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  1. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Ne uccide più la cappa che la spada? Storia del ritorno della “k” nella lingua “italiana”

    Di Antonio Zoppetti

    Quella che viene interpretata come la più antica testimonianza scritta della lingua italiana è una trascrizione in volgare riportata in un atto giuridico del 960, il placito capuano. A quei tempi il latino era la lingua della scrittura che apparteneva ai pochi rappresentanti delle classi colte, ma nella vita di tutti i giorni la gente si esprimeva nel proprio volgare, e non era più in grado di comprendere il latino già da qualche secolo. I volgari, antenati delle moderne lingue romanze, erano nati dallo sfaldamento del latino vivo che si parlava in epoca classica e dalle sue distorsioni locali. Cambiamento dopo cambiamento, con il passare del tempo la lingua di partenza si era così sempre più differenziata fino a che non si è verificato lo strappo dalla lingua originaria: il popolo – quasi esclusivamente analfabeta – non era più in grado di intenderla. Il latino non era affatto scomparso, continuava a essere la lingua superiore di prestigio utilizzata dai religiosi e dai dotti. E al contrario della lingua del volgo che era naturale e materna ma istintiva, possedeva la sua grammatica ben codificata.

    Sao ko kelle terre…

    In questa diglossia (la presenza di due lingue di diverso rango), non sappiamo di preciso come suonassero i volgari italici, perché a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere in volgare a quei tempi, dunque mancano le testimonianze, fino al 960. Il placito di Capua doveva risolvere una controversia che riguardava certe terre occupate dai monaci benedettini la cui proprietà era però rivendicata da un feudatario locale. I terreni contesi erano in Campania, ma quelle regioni erano allora un territorio longobardo, e vigeva una legge per cui dopo 30 anni di possesso di un terreno scattava l’usucapione. E così, dopo tante analoghe sentenze – fino a quel momento verbalizzate in latino – in cui chi dimostrava di possedere le terre da almeno trent’anni se le poteva tenere, il giudice Arechisi ebbe l’idea di trascrivere le testimonianze dei benedettini in volgare, forse perché quelle parole arrivassero forti e chiare ovunque, anche al di fuori dalle cerchie degli addetti ai lavori. E in questo modo il volgare dei testimoni è stato messo nero su bianco ed è arrivato fino a noi attraverso queste parole:

    Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.

    Ricalcandole in italiano moderno potremmo dire: “So che quelle terre, nei confini che qui [= questo atto] riporta, da trent’anni sono in possesso dell’amministrazione di San Benedetto”.

    A dire il vero esistono reperti del volgare anche precedenti a questa data, ma si tratta di frammenti di natura privata o pratica, mentre l’importanza del placito capuano sta in un uso intenzionale e consapevole di questo volgare, che ne sanciva l’esistenza e l’ufficialità. E soprattutto ha creato un precedente che è poi stato replicato in vari altri placiti successivi che hanno trascritto analoghe testimonianze in volgare riportate quasi sempre con le stesse parole.

    Quello che ai nostri occhi può stupire è la presenza della “k”, che consideriamo una lettera straniera. Se oggi l’ortografia è ben normata dalla grammatica che si studia a scuola, nel Medioevo l’unica grammatica esistente era quella latina, e il problema davanti a cui si era trovato il giudice Arechisi era quello di inventarsi una grammatica per esprimere i nuovi suoni che nel latino non esistevano. In epoca classica non c’era l’attuale suono dolce dell’odierna “c”, che i Romani pronunciavano in modo duro anche davanti alla “e”. Il suono “ce” era comparso più tardi, nel latino medievale tardo in parole come cervus (cervo) o caelum (cielo), che poi si era mantenuto anche in molte parole della lingua orale del volgo. Davanti ai due suoni possibili, perciò, la “c” velare (= dura) venne resa con la lettera “k” (kelle) forse per distinguerla dalla pronuncia dolce. La stessa soluzione usata per “ko” e per “ki”, che oggi traduciamo con che congiunzione e qui. Il pronome relativo “che” (= i quali, “que ki contene”) è stato scritto invece in modo conforme alla regola latina – visto che esisteva – e cioè con il grafema “qu” di quod.

    In altre sentenze successive sono state invece usate soluzioni differenti, e “sao ko” del placito di Capua, a Sessa e Teano è stato reso con il raddoppiamento della “c”: “Sao cco”. Anche la scelta della vocale “o” al posto dell’odierna “e” risente della mancanza di un codice ortografico-fonologico per esprimere un suono forse pronunciato a metà tra la “e” e la “o” come nell’œ dell’odierno francese.

    Il duello secolare tra la “c” e la “k”

    Nei secoli successivi sempre più testi furono scritti in volgare, e la “k” ha convissuto a lungo con il più blasonato “ch” della tradizione toscana insieme anche ad altre trascrizioni grafiche.

    Con il tempo, le soluzioni personali di formalizzare le parlate volgari crearono precedenti e diventarono soluzioni locali; per esempio in alcuni reperti della lingua franco-veneta c’è chi ricorreva alla “ç” dell’odierno francese scrivendo “çantar”, altre volte trascritto invece “chantar”, ma altrove la “ç” fu spesso usata per indicare la “c” dolce, anche se altre volte fu impiegata al posto della “z” (preçu = prezzo, çitella = zitella) e gli echi di queste oscillazioni e cambi di consonante si rintracciano anche nell’italiano moderno, dove convivono soluzioni lessicali come pronuncia e annuncio ma anche pronunzia e annunzio (forme più arcaiche che si mantengono in derivati come nunzio).

    In questo proto-italiano variegato e non ancora normato, la k impiegata per il suono velare (kiave) si ritrova anche nei primi reperti letterari lombardi per esempio del milanese Bonvesin de la Riva che nel 1200 divulgava le norme del galateo da osservare a tavola: “Fra Bonvesin dra Riva, ke sta im borg Legnian, dre cortesie da desco quilò ve dis perman” (= Fra Bonvesin de la Riva, che abita nel borgo di Legnano, delle cortesie da tavola vi dice qui di seguito). E agli inizi dello stesso secolo era impiegata anche da San Francesco d’Assisi nelle sua Laudi che solo all’“Altissimu, onnipotente, bon Signore, se konfano” – e ricorre anche in “ke” e “skappare” – benché nei manoscritti ricopiati successivamente quelle scelte furono traslitterate con il “ch” e la “c” seguendo una diversa formalizzazione destinata a prendere il sopravvento e a essere riportata nelle odierne antologie scolastiche.

    L’affermazione del “ch” che usava Dante con il passare dei secoli si è radicata ed è diventata la norma. Nel Cinquecento il tosco-fiorentino è diventato il modello di italiano nazionale teorizzato da Pietro Bembo e dalle prime grammatiche, poi istituzionalizzato nel Vocabolario della Crusca e diffuso anche grazie all’avvento della stampa a caratteri mobili e dalla nascente editoria le cui norme editoriali si uniformavano e fondevano con quelle dei grammatici. Da quel momento in poi usare la soluzione della “k” è divenuto un “errore”, e non più un uso poco comune o meno puro ed elegante, ma solo tra il Seicento e il Settecento la lettera è stata definitivamente abbandonata ed è scomparsa da tutti i libri. Dunque in italiano è stata “sconfitta” al contrario per esempio di quanto è successo nelle lingue germaniche dove sopravvive anche ai nostri giorni.

    E così, in un dizionario ottocentesco che precede di pochi decenni l’unità d’Italia, si leggeva: “K, sm. Lettera greca, detta Kappa. Il c e ch suppliscono ad essa in tutti i suoi suoni della lingua italiana. Adoprasi solamente in alcuni nomi stranieri” (Longhi-Menini, Nuovo vocabolario della lingua italiana, Torino 1847, Tip. Di Al. Fontana).

    Poiché nulla è definitivo e immutabile, però, nel Novecento questa lettera è tornata a fare capolino soprattutto attraverso l’interferenza dell’inglese, che accanto a termini come remake include il “ck” di click o la doppia “k” di trekking. Dunque abbiamo cominciato a riabituarci all’alta frequenza di questa lettera.

    Negli anni Settanta ha cominciato a circolare in modo “abusivo” e ribelle per esempio nelle scritte sui muri imbrattati da certe massime della contestazione, quando non era infrequente imbattersi in “Amerika” o “Kossiga”. Ma accanto a queste intenzionali e provocatorie violazioni delle regole dell’italiano e del suo alfabeto, l’utilizzo “stenografico” della cappa ricorreva di frequente anche negli appunti scolastici privati degli studenti. Si trattava di un uso che aveva motivazioni economiche legate al dover scrivere velocemente a mano durante le lezioni, e produceva una letteratura informale fatta di abbreviazioni come “xké” al posto di “perché”, che conviveva con il vezzo di scrivere “x” invece di “per”.
    Negli anni Novanta, con il diffondersi degli sms limitati a 160 caratteri, e successivamente con l’avvento di internet, questo linguaggio che ricorda quello dei codici fiscali è passato nelle chat e si è arricchito di espressioni abbreviate e crittografate fatte da tvb per “ti voglio bene” e simili acronimi gergali. Il fenomeno dilagava al punto che qualcuno ha cominciato a temere per l’integrità dell’italiano, benché questo tipo di abbreviazioni legate allo scrivere velocemente non siano una novità dell’epoca moderna, anche gli amanuensi di epoca romana e medievale ricorrevano a formule compresse e alla tachigrafia. Ciononostante, davanti all’esplodere di un nuovo uso che usciva dalla norma, sono sorti vivaci dibattiti tra chi lo bollava come un modo di scrivere da analfabeti e un ritorno al Medioevo che costituiva una minaccia per l’italiano, e chi lo osservava senza esprimere giudizi e vedeva in questi gerghi il segno di una lingua incipiente che si limitava a studiare, invece che criticare.

    Nel giro di qualche anno il fenomeno si è però ridimensionato, invece di estendersi al di fuori del proprio ambito e passare alla lingua di tutti, e questa “lingua” è stata stigmatizzata anche nel gergo della Rete che in un primo tempo ne aveva fatto un segno distintivo. E così, scrivere sulle piattaforme sociali con le “k” è stato in seguito considerato un linguaggio da “bimbominkia” (scritto con la “k” proprio per sottolinearne la bruttura), un neologismo gergale accolto persino nei dizionari per connotare negativamente chi impiega questo modo di esprimersi adolescenziale infarcito anche di acronimi o da un eccesso di faccine.

    L’alta frequenza della k per interferenza dell’inglese

    Nella prima edizione minore dello Zingarelli del 1923 si leggeva che la lettera k apparteneva solo alle parole straniere, e ne venivano annoverate 15 tra cui kaiser e kantiano, ma solo la voce king proveniva dall’inglese, e indicava allora una specie di carrozzino a due posti. Un secolo dopo, negli attuali dizionari sono registrate oltre 200 voci che iniziano con la k, ma tra nipponismi come kimono e karate, germanismi come kolossal, parole ebraiche come kippur, o arabe come kebab sono gli anglicismi a spiccare. Tra questi, i più comuni e frequenti sono per esempio:

    keyboard, keyword, killer (+ killer app, killer application e applicazione killer ma anche killerraggio e affini che si ritrovano sotto altre lettere come serial killer o bounty killer), king size, kiss and fly, kiss and go, kiss and ride (o kiss&ride), kit, kiwi, kleenex, knockout e KO, know-how, koala

    Ma per misurare l’alta frequenza della k non basta contare le parole che iniziano con questa lettera, perciò ho provato a conteggiare le parole inglesi più comuni che contengono la k al loro interno. Non sono a conoscenza di studi in proposito sulla frequenza di questa lettera, dunque provo di seguito a riportare non tutte parole che includono la k presenti nei dizionari, ma almeno quelle più comuni. Il risultato mi sembra interessante soprattutto per comprendere come le radici inglesi siano tra loro interconnesse, visto che una serie di linguisti continua ad approcciare il fenomeno dell’interferenza dell’inglese limitandosi a considerare solo l’entrata dei singoli anglicismi, come se fossero qualcosa di isolato. Quello che emerge è invece come l’alto numero di anglicismi finisca per generare delle regole a orecchio, esattamente come avveniva ai tempi dello sfaldamento del latino nei volgari.

    Cominciando dalla lettera A, oltre al gergale aka (cioè alias), c’è acquapark, pseudoanglicismo sul modello di luna park, che contiene la radice di altre parole come per esempio parking per parcheggio.

    Alla lettera B la k si ritrova in famiglie di parole tra loro interconnesse che si legano a back (back-end, backgammon, background, back-office, backslash, backspace, backstage, backup (che genera l’ibrido backuppare) e che fuori dalla B si ritrova in feedback, cashback, flashback o playback. Altra radice prolifica è costituita da book, da solo usato come sinonimo di portafoglio clienti (book fotografico), ma che ritorna in parole dove ha il significato di libro (bookcrossing, bookshop, e-book, booktrailer, instant book) ma anche con altre valenze (booking, bookmaker, bookmark e fuori dalla lettera B almeno overbooking). Tra le parole che si appoggiano a black ci sono: black bloc, total black, black comedy, blackjack, blacklist, e blackout; tra quelle a base break (invece di pausa): break even (point), breakfast + coffee break; e poi ci sono bad bank ma anche home banking, basket ma anche beach basket; e attorno a bike si strutturano biker, bike sharing, city bike e mountain bike. Tra le parole isolate si possono annoverare brick, bazooka, bikini, bed and breakfast, benchmark, broker.

    Di seguito riporto le altre parole con la k che iniziano con le altre lettere, con un ordine misto che segue un po’ l’elenco alfabetico e un po’ il raggruppamento per famiglie di parole:

    cake design, check (+ check-in, check-out, check list, check point, checkup… la stessa radice si ritrova in fact checking), click, cocktail, cooking show, cornflakes, crack, cracker (nel significato di galletta ma anche di pirata informatico), dark e dark lady, desk (+ desktop e help desk), drink (+ energy drink, long drink e smart drink), disc jockey, elettroshock (connesso a shock e rosa shocking), film-maker (cfr. remake), fake e fake news, folk (+ folklore), fashion (e fashionista), food truck, guestbook, hacker (+ hackerare e hackeraggio), hockey, identikit, jack, jackpot, jukebox, like, link (+ linkare, linkabile, linkografia), look (+ new look e nude look), make-up e make-up artist, multitasking, market (+ minimarket e supermarket), marketing (+ direct marketing, multilevel marketing ecc.), milk-shake (+ shaker e shackerare), naziskin, nickname, ok e okay, on the rocks, pacemaker, packaging, pickup, poker e pokerino, racket, ranking, rock e derivati, sketch, skilift, skill (+ soft skill e skillato), skipass, skipper, skyline, stick (+ lipstick o sticker), stock (+ stock option), smoke free, smoking, snack, sneaker, speaker (che genera speakerare e speakeraggio), stakeholder, stalker (+ stalking, stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare e stalkeraggio), steakhouse, takeaway, talkshow, tank, task force, team work (+ la famiglia work: smart working, network, social network, coworking, work in progress, workgroup, workshop, workstation, sex worker…), ticket e ticketless, tracking, trademark, trekking, videomaker (+ film maker), walkie-talkie, whisky, weekend

    Questo elenco di ben oltre 200 parole a base inglese che si appoggiano alla k – da sommare alle altrettante che iniziano con la k – non è affatto esaustivo. Sono solo le parole più comuni, come già sottolineato, e sui dizionari se ne possono trovare altre 3 o 400 meno popolari.

    No, non ne uccide più la k che la spada: la vera spada di Damocle è l’inglese

    Per i linguisti che affermano di essere descrittivi, e dunque sostengono che una parola come killer sia ormai “italiana” sulla base della sua frequenza e accettazione, davanti a questi numeri non resta che prendere atto che la k non è più lettera straniera, ma è una modalità di mettere per iscritto il suono velare della c, anche se solo fino agli anni Venti del secolo scorso non era così. Questa modalità non si trova più solo nelle parole straniere, che statisticamente sono inglesi con una percentuale schiacciante. Si ritrova anche negli ibridi (linkare, stalkerizzare…) dove è l’inglese a trainare i derivati, e persino in parole come amerikano o kultura scritte a questo modo in modo provocatorio come all’epoca della contestazione degli anni Settanta.

    Visto che alcuni linguisti imprigionati nelle loro categorie fatte di pregiudizi mi danno spesso a sproposito del purista, vorrei precisare per l’ennesima volta la mia posizione in proposito. Anche ipotizzando un’improbabile ucronia in cui un esercito di bimbominkia in futuro avrà la meglio, anche se la c velare trascritta con la k diventasse un sistema di scrittura sdoganato e perfettamente lecito, mi pare che scrivere kiave invece di chiave non costituirebbe uno sfaldamento dell’italiano, riguarderebbe solo le norme ortografiche-editorali che – la storia ce lo insegna – produrrebbe un italiano diverso da quello odierno ma pur sempre italiano, esattamente come gli scritti di San Francesco. Poco male insomma, le regole ortografiche sono solo delle convenzioni, possono anche cambiare e questa ipotetica lingua non sarebbe fuori dall’italiano come non lo era il Cantico delle creature.

    E allora la presenza della k, da sola, non significa necessariamente uccidere l’italiano, per quello che mi riguarda (il che non significa che ne promuova l’uso).

    Lo stesso non si può dire di altri fenomeni: lo sfaldamento della nostra lingua davanti all’interferenza dell’inglese – la vera spada di Damocle della lingua del paese dove il sì suona – è determinato da altri fattori. Per esempio trascrivere la “u” con la doppia (“oo”) come in inglese, pronunciare la “u” “iu” come in computer, il “ch” di chat in modo dolce, la “i” “ai come in design… (cfr. “La S di governance: grammatichetta di itanglese“). E più in generale, abbandonare le nostre parole per quelle inglesi (location, vision, competitor…): questi sì rappresentano uno strappo insanabile con l’italiano storico e si configurano come una newlingua che non si può più definire italiano ma itanglese, perché segue il sound angloamericano invece di quello di Dante.

    #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #storiaDellaLinguaItaliana

  2. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Ne uccide più la cappa che la spada? Storia del ritorno della “k” nella lingua “italiana”

    Di Antonio Zoppetti

    Quella che viene interpretata come la più antica testimonianza scritta della lingua italiana è una trascrizione in volgare riportata in un atto giuridico del 960, il placito capuano. A quei tempi il latino era la lingua della scrittura che apparteneva ai pochi rappresentanti delle classi colte, ma nella vita di tutti i giorni la gente si esprimeva nel proprio volgare, e non era più in grado di comprendere il latino già da qualche secolo. I volgari, antenati delle moderne lingue romanze, erano nati dallo sfaldamento del latino vivo che si parlava in epoca classica e dalle sue distorsioni locali. Cambiamento dopo cambiamento, con il passare del tempo la lingua di partenza si era così sempre più differenziata fino a che non si è verificato lo strappo dalla lingua originaria: il popolo – quasi esclusivamente analfabeta – non era più in grado di intenderla. Il latino non era affatto scomparso, continuava a essere la lingua superiore di prestigio utilizzata dai religiosi e dai dotti. E al contrario della lingua del volgo che era naturale e materna ma istintiva, possedeva la sua grammatica ben codificata.

    Sao ko kelle terre…

    In questa diglossia (la presenza di due lingue di diverso rango), non sappiamo di preciso come suonassero i volgari italici, perché a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere in volgare a quei tempi, dunque mancano le testimonianze, fino al 960. Il placito di Capua doveva risolvere una controversia che riguardava certe terre occupate dai monaci benedettini la cui proprietà era però rivendicata da un feudatario locale. I terreni contesi erano in Campania, ma quelle regioni erano allora un territorio longobardo, e vigeva una legge per cui dopo 30 anni di possesso di un terreno scattava l’usucapione. E così, dopo tante analoghe sentenze – fino a quel momento verbalizzate in latino – in cui chi dimostrava di possedere le terre da almeno trent’anni se le poteva tenere, il giudice Arechisi ebbe l’idea di trascrivere le testimonianze dei benedettini in volgare, forse perché quelle parole arrivassero forti e chiare ovunque, anche al di fuori dalle cerchie degli addetti ai lavori. E in questo modo il volgare dei testimoni è stato messo nero su bianco ed è arrivato fino a noi attraverso queste parole:

    Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.

    Ricalcandole in italiano moderno potremmo dire: “So che quelle terre, nei confini che qui [= questo atto] riporta, da trent’anni sono in possesso dell’amministrazione di San Benedetto”.

    A dire il vero esistono reperti del volgare anche precedenti a questa data, ma si tratta di frammenti di natura privata o pratica, mentre l’importanza del placito capuano sta in un uso intenzionale e consapevole di questo volgare, che ne sanciva l’esistenza e l’ufficialità. E soprattutto ha creato un precedente che è poi stato replicato in vari altri placiti successivi che hanno trascritto analoghe testimonianze in volgare riportate quasi sempre con le stesse parole.

    Quello che ai nostri occhi può stupire è la presenza della “k”, che consideriamo una lettera straniera. Se oggi l’ortografia è ben normata dalla grammatica che si studia a scuola, nel Medioevo l’unica grammatica esistente era quella latina, e il problema davanti a cui si era trovato il giudice Arechisi era quello di inventarsi una grammatica per esprimere i nuovi suoni che nel latino non esistevano. In epoca classica non c’era l’attuale suono dolce dell’odierna “c”, che i Romani pronunciavano in modo duro anche davanti alla “e”. Il suono “ce” era comparso più tardi, nel latino medievale tardo in parole come cervus (cervo) o caelum (cielo), che poi si era mantenuto anche in molte parole della lingua orale del volgo. Davanti ai due suoni possibili, perciò, la “c” velare (= dura) venne resa con la lettera “k” (kelle) forse per distinguerla dalla pronuncia dolce. La stessa soluzione usata per “ko” e per “ki”, che oggi traduciamo con che congiunzione e qui. Il pronome relativo “che” (= i quali, “que ki contene”) è stato scritto invece in modo conforme alla regola latina – visto che esisteva – e cioè con il grafema “qu” di quod.

    In altre sentenze successive sono state invece usate soluzioni differenti, e “sao ko” del placito di Capua, a Sessa e Teano è stato reso con il raddoppiamento della “c”: “Sao cco”. Anche la scelta della vocale “o” al posto dell’odierna “e” risente della mancanza di un codice ortografico-fonologico per esprimere un suono forse pronunciato a metà tra la “e” e la “o” come nell’œ dell’odierno francese.

    Il duello secolare tra la “c” e la “k”

    Nei secoli successivi sempre più testi furono scritti in volgare, e la “k” ha convissuto a lungo con il più blasonato “ch” della tradizione toscana insieme anche ad altre trascrizioni grafiche.

    Con il tempo, le soluzioni personali di formalizzare le parlate volgari crearono precedenti e diventarono soluzioni locali; per esempio in alcuni reperti della lingua franco-veneta c’è chi ricorreva alla “ç” dell’odierno francese scrivendo “çantar”, altre volte trascritto invece “chantar”, ma altrove la “ç” fu spesso usata per indicare la “c” dolce, anche se altre volte fu impiegata al posto della “z” (preçu = prezzo, çitella = zitella) e gli echi di queste oscillazioni e cambi di consonante si rintracciano anche nell’italiano moderno, dove convivono soluzioni lessicali come pronuncia e annuncio ma anche pronunzia e annunzio (forme più arcaiche che si mantengono in derivati come nunzio).

    In questo proto-italiano variegato e non ancora normato, la k impiegata per il suono velare (kiave) si ritrova anche nei primi reperti letterari lombardi per esempio del milanese Bonvesin de la Riva che nel 1200 divulgava le norme del galateo da osservare a tavola: “Fra Bonvesin dra Riva, ke sta im borg Legnian, dre cortesie da desco quilò ve dis perman” (= Fra Bonvesin de la Riva, che abita nel borgo di Legnano, delle cortesie da tavola vi dice qui di seguito). E agli inizi dello stesso secolo era impiegata anche da San Francesco d’Assisi nelle sua Laudi che solo all’“Altissimu, onnipotente, bon Signore, se konfano” – e ricorre anche in “ke” e “skappare” – benché nei manoscritti ricopiati successivamente quelle scelte furono traslitterate con il “ch” e la “c” seguendo una diversa formalizzazione destinata a prendere il sopravvento e a essere riportata nelle odierne antologie scolastiche.

    L’affermazione del “ch” che usava Dante con il passare dei secoli si è radicata ed è diventata la norma. Nel Cinquecento il tosco-fiorentino è diventato il modello di italiano nazionale teorizzato da Pietro Bembo e dalle prime grammatiche, poi istituzionalizzato nel Vocabolario della Crusca e diffuso anche grazie all’avvento della stampa a caratteri mobili e dalla nascente editoria le cui norme editoriali si uniformavano e fondevano con quelle dei grammatici. Da quel momento in poi usare la soluzione della “k” è divenuto un “errore”, e non più un uso poco comune o meno puro ed elegante, ma solo tra il Seicento e il Settecento la lettera è stata definitivamente abbandonata ed è scomparsa da tutti i libri. Dunque in italiano è stata “sconfitta” al contrario per esempio di quanto è successo nelle lingue germaniche dove sopravvive anche ai nostri giorni.

    E così, in un dizionario ottocentesco che precede di pochi decenni l’unità d’Italia, si leggeva: “K, sm. Lettera greca, detta Kappa. Il c e ch suppliscono ad essa in tutti i suoi suoni della lingua italiana. Adoprasi solamente in alcuni nomi stranieri” (Longhi-Menini, Nuovo vocabolario della lingua italiana, Torino 1847, Tip. Di Al. Fontana).

    Poiché nulla è definitivo e immutabile, però, nel Novecento questa lettera è tornata a fare capolino soprattutto attraverso l’interferenza dell’inglese, che accanto a termini come remake include il “ck” di click o la doppia “k” di trekking. Dunque abbiamo cominciato a riabituarci all’alta frequenza di questa lettera.

    Negli anni Settanta ha cominciato a circolare in modo “abusivo” e ribelle per esempio nelle scritte sui muri imbrattati da certe massime della contestazione, quando non era infrequente imbattersi in “Amerika” o “Kossiga”. Ma accanto a queste intenzionali e provocatorie violazioni delle regole dell’italiano e del suo alfabeto, l’utilizzo “stenografico” della cappa ricorreva di frequente anche negli appunti scolastici privati degli studenti. Si trattava di un uso che aveva motivazioni economiche legate al dover scrivere velocemente a mano durante le lezioni, e produceva una letteratura informale fatta di abbreviazioni come “xké” al posto di “perché”, che conviveva con il vezzo di scrivere “x” invece di “per”.
    Negli anni Novanta, con il diffondersi degli sms limitati a 160 caratteri, e successivamente con l’avvento di internet, questo linguaggio che ricorda quello dei codici fiscali è passato nelle chat e si è arricchito di espressioni abbreviate e crittografate fatte da tvb per “ti voglio bene” e simili acronimi gergali. Il fenomeno dilagava al punto che qualcuno ha cominciato a temere per l’integrità dell’italiano, benché questo tipo di abbreviazioni legate allo scrivere velocemente non siano una novità dell’epoca moderna, anche gli amanuensi di epoca romana e medievale ricorrevano a formule compresse e alla tachigrafia. Ciononostante, davanti all’esplodere di un nuovo uso che usciva dalla norma, sono sorti vivaci dibattiti tra chi lo bollava come un modo di scrivere da analfabeti e un ritorno al Medioevo che costituiva una minaccia per l’italiano, e chi lo osservava senza esprimere giudizi e vedeva in questi gerghi il segno di una lingua incipiente che si limitava a studiare, invece che criticare.

    Nel giro di qualche anno il fenomeno si è però ridimensionato, invece di estendersi al di fuori del proprio ambito e passare alla lingua di tutti, e questa “lingua” è stata stigmatizzata anche nel gergo della Rete che in un primo tempo ne aveva fatto un segno distintivo. E così, scrivere sulle piattaforme sociali con le “k” è stato in seguito considerato un linguaggio da “bimbominkia” (scritto con la “k” proprio per sottolinearne la bruttura), un neologismo gergale accolto persino nei dizionari per connotare negativamente chi impiega questo modo di esprimersi adolescenziale infarcito anche di acronimi o da un eccesso di faccine.

    L’alta frequenza della k per interferenza dell’inglese

    Nella prima edizione minore dello Zingarelli del 1923 si leggeva che la lettera k apparteneva solo alle parole straniere, e ne venivano annoverate 15 tra cui kaiser e kantiano, ma solo la voce king proveniva dall’inglese, e indicava allora una specie di carrozzino a due posti. Un secolo dopo, negli attuali dizionari sono registrate oltre 200 voci che iniziano con la k, ma tra nipponismi come kimono e karate, germanismi come kolossal, parole ebraiche come kippur, o arabe come kebab sono gli anglicismi a spiccare. Tra questi, i più comuni e frequenti sono per esempio:

    keyboard, keyword, killer (+ killer app, killer application e applicazione killer ma anche killerraggio e affini che si ritrovano sotto altre lettere come serial killer o bounty killer), king size, kiss and fly, kiss and go, kiss and ride (o kiss&ride), kit, kiwi, kleenex, knockout e KO, know-how, koala

    Ma per misurare l’alta frequenza della k non basta contare le parole che iniziano con questa lettera, perciò ho provato a conteggiare le parole inglesi più comuni che contengono la k al loro interno. Non sono a conoscenza di studi in proposito sulla frequenza di questa lettera, dunque provo di seguito a riportare non tutte parole che includono la k presenti nei dizionari, ma almeno quelle più comuni. Il risultato mi sembra interessante soprattutto per comprendere come le radici inglesi siano tra loro interconnesse, visto che una serie di linguisti continua ad approcciare il fenomeno dell’interferenza dell’inglese limitandosi a considerare solo l’entrata dei singoli anglicismi, come se fossero qualcosa di isolato. Quello che emerge è invece come l’alto numero di anglicismi finisca per generare delle regole a orecchio, esattamente come avveniva ai tempi dello sfaldamento del latino nei volgari.

    Cominciando dalla lettera A, oltre al gergale aka (cioè alias), c’è acquapark, pseudoanglicismo sul modello di luna park, che contiene la radice di altre parole come per esempio parking per parcheggio.

    Alla lettera B la k si ritrova in famiglie di parole tra loro interconnesse che si legano a back (back-end, backgammon, background, back-office, backslash, backspace, backstage, backup (che genera l’ibrido backuppare) e che fuori dalla B si ritrova in feedback, cashback, flashback o playback. Altra radice prolifica è costituita da book, da solo usato come sinonimo di portafoglio clienti (book fotografico), ma che ritorna in parole dove ha il significato di libro (bookcrossing, bookshop, e-book, booktrailer, instant book) ma anche con altre valenze (booking, bookmaker, bookmark e fuori dalla lettera B almeno overbooking). Tra le parole che si appoggiano a black ci sono: black bloc, total black, black comedy, blackjack, blacklist, e blackout; tra quelle a base break (invece di pausa): break even (point), breakfast + coffee break; e poi ci sono bad bank ma anche home banking, basket ma anche beach basket; e attorno a bike si strutturano biker, bike sharing, city bike e mountain bike. Tra le parole isolate si possono annoverare brick, bazooka, bikini, bed and breakfast, benchmark, broker.

    Di seguito riporto le altre parole con la k che iniziano con le altre lettere, con un ordine misto che segue un po’ l’elenco alfabetico e un po’ il raggruppamento per famiglie di parole:

    cake design, check (+ check-in, check-out, check list, check point, checkup… la stessa radice si ritrova in fact checking), click, cocktail, cooking show, cornflakes, crack, cracker (nel significato di galletta ma anche di pirata informatico), dark e dark lady, desk (+ desktop e help desk), drink (+ energy drink, long drink e smart drink), disc jockey, elettroshock (connesso a shock e rosa shocking), film-maker (cfr. remake), fake e fake news, folk (+ folklore), fashion (e fashionista), food truck, guestbook, hacker (+ hackerare e hackeraggio), hockey, identikit, jack, jackpot, jukebox, like, link (+ linkare, linkabile, linkografia), look (+ new look e nude look), make-up e make-up artist, multitasking, market (+ minimarket e supermarket), marketing (+ direct marketing, multilevel marketing ecc.), milk-shake (+ shaker e shackerare), naziskin, nickname, ok e okay, on the rocks, pacemaker, packaging, pickup, poker e pokerino, racket, ranking, rock e derivati, sketch, skilift, skill (+ soft skill e skillato), skipass, skipper, skyline, stick (+ lipstick o sticker), stock (+ stock option), smoke free, smoking, snack, sneaker, speaker (che genera speakerare e speakeraggio), stakeholder, stalker (+ stalking, stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare e stalkeraggio), steakhouse, takeaway, talkshow, tank, task force, team work (+ la famiglia work: smart working, network, social network, coworking, work in progress, workgroup, workshop, workstation, sex worker…), ticket e ticketless, tracking, trademark, trekking, videomaker (+ film maker), walkie-talkie, whisky, weekend

    Questo elenco di ben oltre 200 parole a base inglese che si appoggiano alla k – da sommare alle altrettante che iniziano con la k – non è affatto esaustivo. Sono solo le parole più comuni, come già sottolineato, e sui dizionari se ne possono trovare altre 3 o 400 meno popolari.

    No, non ne uccide più la k che la spada: la vera spada di Damocle è l’inglese

    Per i linguisti che affermano di essere descrittivi, e dunque sostengono che una parola come killer sia ormai “italiana” sulla base della sua frequenza e accettazione, davanti a questi numeri non resta che prendere atto che la k non è più lettera straniera, ma è una modalità di mettere per iscritto il suono velare della c, anche se solo fino agli anni Venti del secolo scorso non era così. Questa modalità non si trova più solo nelle parole straniere, che statisticamente sono inglesi con una percentuale schiacciante. Si ritrova anche negli ibridi (linkare, stalkerizzare…) dove è l’inglese a trainare i derivati, e persino in parole come amerikano o kultura scritte a questo modo in modo provocatorio come all’epoca della contestazione degli anni Settanta.

    Visto che alcuni linguisti imprigionati nelle loro categorie fatte di pregiudizi mi danno spesso a sproposito del purista, vorrei precisare per l’ennesima volta la mia posizione in proposito. Anche ipotizzando un’improbabile ucronia in cui un esercito di bimbominkia in futuro avrà la meglio, anche se la c velare trascritta con la k diventasse un sistema di scrittura sdoganato e perfettamente lecito, mi pare che scrivere kiave invece di chiave non costituirebbe uno sfaldamento dell’italiano, riguarderebbe solo le norme ortografiche-editorali che – la storia ce lo insegna – produrrebbe un italiano diverso da quello odierno ma pur sempre italiano, esattamente come gli scritti di San Francesco. Poco male insomma, le regole ortografiche sono solo delle convenzioni, possono anche cambiare e questa ipotetica lingua non sarebbe fuori dall’italiano come non lo era il Cantico delle creature.

    E allora la presenza della k, da sola, non significa necessariamente uccidere l’italiano, per quello che mi riguarda (il che non significa che ne promuova l’uso).

    Lo stesso non si può dire di altri fenomeni: lo sfaldamento della nostra lingua davanti all’interferenza dell’inglese – la vera spada di Damocle della lingua del paese dove il sì suona – è determinato da altri fattori. Per esempio trascrivere la “u” con la doppia (“oo”) come in inglese, pronunciare la “u” “iu” come in computer, il “ch” di chat in modo dolce, la “i” “ai come in design… (cfr. “La S di governance: grammatichetta di itanglese“). E più in generale, abbandonare le nostre parole per quelle inglesi (location, vision, competitor…): questi sì rappresentano uno strappo insanabile con l’italiano storico e si configurano come una newlingua che non si può più definire italiano ma itanglese, perché segue il sound angloamericano invece di quello di Dante.

    #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #storiaDellaLinguaItaliana

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    Ne uccide più la cappa che la spada? Storia del ritorno della “k” nella lingua “italiana”

    Di Antonio Zoppetti

    Quella che viene interpretata come la più antica testimonianza scritta della lingua italiana è una trascrizione in volgare riportata in un atto giuridico del 960, il placito capuano. A quei tempi il latino era la lingua della scrittura che apparteneva ai pochi rappresentanti delle classi colte, ma nella vita di tutti i giorni la gente si esprimeva nel proprio volgare, e non era più in grado di comprendere il latino già da qualche secolo. I volgari, antenati delle moderne lingue romanze, erano nati dallo sfaldamento del latino vivo che si parlava in epoca classica e dalle sue distorsioni locali. Cambiamento dopo cambiamento, con il passare del tempo la lingua di partenza si era così sempre più differenziata fino a che non si è verificato lo strappo dalla lingua originaria: il popolo – quasi esclusivamente analfabeta – non era più in grado di intenderla. Il latino non era affatto scomparso, continuava a essere la lingua superiore di prestigio utilizzata dai religiosi e dai dotti. E al contrario della lingua del volgo che era naturale e materna ma istintiva, possedeva la sua grammatica ben codificata.

    Sao ko kelle terre…

    In questa diglossia (la presenza di due lingue di diverso rango), non sappiamo di preciso come suonassero i volgari italici, perché a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere in volgare a quei tempi, dunque mancano le testimonianze, fino al 960. Il placito di Capua doveva risolvere una controversia che riguardava certe terre occupate dai monaci benedettini la cui proprietà era però rivendicata da un feudatario locale. I terreni contesi erano in Campania, ma quelle regioni erano allora un territorio longobardo, e vigeva una legge per cui dopo 30 anni di possesso di un terreno scattava l’usucapione. E così, dopo tante analoghe sentenze – fino a quel momento verbalizzate in latino – in cui chi dimostrava di possedere le terre da almeno trent’anni se le poteva tenere, il giudice Arechisi ebbe l’idea di trascrivere le testimonianze dei benedettini in volgare, forse perché quelle parole arrivassero forti e chiare ovunque, anche al di fuori dalle cerchie degli addetti ai lavori. E in questo modo il volgare dei testimoni è stato messo nero su bianco ed è arrivato fino a noi attraverso queste parole:

    Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.

    Ricalcandole in italiano moderno potremmo dire: “So che quelle terre, nei confini che qui [= questo atto] riporta, da trent’anni sono in possesso dell’amministrazione di San Benedetto”.

    A dire il vero esistono reperti del volgare anche precedenti a questa data, ma si tratta di frammenti di natura privata o pratica, mentre l’importanza del placito capuano sta in un uso intenzionale e consapevole di questo volgare, che ne sanciva l’esistenza e l’ufficialità. E soprattutto ha creato un precedente che è poi stato replicato in vari altri placiti successivi che hanno trascritto analoghe testimonianze in volgare riportate quasi sempre con le stesse parole.

    Quello che ai nostri occhi può stupire è la presenza della “k”, che consideriamo una lettera straniera. Se oggi l’ortografia è ben normata dalla grammatica che si studia a scuola, nel Medioevo l’unica grammatica esistente era quella latina, e il problema davanti a cui si era trovato il giudice Arechisi era quello di inventarsi una grammatica per esprimere i nuovi suoni che nel latino non esistevano. In epoca classica non c’era l’attuale suono dolce dell’odierna “c”, che i Romani pronunciavano in modo duro anche davanti alla “e”. Il suono “ce” era comparso più tardi, nel latino medievale tardo in parole come cervus (cervo) o caelum (cielo), che poi si era mantenuto anche in molte parole della lingua orale del volgo. Davanti ai due suoni possibili, perciò, la “c” velare (= dura) venne resa con la lettera “k” (kelle) forse per distinguerla dalla pronuncia dolce. La stessa soluzione usata per “ko” e per “ki”, che oggi traduciamo con che congiunzione e qui. Il pronome relativo “che” (= i quali, “que ki contene”) è stato scritto invece in modo conforme alla regola latina – visto che esisteva – e cioè con il grafema “qu” di quod.

    In altre sentenze successive sono state invece usate soluzioni differenti, e “sao ko” del placito di Capua, a Sessa e Teano è stato reso con il raddoppiamento della “c”: “Sao cco”. Anche la scelta della vocale “o” al posto dell’odierna “e” risente della mancanza di un codice ortografico-fonologico per esprimere un suono forse pronunciato a metà tra la “e” e la “o” come nell’œ dell’odierno francese.

    Il duello secolare tra la “c” e la “k”

    Nei secoli successivi sempre più testi furono scritti in volgare, e la “k” ha convissuto a lungo con il più blasonato “ch” della tradizione toscana insieme anche ad altre trascrizioni grafiche.

    Con il tempo, le soluzioni personali di formalizzare le parlate volgari crearono precedenti e diventarono soluzioni locali; per esempio in alcuni reperti della lingua franco-veneta c’è chi ricorreva alla “ç” dell’odierno francese scrivendo “çantar”, altre volte trascritto invece “chantar”, ma altrove la “ç” fu spesso usata per indicare la “c” dolce, anche se altre volte fu impiegata al posto della “z” (preçu = prezzo, çitella = zitella) e gli echi di queste oscillazioni e cambi di consonante si rintracciano anche nell’italiano moderno, dove convivono soluzioni lessicali come pronuncia e annuncio ma anche pronunzia e annunzio (forme più arcaiche che si mantengono in derivati come nunzio).

    In questo proto-italiano variegato e non ancora normato, la k impiegata per il suono velare (kiave) si ritrova anche nei primi reperti letterari lombardi per esempio del milanese Bonvesin de la Riva che nel 1200 divulgava le norme del galateo da osservare a tavola: “Fra Bonvesin dra Riva, ke sta im borg Legnian, dre cortesie da desco quilò ve dis perman” (= Fra Bonvesin de la Riva, che abita nel borgo di Legnano, delle cortesie da tavola vi dice qui di seguito). E agli inizi dello stesso secolo era impiegata anche da San Francesco d’Assisi nelle sua Laudi che solo all’“Altissimu, onnipotente, bon Signore, se konfano” – e ricorre anche in “ke” e “skappare” – benché nei manoscritti ricopiati successivamente quelle scelte furono traslitterate con il “ch” e la “c” seguendo una diversa formalizzazione destinata a prendere il sopravvento e a essere riportata nelle odierne antologie scolastiche.

    L’affermazione del “ch” che usava Dante con il passare dei secoli si è radicata ed è diventata la norma. Nel Cinquecento il tosco-fiorentino è diventato il modello di italiano nazionale teorizzato da Pietro Bembo e dalle prime grammatiche, poi istituzionalizzato nel Vocabolario della Crusca e diffuso anche grazie all’avvento della stampa a caratteri mobili e dalla nascente editoria le cui norme editoriali si uniformavano e fondevano con quelle dei grammatici. Da quel momento in poi usare la soluzione della “k” è divenuto un “errore”, e non più un uso poco comune o meno puro ed elegante, ma solo tra il Seicento e il Settecento la lettera è stata definitivamente abbandonata ed è scomparsa da tutti i libri. Dunque in italiano è stata “sconfitta” al contrario per esempio di quanto è successo nelle lingue germaniche dove sopravvive anche ai nostri giorni.

    E così, in un dizionario ottocentesco che precede di pochi decenni l’unità d’Italia, si leggeva: “K, sm. Lettera greca, detta Kappa. Il c e ch suppliscono ad essa in tutti i suoi suoni della lingua italiana. Adoprasi solamente in alcuni nomi stranieri” (Longhi-Menini, Nuovo vocabolario della lingua italiana, Torino 1847, Tip. Di Al. Fontana).

    Poiché nulla è definitivo e immutabile, però, nel Novecento questa lettera è tornata a fare capolino soprattutto attraverso l’interferenza dell’inglese, che accanto a termini come remake include il “ck” di click o la doppia “k” di trekking. Dunque abbiamo cominciato a riabituarci all’alta frequenza di questa lettera.

    Negli anni Settanta ha cominciato a circolare in modo “abusivo” e ribelle per esempio nelle scritte sui muri imbrattati da certe massime della contestazione, quando non era infrequente imbattersi in “Amerika” o “Kossiga”. Ma accanto a queste intenzionali e provocatorie violazioni delle regole dell’italiano e del suo alfabeto, l’utilizzo “stenografico” della cappa ricorreva di frequente anche negli appunti scolastici privati degli studenti. Si trattava di un uso che aveva motivazioni economiche legate al dover scrivere velocemente a mano durante le lezioni, e produceva una letteratura informale fatta di abbreviazioni come “xké” al posto di “perché”, che conviveva con il vezzo di scrivere “x” invece di “per”.
    Negli anni Novanta, con il diffondersi degli sms limitati a 160 caratteri, e successivamente con l’avvento di internet, questo linguaggio che ricorda quello dei codici fiscali è passato nelle chat e si è arricchito di espressioni abbreviate e crittografate fatte da tvb per “ti voglio bene” e simili acronimi gergali. Il fenomeno dilagava al punto che qualcuno ha cominciato a temere per l’integrità dell’italiano, benché questo tipo di abbreviazioni legate allo scrivere velocemente non siano una novità dell’epoca moderna, anche gli amanuensi di epoca romana e medievale ricorrevano a formule compresse e alla tachigrafia. Ciononostante, davanti all’esplodere di un nuovo uso che usciva dalla norma, sono sorti vivaci dibattiti tra chi lo bollava come un modo di scrivere da analfabeti e un ritorno al Medioevo che costituiva una minaccia per l’italiano, e chi lo osservava senza esprimere giudizi e vedeva in questi gerghi il segno di una lingua incipiente che si limitava a studiare, invece che criticare.

    Nel giro di qualche anno il fenomeno si è però ridimensionato, invece di estendersi al di fuori del proprio ambito e passare alla lingua di tutti, e questa “lingua” è stata stigmatizzata anche nel gergo della Rete che in un primo tempo ne aveva fatto un segno distintivo. E così, scrivere sulle piattaforme sociali con le “k” è stato in seguito considerato un linguaggio da “bimbominkia” (scritto con la “k” proprio per sottolinearne la bruttura), un neologismo gergale accolto persino nei dizionari per connotare negativamente chi impiega questo modo di esprimersi adolescenziale infarcito anche di acronimi o da un eccesso di faccine.

    L’alta frequenza della k per interferenza dell’inglese

    Nella prima edizione minore dello Zingarelli del 1923 si leggeva che la lettera k apparteneva solo alle parole straniere, e ne venivano annoverate 15 tra cui kaiser e kantiano, ma solo la voce king proveniva dall’inglese, e indicava allora una specie di carrozzino a due posti. Un secolo dopo, negli attuali dizionari sono registrate oltre 200 voci che iniziano con la k, ma tra nipponismi come kimono e karate, germanismi come kolossal, parole ebraiche come kippur, o arabe come kebab sono gli anglicismi a spiccare. Tra questi, i più comuni e frequenti sono per esempio:

    keyboard, keyword, killer (+ killer app, killer application e applicazione killer ma anche killerraggio e affini che si ritrovano sotto altre lettere come serial killer o bounty killer), king size, kiss and fly, kiss and go, kiss and ride (o kiss&ride), kit, kiwi, kleenex, knockout e KO, know-how, koala

    Ma per misurare l’alta frequenza della k non basta contare le parole che iniziano con questa lettera, perciò ho provato a conteggiare le parole inglesi più comuni che contengono la k al loro interno. Non sono a conoscenza di studi in proposito sulla frequenza di questa lettera, dunque provo di seguito a riportare non tutte parole che includono la k presenti nei dizionari, ma almeno quelle più comuni. Il risultato mi sembra interessante soprattutto per comprendere come le radici inglesi siano tra loro interconnesse, visto che una serie di linguisti continua ad approcciare il fenomeno dell’interferenza dell’inglese limitandosi a considerare solo l’entrata dei singoli anglicismi, come se fossero qualcosa di isolato. Quello che emerge è invece come l’alto numero di anglicismi finisca per generare delle regole a orecchio, esattamente come avveniva ai tempi dello sfaldamento del latino nei volgari.

    Cominciando dalla lettera A, oltre al gergale aka (cioè alias), c’è acquapark, pseudoanglicismo sul modello di luna park, che contiene la radice di altre parole come per esempio parking per parcheggio.

    Alla lettera B la k si ritrova in famiglie di parole tra loro interconnesse che si legano a back (back-end, backgammon, background, back-office, backslash, backspace, backstage, backup (che genera l’ibrido backuppare) e che fuori dalla B si ritrova in feedback, cashback, flashback o playback. Altra radice prolifica è costituita da book, da solo usato come sinonimo di portafoglio clienti (book fotografico), ma che ritorna in parole dove ha il significato di libro (bookcrossing, bookshop, e-book, booktrailer, instant book) ma anche con altre valenze (booking, bookmaker, bookmark e fuori dalla lettera B almeno overbooking). Tra le parole che si appoggiano a black ci sono: black bloc, total black, black comedy, blackjack, blacklist, e blackout; tra quelle a base break (invece di pausa): break even (point), breakfast + coffee break; e poi ci sono bad bank ma anche home banking, basket ma anche beach basket; e attorno a bike si strutturano biker, bike sharing, city bike e mountain bike. Tra le parole isolate si possono annoverare brick, bazooka, bikini, bed and breakfast, benchmark, broker.

    Di seguito riporto le altre parole con la k che iniziano con le altre lettere, con un ordine misto che segue un po’ l’elenco alfabetico e un po’ il raggruppamento per famiglie di parole:

    cake design, check (+ check-in, check-out, check list, check point, checkup… la stessa radice si ritrova in fact checking), click, cocktail, cooking show, cornflakes, crack, cracker (nel significato di galletta ma anche di pirata informatico), dark e dark lady, desk (+ desktop e help desk), drink (+ energy drink, long drink e smart drink), disc jockey, elettroshock (connesso a shock e rosa shocking), film-maker (cfr. remake), fake e fake news, folk (+ folklore), fashion (e fashionista), food truck, guestbook, hacker (+ hackerare e hackeraggio), hockey, identikit, jack, jackpot, jukebox, like, link (+ linkare, linkabile, linkografia), look (+ new look e nude look), make-up e make-up artist, multitasking, market (+ minimarket e supermarket), marketing (+ direct marketing, multilevel marketing ecc.), milk-shake (+ shaker e shackerare), naziskin, nickname, ok e okay, on the rocks, pacemaker, packaging, pickup, poker e pokerino, racket, ranking, rock e derivati, sketch, skilift, skill (+ soft skill e skillato), skipass, skipper, skyline, stick (+ lipstick o sticker), stock (+ stock option), smoke free, smoking, snack, sneaker, speaker (che genera speakerare e speakeraggio), stakeholder, stalker (+ stalking, stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare e stalkeraggio), steakhouse, takeaway, talkshow, tank, task force, team work (+ la famiglia work: smart working, network, social network, coworking, work in progress, workgroup, workshop, workstation, sex worker…), ticket e ticketless, tracking, trademark, trekking, videomaker (+ film maker), walkie-talkie, whisky, weekend

    Questo elenco di ben oltre 200 parole a base inglese che si appoggiano alla k – da sommare alle altrettante che iniziano con la k – non è affatto esaustivo. Sono solo le parole più comuni, come già sottolineato, e sui dizionari se ne possono trovare altre 3 o 400 meno popolari.

    No, non ne uccide più la k che la spada: la vera spada di Damocle è l’inglese

    Per i linguisti che affermano di essere descrittivi, e dunque sostengono che una parola come killer sia ormai “italiana” sulla base della sua frequenza e accettazione, davanti a questi numeri non resta che prendere atto che la k non è più lettera straniera, ma è una modalità di mettere per iscritto il suono velare della c, anche se solo fino agli anni Venti del secolo scorso non era così. Questa modalità non si trova più solo nelle parole straniere, che statisticamente sono inglesi con una percentuale schiacciante. Si ritrova anche negli ibridi (linkare, stalkerizzare…) dove è l’inglese a trainare i derivati, e persino in parole come amerikano o kultura scritte a questo modo in modo provocatorio come all’epoca della contestazione degli anni Settanta.

    Visto che alcuni linguisti imprigionati nelle loro categorie fatte di pregiudizi mi danno spesso a sproposito del purista, vorrei precisare per l’ennesima volta la mia posizione in proposito. Anche ipotizzando un’improbabile ucronia in cui un esercito di bimbominkia in futuro avrà la meglio, anche se la c velare trascritta con la k diventasse un sistema di scrittura sdoganato e perfettamente lecito, mi pare che scrivere kiave invece di chiave non costituirebbe uno sfaldamento dell’italiano, riguarderebbe solo le norme ortografiche-editorali che – la storia ce lo insegna – produrrebbe un italiano diverso da quello odierno ma pur sempre italiano, esattamente come gli scritti di San Francesco. Poco male insomma, le regole ortografiche sono solo delle convenzioni, possono anche cambiare e questa ipotetica lingua non sarebbe fuori dall’italiano come non lo era il Cantico delle creature.

    E allora la presenza della k, da sola, non significa necessariamente uccidere l’italiano, per quello che mi riguarda (il che non significa che ne promuova l’uso).

    Lo stesso non si può dire di altri fenomeni: lo sfaldamento della nostra lingua davanti all’interferenza dell’inglese – la vera spada di Damocle della lingua del paese dove il sì suona – è determinato da altri fattori. Per esempio trascrivere la “u” con la doppia (“oo”) come in inglese, pronunciare la “u” “iu” come in computer, il “ch” di chat in modo dolce, la “i” “ai come in design… (cfr. “La S di governance: grammatichetta di itanglese“). E più in generale, abbandonare le nostre parole per quelle inglesi (location, vision, competitor…): questi sì rappresentano uno strappo insanabile con l’italiano storico e si configurano come una newlingua che non si può più definire italiano ma itanglese, perché segue il sound angloamericano invece di quello di Dante.

    #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #storiaDellaLinguaItaliana

  4. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Ne uccide più la cappa che la spada? Storia del ritorno della “k” nella lingua “italiana”

    Di Antonio Zoppetti

    Quella che viene interpretata come la più antica testimonianza scritta della lingua italiana è una trascrizione in volgare riportata in un atto giuridico del 960, il placito capuano. A quei tempi il latino era la lingua della scrittura che apparteneva ai pochi rappresentanti delle classi colte, ma nella vita di tutti i giorni la gente si esprimeva nel proprio volgare, e non era più in grado di comprendere il latino già da qualche secolo. I volgari, antenati delle moderne lingue romanze, erano nati dallo sfaldamento del latino vivo che si parlava in epoca classica e dalle sue distorsioni locali. Cambiamento dopo cambiamento, con il passare del tempo la lingua di partenza si era così sempre più differenziata fino a che non si è verificato lo strappo dalla lingua originaria: il popolo – quasi esclusivamente analfabeta – non era più in grado di intenderla. Il latino non era affatto scomparso, continuava a essere la lingua superiore di prestigio utilizzata dai religiosi e dai dotti. E al contrario della lingua del volgo che era naturale e materna ma istintiva, possedeva la sua grammatica ben codificata.

    Sao ko kelle terre…

    In questa diglossia (la presenza di due lingue di diverso rango), non sappiamo di preciso come suonassero i volgari italici, perché a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere in volgare a quei tempi, dunque mancano le testimonianze, fino al 960. Il placito di Capua doveva risolvere una controversia che riguardava certe terre occupate dai monaci benedettini la cui proprietà era però rivendicata da un feudatario locale. I terreni contesi erano in Campania, ma quelle regioni erano allora un territorio longobardo, e vigeva una legge per cui dopo 30 anni di possesso di un terreno scattava l’usucapione. E così, dopo tante analoghe sentenze – fino a quel momento verbalizzate in latino – in cui chi dimostrava di possedere le terre da almeno trent’anni se le poteva tenere, il giudice Arechisi ebbe l’idea di trascrivere le testimonianze dei benedettini in volgare, forse perché quelle parole arrivassero forti e chiare ovunque, anche al di fuori dalle cerchie degli addetti ai lavori. E in questo modo il volgare dei testimoni è stato messo nero su bianco ed è arrivato fino a noi attraverso queste parole:

    Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.

    Ricalcandole in italiano moderno potremmo dire: “So che quelle terre, nei confini che qui [= questo atto] riporta, da trent’anni sono in possesso dell’amministrazione di San Benedetto”.

    A dire il vero esistono reperti del volgare anche precedenti a questa data, ma si tratta di frammenti di natura privata o pratica, mentre l’importanza del placito capuano sta in un uso intenzionale e consapevole di questo volgare, che ne sanciva l’esistenza e l’ufficialità. E soprattutto ha creato un precedente che è poi stato replicato in vari altri placiti successivi che hanno trascritto analoghe testimonianze in volgare riportate quasi sempre con le stesse parole.

    Quello che ai nostri occhi può stupire è la presenza della “k”, che consideriamo una lettera straniera. Se oggi l’ortografia è ben normata dalla grammatica che si studia a scuola, nel Medioevo l’unica grammatica esistente era quella latina, e il problema davanti a cui si era trovato il giudice Arechisi era quello di inventarsi una grammatica per esprimere i nuovi suoni che nel latino non esistevano. In epoca classica non c’era l’attuale suono dolce dell’odierna “c”, che i Romani pronunciavano in modo duro anche davanti alla “e”. Il suono “ce” era comparso più tardi, nel latino medievale tardo in parole come cervus (cervo) o caelum (cielo), che poi si era mantenuto anche in molte parole della lingua orale del volgo. Davanti ai due suoni possibili, perciò, la “c” velare (= dura) venne resa con la lettera “k” (kelle) forse per distinguerla dalla pronuncia dolce. La stessa soluzione usata per “ko” e per “ki”, che oggi traduciamo con che congiunzione e qui. Il pronome relativo “che” (= i quali, “que ki contene”) è stato scritto invece in modo conforme alla regola latina – visto che esisteva – e cioè con il grafema “qu” di quod.

    In altre sentenze successive sono state invece usate soluzioni differenti, e “sao ko” del placito di Capua, a Sessa e Teano è stato reso con il raddoppiamento della “c”: “Sao cco”. Anche la scelta della vocale “o” al posto dell’odierna “e” risente della mancanza di un codice ortografico-fonologico per esprimere un suono forse pronunciato a metà tra la “e” e la “o” come nell’œ dell’odierno francese.

    Il duello secolare tra la “c” e la “k”

    Nei secoli successivi sempre più testi furono scritti in volgare, e la “k” ha convissuto a lungo con il più blasonato “ch” della tradizione toscana insieme anche ad altre trascrizioni grafiche.

    Con il tempo, le soluzioni personali di formalizzare le parlate volgari crearono precedenti e diventarono soluzioni locali; per esempio in alcuni reperti della lingua franco-veneta c’è chi ricorreva alla “ç” dell’odierno francese scrivendo “çantar”, altre volte trascritto invece “chantar”, ma altrove la “ç” fu spesso usata per indicare la “c” dolce, anche se altre volte fu impiegata al posto della “z” (preçu = prezzo, çitella = zitella) e gli echi di queste oscillazioni e cambi di consonante si rintracciano anche nell’italiano moderno, dove convivono soluzioni lessicali come pronuncia e annuncio ma anche pronunzia e annunzio (forme più arcaiche che si mantengono in derivati come nunzio).

    In questo proto-italiano variegato e non ancora normato, la k impiegata per il suono velare (kiave) si ritrova anche nei primi reperti letterari lombardi per esempio del milanese Bonvesin de la Riva che nel 1200 divulgava le norme del galateo da osservare a tavola: “Fra Bonvesin dra Riva, ke sta im borg Legnian, dre cortesie da desco quilò ve dis perman” (= Fra Bonvesin de la Riva, che abita nel borgo di Legnano, delle cortesie da tavola vi dice qui di seguito). E agli inizi dello stesso secolo era impiegata anche da San Francesco d’Assisi nelle sua Laudi che solo all’“Altissimu, onnipotente, bon Signore, se konfano” – e ricorre anche in “ke” e “skappare” – benché nei manoscritti ricopiati successivamente quelle scelte furono traslitterate con il “ch” e la “c” seguendo una diversa formalizzazione destinata a prendere il sopravvento e a essere riportata nelle odierne antologie scolastiche.

    L’affermazione del “ch” che usava Dante con il passare dei secoli si è radicata ed è diventata la norma. Nel Cinquecento il tosco-fiorentino è diventato il modello di italiano nazionale teorizzato da Pietro Bembo e dalle prime grammatiche, poi istituzionalizzato nel Vocabolario della Crusca e diffuso anche grazie all’avvento della stampa a caratteri mobili e dalla nascente editoria le cui norme editoriali si uniformavano e fondevano con quelle dei grammatici. Da quel momento in poi usare la soluzione della “k” è divenuto un “errore”, e non più un uso poco comune o meno puro ed elegante, ma solo tra il Seicento e il Settecento la lettera è stata definitivamente abbandonata ed è scomparsa da tutti i libri. Dunque in italiano è stata “sconfitta” al contrario per esempio di quanto è successo nelle lingue germaniche dove sopravvive anche ai nostri giorni.

    E così, in un dizionario ottocentesco che precede di pochi decenni l’unità d’Italia, si leggeva: “K, sm. Lettera greca, detta Kappa. Il c e ch suppliscono ad essa in tutti i suoi suoni della lingua italiana. Adoprasi solamente in alcuni nomi stranieri” (Longhi-Menini, Nuovo vocabolario della lingua italiana, Torino 1847, Tip. Di Al. Fontana).

    Poiché nulla è definitivo e immutabile, però, nel Novecento questa lettera è tornata a fare capolino soprattutto attraverso l’interferenza dell’inglese, che accanto a termini come remake include il “ck” di click o la doppia “k” di trekking. Dunque abbiamo cominciato a riabituarci all’alta frequenza di questa lettera.

    Negli anni Settanta ha cominciato a circolare in modo “abusivo” e ribelle per esempio nelle scritte sui muri imbrattati da certe massime della contestazione, quando non era infrequente imbattersi in “Amerika” o “Kossiga”. Ma accanto a queste intenzionali e provocatorie violazioni delle regole dell’italiano e del suo alfabeto, l’utilizzo “stenografico” della cappa ricorreva di frequente anche negli appunti scolastici privati degli studenti. Si trattava di un uso che aveva motivazioni economiche legate al dover scrivere velocemente a mano durante le lezioni, e produceva una letteratura informale fatta di abbreviazioni come “xké” al posto di “perché”, che conviveva con il vezzo di scrivere “x” invece di “per”.
    Negli anni Novanta, con il diffondersi degli sms limitati a 160 caratteri, e successivamente con l’avvento di internet, questo linguaggio che ricorda quello dei codici fiscali è passato nelle chat e si è arricchito di espressioni abbreviate e crittografate fatte da tvb per “ti voglio bene” e simili acronimi gergali. Il fenomeno dilagava al punto che qualcuno ha cominciato a temere per l’integrità dell’italiano, benché questo tipo di abbreviazioni legate allo scrivere velocemente non siano una novità dell’epoca moderna, anche gli amanuensi di epoca romana e medievale ricorrevano a formule compresse e alla tachigrafia. Ciononostante, davanti all’esplodere di un nuovo uso che usciva dalla norma, sono sorti vivaci dibattiti tra chi lo bollava come un modo di scrivere da analfabeti e un ritorno al Medioevo che costituiva una minaccia per l’italiano, e chi lo osservava senza esprimere giudizi e vedeva in questi gerghi il segno di una lingua incipiente che si limitava a studiare, invece che criticare.

    Nel giro di qualche anno il fenomeno si è però ridimensionato, invece di estendersi al di fuori del proprio ambito e passare alla lingua di tutti, e questa “lingua” è stata stigmatizzata anche nel gergo della Rete che in un primo tempo ne aveva fatto un segno distintivo. E così, scrivere sulle piattaforme sociali con le “k” è stato in seguito considerato un linguaggio da “bimbominkia” (scritto con la “k” proprio per sottolinearne la bruttura), un neologismo gergale accolto persino nei dizionari per connotare negativamente chi impiega questo modo di esprimersi adolescenziale infarcito anche di acronimi o da un eccesso di faccine.

    L’alta frequenza della k per interferenza dell’inglese

    Nella prima edizione minore dello Zingarelli del 1923 si leggeva che la lettera k apparteneva solo alle parole straniere, e ne venivano annoverate 15 tra cui kaiser e kantiano, ma solo la voce king proveniva dall’inglese, e indicava allora una specie di carrozzino a due posti. Un secolo dopo, negli attuali dizionari sono registrate oltre 200 voci che iniziano con la k, ma tra nipponismi come kimono e karate, germanismi come kolossal, parole ebraiche come kippur, o arabe come kebab sono gli anglicismi a spiccare. Tra questi, i più comuni e frequenti sono per esempio:

    keyboard, keyword, killer (+ killer app, killer application e applicazione killer ma anche killerraggio e affini che si ritrovano sotto altre lettere come serial killer o bounty killer), king size, kiss and fly, kiss and go, kiss and ride (o kiss&ride), kit, kiwi, kleenex, knockout e KO, know-how, koala

    Ma per misurare l’alta frequenza della k non basta contare le parole che iniziano con questa lettera, perciò ho provato a conteggiare le parole inglesi più comuni che contengono la k al loro interno. Non sono a conoscenza di studi in proposito sulla frequenza di questa lettera, dunque provo di seguito a riportare non tutte parole che includono la k presenti nei dizionari, ma almeno quelle più comuni. Il risultato mi sembra interessante soprattutto per comprendere come le radici inglesi siano tra loro interconnesse, visto che una serie di linguisti continua ad approcciare il fenomeno dell’interferenza dell’inglese limitandosi a considerare solo l’entrata dei singoli anglicismi, come se fossero qualcosa di isolato. Quello che emerge è invece come l’alto numero di anglicismi finisca per generare delle regole a orecchio, esattamente come avveniva ai tempi dello sfaldamento del latino nei volgari.

    Cominciando dalla lettera A, oltre al gergale aka (cioè alias), c’è acquapark, pseudoanglicismo sul modello di luna park, che contiene la radice di altre parole come per esempio parking per parcheggio.

    Alla lettera B la k si ritrova in famiglie di parole tra loro interconnesse che si legano a back (back-end, backgammon, background, back-office, backslash, backspace, backstage, backup (che genera l’ibrido backuppare) e che fuori dalla B si ritrova in feedback, cashback, flashback o playback. Altra radice prolifica è costituita da book, da solo usato come sinonimo di portafoglio clienti (book fotografico), ma che ritorna in parole dove ha il significato di libro (bookcrossing, bookshop, e-book, booktrailer, instant book) ma anche con altre valenze (booking, bookmaker, bookmark e fuori dalla lettera B almeno overbooking). Tra le parole che si appoggiano a black ci sono: black bloc, total black, black comedy, blackjack, blacklist, e blackout; tra quelle a base break (invece di pausa): break even (point), breakfast + coffee break; e poi ci sono bad bank ma anche home banking, basket ma anche beach basket; e attorno a bike si strutturano biker, bike sharing, city bike e mountain bike. Tra le parole isolate si possono annoverare brick, bazooka, bikini, bed and breakfast, benchmark, broker.

    Di seguito riporto le altre parole con la k che iniziano con le altre lettere, con un ordine misto che segue un po’ l’elenco alfabetico e un po’ il raggruppamento per famiglie di parole:

    cake design, check (+ check-in, check-out, check list, check point, checkup… la stessa radice si ritrova in fact checking), click, cocktail, cooking show, cornflakes, crack, cracker (nel significato di galletta ma anche di pirata informatico), dark e dark lady, desk (+ desktop e help desk), drink (+ energy drink, long drink e smart drink), disc jockey, elettroshock (connesso a shock e rosa shocking), film-maker (cfr. remake), fake e fake news, folk (+ folklore), fashion (e fashionista), food truck, guestbook, hacker (+ hackerare e hackeraggio), hockey, identikit, jack, jackpot, jukebox, like, link (+ linkare, linkabile, linkografia), look (+ new look e nude look), make-up e make-up artist, multitasking, market (+ minimarket e supermarket), marketing (+ direct marketing, multilevel marketing ecc.), milk-shake (+ shaker e shackerare), naziskin, nickname, ok e okay, on the rocks, pacemaker, packaging, pickup, poker e pokerino, racket, ranking, rock e derivati, sketch, skilift, skill (+ soft skill e skillato), skipass, skipper, skyline, stick (+ lipstick o sticker), stock (+ stock option), smoke free, smoking, snack, sneaker, speaker (che genera speakerare e speakeraggio), stakeholder, stalker (+ stalking, stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare e stalkeraggio), steakhouse, takeaway, talkshow, tank, task force, team work (+ la famiglia work: smart working, network, social network, coworking, work in progress, workgroup, workshop, workstation, sex worker…), ticket e ticketless, tracking, trademark, trekking, videomaker (+ film maker), walkie-talkie, whisky, weekend

    Questo elenco di ben oltre 200 parole a base inglese che si appoggiano alla k – da sommare alle altrettante che iniziano con la k – non è affatto esaustivo. Sono solo le parole più comuni, come già sottolineato, e sui dizionari se ne possono trovare altre 3 o 400 meno popolari.

    No, non ne uccide più la k che la spada: la vera spada di Damocle è l’inglese

    Per i linguisti che affermano di essere descrittivi, e dunque sostengono che una parola come killer sia ormai “italiana” sulla base della sua frequenza e accettazione, davanti a questi numeri non resta che prendere atto che la k non è più lettera straniera, ma è una modalità di mettere per iscritto il suono velare della c, anche se solo fino agli anni Venti del secolo scorso non era così. Questa modalità non si trova più solo nelle parole straniere, che statisticamente sono inglesi con una percentuale schiacciante. Si ritrova anche negli ibridi (linkare, stalkerizzare…) dove è l’inglese a trainare i derivati, e persino in parole come amerikano o kultura scritte a questo modo in modo provocatorio come all’epoca della contestazione degli anni Settanta.

    Visto che alcuni linguisti imprigionati nelle loro categorie fatte di pregiudizi mi danno spesso a sproposito del purista, vorrei precisare per l’ennesima volta la mia posizione in proposito. Anche ipotizzando un’improbabile ucronia in cui un esercito di bimbominkia in futuro avrà la meglio, anche se la c velare trascritta con la k diventasse un sistema di scrittura sdoganato e perfettamente lecito, mi pare che scrivere kiave invece di chiave non costituirebbe uno sfaldamento dell’italiano, riguarderebbe solo le norme ortografiche-editorali che – la storia ce lo insegna – produrrebbe un italiano diverso da quello odierno ma pur sempre italiano, esattamente come gli scritti di San Francesco. Poco male insomma, le regole ortografiche sono solo delle convenzioni, possono anche cambiare e questa ipotetica lingua non sarebbe fuori dall’italiano come non lo era il Cantico delle creature.

    E allora la presenza della k, da sola, non significa necessariamente uccidere l’italiano, per quello che mi riguarda (il che non significa che ne promuova l’uso).

    Lo stesso non si può dire di altri fenomeni: lo sfaldamento della nostra lingua davanti all’interferenza dell’inglese – la vera spada di Damocle della lingua del paese dove il sì suona – è determinato da altri fattori. Per esempio trascrivere la “u” con la doppia (“oo”) come in inglese, pronunciare la “u” “iu” come in computer, il “ch” di chat in modo dolce, la “i” “ai come in design… (cfr. “La S di governance: grammatichetta di itanglese“). E più in generale, abbandonare le nostre parole per quelle inglesi (location, vision, competitor…): questi sì rappresentano uno strappo insanabile con l’italiano storico e si configurano come una newlingua che non si può più definire italiano ma itanglese, perché segue il sound angloamericano invece di quello di Dante.

    #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #storiaDellaLinguaItaliana

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    Ne uccide più la cappa che la spada? Storia del ritorno della “k” nella lingua “italiana”

    Di Antonio Zoppetti

    Quella che viene interpretata come la più antica testimonianza scritta della lingua italiana è una trascrizione in volgare riportata in un atto giuridico del 960, il placito capuano. A quei tempi il latino era la lingua della scrittura che apparteneva ai pochi rappresentanti delle classi colte, ma nella vita di tutti i giorni la gente si esprimeva nel proprio volgare, e non era più in grado di comprendere il latino già da qualche secolo. I volgari, antenati delle moderne lingue romanze, erano nati dallo sfaldamento del latino vivo che si parlava in epoca classica e dalle sue distorsioni locali. Cambiamento dopo cambiamento, con il passare del tempo la lingua di partenza si era così sempre più differenziata fino a che non si è verificato lo strappo dalla lingua originaria: il popolo – quasi esclusivamente analfabeta – non era più in grado di intenderla. Il latino non era affatto scomparso, continuava a essere la lingua superiore di prestigio utilizzata dai religiosi e dai dotti. E al contrario della lingua del volgo che era naturale e materna ma istintiva, possedeva la sua grammatica ben codificata.

    Sao ko kelle terre…

    In questa diglossia (la presenza di due lingue di diverso rango), non sappiamo di preciso come suonassero i volgari italici, perché a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere in volgare a quei tempi, dunque mancano le testimonianze, fino al 960. Il placito di Capua doveva risolvere una controversia che riguardava certe terre occupate dai monaci benedettini la cui proprietà era però rivendicata da un feudatario locale. I terreni contesi erano in Campania, ma quelle regioni erano allora un territorio longobardo, e vigeva una legge per cui dopo 30 anni di possesso di un terreno scattava l’usucapione. E così, dopo tante analoghe sentenze – fino a quel momento verbalizzate in latino – in cui chi dimostrava di possedere le terre da almeno trent’anni se le poteva tenere, il giudice Arechisi ebbe l’idea di trascrivere le testimonianze dei benedettini in volgare, forse perché quelle parole arrivassero forti e chiare ovunque, anche al di fuori dalle cerchie degli addetti ai lavori. E in questo modo il volgare dei testimoni è stato messo nero su bianco ed è arrivato fino a noi attraverso queste parole:

    Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.

    Ricalcandole in italiano moderno potremmo dire: “So che quelle terre, nei confini che qui [= questo atto] riporta, da trent’anni sono in possesso dell’amministrazione di San Benedetto”.

    A dire il vero esistono reperti del volgare anche precedenti a questa data, ma si tratta di frammenti di natura privata o pratica, mentre l’importanza del placito capuano sta in un uso intenzionale e consapevole di questo volgare, che ne sanciva l’esistenza e l’ufficialità. E soprattutto ha creato un precedente che è poi stato replicato in vari altri placiti successivi che hanno trascritto analoghe testimonianze in volgare riportate quasi sempre con le stesse parole.

    Quello che ai nostri occhi può stupire è la presenza della “k”, che consideriamo una lettera straniera. Se oggi l’ortografia è ben normata dalla grammatica che si studia a scuola, nel Medioevo l’unica grammatica esistente era quella latina, e il problema davanti a cui si era trovato il giudice Arechisi era quello di inventarsi una grammatica per esprimere i nuovi suoni che nel latino non esistevano. In epoca classica non c’era l’attuale suono dolce dell’odierna “c”, che i Romani pronunciavano in modo duro anche davanti alla “e”. Il suono “ce” era comparso più tardi, nel latino medievale tardo in parole come cervus (cervo) o caelum (cielo), che poi si era mantenuto anche in molte parole della lingua orale del volgo. Davanti ai due suoni possibili, perciò, la “c” velare (= dura) venne resa con la lettera “k” (kelle) forse per distinguerla dalla pronuncia dolce. La stessa soluzione usata per “ko” e per “ki”, che oggi traduciamo con che congiunzione e qui. Il pronome relativo “che” (= i quali, “que ki contene”) è stato scritto invece in modo conforme alla regola latina – visto che esisteva – e cioè con il grafema “qu” di quod.

    In altre sentenze successive sono state invece usate soluzioni differenti, e “sao ko” del placito di Capua, a Sessa e Teano è stato reso con il raddoppiamento della “c”: “Sao cco”. Anche la scelta della vocale “o” al posto dell’odierna “e” risente della mancanza di un codice ortografico-fonologico per esprimere un suono forse pronunciato a metà tra la “e” e la “o” come nell’œ dell’odierno francese.

    Il duello secolare tra la “c” e la “k”

    Nei secoli successivi sempre più testi furono scritti in volgare, e la “k” ha convissuto a lungo con il più blasonato “ch” della tradizione toscana insieme anche ad altre trascrizioni grafiche.

    Con il tempo, le soluzioni personali di formalizzare le parlate volgari crearono precedenti e diventarono soluzioni locali; per esempio in alcuni reperti della lingua franco-veneta c’è chi ricorreva alla “ç” dell’odierno francese scrivendo “çantar”, altre volte trascritto invece “chantar”, ma altrove la “ç” fu spesso usata per indicare la “c” dolce, anche se altre volte fu impiegata al posto della “z” (preçu = prezzo, çitella = zitella) e gli echi di queste oscillazioni e cambi di consonante si rintracciano anche nell’italiano moderno, dove convivono soluzioni lessicali come pronuncia e annuncio ma anche pronunzia e annunzio (forme più arcaiche che si mantengono in derivati come nunzio).

    In questo proto-italiano variegato e non ancora normato, la k impiegata per il suono velare (kiave) si ritrova anche nei primi reperti letterari lombardi per esempio del milanese Bonvesin de la Riva che nel 1200 divulgava le norme del galateo da osservare a tavola: “Fra Bonvesin dra Riva, ke sta im borg Legnian, dre cortesie da desco quilò ve dis perman” (= Fra Bonvesin de la Riva, che abita nel borgo di Legnano, delle cortesie da tavola vi dice qui di seguito). E agli inizi dello stesso secolo era impiegata anche da San Francesco d’Assisi nelle sua Laudi che solo all’“Altissimu, onnipotente, bon Signore, se konfano” – e ricorre anche in “ke” e “skappare” – benché nei manoscritti ricopiati successivamente quelle scelte furono traslitterate con il “ch” e la “c” seguendo una diversa formalizzazione destinata a prendere il sopravvento e a essere riportata nelle odierne antologie scolastiche.

    L’affermazione del “ch” che usava Dante con il passare dei secoli si è radicata ed è diventata la norma. Nel Cinquecento il tosco-fiorentino è diventato il modello di italiano nazionale teorizzato da Pietro Bembo e dalle prime grammatiche, poi istituzionalizzato nel Vocabolario della Crusca e diffuso anche grazie all’avvento della stampa a caratteri mobili e dalla nascente editoria le cui norme editoriali si uniformavano e fondevano con quelle dei grammatici. Da quel momento in poi usare la soluzione della “k” è divenuto un “errore”, e non più un uso poco comune o meno puro ed elegante, ma solo tra il Seicento e il Settecento la lettera è stata definitivamente abbandonata ed è scomparsa da tutti i libri. Dunque in italiano è stata “sconfitta” al contrario per esempio di quanto è successo nelle lingue germaniche dove sopravvive anche ai nostri giorni.

    E così, in un dizionario ottocentesco che precede di pochi decenni l’unità d’Italia, si leggeva: “K, sm. Lettera greca, detta Kappa. Il c e ch suppliscono ad essa in tutti i suoi suoni della lingua italiana. Adoprasi solamente in alcuni nomi stranieri” (Longhi-Menini, Nuovo vocabolario della lingua italiana, Torino 1847, Tip. Di Al. Fontana).

    Poiché nulla è definitivo e immutabile, però, nel Novecento questa lettera è tornata a fare capolino soprattutto attraverso l’interferenza dell’inglese, che accanto a termini come remake include il “ck” di click o la doppia “k” di trekking. Dunque abbiamo cominciato a riabituarci all’alta frequenza di questa lettera.

    Negli anni Settanta ha cominciato a circolare in modo “abusivo” e ribelle per esempio nelle scritte sui muri imbrattati da certe massime della contestazione, quando non era infrequente imbattersi in “Amerika” o “Kossiga”. Ma accanto a queste intenzionali e provocatorie violazioni delle regole dell’italiano e del suo alfabeto, l’utilizzo “stenografico” della cappa ricorreva di frequente anche negli appunti scolastici privati degli studenti. Si trattava di un uso che aveva motivazioni economiche legate al dover scrivere velocemente a mano durante le lezioni, e produceva una letteratura informale fatta di abbreviazioni come “xké” al posto di “perché”, che conviveva con il vezzo di scrivere “x” invece di “per”.
    Negli anni Novanta, con il diffondersi degli sms limitati a 160 caratteri, e successivamente con l’avvento di internet, questo linguaggio che ricorda quello dei codici fiscali è passato nelle chat e si è arricchito di espressioni abbreviate e crittografate fatte da tvb per “ti voglio bene” e simili acronimi gergali. Il fenomeno dilagava al punto che qualcuno ha cominciato a temere per l’integrità dell’italiano, benché questo tipo di abbreviazioni legate allo scrivere velocemente non siano una novità dell’epoca moderna, anche gli amanuensi di epoca romana e medievale ricorrevano a formule compresse e alla tachigrafia. Ciononostante, davanti all’esplodere di un nuovo uso che usciva dalla norma, sono sorti vivaci dibattiti tra chi lo bollava come un modo di scrivere da analfabeti e un ritorno al Medioevo che costituiva una minaccia per l’italiano, e chi lo osservava senza esprimere giudizi e vedeva in questi gerghi il segno di una lingua incipiente che si limitava a studiare, invece che criticare.

    Nel giro di qualche anno il fenomeno si è però ridimensionato, invece di estendersi al di fuori del proprio ambito e passare alla lingua di tutti, e questa “lingua” è stata stigmatizzata anche nel gergo della Rete che in un primo tempo ne aveva fatto un segno distintivo. E così, scrivere sulle piattaforme sociali con le “k” è stato in seguito considerato un linguaggio da “bimbominkia” (scritto con la “k” proprio per sottolinearne la bruttura), un neologismo gergale accolto persino nei dizionari per connotare negativamente chi impiega questo modo di esprimersi adolescenziale infarcito anche di acronimi o da un eccesso di faccine.

    L’alta frequenza della k per interferenza dell’inglese

    Nella prima edizione minore dello Zingarelli del 1923 si leggeva che la lettera k apparteneva solo alle parole straniere, e ne venivano annoverate 15 tra cui kaiser e kantiano, ma solo la voce king proveniva dall’inglese, e indicava allora una specie di carrozzino a due posti. Un secolo dopo, negli attuali dizionari sono registrate oltre 200 voci che iniziano con la k, ma tra nipponismi come kimono e karate, germanismi come kolossal, parole ebraiche come kippur, o arabe come kebab sono gli anglicismi a spiccare. Tra questi, i più comuni e frequenti sono per esempio:

    keyboard, keyword, killer (+ killer app, killer application e applicazione killer ma anche killerraggio e affini che si ritrovano sotto altre lettere come serial killer o bounty killer), king size, kiss and fly, kiss and go, kiss and ride (o kiss&ride), kit, kiwi, kleenex, knockout e KO, know-how, koala

    Ma per misurare l’alta frequenza della k non basta contare le parole che iniziano con questa lettera, perciò ho provato a conteggiare le parole inglesi più comuni che contengono la k al loro interno. Non sono a conoscenza di studi in proposito sulla frequenza di questa lettera, dunque provo di seguito a riportare non tutte parole che includono la k presenti nei dizionari, ma almeno quelle più comuni. Il risultato mi sembra interessante soprattutto per comprendere come le radici inglesi siano tra loro interconnesse, visto che una serie di linguisti continua ad approcciare il fenomeno dell’interferenza dell’inglese limitandosi a considerare solo l’entrata dei singoli anglicismi, come se fossero qualcosa di isolato. Quello che emerge è invece come l’alto numero di anglicismi finisca per generare delle regole a orecchio, esattamente come avveniva ai tempi dello sfaldamento del latino nei volgari.

    Cominciando dalla lettera A, oltre al gergale aka (cioè alias), c’è acquapark, pseudoanglicismo sul modello di luna park, che contiene la radice di altre parole come per esempio parking per parcheggio.

    Alla lettera B la k si ritrova in famiglie di parole tra loro interconnesse che si legano a back (back-end, backgammon, background, back-office, backslash, backspace, backstage, backup (che genera l’ibrido backuppare) e che fuori dalla B si ritrova in feedback, cashback, flashback o playback. Altra radice prolifica è costituita da book, da solo usato come sinonimo di portafoglio clienti (book fotografico), ma che ritorna in parole dove ha il significato di libro (bookcrossing, bookshop, e-book, booktrailer, instant book) ma anche con altre valenze (booking, bookmaker, bookmark e fuori dalla lettera B almeno overbooking). Tra le parole che si appoggiano a black ci sono: black bloc, total black, black comedy, blackjack, blacklist, e blackout; tra quelle a base break (invece di pausa): break even (point), breakfast + coffee break; e poi ci sono bad bank ma anche home banking, basket ma anche beach basket; e attorno a bike si strutturano biker, bike sharing, city bike e mountain bike. Tra le parole isolate si possono annoverare brick, bazooka, bikini, bed and breakfast, benchmark, broker.

    Di seguito riporto le altre parole con la k che iniziano con le altre lettere, con un ordine misto che segue un po’ l’elenco alfabetico e un po’ il raggruppamento per famiglie di parole:

    cake design, check (+ check-in, check-out, check list, check point, checkup… la stessa radice si ritrova in fact checking), click, cocktail, cooking show, cornflakes, crack, cracker (nel significato di galletta ma anche di pirata informatico), dark e dark lady, desk (+ desktop e help desk), drink (+ energy drink, long drink e smart drink), disc jockey, elettroshock (connesso a shock e rosa shocking), film-maker (cfr. remake), fake e fake news, folk (+ folklore), fashion (e fashionista), food truck, guestbook, hacker (+ hackerare e hackeraggio), hockey, identikit, jack, jackpot, jukebox, like, link (+ linkare, linkabile, linkografia), look (+ new look e nude look), make-up e make-up artist, multitasking, market (+ minimarket e supermarket), marketing (+ direct marketing, multilevel marketing ecc.), milk-shake (+ shaker e shackerare), naziskin, nickname, ok e okay, on the rocks, pacemaker, packaging, pickup, poker e pokerino, racket, ranking, rock e derivati, sketch, skilift, skill (+ soft skill e skillato), skipass, skipper, skyline, stick (+ lipstick o sticker), stock (+ stock option), smoke free, smoking, snack, sneaker, speaker (che genera speakerare e speakeraggio), stakeholder, stalker (+ stalking, stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare e stalkeraggio), steakhouse, takeaway, talkshow, tank, task force, team work (+ la famiglia work: smart working, network, social network, coworking, work in progress, workgroup, workshop, workstation, sex worker…), ticket e ticketless, tracking, trademark, trekking, videomaker (+ film maker), walkie-talkie, whisky, weekend

    Questo elenco di ben oltre 200 parole a base inglese che si appoggiano alla k – da sommare alle altrettante che iniziano con la k – non è affatto esaustivo. Sono solo le parole più comuni, come già sottolineato, e sui dizionari se ne possono trovare altre 3 o 400 meno popolari.

    No, non ne uccide più la k che la spada: la vera spada di Damocle è l’inglese

    Per i linguisti che affermano di essere descrittivi, e dunque sostengono che una parola come killer sia ormai “italiana” sulla base della sua frequenza e accettazione, davanti a questi numeri non resta che prendere atto che la k non è più lettera straniera, ma è una modalità di mettere per iscritto il suono velare della c, anche se solo fino agli anni Venti del secolo scorso non era così. Questa modalità non si trova più solo nelle parole straniere, che statisticamente sono inglesi con una percentuale schiacciante. Si ritrova anche negli ibridi (linkare, stalkerizzare…) dove è l’inglese a trainare i derivati, e persino in parole come amerikano o kultura scritte a questo modo in modo provocatorio come all’epoca della contestazione degli anni Settanta.

    Visto che alcuni linguisti imprigionati nelle loro categorie fatte di pregiudizi mi danno spesso a sproposito del purista, vorrei precisare per l’ennesima volta la mia posizione in proposito. Anche ipotizzando un’improbabile ucronia in cui un esercito di bimbominkia in futuro avrà la meglio, anche se la c velare trascritta con la k diventasse un sistema di scrittura sdoganato e perfettamente lecito, mi pare che scrivere kiave invece di chiave non costituirebbe uno sfaldamento dell’italiano, riguarderebbe solo le norme ortografiche-editorali che – la storia ce lo insegna – produrrebbe un italiano diverso da quello odierno ma pur sempre italiano, esattamente come gli scritti di San Francesco. Poco male insomma, le regole ortografiche sono solo delle convenzioni, possono anche cambiare e questa ipotetica lingua non sarebbe fuori dall’italiano come non lo era il Cantico delle creature.

    E allora la presenza della k, da sola, non significa necessariamente uccidere l’italiano, per quello che mi riguarda (il che non significa che ne promuova l’uso).

    Lo stesso non si può dire di altri fenomeni: lo sfaldamento della nostra lingua davanti all’interferenza dell’inglese – la vera spada di Damocle della lingua del paese dove il sì suona – è determinato da altri fattori. Per esempio trascrivere la “u” con la doppia (“oo”) come in inglese, pronunciare la “u” “iu” come in computer, il “ch” di chat in modo dolce, la “i” “ai come in design… (cfr. “La S di governance: grammatichetta di itanglese“). E più in generale, abbandonare le nostre parole per quelle inglesi (location, vision, competitor…): questi sì rappresentano uno strappo insanabile con l’italiano storico e si configurano come una newlingua che non si può più definire italiano ma itanglese, perché segue il sound angloamericano invece di quello di Dante.

    #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #storiaDellaLinguaItaliana

  6. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Alienazione linguistica e diglossia lessicale

    Di Antonio Zoppetti

    Provo a a riprendere e sviluppare qualche riflessione esposta in una lezione intitolata “L’italiano e i libri ieri e oggi: l’inglese tra le righe?” che ho tenuto la scorsa settimana presso l’Università di Heidelberg (Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda) nell’ambito della XXIV Settimana della lingua italiana nel mondo.

    La diglossia storica: il toscano e gli altri volgari

    Alla fine del Trecento, in una corrispondenza privata con il toscano Francesco di Marco Datini di Prato, il lombardo Giovanni da Pessano si scusava per non essere un “bon scritore” e per non essere “achostumato” alla scrittura colta [Lorenzo Tomasin, “Sulla percezione medievale dello spazio linguistico romanzo”, in Medioevo romanzo, Dalerno editrice, Roma 2015, XXXIX / 2, p. 280].
    A quei tempi, il volgare toscano si stava imponendo in tutta la nostra penisola come lingua colta della scrittura, ed era considerato di maggior prestigio rispetto agli altri volgari, soprattutto quelli del nord che erano percepiti come rozzi. In uno scritto di Dante sui volgari (il De vulgari eloquentia), le parlate di genovesi, milanesi e bergamaschi erano addirittura oggetto di scherno, e anche Machiavelli (nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, 1524 circa) non poteva accomunare l’idioma di Dante alla lingua di “Milano, Vinegia e Romagna, e tutte le bestemmie di Lombardia.”

    Nel Cinquecento, in Italia regnava la diglossia, cioè un bilinguismo squilibrato per cui le masse perlopiù si esprimevano nei propri idiomi locali, ma la lingua “superiore” dei libri era diventata il toscano delle tre corone del Trecento (Dante, Petrarca e Boccaccio) elevato a modello grammaticale, o al massimo il fiorentino che era comunque abbastanza vicino a quel canone. Questa frattura è stata sancita da Pietro Bembo, il teorico del purismo che considerava il toscano trecentesco la perfezione. I suoi precetti e la sua grammatica si erano imposti come il modello vincente, orientando anche la nascita dell’accademia della Crusca e del suo vocabolario che legittimava solo il lessico e le varianti ortografiche toscane respingendo invece tutte le voci degli altri volgari, considerate indegne e da purgare.

    Da quel momento in poi tutti gli altri volgari regredirono allo stato di “dialetti”, varietà “impure” dell’italiano-toscano elevato a lingua perfetta. E nella nostra storica diglossia, questo toscano prendeva il posto ed era destinato a soppiantare l’altra lingua superiore del passato, il latino della cultura e dei libri, che nei secoli successivi avrebbe perso sempre più terreno nella scienza, nella scuola, nelle leggi e in ogni altro ambito.

    Il purismo, pur tra le accesissime polemiche, si impose nell’egemonia culturale con una forza schiacciante. Basta ricordare che il massimo poeta del Cinquecento, Ludovico Ariosto, che non era toscano ma emiliano, per adeguarsi a questi principi riscrisse per ben tre volte il suo Orlando furioso per modificare la sua lingua “impura” e intrisa di settentrionalismi: el diventava il (e in lo/la si trasformava in nello/nella), mentre le x erano riscritte con le s, e le forme verbali venivano uniformate (mostrerò invece di mostrarò o trassero invece di tràrro). In questo modo Ariosto fu incluso nel vocabolario, al contrario di Torquato Tasso, che davanti alle stroncature della Crusca, invece di inchinarsi al canone del toscano e “purgarsi” da solo aveva osato difendere la sua lingua della Gerusalemme liberata e dunque fu il grande escluso che non venne inserito tra gli autori del dizionario. Chi non pubblicava in toscano e non seguiva i precetti dei puristi non solo era biasimato, ma addirittura non veniva pubblicato o considerato.

    Su questo sfondo, chi non era toscafono di nascita – dunque in grado di mettere in pratica quei precetti in modo quasi naturale e istintivo – faticava enormemente a scrivere in “italiano”. E davanti alla nuova diglossia a base toscana, invece che latina, l’atteggiamento dei letterati oscillava tra il riconoscimento della superiorità del toscano e il rivendicare invece la dignità degli altri volgari.

    Il primo atteggiamento è stato quello vincente.

    Il toscano era un buon collante in grado di superare le incomprensioni dialettali delle varie regioni, sin dal Quattrocento ammirato e imitato anche a Milano: Ludovico il Moro apprezzava gli scrittori toscani e guardava alla lingua fiorentina come modello. Aleggiava insomma un certo senso di inferiorità delle altre parlate rispetto ai modelli toscani, e alla fine del Quattrocento, Gaspare Visconti, un poeta alla corte degli Sforza, nella premessa ai suoi componimenti si scusava del suo “non molto polito naturale idioma milanese”, ma il chiedere venia per la propria lingua non toscana è un motivo ricorrente che si trova spesso negli scritti di chi voleva ricorrere al toscano senza che fosse la sua lingua naturale.

    L’alienazione del proprio idioma in favore di un altro

    Per imparare la lingua superiore, successivamente tra gli scrittori prese piede la consuetudine dei soggiorni toscani, e il veneziano Carlo Goldoni, nel Settecento, considerava fortunatissimo chi era nato a Firenze, perché quella lingua gli risultava spontanea, e consigliava per “un Uomo di lettere, trattenersi per qualche tempo a Firenze ad imparar dalle Balie e dalle Fantesche ciò che altrove si mendica dal Bembo, dal Boccaccio o dalla Crusca medesima.”
    Emblema di questa prassi, e di questa difficoltà di apprendere la lingua pura, è il celebre “volli, volli, fortissimamente volli” dell’Alfieri, piemontese di nascita ma che decise di “parlare, udire, pensare e sognare in toscano” e si trasferì a Firenze per meglio padroneggiare “quella doviziosissima ed elegante lingua; prima indispensabile base per bene scriverla” (Vita scritta da esso). Allo stesso tempo l’autore lamentava tutta la difficoltà, per chi non era toscano, di padroneggiare quell’idioma (“Lettera a Ranieri de’ Calzabugi”) scrisse le proverbiali parole:

    “Da quel giorno in poi (che fu in giugno del 75) volli, e volli sempre, e fortissimamente volli. Ma dovendo io scrivere in pura lingua toscana, di cui era presso che all’abbiccì, fu d’uopo per primo contravveleno astenermi affatto dalla lettura d’ogni qualunque libro francese, per non iscrivere poi in lingua barbarica: un poco di latino, ed il rimanente d’italiano fu dunque la mia sola lettura d’allora in poi; stante che di greco non so, né d’inglese.”

    Era la stessa difficoltà e la stessa soluzione che avrebbe intrapreso il milanese Alessandro Manzoni, che nella tormentata revisione dei Promessi Sposi, si accorse che i dizionari non gli bastavano per toscanizzare nel giusto modo la sua lingua, e alla fine abbandonò quella soluzione per sciacquare i panni in Arno. La lingua delle precedenti stesure del suo capolavoro gli risultava troppo artificiale e libresca, proprio perché si basava sui dizionari, e quelli che aveva utilizzato erano soprattutto il monumentale vocabolario milanese-italiano di Cherubini e quello della cosiddetta “Crusca veronese” di Cesari, il massimo rappresentante del purismo Ottocentesco che aveva dato vita a un dizionario di taglio cruscante benché fosse appunto di Verona.
    Ma questo non deve stupire, perché a prevalere nel nostro Paese caratterizzato da un’eterna diglossia è stata la compiaciuta alienazione linguistica. In altre parole, a parte gli scrittori toscani che avevano fatto la storia, i massimi difensori dell’italiano basato sul tosco-fiorentino furono spesso i non toscafoni.

    Pietro Bembo era veneziano, ma oltre a imporsi come teorico del purismo fu autore di una grammatica che avrebbe fatto scuola; fu uno stretto collaboratore del tipografo-editore Aldo Manuzio, il più grande stampatore del Cinquecento di tutta l’Europa. Benché Venezia impiegasse il proprio volgare orgogliosamente come lingua ufficiale delle leggi e della cancelleria, che si estendeva anche come lingua-tetto in tutta l’area veneta, i libri nati dal sodalizio Manuzio-Bembo si basarono sulla norma del toscano, dunque contribuirono a diffonderlo e in tutto il Paese e a renderlo il canone della scrittura.

    E così è prevalsa l’alienazione linguistica e i più intransigenti difensori del toscano erano spesso non toscani, come Bembo, Cesari, Alfieri e soprattutto come Manzoni.

    I sostenitori della dignità delle altre lingue italiche, invece, furono sconfitti. Esisteva una letteratura parallela che si esprimeva in altre parlate, e uno dei più noti e agguerriti sostenitori di queste posizioni fu per esempio il milanese Carlo Porta, che contro il classicista Pietro Giordani (storpiato in “Giavan”) scriveva:

    “Dunque senza sapere la lingua toscana non ci può essere morale né civiltà? (…) E noi, zoticoni di Milano, li andiamo a mozzar via senza pietà quelle frattaglie tanto preziose, quelli così fatti che sono il gran merito dell’abate Giavano?”

    Accanto a simili posizioni c’erano poi gli scrittori “indifferenti” alla questione della lingua, quelli che scrivevano in modo istintivo senza preoccuparsi della forma, e avevano in mente una lingua che doveva farsi intendere, invece che seguire il purismo. Costoro scrivevano spesso trattati pratici, articoli di giornale, romanzi come quelli di Garibaldi… Ma ancora una volta questi componimenti non erano considerati un modello virtuoso.

    Dalla diglossia a base toscana a quella a base inglese

    La diglossia per cui il toscano era la lingua della scrittura mentre le masse erano dialettofone si è ricomposta soltanto nella seconda metà del Novecento, quando sono spuntate le prime generazioni italofone anche fuori dalle aree toscane e finalmente l’italiano è diventato una lingua unitaria. Parlare e scrivere hanno trovato la loro convergenza in un’osmosi in cui le differenze tra oralità e scrittura si sono sempre più attenuate in un italiano unitario dove erano confluiti anche altri elementi oltre a quelli tosco-fiorentini che costituivano lo zoccolo duro. Negli anni Sessanta Pasolini aveva notato che questo nuovo italiano unitario era soprattutto tecnologico e arrivava prevalentemente dai centri industriali del nord, più che dal modello toscano letterario.
    Se l’italiano standard nell’Ottocento indicava quello che si insegnava a scuola in opposizione alle varietà dialettofone, superata la diglossia lingua-dialetto il nuovo italiano unificato, nel diventare un nuovo standard inevitabilmente si livellava e alcuni vocaboli o costrutti un tempo considerati popolari e non ammessi nella lingua “alta” sono stati invece accettati non solo nel parlato, ma anche nella scrittura dei giornali, dei contesti istituzionali o universitari. Negli anni Ottanta questo italiano di tutti è stato definito dal linguista Gaetano Berruto come “neostandard” e da Francesco Sabatini come “italiano medio”.

    Ma proprio quando sembrava che la diglossia fosse superata, ecco che nel nuovo millennio ne è emersa una nuova: la diglossia che fa dell’inglese la lingua superiore. E davanti alla quale l’italiano regredisce su tutti i fronti.

    Se la lingua della scienza, sino al Seicento, era esclusivamente il latino, Galileo Galilei ha spezzato questa prassi fondando la prosa scientifica italiana, e costruendo un modello poi seguito da altri scienziati – da Redi a Vallisneri – che è sopravvissuta fino al Novecento, quando Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna hanno diffuso un internazionalismo come neutrino.
    Se l’italiano-toscano, nei secoli, ha sottratto al latino sempre più ambiti, come la lingua dell’insegnamento e delle leggi, oggi assistiamo alla sua regressione nei confronti dell’inglese, e sempre più atenei stanno puntando all’inglese come la lingua della formazione, con buona pace del diritto allo studio nella propria lingua madre. Intanto, l’inglese prende piede come lingua dell’Ue, benché non esista alcuna carta che sancisca la legittimità di questa prassi. E mentre l’inglese planetario – definito un po’ spregiativamente anche globalese o globish – si allarga in tutto il mondo, stiamo andando verso una nuova diglossia neomedioevale – come l’ha chiamata il linguista tedesco Jürgen Trabant – per cui l’inglese diviene la lingua della cultura alta, e gli idiomi nazionali rischiano di diventare i dialetti di un mondo che pensa e parla in inglese.

    Gli anglicismi che penetrano in ogni idioma locale – e l’italiano è una delle lingue più coinvolte dal fenomeno – sono gli effetti collaterali di questa nuova situazione. Il loro numero è tale che in molti ambiti – si pensi all’informatica, all’economia, alle tecno-scienze, al lavoro… – l’italiano è ormai incapace di esprimere certi domini con le proprie parole. E mentre la lingua dei giornali e anche delle istituzioni si riempie di espressioni inglese, l’italiano regredisce, si ibrida e fondamentalmente viene meno lo storico prestigio basato sui suoni dell’italiano-toscano.
    Come ai tempi dello sfaldamento del latino nascevano parole costruite sul sonus del latino – per esempio caballus invece di equus – oggi sul modello dell’inglese nascono pseudoanglicismi come footing, smart working, beauty case o baby gang. E se un tempo i non toscafoni cercavano di “toscaneggiare” e di approssimarsi al modello della lingua superiore, oggi si introducono le espressioni inglesi in modo voluto e compiaciuto: il nuovo modello cerca e riproduce i suoni inglesi, poco importa siano ortodossi o reinventati in modo maccheronico. Questo è il nuovo modello linguistico inseguito dalla nuova egemonia culturale, e questo italiano “newstandard” – o itanglese – è caratterizzato dalla sua “diglossia lessicale”. Nell’ambiente di lavoro, per esempio, non si può più usare l’italiano per esprimere certe cose, perché la lingua di prestigio è l’inglese, dunque bisogna usare questa terminologia “alienante” che il settore richiede e allo stesso tempo impone. E così nel mio settore non è più possibile evitare l’alienazione linguistica e parlare per esempio di revisioni editoriali, perché c’è solo l’editing, e sono costretto a presentarmi ai clienti come editor, altrimenti mi guardano male, sono percepito come un non addetto ai lavori che non sta usando la lingua che identifica il settore da un punto di vista sociolinguistico.

    E chi non adegua il suo linguaggio, come aveva fatto Ariosto, viene fatto fuori come è accaduto a Tasso.

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