#itanglese — Public Fediverse posts
Live and recent posts from across the Fediverse tagged #itanglese, aggregated by home.social.
-
Ah, guarda, non sarà un ISTERÈG né una RÈFERENS, ma di sicuro sono #anglicismi gratuiti 😑
#vogliadiesserecolonia #parlacomemangi #itanglese #generatoreAutomaticoDiItanglese
-
Ah, guarda, non sarà un ISTERÈG né una RÈFERENS, ma di sicuro sono #anglicismi gratuiti 😑
#vogliadiesserecolonia #parlacomemangi #itanglese #generatoreAutomaticoDiItanglese
-
Oggi i ricordi non sono più "scolpiti" nella memoria.
Sono ARDCODÀTI.🤮
#itanglese #anglicismi #LoTsunamiDegliAnglicismi #vogliadiesserecolonia
-
Oggi i ricordi non sono più "scolpiti" nella memoria.
Sono ARDCODÀTI.🤮
#itanglese #anglicismi #LoTsunamiDegliAnglicismi #vogliadiesserecolonia
-
Il caldo, la temperatura percepita e un vaffancooling all’italiano
di Antonio Zoppetti
Ogni giorno, in Italia, un giornalista si sveglia e introduce un nuovo anglicismo.
Ogni giorno, in Italia, un lettore si sveglia e, se non impara il significato dell’anglicismo, sarà tagliato fuori dalla comprensione.
Ogni giorno, in Italia, non importa che tu sia un giornalista o un lettore: l’importante è che passi all’inglese.Mentre boccheggiamo sotto la morsa dell’attuale ondata di caldo, c’è chi si può permettere una vacanza al fresco e chi non lo può fare, c’è chi se la passa meglio perché vive in ambienti condizionati e chi si deve accontentare di un ventilatore. Non ci vuole poi molto a intuire che chi è ricco – le classi sociali agiate – in linea di massima se la passi meglio di chi è povero, anche perché questa ovvietà travalica la contingenza della calura e vale per ogni altro aspetto della qualità della vita, dall’alimentazione alle cure mediche. Se passiamo invece alla qualità della lingua italiana e del giornalismo, stupisce che per raccontare simili banalità si ricorra a un lessico del nuovismo in inglese di sapore decisamente coloniale, e a un’anglicizzazione selvaggia che punta ad abbandonare l’italiano per riscrivere la nostra società attraverso espressioni trapiantate dall’angloamericano che cancellano le parole con cui la gente si esprime per sostituirle con analoghi concetti in inglese incomprensibili alle masse.
Coolcation
E così, la settima scorsa, un articolo del Corriere spacciava la “vacanza al fresco” come un “nuovo” (ma quando mai?) lusso dell’estate, rivenduto – come di consueto – in inglese: la coolcation, riportata senza virgolette (come fosse un’espressione nostra) e spiegata con queste parole: “Neologismo nato dalla fusione di cool (fresco) e vacation (vacanza)”. Con il solito taglio cialtrone tipico dei suprematisti dell’inglese, si omette volutamente di specificare che si tratta di un neologismo inglese, non certo italiano, e che non c’è alcuna ragione di riproporlo così a tutti gli italiani. E infatti è piuttosto imbarazzante leggere la spiegazione: “In italiano può essere tradotto come ‘vacanza al fresco’ o ‘turismo del fresco’”.
Questa prospettiva anglocentrica andrebbe ribaltata: perché mai tu, giornalista anglomane, stai traducendo la vacanza al fresco, la fuga dall’afa delle città e un concetto piuttosto datato con un neologismo in inglese? Questa sottile arte manipolatoria del ribaltamento delle cose serve per introdurre una parola inglese al posto dell’italiano che abbiamo sempre usato (“tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”).
Gli anglomani operano con queste modalità per abbandonare l’italiano in favore della lingua superiore da cui si abbeverano come scimmiette, e il loro giochino preferito è quello di far credere che non sarebbero loro a scegliere volutamente espressioni del genere, ma si limiterebbero a riportarle perché sarebbero “in uso”. Ma l’uso di chi? Su questo particolare tacciono volutamente.
Per smontare questo genere di balle basta cercare “coolcation” su Google che la interpreta come un refuso, restituendo invece la definizione della parola “collocation” che ci assomiglia. Coolcation compare infatti solo tra le notizie recenti dei giornali italiani anglomani. Dunque la risposta alla domanda “l’uso di chi?” è semplice: l’uso di qualche americano che ha tutti i motivi per creare dei neologismi nella propria lingua, e l’uso dei giornalisti accecati dall’anglomania che invece di scrivere in italiano preferiscono ripetere l’inglese senza alcuna motivazione plausibile, senza alcun rispetto per i loro lettori e per la trasparenza che dovrebbe essere alla base dell’informazione. Dell’uso degli italiani che vanno in vacanza alla ricerca del fresco pare non interessi niente a nessuno.
Cooling poverty
Anche la banalità per cui, davanti al caldo insopportabile, i ricchi se la passano meglio dei poveri viene rivenduta in inglese da certi giornalisti attraverso il concetto di cooling poverty – letteralmente povertà di rinfrescamento – rivestito di altisonanti riflessioni sociologiche sulle diseguaglianze, che spaziano dall’accesso equo al condizionatore ai divari causati dalla povertà energetica… Dietro queste supercazzole c’è solo l’intento di voler anglicizzare ogni cosa, persino il fresco e il caldo, per cui in un pezzo su Grazia i giorni più caldi dell’anno diventano “hot days”, mentre accanto ai consueti titoli che normalizzano l’inglese (“cos’è la cooling poverty”) spuntano le vacanze nelle mete slow.
Andando in questa direzione prima o poi qualche imbecille ci spiegherà forse che le disuguaglianze sociali di chi non ha da mangiare sono solo un caso di “food poverty” che si potrebbe tradurre con fame, mentre chi non può accedere alla sanità privata – nell’attuale smantellamento di quella pubblica che segue i modelli d’oltreoceano – è vittima dell’“healthcare poverty”… chissà!
Mentre la casta di giornalisti, comunicatori, tecnici, terminologi da barzelletta… introduce quotidianamente nuove espressioni in inglese con queste modalità (sarà l’italian poverty?), per ritornare al caldo e alle temperature non si può fare a meno di citare una lettura del fenomeno in voga tra vari linguisti che, invece di preoccuparsi per l’anglicizzazione, la negano e ci sguazzano compiaciuti (sono quelli dei “prestiti di necessità” degli anglicismi “insostituibili” e altre simili stupidaggini).
La scemenza della “temperatura percepita” applicata agli anglicismi
La questione degli anglicismi è di solito liquidata da questi personaggi con l’infelice metafora della “temperatura percepita”: la presenza delle parole inglesi sarebbe tutta “un’illusione ottica” causata dal nostro cervello che tende a percepire il fenomeno come macroscopico anche se nella realtà non è così, perché sarebbero in larga parte parole usa e getta passeggere… come se il flusso anglicizzante – continuo e in costante aumento da ben più di mezzo secolo – non esistesse. Bisognerebbe invece ricordare che è proprio la temperatura percepita che fa sì che migliaia di persone finiscano in ospedale per il caldo, perché la temperatura del termometro non è affatto un parametro indicativo, visto che sono i tassi di umidità e di ventilazione percepiti dal nostro corpo, ma non dal mercurio, a essere determinanti (il che non vale solo per i colpi di calore, ma anche per le temperature rigide invernali che possono provocare assideramento).
Questo modo di ragionare, se non è supportato dai dati, si trasforma in uno pseudoragionamento che serve per costruire la realtà (e il sistema) che si preferisce, ed è un approccio che serve per giustificare o per negare qualsiasi cosa a prescindere dai fatti. Mi tornano alla mente le parole di Edward Luttwak, quando gli americani fuggivano in modo scomposto dall’Afganistan: sosteneva che si trattasse di una ritirata percepita e suscitò le risa (e l’imbarazzo) dei conduttori televisivi (cfr. la trasmissione In onda, La7, 17 agosto 2021 condotta da Concita De Gregorio e David Parenzo).
Purtroppo, davanti ad analoghi ragionamenti (un altro caso è rappresentato dai negazionisti del cambiamento climatico), invece di ridere e di provare imbarazzo, c’è chi preferisce assumere un atteggiamento fondamentalista/negazionista alla Luttwak, a quanto pare.
Ma se si conteggiano gli anglicismi sui giornali e si confrontano gli articoli del Duemila con quelli del Novecento, se si analizzano le crescite di quelli registrati dai dizionari (circa 1.700 nel 1990 e oggi più di 4.000), se si analizzano le loro frequenze, se si vanno a contare quelli che sono usciti dai dizionari (pochissimi e irrilevanti), se si conteggia la penetrazione dell’inglese nel lessico di base (negli anni Ottanta c’erano una decina di parole inglesi e oggi sono ben più di cento), se si studia il lessico specialistico dove in sempre più ambiti – dal lavoro all’informatica – assistiamo a un collasso dell’italiano… c’è ben poco da negare. E così, mentre il fresco è sempre più cool, anche l’italiano se ne va affancooling.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
La normalizzazione dell’inglese: italiano bye bye!
di Antonio Zoppetti
I giornali non sono solo organi di informazione, ma anche di formazione. Sono strumenti di costruzione della “realtà” in grado di plasmare l’opinione pubblica non solo da un punto di vista politico-culturale, ma anche linguistico. E se in passato i mezzi di informazione hanno avuto un ruolo di primo piano nell’unificazione dell’italiano in un Paese prevalentemente dialettofono, oggi sono tra i principali centri di irradiazione dell’inglese e dell’itanglese.
E così, ormai da molto tempo, è nato un nuovo genere di articolo che punta a educare tutti all’inglese, invece che all’italiano, e si basa su un semplice schema che viene replicato sempre più di frequente a partire dai titoloni:
“Cos’è + oggetto/concetto espresso in inglese”.
Si introduce un’espressione in inglese volutamente incomprensibile ai più, la si spiega in linea di massima e ci si affanna a dimostrare che “non è proprio come l’equivalente italiano” – ammesso che ci sia –, perché avrebbe quel qualcosa in più che la nostra lingua non riuscirebbe a rendere.
Ho provato a raccogliere alcuni di questi pezzi acchiapponi apparsi nell’ultima settimana, che sono ormai prodotti con lo stampino, e spaziano dal “color drenching” alla “stacked water”, dall'”e-hiking” agli “heirloom tomatoes”…
Color drenching, stacked water, heirloom tomatoes, e-hiking… e chi più ne ha più ne metta
In questo “lessico del nuovismo” si propagandano nuovi concetti anche quando di nuovo c’è veramente ben poco, ma quello che più colpisce del fenomeno è che è ormai venuta meno la distinzione tra italiano e inglese, come se tutto fosse sullo stesso piano e usare un sistema di scrittura e pronuncia basato sull’inglese o sull’italiano non avesse alcuna importanza. Eppure, un conto è ricorrere a parole italianizzate come resilienza o proattivo (e alle loro presunte differenze per esempio con resistenza o preventivo), e un conto è ricorrere alle espressioni direttamente in inglese.
Il color drenching, per esempio, che letteralmente indica l’inzuppare tutto con lo stesso colore, viene venduto come una strategia per far sembrare più ampio uno spazio piccolo e mimetizzare elementi come tubi e termosifoni, ma non è altro che il nostro vecchio “tinta unita”, cioè una colorazione monocromatica. Naturalmente, il primo obiettivo di chi punta a riscoprire e vendere l’acqua calda con un nuovo nome è proprio quello di differenziarsi dalla tradizione (anche a costo di farlo a vanvera). E così, per riprendere le parole del sistema di stupidità artificiale di Google, il color drenching non sarebbe “una semplice pittura monocromatica”, ma una tecnica di “interior design” che racchiude una “scelta progettuale precisa che porta diversi vantaggi visivi ed emozionali”. La supercazzola dell’intraducibilità è tutta qui, non si capisce perché “tinta unita” non possa racchiudere la stessa strategia: i barattoli di pittura sono gli stessi, quello che cambia è il linguaggio degli arredatori, anzi degli interior designer: nessuno ricorrerebbe all’italiano, nel gergo, perché l’itanglese è la lingua fighetta che usano per distinguersi dalle masse. E i giornali, invece di mediare la lingua degli addetti ai lavori che si elevano attraverso l’inglese e di ricondurla all’italiano, preferiscono educare tutti alla terminologia d’oltreoceano (“tinta unita” è roba da muratori, invece l’inglesorum incomprensibile spinge alla lettura per colmare quella che viene presentata come una lacuna culturale).
Dunque un beverone – per chiamare le cose con il loro nome – fatto di acqua, integratori, aromi o pezzi di frutta che spopola su TikTok è riproposto a tutti come stacked water, non come acqua potenziata, arricchita o stratificata. E leggendo l’articolo “Americani pazzi per gli «heirloom tomatoes». Cosa sono i pomodori antichi e saporiti (di cui l’Italia è piena)” c’è da mettersi le mani nei capelli. Stiamo parlando di pomodori che nascono da orti domestici e da varietà antiche ben diverse da quelle uniformate dalla grande distribuzione, e il fatto che negli Stati Uniti siano di moda non significa affatto che ci sia sotto qualcosa di nuovo che richiede di passare all’inglese. È imbarazzante leggere le parole della giornalista che spiega candidamente: “Non serve andare in America per trovarli. Anche l’Italia, in realtà, ne è piena. Solo che non li chiamiamo heirloom. Da noi si parla di varietà antiche, semi tradizionali, ecotipi locali. Cambiano le parole, non la sostanza.”
Ma allora perché mai devi ricorrere all’inglese e radicarlo, visto che scrivi che anche il San Marzano sarebbe un “heirloom”? Perché non parli in italiano?Per lo stesso motivo per cui gli esoscheletri che forniscono un’assistenza alle camminate in montagna sono venduti come e-hiking (ma anche l’escursionismo è soppiantato dal trekking), da non confondere con l’e-ink (cioè l’inchiostro elettronico) degli smartphone (che sono tutt’altra cosa dai semplici telefonini, naturalmente) e, parola dopo parola, la sostituzione dell’italiano con l’inglese si allarga facendo tabula rasa della nostra lingua e cultura: la sosta per bere diventa hydration break, e va a finire che la tangenziale di Napoli si trasforma nella prima “smart road” d’Italia.
Questa è la lingua veicolata dalla nostra nuova classe dirigente ed egemonia culturale, dal panorama linguistico cittadino, dai mezzi di informazione e in fin dei conti dai nuovi centri di irradiazione della lingua che ogni giorno riscrivono la realtà dal punto di vista dell’anglosfera con le parole mutuate dall’anglosfera.
Certo, non tutti questi anglicismi incomprensibili – alla faccia di inclusività e non discriminazione di cui ci si riempie la bocca – sono destinati ad attecchire. Ma il flusso anglicizzante si allarga giorno dopo giorno, ed è ormai uno tsunami che ci travolge: gli effetti sono incontenibili e se non si chiudono i rubinetti l’italiano è destinato a trasformarsi in una newlingua ibrida a base inglese di sapore un po’ coloniale.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
La connotazione dell’inglese e il controllo del linguaggio pubblico
Di Antonio Zoppetti
Per capire i meccanismi emotivi – sociali e psicologici – che portano alla preferenza delle espressioni in inglese che si affermano al posto di quelle in italiano (touch screen/schermo tattile, open day/giornata aperta, green/ecologico…) bisogna ragionare sulla loro connotazione.
Oltre al significato (la denotazione di un oggetto o un concetto), le parole possiedono infatti una connotazione che ha a che fare con ciò che evocano. Parlare di culo, sedere, lato b, fondoschiena, glutei, natiche, chiappe, posteriore, deretano, didietro o popò (come si dice ai bambini) designa la medesima cosa, quello che cambia è il modo di farlo, che produce un diverso effetto psicologico e sociale.
Mentre la denotazione ha di solito una valenza neutra e oggettiva che serve semplicemente a trasmettere informazioni, la connotazione ha una valenza emotiva (sociale o soggettiva) in cui entrano in gioco le scelte stilistiche e anche i registri linguistici, il che riguarda la lingua, che è qualcosa di più complesso del semplice comunicare.
Quando Dante scriveva che il diavolo Barbariccia “avea del cul fatto trombetta” (Inf, XXI, 139) introduceva nel registro alto e poetico una parola di basso registro, che fino a pochi anni fa era annoverata dai dizionari come triviale (e per simili scelte il Sommo Poeta fu biasimato per secoli dai suoi tanti detrattori). E se oggi, durante una visita ospedaliera, un medico utilizzasse questa parola al posto per esempio di regione glutea, otterrebbe l’effetto di passare per incompetente (oltre che irrispettoso), perché non starebbe usando il registro scientifico più appropriato.
La connotazione superiore degli anglicismi
Gli anglicismi che stanno ormai colonizzando la maggior parte dei linguaggi settoriali penetrano di solito come tecnicismi monosignificato la cui connotazione è spesso presentata dagli addetti ai lavori come più tecnica e prestigiosa degli equivalenti italiani, nonostante il significato sia il medesimo (e va a finire che è percepita così anche da tutti gli altri). In questo modo, una parola come computer ha avuto la meglio e ha scalzato la parola calcolatore, che evoca qualcosa di preistorico rispetto alla connotazione di modernità dell’anglicismo. Questo fenomeno non è linguistico, ma sociolinguistico o semplicemente sociale, e infatti in inglese erano computer i primitivi e ingombranti mainframe degli anni Cinquanta come i più moderni dispositivi portatili ultraleggeri e lo stesso vale per gli ordinateurs dei francesi e i computadores o gli ordenadores spagnoli.
Visto che la lingua è metafora, dai linguaggi di settore la terminologia inglese finisce per penetrare nella lingua comune, divenendo parola. I termini rompono i loro argini e vengono usati in senso figurato e metaforico, dunque tecnicismi come benchmark (di ambito economico) o feedback (la retroazione ingegneristica) vengono ormai impiegati in senso lato come parole ombrello stereotipate per parlare di un qualsiasi punto di riferimento (pietra di paragone) o riscontro (aspetto il tuo “feedback”).
Il guaio, per la lingua italiana, sta proprio nel fatto che sempre più spesso la connotazione dell’inglese ha la meglio su quella dell’italiano, che non può che regredire. Anche divulgando le alternative italiane agli oltre 4.000 anglicismi registrati dai dizionari, il punto è che non sono percepite come altrettanto tecniche, prestigiose o moderne (ho chiamato questo processo “diglossia lessicale”). E questo avviene perché la percezione (emotiva e soggettiva) di chi controlla e ha in mano il linguaggio pubblico (addetti ai lavori, scienziati, tecnici, giornalisti, politici, istituzioni… e in fin dei conti la nostra intera classe dirigente) procede in questa direzione anglomane.
Dal punto di vista della denotazione, un’espressione in itanglese come:
“Chi si occupa dell’editing o del lettering di uno slogan per una campagna social deve operare tenendo presente il proprio target di riferimento e il sentiment del web”
può benissimo essere tradotta in italiano con:
“Chi si occupa della revisione e dell’impatto grafico dei testi di una pubblicità in Rete deve operare tenendo presente il suo destinatario e anche il sentimento (gradimento, percezione, opinione prevalente, clima culturale, orientamento…) degli internauti.”Ma nonostante l’equivalenza sul piano dei significati, la seconda scelta comunicativa in italiano non possiede la stessa valenza di quella in itanglese. Come nel caso del medico che usasse “culo” al posto di “regione glutea”, un esperto di comunicazione che rinunciasse al suo gergo anglicizzato sarebbe percepito come “incompetente” non solo tra gli addetti ai lavori, ma persino alle orecchie del committente, perché non sta usando il linguaggio che il settore richiede e allo stesso tempo impone.
Il problema dell’anglicizzazione dell’italiano dipende soprattutto da questo fenomeno.
Connotazione e uso
Sui mezzi di informazione, parole come governance, tecnicismi come stakeholder, espressioni come red carpet… ricorrono molto spesso, dunque ai vocabolaristi non resterebbe che prenderne atto e registrarle con spirito “descrittivo”. Ma nella retorica dell’uso invocata da molti studiosi, troppo spesso ci si dimentica (o forse si nasconde sotto al tappeto) di sottolineare un particolare fondamentale: l’uso di chi viene preso in considerazione?
I moderni vocabolari “dell’uso” che si affannano a registrare ogni anglicismo che di solito arriva dall’alto, sono molto meno propensi ad accogliere le parole che arrivano dal basso, che sono decisamente trascurate. Sul vocabolario della Treccani, per esempio, si trova whistleblowing (allertatore civico), una parola che ben pochi usano in modo attivo, e ancor meno sono in grado di comprendere e persino di pronunciare. Altre parole che hanno un grado di comprensibilità e diffusione ben maggiore, invece, non compaiono nemmeno tra i neologismi. Per esempio rettiliano (un tipo di alieno ormai noto anche ben al di fuori dei cultori della fantascienza, la cui frequenza su Google Libri è superiore a quella di whistleblowing), ma vale anche per espressioni gergali come provolone (uno che “ci prova” con tutte) o sbattone (voce milanese che però si sta estendendo ad altre parti d’Italia per “grande sbattimento”, cioè qualcosa di noioso e impegnativo). Queste ultime tre parole, mediamente comprensibili ai più, non sembrano avere lo status alto degli anglicismi, a quanto pare. Gli inni al signor Uso che detterebbe legge sono talvolta un po’ manipolatori e inducono a farci credere che l’anglicizzazione sarebbe un processo democratico, come se arrivasse dal basso, quando è vero l’esatto contrario: l’uomo della strada non parla né di stakeholder né di governance. La connotazione più prestigiosa degli anglicismi non arriva dal popolo ma da una classe dirigente (giornali, televisione, pubblicità, web, vocabolari…) che fa prevalere il suo tipo di lingua ed educa tutti all’itanglese. In questo modo si impone “la lingua dei padroni” – per lanciare una provocazione – e delle classi dominanti, che a loro volta riprendono pappagallescamente, e in modo servile, la lingua naturale dei popoli dominanti sul piano internazionale.
Le guerre per cambiare la connotazione
In questo radicale cambiamento linguistico che sta crescendo con velocità mai vista almeno dagli anni Novanta, ci sono vasti strati della popolazione che sono esclusi: non parlano affatto a questo modo e spesso non sono in grado di comprendere simili anglicismi. Eppure – proprio mentre ci si riempie la bocca di altisonanti concetti come inclusività – sembra che a nessuno importi di questa lingua anglicizzata “esclusiva” che crea fratture sociali e barriere generazionali. L’uso – delle classi egemoni – è imposto a tutti gli italiani attraverso fortissime pressioni sociali che talvolta – come osservava negli anni Novanta Natalia Ginzburg – finiscono per criminalizzare i cittadini che non si adeguano a cui non resta che conservare il proprio lessico familiare in modo “clandestino”. Dunque si deve dire “non vedente” invece di “cieco” o “nero” invece di “negro”, osservava la scrittrice denunciando l’ipocrisia con cui la nostra società, invece di intervenire concretamente per risolvere i problemi di disabilità e razzismo, preferiva cambiare le parole con un’operazione di marketing e di restyling lessicale, potremmo dire oggi in itanglese.
La vera battaglia per imporre un tipo di lingua da far prevalere avviene insomma sul piano della connotazione, come è avvenuto nel caso degli spazzini rimpiazzati dagli operatori ecologici, mentre “handicappato” (termine che inizialmente possedeva una connotazione positiva rispetto a “minorato” che si usava in passato) è stato poi sostituito da “disabile”, che poi è diventato “diversamente abile”. Visto che la discriminazione è nella nostra testa, più che nel lessico, finisce insomma che anche le nuove parole assumano presto l’analoga connotazione negativa che in un primo tempo volevano scalzare. E in questa corsa a cambiare le parole, che dagli anni Novanta insegue la filosofia del politicamente corretto – non a caso di matrice angloamericana – la novità è che sempre più spesso sono le parole in inglese a configurarsi come connotate positivamente. Ma se un anglicismo come “gay” diventa la parola più appropriata e “rispettosa” per designare chi è omosessuale, l’analogo italiano rischia di regredire o – peggio ancora – di essere proclamato prima o poi da qualcuno come “discriminante”.
Un cambio di paradigma per riappropriarci dell’italiano
Per evitare ogni fraintendimento, ribadisco che non ho alcuna intenzione né di difendere parole come “negro” che la storia ha ormai relegato nell’inferno lessicale, né di polemizzare per esempio sulla femminilizzazione delle cariche che nasce da esigenze sacrosante, quando è l’espressione di una reale esigenza che arriva dalle donne. Sto solo constatando, con spirito descrittivo, che da sempre le diatribe linguistiche hanno appunto a che fare con la connotazione, che è il risultato di pressioni storiche e sociali. Ma la connotazione è mutevole e soggettiva, e quando una parola storicamente neutra viene messa in discussione e caricata di una valenza negativa, non c’è solo la soluzione di cambiarla, si può anche lottare per conferirle una diversa connotazione positiva.
I poeti “decadenti”, per esempio, vennero in un primo tempo bollati con questa etichetta spregiativa dai loro avversari, ma la loro reazione fu quella di ostentare con orgoglio questa definizione e farla propria, riuscendo a cambiarne appunto la connotazione che ha acquisito un valore positivo e oggi “decadentismo” e “poeti decadenti” hanno assunto tutt’altra valenza (come i poeti “maledetti”). Nel caso della parola “negro” è avvenuto tutto il contrario, e se in un primo tempo l’orgoglio africano e il rivendicare una cultura alternativa a quella occidentale dominante aveva prodotto la parola “negritudine”, questa battaglia per la connotazione positiva di una parola che in certi ambienti era invece usata con disprezzo è stata persa, e oggi si parla solo di “neri”.
Davanti alla connotazione più prestigiosa degli anglicismi, la questione è la stessa: o ci riappropriamo con fierezza delle nostre parole, senza servili e provinciali complessi di inferiorità, e riusciamo a dare loro una connotazione “alta” nel linguaggio pubblico, oppure l’italiano è destinato a cedere il posto all’inglese e a trasformarsi in un ibrido. E se gli anglicismi non cominceranno a essere stigmatizzati così come si stigmatizza ciò che è discriminatorio e non inclusivo, non se ne esce. Purtroppo, le cose stanno andando diversamente, e il fortissimo revisionismo linguistico che muove chi controlla il dibattito pubblico (e ha nelle mani le sorti dell’italiano) sta cambiando i connotati del nostro idioma e ci sta portando verso il nostro suicidio linguistico e culturale.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano -
La connotazione dell’inglese e il controllo del linguaggio pubblico
Di Antonio Zoppetti
Per capire i meccanismi emotivi – sociali e psicologici – che portano alla preferenza delle espressioni in inglese che si affermano al posto di quelle in italiano (touch screen/schermo tattile, open day/giornata aperta, green/ecologico…) bisogna ragionare sulla loro connotazione.
Oltre al significato (la denotazione di un oggetto o un concetto), le parole possiedono infatti una connotazione che ha a che fare con ciò che evocano. Parlare di culo, sedere, lato b, fondoschiena, glutei, natiche, chiappe, posteriore, deretano, didietro o popò (come si dice ai bambini) designa la medesima cosa, quello che cambia è il modo di farlo, che produce un diverso effetto psicologico e sociale.
Mentre la denotazione ha di solito una valenza neutra e oggettiva che serve semplicemente a trasmettere informazioni, la connotazione ha una valenza emotiva (sociale o soggettiva) in cui entrano in gioco le scelte stilistiche e anche i registri linguistici, il che riguarda la lingua, che è qualcosa di più complesso del semplice comunicare.
Quando Dante scriveva che il diavolo Barbariccia “avea del cul fatto trombetta” (Inf, XXI, 139) introduceva nel registro alto e poetico una parola di basso registro, che fino a pochi anni fa era annoverata dai dizionari come triviale (e per simili scelte il Sommo Poeta fu biasimato per secoli dai suoi tanti detrattori). E se oggi, durante una visita ospedaliera, un medico utilizzasse questa parola al posto per esempio di regione glutea, otterrebbe l’effetto di passare per incompetente (oltre che irrispettoso), perché non starebbe usando il registro scientifico più appropriato.
La connotazione superiore degli anglicismi
Gli anglicismi che stanno ormai colonizzando la maggior parte dei linguaggi settoriali penetrano di solito come tecnicismi monosignificato la cui connotazione è spesso presentata dagli addetti ai lavori come più tecnica e prestigiosa degli equivalenti italiani, nonostante il significato sia il medesimo (e va a finire che è percepita così anche da tutti gli altri). In questo modo, una parola come computer ha avuto la meglio e ha scalzato la parola calcolatore, che evoca qualcosa di preistorico rispetto alla connotazione di modernità dell’anglicismo. Questo fenomeno non è linguistico, ma sociolinguistico o semplicemente sociale, e infatti in inglese erano computer i primitivi e ingombranti mainframe degli anni Cinquanta come i più moderni dispositivi portatili ultraleggeri e lo stesso vale per gli ordinateurs dei francesi e i computadores o gli ordenadores spagnoli.
Visto che la lingua è metafora, dai linguaggi di settore la terminologia inglese finisce per penetrare nella lingua comune, divenendo parola. I termini rompono i loro argini e vengono usati in senso figurato e metaforico, dunque tecnicismi come benchmark (di ambito economico) o feedback (la retroazione ingegneristica) vengono ormai impiegati in senso lato come parole ombrello stereotipate per parlare di un qualsiasi punto di riferimento (pietra di paragone) o riscontro (aspetto il tuo “feedback”).
Il guaio, per la lingua italiana, sta proprio nel fatto che sempre più spesso la connotazione dell’inglese ha la meglio su quella dell’italiano, che non può che regredire. Anche divulgando le alternative italiane agli oltre 4.000 anglicismi registrati dai dizionari, il punto è che non sono percepite come altrettanto tecniche, prestigiose o moderne (ho chiamato questo processo “diglossia lessicale”). E questo avviene perché la percezione (emotiva e soggettiva) di chi controlla e ha in mano il linguaggio pubblico (addetti ai lavori, scienziati, tecnici, giornalisti, politici, istituzioni… e in fin dei conti la nostra intera classe dirigente) procede in questa direzione anglomane.
Dal punto di vista della denotazione, un’espressione in itanglese come:
“Chi si occupa dell’editing o del lettering di uno slogan per una campagna social deve operare tenendo presente il proprio target di riferimento e il sentiment del web”
può benissimo essere tradotta in italiano con:
“Chi si occupa della revisione e dell’impatto grafico dei testi di una pubblicità in Rete deve operare tenendo presente il suo destinatario e anche il sentimento (gradimento, percezione, opinione prevalente, clima culturale, orientamento…) degli internauti.”Ma nonostante l’equivalenza sul piano dei significati, la seconda scelta comunicativa in italiano non possiede la stessa valenza di quella in itanglese. Come nel caso del medico che usasse “culo” al posto di “regione glutea”, un esperto di comunicazione che rinunciasse al suo gergo anglicizzato sarebbe percepito come “incompetente” non solo tra gli addetti ai lavori, ma persino alle orecchie del committente, perché non sta usando il linguaggio che il settore richiede e allo stesso tempo impone.
Il problema dell’anglicizzazione dell’italiano dipende soprattutto da questo fenomeno.
Connotazione e uso
Sui mezzi di informazione, parole come governance, tecnicismi come stakeholder, espressioni come red carpet… ricorrono molto spesso, dunque ai vocabolaristi non resterebbe che prenderne atto e registrarle con spirito “descrittivo”. Ma nella retorica dell’uso invocata da molti studiosi, troppo spesso ci si dimentica (o forse si nasconde sotto al tappeto) di sottolineare un particolare fondamentale: l’uso di chi viene preso in considerazione?
I moderni vocabolari “dell’uso” che si affannano a registrare ogni anglicismo che di solito arriva dall’alto, sono molto meno propensi ad accogliere le parole che arrivano dal basso, che sono decisamente trascurate. Sul vocabolario della Treccani, per esempio, si trova whistleblowing (allertatore civico), una parola che ben pochi usano in modo attivo, e ancor meno sono in grado di comprendere e persino di pronunciare. Altre parole che hanno un grado di comprensibilità e diffusione ben maggiore, invece, non compaiono nemmeno tra i neologismi. Per esempio rettiliano (un tipo di alieno ormai noto anche ben al di fuori dei cultori della fantascienza, la cui frequenza su Google Libri è superiore a quella di whistleblowing), ma vale anche per espressioni gergali come provolone (uno che “ci prova” con tutte) o sbattone (voce milanese che però si sta estendendo ad altre parti d’Italia per “grande sbattimento”, cioè qualcosa di noioso e impegnativo). Queste ultime tre parole, mediamente comprensibili ai più, non sembrano avere lo status alto degli anglicismi, a quanto pare. Gli inni al signor Uso che detterebbe legge sono talvolta un po’ manipolatori e inducono a farci credere che l’anglicizzazione sarebbe un processo democratico, come se arrivasse dal basso, quando è vero l’esatto contrario: l’uomo della strada non parla né di stakeholder né di governance. La connotazione più prestigiosa degli anglicismi non arriva dal popolo ma da una classe dirigente (giornali, televisione, pubblicità, web, vocabolari…) che fa prevalere il suo tipo di lingua ed educa tutti all’itanglese. In questo modo si impone “la lingua dei padroni” – per lanciare una provocazione – e delle classi dominanti, che a loro volta riprendono pappagallescamente, e in modo servile, la lingua naturale dei popoli dominanti sul piano internazionale.
Le guerre per cambiare la connotazione
In questo radicale cambiamento linguistico che sta crescendo con velocità mai vista almeno dagli anni Novanta, ci sono vasti strati della popolazione che sono esclusi: non parlano affatto a questo modo e spesso non sono in grado di comprendere simili anglicismi. Eppure – proprio mentre ci si riempie la bocca di altisonanti concetti come inclusività – sembra che a nessuno importi di questa lingua anglicizzata “esclusiva” che crea fratture sociali e barriere generazionali. L’uso – delle classi egemoni – è imposto a tutti gli italiani attraverso fortissime pressioni sociali che talvolta – come osservava negli anni Novanta Natalia Ginzburg – finiscono per criminalizzare i cittadini che non si adeguano a cui non resta che conservare il proprio lessico familiare in modo “clandestino”. Dunque si deve dire “non vedente” invece di “cieco” o “nero” invece di “negro”, osservava la scrittrice denunciando l’ipocrisia con cui la nostra società, invece di intervenire concretamente per risolvere i problemi di disabilità e razzismo, preferiva cambiare le parole con un’operazione di marketing e di restyling lessicale, potremmo dire oggi in itanglese.
La vera battaglia per imporre un tipo di lingua da far prevalere avviene insomma sul piano della connotazione, come è avvenuto nel caso degli spazzini rimpiazzati dagli operatori ecologici, mentre “handicappato” (termine che inizialmente possedeva una connotazione positiva rispetto a “minorato” che si usava in passato) è stato poi sostituito da “disabile”, che poi è diventato “diversamente abile”. Visto che la discriminazione è nella nostra testa, più che nel lessico, finisce insomma che anche le nuove parole assumano presto l’analoga connotazione negativa che in un primo tempo volevano scalzare. E in questa corsa a cambiare le parole, che dagli anni Novanta insegue la filosofia del politicamente corretto – non a caso di matrice angloamericana – la novità è che sempre più spesso sono le parole in inglese a configurarsi come connotate positivamente. Ma se un anglicismo come “gay” diventa la parola più appropriata e “rispettosa” per designare chi è omosessuale, l’analogo italiano rischia di regredire o – peggio ancora – di essere proclamato prima o poi da qualcuno come “discriminante”.
Un cambio di paradigma per riappropriarci dell’italiano
Per evitare ogni fraintendimento, ribadisco che non ho alcuna intenzione né di difendere parole come “negro” che la storia ha ormai relegato nell’inferno lessicale, né di polemizzare per esempio sulla femminilizzazione delle cariche che nasce da esigenze sacrosante, quando è l’espressione di una reale esigenza che arriva dalle donne. Sto solo constatando, con spirito descrittivo, che da sempre le diatribe linguistiche hanno appunto a che fare con la connotazione, che è il risultato di pressioni storiche e sociali. Ma la connotazione è mutevole e soggettiva, e quando una parola storicamente neutra viene messa in discussione e caricata di una valenza negativa, non c’è solo la soluzione di cambiarla, si può anche lottare per conferirle una diversa connotazione positiva.
I poeti “decadenti”, per esempio, vennero in un primo tempo bollati con questa etichetta spregiativa dai loro avversari, ma la loro reazione fu quella di ostentare con orgoglio questa definizione e farla propria, riuscendo a cambiarne appunto la connotazione che ha acquisito un valore positivo e oggi “decadentismo” e “poeti decadenti” hanno assunto tutt’altra valenza (come i poeti “maledetti”). Nel caso della parola “negro” è avvenuto tutto il contrario, e se in un primo tempo l’orgoglio africano e il rivendicare una cultura alternativa a quella occidentale dominante aveva prodotto la parola “negritudine”, questa battaglia per la connotazione positiva di una parola che in certi ambienti era invece usata con disprezzo è stata persa, e oggi si parla solo di “neri”.
Davanti alla connotazione più prestigiosa degli anglicismi, la questione è la stessa: o ci riappropriamo con fierezza delle nostre parole, senza servili e provinciali complessi di inferiorità, e riusciamo a dare loro una connotazione “alta” nel linguaggio pubblico, oppure l’italiano è destinato a cedere il posto all’inglese e a trasformarsi in un ibrido. E se gli anglicismi non cominceranno a essere stigmatizzati così come si stigmatizza ciò che è discriminatorio e non inclusivo, non se ne esce. Purtroppo, le cose stanno andando diversamente, e il fortissimo revisionismo linguistico che muove chi controlla il dibattito pubblico (e ha nelle mani le sorti dell’italiano) sta cambiando i connotati del nostro idioma e ci sta portando verso il nostro suicidio linguistico e culturale.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano -
Mi segnalano:
"Bisogna inserire un bot di sicurezza che *detecta* automaticamente queste parole e banna. C'è proprio la lista delle parole bannate"
Ormai 'bannare' per quanto brutto mi sa che ce lo teniamo, ma che diamine di senso ha il verbo DETECTARE???
"Rilevare" no eh?
#itanglese #anglicismi #usailcervello
#vogliadiesserecolonia -
Mi segnalano:
"Bisogna inserire un bot di sicurezza che *detecta* automaticamente queste parole e banna. C'è proprio la lista delle parole bannate"
Ormai 'bannare' per quanto brutto mi sa che ce lo teniamo, ma che diamine di senso ha il verbo DETECTARE???
"Rilevare" no eh?
#itanglese #anglicismi #usailcervello
#vogliadiesserecolonia -
Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano
Di Antonio Zoppetti
Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.
Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.
Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello
L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.
Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:
“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”
E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”Puttanieri e giornalisti
Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”
Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.
Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.
Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.
E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.
La newlingua dei padroni
Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.
Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.
Riporto il passo di Zancan:
“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea a un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.
Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.
PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #LoTsunamiDegliAnglicismi #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano
Di Antonio Zoppetti
Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.
Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.
Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello
L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.
Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:
“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”
E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”Puttanieri e giornalisti
Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”
Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.
Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.
Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.
E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.
La newlingua dei padroni
Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.
Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.
Riporto il passo di Zancan:
“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea a un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.
Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.
PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #LoTsunamiDegliAnglicismi #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
L'italiano rischia di diventare un "dialetto"? La Crusca lancia l'allarme
L'Accademia della Crusca ha rotto un lungo silenzio. Con un intervento pubblicato sul sito ufficiale dell'istituzione come "Tema del mese", il presidente Paolo D'Achille ha sollevato una questione che linguisti e appassionati della lingua dibattono da anni, ma che raramente trova spazio nel...
https://italofonia.info/litaliano-rischia-di-diventare-un-dialetto-la-crusca-lancia-lallarme/
#Accademia della Crusca #itanglese -
Mangiano solo cibi con ingredienti 100℅ italiani ma poi infarciscono tutto con l'itanglese
#itanglese @itanglese -
Mangiano solo cibi con ingredienti 100℅ italiani ma poi infarciscono tutto con l'itanglese
#itanglese @itanglese -
L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa
Di Antonio Zoppetti
Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).
La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.
Dialettizzazione: cosa significa concretamente?
Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?
Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.
Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia
Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.
Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.
Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.
L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille
L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.
Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.
Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.
Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”
E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).
Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa -
L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa
Di Antonio Zoppetti
Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).
La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.
Dialettizzazione: cosa significa concretamente?
Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?
Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.
Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia
Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.
Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.
Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.
L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille
L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.
Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.
Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.
Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”
E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).
Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa -
Nuova alzata d'ingegno trasmessa il 7/03/2026 durante l'edizione delle 19:30 del TG3 Toscana: la bread editor!
Non ho parole... -
Il reato di “freezing” e il congelamento della lingua italiana
Di Antonio Zoppetti
La settimana scorsa, in Parlamento, ci sono stati duri scontri sul cosiddetto “Ddl stupri” per riformare la legge sui reati sessuali, anche se alla fine non è stato raggiunto alcun accordo e tutto si è per il momento arenato.
Dal punto di vista legislativo la questione spinosa era legata alle modalità di esprimere il consenso all’atto sessuale: deve essere “esplicito” (dunque senza un “sì” ci può essere la punibilità) o più semplicemente “riconoscibile” (dunque un’accettazione manifestata in altre modalità rispetto a quelle verbali)? Oppure è violenza solo in caso di manifesto “dissenso”?
Mentre infuriava la polemica su questo passaggio, dal punto di vista linguistico è emerso un anglicismo che ha tutte le caratteristiche per attecchire, se il dibattito tornerà in primo piano, e cioè il concetto di “freezing” che moltissimi giornali si sono immediatamente affannati a divulgare. E, come al solito, ci hanno martellato con il “nuovo reato di freezing” in modo improprio, visto che non è il “congelamento” (mentale) a essere un reato, e soprattutto questa parola non è affatto inclusa nella proposta di legge, ma ricorre solo nel dibattito in proposito.
Nel sommario della discussione avvenuta in Senato, per esempio, il freezing è stato esplicitamente utilizzato due volte, come fosse un tecnicismo ricorrente, per indicare il “blocco emotivo” davanti a un approccio sessuale inaspettato, dunque il rimanere paralizzati, impietriti, pietrificati, sbigottiti, incapaci di reagire… in altre parole un concetto antico e vecchio come il mondo – congelamento in senso letterale o lato – che però oggi si vuole esprimere in inglese come fosse una novità, in una più ampia ri-concettualizzazione delle cose in questa lingua (il “lessico del nuovismo”).
Colpisce che nella discussione sia proprio il presidente Giulia Bongiorno (lo riporto la maschile come piace a lei) a citare il “cosiddetto freezing” per indicare il “congelamento mentale” e l’impossibilità di esprimere il proprio dissenso/consenso davanti a un approccio a sorpresa. Nel 2018, infatti, quando la Bongiorno era ministro della Pubblica Amministrazione, si era espressa esplicitamente (dissenso esplicito?) contro l’eccesso di inglese nel settore su cui si riproponeva di intervenire. Ma si sa che tra il dire e il “parlare” c’è di mezzo la lingua d’oltremare… dunque da dove viene questo “freezing” che sgorga proprio dalla sua bocca?
Freezing: dalla lingua di settore a quella comune
L’espressione circola già da qualche anno in ambito legislativo, e proviene da quello psicologico. Il fatto è che se l’inglese si configura come la lingua internazionale della scienza, poi anche tutta la concettualizzazione terminologica finisce per essere importata in inglese, e dunque la paralisi o il congelamento della mente diventa freezing, ma in questo modo è la lingua italiana a essere congelata.
Come andrà a finire?
La questione degli anglicismi incipienti è molto complessa, perché quotidianamente siamo bombardati da centinaia e centinaia di parole inglesi che vengono “virgolettate” senza alcuna traduzione in ogni settore, in una sorta di gara in cui ogni addetto ai lavori privilegia le parole d’oltreoceano (vedi il “board of peace” che impazza solo in italiano, visto che francesi, spagnoli portoghesi, tedeschi… traducono il concetto nella propria lingua). Ho paragonato questo fenomeno a quello della “panspermia”, che è il modo di riprodursi delle ostriche e di molti animali che spargono migliaia e migliaia di larve nell’ambiente. La maggior parte è destinata a morire o a diventare cibo per altri animali, ma la conservazione della specie è garantita dai pochi sopravvissuti che riescono a crescere e a riprodursi. Se la strategia di riproduzione dei mammiferi si basa perlopiù su una prole dal numero molto ridotto che però viene educata e protetta dai genitori sino all’età adulta, quella delle tartarughe consiste in un gran numero di esemplari che vengono invece abbandonati, tanto qualcuno in qualche modo si salverà e potrà a sua volta riprodursi. Gli anglicismi si moltiplicano nell’italiano con questo stesso schema: vengono sparsi in tutto il mondo dall’espansione dell’inglese globale e la maggior parte è destinata a non attecchire, a rappresentare delle espressioni usa e getta che passata la contingenza svaniscono, ma un piccolo numero al contrario attecchisce, si radica e quel punto tende alla moltiplicazione: se un congelatore è freezer e la pratica di congelare gli ovuli per una maternità futura è chiamata “social freezing”, poi freezing entra nel linguaggio degli psicologi al posto di paralisi mentale, e viene ripreso da chi legifera, mentre a livello più popolare si comincia a parlare di freezare (o frizare) in sempre più ambiti e contesti anche in senso lato.
Davanti a questo fenomeno, molti linguisti ritengono che gli anglicismi siano una moda passeggera destinata a svanire o parole usa e getta dalla vita breve – dunque non rappresenterebbero un problema – ma questo punto di vista non tiene conto del fattore “panspermia” che regola con successo la riproduzione di molte specie da milioni di anni, e soprattutto l’obsolescenza è un fenomeno che non riguarda solo gli anglicismi incipienti, ma un po’ tutti i neologismi, anche quelli in italiano. Dunque tra i neologismi – inglesi e italiani – registrati della Treccani la maggior parte svaniranno (il che non significa che “tutti” i neologismi siano obsolescenti), ma tra quegli elenchi ci saranno anche le parole che attecchiranno ed entreranno nei dizionari del futuro.
Se tra queste ci sarà anche “freezing” è difficile dirlo, di sicuro la parola sta facendo il salto da tecnicismo alla lingua comune, visto che i giornali lo stanno divulgando e affermando. E tutto lascia presagire che se il dibattito politico sulla legge sulla violenza sessuale prossimamente si riaprirà con le stesse polemiche della settimana scorsa – amplificate dai titoli e dalle sintesi mediatiche – si radicherà come è avvenuto nel caso di mobbing, stalking e simili, altrimenti rimarrà una parola “congelata” nel proprio ambito psicologico da cui proviene e forse regredirà.
Certo, se davanti all’italiano smettessimo di fare le ostriche e ci comportassimo da mammiferi – come auspicava la Bongiorno quando era ministro – la nostra lingua si arricchirebbe, invece di regredire. Ma a questo punto poco importa che freezing si radichi o svanisca: in fondo è solo uno degli oltre 4000 anglicismi già radicati e registrati dai dizionari, e un anglicismo in più o in meno non fa differenza. La battaglia per la tutela del nostro patrimonio linguistico non sta nelle singole scelte lessicali – che studiano i linguisti – bensì nella nostra attuale anglomania, un terreno che andrebbe studiato da un punto di vista sociologico e in qualche caso anche psicologico.
Per evitare di frizare l’italiano occorre un cambio di paradigma: dovremmo smettere di considerare l’inglese e gli anglicismi come qualcosa di più solenne e prestigioso, dovremmo in fin dei conti smetterla di vergognarci della nostra lingua e riappropriarcene con orgogliosa gioia. Solo così, le parole inglesi, a poco a poco, regredirebbero spontaneamente e potremmo ritornare a parlare di tesserino invece di badge, di luogo invece di location, di tavola da sci invece di snowboard, di scarpe sportive invece di sneakers e via dicendo.
Purtroppo, le attuali contingenze storiche, politiche, culturali e sociali indicano che la direzione che abbiamo preso è un’altra, e anche se freezing dovesse svanire ci sarebbero altri 100 anglicismi pronti a prenderne il posto. E invece di ragionare sull’obsolescenza degli anglicismi, certi linguisti farebbero meglio a occuparsi di quella dell’italiano che davanti alla moltiplicazione dissennata delle nuove parole a base inglese, non fa altro che perdere terreno.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa
-
Il “board” di Trump e l’inglese che straborda nell’italiano
di Antonio Zoppetti
In questi giorni, i consueti picchi di stereotipia giornalistici che – in gregge – si affannano a ripetere e diffondere l’inglese ci martellano con il “board” di Trump, decurtazione di “Board of Peace” (scritto preferibilmente con le maiuscole all’americana).
Questo “tavolo”, “consiglio” o “comitato” per la pace è stato inizialmente concepito per gestire la ricostruzione della Striscia di Gaza, ma subito dopo è sparito ogni riferimento a quella situazione contingente e si sta configurando come un ben più ampio organo che mira al controllo, alla gestione e alla risoluzione dei conflitti internazionali. In poche parole è un progetto per delegittimare e cancellare l’Onu – inizialmente voluto e controllato dagli Usa, ma poi sfuggito loro di mano – e sostituirlo con un comitato sotto la guida dell’imperatore Trump, in cui si può entrare pagando un miliardo di dollari.
Tutto l’apparato mediatico è fortemente critico nel riportare la notizia, dal punto di visto politico, ma non da quello linguistico. E così, se il presidente statunitense è presentato come un nuovo tiranno che con il suo “club” punta a gestire il “racket” della “governance” mondiale – per usare la lingua dei giornali invece di quella dei cittadini – la scelta di riportare le sue parole in inglese non è altrettanto “tirannica” per i suprematisti dell’angloamericano che compongono la nostra classe dirigente.
Mentre nell’italietta colonizzata circola solo la notizia del board (“of peace” si può anche omettere, c’est plus facile) e l’idea che per essere “internazionali” è opportuno ostentare la lingua dei padroni, i giornalisti francesi e spagnoli hanno un approccio diverso nel dare la stessa notizia: quello di riportarla nella propria lingua madre.
Dunque, sui giornali come El Paìs o El Mundo si ricorre allo spagnolo (“Junta de paz”), su Le Figaro o Le Monde si ricorre al francese (“conseil de la paix”) e anche in Portogallo si parla di “Conselho de Paz”, sia sulle testate conservatrici come il Diário de Notícias sia su quelle progressiste come l’Expresso.La storia di “board” in italiano
Il Devoto Oli registra l’anglicismo board come una parola comparsa nel 1977 nel suo significato di collegio, comitato (letteralmente tavolo del consiglio), ma questa prima sporadica attestazione si è diffusa e radicata solo in seguito.
Nello stesso anno, Roberto Vacca (sotto lo pseudonimo di Giacomo Elliot) aveva dato alla luce il libro Parliamo itangl’iano in cui ragionava con toni molto ironici sulle espressioni in inglese che si stavano diffondendo. Il sottotitolo era infatti “Le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuol fare carriera”. Erano voci legate soprattutto al linguaggio aziendale e lavorativo, e tra queste c’era anche “boardroom” cioè “la sala in cui si riunisce il consiglio d’amministrazione di una società per azioni. (…) Per brevità si dice spesso semplicemente board” come se sedersi a un board – chiosava l’autore – fosse qualcosa di più influente rispetto a essere un semplice “consigliere di amministrazione”.
Da allora le cose sono molto cambiate, e oggi gli anglicismi che servono per “sopravvivere” non sono più 400, ma 4.000, stando ai dizionari.
Ricordo che da giovane, a metà degli anni Novanta, lavoravo in una società che sperimentava l’editoria elettronica, e da semplice redattore ero poi stato ammesso nel comitato editoriale. Dieci anni dopo, quando invece collaboravo per una televisione dedicata ai libri, facevo parte del “board editoriale”, un’espressione nel frattempo non solo normalizzata, ma connotata di una maggiore solennità ed efficienza, per tornare alle pungenti riflessioni di Roberto Vacca, che ormai, invece di farci ridere, dovrebbero farci riflettere sul nostro attuale suicido linguistico.
Intanto, l’espansione incontenibile dell’inglese ha prodotto una miriade di nuove parole composte da board, che letteralmente indica semplicemente una tavola, e così si sono diffusi gli skateboard ed è arrivato lo snowboard, hanno preso piede gli storyboard, in informatica si è introdotta la dashboard per indicare un pannello di controllo, e tra tantissimi altri composti del genere c’è chi preferisce parlare di keyboard invece che di una semplice tastiera. L’importazione dell’inglese non è insomma il mero ricorso a singoli anglicismi isolati, si salda in una rete di parole tra loro interconnesse, e in una serie di espressioni che si rafforzano a vicenda e si espandono nel nostro lessico a scapito dell’italiano.
Questo allargamento avvenuto nel caso di board non è perciò un esempio stravagante e isolato, è un po’ tutto così nel nuovo “italiano” borderline (che però non deriva da board) sempre più incapace di evolversi con le proprie risorse. Le nostre parole storiche vengono così dismesse per sfoggiare l’inglese, e in questo nuovo contesto in cui prende corpo l’itanglese, talvolta vengono abbandonate, oppure regrediscono a scelte lessicali inferiori, popolari, meno solenni o poco appropriate. Come se la lingua del bel paese dove il sì suona appartenesse al passato e dovessimo vergognarcene di fronte alla supremazia e alla solennità dell’angloamericano.
Se nel Medioevo la lingua alta della scrittura e della cultura internazionale era il latino mentre le masse e il popolino parlavano e capivano solo il volgare, questa stessa diglossia – cioè la presenza di due lingue gerarchizzate che non possiedono la medesima autorevolezza – in seguito ha riguardato il toscano che si è affermato nel Paese come lingua nazionale a scapito dei dialetti, lingue inferiori, rozze, da epurare e toscanizzare. E proprio quando, nel Novecento, l’italiano ha smesso di essere una lingua un po’ artificiale e libresca il cui apprendimento richiedeva assidui studi (soprattutto per chi non era toscafono di nascita) per diventare patrimonio di tutti e lingua naturale, ecco che sta prendendo piede una nuova diglossia in cui è l’inglese a essere la lingua alta della cultura, della scienza e delle élite. La conseguenza e l’effetto collaterale di questa visione è un’analoga “diglossia lessicale” – come l’ho chiamata – che porta a preferire l’inglese anche sul piano interno, e dunque ad anglicizzare la nostra lingua in modo selvaggio. L’inglese “internazionale” e delle multinazionali, cioè il globish o globalese, e l’itanglese – passando al piano interno – sono dunque le due facce della stessa medaglia.
L’inglese internazionale nel nuovo scenario geopolitico
Mentre noi continuiamo a essere un Paese satellite degli Usa dal punto di vista politico, economico, militare, culturale, sociale e dunque linguistico, dovremmo invece prendere atto della svolta trumpiana che ha deciso di “divorziare” dall’Europa, e a quanto pare anche dalla Nato e dall’Onu.
Nel nuovo scenario geopolitico il Golfo del Messico è stato ribattezzato da Trump “Golfo d’America” (e Google Map ha subito provveduto ad aggiungere nelle sue mappe la nuova denominazione), e tra minacce al Canada e alla Groenlandia, dazi, retromarcia sul fronte della guerra in Ucrania, bombardamenti dell’Iran e rapimenti di Maduro in Venezuela, board of peace per trasformare Gaza in un villaggio turistico e per ridisegnare l’ordine mondiale e accaparrarsi petrolio e terre rare… all’Europa, e all’Italia, non resterà che prendere atto di tutto ciò e darsi una svegliata: il “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio sullo sfondo della tragedia delle Torri gemelle è finito; gli americani non ci vogliono più, dunque o l’Ue si compatta e si affranca come qualcosa di autonomo o farà una brutta fine.
Dal punto di vista linguistico, nel nuovo scenario sarebbe anche ora di chiedersi perché l’Ue dovrebbe continuare nella sua politica linguistica di diffondere l’inglese e di perseguire l’obiettivo di farne una lingua “franca”, anche se di “franco” c’è ben poco: si tratta di ufficializzare la lingua naturale di Trump e degli anglofoni, la lingua dei padroni che vogliono imporre ed esportare a tutti. Dietro questo disegno ci sono interessi economici incalcolabili, per gli anglofoni che invece di studiare altre lingue preferiscono che siano gli altri a parlare la loro, e soprattutto ci sono altrettante devastanti conseguenze, per noi, che coinvolgono problemi etici e cognitivi, oltre che di identità linguistica e culturale. Trump lo sa benissimo e non è un caso che abbia per la prima volta reso l’inglese la lingua ufficiale d’America. Da noi, al contrario, le proposte di varare dei provvedimenti per la tutela dell’italiano davanti all’inglese che le forze oggi al governo presentavano ciclicamente quando erano all’opposizione, sono naufragate e sono state abbandonate, come l’idea di inserire l’italiano in Costituzione. Il che mostra come fossero soltanto delle sparate propagandistiche ed elettorali, visto che in Parlamento i numeri per realizzarle non mancano di certo.
Passando dall’anglicizzazione selvaggia dell’italiano all’inglese come lingua “internazionale”, possibile che in Europa nessuno metta in discussione anche il globish spacciato come lingua franca e come la soluzione comunicativa per ricostruire la torre di Babele con le fattezze di un grattacelo a stelle e strisce?
Possibile che l’Ue non prenda atto che l’angloamericano è entrato in crisi nello scenario globale? E che non ci conviene affatto spendere milioni di euro e investire nell’inglese come se fosse la nostra seconda lingua anche se non è così, visto che stando alle statistiche è conosciuto da una minoranza degli italiani, degli europei e anche della popolazione mondiale?
Smettere di investire sul globish per promuovere il plurilinguismo sarebbe un bel contro-dazio per reagire al bullismo trumpiano e contribuirebbe al nostro affrancamento e alla costruzione di una nuova identità. Ma in Europa tutto ciò sembra fantascienza.
In Cina l’hanno invece capito benissimo, e si stanno distaccando dall’inglese per promuovere la propria lingua che è quella più parlata nel mondo. Qualche tempo fa, anche Putin ha avuto un’uscita altrettanto chiara e significativa davanti al globish, e quando il portavoce tedesco gli si è rivolto in inglese gli ha ribattuto, piccato, per quale motivo un rappresentante della Germania dovesse rivolgersi in inglese a un russo (grazie a Carla Crivello che me l’ha segnalato).
Vuoi vedere che, davanti a questi esempi, invece di prendere atto della realtà, qualche suprematista anglomane che fino a ieri dava del “fascista” a chi si lamentava per gli anglicismi comincerà a dargli anche del putiniano o del cinese? Non mi stupirebbe. La propaganda anglomane interiorizzata nella mente della nostra classe dirigente è diventata una religione e una fede che non sente ragioni. Anche quando ci distrugge. Per cui va bene parlar male di Trump, che è cattivo, ma meglio farlo virgolettando le sue parole e la sua lingua, che nessuno pare voglia mettere in discussione. Nessun “board of european language” in vista, insomma, davanti alla dittatura dell’inglese che regna sovrana persino tra chi si proclama “sovranista”.
#anglicismiNelFrancese #anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globish #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa #spagnolo -
Perché il rispetto dell’italiano non fa parte della deontologia dei giornalisti?
Di Antonio Zoppetti
I giornalisti hanno enormi responsabilità sociali, e la loro funzione principale è quella di garantire il diritto all’informazione dei cittadini. Per esercitare la loro professione devono essere iscritti a un albo, la cui istituzione risale al 1925, durante il fascismo (“l’esercizio della professione giornalistica è consentito solo a coloro che siano iscritti negli albi stessi”, art. 7). Ai tempi del regime l’ordinamento era legato anche a un certificato di “buona condotta politica” che veniva rilasciato dal prefetto ma, in epoca repubblicana, una nuova legge del 1963 ha modificato il codice fascista anche se l’Ordine dei giornalisti non è stato affatto abolito. E così, se per essere uno storico, un critico letterario, un divulgatore scientifico o un linguista non occorre alcuna “licenza”, un giornalista è considerato alla stessa stregua di un medico o di un avvocato che – per la sua responsabilità sociale – può esercitare solo se iscritto a un albo professionale regolamentato dallo Stato.
Questo ordinamento rappresenta un’anomalia in Europa, visto che negli altri Paesi (ma vale anche per il Regno Unito o gli Usa) l’autoregolamentazione della professione non è gestita dallo Stato, ma dalle associazioni di categoria, dai sindacati e dalla registrazione delle testate. E infatti, l’esistenza di un albo ha da sempre sollevato diverse critiche e negli anni Sessanta alcuni Tribunali hanno addirittura posto la questione di una sua illegittimità costituzionale, anche se poi è stata respinta. L’idea che quella dei giornalisti sia una “casta” e che l’obbligo per legge di una “patente” per esercitare la professione sia una forzatura ha comunque una sua fondatezza e una sua circolazione, tanto che nel 1997 il Partito Radicale ha indetto un referendum per abrogare l’ordine dei giornalisti, che non ha però raggiunto il quorum, benché più del 65% dei votanti fosse favorevole.
Fatte queste premesse, l’esistenza dell’Ordine implica che i giornalisti debbano operare seguendo alcuni principi etici o deontologici previsti dalla legge, purtroppo un po’ vaghi, generici e che non li vincolano affatto a esprimersi in italiano.
I principi deontologici dei giornalisti
Nel 2015, le variegate carte deontologiche in circolazione sono confluite in un documento unitario, il Testo unico dei doveri del giornalista, che è stato poi aggiornato, e l’ultima versione che ha introdotto anche la questione dell’uso dell’intelligenza artificiale è entrata in vigore nel giugno del 2025. Che cosa prevedono questi doveri?
Ci sono articoli che sanciscono la propria libertà di critica e di informazione (e quella del diritto all’informazione dei cittadini), oltre che la propria autonomia e indipendenza. Venendo invece ai “doveri nei confronti delle persone” ci sono indicazioni che tutelano la riservatezza dei dati personali, il rispetto delle persone fragili e vulnerabili, dei minorenni, delle discriminazioni di genere… ma non c’è una riga che riguarda la “lingua italiana”, che non fa parte del codice deontologico. Questa lacuna non deve stupire, è la stessa che caratterizza la nostra Costituzione, che non sancisce che l’italiano è la nostra lingua. Dunque, la deontologia del giornalista non prevede l’uso della lingua italiana e il rispetto del nostro patrimonio linguistico. E così per molti giornalisti la discriminazione delle parole italiane che vengono sempre più dismesse per sfoggiare l’inglese, soprattutto nei titoloni, non è importante né vincolante. Perché il Corriere – ma anche le altre testate – parla sistematicamente di AI invece di IA (Intelligenza Artificiale)?
Perché il giornalista medio – come il rappresentante medio della nostra attuale egemonia culturale – è un anglomane che preferisce ricorrere volutamente all’inglese per motivi stilistici e snobistici. E se qualcuno osa protestare davanti a scelte come green invece di ecologico, climate change invece di cambiamento climatico o workshop invece di seminari, la sua argomentazione preferita è quella di confondere le acque e tirare in ballo il fascismo – che ha creato l’ordine dei giornalisti di cui fa parte, non dimentichiamolo – come se l’anglicizzazione dell’italiano perseguita dalla classe dirigente del nuovo millennio avesse qualcosa a che vedere con la guerra ai barbarismi del regime. Il problema, naturalmente, non sono i “forestierismi”, ma l’anglicizzazione selvaggia perpetrata da chi si vergogna dell’italiano e ha la testa immersa solo nell’angloamericano, perché considera il ricorso all’inglese un elemento di “internazionalità” e di modernità, invece di una sorta di colonizzazione che diffonde la lingua e la visione di una cultura dominante che si espande a scapito delle altre.
Nell’immagine la recente autocelebrazione del Corriere che si vanta di “parlare a tutti” è affiancata a qualche articolo che mostra una realtà ben diversa.Un’altra giustificazione del ricorso all’inglese si basa sul fatto che certi anglicismi siano ormai “in uso”, il che non è sempre vero, visto che i giornalisti sono i principali “untori” che introducono nuovi anglicismi e li affermano, come è avvenuto nel caso del lockdown, comparso improvvisamente su ogni mezzo d’informazione il 17 marzo 2021 e da quel giorno in poi divenuto “LA” parola unica e stereotipata per indicare il confinamento durante il covid. Ricordo un servizio di Mentana che mi pare emblematico: dopo una settimana di aperture martellanti del tg con la questione del lockdown – che prima del 17 marzo era indicato con parole come serrata, blocco, quarantena, chiusura, zone rosse… – ha pronunciato la parola lockdown allargando le braccia e aggiungendo rassegnato: “Come ormai si dice”. I giornalisti, insomma, prima hanno introdotto una parola sconosciuta a tutti, e poi – una volta affermata – si sono appellati alla sacralità dell’uso. Ma anche quando il ricorso all’inglese è davvero preesistente, rimane il problema del rispetto del nostro patrimonio linguistico oltre che quello della trasparenza. Il giornalista si sente “libero” di parlare di smart working invece di telelavoro, come se questa scelta appartenesse alla propria sfera privata, ma se c’è un Ordine dei giornalisti regolamentato dallo Stato la sua libertà dovrebbe essere vincolata al rispetto della lingua italiana e dei cittadini, che dovrebbe diventare un dovere verso le persone. Se la funzione principale del giornalismo è quella di garantire il diritto all’informazione, bisognerebbe introdurre il principio per cui i cittadini hanno il diritto di essere informati nella propria lingua naturale, non in inglese. Ma questo presupposto non si trova in Italia, al contrario di quanto avviene in Paesi come la Spagna o la Francia.
I giornalisti spagnoli e francesi
L’anglicizzazione dell’italiano – che molti intellettuali e addetti ai lavori negano – non è paragonabile a quella dello spagnolo o del francese, dove invece il dibattito sulla questione esiste. L’abissale differenza di mentalità ha delle ragioni storiche, sociali e politiche molto consistenti. Lo spagnolo è la seconda lingua più diffusa al mondo dopo il cinese, e i madrelingua spagnoli sono ben di più di quelli anglofoni. Dagli anni Cinquanta le accademie degli oltre venti Paesi in cui si parla il castigliano collaborano per mantenere l’uniformità della lingua. Nel 2005 hanno presentato a Madrid il Dizionario panispanico dei dubbi in un evento a cui hanno partecipato i responsabili di quasi tutti i giornali più importanti, che hanno sottoscritto un testo fondamentale in proposito:
Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Diccionario panhispánico de dudas (2005) , e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa (cfr. Gabriele Valle, “Lʼesempio della sorella minore”, p. 757).
E così questo strumento linguistico si è imposto come un manuale virtuoso tra i giornalisti ispanici, che ne seguono i principi anche nel preferire la terminologia spagnola a quella inglese, che infatti nei giornali si trova molto di rado e non ha un impatto devastante come da noi.
Diversissima è anche la situazione francese, che nel 1992 ha inserito in Costituzione la propria lingua. Lì, il dibattito sull’impatto dell’inglese risale agli anni Sessanta, e dopo varie misure per la tutela del francese che a partire dagli anni Settanta sono state varate da governi di destra e di sinistra, è arrivata la legge Toubon che ha vietato l’uso di parole straniere nella comunicazione pubblica e istituzionale, e non in nome di una nostalgica autarchia linguistica di sapore fascista, ma in nome della trasparenza e del rispetto dei cittadini e anche del proprio patrimonio linguistico storico. In un primo tempo il provvedimento riguardava anche la lingua dei giornali, ma queste restrizioni sono poi state smussate dalla Corte Costituzionale in nome della libertà di espressione. E così oggi ci sono giornalisti che preferiscono ricorrere agli anglicismi, come da noi, e altri che invece li evitano come la peste, ma almeno esiste un dibattito in proposito, che da noi manca. In ogni caso i giornalisti francesi si autoregolano, non sono sottoposti a un ordine governato dallo Stato. Inoltre, la differenza più significativa rispetto al caso dell’italiano è che in francese – come in spagnolo – le alternative agli anglicismi esistono, sono promosse dalle istituzioni, ci sono banche dati terminologiche ufficiali che traducono ogni anglicismo, dunque ricorrere all’inglese si configura come una scelta stilistica e sociolinguistica, e non come una “necessità”, come in Italia, dove non si vede niente del genere e i giornalisti anglicizzano ogni cosa sia perché credono che ciò non implichi alcun problema deontologico, sia perché da noi non esiste alcun ente per creare alternative ai concetti e ai termini inglesi che da noi circolano senza alternative.
Il servilismo e il provincialismo tipico italiano nei confronti dell’inglese è dunque un’anomalia tutta nostra, che è culturale e sociale prima di essere linguistica. In sintesi, l’assenza di una politica linguistica e di un’attività ufficiale e istituzionale per promuovere l’italiano davanti al globalese si riflette anche in un giornalismo che nasce dagli stessi presupposti e li amplifica. E in un quadro del genere, c’è ben poco da fare per cambiare questo andazzo, a parte denunciarlo e provare, invano, a remare controcorrente. Il problema è insomma politico: se esiste un ordine dei giornalisti gestito dallo Stato è lo Stato che dovrebbe includere tra i principi deontologici anche il rispetto della lingua italiana. Ma nessuno se ne preoccupa.
#anglicismiNeiGiornali #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica
-
Mi piacerebbe avere poteri magici per scatenare questo incantesimo: tutte le volte che un essere umano italiano pronuncia le parole "performare" e "performativo" gli arriva in faccia dal nulla un forte ceffone.
-
Mi piacerebbe avere poteri magici per scatenare questo incantesimo: tutte le volte che un essere umano italiano pronuncia le parole "performare" e "performativo" gli arriva in faccia dal nulla un forte ceffone.
-
Scopro che non si parla più di "saggi" ma di "opere di non-fiction".
E vai di ulcera anche oggi. -
Scopro che non si parla più di "saggi" ma di "opere di non-fiction".
E vai di ulcera anche oggi. -
I suprematisti dell’inglese
Di Antonio Zoppetti
La parola “suprematismo”, che all’inizio del secolo scorso indicava un preciso movimento artistico russo, da più di dieci anni ha acquisito una nuova accezione non più di settore, ma generale, registrata ormai tra i neologismi della Treccani (2014): “Ideologia che si fonda sulla presunta superiorità di un gruppo umano sull’altro o di una religione sull’altra.”
Nel suo significato storico, il termine era un adattamento del russo suprematizm (a sua volta derivato dal latino supremus), mentre la nuova accezione ci arriva dall’inglese supremacist, che indica chi rivendica la supremazia di qualcosa o qualcuno, e per esempio un male supremacist è un maschilista convinto della superiorità dei maschi, mentre i suprematisti bianchi teorizzano la superiorità della razza bianca o comunque il potere delle etnie bianche.
“Suprematismo” si può dunque considerare un “internazionalismo” concepito alla maniera di Leopardi, che aveva notato l’affermarsi ovunque di “europeismi” comuni a tutte le lingue (come dispotismo, analizzare, demagogo, fanatismo…) che avrebbe persino voluto raccogliere un dizionario. Anche se oggi si spacciano per “internazionalismi” le parole in inglese crudo, il poeta di Recanati aveva invece in mente le radici comuni a tutte le lingue che venivano adattate in ogni idioma. La distinzione è fondamentale, perché senza l’adattamento una lingua si sarebbe “corrotta”, ma visto che nel frattempo gli internazionalismi sono ormai quasi solo in inglese potremmo dire che la nostra lingua sia colonizzata, più che semplicemente corrotta.
Fatta questa premessa, l’interferenza dell’inglese arricchisce il nostro vocabolario, quando introduciamo il nuovo significato di “suprematismo” che non solo è adattato, ma è anche perfettamente amalgamato con il nostro sistema linguistico, al contrario per esempio di supremacism che mantiene la pronuncia e la grafia che appartengono alla lingua di provenienza.
E allora il nuovo concetto di suprematismo si può accogliere senza remore come un naturale sviluppo della nostra lingua che si evolve insieme alla storia, alla società e anche in relazione con le altre lingue. E, una volta accettata e fatta nostra la nuova accezione, potremmo usarla anche in altri modi rispetto a quelli in uso nell’anglosfera, dove il termine si impiega di solito per indicare (e criticare) l’ideologia basata sul suprematismo e il potere bianco (white power).Cosa ci impedisce, dunque, di applicare il nuovo significato ai contesti linguistici?
Il suprematismo davanti alle lingue
Perché il suprematismo – ritornando alla definizione della Treccani – dovrebbe limitarsi a indicare solo la “superiorità di un gruppo umano sull’altro o di una religione sull’altra” e non anche la superiorità di una lingua sulle altre?
La Wikipedia, per esempio, definisce il suprematismo o potere bianco “un movimento ideologico basato sull’idea generale che i bianchi siano superiori agli altri gruppi etnici” e precisa che il “termine è talvolta utilizzato per descrivere l’influenza che hanno personalità bianche nella scena politica e sociale globale” e che il “movimento sposa ideologie come il razzismo, l’identitarismo, il razzialismo e l’etnocentrismo”.
Se sleghiamo questi nuovi significati dal loro ancorarsi a situazioni contingenti e passiamo dal particolare al generale, forse sarebbe arrivato il momento di parlare esplicitamente anche del suprematismo linguistico, che al contrario degli altri non viene affatto stigmatizzato. E seguendo la stessa impostazione non ci resta che constatare che i suprematisti dell’inglese sono l’espressione di un’ideologa basata sull’idea che l’inglese sia superiore – o comunque più prestigioso – rispetto alle altre lingue. Le conseguenze di questa prospettiva sono la causa della moltiplicazione degli anglicismi crudi (termini spaccati di volta in volta come più evocativi/moderni/internazionali/maggiormente tecnici…), ma allo stesso tempo i suprematisti dell’inglese sono coloro che ne teorizzano l’egemonia sulla scena globale, e dunque vogliono fare dell’inglese la lingua dell’Ue, dell’università, della scienza… e creare le nuove generazioni bilingui a base inglese nell’intero Occidente (a dire il vero, un luogo che non c’è).
La principale differenza con il suprematismo bianco è che il suprematismo dell’inglese mediamente non è teorizzato, ma dato per scontato e imposto ai cittadini in modo surrettizio. E invece di venir tacciato di essere discriminante, viene esaltato e perseguito attraverso (costosissime) politiche linguistiche internazionali tutte a discapito delle lingue locali. Questo aspetto era denunciato con fermezza per esempio dalla ricercatrice finlandese Tove Skutnabb-Kangas: come il razzismo e l’etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo discrimina in base alla lingua madre e determina giudizi sulla competenza o non competenza dei cittadini nelle lingue ufficiali o internazionali, mentre il monolinguismo a base inglese era per lei un “cancro” a cui andrebbe contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici e del pluralismo, se non vogliamo essere complici del genocidio linguistico e culturale nel mondo (“I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità?”, 1999).
Chi sono i suprematisti dell’inglese e come operano
Il suprematismo dell’inglese nasce dalle politiche neo-coloniali dei Paesi dominanti e dell’anglosfera, che hanno tutta la convenienza a esportare la propria lingua naturale nel loro nuovo impero culturale globalizzato. E così a livello lessicale si diffonde la terminologia in inglese delle multinazionali, mentre la lingua inglese nella sua interezza diviene più o meno ufficialmente quella dell’aeronautica, dei militari, delle organizzazioni internazionali, della scienza, del lavoro…
A favorire e legittimare questa espansione che dà per scontato che tutto il mondo dovrebbe imparare la lingua nativa dei popoli dominati – che non studiano altre lingue e proferiscono che tutti gli altri parlino la loro – ci sono poi i “collaborazionisti” tutti interni che sposano questa visione, e ostentano l’uso dell’inglese con compiaciuto orgoglio in un’alienazione della propria lingua madre vissuta come inferiore. Per costoro non sapere l’inglese è inaccettabile, è una grave forma di “ignoranza”, come se un poliglotta che conosce per esempio il francese, lo spagnolo e il tedesco valesse meno di chi parla solo l’inglese. Ed ecco che quando un politico italiano si trova a dover esprimersi in inglese in qualche contesto, scatta il giudizio mediatico: viene messo alla berlina per il suo cattivo inglese ridicolo (come è accaduto a Renzi, Rutelli e tanti altri), mentre viene esaltato per la sua padronanza dell’inglese nel caso di Draghi o della Meloni. Come se i giudizi sulla qualità di inglese raggiunta avessero qualcosa a che fare con la capacità di essere dei buoni politici.
I collaborazionisti del suprematismo dell’inglese, in Italia, sono i rappresentati dai ceti alti, dall’egemonia culturale di chi sta alla dirigenza, e visto che siamo un Paese satellite degli Usa (anche se ultimante il nostro amore sviscerato è sempre meno ricambiato) tutta la nostra cultura è una mera riproposizione di ciò che arriva d’oltreoceano.
Tra i fantastiliardi di esempi che si potrebbero fare della nuova lingua di classe a base inglese, ne riporto uno che mi ha segnalato Carlo Vurachi: si tratta di un articolo sull’Open innovation della direttrice dell’Osservatorio Startup Thinking del Politecnico di Milano (che per la cronaca è l’università che ha lanciato il progetto pilota di insegnare solo in inglese e di estromettere l’italiano dalla formazione). Nel pezzo (definito un guest post) pubblicato sulla rivista StartupItalia, si parla di joint-Venture e del recente fenomeno del Corporate Venture Building, delle competenze interne per sviluppare l’outbound rispetto all’inbound, del coinvolgimento del Top Management, di orizzonti temporali a volte sganciati dal business as usual, del corporate venture capital (oggi al 25% come componente dell’equity) e via così. La lingua è l’itanglese, non l’italiano, e in questo tipo di comunicazione i concetti sono riproposti direttamente in inglese (Open innovation mica innovazione aperta) e l’italiano si riduce a una lingua secondaria in cui spiegare le cose che si chiamano direttamente nella lingua superiore. In questo modo si educano gli italiani a questa terminologia e a questo abbandono della nostra lingua, e tutto ciò mi pare non sia altro che colonizzazione linguistica (o perlomeno lessicale) per chiamare le cose con il loro nome.
I suprematisti e collaborazionisti dell’inglese che operano in questo e in tutti gli altri ambiti, sono poi supportati da chi viene educato e colonizzato a questa lingua, a partire dai giornalisti che, invece di ricorrere all’italiano riprendono il gergo anglicizzato tecnico e lo ripropongono senza filtri a tutti. In questo processo, come aveva compreso Gramsci, questo modello linguistico ostentato dalle classi egemoni finisce per diventare un modello che per forza di cose si estende ed è poi imitato anche dalle masse nazional popolari: se l’esperto e il giornalista parlano di Open innovation al posto di innovazione aperta finisce che anche l’uomo della strada ripeterà in inglese lo stesso concetto, visto che l’italiano viene estromesso e regredisce. Ma anche Orwell aveva perfettamente compreso che l’affermazione di una lingua non è affatto un processo democratico, ma avviene “grazie all’azione consapevole di una minoranza”. Nel suo 1984, immaginava proprio come il Grande Fratello cercasse di imporre la Novalingua sulla Veterolingua, perché la lingua è potere, e il suo controllo è strategico. Oggi questa newlingua è agevolata dai nuovi strumenti come la cosiddetta intelligenza artificiale, e infatti se interroghiamo lo strumento denominato da Google in inglese – AI Mode e non modalità IA – su cosa sia l’Open innovation ci spiega che si tratta di un modello strategico che prevede la collaborazione con partner come le startup, in un processo collaborativo di condivisione delle risorse interne (licenze, spin-off) rivolte ad altre aziende (modello inside-out), da cui si mutuano allo stesso tempo altre risorse (modello outside-in) anche sfruttando il crowdsourcing.
È così che le lingue, giorno dopo giorno, regrediscono e, incapaci di evolversi con le proprie risorse, finiscono per essere fagocitate dalla lingua superiore praticata dai suprematisti dell’inglese.
Dunque sui giornali gli animali domestici diventano pet (persino i gatti hanno nomi in inglese come Molly), il lavoro da casa è smart working, le anteprime sono trailer, i documentari sono ribattezzati docufilm, e le associazioni suprematiste si denominano in inglese, come l’Italian resuscitation council (il Gruppo “Italiano” per la Rianimazione Cardiopolmonare)
Sarebbe ora di riflettere sul fenomeno con maggiore consapevolezza, e anche di denunciare chiaramente che tutto ciò non significa essere moderni e internazionali, ma soggiogati da un cultura e da una lingua superiore. E che sul piano etico, oltre che pratico, i suprematisti dell’inglese non sono affatto qualcosa di diverso dai suprematisti bianchi, rappresentano un’analoga forma di sopraffazione.
Anche se ormai nella nostra società sempre più globalizzata negli shop (come si rinominano i negozi) si vendono biglietti con gli auguri di Natale in inglese (ma vale anche per gli happy birthday) e anche le icone e le gif animate da inserire nelle e-mail sono spesso direttamente in inglese, al punto che bisogna cercare bene per trovare qualcosa in italiano, in queste feste evitate di augurare Merry Christmas and a Happy New Year allo zio Pino. Evitate il suprematismo dell’inglese e siate orgogliosi del nostro italiano, almeno di quello che ne resta.
Auguri e buone feste a tutti.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa
-
*In questa BOX trovi*
Foto di una pubblicità sul “Robinson” di oggi (7/12/2025).
Tralasciando la qualità degli articoli della rivista, questo è il modo in cui una casa editrice come “Il Saggiatore” decide di pubblicizzarsi... non aggiungo altro!#Itanglese #VogliaDiEssereColonia #Libri #IlSaggiatore #Cultura
-
Il “baby blues” e il senso di inadeguatezza dell’italiano (sarà l’italian blues?)
Di Antonio Zoppetti
Fino a pochi anni fa in “italiano” il blues era solo un genere musicale, intradotto come il rock, il jazz, il country, il gospel e via cantando. In inglese la parola significa malinconia, tristezza (anche depressione) ed è stata associata a una musica che esprimeva ed evocava appunto questo stato d’animo. Durante gli anni del fascismo, quando la censura delle parole – ma anche della cultura d’oltreoceano – si faceva sempre più pesante e persino il jazz fu formalmente vietato, tra i melomani circolavano canzoni clandestine dai titoli tradotti letteralmente, come “Le tristezze di San Luigi” (St. Louis Blues), che erano espedienti per aggirare i divieti, e venivano dichiarate così anche nei bollettini dei diritti d’autore, dove anche gli autori erano camuffati allo stesso modo, e Benny Goodman o Louis Armstrong diventavano Beniamino Buonuomo o Luigi Braccioforte.
Ma oggi il baby blues non è una musica eseguita da baby band (da non confondere con lo pseudoanglicismo baby gang), bensì una sindrome transitoria post-parto che colpirebbe ben l’85% delle neomamme, dunque una condizione di tristezza “normale”: stando alle statistiche le anormali sarebbero caso mai le donne che non la subiscono (solo il 25%).
E così, il Corriere di oggi — attraverso l’etichetta “da sapere” — ci educa tutti a questa nuova espressione con il consueto titolo che ci spiega di che cosa si tratta, e come non confondere questo disturbo con la depressione post-parto vera e propria. L’occasione non ci arriva direttamente da qualche studio medico d’oltreoceano, ma di rimbalzo, da un libro della nuotatrice Federica Pellegrini che racconta la propria esperienza.
Il passaggio è importante, perché segna il riversamento dell’espressione in inglese dalla terminologia medica (coloniale) in voga tra gli addetti ai lavori (colonizzati nella mente) alla lingua comune. E con la sua popolarità, la sportiva azzurra diventa una testimonial (per usare un altro pseudoanglicismo tipicamente italiota) della nuova parola.
Perché una mamma italiana, invece di esprimere il suo vissuto in italiano, deve ricorrere all’inglese per raccontare il suo comprensibile sgomento davanti alla maternità e al repentino cambio di vita che comporta?
Perché in un paese satellite come il nostro tutto gravita intorno all’anglosfera. Questa reazione psicologica davanti alla prole è stata studiata negli Stati Uniti ed è stata definita nella propria lingua, il che è perfettamente normale. Non è invece normale che la medicina italiana, al posto di esprimere le cose e i concetti in italiano, adotti la terminologia inglese e solo quella. Ma del resto quando la medicina (e la scienza) si studia direttamente in inglese, e quando anche le università puntano all’insegnamento in inglese, queste cose sono all’ordine del giorno. Basta cercare “baby blues” su Google per accedere a una sterminata documentazione specialistica (ospedali, associazioni, riviste mediche…) che spiegano il baby blues – ma si può dire anche maternity blues per chi ama i sinonimi –.
E in italiano come si dice?
Questo invece non si trova. Nessuno si pone nemmeno il problema di dirlo in italiano. Tra le variegate “definizioni” di questo disagio si trova un po’ di tutto. C’è chi fissa l’insorgenza della reazione emotiva tra il terzo e il quinto giorno dopo il parto – come fa l’IA di Google che però si chiama in inglese: AI mode – , c’è chi allarga la finestra ai primi 15 giorni e chi rimane sul vago, ma tutti si prodigano a differenziare il nuovo concetto anglicizzato rispetto alla vecchia idea della “depressione post-parto” che è invece uno disagio psichico più profondo e lungo. Siamo al non-è-proprismo, insomma: il nuovo concetto in inglese ha l’esigenza di differenziarsi da ciò che già c’è, per avere il suo perché, dunque è importante sottolineare che il baby blues non è proprio come la depressione post-parto, è qualcosa di diverso che ha la sua inesprimibile sfumatura. In questo caso è la sua transitorietà, il suo essere un sentimento passeggero e il suo essere un fenomeno così comune da essere normale. Ma guai a definire tutto ciò con parole italiane e comprensibili come transitorio o passeggero… il nuovo concetto si chiama baby blues. Punto. Solo se persiste allora si può tornare all’italiano e parlare di “depressione”.
Se le mamme che soffrono di baby blues si ritrovano a gestire una transitoria “tristezza ingiustificata”, degli sbalzi d’umore che portano a “pianti immotivati” e a una generale “sensazione di inadeguatezza”, anche davanti alle espressioni in inglese alcuni italiani provano un analogo sentimento di tristezza. Sarà forse l’italian blues?
Purtroppo, però, questo sentimento non è transitorio; è ormai strutturale. Inutile piangere sull’anglicismo versato, c’è ben poco da fare. Non resta che prendere atto del senso dell’inadeguatezza dell’italiano, che è ormai dismesso in favore dell’angloamericano.
E così, se i bambini della cosiddetta “casa del bosco” – invece di andare a scuola come tutti – godevano dell’educazione impartita dai genitori, nell’ultima settimana sui giornali si è parlato quasi solo della legittima possibilità dell’home schooling, non dell’educazione parentale, dell’istruzione domiciliare o genitoriale. E in questo senso di inadeguatezza dell’italiano, parola dopo parola si procede spediti verso la newlingua chiamata itanglese.
Se da decenni abbiamo abbandonato la parola calcolatore per parlare solo di computer, i calcolatori da scrivania (il primo “calcolatore da tavolo programmabile fu l’italianissimo programma 101 dell’Olivetti) oggi sono pc e desk computer, mentre i portatili diventano notebook o laptop e il nuovo tecno-italiano anglicizzato è ben rappresentato da articoli che parlano del gaming (non dei videogiochi) e dell’AI (non dell’IA) da pubblicizzare durante il Black Friday, in cui tra virgolette non ci sono le parole inglesi, ma quelle italiane come “convertibili”, in attesa che qualcuno cominci forse a parlare direttamente di converted.
Intanto, dopo Halloween e il Black Friday, sembrerebbe prossimo anche il passaggio dal “giorno del Ringraziamento” (per il Corriere il “party del grazie”) al Thanksgiving – basta con queste ridicole italianizzazioni forzate – che aumenta di frequenza negli ultimi tempi proprio mente qualcuno sta cominciando a festeggiarlo anche da noi (con tanto di tacchino ripieno come nei film). In una società-succursale che insegue le feste che ci arrivano dalla società-casa madre, del resto, anche il Natale comincia a starci stretto davanti al Christmas World di Villa Borghese.
Sì, è l’italian blues. La tristezza dell’italiano… Oh Yeah!
#anglicismiNeiGiornali #anglicismiNellitaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellitaliano #rassegnaStampa
-
Nando Dalla Chiesa e la ribellione alla supremazia dell’inglese
Di Antonio Zoppetti
Voglio segnalare un (rarissimo) articolo che affronta il problema dell’inglese divenuto la lingua internazionale della scienza e ne coglie acutamente sia le ricadute linguistiche sull’italiano – a partire dal proliferare degli anglicismi – sia le connessioni socio-politiche, visto che la diffusione dell’inglese come lingua “franca” è una conseguenza del predominio statunitense sullo scenario mondiale. Un predominio tutto novecentesco che sembra destinato a entrare in crisi.
Il pezzo si intitola “Dopo Mamdani, forse verrà il momento in cui torneremo a parlare il nostro italiano” ed è uscito la settimana scorsa su Il fatto quotidiano. L’autore è Nando Dalla chiesa, di cui avevo già segnalato un altro pezzo, uscito qualche anno fa sullo stesso giornale, che denunciava un vero e proprio “assalto contro la lingua italiana” in atto da molto tempo.
Dalla Chiesa riprende un dibattito che da qualche tempo si è sollevato nel mondo, un dibattito che in Italia è ignorato e sottaciuto:
“Negli scorsi mesi è successo un fatto importante. Un gruppo di reputate riviste scientifiche ha posto un problema tipico del nuovo secolo: se sia cioè fondata la pretesa dell’editoria accademica che i contributi degli autori siano scritti in inglese. Pretesa che va a nozze con la capricciosa abitudine di considerare di valore superiore i risultati di ricerca pubblicati in quella lingua. Perché?, si chiedono le riviste.”
Di solito i giornali – che sono tra i principali “untori” dell’itanglese – talvolta affrontano la questione degli anglicismi con insipidi e marginali articoletti di costume. Ma anche i linguisti – a parte poche eccezioni – sembrano incapaci di cogliere il fenomeno dell’anglicizzazione sul piano extralinguistico e sociale, perché ragionano per compartimenti stagni.
Invece di contare gli anglicismi (ormai “incontabili” e incontenibili) per concludere che sono “pochi” o che sono “una moda passeggera” o che si affermano perché sono parole più sintetiche o internazionali (delle spiegazioni davvero imbarazzanti), Dalla Chiesa sviscera il problema con ben altro spessore, e il fenomeno è finalmente letto nella sua complessità che ha a che fare con il “prevalere incontrastato” dell’”imperialismo economico americano”.“Vi fu un tempo – scrive l’autore – in cui si pensò che la supposta fine delle ideologie più la globalizzazione avrebbero costretto tutti gli ambienti scientifici a uniformarsi alla supremazia dell’inglese, esattamente come nel secolo precedente le diplomazie si erano acconciate alla supremazia del francese. Il che nell’Italia millenaria terra di conquista, e nelle nostre università, si è verificato in forme senz’altro più acute (per restare all’Europa) che non in Spagna, Francia o Germania. Ma oggi che il mondo degli alti studi e della ricerca non è più riducibile – se mai lo è stato – a quello anglofono”.
Gli articoli scientifici in inglese sono attualmente più letti e appaiono più prestigiosi, ma se si escludono le “conseguenze pratiche di bassa cucina che ne sono derivate, a partire da certe carriere parassitarie (l’amicizia con il caporedattore di una rivista gallese che fa più titolo della qualità di una onesta ricerca pubblicata in portoghese o tedesco)” bisogna invece andare “al sodo della questione”.
La domanda che pone chi si “ribella” al globalese è:
“Perché l’intera comunità scientifica mondiale dovrebbe parlare e scrivere nella lingua madre di una sua stretta minoranza? Forse una ragione demografica? No, perché oggi tra le lingue europee quella più parlata al mondo come lingua madre è lo spagnolo. Una ragione di egemonia economica? Nemmeno. Oggi la Cina si avvia a competere con gli Stati Uniti e a sopravanzarli in almeno due continenti.”
“Fu un mio amico manager – continua Dalla Chiesa – a segnalarmi alcuni anni fa il cambiamento in corso. Durante un viaggio in Cina si accorse che gli interlocutori locali capivano perfettamente l’inglese ma rifiutavano di usarlo come lingua per la conversazione, esigendo la presenza degli interpreti. La delegazione cinese non si assoggettava a parlare l’inglese (come invece la delegazione italiana) per orgoglio ma più ancora per consapevolezza della propria forza.”
A proposito dell’ascesa economica della Cina, va detto che se in un primo tempo la sua espansione nello scenario globale è avvenuta attraverso l’inglese, che veniva incentivato nei programmi scolastici e considerato centrale, negli ultimi anni questa politica si è invertita per favorire il cinese. E così non solo l’inglese perde importanza nella scuola primaria e secondaria, ma anche all’università i punteggi legati alla sua conoscenza sono stati abbassati, mentre in molti settori la ricerca scientifica in lingua cinese resiste all’inglese molto meglio di quanto non avvenga in Italia e in molti altri Paesi. Davanti a questa svolta che mette in discussione la primazia dell’inglese sul piano internazionale, un anglomane come Federico Rampini qualche tempo fa si strappava disperato i capelli, perché questa decisione politica mandava definitivamente in frantumi l’idea di realizzare il progetto dell’anglicizzazione del mondo che evidentemente è il suo sogno, oltre che quello dei Paesi anglofoni dominanti che hanno tutta la convenienza a rendere la propria lingua naturale come qualcosa di universale. Ma chi non ha la mente colonizzata capisce benissimo che anche gli italiani – come i cinesi – avrebbero tutto l’interesse di investire sulla propria lingua come strumento di cultura invece di sposare la “lingua dei padroni” che fa tabula rasa del plurilinguismo.
In questo scenario, “la strategia trumpiana per rendere l’America di nuovo ‘grande’ non inverte la tendenza” dell’esportazione dell’angloamericano in ogni settore, osserva Dalla Chiesa, e infatti si può aggiungere che proprio Trump, con un decreto del marzo 2025, ha per la prima volta ufficializzato l’inglese come lingua unica degli Usa, ribaltando i provvedimenti che risalivano a Clinton che al contrario favorivano il plurilinguismo, con linee guida per le agenzie governative che tenevano conto del fatto che molti americani non comprendono benissimo l’inglese, e che la percentuali degli ispanofoni è non solo altissima, ma anche in forte crescita. La svolta di Trump sancisce invece la primazia dell’inglese, che diviene un requisito anche per gli immigrati e gli americani di seconda generazione.
Il nuovo sindaco di New York, “una città di immigrati, costruita da immigrati e oggi guidata da un immigrato”, per riprendere il discorso di Mamdani, è dunque una novità in controtendenza che secondo Dalla Chiesa potrebbe comportare conseguenze “molto più ampie di quanto si pensi, e non solo sul piano strettamente politico. Ma anche su altri. Per esempio quello linguistico.”
Noi italiani – conclude il giornalista – possediamo infatti “l’immenso patrimonio della lingua latina, che ha innervato anche il tedesco e l’inglese. Eppure siamo stati capaci per istintivo servilismo (o forse anche per ignoranza del latino) di trasformare in parole inglesi le parole dei nostri antenati. Avete notato in quanti convegni e conversazioni amicali troviamo un italiano che invece di dire che il tale talento o pregio è un ‘plus’ della tale persona o azienda o istituzione, dice ‘plas’, esattamente ‘plas’, americanizzando compiaciuto la propria lingua? L’hanno chiamata internazionalizzazione. Ma ora fra Trump e Mamdani tutto cambia. Non solo la lingua dell’impero può declinare mentre alza la voce ma addirittura la democrazia americana può portare al potere culture e religioni altrui.”
Personalmente non sono così ottimista sull’impatto che il neosindaco della Grande Mela potrebbe avere sulle politiche di Trump e sullo scenario globale, soprattutto dal punto di vista linguistico. La nota positiva è invece che spuntino articoli del genere, che se non altro pongono sul tavolo una questione che non ha spazio nel dibattito pubblico e politico italiano. E soprattutto, la novità che forse deriva da Mamdani è il fatto che la questione dell’anglicizzazione venga finalmente colta anche a sinistra, che da sempre l’ha ignorata e archiviata come qualcosa di destra.
A dire il vero l’interesse delle destre nei confronti della lingua italiana andrebbe analizzato un po’ meglio, sotto la sua patina talvolta nostalgica e superficiale. Che cosa ha fatto per la lingua italiana il governo Meloni, per esempio? A essere ottimisti niente. A essere realisti la sta continuando ad affossare.
Non dovremmo dimenticare che Meloni, insieme a Rampelli, Lollobrigida e altri esponenti di Fratelli d’Italia, quando erano all’opposizione hanno presentato innumerevoli proposte di legge in difesa della lingua italiana (mai discusse) anche volte ad arginare l’invadenza dell’inglese. Nel 2018 avevo dedicato loro uno sfottò, visto che in un disegno di legge in proposito avevo trovato vari copia-e-incolla presi da questo sito finiti nel documento presentato in Parlamento.
Poi, però, una volta divenuta presidente del consiglio, la Meloni si è immediatamente presentata come “underdog”, ha pensato bene di varare il ministero del “made in Italy” invece che del prodotto italiano, mentre il ministro del turismo Daniela Santanché ha inaugurato un progetto per la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale italiano denominato in itanglese: “Open to meraviglia”. Intanto, l’onorevole Rampelli avrebbe voluto varare una legge per l’italiano identica a quelle già sfornate in passato che prevedeva persino le multe davanti agli anglicismi istituzionali, mentre l’onorevole Menia avrebbe voluto introdurre nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano. Eppure, sotto le chiacchiere, nulla è stato fatto, nonostante la maggioranza avrebbe i numeri per fare qualcosa di concreto. In compenso sono aumentati i corsi universitari in lingua inglese invece che in italiano, e gli anglicismi continuano a crescere a scapito dell’italiano.
E allora, visto che la tutela della nostra lingua non è né di destra né di sinistra, ma è qualcosa che ci riguarda tutti, non resta che ribadire che davanti al globalese occorrerebbe un movimento – non bipartisan, ma trasversale – in grado di produrre una visone politica della lingua che in Italia manca.
L’inglese internazionale non ci conviene, come non conviene alla Cina, e andrebbe perlomeno messo in discussione. In gioco non c’è solo la nostra lingua e cultura, ci sono enormi implicazioni economiche, etiche e cognitive. Occorre un dibattito culturale che non c’è. Occorre che i “ribelli” che non si piegano alla lingua dominante confluiscano in un movimento più ampio che non riguardi solo la lingua delle riviste scientifiche, ma si estenda a tutti gli ambiti della nostra società.
E la speranza è che articoli come questo di Nando dalla Chiesa si moltiplichino, invece di rimanere uno sprazzo. Chissà mai che finalmente anche a sinistra ci si renderà conto che la questione dell’inglese internazionale e dell’invasione degli anglicismi non è affatto una cosa di destra.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa #scienza
-
La proliferazione degli anglicismi: l’inevitabile conseguenza della nostra sudditanza culturale
Di Antonio Zoppetti
Ogni anno, con il cambio dell’ora legale, i giornali sfornano i consueti articoletti che illustrano i disturbi del sonno che ne derivano, oppure il risparmio energetico che ne consegue, ma la novità di quest’anno è che sono comparsi titoli che mettevano in risalto “cosa cambia con gli Usa” ed evidenziavano un (perturbante?) “disallineamento” con gli Stati Uniti, che la redazione del Corriere si è affannata a precisare che era solo “temporaneo” (per fortuna!), visto che oltreoceano il cambio dell’ora entra in vigore la prima domenica di novembre, invece che l’ultima di ottobre.
Gli Usa sono ormai il nostro punto di riferimento – qualcuno potrebbe dire il benchmark, per sentirsi più figo – di qualunque cosa, persino dello scandire del tempo, delle stagioni o delle generazioni i cui nomi sono stati decisi negli Stati Uniti (gen Z, gen X, Millennials…).
Qualche giorno dopo si è infatti celebrata la ricorrenza di Halloween, una festa introdotta in Europa dalle multinazionali alla fine degli anni Novanta, che nel nostro Paese si è particolarmente radicata. I “nativi halloweeniani”, cioè le nuove generazioni nate e cresciute nel nuovo contesto, non sembrano consapevoli del cambio di paradigma avvenuto, sono forse convinti che ci sia sempre stata, anche perché il loro immaginario è basato su film, prodotti di intrattenimento e pubblicità statunitensi che si fondono con le nostre emulazioni tutte interne (le feste a tema nei locali, i prodotti sugli scaffali dei supermercati e nelle vetrine). Dunque per loro è una festa molto sentita, ben di più del vecchio Carnevale che era invece una delle date più attese dei bambini e dei giovani del Novecento, ma che oggi è in via di regressione.Cambiamo mese. Dopo il nostro ottobre, sembra che da quest’anno sia arrivato il “Black November”, invece del mese di novembre, almeno su certi giornali.
Di nuovo tutto ciò è legato all’espansione delle multinazionali che hanno esportato la tradizione americana degli sconti prenatalizi, il Black Friday, legato soprattutto alla globalizzazione delle merci via internet, cioè quello che da noi si chiama ormai e-commerce e shopping online. Quando le merci (e i loro sconti) si rivolgono a tutto il mondo, è inevitabile che anche le tradizioni locali dei colossi che le propongono diventino un fenomeno globale, che viene espresso nel proprio idioma in una più ampia strategia commerciale che punta a rendere “universali” le proprie tradizioni, i propri costumi, la propria cultura e anche la propria lingua spacciata per “internazionale”.
Il passaggio dalle offerte internettiane ai punti vendita fisici (denominati ormai store, shop, outlet…) da noi è esploso nelle grandi città nel 2020, come avevo documentato fotografando le vetrine milanesi quando il fenomeno era ancora una novità, prima della sua istituzionalizzazione. Ma per un Paese satellite degli Usa, dove importiamo in modo gioioso e asservito qualunque cosa ci arrivi dall’America, i risultati linguistici sono imprevedibili e soprattutto incontenibili. E così il “venerdì nero” – come si potrebbe tradurre letteralmente – si declina in modo fantasioso e diverso rispetto a ciò che proviene dalla “casa madre”. Viene per esempio prolungato di qualche giorno, e si pubblicizzano “venerdì neri” che valgono anche per il fine-settimana (= weekend), oppure si parla di Black Week in una rivisitazione dove la parola d’ordine è evocare l’inglese (a costo di reinventarlo). In questo modo black diventa sinonimo di sconti, e si arriva al Black November che non è solo una ripresa lessicale, ma anche sintattica, visto che manteniamo l’inversione delle parole all’inglese.
Intanto, pochi giorni fa, i giornali italiani (non vedo un analogo interesse da parte dei mezzi di informazione spagnoli o francesi) hanno ribattuto che la parola dell’anno, secondo il Collins Dictionary, è “Vibe coding”, e il Corriere si è subito prodigato a spiegare anche agli italiani che cosa significhi, come se le parole dell’anno inglesi fossero anche le nostre, e come se la nostra cultura satellite non possa fare altro che ripeterle e adottarle, invece di adattarle o tradurle.
Per la cronaca, l’espressione si riferisce alla possibilità di una “programmazione naturale” che consiste nel chiedere ai sistemi di intelligenza artificiale – utilizzando il nostro linguaggio naturale – una soluzione che sarà l’IA (anzi il suo prompt) a tradurre in codici in grado di generare un programma che soddisfi la richiesta. Ma sui giornali come il Corriere non si parla di IA, ma di AI come ha deciso di insegnarci Google (AI mode) – che in televisione è pronunciata “ei-ai” – e ancora una volta, dietro queste scelte lessicali anglomani, si rivela tutta la nostra sudditanza nei confronti degli Usa.
Il vecchio “pappagallo italiano” che importunava le ragazze per strada con apprezzamenti sessisti è ormai superato, al suo posto è stato introdotto il concetto tutto inglese di “catcalling” (in una più generale anglicizzazione della derisione fisica denominata body shaming, della persecuzione divenuta stalking, della vessazione divenuta mobbing e via dicendo). Il nuovo pappagallo italiano del Duemila è invece colui che non sa fare altro che scimmiottare pateticamente ciò che ci arriva dall’anglosfera.
E così, sulla scia del trumpismo, un grande intellettuale come Gennaro Sangiuliano, candidato alle elezioni campane, distribuisce patetici cappellini rossi con la scritta “Make Naples Great Again”, ma sul fronte politico opposto, dopo il successo elettorale di Mamdani a New York, la sinistra si chiede se sia possibile emulare lo stesso risultato e le stesse proposte politiche nella città satellite italiana, cioè Milano, che ormai da qualche decennio si configura come una piccola succursale di provincia della città madre, in cui accanto ai nuovi grattacieli che ridisegnano lo “skyline” metropolitano si anglicizza un po’ tutta la toponomastica; i vecchi quartieri – diventati “district” – assumono nuovi nomi, come il NoLo (North of Loreto), o l’area della ex-fiera divenuta CityLife…
È questo il contesto socio-culturale da cui nasce l’anglicizzazione della lingua italiana. Un contesto figlio di una sorta di neocolonialismo che proviene dagli Stati Uniti sposato e favorito da una classe dirigente anglomane che ha smarrito la propria identità e le proprie radici e non sa fare altro che emulare la cultura superiore dell’anglosfera di cui pensa di essere l’espressione, come il Nando Mericoni di Alberto Sordi che voleva fare l’americano. Ma se l’alberto-sordità era ridicola, oggi è invece presa sul serio ed elevata a modello virtuoso, ed è per questo che tra gli addetti ai lavori nasce una newlingua ibrida a base inglese presentata come maggiormente tecnica e più solenne, dove parlare di economia – tra i mille esempi che si potrebbero fare – significa ricorrere a espressioni come small cap, Big Tech, blockchain, trading e asset tokenizzati.
Le lingue cambiano e si evolvono insieme al mondo, certo. Ma dietro questa banalità, quello che certi linguisti non sembrano in grado di cogliere è come la nostra lingua si stia evolvendo e soprattutto perché.
#anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa
-
Pare che il Piemonte voglia avanzare nella scalata al titolo di centro nevralgico dell'itanglese!
Avanti così, boia fauss (spero di averlo scritto giusto) -
Pare che il Piemonte voglia avanzare nella scalata al titolo di centro nevralgico dell'itanglese!
Avanti così, boia fauss (spero di averlo scritto giusto) -
@italofonia quale potrebbe essere un termine corretto in italiano che sostituisca downgrade senza dire ‘scendere di livello, di grado’ ? #dilloinitaliano #accademiadellacrusca #itanglese
-
Diciamo addio ai "campanelli d'allarme".
Adesso solo REDFLÈG.#itanglese #parlacomemangi #vogliadiesserecolonia #anglicismi
-
Diciamo addio ai "campanelli d'allarme".
Adesso solo REDFLÈG.#itanglese #parlacomemangi #vogliadiesserecolonia #anglicismi
-
Google e AI Mode: la colonizzazione linguistica dell’inglese in Italia
Di Antonio Zoppetti
Dopo i primi esperimenti con cui Google ha introdotto nella ricerca un servizio basato sull’intelligenza artificiale – denominato in inglese: AI Overwiew – da qualche giorno è spuntata una nuova funzione su cui il motore di ricerca spinge, e questa volta si chiama AI Mode.
Perché i colossi statunitensi continuano a diffondere la terminologia in inglese, invece che tradurla? Perché ci riempiono di bottoni e funzioni chiamati timeline, widget, follower e via anglicizzando? Perché parlano di AI invece di IA (Intelligenza artificiale) e usano la parola “mode”?
La risposta è semplice, e la denuncio ormai da dieci anni: perché le multinazionali hanno tutto l’interesse a imporre la propria lingua a tutto il mondo. Per loro le lingue locali sono un ostacolo alla lingua unica che vogliono imporre nei mercati, e questa lingua unica è la propria lingua naturale.
Questo progetto è una forma di neocolonialismo culturale che dovrebbe essere evidente a tutti, anche se i linguisti non sembrano in grado di coglierla e di elevarsi dal particolare al generale. Si limitano ad analizzare le singole parole indipendentemente dai contesti sociali che le diffondono. Eppure, per capire come stanno le cose non ci vuole granché: basta usare AI Mode come un cavallo di Troia e rivolgere una domanda molto semplice: perché il servizio si chiama con un nome in inglese?
Perché AI MODE è in inglese?
In un primo tempo lo strumento non ha capito che mi riferivo al servizio “Ai Mode” nel quale scrivevo (mea culpa), dunque la risposta è stata che (grassetti miei):
“Per comprendere il motivo per cui un servizio specifico ha un nome in inglese, è necessario conoscere il servizio in questione. Tuttavia, in generale, ci sono diverse ragioni per cui si utilizzano nomi in inglese, specialmente nel mondo tecnologico e commerciale:
– Identificazione internazionale: Un nome in inglese può essere riconoscibile a livello globale, facilitando la sua diffusione in diversi mercati.
– Percezione di innovazione: L’uso di termini inglesi può dare l’idea che un prodotto o servizio sia all’avanguardia o legato a una cultura di business moderna e internazionale.
– Terminologia specifica: Molti settori, in particolare quello tecnologico, hanno una terminologia che si è sviluppata principalmente in inglese. Utilizzare questi termini può essere più efficiente e preciso.
– Marketing e branding: Un nome in inglese può suonare più accattivante o memorabile per il pubblico di destinazione, a seconda del contesto e del mercato.
– Tendenze del settore: In certi ambiti, come quello delle startup o dei servizi digitali, l’uso dell’inglese è diventato una prassi diffusa, a volte per emulare aziende di successo nate in Paesi anglofoni.Per un’analisi più dettagliata, potresti fornire il nome del servizio specifico a cui ti riferisci.”
In sintesi, la tesi è che l’inglese facilita i mercati, è presentato come una scelta all’avanguardia, moderna e internazionale, è una prassi diffusa… e tutta una serie di luoghi comuni che dimostrano tutto l’intento colonizzatore che sta sotto queste scelte comunicative. L’inglese sarebbe dunque “più efficiente e preciso” (per chi è anglofono, di certo). Non c’è alcuna considerazione sulla trasparenza, sui destinatari, sul rispetto per le lingue e culture locali… tutto si basa sugli interessi del marketing e del branding delle multinazionali.
Ho provato allora a riformulare la domanda in modo più preciso:
Perché AI MODE si chiama con un nome in inglese?Risposta: “Le ragioni per cui il servizio di ricerca di Google si chiama ‘AI Mode’ con un nome in inglese sono principalmente legate a considerazioni di branding, internazionalità e terminologia tecnologica.
Le motivazioni più specifiche includono:
– Terminologia del settore: Il termine ‘AI’ è l’abbreviazione riconosciuta a livello globale per Artificial Intelligence, cioè ‘intelligenza artificiale’. Nel campo della tecnologia, l’inglese è la lingua dominante, quindi usare questa sigla rende il servizio immediatamente identificabile in tutto il mondo.
– Internazionalizzazione: Un nome in inglese rende il servizio comprensibile in un vasto numero di paesi, semplificando la sua introduzione in diversi mercati. AI Mode, ad esempio, è stato lanciato in diversi paesi e in più lingue, ma il nome rimane coerente per un riconoscimento immediato.
– Posizionamento e marketing: Utilizzare un nome come ‘AI Mode? rafforza l’idea che il prodotto sia all’avanguardia, innovativo e parte integrante dell’esperienza di ricerca. Il termine ‘Mode’ (modalità) indica chiaramente che si tratta di una specifica funzione o versione della ricerca.
– Coerenza del marchio: Per un’azienda globale come Google, mantenere una certa coerenza nei nomi dei prodotti è fondamentale. Molti dei suoi servizi e strumenti tecnologici utilizzano terminologia inglese, anche quando vengono introdotti in mercati non anglofoni. Questo fa parte di una strategia di branding consolidata.
– Evoluzione del prodotto: Inizialmente, Google aveva lanciato le “AI Overviews” (riepiloghi con intelligenza artificiale). Il passaggio a “AI Mode” rappresenta un’espansione e un’evoluzione della funzionalità, rendendola una vera e propria modalità di ricerca conversazionale e multimodale, e il nome inglese comunica bene questo cambiamento di passo.”Di nuovo, le ragioni della mancata traduzione stanno negli interessi delle multinazionali, mica di quelli dei Paesi da colonizzare. E quindi il sistema spiega che “AI” sarebbe un internazionalismo (invece che un anglicismo), e “mode” esprimerebbe “chiaramente” la sua funzione (chiaramente per chi? Per gli anglofoni, of course). Ma a parte questi ossimori, l’IA getta la maschera dietro la quale certi addetti ai lavori si nascondono: per Google la coerenza del marchio è fondamentale e il ricorso alla terminologia inglese è una strategia di branding consolidata. Dunque gli utenti sono sudditi delle strategie neocoloniali imposte dai marchi e dai mercati. E poco importa che in italiano ci sia l’IA al posto dell’AI e la “modalità” al posto di “mode”, almeno da noi…
“AI Mode” in Francia, Spagna e Portogallo
Mentre i nostri “intellettuali” e la nostra intera classe dirigente dalla mente colonizzata hanno introiettato e ha fatto loro l’idea che essere internazionali coincida con il pensare e parlare in angloamericano come ci spiega Ai Mode, per essere davvero internazionali basta guardare cosa succede nei Paesi a noi vicini, come la Francia, la Spagna o il Portogallo.
In questi Paesi – udite, udite! – sui giornali non si parla di AI come prevale da noi, ma di IA (il che vale un po’ per tutte le altre sigle, a partire dall’Aids che si chiama Sida) e in Francia ci sono stati problemi legali davanti all’introduzione sia di AI Overwiew sia del nuovo servizio – al momento bloccato – che da loro si chiama Mode IA (come riporta Le monde), cioè in francese e con la collocazione delle parole alla francese.
Si potrebbe pensare che la tutela del francese sia imposta dalla legge Toubon che obbliga le multinazionali a tradurre la terminologia, ma non c’è solo questo aspetto; altrove, a prevalere c’è semplicemente il buon senso, e infatti anche nelle altre lingue romanze (dove non ci sono simili leggi) questa funzione è tradotta: nel caso dello spagnolo e del portoghese la traduzione MODO IA si ritrova sia nella terminologia di Google sia negli articoli di giornale (cfr. El Pais e Correio), e solo in Romania il servizio è stato riproposto in inglese come da noi.
A questo punto sorge spontanea la domanda: perché queste differenze? L’inglese internazionale moderno ed efficiente esportato dalle multinazionali è allora venduto a questo modo solo nell’italietta colonizzata? Certo che sì. E ancora una volta la risposta di AI Mode è brutalmente sincera e illuminante, alla faccia di tutte le idiozie sparate da certi addetti ai lavori che giustificano il ricorso all’inglese agendo da veri e propri collaborazionisti.
Ho perciò domandato: “Perché AI MODE in Italia non è stato tradotto ma in Spagna, Portogallo e Francia è tradotto?”
Risposta: “Le motivazioni dietro le scelte di traduzione e localizzazione di Google, compresa la decisione di mantenere il nome ‘AI Mode’ in Italia mentre in altri paesi come Spagna, Portogallo e Francia si è optato per una traduzione, non sono sempre rese pubbliche in dettaglio. Tuttavia, si possono ipotizzare diverse ragioni:
– Strategia di mercato e target audience: Google potrebbe aver valutato che il pubblico italiano, rispetto a quello di altri paesi, sia già più familiare o incline ad accettare la terminologia inglese nel campo della tecnologia, in particolare con abbreviazioni come ‘AI’.
– Percezione del marchio: L’uso di un nome inglese può essere associato a un’immagine più moderna e innovativa in alcuni mercati.
– Coerenza interna: Mantenere un nome uniforme a livello globale può semplificare il branding e le operazioni di marketing, specialmente per prodotti tecnologici complessi.
– Differenze linguistiche e culturali: La traduzione in altre lingue può essere stata considerata più efficace per raggiungere un pubblico più ampio, forse meno esposto alla terminologia tecnica inglese.
– Test e feedback: È possibile che Google abbia condotto test o analisi di mercato in Italia che suggerissero che la traduzione del nome non fosse necessaria o addirittura controproducente.”Se si mettono in fila tutte queste cose emerge perfettamente ciò che i linguisti non vedono (o fanno finta di non vedere) e soprattutto non dicono: l’Italia è un Paese più facilmente colonizzabile (e colonizzato) per ragioni sociali. Da noi manca ogni resistenza – culturale prima che politica – davanti all’anglicizzazione. La nostra classe dirigente preferisce ostentare l’inglese e l’itanglese e ha ormai rinunciato a esprimersi in italiano. Basta scorrere i titoli dei giornali per rendersene conto.
Secondo il Corriere, cosa caratterizza la Torino storica delle tradizioni, insieme alla bagna cauda? Ma il layering è ovvio!
E passando a un tema etichettato come “life”, che dire della Cocktail Week di Taormina, in un articolo che parla di mixology, drink e street bar?
L’itanglese è la lingua dei giornalisti colonizzati e allo stesso tempo colonizzatori, che seguono le stesse logiche di Google e delle multinazionali e vendono l’inglese come internazionale, moderno, efficiente… senza essere consapevoli della distruzione dell’italiano che mettono in atto.
L’intelligenza artificiale lo sa benissimo – al contrario dei linguisti – e ci colonizza giorno dopo giorno con la lingua delle multinazionali perché sa benissimo che glielo lasciamo fare e che siamo una massa di idioti da manipolare, e non una cultura da rispettare.
#anglicismiInformatici #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #multilinguismo #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa #tradurre
-
La transizione linguistica che nessuno racconta
di Antonio Zoppetti
L’altro giorno leggevo che l’accademia della Crusca ha partecipato alla Bright Night 2025 dell’Università di Firenze, e sul suo sito si legge:
“Bright Night (‘Brilliant Researchers Impact on Growth Health and Trust in research’) è il nome dato alla Notte europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori, la manifestazione ideata dalla Commissione Europea con l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università.”
Leggendo tra le righe, si intuisce una certa insofferenza per questa denominazione in inglese, presentata come qualcosa di imposto da altri, e affiancata alla traduzione italiana a cui viene dato maggior risalto.
Bisognerebbe però spendere qualche riflessione su quello che l’Accademia, ma più in generale i linguisti e gli intellettuali italiani, non dicono.Perché l’Università di Firenze ha scelto l’inglese?
La scelta di denominare in inglese i nomi delle manifestazioni non è un’insolita bizzarria – come si potrebbe evincere dalle parole della Crusca – è invece una ben precisa strategia che vale per ogni tipo di manifestazione, evento o mostra. In ottobre, a Milano, ci sarà la Cook-Fest, il food festival del Corriere della Sera, e il settimo Fringe Milano Off International ideato da due nativi italiani con la testa nell’anglosfera. Tempo fa avevo denunciato come persino una mostra dedicata alla figura simbolo dell’italiano era stata anglicizzata attraverso il Dante Vibes, e prima ancora avevo fatto delle ricerche sulle denominazioni in inglese che erano prevalenti rispetto a quelle in italiano persino nelle manifestazioni paesane (notevole il Tractor Day).
Chi si occupa di studiare la lingua italiana non solo dovrebbe raccontare queste cose, ma anche quantificarle (qual è la percentuale delle denominazioni in inglese nel panorama culturale italiano? Non trovo studi in merito, chissà come mai… ma la mia impressione è che prevalgano).
Invece di limitarsi a contare gli anglicismi magari per concludere che sono pochi, passeggeri o poco frequenti, i linguisti dovrebbero riflettere seriamente sulle loro cause e soprattutto sul loro impatto nella nostra società. Alcuni studiosi sono convinti che il fenomeno nasca da una “moda”, dal loro essere “di prestigio” o dal fatto che siano più sintetici degli equivalenti italiani. Ma queste spiegazioni sono ridicole e insufficienti, la verità è un’altra ed è ben più profonda: certe manifestazioni ideate dall’Ue come la Bright Night – ma anche dalle realtà tutte italiane che inseguono la stessa strategia a partire dalla Rcs Academy che forma i futuri giornalisti e comunicatori – non hanno solo “l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università”, ma anche di diffondere l’inglese, che fa parte del pacchetto, benché non sia dichiarato e avvenga in modo surrettizio.Se la nostra società spinge i cittadini verso la transizione ecologica ed energetica (e vorrebbe convincere tutti a comprare auto elettriche che hanno per ora scarso successo), o verso la transizione digitale (con ostacoli all’uso del contante o balzelli che di fatto escludono chi non è in grado di usare internet), è in atto anche un’altra transizione che però viene sottaciuta: la transizione linguistica.
La transizione linguistica
La transizione linguistica è il graduale processo di adozione dell’inglese da parte delle popolazioni non anglofone con l’obiettivo di renderlo un requisito per tutti, e risolvere così i problemi della comunicazione internazionale, strategica soprattutto per i mercati globali. Il progetto include un profondo cambiamento culturale e organizzativo per fare in modo che le popolazioni non anglofone imparino l’inglese, e le realtà dove questo è già avvenuto – per esempio l’Olanda, l’Islanda o alcuni Paesi scandinavi – sono presentate come “virtuose” e avanzate, mentre le altre sono considerate “arretrate”, perché questo processo non si è “ancora” realizzato, e dietro quell’ancora si svela un ben preciso progetto di colonizzazione linguistica. Questo progetto è perseguito senza che nessuno ne metta in risalto gli effetti collaterali, e cioè la regressione delle lingue locali e la loro anglicizzazione. E quel che è peggio nessuno o quasi sembra cogliere che mentre tutto il mondo dovrebbe convertirsi allo studio dell’inglese, i Paesi anglofoni non hanno l’esigenza di apprendere alcuna altra lingua al di fuori della propria che preferiscono rendere “universale”. Tutto ciò comporta invece problemi etici, cognitivi ed economici di grande rilevanza. Ma guai a sollevare il problema, non aprite quella porta!
Le leve della transizione linguistica sono molteplici e differenziate, ma ruotano attorno a due cardini: ci sono interventi espliciti per introdurre e ufficializzare l’inglese a partire dalla scuola, e altri indiretti che si basano sull’esclusione e la stigmatizzazione sociale di chi non si inchina alla dittatura dell’inglese.
Questa seconda strategia è ben visibile per esempio quando un politico italiano è costretto a esprimersi in inglese in qualche contesto internazionale. Se lo parla in modo disinvolto supera la prova mediatica – e in ogni trasmissione di attualità si esalta la padronanza della lingua superiore di volta in volta di Draghi, Meloni e via governando – altrimenti viene esposto al pubblico ludibrio (come nel caso di Renzi o Rutelli).
La gogna mediatica spinge perciò a bollare come ignorante (in assoluto) chi non conosce l’inglese, indipendentemente dal contesto e dalle sue competenze. In quest’ottica, un professorone che conosce a menadito il latino o il greco, e che magari è un poliglotta che parla correntemente francese, spagnolo e tedesco, se non sa l’inglese è comunque un riprovevole ignorante, che non può che vergognarsi. Viceversa, un imprenditore statunitense arricchito e imbruttito che non sa parlare altro che la propria lingua naturale e che possiede la cultura pragmatica e poco profonda di uno statunitense medio è visto come un modello positivo (in fin dei conti sa l’unica cosa che vale la pena di sapere: la lingua dei padroni).
L’affermazione della superiorità della lingua inglese comporta allo stesso tempo lo svilimento dell’apprendimento di altre lingue straniere (tedesco, francese, spagnolo…) che viene considerato un vezzo privo di obiettivi concreti, un po’ come studiare il pianoforte, che non fa parte del paniere della “cultura” ufficiale. Questa visione coloniale non è messa in discussione quasi da nessuno, a parte qualche paria escluso dal panorama culturale italiano.
L’idea è che essere internazionali non significhi esprimere qualcosa in tutte le lingue del mondo, ma viceversa abbandonarle per adottare la lingua naturale dei Paesi dominanti. Chi non si adegua ne paga le conseguenze, come sta avvenendo per esempio nei contesti scientifici. Anche se nessuno vieta di pubblicare nella propria lingua nazionale, o in quelle ben più diffuse dell’inglese come il cinese o lo spagnolo, di fatto esistono una serie di pregiudizi che premiano le pubblicazioni in inglese a cui viene attribuita maggiore rilevanza e dunque visibilità. Perciò, pubblicare in inglese diventa conveniente, se non indispensabile, per poter essere presi in considerazione ed emergere. Dunque, uno studio in italiano non ha la stessa circolazione di uno pubblicato in inglese (a meno che qualcuno non lo traduca nella lingua dominante per rilanciarlo in questo modo), per motivi linguistici e non in base ai contenuti scientifici che veicola.
La transizione linguistica, però, non si persegue solo attraverso queste e altre modalità surrettizie, ma anche attraverso politiche linguistiche più coercitive.
La politica linguistica per istituzionalizzare l’inglese
Le politiche linguistiche nella scuola italiana ed europea prevedono di creare le nuove generazioni bilingui a base inglese sin dai primi anni delle elementari, per arrivare a privilegiare l’inglese come lingua di insegnamento per l’università e i corsi di specializzazione a discapito delle lingue locali. Negli ultimi vent’anni, gli atenei italiani che hanno scelto di insegnare direttamente in inglese, escludendo l’italiano come lingua della formazione, sono infatti sempre di più. Anche in questo caso la transizione linguistica è incentivata dai sistemi di punteggio “internazionali” (in realtà statunitensi) che si basano sulla capacità di attrarre gli studenti stranieri, e questo obiettivo si persegue insegnando direttamente in inglese e non certo favorendo l’insegnamento dell’italiano a chi viene da noi né erogando corsi in altre lingue (“non avrai altra lingua al di fuori di me”, recita il primo comandamento della transizione linguistica anglomane). E così il progetto Erasmus, nato per favorire gli scambi interlinguistici, si è ben presto trasformato in una potente leva per la diffusione del monolinguismo a base inglese, visto che nella pratica si declina solo così. Lo stesso vale per i programmi scolastici che prevedono l’apprendimento di una materia direttamente in una lingua straniera, denominati con la sigla inglese “CLIL” (Content and Language Integrated Learning): sulla carta c’è scritto “lingua straniera”, ma di fatto quella lingua diventa sempre e solo l’inglese e non circolano analoghi corsi in altre lingue, a parte poche eccezioni.
Se a scuola, un tempo, era obbligatorio studiare una lingua straniera, grazie alle riforme che hanno sostituito “lingua straniera” con “inglese”, oggi la lingua della perfida Albione è diventata un obbligo e un requisito per tutti. Dalla scuola si è poi passati alla pubblica amministrazione, e con la riforma Madia l’inglese è diventato anche un requisito per accedere ai concorsi pubblici. L’inglese è diventato la lingua obbligatoria per presentare i Progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN) e anche il Fondo italiano per la scienza (FIS): nel nostro Paese si devono presentare e discutere in inglese, mica in italiano, e questi sono i primi passi che ufficializzano l’inglese anche nel nostro territorio.
Intanto l’inglese è già diventato la lingua ufficiale internazionale per esempio dell’aviazione o del mondo dei militari (almeno del blocco occidentale, e cioè dei “buoni” che sanzionano Putin ma non Netanyahu).
Quanto all’Unione Europea, nonostante sia nata all’insegna del plurilinguismo, l’inglese è sempre più introdotto come la lingua della comunicazione pubblica – anche se è conosciuto da una minoranza di europei e di italiani – e soprattutto è ormai la lingua di lavoro prevalente o quasi unica (soprattutto nella documentazione in Rete): l’italiano è da tempo stato estromesso, e il francese e il tedesco rimangono sulla carta ma di fatto sono in via di abbandono.
La transizione linguistica insegue la filosofia di “una fetta di salame alla volta” (ogni fettina non porta risultati visibili in modo macroscopico, ma piano piano il salame si consuma) ed è fatta di tantissime piccole mosse che sembrano insignificanti, prese singolarmente, ma nel complesso ci portano dove ci vogliono portare. Per esempio i documenti personali o sanitari che sono diventati bilingui, dunque nelle carte d’identità rilasciate dalla Repubblica italiana le scritte sono ormai bilingui (nome/name, scadenza/expiry), come se l’inglese fosse la lingua ufficiale dell’Europa.
Questo suicidio linguistico inseguito dalle politiche anglomani tutte interne si inserisce in un ben più ampio fenomeno mondiale che è la conseguenza dell’egemonia culturale, politica, economica e sociale degli Stati Uniti, e in particolare dell’espansione delle multinazionali. E così arriviamo anche al fenomeno degli anglicismi, che si moltiplicano con ritmi esponenziali da ormai molti decenni, e sono solo l’effetto collaterale dell’affermarsi dell’inglese globale.
Se, nei piani alti, si allarga il progetto di instaurare in modo ufficiale una diglossia post-moderna che fa del globalese la lingua superiore, nei piani più bassi il ricorso al lessico, alla terminologia e alla ri-concettualizzazione in inglese (assassino/killer, calcolatore/computer, verde/green) è la conseguenza di questo modo di essere “internazionali”. E così la città araba di Gaza si esprime nella lingua di chi sta sterminando i palestinesi e pianifica la sostituzione etnica (Gaza City), il confinamento al tempo del covid è diventato lockdown, mentre le insegne dei negozi (divenuti shop, store, megastore, outlet, showroom…) sono sempre più in inglese, come i titoli dei film al cinema e le trasmissioni dei palinsesti televisivi, in un’anglicizzazione dei generi cinematografici (biopic, romance) e persino dei libri, che fuori dall’editoria si declina con i nomi degli eventi e delle fiere in inglese. È l’intero panorama linguistico italiano che sta cambiando pelle, a partire dalle comunicazioni bilingui della metropolitana milanese o delle ferrovie dello Stato che ci induce a una sorta di ipnosi bilingue (prossima fermata… next stop…) che ci ribalta nell’inconscio in modo sempre più profondo.
Ecco perché hanno deciso di chiamare in inglese la manifestazione a cui ha partecipato la Crusca, per tornare da dove eravamo partiti: non perché questa decisione sia una stravaganza isolata, ma perché è l’espressione della transizione linguistica in atto che nessuno si prende la briga di raccontare.
#anglicismiNellItaliano #inglese #ingleseNellaScienza #interferenzaLinguistica #internazionalismi #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano
-
Sui dizionari dell’uso e sugli anglomani che si appellano all’uso solo quando fa loro comodo
di Antonio Zoppetti
Gli strumenti principali per normare una lingua sono le grammatiche e i dizionari.
Nel Cinquecento Pietro Bembo si è imposto con la prima grammatica di successo della nostra lingua che elevava lo scrivere di Petrarca e Boccaccio al modello da seguire anche dello scrivere cinquecentesco. Seguendo analoghi principi, nel 1612 vide la luce il Vocabolario della Crusca, che si basava su circa 25.000 parole utilizzate soprattutto dalle tre corone fiorentine, che raccoglieva con lo scopo di legittimarle e farle divenire il canone dell’italiano. L’anno prima, in Inghilterra era uscita la seconda edizione ampliata di un vocabolario italiano-inglese di Giovanni Florio (A Worlde of Wordes, “un mondo di parole”) che invece includeva più di 70.000 voci, tratte da circa 250 opere italiane non necessariamente letterarie.
Il lavoro della Crusca era decisamente meno ricco proprio perché selettivo e normativo: invece di registrare tutte le voci in uso tra gli scrittori, mirava proprio a raccogliere il “fior di farina” per escludere le maleparole che non venivano affatto considerate “italiane”.
Il canone di Bembo e della Crusca – pur tra le polemiche di chi lo avversava – si impose come il modello vincente, sbaragliò ogni altra opera concorrente basata su altri criteri e fu ripreso da innumerevoli dizionari e grammatiche minori che ne riproponevano lo schema. Nel Settecento, Alberti di Villanova si staccò da quell’impianto attraverso un dizionario che inseriva le voci scientifiche, respinte dai cruscanti come nomenclatura, dunque si basava sull’uso non solo letterario moderno invece che antico, ma anche scientifico e illuminista. Nell’Ottocento, tra le tante opere lessicografiche in circolazione, vide la luce il dizionario di Tommaseo che, con molta fortuna, apriva all’uso non solo della tradizione toscana, ma sempre più degli scrittori moderni, mentre all’unità d’Italia nacque il (fallimentare) Novo vocabolario di Stato voluto da Broglio, che seguiva la linea e la poetica di Manzoni nel basarsi sull’uso della lingua colta di Firenze, considerata il canone del nuovo italiano (detto alla fiorentina: “novo”).Tutti i dizionari si basano dunque sull’uso, ma la questione seria è: l’uso di chi?
L’uso a cui si appellavano di volta in volta Florio, la Crusca, Villanova, Tommaseo o Manzoni non era certo il medesimo.Oggi i dizionari basati sull’uso letterario storico, per esempio il monumentale Battaglia, sono chiamati dizionari storici, mentre i vocabolari moderni (Zingarelli, Devoto Oli, Gabrielli, Treccani, Nuovo De Mauro, Sabatini-Coletti…) sono definiti “dell’uso”, con molta retorica e in modo non sempre veritiero, perché come quelli del passato legittimano un uso dell’italiano soprattutto scritto che non corrisponde affatto a quello delle masse.
Circolano idee un po’ confuse e superficiali su fatto che le nuove opere lessicografiche avrebbero il compito di descrivere il lessico contemporaneo senza approvare, ufficializzare o certificare le parole, ma seguendo un taglio “descrittivo” che ha abbandonato ogni principio di regolamentare la lingua per limitarsi appunto a descriverla. Si tratta di una dichiarazione di intenti vaga e poco aderente alla realtà che suggerisce l’idea di una lingua democratica che arriva dal basso. La realtà è ben altra: ogni grammatica e dizionario – come aveva ben spiegato Gramsci – è sempre un atto di politica linguistica, e dietro ogni scelta lessicale non c’è solo l’uso (esaltato senza specificare l’uso di chi), ma una visione dell’italiano che si vuole affermare, da cui non si esce, come è facile intuire e documentare.
I cosiddetti nuovi dizionari dell’uso di chi?
Oltre all’inclusione delle parole storiche, finita l’epoca degli scrittori che facevano la lingua, la scelta delle nuove voci da inserire in un dizionario moderno si basa soprattutto sull’uso scritto dei giornali. E nonostante qualche apertura al linguaggio colloquiale, ci sono tantissimi vocaboli in uso su tutto il territorio nazionale – e comprensibili ai più – che non sono registrati, basta pensare al geniale quanto disgustoso tarzanello, oppure a una parola gergale come sbattone (sui dizionari c’è il più ortodosso sbattimento), per non parlare delle bestemmie che non trovano spazio nei vocabolari benché si sentano quotidianamente.
La lingua che arriva dal basso – che certi linguisti etichettano e stigmatizzano come substandard – è spesso sanzionata dai dizionari cosiddetti “dell’uso”, che mantengono il loro impianto normativo. Il verbo “redarre” (“forma errata per redigere”, recita il Devoto Oli), per esempio, è ricavato arbitrariamente dalla forma “redatto” che è però il participio di redigere. Lo stesso vale per il verbo “stortare” (assente nel Devoto Oli), diffuso soprattutto al nord (ma non solo) anch’esso nato dall’immaginare un verbo regolare ricavato dalla forma storto che viene invece da storcere. Nonostante questi “pseudoverbi” siano in uso, e “stortare” si trovi persino in autori come Vittorini o Benni e sia stato usato persino da Manzoni, questo uso è sanzionato dai lessicografi moderni che – al di là delle dichiarazioni d’intenti – nei dizionari usano criteri ibridi che conciliano l’uso popolare con l’italiano cosiddetto standard, cioè quello della norma considerata corretta.
Questa norma è alla base delle pronunce indicate, per esempio la dizione alla toscana di bène e stélla e non certo béne e stèlla come si dice al nord. In questo caso l’uso regionale non toscano è ignorato e ininfluente persino quando è maggioritario, tanto che Ennio Flaiano con pungente ironia aveva notato che “l’italiano è una lingua parlata dai doppiatori”. Ma a volte la norma dell’italiano standard di vecchia impostazione viene privilegiata persino quando non è più seguita nemmeno dai doppiatori, e nel caso del verbo valutare si trova come pronuncia corretta io valùto , seppur affiancata da “vàluto”. Eppure nessuno dice valùto (come saluto e aiuto), nemmeno al cinema o in tv, dunque non si capisce a quale “uso” si faccia ormai riferimento, a parte quello storico e della norma.
A partire dal 2017 i vocabolari hanno incluso la voce lombarda “schiscetta” che si è ormai estesa su tutto il territorio nazionale nel suo significato di portavivande. In milanese si pronuncia con la “e” aperta come nel proverbiale michètta (a Roma è rosetta), eppure queste voci nel confluire nell’italiano sono registrate con la dizione toscana (michétta e schiscétta) in modo poco ossequioso rispetto all’uso da cui provengono. Perché?
Perché il “tribunale” dei grammatici e dei lessicografi media le voci in uso con le regole dell’italiano standard che prevalgono, in casi del genere. Altre volte, invece, fanno tutto il contrario, soprattutto quando hanno a che fare con l’inglese.
Per esempio, la pronuncia della parola “report” (introdotta nei dizionari del Duemila accanto ai preesistenti report e reportage) è indicata sul Devoto Oli con l’accento all’inglese (repòrt invece dell’inglese ripòrt), anche se la maggioranza degli italiani dice “réport” (come riportato invece sul Gabrielli che ha un’impostazione più attenta all’uso popolare). L’uso indicato di repòrt non è perciò quello delle masse, forse è quello della Gabanelli e del suo sostituto Ranucci, due noti anglomani che si distinguono dalla massa proprio nel chiamare la loro trasmissione con l’accento all’inglese.Se dalle pronunce passiamo ai ritocchini ortografici, la schizofrenia che spinge a usare due pesi e due misure è altrettanto evidente.
Colpisce che sul Devoto Oli le voci cibersesso o ciberspazio rimandino a quelle anglicizzate di cybersesso e cyberspazio, e che nel caso di cybercrimine o cyberbullismo siano registrate solo le forme all’inglese invece che all’italiana. Si potrebbe concludere che queste scelte (per chiamare le cose con il loro nome) dipendano dall’uso e dalla maggiore frequenza di queste forme, ma allora come mai la voce sgombro (nel senso del pesce) è invece indicata come una variante popolare di scombro a cui si rimanda, anche se in pochi la usano e al supermercato c’è solo lo sgombro, al punto che scriverla con la “c” sembrerebbe un refuso?
Sembra insomma che la sacralità dell’uso venga invocata dal tribunale dei grammatici per legittimare l’inglese e si nascosta sotto al tappeto quando si vuole invece far prevalere la norma, e così se si afferma governance invece di governanza non resta che prenderne atto, mica come nel caso di sgombro/scombro in cui si fa tutto il contrario.
Davanti all’inglese (la lingua superiore che si vuole legittimare) ci si appella all’alibi dell’uso, ma nel caso delle voci popolari e regionali (le lingue inferiori che da sempre sono state emendate), le cose cambiano. E così nell’attuale dizionariesca gara a registrare ogni sorta di anglicismo dei giornali le forme grafiche in inglese non sono sanzionate – e dunque sono legittimate nel loro uso prevalente – mentre altre in uso tra gli italiani sono stigmatizzate in nome della forma “corretta” ma non in uso.
Nel caso di “piuttosto che”, per esempio, i dizionari (come le grammatiche) precisano che non indica un’opzione (indifferentemente A o B nel senso di oppure), ma significa anziché (dunque A invece di B). Questo giudizio si basa sull’italiano storico e standard, perché da qualche decennio l’uso “errato” è diventato inarginabile non solo nel parlato popolare, ma persino nell’uso televisivo e giornalistico, ed è forse persino più frequente della forma riportata come corretta.
Quanto al fatto che l’inserimento di una nuova voce nel dizionario non significhi “legittimarla” ma solo registrarne la presenza in modo descrittivo è un’altra dichiarazione difficile da difendere e che va perlomeno approfondita. Per prima cosa questo giudizio si dovrebbe confrontare con il fatto che chi consulta un vocabolario (oltre che per scoprire le definizioni) spesso lo fa proprio per sapere quali siano le forme corrette, dunque lo usa come bussola lessicale per non commettere errori. I lessicografi sanno benissimo che le loro opere legittimano l’italiano di fatto, se non negli intenti, e infatti spesso cercano di introdurre degli elementi che invece di nascere dall’uso lo vogliono cambiare e indirizzare in modo nuovo.
Quando l’uso fa comodo e quando lo si vuole invece cambiare
Tra gli anni Ottanta e Novanta i dizionari hanno cominciato a registrare i femminili delle cariche (sindaca, ministra…) con un’operazione che ha preceduto il loro reale esplodere sui mezzi di informazione (avvenuto solo negli anni Duemila). E la dicitura per cui il femminile di avvocato sarebbe avvocata (avvocatessa è bollato come popolare) non riguarda solo i dizionari, ma anche le grammatiche che prescrivono una forma “politicamente corretta” che non è basata né sull’uso popolare, né sull’uso delle donne avvocato che preferiscono definirsi con il maschile generico nelle loro targhette apposte alle porte degli studi e nei biglietti da visita. Questo uso a cui si fa riferimento – anche se non ce lo raccontano – è invece quello delle linee guida che sono state concepite dall’alto e poi diramate nelle amministrazioni o nelle università per introdurre certe prescrizioni in nome di presupposti extragrammaticali, in una campagna di promozione al nuovo lessico che si vuole affermare per motivi di volta in volta politici, etici, inclusivi…
Questo intento normativo non è poi molto diverso da quello del dizionario della Crusca o del Novo vocabolario di Broglio che volevano legittimare l’italiano delle tre corone fiorentine o quello della parlata colta di Firenze. Manzoni, nel perorare la causa di un dizionario ufficiale di Stato (già proposto prima di lui da Cesarotti), anticipava le critiche che gli sarebbero state rivolte con queste parole:
“Imporre una legge? come se un vocabolario avesse a essere una specie di codice penale con prescrizioni, divieti e sanzioni. Si tratta di somministrare un mezzo, e non d’imporre una legge.”
Eppure l’idea di realizzare un dizionario ufficiale della lingua italiana è tutt’ora un tabù, in Italia. Così come quella di formare un Consiglio superiore della lingua italiana (CSLI) come è stato proposto in qualche disegno di legge, o di creare – come in Francia e Spagna – delle banche dati terminologiche con le alternative italiane agli anglicismi che implicano anche commissioni per l’arricchimento della lingua. Nel nostro Paese tutto ciò è presentato come un assurdo logico e come qualcosa di anacronistico, benché all’estero non lo sia affatto e in Islanda, per fare un altro esempio, ci sono linguisti che di professione fanno i neologisti e creano ufficialmente nuove parole basate sulle proprie risorse, invece che prese dall’inglese.
La posizione del linguista medio italiano è invece: chi o quale ente dovrebbe decidere e imporre simili scelte? Con quale autorità?
La risposta è piuttosto semplice: basta fare come negli altri casi che – a meno che non si tratti dell’inglese – regolamentano la lingua senza porsi l’analogo problema. E in questo modo si può sviscerare anche l’annosa questione di chi decide che cosa è italiano e che cosa non lo è.
La strana idea di regolamentare la norma ma non il lessico
Prendiamo come esempio la regola per cui le parole che finiscono in -cia e -gia al plurale diventano -ce e -ge se precedute da consonante (provincia–province) mentre mantengono la “i” se sono precedute da vocale (ciliegia-ciliegie).
Nell’Ottocento la norma si basava sull’etimo latino delle parole. E così nella grammatica del Fornaciari (1882) si prescriveva pronuncie che seguiva lo stesso schema di pronunzie (derivato dal lat. pronuntia). A cambiare questo andamento, nel 1949, fu il linguista Migliorini che in modo pratico e convincente propose la regola attuale, che fu accolta dalle grammatiche e divenne operativa. E una volta affermata, questa regola è servita da guida anche per tutte le nuove parole, che si sono regolate sullo stesso schema, con il risultato che oggi la regola non ha eccezioni.Se la comunità dei linguisti che scrivono grammatiche e dizionari si accordasse per esempio anche per scrivere ciber invece di cyber, queste scelte potrebbero avere un impatto altrettanto regolamentatore; ma i lessicografi non lo fanno, perché su certi aspetti vogliono intervenire e cambiare l’uso, su altri no. E così i linguisti moderni negli ultimi anni hanno inventato a tavolino la parola “anglismo”, accanto ad “anglicismo” in uso e attestato sin dal Settecento. E la usano (quasi solo loro) per distinguersi dalle masse sostenendo in qualche caso che sia strutturalmente più corretta e infischiandone beatamente degli usi storici. Oltretutto qual è il bisogno di creare questa forma che si aggiunge a “inglesismo” e che si discosta non solo dall’uso storico, ma anche dalle forme delle nostre lingue sorelle: anglicisme e anglicismo del francese e dello spagnolo?
Ho già raccontato – per fare un altro esempio – l’attuale revisionismo con cui la comunità dei linguisti ha deciso di intervenire per cambiare l’uso storico della forma “se stesso” con quella accentata (“sé stesso”). Nell’Ottocento la questione non si poneva, e negli scritti di Leopardi e Manzoni le due forme si alternano un po’ a caso, e per di più anche l’attuale regola per cui utilizziamo l’accento acuto (sé e non sè) non si era ancora affermata, per cui spesso si trovava l’accento grave indicato anche nei dizionari. Successivamente le norme editoriali hanno operato le attuali scelte codificate nei dizionari moderni, e nel Novecento si è affermata una regola – a dire il vero un po’ bislacca – per cui anche se il pronome sé si scrive con l’accento acuto, per distinguerlo da “se” congiunzione”, davanti a “stesso” e “medesimo” l’accento si sarebbe dovuto omettere, in quanto inutile per rimarcare le differenze grammaticali. Questa regola non solo veniva insegnata a scuola – e non rispettarla costava talvolta un errore blu (almeno ai miei tempi) – ma soprattutto era diventata operativa in tutte le norme editoriali delle case editrici, a partire dalla più importante e prestigiosa Einaudi, e da tutti gli autori più importanti, come Calvino, che scrivevano sistematicamente “se stesso”. Che piaccia o meno, questa era la norma che si era affermata nell’uso. E sino al 1995, quando Oli era ancora vivo, nel suo vocabolario si prescriveva “se stesso”.
Un altro linguista di grande statura, però, Luca Serianni, contestava la sensatezza della regola, non trovava logico (giustamente) cambiare l’ortografia a seconda del contesto, e metteva in risalto che al femminile plurale (“se stesse”) la regola creava ambiguità per esempio con l’espressione “se (egli) stesse”. Ora, con tutto il rispetto per questo grandissimo linguista e grammatico, bisogna rilevare che la sua ossessione verso una questione che in fondo è di poco conto – visto che i problemi dell’italiano sarebbero ben altri – se ne infischiava dell’uso in voga e lo voleva cambiare in nome di una norma razionalizzatrice. Nella sua ultima lezione universitaria, prima di andare in pensione, le sue ultime parole agli studenti furono: “E scrivete sé stesso con l’accento”. Intanto, dopo la morte di Oli, nel prendere in mano il nuovo Devoto Oli insieme a Trifone, non solo la regola è stata cambiata ammettendo la forma accentata, ma “sé stesso” è stato introdotto in modo sistematico anche nelle definizioni, che sono state tutte riscritte con questo principio e “de-olizzate”. E oggi questa nuova regola sta guadagnando terreno sulla forma un tempo considerata l’unica lecita.Naturalmente non tutte le riforme ortografiche hanno successo, tutto dipende dall’accettazione non da parte delle masse – come crede qualcuno – ma da quella delle élite e delle piccole cerchie degli addetti ai lavori: i giornali e soprattutto i nuovi manuali e i nuovi dizionari che si affermano sul mercato e nella scuola. Dunque il tribunale dei grammatici ha un certo peso nel decretare le sorti dell’italiano e nel decidere cosa inserire e cosa lasciar fuori dal paniere dell’”uso”.
E allora, la domanda “quale ente dovrebbe decretare i possibili sostitutivi delle parole inglesi?” è una falsa questione. La risposta è: lo stesso “ente inesistente” che interviene per trascrivere schiscetta alla toscana, per cambiare le regole dei plurali e degli accenti, per consigliare parole come avvocata, per sanzionare l’uso “incorretto” di “piuttosto che” o di “stortare”, per inventarsi a tavolino la parola anglismo e via dicendo.
#anglicismiNellItaliano #dizionari #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica
-
Brasile scritto con la zeta.
Ho male al cervello. Ah, ma è un podcast che parla di finanza, tutto normale allora. -
Vedo che, oltre all'inossidabile Milano, anche le Langhe in Piemonte stanno messe bene.
Leggetelo tutto mi raccomando.(Grazie @edosecco per la segnalazione)
#vogliadiesserecolonia #itanglese #parlacomemangi #anglicismi
-
Vedo che, oltre all'inossidabile Milano, anche le Langhe in Piemonte stanno messe bene.
Leggetelo tutto mi raccomando.(Grazie @edosecco per la segnalazione)
#vogliadiesserecolonia #itanglese #parlacomemangi #anglicismi
-
In Italia gli anglicismi avanzano, mentre in Francia esplodono le denunce
Di Antonio Zoppetti
L’altro giorno leggevo che la Carta acquisti destinata alle fasce sociali deboli, ma più nota come “social card”, è stata reintrodotta con il nome di “Carta dedicata a te”, il che non impedisce ai giornalisti di “sintetizzare il concetto” attraverso l’inglese, anche quando cozza con l’immagine che raffigura una tessera in italiano, che comunque è messo in secondo piano, sfumato o semplicemente cancellato come se non esistesse.
Questo modo di dare le notizie, invece di produrre un effetto estraniante e suscitare delle reazioni infastidite, ha ormai subito un processo di normalizzazione, in una cultura – che ho definito appunto “coloniale” – dove sempre più concetti e oggetti si esprimono nella lingua superiore dell’anglosfera.
Perciò, davanti ai gatticidi – visto che i killer hanno sostituito gli assassini – si parla di un ipotetico serial killer dei gatti di Cogne che per essere catturato avrebbe bisogno di un profiler.
La lingua dei mezzi di informazione, che un tempo – quando le masse erano ancora in gran parte dialettofone – ha contribuito enormemente a unificare l’italiano, oggi lo sta invece anglicizzando. La conseguenza è che questo stilema linguistico anglomane normalizzato si estende, viene preso come modello, ripetuto e interiorizzato anche dalla gente in un processo di assuefazione. E così accade che qualcuno preferisca chiamare il proprio gatto con un nome in inglese – Joy – perché siamo ormai in presenza di una “diglossia lessicale” dove tutto ciò che suona in inglese è più solenne, moderno e preferibile a cominciare dal “profiler”.
L’insostituibile e innovativo concetto di profiler
Chi diamine è un “profiler”? Perché non parliamo di “profilatore”?
La premessa è che dal 2000 al 2006 è andata in onda sulla Rai una serie intitolata Profiler, affiancata da un’espressione italiana (Intuizioni mortali) secondo la logica che dagli anni Novanta si è imposta anche al cinema. Le multinazionali statunitensi esportano i propri prodotti con denominazioni inglesi intoccabili a partire dai titoli dei film (dunque siamo passati da Guerre stellari a Star Wars, dall’Uomo Ragno a Spiderman, dal Monopoli al Monopoly). Questa espansione dell’inglese dei mercati ha da tempo portato a utilizzare l’inglese per denominare qualunque ruolo professionale o carica lavorativa (dai manager sino ai pet sitter), in una più ampia anglicizzazione delle funzioni e dei processi del settore (outsourcing, joint venture, part time…). Dunque, lo psicologo criminale che ha il compito di individuare un profilo psicologico di chi commette un delitto diviene profiler, che inizialmente si introduce e diviene popolare attraverso l’intrattenimento televisivo, e poi si emula nella realtà attraverso una compiaciuta alberto-sordità che ci spinge a voler fare gli americani. Profiler finisce dunque per ricavarsi un significato tecnico legato alla criminologia assente nell’inglese (dove profiler è un generico disegnatore di profili oppure una macchina sagomatrice). In questo contesto, l’esperto “inviato da fuori” – cioè il deus ex machina che ci proviene dall’anglosfera – si esprime con i concetti di quella lingua, e guai a tradurli! Non avrebbero la stessa portata, e la prima cosa da fare, davanti all’inglese incipiente è quello di difenderne l’autonomia, nel tentativo di dimostrare che esprime qualcosa di diverso dall’italiano: profiler (sott. criminale) non è proprio come profilatore (criminale).
Per comprendere come agiscono i serial killer dell’italiano basta leggere il blog di un’università italiana che ci spiega come stanno le cose (e ci educa) in una guida pratica per diventare “profiler”:
Se sei uno studente appassionato di giustizia penale e sei affascinato dalla risoluzione di casi complessi, potresti aver sentito parlare della figura del profiler criminale. (…) È fondamentale distinguere tra profilo criminale strumento investigativo e la figura del criminologo. Il criminologo studia le cause sociali, psicologiche e culturali del crimine, mentre il profiler si concentra su raccogliere indizi sulla scena del crimine, le tracce forensi e la dinamica del reato per ricostruire il profilo psicologico dell’autore e orientare le indagini. (…) Diventare un profiler criminale richiede un percorso di specializzazione ben preciso. Tuttavia, è importante sottolineare che in Italia la figura del criminal profiler non è ancora inquadrata ufficialmente.
Da notare che non c’è alcuno sforzo di chiamare le cose in italiano, profiler è introdotto senza alternative, come qualcosa di necessario, e accanto alla forma ibrida (profiler criminale) viene introdotta anche la variante inglese completa con inversione sintattica (criminal profiler). Si chiama così. Punto.
Sarebbe però interessante avere un profiler linguistico che analizzi il profilo psicologico malato di chi concepisce certe idiozie che sembrano sgorgare dalla scrittura di un’intelligenza artificiale (denominata AI invece di IA, of course).
In Italia – si legge nell’articolo – il “criminal profiler” non è ancora una realtà, e dietro quell’ancora c’è una ben precisa visione di un’italietta arretrata rispetto a quella americana; ma verrà il giorno che anche noi primitivi ci evolveremo e finalmente anche da noi ci sarà un esercito di criminal profiler con le loro insostituibili competenze che derivano dal chiamare le cose in inglese.
Il paradosso comunicativo di una simile propaganda è che mentre il criminal profiler è venduto come un traguardo che comprende “pattern e motivazioni attraverso le tecniche del criminal profiling” e del “profiling psiologico” (“profilazione” non è una parola contemplata), non esiste una laurea specifica in criminal profiling, dunque non resta che intraprendere un percorso in “Laurea in Psicologia Forense o in Giurisprudenza” per poi specializzarsi “con master criminologia online, corso criminal profiling o master in criminologia.”
Insomma, tocca ancora ricorrere alle risorse italiane per aspirare a definirsi con un concetto in inglese.
Il pezzo si conclude con la spassosa indicazione di come diventare profiler dell’Fbi, uno sbocco occupazionale che – come è noto a tutti – rappresenta un’opportunità tra le più gettonate per gli studenti italiani formati a spese nostre che genereranno ricchezze per i Paesi che se li accaparreranno nella cosiddetta fuga dei cervelli.
Colpisce che una simile comunicazione di un ateneo italiano sia caratterizzata da queste baggianate. Colpisce soprattutto lo stile semplice e lineare nel formare il periodo, che ricorda molto quello dei pensierini dei bambini delle elementari, che assurge invece a esprimere qualcosa di più complesso solo attraverso i paroloni in inglese.
Questo comunque – che piaccia o meno – è il nuovo “italiano”.
L’anglicizzazione è un fenomeno mondiale
Tullio De Mauro – dopo aver passato una vita a negare che l’itanglese fosse un problema (cfr. “Gli anglicismi? No problem, my dear”) – nel 2016 si è dovuto ricredere davanti ai nuovi dati, e ha cambiato prospettiva arrivando ad ammettere che siamo ormai in presenza di un vero e proprio “tsunami anglicus” che sta travolgendo non solo l’italiano, visto che il fenomeno è planetario.
Gli anglicismi sono l’effetto collaterale della globalizzazione che esporta l’inglese come lingua internazionale dei mercati, come ho provato a ricostruire in un libro che analizza il caso italiano. Ma a colonizzare il mondo con la terminologia e il lessico d’oltreoceano non c’è in gioco solo il globalese delle multinazionali e la supremazia culturale, economica e sociale degli Stati Uniti. Queste enormi pressioni esterne si confrontano con le pressioni interne legate alle lingue locali che nei singoli Paesi arginano questo fenomeno.
In Italia purtroppo, le pressioni interne della nostra classe dirigente – dalla politica alla cultura, dalla scienza alla tecnica – puntano al prestigio dell’inglese e dunque agevolano questo processo, invece di frenarlo.
E noi cittadini cosa possiamo fare davanti a questo scempio, a parte brontolare? Niente. Siamo in balia di questa newlingua di classe, un ibrido traboccante di orgoglioso inglese con cui si educano i nuovi italiani, spesso dall’alto, e spesso in modo istituzionale, a partire dal governo, dalle Poste italiane, dalle Ferrovie dello stato, dagli atenei universitari…
Non possiamo che guardare questo scempio infastiditi e impotenti, mentre ci sono linguisti che invece di deprecare tutto ciò, negano che l’interferenza dell’inglese sia preoccupante senza addurre motivazioni plausibili, e brindano alla modernità di questo nuovo inglese coloniale, che chiamano internazionale, come si brindava sul Titanic.
In Francia, invece, esistono delle leggi che tutelano il francese e i francesi, e nel linguaggio istituzionale e ufficiale è vietato usare parole straniere (anche se queste si declinano quasi sempre con l’angloamericano). Naturalmente l’anglomania e gli anglicismi impazzano anche lì, ma il fenomeno è attenuato a partire dai giornali, mentre l’Académie française (come la Real Academia Española del resto) stigmatizza le parole inglesi e crea alternative autoctone che diffonde, e che spesso sono recepite anche dai giornali, in un contesto politico che tutela i cittadini e la trasparenza della comunicazione. E così esistono commissioni per l’arrecchimento del francese e banche terminologiche ufficiali che traducono ogni tecnicismo, per cui il ricorso all’inglese diventa una scelta espressiva sociolonguistica e non una necessità, come da noi.
Le oltre 90 denunce di Daniel De Poli e dell’associazione Francophonie Avenir
In Francia, davanti all’anglicizzazione è possibile intervenire da un punto di vista legale, e fare causa agli enti che non rispettano le leggi. Come fa Daniel De Poli che mi ha segnalato la sua nuova “rivoluzione francese” sul piano della lingua.
Membro dell’associazione per la difesa della lingua francese Francophonie Avenir, tra giugno e luglio scorsi, Daniel ha dato vita a una delle più massicce e sistematiche operazioni di denuncia mai realizzate, inoltrando ben 90 lettere destinate alle università, alla Corte di Cassazione, al consiglio di Stato e a tutti gli enti pubblici francesi – compreso trenitalia.fr – che utilizzano illegalmente gli anglicismi che sulla carta dovrebbero invece evitare. Chi vuol vedere quello che sta facendo, può consultare la pagine dell’associazione che raccoglie tutti i Ricorsi amichevoli presso università e collettività; ma decine e decine di altre lettere – mi scrive – sono in preparazione e a tutte queste seguiranno i ricorsi in tribunale veri e propri, se non sortiranno effetti.
“La cosa importante da ricordare è che solo un’azione legale può produrre risultati nella lotta contro gli anglicismi” mi ha spiegato. “Se si inviano semplici lettere di protesta, spesso non succede nulla. Ma davanti al rischio di un’azione legale, i lupi si fanno agnelli e di solito provvedono a eliminare gli anglicismi. Per gli altri che non si adeguano, invece, saranno i tribunali a imporre loro di conformarsi e a multarli.”
Questa linea sta funzionando, e Daniel è stato definito da Le Figaro “il cacciatore di anglicismi che è diventato il benevolo terrore della stampa francofona”. L’agguerrito contrattacco all’anglomania ha già portato a molte condanne, come quella dell’aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine di cui ho già riferito in passato, o quella dell’Università di Bordeaux condannata lo scorso dicembre per l’uso di anglicismi nella sua segnaletica (un elenco di tutte altre condanne è disponibile sul sito di Francophonie Avenir).
Questi ricorsi legali non solo portano all’eliminazione dei singoli anglicismi illeciti, ma finiscono con il creare un clima culturale in antitesi a quello anglomane, in una stigmatizzazione del “franglais”, visto che il problema non sono i singoli anglicismi, ma l’anglomania da cui scaturiscono. Dunque in Francia davanti all’anglicizzazione esiste – ed è possibile – una resistenza, mentre in Italia ci sono solo i “collaborazionisti” – per riprendere le parole del filosofo francese Michel Serres – della dittatura dell’inglese; e l’itanglese prospera proprio a partire dal linguaggio istituzionale.
#anglicismiNelFrancese #anglicismiNellItaliano #francese #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa
-
La cultura della cancellazione dell’italiano (italian cancel culture?)
Di Antonio Zoppetti
Mentre serpeggia il dibattito a proposito dello sterminio del popolo palestinese – sarà davvero genocidio o è meglio utilizzare una terminologia meno offensiva per Israele? – l’altro giorno è uscito un articolo sul Corriere che mi è arrivato come un cazzotto nella pancia.
Come tutti sanno, la popolazione imprigionata nel lager a cielo aperto di Gaza ha poco a che fare con le etichette dei giornali che liquidano la faccenda come una guerra tra Israele e Hamas. I cittadini che si aggirano tra le macerie dei bombardamenti – in larga parte bambini – sono stati volutamente ridotti alla fame (anche se si legge spesso che c’è la carestia, come se fosse un evento ineluttabile o naturale). Come se non bastasse, in un luogo in cui non è rimasto in piedi neppure un ospedale, il tiro al piccione sulla folla che si accalca per la distribuzione dei viveri è diventato sistematico. Centinaia di migliaia di persone nelle prossime settimane potrebbero morire di fame, il che non è un’espressione metaforica, ma da prendere in senso letterale.
E con quali parole si può descrivere tanto orrore? Come esprimere una simile tragedia umanitaria?
Il principale quotidiano nazionale italiano riesce a farlo mettendo in bocca a una mamma questa disperata testimonianza (come fosse una tipica espressione palestinese): visto che al black market la farina costa 25 euro al chilo, solo qualche volta riesco a dare ai miei figli uno snack serale.
Cosa spinge un giornalista a chiamare snack quello che storicamente si sarebbe detto un tozzo di pane? Cosa lo spinge a usare indifferentemente l’espressione mercato nero impiegata nel titolo oppure black market (nel sommario) come se inglese e italiano fossero sinonimi intercambiabili?
L’attuale cultura della cancellazione dell’italiano sostituito dall’inglese si allarga a questo modo, per opera di una pletora di intellettuali, giornalisti, imprenditori, tecnici, addetti ai lavori… dalla mente colonizzata, che invece di rivolgersi ai loro concittadini in italiano devono anglicizzare qualunque cosa per esprimere un ideale linguistico che a loro pare più solenne, anche quando rasenta il ridicolo e il paradosso.
Questo paradigma comunicativo deviato — una coazione a ripetere patologica — genera una voluta e ricercata commistione di anglo-italiano che non ha più a che fare con il ricorso ai singoli anglicismi (per esempio snack) ma con il passare all’inglese indipendentemente dal fatto che sia ormai entrato nei dizionari, accettato o diffuso (per esempio black market). La posta in gioco della nuova cultura della cancellazione dell’italiano – che genera l’itanglese – è al contrario quella di affermare questo modello linguistico e di educare la gente a un simile modo di esprimersi, che in questo modo suona giorno dopo giorno sempre più naturale.
In questa visione confusa della comunicazione e della lingua, viene a cadere un elemento portante della nostra storia, identità e cultura: la distinzione strutturale tra italiano e inglese che ha che fare con la forma, più che con i significati. Nella newlingua che si vuole affermare il suonare in inglese conta più dell’essere inglese di fatto, e poco importa che certe espressioni come smart-working o italian sounding siano degli pseudoanglcismi: la loro funzione è quella di dare una patina di inglese alla struttura dell’italiano. Perché questo è ciò che si ricerca, il nuovo stilema linguistico di prestigio nasce da una disperata ricerca compulsiva dell’ibridazione in modo non necessariamente consapevole, ma sempre più istintivo e “naturale”.
Questo obiettivo si persegue in tanti modi. Il più facile è quello che riguarda le parole nuove. Se una parola non esiste già in italiano, la si trapianta gioiosamente dall’inglese, invece di adattarla o creare alternative con le nostre risorse linguistiche. E così veniamo quotidianamente invasi da una miriade di nuove espressioni inglesi presentate come “intraducibili, con la complicità dei linguisti anglomani che bollano simili espressioni come “prestiti necessari”, cioè parole intradotte come airbag, wi-fi, mouse, lockdown… che non abbiamo voluto o saputo tradurre ma che all’estero sono spesso tradotte (la “necessità” dell’inglese vale solo per la nostra mentalità coloniale). Per avere un’idea delle proporzioni del fenomeno, bisogna ricordare che il 50% dei neologismi del nuovo millennio, nei dizionari, è ormai in inglese crudo. E accanto a tutta la terminologia che entra direttamente in inglese per indicare gli oggetti, l’altro cardine della cultura della cancellazione linguistica consiste nell’anglicizzare anche i concetti, perché la lingua non è solo la descrizione del mondo, ma soprattutto la sua costruzione. E così in un articolo su la Repubblica (grazie a Daniele che me l’ha segnalato) si parla per esempio di heterofatalism come fosse la cosa più naturale del mondo, invece di renderlo con eterofatalismo – o eteropessimismo – come si può rendere in italiano. Ma tra l’italiano e l’inglese si preferisce l’inglese senza alcuna motivazione plausibile.
Questo modello comunicativo dominante si sta estendendo a sempre più ambiti della lingua italiana, e la sta soffocando. Il problema non sono gli anglicismi – spesso passeggeri – ma l’anglicizzazione, che si allarga a dismisura indipendentemente dalle singole scelte lessicali. Il flusso dell’inglese che si mescola all’italiano è in costante crescita, anche quando le espressioni inglesi adoperate sono transitorie.
E allora, tra le “tendenze” promosse dai giornali si introducono nuovi concetti in inglese e allo stesso tempo si riscrive in inglese anche ciò che potremmo dire in italiano, volendo. Perciò il lemon drop – che fino a qualche giorno fa era solo un cocktail – oggi si trasforma in un effetto “goccia di limone” da imprimere sulle unghie, i tessuti increspati si trasformano in smock, in palestra i piegamenti diventano push-up (che un tempo erano invece solo dei reggiseni), le accosciate squat, la tartaruga six-pack, il restauro delle navi diventa un nuovo “look” (che si potrebbe dire anche restyling o evocare con lo pseudoanglicismo lifting) nei cantieri navali diventati refit, mentre la parola snodo è stata ormai abbandonata in nome di un generico hub, sempre più inflazionato e abusato in ogni circostanza.
Mentre tutto ciò è sotto gli occhi di tutti – a parte quelli di qualche linguista anglomane sempre più anacronistico e strampalato – la domanda che ci si può porre è: già, ma che fare?
È la stessa domanda che ci si può rivolgere davanti alla situazione palestinese, per tornare da dove eravamo partiti. Purtroppo, a parte blaterare, non si vuole fare niente di concreto in entrambi i casi. E così per Netanyahu non sono previste le sanzioni e le reazioni riservate a Putin, mentre agli anglicismi non sono riservate le stesse stigmatizzazioni e le stesse sanzioni che vengono invece introdotte per cambiare la lingua introducendo le cariche al femminile, le parole politicamente corrette o inclusive. Gli anglicismi non vengono messi al bando come si è fatto con la parola “negro” o come si sta tentando di fare con la parola “razza”.
Eppure basterebbe fare un po’ di cultura e innescare un minimo di dibattito per cambiare questo andazzo e questa follia anglomane. Per comprenderlo basta citare quel che ha fatto un attivista dell’italiano, Gino Sgroi, a cui va tutta la mia stima.
Infastidito da una newsletter in itanglese di un’associazione che si occupa di alimentazione vegana e vegetariana, ha scritto alla redazione chiedendo perché nel loro “bollettino” ricorressero espressioni poco trasparenti come “plant-based” invece di vegetale o altre come l’insopportabile “save the date” invece di un equivalente in italiano.
La risposta, inizialmente piccata, difendeva la “scientificità” e “tecnicità” di certe espressioni e il loro riuscire a esprimere un qualcosa in più dell’italiano. Ma Gino, in modo pacato e razionale, ha a sua volta replicato con validi argomenti a quelle risposte, e ne è nato un dibattito proficuo in cui la redazione – che in un primo momento credeva di trovarsi di fronte a un fanatico o a un purista nostalgico – scambio dopo scambio ha iniziato un processo di razionalizzazione e di maggiore consapevolezza nella comunicazione che a portato ad accettare le osservazioni ricevute e a recepirle.
Perciò, anche se permangono espressioni diffuse come newsletter e online (ormai radicate rispetto a possibilità come bollettino o in linea) nell’ultima comunicazione l’associazione ha eliminato il “planted based” e il “save the date” diventati a base vegetale e segna in agenda.
Questa piccole vittoria contro l’itanglese è solo uno sprazzo limitato, ma la dice lunga su ciò che si potrebbe fare. Se invece di un singolo cittadino come Sgroi fossero le istituzioni e la nostra intellighenzia a divulgare un minimo di educazione linguistica, la nostra lingua sarebbe più viva. Purtroppo, le linee guida di università e amministrazioni – come il linguaggio dei giornali – puntano a rinnovare la nostra lingua proprio attraverso il ricorso all’inglese. L’itanglese è divenuto la nuova lingua di classe. E se questo atteggiamento non cambierà, il genocidio lessicale dell’italiano e la cultura della sua cancellazione e sostituzione è destinata ad allargarsi e a imporsi sulle masse.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa
-
Ho appena sentito una pubblicità in TV: non un normale burro di arachidi, ma PÌNAT BATTER 😑
-
Ho appena sentito una pubblicità in TV: non un normale burro di arachidi, ma PÌNAT BATTER 😑
-
L’antilingua dell’itanglese
di Antonio Zoppetti
Il giornalista ferma un visitatore in fiera.
L’intervistato, in piedi davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Visto che stamattina volevo fare una pausa per staccare, invece di andare a correre come faccio spesso, ho pensato di fare un giro in fiera per concedermi qualche acquisto. Ho scoperto che ci sono anche dibattiti e spettacoli. Mi sembra una manifestazione di alto livello e senza concorrenti, in questa piccola città di provincia”.Impassibile, il giornalista riassume per il suo pubblico la sua fedele trascrizione: «Per un break e un po’ di relax, invece di fare jogging, meglio concedersi un tour in fiera e approfittarne per fare shopping. Tra talk e show, questo happening al top pare non abbia competitor in città.”
Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua a base inglese. Funzionari e tecnici, esperti e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono, parlano, pensano in itanglese.
Caratteristica principale dell’antilingua in itanglese è quella che definirei il «terrore semantico» verso l’italiano, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato storico in italiano, da sostituire con elementi dal suono e dalla grafia in inglese, come se «concorrente», «giro» o «pausa» fossero parole oscene di fronte a competitor, tour o break, come se «rilassarsi», «fare compere» o «andare a correre» indicassero azioni turpi rispetto al relax, allo shopping e al jogging.
Nell’itanglese gli elementi distintivi dell’italiano sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che devono suonare in inglese, anche a costo di risultare vaghi e sfuggenti.(…) Chi parla itanglese ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «(…) La mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ». La motivazione psicologica dell’itanglese è la mancanza d’un vero rapporto con la nostra storia e cultura, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’iitanglese – l’antilingua di chi non sa dire «equivoco», ma deve dire «misunderstanding» – la lingua italiana viene uccisa.
A distanza di 60 anni, ho provato a riscrivere così il celeberrimo passo di Italo Calvino sull’antilingua (uscito su Il Giorno del 3 febbraio 1965), sostituendo gli esempi di “burocatichese” con quelli in itanglese. A parte qualche forzatura, questo attingere all’angloamericano sistematico e compulsivo è diventato la norma, nella comunicazione mediatica e in sempre più settori.
Nel brano originale era la lingua naturale e spontanea del testimone a essere riscritta nell’antilingua del verbale dei carabinieri. “Stamattina presto andavo in cantina ad accedere la stufa e ho trovato tutti questi fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena” diventava: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinnovamento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di avere effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano”.
Anche Claudio Marazzini ha osservato che “oggi l’inglese svolge appunto la funzione di burocratese e sfocia in quello che Calvino chiama antilingua, cioè una lingua che si stacca dalle parole dell’uso comune per rifugiarsi in un orizzonte vago e artificioso, proprio per questo rassicurante, in quanto evasivo rispetto alla realtà.” Per rendersene conto basta leggere il Sillabo per l’imprenditorialità sfornato dal Ministero dell’Università o il Piano scuola 4.0: “Per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del team building, non serve progettare, ma occorre conoscere il design thinking, essere esperti in business model canvas e adottare un approccio che sappia sfruttare la open innovation, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati pitch deck e pitch day. Più che un’educazione all’imprenditorialità, questo documento sembra promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana e delle sue risorse nei programmi formativi delle forze imprenditoriali del futuro.”(C. Marazzini, “Ecologia degli idiomi nazionali: sostenibilità delle lingue e salute dell’italiano” in L’italiano e la sostenibilità, a cura di Marco Biffi, Maria Vittoria Dell’Anna, Riccardo Gualdo, goWare, Firenze 2023, pp. 166-167).
Tra le principali differenze tra l’antilingua e l’itanglese, la prima incarna la dissoluzione della chiarezza e della concretezza, il secondo va nella stessa direzione ma punta all’abbandono dell’italiano perché vuole infiorettare qualunque cosa con suoni inglesi. Inoltre, fuori dal gergo burocratico degli addetti ai lavori, nessuno difenderebbe lo stile dell’antilingua, nessuno auspicherebbe che un simile modello possa uscire dal suo ambito per penetrare nella letteratura, nella comunicazione di tutti i giorni e nella lingua comune. L’itanglese è invece preferito e ostentato dalle classi alte, si allarga grazie alle scelte lessicali considerate più prestigiose proprio in quelli che Pasolini definiva i centri di irradiazione della lingua, e che per Gramsci costituivano il modello linguistico delle classi dirigenti che poi si estende alle masse che lo prendono come canone e lo imitano. Basta pensare a una comunicazione delle Fs rivolta al cittadino che recita: “Per visualizzare i Barcode del tuo ticketeless effettua il Self Check-in dal tuo smartphone”, mentre si potrebbe formulare più chiaramente: “Per visualizzare i codici a barre del tuo biglietto digitale effettua il convalida dal tuo dispositivo”.
L’itanglese si amplia di giorno in giorno grazie alle scelte lessicali dei comunicatori che invece di impiegare la lingua del destinatario preferiscono educarlo al loro modello linguistico in cui l’anglicismo scalza l’italiano e la lingua di tutti. Ciò dipende da una cultura coloniale dove gli intellettuali non sanno far altro che formarsi su testi inglesi di cui si ripetono le pratiche e i concetti con le stesse parole, senza saperli e volerli tradurre in italiano. In questo contesto l’anglicismo ha il sopravvento, e sul principale quotidiano “italiano” – in una “newsletter” denominata “Big Bubble” – un’espressione incomprensibile ai più come fence-sitting (letteralmente “sedersi sul recinto”) viene usata al posto di indecisione o esitazione, in attesa che anche gli ignavi di Dante diverranno forse fenge-sitter(s).
Tutto ciò avviene, giorno dopo giorno, con la complicità di certi linguisti ignavi, che invece di deprecare questo fenomeno lo difendono e lo accettano in nome di un presunto descrittivismo. Questi linguisti si limitano a registrare le parole “in uso” senza voler intervenire, ci raccontano, anche se non raccontano affatto che questo “uso” legittimatore è quello delle élite anglomani, non certo quello delle masse che lo subiscono. Così facendo credono di essere “neutrali”, ma non prendere posizione davanti a una lingua dominante che sta schiacciando l’italiano e lo sta facendo regredire e abbandonare, non significa essere neutrali, significa essere complici di un’anglicizzazione selvaggia che è l’effetto collaterale di una dittatura dell’inglese globale che sta mettendo a rischio le lingue nazionali sul piano della cultura, prima ancora di quello linguistico. E infatti, questi stessi linguisti descrittivi a fasi alterne, non si sognerebbero mai – in nome dell’uso – di legittimare il burocatichese o l’antilingua, che deprecano nonostante sia in uso in molti ambiti, così come non si fanno alcuno scrupolo a diramare linee guida per cambiare l’uso storico dell’italiano in nome del politicamente corretto, per mettere al bando parole come “negro” o “razza”, per educare alla femminilizzazione delle cariche o al linguaggio inclusivo. La sacralità dell’uso viene invocata per affermare l’itanglese, e messa sotto al tappeto negli altri casi, se fa loro comodo.
Con il senno di poi, l’antilingua di Calvino non ha avuto il sopravvento, è rimasta confinata nei suoi settori marginali del burocratichese, senza diventare lingua comune di tutti. L’itanglese, al contrario, si impone come una lingua “superiore”, moderna e internazionale; per qualche anglomane dalla mente colonizzata certe scelte di ricorrere all’anglicismo sarebbero addirittura “necessarie”.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa
-
Mi scuso molto per una grave dimenticanza: l'altro giorno a fianco dei TOLC non ho menzionato gli SPÌCH.
Ho visto un video su yt di una conferenza in italiano e uno dei commenti è: "Ottimo speech, complimenti!" 😑
Io proporrei di spicciarsi a parlare meglio.
-
"... È un personaggio troppo self-centered per comportarsi diversamente"
Perché devono farmi venire il mal di pancia prima di andare a dormire?
Egocentrico non va più bene?
-
Sono mancate al nostro affetto le "competenze lavorative".
Ne danno il triste annuncio le SCHÌLL e il NOUÀU. -
Addio "dopo sbornia" e "dopo sbronza".
Lunga vita all'ENGÒVER. -
#sabato
#itanglese
#caturday
#saturday
#Mita
Era tanto che non pubblicavo una immagine con la mia gattona eremita .
Eccola qui in tutto il suo pelo gonfio per ripararsi dal freddino . -
Oggi è il giorno delle segnalazioni.
Non sapevo che le Langhe fossero oltre Manica o oltre oceano!
Altrimenti perché chiamare una panetteria BÀCHERI?Giuro, sto impazzendo.
-
Ricevo questa perla.
Né io né chi me l'ha mandata abbiamo altro da aggiungere.
Anzi, forse ci sarebbe più EVIDENSS con qualche scappellotto. -
Riposa in pace, diagramma di flusso.
Lunga vita al FLOUCIART. -
Da un visitatore:
Oggi un mio collega per dire che un dato viene automaticamente riportato in posti diversi del sistema gestionale aziendale ha detto MIRRORATO 🤣🤣🤣 -
In questa fine d'anno, vi ricordo che non si può più dire: "per dirla in breve", "facendola breve" o "tagliando il discorso".
Ora è LONGSTORISCIORT. -
Mi raccomando, non azzardatevi più a dire "citazione" o "riferimento" o "richiamo"!!!
Ora esistono soltanto le RÈFERENSSMa rifatevi il cervello va'.
-
@cosechehoscritto Molto interessante l'inciso " come direbbero i miei figli che pensano in inglese e poi traducono in italiano – la mancanza di “consistenza” nella narrazione ludica ".
Sintomi, sintomi ovunque di #itanglese
Che poi l'inglese 'consistent' è un noto falso amico, si traduce 'coerente', non certo 'consistente'! -
Ho appena scoperto l'esistenza delle opere d'arte SAIT SPESÌFIC
#parlacomemangi
#itanglese #itanglish
#anglicismi #anglicisminellitaliano