato in vari altri placiti successivi che hanno trascritto analoghe testimonianze in volgare riportate quasi sempre con le stesse parole.
Quello che ai nostri occhi può stupire è la presenza della “k”, che consideriamo una lettera straniera. Se oggi l’ortografia è ben normata dalla grammatica che si studia a scuola, nel Medioevo l’unica grammatica esistente era quella latina, e il problema davanti a cui si era trovato il giudice Arechisi era quello di inventarsi una grammatica per esprimere i nuovi suoni che nel latino non esistevano. In epoca classica non c’era l’attuale suono dolce dell’odierna “c”, che i Romani pronunciavano in modo duro anche davanti alla “e”. Il suono “ce” era comparso più tardi, nel latino medievale tardo in parole come cervus (cervo) o caelum (cielo), che poi si era mantenuto anche in molte parole della lingua orale del volgo. Davanti ai due suoni possibili, perciò, la “c” velare (= dura) venne resa con la lettera “k” (kelle) forse per distinguerla dalla pronuncia dolce. La stessa soluzione usata per “ko” e per “ki”, che oggi traduciamo con che congiunzione e qui. Il pronome relativo “che” (= i quali, “que ki contene”) è stato scritto invece in modo conforme alla regola latina – visto che esisteva – e cioè con il grafema “qu” di quod.
In altre sentenze successive sono state invece usate soluzioni differenti, e “sao ko” del placito di Capua, a Sessa e Teano è stato reso con il raddoppiamento della “c”: “Sao cco”. Anche la scelta della vocale “o” al posto dell’odierna “e” risente della mancanza di un codice ortografico-fonologico per esprimere un suono forse pronunciato a metà tra la “e” e la “o” come nell’œ dell’odierno francese.
Il duello secolare tra la “c” e la “k”
Nei secoli successivi sempre più testi furono scritti in volgare, e la “k” ha convissuto a lungo con il più blasonato “ch” della tradizione toscana insieme anche ad altre trascrizioni grafiche.
Con il tempo, le soluzioni personali di formalizzare le parlate volgari crearono precedenti e diventarono soluzioni locali; per esempio in alcuni reperti della lingua franco-veneta c’è chi ricorreva alla “ç” dell’odierno francese scrivendo “çantar”, altre volte trascritto invece “chantar”, ma altrove la “ç” fu spesso usata per indicare la “c” dolce, anche se altre volte fu impiegata al posto della “z” (preçu = prezzo, çitella = zitella) e gli echi di queste oscillazioni e cambi di consonante si rintracciano anche nell’italiano moderno, dove convivono soluzioni lessicali come pronuncia e annuncio ma anche pronunzia e annunzio (forme più arcaiche che si mantengono in derivati come nunzio).
In questo proto-italiano variegato e non ancora normato, la k impiegata per il suono velare (kiave) si ritrova anche nei primi reperti letterari lombardi per esempio del milanese Bonvesin de la Riva che nel 1200 divulgava le norme del galateo da osservare a tavola: “Fra Bonvesin dra Riva, ke sta im borg Legnian, dre cortesie da desco quilò ve dis perman” (= Fra Bonvesin de la Riva, che abita nel borgo di Legnano, delle cortesie da tavola vi dice qui di seguito). E agli inizi dello stesso secolo era impiegata anche da San Francesco d’Assisi nelle sua Laudi che solo all’“Altissimu, onnipotente, bon Signore, se konfano” – e ricorre anche in “ke” e “skappare” – benché nei manoscritti ricopiati successivamente quelle scelte furono traslitterate con il “ch” e la “c” seguendo una diversa formalizzazione destinata a prendere il sopravvento e a essere riportata nelle odierne antologie scolastiche.
L’affermazione del “ch” che usava Dante con il passare dei secoli si è radicata ed è diventata la norma. Nel Cinquecento il tosco-fiorentino è diventato il modello di italiano nazionale teorizzato da Pietro Bembo e dalle prime grammatiche, poi istituzionalizzato nel Vocabolario della Crusca e diffuso anche grazie all’avvento della stampa a caratteri mobili e dalla nascente editoria le cui norme editoriali si uniformavano e fondevano con quelle dei grammatici. Da quel momento in poi usare la soluzione della “k” è divenuto un “errore”, e non più un uso poco comune o meno puro ed elegante, ma solo tra il Seicento e il Settecento la lettera è stata definitivamente abbandonata ed è scomparsa da tutti i libri. Dunque in italiano è stata “sconfitta” al contrario per esempio di quanto è successo nelle lingue germaniche dove sopravvive anche ai nostri giorni.
E così, in un dizionario ottocentesco che precede di pochi decenni l’unità d’Italia, si leggeva: “K, sm. Lettera greca, detta Kappa. Il c e ch suppliscono ad essa in tutti i suoi suoni della lingua italiana. Adoprasi solamente in alcuni nomi stranieri” (Longhi-Menini, Nuovo vocabolario della lingua italiana, Torino 1847, Tip. Di Al. Fontana).
Poiché nulla è definitivo e immutabile, però, nel Novecento questa lettera è tornata a fare capolino soprattutto attraverso l’interferenza dell’inglese, che accanto a termini come remake include il “ck” di click o la doppia “k” di trekking. Dunque abbiamo cominciato a riabituarci all’alta frequenza di questa lettera.
Negli anni Settanta ha cominciato a circolare in modo “abusivo” e ribelle per esempio nelle scritte sui muri imbrattati da certe massime della contestazione, quando non era infrequente imbattersi in “Amerika” o “Kossiga”. Ma accanto a queste intenzionali e provocatorie violazioni delle regole dell’italiano e del suo alfabeto, l’utilizzo “stenografico” della cappa ricorreva di frequente anche negli appunti scolastici privati degli studenti. Si trattava di un uso che aveva motivazioni economiche legate al dover scrivere velocemente a mano durante le lezioni, e produceva una letteratura informale fatta di abbreviazioni come “xké” al posto di “perché”, che conviveva con il vezzo di scrivere “x” invece di “per”.
Negli anni Novanta, con il diffondersi degli sms limitati a 160 caratteri, e successivamente con l’avvento di internet, questo linguaggio che ricorda quello dei codici fiscali è passato nelle chat e si è arricchito di espressioni abbreviate e crittografate fatte da tvb per “ti voglio bene” e simili acronimi gergali. Il fenomeno dilagava al punto che qualcuno ha cominciato a temere per l’integrità dell’italiano, benché questo tipo di abbreviazioni legate allo scrivere velocemente non siano una novità dell’epoca moderna, anche gli amanuensi di epoca romana e medievale ricorrevano a formule compresse e alla tachigrafia. Ciononostante, davanti all’esplodere di un nuovo uso che usciva dalla norma, sono sorti vivaci dibattiti tra chi lo bollava come un modo di scrivere da analfabeti e un ritorno al Medioevo che costituiva una minaccia per l’italiano, e chi lo osservava senza esprimere giudizi e vedeva in questi gerghi il segno di una lingua incipiente che si limitava a studiare, invece che criticare.Nel giro di qualche anno il fenomeno si è però ridimensionato, invece di estendersi al di fuori del proprio ambito e passare alla lingua di tutti, e questa “lingua” è stata stigmatizzata anche nel gergo della Rete che in un primo tempo ne aveva fatto un segno distintivo. E così, scrivere sulle piattaforme sociali con le “k” è stato in seguito considerato un linguaggio da “bimbominkia” (scritto con la “k” proprio per sottolinearne la bruttura), un neologismo gergale accolto persino nei dizionari per connotare negativamente chi impiega questo modo di esprimersi adolescenziale infarcito anche di acronimi o da un eccesso di faccine.
L’alta frequenza della k per interferenza dell’inglese
Nella prima edizione minore dello Zingarelli del 1923 si leggeva che la lettera k apparteneva solo alle parole straniere, e ne venivano annoverate 15 tra cui kaiser e kantiano, ma solo la voce king proveniva dall’inglese, e indicava allora una specie di carrozzino a due posti. Un secolo dopo, negli attuali dizionari sono registrate oltre 200 voci che iniziano con la k, ma tra nipponismi come kimono e karate, germanismi come kolossal, parole ebraiche come kippur, o arabe come kebab sono gli anglicismi a spiccare. Tra questi, i più comuni e frequenti sono per esempio:
keyboard, keyword, killer (+ killer app, killer application e applicazione killer ma anche killerraggio e affini che si ritrovano sotto altre lettere come serial killer o bounty killer), king size, kiss and fly, kiss and go, kiss and ride (o kiss&ride), kit, kiwi, kleenex, knockout e KO, know-how, koala…
Ma per misurare l’alta frequenza della k non basta contare le parole che iniziano con questa lettera, perciò ho provato a conteggiare le parole inglesi più comuni che contengono la k al loro interno. Non sono a conoscenza di studi in proposito sulla frequenza di questa lettera, dunque provo di seguito a riportare non tutte parole che includono la k presenti nei dizionari, ma almeno quelle più comuni. Il risultato mi sembra interessante soprattutto per comprendere come le radici inglesi siano tra loro interconnesse, visto che una serie di linguisti continua ad approcciare il fenomeno dell’interferenza dell’inglese limitandosi a considerare solo l’entrata dei singoli anglicismi, come se fossero qualcosa di isolato. Quello che emerge è invece come l’alto numero di anglicismi finisca per generare delle regole a orecchio, esattamente come avveniva ai tempi dello sfaldamento del latino nei volgari.
Cominciando dalla lettera A, oltre al gergale aka (cioè alias), c’è acquapark, pseudoanglicismo sul modello di luna park, che contiene la radice di altre parole come per esempio parking per parcheggio.
Alla lettera B la k si ritrova in famiglie di parole tra loro interconnesse che si legano a back (back-end, backgammon, background, back-office, backslash, backspace, backstage, backup (che genera l’ibrido backuppare) e che fuori dalla B si ritrova in feedback, cashback, flashback o playback. Altra radice prolifica è costituita da book, da solo usato come sinonimo di portafoglio clienti (book fotografico), ma che ritorna in parole dove ha il significato di libro (bookcrossing, bookshop, e-book, booktrailer, instant book) ma anche con altre valenze (booking, bookmaker, bookmark e fuori dalla lettera B almeno overbooking). Tra le parole che si appoggiano a black ci sono: black bloc, total black, black comedy, blackjack, blacklist, e blackout; tra quelle a base break (invece di pausa): break even (point), breakfast + coffee break; e poi ci sono bad bank ma anche home banking, basket ma anche beach basket; e attorno a bike si strutturano biker, bike sharing, city bike e mountain bike. Tra le parole isolate si possono annoverare brick, bazooka, bikini, bed and breakfast, benchmark, broker.
Di seguito riporto le altre parole con la k che iniziano con le altre lettere, con un ordine misto che segue un po’ l’elenco alfabetico e un po’ il raggruppamento per famiglie di parole:
cake design, check (+ check-in, check-out, check list, check point, checkup… la stessa radice si ritrova in fact checking), click, cocktail, cooking show, cornflakes, crack, cracker (nel significato di galletta ma anche di pirata informatico), dark e dark lady, desk (+ desktop e help desk), drink (+ energy drink, long drink e smart drink), disc jockey, elettroshock (connesso a shock e rosa shocking), film-maker (cfr. remake), fake e fake news, folk (+ folklore), fashion (e fashionista), food truck, guestbook, hacker (+ hackerare e hackeraggio), hockey, identikit, jack, jackpot, jukebox, like, link (+ linkare, linkabile, linkografia), look (+ new look e nude look), make-up e make-up artist, multitasking, market (+ minimarket e supermarket), marketing (+ direct marketing, multilevel marketing ecc.), milk-shake (+ shaker e shackerare), naziskin, nickname, ok e okay, on the rocks, pacemaker, packaging, pickup, poker e pokerino, racket, ranking, rock e derivati, sketch, skilift, skill (+ soft skill e skillato), skipass, skipper, skyline, stick (+ lipstick o sticker), stock (+ stock option), smoke free, smoking, snack, sneaker, speaker (che genera speakerare e speakeraggio), stakeholder, stalker (+ stalking, stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare e stalkeraggio), steakhouse, takeaway, talkshow, tank, task force, team work (+ la famiglia work: smart working, network, social network, coworking, work in progress, workgroup, workshop, workstation, sex worker…), ticket e ticketless, tracking, trademark, trekking, videomaker (+ film maker), walkie-talkie, whisky, weekend…
Questo elenco di ben oltre 200 parole a base inglese che si appoggiano alla k – da sommare alle altrettante che iniziano con la k – non è affatto esaustivo. Sono solo le parole più comuni, come già sottolineato, e sui dizionari se ne possono trovare altre 3 o 400 meno popolari.
No, non ne uccide più la k che la spada: la vera spada di Damocle è l’inglese
Per i linguisti che affermano di essere descrittivi, e dunque sostengono che una parola come killer sia ormai “italiana” sulla base della sua frequenza e accettazione, davanti a questi numeri non resta che prendere atto che la k non è più lettera straniera, ma è una modalità di mettere per iscritto il suono velare della c, anche se solo fino agli anni Venti del secolo scorso non era così. Questa modalità non si trova più solo nelle parole straniere, che statisticamente sono inglesi con una percentuale schiacciante. Si ritrova anche negli ibridi (linkare, stalkerizzare…) dove è l’inglese a trainare i derivati, e persino in parole come amerikano o kultura scritte a questo modo in modo provocatorio come all’epoca della contestazione degli anni Settanta.
Visto che alcuni linguisti imprigionati nelle loro categorie fatte di pregiudizi mi danno spesso a sproposito del purista, vorrei precisare per l’ennesima volta la mia posizione in proposito. Anche ipotizzando un’improbabile ucronia in cui un esercito di bimbominkia in futuro avrà la meglio, anche se la c velare trascritta con la k diventasse un sistema di scrittura sdoganato e perfettamente lecito, mi pare che scrivere kiave invece di chiave non costituirebbe uno sfaldamento dell’italiano, riguarderebbe solo le norme ortografiche-editorali che – la storia ce lo insegna – produrrebbe un italiano diverso da quello odierno ma pur sempre italiano, esattamente come gli scritti di San Francesco. Poco male insomma, le regole ortografiche sono solo delle convenzioni, possono anche cambiare e questa ipotetica lingua non sarebbe fuori dall’italiano come non lo era il Cantico delle creature.
E allora la presenza della k, da sola, non significa necessariamente uccidere l’italiano, per quello che mi riguarda (il che non significa che ne promuova l’uso).
Lo stesso non si può dire di altri fenomeni: lo sfaldamento della nostra lingua davanti all’interferenza dell’inglese – la vera spada di Damocle della lingua del paese dove il sì suona – è determinato da altri fattori. Per esempio trascrivere la “u” con la doppia (“oo”) come in inglese, pronunciare la “u” “iu” come in computer, il “ch” di chat in modo dolce, la “i” “ai come in design… (cfr. “La S di governance: grammatichetta di itanglese“). E più in generale, abbandonare le nostre parole per quelle inglesi (location, vision, competitor…): questi sì rappresentano uno strappo insanabile con l’italiano storico e si configurano come una newlingua che non si può più definire italiano ma itanglese, perché segue il sound angloamericano invece di quello di Dante.
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Binge-eating, binge-drinking e il “binge-english-writing” dell’italietta colonizzata
Di Antonio Zoppetti
Un articolo sul Corriere dell’altro giorno diffondeva il termine binge-eating spacciato come “nuovo” disturbo alimentare. Naturalmente – come l’anoressia – questo disturbo non è affatto nuovo, la novità è che adesso si vuole cancellare la parola storica bulimia per sostituirla con l’inglese.
Dalla bulimia al binge-eating
Bulimia è una coniazione dotta che viene dal greco, e letteralmente significa “fame da bue” (limòs + bous). Per costruire i propri neologismi in italiano, un tempo gli scienziati si appoggiavano alle radici greche e latine, ma oggi non sanno fare altro che ripetere la terminologia in inglese crudo, e non sanno coniare più un bel niente, perché parlano e vogliono parlare in inglese. Ed ecco che introducono il binge-eating, che letteralmente ha lo stesso identico significato: “abbuffata di mangiare” (binge + eating).
Per giustificare l’imposizione della newlingua sulla veterolingua italiana, tuttavia, non possono ammettere di essere i portatori di una nuova cultura coloniale, non possono giustificarsi col dire che hanno deciso di esprimersi in inglese e di rinunciare all’italiano, dunque si arrampicano sugli specchi. E allora scatta il consueto meccanismo tipico dei “non-è-propristi”: diversificare i rispettivi significati. Il vecchio concetto di bulimia non è proprio come… il binge-eating!
Cercando in Rete la differenza tra le due espressioni è tutto un pullulare della solita sciocchezza – alimentata ormai anche dall’intelligenza artificiale di Google che fornisce indicazioni a dir poco imbarazzanti – per cui il binge-eating è sì una fame compulsiva come la bulimia, ma in più è caratterizzata da sensi di colpa e comportamenti compensatori che portano per esempio a vomitare o a cercare di eliminare l’eccesso di cibo con l’uso di lassativi.
È questa la fase uno che serve a legittimare l’introduzione di un anglicismo: far credere che l’equivalente italiano storico non abbia la stessa valenza, e dunque usare l’inglese come fosse necessario. Naturalmente, ammesso che una parola non ci sia già, sarebbe possibile anche coniarne una nuova o a ampliare il significato di quella italiana preesistente (le lingue sane si evolvono a questo modo).
Ma è vero che la differenza tra le due parole è questa? Neanche per sogno.
Cercando sul sito dell’Humanitas ci sono due pagine fotocopia che esprimono lo stesso identico disturbo, il primo si chiama bulimia nervosa, l’altro binge-eating, ma la differenza è tutta qui, nel nome in inglese invece che in italiano, perché per il resto si tratta della stessa cosa, definita allo stesso modo: l’arco di due ore in cui avviene l’ingestione, lo stato d’ansia e il vomito, la concause multifattoriali…
Scopri le piccole differenze:
Basta confrontare i due articoli per scoprire che l’unica rilevante piccola differenza sta nel nome della cosa, e nel secondo articolo l’italiano viene semplicemente ignorato, cancellato e sovrapposto all’inglese. Dunque ammesso e non concesso che bulimia e binge-eating non siano perfettamente sovrapponibili, rimane il fatto che per differenziare i concetti non è assolutamente necessario introdurre un’espressione in inglese crudo.
Quando parlo di cultura coloniale suscito spesso reazioni scomposte e resistenze, soprattutto tra quelli furbi che ci raccontano che la lingua è un fenomeno “democratico” che arriva dal basso e dal popolo. Ma basta vedere gli articoli di giornale che escono per constatare la realtà.
Un anglicismo dietro l’altro, sostituzione dopo sostituzione, si finisce per arrivare a pezzi come quello in figura, dove si parla di influencer (che come è noto “non sono proprio come gli influenti”), di coach (che “non è proprio come un allenatore”) e dove si cala dall’alto la nuova terminologia per introdurre ruoli e concetti come lo sleeping streamer, lo sleep influencer e lo sleep manager… se questo non è colonialismo culturale…
Questi esempi mostrano che l’incapacità di esprimersi in italiano si salda con la precisa volontà di esprimersi in inglese, attraverso una comunicazione che punta volutamente all’itanglese vissuto come uno stile superiore, presentato (a torto) come più internazionale o tecnico.
L’abbuffata di inglese e l’anoressia dell’italiano
Per riprendere le definizioni riservate dagli specialisti al binge-eating, tutto ciò si potrebbe forse chiamare disturbo linguistico compulsivo anglomane, che per essere più chiari e moderni si potrebbe ribattezzare in binge-english writing (e binge-english speaking, la sindrome per cui personaggi televisivi come Rampini o la Gruber ostentano in modo ridicolo la pronuncia affettata di “Trump” e di altre parole americane). Al contrario dei semplici anglomani di una volta – si potrebbe chiosare – il binge writer non è però soggetto a comportamenti correttivi (come il vecchio “scusate il francesismo” ai tempi della Belle Époque), ma si compiace e gongola della sua anglo-bulimia che vuole imporre a tutti, invece che cercare di curarsi.
Il problema è che questa abbuffata di inglese non riguarda più le singole parole, i singoli anglicismi, ma si configura come una rete lessicale che si allarga, coinvolge la morfologia (se c’è il binge-eating poi spuntano i binge-eater[s] al posto dei bulimici), e soprattutto, se prende piede la radice binge per indicare i consumi smodati, poi è chiaro che l’espressione finisce per essere “produttiva” e diramarsi in sempre più numerose espressioni che riproducono lo stesso meccanismo linguistico, e così anche gli alcolizzati vengono indicati come binge-drinker.
L’ultima espressione della famiglia che si sta diffondendo è il binge-whatcing per indicare la dipendenza dalla televisione. Analizzando le frequenze delle tre espressioni su Ngram Viewer di Google Libri si vede benissimo come l’entrata del binge-eating negli anni Novanta sia in relazione con le successive introduzioni del binge-drinking a partire dagli anni Duemila e con l’affacciarsi del binge-watching dagli anni Dieci.
Come finirà?
L’analisi della crescita delle espressioni a base binge (binge based forse suona più in linea con la nostra cultura coloniale) lascia presagire che, in questa abbuffata, la parola potrebbe radicarsi, dare vita a future nuove coniazioni e allargarsi, come è successo a over (da overtourism invece di sovraturismo agli over-80 al posto degli ultraottantenni). Dopo la fase uno – introduzione dell’anglicismo come fosse una necessità e sua diversificazione dall’analogo italiano – la fase due porterà a una normalizzazione e a un uso nella lingua comune con perdita della presunta specificità millantata nella fase uno. Dunque se oggi gli pseudoscienziati che si vergognano dell’italiano introducono l’inglese come dotato di un qualcosa in più, domani l’espressione potrebbe passare dalla terminologia alla lingua comune, grazie ai giornalisti che la impiegheranno in senso lato, ed ecco che la frittata sarà fatta: è in questo modo che l’italiano muore davanti ai “prestiti sterminatori” che li rimpiazzano.
Oppure c’è anche la possibilità che questo schema regredisca – come non resta che auguraci – invece di attecchire. Il punto, però, è che i casi singoli che sono oggetto di studi da parte dei linguisti, vanno sommati tra di loro.
Il problema non è l’affermazione di binge + più qualcosa in inglese, ma il fatto che l’anglomania caratterizza la lingua di classe preferita dalla nostra egemonia culturale – come avrebbe detto Gramsci – e cioè la lingua della classe dirigente e di chi ricopre i ruoli chiave della nostra società. L’itanglese dei ceti sociali alti che prende corpo nei nuovi centri di irradiazione della lingua (scienziati, giornalisti, imprenditori, influenti…) e che poi viene presa a modello anche dalla massa nazional-popolare.
E poco importa che binge si radichi o meno, questa newlingua è ormai di fatto caratterizzata dall’abbuffarsi di inglese, e per ogni anglicismo che non attecchisce ce ne sono altri dieci che invece attecchiranno.
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