home.social

#globalizzazione — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #globalizzazione, aggregated by home.social.

  1. Appunti di cultura iraniana. O persiana.

    Quando si parla dell’Iran e dell’orrendo regime degli ayatollah, arriva immancabilmente il solito redarguitore da salotto: “Sì, però la cultura persiana…”. Giusto. L’Iran è una civiltà raffinatissima, una delle grandi matrici del mondo, patria di poesia, filosofia, architetture da togliere il fiato e di una memoria storica che fa impallidire mezzo Occidente. Ma, detto senza troppi giri di parole, lapidare donne e impiccare omosessuali non mi pare esattamente un biglietto da […]

    leargenteetesteduovo.com/2026/

  2. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    L’italiano, lingua dei villani, e l’inglese, lingua dei potenti e dei “No Kings”

    Di Antonio Zoppetti

    Ho visto un King
    Sa l’ha vist cus’e’?
    Ho visto un King, un re!
    Ah beh, sì beh…
    Ah beh, si beh…

    Era il 1968 quando è uscita la canzone “Ho visto un re” che metteva alla berlina i ricchi e i potenti in favore del popolo e dei poveri anche dal punto di vista linguistico. Il testo era di Dario Fo (di cui in questi giorni si è festeggiato il centenario dalla nascita) e mescolava il dialetto milanese con l’italiano e le sue corrispondenze (un “sciur” = un ricco). A quei tempi, il fatto che l’italiano fosse la lingua di tutti era una novità, visto che sino a un paio di generazioni prima era ancora un fenomeno sociale ristretto alle classi colte, mentre le masse si esprimevano soprattutto nel proprio dialetto, come aveva per la prima volta da poco sottolineato Pier Paolo Pasolini.

    Fo, che prima della sua incoronazione con il premio Nobel per la letteratura del 1997 era considerato un guitto e un sovversivo, attraverso il suo “grammelot” aveva recuperato con un’operazione colta le parlate regionali e antiche da sempre emarginate dall’italiano alto, dando spazio alla lingua del popolo in tutte le sue sfaccettature, benché fosse un espediente teatrale che metteva in scena una lingua inventata trainata dalla mimica.
    Ho visto un re doveva essere cantata a Canzonissima da Jannacci – che a quell’epoca scriveva ancora canzoni in dialetto meneghino, anche se con il tempo il suo vernacolo si sarebbe sempre più italianizzato – ma fu respinta e bocciata a causa del testo “eversivo” troppo irriverente nei confronti del potere, di cui mamma Rai era la voce.

    Fo era già stato censurato nel 1962 e in seguito il suo Mistero buffo fu giudicato dal Vaticano un testo “blasfemo”, per cui fu buttato fuori dai circuiti televisivi; la Rai arrivò a chiedergli dei risarcimenti di centinaia di milioni delle vecchie lire che non avrebbe mai potuto pagare, per toglierselo di torno. Anche negli Usa fu censurato e, poiché era un pericoloso “sovversivo”, fino al 1984 gli negarono ogni visto per entrare nella “patria della libertà”.

    Da allora tutto è cambiato. Il dialetto milanese è oggi scomparso dalla città, fagocitato dall’italiano nazionale (anche se per fortuna altrove i dialetti resistono, seppur come codici sempre più marginali). Finita l’era del dialetto come lingua del popolo e dei poveri, oggi la nuova voce del padrone si esprime in itanglese e direttamente in inglese per i contesti alti (dalla ricerca all‘anglificazione dell’università). Ed è chi critica questo cambiamento di paradigma a passare come “eversivo”. Nella nuova egemonia culturale tutto si anglicizza, e l’italiano regredisce alla lingua del popolo, dei poveri, e dei “villani”.

    Si tratta di un fenomeno sociale, prima che linguistico. E per comprenderlo ha sempre meno senso ragionare sui presunti “prestiti” come fanno certi studiosi, magari etichettandoli in modo strampalato come di lusso o di necessità. La causa dell’anglicizzazione sta nelle teste di una nuova classe dirigente composta da “suprematisti dell’inglese”: sono gli imprenditori, i comunicatori, i giornalisti, i pubblicitari, gli scienziati, gli “influencer”… coloro che hanno in mano il destino dell’italiano, perché il loro ruolo e la loro visibilità propaga anche le loro parole e la loro lingua, che diventano dei modelli seguiti dalla massa nazional popolare, come aveva ben capito Gramsci, che in questo modo si affermano nella lingua comune. Questa èlite è convinta che “siamo tutti americani” e che essere internazionali significa esprimersi nella lingua dei padroni, ripetuta in modo compulsivo a scapito di un italiano di cui ci si vergogna. E allafine, persino una parola antica come “re” diventa “king”, per fare un esempio tra migliaia.

    Il movimento dei “No Kings”: l’ennesimo esempio della nostra mentalità coloniale

    Nei giorni scorsi sono comparsi infiniti titoli di giornale sulle manifestazioni dei “No Kings”, esplose negli Stati Uniti per protestare contro le politiche di Trump, ma emulate anche in Europa.

    “La bandiera «No Kings» – si legge sul Corriere – è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli Usa alle proteste contro l’Ice, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita ‘National Day of Nonviolent Action'”: dunque si trattava di una giornata “nazionale” e di un movimento tutto interno agli Usa, anche se è stata ripresa altrove. In questo modo a Roma si è svolto un corteo tutto nostrano ma denominato all’americana, senza traduzioni, come se fosse un’espressione che ci appartiene. Dietro queste scelte lessicali c’è una precisa visione neocoloniale di che cosa significhi essere “internazionali”: adottare il globish, la lingua naturale dei popoli dominanti e delle multinazionali. Questa visione socio-politica non è l’unica soluzione possibile, naturalmente. Per comunicare e comprendersi, in un sistema equo, democratico e rispettoso del plurilinguismo sarebbe opportuno rilanciare il sano principio di una lingua neutra che metta tutti sullo stesso piano, per esempio l’esperanto (lingua artificiale e semplicissima proprio perché non è la lingua naturale di nessuno) o l’interlingua, un latino semplificato teorizzato già da Peano e riproposto (con scarso successo) almeno sino agli anni Sessanta del secolo scorso come lingua dellacomunicazione scientifica. L’alternativa a queste proposte, che sono state schiacciate perché entravano in conflitto con l’esportazione del globish dominante, è quella di considerare il plurilinguismo un valore, invece di un ostacolo alla diffusione dell’angloamericano. Per esempio gridando “No Kings” in tutte le lingue del mondo. Questa espressione che da noi è riproposta come fosse un internazionalismo o un tecnicismo intoccabile, altrove ha assunto denominazioni diverse e locali un po’ ovunque, a partire dagli stessi Paesi anglofoni. Nel Regno Unito, per esempio, si parla di “No Tyrants” (= tiranni), visto che da loro c’è il re, la stessa soluzione adottata in molti Paesi – tra cui il Canada, la Danimarca e il Belgio – proprio per evitare confusioni con le istanze degli antimonarchici che non hanno niente a che vedere con l’anti-trumpismo. Alle Hawaii, invece, si parla dei “No Dictators”, e per essere veramente internazionali bisognerebbe smetterla di guardare solo alle “news” che provengono dagli Usa e sfogliare per esempio qualche giornale francese o spagnolo, dove si parla dei “No Kings” in riferimento al movimento nazionale statunitense, che viene invece tradotto quando è ripreso sul piano interno; dunque l’espressione inglese tra virgolette è quasi sempre affiancata alla traduzione (pas de roi, in Francia e No a los reyes in Spagna).

    Se in questi Paesi si può scegliere come parlare, da noi, al contrario, regna l’alberto-sordità di Un americano a Roma: non sappiamo far altro che ripetere la lingua dei padroni che viene sovrapposta alla lingua del popolo con un lavaggio del cervello che finisce con il trasformare i cosiddetti “prestiti di lusso” in una “necessità”, visto che c’è solo l’inglese.

    Passando dalla lingua al pensiero, colpisce soprattutto la cancellazione della storia, in una riconcettualizzazione all’americana che fa tabula rasa di decenni e decenni di dibattiti sull’imperialismo americano e le sue storiche nefandezze. Fino agli anni Novanta, i dibattiti tra americanisti e antiamericanisti erano spesso ideologizzati, ma esprimevano una visione esterna rispetto a quella degli Usa, che permetteva di essere critici, e di accettare ciò che arrivava di positivo prendendo le distanze dagli aspetti negativi: dal Vietnam all’appoggio alle dittature sudamericane, dal maccartismo alle ingerenze politiche in mezzo mondo, Italia compresa.

    Questo atteggiamento, sanamente critico e distante dal “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio, era trasversale alle ideologie politiche. Non erano solo i comunisti italiani a tacciare gli Usa di imperialismo e noecolonialismo e a puntare il dito sulla faccia triste dell’America (per citare nuovamente Jannacci). La condanna della società americana capitalista e immorale circolava negli ambienti cattolici, e passando alla Democrazia Cristiana lo stesso De Gasperi era preoccupato per le ingerenze della Casa Bianca nella nostra politica, anche se aveva dovuto allearsi con la Casa Bianca in funzione anticomunista. Anche a destra il sostegno al nostro aderire al patto atlantico conviveva con la denuncia di un’americanizzazione che stravolgeva i nostri valori storici, mentre a sinistra c’era chi denunciava le contraddizioni del condannare il capitalismo ma di accettare le merci e i valori a stelle e strisce che facevano presa sulle masse e sulla sinistra intera.
    La verità è che queste “contraddizioni” sono tali solo per chi ha una visione rigida basata sul bianco o nero, sul tutto o niente, e riprendere ciò che di buono arriva dagli Usa per respingere le tantissime (e spesso sottaciute) porcherie è un modo di porsi sano.

    Oggi, invece, non abbiamo più alcun pensiero nostro, e chi si aggancia ai movimenti “no Kings” sembra ignorare questi storici e vivacissimi dibattiti, perché persino la critica agli Usa si riduce a ripetere ciò che arriva dalla società civile americana.

    Dovremmo però tenere presente che la svolta di Trump è il sintomo della crisi di un sistema democratico che non funziona più nei suoi contrappesi di potere. Prendersela con un presidente che si comporta come se fosse un re significa personalizzare una questione che è ben più profonda. In gioco non c’è la sostituzione di Trump con un nuovo “re buono” che rinuncia a prendersela con l’Iran, il Venezuela, Gaza, e in futuro – chissà – Cuba, la Groenlandia o il canada. Al centro delle proteste – ameno le nostre – dovrebbe esserci un pensiero in grado di ridisegnare le regole della democrazia nel nuovo millennio davanti al turbocapitalismo globale di cui Trump è la massima espressione. Ma la mobilitazione della società civile anche italiana contro l’autoritarismo, l’imperialismo e il neocolonialismo trumpiano – per chiamare le cose in italiano – si appiattisce con uno slogan in inglese che esprime le proteste nate negli Usa che non ne mettono affatto in discussione l’impianto. Ogni visione alternativa è venuta a mancare. Dopo il crollo del comunismo e la svolta di Veltroni, anche la sinistra italiana è diventata un clone di quella americana, con tanto di Partito Democratico che si avvale delle primarie. In questo quadro non dobbiamo stupirci dei jobs act, del welfare, della privacy o dei premier e dei “governatori” sovrapposti alla nostra terminologia istituzionale in cui ci sono solo i presidenti del consiglio o delle regioni. L’anglicizzazione della nostra lingua è il risultato di questo nuovo pensiero-clone, come se l’Italia fosse una provincia a stelle strisce dove il re diventa king. Quando persino la nostra società civile insegue questi modelli senza saper sviluppare un pensiero proprio, distaccato e critico, inevitabilmente anche la nostra lingua si adegua, e nel suo anglicizzarsi si avvia a diventare un dialetto di un mondo che pensa e parla seguendo gli Usa. Poco importa che il re sia “buono” e si chiami Biden o Obama o che sia cattivo come Trump (che in fin dei conti ha solo gettato la maschera). Mentre i movimenti per la pace si trasformano in quelli per la de-escalation invocata da tutti come se fosse un valore, dal punto di vista linguistico il nostro destino sembra segnato:

    …e sempre in english dobbiam parlare
    il plurilinguismo fa male al King
    fa male al globish, fa male ai Vip
    diventan tristi se non lo speak.

    #americanizzazione #anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #rassegnaStampa
  3. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    L’italiano, lingua dei villani, e l’inglese, lingua dei potenti e dei “No Kings”

    Di Antonio Zoppetti

    Ho visto un King
    Sa l’ha vist cus’e’?
    Ho visto un King, un re!
    Ah beh, sì beh…
    Ah beh, si beh…

    Era il 1968 quando è uscita la canzone “Ho visto un re” che metteva alla berlina i ricchi e i potenti in favore del popolo e dei poveri anche dal punto di vista linguistico. Il testo era di Dario Fo (di cui in questi giorni si è festeggiato il centenario dalla nascita) e mescolava il dialetto milanese con l’italiano e le sue corrispondenze (un “sciur” = un ricco). A quei tempi, il fatto che l’italiano fosse la lingua di tutti era una novità, visto che sino a un paio di generazioni prima era ancora un fenomeno sociale ristretto alle classi colte, mentre le masse si esprimevano soprattutto nel proprio dialetto, come aveva per la prima volta da poco sottolineato Pier Paolo Pasolini.

    Fo, che prima della sua incoronazione con il premio Nobel per la letteratura del 1997 era considerato un guitto e un sovversivo, attraverso il suo “grammelot” aveva recuperato con un’operazione colta le parlate regionali e antiche da sempre emarginate dall’italiano alto, dando spazio alla lingua del popolo in tutte le sue sfaccettature, benché fosse un espediente teatrale che metteva in scena una lingua inventata trainata dalla mimica.
    Ho visto un re doveva essere cantata a Canzonissima da Jannacci – che a quell’epoca scriveva ancora canzoni in dialetto meneghino, anche se con il tempo il suo vernacolo si sarebbe sempre più italianizzato – ma fu respinta e bocciata a causa del testo “eversivo” troppo irriverente nei confronti del potere, di cui mamma Rai era la voce.

    Fo era già stato censurato nel 1962 e in seguito il suo Mistero buffo fu giudicato dal Vaticano un testo “blasfemo”, per cui fu buttato fuori dai circuiti televisivi; la Rai arrivò a chiedergli dei risarcimenti di centinaia di milioni delle vecchie lire che non avrebbe mai potuto pagare, per toglierselo di torno. Anche negli Usa fu censurato e, poiché era un pericoloso “sovversivo”, fino al 1984 gli negarono ogni visto per entrare nella “patria della libertà”.

    Da allora tutto è cambiato. Il dialetto milanese è oggi scomparso dalla città, fagocitato dall’italiano nazionale (anche se per fortuna altrove i dialetti resistono, seppur come codici sempre più marginali). Finita l’era del dialetto come lingua del popolo e dei poveri, oggi la nuova voce del padrone si esprime in itanglese e direttamente in inglese per i contesti alti (dalla ricerca all‘anglificazione dell’università). Ed è chi critica questo cambiamento di paradigma a passare come “eversivo”. Nella nuova egemonia culturale tutto si anglicizza, e l’italiano regredisce alla lingua del popolo, dei poveri, e dei “villani”.

    Si tratta di un fenomeno sociale, prima che linguistico. E per comprenderlo ha sempre meno senso ragionare sui presunti “prestiti” come fanno certi studiosi, magari etichettandoli in modo strampalato come di lusso o di necessità. La causa dell’anglicizzazione sta nelle teste di una nuova classe dirigente composta da “suprematisti dell’inglese”: sono gli imprenditori, i comunicatori, i giornalisti, i pubblicitari, gli scienziati, gli “influencer”… coloro che hanno in mano il destino dell’italiano, perché il loro ruolo e la loro visibilità propaga anche le loro parole e la loro lingua, che diventano dei modelli seguiti dalla massa nazional popolare, come aveva ben capito Gramsci, che in questo modo si affermano nella lingua comune. Questa èlite è convinta che “siamo tutti americani” e che essere internazionali significa esprimersi nella lingua dei padroni, ripetuta in modo compulsivo a scapito di un italiano di cui ci si vergogna. E allafine, persino una parola antica come “re” diventa “king”, per fare un esempio tra migliaia.

    Il movimento dei “No Kings”: l’ennesimo esempio della nostra mentalità coloniale

    Nei giorni scorsi sono comparsi infiniti titoli di giornale sulle manifestazioni dei “No Kings”, esplose negli Stati Uniti per protestare contro le politiche di Trump, ma emulate anche in Europa.

    “La bandiera «No Kings» – si legge sul Corriere – è un contenitore di varie cause che vanno dal combattere la presunta piega autoritaria presa dagli Usa alle proteste contro l’Ice, passando per quelle contro la guerra in Iran. La giornata del 28 marzo è stata definita ‘National Day of Nonviolent Action'”: dunque si trattava di una giornata “nazionale” e di un movimento tutto interno agli Usa, anche se è stata ripresa altrove. In questo modo a Roma si è svolto un corteo tutto nostrano ma denominato all’americana, senza traduzioni, come se fosse un’espressione che ci appartiene. Dietro queste scelte lessicali c’è una precisa visione neocoloniale di che cosa significhi essere “internazionali”: adottare il globish, la lingua naturale dei popoli dominanti e delle multinazionali. Questa visione socio-politica non è l’unica soluzione possibile, naturalmente. Per comunicare e comprendersi, in un sistema equo, democratico e rispettoso del plurilinguismo sarebbe opportuno rilanciare il sano principio di una lingua neutra che metta tutti sullo stesso piano, per esempio l’esperanto (lingua artificiale e semplicissima proprio perché non è la lingua naturale di nessuno) o l’interlingua, un latino semplificato teorizzato già da Peano e riproposto (con scarso successo) almeno sino agli anni Sessanta del secolo scorso come lingua dellacomunicazione scientifica. L’alternativa a queste proposte, che sono state schiacciate perché entravano in conflitto con l’esportazione del globish dominante, è quella di considerare il plurilinguismo un valore, invece di un ostacolo alla diffusione dell’angloamericano. Per esempio gridando “No Kings” in tutte le lingue del mondo. Questa espressione che da noi è riproposta come fosse un internazionalismo o un tecnicismo intoccabile, altrove ha assunto denominazioni diverse e locali un po’ ovunque, a partire dagli stessi Paesi anglofoni. Nel Regno Unito, per esempio, si parla di “No Tyrants” (= tiranni), visto che da loro c’è il re, la stessa soluzione adottata in molti Paesi – tra cui il Canada, la Danimarca e il Belgio – proprio per evitare confusioni con le istanze degli antimonarchici che non hanno niente a che vedere con l’anti-trumpismo. Alle Hawaii, invece, si parla dei “No Dictators”, e per essere veramente internazionali bisognerebbe smetterla di guardare solo alle “news” che provengono dagli Usa e sfogliare per esempio qualche giornale francese o spagnolo, dove si parla dei “No Kings” in riferimento al movimento nazionale statunitense, che viene invece tradotto quando è ripreso sul piano interno; dunque l’espressione inglese tra virgolette è quasi sempre affiancata alla traduzione (pas de roi, in Francia e No a los reyes in Spagna).

    Se in questi Paesi si può scegliere come parlare, da noi, al contrario, regna l’alberto-sordità di Un americano a Roma: non sappiamo far altro che ripetere la lingua dei padroni che viene sovrapposta alla lingua del popolo con un lavaggio del cervello che finisce con il trasformare i cosiddetti “prestiti di lusso” in una “necessità”, visto che c’è solo l’inglese.

    Passando dalla lingua al pensiero, colpisce soprattutto la cancellazione della storia, in una riconcettualizzazione all’americana che fa tabula rasa di decenni e decenni di dibattiti sull’imperialismo americano e le sue storiche nefandezze. Fino agli anni Novanta, i dibattiti tra americanisti e antiamericanisti erano spesso ideologizzati, ma esprimevano una visione esterna rispetto a quella degli Usa, che permetteva di essere critici, e di accettare ciò che arrivava di positivo prendendo le distanze dagli aspetti negativi: dal Vietnam all’appoggio alle dittature sudamericane, dal maccartismo alle ingerenze politiche in mezzo mondo, Italia compresa.

    Questo atteggiamento, sanamente critico e distante dal “siamo tutti americani” con cui si è aperto il nuovo millennio, era trasversale alle ideologie politiche. Non erano solo i comunisti italiani a tacciare gli Usa di imperialismo e noecolonialismo e a puntare il dito sulla faccia triste dell’America (per citare nuovamente Jannacci). La condanna della società americana capitalista e immorale circolava negli ambienti cattolici, e passando alla Democrazia Cristiana lo stesso De Gasperi era preoccupato per le ingerenze della Casa Bianca nella nostra politica, anche se aveva dovuto allearsi con la Casa Bianca in funzione anticomunista. Anche a destra il sostegno al nostro aderire al patto atlantico conviveva con la denuncia di un’americanizzazione che stravolgeva i nostri valori storici, mentre a sinistra c’era chi denunciava le contraddizioni del condannare il capitalismo ma di accettare le merci e i valori a stelle e strisce che facevano presa sulle masse e sulla sinistra intera.
    La verità è che queste “contraddizioni” sono tali solo per chi ha una visione rigida basata sul bianco o nero, sul tutto o niente, e riprendere ciò che di buono arriva dagli Usa per respingere le tantissime (e spesso sottaciute) porcherie è un modo di porsi sano.

    Oggi, invece, non abbiamo più alcun pensiero nostro, e chi si aggancia ai movimenti “no Kings” sembra ignorare questi storici e vivacissimi dibattiti, perché persino la critica agli Usa si riduce a ripetere ciò che arriva dalla società civile americana.

    Dovremmo però tenere presente che la svolta di Trump è il sintomo della crisi di un sistema democratico che non funziona più nei suoi contrappesi di potere. Prendersela con un presidente che si comporta come se fosse un re significa personalizzare una questione che è ben più profonda. In gioco non c’è la sostituzione di Trump con un nuovo “re buono” che rinuncia a prendersela con l’Iran, il Venezuela, Gaza, e in futuro – chissà – Cuba, la Groenlandia o il canada. Al centro delle proteste – ameno le nostre – dovrebbe esserci un pensiero in grado di ridisegnare le regole della democrazia nel nuovo millennio davanti al turbocapitalismo globale di cui Trump è la massima espressione. Ma la mobilitazione della società civile anche italiana contro l’autoritarismo, l’imperialismo e il neocolonialismo trumpiano – per chiamare le cose in italiano – si appiattisce con uno slogan in inglese che esprime le proteste nate negli Usa che non ne mettono affatto in discussione l’impianto. Ogni visione alternativa è venuta a mancare. Dopo il crollo del comunismo e la svolta di Veltroni, anche la sinistra italiana è diventata un clone di quella americana, con tanto di Partito Democratico che si avvale delle primarie. In questo quadro non dobbiamo stupirci dei jobs act, del welfare, della privacy o dei premier e dei “governatori” sovrapposti alla nostra terminologia istituzionale in cui ci sono solo i presidenti del consiglio o delle regioni. L’anglicizzazione della nostra lingua è il risultato di questo nuovo pensiero-clone, come se l’Italia fosse una provincia a stelle strisce dove il re diventa king. Quando persino la nostra società civile insegue questi modelli senza saper sviluppare un pensiero proprio, distaccato e critico, inevitabilmente anche la nostra lingua si adegua, e nel suo anglicizzarsi si avvia a diventare un dialetto di un mondo che pensa e parla seguendo gli Usa. Poco importa che il re sia “buono” e si chiami Biden o Obama o che sia cattivo come Trump (che in fin dei conti ha solo gettato la maschera). Mentre i movimenti per la pace si trasformano in quelli per la de-escalation invocata da tutti come se fosse un valore, dal punto di vista linguistico il nostro destino sembra segnato:

    …e sempre in english dobbiam parlare
    il plurilinguismo fa male al King
    fa male al globish, fa male ai Vip
    diventan tristi se non lo speak.

    #americanizzazione #anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #rassegnaStampa
  4. Appunti di lettura: Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”

    rizomatica.noblogs.org/2026/02

    L’opera che qui presentiamo, “Per un nuovo Occidente”, è una raccolta di saggi scritti tra il 1919 e il 1958. Questa raccolta di scritti molto vari può costituire una valida t

    #Economia #Politica #democrazia #economia #globalizzazione #KarlPolanyi #liberalismo #libert #mercato #neoliberismo #occidente #pace #socialismo

  5. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    La proliferazione degli anglicismi: l’inevitabile conseguenza della nostra sudditanza culturale

    Di Antonio Zoppetti

    Ogni anno, con il cambio dell’ora legale, i giornali sfornano i consueti articoletti che illustrano i disturbi del sonno che ne derivano, oppure il risparmio energetico che ne consegue, ma la novità di quest’anno è che sono comparsi titoli che mettevano in risalto “cosa cambia con gli Usa” ed evidenziavano un (perturbante?) “disallineamento” con gli Stati Uniti, che la redazione del Corriere si è affannata a precisare che era solo “temporaneo” (per fortuna!), visto che oltreoceano il cambio dell’ora entra in vigore la prima domenica di novembre, invece che l’ultima di ottobre.

    Gli Usa sono ormai il nostro punto di riferimento – qualcuno potrebbe dire il benchmark, per sentirsi più figo – di qualunque cosa, persino dello scandire del tempo, delle stagioni o delle generazioni i cui nomi sono stati decisi negli Stati Uniti (gen Z, gen X, Millennials…).
    Qualche giorno dopo si è infatti celebrata la ricorrenza di Halloween, una festa introdotta in Europa dalle multinazionali alla fine degli anni Novanta, che nel nostro Paese si è particolarmente radicata. I “nativi halloweeniani”, cioè le nuove generazioni nate e cresciute nel nuovo contesto, non sembrano consapevoli del cambio di paradigma avvenuto, sono forse convinti che ci sia sempre stata, anche perché il loro immaginario è basato su film, prodotti di intrattenimento e pubblicità statunitensi che si fondono con le nostre emulazioni tutte interne (le feste a tema nei locali, i prodotti sugli scaffali dei supermercati e nelle vetrine). Dunque per loro è una festa molto sentita, ben di più del vecchio Carnevale che era invece una delle date più attese dei bambini e dei giovani del Novecento, ma che oggi è in via di regressione.

    Cambiamo mese. Dopo il nostro ottobre, sembra che da quest’anno sia arrivato il “Black November”, invece del mese di novembre, almeno su certi giornali.

    Di nuovo tutto ciò è legato all’espansione delle multinazionali che hanno esportato la tradizione americana degli sconti prenatalizi, il Black Friday, legato soprattutto alla globalizzazione delle merci via internet, cioè quello che da noi si chiama ormai e-commerce e shopping online. Quando le merci (e i loro sconti) si rivolgono a tutto il mondo, è inevitabile che anche le tradizioni locali dei colossi che le propongono diventino un fenomeno globale, che viene espresso nel proprio idioma in una più ampia strategia commerciale che punta a rendere “universali” le proprie tradizioni, i propri costumi, la propria cultura e anche la propria lingua spacciata per “internazionale”.

    Il passaggio dalle offerte internettiane ai punti vendita fisici (denominati ormai store, shop, outlet…) da noi è esploso nelle grandi città nel 2020, come avevo documentato fotografando le vetrine milanesi quando il fenomeno era ancora una novità, prima della sua istituzionalizzazione. Ma per un Paese satellite degli Usa, dove importiamo in modo gioioso e asservito qualunque cosa ci arrivi dall’America, i risultati linguistici sono imprevedibili e soprattutto incontenibili. E così il “venerdì nero” – come si potrebbe tradurre letteralmente – si declina in modo fantasioso e diverso rispetto a ciò che proviene dalla “casa madre”. Viene per esempio prolungato di qualche giorno, e si pubblicizzano “venerdì neri” che valgono anche per il fine-settimana (= weekend), oppure si parla di Black Week in una rivisitazione dove la parola d’ordine è evocare l’inglese (a costo di reinventarlo). In questo modo black diventa sinonimo di sconti, e si arriva al Black November che non è solo una ripresa lessicale, ma anche sintattica, visto che manteniamo l’inversione delle parole all’inglese.

    Intanto, pochi giorni fa, i giornali italiani (non vedo un analogo interesse da parte dei mezzi di informazione spagnoli o francesi) hanno ribattuto che la parola dell’anno, secondo il Collins Dictionary, è “Vibe coding”, e il Corriere si è subito prodigato a spiegare anche agli italiani che cosa significhi, come se le parole dell’anno inglesi fossero anche le nostre, e come se la nostra cultura satellite non possa fare altro che ripeterle e adottarle, invece di adattarle o tradurle.

    Per la cronaca, l’espressione si riferisce alla possibilità di una “programmazione naturale” che consiste nel chiedere ai sistemi di intelligenza artificiale – utilizzando il nostro linguaggio naturale – una soluzione che sarà l’IA (anzi il suo prompt) a tradurre in codici in grado di generare un programma che soddisfi la richiesta. Ma sui giornali come il Corriere non si parla di IA, ma di AI come ha deciso di insegnarci Google (AI mode) – che in televisione è pronunciata “ei-ai” – e ancora una volta, dietro queste scelte lessicali anglomani, si rivela tutta la nostra sudditanza nei confronti degli Usa.

    Il vecchio “pappagallo italiano” che importunava le ragazze per strada con apprezzamenti sessisti è ormai superato, al suo posto è stato introdotto il concetto tutto inglese di “catcalling” (in una più generale anglicizzazione della derisione fisica denominata body shaming, della persecuzione divenuta stalking, della vessazione divenuta mobbing e via dicendo). Il nuovo pappagallo italiano del Duemila è invece colui che non sa fare altro che scimmiottare pateticamente ciò che ci arriva dall’anglosfera.

    E così, sulla scia del trumpismo, un grande intellettuale come Gennaro Sangiuliano, candidato alle elezioni campane, distribuisce patetici cappellini rossi con la scritta “Make Naples Great Again”, ma sul fronte politico opposto, dopo il successo elettorale di Mamdani a New York, la sinistra si chiede se sia possibile emulare lo stesso risultato e le stesse proposte politiche nella città satellite italiana, cioè Milano, che ormai da qualche decennio si configura come una piccola succursale di provincia della città madre, in cui accanto ai nuovi grattacieli che ridisegnano lo “skyline” metropolitano si anglicizza un po’ tutta la toponomastica; i vecchi quartieri – diventati “district” – assumono nuovi nomi, come il NoLo (North of Loreto), o l’area della ex-fiera divenuta CityLife

    È questo il contesto socio-culturale da cui nasce l’anglicizzazione della lingua italiana. Un contesto figlio di una sorta di neocolonialismo che proviene dagli Stati Uniti sposato e favorito da una classe dirigente anglomane che ha smarrito la propria identità e le proprie radici e non sa fare altro che emulare la cultura superiore dell’anglosfera di cui pensa di essere l’espressione, come il Nando Mericoni di Alberto Sordi che voleva fare l’americano. Ma se l’alberto-sordità era ridicola, oggi è invece presa sul serio ed elevata a modello virtuoso, ed è per questo che tra gli addetti ai lavori nasce una newlingua ibrida a base inglese presentata come maggiormente tecnica e più solenne, dove parlare di economia – tra i mille esempi che si potrebbero fare – significa ricorrere a espressioni come small cap, Big Tech, blockchain, trading e asset tokenizzati.

    Le lingue cambiano e si evolvono insieme al mondo, certo. Ma dietro questa banalità, quello che certi linguisti non sembrano in grado di cogliere è come la nostra lingua si stia evolvendo e soprattutto perché.

    #anglicismiNellItaliano #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa

  6. #20luglio2001
    Il #genoasocialforum manifesta contro la #globalizzazione mentre il #g8 si riunisce a #genova.
    Al centro del saggio di Diego Cavallotti su #cinemaetcie il ruolo di #controinformazione svolto da #indymedia, che, grazie all'uso delle nuove tecnologie digitali e di internet, riesce a raccontare il movimento dal punto di vista dei manifestanti, creando un archivio di testimonianze utili a individuare le responsabilità dei disordini nella gestione della piazza

    🔗riviste.unimi.it/index.php/cin

  7. "Ventiquattro anni fa si difendeva la promessa di benessere della #globalizzazione con la macelleria messicana del #G8 di #Genova, culminata nell’omicidio di #CarloGiuliani. Oggi, si criminalizza il dissenso in nome del protezionismo, del riarmo e del ritorno degli Stati nazione".

    fanpage.it/politica/la-globali

    #Politica #Economia #Guerra

  8. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    La dittatura dell’inglese all’università: nuovi dati dalla Finlandia e dal Galles

    Di Antonio Zoppetti

    In Italia, le prove tecniche di anglificazione dell’università risalgono all’anno accademico 2007-2008, quando il Politecnico di Torino ha avviato i primi corsi erogati non in italiano, ma in lingua inglese, il che era una novità che serviva per sondare il terreno e le reazioni.
    Poiché gli studenti andavano incentivati per fare in modo che abbandonassero la loro lingua madre, l’ateneo ha pensato bene di erogare i corsi in inglese in modo gratuito, al contrario dei corrispettivi in italiano. In questo modo si è introdotta la prima discriminazione che metteva in discussione un principio che raramente si sente invocare: il diritto allo studio nella propria lingua. Vuoi studiare nella tua lingua? Paga!

    Fase due. Il Politecnico di Milano – un’università pubblica e finanziata dallo Stato – a partire dall’anno accademico 2013-2014, ha alzato l’asticella e ha dato il via a un progetto pilota per rendere obbligatorio l’insegnamento in inglese e sopprimere quello in italiano. Nonostante le proteste, i ricorsi legali e i pronunciamenti della Corte istituzionale, questa imposizione (che si potrebbe anche considerare anglofascista) nell’arco di un solo decennio si è estesa a una quantità di atenei impressionante. È una velocità che spaventa, anche se in Italia non trovo una mappatura del fenomeno su scala nazionale (tra l’altro molto in divenire perché aumentano di continuo).
    Teoricamente, la sentenza della Corte Costituzionale del 2017 (n. 42) ha ammesso la possibilità di erogare corsi anche in lingua inglese, ma riconoscendo la “primazia” della lingua italiana nella formazione, dunque si può insegnare in inglese “secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.”
    Questo pronunciamento è stato salutato da molti come salomonico, perché permetteva di insegnare anche in inglese, pur sancendo che l’italiano non poteva essere messo in discussione. In realtà le cose sono andate in modo molto diverso, perché la proporzionalità non era definita, ma lasciata alla discrezione dei singoli atenei.
    Nel 2019, l’ultima sentenza sulla decisione del Politecnico di Milano (n. 7694, Consiglio di Stato, Sez. VI, 11/19) stabiliva che anche se “su un totale di 40 corsi di laurea magistrale 27 sono in inglese, 4 sono in italiano e 9 sono in italiano e in inglese” e anche se “su un totale di 1.452 insegnamenti, 1.046 sono in inglese, 400 in italiano e 6 sono duplicati in italiano e in inglese” questa ripartizione era considerata equa.

    Fase 3. Davanti a questo strano modo di interpretare la “primazia” della lingua italiana e il principio di ragionevolezza, gli atenei di tutto il Paese che guardavano al modello del Politecnico milanese hanno avuto la strada spianata per passare all’insegnamento in inglese invece che in italiano.

    Perché questa decisione?
    Perché nelle classifiche internazionali che assegnano i punteggi dell’università conta moltissimo la capacità di attrarre studenti dall’estero, e questo obiettivo si persegue erogando corsi direttamente in inglese. Le università-aziende se ne fregano dell’italiano e del diritto allo studio in italiano. Per ottemperare alle leggi basta che garantiscano qualche corso anche in italiano, magari secondario e sfigato. Purtroppo lo Stato italiano non interviene per regolamentare questi aspetti e per proteggere i diritti dei cittadini. Eppure questa prassi è una vera e propria dittatura dell’inglese, perché è imposta dall’alto e non tiene conto del gradimento degli studenti italiani, che tanto non hanno alternative: dove altro possono andare a studiare? L’insegnamento in inglese è dunque un’imposizione, che non riguarda solo i giovani ma tutto il Paese, visto che le tasse che paghiamo per l’istruzione finiscono per finanziare un sistema che punta all’abbandono dell’italiano. L’inglese diventa un obbligo e un requisito imposto agli italiani, non è una scelta.

    La fase 4? Il sistema Italia, sembra intenzionato a ufficializzare l’inglese e a condurci sulla via di un bilinguismo forzato. I primi segnali sono inquietanti.
    L’inglese è diventato obbligatorio nelle scuole (un tempo si poteva scegliere una seconda lingua); dalla scuola si è poi passati all’amministrazione: la riforma Madia ha cancellato il requisito di conoscere una seconda lingua per accedere ai concorsi pubblici sostituendola con “l’inglese”; intanto l’inglese è diventato la lingua obbligatoria per presentare i progetti di ricerca (Prin) e anche per ottenere i fondi per la scienza (Fis); queste domande devono essere presentate in inglese, altrimenti saranno considerate “irricevibili”, e in inglese si devono svolgere anche gli eventuali dibattiti in merito (questa è una cancellazione dell’italiano ufficializzata).

    La partita in gioco dei prossimi anni è invece l’anglificazione dell’università. Anche in questo caso, i corsi in inglese non derivano da una scelta degli studenti, si configurano come un obbligo, visto che spesso ci sono solo quelli. L’ultima protesta organizzata dagli Attivisti dell’italiano esattamente un anno fa – e appoggiata dall’Accademia della Crusca – ha riguardato l’università di Rimini che ha soppresso l’ennesimo corso in italiano per erogarlo solo in inglese, ma nonostante le rimostranze dei cittadini l’università va avanti per la sua strada perché lo Stato – e la nostra politica – glielo lascia fare.

    È in questo modo che si uccidono le lingue. Le conseguenze di queste strategie si sono già viste in Africa con l’apertura delle scuole coloniali che insegnavano in inglese, come ha denunciato il kenyota Ngugi wa Thiong’o in Decolonizzare la mente (Jaca Book, Milano 2015): se l’alta formazione è solo in lingua inglese va a finire che chi non sa l’inglese non può studiare, e le lingue locali finiscono per diventare dei dialetti e di scomparire, mentre si impone ovunque la lingua dei Paesi dominanti.

    L’Italia sembra decisa a perseguire la stessa visione coloniale e discriminante (alla faccia dell’inclusività di cui ci si rimpie la bocca). I nostri intellettuali collaborazionisti puntano a ufficializzare l’inglese a scapito dell’italiano, e a seguire il modello universitario dei Paesi scandinavi, proprio mentre negli stessi Paesi si sta facendo retromarcia.

    Nuovi dati dalla Finlandia

    I nuovi dati che arrivano dalla Finlandia mostrano che l’insegnamento in inglese ha avuto delle ricadute disastrose sulle competenze linguistiche interne di quel Paese. Lì le lingue ufficiali sono il finlandese e lo svedese, ma da tempo l’inglese è la lingua dominante dell’università, come lo si vuol far diventare anche da noi.
    Stando all’ultimo rapporto sulle politiche linguistiche dell’Istituto per le lingue della Finlandia (Kotus), l’insegnamento in inglese all’università è aumentato notevolmente negli ultimi anni, al punto che le tesi di dottorato in inglese sfiorano il 90%. Ma questo non dipende dalla volontà degli studenti, tutto il contrario: in più dell’80% dei casi preferirebbero studiare nella propria lingua, più precisamente il 38% in finlandese e il 74% in svedese.
    L’imposizione dell’inglese ai cittadini è dunque frutto di scelte politiche liberticide. E queste scelte sono devastanti non solo nella qualità dell’insegnamento (i risultati sono decisamente peggiori rispetto ai corsi tenuti nella lingua madre), ma anche nella regressione delle lingue native sul piano sociale.

    Il professor Michele Gazzola – docente di amministrazione e politiche pubbliche dell’Università dell’Ulster – mi ha segnalato un serissimo rapporto uscito nel gennaio 2025 che mostra come le competenze del finlandese e dello svedese diminuiscano proprio davanti al dominio dell’inglese nell’università. E di fronte a questi dati è sorto un dibattito acceso in cui l’anglificazione è stata finalmente messa in discussione. Il governo ha dovuto perciò intervenire davanti ai numerosi reclami, perché il predominio dell’inglese nelle università viola le leggi finlandesi che garantiscono il diritto all’istruzione nelle lingue ufficiali del paese. L’università si è quindi impegnata ad aumentare l’offerta in finlandese e in svedese persino negli atenei più anglomani come l’università di Aalto che nel 2023 ha annunciato l’adozione di nuove linee guida in cui ha dovuto rafforzare i corsi in finlandese e svedese.

    Da noi avviene tutto il contrario, e il partito degli anglomani si allarga, mentre lo Stato non sembra interessato a tutelare né la nostra lingua né i nostri diritti.
    Intanto sono usciti i nuovi risultati delle prove INVALSI che rivelano – guarda caso – un aumento dell’analfabetismo funzionale e un calo della conoscenza dell’italiano. C’è poco da stupirsi, visto che la centralità dell’italiano sta perdendo terreno – sapere l’inglese è considerato più importante – e visto che stiamo perseguendo una politica linguistica per diffondere l’inglese a scapito della lingua di Dante. Ma mentre noi ci suicidiamo culturalmente, c’è un Paese anglofono che punta invece a de-anglificarsi con successo.

    Nuovi dati dal Galles

    Riporto dei dati che mi ha girato Jacopo Parravicini, un docente di fisica sperimentale presso l’Università di Firenze che si batte per l’insegnamento in italiano. Riguardano il Galles, e la premessa storica è che nelle isole britanniche l’inglese è stato imposto sradicando le parlate locali celtiche diffuse in Scozia, Irlanda e Galles. In quest’ultimo Paese, però, la resistenza è stata maggiore, e negli ultimi anni si sta assistendo a una crescita del gallese: se nel XX secolo questa lingua era parlata dal 20% della popolazione, nel nuovo millennio si è registrata un forte incremento: attualmente è salita al 25%, mentre più di due terzi della popolazione considera favorevolmente la ripresa del gallese.

    E come si è ottenuto questo risultato?
    Attraverso una politica e pianificazione linguistica che tutela la lingua locale dalla minaccia dell’inglese a partire proprio dalla scuola. In un Paese anglofono, dunque, è in corso una politica di de-anglificazione che funziona. Dal 2000, l’insegnamento del gallese fino a 16 anni è diventato obbligatorio in tutte le scuole del Galles, e di recente è stata messa in atto una strategia che promuove il gallese come prima lingua delle scuole. Questa opzione è una scelta, non un obbligo, e circa il 20% degli studenti ha preferito studiare in gallese invece che in inglese! In Galles c’è la libertà linguistica invece della dittatura. E questa libertà è favorita dalla politica.

    Nel 2011 è stata varata una legge per il rilancio del gallese (Welsh Language Measure), e nel 2017 è stato proposto un piano strategico per raddoppiare i parlanti di questa lingua con l’obiettivo di portarli a un milione (attualmente sono poco più di mezzo milione su una popolazione di circa 3 milioni di abitanti): il “Cymraeg 2050 – A milion of Welsh speakers”.
    E questo vale anche per l’istruzione superiore, per fare in modo che “nel passaggio all’università non si perdano le competenze linguistiche in gallese”. E così sono stati ampliati i corsi di laurea e dottorato in gallese – invece che in inglese – in un piano di assunzione di docenti gallesi.
    Mentre da noi aumentano i corsi in inglese, l’Università del Galles Trinity Saint David (17.000 studenti) e la Bangor University (11.000 studenti) puntano ad avere due terzi dei docenti in grado di parlare il gallese e di tenere le lezioni – ma anche i ricevimenti degli studenti – in gallese.
    L’Università di Bangor ha anche emanato il “Welsh Language Policy and Action Plan“, cioè dei principi guida che puntano a “garantire che la lingua gallese rimanga al centro della vita e del lavoro dell’Università” e che gli studenti possano scegliere (parola che da noi è stata abrogata) di studiare in gallese, perché le due lingue devono essere trattate allo stesso modo e lo Stato interviene per garantire e aiutare chi preferisce studiare in gallese.

    Queste università non insegnano solo materie umanistiche, ma anche scientifiche e biomediche, e non sposano affatto l’idea che l’inglese sia la lingua internazionale della scienza. E quello che auspica Jacopo Parravicini è molto semplice: attuare le stesse politiche del Galles anche nel caso dell’italiano. Ma la nostra classe dirigente e politica, purtroppo, preferisce perseguire la via della dittatura.

    #globalese #globalizzazione #inglese #linguaItaliana #politicaLinguistica #università

  9. L'economista Emiliano Brancaccio:

    Un’America che si pente della #globalizzazione.

    Lo possiamo notare da alcune difficoltà crescenti per l’economia americana. Come l’#indebitamento degli Stati Uniti verso l’estero. La cosiddetta “posizione netta verso l’estero” degli Stati Uniti (in economia è la differenza tra le attività e le passività finanziarie esterne di un Paese, ndr): ventimila miliardi di dollari. È un record negativo senza precedenti.
    #USA #economia #guerra
    terzogiornale.it/2024/10/31/br

  10. Il #15Ottobre 1926 nasce Michel #Foucault, uno dei filosofi più influenti del XX secolo, il cui pensiero è ancora oggi fonte di riflessione critica sul presente. #Noema dedica un articolo al tema della #Biopolitica, intesa come insieme di pratiche sociali attraverso le quali il #potere #disciplina corpi e menti. Nel presente lavoro si analizza in particolare #internet quale dispositivo di disciplina nell'era del #capitalismo della #globalizzazione ⬇️

    doi.org/10.13130/2239-5474/695

    #Biocapitalismo

  11. youtube.com/live/UNWcCNRf7vU?s
    La #Meloni dal minuto 15 dice cose interessanti sulla fine della #globalizzazione e parla della “frammentazione dello spazio geoeconomico” e della #Cina.

  12. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Di Antonio Zoppetti

    Mi sono arrivate varie segnalazioni indignate a proposito di un intervento sul Corriere della scorsa settimana di Federico Rampini intitolato “Gli italiani non sanno l’inglese”.

    L’autore si mostra scandalizzato e affranto di fronte a questo fatto. Ma la cosa più imbarazzante del suo resoconto è la modalità con cui sembra scoprire l’acqua calda.

    La rivelazione gli è arrivata durante un convegno a Gorizia, mentre uno storico israeliano a quanto pare appoggiava le ragioni dell’attuale sterminio dei palestinesi suscitando le reazioni di protesta e i fischi degli spettatori. A colpire Rampini non sono state le tesi del suo interlocutore – che in fondo è un “progressista” che parla così solo per lo choc del 7 ottobre, chiosa il giornalista – bensì un piccolo dettaglio marginale che fa ben capire cosa si agita nella testa di simili prezzemolini televisivi che si presentano come progressisti ma sono invece l’espressione delle idee più reazionarie della nostra intellighenzia. Questo particolare a margine è che le grida della folla imbestialita non arrivavano in diretta, immediatamente dopo le parole che lo storico pronunciava in lingua inglese, ma in differita, cioè solo dopo la traduzione.

    Questo è ciò che ha colpito Rampini, che si è reso conto improvvisamente che il vero problema è che gli italiani non capiscono l’inglese! Un grave problema davanti al quale gli oltre 30.000 morti palestinesi (senza contare i feriti o i mutilati che spesso sono donne e bambini) passano evidentemente in secondo piano (almeno nella sua scatola cranica).

    Il giornalista sembra ignorare i dati Istat che ci dicono che in Italia la conoscenza dell’inglese appartiene a una minoranza della popolazione. Evidentemente non conosce nemmeno i rapporti come quelli di Eurostat che mostrano che anche in Europa l’inglese non è affatto compreso dalla maggioranza dei cittadini. E non è neppure a conoscenza delle statistiche di Ethnologue che spiegano che nel mondo l’inglese è conosciuto da meno del 20% dell’umanità (cfr. “Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione“). La sua consapevolezza arriva più empiricamente davanti a un bagno di folla: a Gorizia, “una delle città più ricche, moderne, evolute d’Italia, l’inglese ancora lo parlano e lo capiscono in pochi.” Eppure gli astanti erano gente colta – precisa stupito Rampini – tutta gente che legge persino i libri di storia!

    La parola “ancora” dice tutto: l’inglese – cioè la lingua naturale dei popoli dominanti che non studiano altre lingue perché impongono la propria a tutti gli altri – prima o poi trionferà, e finalmente tutta l’umanità si inchinerà alla sua dittatura. È solo questione di tempo.

    Questo è il nuovo colonialismo del Duemila, il nuovo imperialismo culturale difeso da chi ha come obiettivo l’imposizione dell’inglese dall’alto con cui educare il mondo intero. I Paesi già anglicizzati sono presentati come un modello aureo e avanzato, gli altri sono considerati “Terzo mondo”, un’espressione politicamente scorretta che si tende ormai a sostituire con “Paesi in via di sviluppo”. E a quale sviluppo li si deve condurre? A quello del modello occidentale, ovviamente, che viene fatto coincidere con quello statunitense, ci mancherebbe altro.

    Eppure l’Italia, pur essendo di fatto una provincia americana dal punto di vista sociale, politico, militare, economico e culturale è “ancora” arretrata sul piano linguistico. Ancora una volta, per Rampini, le fonti sulla conoscenza dell’inglese non sono le statistiche ma altre che ricordano i discorsi da bar: “Mi è stato detto che questa cosa cambia improvvisamente se uno, a poche centinaia di metri dalla sede di quel convegno, si reca Nova Gorica. È la città gemella, l’altra metà di Gorizia, in Slovenia, dove l’inglese lo sanno tutti.” E a questo punto sbotta: possibile che una nazione – che probabilmente considera sottosviluppata rispetto a noi sotto altri punti di vista – sia più avanti di noi nella conoscenza della lingua dei padroni?
    Al giornalista non viene neppure in mente che forse le persone di cultura della città conoscono il tedesco, o il francese, o altre lingue. Per lui il plurilinguismo non è un valore, e le altre lingue sono fuori dai parametri della neocultura che ha in mente, non contano niente. Nella sua testa c’è solo l’opzione inglese, la Novalingua da imporre orwellianamente a tutte le altre inutili e dannose Veterolingue.

    L’apologia della dittatura dell’inglese è la premessa e l’assioma di un disegno strisciante che viene fatto passare in modo manipolatorio:

    “Qui abbiamo un problema, guardate: perché non è possibile che in Slovenia un paese che è entrato nell’Unione europea molto più tardi, Paese più povero, piccolo tutti sappiano l’inglese e dall’altra parte del confine no.”

    In quest’ultima riflessione da temino liceale, la Slovenia è un Paese “inferiore” (piccolo e povero), entrato da poco nell’Ue (e qui si lascia credere che l’inglese sia la lingua dell’Unione Europea, il solito falso). I modelli virtuosi dell’Europa sono i Paesi già colonizzati linguisticamente, quelli “dalla Danimarca alla Svezia, dove le grandi università insegnano ormai corsi solo in lingua inglese e i bambini sono abituati a vedere i film americani in lingua originale quando hanno cinque anni.”

    Finalmente il consueto disegno linguicista emerge e prende forma: consiste nel cancellare le lingue nazionali dall’università (meglio omettere che i Paesi del Nordeuropa stanno facendo un passo indietro nell’anglificazione dell’università perché si sono resi conto che i danni sono maggiori dei vantaggi). E per meglio imporre la dittatura dell’inglese non resta che colonizzare i cittadini sin dall’infanzia, attraverso la tv e i film in lingua originale americana. L’apoteosi di questa visione colonialista arriva nel finale: oggi come oggi, “sapere l’inglese è come avere la patente di guida.”

    Questo esempio non è innocente: in gioco c’è proprio la “patente”.

    Non basta che il globalese sia di fatto la lingua dominante, diventata imprescindibile in alcuni settori come il mondo del lavoro o della scienza, per cui chi non lo usa è penalizzato ed emarginato. L’obiettivo è l’istituzionalizzazione del globish, che si vuole ufficializzare come la lingua dell’Europa. L’inglese è venduto come il requisito della cultura; a che vale leggere i libri di storia se non si sa l’inglese? E allora non resta che imporlo in tutti i modi, attraverso il potere morbido e quello duro. La prima strategia si basa per esempio sulla trasmissione dei film in inglese, oppure avviene attraverso cavalli di Troia come il progetto Erasmus, nato sulla carta per la diffusione degli scambi linguistici tra gli studenti europei, ma trasformato di fatto nella diffusione del solo inglese, la lingua unica che prende il posto di tutte le altre e le cancella. La stessa prassi che nell’Ue – che sulla carta nasce all’insegna del plurilinguismo – porta a di fatto a usare l’inglese come la sola lingua di lavoro o quasi. E grazie alla von der Leyen è sempre più usato anche nella comunicazione istituzionale rivolta agli europei, un’altra prassi illegittima, come quella dei documenti europei concepiti in alcuni Paesi come l’italia in modo bilingue.

    Accanto a queste cose c’è poi la politica linguistica europea a fare in modo che l’inglese sia ufficializzato: è stato introdotto nelle scuole sin dai primi anni dell’infanzia in modo da creare le nuove generazioni bilingui, un progetto che ci costa cifre astronomiche che vengono in questo modo convogliate verso i Paesi naturalmente anglofoni che sono fuori dall’Europa e che non hanno questi costi. Da qui nascono poi i provvedimenti come la riforma Madia che ha cancellato il requisito di “conoscere una seconda lingua” nei concorsi nella pubblica amministrazione per sostituirlo con l’obbligo di “conoscere l’inglese”.

    Per quelli come Rampini tutto ciò è rimosso, il loro fine è giustificare la dittatura dell’inglese, costi quel che costi. E un altro esempio riportato dal giornalista la dice lunga sul suo razzismo linguistico e sull’intolleranza e il fondamentalismo con cui guarda chi non parla la lingua dei padroni, quando cita un episodio avvenuto in un cinema ligure dove proiettavano il film Barbie. Per errore l’operatore ha avviato la pellicola in lingua originale invece che nella versione doppiata, e nel pubblico di ragazzine e mamme si è scatenato un putiferio! Quegli ottentotti che non conoscevano l’inglese, secondo Rampini, avrebbero forse dovuto avere un orgasmo davanti alla lingua superiore, invece di pretendere che si parlasse loro nella propria (come previsto all’acquisto del biglietto).

    Mentre per Rampini il problema degli italiani è che non sanno l’inglese, per gli italiani il problema sono quelli come Rampini, che non hanno alcun rispetto per la realtà e per la gente, perché hanno in testa solo la propria visione discriminante che vogliono imporre a tutti. L’idea della cultura rampiniana ricorda quella coloniale del generale Gneo Agricola lodato da Tacito perché aveva saputo romanizzare – anche linguisticamente – i Bretoni che aveva assoggettato: i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento. Mentre Rampini dichiara di sostenere le sue tesi: “Non perché io abito in America”, la realtà è che quelli come lui si sono asserviti al nuovo impero e agiscono come i collaborazionisti della dittatura dell’inglese, la minoranza oligarchica che vuole prevaricare, sottomettere ed educare tutti gli altri.

    Comunque la si pensi, voglio rimarcare un ultimo particolare. Le reazioni alle tesi di questo articolo si sono diffuse in Rete (per esempio sul sito Italofonia.info), ma sui mezzi di informazione – le nuove voci dei padroni dove regna il pensiero unico – tutto tace. Come se queste riflessioni fossero le uniche possibili. E questo è molto grave. Se questa anglomania è la cornice culturale e il presupposto della nuova intellighenzia, poi non c’è da stupirsi dei sempre più numerosi anglicismi che penetrano sui giornali e in ogni settore. Sono solo l’effetto collaterale sul piano interno della dittatura dell’inglese che si vuole legittimare su quello internazionale.

    Intanto, alle elezione europee l’astensionismo ha raggiunto livelli mai visti, e mentre alcuni partiti si gongolano dei risultati e gli altri si leccano le ferite, il dato più rilevante mi pare che per la prima volta la maggioranza degli italiani non è andata a votare (se fosse stato un referendum non avrebbe raggiunto il quorum), e se si includono le astensioni questo risultato è ancora più pesante. La nostra classe dirigente, e gli intellettuali alla Rampini, sono una minoranza e un’oligarchia che non rappresenta più il Paese. E forse sono loro che dovrebbero riflettere sulla propria “patente” di giornalisti o politici, non gli italiani.

    https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/10/rampini-e-la-patente-dellinglese-globale/

    #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #linguaItaliana #multilinguismo #plurilinguismo #politicaLinguistica #rassegnaStampa #UnioneEuropea

  13. Nel tentativo di ridurre la dipendenza dalla Cina, l'Occidente si trova di fronte a un paradosso: i tentativi di "grande riorganizzazione" delle catene di approvvigionamento non solo falliscono ma aumentano i costi per i consumatori. Una situazione che pone in dubbio le strategie attuali e solleva interrogativi sul futuro delle relazioni economiche globali.

    #Economia #cina #Occidente #Globalizzazione

    futuroprossimo.it/2024/03/occi

  14. Mobilitazione e diserzione

    rizomatica.noblogs.org/2024/02

    di M. Minetti

    “Se le meta-narrazioni otto-novecentesche erano il cristianesimo, l'illuminismo e il socialismo; quelle che emergono nel terzo millennio sono il neopositivismo scientista, i

    #Politica #Rizoma #Tecnopolitica #attivisti #diserzione #economia #geopolitica #globalizzazione #guerra #imperialismo #mobilitazione #nazionalismo #neocolonialismo #neofascismo #pace #scienza

  15. Davvero notevole il numero sull'inflazione del #podcast "globo" de #ilpost ilpost.it/episodes/podcasts/gl

    Rimane sempre fuori dalla discussione tutto l'ambito dell'economia extra PIL, ma è un buon punto di partenza. #economia #decrescita #globalizzazione

  16. Oggi esce nelle librerie questo volume di Limes su futuro

    "Il bluff globale. L'autunno dell'impero americano e la fine della globalizzazione"

    Lucio Caracciolo: "Dobbiamo evitare di destabilizzare il nostro estero vicino".
    #cultura #storia #geopolitica #USA #globalizzazione
    youtu.be/qMlwqDl2Xiw

  17. Quanto è importante la logistica nelle dinamiche del capitalismo contemporaneo?
    Come funziona la globalizzazione neoliberista?
    E i movimenti sono abbastanza consapevoli per pensare di inceppare efficacemente certi ingranaggi?

    Buona lettura:

    umanitanova.org/?p=13863

    #umanitanova #logistica #globalizzazione #analisi

    :ancom:

  18. @cafeindipendentzia La povertá è diminuita, la diseguaglianza pure, malgrado i ricchissimi siano sempre più ricchi. Sembra controintuitivo ma l'ISTAT parla chiaro. La media borghesia ne ha pagato il prezzo in potere d'acquisto.

    I liberali come Rampini e Ricolfi accusano le elites di aver tradito la piccola borghesia e aver abbandonato il paese ai populisti..
    Chi fará la rivoluzione?
    #economia #borghesia #globalizzazione