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  1. Il “board” di Trump e l’inglese che straborda nell’italiano

    di Antonio Zoppetti

    In questi giorni, i consueti picchi di stereotipia giornalistici che – in gregge – si affannano a ripetere e diffondere l’inglese ci martellano con il “board” di Trump, decurtazione di “Board of Peace” (scritto preferibilmente con le maiuscole all’americana).

    Questo “tavolo”, “consiglio” o “comitato” per la pace è stato inizialmente concepito per gestire la ricostruzione della Striscia di Gaza, ma subito dopo è sparito ogni riferimento a quella situazione contingente e si sta configurando come un ben più ampio organo che mira al controllo, alla gestione e alla risoluzione dei conflitti internazionali. In poche parole è un progetto per delegittimare e cancellare l’Onu – inizialmente voluto e controllato dagli Usa, ma poi sfuggito loro di mano – e sostituirlo con un comitato sotto la guida dell’imperatore Trump, in cui si può entrare pagando un miliardo di dollari.

    Tutto l’apparato mediatico è fortemente critico nel riportare la notizia, dal punto di visto politico, ma non da quello linguistico. E così, se il presidente statunitense è presentato come un nuovo tiranno che con il suo “club” punta a gestire il “racket” della “governance” mondiale – per usare la lingua dei giornali invece di quella dei cittadini – la scelta di riportare le sue parole in inglese non è altrettanto “tirannica” per i suprematisti dell’angloamericano che compongono la nostra classe dirigente.

    Mentre nell’italietta colonizzata circola solo la notizia del board (“of peace” si può anche omettere, c’est plus facile) e l’idea che per essere “internazionali” è opportuno ostentare la lingua dei padroni, i giornalisti francesi e spagnoli hanno un approccio diverso nel dare la stessa notizia: quello di riportarla nella propria lingua madre.
    Dunque, sui giornali come El Paìs o El Mundo si ricorre allo spagnolo (“Junta de paz”), su Le Figaro o Le Monde si ricorre al francese (“conseil de la paix”) e anche in Portogallo si parla di “Conselho de Paz”, sia sulle testate conservatrici come il Diário de Notícias sia su quelle progressiste come l’Expresso.

    La storia di “board” in italiano

    Il Devoto Oli registra l’anglicismo board come una parola comparsa nel 1977 nel suo significato di collegio, comitato (letteralmente tavolo del consiglio), ma questa prima sporadica attestazione si è diffusa e radicata solo in seguito.

    Nello stesso anno, Roberto Vacca (sotto lo pseudonimo di Giacomo Elliot) aveva dato alla luce il libro Parliamo itangl’iano in cui ragionava con toni molto ironici sulle espressioni in inglese che si stavano diffondendo. Il sottotitolo era infatti “Le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuol fare carriera”. Erano voci legate soprattutto al linguaggio aziendale e lavorativo, e tra queste c’era anche “boardroom” cioè “la sala in cui si riunisce il consiglio d’amministrazione di una società per azioni. (…) Per brevità si dice spesso semplicemente board” come se sedersi a un board – chiosava l’autore – fosse qualcosa di più influente rispetto a essere un semplice “consigliere di amministrazione”.

    Da allora le cose sono molto cambiate, e oggi gli anglicismi che servono per “sopravvivere” non sono più 400, ma 4.000, stando ai dizionari.

    Ricordo che da giovane, a metà degli anni Novanta, lavoravo in una società che sperimentava l’editoria elettronica, e da semplice redattore ero poi stato ammesso nel comitato editoriale. Dieci anni dopo, quando invece collaboravo per una televisione dedicata ai libri, facevo parte del “board editoriale”, un’espressione nel frattempo non solo normalizzata, ma connotata di una maggiore solennità ed efficienza, per tornare alle pungenti riflessioni di Roberto Vacca, che ormai, invece di farci ridere, dovrebbero farci riflettere sul nostro attuale suicido linguistico.

    Intanto, l’espansione incontenibile dell’inglese ha prodotto una miriade di nuove parole composte da board, che letteralmente indica semplicemente una tavola, e così si sono diffusi gli skateboard ed è arrivato lo snowboard, hanno preso piede gli storyboard, in informatica si è introdotta la dashboard per indicare un pannello di controllo, e tra tantissimi altri composti del genere c’è chi preferisce parlare di keyboard invece che di una semplice tastiera. L’importazione dell’inglese non è insomma il mero ricorso a singoli anglicismi isolati, si salda in una rete di parole tra loro interconnesse, e in una serie di espressioni che si rafforzano a vicenda e si espandono nel nostro lessico a scapito dell’italiano.

    Questo allargamento avvenuto nel caso di board non è perciò un esempio stravagante e isolato, è un po’ tutto così nel nuovo “italiano” borderline (che però non deriva da board) sempre più incapace di evolversi con le proprie risorse. Le nostre parole storiche vengono così dismesse per sfoggiare l’inglese, e in questo nuovo contesto in cui prende corpo l’itanglese, talvolta vengono abbandonate, oppure regrediscono a scelte lessicali inferiori, popolari, meno solenni o poco appropriate. Come se la lingua del bel paese dove il sì suona appartenesse al passato e dovessimo vergognarcene di fronte alla supremazia e alla solennità dell’angloamericano.

    Se nel Medioevo la lingua alta della scrittura e della cultura internazionale era il latino mentre le masse e il popolino parlavano e capivano solo il volgare, questa stessa diglossia – cioè la presenza di due lingue gerarchizzate che non possiedono la medesima autorevolezza – in seguito ha riguardato il toscano che si è affermato nel Paese come lingua nazionale a scapito dei dialetti, lingue inferiori, rozze, da epurare e toscanizzare. E proprio quando, nel Novecento, l’italiano ha smesso di essere una lingua un po’ artificiale e libresca il cui apprendimento richiedeva assidui studi (soprattutto per chi non era toscafono di nascita) per diventare patrimonio di tutti e lingua naturale, ecco che sta prendendo piede una nuova diglossia in cui è l’inglese a essere la lingua alta della cultura, della scienza e delle élite. La conseguenza e l’effetto collaterale di questa visione è un’analoga “diglossia lessicale” – come l’ho chiamata – che porta a preferire l’inglese anche sul piano interno, e dunque ad anglicizzare la nostra lingua in modo selvaggio. L’inglese “internazionale” e delle multinazionali, cioè il globish o globalese, e l’itanglese – passando al piano interno – sono dunque le due facce della stessa medaglia.

    L’inglese internazionale nel nuovo scenario geopolitico

    Mentre noi continuiamo a essere un Paese satellite degli Usa dal punto di vista politico, economico, militare, culturale, sociale e dunque linguistico, dovremmo invece prendere atto della svolta trumpiana che ha deciso di “divorziare” dall’Europa, e a quanto pare anche dalla Nato e dall’Onu.

    Nel nuovo scenario geopolitico il Golfo del Messico è stato ribattezzato da Trump “Golfo d’America” (e Google Map ha subito provveduto ad aggiungere nelle sue mappe la nuova denominazione), e tra minacce al Canada e alla Groenlandia, dazi, retromarcia sul fronte della guerra in Ucrania, bombardamenti dell’Iran e rapimenti di Maduro in Venezuela, board of peace per trasformare Gaza in un villaggio turistico e per ridisegnare l’ordine mondiale e accaparrarsi petrolio e terre rare… all’Europa, e all’Italia, non resterà che prendere atto di tutto ciò e darsi una svegliata: il “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio sullo sfondo della tragedia delle Torri gemelle è finito; gli americani non ci vogliono più, dunque o l’Ue si compatta e si affranca come qualcosa di autonomo o farà una brutta fine.

    Dal punto di vista linguistico, nel nuovo scenario sarebbe anche ora di chiedersi perché l’Ue dovrebbe continuare nella sua politica linguistica di diffondere l’inglese e di perseguire l’obiettivo di farne una lingua “franca”, anche se di “franco” c’è ben poco: si tratta di ufficializzare la lingua naturale di Trump e degli anglofoni, la lingua dei padroni che vogliono imporre ed esportare a tutti. Dietro questo disegno ci sono interessi economici incalcolabili, per gli anglofoni che invece di studiare altre lingue preferiscono che siano gli altri a parlare la loro, e soprattutto ci sono altrettante devastanti conseguenze, per noi, che coinvolgono problemi etici e cognitivi, oltre che di identità linguistica e culturale. Trump lo sa benissimo e non è un caso che abbia per la prima volta reso l’inglese la lingua ufficiale d’America. Da noi, al contrario, le proposte di varare dei provvedimenti per la tutela dell’italiano davanti all’inglese che le forze oggi al governo presentavano ciclicamente quando erano all’opposizione, sono naufragate e sono state abbandonate, come l’idea di inserire l’italiano in Costituzione. Il che mostra come fossero soltanto delle sparate propagandistiche ed elettorali, visto che in Parlamento i numeri per realizzarle non mancano di certo.

    Passando dall’anglicizzazione selvaggia dell’italiano all’inglese come lingua “internazionale”, possibile che in Europa nessuno metta in discussione anche il globish spacciato come lingua franca e come la soluzione comunicativa per ricostruire la torre di Babele con le fattezze di un grattacelo a stelle e strisce?

    Possibile che l’Ue non prenda atto che l’angloamericano è entrato in crisi nello scenario globale? E che non ci conviene affatto spendere milioni di euro e investire nell’inglese come se fosse la nostra seconda lingua anche se non è così, visto che stando alle statistiche è conosciuto da una minoranza degli italiani, degli europei e anche della popolazione mondiale?

    Smettere di investire sul globish per promuovere il plurilinguismo sarebbe un bel contro-dazio per reagire al bullismo trumpiano e contribuirebbe al nostro affrancamento e alla costruzione di una nuova identità. Ma in Europa tutto ciò sembra fantascienza.

    In Cina l’hanno invece capito benissimo, e si stanno distaccando dall’inglese per promuovere la propria lingua che è quella più parlata nel mondo. Pochi giorni fa, anche Putin ha avuto un’uscita altrettanto chiara e significativa davanti al globish, e quando il portavoce tedesco gli si è rivolto in inglese gli ha ribattuto, piccato, per quale motivo un rappresentante della Germania dovesse rivolgersi in inglese a un russo (grazie a Carla Crivello che me l’ha segnalato).

    Vuoi vedere che, davanti a questi esempi, invece di prendere atto della realtà, qualche suprematista anglomane che fino a ieri dava del “fascista” a chi si lamentava per gli anglicismi comincerà a dargli anche del putiniano o del cinese? Non mi stupirebbe. La propaganda anglomane interiorizzata nella mente della nostra classe dirigente è diventata una religione e una fede che non sente ragioni. Anche quando ci distrugge. Per cui va bene parlar male di Trump, che è cattivo, ma meglio farlo virgolettando le sue parole e la sua lingua, che nessuno pare voglia mettere in discussione. Nessun “board of european language” in vista, insomma, davanti alla dittatura dell’inglese che regna sovrana persino tra chi si proclama “sovranista”.

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  2. In Italia gli anglicismi avanzano, mentre in Francia esplodono le denunce

    Di Antonio Zoppetti

    L’altro giorno leggevo che la Carta acquisti destinata alle fasce sociali deboli, ma più nota come “social card”, è stata reintrodotta con il nome di “Carta dedicata a te”, il che non impedisce ai giornalisti di “sintetizzare il concetto” attraverso l’inglese, anche quando cozza con l’immagine che raffigura una tessera in italiano, che comunque è messo in secondo piano, sfumato o semplicemente cancellato come se non esistesse.

    Questo modo di dare le notizie, invece di produrre un effetto estraniante e suscitare delle reazioni infastidite, ha ormai subito un processo di normalizzazione, in una cultura – che ho definito appunto “coloniale” – dove sempre più concetti e oggetti si esprimono nella lingua superiore dell’anglosfera.

    Perciò, davanti ai gatticidi – visto che i killer hanno sostituito gli assassini – si parla di un ipotetico serial killer dei gatti di Cogne che per essere catturato avrebbe bisogno di un profiler.

    La lingua dei mezzi di informazione, che un tempo – quando le masse erano ancora in gran parte dialettofone – ha contribuito enormemente a unificare l’italiano, oggi lo sta invece anglicizzando. La conseguenza è che questo stilema linguistico anglomane normalizzato si estende, viene preso come modello, ripetuto e interiorizzato anche dalla gente in un processo di assuefazione. E così accade che qualcuno preferisca chiamare il proprio gatto con un nome in inglese – Joy – perché siamo ormai in presenza di una “diglossia lessicale” dove tutto ciò che suona in inglese è più solenne, moderno e preferibile a cominciare dal “profiler”.

    L’insostituibile e innovativo concetto di profiler

    Chi diamine è un “profiler”? Perché non parliamo di “profilatore”?

    La premessa è che dal 2000 al 2006 è andata in onda sulla Rai una serie intitolata Profiler, affiancata da un’espressione italiana (Intuizioni mortali) secondo la logica che dagli anni Novanta si è imposta anche al cinema. Le multinazionali statunitensi esportano i propri prodotti con denominazioni inglesi intoccabili a partire dai titoli dei film (dunque siamo passati da Guerre stellari a Star Wars, dall’Uomo Ragno a Spiderman, dal Monopoli al Monopoly). Questa espansione dell’inglese dei mercati ha da tempo portato a utilizzare l’inglese per denominare qualunque ruolo professionale o carica lavorativa (dai manager sino ai pet sitter), in una più ampia anglicizzazione delle funzioni e dei processi del settore (outsourcing, joint venture, part time…). Dunque, lo psicologo criminale che ha il compito di individuare un profilo psicologico di chi commette un delitto diviene profiler, che inizialmente si introduce e diviene popolare attraverso l’intrattenimento televisivo, e poi si emula nella realtà attraverso una compiaciuta alberto-sordità che ci spinge a voler fare gli americani. Profiler finisce dunque per ricavarsi un significato tecnico legato alla criminologia assente nell’inglese (dove profiler è un generico disegnatore di profili oppure una macchina sagomatrice). In questo contesto, l’esperto “inviato da fuori” – cioè il deus ex machina che ci proviene dall’anglosfera – si esprime con i concetti di quella lingua, e guai a tradurli! Non avrebbero la stessa portata, e la prima cosa da fare, davanti all’inglese incipiente è quello di difenderne l’autonomia, nel tentativo di dimostrare che esprime qualcosa di diverso dall’italiano: profiler (sott. criminale) non è proprio come profilatore (criminale).

    Per comprendere come agiscono i serial killer dell’italiano basta leggere il blog di un’università italiana che ci spiega come stanno le cose (e ci educa) in una guida pratica per diventare “profiler”:

    Se sei uno studente appassionato di giustizia penale e sei affascinato dalla risoluzione di casi complessi, potresti aver sentito parlare della figura del profiler criminale. (…) È fondamentale distinguere tra profilo criminale strumento investigativo e la figura del criminologo. Il criminologo studia le cause sociali, psicologiche e culturali del crimine, mentre il profiler si concentra su raccogliere indizi sulla scena del crimine, le tracce forensi e la dinamica del reato per ricostruire il profilo psicologico dell’autore e orientare le indagini. (…) Diventare un profiler criminale richiede un percorso di specializzazione ben preciso. Tuttavia, è importante sottolineare che in Italia la figura del criminal profiler non è ancora inquadrata ufficialmente.

    Da notare che non c’è alcuno sforzo di chiamare le cose in italiano, profiler è introdotto senza alternative, come qualcosa di necessario, e accanto alla forma ibrida (profiler criminale) viene introdotta anche la variante inglese completa con inversione sintattica (criminal profiler). Si chiama così. Punto.

    Sarebbe però interessante avere un profiler linguistico che analizzi il profilo psicologico malato di chi concepisce certe idiozie che sembrano sgorgare dalla scrittura di un’intelligenza artificiale (denominata AI invece di IA, of course).

    In Italia – si legge nell’articolo – il “criminal profiler” non è ancora una realtà, e dietro quell’ancora c’è una ben precisa visione di un’italietta arretrata rispetto a quella americana; ma verrà il giorno che anche noi primitivi ci evolveremo e finalmente anche da noi ci sarà un esercito di criminal profiler con le loro insostituibili competenze che derivano dal chiamare le cose in inglese.

    Il paradosso comunicativo di una simile propaganda è che mentre il criminal profiler è venduto come un traguardo che comprende “pattern e motivazioni attraverso le tecniche del criminal profiling” e del “profiling psiologico” (“profilazione” non è una parola contemplata), non esiste una laurea specifica in criminal profiling, dunque non resta che intraprendere un percorso in “Laurea in Psicologia Forense o in Giurisprudenza” per poi specializzarsi “con master criminologia online, corso criminal profiling o master in criminologia.”

    Insomma, tocca ancora ricorrere alle risorse italiane per aspirare a definirsi con un concetto in inglese.

    Il pezzo si conclude con la spassosa indicazione di come diventare profiler dell’Fbi, uno sbocco occupazionale che – come è noto a tutti – rappresenta un’opportunità tra le più gettonate per gli studenti italiani formati a spese nostre che genereranno ricchezze per i Paesi che se li accaparreranno nella cosiddetta fuga dei cervelli.

    Colpisce che una simile comunicazione di un ateneo italiano sia caratterizzata da queste baggianate. Colpisce soprattutto lo stile semplice e lineare nel formare il periodo, che ricorda molto quello dei pensierini dei bambini delle elementari, che assurge invece a esprimere qualcosa di più complesso solo attraverso i paroloni in inglese.

    Questo comunque – che piaccia o meno – è il nuovo “italiano”.

    L’anglicizzazione è un fenomeno mondiale

    Tullio De Mauro – dopo aver passato una vita a negare che l’itanglese fosse un problema (cfr. “Gli anglicismi? No problem, my dear”) – nel 2016 si è dovuto ricredere davanti ai nuovi dati, e ha cambiato prospettiva arrivando ad ammettere che siamo ormai in presenza di un vero e proprio “tsunami anglicus” che sta travolgendo non solo l’italiano, visto che il fenomeno è planetario.

    Gli anglicismi sono l’effetto collaterale della globalizzazione che esporta l’inglese come lingua internazionale dei mercati, come ho provato a ricostruire in un libro che analizza il caso italiano. Ma a colonizzare il mondo con la terminologia e il lessico d’oltreoceano non c’è in gioco solo il globalese delle multinazionali e la supremazia culturale, economica e sociale degli Stati Uniti. Queste enormi pressioni esterne si confrontano con le pressioni interne legate alle lingue locali che nei singoli Paesi arginano questo fenomeno.

    In Italia purtroppo, le pressioni interne della nostra classe dirigente – dalla politica alla cultura, dalla scienza alla tecnica – puntano al prestigio dell’inglese e dunque agevolano questo processo, invece di frenarlo.

    E noi cittadini cosa possiamo fare davanti a questo scempio, a parte brontolare? Niente. Siamo in balia di questa newlingua di classe, un ibrido traboccante di orgoglioso inglese con cui si educano i nuovi italiani, spesso dall’alto, e spesso in modo istituzionale, a partire dal governo, dalle Poste italiane, dalle Ferrovie dello stato, dagli atenei universitari…

    Non possiamo che guardare questo scempio infastiditi e impotenti, mentre ci sono linguisti che invece di deprecare tutto ciò, negano che l’interferenza dell’inglese sia preoccupante senza addurre motivazioni plausibili, e brindano alla modernità di questo nuovo inglese coloniale, che chiamano internazionale, come si brindava sul Titanic.

    In Francia, invece, esistono delle leggi che tutelano il francese e i francesi, e nel linguaggio istituzionale e ufficiale è vietato usare parole straniere (anche se queste si declinano quasi sempre con l’angloamericano). Naturalmente l’anglomania e gli anglicismi impazzano anche lì, ma il fenomeno è attenuato a partire dai giornali, mentre l’Académie française (come la Real Academia Española del resto) stigmatizza le parole inglesi e crea alternative autoctone che diffonde, e che spesso sono recepite anche dai giornali, in un contesto politico che tutela i cittadini e la trasparenza della comunicazione. E così esistono commissioni per l’arrecchimento del francese e banche terminologiche ufficiali che traducono ogni tecnicismo, per cui il ricorso all’inglese diventa una scelta espressiva sociolonguistica e non una necessità, come da noi.

    Le oltre 90 denunce di Daniel De Poli e dell’associazione Francophonie Avenir

    In Francia, davanti all’anglicizzazione è possibile intervenire da un punto di vista legale, e fare causa agli enti che non rispettano le leggi. Come fa Daniel De Poli che mi ha segnalato la sua nuova “rivoluzione francese” sul piano della lingua.

    Membro dell’associazione per la difesa della lingua francese Francophonie Avenir, tra giugno e luglio scorsi, Daniel ha dato vita a una delle più massicce e sistematiche operazioni di denuncia mai realizzate, inoltrando ben 90 lettere destinate alle università, alla Corte di Cassazione, al consiglio di Stato e a tutti gli enti pubblici francesi – compreso trenitalia.fr – che utilizzano illegalmente gli anglicismi che sulla carta dovrebbero invece evitare. Chi vuol vedere quello che sta facendo, può consultare la pagine dell’associazione che raccoglie tutti i Ricorsi amichevoli presso università e collettività; ma decine e decine di altre lettere – mi scrive – sono in preparazione e a tutte queste seguiranno i ricorsi in tribunale veri e propri, se non sortiranno effetti.

    “La cosa importante da ricordare è che solo un’azione legale può produrre risultati nella lotta contro gli anglicismi” mi ha spiegato. “Se si inviano semplici lettere di protesta, spesso non succede nulla. Ma davanti al rischio di un’azione legale, i lupi si fanno agnelli e di solito provvedono a eliminare gli anglicismi. Per gli altri che non si adeguano, invece, saranno i tribunali a imporre loro di conformarsi e a multarli.”

    Questa linea sta funzionando, e Daniel è stato definito da Le Figaro “il cacciatore di anglicismi che è diventato il benevolo terrore della stampa francofona”. L’agguerrito contrattacco all’anglomania ha già portato a molte condanne, come quella dell’aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine di cui ho già riferito in passato, o quella dell’Università di Bordeaux condannata lo scorso dicembre per l’uso di anglicismi nella sua segnaletica (un elenco di tutte altre condanne è disponibile sul sito di Francophonie Avenir).

    Questi ricorsi legali non solo portano all’eliminazione dei singoli anglicismi illeciti, ma finiscono con il creare un clima culturale in antitesi a quello anglomane, in una stigmatizzazione del “franglais”, visto che il problema non sono i singoli anglicismi, ma l’anglomania da cui scaturiscono. Dunque in Francia davanti all’anglicizzazione esiste – ed è possibile – una resistenza, mentre in Italia ci sono solo i “collaborazionisti” – per riprendere le parole del filosofo francese Michel Serres – della dittatura dell’inglese; e l’itanglese prospera proprio a partire dal linguaggio istituzionale.

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  3. L’americanizzazione della società in Francia e in Europa: le riflessioni di Yannick Sauveur

    Di Antonio Zoppetti

    A partire dal secondo dopoguerra, il predominio della civiltà statunitense ha permeato quasi ogni aspetto della cultura italiana ed europea: dalla letteratura al cinema, dalle canzoni e dalla musica all’arte, dal turismo alla nostra intera società… e questa espansione – una nuova forma di imperialismo morbido e subliminale – coinvolge anche la lingua.

    E così l’italiano regredisce su tutti i fronti. Dal punto di vista lessicale si intasa di anglicismi ed espressioni inglesi e pseudoinglesi che si affermano a scapito del nostro lessico storico e delle possibili traduzioni o adattamenti che non si mettono più in pratica (si preferisce ostentare l’inglese crudo); e più in generale, la nostra lingua cessa di essere una lingua di cultura: è messa in discussione sul piano dell’insegnamento universitario (aumentano i corsi in inglese e diminuiscono quelli in italiano), è in via di abbandono come lingua della scienza (si preferisce pubblicare direttamente in inglese), è stata estromessa come lingua di lavoro di un’Ue che punta all’inglese anche se non esiste alcuna carta che ne sancisca l’ufficialità (tutto il contrario: l’Europa è nata all’insegna del plurilinguismo); come se non bastasse l’italiano ha perso la sua centralità nella scuola, mentre l’inglese è stato fatto diventare un requisito obbligatorio.

    Ho provato a ricostruire la storia della nostra americanizzazione sociale – che contiene e produce quella linguistica – ne Lo tsunami degli anglicismi. Gli effetti collaterali della globalizzazione linguistica (goWare 2023), con un approccio piuttosto inviso dal pensiero dominante anglomane. E infatti i libri sull’argomento sono pochissimi, poco pubblicizzati o nascosti sotto al tappeto. Tra questi, per esempio, c’è quello uscito da poco in Francia, L’américanisation de la société française di Yannick Sauveur (Éditions de L’Æncre, Parigi 2025) che segue la stessa prospettiva nel ricostruire l’espansione del globish sul piano internazionale con un’attenzione particolare per la situazione francese.

    La casa editrice parigina che lo ha pubblicato è legata ad autori nazionalisti o di estrema destra ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle etichette e dalle linee editoriali astratte. Se si guarda senza pregiudizi ai contenuti e alle tesi espresse nel saggio, emerge chiaramente che l’atteggiamento critico verso una globalizzazione che tende sempre più a coincidere con americanizzazione non è affatto una prospettiva che riguarda la sola destra, e prima della dissoluzione dell’Urss e della fine della Guerra fredda il dibattito critico intorno al neoimperialismo americano era trasversale e riguardava anche la sinistra, benché oggi si sia americanizzata in modo acritico e partigiano con modalità che rinnegano la sua stessa storia ed essenza.

    Se si lasciano da parte gli stereotipi e le ideologizzazioni per valutare gli argomenti senza essere prevenuti, la questione della destra o della sinistra perde di senso. Il saggio di Sauveur ricostruisce l’americanizzazione della società francese nella sua genesi e storia, e anche se l’autore non è un linguista, pone l’accento sul rapporto tra l’importazione degli stili di vita all’americana e le conseguenze linguistiche di questa svolta sociale, cominciata a partire dal 1947 con il Piano Marshall. Si tratta di un “imperialismo culturale” che da una parte era lucidamente ponderato e sollecitato dalla politica espansionistica degli USA e dall’altro si è realizzato con la complicità delle èlite francesi. Per dirla con le parole del filosofo francese Michel Serres – che non si può certo tacciare di essere di destra – i “collaborazionisti” della dittatura dell’inglese che diffondo anglicismi a discapito del francese – che retrocede a “lingua dei poveri e degli assoggettati” – si reclutano ormai proprio tra le nuove élite intellettuali (Michel Serres, Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, 2018).

    Sauveur distingue due tipi di americanizzazione: quella dei ricchi e delle élite che si nutrono di concetti americani e quella dei poveri che sin dal secondo dopoguerra sono stati inondati di chewing-gum, calze di nylon e prodotti d’oltreoceano. E distingue un’americanizzazione voluta e ricercata da un’altra più semplicemente subita, inconsapevole e subliminale; ma le due cose convergono, il risultato è il medesimo, e i diversi strati sociali possono oggi incontrarsi e ricongiungersi in un qualsiasi McDonald’s.

    L’autore parla di “un’americanizzazione subliminale dei nostri cervelli” – citando le parole del politico francese François Asselineau – in una riflessione che evoca le parole di un autore africano come Thiong’o che parla esplicitamente della necessità di decolonizzare la mente e di ribellarsi alla dittatura dell’inglese, la lingua che fiorisce sul cimitero delle altre lingue (Decolonizzare la mente, Jaca Book 2015). Ancora una volta, un simile giudizio, che nasce dalla denuncia di come l’inglese sia responsabile della morte di molti idiomi africani sradicati nel processo coloniale che includeva l’anglicizzazione forzata, non è affatto un pensiero di “destra”; è la stessa constatazione che si trova in autori come il tunisino Claude Hagège che ha evidenziato come l’inglese sia il principale responsabile del “genocidio linguistico” che porta all’estinzione degli idiomi locali dell’Africa.

    Davanti a un Europa che punta all’inglese – benché l’inglese non sia più la lingua ufficiale di alcun Paese dell’Ue – il rischio è il medesimo. Sauveur cita il celebre libro Parlez-vous franglais? di René Étiemble, che negli anni Sessanta ha posto per primo la questione dell’anglicizzazione del francese; un libro dal notevole successo editoriale ma di nessuna rilevanza dal punto di vista della sua influenza culturale delle élite anglomani. Nel rileggerlo dopo 60 anni quella denuncia fa sorridere – nota Sauveur – perché anglicismi allora incipienti come “parking, dancing, building, pressing, lunch, business, fair-play, teenagers”… sono oggi normali e frequenti, insieme a centinaia di nuove espressioni sempre più correnti che l’autore esemplifica:

    “i master, i think tank, i follower, i like, i post, gli happy hour, il management, i manager, il turn-over, i feedback, il merchandising, l’inevitabile black friday, i coach e il coaching con le sue varianti (…), il coworking, le leadership, i leader, gli show room, i fast food, (…) i drive in, gli hamburger, il check in e il check out, (…) gli spot diffusi in prime time, i podcast (…), i talk show, il lavoro full time, le news che si declinano in news magazine e newsletter, (…) le start-up, fare coming out, (…) i check up, il crowfunding (finanziamento partecipativo), i coliving e lo storytelling.” (dall’intervista a Sauveur: “L’américanisation linguistique de l’Union européenne”, 25 luglio 2025).

    Non è un caso che queste parole inglesi siano diffuse anche da noi, perché come ho cercato di dimostrare sono solo gli effetti collaterali della globalizzazione linguistica, e anche se qualcuno li chiama “internazionalismi” e se ne bea, sono al contrario il risultato di una colonizzazione linguistica che fa regredire le lingue locali.

    Questa americanizzazione, continua Sauveur

    “non è altro che il risultato di un’operazione di depotenziamento a monte, portata avanti da decenni da governi asserviti, da giornalisti che prendono ordini e, più in generale, da élite complici di questo degrado, senza dimenticare una certa borghesia che, per mimetismo e snobismo, manda i propri figli negli Stati Uniti (un anno per superare il baccalaureato americano, o per completare l’istruzione superiore). Per loro l’anglo-americano è una prima lingua al pari della lingua madre: i curriculum vitae sono scritti esclusivamente in inglese, nemmeno in bilinguismo lingua madre/inglese! Tutte le pubblicazioni scientifiche sono principalmente in inglese.”

    A questo si aggiunge un’americanizzazione sociale che finisce per trasformare non solo il panorama linguistico, ma coinvolge la stessa trasformazione delle nostre città e delle nostre periferie “con le stesse insegne, le stesse pubblicità”, dove le vetrine sono adornate da “slogan” e denominazioni in inglese. Intanto le conferenze si tengono in inglese, seppure affiancate dalle traduzioni simultanee, e Sauveur – da buon francese – è stupito dal fatto che persino Macron si ostini – andando contro ogni principio di buon senso – a esprimersi in inglese nei contesti internazionali, invece di utilizzare il francese che per secoli è stata la lingua della diplomazia. Ma questo non è un caso isolato, è una tendenza che si ritrova ovunque, e che caratterizza personaggi italiani come Mario Draghi ma anche la comunicazione istituzionale dell’Ue.

    Il punto è che “le élite atlantiste sono associate a circoli e organizzazioni globaliste e il dominio culturale (e dunque linguistico) anglosassone” più che essere il risultato di una superiorità linguistica è il frutto di “una nostra sottomissione voluta e accettata”, e il risultato di questo predominio degli Stati Uniti è un “aspetto sottostimato della sua potenza globale”.

    La conclusione di Saveur è che “i patrimoni linguistici nazionali devono essere protetti”, e che la politica linguistica dovrebbe essere considerata sullo stesso piano di quella militare, perché come affermava il generale austriaco Jordis von Lohausen “i libri in lingua originale svolgono all’estero un ruolo talvolta più importante di quello dei cannoni”.

    Tutto ciò non ha che fare con le ideologie di destra o di sinistra, ma con il pensiero libero e critico che riflette sulle conseguenze dell’attuale dominio degli Usa. E confondere ogni riflessione sulla difesa della lingua con il nazionalismo o il purismo è un atteggiamento miope, antistorico e alla fine ben più ideologizzato.

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  4. Di Antonio Zoppetti

    Nel gennaio del 2020, l’Accademia francese ha dato vita a una commissione incaricata di analizzare e riflettere sulla moltiplicazione degli anglicismi nella comunicazione istituzionale e sulle sue conseguenze. Due anni dopo è uscito un Rapporto sulla comunicazione istituzionale in lingua francese di cui ho già riferito e che ho ripreso e divulgato nel mio ultimo libro, visto che denuncia gli stessi fenomeni che faccio notare da anni a proposito della lingua italiana, fenomeni che molti linguisti italiani al contrario sottovalutano e sottacciono, quando addirittura non li negano.

    La novità è che il “rapporto che lancia l’allarme” è stato pubblicato in un libro che riapre la questione e che invita a non aver paura di parlare in francese (N’ayons pas peur de parler français, Académie française : le rapport qui alerte, Plon edizioni, settembre 2024).

    La scrittrice francese Dominique Bona, nella Prefazione, parla esplicitamente di “franglais” (che corrisponde al nostro itanglese) e di “globish” (che in italiano gode dell’equivalente adattato globalese), due parole assenti sul sito dell’Accademia della Crusca. E dopo una premessa storica in cui spiega come il francese, nella sua storia, si sia evoluto anche grazie ai contatti con le altre culture e attingendo al lessico proveniente dalle lingue anglosassoni, germaniche, italiane, arabe e spagnole… affronta il ben diverso attuale impatto dell’interferenza dell’inglese:

    “Ma oggi, a causa soprattutto dello sviluppo di internet, il francese si confronta con la vitalità e la violenza di un fenomeno che la legge Toubon ha coraggiosamente cominciato a contrastare esattamente trent’anni fa. Questo fenomeno, brutale nella sua progressione, non è qualcosa di folcloristico né di marginale, e ancor meno riducibile a una moda passeggera. Riguarda la struttura stessa del francese”.

    Nella pubblicità, per esempio, i termini inglesi divengono preponderanti e finiscono con il dare vita a una sorta di gergo ai limiti della comprensibilità (il globish), le cui conseguenze portano a all’abbandono della terminologia francese rimpiazzata da quella angloamericana e alla “deformazione” delle parole autoctone. Ancora più grave è il fatto che questo fenomeno non si limita a coinvolgere i linguaggi di settore come quello lavorativo o commerciale, ma diventa il linguaggio dei responsabili delle istituzioni, cioè quello di ministeri, organi di governo, consigli regionali o di dipartimento, università, grandi amministrazioni… ed è è proprio sulla lingua nella sua ufficialità che il rapporto interviene: “L’Accademia si interroga sulla necessità di questa deriva e ne deplora le conseguenze”, perché invece di promuovere la lingua francese la maggior parte delle istituzioni la tralascia in nome di un modernismo e di uno snobismo di cui non sembrano consapevoli. Tra gli esempi addotti c’è per esempio la pubblicità della compagnia aerea Air France che ha sostituito il motto in francese “rendere il cielo il più bel posto della terra (faire du ciel le plus bel endroit de la terre) con lo slogan in inglese “France is in the air”. Per la cronaca, l’espressione “Air France” si appoggia al francese “air” (pronuncia “er”), mentre in Italia abbiamo pensato non solo di creare le frasi pubblicitarie in inglese, ma abbiamo buttato via il nome Alitalia per sostituirlo con una denominazione direttamente in inglese: ITA Airway, il cui motto è “Inspired by Alitalia”.

    Le differenze tra Italia e Francia sono abissali, e riguardano sia la ben diversa regressione dell’italiano e del francese davanti al globalese, sia il ben diverso approccio degli accademici francesi e quelli della nostra Accademia.

    Davanti agli anglicismi, in Francia la commissione per l’arricchimento del francese conia e promuove neologismi – come “infox” al posto di “fake news” – e l’Accademia, in sinergia con le politiche linguistiche statali e persino private, affianca le banche dati terminologiche che traducono ogni cosa, dunque il ricorso all’inglese si trasforma in una scelta sociolinguistica, non in una “necessità”, come da noi, dove circolano solo gli anglicismi, visto che nessuno interviene.

    Il rapporto dell’Académie non si limita a raccogliere e descrivere le parole inglesi, ma le stigmatizza, e soprattutto denuncia il proliferare delle parole ibride, definite vere e proprie “chimere lessicali” che non sono più strutturalmente né francesi né inglesi. Inoltre, analizza il fenomeno non solo dal punto di vista lessicale, ma anche nelle conseguenze sulla morfologia, visto che certe scelte stereotipate e certi “tic linguistici” finiscono con il produrre una vastità di terminazioni in -ing (es. coworking) dove la suffissazione all’inglese ha la meglio su quella francese (tracking, invece di traçage, upcycling invece di surcyclage). E non solo, davanti alle collocazioni delle parole invertite, denuncia gli effetti del franglese anche “sulla struttura stessa della frase: la sintassi è sconvolta, il che costituisce un vero e proprio attacco alla lingua, in quanto è colpita la logica stessa del pensiero, e la struttura analitica della frase francese è soppiantata dalla struttura sintetica dell’inglese.”
    E ancora, affronta il problema della trasparenza del linguaggio anglicizzato, che finisce per creare enormi problemi di comprensione da parte dei cittadini e di innalzare barriere sociali e produrre fratture generazionali che minano la comprensione da parte delle masse.

    Il ruolo e la funzione sociale dell’Accademia francese, insomma, è ben diverso da quello della nostra Crusca, e non è un caso che mentre da noi l’Accademia (con pochissime eccezioni poco significative) annovera tra i suoi membri solo dei linguisti, al contrario tra gli “immortali” dell’Académie (morto uno si rimpiazza immediatamente con uno nuovo) ci sono anche personaggi di cultura e di spicco che mettono in pratica il francese e lo fanno vivere, invece di limitarsi a studiarlo in modo apparentemente distaccato e asettico.

    Ridurre la lingua – espressione di una cultura e di un’identità collettiva – a una materia di studio solo descrittiva appannaggio dei linguisti è una visione miope e antistorica.

    La lingua è di tutti, ci riguarda e coinvolge tutti, e la questione della lingua, nata con Dante ancor prima che l’italiano-toscano si affermasse, ha da sempre registrato polemiche accese e scontri per definire quale fosse il modello di italiano da seguire che ha coinvolto tutti, non solo i linguisti, gli addetti ai lavori e i cruscanti (che per secoli hanno rappresentato soprattutto il canone del purismo), ma anche gli scrittori (si pensi alla soluzione manzoniana dell’italiano dei Promessi sposi), gli intellettuali, i giornalisti, i filosofi, gli storici, gli editori, i patrioti risorgimentali, i librettisti… Oggi tutto questo fervore viene azzerato e si fa credere che la lingua sia materia esclusiva dei linguisti, come se ogni altro approccio non esistesse.

    Nel tema del mese di ottobre della Crusca, la vicepresidente si esprime sui ruoli dell’accademia e su chi decide quali siano i neologismi con queste parole:

    “Molti ritengono che proprio l’Accademia della Crusca abbia l’autorità di scegliere quali parole possano essere accolte nei dizionari, ma, come ogni linguista sa, è solo l’uso che la comunità linguistica mostrerà di farne per un significativo lasso di tempo che sancisce l’immissione di una parola o di un’espressione nella lingua. Che cosa invece può fare l’Accademia della Crusca? Può sicuramente esprimere il proprio parere sulla correttezza o meno di una neoformazione, sulla sua rispondenza, cioè, alle regole che governano la formazione delle parole in italiano e che qui non è possibile riassumere brevemente. (…) Ciò che l’Accademia deve fare, infatti, è studiare i neologismi, la loro provenienza, le variazioni nei meccanismi di formazione, la loro capacità di acclimatarsi o le cause della loro vita effimera. Un modo diverso di studiare le neoformazioni è nato soprattutto agli inizi del Novecento….”.

    Questa, però, è una posizione politica, uno dei tanti approcci possibili, non l’unico possibile. Mentre in Francia gli accademici partono dallo studio e dalla descrizione della lingua per riflettere sulle conseguenze, per prendere delle posizioni e per promuovere delle soluzioni e degli interventi che hanno a che fare con le politiche linguistiche, in Italia ci si ferma al descrittivismo fine a se stesso (il che è un approccio quantomeno discutibile e criticabile).
    Postulare che le sorti della lingua dipenda dall’accettazione da parte di una vaga “comunità linguistica” mi pare un concetto un po’ fumoso: questa comunità a cui si fa riferimento non corrisponde certo alle masse che vengono educate da una piccola comunità egemone. Invece delle istituzioni come la Crusca, insomma, è oggi la comunità dei giornalisti (e i dizionari pescano soprattutto da lì) o degli addetti ai lavori dei vari settori a determinare le sorti della lingua, dunque non c’è alcuna “democrazia” in tutto ciò; in Italia la rinuncia alla prescrizione da parte dei linguisti significa stare a guardare ciò che un’egemonia anglomane e oligarchica impone a tutto il Paese. La “comunità linguistica” che decide di accettare pseudoanglicismi come caregiver e smart working o di bandire la parola “razza” proclamata improvvisamente come discriminante ha poco a che fare con la “comunità linguistica” intesa come gli italiani nella loro maggioranza. Dunque non è affatto vero che “come ogni linguista sa” è solo la comunità linguistica a decidere le sorti dei neologismi. I linguisti francesi e spagnoli non hanno affatto rinunciato a partecipare al processo collettivo delle tante parti sociali che determinano l’evoluzione linguistica.

    E allora dovremmo chiederci: è meglio lasciare che la lingua la faccia una classe dirigente dalla mente colonizzata che sa solo ripetere ciò che arriva d’oltreoceano o sia un processo più ampio che coinvolga tutti? Meglio avere delle politiche linguistiche e delle accademie come quelle francesi o spagnole o un approccio meramente descrittivo che non si capisce a cosa serva?

    La questione è politica, non linguistica in senso stretto.

    Non intervenire sulla questione dell’inglese non significa essere “neutrali”, significa scegliere di stare a guardare una lingua dominante come il globalese che schiaccia l’italiano e le lingue locali, significa rinunciare a partecipare al dibattito sulla nuova questione della lingua. E i linguisti descrittivisti e basta – che però spesso intervengono eccome nella prescrizione del linguaggio inclusivo, non sessista o discriminante per aderire al descrittivismo solo davanti agli anglicismi – si possono sostituire con più efficacia da un bell’algoritmo che calcola ciò che è in uso indipendentemente da tutto il resto, con il risultato che la stessa definizione di “italiano” va in frantumi. Questo, però, è anarchismo metodologico, dove tutto va bene, e dove la retorica dell’uso serve a legittimare parole inglesi che – seppur frequenti – rimangono fuori dall’italiano, perché sono strutturalmente inglesi, dunque sono dei “corpi estranei”, per dirla con Arrigo Castellani. Ma mentre i linguisti francesi descrivono e valutano le conseguenze dell’anglicizzazione, da noi i linguisti non si sognano di andare oltre la descrizione, che tra l’altro sembra un po’ ferma al lessico e ai singoli anglicismi, che qualcuno ancora liquida con le ridicole categorie dei prestiti di lusso o di necessità.

    Se “italiano” è ciò che è inteso da tutti indipendentemente da tutto il resto – scriveva Manzoni – è perché dietro la parola “italiano” non c’è alcuna idea precisa. E quando nelle consulenze della Crusca si legge che parole come “chat”, “computer” o “leadership” sono “italiane” perché in uso, si sostiene una ben precisa visione che non è affatto universalmente condivisibile e che nessun accademico francese o spagnolo sottoscriverebbe.

    Leggere come la pensano in Francia – ma anche in Spagna, Islanda, Svizzera e via via fino in Cina – è molto utile per uscire dal nostro provincialismo anglomane e comprendere che l’atteggiamento italiano non è affatto l’unico possibile… anzi, appare piuttosto anomalo.

    https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/11/04/anglicizzazione-il-nuovo-libro-con-la-denuncia-dellacademie-francaise/

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