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@italofonia quale potrebbe essere un termine corretto in italiano che sostituisca downgrade senza dire ‘scendere di livello, di grado’ ? #dilloinitaliano #accademiadellacrusca #itanglese
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Gli anglicismi tra le “parole nuove” della Crusca
Di Antonio Zoppetti
Ho provato a misurare la quantità di inglese presente tra le “Parole nuove” raccolte dall’accademia della Crusca. Il lemmario è composto da 176 voci e non ha alcun intento di completezza, dunque non rappresenta una raccolta di tutte le parole nuove, ma solo di alcune (probabilmente molte sono state segnalate dai lettori) che spesso non sono affatto annoverate nei dizionari (che al contrario costituiscono un lavoro di raccolta organico).
Nonostante questa importante premessa, mi pare che sia un campione interessante da analizzare proprio perché proposto da un’istituzione come la Crusca.
Quello che spicca è la schiacciante interferenza dell’angloamericano: su 176 parole ben 105 ci arrivano dall’anglosfera, inequivocabile segnale della nostra dipendenza culturale d’oltreoceano. Ma la provenienza delle parole, dunque la loro etimologia, è poco interessante per chi non è un purista, perciò una parola come spoilerare – che può piacere o non piacere – si può considerare strutturalmente italiana, e lo stesso vale per ingegneria sociale o poliamore: che importa da dove arrivano, in fondo? Se l’interferenza dell’inglese passasse per i calchi, gli adattamenti, e in buona sostanza l’italianizzazione – come è avvenuto per l’interferenza del francese – la nostra lingua non avrebbe alcun problema.
Passando dall’approccio culturale a quello linguistico, il problema emerge invece se si analizza questa interferenza nei dettagli, perché su 105 parole che arrivano dall’anglosfera solo 38 sono italianizzate, mentre 54 sono in inglese crudo, e in 13 casi sono parole ibride, scritte e pronunciate un po’ all’inglese un po’ all’italiana. Di seguito riporto gli elenchi.
54 anglicismi crudi: (content) creator, boomer, bralette, brat, bromance, bufu, burger, catcalling, coding, contact tracer, contact tracing, cringe, demure, doomscrolling, droplet, eskere, eurocent, FOMO (fear of missing out), foodie, ghosting, green pass, hashtag, hater, hipster, hype, influencer, lockdwon, long Covid, maskne, millennium bug, mobbing, NFT, no-global, non fungible token, omnichannel, paddle, phygital, recap, rewilding, rider, selfie, sextortion, skincare, social engineering, STAM, streamer, token, unboxing, undertourism, vamping, veggie, videoreporter, wannabe, webinar.
13 ibridi itanglesi: freezare, friendzonare, ghostare, link epidemiologico, skillato, termoscanner, token non fungibile, tokenizzare, tokenizzazione, triggerare, twittare, webserie, whatsappare.
38 adattamenti: abilismo, ageismo, agrivoltaico, algocrazia, audismo, blastare, camperizzare, cica crema, coronavirus, cosmeceutica, cosmeceutico, creatore di contenuti, dissare, distanziamento sociale, esitanza vaccinale, infodemia, ingegnere sociale, ingegneria sociale, k (K o kappa), memare, metaverso, microplastica/microplastiche, neurodivergente, neurodivergenza, neurodiverso, neurotipico, neutralità climatica, omnicanale, omnicanalità, omosociale, omosocialità, perlescenza,
poliamore, settarsi, spoilerare, turistificazione, veg, vegafobia, vegefobia.Se si sommano i 38 adattamenti dall’inglese alle parole nuove in italiano (comprese quelle che ci arrivano in modo sporadico dal francese come dressare, o dallo spagnolo come padel al posto di paddle) risulta che su 176 parole nuove solo 109 sono più o meno strutturalmente italiane. Questa media di italianità è molto alta, rispetto alle voci dei dizionari in cui la metà dei neologismi del Duemila è in inglese crudo. Ma, come da premessa, il campione della Crusca non è sistematico e rappresentativo da un punto di vista quantitativo. Lo è invece da un punto di vista qualitativo, e su questo aspetto vorrei spendere qualche riflessione.
I criteri altalenanti della Crusca
Per secoli la missione della Crusca è stata quella di occuparsi soprattutto del Vocabolario della nostra lingua redatto con criteri puristici sin da subito contestati e non condivisi da tutti, perché quell’impostazione tendeva a escludere le parole non toscane, le voci dialettali, quelle di provenienza straniera (benché italianizzate) e anche i tecnicismi e i neologismi. In epoca fascista questo compito lessicografico fu definitamente sottratto all’Accademia, che oggi si configura come un ente per lo studio e la promozione dell’italiano; ma l’idea che si occupi come un tempo della legittimazione lessicale è rimasta molto radicata sia nell’opinione pubblica sia tra i giornalisti che continuano a sfornare articoli che diffondono l’idea che l’accademia “sdogani” e legittimi certe parole.
Per questo, l’elenco delle “parole nuove” è preceduto da un avviso che cerca di fare chiarezza, anche se personalmente lo trovo molto infelice e fumoso:“Avviso ai lettori:
Se la redazione dedica una scheda di approfondimento a una parola non significa che ne sta promuovendo l’uso. Le schede sono pensate come strumenti di comprensione e approfondimento di una lingua, la nostra, che è in continua evoluzione. Le parole che fanno parte dell’italiano, come di qualsiasi lingua naturale, non possono essere ‘decise‘ o ‘scelte’ dall’alto, ma sono quelle che spontaneamente si attestano negli usi dei parlanti, sulla base delle normali dinamiche di funzionamento delle lingue.”Va bene specificare che raccogliere con spirito descrittivo le nuove parole non significa promuoverle né “sdoganarle”; va benissimo anche spiegare che si tratta di strumenti di comprensione e approfondimento. Quello che non torna è il modo di farlo.
In che senso “creator” sarebbe una parola italiana?
Il primo problema riguarda proprio il criterio con cui si individuano “le parole che fanno parte dell’italiano”. In che senso gli anglicismi da creator a webinar o gli ibridi da freezare a whatsappare sono “italiane”? Dietro la premessa, la Crusca esprime una visione dell’“italiano” che non mi pare condivisibile, visto che stiamo parlando di parole inglesi o di radici inglesi mescolate a elementi italiani. In questa strana concezione dell’italiano sembrerebbe che l’unico criterio preso in considerazione sia quello dell’uso: se una parola che segue la pronuncia e l’ortografia della lingua inglese è in uso diventerebbe italiana a prescindere da tutto il resto? Sembrerebbe di sì, da quanto premesso e anche da varie altre consulenze linguistiche. Colpiscono per esempio le osservazioni di un accademico sulla parola governance (usata in documenti istituzionali) e comparata con governanza:
“La parola [governance] è di origine straniera ma è ormai divenuta italiana, quindi il problema non si pone. Ad esempio, è difficile sostenere che titoli di leggi non possano contenere le parole film, computer o sport.
2. La parola straniera non è ancora pienamente accettata come italiana in tutte le sedi, ma il legislatore ha ritenuto con essa di esprimere al meglio ciò che voleva fosse il dettato della legge.
(…) D’altro canto si può osservare che nell’italiano d’Italia il suffisso -anza è ormai scarsamente produttivo, e formare una nuova parola con esso può generare (così è per chi scrive) l’impressione di un termine antiquato, più adatto a un romanzo cavalleresco che a un consiglio di amministrazione o al testo di un decreto che mette ordine in una materia emergente.“Questa posizione esprime quello che si potrebbe definire “anarchismo metodologico”: una parola italiana non è più caratterizzata dall’essere inserita in un sistema linguistico ben preciso (e dal seguire l’ortografia e la fonologia della lingua del sì), ma solo dalla sua diffusione e dalla sua accettazione. In quest’ottica si confondono parole strutturalmente italiane come film e sport (anche se finiscono in consonante, si leggono e pronunciano in italiano) con altre come computer e governance che seguono invece l’indole dell’inglese. A parte la discutibile affermazione – soggettiva ed estetica – per cui il suffisso in “-anza” sarebbe poco produttivo e “antiquato”, se l’italiano è ciò che è in uso (ma bisognerebbe riflettere su questo uso: l’uso di chi?) allora tutto va bene (anything goes per chi ha più familiarità con l’inglese che con l’italiano).
Eppure questo anarchismo metodologico sembra valere solo per dichiarare italiane le parole inglesi, e infatti in altri casi gli accademici seguono ben altri criteri per erogare le loro consulenze linguistiche.
Non spezzare il nostro sistema linguistico è importante solo quando non c’è di mezzo l’inglese?
Nel respingere l’uso dell’asterisco o dello scevà per marcare le parole senza esprimerne il genere, Paolo D’Achille precisa molto bene che ogni lingua si deve evolvere “sempre nell’àmbito delle possibilità offerte dal sistema”, che “il legame sistematico tra grafia e pronuncia, così tipico dell’italiano, non dovrebbe essere spezzato” e che “chi parla o scrive deve comunque far riferimento a un sistema di regole condiviso, in modo da farsi capire e accettare da chi ascolta o legge.”
E allora perché questa concezione dell’italiano ben precisa e legata a un sistema di regole condiviso vale per respingere l’uso di scevà e asterisco ma viene nascosto sotto al tappeto davanti agli anglicismi? Perché non si precisa con altrettanto scrupolo che anche le parole inglesi sono fuori dal legame grafia-pronuncia così tipico dell’italiano?
La stessa attenzione per la compatibilità con il sistema linguistico si ritrova a proposito della condanna dell’uso di “piuttosto che” usato sempre più spesso in modo improprio con il significato di “oppure” invece di “anziché”. Anche in questo caso l’uso non è più sacro, ma presentato come un inarginabile diffondersi dell’errore da sradicare:
“Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda (…). Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani, ne restino indenni?).
Gli esempi raccolti nel parlato e nello scritto sono ormai innumerevoli e le schede dei sempre più scoraggiati raccoglitori (è il caso della sottoscritta) si ammucchiano inesorabilmente. Eppure non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.”Ancora una volta la domanda è: come mai nel caso del piuttosto che si sottolinea che “è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua” e che può compromettere la comprensione, mentre nel caso degli anglicismi questo particolare viene sottaciuto?
La bufala della lingua che evolverebbe dal basso
Tornando all’avviso ai lettori delle parole nuove, c’è un ultimo aspetto che meriterebbe una riflessione seria. Si precisa che “le parole che fanno parte dell’italiano (…) non possono essere ‘decise’ o ‘scelte’ dall’alto, ma sono quelle che spontaneamente si attestano negli usi dei parlanti”.
Questa frasetta sembra concepita per far credere che la lingua si evolva in modo “democratico” e “dal basso” (visto che si nega che si evolva dall’alto), il che mi pare poco sostenibile (Gramsci considerava “uno sproposito modornale” l’idea che la lingua arrivi dal basso). Da un punto di vista storico non dovremmo dimenticare che l’italiano non si è affatto affermato dal basso, tutto il contrario: fino al Novecento la gente si esprimeva nel proprio dialetto e la Crusca ha rappresentato il principale organo di condanna delle parole dialettali da estirpare in nome di quelle toscane che rappresentavano il modello da seguire e a cui tutti si dovevano inchinare. Ma anche oggi le espressioni spontanee come l’uso improprio di piuttosto che sono respinte. E nell’elenco delle parole nuove, voci come non fungible token, phygital, rewilding, tokenizzazione, cosmeceutica, neurodiverso… non arrivano affatto dal basso (come invece maranza, amichettismo e poche altre) né sono spontanee. La rubrica “parole nuove” serve al contrario per farle comprenderle dalla gente che non ha la più pallida idea di cosa significhino né le userebbe mai.
E allora, fuori dalle ipocrisie, parole del genere non arrivano forse dall’alto? Non sono forse i tecnici, gli intellettuali, i giornalisti e le élite – che il più delle volte non fanno altro che ripetere ciò che arriva dagli Usa – a introdurle, a usarle e in fin dei conti a imporle alle masse?
Dietro l’infelice affermazione per cui le parole nuove non possono essere “scelte” o “decise” dall’alto si vuole invece sottolineare l’allergia tipica italiana nell’indicare soluzioni lessicali ufficiali da parte della Crusca o dello Stato. Naturalmente nel caso del francese e dello spagnolo ciò non è vero, e i vocabolari delle rispettive accademie rappresentano delle linee guida – non delle imposizioni! – che sono utili e spesso funzionano nell’arginare gli anglicismi e nel tutelare il proprio “sistema” linguistico. Così come funzionano molte delle soluzioni ufficiali proposte in Francia anche dalle leggi oltre che dalle banche dati terminologiche in cui si traduce ogni tecnicismo inglese che da noi circola senza alternative proprio perché imposto dall’alto dei comunicatori anglicizzati.
La presunta “neutralità” della Crusca davanti all’inglese (fuori dalle poche proposte del Gruppo Incipit) non finisce dunque per “sdoganare” le parole che si inseriscono con la scusa di spiegarle? Colpisce che nelle schede delle parole inglesi, accanto all’etimologia, all’ambito d’uso, alle prime attestazioni… non sia contemplato anche un campo in cui si promuove per esempio come dirlo in italiano. Colpisce che si proclami governanza qualcosa di obsoleto (un giudizio che non è affatto neutrale) e colpisce che davanti a una parola come bromance (brother = fratello + romance = relazione) non si aggiunga che in italiano esisterebbe l’analogo concetto di fratellanza (da dizionario: “Duraturo sentimento reciproco d’affetto e di benevolenza”).
In conclusione, rimango della mia idea: i cruscanti usano due pesi e due misure. Davanti agli anglicismi si proclamano descrittivisti e non interventisti, ma in questo modo non sono affatto neutrali, perché non prendere posizione e non fare nulla significa essere complici della nostra anglicizzazione, per limitarsi a guardarla invece che arginarla. Davanti ad altri aspetti della lingua – dall’uso del piuttosto che alle condanne sullo scevà – l’atteggiamento è invece un altro: quello di difendere il “sistema lingua” e di ritornare alle sane prescrizioni di una volta.
Eppure non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un bromance al posto di fratellanza, verrebbe da chiosare parafrasando ciò che la Crusca riserva invece solo al piuttosto che.
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