Sulle cause dell’anglicizzazione dell’italiano
di Antonio Zoppetti
Perché una batteria portatile, un caricabatterie (o un accumulatore di carica) sui giornali diventa un power bank? Perché il primo giorno di scuola è diventato il Back to School? Perché abbiamo smesso di parlare di calcolatori per passare ai computer? E perché, dopo l’epoca dei codici a barre, che avevano la meglio sull’espressione inglese barcode – di circolazione più bassa – è arrivata quella dei QR code, con pronuncia all’americana? Che cosa ci spinge ad abbandonare l’italiano, il nostro ordine sintattico e il nostro modo di esprimerci storico invece di parlare semplicemente di codici QR?
Naturalmente il punto non è quello di deprecare queste singole espressioni – che prese isolatamente hanno poca importanza –, ma di comprendere le pulsioni che portano ad anglicizzare un numero di parole sempre più esteso. Il fenomeno va insomma inquadrato nella sua totalità, visto che anglicismo dopo anglicismo la lingua italiana tende a diventare un ibrido a base inglese.
Le ragioni sono molteplici e complesse, e soprattutto ben più profonde di ciò che emerge mediamente dagli studi dei linguisti, perché dipendono da meccanismi extralinguistici sottostanti che sono fuori dalla linguistica in senso stretto, e hanno a che fare con la psicologia, la sociologia, l’economia, i giochi di potere e il modo di concepire la nostra cultura.
Le motivazioni psicologiche dei parlanti
Dal punto di vista psicologico, un parlante è indotto a ripetere l’inglese perché in circolazione c’è solo quello che viene pubblicizzato e sbandierato come fosse un nome proprio (“Inquadra il QR code”!), ed è molto difficile trovare pubblicità o prodotti informativi che si appoggino all’italiano. Le motivazioni psicologiche che spingono ogni individuo ad adeguarsi a quello che circola sono istintive e poco ponderate. Se attraverso i “centri di irradiazione della lingua” – in tv, in Rete, sui siti istituzionali, nei negozi, sui giornali… – prevale l’inglese, è chiaro che poi si propaga, si radica e si afferma senza alternative. Dunque, da un approccio psicolinguistico basato sulle motivazioni individuali dei parlanti, conviene passare a un approccio sociolinguistico e riformulare la domanda iniziale: perché, fino agli anni Novanta, la nostra società ricorreva a una terminologia in italiano mentre nel Duemila preferisce ripetere direttamente l’inglese?
Ogni volta che riaffiorano simili questioni linguistiche – aveva ben compreso e spiegato Gramsci – sotto ci sono ben altre questioni extralinguistiche che hanno a che fare con i cambiamenti sociali in atto, come il rinnovo delle classi dirigenti che a loro volta, nell’avvicendarsi, si impongono come dei modelli culturali che si portano con loro anche un tipo di lingua da far prevalere. E le masse, in modo inconsapevole, vengono trainate da questi processi culturali elitari e si adeguano ai canoni linguistici alti che vengono imitati.
I cambiamenti socio-culturali
Pensiamo per esempio allo stereotipo di un politico del Novecento, che aveva mediamente una cultura umanistica, basata sull’italiano (all’epoca la padronanza dell’italiano era un valore e un segno di prestigio) e che per elevarsi sulle masse sfoggiava il latino o il latinorum. Oggi questo stereotipo è cambiato e i nuovi politici rampanti provengono dal marketing e da una formazione in cui è la cultura e la lingua angloamericana quella che prevale.
Mentre del latino rimane solo un imbarazzante parodia – il porcellum, il mattarellum, lo stabilicum – il ricorso all’inglese predomina in ogni schieramento. A “sinistra” tutto è cominciato almeno a partire dalla svolta anglomane di Veltroni (non a caso soprannominato “uòlter”), per raggiungere l’apoteosi con la comunicazione renziana che ha introdotto il jobs act a suon di slide e di streaming, mentre i più recenti underdog destrorsi hanno varato il ministero del Made in Italy, invece di quello del prodotto italiano, tra family day, flat tax, cashback e via dicendo.
Le pressioni dei mercati e della globalizzazione
A loro volta, simili cambiamenti sociali e culturali sono strettamente legati a fattori economici, industriali e produttivi che sono sempre più globali. Se negli anni Sessanta Pasolini aveva per primo compreso che il nuovo italiano unitario che si imponeva nel Paese a scapito dei dialetti non era più plasmato sui modelli letterari come in passato, ma proveniva soprattutto dai centri industriali del nord perché era fortemente tecnologizzato, oggi la tecnologia ci arriva direttamente in angloamericano e questa terminologia in inglese non è più fatta dai nativi italiani che si limitano a ripetere e a legittimare la lingua d’oltreoceano e ciò che che c’è scritto sulle scatole dei prodotti che acquistiamo – dal mouse, agli smartphone – anche quando le merci sono virtuali e le scatole non ci sono più (cloud, home banking) e anche quando i prodotti sono nostrani ma vengono rivenduti con nomi anglicizzanti (Postepay o il delivery delle Poste “Italiane”, IT-alert della Protezione civile, i canali Rai dai nomi in inglese…).
La nostra dipendenza dall’anglosfera è però ancora più ampia da quello che arriva dai mercati e da una globalizzazione esplosa negli anni Novanta che è fondamentalmente trainata dai colossi a stelle strisce, coinvolge la nostra stessa politica estera o militare che segue la linea dettata degli Usa che spesso non ha alcun bisogno di dettare alcunché perché l’asservimento è spontaneo, e in questo scenario di dipendenza che risale al piano Marshall l’americanizzazione della nostra società è predominante in ogni settore, a partire dai prodotti di intrattenimento che una volta erano limitati al cinema ma che oggi hanno conquistato la televisione, internet o un’intelligenza artificiale di matrice americana (non a caso – come per i Qr code – l’AI con pronuncia inglese ha la meglio sull’IA).
Dalle “americanate” all’anglomania (la perdita del senso del ridicolo)
Il mito dell’America e del sogno americano caricaturato da Alberto Sordi in alcune pellicole del Novecento si è oggi trasformato in qualcosa di ben più profondo e totalizzante, che ha perso ogni ironia e si è elevato attraverso un compiaciuto voler essere americani (invece che volerlo fare in modo goffo come nella canzone di Carosone). E l’abbandono dell’italiano per preferire le espressioni in inglese è solo un indicatore di questo cambio di mentalità. Per le nuove classi alte ricorrere agli anglicismi è un modo per manifestare la loro appartenenza a un sistema di potere che ci contiene e ci direziona, dunque riempirsi la bocca di espressioni come “qu ar cod” è un modo per elevarsi, per fa prevalere il prestigio di una lingua (e di una cultura e società) vissuto come superiore alla nostra, di cui ci si comincia a vergognare esattamente come un tempo ci si vergognava delle espressioni dialettali per sfoggiare l’italiano nazionale di rango superiore.
E così capita di leggere titoli di giornale che esprimono lo stesso imbarazzante e servile provincialismo di Nando Mericoni in Un americano a Roma, ma invece di essere ridicoli e patetici vengono presentati come qualcosa di cool.
Oggi le classe alte si vergognano dell’italiano perché credono che puntare sull’inglese significhi essere “internazionali”, senza rendersi conto che l’inglese spacciato come lingua franca è la lingua naturale dei popoli dominanti e dei padroni (come si sarebbe detto un tempo), che il mondo è ben più ampio ed eterogeneo dell’anglosfera e che il plurilinguismo è una ricchezza da tutelare, non un ostacolo alla comunicazione internazionale funzionale ai mercati e alle multinazionali che puntano all’omologazione che fa loro comodo.
La strampalata idea di non voler intervenire sulla lingua (ma solo nel caso dell’inglese)
Per concludere la panoramica dei perché dell’anglicizzazione bisogna poi almeno accennare ai progetti politici che spingono nella stessa direzione, progetti che non vengono dichiarati esplicitamente, ma sono perseguiti in modo surrettizio e manipolatorio. Mentre una pletora di linguisti – soprattutto italiani – è pronta a insorgere davanti all’idea di arginare l’anglicizzazione attraverso delle politiche linguistiche, ed è convinta che sulla lingua non si possa né debba intervenire (il che è facilmente falsificabile dal punto di vista logico, storico e geografico, visto che la pianificazione linguistica è praticata con successo in mezzo mondo), quello che avviene da ormai mezzo secolo dimostra esattamente il contrario.
Per comprendere la stupidità e l’inconsistenza di simili atteggiamenti, basta applicare lo stesso approccio ad altri ambiti. Chi, sano di mente, sottoscriverebbe che non bisogna intervenire per salvare le balene o i panda dall’estinzione perché la selezione naturale si regola da sola? E perché mai dovremmo tutelare il nostro patrimonio culturale, paesaggistico, artistico, storico e persino gastronomico ma non quello linguistico che è un tesoro apprezzato in tutto il mondo, anche se noi lo stiamo buttando via invece di farne un punto di forza?
In questa lobotomia culturale dilagante, emerge inoltre una patologica schizofrenia: gli stessi linguaioli che, con la bava alla bocca, si scagliano contro chi condanna l’eccesso di parole inglesi riesumando la (diversa e inapplicabile) guerra ai barbarismi del ventennio fascista sono in prima linea a cambiare l’uso quando fa loro comodo, dunque, a seconda dell’umore, prendono a calci il signor Uso quando si tratta di bandire parole storiche come “razza” o di censurare e stigmatizzare ciò che non è politicamente corretto, inclusivo o sessista, per metterlo sull’altare quando invece si tratta di giustificare le espressioni in inglese. E mentre si consuma questa farsa del doppiopesismo, sembra che nessuno si accorga che sono proprio le scelte politiche delle nuove egemonie culturali a imporre l’inglese nella nostra società.
Verso l’ufficializzazione dell’inglese?
L’inglese è diventato obbligatorio nelle scuole sin dalle elementari perché si vogliono creare le future generazioni bilingui a base inglese, in Italia e in Europa. Lo si vuole rendere un requisito per tutti, per essere assunti nelle pubbliche amministrazioni, per diventare insegnanti, poliziotti… mentre le università puntano a insegnare direttamente in inglese e a estromettere la nostra lingua dalla formazione alta, la comunicazione cittadina di treni e metropolitane è concepita bilingue a base inglese, come del resto i nuovi documenti bilingui, il panorama linguistico delle insegne informative istituzionali di comuni, ospedali, stazioni, aeroporti, amministrazioni, mostre, manifestazioni… che seguono l’andazzo spontaneo delle insegne dei negozi, delle pubblicità… Il risultato è un bilinguismo apparente, imposto e forzato dall’alto – visto che dalle statistiche risulta che l’inglese è conosciuto da una minoranza della popolazione italiana, europea e mondiale – in cui la lingua che si punta a ufficializzare è l’inglese affiancato e sovrapposto alla lingua locale (che è davvero in uso) e il progetto di queste politiche messe in atto dai suprematisti dell’inglese al potere – per chiamare le cose con il loro nome – è quello di imporlo a tutti e di renderlo un requisito della nuova cultura. Una cultura totalizzante in cui l’italiano, insieme alle altre lingue, esce dal paniere delle cose importanti, il plurilnguismo perde valore e l’inglese diventa essenziale. Il che fa parte di una ben precisa pianificazione linguistica che nel giro di poche generazioni si realizzerà e renderà gli altri idiomi dei dialetti di un mondo che pensa e parla inglese, come lo si vuole costruire.
Ecco perché parliamo di Qr code invece che di codici “qu erre”, per lo stesso motivo per cui il green spazza via l’ecologico, il gossip ha la meglio sul pettegolezzo, il parental control prevale sui filtri famiglia, il killer uccide l’assassino, il touch screen schiaccia gli schermi tattili, l’italian design fa piazza pulita del disegno industriale italiano, e l’idioma di Dante se ne va a puttane, anzi a escort e sex worker. Non è difficile capirlo, basta buttar via un po’ di libri di linguistica e dedicarsi a studi e ad analisi un po’ meno superficiali e un po’ più lungimiranti.
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