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Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano
Di Antonio Zoppetti
Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.
Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.
Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello
L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.
Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:
“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”
E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”Puttanieri e giornalisti
Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”
Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.
Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.
Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.
E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.
La newlingua dei padroni
Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.
Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.
Riporto il passo di Zancan:
“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea a un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.
Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.
PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #LoTsunamiDegliAnglicismi #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano
Di Antonio Zoppetti
Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.
Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.
Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello
L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.
Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:
“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”
E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”Puttanieri e giornalisti
Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”
Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.
Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.
Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.
E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.
La newlingua dei padroni
Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.
Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.
Riporto il passo di Zancan:
“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea ha un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.
Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.
PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #LoTsunamiDegliAnglicismi #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano
Di Antonio Zoppetti
Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.
Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.
Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello
L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.
Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:
“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”
E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”Puttanieri e giornalisti
Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”
Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.
Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.
Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.
E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.
La newlingua dei padroni
Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.
Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.
Riporto il passo di Zancan:
“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea a un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.
Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.
PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #LoTsunamiDegliAnglicismi #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano
Di Antonio Zoppetti
Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.
Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.
Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello
L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.
Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:
“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”
E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”Puttanieri e giornalisti
Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”
Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.
Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.
Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.
E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava, invece di scrivere pensierini a vanvera.
La newlingua dei padroni
Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.
Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.
Riporto il passo di Zancan:
“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea a un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.
Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.
PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #LoTsunamiDegliAnglicismi #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Il nome della cosa: l’inglese padronale che fa piazza pulita dell’italiano
Di Antonio Zoppetti
Puttanopoli è un neologismo (registrato da tempo persino dalla Treccani) che designa gli innumerevoli scandali legati alla prostituzione – di solito milanese – che di tanto in tanto accendono le cronache dei giornali. È un’espressione giornalistica che – come tante altre – ricalca la fortunata coniazione di “tangentopoli” all’epoca di mani pulite, per indicare la città delle tangenti. Successivamente il suffisso -poli si è staccato dal suo etimo greco (polis = città) per diventare il sinonimo di “scandalo” in neoconiazioni come calciopoli, vallettopoli, affittopoli, mazzettopoli e chi più ne ha più ne metta. Un simile slittamento di significato ha riguardato anche le neoconiazioni basate sull’inglese, visto che dopo il Watergate degli anni Settanta – ma il Watergate era solo un complesso edilizio – per analogia si è cominciato a parlare per esempio di Irangate o, in Italia, di Rubygate, per ritornare alla prostituzione (la minorenne Ruby Rubacuori spacciata per nipote di Mubarak). Ma sui giornali “prostituta” cede il posto a escort, un concetto ben più di lusso e ben più nobile.
Le puttane sono quelle che si trovano per strada, che vanno bene per i plebei o i camonisti, le escort hanno altre tariffe e prestazioni superiori. “Sì, sono puttana” – diceva Vassilissa nel film Mediterraneo – per qualificare senza vergogna la sua antica professione. Ma oggi una parola antica come “puttana” – che nella Divina Commedia compare per ben tre volte, insieme a puttaneggiar – è solo un insulto che è arrivato fino in Russia, mentre escort è una professione, anche se ai limiti della legalità, e per sdoganare questo aspetto oramai si parla di sex worker. Il nome della cosa, se è in inglese, contiene un’edulcorazione che conferisce una ben diversa dignità.
Fatturage, Rolexage, Chiavage… la morfologia inglese divenuta un modello
L’ultimo scandalo milanese – visto che Milano è la capitale dell’itanglese – ha fatto discutere anche per il lessico impiegato dagli organizzatori coinvolti nella vicenda. Come ha riassunto Massimo Gramellini (“Ma che Posrchage”, Corriere della Sera, 24/4/26): “Il pr milanese che si fa chiamare Fatturage ha sintetizzato la sua visione del mondo in un’addizione: Rolexage + Porschage = Chiavage”.
Ad andarci giù duro con questo lessico, il giorno dopo, è arrivato anche un editoriale di Marco Travaglio intitolato “Arrestation Week” (Il Fatto Quotidiano, 25/4/26) che scrive:
“Non sappiamo quanti reati celi l’ultima Puttanopoli alla milanese (…). Ma già sappiamo che il delitto più imperdonabile è il vocabolario: il signor ‘Fatturage’, il ‘superprivé’ per ‘clienti con business’ e l’ingresso ‘plebeo’ per sfigati, il ‘Rolexage più Porschage’ (da Porsche, non da porco), il ‘Chiavage’ del ‘pacchetto all inclusive’ per il dopo-‘tavolage’ in hotel, allietato da ragazze, euforizzato da palloncini di protossido di azoto (detto forse ‘gasage’) per chi ha in tasca almeno ‘6 kappage’ (6mila euro). La prostituzione è il mestiere più antico del mondo, ma solo a Milano può accompagnarsi a un lessico simile. È la caricatura del bauscia e del ganassa 2.0, l’evoluzione del provincialotto meneghino che ha fatto i soldi ma non sa cos’è lo stile…”
E la conclusione è che questa gente andrebbe arrestata soprattutto per come parla: “In manettage.”Puttanieri e giornalisti
Non so, tuttavia, se giornalisti come Travaglio si rendano conto di come scrivono – loro stessi e l’intera categoria –, forse anche loro dovrebbero essere fermati, se non arrestati. “Sono tutti in call – scrive Travaglio a proposito di Puttanopoli – : brainstormano, warmingano e brandizzano che è un piacere nelle rispettive location. Tutti ceo, founder, creator, stylist e merchandiser di nonsisaché.”
Eppure questa lingua non è un gergo che appartiene solo ai figli di Nando Mericoni (e dell’alberto-sordità di Un americano a Roma), è anche la lingua degli imprenditori, dei giornalisti e della nostra nuova intera classe dirigente. Se il Fatturage e il Rolexage ostentano l’ironia, insieme alla cafonaggine, la lingua dei giornali segue lo stesso schema ma in modo serio, per elevarsi sul popolino attraverso l’inglese con modalità del tutto identiche (e talvolta altrettanto ridicole e cafone). E così oggi, sul Corriere, il carburante diventa “fuel”, strillato a caratteri cubitali dai titoloni, ma la stessa scelta si ritrova sulle altre testate giornalistiche.
Il carburante è roba da plebei – come l’italiano –, i ceo delle compagnie aeree hanno a che fare con il fuel che un tempo si trovava solo nei videogiochi (o videogames per chi si vuole elevare sfoggiando la lingua dei padroni) ma adesso viene spacciata come una parola “comune” e normale, come se fosse più tecnica, moderna o internazionale… in attesa che qualche suprematista dell’inglese imbecille ci spieghi che il fuel – o il jet fuel – non è proprio come il nostro vecchio e generico “carburante”, ha quel qualcosa in più, quella sfumatura intraducibile che è poi la stessa che differenzia un’escort da una puttana.
Davanti all’anglicizzazione selvaggia che arriva dai ceti dominanti – poco importa che siano i nuovi puttanieri o i nuovi giornalisti 2.0 – colpiscono anche le riflessioni di Mattia Feltri, che davanti alle parole italiane che diventano desuete, e davanti alle nuove parole in inglese come feedback e spoiler, o di derivazione inglese come “brandizzare” e “bypassare” (poverino, Mattia, non capisce la differenza tra una parola italianizzata come “brandizzare” e una parola ibrida come “bypassare” che non si legge né scrive all’italiana) è rimasto ai tempi del “purismo”.
E come in un temino delle medie – peccato che sia un editoriale de La Stampa (“Imperocché” 14/4/26, che mi ha segnalato Marco Zomer) – conclude citando (a sproposito) Leopardi che scriveva ancora “imperoché” con la scoperta (dell’acqua calda) per cui le lingue cambiano da sempre. Grande intellettuale Mattia, chissà se un giorno arriverà a capire – o perlomeno a chiedersi – come la lingua italiana sta cambiando, e a rendersi conto che se una lingua si evolve importando esclusivamente dall’inglese è destinata a esserne schiacciata e a morire. Un conto è abbandonare imperocché in nome di un’altra parola italiana come poiché, un conto è abbandonare “puttana” o “carburante” per passare a un’altra lingua. Lo capisce persino un bambino. E basterebbe leggere Leopardi per sapere come la pensava in proposito, invece di scrivere pensierini a vanvera.
La newlingua dei padroni
Naturalmente ci sono anche giornalisti di altro stampo che comprendono perfettamente le ripercussioni dello scrivere sostituendo il nome della cosa italiana con l’inglese. Per esempio Gian Carlo Bussetti, che mi ha segnalato il pezzo di Travaglio ma anche una pagina di un libro delizioso che riflette proprio sulla nuova lingua padronale di Elkann.
Si intitola L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica (Einaudi, 2026) e l’autore è un giornalista della Stampa, Niccolò Zancan, che riflette sulla dignità e la nostalgia dei quattromila operai di Mirafiori in cassa d’integrazione da vent’anni. È a loro che si rivolge in itanglese Elkann, presidente di Stellantis. “Perfetto esempio di una lingua eticamente sciolta da ogni dovere di comprensibilità – commenta Bussetti –, familiare solo alla cerchia superiore e padronale, con morfologia, lessico, grammatica e (temo) anche pronuncia di un nuovo italiano, una nuova lingua prestigiosa, parlata dagli esperti, che esclude e discrimina la massa del popolo, che dovrà accontentarsi di comunicare ed esprimersi in un nuovo ‘dialetto’, quello che un tempo chiamavamo ‘italiano'”.
Riporto il passo di Zancan:
“Devi sapere questo.
Quello che una volta chiamavamo il caposquadra adesso è il supervisor.
Mentre il nostro vecchio capoturno da qualche anno deve essere chiamato lo shift manager. Persino gli operai non sono mica più gli operai, noi siamo addetti di linea.
E quando un addetto di linea a un problema, deve parlarne alle HR.
Human Resources. Questo è il nome del vecchio ufficio personale.
Per i motivi che ho appena elencato, l’altro giorno, quando ci è arrivato il video sull’Hub di Stellantis, nessuno ha avuto chissà quale turbamento, ne riceviamo tanti di questi video promozionali in inglese. Sono video registrati, nei quali l’ingegner Elkann parla ai dipendenti di tutto il mondo. (…) Poi ha detto: ‘Vogliamo migliorare i decision making e l’execution. Vogliamo migliorare il rapporto di fiducia con i nostri stakeholder.” (par. “Le parole, le cose”, p. 63).Magari l’itanglese fosse un gergo ridicolo dei puttanieri della movida milanese, caro Travaglio.
Magari le parole italiane desuete fossero sostituite da parole italiane nuove, invece che da parole inglesi, caro Mattia Feltri.La verità è che la lingua anglicizzata del Duemila è anche la vostra lingua, che imponete a tutti in modo ben più grave e consistente del semplice ironico e gergale fatturage.
PS
Per chi vuole riflettere sulla nostra anglicizzazione da un punto di vista storico, per chi vuole sapere cosa pensava Leopardi sulla questione dei forestierismi che “imbarbariscono” la lingua se non sono italianizzati (alla faccia di Feltri), e per chi vuole pesare l’attuale interferenza dell’inglese in un confronto con quella storica del francese, e prima ancora dello spagnolo o del latino… segnalo che il libro K e spada. La controversa storia dell’italiano (goWare 2026), è finalmente uscito anche nella versione digitale che costa ancora meno.E per chi vuole leggere qualcosa senza spendere neanche un soldo, segnalo che il lavoro è stato indicizzato anche da Google Libri, che permette la consultazione gratuita di molte pagine.
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #LoTsunamiDegliAnglicismi #neologismi #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Le fratture sociali causate dall’inglese e dagli anglicismi
Di Antonio Zoppetti
Fermiamoci un momento ad analizzare l’attuale situazione storica.
Il mio antivirus lancia l’allarme per il Ghostpairing e, contemporaneamente, la mia banca mi mette in guardia contro lo Smishing e il Vishing. Dal suo Dataroom, la Gabanelli ci spiega attraverso il concetto di Fake come i volti noti vengono usati per le truffe. Il servizio nazionale di allarme pubblico italiano per l’informazione diretta alla popolazione si chiama IT-alert. L’Inps si rivolge ai cittadini parlando del Data breach — come fosse la cosa più naturale del mondo – al posto di violazione dei dati…L’elenco di questo genere di anglicismi è infinito. Lo stillicidio è quotidiano e inarginabile. Il flusso anglicizzante calato dall’alto che fa piazza pulita dell’italiano è uno tsunami. Davanti a questi modelli di comunicazione che arrivano dalle istituzioni, dai giornali, dalla tecnologia… l’impressione è di vivere in una colonia anglofona, come se fossimo una provincia angloamericana in cui, giorno dopo giorno, attraverso la sostituzione linguistica si fa regredire l’italiano a lingua bassa del popolino per favorire quella dei popoli dominanti.
L’imposizione dell’inglese – spesso incomprensibile ai più – ha la meglio non solo sull’italiano, ma anche sulla trasparenza, persino quando dovrebbe proteggere i cittadini e la chiarezza dovrebbe essere prioritaria. In questo modo, il pericolo delle intrusioni nei sistemi di messaggistica è il Ghostpairing – che forse in molti non sanno nemmeno pronunciare – mentre al posto di sensibilizzarci sui rischi di messaggini e telefonate ingannevoli ci propinano parole che non evocano altro che suoni astrusi che non possono che generare confusione e smarrimento, come lo Smishing e il Vishing.
Fino all’Ottocento, le parole straniere che arrivavano dalla scienza e dalla tecnologia si coniavano, e quando arrivavano da altre lingue si traducevano, o perlomeno si adattavano. Leopardi avrebbe addirittura voluto raccogliere in un dizionario quelli che chiamava gli “europeismi”, cioè le voci comuni a tutte le lingue, adattate in ogni idioma a partire da una stessa radice comune (per esempio genio, sentimentale, analisi, dispotismo…). E così le voci straniere “si dissolvevano, fondevano, assimilavano per virtù del calore organico del nostro linguaggio” per citare le parole di inizio Novecento del grammatico Alfredo Panzini alle prese con la compilazione di un Dizionario moderno (1905).
Oggi stiamo andando nella direzione opposta: è l’italiano a dissolversi davanti al calore organico dell’inglese: e così sui giornali si parla di remigration (direttamente in inglese) invece di remigrazione, nel mondo del lavoro si ricorre a mission, vision e competitor, al posto di missione, visione e competitore, un luogo o un posto sono location, e analizzando le frequenze di certi anglicismi è significativo che la parola runner abbia da poco superato quella dell’italiano corridore (affermata almeno a partire dal Quattrocento). Certo, se la comparazione includesse anche il plurale “corridori” (visto che runner è invariabile) l’italiano sarebbe ancora al primo posto, ma comunque questo “sorpasso” è piuttosto significativo per riflettere su dove stiamo “correndo”.
Come sapeva bene anche Panzini, le scelte dei giornalisti pesano moltissimo nel contribuire a questa regressione dell’italiano: “Molte volte, anzi, ho pensato quale enorme forza di penetrazione abbia una parola straniera, posta ad esempio per titolo di uno scritto, stampata a migliaia di copie, letta da più migliaia di nostri lettori!” E davanti all’accettazione di certi forestierismi l’autore riconosceva che è spesso “inutile opporsi all’accettazione tanto dei così detti barbarismi e gallicismi come delle nude voci straniere, giacchè la loro forza è maggiore” rispetto alle parole italiane dal “senso plebeo”.
“Ma qui, come italiano – precisava – non posso nascondere che ciò porge la brutta immagine di una servitù, ricercata e volontaria” e che i tecnici “nei loro scritti si direbbe che dimentichino come esista un dovere, oltre che verso la scienza, anche verso il patrio idioma”. E davanti all’accumularsi di simili voci chiosava: “«Ma – domanderà alcuno – accogliendo e barbarismi e anche le voci prettamente straniere, entro quali limiti ci comporteremo?». Questo io non so, nè mi sembra che alcun areopago di grammatici possa ciò stabilire.”
Finita l’epoca del francese come stilema di modernizzazione del nostro idioma, è oggi l’inglese a trainare questo processo di “svecchiamento”, ma se paragoniamo la secolare interferenza della lingua di Molière all’attuale esplosiva e incontenibile interferenza dell’inglese non c’è paragone. Qualunque limite di buon senso è ormai stato di gran lunga superato da un pezzo.
Fratture sociali e barriere generazionali
Le fasce alte e la nuova egemonia culturale se ne infischiano dell’italiano, e le riflessioni di Panzini sono più che mai attuali anche oggi: “Si direbbe che il poter giungere al buon uso di una parola non italiana rappresenti una conquista di intellettualità! Vi sono poi alcuni che in questa predilezione del suono straniero sono di una spietata sincerità: non si nascondono, ma credono anzi di operare a fine di bene e di affrettare per tale mezzo l’avvento di un linguaggio unico, universale”.
È esattamente quello che avviene oggi con il globish: i suprematisti dell’inglese che confondono l’essere internazionali con la nostra americanizzazione – invece di difendere il valore del plurilinguismo – non si nascondono; promuovono l’angloamercano come una lingua unica e universale, ma è solo la lingua di classe dei popoli dominanti fatta nostra da una classe dirigente provinciale e servile. Come aveva ben compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus”, la principale differenza con la moda del francese – a parte i numeri – stava nel fatto che i francesismi facevano presa tra le élite, mentre gli anglicismi sono un fenomeno di massa e di ben altra portata.
E così la dittatura dell’inglese che diviene la lingua delle università e della ricerca a scapito delle lingue locali, sul piano lessicale si declina in una lingua ibridata ad alto tasso di anglicizzazione, un itanglese elevato a stilema comunicativo superiore, che crea fratture sociali e porta a barriere generazionali, mandando in frantumi l’italiano unitario che si è affermato come fenomeno compiuto solo nel Novecento.
Il punto non è quello di volere ingessare l’italiano storico in un modello “puro” e “immutabile” come nell’ottica dei puristi del passato. Tutto il contrario: se l’italiano non si sa rinnovare e creare i suoi neologismi in grado di esprimere la realtà che cambia – visto che tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese – la nostra lingua ne risulta mutilata, incapace di evolversi e di aprirsi alla modernità. E questo fenomeno non si può liquidare come una questione puramente linguistica, è un fenomeno sociale da affrontare con punti di vista e prospettive più ampie di quelle dei tecnicismi linguistici, che appaiono spesso piuttosto miopi.
Nella nostra attuale società i centri di irradiazione della lingua hanno scelto l’inglese. E questo non è più un fatto solo culturale, ma una politica culturale in via di istituzionalizzazione.
I suprematisti dell’inglese anglicizzano e diffondono gli anglicismi agendo da collaborazionisti della dittatura dell’inglese. Costoro costituiscono la fascia alta della nostra egemonia culturale, quella che ha nelle mani il destino di una lingua e che la forgia. I tecnologi, i manager, gli esperti di marketing, gli informatici, gli scienziati, i rettori universitari, i pubblicitari, i giornalisti… considerano il ricorso all’anglicismo un segno di prestigio e di internazionalismo e ne fanno un tratto sociodistintivo che però non viene esibito come gergo degli addetti ai lavori, confinato in quegli ambiti tecnici. Questo gergo diventa la lingua con cui rivolgersi a tutti, il modello da esibire e affermare su un italiano di cui fondamentalmente ci si vergogna. Sotto questi stilemi c’è l’idea di fondo di fare dell’inglese qualcosa di “universale”, il che è una scelta estetica e politica che si vuole realizzare e perseguire, non certo una realtà, visto che dalle statistiche risulta che è conosciuto da una minoranza dell’umanità, degli europei e degli italiani.
Sotto la lingua minoritaria delle élite, spacciata come il nuovo “italiano” modernizzato, c’è quella ben più ampia delle masse, che include le fasce medie, gli anziani, e il popolino. Poco importa che tra queste fasce l’inglese sia percepito con un certo fastidio e che il più delle volte risulti incomprensibile o impronunciabile. Anche se qualcuno ci vorrebbe far credere che la lingua si evolverebbe dal basso, il popolo è da sempre carne da macello, e i suprematisti dell’inglese, invece che puntare a raggiungerlo, puntano a educarlo, ad anglicizzarlo e in fin dei conti a imporre a tutti la propria lingua sradicando quella delle masse “ignoranti”, in un nuovo paradigma dove tutto ciò che non è inglese è fuori dalla cultura alta.
Questa visione non è solo un vezzo deprecabile come ai tempi di Panzini, è diventata un progetto politico con cui si formano le nuove generazioni. Se un tempo era fondamentale conoscere una seconda lingua, oggi c’è solo l’inglese, che è diventato un obbligo – invece che una scelta – a partire dalle elementari, e il disegno politico di creare le nuove generazioni bilingui a base inglese ha come conseguenza il far tabula rasa del plurilinguismo e anche dell’italiano. Se fino a qualche decennio fa, l’esibizione dell’italiano e la sua padronanza erano qualcosa di prestigioso che si otteneva con lo studio, oggi il nostro idioma ha perso la sua centralità a partire dalla scuola, dove sembra più importante sapere l’inglese. E l’italiano – come un dialetto – si riduce a una lingua istintiva che si apprende sin dalla nascita, un sistema di comunicazione naturale che si pratica a orecchio, invece che studiarlo sui libri. In questo contesto ha poco senso scandalizzarsi per il nuovo italiano “substandard” e l’avvento di una “lingua selvaggia come fanno certi linguisti. Queste sono le conseguenze della nostra politica culturale e dell’americanizzazione della scuola che porta inevitabilmente ad abbassare il nostro livello culturale, come appunto negli Usa.
E così anche il linguaggio giovanile – finita l’epoca dei “matusa”, del “cioè, cazzo”, dei “paninari” e dell’italiano – si rinnova attraverso parole come “chill” e “cringe”, e i ragazzi che “dissano” e “ghostano” sui “social” non le percepiscono come qualcosa di “straniero”. Sono l’unico modo che conoscono per esprimere la modernità perché sono nati, cresciuti e formati a questo modo, come se esprimersi in inglese o italiano avesse poca importanza.
Più che stupirci di queste cose, dovremmo prendere atto che non sono solo la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano, dei film dai titoli intradotti, dei videogames, delle piattaforme informatiche… ma anche delle politiche linguistiche dell’Europa e dell’Italia. I giovani sono figli del progetto Erasmus, nato per favorire lo scambio linguistico tra le lingue europee ma diventato un cavallo di Troia per imporre l’inglese e solo quello.
Il loro gradimento per l’inglese è altissimo e inconsapevole, e non c’è differenza tra parole come chat e computer e le altre parole italiane. I gerghi giovanili sono da sempre caratterizzati dal fatto di essere passeggeri. Le nuove generazioni forgiano un lessico nuovo anche per distinguersi dal mondo degli “adulti”, e molto spesso le parole che caratterizzano una generazione sono abbandonate dalle generazioni successive, che ne inventano di nuove proprio per distaccarsi dalle vecchie.Quello su cui dovremmo riflettere è che il ricorso all’inglese è ormai il nuovo stilema che accomuna tutte le generazioni. Poco importa se i giovani del futuro dismetteranno parole come “chill” o “cringe”, perché a rimpiazzarle non ci saranno parole italiane ma altre parole inglesi. E quando la lingua anglicizzata delle nuove generazioni si salda con quella altrettanto anglicizzata delle egemonie culturali, per l’italiano non c’è futuro. Roba da vecchi e da boomer, che dal nuovo “italiano” sono esclusi.
#anglicismiNellItaliano #francese #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa
Di Antonio Zoppetti
Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).
La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.
Dialettizzazione: cosa significa concretamente?
Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?
Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.
Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia
Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.
Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.
Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.
L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille
L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.
Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.
Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.
Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”
E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).
Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa -
L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa
Di Antonio Zoppetti
Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).
La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.
Dialettizzazione: cosa significa concretamente?
Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?
Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.
Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia
Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.
Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.
Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.
L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille
L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.
Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.
Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.
Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”
E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).
Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa -
L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa
Di Antonio Zoppetti
Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).
La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.
Dialettizzazione: cosa significa concretamente?
Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?
Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.
Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia
Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.
Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.
Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.
L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille
L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.
Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.
Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.
Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”
E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).
Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa -
L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa
Di Antonio Zoppetti
Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).
La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.
Dialettizzazione: cosa significa concretamente?
Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?
Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.
Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia
Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.
Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.
Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.
L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille
L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.
Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.
Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.
Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”
E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).
Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa -
L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa
Di Antonio Zoppetti
Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).
La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.
Dialettizzazione: cosa significa concretamente?
Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?
Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.
Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia
Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.
Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.
Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.
L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille
L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.
Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.
Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.
Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”
E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).
Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa -
L’italiano, lingua dei villani, e l’inglese, lingua dei potenti e dei “No Kings”
Di Antonio Zoppetti
Ho visto un King
Sa l’ha vist cus’e’?
Ho visto un King, un re!
Ah beh, sì beh…
Ah beh, si beh…Era il 1968 quando è uscita la canzone “Ho visto un re” che metteva alla berlina i ricchi e i potenti in favore del popolo e dei poveri anche dal punto di vista linguistico. Il testo era di Dario Fo (di cui in questi giorni si è festeggiato il centenario dalla nascita) e mescolava il dialetto milanese con l’italiano e le sue corrispondenze (un “sciur” = un ricco). A quei tempi, il fatto che l’italiano fosse la lingua di tutti era una novità, visto che sino a un paio di generazioni prima era ancora un fenomeno sociale ristretto alle classi colte, mentre le masse si esprimevano soprattutto nel proprio dialetto, come aveva per la prima volta da poco sottolineato Pier Paolo Pasolini.
Fo, che prima della sua incoronazione con il premio Nobel per la letteratura del 1997 era considerato un guitto e un sovversivo, attraverso il suo “grammelot” aveva recuperato con un’operazione colta le parlate regionali e antiche da sempre emarginate dall’italiano alto, dando spazio alla lingua del popolo in tutte le sue sfaccettature, benché fosse un espediente teatrale che metteva in scena una lingua inventata trainata dalla mimica.
Ho visto un re doveva essere cantata a Canzonissima da Jannacci – che a quell’epoca scriveva ancora canzoni in dialetto meneghino, anche se con il tempo il suo vernacolo si sarebbe sempre più italianizzato – ma fu respinta e bocciata a causa del testo “eversivo” troppo irriverente nei confronti del potere, di cui mamma Rai era la voce.Fo era già stato censurato nel 1962 e in seguito il suo Mistero buffo fu giudicato dal Vaticano un testo “blasfemo”, per cui fu buttato fuori dai circuiti televisivi; la Rai arrivò a chiedergli dei risarcimenti di centinaia di milioni delle vecchie lire che non avrebbe mai potuto pagare, per toglierselo di torno. Anche negli Usa fu censurato e, poiché era un pericoloso “sovversivo”, fino al 1984 gli negarono ogni visto per entrare nella “patria della libertà”.
Da allora tutto è cambiato. Il dialetto milanese è oggi scomparso dalla città, fagocitato dall’italiano nazionale (anche se per fortuna altrove i dialetti resistono, seppur come codici sempre più marginali). Finita l’era del dialetto come lingua del popolo e dei poveri, oggi la nuova voce del padrone si esprime in itanglese e direttamente in inglese per i contesti alti (dalla ricerca all‘anglificazione dell’università). Ed è chi critica questo cambiamento di paradigma a passare come “eversivo”. Nella nuova egemonia culturale tutto si anglicizza, e l’italiano regredisce alla lingua del popolo, dei poveri, e dei “villani”.
Si tratta di un fenomeno sociale, prima che linguistico. E per comprenderlo ha sempre meno senso ragionare sui presunti “prestiti” come fanno certi studiosi, magari etichettandoli in modo strampalato come di lusso o di necessità. La causa dell’anglicizzazione sta nelle teste di una nuova classe dirigente composta da “suprematisti dell’inglese”: sono gli imprenditori, i comunicatori, i giornalisti, i pubblicitari, gli scienziati, gli “influencer”… coloro che hanno in mano il destino dell’italiano, perché il loro ruolo e la loro visibilità propaga anche le loro parole e la loro lingua, che diventano dei modelli seguiti dalla massa nazional popolare, come aveva ben capito Gramsci, che in questo modo si affermano nella lingua comune. Questa èlite è convinta che “siamo tutti americani” e che essere internazionali significa esprimersi nella lingua dei padroni, ripetuta in modo compulsivo a scapito di un italiano di cui ci si vergogna. E allafine, persino una parola antica come “re” diventa “king”, per fare un esempio tra migliaia.
Il movimento dei “No Kings”: l’ennesimo esempio della nostra mentalità coloniale
Nei giorni scorsi sono comparsi infiniti titoli di giornale sulle manifestazioni dei “No Kings”, esplose negli Stati Uniti per protestare contro le politiche di Trump, ma emulate anche in Europa.
“La bandiera «No Kings» – si legge sul Corriere – è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli Usa alle proteste contro l’Ice, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita ‘National Day of Nonviolent Action'”: dunque si trattava di una giornata “nazionale” e di un movimento tutto interno agli Usa, anche se è stata ripresa altrove. In questo modo a Roma si è svolto un corteo tutto nostrano ma denominato all’americana, senza traduzioni, come se fosse un’espressione che ci appartiene. Dietro queste scelte lessicali c’è una precisa visione neocoloniale di che cosa significhi essere “internazionali”: adottare il globish, la lingua naturale dei popoli dominanti e delle multinazionali. Questa visione socio-politica non è l’unica soluzione possibile, naturalmente. Per comunicare e comprendersi, in un sistema equo, democratico e rispettoso del plurilinguismo sarebbe opportuno rilanciare il sano principio di una lingua neutra che metta tutti sullo stesso piano, per esempio l’esperanto (lingua artificiale e semplicissima proprio perché non è la lingua naturale di nessuno) o l’interlingua, un latino semplificato teorizzato già da Peano e riproposto (con scarso successo) almeno sino agli anni Sessanta del secolo scorso come lingua dellacomunicazione scientifica. L’alternativa a queste proposte, che sono state schiacciate perché entravano in conflitto con l’esportazione del globish dominante, è quella di considerare il plurilinguismo un valore, invece di un ostacolo alla diffusione dell’angloamericano. Per esempio gridando “No Kings” in tutte le lingue del mondo. Questa espressione che da noi è riproposta come fosse un internazionalismo o un tecnicismo intoccabile, altrove ha assunto denominazioni diverse e locali un po’ ovunque, a partire dagli stessi Paesi anglofoni. Nel Regno Unito, per esempio, si parla di “No Tyrants” (= tiranni), visto che da loro c’è il re, la stessa soluzione adottata in molti Paesi – tra cui il Canada, la Danimarca e il Belgio – proprio per evitare confusioni con le istanze degli antimonarchici che non hanno niente a che vedere con l’anti-trumpismo. Alle Hawaii, invece, si parla dei “No Dictators”, e per essere veramente internazionali bisognerebbe smetterla di guardare solo alle “news” che provengono dagli Usa e sfogliare per esempio qualche giornale francese o spagnolo, dove si parla dei “No Kings” in riferimento al movimento nazionale statunitense, che viene invece tradotto quando è ripreso sul piano interno; dunque l’espressione inglese tra virgolette è quasi sempre affiancata alla traduzione (pas de roi, in Francia e No a los reyes in Spagna).
Se in questi Paesi si può scegliere come parlare, da noi, al contrario, regna l’alberto-sordità di Un americano a Roma: non sappiamo far altro che ripetere la lingua dei padroni che viene sovrapposta alla lingua del popolo con un lavaggio del cervello che finisce con il trasformare i cosiddetti “prestiti di lusso” in una “necessità”, visto che c’è solo l’inglese.
Passando dalla lingua al pensiero, colpisce soprattutto la cancellazione della storia, in una riconcettualizzazione all’americana che fa tabula rasa di decenni e decenni di dibattiti sull’imperialismo americano e le sue storiche nefandezze. Fino agli anni Novanta, i dibattiti tra americanisti e antiamericanisti erano spesso ideologizzati, ma esprimevano una visione esterna rispetto a quella degli Usa, che permetteva di essere critici, e di accettare ciò che arrivava di positivo prendendo le distanze dagli aspetti negativi: dal Vietnam all’appoggio alle dittature sudamericane, dal maccartismo alle ingerenze politiche in mezzo mondo, Italia compresa.
Questo atteggiamento, sanamente critico e distante dal “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio, era trasversale alle ideologie politiche. Non erano solo i comunisti italiani a tacciare gli Usa di imperialismo e noecolonialismo e a puntare il dito sulla faccia triste dell’America (per citare nuovamente Jannacci). La condanna della società americana capitalista e immorale circolava negli ambienti cattolici, e passando alla Democrazia Cristiana lo stesso De Gasperi era preoccupato per le ingerenze della Casa Bianca nella nostra politica, anche se aveva dovuto allearsi con la Casa Bianca in funzione anticomunista. Anche a destra il sostegno al nostro aderire al patto atlantico conviveva con la denuncia di un’americanizzazione che stravolgeva i nostri valori storici, mentre a sinistra c’era chi denunciava le contraddizioni del condannare il capitalismo ma di accettare le merci e i valori a stelle e strisce che facevano presa sulle masse e sulla sinistra intera.
La verità è che queste “contraddizioni” sono tali solo per chi ha una visione rigida basata sul bianco o nero, sul tutto o niente, e riprendere ciò che di buono arriva dagli Usa per respingere le tantissime (e spesso sottaciute) porcherie è un modo di porsi sano.Oggi, invece, non abbiamo più alcun pensiero nostro, e chi si aggancia ai movimenti “no Kings” sembra ignorare questi storici e vivacissimi dibattiti, perché persino la critica agli Usa si riduce a ripetere ciò che arriva dalla società civile americana.
Dovremmo però tenere presente che la svolta di Trump è il sintomo della crisi di un sistema democratico che non funziona più nei suoi contrappesi di potere. Prendersela con un presidente che si comporta come se fosse un re significa personalizzare una questione che è ben più profonda. In gioco non c’è la sostituzione di Trump con un nuovo “re buono” che rinuncia a prendersela con l’Iran, il Venezuela, Gaza, e in futuro – chissà – Cuba, la Groenlandia o il canada. Al centro delle proteste – ameno le nostre – dovrebbe esserci un pensiero in grado di ridisegnare le regole della democrazia nel nuovo millennio davanti al turbocapitalismo globale di cui Trump è la massima espressione. Ma la mobilitazione della società civile anche italiana contro l’autoritarismo, l’imperialismo e il neocolonialismo trumpiano – per chiamare le cose in italiano – si appiattisce con uno slogan in inglese che esprime le proteste nate negli Usa che non ne mettono affatto in discussione l’impianto. Ogni visione alternativa è venuta a mancare. Dopo il crollo del comunismo e la svolta di Veltroni, anche la sinistra italiana è diventata un clone di quella americana, con tanto di Partito Democratico che si avvale delle primarie. In questo quadro non dobbiamo stupirci dei jobs act, del welfare, della privacy o dei premier e dei “governatori” sovrapposti alla nostra terminologia istituzionale in cui ci sono solo i presidenti del consiglio o delle regioni. L’anglicizzazione della nostra lingua è il risultato di questo nuovo pensiero-clone, come se l’Italia fosse una provincia a stelle strisce dove il re diventa king. Quando persino la nostra società civile insegue questi modelli senza saper sviluppare un pensiero proprio, distaccato e critico, inevitabilmente anche la nostra lingua si adegua, e nel suo anglicizzarsi si avvia a diventare un dialetto di un mondo che pensa e parla seguendo gli Usa. Poco importa che il re sia “buono” e si chiami Biden o Obama o che sia cattivo come Trump (che in fin dei conti ha solo gettato la maschera). Mentre i movimenti per la pace si trasformano in quelli per la de-escalation invocata da tutti come se fosse un valore, dal punto di vista linguistico il nostro destino sembra segnato:
…e sempre in english dobbiam parlare
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #rassegnaStampa
il plurilinguismo fa male al King
fa male al globish, fa male ai Vip
diventan tristi se non lo speak. -
L’italiano, lingua dei villani, e l’inglese, lingua dei potenti e dei “No Kings”
Di Antonio Zoppetti
Ho visto un King
Sa l’ha vist cus’e’?
Ho visto un King, un re!
Ah beh, sì beh…
Ah beh, si beh…Era il 1968 quando è uscita la canzone “Ho visto un re” che metteva alla berlina i ricchi e i potenti in favore del popolo e dei poveri anche dal punto di vista linguistico. Il testo era di Dario Fo (di cui in questi giorni si è festeggiato il centenario dalla nascita) e mescolava il dialetto milanese con l’italiano e le sue corrispondenze (un “sciur” = un ricco). A quei tempi, il fatto che l’italiano fosse la lingua di tutti era una novità, visto che sino a un paio di generazioni prima era ancora un fenomeno sociale ristretto alle classi colte, mentre le masse si esprimevano soprattutto nel proprio dialetto, come aveva per la prima volta da poco sottolineato Pier Paolo Pasolini.
Fo, che prima della sua incoronazione con il premio Nobel per la letteratura del 1997 era considerato un guitto e un sovversivo, attraverso il suo “grammelot” aveva recuperato con un’operazione colta le parlate regionali e antiche da sempre emarginate dall’italiano alto, dando spazio alla lingua del popolo in tutte le sue sfaccettature, benché fosse un espediente teatrale che metteva in scena una lingua inventata trainata dalla mimica.
Ho visto un re doveva essere cantata a Canzonissima da Jannacci – che a quell’epoca scriveva ancora canzoni in dialetto meneghino, anche se con il tempo il suo vernacolo si sarebbe sempre più italianizzato – ma fu respinta e bocciata a causa del testo “eversivo” troppo irriverente nei confronti del potere, di cui mamma Rai era la voce.Fo era già stato censurato nel 1962 e in seguito il suo Mistero buffo fu giudicato dal Vaticano un testo “blasfemo”, per cui fu buttato fuori dai circuiti televisivi; la Rai arrivò a chiedergli dei risarcimenti di centinaia di milioni delle vecchie lire che non avrebbe mai potuto pagare, per toglierselo di torno. Anche negli Usa fu censurato e, poiché era un pericoloso “sovversivo”, fino al 1984 gli negarono ogni visto per entrare nella “patria della libertà”.
Da allora tutto è cambiato. Il dialetto milanese è oggi scomparso dalla città, fagocitato dall’italiano nazionale (anche se per fortuna altrove i dialetti resistono, seppur come codici sempre più marginali). Finita l’era del dialetto come lingua del popolo e dei poveri, oggi la nuova voce del padrone si esprime in itanglese e direttamente in inglese per i contesti alti (dalla ricerca all‘anglificazione dell’università). Ed è chi critica questo cambiamento di paradigma a passare come “eversivo”. Nella nuova egemonia culturale tutto si anglicizza, e l’italiano regredisce alla lingua del popolo, dei poveri, e dei “villani”.
Si tratta di un fenomeno sociale, prima che linguistico. E per comprenderlo ha sempre meno senso ragionare sui presunti “prestiti” come fanno certi studiosi, magari etichettandoli in modo strampalato come di lusso o di necessità. La causa dell’anglicizzazione sta nelle teste di una nuova classe dirigente composta da “suprematisti dell’inglese”: sono gli imprenditori, i comunicatori, i giornalisti, i pubblicitari, gli scienziati, gli “influencer”… coloro che hanno in mano il destino dell’italiano, perché il loro ruolo e la loro visibilità propaga anche le loro parole e la loro lingua, che diventano dei modelli seguiti dalla massa nazional popolare, come aveva ben capito Gramsci, che in questo modo si affermano nella lingua comune. Questa èlite è convinta che “siamo tutti americani” e che essere internazionali significa esprimersi nella lingua dei padroni, ripetuta in modo compulsivo a scapito di un italiano di cui ci si vergogna. E allafine, persino una parola antica come “re” diventa “king”, per fare un esempio tra migliaia.
Il movimento dei “No Kings”: l’ennesimo esempio della nostra mentalità coloniale
Nei giorni scorsi sono comparsi infiniti titoli di giornale sulle manifestazioni dei “No Kings”, esplose negli Stati Uniti per protestare contro le politiche di Trump, ma emulate anche in Europa.
“La bandiera «No Kings» – si legge sul Corriere – è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli Usa alle proteste contro l’Ice, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita ‘National Day of Nonviolent Action'”: dunque si trattava di una giornata “nazionale” e di un movimento tutto interno agli Usa, anche se è stata ripresa altrove. In questo modo a Roma si è svolto un corteo tutto nostrano ma denominato all’americana, senza traduzioni, come se fosse un’espressione che ci appartiene. Dietro queste scelte lessicali c’è una precisa visione neocoloniale di che cosa significhi essere “internazionali”: adottare il globish, la lingua naturale dei popoli dominanti e delle multinazionali. Questa visione socio-politica non è l’unica soluzione possibile, naturalmente. Per comunicare e comprendersi, in un sistema equo, democratico e rispettoso del plurilinguismo sarebbe opportuno rilanciare il sano principio di una lingua neutra che metta tutti sullo stesso piano, per esempio l’esperanto (lingua artificiale e semplicissima proprio perché non è la lingua naturale di nessuno) o l’interlingua, un latino semplificato teorizzato già da Peano e riproposto (con scarso successo) almeno sino agli anni Sessanta del secolo scorso come lingua dellacomunicazione scientifica. L’alternativa a queste proposte, che sono state schiacciate perché entravano in conflitto con l’esportazione del globish dominante, è quella di considerare il plurilinguismo un valore, invece di un ostacolo alla diffusione dell’angloamericano. Per esempio gridando “No Kings” in tutte le lingue del mondo. Questa espressione che da noi è riproposta come fosse un internazionalismo o un tecnicismo intoccabile, altrove ha assunto denominazioni diverse e locali un po’ ovunque, a partire dagli stessi Paesi anglofoni. Nel Regno Unito, per esempio, si parla di “No Tyrants” (= tiranni), visto che da loro c’è il re, la stessa soluzione adottata in molti Paesi – tra cui il Canada, la Danimarca e il Belgio – proprio per evitare confusioni con le istanze degli antimonarchici che non hanno niente a che vedere con l’anti-trumpismo. Alle Hawaii, invece, si parla dei “No Dictators”, e per essere veramente internazionali bisognerebbe smetterla di guardare solo alle “news” che provengono dagli Usa e sfogliare per esempio qualche giornale francese o spagnolo, dove si parla dei “No Kings” in riferimento al movimento nazionale statunitense, che viene invece tradotto quando è ripreso sul piano interno; dunque l’espressione inglese tra virgolette è quasi sempre affiancata alla traduzione (pas de roi, in Francia e No a los reyes in Spagna).
Se in questi Paesi si può scegliere come parlare, da noi, al contrario, regna l’alberto-sordità di Un americano a Roma: non sappiamo far altro che ripetere la lingua dei padroni che viene sovrapposta alla lingua del popolo con un lavaggio del cervello che finisce con il trasformare i cosiddetti “prestiti di lusso” in una “necessità”, visto che c’è solo l’inglese.
Passando dalla lingua al pensiero, colpisce soprattutto la cancellazione della storia, in una riconcettualizzazione all’americana che fa tabula rasa di decenni e decenni di dibattiti sull’imperialismo americano e le sue storiche nefandezze. Fino agli anni Novanta, i dibattiti tra americanisti e antiamericanisti erano spesso ideologizzati, ma esprimevano una visione esterna rispetto a quella degli Usa, che permetteva di essere critici, e di accettare ciò che arrivava di positivo prendendo le distanze dagli aspetti negativi: dal Vietnam all’appoggio alle dittature sudamericane, dal maccartismo alle ingerenze politiche in mezzo mondo, Italia compresa.
Questo atteggiamento, sanamente critico e distante dal “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio, era trasversale alle ideologie politiche. Non erano solo i comunisti italiani a tacciare gli Usa di imperialismo e noecolonialismo e a puntare il dito sulla faccia triste dell’America (per citare nuovamente Jannacci). La condanna della società americana capitalista e immorale circolava negli ambienti cattolici, e passando alla Democrazia Cristiana lo stesso De Gasperi era preoccupato per le ingerenze della Casa Bianca nella nostra politica, anche se aveva dovuto allearsi con la Casa Bianca in funzione anticomunista. Anche a destra il sostegno al nostro aderire al patto atlantico conviveva con la denuncia di un’americanizzazione che stravolgeva i nostri valori storici, mentre a sinistra c’era chi denunciava le contraddizioni del condannare il capitalismo ma di accettare le merci e i valori a stelle e strisce che facevano presa sulle masse e sulla sinistra intera.
La verità è che queste “contraddizioni” sono tali solo per chi ha una visione rigida basata sul bianco o nero, sul tutto o niente, e riprendere ciò che di buono arriva dagli Usa per respingere le tantissime (e spesso sottaciute) porcherie è un modo di porsi sano.Oggi, invece, non abbiamo più alcun pensiero nostro, e chi si aggancia ai movimenti “no Kings” sembra ignorare questi storici e vivacissimi dibattiti, perché persino la critica agli Usa si riduce a ripetere ciò che arriva dalla società civile americana.
Dovremmo però tenere presente che la svolta di Trump è il sintomo della crisi di un sistema democratico che non funziona più nei suoi contrappesi di potere. Prendersela con un presidente che si comporta come se fosse un re significa personalizzare una questione che è ben più profonda. In gioco non c’è la sostituzione di Trump con un nuovo “re buono” che rinuncia a prendersela con l’Iran, il Venezuela, Gaza, e in futuro – chissà – Cuba, la Groenlandia o il canada. Al centro delle proteste – ameno le nostre – dovrebbe esserci un pensiero in grado di ridisegnare le regole della democrazia nel nuovo millennio davanti al turbocapitalismo globale di cui Trump è la massima espressione. Ma la mobilitazione della società civile anche italiana contro l’autoritarismo, l’imperialismo e il neocolonialismo trumpiano – per chiamare le cose in italiano – si appiattisce con uno slogan in inglese che esprime le proteste nate negli Usa che non ne mettono affatto in discussione l’impianto. Ogni visione alternativa è venuta a mancare. Dopo il crollo del comunismo e la svolta di Veltroni, anche la sinistra italiana è diventata un clone di quella americana, con tanto di Partito Democratico che si avvale delle primarie. In questo quadro non dobbiamo stupirci dei jobs act, del welfare, della privacy o dei premier e dei “governatori” sovrapposti alla nostra terminologia istituzionale in cui ci sono solo i presidenti del consiglio o delle regioni. L’anglicizzazione della nostra lingua è il risultato di questo nuovo pensiero-clone, come se l’Italia fosse una provincia a stelle strisce dove il re diventa king. Quando persino la nostra società civile insegue questi modelli senza saper sviluppare un pensiero proprio, distaccato e critico, inevitabilmente anche la nostra lingua si adegua, e nel suo anglicizzarsi si avvia a diventare un dialetto di un mondo che pensa e parla seguendo gli Usa. Poco importa che il re sia “buono” e si chiami Biden o Obama o che sia cattivo come Trump (che in fin dei conti ha solo gettato la maschera). Mentre i movimenti per la pace si trasformano in quelli per la de-escalation invocata da tutti come se fosse un valore, dal punto di vista linguistico il nostro destino sembra segnato:
…e sempre in english dobbiam parlare
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #rassegnaStampa
il plurilinguismo fa male al King
fa male al globish, fa male ai Vip
diventan tristi se non lo speak. -
CW: Contiene svastica
Non sapevamo cosa fosse.
Non sapevamo cosa fosse
NON SAPEVAMO COSA FOSSE????? :0080:
-
L’italiano a 90, per dirla con la Gabanelli
Di Antonio Zoppetti
Davanti all’aggressione unilaterale dell’Iran che ha finito per coinvolgere anche i Paesi alleati e il mondo intero, ha fatto discutere l’uscita colorita di Milena Gabanelli al Tg7 a proposito della nostra sudditanza nei confronti degli Usa:
Mi pare che quello che è successo 80 anni fa è stato ripagato. Li abbiamo ringraziati. Continuiamo a ringraziarli, continuiamo, dobbiamo continuare a farci i conti, (…) sono il nostro più forte alleato. Però non è che Dio ci ha ordinato di metterci a 90.
Queste parole sono state riprese in molti dibattiti televisivi, e qualche fanatico del politicamente corretto (perlopiù anglomane) ha deprecato questo linguaggio “patriarcale”. Per molti il problema è questo, evidentemente, e non il nostro servilismo nei confronti degli Usa, a cui siamo ormai assuefatti.
Ritengo Milena Gabanelli una dei migliori giornalisti italiani, e trovo la sua espressione efficace, anche perché è un simbolo di sottomissione che appartiene alla lingua del popolo, benché si voglia eradicare e ridurre a linguaggio clandestino. Tuttavia, mi piacerebbe tanto fare notare alla giornalista che il nostro atteggiamento prono non riguarda solo gli aspetti militari, politici o economici, ma coinvolge anche quelli sociali e linguistici, un risvolto ignorato e sottaciuto da tutti. Eppure la lingua è solo la spia della nostra attuale società. Non è un caso che mentre in Spagna – Paese a bassissimo tasso di anglicizzazione – Sánchez ha condannato l’illegalità dell’aggressione e ha vietato di utilizzare le proprie basi militari, noi – che siamo i più anglicizzati di tutti – ci ritroviamo un presidente ignavo e cerchiobottista, incapace di prendere posizioni nette e a schiena dritta (almeno fino a quando gli americani non ci diranno che posizione assumere e non ci faranno genuflettere come per loro è più conveniente).
Dovremmo riflettere maggiormente su questa relazione tra lingua e società, e credo che la Gabanelli dovrebbe prendere atto che dal punto di vista linguistico anche lei – davanti agli Usa – è posizionata a novanta, e che il suo linguaggio piuttosto anglicizzato (come quello della sua categoria) è l’espressione dello stesso servilismo che denuncia sul piano politico, a cominciare dai nomi delle sue più note trasmissioni: da “Report” – che ha sempre pronunciato all’americana, con spostamento dell’accento (repòrt) al posto della dizione storica italiana (rèport) – fino al nuovo “DataRoom”, presentato come rubrica di “data journalism“.
Mentre la nostra intera egemonia culturale – o l’attuale clima intellettuale, per chi non ama queste categorie gramsciane ultimamente fatte proprie anche dalla destra – è formata da anglomani che non si preoccupano affatto dell’invadenza degli anglicismi, qualunque cittadino di buon senso assiste al tracollo dell’italiano e al quotidiano stillicidio che opera attraverso la sostituzione della nostra lingua con l’inglese. Un fenomeno che ci sta travolgendo e che riguarda ormai ogni ambito.
L’italiano a 90 gradi
Un tempo circolava una massima politicamente scorretta ma significativa, tornando alle battute pecorecce: “Se il padrone ti incula, non dimenarti! Faresti solo il suo gioco!”. Forse è questa la strategia assunta dalla nostra intellighenzia di fronte alla lingua dei padroni, e forse c’è anche chi preferisce fare il loro gioco, invece di sottrarsene. La settimana scorsa, per esempio, a proposito della storia infinita del caso Garlasco sono spuntati dei titoli di giornale che annunciavano la “discovery”, una parola che temo tornerà presto in primo piano con una certa evidenza, nei prossimi mesi. Non è affatto un tecnicismo della nostra giurisprudenza, ma nel sistema anglosassone indica la “conoscenza degli atti” o “l’accesso alle prove”, ed è dunque un’espressione di chi vuol fare l’americano come Nando Mericoni. Per comprendere come certi giornalisti di cronaca giudiziaria siano costantemente a 90 davanti alla lingua d’oltreoceano basta leggere il “ranking” del Corriere a proposito di un “contest” per assegnare un bollino Top alle 200 “low firm” d’eccellenza dei nostri studi legali.
Passando ad altri settori dove l’attuale questione della lingua è piuttosto accesa, come il sessismo e il politicamente corretto, c’è da notare che mentre “il mettersi a 90” è tacciato da qualcuno di essere “patriarcale” e suscita polemiche, sul fronte dell’anglicizzazione tutto tace, e anzi, nel passaggio da una sinistra ex-comunista a quella progressista che si fonda sulla cultura dei democratici d’oltreoceano, si vuole proprio introdurre e privilegiare l’inglese attraverso la denuncia del body-shaming invece che della derisione fisica, del green invece dell’ecologico o del verde, del pink-washing invece del femminismo di facciata, e su questa strada va a finire che anche la vecchia questione dell’emancipazione femminile viene sostituita dal nuovo concetto di “empowerment” da parte delle “Women in Food”, mentre il divario salariale di genere diventa gender pay gap. Ma anche chi, a destra, prima di andare al governo presentava traballanti disegni di legge per frenare gli anglicismi poi si è presentato come underdog e ha introdotto il Ministero del Made in Italy invece di quello per il prodotto italiano, in un contesto dove la Santanché, per difendere l’italianità del nome “Cervinia” si appellava alla reputation del brand, e per difendere l’italianità nel mondo dava vita a un ossimoro denominato Open to Meraviglia.
Per i nuovi “suprematisti dell’inglese” di ogni schieramento, insomma, fare propria la lingua dei padroni è più importante del ricorso all’italiano. E questo vale in ogni ambito, da quello istituzionale (jobs act, cashback, caregiver, welfare….), a quello economico, da quello lavorativo a quello informatico, mentre la newlingua che proviene da ogni settore (sportivo, giornalistico, cinematografico, scientifico, pubblicitario…) finisce per rimescolarsi e transitare da un ambito all’altro. E così se nell’editoria (che si chiama ormai publishing) l’editing e gli editor hanno rimpiazzato le revisioni dei redattori, anche la manipolazione genetica in un primo tempo ha cominciato a essere indicata con “editing genetico”, ma adesso si parla direttamente di “Gene editing”, mentre dopo la Brexit un concetto antico come “piano di uscita” cede il posto all’exit strategy di Trump, di cui si riprendono le espressioni come nel caso del Board of piece, così criticato nella sostanza, ma fatto nostro nella sua denominazione inglese che in Francia e Spagna traducono in modo naturale con Consiglio o Giunta per la pace.
Questo è “l’italiano” in uso nel Duemila, anche se qualche linguista negazionista vorrebbe farci credere che è tutta un’illusione ottica, una moda passeggera o un fenomeno superficiale. Al contrario, la profondità del fenomeno è così radicata da coinvolgere appunto la stessa editoria, che un tempo era un asse portante della nostra lingua dalla storia letteraria.
L’itanglese alla conquista dell’editoria
Mentre la Hoepli, la più grande libreria di Milano, oltre che una prolifica casa editrice, dopo più di 150 anni di storia si avvia verso la liquidazione (un’exit strategy anche questa), vale la pena di riflettere sulle “news”di un’altra casa editrice, la Feltrinelli, un tempo un punto di riferimento culturale fondamentale per il nostro Paese. Un lettore (Gianluca Trolese) mi ha segnalato un’iniziativa dedicata al “romance” che appare come l’emblema dell’itanglese. e mostra una linea editoriale in prima linea nell’esprimere la nostra nuova cultura colonizzata.
La cosa più grave non è che i libri romantici, d’amore o la letteratura rosa siano ormai denominati “romance”, ma che si ridisegni l’intero settore dell’editoria con categorie in inglese a partire dai sottogeneri sino ai titoli dei libri che – come i film – non vengono nemmeno più tradotti. Una simile operazione culturale prevede di ricalcare, se non clonare, i concetti e le logiche commerciali d’oltreoceano nella loro stessa lingua: dopo un “Benvenutə nella casa del romance” che sfoggia lo scevà per riscrivere le regole dell’italiano, si procede con la sua anglicizzazione introducendo e spiegando il concetto di “trope” – cioè un tema ricorrente – suddiviso in otto categorie editoriali tutte espresse in inglese, e cioè Office Romance, Fake dating, Enemies to lovers, Second chance, High School Romance, Spicy Romance, Spicy Romance, Grumpy x Sunshine romance e Friends to lovers.
Scorrendo i titoli classificati e pubblicizzati in questa sconcertante mappatura editoriale, spicca il fatto che siano quasi tutti in inglese invece che tradotti. E infatti sono affiancati dallo strillo “edizione italiana” che fa capire che si tratta di libri in italiano, nonostante i titoli, e dunque serve per distinguerli dalle edizioni in lingua originale. Questa comunicazione è fatta con una logica ben ponderata e gerarchizzata: i titoli e le categorie sono in inglese (il vertice intoccabile della diglossia che si viene a creare), e all’italiano si ricorre per spiegare gli stessi concetti nella nostra lingua inferiore al popolino e per educarlo: “Small Town Romance – Segreti e amori impossibili da dimenticare: le storie più intense ambientate in piccole comunità dove il passato continua a bussare”. Oppure: “Uno dei trope più amati di sempre: lo Slow Burn. Nessun colpo di fulmine, nessuna dichiarazione a pagina 30. Qui l’amore richiede tempo.”
In questo modo, tra “Dark Romance e le sue sfumature” e “LGBTQ+ Romance” anche i romanzi rosa di età vittoriana – come si diceva fino a ieri – si trasformano nell’”Era del Regency Romance”, ambientato “nell’Inghilterra dell’Ottocento, tra salotti da tè, debutti in società e rigide convenzioni sociali”.
Il fatto che una delle più prestigiose case editrici italiane stia seguendo questo tipo di comunicazione che riduce il mercato dei libri a sottoprodotto di una cultura globale cannibale è un segnale preoccupante e allo stesso tempo eloquente. Questo disegno inseguito da sempre più realtà porta allo sfaldamento del nostro patrimonio linguistico storico, e altro non è che il riflesso di un popolo e una società finiti, più che semplicemente a 90 gradi. Ma mentre sul piano socio-politico e militare – anche se tanto non si può fare niente – il nostro servilismo nei confronti dello zio Sam è perlomeno criticato da qualche intellettuale come la Gabanelli, sul piano linguistico non si registra alcuna reattività. Tutto si anglicizza nel silenzio – e con la complicità – di una classe dirigente che sembra non rendersi nemmeno conto di ciò che sta avvenendo, a quanto pare.
Invece di ribellarci, in fin dei conti, preferiamo fare il gioco dei padroni (tanto c’è la vaselina, per cui poco male).
#americanizzazione #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
Posa il fiaschetto Romì.
#FamigliaNelBosco
#NonÈbuzz
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Dai prestiti alla colonizzazione linguistica: il caso “strike” e il ruolo dell’IA
Di Antonio Zoppetti
Per raccontare la distruzione in atto in questi terribili giorni di guerra, i giornali operano la consueta distruzione della lingua italiana (vedi immagine), e tra summit, compound, raid, task force, intelligence e bunker (parola in uso nell’angloamericano, anche se l’abbiamo importata dal tedesco nella Seconda guerra mondiale) mi ha colpito soprattutto l’uso di strike al posto di bombardamento, un uso che non è affatto registrato negli attuali vocabolari (ma i giornalisti se ne fregano). E siccome i dizionari si basano a loro volta sulla lingua soprattutto dei giornali, non ci vuole molto a scommettere sul fatto che nelle prossime edizioni sarà annoverata anche questa nuova accezione, se qualcuno non l’ha già inserita.
Lo strike, inteso come un colpo vincente – dunque con un’accezione positiva –, è entrato già da molto tempo nella lingua italiana dal linguaggio sportivo per indicare un lancio imprendibile da parte del battitore nel baseball – che nel gergo del tennis è invece “ace”, visto che non sappiamo far altro che ripetere l’inglese – e soprattutto per designare il colpo fortunato che fa cadere tutti i birilli nel gioco del bowling. Mentre il baseball non ha mai fatto troppo presa da noi, le sale da bowling sono state invece importate e introdotte, e così, se un tempo le vedevamo solo al cinema o nei cartoni animati dei Fleenstones (che negli anni Sessanta erano ancora tradotti come “gli antenati”) da tempo esistono anche da noi, che possiamo finalmente dedicarci a questa bellissima attività e fare i nostri strike.
Poiché la lingua è metafora, una volta affermato questo “tecnicismo” di settore, come impedire di usarlo in senso lato per indicare un qualunque colpo vincente anche fuori da questo gioco?
Questo stesso uso ha riguardato il bingo, il tombolone americano che ancora una volta è stato poi importato anche da noi, seppur con poco successo. Ma, con la complicità del doppiagese in uso per tradurre i film d’oltreoceano, l’espressione fare bingo, che corrisponde al vecchio fare tombola, si è diffusa ugualmente, e oggi – anche se tutti hanno giocato a tombola ma ben pochi al bingo – ha una frequenza ben più alta del corrispondente italiano, mentre fare strike è una terza possibilità meno diffusa.
Dal bowling a bombardamenti e scioperi
Per i linguisti che credono di poter spiegare la complessa questione dell’interferenza dell’inglese con gli schemini dei cosiddetti “prestiti linguistici”, fin qui va tutto bene: abbiamo “preso in prestito” la parola strike del bowling – che non è proprio come il gioco dei birilli, per carità – e poi l’abbiamo utilizzata anche in senso lato, facendola uscire dall’abito tecnico per introdurla nella lingua comune.
Quello che è successo dopo, però – e che sta esplodendo nel Duemila – non è più interpretabile alla luce dei semplici “prestiti”, stiamo assistendo al riversamento dell’inglese nelle sue infinite accezioni.
Un conto è il trapianto – più che il prestito – di una parola inglese con la sua accezione limitata a un certo ambito settoriale, un conto è l’importazione della stessa parola in tutte accezioni che circolano in inglese, non ci vuole molto a capirlo. E poiché in questa lingua la parola strike può indicare anche uno sciopero, ecco che i giornali che si riagganciano agli eventi globali non perdono l’occasione per “prendere in prestito” anche questa accezione ed educare tutti alla lingua dei padroni: e così, tra italianate come “jobs act” e anglicismi come flashmob o Climate Action Week, ci educano anche al Global Strike o allo Strike Meeting, anche se a nessun italiano verrebbe in mente di parlare di strike invece che di sciopero, almeno per ora (forse è solo questione di time).
Frugando tra i neologismi della Treccani, nella zona grigia delle nuove parole che circolano ma non hanno ancora raggiunto quella stabilità necessaria per essere accolte in un dizionario, si trova anche l’espressione strike price di ambito economico (in italiano prezzo di esercizio), e “first strike” (2008) usata per indicare il primo attacco o un attacco preventivo, che nei giornali di questi giorni diventa direttamente strike, che si allarga per indicare non più solo il primo attacco ma un qualunque attacco, che però si può rendere anche con raid, l’importante è non usare l’italiano.E infatti nella lingua dei giornali invece dei vertici si diffondono i summit o i meeting, lo spionaggio o i servizi segreti cedono il posto a intelligence, le squadre speciali alle task force, e visto che l’informazione in tempi di guerra è inseparabile dalla propaganda, a ogni bombardamento che distrugge un isolato emerge la parola compound. L’assassinio pianificato di Khamenei e di tutta la sua cerchia con un bombardamento che in pochi secondi ha abbattuto un intero quartiere pieno di gente viene raccontato come un innocente strike (che evoca appunto il colpo vincente) su un compound, come nei videogame che sostituiscono i videogiochi, mentre c’è chi preferisce usare la parola eliminazione, invece di assassinio, in un’edulcorazione giustificazionista della guerra dove l’invasione del Libano diventa uno “sconfinamento” e il ricorso all’inglese si inserisce spesso in questo modo di fare giornalismo di propaganda.
Questo fenomeno, più che con i prestiti, ha a che fare con la colonizzazione dell’inglese che fa tabula rasa della nostra lingua. Davanti alla parola “colonizzazione” in molti storcono il naso, perché la associano al colonialismo, ma la colonizzazione, in biologia, indica semplicemente la conquista di nuovi territori da parte delle specie che occupano nuove nicchie ecologiche con successo, ed è questo il meccanismo che avviene con gli anglicismi: escono dal loro territorio di origine, vengono trapiantatati nell’italiano con successo – o per le pressioni esterne del globalese o per la mania tutta interna di prendere “in prestito” l’inglese – e dunque si allargano e si riproducono colonizzando il nostro lessico. La colonizzazione basata sul potere morbido – il soft power esercitato dal cinema, da Internet, dall’egemonia culturale e dalla politica – opera attraverso le leve del marketing, della pubblicità e della persuasione che sono molto più efficaci delle vecchie campagne militari del colonialismo. E ad alimentare questo subdolo riversamento dell’inglese, da qualche tempo, c’è un nuovo e potente strumento di colonizzazione: l’IA che però viene chiamata AI e viene anche pronunciata sempre più spesso all’americana, il che non è né un caso né un semplice “prestito”.
La colonizzazione linguistica dell’inglese perpetrata dall’IA
La scrittura automatica dell’intelligenza artificiale si fonda su un processo di addestramento basato soprattutto sull’inglese e finisce per diventare uno strumento di propagazione dell’angloamericano. E così, se chiediamo all’IA di Google che cosa significa strike in italiano, la risposta non si basa sui dizionari italiani che riportano solo l’accezione del bowling e del baseball, ma su quelli inglesi che diventano la fonte primaria per sparare delle definizioni “italiane” che non corrispondono di certo alla nostra lingua, perché l’intelligenza artificiale ragiona in inglese e se ne fotte dell’italiano, esattamente come l’intelligenza (o stupidità) naturale della nostra classe egemone.
Ho provato a chiedere a AI Mode di Google: “Cosa significa strike in italiano?”
Risposta:
Il termine inglese strike ha diversi significati in italiano, a seconda del contesto in cui viene utilizzato:
Sciopero: È il significato principale nel linguaggio comune e sindacale (es. ‘to call a strike’ significa indire uno sciopero).
Bowling: Indica l’abbattimento di tutti i birilli con il primo tiro di una manche.
Baseball: Si riferisce a un lancio giudicato valido ma non ribattuto correttamente dal battitore.
Finanza: Lo ‘strike price’ (o prezzo di esercizio) è il prezzo al quale il possessore di un’opzione può acquistare o vendere l’attività sottostante.
Social Media (YouTube/Twitch): Indica una sanzione o un avvertimento ricevuto per aver violato le linee guida della piattaforma o il diritto d’autore.
Militare: Significa attacco o incursione, spesso aerea (es. ‘air strike’).
Significati verbali: Come verbo (to strike), può significare colpire, percuotere, impressionare o raggiungere un accordo.In buona sostanza il sistema sovrappone all’italiano i significati in inglese, dunque il primo significato sarebbe quello di sciopero – venduto come “significato principale nel linguaggio comune e sindacale” (ma quando mai?) –, vengono introdotte le accezioni usate dalle piattaforme sociali americane, e addirittura si vaneggia su presunti altri significati verbali che non appartengono certo alla nostra lingua. Queste risposte non hanno niente a che vedere con ciò che riportano i dizionari italiani (non è che se traduciamo in italiano un dizionario d’inglese il risultato è un vocabolario italiano!), ma poiché sempre meno italiani consultano i vocabolari (che a volte non sanno più nemmeno usare) e si affidano all’IA e a Google che diventano le nuove risorse e bussole lessicali precotte, quale sarà la conseguenza del loro affermarsi?
Non ci vuole un genio per comprendere che non possono che favorire le espressioni inglesi, che in questo modo fanno regredire l’italiano e ci colonizzano.
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Alle 21,00 il #derby dei derby.
L’Inter riparte dal 2-0, il #milan riparte da #leao.
Il contratto blinda #pogba anche se è rotto. -
In Italia gli anglicismi avanzano, mentre in Francia esplodono le denunce
Di Antonio Zoppetti
L’altro giorno leggevo che la Carta acquisti destinata alle fasce sociali deboli, ma più nota come “social card”, è stata reintrodotta con il nome di “Carta dedicata a te”, il che non impedisce ai giornalisti di “sintetizzare il concetto” attraverso l’inglese, anche quando cozza con l’immagine che raffigura una tessera in italiano, che comunque è messo in secondo piano, sfumato o semplicemente cancellato come se non esistesse.
Questo modo di dare le notizie, invece di produrre un effetto estraniante e suscitare delle reazioni infastidite, ha ormai subito un processo di normalizzazione, in una cultura – che ho definito appunto “coloniale” – dove sempre più concetti e oggetti si esprimono nella lingua superiore dell’anglosfera.
Perciò, davanti ai gatticidi – visto che i killer hanno sostituito gli assassini – si parla di un ipotetico serial killer dei gatti di Cogne che per essere catturato avrebbe bisogno di un profiler.
La lingua dei mezzi di informazione, che un tempo – quando le masse erano ancora in gran parte dialettofone – ha contribuito enormemente a unificare l’italiano, oggi lo sta invece anglicizzando. La conseguenza è che questo stilema linguistico anglomane normalizzato si estende, viene preso come modello, ripetuto e interiorizzato anche dalla gente in un processo di assuefazione. E così accade che qualcuno preferisca chiamare il proprio gatto con un nome in inglese – Joy – perché siamo ormai in presenza di una “diglossia lessicale” dove tutto ciò che suona in inglese è più solenne, moderno e preferibile a cominciare dal “profiler”.
L’insostituibile e innovativo concetto di profiler
Chi diamine è un “profiler”? Perché non parliamo di “profilatore”?
La premessa è che dal 2000 al 2006 è andata in onda sulla Rai una serie intitolata Profiler, affiancata da un’espressione italiana (Intuizioni mortali) secondo la logica che dagli anni Novanta si è imposta anche al cinema. Le multinazionali statunitensi esportano i propri prodotti con denominazioni inglesi intoccabili a partire dai titoli dei film (dunque siamo passati da Guerre stellari a Star Wars, dall’Uomo Ragno a Spiderman, dal Monopoli al Monopoly). Questa espansione dell’inglese dei mercati ha da tempo portato a utilizzare l’inglese per denominare qualunque ruolo professionale o carica lavorativa (dai manager sino ai pet sitter), in una più ampia anglicizzazione delle funzioni e dei processi del settore (outsourcing, joint venture, part time…). Dunque, lo psicologo criminale che ha il compito di individuare un profilo psicologico di chi commette un delitto diviene profiler, che inizialmente si introduce e diviene popolare attraverso l’intrattenimento televisivo, e poi si emula nella realtà attraverso una compiaciuta alberto-sordità che ci spinge a voler fare gli americani. Profiler finisce dunque per ricavarsi un significato tecnico legato alla criminologia assente nell’inglese (dove profiler è un generico disegnatore di profili oppure una macchina sagomatrice). In questo contesto, l’esperto “inviato da fuori” – cioè il deus ex machina che ci proviene dall’anglosfera – si esprime con i concetti di quella lingua, e guai a tradurli! Non avrebbero la stessa portata, e la prima cosa da fare, davanti all’inglese incipiente è quello di difenderne l’autonomia, nel tentativo di dimostrare che esprime qualcosa di diverso dall’italiano: profiler (sott. criminale) non è proprio come profilatore (criminale).
Per comprendere come agiscono i serial killer dell’italiano basta leggere il blog di un’università italiana che ci spiega come stanno le cose (e ci educa) in una guida pratica per diventare “profiler”:
Se sei uno studente appassionato di giustizia penale e sei affascinato dalla risoluzione di casi complessi, potresti aver sentito parlare della figura del profiler criminale. (…) È fondamentale distinguere tra profilo criminale strumento investigativo e la figura del criminologo. Il criminologo studia le cause sociali, psicologiche e culturali del crimine, mentre il profiler si concentra su raccogliere indizi sulla scena del crimine, le tracce forensi e la dinamica del reato per ricostruire il profilo psicologico dell’autore e orientare le indagini. (…) Diventare un profiler criminale richiede un percorso di specializzazione ben preciso. Tuttavia, è importante sottolineare che in Italia la figura del criminal profiler non è ancora inquadrata ufficialmente.
Da notare che non c’è alcuno sforzo di chiamare le cose in italiano, profiler è introdotto senza alternative, come qualcosa di necessario, e accanto alla forma ibrida (profiler criminale) viene introdotta anche la variante inglese completa con inversione sintattica (criminal profiler). Si chiama così. Punto.
Sarebbe però interessante avere un profiler linguistico che analizzi il profilo psicologico malato di chi concepisce certe idiozie che sembrano sgorgare dalla scrittura di un’intelligenza artificiale (denominata AI invece di IA, of course).
In Italia – si legge nell’articolo – il “criminal profiler” non è ancora una realtà, e dietro quell’ancora c’è una ben precisa visione di un’italietta arretrata rispetto a quella americana; ma verrà il giorno che anche noi primitivi ci evolveremo e finalmente anche da noi ci sarà un esercito di criminal profiler con le loro insostituibili competenze che derivano dal chiamare le cose in inglese.
Il paradosso comunicativo di una simile propaganda è che mentre il criminal profiler è venduto come un traguardo che comprende “pattern e motivazioni attraverso le tecniche del criminal profiling” e del “profiling psiologico” (“profilazione” non è una parola contemplata), non esiste una laurea specifica in criminal profiling, dunque non resta che intraprendere un percorso in “Laurea in Psicologia Forense o in Giurisprudenza” per poi specializzarsi “con master criminologia online, corso criminal profiling o master in criminologia.”
Insomma, tocca ancora ricorrere alle risorse italiane per aspirare a definirsi con un concetto in inglese.
Il pezzo si conclude con la spassosa indicazione di come diventare profiler dell’Fbi, uno sbocco occupazionale che – come è noto a tutti – rappresenta un’opportunità tra le più gettonate per gli studenti italiani formati a spese nostre che genereranno ricchezze per i Paesi che se li accaparreranno nella cosiddetta fuga dei cervelli.
Colpisce che una simile comunicazione di un ateneo italiano sia caratterizzata da queste baggianate. Colpisce soprattutto lo stile semplice e lineare nel formare il periodo, che ricorda molto quello dei pensierini dei bambini delle elementari, che assurge invece a esprimere qualcosa di più complesso solo attraverso i paroloni in inglese.
Questo comunque – che piaccia o meno – è il nuovo “italiano”.
L’anglicizzazione è un fenomeno mondiale
Tullio De Mauro – dopo aver passato una vita a negare che l’itanglese fosse un problema (cfr. “Gli anglicismi? No problem, my dear”) – nel 2016 si è dovuto ricredere davanti ai nuovi dati, e ha cambiato prospettiva arrivando ad ammettere che siamo ormai in presenza di un vero e proprio “tsunami anglicus” che sta travolgendo non solo l’italiano, visto che il fenomeno è planetario.
Gli anglicismi sono l’effetto collaterale della globalizzazione che esporta l’inglese come lingua internazionale dei mercati, come ho provato a ricostruire in un libro che analizza il caso italiano. Ma a colonizzare il mondo con la terminologia e il lessico d’oltreoceano non c’è in gioco solo il globalese delle multinazionali e la supremazia culturale, economica e sociale degli Stati Uniti. Queste enormi pressioni esterne si confrontano con le pressioni interne legate alle lingue locali che nei singoli Paesi arginano questo fenomeno.
In Italia purtroppo, le pressioni interne della nostra classe dirigente – dalla politica alla cultura, dalla scienza alla tecnica – puntano al prestigio dell’inglese e dunque agevolano questo processo, invece di frenarlo.
E noi cittadini cosa possiamo fare davanti a questo scempio, a parte brontolare? Niente. Siamo in balia di questa newlingua di classe, un ibrido traboccante di orgoglioso inglese con cui si educano i nuovi italiani, spesso dall’alto, e spesso in modo istituzionale, a partire dal governo, dalle Poste italiane, dalle Ferrovie dello stato, dagli atenei universitari…
Non possiamo che guardare questo scempio infastiditi e impotenti, mentre ci sono linguisti che invece di deprecare tutto ciò, negano che l’interferenza dell’inglese sia preoccupante senza addurre motivazioni plausibili, e brindano alla modernità di questo nuovo inglese coloniale, che chiamano internazionale, come si brindava sul Titanic.
In Francia, invece, esistono delle leggi che tutelano il francese e i francesi, e nel linguaggio istituzionale e ufficiale è vietato usare parole straniere (anche se queste si declinano quasi sempre con l’angloamericano). Naturalmente l’anglomania e gli anglicismi impazzano anche lì, ma il fenomeno è attenuato a partire dai giornali, mentre l’Académie française (come la Real Academia Española del resto) stigmatizza le parole inglesi e crea alternative autoctone che diffonde, e che spesso sono recepite anche dai giornali, in un contesto politico che tutela i cittadini e la trasparenza della comunicazione. E così esistono commissioni per l’arrecchimento del francese e banche terminologiche ufficiali che traducono ogni tecnicismo, per cui il ricorso all’inglese diventa una scelta espressiva sociolonguistica e non una necessità, come da noi.
Le oltre 90 denunce di Daniel De Poli e dell’associazione Francophonie Avenir
In Francia, davanti all’anglicizzazione è possibile intervenire da un punto di vista legale, e fare causa agli enti che non rispettano le leggi. Come fa Daniel De Poli che mi ha segnalato la sua nuova “rivoluzione francese” sul piano della lingua.
Membro dell’associazione per la difesa della lingua francese Francophonie Avenir, tra giugno e luglio scorsi, Daniel ha dato vita a una delle più massicce e sistematiche operazioni di denuncia mai realizzate, inoltrando ben 90 lettere destinate alle università, alla Corte di Cassazione, al consiglio di Stato e a tutti gli enti pubblici francesi – compreso trenitalia.fr – che utilizzano illegalmente gli anglicismi che sulla carta dovrebbero invece evitare. Chi vuol vedere quello che sta facendo, può consultare la pagine dell’associazione che raccoglie tutti i Ricorsi amichevoli presso università e collettività; ma decine e decine di altre lettere – mi scrive – sono in preparazione e a tutte queste seguiranno i ricorsi in tribunale veri e propri, se non sortiranno effetti.
“La cosa importante da ricordare è che solo un’azione legale può produrre risultati nella lotta contro gli anglicismi” mi ha spiegato. “Se si inviano semplici lettere di protesta, spesso non succede nulla. Ma davanti al rischio di un’azione legale, i lupi si fanno agnelli e di solito provvedono a eliminare gli anglicismi. Per gli altri che non si adeguano, invece, saranno i tribunali a imporre loro di conformarsi e a multarli.”
Questa linea sta funzionando, e Daniel è stato definito da Le Figaro “il cacciatore di anglicismi che è diventato il benevolo terrore della stampa francofona”. L’agguerrito contrattacco all’anglomania ha già portato a molte condanne, come quella dell’aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine di cui ho già riferito in passato, o quella dell’Università di Bordeaux condannata lo scorso dicembre per l’uso di anglicismi nella sua segnaletica (un elenco di tutte altre condanne è disponibile sul sito di Francophonie Avenir).
Questi ricorsi legali non solo portano all’eliminazione dei singoli anglicismi illeciti, ma finiscono con il creare un clima culturale in antitesi a quello anglomane, in una stigmatizzazione del “franglais”, visto che il problema non sono i singoli anglicismi, ma l’anglomania da cui scaturiscono. Dunque in Francia davanti all’anglicizzazione esiste – ed è possibile – una resistenza, mentre in Italia ci sono solo i “collaborazionisti” – per riprendere le parole del filosofo francese Michel Serres – della dittatura dell’inglese; e l’itanglese prospera proprio a partire dal linguaggio istituzionale.
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Il reato di “freezing” e il congelamento della lingua italiana
Di Antonio Zoppetti
La settimana scorsa, in Parlamento, ci sono stati duri scontri sul cosiddetto “Ddl stupri” per riformare la legge sui reati sessuali, anche se alla fine non è stato raggiunto alcun accordo e tutto si è per il momento arenato.
Dal punto di vista legislativo la questione spinosa era legata alle modalità di esprimere il consenso all’atto sessuale: deve essere “esplicito” (dunque senza un “sì” ci può essere la punibilità) o più semplicemente “riconoscibile” (dunque un’accettazione manifestata in altre modalità rispetto a quelle verbali)? Oppure è violenza solo in caso di manifesto “dissenso”?
Mentre infuriava la polemica su questo passaggio, dal punto di vista linguistico è emerso un anglicismo che ha tutte le caratteristiche per attecchire, se il dibattito tornerà in primo piano, e cioè il concetto di “freezing” che moltissimi giornali si sono immediatamente affannati a divulgare. E, come al solito, ci hanno martellato con il “nuovo reato di freezing” in modo improprio, visto che non è il “congelamento” (mentale) a essere un reato, e soprattutto questa parola non è affatto inclusa nella proposta di legge, ma ricorre solo nel dibattito in proposito.
Nel sommario della discussione avvenuta in Senato, per esempio, il freezing è stato esplicitamente utilizzato due volte, come fosse un tecnicismo ricorrente, per indicare il “blocco emotivo” davanti a un approccio sessuale inaspettato, dunque il rimanere paralizzati, impietriti, pietrificati, sbigottiti, incapaci di reagire… in altre parole un concetto antico e vecchio come il mondo – congelamento in senso letterale o lato – che però oggi si vuole esprimere in inglese come fosse una novità, in una più ampia ri-concettualizzazione delle cose in questa lingua (il “lessico del nuovismo”).
Colpisce che nella discussione sia proprio il presidente Giulia Bongiorno (lo riporto la maschile come piace a lei) a citare il “cosiddetto freezing” per indicare il “congelamento mentale” e l’impossibilità di esprimere il proprio dissenso/consenso davanti a un approccio a sorpresa. Nel 2018, infatti, quando la Bongiorno era ministro della Pubblica Amministrazione, si era espressa esplicitamente (dissenso esplicito?) contro l’eccesso di inglese nel settore su cui si riproponeva di intervenire. Ma si sa che tra il dire e il “parlare” c’è di mezzo la lingua d’oltremare… dunque da dove viene questo “freezing” che sgorga proprio dalla sua bocca?
Freezing: dalla lingua di settore a quella comune
L’espressione circola già da qualche anno in ambito legislativo, e proviene da quello psicologico. Il fatto è che se l’inglese si configura come la lingua internazionale della scienza, poi anche tutta la concettualizzazione terminologica finisce per essere importata in inglese, e dunque la paralisi o il congelamento della mente diventa freezing, ma in questo modo è la lingua italiana a essere congelata.
Come andrà a finire?
La questione degli anglicismi incipienti è molto complessa, perché quotidianamente siamo bombardati da centinaia e centinaia di parole inglesi che vengono “virgolettate” senza alcuna traduzione in ogni settore, in una sorta di gara in cui ogni addetto ai lavori privilegia le parole d’oltreoceano (vedi il “board of peace” che impazza solo in italiano, visto che francesi, spagnoli portoghesi, tedeschi… traducono il concetto nella propria lingua). Ho paragonato questo fenomeno a quello della “panspermia”, che è il modo di riprodursi delle ostriche e di molti animali che spargono migliaia e migliaia di larve nell’ambiente. La maggior parte è destinata a morire o a diventare cibo per altri animali, ma la conservazione della specie è garantita dai pochi sopravvissuti che riescono a crescere e a riprodursi. Se la strategia di riproduzione dei mammiferi si basa perlopiù su una prole dal numero molto ridotto che però viene educata e protetta dai genitori sino all’età adulta, quella delle tartarughe consiste in un gran numero di esemplari che vengono invece abbandonati, tanto qualcuno in qualche modo si salverà e potrà a sua volta riprodursi. Gli anglicismi si moltiplicano nell’italiano con questo stesso schema: vengono sparsi in tutto il mondo dall’espansione dell’inglese globale e la maggior parte è destinata a non attecchire, a rappresentare delle espressioni usa e getta che passata la contingenza svaniscono, ma un piccolo numero al contrario attecchisce, si radica e quel punto tende alla moltiplicazione: se un congelatore è freezer e la pratica di congelare gli ovuli per una maternità futura è chiamata “social freezing”, poi freezing entra nel linguaggio degli psicologi al posto di paralisi mentale, e viene ripreso da chi legifera, mentre a livello più popolare si comincia a parlare di freezare (o frizare) in sempre più ambiti e contesti anche in senso lato.
Davanti a questo fenomeno, molti linguisti ritengono che gli anglicismi siano una moda passeggera destinata a svanire o parole usa e getta dalla vita breve – dunque non rappresenterebbero un problema – ma questo punto di vista non tiene conto del fattore “panspermia” che regola con successo la riproduzione di molte specie da milioni di anni, e soprattutto l’obsolescenza è un fenomeno che non riguarda solo gli anglicismi incipienti, ma un po’ tutti i neologismi, anche quelli in italiano. Dunque tra i neologismi – inglesi e italiani – registrati della Treccani la maggior parte svaniranno (il che non significa che “tutti” i neologismi siano obsolescenti), ma tra quegli elenchi ci saranno anche le parole che attecchiranno ed entreranno nei dizionari del futuro.
Se tra queste ci sarà anche “freezing” è difficile dirlo, di sicuro la parola sta facendo il salto da tecnicismo alla lingua comune, visto che i giornali lo stanno divulgando e affermando. E tutto lascia presagire che se il dibattito politico sulla legge sulla violenza sessuale prossimamente si riaprirà con le stesse polemiche della settimana scorsa – amplificate dai titoli e dalle sintesi mediatiche – si radicherà come è avvenuto nel caso di mobbing, stalking e simili, altrimenti rimarrà una parola “congelata” nel proprio ambito psicologico da cui proviene e forse regredirà.
Certo, se davanti all’italiano smettessimo di fare le ostriche e ci comportassimo da mammiferi – come auspicava la Bongiorno quando era ministro – la nostra lingua si arricchirebbe, invece di regredire. Ma a questo punto poco importa che freezing si radichi o svanisca: in fondo è solo uno degli oltre 4000 anglicismi già radicati e registrati dai dizionari, e un anglicismo in più o in meno non fa differenza. La battaglia per la tutela del nostro patrimonio linguistico non sta nelle singole scelte lessicali – che studiano i linguisti – bensì nella nostra attuale anglomania, un terreno che andrebbe studiato da un punto di vista sociologico e in qualche caso anche psicologico.
Per evitare di frizare l’italiano occorre un cambio di paradigma: dovremmo smettere di considerare l’inglese e gli anglicismi come qualcosa di più solenne e prestigioso, dovremmo in fin dei conti smetterla di vergognarci della nostra lingua e riappropriarcene con orgogliosa gioia. Solo così, le parole inglesi, a poco a poco, regredirebbero spontaneamente e potremmo ritornare a parlare di tesserino invece di badge, di luogo invece di location, di tavola da sci invece di snowboard, di scarpe sportive invece di sneakers e via dicendo.
Purtroppo, le attuali contingenze storiche, politiche, culturali e sociali indicano che la direzione che abbiamo preso è un’altra, e anche se freezing dovesse svanire ci sarebbero altri 100 anglicismi pronti a prenderne il posto. E invece di ragionare sull’obsolescenza degli anglicismi, certi linguisti farebbero meglio a occuparsi di quella dell’italiano che davanti alla moltiplicazione dissennata delle nuove parole a base inglese, non fa altro che perdere terreno.
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I suprematisti dell’inglese
Di Antonio Zoppetti
La parola “suprematismo”, che all’inizio del secolo scorso indicava un preciso movimento artistico russo, da più di dieci anni ha acquisito una nuova accezione non più di settore, ma generale, registrata ormai tra i neologismi della Treccani (2014): “Ideologia che si fonda sulla presunta superiorità di un gruppo umano sull’altro o di una religione sull’altra.”
Nel suo significato storico, il termine era un adattamento del russo suprematizm (a sua volta derivato dal latino supremus), mentre la nuova accezione ci arriva dall’inglese supremacist, che indica chi rivendica la supremazia di qualcosa o qualcuno, e per esempio un male supremacist è un maschilista convinto della superiorità dei maschi, mentre i suprematisti bianchi teorizzano la superiorità della razza bianca o comunque il potere delle etnie bianche.
“Suprematismo” si può dunque considerare un “internazionalismo” concepito alla maniera di Leopardi, che aveva notato l’affermarsi ovunque di “europeismi” comuni a tutte le lingue (come dispotismo, analizzare, demagogo, fanatismo…) che avrebbe persino voluto raccogliere un dizionario. Anche se oggi si spacciano per “internazionalismi” le parole in inglese crudo, il poeta di Recanati aveva invece in mente le radici comuni a tutte le lingue che venivano adattate in ogni idioma. La distinzione è fondamentale, perché senza l’adattamento una lingua si sarebbe “corrotta”, ma visto che nel frattempo gli internazionalismi sono ormai quasi solo in inglese potremmo dire che la nostra lingua sia colonizzata, più che semplicemente corrotta.
Fatta questa premessa, l’interferenza dell’inglese arricchisce il nostro vocabolario, quando introduciamo il nuovo significato di “suprematismo” che non solo è adattato, ma è anche perfettamente amalgamato con il nostro sistema linguistico, al contrario per esempio di supremacism che mantiene la pronuncia e la grafia che appartengono alla lingua di provenienza.
E allora il nuovo concetto di suprematismo si può accogliere senza remore come un naturale sviluppo della nostra lingua che si evolve insieme alla storia, alla società e anche in relazione con le altre lingue. E, una volta accettata e fatta nostra la nuova accezione, potremmo usarla anche in altri modi rispetto a quelli in uso nell’anglosfera, dove il termine si impiega di solito per indicare (e criticare) l’ideologia basata sul suprematismo e il potere bianco (white power).Cosa ci impedisce, dunque, di applicare il nuovo significato ai contesti linguistici?
Il suprematismo davanti alle lingue
Perché il suprematismo – ritornando alla definizione della Treccani – dovrebbe limitarsi a indicare solo la “superiorità di un gruppo umano sull’altro o di una religione sull’altra” e non anche la superiorità di una lingua sulle altre?
La Wikipedia, per esempio, definisce il suprematismo o potere bianco “un movimento ideologico basato sull’idea generale che i bianchi siano superiori agli altri gruppi etnici” e precisa che il “termine è talvolta utilizzato per descrivere l’influenza che hanno personalità bianche nella scena politica e sociale globale” e che il “movimento sposa ideologie come il razzismo, l’identitarismo, il razzialismo e l’etnocentrismo”.
Se sleghiamo questi nuovi significati dal loro ancorarsi a situazioni contingenti e passiamo dal particolare al generale, forse sarebbe arrivato il momento di parlare esplicitamente anche del suprematismo linguistico, che al contrario degli altri non viene affatto stigmatizzato. E seguendo la stessa impostazione non ci resta che constatare che i suprematisti dell’inglese sono l’espressione di un’ideologa basata sull’idea che l’inglese sia superiore – o comunque più prestigioso – rispetto alle altre lingue. Le conseguenze di questa prospettiva sono la causa della moltiplicazione degli anglicismi crudi (termini spaccati di volta in volta come più evocativi/moderni/internazionali/maggiormente tecnici…), ma allo stesso tempo i suprematisti dell’inglese sono coloro che ne teorizzano l’egemonia sulla scena globale, e dunque vogliono fare dell’inglese la lingua dell’Ue, dell’università, della scienza… e creare le nuove generazioni bilingui a base inglese nell’intero Occidente (a dire il vero, un luogo che non c’è).
La principale differenza con il suprematismo bianco è che il suprematismo dell’inglese mediamente non è teorizzato, ma dato per scontato e imposto ai cittadini in modo surrettizio. E invece di venir tacciato di essere discriminante, viene esaltato e perseguito attraverso (costosissime) politiche linguistiche internazionali tutte a discapito delle lingue locali. Questo aspetto era denunciato con fermezza per esempio dalla ricercatrice finlandese Tove Skutnabb-Kangas: come il razzismo e l’etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo discrimina in base alla lingua madre e determina giudizi sulla competenza o non competenza dei cittadini nelle lingue ufficiali o internazionali, mentre il monolinguismo a base inglese era per lei un “cancro” a cui andrebbe contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici e del pluralismo, se non vogliamo essere complici del genocidio linguistico e culturale nel mondo (“I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità?”, 1999).
Chi sono i suprematisti dell’inglese e come operano
Il suprematismo dell’inglese nasce dalle politiche neo-coloniali dei Paesi dominanti e dell’anglosfera, che hanno tutta la convenienza a esportare la propria lingua naturale nel loro nuovo impero culturale globalizzato. E così a livello lessicale si diffonde la terminologia in inglese delle multinazionali, mentre la lingua inglese nella sua interezza diviene più o meno ufficialmente quella dell’aeronautica, dei militari, delle organizzazioni internazionali, della scienza, del lavoro…
A favorire e legittimare questa espansione che dà per scontato che tutto il mondo dovrebbe imparare la lingua nativa dei popoli dominati – che non studiano altre lingue e proferiscono che tutti gli altri parlino la loro – ci sono poi i “collaborazionisti” tutti interni che sposano questa visione, e ostentano l’uso dell’inglese con compiaciuto orgoglio in un’alienazione della propria lingua madre vissuta come inferiore. Per costoro non sapere l’inglese è inaccettabile, è una grave forma di “ignoranza”, come se un poliglotta che conosce per esempio il francese, lo spagnolo e il tedesco valesse meno di chi parla solo l’inglese. Ed ecco che quando un politico italiano si trova a dover esprimersi in inglese in qualche contesto, scatta il giudizio mediatico: viene messo alla berlina per il suo cattivo inglese ridicolo (come è accaduto a Renzi, Rutelli e tanti altri), mentre viene esaltato per la sua padronanza dell’inglese nel caso di Draghi o della Meloni. Come se i giudizi sulla qualità di inglese raggiunta avessero qualcosa a che fare con la capacità di essere dei buoni politici.
I collaborazionisti del suprematismo dell’inglese, in Italia, sono i rappresentati dai ceti alti, dall’egemonia culturale di chi sta alla dirigenza, e visto che siamo un Paese satellite degli Usa (anche se ultimante il nostro amore sviscerato è sempre meno ricambiato) tutta la nostra cultura è una mera riproposizione di ciò che arriva d’oltreoceano.
Tra i fantastiliardi di esempi che si potrebbero fare della nuova lingua di classe a base inglese, ne riporto uno che mi ha segnalato Carlo Vurachi: si tratta di un articolo sull’Open innovation della direttrice dell’Osservatorio Startup Thinking del Politecnico di Milano (che per la cronaca è l’università che ha lanciato il progetto pilota di insegnare solo in inglese e di estromettere l’italiano dalla formazione). Nel pezzo (definito un guest post) pubblicato sulla rivista StartupItalia, si parla di joint-Venture e del recente fenomeno del Corporate Venture Building, delle competenze interne per sviluppare l’outbound rispetto all’inbound, del coinvolgimento del Top Management, di orizzonti temporali a volte sganciati dal business as usual, del corporate venture capital (oggi al 25% come componente dell’equity) e via così. La lingua è l’itanglese, non l’italiano, e in questo tipo di comunicazione i concetti sono riproposti direttamente in inglese (Open innovation mica innovazione aperta) e l’italiano si riduce a una lingua secondaria in cui spiegare le cose che si chiamano direttamente nella lingua superiore. In questo modo si educano gli italiani a questa terminologia e a questo abbandono della nostra lingua, e tutto ciò mi pare non sia altro che colonizzazione linguistica (o perlomeno lessicale) per chiamare le cose con il loro nome.
I suprematisti e collaborazionisti dell’inglese che operano in questo e in tutti gli altri ambiti, sono poi supportati da chi viene educato e colonizzato a questa lingua, a partire dai giornalisti che, invece di ricorrere all’italiano riprendono il gergo anglicizzato tecnico e lo ripropongono senza filtri a tutti. In questo processo, come aveva compreso Gramsci, questo modello linguistico ostentato dalle classi egemoni finisce per diventare un modello che per forza di cose si estende ed è poi imitato anche dalle masse nazional popolari: se l’esperto e il giornalista parlano di Open innovation al posto di innovazione aperta finisce che anche l’uomo della strada ripeterà in inglese lo stesso concetto, visto che l’italiano viene estromesso e regredisce. Ma anche Orwell aveva perfettamente compreso che l’affermazione di una lingua non è affatto un processo democratico, ma avviene “grazie all’azione consapevole di una minoranza”. Nel suo 1984, immaginava proprio come il Grande Fratello cercasse di imporre la Novalingua sulla Veterolingua, perché la lingua è potere, e il suo controllo è strategico. Oggi questa newlingua è agevolata dai nuovi strumenti come la cosiddetta intelligenza artificiale, e infatti se interroghiamo lo strumento denominato da Google in inglese – AI Mode e non modalità IA – su cosa sia l’Open innovation ci spiega che si tratta di un modello strategico che prevede la collaborazione con partner come le startup, in un processo collaborativo di condivisione delle risorse interne (licenze, spin-off) rivolte ad altre aziende (modello inside-out), da cui si mutuano allo stesso tempo altre risorse (modello outside-in) anche sfruttando il crowdsourcing.
È così che le lingue, giorno dopo giorno, regrediscono e, incapaci di evolversi con le proprie risorse, finiscono per essere fagocitate dalla lingua superiore praticata dai suprematisti dell’inglese.
Dunque sui giornali gli animali domestici diventano pet (persino i gatti hanno nomi in inglese come Molly), il lavoro da casa è smart working, le anteprime sono trailer, i documentari sono ribattezzati docufilm, e le associazioni suprematiste si denominano in inglese, come l’Italian resuscitation council (il Gruppo “Italiano” per la Rianimazione Cardiopolmonare)
Sarebbe ora di riflettere sul fenomeno con maggiore consapevolezza, e anche di denunciare chiaramente che tutto ciò non significa essere moderni e internazionali, ma soggiogati da un cultura e da una lingua superiore. E che sul piano etico, oltre che pratico, i suprematisti dell’inglese non sono affatto qualcosa di diverso dai suprematisti bianchi, rappresentano un’analoga forma di sopraffazione.
Anche se ormai nella nostra società sempre più globalizzata negli shop (come si rinominano i negozi) si vendono biglietti con gli auguri di Natale in inglese (ma vale anche per gli happy birthday) e anche le icone e le gif animate da inserire nelle e-mail sono spesso direttamente in inglese, al punto che bisogna cercare bene per trovare qualcosa in italiano, in queste feste evitate di augurare Merry Christmas and a Happy New Year allo zio Pino. Evitate il suprematismo dell’inglese e siate orgogliosi del nostro italiano, almeno di quello che ne resta.
Auguri e buone feste a tutti.
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Il “baby blues” e il senso di inadeguatezza dell’italiano (sarà l’italian blues?)
Di Antonio Zoppetti
Fino a pochi anni fa in “italiano” il blues era solo un genere musicale, intradotto come il rock, il jazz, il country, il gospel e via cantando. In inglese la parola significa malinconia, tristezza (anche depressione) ed è stata associata a una musica che esprimeva ed evocava appunto questo stato d’animo. Durante gli anni del fascismo, quando la censura delle parole – ma anche della cultura d’oltreoceano – si faceva sempre più pesante e persino il jazz fu formalmente vietato, tra i melomani circolavano canzoni clandestine dai titoli tradotti letteralmente, come “Le tristezze di San Luigi” (St. Louis Blues), che erano espedienti per aggirare i divieti, e venivano dichiarate così anche nei bollettini dei diritti d’autore, dove anche gli autori erano camuffati allo stesso modo, e Benny Goodman o Louis Armstrong diventavano Beniamino Buonuomo o Luigi Braccioforte.
Ma oggi il baby blues non è una musica eseguita da baby band (da non confondere con lo pseudoanglicismo baby gang), bensì una sindrome transitoria post-parto che colpirebbe ben l’85% delle neomamme, dunque una condizione di tristezza “normale”: stando alle statistiche le anormali sarebbero caso mai le donne che non la subiscono (solo il 25%).
E così, il Corriere di oggi — attraverso l’etichetta “da sapere” — ci educa tutti a questa nuova espressione con il consueto titolo che ci spiega di che cosa si tratta, e come non confondere questo disturbo con la depressione post-parto vera e propria. L’occasione non ci arriva direttamente da qualche studio medico d’oltreoceano, ma di rimbalzo, da un libro della nuotatrice Federica Pellegrini che racconta la propria esperienza.
Il passaggio è importante, perché segna il riversamento dell’espressione in inglese dalla terminologia medica (coloniale) in voga tra gli addetti ai lavori (colonizzati nella mente) alla lingua comune. E con la sua popolarità, la sportiva azzurra diventa una testimonial (per usare un altro pseudoanglicismo tipicamente italiota) della nuova parola.
Perché una mamma italiana, invece di esprimere il suo vissuto in italiano, deve ricorrere all’inglese per raccontare il suo comprensibile sgomento davanti alla maternità e al repentino cambio di vita che comporta?
Perché in un paese satellite come il nostro tutto gravita intorno all’anglosfera. Questa reazione psicologica davanti alla prole è stata studiata negli Stati Uniti ed è stata definita nella propria lingua, il che è perfettamente normale. Non è invece normale che la medicina italiana, al posto di esprimere le cose e i concetti in italiano, adotti la terminologia inglese e solo quella. Ma del resto quando la medicina (e la scienza) si studia direttamente in inglese, e quando anche le università puntano all’insegnamento in inglese, queste cose sono all’ordine del giorno. Basta cercare “baby blues” su Google per accedere a una sterminata documentazione specialistica (ospedali, associazioni, riviste mediche…) che spiegano il baby blues – ma si può dire anche maternity blues per chi ama i sinonimi –.
E in italiano come si dice?
Questo invece non si trova. Nessuno si pone nemmeno il problema di dirlo in italiano. Tra le variegate “definizioni” di questo disagio si trova un po’ di tutto. C’è chi fissa l’insorgenza della reazione emotiva tra il terzo e il quinto giorno dopo il parto – come fa l’IA di Google che però si chiama in inglese: AI mode – , c’è chi allarga la finestra ai primi 15 giorni e chi rimane sul vago, ma tutti si prodigano a differenziare il nuovo concetto anglicizzato rispetto alla vecchia idea della “depressione post-parto” che è invece uno disagio psichico più profondo e lungo. Siamo al non-è-proprismo, insomma: il nuovo concetto in inglese ha l’esigenza di differenziarsi da ciò che già c’è, per avere il suo perché, dunque è importante sottolineare che il baby blues non è proprio come la depressione post-parto, è qualcosa di diverso che ha la sua inesprimibile sfumatura. In questo caso è la sua transitorietà, il suo essere un sentimento passeggero e il suo essere un fenomeno così comune da essere normale. Ma guai a definire tutto ciò con parole italiane e comprensibili come transitorio o passeggero… il nuovo concetto si chiama baby blues. Punto. Solo se persiste allora si può tornare all’italiano e parlare di “depressione”.
Se le mamme che soffrono di baby blues si ritrovano a gestire una transitoria “tristezza ingiustificata”, degli sbalzi d’umore che portano a “pianti immotivati” e a una generale “sensazione di inadeguatezza”, anche davanti alle espressioni in inglese alcuni italiani provano un analogo sentimento di tristezza. Sarà forse l’italian blues?
Purtroppo, però, questo sentimento non è transitorio; è ormai strutturale. Inutile piangere sull’anglicismo versato, c’è ben poco da fare. Non resta che prendere atto del senso dell’inadeguatezza dell’italiano, che è ormai dismesso in favore dell’angloamericano.
E così, se i bambini della cosiddetta “casa del bosco” – invece di andare a scuola come tutti – godevano dell’educazione impartita dai genitori, nell’ultima settimana sui giornali si è parlato quasi solo della legittima possibilità dell’home schooling, non dell’educazione parentale, dell’istruzione domiciliare o genitoriale. E in questo senso di inadeguatezza dell’italiano, parola dopo parola si procede spediti verso la newlingua chiamata itanglese.
Se da decenni abbiamo abbandonato la parola calcolatore per parlare solo di computer, i calcolatori da scrivania (il primo “calcolatore da tavolo programmabile fu l’italianissimo programma 101 dell’Olivetti) oggi sono pc e desk computer, mentre i portatili diventano notebook o laptop e il nuovo tecno-italiano anglicizzato è ben rappresentato da articoli che parlano del gaming (non dei videogiochi) e dell’AI (non dell’IA) da pubblicizzare durante il Black Friday, in cui tra virgolette non ci sono le parole inglesi, ma quelle italiane come “convertibili”, in attesa che qualcuno cominci forse a parlare direttamente di converted.
Intanto, dopo Halloween e il Black Friday, sembrerebbe prossimo anche il passaggio dal “giorno del Ringraziamento” (per il Corriere il “party del grazie”) al Thanksgiving – basta con queste ridicole italianizzazioni forzate – che aumenta di frequenza negli ultimi tempi proprio mente qualcuno sta cominciando a festeggiarlo anche da noi (con tanto di tacchino ripieno come nei film). In una società-succursale che insegue le feste che ci arrivano dalla società-casa madre, del resto, anche il Natale comincia a starci stretto davanti al Christmas World di Villa Borghese.
Sì, è l’italian blues. La tristezza dell’italiano… Oh Yeah!
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Nando Dalla Chiesa e la ribellione alla supremazia dell’inglese
Di Antonio Zoppetti
Voglio segnalare un (rarissimo) articolo che affronta il problema dell’inglese divenuto la lingua internazionale della scienza e ne coglie acutamente sia le ricadute linguistiche sull’italiano – a partire dal proliferare degli anglicismi – sia le connessioni socio-politiche, visto che la diffusione dell’inglese come lingua “franca” è una conseguenza del predominio statunitense sullo scenario mondiale. Un predominio tutto novecentesco che sembra destinato a entrare in crisi.
Il pezzo si intitola “Dopo Mamdani, forse verrà il momento in cui torneremo a parlare il nostro italiano” ed è uscito la settimana scorsa su Il fatto quotidiano. L’autore è Nando Dalla chiesa, di cui avevo già segnalato un altro pezzo, uscito qualche anno fa sullo stesso giornale, che denunciava un vero e proprio “assalto contro la lingua italiana” in atto da molto tempo.
Dalla Chiesa riprende un dibattito che da qualche tempo si è sollevato nel mondo, un dibattito che in Italia è ignorato e sottaciuto:
“Negli scorsi mesi è successo un fatto importante. Un gruppo di reputate riviste scientifiche ha posto un problema tipico del nuovo secolo: se sia cioè fondata la pretesa dell’editoria accademica che i contributi degli autori siano scritti in inglese. Pretesa che va a nozze con la capricciosa abitudine di considerare di valore superiore i risultati di ricerca pubblicati in quella lingua. Perché?, si chiedono le riviste.”
Di solito i giornali – che sono tra i principali “untori” dell’itanglese – talvolta affrontano la questione degli anglicismi con insipidi e marginali articoletti di costume. Ma anche i linguisti – a parte poche eccezioni – sembrano incapaci di cogliere il fenomeno dell’anglicizzazione sul piano extralinguistico e sociale, perché ragionano per compartimenti stagni.
Invece di contare gli anglicismi (ormai “incontabili” e incontenibili) per concludere che sono “pochi” o che sono “una moda passeggera” o che si affermano perché sono parole più sintetiche o internazionali (delle spiegazioni davvero imbarazzanti), Dalla Chiesa sviscera il problema con ben altro spessore, e il fenomeno è finalmente letto nella sua complessità che ha a che fare con il “prevalere incontrastato” dell’”imperialismo economico americano”.“Vi fu un tempo – scrive l’autore – in cui si pensò che la supposta fine delle ideologie più la globalizzazione avrebbero costretto tutti gli ambienti scientifici a uniformarsi alla supremazia dell’inglese, esattamente come nel secolo precedente le diplomazie si erano acconciate alla supremazia del francese. Il che nell’Italia millenaria terra di conquista, e nelle nostre università, si è verificato in forme senz’altro più acute (per restare all’Europa) che non in Spagna, Francia o Germania. Ma oggi che il mondo degli alti studi e della ricerca non è più riducibile – se mai lo è stato – a quello anglofono”.
Gli articoli scientifici in inglese sono attualmente più letti e appaiono più prestigiosi, ma se si escludono le “conseguenze pratiche di bassa cucina che ne sono derivate, a partire da certe carriere parassitarie (l’amicizia con il caporedattore di una rivista gallese che fa più titolo della qualità di una onesta ricerca pubblicata in portoghese o tedesco)” bisogna invece andare “al sodo della questione”.
La domanda che pone chi si “ribella” al globalese è:
“Perché l’intera comunità scientifica mondiale dovrebbe parlare e scrivere nella lingua madre di una sua stretta minoranza? Forse una ragione demografica? No, perché oggi tra le lingue europee quella più parlata al mondo come lingua madre è lo spagnolo. Una ragione di egemonia economica? Nemmeno. Oggi la Cina si avvia a competere con gli Stati Uniti e a sopravanzarli in almeno due continenti.”
“Fu un mio amico manager – continua Dalla Chiesa – a segnalarmi alcuni anni fa il cambiamento in corso. Durante un viaggio in Cina si accorse che gli interlocutori locali capivano perfettamente l’inglese ma rifiutavano di usarlo come lingua per la conversazione, esigendo la presenza degli interpreti. La delegazione cinese non si assoggettava a parlare l’inglese (come invece la delegazione italiana) per orgoglio ma più ancora per consapevolezza della propria forza.”
A proposito dell’ascesa economica della Cina, va detto che se in un primo tempo la sua espansione nello scenario globale è avvenuta attraverso l’inglese, che veniva incentivato nei programmi scolastici e considerato centrale, negli ultimi anni questa politica si è invertita per favorire il cinese. E così non solo l’inglese perde importanza nella scuola primaria e secondaria, ma anche all’università i punteggi legati alla sua conoscenza sono stati abbassati, mentre in molti settori la ricerca scientifica in lingua cinese resiste all’inglese molto meglio di quanto non avvenga in Italia e in molti altri Paesi. Davanti a questa svolta che mette in discussione la primazia dell’inglese sul piano internazionale, un anglomane come Federico Rampini qualche tempo fa si strappava disperato i capelli, perché questa decisione politica mandava definitivamente in frantumi l’idea di realizzare il progetto dell’anglicizzazione del mondo che evidentemente è il suo sogno, oltre che quello dei Paesi anglofoni dominanti che hanno tutta la convenienza a rendere la propria lingua naturale come qualcosa di universale. Ma chi non ha la mente colonizzata capisce benissimo che anche gli italiani – come i cinesi – avrebbero tutto l’interesse di investire sulla propria lingua come strumento di cultura invece di sposare la “lingua dei padroni” che fa tabula rasa del plurilinguismo.
In questo scenario, “la strategia trumpiana per rendere l’America di nuovo ‘grande’ non inverte la tendenza” dell’esportazione dell’angloamericano in ogni settore, osserva Dalla Chiesa, e infatti si può aggiungere che proprio Trump, con un decreto del marzo 2025, ha per la prima volta ufficializzato l’inglese come lingua unica degli Usa, ribaltando i provvedimenti che risalivano a Clinton che al contrario favorivano il plurilinguismo, con linee guida per le agenzie governative che tenevano conto del fatto che molti americani non comprendono benissimo l’inglese, e che la percentuali degli ispanofoni è non solo altissima, ma anche in forte crescita. La svolta di Trump sancisce invece la primazia dell’inglese, che diviene un requisito anche per gli immigrati e gli americani di seconda generazione.
Il nuovo sindaco di New York, “una città di immigrati, costruita da immigrati e oggi guidata da un immigrato”, per riprendere il discorso di Mamdani, è dunque una novità in controtendenza che secondo Dalla Chiesa potrebbe comportare conseguenze “molto più ampie di quanto si pensi, e non solo sul piano strettamente politico. Ma anche su altri. Per esempio quello linguistico.”
Noi italiani – conclude il giornalista – possediamo infatti “l’immenso patrimonio della lingua latina, che ha innervato anche il tedesco e l’inglese. Eppure siamo stati capaci per istintivo servilismo (o forse anche per ignoranza del latino) di trasformare in parole inglesi le parole dei nostri antenati. Avete notato in quanti convegni e conversazioni amicali troviamo un italiano che invece di dire che il tale talento o pregio è un ‘plus’ della tale persona o azienda o istituzione, dice ‘plas’, esattamente ‘plas’, americanizzando compiaciuto la propria lingua? L’hanno chiamata internazionalizzazione. Ma ora fra Trump e Mamdani tutto cambia. Non solo la lingua dell’impero può declinare mentre alza la voce ma addirittura la democrazia americana può portare al potere culture e religioni altrui.”
Personalmente non sono così ottimista sull’impatto che il neosindaco della Grande Mela potrebbe avere sulle politiche di Trump e sullo scenario globale, soprattutto dal punto di vista linguistico. La nota positiva è invece che spuntino articoli del genere, che se non altro pongono sul tavolo una questione che non ha spazio nel dibattito pubblico e politico italiano. E soprattutto, la novità che forse deriva da Mamdani è il fatto che la questione dell’anglicizzazione venga finalmente colta anche a sinistra, che da sempre l’ha ignorata e archiviata come qualcosa di destra.
A dire il vero l’interesse delle destre nei confronti della lingua italiana andrebbe analizzato un po’ meglio, sotto la sua patina talvolta nostalgica e superficiale. Che cosa ha fatto per la lingua italiana il governo Meloni, per esempio? A essere ottimisti niente. A essere realisti la sta continuando ad affossare.
Non dovremmo dimenticare che Meloni, insieme a Rampelli, Lollobrigida e altri esponenti di Fratelli d’Italia, quando erano all’opposizione hanno presentato innumerevoli proposte di legge in difesa della lingua italiana (mai discusse) anche volte ad arginare l’invadenza dell’inglese. Nel 2018 avevo dedicato loro uno sfottò, visto che in un disegno di legge in proposito avevo trovato vari copia-e-incolla presi da questo sito finiti nel documento presentato in Parlamento.
Poi, però, una volta divenuta presidente del consiglio, la Meloni si è immediatamente presentata come “underdog”, ha pensato bene di varare il ministero del “made in Italy” invece che del prodotto italiano, mentre il ministro del turismo Daniela Santanché ha inaugurato un progetto per la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale italiano denominato in itanglese: “Open to meraviglia”. Intanto, l’onorevole Rampelli avrebbe voluto varare una legge per l’italiano identica a quelle già sfornate in passato che prevedeva persino le multe davanti agli anglicismi istituzionali, mentre l’onorevole Menia avrebbe voluto introdurre nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano. Eppure, sotto le chiacchiere, nulla è stato fatto, nonostante la maggioranza avrebbe i numeri per fare qualcosa di concreto. In compenso sono aumentati i corsi universitari in lingua inglese invece che in italiano, e gli anglicismi continuano a crescere a scapito dell’italiano.
E allora, visto che la tutela della nostra lingua non è né di destra né di sinistra, ma è qualcosa che ci riguarda tutti, non resta che ribadire che davanti al globalese occorrerebbe un movimento – non bipartisan, ma trasversale – in grado di produrre una visone politica della lingua che in Italia manca.
L’inglese internazionale non ci conviene, come non conviene alla Cina, e andrebbe perlomeno messo in discussione. In gioco non c’è solo la nostra lingua e cultura, ci sono enormi implicazioni economiche, etiche e cognitive. Occorre un dibattito culturale che non c’è. Occorre che i “ribelli” che non si piegano alla lingua dominante confluiscano in un movimento più ampio che non riguardi solo la lingua delle riviste scientifiche, ma si estenda a tutti gli ambiti della nostra società.
E la speranza è che articoli come questo di Nando dalla Chiesa si moltiplichino, invece di rimanere uno sprazzo. Chissà mai che finalmente anche a sinistra ci si renderà conto che la questione dell’inglese internazionale e dell’invasione degli anglicismi non è affatto una cosa di destra.
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La proliferazione degli anglicismi: l’inevitabile conseguenza della nostra sudditanza culturale
Di Antonio Zoppetti
Ogni anno, con il cambio dell’ora legale, i giornali sfornano i consueti articoletti che illustrano i disturbi del sonno che ne derivano, oppure il risparmio energetico che ne consegue, ma la novità di quest’anno è che sono comparsi titoli che mettevano in risalto “cosa cambia con gli Usa” ed evidenziavano un (perturbante?) “disallineamento” con gli Stati Uniti, che la redazione del Corriere si è affannata a precisare che era solo “temporaneo” (per fortuna!), visto che oltreoceano il cambio dell’ora entra in vigore la prima domenica di novembre, invece che l’ultima di ottobre.
Gli Usa sono ormai il nostro punto di riferimento – qualcuno potrebbe dire il benchmark, per sentirsi più figo – di qualunque cosa, persino dello scandire del tempo, delle stagioni o delle generazioni i cui nomi sono stati decisi negli Stati Uniti (gen Z, gen X, Millennials…).
Qualche giorno dopo si è infatti celebrata la ricorrenza di Halloween, una festa introdotta in Europa dalle multinazionali alla fine degli anni Novanta, che nel nostro Paese si è particolarmente radicata. I “nativi halloweeniani”, cioè le nuove generazioni nate e cresciute nel nuovo contesto, non sembrano consapevoli del cambio di paradigma avvenuto, sono forse convinti che ci sia sempre stata, anche perché il loro immaginario è basato su film, prodotti di intrattenimento e pubblicità statunitensi che si fondono con le nostre emulazioni tutte interne (le feste a tema nei locali, i prodotti sugli scaffali dei supermercati e nelle vetrine). Dunque per loro è una festa molto sentita, ben di più del vecchio Carnevale che era invece una delle date più attese dei bambini e dei giovani del Novecento, ma che oggi è in via di regressione.Cambiamo mese. Dopo il nostro ottobre, sembra che da quest’anno sia arrivato il “Black November”, invece del mese di novembre, almeno su certi giornali.
Di nuovo tutto ciò è legato all’espansione delle multinazionali che hanno esportato la tradizione americana degli sconti prenatalizi, il Black Friday, legato soprattutto alla globalizzazione delle merci via internet, cioè quello che da noi si chiama ormai e-commerce e shopping online. Quando le merci (e i loro sconti) si rivolgono a tutto il mondo, è inevitabile che anche le tradizioni locali dei colossi che le propongono diventino un fenomeno globale, che viene espresso nel proprio idioma in una più ampia strategia commerciale che punta a rendere “universali” le proprie tradizioni, i propri costumi, la propria cultura e anche la propria lingua spacciata per “internazionale”.
Il passaggio dalle offerte internettiane ai punti vendita fisici (denominati ormai store, shop, outlet…) da noi è esploso nelle grandi città nel 2020, come avevo documentato fotografando le vetrine milanesi quando il fenomeno era ancora una novità, prima della sua istituzionalizzazione. Ma per un Paese satellite degli Usa, dove importiamo in modo gioioso e asservito qualunque cosa ci arrivi dall’America, i risultati linguistici sono imprevedibili e soprattutto incontenibili. E così il “venerdì nero” – come si potrebbe tradurre letteralmente – si declina in modo fantasioso e diverso rispetto a ciò che proviene dalla “casa madre”. Viene per esempio prolungato di qualche giorno, e si pubblicizzano “venerdì neri” che valgono anche per il fine-settimana (= weekend), oppure si parla di Black Week in una rivisitazione dove la parola d’ordine è evocare l’inglese (a costo di reinventarlo). In questo modo black diventa sinonimo di sconti, e si arriva al Black November che non è solo una ripresa lessicale, ma anche sintattica, visto che manteniamo l’inversione delle parole all’inglese.
Intanto, pochi giorni fa, i giornali italiani (non vedo un analogo interesse da parte dei mezzi di informazione spagnoli o francesi) hanno ribattuto che la parola dell’anno, secondo il Collins Dictionary, è “Vibe coding”, e il Corriere si è subito prodigato a spiegare anche agli italiani che cosa significhi, come se le parole dell’anno inglesi fossero anche le nostre, e come se la nostra cultura satellite non possa fare altro che ripeterle e adottarle, invece di adattarle o tradurle.
Per la cronaca, l’espressione si riferisce alla possibilità di una “programmazione naturale” che consiste nel chiedere ai sistemi di intelligenza artificiale – utilizzando il nostro linguaggio naturale – una soluzione che sarà l’IA (anzi il suo prompt) a tradurre in codici in grado di generare un programma che soddisfi la richiesta. Ma sui giornali come il Corriere non si parla di IA, ma di AI come ha deciso di insegnarci Google (AI mode) – che in televisione è pronunciata “ei-ai” – e ancora una volta, dietro queste scelte lessicali anglomani, si rivela tutta la nostra sudditanza nei confronti degli Usa.
Il vecchio “pappagallo italiano” che importunava le ragazze per strada con apprezzamenti sessisti è ormai superato, al suo posto è stato introdotto il concetto tutto inglese di “catcalling” (in una più generale anglicizzazione della derisione fisica denominata body shaming, della persecuzione divenuta stalking, della vessazione divenuta mobbing e via dicendo). Il nuovo pappagallo italiano del Duemila è invece colui che non sa fare altro che scimmiottare pateticamente ciò che ci arriva dall’anglosfera.
E così, sulla scia del trumpismo, un grande intellettuale come Gennaro Sangiuliano, candidato alle elezioni campane, distribuisce patetici cappellini rossi con la scritta “Make Naples Great Again”, ma sul fronte politico opposto, dopo il successo elettorale di Mamdani a New York, la sinistra si chiede se sia possibile emulare lo stesso risultato e le stesse proposte politiche nella città satellite italiana, cioè Milano, che ormai da qualche decennio si configura come una piccola succursale di provincia della città madre, in cui accanto ai nuovi grattacieli che ridisegnano lo “skyline” metropolitano si anglicizza un po’ tutta la toponomastica; i vecchi quartieri – diventati “district” – assumono nuovi nomi, come il NoLo (North of Loreto), o l’area della ex-fiera divenuta CityLife…
È questo il contesto socio-culturale da cui nasce l’anglicizzazione della lingua italiana. Un contesto figlio di una sorta di neocolonialismo che proviene dagli Stati Uniti sposato e favorito da una classe dirigente anglomane che ha smarrito la propria identità e le proprie radici e non sa fare altro che emulare la cultura superiore dell’anglosfera di cui pensa di essere l’espressione, come il Nando Mericoni di Alberto Sordi che voleva fare l’americano. Ma se l’alberto-sordità era ridicola, oggi è invece presa sul serio ed elevata a modello virtuoso, ed è per questo che tra gli addetti ai lavori nasce una newlingua ibrida a base inglese presentata come maggiormente tecnica e più solenne, dove parlare di economia – tra i mille esempi che si potrebbero fare – significa ricorrere a espressioni come small cap, Big Tech, blockchain, trading e asset tokenizzati.
Le lingue cambiano e si evolvono insieme al mondo, certo. Ma dietro questa banalità, quello che certi linguisti non sembrano in grado di cogliere è come la nostra lingua si stia evolvendo e soprattutto perché.
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Google e AI Mode: la colonizzazione linguistica dell’inglese in Italia
Di Antonio Zoppetti
Dopo i primi esperimenti con cui Google ha introdotto nella ricerca un servizio basato sull’intelligenza artificiale – denominato in inglese: AI Overwiew – da qualche giorno è spuntata una nuova funzione su cui il motore di ricerca spinge, e questa volta si chiama AI Mode.
Perché i colossi statunitensi continuano a diffondere la terminologia in inglese, invece che tradurla? Perché ci riempiono di bottoni e funzioni chiamati timeline, widget, follower e via anglicizzando? Perché parlano di AI invece di IA (Intelligenza artificiale) e usano la parola “mode”?
La risposta è semplice, e la denuncio ormai da dieci anni: perché le multinazionali hanno tutto l’interesse a imporre la propria lingua a tutto il mondo. Per loro le lingue locali sono un ostacolo alla lingua unica che vogliono imporre nei mercati, e questa lingua unica è la propria lingua naturale.
Questo progetto è una forma di neocolonialismo culturale che dovrebbe essere evidente a tutti, anche se i linguisti non sembrano in grado di coglierla e di elevarsi dal particolare al generale. Si limitano ad analizzare le singole parole indipendentemente dai contesti sociali che le diffondono. Eppure, per capire come stanno le cose non ci vuole granché: basta usare AI Mode come un cavallo di Troia e rivolgere una domanda molto semplice: perché il servizio si chiama con un nome in inglese?
Perché AI MODE è in inglese?
In un primo tempo lo strumento non ha capito che mi riferivo al servizio “Ai Mode” nel quale scrivevo (mea culpa), dunque la risposta è stata che (grassetti miei):
“Per comprendere il motivo per cui un servizio specifico ha un nome in inglese, è necessario conoscere il servizio in questione. Tuttavia, in generale, ci sono diverse ragioni per cui si utilizzano nomi in inglese, specialmente nel mondo tecnologico e commerciale:
– Identificazione internazionale: Un nome in inglese può essere riconoscibile a livello globale, facilitando la sua diffusione in diversi mercati.
– Percezione di innovazione: L’uso di termini inglesi può dare l’idea che un prodotto o servizio sia all’avanguardia o legato a una cultura di business moderna e internazionale.
– Terminologia specifica: Molti settori, in particolare quello tecnologico, hanno una terminologia che si è sviluppata principalmente in inglese. Utilizzare questi termini può essere più efficiente e preciso.
– Marketing e branding: Un nome in inglese può suonare più accattivante o memorabile per il pubblico di destinazione, a seconda del contesto e del mercato.
– Tendenze del settore: In certi ambiti, come quello delle startup o dei servizi digitali, l’uso dell’inglese è diventato una prassi diffusa, a volte per emulare aziende di successo nate in Paesi anglofoni.Per un’analisi più dettagliata, potresti fornire il nome del servizio specifico a cui ti riferisci.”
In sintesi, la tesi è che l’inglese facilita i mercati, è presentato come una scelta all’avanguardia, moderna e internazionale, è una prassi diffusa… e tutta una serie di luoghi comuni che dimostrano tutto l’intento colonizzatore che sta sotto queste scelte comunicative. L’inglese sarebbe dunque “più efficiente e preciso” (per chi è anglofono, di certo). Non c’è alcuna considerazione sulla trasparenza, sui destinatari, sul rispetto per le lingue e culture locali… tutto si basa sugli interessi del marketing e del branding delle multinazionali.
Ho provato allora a riformulare la domanda in modo più preciso:
Perché AI MODE si chiama con un nome in inglese?Risposta: “Le ragioni per cui il servizio di ricerca di Google si chiama ‘AI Mode’ con un nome in inglese sono principalmente legate a considerazioni di branding, internazionalità e terminologia tecnologica.
Le motivazioni più specifiche includono:
– Terminologia del settore: Il termine ‘AI’ è l’abbreviazione riconosciuta a livello globale per Artificial Intelligence, cioè ‘intelligenza artificiale’. Nel campo della tecnologia, l’inglese è la lingua dominante, quindi usare questa sigla rende il servizio immediatamente identificabile in tutto il mondo.
– Internazionalizzazione: Un nome in inglese rende il servizio comprensibile in un vasto numero di paesi, semplificando la sua introduzione in diversi mercati. AI Mode, ad esempio, è stato lanciato in diversi paesi e in più lingue, ma il nome rimane coerente per un riconoscimento immediato.
– Posizionamento e marketing: Utilizzare un nome come ‘AI Mode? rafforza l’idea che il prodotto sia all’avanguardia, innovativo e parte integrante dell’esperienza di ricerca. Il termine ‘Mode’ (modalità) indica chiaramente che si tratta di una specifica funzione o versione della ricerca.
– Coerenza del marchio: Per un’azienda globale come Google, mantenere una certa coerenza nei nomi dei prodotti è fondamentale. Molti dei suoi servizi e strumenti tecnologici utilizzano terminologia inglese, anche quando vengono introdotti in mercati non anglofoni. Questo fa parte di una strategia di branding consolidata.
– Evoluzione del prodotto: Inizialmente, Google aveva lanciato le “AI Overviews” (riepiloghi con intelligenza artificiale). Il passaggio a “AI Mode” rappresenta un’espansione e un’evoluzione della funzionalità, rendendola una vera e propria modalità di ricerca conversazionale e multimodale, e il nome inglese comunica bene questo cambiamento di passo.”Di nuovo, le ragioni della mancata traduzione stanno negli interessi delle multinazionali, mica di quelli dei Paesi da colonizzare. E quindi il sistema spiega che “AI” sarebbe un internazionalismo (invece che un anglicismo), e “mode” esprimerebbe “chiaramente” la sua funzione (chiaramente per chi? Per gli anglofoni, of course). Ma a parte questi ossimori, l’IA getta la maschera dietro la quale certi addetti ai lavori si nascondono: per Google la coerenza del marchio è fondamentale e il ricorso alla terminologia inglese è una strategia di branding consolidata. Dunque gli utenti sono sudditi delle strategie neocoloniali imposte dai marchi e dai mercati. E poco importa che in italiano ci sia l’IA al posto dell’AI e la “modalità” al posto di “mode”, almeno da noi…
“AI Mode” in Francia, Spagna e Portogallo
Mentre i nostri “intellettuali” e la nostra intera classe dirigente dalla mente colonizzata hanno introiettato e ha fatto loro l’idea che essere internazionali coincida con il pensare e parlare in angloamericano come ci spiega Ai Mode, per essere davvero internazionali basta guardare cosa succede nei Paesi a noi vicini, come la Francia, la Spagna o il Portogallo.
In questi Paesi – udite, udite! – sui giornali non si parla di AI come prevale da noi, ma di IA (il che vale un po’ per tutte le altre sigle, a partire dall’Aids che si chiama Sida) e in Francia ci sono stati problemi legali davanti all’introduzione sia di AI Overwiew sia del nuovo servizio – al momento bloccato – che da loro si chiama Mode IA (come riporta Le monde), cioè in francese e con la collocazione delle parole alla francese.
Si potrebbe pensare che la tutela del francese sia imposta dalla legge Toubon che obbliga le multinazionali a tradurre la terminologia, ma non c’è solo questo aspetto; altrove, a prevalere c’è semplicemente il buon senso, e infatti anche nelle altre lingue romanze (dove non ci sono simili leggi) questa funzione è tradotta: nel caso dello spagnolo e del portoghese la traduzione MODO IA si ritrova sia nella terminologia di Google sia negli articoli di giornale (cfr. El Pais e Correio), e solo in Romania il servizio è stato riproposto in inglese come da noi.
A questo punto sorge spontanea la domanda: perché queste differenze? L’inglese internazionale moderno ed efficiente esportato dalle multinazionali è allora venduto a questo modo solo nell’italietta colonizzata? Certo che sì. E ancora una volta la risposta di AI Mode è brutalmente sincera e illuminante, alla faccia di tutte le idiozie sparate da certi addetti ai lavori che giustificano il ricorso all’inglese agendo da veri e propri collaborazionisti.
Ho perciò domandato: “Perché AI MODE in Italia non è stato tradotto ma in Spagna, Portogallo e Francia è tradotto?”
Risposta: “Le motivazioni dietro le scelte di traduzione e localizzazione di Google, compresa la decisione di mantenere il nome ‘AI Mode’ in Italia mentre in altri paesi come Spagna, Portogallo e Francia si è optato per una traduzione, non sono sempre rese pubbliche in dettaglio. Tuttavia, si possono ipotizzare diverse ragioni:
– Strategia di mercato e target audience: Google potrebbe aver valutato che il pubblico italiano, rispetto a quello di altri paesi, sia già più familiare o incline ad accettare la terminologia inglese nel campo della tecnologia, in particolare con abbreviazioni come ‘AI’.
– Percezione del marchio: L’uso di un nome inglese può essere associato a un’immagine più moderna e innovativa in alcuni mercati.
– Coerenza interna: Mantenere un nome uniforme a livello globale può semplificare il branding e le operazioni di marketing, specialmente per prodotti tecnologici complessi.
– Differenze linguistiche e culturali: La traduzione in altre lingue può essere stata considerata più efficace per raggiungere un pubblico più ampio, forse meno esposto alla terminologia tecnica inglese.
– Test e feedback: È possibile che Google abbia condotto test o analisi di mercato in Italia che suggerissero che la traduzione del nome non fosse necessaria o addirittura controproducente.”Se si mettono in fila tutte queste cose emerge perfettamente ciò che i linguisti non vedono (o fanno finta di non vedere) e soprattutto non dicono: l’Italia è un Paese più facilmente colonizzabile (e colonizzato) per ragioni sociali. Da noi manca ogni resistenza – culturale prima che politica – davanti all’anglicizzazione. La nostra classe dirigente preferisce ostentare l’inglese e l’itanglese e ha ormai rinunciato a esprimersi in italiano. Basta scorrere i titoli dei giornali per rendersene conto.
Secondo il Corriere, cosa caratterizza la Torino storica delle tradizioni, insieme alla bagna cauda? Ma il layering è ovvio!
E passando a un tema etichettato come “life”, che dire della Cocktail Week di Taormina, in un articolo che parla di mixology, drink e street bar?
L’itanglese è la lingua dei giornalisti colonizzati e allo stesso tempo colonizzatori, che seguono le stesse logiche di Google e delle multinazionali e vendono l’inglese come internazionale, moderno, efficiente… senza essere consapevoli della distruzione dell’italiano che mettono in atto.
L’intelligenza artificiale lo sa benissimo – al contrario dei linguisti – e ci colonizza giorno dopo giorno con la lingua delle multinazionali perché sa benissimo che glielo lasciamo fare e che siamo una massa di idioti da manipolare, e non una cultura da rispettare.
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La cultura della cancellazione dell’italiano (italian cancel culture?)
Di Antonio Zoppetti
Mentre serpeggia il dibattito a proposito dello sterminio del popolo palestinese – sarà davvero genocidio o è meglio utilizzare una terminologia meno offensiva per Israele? – l’altro giorno è uscito un articolo sul Corriere che mi è arrivato come un cazzotto nella pancia.
Come tutti sanno, la popolazione imprigionata nel lager a cielo aperto di Gaza ha poco a che fare con le etichette dei giornali che liquidano la faccenda come una guerra tra Israele e Hamas. I cittadini che si aggirano tra le macerie dei bombardamenti – in larga parte bambini – sono stati volutamente ridotti alla fame (anche se si legge spesso che c’è la carestia, come se fosse un evento ineluttabile o naturale). Come se non bastasse, in un luogo in cui non è rimasto in piedi neppure un ospedale, il tiro al piccione sulla folla che si accalca per la distribuzione dei viveri è diventato sistematico. Centinaia di migliaia di persone nelle prossime settimane potrebbero morire di fame, il che non è un’espressione metaforica, ma da prendere in senso letterale.
E con quali parole si può descrivere tanto orrore? Come esprimere una simile tragedia umanitaria?
Il principale quotidiano nazionale italiano riesce a farlo mettendo in bocca a una mamma questa disperata testimonianza (come fosse una tipica espressione palestinese): visto che al black market la farina costa 25 euro al chilo, solo qualche volta riesco a dare ai miei figli uno snack serale.
Cosa spinge un giornalista a chiamare snack quello che storicamente si sarebbe detto un tozzo di pane? Cosa lo spinge a usare indifferentemente l’espressione mercato nero impiegata nel titolo oppure black market (nel sommario) come se inglese e italiano fossero sinonimi intercambiabili?
L’attuale cultura della cancellazione dell’italiano sostituito dall’inglese si allarga a questo modo, per opera di una pletora di intellettuali, giornalisti, imprenditori, tecnici, addetti ai lavori… dalla mente colonizzata, che invece di rivolgersi ai loro concittadini in italiano devono anglicizzare qualunque cosa per esprimere un ideale linguistico che a loro pare più solenne, anche quando rasenta il ridicolo e il paradosso.
Questo paradigma comunicativo deviato — una coazione a ripetere patologica — genera una voluta e ricercata commistione di anglo-italiano che non ha più a che fare con il ricorso ai singoli anglicismi (per esempio snack) ma con il passare all’inglese indipendentemente dal fatto che sia ormai entrato nei dizionari, accettato o diffuso (per esempio black market). La posta in gioco della nuova cultura della cancellazione dell’italiano – che genera l’itanglese – è al contrario quella di affermare questo modello linguistico e di educare la gente a un simile modo di esprimersi, che in questo modo suona giorno dopo giorno sempre più naturale.
In questa visione confusa della comunicazione e della lingua, viene a cadere un elemento portante della nostra storia, identità e cultura: la distinzione strutturale tra italiano e inglese che ha che fare con la forma, più che con i significati. Nella newlingua che si vuole affermare il suonare in inglese conta più dell’essere inglese di fatto, e poco importa che certe espressioni come smart-working o italian sounding siano degli pseudoanglcismi: la loro funzione è quella di dare una patina di inglese alla struttura dell’italiano. Perché questo è ciò che si ricerca, il nuovo stilema linguistico di prestigio nasce da una disperata ricerca compulsiva dell’ibridazione in modo non necessariamente consapevole, ma sempre più istintivo e “naturale”.
Questo obiettivo si persegue in tanti modi. Il più facile è quello che riguarda le parole nuove. Se una parola non esiste già in italiano, la si trapianta gioiosamente dall’inglese, invece di adattarla o creare alternative con le nostre risorse linguistiche. E così veniamo quotidianamente invasi da una miriade di nuove espressioni inglesi presentate come “intraducibili, con la complicità dei linguisti anglomani che bollano simili espressioni come “prestiti necessari”, cioè parole intradotte come airbag, wi-fi, mouse, lockdown… che non abbiamo voluto o saputo tradurre ma che all’estero sono spesso tradotte (la “necessità” dell’inglese vale solo per la nostra mentalità coloniale). Per avere un’idea delle proporzioni del fenomeno, bisogna ricordare che il 50% dei neologismi del nuovo millennio, nei dizionari, è ormai in inglese crudo. E accanto a tutta la terminologia che entra direttamente in inglese per indicare gli oggetti, l’altro cardine della cultura della cancellazione linguistica consiste nell’anglicizzare anche i concetti, perché la lingua non è solo la descrizione del mondo, ma soprattutto la sua costruzione. E così in un articolo su la Repubblica (grazie a Daniele che me l’ha segnalato) si parla per esempio di heterofatalism come fosse la cosa più naturale del mondo, invece di renderlo con eterofatalismo – o eteropessimismo – come si può rendere in italiano. Ma tra l’italiano e l’inglese si preferisce l’inglese senza alcuna motivazione plausibile.
Questo modello comunicativo dominante si sta estendendo a sempre più ambiti della lingua italiana, e la sta soffocando. Il problema non sono gli anglicismi – spesso passeggeri – ma l’anglicizzazione, che si allarga a dismisura indipendentemente dalle singole scelte lessicali. Il flusso dell’inglese che si mescola all’italiano è in costante crescita, anche quando le espressioni inglesi adoperate sono transitorie.
E allora, tra le “tendenze” promosse dai giornali si introducono nuovi concetti in inglese e allo stesso tempo si riscrive in inglese anche ciò che potremmo dire in italiano, volendo. Perciò il lemon drop – che fino a qualche giorno fa era solo un cocktail – oggi si trasforma in un effetto “goccia di limone” da imprimere sulle unghie, i tessuti increspati si trasformano in smock, in palestra i piegamenti diventano push-up (che un tempo erano invece solo dei reggiseni), le accosciate squat, la tartaruga six-pack, il restauro delle navi diventa un nuovo “look” (che si potrebbe dire anche restyling o evocare con lo pseudoanglicismo lifting) nei cantieri navali diventati refit, mentre la parola snodo è stata ormai abbandonata in nome di un generico hub, sempre più inflazionato e abusato in ogni circostanza.
Mentre tutto ciò è sotto gli occhi di tutti – a parte quelli di qualche linguista anglomane sempre più anacronistico e strampalato – la domanda che ci si può porre è: già, ma che fare?
È la stessa domanda che ci si può rivolgere davanti alla situazione palestinese, per tornare da dove eravamo partiti. Purtroppo, a parte blaterare, non si vuole fare niente di concreto in entrambi i casi. E così per Netanyahu non sono previste le sanzioni e le reazioni riservate a Putin, mentre agli anglicismi non sono riservate le stesse stigmatizzazioni e le stesse sanzioni che vengono invece introdotte per cambiare la lingua introducendo le cariche al femminile, le parole politicamente corrette o inclusive. Gli anglicismi non vengono messi al bando come si è fatto con la parola “negro” o come si sta tentando di fare con la parola “razza”.
Eppure basterebbe fare un po’ di cultura e innescare un minimo di dibattito per cambiare questo andazzo e questa follia anglomane. Per comprenderlo basta citare quel che ha fatto un attivista dell’italiano, Gino Sgroi, a cui va tutta la mia stima.
Infastidito da una newsletter in itanglese di un’associazione che si occupa di alimentazione vegana e vegetariana, ha scritto alla redazione chiedendo perché nel loro “bollettino” ricorressero espressioni poco trasparenti come “plant-based” invece di vegetale o altre come l’insopportabile “save the date” invece di un equivalente in italiano.
La risposta, inizialmente piccata, difendeva la “scientificità” e “tecnicità” di certe espressioni e il loro riuscire a esprimere un qualcosa in più dell’italiano. Ma Gino, in modo pacato e razionale, ha a sua volta replicato con validi argomenti a quelle risposte, e ne è nato un dibattito proficuo in cui la redazione – che in un primo momento credeva di trovarsi di fronte a un fanatico o a un purista nostalgico – scambio dopo scambio ha iniziato un processo di razionalizzazione e di maggiore consapevolezza nella comunicazione che a portato ad accettare le osservazioni ricevute e a recepirle.
Perciò, anche se permangono espressioni diffuse come newsletter e online (ormai radicate rispetto a possibilità come bollettino o in linea) nell’ultima comunicazione l’associazione ha eliminato il “planted based” e il “save the date” diventati a base vegetale e segna in agenda.
Questa piccole vittoria contro l’itanglese è solo uno sprazzo limitato, ma la dice lunga su ciò che si potrebbe fare. Se invece di un singolo cittadino come Sgroi fossero le istituzioni e la nostra intellighenzia a divulgare un minimo di educazione linguistica, la nostra lingua sarebbe più viva. Purtroppo, le linee guida di università e amministrazioni – come il linguaggio dei giornali – puntano a rinnovare la nostra lingua proprio attraverso il ricorso all’inglese. L’itanglese è divenuto la nuova lingua di classe. E se questo atteggiamento non cambierà, il genocidio lessicale dell’italiano e la cultura della sua cancellazione e sostituzione è destinata ad allargarsi e a imporsi sulle masse.
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L’antilingua dell’itanglese
di Antonio Zoppetti
Il giornalista ferma un visitatore in fiera.
L’intervistato, in piedi davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Visto che stamattina volevo fare una pausa per staccare, invece di andare a correre come faccio spesso, ho pensato di fare un giro in fiera per concedermi qualche acquisto. Ho scoperto che ci sono anche dibattiti e spettacoli. Mi sembra una manifestazione di alto livello e senza concorrenti, in questa piccola città di provincia”.Impassibile, il giornalista riassume per il suo pubblico la sua fedele trascrizione: «Per un break e un po’ di relax, invece di fare jogging, meglio concedersi un tour in fiera e approfittarne per fare shopping. Tra talk e show, questo happening al top pare non abbia competitor in città.”
Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua a base inglese. Funzionari e tecnici, esperti e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono, parlano, pensano in itanglese.
Caratteristica principale dell’antilingua in itanglese è quella che definirei il «terrore semantico» verso l’italiano, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato storico in italiano, da sostituire con elementi dal suono e dalla grafia in inglese, come se «concorrente», «giro» o «pausa» fossero parole oscene di fronte a competitor, tour o break, come se «rilassarsi», «fare compere» o «andare a correre» indicassero azioni turpi rispetto al relax, allo shopping e al jogging.
Nell’itanglese gli elementi distintivi dell’italiano sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che devono suonare in inglese, anche a costo di risultare vaghi e sfuggenti.(…) Chi parla itanglese ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «(…) La mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ». La motivazione psicologica dell’itanglese è la mancanza d’un vero rapporto con la nostra storia e cultura, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’iitanglese – l’antilingua di chi non sa dire «equivoco», ma deve dire «misunderstanding» – la lingua italiana viene uccisa.
A distanza di 60 anni, ho provato a riscrivere così il celeberrimo passo di Italo Calvino sull’antilingua (uscito su Il Giorno del 3 febbraio 1965), sostituendo gli esempi di “burocatichese” con quelli in itanglese. A parte qualche forzatura, questo attingere all’angloamericano sistematico e compulsivo è diventato la norma, nella comunicazione mediatica e in sempre più settori.
Nel brano originale era la lingua naturale e spontanea del testimone a essere riscritta nell’antilingua del verbale dei carabinieri. “Stamattina presto andavo in cantina ad accedere la stufa e ho trovato tutti questi fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena” diventava: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinnovamento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di avere effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano”.
Anche Claudio Marazzini ha osservato che “oggi l’inglese svolge appunto la funzione di burocratese e sfocia in quello che Calvino chiama antilingua, cioè una lingua che si stacca dalle parole dell’uso comune per rifugiarsi in un orizzonte vago e artificioso, proprio per questo rassicurante, in quanto evasivo rispetto alla realtà.” Per rendersene conto basta leggere il Sillabo per l’imprenditorialità sfornato dal Ministero dell’Università o il Piano scuola 4.0: “Per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del team building, non serve progettare, ma occorre conoscere il design thinking, essere esperti in business model canvas e adottare un approccio che sappia sfruttare la open innovation, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati pitch deck e pitch day. Più che un’educazione all’imprenditorialità, questo documento sembra promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana e delle sue risorse nei programmi formativi delle forze imprenditoriali del futuro.”(C. Marazzini, “Ecologia degli idiomi nazionali: sostenibilità delle lingue e salute dell’italiano” in L’italiano e la sostenibilità, a cura di Marco Biffi, Maria Vittoria Dell’Anna, Riccardo Gualdo, goWare, Firenze 2023, pp. 166-167).
Tra le principali differenze tra l’antilingua e l’itanglese, la prima incarna la dissoluzione della chiarezza e della concretezza, il secondo va nella stessa direzione ma punta all’abbandono dell’italiano perché vuole infiorettare qualunque cosa con suoni inglesi. Inoltre, fuori dal gergo burocratico degli addetti ai lavori, nessuno difenderebbe lo stile dell’antilingua, nessuno auspicherebbe che un simile modello possa uscire dal suo ambito per penetrare nella letteratura, nella comunicazione di tutti i giorni e nella lingua comune. L’itanglese è invece preferito e ostentato dalle classi alte, si allarga grazie alle scelte lessicali considerate più prestigiose proprio in quelli che Pasolini definiva i centri di irradiazione della lingua, e che per Gramsci costituivano il modello linguistico delle classi dirigenti che poi si estende alle masse che lo prendono come canone e lo imitano. Basta pensare a una comunicazione delle Fs rivolta al cittadino che recita: “Per visualizzare i Barcode del tuo ticketeless effettua il Self Check-in dal tuo smartphone”, mentre si potrebbe formulare più chiaramente: “Per visualizzare i codici a barre del tuo biglietto digitale effettua il convalida dal tuo dispositivo”.
L’itanglese si amplia di giorno in giorno grazie alle scelte lessicali dei comunicatori che invece di impiegare la lingua del destinatario preferiscono educarlo al loro modello linguistico in cui l’anglicismo scalza l’italiano e la lingua di tutti. Ciò dipende da una cultura coloniale dove gli intellettuali non sanno far altro che formarsi su testi inglesi di cui si ripetono le pratiche e i concetti con le stesse parole, senza saperli e volerli tradurre in italiano. In questo contesto l’anglicismo ha il sopravvento, e sul principale quotidiano “italiano” – in una “newsletter” denominata “Big Bubble” – un’espressione incomprensibile ai più come fence-sitting (letteralmente “sedersi sul recinto”) viene usata al posto di indecisione o esitazione, in attesa che anche gli ignavi di Dante diverranno forse fenge-sitter(s).
Tutto ciò avviene, giorno dopo giorno, con la complicità di certi linguisti ignavi, che invece di deprecare questo fenomeno lo difendono e lo accettano in nome di un presunto descrittivismo. Questi linguisti si limitano a registrare le parole “in uso” senza voler intervenire, ci raccontano, anche se non raccontano affatto che questo “uso” legittimatore è quello delle élite anglomani, non certo quello delle masse che lo subiscono. Così facendo credono di essere “neutrali”, ma non prendere posizione davanti a una lingua dominante che sta schiacciando l’italiano e lo sta facendo regredire e abbandonare, non significa essere neutrali, significa essere complici di un’anglicizzazione selvaggia che è l’effetto collaterale di una dittatura dell’inglese globale che sta mettendo a rischio le lingue nazionali sul piano della cultura, prima ancora di quello linguistico. E infatti, questi stessi linguisti descrittivi a fasi alterne, non si sognerebbero mai – in nome dell’uso – di legittimare il burocatichese o l’antilingua, che deprecano nonostante sia in uso in molti ambiti, così come non si fanno alcuno scrupolo a diramare linee guida per cambiare l’uso storico dell’italiano in nome del politicamente corretto, per mettere al bando parole come “negro” o “razza”, per educare alla femminilizzazione delle cariche o al linguaggio inclusivo. La sacralità dell’uso viene invocata per affermare l’itanglese, e messa sotto al tappeto negli altri casi, se fa loro comodo.
Con il senno di poi, l’antilingua di Calvino non ha avuto il sopravvento, è rimasta confinata nei suoi settori marginali del burocratichese, senza diventare lingua comune di tutti. L’itanglese, al contrario, si impone come una lingua “superiore”, moderna e internazionale; per qualche anglomane dalla mente colonizzata certe scelte di ricorrere all’anglicismo sarebbero addirittura “necessarie”.
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Dal “climate change” al “regime change”: il “linguistic change” dell’itanglese
Di Antonio Zoppetti
Mentre scrivo sullo sfondo dell’ennesima guerra scoppiata all’improvviso, in una diretta su Rai News – anche il nome dei canali della tv di Stato la dice lunga sulla nostra anglicizzazione – si parla in modo ossessivo di “regime change”. È il nuovo picco di stereotipia che caratterizza la comunicazione mediatica, quando di punto in bianco tutti i giornalisti, in preda a una coazione a ripetere, si mettono a usare la stessa espressione come se non esistessero altre parole. E il più delle volte la stereotipia si manifesta con il ripetere l’inglese, come è accaduto il 17 marzo 2020 con il “lockdown” che da quel momento in poi è divenuto l’unica parola possibile per esprimere quello che sino al giorno prima gli stessi giornalisti avevano chiamato serrata, chiusura, zona rossa… e che in Francia e Spagna si è chiamato “confinamento”.
E così, mentre sui giornali francesi si parla in queste ore di “changer (changement) de règime” e su quelli spagnoli di “cambio de régimen” sui nostri è tutto un pullulare dell’espressione inglese in un abbandono dell’italiano che caratterizza le scelte linguistiche dei collaborazionisti della dittatura dell’inglese che formano la nostra attuale egemonia culturale.
Naturalmente – lo preciso perché c’è sempre qualche cretino che scambia simili considerazioni per complottismo – non c’è nessuna sala dei bottoni in cui si decidono simili strategie comunicative, che sono solo il frutto dell’effetto gregge. La nuova intellighenzia di destra, sinistra, centro (e di chi crede di essere fuori da questi schemi) è fatta da un’élite che si forma in inglese, che ritiene l’inglese una lingua superiore e rilancia le notizie che arrivano dall’anglosfera preferibilmente con parole inglesi.
L’introduzione di “regime change” è recente, e non si deve leggere come un caso isolato. Stando ai grafici di Google libri l’espressione si è fatta strada timidamente negli anni Duemila, anche se i picchi di stereotipia di questi giorni sembrano destinati ad affermare e rinforzare l’espressione che inevitabilmente entrerà anche nel linguaggio della gente, se non si smetterà di preferirla e di divulgarla in una sorta di pedagogia linguistica che educa all’uso dell’inglese. Ad agevolare questa nomenclatura c’è un’altra espressione che viene presentata come più moderna e internazionale di quella in italiano, il climate change al posto del cambiamento climatico, una scelta sociolinguistica preferita dagli anglomani che non ha scalzato l’italiano ma si è affermata come un modello di maggior prestigio ostentato dagli addetti ai lavori.
Se una rondine non fa primavera, due rondini cambiano le carte in tavola, e climate change + regime change si saldano insieme in una potenziale nuova regola formativa fatta da una parola inglese seguita da change con inversione sintattica (cioè con una diversa collocazione delle parole rispetto all’italiano). Il che significa che si creano le condizioni per potenziali future nuove espressioni sullo stesso schema destinate a rafforzare il linguistic change che ci sta portando dall’italiano all’itanglese, esattamente come dall’election day e dal family day si passa allo schema ibrido del matematica day e delle altre decine di espressioni del genere dal numero potenzialmente infinito.
Mentre i linguisti che considerano gli anglicismi come dei “prestiti” isolati son lì a classificarli con le loro bizzarre categorie concettuali o a contarli per dimostrare che sono pochi, che sono soggetti a rapida obsolescenza o che tanto sono tutti di bassa frequenza, non si accorgono che l’interferenza dell’inglese è uno tsunami di ben altra portata e che per misurarne gli effetti c’è bisogno di un altro approccio. Questi linguaioli sono rimasti fermi agli anni Ottanta e all’allarme del Morbus Anglicus denunciato da Arrigo Castellani – quando il fenomeno degli anglicismi ha cominciato a prendere piede con una consistenza numericamente preoccupante – ma negli ultimi quarant’anni il riversamento dell’inglese costituisce un flusso costante in continuo aumento, che ho chiamato la panspermia del virus anglicus. La panspermia è un meccanismo riproduttivo che consiste nel seminare migliaia e migliaia di larve nell’ambiente, e anche se la maggior parte è destinata a morire e divenire cibo per altri animali, qualcuna sopravvive, attecchisce e si riproduce. Gli alti numeri compensano la mortalità della prole. I singoli anglicismi che si radicano al punto di finire nei vocabolari della lingua “italiana” e che attualmente si possono quantificare in circa 4.000 (con una tendenza di aumento impressionante per numeri, frequenze e velocità di attecchimento) seguono una modalità molto simile, sono solo l’effetto collaterale di un riversamento dell’inglese di ordini di grandezza superiore. Un riversamento che non coinvolge più solo il lessico e le singole parole, ma porzioni d’inglese sempre più ampie e complesse, con inversioni sintattiche e implicazioni morfologiche (cioè la formazione delle flessioni e delle suffissazioni delle parole).
Per comprenderlo non bisogna certo essere dei linguisti, anzi a volte il non esserlo aiuta a vedere le cose in modo meno superficiale e ideologizzato. In attesa che regime change sia annoverato nei dizionari (inizialmente dei neologismi, come climate change), per avere un’idea di cosa stia accadendo alla lingua italiana basta cercare “change” per esempio tra le notizie di Google.
Accanto ai recentissimi articoli sul regime change, spicca la frequenza di climate change impiegato nei titoli di giornale di ogni tipo, da la Repubblica (“Reti strategiche tra guerre e climate change”) al Sole24ore (“Pasta, la crescita della produzione e i rischi del climate change”), ma si ritrova ovunque, sul sito della Croce Rossa (“Climate change colpisce più vulnerabili. CRI impegnata per ridurre impatto ambientale, fare formazione e informazione”), sulle riviste di enologia come Wine News (“Il climate change colpisce di più il vino europeo: nei vigneti italiani due gradi in più dal 1980”), su quelle di diritto bancario (“Stato e imprese nella climate change litigation”)…
Una terza occorrenza di espressioni a base “change” che si è ormai affermata nel mondo del lavoro è costituita dal change management (es.: Sole24ore “Design e Change Management: incontro con Nicola Favini a Parigi, 21 maggio 2025”; oppure su Data Manager Online: “Le 4 P del Change Management”). Ma si trova di tutto, da un maestro del trasformismo come Arturo Brachetti che diventa leggenda del quick change (“Brachetti ritorna al Teatro Alfieri con “SOLO – the legend of Quick Change”) al driving change di ManagerItalia (“Driving Change: la Business Community si incontra sul campo. Si tratta di ‘Driving Change’, il format che, in un’unica giornata, unisce formazione e confronto con esperti su temi caldi del management”); si va dalla filosofia del change presentata da PadovaOggi (“Change makers’ lab: guida al cambiamento la tua impresa! Un laboratorio pratico per giovani imprenditori, start-upper e manager pronti a trasformare il cambiamento in opportunità di crescita e innovazione”) agli articoli di sport che prevedono manifestazioni come BOXING FOR CHANGE (Proseguono gli incontri dei nostri Campioni Ambassador con le scolaresche di ogni parte d’Italia) o lo Sport for Change della Fondazione Milan.
È vero che questo riversamento dell’inglese compare soprattutto nei titoloni dei giornali, e che poi spesso all’interno dell’articolo gli anglicismi sono anche spiegati, affiancati dall’italiano e sono dunque molto più rarefatti, ma un linguista senza le fette di salame sugli occhi (per chi capisce solo l’inglese: slices of salami on the eyes) dovrebbe sapere che i titoloni li leggono tutti, al contrario degli articoli, e dunque il loro impatto sulla lingua è enorme e andrebbe misurato, invece di negarlo con la scusa che poi tanto leggendo il pezzo gli anglicismi sarebbero “pochi”. In questa gerarchia – che ho chiamato diglossia lessicale – che vede l’inglese impiegato come etichetta e come sovralingua da sovrapporre all’italiano che viene coperto e schiacciato, colpiscono soprattutto i nomi delle manifestazioni, mostre o eventi che sono tutti in inglese. E a proposito di change si può segnalare Music for Change (“uno degli appuntamenti più attesi della scena musicale italiana”), il “Change in Cardiology 2025” di TrendSanità, il Change Maker Milano, il progetto tutto siciliano contro la violenza di genere nel mondo del vino riportato da PalermoToday denominato “ Grapes of Change”, il “Change The World Model United Nations 2025” di Rai Scuola per confrontarsi sui grandi temi della politica globale…
Questi e altre decine e decine di esempi dell’attuale linguistic change, che, da soli, possono apparire al linguaiolo anglomane come qualcosa di occasionale e di passeggero, non vanno considerati singolarmente, lo ripeto: vanno sommati tra loro. Solo così si comprende che l’attuale l’interferenza dell’inglese è un fenomeno di proporzioni mai viste, che non si limita ai 3 o 4 anglicismi a base change (per chi si vergogna dell’italiano: change based) che penetrano nei dizionari.
A questo punto, chi si domanda perché prenda piede il regime change credo che abbia tutti gli elementi per intuire la risposta: è il linguistic change, ovvero l’imposizione mediatica della newlingua sulla veterolingua come nel Grande Fratello orwelliano. E le stesse considerazioni valgono per tutti gli altri anglicismi utilizzati accanto a change che spicca nei titoli: management, ambassador, mackers, start-upper… ogni parola è una porta che spalanca a decine e decine di altre espressioni inglesi tra loro collegate che si riversano nei giornali e nella lingua degli specialisti che è sempre più ibridata e sempre meno italiana. Il problema non sono i singoli anglicismi ma l’anglomania.
Ma i negazionisti – non mi vengono parole più appropriate – fanno finta di non vedere la realtà e liquidano la faccenda concludendo che l’anglicizzazione dell’italiano sarebbe tutta un’illusione ottica.
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Binge-eating, binge-drinking e il “binge-english-writing” dell’italietta colonizzata
Di Antonio Zoppetti
Un articolo sul Corriere dell’altro giorno diffondeva il termine binge-eating spacciato come “nuovo” disturbo alimentare. Naturalmente – come l’anoressia – questo disturbo non è affatto nuovo, la novità è che adesso si vuole cancellare la parola storica bulimia per sostituirla con l’inglese.
Dalla bulimia al binge-eating
Bulimia è una coniazione dotta che viene dal greco, e letteralmente significa “fame da bue” (limòs + bous). Per costruire i propri neologismi in italiano, un tempo gli scienziati si appoggiavano alle radici greche e latine, ma oggi non sanno fare altro che ripetere la terminologia in inglese crudo, e non sanno coniare più un bel niente, perché parlano e vogliono parlare in inglese. Ed ecco che introducono il binge-eating, che letteralmente ha lo stesso identico significato: “abbuffata di mangiare” (binge + eating).
Per giustificare l’imposizione della newlingua sulla veterolingua italiana, tuttavia, non possono ammettere di essere i portatori di una nuova cultura coloniale, non possono giustificarsi col dire che hanno deciso di esprimersi in inglese e di rinunciare all’italiano, dunque si arrampicano sugli specchi. E allora scatta il consueto meccanismo tipico dei “non-è-propristi”: diversificare i rispettivi significati. Il vecchio concetto di bulimia non è proprio come… il binge-eating!
Cercando in Rete la differenza tra le due espressioni è tutto un pullulare della solita sciocchezza – alimentata ormai anche dall’intelligenza artificiale di Google che fornisce indicazioni a dir poco imbarazzanti – per cui il binge-eating è sì una fame compulsiva come la bulimia, ma in più è caratterizzata da sensi di colpa e comportamenti compensatori che portano per esempio a vomitare o a cercare di eliminare l’eccesso di cibo con l’uso di lassativi.
È questa la fase uno che serve a legittimare l’introduzione di un anglicismo: far credere che l’equivalente italiano storico non abbia la stessa valenza, e dunque usare l’inglese come fosse necessario. Naturalmente, ammesso che una parola non ci sia già, sarebbe possibile anche coniarne una nuova o a ampliare il significato di quella italiana preesistente (le lingue sane si evolvono a questo modo).
Ma è vero che la differenza tra le due parole è questa? Neanche per sogno.
Cercando sul sito dell’Humanitas ci sono due pagine fotocopia che esprimono lo stesso identico disturbo, il primo si chiama bulimia nervosa, l’altro binge-eating, ma la differenza è tutta qui, nel nome in inglese invece che in italiano, perché per il resto si tratta della stessa cosa, definita allo stesso modo: l’arco di due ore in cui avviene l’ingestione, lo stato d’ansia e il vomito, la concause multifattoriali…
Scopri le piccole differenze:
Basta confrontare i due articoli per scoprire che l’unica rilevante piccola differenza sta nel nome della cosa, e nel secondo articolo l’italiano viene semplicemente ignorato, cancellato e sovrapposto all’inglese. Dunque ammesso e non concesso che bulimia e binge-eating non siano perfettamente sovrapponibili, rimane il fatto che per differenziare i concetti non è assolutamente necessario introdurre un’espressione in inglese crudo.
Quando parlo di cultura coloniale suscito spesso reazioni scomposte e resistenze, soprattutto tra quelli furbi che ci raccontano che la lingua è un fenomeno “democratico” che arriva dal basso e dal popolo. Ma basta vedere gli articoli di giornale che escono per constatare la realtà.
Un anglicismo dietro l’altro, sostituzione dopo sostituzione, si finisce per arrivare a pezzi come quello in figura, dove si parla di influencer (che come è noto “non sono proprio come gli influenti”), di coach (che “non è proprio come un allenatore”) e dove si cala dall’alto la nuova terminologia per introdurre ruoli e concetti come lo sleeping streamer, lo sleep influencer e lo sleep manager… se questo non è colonialismo culturale…
Questi esempi mostrano che l’incapacità di esprimersi in italiano si salda con la precisa volontà di esprimersi in inglese, attraverso una comunicazione che punta volutamente all’itanglese vissuto come uno stile superiore, presentato (a torto) come più internazionale o tecnico.
L’abbuffata di inglese e l’anoressia dell’italiano
Per riprendere le definizioni riservate dagli specialisti al binge-eating, tutto ciò si potrebbe forse chiamare disturbo linguistico compulsivo anglomane, che per essere più chiari e moderni si potrebbe ribattezzare in binge-english writing (e binge-english speaking, la sindrome per cui personaggi televisivi come Rampini o la Gruber ostentano in modo ridicolo la pronuncia affettata di “Trump” e di altre parole americane). Al contrario dei semplici anglomani di una volta – si potrebbe chiosare – il binge writer non è però soggetto a comportamenti correttivi (come il vecchio “scusate il francesismo” ai tempi della Belle Époque), ma si compiace e gongola della sua anglo-bulimia che vuole imporre a tutti, invece che cercare di curarsi.
Il problema è che questa abbuffata di inglese non riguarda più le singole parole, i singoli anglicismi, ma si configura come una rete lessicale che si allarga, coinvolge la morfologia (se c’è il binge-eating poi spuntano i binge-eater[s] al posto dei bulimici), e soprattutto, se prende piede la radice binge per indicare i consumi smodati, poi è chiaro che l’espressione finisce per essere “produttiva” e diramarsi in sempre più numerose espressioni che riproducono lo stesso meccanismo linguistico, e così anche gli alcolizzati vengono indicati come binge-drinker.
L’ultima espressione della famiglia che si sta diffondendo è il binge-whatcing per indicare la dipendenza dalla televisione. Analizzando le frequenze delle tre espressioni su Ngram Viewer di Google Libri si vede benissimo come l’entrata del binge-eating negli anni Novanta sia in relazione con le successive introduzioni del binge-drinking a partire dagli anni Duemila e con l’affacciarsi del binge-watching dagli anni Dieci.
Come finirà?
L’analisi della crescita delle espressioni a base binge (binge based forse suona più in linea con la nostra cultura coloniale) lascia presagire che, in questa abbuffata, la parola potrebbe radicarsi, dare vita a future nuove coniazioni e allargarsi, come è successo a over (da overtourism invece di sovraturismo agli over-80 al posto degli ultraottantenni). Dopo la fase uno – introduzione dell’anglicismo come fosse una necessità e sua diversificazione dall’analogo italiano – la fase due porterà a una normalizzazione e a un uso nella lingua comune con perdita della presunta specificità millantata nella fase uno. Dunque se oggi gli pseudoscienziati che si vergognano dell’italiano introducono l’inglese come dotato di un qualcosa in più, domani l’espressione potrebbe passare dalla terminologia alla lingua comune, grazie ai giornalisti che la impiegheranno in senso lato, ed ecco che la frittata sarà fatta: è in questo modo che l’italiano muore davanti ai “prestiti sterminatori” che li rimpiazzano.
Oppure c’è anche la possibilità che questo schema regredisca – come non resta che auguraci – invece di attecchire. Il punto, però, è che i casi singoli che sono oggetto di studi da parte dei linguisti, vanno sommati tra di loro.
Il problema non è l’affermazione di binge + più qualcosa in inglese, ma il fatto che l’anglomania caratterizza la lingua di classe preferita dalla nostra egemonia culturale – come avrebbe detto Gramsci – e cioè la lingua della classe dirigente e di chi ricopre i ruoli chiave della nostra società. L’itanglese dei ceti sociali alti che prende corpo nei nuovi centri di irradiazione della lingua (scienziati, giornalisti, imprenditori, influenti…) e che poi viene presa a modello anche dalla massa nazional-popolare.
E poco importa che binge si radichi o meno, questa newlingua è ormai di fatto caratterizzata dall’abbuffarsi di inglese, e per ogni anglicismo che non attecchisce ce ne sono altri dieci che invece attecchiranno.
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L’itanglese e l’aggiornamento al 2022 di Google Libri Ngram Viewer
di Antonio Zoppetti
Ho visto che Ngram Viewer è stato da poco aggiornato, e se prima si fermava al 2019, adesso permette di fare ricerche fino al 2022.
Il sistema si basa sull’indicizzazione dei libri digitali dell’archivio di Google Libri, e mostra i grafici della frequenza delle parole anno per anno. Nonostante le fonti attingano a saggistica, manualistica, narrativa, testi pratici, scientifici… in un calderone indifferenziato e senza esplicitare i criteri di inclusione, si tratta di un corpus che ha numeri di grandezza enormi, e l’affidabilità degli algoritmi di Google che da decenni si nutrono di fantastiliardi di parole è comunque significativa.Come tutti gli strumenti, però, Ngram va utilizzato con cognizione di causa, può essere molto utile per individuare delle tendenze – in alcuni casi – mentre in altri si può rilevare uno strumento inefficace. La sua affidabilità dipende dunque dal modo in cui lo si usa e da cosa si ricerca.
Per quanto riguarda la presenza degli anglicismi – che in linea di massima sono forme fisse che non presentano flessioni e a cui raramente si aggiunge la “s” dei plurali – è molto utile per vederne le frequenze, e da quello che ho potuto riscontrare restituisce dati piuttosto in linea e coerenti con quelli che si possono ottenere facendo ricerche per esempio sugli archivi dei giornali, e anche di altri archivi dalle fonte selezionate e considerati più rappresentativi, ma che non sempre hanno il vantaggio di essere aggiornati. Anche incrociando la comparsa delle parole con le datazioni indicate sui dizionari il più delle volte i dati presentano scarti poco significativi, con la differenza che il vocabolario tende a registrare la prima attestazione di una parola, mentre Ngram ne mostra la sua diffusione.
La frequenza di 10 neologismi dello Zingarelli 2025
Tra le 10 nuove parole pubblicizzate dallo Zingarelli 2025, ce ne son ben 6 in inglese e 4 in italiano, una proporzione che rispecchia lo stato delle cose, visto che nel nuovo millennio gli anglicismi costituiscono ormai la metà dei neologismi. Per curiosità ho provato a visualizzarne i grafici per vederne la comparsa e soprattutto la frequenza:
hype (= qualcosa di clamoroso), escape room (= gioco di fuga), fattanza (= lo stato di chi è alterato per l’assunzione di qualche sostanza), overtourism (sovraturismo), bubble tea (= un tè con le bollicine), catfishing (= il ricorrere a una falsa identità), maranza (=giovane tamarro), neurodivergenza (= profilo neurologico fuori media), gieffino (= concorrente del Grande Fratello) e shrinkflation (= sgrammatura, cioè la riduzione della quantità di un prodotto in commercio).
L’inglese, dunque, rispetto all’italiano riveste ormai un ruolo dominante non solo numericamente (tra i lemmi che entrano nel dizionario), ma anche dal punto di vista della sua frequenza e uso. L’idea che gli anglicismi siano per la maggior parte tecnicismi o relegati in ambiti settoriali di bassa frequenza aveva un senso sino agli anni Ottanta-Novanta, ormai non è più così.
Sull’aumento delle frequenze delle parole inglesi, ho provato a misurare la tendenza di alcune di quelle più popolari spuntate improvvisamente negli anni Duemila, per esempio selfie, location, fake news, stalker e cargiver. Come prevedibile, la loro frequenza continua ad aumentare, rispetto al 2019. Perché la tendenza, checché ne dicano i negazionisti, è questa. Non è vero che gli anglicismi sono soggetti a rapida obsolescenza, e che una volta passata la moda regrediscono, tutto il contrario.
Le parole inglesi con cui veniamo quotidianamente bombardati sono spesso passeggere, ma il loro numero è di almeno un ordine di grandezza superiore a quelle che si stabilizzano ed entrano così nei dizionari. E, una volta entrate, difficilmente escono, anzi si radicano, tendono a produrne altre (baby sitter produce babysitteraggio e favorisce i dog sitter o i pet sitter) e nel loro allargarsi e ricombinarsi portano persino alla comparsa di regole istintive che si estendono alla morfologia (dai prefissi come cyber- e over– alle suffissazioni in -er e -ing) e coinvolgono ormai la sintassi e la collocazione delle parole in un mischione con l’italiano sempre più ibridato (dall’election day al mortadella day).
Le parole della pandemia
L’aggiornamento al 2022 è importante perché finalmente include anche le parole comparse durante la pandemia, e ho subito provato a quantificarne qualcuna come appunto pandemia, covid e coronavirus.
A proposito della coerenza con le datazioni e i fatti storici si può notare che “pandemia” – parola ottocentesca, secondo il dizionario – ha conosciuto una sua diffusione negli anni Venti del secolo scorso quando era l’influenza spagnola a mietere vittime, per poi regredire sino all’epoca del covid in cui è tornata in auge con una ben diversa portata. Dunque anche questi particolari sembrano confermare l’attendibilità dello strumento.
Ho provato perciò a cercare 4 parole che con il covid sono diventate frequentissime: lockdown, smart working, green pass e droplet.
La datazione di lockdown, che il giorno della sua apparizione avevo immediatamente denunciato, appare anticipata di due o tre anni, rispetto alla sua esplosione, ma nel complesso il grafico mostra bene la tendenza di queste parole. L’espressione smart working era già apparsa da qualche tempo, e il gruppo Incipit della Crusca l’aveva scoraggiata inutilmente, visto che con il covid ha conosciuto un’impennata mai vista. E il confronto con le possibili alternative italiane (lavoro da casa, da remoto, telelavoro, lavoro agile) la dice lunga sulla prevalenza dell’inglese.
Solo sommando tutte le alternative in italiano si supererebbe la frequenza dell’anglicismo. In questo caso il telelavoro, che nel Novecento era in auge, in seguito è regredito proprio quando è diventato una realtà, che però è espressa in inglese.
Interessante è il caso di no vax, comparato con l’espressione storica italiana antivaccinista (sommata al plurale antivaccinisti). Le polemiche contro il primo vaccino che proteggeva dal vaiolo sono esplose nel Settecento e hanno infiammato i dibattiti di illuministi, filosofi e scienziati, ma sono poi continuate nei secoli successivi con l’introduzione dell’obbligo vaccinale a fine Ottocento e poi con quelli contro tetano o difterite degli anni Venti, e ancora una volta i picchi registrati da Ngram coincidono con queste tensioni culturali e sociali. Nel frattempo è l’espressione pseudoinglese no vax a spopolare (in lingua originale si parla di anti-vaxxer), ma la buona notizia è che c’è stato un parziale recupero anche dell’equivalente italiano, che sebbene si configuri come sinonimia secondaria, non è scomparso ed è un po’ tornato in uso.
La stessa tendenza, mi pare, si può notare in una coppia di parole recentissime che finalmente si possono osservare meglio: hater e odiatore. Quando è esploso il fenomeno sulle piattaforme sociali l’anglicismo era il solo tecnicismo in uso, riferito alla Rete, mentre la parola italiana odiatore, con un senso più generico che tendeva a scemare da tempo, non era utilizzata e in un primo tempo appariva poco intercambiabile. Successivamente ha cominciato a farsi strada anche con il nuovo significato, e oggi si è rivitalizzata come equivalente secondario impiegato e impiegabile accanto all’anglicismo. Certo, la frequenza dell’italiano è molto più bassa, e viene usato come nel passato anche fuori dal contesto internettiano, ma il fatto che circoli e registri un incremento è significativo.
Se in questi casi l’inglese ha la meglio, tra le novità in italiano più gettonate degli anni Venti del Duemila c’è il caso di resilienza, altra parola di coniazione ottocentesca rimasta a lungo di bassissima frequenza. Negli anni Quaranta si è diffusa in ambito psicologico e successivamente è stata impiegata come tecnicismo anche in altri ambiti (per esempio medico o ecologico). Nel nuovo millennio ha fatto il salto alla lingua comune per influsso dell’inglese (nonostante l’etimo latino).
La comparsa di “itanglese”
Infine, segnalo la comparsa della parola itanglese, che sino a qualche giorno fa non esisteva tra le registrazioni di Ngram Viewer, ma che adesso ha un sua posizione, benché di bassissima frequenza e con un andamento incerto e ancora poco significativo. Il punto è che più una parola è di bassa frequenza e più i grafici di Google sono da prendere con le pinze.
Visto che molti linguisti sono fermi al lessico, ribadisco invece che l’itanglese, nel Duemila, ha cessato di essere caratterizzato dall’infilare nell’italiano un gran numero di anglicismi che si moltiplicano nei dizionari e li affollano.
Siamo in presenza di un riversamento dell’inglese sempre più ampio e incontrollabile, dove gli anglicismi che capita di incontrare sui giornali, in tv, nei testi tecnico-scientifici, tra gli addetti ai lavori… sono di almeno un ordine grandezza superiore, anche se si tratta in gran parte di parole usa e getta o di bassa frequenza. Ma tutte insieme, complessivamente, rappresentano un flusso di elementi inglesi continuo e in aumento. E questa sovraesposizione si configura come uno stile ricercato che punta a imporsi come uno stilema comunicativo più prestigioso. Basta esaminare un titolo di giornale come il seguente per rendersene conto.
In questo tipo di comunicazione gli anglicismi da dizionario, con una loro stabilità, sono star e glamour. Tutto il resto è un incrocio insensato di suoni inglesi e italiani con pezzi d’inglese sempre più ampli dall’hair look ai beauty look delle beauty icon del Met Gala pre-party. L’itanglese è questo, non è il ricorso a qualche anglicismo, per chi ancora non se ne fosse accorto.
E il problema è che questa newlingua non è sanzionata come inammissibile, dalla nostra egemonia culturale fatta di menti colonizzate e di provincialismo; in sempre più settori diventa invece una consapevole e compiaciuta ostentazione che finisce per trasformarsi in un modello e persino in un obbligo. Se sei un giornalista di moda devi scrivere così, o ti fanno fuori, esattamente come nell’ambiente lavorativo, se non metti in pratica il gergo itanglese degli addetti ai lavori che il settore richiede e impone, finisci per essere percepito come fuori luogo.
E spesso sono proprio gli ambienti che stigmatizzano parole da bandire come razza o cieco, o quelli che predicano l’inclusività che allo stesso tempo impongono questa newlingua elitaria e irrispettosa del nostro patrimonio linguistico che nel mondo è invece enormemente ammirato.
E così una manifestazione istituzionale che punta a essere responsabile, sostenibile e inclusiva in ambito alimentare, allo stesso tempo esclude è irresponsabile e insostenibile sul piano della lingua, visto che – tra talk learn, cook e taste exhibition – è denominata TuttoFood Week (grazie a Marco Zomer che me l’ha segnalata).
Gli strumenti come Ngram Viewer, insomma, vanno bene per monitorare la frequenza di qualche parola, ma per renderci conto di cosa sia veramente l’itanglese ci vorrebbe un inglesometro di altra natura in grado di rendere conto di questo flusso continuo, per studiare come si sta evolvendo e allargando a discapito dell’italiano.
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Dante Vibes: come uccidere la lingua di Dante con la scusa di promuoverla
di Antonio Zoppetti
Gabriele Valle mi ha segnalato un obbrobrio partorito dalla biblioteca comunale di Trento che ha passato ogni limite. Si tratta di una mostra che si propone di celebrare la grandezza del padre della lingua italiana con un titolo in itanglese: Dante Vibes.
Questa modalità di comunicazione — inappropriata, patetica e provinciale — è al contrario un oltraggio a Dante e alla nostra lingua.
Gabriele non è rimasto inerte, e ha denunciato questa porcheria scrivendo agli organizzatori e ai giornali. Il quotidiano locale l’Adige (17 aprile) ha pubblicato le sue considerazioni: vibes (che si pronuncia vaibs), “insieme agli altri quattromila anglicismi che hanno gettato radici nei nostri dizionari”, è un anglicismo nordamericano frequente nell’ambito colloquiale che deriva da vibrations.
“Ci si domanda – ironizza Valle – se Dante sarebbe riuscito a pronunciare il titolo dell’omaggio che vuole rendergli la Biblioteca comunale di Trento. (…) Ciò che stupisce è che proprio un tributo al cosiddetto padre della lingua venga fatto con un titolo espresso in itanglish. La biblioteca comunale è un formidabile pilastro della comunità. Trovo grottesco che abbia fatto una concessione a una diffusissima tendenza, che per qualcuno ‘emana buone vibrazioni’”.Per comprendere meglio la sua (e la mia) indignazione basta riflettere sulla nostra storia linguistica e sul perché Dante è diventato il simbolo dell’italiano.
Perché “Dante Vibes” è un oltraggio?
Scrivendo la Comedia nel volgare fiorentino, il Sommo Poeta ha saputo creare una lingua che si è affermata in tutto il Paese diventando il canone dell’italiano.
A quei tempi la lingua della scrittura era il latino, la lingua della cultura, mentre le lingue del volgo, che oggi potremmo far coincidere con i dialetti, non possedevano lo stesso prestigio, erano solo la lingua della quotidianità che le masse utilizzavano nel parlare. Al contrario del latino, i volgari nella lingua del sì non possedevano una grammatica consolidata né un lessico comune a tutte le genti italiche. E non avevano ancora prodotto una letteratura in grado di superare i propri confini regionali per saper arrivare a tutta l’Italia (che era solo un luogo geografico, ma non politico).
In Europa, i primi volgari che erano stati impiegati per comporre opere poetiche in alternativa al latino erano soprattutto quelli francesi, cioè la lingua d’oc utilizzata dai poeti provenzali, e l’antico francese, la lingua d’oïl dei cicli epici di re Artù, da cui è derivato l’odierno “oui”. Questi modelli stranieri avevano una risonanza internazionale, come l’odierno inglese, e in un primo tempo anche molti poeti italici scelsero queste lingue per comporre le prime opere poetiche, invece di scrivere in latino o nella lingua del sì. Poi qualcuno cominciò a pensare di comporre direttamente nelle nostre parlate. Ma i componimenti nei volgari del nord non riuscirono a guadagnare un’universalità che li facesse arrivare in ogni regione, mentre quelli in umbro di San Francesco e Jacopone da Todi erano considerati preghiere in musica per il popolino, senza una dignità letteraria. Solo la lirica della scuola siciliana voluta da Federico II era riuscita a entusiasmare anche i lettori colti di un po’ tutto il Paese, in particolare in Toscana e in Emilia, ma il progetto politico e linguistico federiciano era stato una meteora, e si era esaurito con la morte di Federico. L’unificazione dell’Italia era dunque fallita, e anche la poesia in siciliano si dissolse.
Il successo di Dante ha fatto invece scuola, ha elevato la nostra lingua alla stessa dignità di quelle francesi e degli antichi Romani, ed era destinato a dare vita al moderno italiano. Il sommo poeta, come notava Leopardi, aveva attinto parole dal provenzale, dal latino, dall’arabo e anche dagli altri volgari italici, ma le aveva toscanizzate nelle desinenze e nei suoni, facendole diventare voci perfettamente italiane. Questo ha reso Dante il “padre” della nostra lingua. E quando le parole non c’erano o non gli bastavano, ricorreva all’invenzione di nuovi vocaboli, creando neologismi che seguivano gli stessi criteri (inurbarsi, disvicinare…).
La grandezza di Dante esaltata da tutti, nella nostra storia, sta in questo. Machiavelli, nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, metteva in bocca a Dante queste parole:
“Perché le dottrine varie di che io ragiono, mi costringono a pigliare vocaboli atti a poterle esprimere; e non si potendo se non con termini latini, io gli usavo, ma li deducevo in modo, con le desinenze, ch’io gli facevo diventare simili alla lingua del resto dell’opera.” Lo stesso giudizio che Ludovico Antonio Muratori (Della perfetta poesia italiana, 1706) estendeva a tutti gli scrittori del secolo d’oro, che dalla lingua “Latina, e dalla Provenzale, e da i vari Dialetti d’Italia presero non pochi vocaboli, e modi di parlare, e li fecero divenir propri dell’Italiana.”
Una mostra intitolata Dante Vibes – con inversione sintattica rispetto per esempio a “vibrazioni dantesche” – va invece nella direzione opposta: non è l’italianizzazione di ciò che arriva da fuori, bensì la distruzione dell’italiano che viene deformato in un mischione che non è più né italiano né inglese.
Che cosa avrebbe pensato Dante di questo progetto? Lo si può intuire da un passo del Convivio, un’opera che ricorreva al volgare non solo per la lirica, ma anche per il commento alle poesie proposte, perché il latino internazionale dei dotti non sarebbe stato adatto a commentare i ritmi e le rime dell’“italica loquela”, che era più conveniente spiegare nella loro stessa lingua. Tra le ragioni del volgare c’era anche il “naturale amore de la propria loquela” – “l’amore ch’io porto a la mia loquela, che è a me prossima più che l’altre” – che gli faceva respingere le ragioni dei “malvagi uomini d’Italia” che disprezzano la propria lingua in favore de “lo volgare altrui”. Dunque avrebbe mandato con ogni probabilità i curatori della mostra all’Inferno.
L’itanglese? Vuolsi così colà dove si puote
La scelta dell’itanglese è sempre più spesso spacciata per essere “di moda”, come fosse qualcosa di simpatico per accalappiare un nuovo pubblico che però, più che esistere – si vuole creare. Questo pubblico vive solo nella testa colonizzata dei nuovi operatori della comunicazione. Mi chiedo quanti italiani sappiano cosa significhino Dante Vibes, Open Mic ed escape room e quanti preferiscano davvero i reading alle letture e declamazioni.
Se, un tempo, la prima regola della comunicazione era quella di usare un linguaggio adatto al destinatario, i nuovi strateghi del marketing puntano oggi alla strategia opposta, quella di imporre a tutti il proprio linguaggio anglomane da addetti ai lavori che si formano solo su testi in angloamericano.
Anglicismo dopo anglicismo, in uno stillicidio quotidiano, in questo modo l’inglese viene così proposto (e allo stesso tempo imposto) da una classe dirigente in preda alla coazione a ripetere. La parola d’ordine è anglicizzare, e non c’è ormai evento, manifestazione, progetto che non ricorra a questa strategia.
E così l’inglesorum erede del latinorum è il nuovo canone degli azzercagarbugli della comunicazione che se ne fregano di come parla la gente, perché nella loro testa c’è solo la newlingua dell’élite di cui fanno parte, una lingua aristocratica e di classe che vogliono affermare.
Il perché della proliferazione dell’itanglese è allora semplice: perché vuolsi così colà dove si puote, per citare Dante. Ma oggi il luogo dove “si puote” non è il paradiso, sta nei nuovi centri di irradiazione della lingua, che stanno abbandonando l’italiano per privilegiare l’inglese in ogni ambito. Lo si vede nelle iniziative scellerate come quella della biblioteca di Trento, e nei progetti istituzionali, nella lingua dei giornali e in quella del lavoro, della scienza, della cultura…
L’itanglese non è il sempice ricorso a qualche anglicismo, è un nuovo canone linguistico
Carlo Vurachi, per esempio, mi ha segnalato un’iniziativa della regione Friuli-Venezia Giulia denominata in inglese: il Recruiting Day Young rivolto agli under 35. Intanto, su un articolo del Corriere dei giorni scorsi il vecchio concetto di ubriacone, beone, avvinazzato, trincone (come il papà di Braccio di Ferro Trinchetto o come Spugna, il nostromo di Capitan Uncino), ma anche parole storiche come alcolizzato, alcolista, etilista… cedono il posto ai binge drinker dell’Alcohol Prevention Day, e non alla giornata di prevenzione dell’alcol (quest’ultima è una voce italianizzata di origine araba). Questa newlingua è stata partorita dall’Osservatorio “nazionale” dell’acol che in teoria dovrebbe esprimersi in italiano, nei suoi “Report”. E la mentalità coloniale che punta a esprimersi con l’inglese è ancora più disarmante in un articolo dove i letti separati diventano sleep divorce. Perché? Perché questa “tendenza” che è vecchia come il cucco oggi negli Stati Uniti è detta così, e noi sudditi ripetiamo ciò che arriva dagli Usa nella loro lingua superiore a cui siamo asserviti.
Mentre certi linguisti rimasti agli anni Ottanta pensano che l’itanglese consista nell’accogliere qualche singola parola in inglese, la realtà è un’altra. Dante Vibes non accoglie l’anglicismo “vibes” che non compare nemmeno tra i neologismi della Treccani, è un riversamento dell’inglese che esce dai dizionari e si porta con sé l’inversione sintattica. Lo stesso si può dire del Recruting Day Young che non consiste nell’importazione di singole parole, ma nel passare direttamente alla struttura della lingua inglese, oltre che al lessico.
L’itanglese travalica ormai la semplice sfera lessicale, si trasforma in enunciazioni mistilingui di una portata superiore, genera una gamma di espressioni che non è più possibile registrare nei dizionari, perché uscendo dal lessico si animano di vita propria, e si ricombinano. E così le radici inglesi diventano prefissoidi (under/over 35), generano parole ibride scritte e pronunciate un po’ in italiano e un po’ inglese (zoomare, softwarista), mentre spuntano sempre più pseudoanglicismi e ricombinazioni maccheroniche delle radici inglesi (smart working) che convivono con espressioni realmente inglesi… Tutto ciò è lo sfaldamento dell’italiano, non la sua modernizzazione.
L’itanglese non è un vezzo senza conseguenze, assurge a un‘ostentazione compiaciuta dei suoni inglesi, a uno stilema linguistico ricercato dai comunicatori che vanno nella direzione opposta a quella del padre della nostra lingua, Dante, che attingeva dalle lingue allora dominanti facendole diventare italiane.
In questo modo l’italiano diventa “volgare”, inteso come codice espressivo popolare che non possiede lo stesso prestigio.
La lingua di Dante, disonorata in patria ma amata all’estero e da re Carlo
Mentre noi ci vergogniamo dell’italiano e lo mescoliamo alla nuova lingua superiore, all’estero il nostro idioma – che continua a essere rappresentata soprattutto dalla lingua di Dante – è invece amato e ammirato, e gode di un prestigio che in patria non possiede più. E così, poche settimane fa, Re Carlo ha scelto di tenere in italiano parte del suo intervento pronunciato in parlamento. Lo ha fatto nell’incipit del suo discorso (“spero di non stare rovinando la lingua di Dante”), in alcuni passi più sentiti e anche nella conclusione: “E quindi uscimmo a rivedere le stelle”.
A rovinare la lingua di Dante ci pensa invece la biblioteca di Trento, non il re del Regno Unito, che con la sua scelta di esprimersi in italiano – particolarmente significativa visto che i sistemi scolastici anglofoni non puntano all’insegnamento di altre lingue – ha lanciato un segnale importante in favore del plurilinguismo, e anche della bellezza della nostra lingua che in patria è invece svilita.
Sul discorso di Carlo voglio divulgare l’immagine che mi ha mandato il professor Jacopo Parravicini, docente di fisica all’università di Firenze. Credo che potrebbe aiutare a riflettere i comunicatori anglomani della Biblioteca di Trento.
Intanto se qualcuno vuole inoltrare le sue proteste sul nome della manifestazione, sul sito della biblioteca, in basso, ci sono i recapiti a cui rivolgersi.
#anglicismiNellItaliano #Dantedì #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa
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Nasce il gruppo Explicit per la restituzione dei prestiti linguistici (pesce d’aprile)
di Antonio Zoppetti
Il movimento dei linguisti democratici dell’Accademia della Farina integrale ha dato vita oggi al gruppo Explicit, con lo scopo di monitorare i prestiti dall’inglese ormai radicati nella lingua italiana. “Se sono prestiti è arrivato il momento di restituirli – ha dichiarato l’arciconsolo della fondazione – perché sono troppi e non ce ne facciamo niente.”
Il gruppo “Explicit” ha il compito di esprimere un parere sulla sopportabilità – quantitativa e qualitativa – delle parole inglesi che stanno ibridando l’italiano. Il gruppo respinge ogni autoritarismo linguistico, e, attraverso la riflessione e lo sviluppo di una migliore coscienza linguistica e civile, vuole de-anglicizzare il lessico degli operatori della comunicazione, dei giornalisti, dei politici e di tutti i collaborazionisti della dittatura dell’inglese imposta alle masse e alla lingua comune.
I centri di raccolta
Centinaia e centinaia di prestiti inglesi sono già confluiti nei centri di raccolta sorti in molti capoluoghi – i più attivi a Milano (capitale dell’itanglese), ma anche a Roma, Firenze, Palermo, Padova e Forlì – dove i cittadini sempre più esasperati li stanno consegnando ai responsabili che, dopo averli studiati e classificati, si accingono alla restituzione. Il primo problema è quello di stabilire la loro reale provenienza etimologica, per poterli inviare alle ambasciate dei rispettivi Paesi in modo che se li riprendano. La maggior parte arrivano dagli Stati Uniti, ma non mancano anche i vocaboli inglesi (come tunnel, meeting o sandwich) e altri ancora che provengono da Israele (green pass, Gaza City, West Bank) o da altri Paesi anglofoni o anglicizzati (come apartheid che proviene dal neerlandese o boomerang dall’Australia).
Le reazioni dell’anglosfera
Le reazioni dell’anglosfera sono per il momento scomposte e poco unanimi, perché nessuno se li vuole riprendere, ed è iniziato sin da subito uno scaricabile per cui ogni Paese tende a imputare al Regno Unito la principale fonte di provenienza.
“È vero che una parola come privacy è diffusa negli Usa – ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca – ma a sua volta noi l’abbiamo presa dall’inglese, dunque la faccenda riguarda gli inglesi.” “Niente affatto – ha replicato l’ambasciatore di Oxford e di Cambridge – noi diciamo “prìvasi” e non “pràivasi” secondo la pronuncia di italiani e statunitensi, dunque lo smaltimento del termine non spetta certo a noi.”
Mentre su molti vocaboli sono sorte controversie legali che sono finite sui tavoli della Corte Internazionale, un altro problema è costituito dagli anglicismi che non provengono da alcun Paese straniero.
Espressioni come beauty case, smart warking, autostop, autogrill, footing e mille altre sono state respinte da tutta l’anglosfera che attribuisce all’Italia la creazione di simili pseudoanglicismi di cui non si assume la responsabilità. Tra le parole che ci sono tornate indietro con ricevuta di ritorno ci sono poi termini come basket – respinto in quanto gli anglofoni parlano di basketball – e poiché noi lo usiamo al posto di pallacanestro (e non di cesto), la restituzione è stata considerata illegittima e affossata in modo ufficiale.
Analoghi respingimenti si stanno verificando per le parole inglesi a cui noi attribuiamo un significato diverso dalla lingua di provenienza, come mobbing, che in inglese non indica affatto una persecuzione nell’ambiente lavorativo, o come dressing che sarebbe un condimento per l’insalata e non il modo di vestire (cioè il dress code che è invece in trattativa di restituzione).
Le polemiche sul piano interno
Enormi polemiche sono sorte anche sul piano interno, dove molti anglicisti hanno sottolineato come questa operazione sia poco fattibile, nella pratica, per varie ragioni.
La prima si può individuare nelle migliaia di parole ibride (whatsappare, computerizzare, clownterapia, libro-game, shampista…). I Paesi anglofoni stanno manifestando una certa disponibilità a trattare solo sulle radici inglesi, ma tutti sono concordi nel respingere parole del genere che contengono anche elementi italiani considerati a loro estranei. In buona sostanza gli ibridi – che non sono né italiani né inglesi – non li vuole nessuno, e attualmente è allo studio una proposta di legge per mandarli temporaneamente in un luogo di stoccaggio in Albania, per tenerli fuori dall’Ue, anche se non è chiaro se questa strategia violi o meno le leggi internazionali.
La seconda questione, forse la più spinosa, riguarda i prestiti di necessità, che come tutti i linguisti sanno sono appunto necessari e dunque non se ne può fare a meno. Il caso più eclatante è quello di mouse, che tutti hanno tradotto con “topo”, ma a noi italiani non è venuto in mente e dunque ripetiamo l’inglese come se non si potesse fare altro.
“Come facciamo adesso a parlare del mouse se restituiamo anche questo?” ha lamentato un accademico attonito davanti all’iniziativa.
La soluzione rivoluzionaria del gruppo Explicit è quella di creare nuove parole italiane, anche se molti linguisti non sono più capaci, visto che da mezzo secolo sono abituati a ripetere e legittimare solo l’inglese. Eppure la proposta del gruppo Explicit è semplice: sostituirlo con “topo inglese”, una scelta che si basa sull’italiano storico dove da sempre si parla per esempio di chiave inglese o zuppa inglese, anche se una minoranza disallineata propende per la soluzione di “topo americano” sul modello di sogno americano e di altre varie americanate.
Le contromisure degli USA
In attesa di vedere come la complicata situazione si evolva e stabilizzi, dagli Usa sono arrivate le prime dichiarazioni in risposta a simili provvedimenti. “Per ogni anglicismo che sarà restituito, deporteremo dieci italianismi a Roma” ha dichiarato Trump che sta valutando l’idea di introdurre anche i dazi lessicali. I suoi consiglieri, tuttavia, premono per evitare questa soluzione che si esaurirebbe nel giro di pochi minuti, visto che a parte pizza, mandolino e cappuccino gli italianismi sono stati di solito adattati in inglese e dunque non sono tecnicamente restituibili.
La trovata di Trump rischia insomma di rivelarsi un boomerang, perché parole come design, sketch, novel, bank, mascara e tutte le altre derivano certamente da disegno, schizzo, novella, banca e maschera, ma dopo il restyling sono diventate a tutti gli effetti inglesi, e dunque se non si possono considerare parole “italian sounding” non possono essere restituite, anzi, a norma di legge siamo noi che dovremmo rispedirle al mittente, invece di farne il plus del made in Italy. Inoltre – mentre da noi tra gli addetti ai lavori dilaga l’idea che esistano i “prestiti di necessità”, il concetto di “italianismi di necessità” non trova corrispondenza nella mentalità anglofona. “Italianismi di necessità? Ma che cavolo state dicendo?” ha chiosato il responsabile della comunicazione di Eleno Mask – come da oggi si dirà in Italia – estremamente preoccupato dal fatto che dovrà cambiare tutta la terminologia delle sue interfacce a partire da X e tradurle in italiano, invece di colonizzare il mondo con i follwers, gli hashtag, le newsletter e tutte le altre espressioni itanglesi con cui le multinazionali d’oltreoceano ci stanno rimbecillendo da decenni.
PS
Questo articolo si può anche ascoltare su TG UIV (Notiziario dei fatti italiani, edizione speciale pesce d’aprile a cura di Roberto Vielmi).#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa #tradurre
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Front loading, journaling e dress code: l’inglese che impoverisce l’italiano e lo distrugge
di Antonio Zoppetti
Davanti ai dazi previsti da Trump sui prodotti italiani, negli Usa è esplosa una corsa per accaparrarsi scorte dei nostri prodotti, per esempio vini o formaggi, prima che vengano tassati. Il concetto è semplice e il fenomeno è vecchio come il mondo. La novità, in un articolo del Corriere, è che tutto ciò adesso lo si vuole esprimere con un “nuovo” concetto in inglese: front loading è la nuova parola per descrivere l’accaparramento (= “Incetta di merci a fini di speculazione o allo scopo di costituirsi una scorta”).
L’italiano si butta via, e forse ormai non si conosce nemmeno più. Si ripete ciò che arriva dagli Usa e si indottrina il pubblico, lo si educa alla lingua superiore, lo si colonizza. Gli artefici di questa strategia sono i giornalisti, gli imprenditori, gli scienziati, i tecnici, i pubblicitari… talvolta persino i rappresentanti delle istituzioni o della scuola. La strategia di anglicizzare e anglificare è perseguita più o meno consapevolmente da collaborazionisti interni che ricorrono a concetti e parole in inglese, perché in inglese si formano e sanno attingere solo d’oltreoceano, dimentichi della nostra storia e delle nostre radici. Convinti che il mondo coincida con l’anglosfera. Altro non vedono.
Non abbiamo più a che fare con qualche “prestito” o con qualche singolo anglicismo. Siamo in presenza di una sistematica sostituzione che sta portando all’impoverimento dell’italiano, alla sua distruzione e alla nascita di una neolingua a base inglese.
Non c’è parola inglese che non abbia le sue occorrenze in documenti, scritti e articoli in italiano. In qualunque settore, gergo, linguaggio settoriale. Fino a ieri front loading apparteneva al gergo degli economisti anglicizzati, che esprimono i concetti chiave in inglese, per esempio benchmark o spread. Poi, a un certo punto queste parole vengono riprese dai giornali come tecnicismi più evocativi dell’italiano (punto di riferimento, scarto) e fanno il salto dai linguaggi settoriali alla lingua comune propinata al popolino che in questo modo si educa e si colonizza.
Ma circola anche un altro significato tecnologico della stessa parola, per indicare le lavatrici “a caricamento frontale”, in pratica una comune lavatrice come quelle che si vendono sin dagli anni Sessanta. Solo che i produttori oggi la presentano con parole inglesi: le lavatrici front loading. È un tecnicismo. Si chiamano così, non lo sai? Aggiornati!
Dopo la prima fase di tecnicismi per addetti ai lavori, spesso parole come queste diventano prestiti sterminatori: in un primo tempo sono venduti come “prestiti di lusso” – si pensi a overtourism, sold out, automotive… – poi si ricavano una loro superiorità sugli equivalenti italiani, dunque sono di volta in volta più precisi, moderni o internazionali… e alla fine rimpiazzano l’italiano che diventa archeolingua inutilizzabile: calcolatore, pettegolezzo/cronaca rosa, corso di perfezionamento… vengono abbandonati per sfoggiare computer, gossip o master.
Questa sostituzione lessicale ricorda la strategia del Grande fratello orwelliano che puntava a distruggere il lessico, cancellare la storia e riscrivere il passato. Oggi tutto ciò avviene, più che per imposizione dittatoriale, per uno spontaneo e compiaciuto asservimento della nostra intellighenzia alla lingua dei padroni.
L’altro giorno mi sono imbattuto in un libro sul journaling, che ne esaltava i benefici e spiegava come farlo. Journaling, nella Novalingua, è semplicemente lo scrivere un diario, e la “nuova” pratica rivoluzionaria è spiegata e divulgata da libri fondamentali come L’arte del Journaling. Ovvero, Come Imparare A Scrivere Il diario In 5 Semplici Mosse (da notare l’uso delle maiuscole ad minchiam). Oppure Il potere del Journaling: Guida completa per la tua trasformazione attraverso la scrittura. Ma basta cercare in Rete per rendersi conto della colonizzazione culturale e linguistica in atto:
Come fare il journaling?
Perché fare journaling?
Come può il journaling aiutare a gestire lo stress?
Che cos’è l’art journaling?Quando andavo al liceo avevo una Smemoranda piena di pensieri, disegni, ritagli appiccicati… come tutti gli studenti. Era una libera espressione personale, e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di scrivere un manuale per insegnare questa pratica (la contraddizione della creatività personale). Oggi tutto ciò è venduto come una novità che si esprime in inglese: “l’Art Journaling è un diario visuale, una sorta di rivista di immagini disegnate, ritagliate, ricavate da altri oggetti per creare qualcosa di unico e, soprattutto, personale.”
In questo lavaggio del cervello andrà a finire che prima o poi qualcuno scriverà un saggio anche sul journaling di Anna Frank per sancire la cancellazione del passato e riscrivere la storia in ottica angloamericana con eliminazione dell’italiano.
Il problema non sono i singoli anglicismi come front loading o journalism. Il problema è che è tutto così. In attesa che qualche giornalista introduca il problema dello street dog pissing (la pipì dei cani per le strade) l’unica cosa che importa sembra il ricorso all’inglese. E parola dopo parola, concetto dopo concetto, gli anglicismi e le espressioni inglesi si allargano, prendono il sopravvento, sostituiscono l’italiano e lo scalzano. E la comunicazione quotidiana, sui giornali, si trasforma in articoli in itanglese come questo, dove tra Life, hype, fashion, status symbol e business, l’inglese ha il sopravvento e ci colonizza.
Sul Corriere di oggi ci sono ben due articoli che parlano di dress code, una volta scritto tutto attaccato e una volta staccato. L’importante è ricorrere all’inglese (ma va bene anche lo pseudoinglese come nel caso di dressing che sarebbe un condimento per l’insalata), la forma viene in secondo piano.
“È una bella cosa la distruzione del lessico”, scriveva Orwell in 1984. Ma dietro la distruzione delle parole e la loro sostituzione con quelle inglesi c’è proprio quello che lo scrittore denunciava a proposito della lingua unica da imporre a tutti: “La novalingua non mira ad altro che a ridurre la gamma dei pensieri”.
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La lingua di classe: l’italiano 2.0 a base inglese
Di Antonio Zoppetti
Mentre sui giornali lo tsunami degli anglicismi travolge quotidianamente la lingua italiana – soprattutto nei titoli, a caratteri cubitali e in bella vista – ogni tanto compare qualche lamentela dei lettori, nascosta tra le lettere alla redazione. Nello spazio della Stampa “Lo specchio dei tempi”, per esempio, il 30 gennaio Carla Crivello mi ha segnalato la denuncia di un torinese:
“Mi sono recato presso l’Asl di via Montanaro a Torino. Sono rimasto allibito! Vi è un cartello che indica un laboratorio con la scritta ‘Head and Neck Cancer Unit” Ho pensato che era bello sognare di e essere a Londra e mi sono dato un pizzicotto e invece ero a Torino. È mai possibile che i responsabili della Sanità Pubblica del Piemonte oltre a tutti i problemi che ben conosciamo non trovi niente di meglio che indicare un laboratorio così importante in lingua inglese?” (AB).
Il 31 gennaio è invece stato pubblicato il commento di Marco Zomer (attivista dell’italiano):
“Leggo che l’evento gratuito organizzato al Regio per seguire la finale del tennis era ‘soldout‘. Mi pare un ossimoro: non può essere ‘sold’ un evento gratuito! E se la smettessimo di usare anglicismi e scrivessimo ‘al completo’ o ‘tutto esaurito?'” (MZ).
Sold out, che come la maggior parte degli anglicismi composti non ha una grafia ben codificata e si trova anche scritto con il trattino (sold-out) o tutto attaccato (soldout), è un potenziale prestito sterminatore che sta facendo il suo sporco lavoro: distruggere l’italiano sovrapponendosi come espressione più prestigiosa e moderna. Poco importa che non tutti capiscano cosa significhi, si abitueranno. E verrà il giorno che anche questa parola sarà forse dichiarata “italiana” da certi linguisti che così definiscono parole di altra frequenza come chat o computer (come si legge per esempio in certe consulenze linguistiche dell’Accademia della Crusca). In Rete circolano innumerevoli battute che giocano sulla trasparenza di questa parola: “Vorrei acquistare i biglietti”. Risposta: “Ciao, Sono Sold Out”. Replica: “Ciao Sold Out, quindi come posso fare?”.
Intanto si registra l’uso in senso lato dell’espressione, che ha ormai perso il suo significato letterale legato al venduto (sold è participio passato del verbo sell) e nel suo sovrapporsi a tutto esaurito si impiega anche per ciò che non affatto in vendita, come il “sold out” dei musei milanesi causato dal fatto che durante il weekend l’ingresso era gratuito.
Durante il covid, anche i centri vaccinali – chiamati HUB – erano sold out in una no-stop da record, per riportare la lingua dei giornalisti moderni (tuttavia no-stop significherebbe che è vietato fermarsi, al contraio di non-stop che significa senza pause).
Purtroppo l’itanglese non è solo la lingua dei giornalisti, è il modello linguistico della nuova egemonia culturale, della nuova classe dirigente, o dell’élite, per usare un francesismo. Se la lingua dei Promessi Sposi manzoniani che si poneva come il nuovo modello dell’italiano si basava sul fiorentino dei ceti colti – e non certo quello del popolino inquinato da solecismi come diaccio per freddo – oggi il nuovo ceto alto sciacqua i propri cenci nell’East River del fiume Hudson (più che nel Tamigi), anche se i panni sporchi – si sa – sarebbe meglio lavarli in casa.
E così, in un Paese dove si punta all’inglese come lingua dell’Università e all’abbandono dell’italiano come lingua della formazione, poi non stupisce che gli ospedali inaugurino le Head and Neck Cancer Unit, invece di parlare dell’oncologia, della testa o del collo. Il punto è che questa lingua viene imposta ai cittadini che la subiscono ob torto collo, se non si dice ormai ob torto neck.
Tempo fa mi è capitato di frequentare i reparti ospedalieri specializzati nella cura degli ictus, ma il colpo apoplettico è roba di una volta, la cartellonistica dei reparti indica solo le Stroke Unit, perché in questo modo sono stati chiamati i centri di eccellenza. Nei documenti della Regione Lombardia si ufficializza la terminologia inglese, e si legge che il “Decreto della DG Sanità n. 10068 del 18/09/2008” è oggi sostituito dal “decreto DG Welfare n. 18447 del 17/12/2019”, mentre le nuove Stroke Unit si occupano anche della “corretta comunicazione ai caregivers” (con la “s” per formare il plurale), ma della comunicazione agli italiani che devono essere educati alla lingua dei padroni non interessa niente a nessuno, a parte i cittadini che scrivono le loro proteste ai giornali.
Se l’obitorio di Pescara viene trasferito, la comunicazione ospedaliera rivolta alla popolazione non parla più di obitorio – un brutta parola, che evoca la morte – ma di Morgue e il giornalista è costretto a riportare tra parentesi l’avvertenza che sui cartelli c’è solo “morgue”.
I delitti della via Morgue di Edgar Allan Poe, come in un racconto dell’orrore, si trasformano in delitti e crimini contro la lingua di Dante, che finisce nell’obitorio mentre prende vita l’itanglese affermato dalle istituzioni. Il che è inaccettabile.
Questa dittatura dell’inglese è la nuova lingua di classe. Una lingua che nell’era dell’inclusione esclude gli italiani, perché dietro il politicamente corretto c’è semplicemente il politicamente americano.
Tra i linguisti impazziti, intanto, c’è chi ci spiega che la lingua arriva dal basso e la nuova prospettiva “scientifica” della linguistica moderna è descrittiva, non è più prescrittiva e normativa come una volta… poi però, davanti agli usi dal basso che escono dall’italiano storico, per esempio l’uso di “piuttosto che” con il nuovo significato di “oppure” invece di “anziché”, non si fanno problemi a respingerlo e dichiararlo errore inammissibile, invece di descriverne l’uso sempre più inarginabile, come si legge sul sito della Crusca:
“Non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.”
Davanti all’ambiguità (e all’incomprensibilità) della comunicazione in inglese, tutto è invece più attutito (che significa soft per chi non è avvezzo alla lingua moderna) e spesso gli anglicismi non sono considerati altrettanto inammissibili né respinti. Certi linguisti impazziti, davanti all’anglicizzazione dell’italiano (che qualcuno ancora più impazzito continua a ridimensionare se non a negare) mediamente ci spiegano che sulla lingua non si può né deve intervenire, perché l’uso è sacro (anche se si tratta di un uso che arriva dall’alto e dagli anglomani, non certo dal popolo). Poi però decidono che è meglio scrivere “sé stesso” con l’accento e non con la sua omissione, e si mettono anche a scrivere così entrando a gamba tesa su un uso che – a torto o a ragione – si era affermato nel corso del Novecento come la norma editoriale in uso in tutta la letteratura e in tutti gli autori. Ma qualche linguista ha deciso di cambiare le regole, e dell’uso in questo caso se ne impipa (parola popolare e volgare di basso registro, nonostante sia stata usata da autori come Manzoni o Verga).
È in questo modo, e in questo contesto, che prende piede l’italiano 2.0, dove per interferenza dell’inglese il punto sta al posto della vecchia virgola e quello che è definito ipocritamente “italiano” non è altro che una lingua ibrida il cui nome più appropriato è invece itanglese. Una lingua classista che si vuole legittimare a partire dalle istituzioni, invece che arginare. È questo il nuovo specchio dei tempi (fino a quando non ci faranno dire mirror).
#anglicismiIstituzionali #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa
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Di Antonio Zoppetti
Riprendo una notizia che mi ha segnalato Marco Zomer nei commenti dell’ultimo articolo, e che mi pare davvero significativa per fotografare l’attuale abbandono dell’italiano e la sua sostituzione con l’inglese.
Si tratta di una notizia tutta interna che riguarda Pompei, dove è stata ritrovata una casetta con delle pregevoli decorazioni e un affresco di un satiro e di una ninfa. E come hanno riportato la notizia, uscita il 25 ottobre, i giornali italiani? Con il consueto picco di stereotipia in cui tutti hanno pensato bene di usare l’inglese. Dunque il gregge dei giornalisti ha cominciato a belare in coro: “tiny house”, non solo partendo dalle stesse fonti riprese ovunque con le stesse parole (il giornalismo decervellato del copia e incolla), ma anche con la precisa volontà di introdurre l’inglese al posto dell’italiano.
Eppure l’espressione “tiny house” non è presente né nel corpus di Google libri né tra i neologismi Treccani; la sua frequenza in italiano, fino a l’altro giorno, era insignificante, e anche la sua trasparenza è bassissima. Una tiny house non è altro che una piccola casa indipendente, una minuscola abitazione, una microcasa, un miniappartamento, una casa in miniatura, un villino… in altre parole una casetta, per chiamare le cose con il loro nome.
Che cosa spinge i giornalisti – dunque non un singolo giornalista – a ricorrere all’inglese invece dell’italiano come se si trattasse di un termine tecnico senza corrispettivi?
Questo modo di porre la notizia che ricorre all’inglese è ricercato e voluto, e pare l’espressione di un cultura anglomane e coloniale, dove si riscrive la storia attraverso l’abbandono dell’italiano per sostituirlo con un’espressione inglese che non ha alcun perché, così come non ha un perché insistere su “come la chiamerebbero gli inglesi”, ma chi se ne frega?
Se i pezzi iniziassero con “come la chiamerebbero” i giapponesi, i francesi, i tedeschi o i bulgari l’idiozia di un simile approccio sarebbe forse più evidente, ma davanti all’idea sottostante dell’inglese venduto come lingua superiore, il lettore viene in questo modo educato e colonizzato. In gioco non c’è come la dovrebbero chiamare gli italiani, né come la chiamassero gli antichi Romani – che avrebbe un senso – ma solo l’anglificazione della nostra storia e l’anglicizzazione della nostra lingua. Al lettore si insegna così una nuova espressione – come al solito: in inglese – invece che utilizzare l’italiano che comprenderebbe e arriverebbe a tutti. Questi giornalisti non sono solo colonizzzati nella mente, ma agiscono allo stesso tempo come coloni che diffondono all’unisono le espressioni inglesi.Naturalmente “tiny house” potrebbe anche non attecchire e scomparire da domani, e probabilmente sarà così, ma il punto non è la singola scelta lessicale, bensì la mania compulsiva di ricorrere all’inglese – e praticamente solo a quello – invece di usare l’italiano o alla peggio di coniare neologismi (adattare è ormai una strategia abbandonata, ci vergogniamo di italianizzare l’inglese, lingua sacra e inviolabile). È così che la nostra lingua muore.
Il punto è che ogni giorno, in Italia, qualcuno pensa bene di introdurre un nuovo anglicismo in un determinato settore, e ciò avviene in virtù di una patologica e sistematica coazione a ripetere le cose in inglese, tra gli addetti ai lavori, nelle istituzioni, tra gli intellettuali, nel linguaggio del lavoro… In questa “panspermia” del virus anglicus – come l’ho definita – viviamo immersi in una nuvola di anglicismi passeggeri di un ordine di grandezza superiore agli anglicismi acclimatati e registrati dai dizionari. Il meccanismo di propagazione di questo fenomeno è analogo a quello della riproduzione delle ostriche che spargono milioni di larve destinate per la maggior parte a morire, ma nel grande numero di sicuro una piccola parte sopravvive e attecchisce. Con gli anglicismi avviene qualcosa di simile e quando i “negazionisti” dell’itanglese insistono sull’obsolescenza degli anglicismi che liquidano come delle parole perlopiù usa e getta, soggette a rapida obsolescenza, confondono gli anglicismi incipienti (le larve) con quelli che sono attecchiti e che, una volta radicati, non escono affatto dai dizionari e dalla nostra lingua, anzi nella maggioranza dei casi la fanno regredire, quando non la soppiantano.
Qualche anno fa ho fatto un confronto “all’americana” tra gli anglicismi annoverati nel dizionario Devoto Oli del 1990 e quello del 2017, ed è emerso che in 27 anni sono usciti soltanto 67 anglicismi (per esempio baby market, pocket computer o sexy star) mentre ne sono entrati oltre 2.000 di nuovi, un numero che è salito enormemente passando ai dizionari degli anni Venti del nuovo secolo.
E allora, invece di raccontare frescacce, dovremmo raccontare che “tiny house” è una larva che probabilmente ha poche possibilità di attecchimento, ma non va considerata singolarmente, bensì insieme alle migliaia e migliaia di altre larve che circolano e che tutte insieme costituiscono il terreno delle neologie, che – guarda caso – dagli anni Duemila sono per la metà in inglese, invece che in italiano.
Ciò che dovremmo combattere, non è perciò un singolo anglicismo come “tiny house”, ma la logica sottostante, e cioè il meccanismo di importazione delle parole inglesi che alla fine è sempre il medesimo: la diglossia lessicale per cui l’anglicismo è considerato di volta in volta più evocativo, tecnico e prestigioso dell’italiano.
Un altro lettore, Davide, mi ha segnalato come proprio a Pompei, qualche anno fa, il ritrovamento di un termopolio – come lo chiamavano i latini (thermopolium) – è stato presentato come una “bottega di street food” venduta come qualcosa di ante litteram. In questa visione coloniale non siamo noi moderni a continuare le tradizioni millenarie della ristorazione per la strada, ma con un ribaltamento della storia sono i Romani ad aver anticipato ciò che si chiama in inglese, street food (e non cibo di strada), dove qualcuno ha pensato di applicare lo schema del “plagio ante litteram” parlando invece di antenato del “fast food” o persino di un “pub”. Qualunque cosa va bene pur di sostituire il latino – o l’italiano – con qualche altro concetto espresso in inglese.
A quando qualche nuova scoperta archeologica in cui ci insegneranno che a Pompei hanno anticipato il coworking perché si lavorava insieme in qualche struttura o c’erano i precursori dei cocktail perché mescevano il vino con il miele, e avevano inventato le spa e le beauty farm ante litteram che chiamavano terme?
Sicuramente molto presto.
https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/10/28/la-follia-delle-tiny-house-a-pompei/
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di Antonio Zoppetti
È appena uscito un mio nuovo libro: Meglio l’italiano o l’itanglese? Linee guida sull’uso di anglicismi nella comunicazione trasparente (Mind Edizioni, Milano) che ha lo scopo di colmare una lacuna tutta italiana.
Negli ultimi vent’anni, infatti, sono state diramate decine di raccomandazioni e linee guida istituzionali sulla femminilizzazione delle cariche, mentre si moltiplicano i siti e le associazioni che promuovono il linguaggio inclusivo e non discriminante, e spuntano decreti leggi che mettono al bando la parola “razza” o prescrivono l’eliminazione di “handicap” in favore di condizione di disabilità, e non perché si tratta di un termine inglese, bensì perché viene proclamato discriminante, e dunque viene sconsigliato (e vietato per legge) nel linguaggio delle amministrazioni.
In sintesi, esistono fortissime pressioni che hanno come obiettivo la pianificazione linguistica e puntano a intervenire sull’uso – spesso a gamba tesa – per educare i cittadini a parlare in modo politicamente corretto, ma quando si tratta invece di regolamentare l’abuso sempre più selvaggio dell’inglese, i linguisti e gli intellettuali italiani cambiano subito casacca, e si appellano a una “sacralità” dell’uso che non può essere messo in discussione. Solo in questo caso parte la solita tiritera per cui sulla lingua non si può – né deve – intervenire, perché non si può limitare la libertà di espressione e non si possono certo mettere al bando le parole straniere come ai tempi del fascismo. Al contrario, il problema non sono i forestierismi in modo generico, ma la penetrazione sempre più massiccia di parole inglesi, tutte provenienti dalla stessa lingua dominante che sta schiacciando l’italiano. E gli anglicismi sono spesso discriminanti e poco trasparenti, perché escludono – invece di includere – una larga fascia di cittadini che non li comprendono, e in questo modo si creano barriere sociali e fratture generazionali. Ma le istituzioni, in questo caso, non si preoccupano né della trasparenza né della cancellazione dell’italiano, e anzi sono in prima linea nell’introdurre e diffondere parole come cashback, caregiver, whistleblowing, stepchild adoption e via dicendo.
Il non-interventismo, insomma, è invocato solo nel caso dell’inglese, ma la realtà è un’altra: nell’attuale società è in atto un processo di revisionismo linguistico molto forte, che punta ad affermare un nuovo modello di italiano dove le stesse forze riformiste – anche istituzionali – che prescrivono il politicamente corretto, l’inclusività, la femminilizzazione delle cariche… sono quelle che allo stesso tempo introducono gli anglicismi.
Nel libro questo fenomeno è ben denunciato, e le contraddizioni vengono finalmente fatte esplodere. Riporto una sola citazione:
“Colpisce, per esempio, che proprio il Ministero dell’Istruzione da cui sono scaturiti testi pieni zeppi di anglicismi come il Sillabo del 2018 o il Piano scuola 4.0 del 2023, contemporaneamente abbia diramato delle Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur (2018) che a loro volta riprendevano altri simili documenti promossi già da anni. Nella prefazione dell’allora ministra Valeria Fedeli si leggeva:
Credo che nel Miur la consapevolezza dell’importanza del linguaggio debba essere coltivata e praticata anche più che altrove – non solo per quanto riguarda l’uso del genere grammaticale femminile, quindi, ma anche per tutto ciò che riguarda la trasparenza degli atti amministrativi. Sappiamo che la lingua è un corpo vivente, che si evolve nell’uso quotidiano e non può essere cambiata per decreto. D’altra parte, le proposte riguardanti l’uso del femminile avanzate nelle presenti Linee guida non hanno nulla dell’imposizione dall’alto, perché richiedono semplicemente di applicare in modo corretto e senza pregiudizi le regole della grammatica italiana (p. 4).
Eppure questo richiamo alle pari opportunità, alla trasparenza e alle regole della grammatica italiana sembra che sia invocato solo nel caso dell’educazione al genere, ma venga invece nascosto sotto al tappeto nel caso degli anglicismi che al contrario vengono diffusi e promossi senza seguire gli stessi criteri, o forse li si introduce in modo consapevole proprio con l’intento di affermarli (a pensar male si commette peccato, ma spesso si indovina, recitava una vecchia battuta di Andreotti).”
[Meglio in italiano o in itanglese? p. 70].Le istituzioni, insomma, non sembrano veramente interessate alla trasparenza, e la usano come alibi quando fa loro comodo per diffondere il linguaggio “etico” che vorrebbero affermare, un modello linguistico che vuole essere politicamente corretto e allo stesso tempo anglicizzato. Un modello linguistico che afferma l’itanglese.
Una nuova definizione di itanglese
Nel libro c’è una dettagliatissima spiegazione di che cosa sia l’itanglese, che da un punto di vista tecnico ormai non è più solo un “italiano” che contiene un’alta frequenza di parole inglesi. L’itanglese travalica l’ingenua categoria dei “prestiti linguistici”, è fatto di pseudoanglicismi maccheronici (footing, smart working), di parole ibride (zoomare, clownterapia), di costrutti sintatticamente invertiti (matematica day, covid hospital), di suffissoidi formativi (babypensionato, over40), di cambiamenti morfologici (blogger invece di bloggatori), di famiglie di parole e di radici inglesi che si allargano nel nostro lessico (pet-shop, pet-food, pet sitter…).
Ma soprattutto, al di là di queste classificazioni forse per alcuni un po’ noiose, l’itanglese si configura come un ben preciso modello linguistico, uno stilema preferito e ostentato da un’egemonia culturale di imprenditori, giornalisti, tecnici, addetti ai lavori e influenti che puntano all’inglese e si vergognano dell’italiano. In questo modo prende piede una “diglossia lessicale” dove le parole inglesi sono spacciate di volta in volta come più evocative, più solenni, più appropriate, più moderne, più internazionali… e finiscono per scalzare e far regredire le nostre parole storiche, perché i nuovi comunicatori sono convinti che brand sia superiore e diverso da marchio, che overturism sia più appropriato di sovraturismo, che gay sia più inclusivo di omosessuale, che climate change sia un “internazionalismo” più tecnico di cambiamento climatico, che il body shaming sia più adatto della derisione fisica, che il catcalling sia più moderno del vecchio e deprecato pappagallismo italiano… e in fin dei conti che l’inglese (ma spesso è solo pseudoinglese) sia superiore alla lingua di Dante, la nostra lingua madre. Ma in questa corsa all’anglicizzazione scriteriata e sempre più sistematica, l’impatto dell’inglese sulla nostra lingua non è paragonabile a quello che abbiamo ereditato nel corso dei secoli da altre lingue, né per numero di parole né per frequenza, né per profondità né per velocità di attecchimento. L’itanglese è un fenomeno nuovo dalla portata dirompente; il libro racconta questa storia e smentisce i soliti luoghi comuni e stereotipi radicati tra i linguisti e tra gli intellettuali italiani, visto che in altri Paesi la situazione è ben diversa dalla nostra piccola visione provinciale imprigionata nel suo complesso d’inferiorità davanti alla cultura e alla lingua d’oltreoceano.
Linee guida e qualche considerazione di buon senso
Nel delineare delle linee guida che affrontano la questione dell’inglese partendo dagli stessi presupposti che guidano altri tipi di raccomandazioni, ho preso spunto da quanto avviene all’estero, a partire dalla cancelleria Svizzera che ha diramato delle raccomandazioni sull’uso dell’inglese nel linguaggio amministrativo che – guarda caso – sono proprio affiancate a quelle per un uso non sessista della lingua, perché da loro non ci sono i tabù e le rimozioni che abbiamo noi, e la trasparenza vale in ogni ambito, e non si usano due pesi e due misure. Anche la pianificazione linguistica di altri Paesi – come la Francia, la Spagna o l’Islanda – è stata presa come esempio e come fonte, e i principi di buon senso che si ritrovano ovunque tranne che da noi sono tutti incentrati su due cardini: il rispetto per le risorse linguistiche locali e il proprio patrimonio linguistico, ma anche la trasparenza. Sul piano nazionale ho ripreso invece il poco che c’è, soprattutto i comunicati, le considerazioni e le riflessioni del Gruppo Incipit della Crusca, anche se non hanno una valenza ufficiale. E a proposito della trasparenza del linguaggio amministrativo o giornalistico, sono partito dalle vecchie regole auree di Sergio Lepri, oltre che dalle analisi di Tullio De Mauro sulle parole che arrivano a tutti; entrambi gli intellettuali partivano dal presupposto che una comunicazione “onesta” si basa su un linguaggio adatto al destinatario. Oggi i titolisti e i giornalisti, in linea di massima, hanno cambiato prospettiva e puntano a educare all’inglese, a diffonderlo con un nuovo linguaggio elitario e discriminante dove l’inglesorum assume il ruolo cialtrone del latinorum manzoniano e dell’antilingua di Calvino.
Queste linee guida riflettono poi sulle questioni della gestione degli anglicismi dal punto di vista editoriale (pronunce, trattamento grafico, maiuscole, plurali, genere maschile o femminile) e soprattutto su come evitarne ogni abuso. Accanto alle 4 domande chiave che ha individuato il linguista Francesco Sabatini (prima di ricorrere a un anglicismo ne conosciamo il reale significato? Lo sappiamo pronunciare e anche scrivere correttamente? E l’interlocutore è davvero in grado di comprenderlo?) ho aggiunto una quinta domanda fondamentale per evitare che l’italiano diventi itanglese: “Quanti anglicismi stiamo usando nella nostra comunicazione?”.
E ancora, siamo sicuri che certi anglicismi siano davvero intraducibili? Che fare quando manca il corrispettivo italiano? E quando non ha la stessa connotazione?
La prefazione è di Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia.info, che ha sottoscritto queste linee guida che il portale si impegna a seguire e a diffondere, mentre in appendice – per sorridere ma anche per riflettere sul fenomeno – ho tradotto per intero il primo canto della Divina Commedia in itanglese di cui da tempo avevo già abbozzato l’incipit.
PS
https://www.youtube.com/embed/yKmCycRtJMA
Roberto, che gestisce il canale YouTube Un Italiano Vero (UIV), sta preparando dei video in cui è possibile ascoltare l’effetto che fa la Divina Comedy di Don’t Alighieri, di cui è disponibile la prima pillola, ma prossimamente seguiranno le altre puntate.
E poiché questo libro – il quarto che ho dedicato a questo tema – nuoce gravemente al pensiero dominante (mainstream), ringrazio tutti coloro che spargeranno la voce per far sapere della sua esistenza.
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Di Antonio Zoppetti
Mi sono arrivate varie segnalazioni indignate a proposito di un intervento sul Corriere della scorsa settimana di Federico Rampini intitolato “Gli italiani non sanno l’inglese”.
L’autore si mostra scandalizzato e affranto di fronte a questo fatto. Ma la cosa più imbarazzante del suo resoconto è la modalità con cui sembra scoprire l’acqua calda.
La rivelazione gli è arrivata durante un convegno a Gorizia, mentre uno storico israeliano a quanto pare appoggiava le ragioni dell’attuale sterminio dei palestinesi suscitando le reazioni di protesta e i fischi degli spettatori. A colpire Rampini non sono state le tesi del suo interlocutore – che in fondo è un “progressista” che parla così solo per lo choc del 7 ottobre, chiosa il giornalista – bensì un piccolo dettaglio marginale che fa ben capire cosa si agita nella testa di simili prezzemolini televisivi che si presentano come progressisti ma sono invece l’espressione delle idee più reazionarie della nostra intellighenzia. Questo particolare a margine è che le grida della folla imbestialita non arrivavano in diretta, immediatamente dopo le parole che lo storico pronunciava in lingua inglese, ma in differita, cioè solo dopo la traduzione.
Questo è ciò che ha colpito Rampini, che si è reso conto improvvisamente che il vero problema è che gli italiani non capiscono l’inglese! Un grave problema davanti al quale gli oltre 30.000 morti palestinesi (senza contare i feriti o i mutilati che spesso sono donne e bambini) passano evidentemente in secondo piano (almeno nella sua scatola cranica).
Il giornalista sembra ignorare i dati Istat che ci dicono che in Italia la conoscenza dell’inglese appartiene a una minoranza della popolazione. Evidentemente non conosce nemmeno i rapporti come quelli di Eurostat che mostrano che anche in Europa l’inglese non è affatto compreso dalla maggioranza dei cittadini. E non è neppure a conoscenza delle statistiche di Ethnologue che spiegano che nel mondo l’inglese è conosciuto da meno del 20% dell’umanità (cfr. “Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione“). La sua consapevolezza arriva più empiricamente davanti a un bagno di folla: a Gorizia, “una delle città più ricche, moderne, evolute d’Italia, l’inglese ancora lo parlano e lo capiscono in pochi.” Eppure gli astanti erano gente colta – precisa stupito Rampini – tutta gente che legge persino i libri di storia!
La parola “ancora” dice tutto: l’inglese – cioè la lingua naturale dei popoli dominanti che non studiano altre lingue perché impongono la propria a tutti gli altri – prima o poi trionferà, e finalmente tutta l’umanità si inchinerà alla sua dittatura. È solo questione di tempo.
Questo è il nuovo colonialismo del Duemila, il nuovo imperialismo culturale difeso da chi ha come obiettivo l’imposizione dell’inglese dall’alto con cui educare il mondo intero. I Paesi già anglicizzati sono presentati come un modello aureo e avanzato, gli altri sono considerati “Terzo mondo”, un’espressione politicamente scorretta che si tende ormai a sostituire con “Paesi in via di sviluppo”. E a quale sviluppo li si deve condurre? A quello del modello occidentale, ovviamente, che viene fatto coincidere con quello statunitense, ci mancherebbe altro.
Eppure l’Italia, pur essendo di fatto una provincia americana dal punto di vista sociale, politico, militare, economico e culturale è “ancora” arretrata sul piano linguistico. Ancora una volta, per Rampini, le fonti sulla conoscenza dell’inglese non sono le statistiche ma altre che ricordano i discorsi da bar: “Mi è stato detto che questa cosa cambia improvvisamente se uno, a poche centinaia di metri dalla sede di quel convegno, si reca Nova Gorica. È la città gemella, l’altra metà di Gorizia, in Slovenia, dove l’inglese lo sanno tutti.” E a questo punto sbotta: possibile che una nazione – che probabilmente considera sottosviluppata rispetto a noi sotto altri punti di vista – sia più avanti di noi nella conoscenza della lingua dei padroni?
Al giornalista non viene neppure in mente che forse le persone di cultura della città conoscono il tedesco, o il francese, o altre lingue. Per lui il plurilinguismo non è un valore, e le altre lingue sono fuori dai parametri della neocultura che ha in mente, non contano niente. Nella sua testa c’è solo l’opzione inglese, la Novalingua da imporre orwellianamente a tutte le altre inutili e dannose Veterolingue.L’apologia della dittatura dell’inglese è la premessa e l’assioma di un disegno strisciante che viene fatto passare in modo manipolatorio:
“Qui abbiamo un problema, guardate: perché non è possibile che in Slovenia un paese che è entrato nell’Unione europea molto più tardi, Paese più povero, piccolo tutti sappiano l’inglese e dall’altra parte del confine no.”
In quest’ultima riflessione da temino liceale, la Slovenia è un Paese “inferiore” (piccolo e povero), entrato da poco nell’Ue (e qui si lascia credere che l’inglese sia la lingua dell’Unione Europea, il solito falso). I modelli virtuosi dell’Europa sono i Paesi già colonizzati linguisticamente, quelli “dalla Danimarca alla Svezia, dove le grandi università insegnano ormai corsi solo in lingua inglese e i bambini sono abituati a vedere i film americani in lingua originale quando hanno cinque anni.”
Finalmente il consueto disegno linguicista emerge e prende forma: consiste nel cancellare le lingue nazionali dall’università (meglio omettere che i Paesi del Nordeuropa stanno facendo un passo indietro nell’anglificazione dell’università perché si sono resi conto che i danni sono maggiori dei vantaggi). E per meglio imporre la dittatura dell’inglese non resta che colonizzare i cittadini sin dall’infanzia, attraverso la tv e i film in lingua originale americana. L’apoteosi di questa visione colonialista arriva nel finale: oggi come oggi, “sapere l’inglese è come avere la patente di guida.”
Questo esempio non è innocente: in gioco c’è proprio la “patente”.
Non basta che il globalese sia di fatto la lingua dominante, diventata imprescindibile in alcuni settori come il mondo del lavoro o della scienza, per cui chi non lo usa è penalizzato ed emarginato. L’obiettivo è l’istituzionalizzazione del globish, che si vuole ufficializzare come la lingua dell’Europa. L’inglese è venduto come il requisito della cultura; a che vale leggere i libri di storia se non si sa l’inglese? E allora non resta che imporlo in tutti i modi, attraverso il potere morbido e quello duro. La prima strategia si basa per esempio sulla trasmissione dei film in inglese, oppure avviene attraverso cavalli di Troia come il progetto Erasmus, nato sulla carta per la diffusione degli scambi linguistici tra gli studenti europei, ma trasformato di fatto nella diffusione del solo inglese, la lingua unica che prende il posto di tutte le altre e le cancella. La stessa prassi che nell’Ue – che sulla carta nasce all’insegna del plurilinguismo – porta a di fatto a usare l’inglese come la sola lingua di lavoro o quasi. E grazie alla von der Leyen è sempre più usato anche nella comunicazione istituzionale rivolta agli europei, un’altra prassi illegittima, come quella dei documenti europei concepiti in alcuni Paesi come l’italia in modo bilingue.
Accanto a queste cose c’è poi la politica linguistica europea a fare in modo che l’inglese sia ufficializzato: è stato introdotto nelle scuole sin dai primi anni dell’infanzia in modo da creare le nuove generazioni bilingui, un progetto che ci costa cifre astronomiche che vengono in questo modo convogliate verso i Paesi naturalmente anglofoni che sono fuori dall’Europa e che non hanno questi costi. Da qui nascono poi i provvedimenti come la riforma Madia che ha cancellato il requisito di “conoscere una seconda lingua” nei concorsi nella pubblica amministrazione per sostituirlo con l’obbligo di “conoscere l’inglese”.
Per quelli come Rampini tutto ciò è rimosso, il loro fine è giustificare la dittatura dell’inglese, costi quel che costi. E un altro esempio riportato dal giornalista la dice lunga sul suo razzismo linguistico e sull’intolleranza e il fondamentalismo con cui guarda chi non parla la lingua dei padroni, quando cita un episodio avvenuto in un cinema ligure dove proiettavano il film Barbie. Per errore l’operatore ha avviato la pellicola in lingua originale invece che nella versione doppiata, e nel pubblico di ragazzine e mamme si è scatenato un putiferio! Quegli ottentotti che non conoscevano l’inglese, secondo Rampini, avrebbero forse dovuto avere un orgasmo davanti alla lingua superiore, invece di pretendere che si parlasse loro nella propria (come previsto all’acquisto del biglietto).
Mentre per Rampini il problema degli italiani è che non sanno l’inglese, per gli italiani il problema sono quelli come Rampini, che non hanno alcun rispetto per la realtà e per la gente, perché hanno in testa solo la propria visione discriminante che vogliono imporre a tutti. L’idea della cultura rampiniana ricorda quella coloniale del generale Gneo Agricola lodato da Tacito perché aveva saputo romanizzare – anche linguisticamente – i Bretoni che aveva assoggettato: i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento. Mentre Rampini dichiara di sostenere le sue tesi: “Non perché io abito in America”, la realtà è che quelli come lui si sono asserviti al nuovo impero e agiscono come i collaborazionisti della dittatura dell’inglese, la minoranza oligarchica che vuole prevaricare, sottomettere ed educare tutti gli altri.
Comunque la si pensi, voglio rimarcare un ultimo particolare. Le reazioni alle tesi di questo articolo si sono diffuse in Rete (per esempio sul sito Italofonia.info), ma sui mezzi di informazione – le nuove voci dei padroni dove regna il pensiero unico – tutto tace. Come se queste riflessioni fossero le uniche possibili. E questo è molto grave. Se questa anglomania è la cornice culturale e il presupposto della nuova intellighenzia, poi non c’è da stupirsi dei sempre più numerosi anglicismi che penetrano sui giornali e in ogni settore. Sono solo l’effetto collaterale sul piano interno della dittatura dell’inglese che si vuole legittimare su quello internazionale.
Intanto, alle elezione europee l’astensionismo ha raggiunto livelli mai visti, e mentre alcuni partiti si gongolano dei risultati e gli altri si leccano le ferite, il dato più rilevante mi pare che per la prima volta la maggioranza degli italiani non è andata a votare (se fosse stato un referendum non avrebbe raggiunto il quorum), e se si includono le astensioni questo risultato è ancora più pesante. La nostra classe dirigente, e gli intellettuali alla Rampini, sono una minoranza e un’oligarchia che non rappresenta più il Paese. E forse sono loro che dovrebbero riflettere sulla propria “patente” di giornalisti o politici, non gli italiani.
https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/10/rampini-e-la-patente-dellinglese-globale/
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La “direttiva Musk” e le ingerenze linguistiche, quello che i giornali non raccontano
Di Antonio Zoppetti
In questi giorni infuria la polemica sulla cosiddetta “direttiva Musk” arrivata ai dipendenti italiani della base di Aviano (a Pordenone), un aeroporto militare utilizzato dall’aeronautica statunitense in cui lavora non soltanto il personale americano, ma anche quello italiano. Tra questi ci sono quasi 800 persone che includono commerciali, magazzinieri, operai, addetti alla ristorazione, alle pulizie e via dicendo.
Il 3 marzo scorso è arrivata anche a questi lavoratori – o ai loro supervisori – la lettera del Department of Government Efficiency degli Stati Uniti che chiedeva i resoconti dell’attività lavorativa dell’ultima settimana con l’obbligo di una risposta entro 48 ore, in mancanza della quale si ventilavano provvedimenti dal sapore intimidatorio.Quello che i giornali non raccontano è che questa comunicazione è arrivata in inglese, e pare che nessuno si sia posto la questione dell’ingerenza linguistica, oltre che di quella sul piano del lavoro che ha visto l’immediata reazione dei sindacati.
Un passo indietro
Il Doge (Department of Government Efficiency), istituito attraverso un ordine esecutivo di Donald Trump a gennaio e diretto da Elon Musk, ha come compito la modernizzazione tecnologica e soprattutto il miglioramento dell’efficienza dei dipartimenti federali, che rischia di portare a enormi tagli e licenziamenti. Negli Usa sono sorte sin da subito forti polemiche tra chi ne ha messo in discussione la legittimità e la costituzionalità e chi ne difende lo statuto, perché si tratterebbe di un ente che si limita a emanare raccomandazioni e richieste di riduzioni delle spese che poi vengono ufficializzate dal Congresso.
Comunque sia, nell’ottica di tagliare le spese e ridurre il personale, a fine febbraio Musk ha inviato ai dipendenti pubblici federali un rapporto in cinque punti sul proprio operato dell’ultima settimana precisando che, in mancanza di una risposta entro 48 ore, i posti di lavori sarebbero stati a rischio licenziamento.
La novità è che la richiesta del rapporto nei giorni scorsi è stata diramata anche ai dipendenti della base di Aviano, ma pare anche a quella di Vicenza, non solo al personale statunitense, ma anche ai dipendenti italiani, che – bisogna sottolineare – hanno stipulato un contratto di lavoro di natura privata regolato della normativa di lavoro italiana, e non sono affatto tenuti a rispondere alle ingerenze del Doge, che a sua volta non ha alcun titolo per minacciare eventuali licenziamenti. Complessivamente ci sono circa 4.000 dipendenti italiani che lavorano nelle basi non solo di Aviano, ma anche a Vicenza, Sigonella, Livorno, Vicenza, Napoli…I sindacati si sono immediatamente mobilitati e hanno chiesto spiegazioni. Davanti alle reazioni, in un primo tempo l’ufficio Public Affairs del 31° Fighter Wing ha rassicurato tutti, parlando di un incidente e di un errore, e precisando che la comunicazione era rivolta solo ai dipendenti americani. Subito dopo è arrivata la smentita: “Anche i dipendenti italiani devono rispondere”.
Dunque non era affatto un errore, ma una precisa volontà ben ponderata.
E così, tra i lavoratori è scoppiato il panico. Gli stessi dirigenti si sono divisi; c’è chi ha chiesto di rispondere e chi ha suggerito di non farlo e attendere i chiarimenti. Ma intanto molti dipendenti, terrorizzati dall’idea di perdere il posto di lavoro hanno ottemperato alle richieste anche quando i loro supervisori hanno consigliato di aspettare.Una comunicazione in inglese: la lingua dei padroni
Quello che nessuno sembra evidenziare è che la lettera ricevuta dagli italiani non è in italiano, ma in inglese, e l’oggetto che la maggior parte dei giornali riporta in italiano (“Cosa ha fatto nell’ultima settimana?”) nella realtà era: “What did you do last week?”.
I giornalisti, il cui passatempo preferito sembra quello di introdurre anglicismi, davanti a una comunicazione in inglese sembrano cambiare strategia e tradurre tutto in italiano, facendo finta di niente e omettendo di raccontare che Musk si rivolge ai suoi sudditi lavorativi di cittadinanza italiana nella sua lingua, che da pochi giorni è diventata quella ufficiale degli Usa.
Colpiscono le parole per esempio di un articolo pubblicato sul Secolo d’Italia, un giornale di destra che un tempo era l’organo del Msi e che oggi scrive:“Le e-mail sono arrivate, puntuali e perentorie, alla Base Usa di Aviano. Il mittente? Il Dipartimento per l’efficienza del governo degli Stati Uniti (…) Tra i destinatari, però, non ci sono solo i dipendenti governativi americani, ma anche il personale italiano che opera nell’avamposto militare: vigili del fuoco, addetti commerciali, lavoratori scolastici. La richiesta è chiara: dettagliare in cinque punti le attività svolte nell’ultima settimana.”
La richiesta è chiara? No, non è affatto chiara visto che è in lingua inglese, anche se il giornalista si guarda bene dal raccontarlo. E anche la conclusione del pezzo lascia perplessi: “In ballo, oltre al rispetto dei contratti, c’è un principio di sovranità giuridica”. In realtà in ballo non c’è solo la sovranità giuridica, ma anche quella linguistica, benché i nostri “sovranisti” a metà non se ne rendano conto. Il ricorso all’inglese presuppone che i nostri lavoratori siano trattati come dei sudditi di una provincia o di una colonia anche dal punto linguistico, non solo da quello del lavoro.
Tante domande senza risposte
Nell’informazione nostrana tutto è fumoso e incomprensibile.
Mentre si dice che le stesse comunicazioni sono arrivate anche alla base militare di Vicenza e che riguarderanno anche le altre basi in Italia, la prima domanda è: perché la comunicazione avviene in inglese? I contratti di lavoro dei dipendenti italiani sono in italiano o in inglese? Questi lavoratori sono dunque tenuti a conoscere questa lingua in modo ufficiale?
Nel nostro Paese, che tutela più l’inglese che l’italiano, la questione dei contratti con le multinazionali è spinosa, anche se nessuno ne parla. Sempre più spesso viene fatto sottoscrivere un contratto direttamente in inglese, e questa prassi è legittimata dal far firmare contemporaneamente un documento in cui il lavoratore dichiara di comprenderlo, una clausola senza la quale il contratto potrebbe essere impugnato. Ma poiché l’inglese è diventato un requisito per l’assunzione, nessun dipendente potrebbe dichiarare il contrario. Dunque si stanno moltiplicando i contratti in inglese, insieme all’obbligo di conoscere questa lingua, nel silenzio istituzionale e della nostra classe dirigente anglomane. Ma anche se un lavoratore conosce l’inglese, rimane il punto che è un dipendente italiano e che forse avrebbe tutti i diritti, oltre che gli interessi, a stipulare un accordo nella propria lingua madre invece che nella lingua del padrone.Tra gli altri interrogativi che ci dovremmo porre c’è almeno: le risposte devono essere inviate in inglese o in italiano? E ancora, perché queste lettere sono state inviate ai lavoratori italiani ma non a quelli delle basi francesi o spagnole? Nulla di simile si trova sui giornali di questi Paesi. E i giornalisti italiani sembrano non porsi questi interrogativi e ritagliare – a destra e a sinistra – lo stesso articolo frutto del copia e incolla dei lanci di agenzia, senza approfondire troppo.
Il tema, benché sottaciuto, sarebbe di rilevanza nazionale, non siamo ancora dipendenti degli Usa. Non siamo ancora tenuti a conoscere l’inglese.
Questa zona grigia andrebbe tutelata e regolamentata dalla nostra politica in modo chiaro, anche se tutti fanno finta che non esista e puntano ormai a ufficializzare l’inglese: nella scuola, nella formazione universitaria, nei requisiti per i concorsi della pubblica amministrazione, nella presentazione dei progetti di ricerca (Prin e Fis) e anche nei contratti di lavoro.#americanizzazione #globalese #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #linguaItaliana #politicaLinguistica #rassegnaStampa
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⚽️#italia batte la #Macedonia 5-2, #Jorginho sbaglia un altro rigore. Lunedì l’Ucraina.