#polizia — Public Fediverse posts
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VERONA: MOUSSA TORNA IN MALI DOPO 19 MESI, DOPPIO APPUNTAMENTO PER RICORDARLO https://www.radiondadurto.org/2026/05/14/verona-moussa-torna-in-mali-dopo-19-mesi-doppio-appuntamento-per-ricordarlo/ #MahamoudIdrissaBouné #VeritàeGiustizia #DanieleTodesco #Portanuova #NAZIONALI #comitato #omicidio #stazione #Djidian #ibrahim #moschea #Ousmane #polizia #bamako #Diallo #Diarra #Moussa #verona #mali
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VERONA: MOUSSA TORNA IN MALI DOPO 19 MESI, DOPPIO APPUNTAMENTO PER RICORDARLO https://www.radiondadurto.org/2026/05/14/verona-moussa-torna-in-mali-dopo-19-mesi-doppio-appuntamento-per-ricordarlo/ #MahamoudIdrissaBouné #VeritàeGiustizia #DanieleTodesco #Portanuova #NAZIONALI #comitato #omicidio #stazione #Djidian #ibrahim #moschea #Ousmane #polizia #bamako #Diallo #Diarra #Moussa #verona #mali
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VERONA: MOUSSA TORNA IN MALI DOPO 19 MESI, DOPPIO APPUNTAMENTO PER RICORDARLO https://www.radiondadurto.org/2026/05/14/verona-moussa-torna-in-mali-dopo-19-mesi-doppio-appuntamento-per-ricordarlo/ #MahamoudIdrissaBouné #VeritàeGiustizia #DanieleTodesco #Portanuova #NAZIONALI #comitato #omicidio #stazione #Djidian #ibrahim #moschea #Ousmane #polizia #bamako #Diallo #Diarra #Moussa #verona #mali
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VERONA: MOUSSA TORNA IN MALI DOPO 19 MESI, DOPPIO APPUNTAMENTO PER RICORDARLO https://www.radiondadurto.org/2026/05/14/verona-moussa-torna-in-mali-dopo-19-mesi-doppio-appuntamento-per-ricordarlo/ #MahamoudIdrissaBouné #VeritàeGiustizia #DanieleTodesco #Portanuova #NAZIONALI #comitato #omicidio #stazione #Djidian #ibrahim #moschea #Ousmane #polizia #bamako #Diallo #Diarra #Moussa #verona #mali
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https://www.europesays.com/it/484196/ La polizia di Miami fa causa a Ben Affleck e Matt Damon per il film The Rip basato su un vero blitz antidroga #accusano #AccusanoProduzione #AccusanoProduzioneDiffamazione #affleck #agenti #AgentiAccusano #AgentiAccusanoProduzione #antidroga #ben #BenAffleck #causa #Celebrità #Celebrities #damon #diffamazione #Entertainment #film #Intrattenimento #IT #Italia #Italy #matt #MattDamon #miami #polizia #poliziotti #produzione #storia
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#Aversa. Tentato furto di #autovettura: fermate due #persone dalla #Polizia
https://www.larampa.news/2026/05/aversa-tentato-furto-autovettura-fermate-due-persone-polizia/
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https://www.europesays.com/it/477648/ Uno Bianca, la storia dell’organizzazione criminale che operò tra il 1987 e il 1994 #bologna #collaboratori #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #fiat #furti #IT #Italia #Italy #News #Notizie #omicidi #polizia #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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https://www.europesays.com/it/471812/ Avvelenate con la ricina, acquisiti cellulari e tablet di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi #antonella #AntonellaIelsi #avvelenate #cellulari #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #dispositivi #DispositiviElettronici #donne #elettronici #forense #ielsi #IT #Italia #Italy #lunedì #News #Notizie #operazioni #parti #polizia #prelevare #procura #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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TORINO: CARICATO LO SPEZZONE SOCIALE DEL CORTEO DEL PRIMO MAGGIO CHE TENTAVA DI RIPRENDERSI ASKATASUNA https://www.radiondadurto.org/2026/05/02/torino-caricato-lo-spezzone-sociale-del-corteo-del-primo-maggio-che-tentava-di-riprendersi-askatasuna/ #reginamargherita #manifestazione #altrimondi #askatasuna #NAZIONALI #altrimodi #festival #1maggio #martina #polizia #corteo #torino
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L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi
In effetti lo scontro frontale, tra mondo del lavoro, Stato e impresa, che si inaugura nel 1949, e che troverà poi una sua drammatica e ufficiale descrizione nell’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche del 1955, mette in risalto numeri impressionanti: “tra il gennaio del 1948 e il settembre del 1954 vi sono in Italia 75 operai uccisi, 5104 feriti, 148.269 arresti e 61.243 condannati in relazione ad azioni di protesta sindacale” <469. Altrettanto allarmante è la conta dei caduti e degli arresti nelle azioni di lotta condotte nelle campagne, tanto al Sud che nel Centro-Nord, “oltre 80 braccianti assassinati mentre lottavano per il lavoro, e oltre 10.000 anni di carcere per la gente delle campagne” <470. Mentre al secondo congresso della CGIL a Genova, nell’ottobre del 1949, si lanciava il Piano del lavoro, in 65 giorni venivano brutalmente colpite le lotte per l’occupazione delle terre con gli eccidi a Melissa, Torremaggiore e Montescaglioso: in questo modo il governo sembrava dire “no alla proposta del Piano e alla richiesta di «distensione» che Di Vittorio aveva avanzato” <471. Il 9 gennaio del 1950, mentre la CGIL organizzava la Conferenza economica nazionale, prevista ufficialmente per gennaio e tenutasi a fine febbraio, la polizia sparò sugli operai a Modena uccidendone sei <472. Di Vittorio, dalle pagine del “Lavoro”, disse: “L’eccidio di Modena pesa; e continuerà a pesare per lungo tempo sulla vita italiana. Se De Gasperi e Scelba credono che si tratti d’un semplice «incidente», d’un fatto di cronaca che sarà presto dimenticato, si ingannano. A Modena, il 9 gennaio dell’Anno Santo 1950, le forze di polizia, agli ordini d’un governo cattolico e d’un Ministro degli Interni cattolico, hanno massacrato sei lavoratori, sei creature umane. Il raccapriccio, per questo orrendo massacro, diviene più acuto ed implacabile, quando si pensa che non si tratta d’un fatto isolato, accidentale. L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi, sempre di lavoratori, compiuti dalle stesse forze di polizia, agli ordini dello stesso Ministro degli Interni: Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso. Il numero dei lavoratori uccisi, in soli due mesi, è salito a quattordici! È un primato, un ben triste primato – come ha osservato con alto senso umano e storico Luigi Salvatorelli ne «La Stampa» – perché ha superato tutti i precedenti della storia d’Italia e di altri paesi, se si eccettuano quelli fascisti o coloniali! Non un «incidente», quindi, ma un sistema, un metodo, una politica, che sono impersonati dal Ministro Scelba, pur essendone responsabile l’intero governo” <473.
#1949 #1950 #1952 #1954 #AlcideDeGasperi #assolutismo #braccianti #CGIL #cortei #DC #eccidi #EmilianoSchember #fredda #GiuseppeDiVittorio #governi #guerra #lavoro #LuigiSalvatorelli #manifestazioni #MarioScelba #Melissa #Modena #Montescaglioso #operai #padronale #PCI #piano #polizia #repressione #StatiUniti #Torremaggiore
Si configurava un vero e proprio attacco al mondo del lavoro finalizzato al ripristino dell’assolutismo padronale, che il protagonismo dei lavoratori nella lotta di Liberazione aveva messo in discussione, che fu sorretto da un’azione repressiva che assumeva “il carattere di una vera e propria rivincita” <474. L’azione sistematica del governo De Gasperi, richiamata da Di Vittorio, aveva le sue ragioni, non solo nella riorganizzazione dell’assetto produttivo e nella restaurazione dell’assolutismo padronale, ma anche nella necessità di rispondere alle esigenze di adesione al blocco internazionale di appartenenza e alla metamorfosi che, nel 1950, la politica americana di aiuti economici stava subendo. Il passaggio dal concetto di produttività, previsto dal Piano Marshall, a quello di rafforzamento dell’integrazione strategica del blocco occidentale, dovuto al precipitare della guerra fredda e allo scoppio della guerra “calda” in Corea, determinò un innalzamento dello scontro sociale che si concretizzò in un’accentuazione della violenza repressiva dello Stato: alle schedature, agli arresti, alle uccisioni, di lavoratori e militanti della CGIL e del PCI, si affiancò il ricatto economico a quelle aziende che non avessero avallato la politica discriminatoria anticomunista, nei termini della minaccia di esclusione dalle commesse internazionali legate alla produzione bellica <475.
Le lotte del Piano del lavoro si articolavano, su tutto il territorio nazionale, in questo contesto stretto tra le “esigenze” derivanti dalla guerra fredda e la concreta e specifica attività repressiva che si realizzava nelle singole realtà lavorative. In questo senso anche specifiche lotte, molto caratterizzate, dal punto di vista degli obiettivi, da limitati contesti territoriali o lavorativi, e che spesso venivano criticate anche dal PCI per un eccessivo “economicismo”, cioè per una loro presunta debolezza politica, finivano, invece, per avere un forte valore di difesa della democrazia <476.
[NOTE]
469 S. MISIANI, Dalla teoria della stagnazione al Piano per lo sviluppo, cit., nota n. 7, p. 289.
470 G. FABIANI, Il Piano del lavoro e le lotte per la riforma, cit., p. 112.
471 P. SANTI, Il Piano del lavoro nella politica della CGIL: 1949-1952, cit., p. 17.
472 “E poi ci furono i provvedimenti del governo De Gasperi – Scelba contro i comizi in fabbrica e contro le occupazioni degli stabilimenti, e ancora i due scioperi generali indetti dalla Cgil”, L. MUSELLA, I sindacati nel sistema politico, cit., p. 884.
473 G. DI VITTORIO, Modena e la crisi, in «Lavoro», anno III, n. 3, 15-21 gennaio 1950, ASCGIL nazionale.
474 L. VERSACE, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., p. 205.
475 “Dai concetti della produttività si passò velocemente a quelli condizionati dal conflitto in Corea e dal necessario rafforzamento dell’integrazione strategica in Europa. Non ne furono travolti i principi ma ad esso furono orientate le forniture, in maggioranza di tipo militare e dirette ad aziende privilegiate nelle quali la rappresentanza sindacale fosse anticomunista. […] Tra il 1951 e il 1955 si assiste quindi ad un innalzamento del livello dello scontro. Il Piano Demagnetize, la rete Stay Behind, le schedature di sindacalisti, operai ed esponenti della sinistra rientrano perfettamente in questa logica che viene applicata direttamente al mondo del lavoro. La repressione antioperaia che si scatena in quegli anni è quindi figlia diretta di questo clima e dell’applicazione concreta dell’attacco al PCI attraverso il sindacato attuato dagli Stati Uniti, perché costringe le imprese – se mai ce ne fosse un assoluto bisogno – a introdurre misure restrittive della libertà politica e sindacale all’interno delle fabbriche, al fine di assicurarsi o rientrare nell’applicazione delle cosiddette commesse off-shore e, quindi, agire concretamente in senso anticomunista e antioperaio”, P. IUSO, La CGIL e la guerra fredda (1947-1956), cit., p. 191.
476 “era vero che tante energie le rivolgevamo soltanto ad obiettivi quantitativi e ignoravamo che l’Abruzzo, in quel momento, non dava un sufficiente apporto alla grande lotta, più importante, che era la scelta di campo. Ma per capire come questo avvenisse, dobbiamo tener ben presente cos’era la lotta di classe allora: non era certo un fair play, ci si sparava. Dal 1° marzo ’50 al ’54 in Abruzzo noi avemmo i morti di Lentella ed i morti di Celano, ed avemmo 607 processi, 7410 processati, di cui 4197 condannati, per complessivi 396 anni, e un ergastolo. Per un terzo vennero processati per le lotte del Piano del lavoro, ma per due terzi furono processati per comizi, manifestazioni ecc. Ora, dire 7410 processati non è soltanto un problema tecnico: vuol dire che tutto l’apparato viene distolto per un’altra cosa, perché significava, in quel momento, non soltanto 4710 famiglie, ma significava il fatto politico, la risposta che bisognava dare; ed allora era evidente che l’obiettivo di lotta era democratico (fare uscire dalla galera, mobilitazione di avvocati, collegi di avvocati): era il tempo in cui il nemico imponeva un altro obiettivo dal quale tu non potevi prescindere. Quindi la debolezza del Piano del lavoro stava nel fatto che la lotta con l’avversario era così dura che imponeva quel modo di lottare”, L. DI PAOLANTONIO, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., pp. 162-3.
Emiliano Schember, La CGIL dal Piano del lavoro alla proposta di uno Statuto dei lavoratori (1949-1952), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2011-2012 -
L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi
In effetti lo scontro frontale, tra mondo del lavoro, Stato e impresa, che si inaugura nel 1949, e che troverà poi una sua drammatica e ufficiale descrizione nell’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche del 1955, mette in risalto numeri impressionanti: “tra il gennaio del 1948 e il settembre del 1954 vi sono in Italia 75 operai uccisi, 5104 feriti, 148.269 arresti e 61.243 condannati in relazione ad azioni di protesta sindacale” <469. Altrettanto allarmante è la conta dei caduti e degli arresti nelle azioni di lotta condotte nelle campagne, tanto al Sud che nel Centro-Nord, “oltre 80 braccianti assassinati mentre lottavano per il lavoro, e oltre 10.000 anni di carcere per la gente delle campagne” <470. Mentre al secondo congresso della CGIL a Genova, nell’ottobre del 1949, si lanciava il Piano del lavoro, in 65 giorni venivano brutalmente colpite le lotte per l’occupazione delle terre con gli eccidi a Melissa, Torremaggiore e Montescaglioso: in questo modo il governo sembrava dire “no alla proposta del Piano e alla richiesta di «distensione» che Di Vittorio aveva avanzato” <471. Il 9 gennaio del 1950, mentre la CGIL organizzava la Conferenza economica nazionale, prevista ufficialmente per gennaio e tenutasi a fine febbraio, la polizia sparò sugli operai a Modena uccidendone sei <472. Di Vittorio, dalle pagine del “Lavoro”, disse: “L’eccidio di Modena pesa; e continuerà a pesare per lungo tempo sulla vita italiana. Se De Gasperi e Scelba credono che si tratti d’un semplice «incidente», d’un fatto di cronaca che sarà presto dimenticato, si ingannano. A Modena, il 9 gennaio dell’Anno Santo 1950, le forze di polizia, agli ordini d’un governo cattolico e d’un Ministro degli Interni cattolico, hanno massacrato sei lavoratori, sei creature umane. Il raccapriccio, per questo orrendo massacro, diviene più acuto ed implacabile, quando si pensa che non si tratta d’un fatto isolato, accidentale. L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi, sempre di lavoratori, compiuti dalle stesse forze di polizia, agli ordini dello stesso Ministro degli Interni: Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso. Il numero dei lavoratori uccisi, in soli due mesi, è salito a quattordici! È un primato, un ben triste primato – come ha osservato con alto senso umano e storico Luigi Salvatorelli ne «La Stampa» – perché ha superato tutti i precedenti della storia d’Italia e di altri paesi, se si eccettuano quelli fascisti o coloniali! Non un «incidente», quindi, ma un sistema, un metodo, una politica, che sono impersonati dal Ministro Scelba, pur essendone responsabile l’intero governo” <473.
#1949 #1950 #1952 #1954 #AlcideDeGasperi #assolutismo #braccianti #CGIL #cortei #DC #eccidi #EmilianoSchember #fredda #GiuseppeDiVittorio #governi #guerra #lavoro #LuigiSalvatorelli #manifestazioni #MarioScelba #Melissa #Modena #Montescaglioso #operai #padronale #PCI #piano #polizia #repressione #StatiUniti #Torremaggiore
Si configurava un vero e proprio attacco al mondo del lavoro finalizzato al ripristino dell’assolutismo padronale, che il protagonismo dei lavoratori nella lotta di Liberazione aveva messo in discussione, che fu sorretto da un’azione repressiva che assumeva “il carattere di una vera e propria rivincita” <474. L’azione sistematica del governo De Gasperi, richiamata da Di Vittorio, aveva le sue ragioni, non solo nella riorganizzazione dell’assetto produttivo e nella restaurazione dell’assolutismo padronale, ma anche nella necessità di rispondere alle esigenze di adesione al blocco internazionale di appartenenza e alla metamorfosi che, nel 1950, la politica americana di aiuti economici stava subendo. Il passaggio dal concetto di produttività, previsto dal Piano Marshall, a quello di rafforzamento dell’integrazione strategica del blocco occidentale, dovuto al precipitare della guerra fredda e allo scoppio della guerra “calda” in Corea, determinò un innalzamento dello scontro sociale che si concretizzò in un’accentuazione della violenza repressiva dello Stato: alle schedature, agli arresti, alle uccisioni, di lavoratori e militanti della CGIL e del PCI, si affiancò il ricatto economico a quelle aziende che non avessero avallato la politica discriminatoria anticomunista, nei termini della minaccia di esclusione dalle commesse internazionali legate alla produzione bellica <475.
Le lotte del Piano del lavoro si articolavano, su tutto il territorio nazionale, in questo contesto stretto tra le “esigenze” derivanti dalla guerra fredda e la concreta e specifica attività repressiva che si realizzava nelle singole realtà lavorative. In questo senso anche specifiche lotte, molto caratterizzate, dal punto di vista degli obiettivi, da limitati contesti territoriali o lavorativi, e che spesso venivano criticate anche dal PCI per un eccessivo “economicismo”, cioè per una loro presunta debolezza politica, finivano, invece, per avere un forte valore di difesa della democrazia <476.
[NOTE]
469 S. MISIANI, Dalla teoria della stagnazione al Piano per lo sviluppo, cit., nota n. 7, p. 289.
470 G. FABIANI, Il Piano del lavoro e le lotte per la riforma, cit., p. 112.
471 P. SANTI, Il Piano del lavoro nella politica della CGIL: 1949-1952, cit., p. 17.
472 “E poi ci furono i provvedimenti del governo De Gasperi – Scelba contro i comizi in fabbrica e contro le occupazioni degli stabilimenti, e ancora i due scioperi generali indetti dalla Cgil”, L. MUSELLA, I sindacati nel sistema politico, cit., p. 884.
473 G. DI VITTORIO, Modena e la crisi, in «Lavoro», anno III, n. 3, 15-21 gennaio 1950, ASCGIL nazionale.
474 L. VERSACE, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., p. 205.
475 “Dai concetti della produttività si passò velocemente a quelli condizionati dal conflitto in Corea e dal necessario rafforzamento dell’integrazione strategica in Europa. Non ne furono travolti i principi ma ad esso furono orientate le forniture, in maggioranza di tipo militare e dirette ad aziende privilegiate nelle quali la rappresentanza sindacale fosse anticomunista. […] Tra il 1951 e il 1955 si assiste quindi ad un innalzamento del livello dello scontro. Il Piano Demagnetize, la rete Stay Behind, le schedature di sindacalisti, operai ed esponenti della sinistra rientrano perfettamente in questa logica che viene applicata direttamente al mondo del lavoro. La repressione antioperaia che si scatena in quegli anni è quindi figlia diretta di questo clima e dell’applicazione concreta dell’attacco al PCI attraverso il sindacato attuato dagli Stati Uniti, perché costringe le imprese – se mai ce ne fosse un assoluto bisogno – a introdurre misure restrittive della libertà politica e sindacale all’interno delle fabbriche, al fine di assicurarsi o rientrare nell’applicazione delle cosiddette commesse off-shore e, quindi, agire concretamente in senso anticomunista e antioperaio”, P. IUSO, La CGIL e la guerra fredda (1947-1956), cit., p. 191.
476 “era vero che tante energie le rivolgevamo soltanto ad obiettivi quantitativi e ignoravamo che l’Abruzzo, in quel momento, non dava un sufficiente apporto alla grande lotta, più importante, che era la scelta di campo. Ma per capire come questo avvenisse, dobbiamo tener ben presente cos’era la lotta di classe allora: non era certo un fair play, ci si sparava. Dal 1° marzo ’50 al ’54 in Abruzzo noi avemmo i morti di Lentella ed i morti di Celano, ed avemmo 607 processi, 7410 processati, di cui 4197 condannati, per complessivi 396 anni, e un ergastolo. Per un terzo vennero processati per le lotte del Piano del lavoro, ma per due terzi furono processati per comizi, manifestazioni ecc. Ora, dire 7410 processati non è soltanto un problema tecnico: vuol dire che tutto l’apparato viene distolto per un’altra cosa, perché significava, in quel momento, non soltanto 4710 famiglie, ma significava il fatto politico, la risposta che bisognava dare; ed allora era evidente che l’obiettivo di lotta era democratico (fare uscire dalla galera, mobilitazione di avvocati, collegi di avvocati): era il tempo in cui il nemico imponeva un altro obiettivo dal quale tu non potevi prescindere. Quindi la debolezza del Piano del lavoro stava nel fatto che la lotta con l’avversario era così dura che imponeva quel modo di lottare”, L. DI PAOLANTONIO, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., pp. 162-3.
Emiliano Schember, La CGIL dal Piano del lavoro alla proposta di uno Statuto dei lavoratori (1949-1952), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2011-2012 -
Quello che vedete passare al galoppo è lo stallone del branco (gli altri sono femmine e puledri). Alla fine della corsa, purtroppo non sono riuscita a riprenderlo per la posizione, scalcia contro la recinzione e impenna. Contro chi? Contro i due poliziotti a cavallo che sono passati accanto e lo hanno fatto arrabbiare.
Cattivo cavallo anarchico.
#cavallo #polizia #acab -
Quello che vedete passare al galoppo è lo stallone del branco (gli altri sono femmine e puledri). Alla fine della corsa, purtroppo non sono riuscita a riprenderlo per la posizione, scalcia contro la recinzione e impenna. Contro chi? Contro i due poliziotti a cavallo che sono passati accanto e lo hanno fatto arrabbiare.
Cattivo cavallo anarchico.
#cavallo #polizia #acab -
Quello che vedete passare al galoppo è lo stallone del branco (gli altri sono femmine e puledri). Alla fine della corsa, purtroppo non sono riuscita a riprenderlo per la posizione, scalcia contro la recinzione e impenna. Contro chi? Contro i due poliziotti a cavallo che sono passati accanto e lo hanno fatto arrabbiare.
Cattivo cavallo anarchico.
#cavallo #polizia #acab -
Quello che vedete passare al galoppo è lo stallone del branco (gli altri sono femmine e puledri). Alla fine della corsa, purtroppo non sono riuscita a riprenderlo per la posizione, scalcia contro la recinzione e impenna. Contro chi? Contro i due poliziotti a cavallo che sono passati accanto e lo hanno fatto arrabbiare.
Cattivo cavallo anarchico.
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https://www.europesays.com/it/458744/ Firenze, colpi di pistola contro un portone. L’allarme dato nella notte, indaga la polizia #allarme #colpi #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #firenze #indaga #IT #Italia #Italy #News #Notizie #notte #pistola #polizia #portone #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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VERONA: NUOVE INDAGINI SULL’OMICIDIO DIARRA, IL COMITATO “LE NOSTRE PERPLESSITÀ SONO EMERSE” https://www.radiondadurto.org/2026/04/23/verona-nuove-indagini-sullomicidio-diarra-il-comitato-le-nostre-perplessita-sono-emerse/ #DanieleTodesco #LiviaMagri #NAZIONALI #giustizia #comitato #indagini #omicidio #violenza #giudice #polizia #Diarra #Moussa #Polfer #Verità #verona #ABUSI #mali #gip
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VERONA: NUOVE INDAGINI SULL’OMICIDIO DIARRA, IL COMITATO “LE NOSTRE PERPLESSITÀ SONO EMERSE” https://www.radiondadurto.org/2026/04/23/verona-nuove-indagini-sullomicidio-diarra-il-comitato-le-nostre-perplessita-sono-emerse/ #DanieleTodesco #LiviaMagri #NAZIONALI #giustizia #comitato #indagini #omicidio #violenza #giudice #polizia #Diarra #Moussa #Polfer #Verità #verona #ABUSI #mali #gip
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VERONA: NUOVE INDAGINI SULL’OMICIDIO DIARRA, IL COMITATO “LE NOSTRE PERPLESSITÀ SONO EMERSE” https://www.radiondadurto.org/2026/04/23/verona-nuove-indagini-sullomicidio-diarra-il-comitato-le-nostre-perplessita-sono-emerse/ #DanieleTodesco #LiviaMagri #NAZIONALI #giustizia #comitato #indagini #omicidio #violenza #giudice #polizia #Diarra #Moussa #Polfer #Verità #verona #ABUSI #mali #gip
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CASO MAGHERINI, MORTO DOPO UN FERMO DI POLIZIA. RICORSO DELL’ITALIA CONTRO LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO https://www.radiondadurto.org/2026/04/21/caso-magherini-morto-dopo-un-fermo-di-polizia-ricorso-dellitalia-contro-la-corte-europea-dei-diritti-delluomo/ #CorteEuropeadeidirittidell'Uomo #RiccardoMagherini #fabioanselmo #carabinieri #NAZIONALI #firenze #polizia #italia #ABUSI #stato #cedu
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VERONA: RESPINTA L’ARCHIVIAZIONE DEL CASO MOUSSA DIARRA, IL POLIZIOTTO SARÀ INDAGATO PER DEPISTAGGIO https://www.radiondadurto.org/2026/04/21/verona-respinta-larchiviazione-del-caso-moussa-diarra-il-poliziotto-sara-indagato-per-depistaggio/ #archiviazione #fabioanselmo #Depistaggio #NAZIONALI #giustizia #comitato #omicidio #polizia #Diarra #Moussa #Verità #verona #ABUSI
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VERONA: RESPINTA L’ARCHIVIAZIONE DEL CASO MOUSSA DIARRA, IL POLIZIOTTO SARÀ INDAGATO PER DEPISTAGGIO https://www.radiondadurto.org/2026/04/21/verona-respinta-larchiviazione-del-caso-moussa-diarra-il-poliziotto-sara-indagato-per-depistaggio/ #archiviazione #fabioanselmo #Depistaggio #NAZIONALI #giustizia #comitato #omicidio #polizia #Diarra #Moussa #Verità #verona #ABUSI
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VERONA: RESPINTA L’ARCHIVIAZIONE DEL CASO MOUSSA DIARRA, IL POLIZIOTTO SARÀ INDAGATO PER DEPISTAGGIO https://www.radiondadurto.org/2026/04/21/verona-respinta-larchiviazione-del-caso-moussa-diarra-il-poliziotto-sara-indagato-per-depistaggio/ #archiviazione #fabioanselmo #Depistaggio #NAZIONALI #giustizia #comitato #omicidio #polizia #Diarra #Moussa #Verità #verona #ABUSI
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https://www.europesays.com/it/452047/ Mei e la cimice in Fidal, le parole del presidente #accadendo #accaduto #altre #chiamato #cimice #cimici #continua #cose #curioso #denuncia #dipendente #federale #federazione #fidal #interno #InternoFederazione #IT #Italia #Italy #londi #mei #modalità #palazzo #perplesso #polizia #presidente #ruolo #saputo #sede #segretario #sorridere #Sport #Sports #tratta #vicenda #viene
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PADOVA: 4 ATTIVISTI AGGREDITI DAI CARABINIERI E A PROCESSO PER DIRETTISSIMA https://www.radiondadurto.org/2026/04/16/padova-4-attivisti-aggrediti-dai-carabinieri-e-a-processo-per-direttissima/ #viaAnnibaledaBassano #carabinieri #NAZIONALI #controllo #tribunale #presidio #violenze #arresto #polizia #sociale #centro #Padova #ABUSI #fermo #nando #pedro #News
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PADOVA: 4 ATTIVISTI AGGREDITI DAI CARABINIERI E A PROCESSO PER DIRETTISSIMA https://www.radiondadurto.org/2026/04/16/padova-4-attivisti-aggrediti-dai-carabinieri-e-a-processo-per-direttissima/ #viaAnnibaledaBassano #carabinieri #NAZIONALI #controllo #tribunale #presidio #violenze #arresto #polizia #sociale #centro #Padova #ABUSI #fermo #nando #pedro #News
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Inceppare il perfido gioco del dominio. Fuori Cospito dal 41 bis. Contro ogni detenzione, dal carcere agli hotspot
Sono cominciati i giochetti del governo per prolungare la permanenza di Alfredo Cospito nel
https://umanitanova.org/inceppare-il-perfido-gioco-del-dominio-fuori-cospito-dal-41-bis-contro-ogni-detenzione-dal-carcere-agli-hotspot/
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Il saccheggio invisibile delle coste catanesi
Non c’è solo la pesca a strascico, il mare è trasformato in un deserto anche da altre forme di pesca incontrollata e illegale, di cui possiamo diventare complici. Ce ne parla Andrea Abramo, formatore di immersione subacquea e appassionato della bellezza del mondo sommerso, di cui ha già scritto per Argo.
C’è una Catania che vive di notte, lontano dai riflettori della movida, e che si […]
Leggi il resto: https://www.argocatania.it/2026/04/11/il-saccheggio-invisibile-delle-coste-catanesi/
#CapitaneriaDiPorto #Carabinieri #Catania #costaEtnea #GuardiaDiFinanza #pesca #Polizia #Scogliera
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Il saccheggio invisibile delle coste catanesi
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https://www.europesays.com/it/428306/ Latitanti italiani di massima pericolosità, ce ne sono ancora tre: chi sono #camorra #CosaNostra #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #digitall #IT #Italia #Italy #latitante #News #Notizie #polizia #PoliziaDiStato #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia
Nei giorni successivi [primi di luglio 1960] divenne chiaro che Genova, anziché essere il culmine della violenza, era solo l’inizio. I disordini e gli scioperi toccarono diverse città in tutta Italia. Il governo inasprì il suo comportamento. E le ragioni dei dimostranti si declinarono con diverse modalità a seconda dei contesti. Palermo e Licata, dove il ritardo e il disagio economico avevano raggiunto livelli insopportabili, versavano in condizioni particolarmente gravi. In situazioni del genere bastava poco per scatenare la rabbia popolare. In Sicilia, quindi, si saldavano elementi della politica nazionale e locale. Secondo Tambroni, il Pci era pronto a sfruttare queste dimostrazioni di natura sindacale per screditare ulteriormente il governo e la Dc. C’è da dire, poi, che la polizia, dopo la “sconfitta” di Genova, intendeva rifarsi. In quell’occasione, come ha notato Accame, «non si poteva sparare per difendere i fascisti» <138. Ma di fronte agli eventi successivi, il Viminale avrebbe dimostrato di essere pronto ad usare la forza. Per il 6 luglio, il Consiglio federativo della Resistenza – creato a Genova – promosse un raduno a Porta San Paolo a Roma. Nonostante fosse stato proibito il giorno stesso dalla prefettura, il comizio ebbe luogo. Il segretario d’ambasciata [degli Stati Uniti] Lister si trovò casualmente nel bel mezzo degli scontri, e il suo racconto quasi in presa diretta ci restituisce il clima dell’epoca. Stando al suo resoconto, la situazione apparve subito estremamente caotica: manifestanti che si impadronivano dei filobus, raffiche di pietre, urla, cariche della polizia. Poi l’arrivo della cavalleria e la fuga. I tanti ragazzi presenti venivano liquidati come «giovani gangster forse assunti per l’occasione». Tuttavia, uno degli aspetti che più aveva colpito l’ufficiale dell’ambasciata era la scomparsa «dell’apatia della base di dieci anni prima». Chi aveva preso parte alla rivolta «sentiva l’entusiasmo di “avere fatto qualcosa” contro il governo» <139.
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Dopo i fatti di Porta San Paolo vennero indetti numerosi scioperi dalle Camere del Lavoro. Tra le varie città, Napoli, Parma, Bologna, Ravenna e Reggio Emilia si fermarono il 7 luglio 1960. Proprio Reggio avrebbe drammaticamente legato il suo nome a quella data. La questura aveva concesso l’autorizzazione a svolgere un comizio, a patto che si tenesse all’interno, precisamente nella sala Verdi (600 posti) del teatro Ariosto. Com’era prevedibile, la folla si stava accalcando già diverse ore prima dell’inizio, ed era immensamente superiore alla capienza della sala: circa seimila persone. Nella centrale piazza della Libertà, in attesa del comizio, la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti era cresciuta. Le cronache dell’epoca non lasciano dubbi sulle reazioni spropositate degli agenti. Il fuoco aperto sui dimostranti durò venti minuti. Afro Tondelli, poco prima di morire, disse alla moglie di aver visto l’uomo che gli aveva sparato: «prendeva la mira come se fosse a caccia». La drammatica sequenza fotografica apparve su «Paese Sera» <140. Difficilmente i cinque morti lasciati sul campo – manifestanti tra i 19 e i 41 anni – possono trovare una qualche giustificazione. La spiegazione più convincente e scevra da ideologie è, a nostro avviso, quella di Radi, che ha posto l’accento sull’adunata antifascista del 4 luglio, davanti alla sede del Msi reggiano. Quel giorno, molti agenti erano rimasti contusi, e si era creato nei reparti «il proposito di rifarsi, di dare una lezione» <141. Il tenente colonnello dei carabinieri Giudici, il questore e il prefetto dichiararono che il 7 luglio nessuno aveva dato l’ordine di sparare. Il questore Greco ricordava la presenza di fitte sassaiole e insulti contro gli agenti. Con ogni probabilità, a Reggio, la situazione locale era già molto tesa e qualcuno perse il controllo. La città emiliana era «un contesto politico e sociale quasi unico nel Paese» <142, dove le contrapposizioni trovarono un terreno fertile. Più che ipotizzare disordini organizzati da Mosca o degenerazioni squadriste, ci sembra ragionevole pensare a poliziotti in cerca di rivincita.
Dopo il tragico bilancio di sangue di Reggio Emilia, fu ancora la Sicilia ad essere tristemente protagonista: il giorno seguente, durante manifestazioni legate allo sciopero generale, ci furono tre vittime a Palermo e una a Catania <143. Il numero dei morti saliva a dieci. Anche in questo frangente, non è privo di significato sottolineare la vicinanza tra il punto di vista delle forze dell’ordine e dei funzionari americani, tanto dell’ambasciata quanto del Dipartimento di Stato. Lanciando pietre e altri oggetti, i dimostranti – si legge in un commento – avevano «costretto la polizia ad usare le mitragliatrici». Di fronte alle «dure provocazioni», la polizia si stava addirittura comportando con «grande moderazione [considerable restraint]». Il governo e il suo braccio armato, secondo queste analisi, sarebbero riusciti senza problemi a «domare la tempesta politica in atto», almeno per il momento <144.
Restano da capire le intenzioni e i margini di manovra dei due “contendenti”: il fronte antifascista e Tambroni. Nella storiografia non sono mancate le interpretazioni anche molto distanti tra loro, e grazie ai documenti americani è possibile aggiungere un ulteriore tassello alla ricostruzione degli eventi. Gli antifascisti più attivi erano, com’è noto, socialisti e comunisti. I rapporti tra i due partiti, da tempo non idilliaci, si raffreddarono ulteriormente al momento di “capitalizzare” le proteste di piazza. Basta guardare quanto scrisse Nenni sul suo diario, il 3 luglio ’60: la vittoria di Genova era usata dai comunisti «in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria di piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919» <145. Secondo il leader socialista i fatti di quei giorni erano da intendersi come stimoli per la svolta a sinistra, non certo per una contrapposizione violenta. Nei dispacci dell’ambasciata si riconosceva il grande appeal dell’antifascismo ma l’attenzione era perlopiù concentrata sull’abilità del Pci nello sfruttare la situazione. I comunisti – citiamo da un documento inedito americano – erano riusciti a creare un «nuovo mito, un vero e proprio articolo di fede: le forze armate clerico-fasciste avevano attaccato una manifestazione pacifica di operai e altri elementi democratici». La speranza degli Usa, comunque, era l’isolamento di comunisti e neofascisti per coinvolgere tutti i partiti anti-totalitari e arrivare ad un governo di elementi moderati <146. Si capisce, in questo senso, il disorientamento generato da un governo col sostegno dei neofascisti e duramente osteggiato, in primis, da socialisti e comunisti. Alla tesi del complotto sovietico, denunciato da Tambroni, non venne mai dato molto credito <147. Inoltre, sembrava «altamente improbabile» che il Pci volesse minacciare un’insurrezione. L’unico risultato che poteva ottenere, visti i livelli di tensione raggiunti, era la soppressione del partito per attività illegali <148. La dirigenza era ben lontana dal minacciare un’insurrezione, ma questo non significava l’assenza di pulsioni violente o l’estraneità all’organizzazione delle rivolte, come è stato scritto <149. Recentemente, grazie alla testimonianza di un ex dirigente di alto livello come Luciano Barca, è stata sottolineata l’attenta regia comunista delle manifestazioni <150. Il principale problema dei vertici di partito era «frenare un movimento che vuol procedere oltre la mobilitazione di piazza» <151. Lo stesso Togliatti prese le distanze dai compagni più estremisti intenzionati a portare fino in fondo lo scontro. In questo senso può essere letta l’accettazione della tregua – proposta dal presidente del Senato Merzagora – da parte del segretario del partito comunista <152. Del resto, furono proprio i dirigenti di Pci e Cgil a dichiarare che il movimento, fin da Genova, era sfuggito loro di mano.
L’insoddisfazione dell’avanguardia leninista risiedeva nel fatto che, malgrado gli sforzi profusi, Tambroni era ancora al suo posto. Armando Cossutta confessò la fatica a sedare gli animi di chi intendeva continuare lo scontro nelle piazze, senza curarsi dell’opinione dei vertici o addirittura senza conoscere gli stessi dirigenti <153. Secondo questa lettura, la Dc era una forma mascherata di fascismo. Di più. Era il vero fascismo, il referente dei ceti dominanti in grado di mobilitare un apparato repressivo e autoritario. Quindi la Resistenza doveva continuare ad ogni costo la sua lotta antifascista <154.
Il movimento del 30 giugno si proponeva di combattere la confusione tra potere fittizio, cioè «l’ombra del potere rappresentato dal seggio parlamentare» e potere reale, costituito dal «controllo operaio delle fabbriche». Contro il «cretinismo parlamentare» e il «rivendicazionismo spicciolo». Chi aveva creduto di utilizzare la protesta a scopi dimostrativi rimase deluso. L’anonimo operaio redattore del documento scrive: «non si poteva più comandarci a bacchetta, valutando che la nostra collera potesse sfogarsi nel corteo approvato dalla prefettura». Gli stati maggiori della sinistra, che tuonavano contro il revisionismo, erano in realtà «peggiori dei revisionisti». In questo scollamento tra partito comunista legalitario e classe operaia rivoluzionaria, Baget Bozzo ha individuato l’inizio del movimentismo extra-parlamentare <155. Le pur legittime richieste di cambiamento venivano inghiottite dai movimenti estremisti.
A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia. E se all’inizio era stato il partito socialista a trarre i maggiori vantaggi, intanto il Pci «usciva dall’angolo» e conquistava il ruolo di componente irrinunciabile della politica nazionale. Da quel momento si insinuava il dubbio che anticomunismo e democrazia non potessero convivere pacificamente. Chi si esprimeva diversamente attirava sospetti di fascismo <156. Si tratta di un passaggio decisivo per la cultura politica del nostro Paese. Alla luce di queste considerazioni, il mito dei ragazzi con le “magliette a strisce”, su cui ha prosperato la prima storiografia sui fatti di Genova (ma anche tante opere successive), va in buona parte ridimensionato. Certamente, a quindici anni dalla guerra, l’Italia nuova dei giovani, alla ricerca di un «momento positivo», si faceva sentire. Ma il luglio ’60, nel bene e nel male, andò al di là di qualsiasi previsione <157.
[NOTE]
138 G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 379. Accame ipotizza addirittura che il ministero degli Interni, a Genova, lasciò «mano libera ai comunisti». Sul sentimento di «rivincita» della polizia si veda G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294.
139 The Porta San Paolo riot, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, July 21, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-2160. Sulla guida comunista delle manifestazioni di Roma si veda G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
140 V. Notarnicola, Venti minuti di fuoco fra la polizia e i dimostranti in piazza della Libertà, «Corriere della Sera», 8 luglio 1960. Per le reazioni di parte comunista si vedano le foto pubblicate su «Paese Sera», 12 luglio 1960 e il commento alla registrazione degli scontri (27 minuti): Abbiamo ascoltato la registrazione di Reggio Emilia, «Paese Sera», 14 luglio 1960.
141 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 111-113. Sul proposito di rivincita dei poliziotti reggiani, si veda l’interessante testimonianza di Italo Bonezzi (autista del servizio pubblico) al processo, riportata in P.G. Murgia, Il
luglio 1960, cit., p. 126.
142 P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 105.
143 Sui fatti di Catania si veda A. Miccichè, Catania, luglio ’60, Ediesse, Roma, 2010.
144 Italian situation, H. McBride to F. Kohler, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917.
145 P. Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Sugarco, Milano, 1982, p. 129.
146 Communist-led rioters succeed, cit.; The present disorders in Italy, H. Cumming (Department of State, Director of Intelligence and Research) to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Sui timori per una deriva autoritaria di destra si veda U.S. Policy toward Italy, July 13, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60.
147 Central Intelligence Bulletin, CIA, July 8, 1960, CIA-RDP79T00975A005200070001-6, NARA, CIA Records Search Tool ( d’ora in poi CREST); L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
148 Severe Communist-led rioting in Italy threatens life of Tambroni government, F. Kohler to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Tambroni avrebbe poi esposto nella seduta del 14 luglio alla Camera la sua versione più critica nei confronti del complotto comunista, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 14 luglio 1960, pp. 15963-15970.
149 Pur cogliendo l’ambivalenza del Pci, Cooke non convince quando liquida la strategia togliattiana in poche righe e senza argomentazioni. Tale strategia, scrive, «non permette l’identificazione del suo partito con la violenza e l’insurrezione», si veda P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 43. Se il giudizio sulle tendenze rivoluzionarie è consolidato, altrettanto non può dirsi per l’uso della violenza. Utile in proposito la lettura del quotidiano comunista e le frequenti dispute con i socialisti nei mesi di giugno-luglio ’60.
150 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, vol. I, Con Togliatti e Longo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, pp. 235-238.
151 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 387; N. Minuzzo, L’aria del ’48, «L’Europeo», 17 luglio 1960.
152 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294; Anche i funzionari americani notarono questo aspetto: «l’accettazione comunista della proposta di tregua di Merzagora è una prova forte del fatto che il Pci starà attento a non andare oltre i limiti della violenza che ha già raggiunto», si veda Severe Communist-led rioting, cit.
153 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., pp. 387-388.
154 Si veda L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 126-127; G. Baget Bozzo, recensione a P. Cooke, Luglio 1960, cit., 25 maggio 2001, http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html. La necessità di portare a termine la nuova Resistenza e la continuità tra fascismo, Dc e Chiesa cattolica sono elementi ricorrenti nel lavoro di Murgia, secondo il quale Tambroni «è un frutto maturato nel giardino clericale», P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 170.
155 Citazioni tratte da Movimento 30 giugno, Genova, 1960, in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 132-143. Le osservazioni di Baget Bozzo sono su http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html
156 Un esempio eclatante di questo clima è il libro di Murgia, apparso nel 1968, si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 111-112. Osservazioni pregevoli su questo in E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia come elemento strutturale della lotta politica nell’Italia repubblicana, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 248-252. Si veda anche R. Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1960): lineamenti di una storia, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni, cit., pp. 331-332.
157 Sui grandi cambiamenti legati al boom economico e sull’attesa di qualcosa di nuovo si vedano G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., pp. 173-174; G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Rizzoli, Milano, 1990, pp. 91-92. Secondo il giornalista comunista Falaschi nel luglio ’60 si possono individuare i prodromi del ’68 e dell’autunno caldo, si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 383.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010 -
La GNR già schierava – almeno sulla carta – quasi 113.000 uomini
L’apparato repressivo sin qui delineato, sopravvissuto al brusco smottamento politico determinatosi con la defenestrazione di Mussolini <265, vedeva invece nel mutato scenario post-armistiziale il prorompere sulla scena di una variegata platea di nuovi attori, capaci ben presto di sovvertire i rapporti di forza consolidatisi negli anni precedenti. Sotto il vigile sguardo tedesco, la riorganizzazione delle Forze armate e di polizia della neonata Repubblica si sarebbe infatti imposta quale teatro di accesi scontri tra i diversi centri di potere fascisti, portatori di istanze e progetti del tutto confliggenti <266. Particolarmente spinoso, stante la precaria tenuta del fronte interno, si presentava innanzitutto il nodo dell’ordine pubblico, aggravato dallo «sbandamento morale e fisico» registratosi tra le forze di pubblica sicurezza <267. Sullo sfondo del concomitante confronto con il maresciallo Rodolfo Graziani, nominato ministro della Forze armate, il dibattito sulla riorganizzazione delle forze di sicurezza interna vedeva contrapporsi le opposte visioni del comandante generale della MVSN Renato Ricci e di Buffarini Guidi, ben interessato a mantenere nelle mani del ministero dell’Interno «la direzione della Polizia» <268. Più defilato, seppur vicino alle posizioni del gerarca carrarino, era l’atteggiamento del segretario del PFR, a sua volta impegnato a dotare il partito di un proprio braccio armato, strutturatosi sulla base delle numerose squadre d’azione spontaneamente risorte in diversi centri della penisola <269.
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Quale oggetto del contendere, tornava da un lato a ripresentarsi l’annosa questione della MVSN e dei suoi rapporti con gli organi di polizia e l’esercito, trascinatasi per tutto il ventennio e riemersa con forza nel dibattito odierno <270; dall’altro la pretesa temperie «rivoluzionaria» dell’ultimo fascismo rendeva ora possibile pensare a una «riforma nella polizia, che rispond[esse] alle esigenze politiche-sociali dei nuovi ordinamenti repubblicani», così «da creare un organismo totalitariamente innovato» <271. Altrettanto «ineluttabil[e]» sarebbe apparsa la «trasformazione» dell’Arma dei carabinieri, forza tradizionalmente legata alla monarchia e da più parti accusata di scarsa affidabilità e mordente, quando non di connivenza con le nascenti bande partigiane, ora affidata al comando del generale della milizia Archimede Mischi <272. La soluzione prospettata, giunta il 19 novembre 1943 al termine di una lunga serie di faticosi e altalenanti compromessi, finiva per frantumare ulteriormente il panorama repressivo saloino <273. Come prontamente comunicato dall’Agenzia Stefani, «con decreto in corso di pubblicazione, vengono istituite la Guardia nazionale repubblicana e la Polizia repubblicana». Queste, “hanno il compito di difendere all’interno le istituzioni e di far rispettare le leggi della Repubblica […]. La Guardia nazionale repubblicana è formata dalla MVSN, dall’Arma dei carabinieri e dalla Polizia Africa Italiana. La Polizia repubblicana è formata dall’amministrazione della Pubblica Sicurezza, dal Corpo degli agenti e dei metropolitani. La Guardia nazionale repubblicana è alle dipendenze di un proprio comando generale e per l’impiego nei servizi di ordine pubblico dipende dal ministero dell’Interno. La Polizia repubblicana dipende dal ministero dell’Interno. […] Il luogotenente generale della MVSN Renato Ricci è nominato comandante generale della Guardia nazionale repubblicana” <274.
Uscito vittorioso dal confronto con il maresciallo Graziani, propugnatore di un esercito apolitico destinato ad assorbire le formazioni di camicie nere, Ricci riusciva a mantenere anche nei confronti del ministero dell’Interno l’indipendenza, non solo formale, della milizia, transitata tra le fila della nuova forza armata <275. Il pur travagliato connubio tra camicie nere e carabinieri permetteva infatti al gerarca toscano di presentare la propria creatura quale unica formazione armata minimamente efficiente, ben radicata su tutto il territorio nazionale e capace di coniugare, quanto meno nelle intenzioni, la salda fede politica e l’attivismo dei militi da un lato, il prezioso e irrinunciabile apporto tecnico dei militari dell’Arma dall’altro <276. Anche l’evidenza numerica dava inizialmente ragione a Ricci: sul finire di dicembre 1943, mentre l’organizzazione dell’ENR procedeva tra estreme difficoltà e la polizia poteva contare su circa 25.000 tra agenti e funzionari <277, la Guardia già schierava – almeno sulla carta – quasi 113.000 uomini, pur in minima parte impiegabili in vere e proprie azioni di controguerriglia contro le formazioni alla macchia <278. Forti di queste premesse e del dinamismo dimostrato soprattutto dai reparti della milizia, i vertici della GNR potevano a buon titolo rivendicare un ruolo di primazia nel campo della repressione politica e della lotta antipartigiana. Diretto era l’attacco portato ai tradizionali organi di polizia: come sottolineato in un lungo «promemoria» non casualmente redatto a poche ore dalla definitiva decisione di Mussolini di dar vita alla Guardia, questa avrebbe dovuto assumere «il controllo assoluto sulla vita interna della Repubblica», garantendone «la sicurezza interna […] e la sua continuità». Una speciale rilevanza era quindi riposta nel «Servizio politico» della GNR, «destinato ad assorbire – nelle intenzioni di Ricci – la polizia politica» <279. Pur non riuscendo ad arrivare a tanto, stante la pur claudicante sopravvivenza della Divisione polizia politica e della rete di uffici politici delle questure, la nascita della Guardia avrebbe comunque contribuito a marginalizzare l’azione del ministero dell’Interno, ora spogliato della propria funzione di coordinamento e centro motore nel contrasto del dissenso.
Benché riorganizzata e infoltita con elementi ausiliari, la Polizia repubblicana finiva dunque per essere schiacciata dal prorompente operato di quel «pullulare di formazioni», più o meno regolari, che avrebbe caratterizzato il caotico panorama repressivo fascista <280, incapace comunque di far fronte all’«inusitata» minaccia portata dalla guerriglia partigiana <281. Difatti, per dirla con Mussolini, nelle convulse settimane immediatamente seguenti l’armistizio, eclissatesi «le forze costituite dello Stato», numerosi furono «gli organi, i gruppi e talora i singoli che si occupavano di Polizia […] spesso operanti all’insaputa o in concorrenza gli uni con gli altri» <282. Uno slancio presto contraddistintosi per l’azione particolarmente violenta e scomposta, quando non dichiaratamente delinquenziale, di queste formazioni.
Nel tentativo di «irreggimentare» e al contempo stimolare tali forme di mobilitazione <283, il segretario del PFR disponeva quindi il 5 novembre 1943 la creazione di «squadre federali di polizia», formazioni agili – «non esistono stipendi […] né uffici» – organizzate in seno alle singole federazioni e formalmente dipendenti per l’impiego dal «Capo della provincia […] o dove già sia un fascista repubblicano, il Questore» <284.
[NOTE]
265 Sulla sostanziale continuità durante i 45 giorni degli organi di prevenzione e investigazione si veda P. CARUCCI, Il Ministero dell’Interno, cit., pp. 52-59. Quanto alle zone OVRA, ad esempio, queste cambiavano «semplicemente» denominazione divenendo «Ispettorati speciali di polizia» .M. CANALI, Le spie del regime, cit., pp. 479-480.
266 Sulla ricostituzione delle Forze armate saloine, tra i temi maggiormente e da lungo tempo discussi dalla storiografia, ci limitiamo a segnalare G. PANSA, Il gladio e l’alloro, cit.; L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. 266-294 e R. DE FELICE, La guerra civile, cit., pp. 437-467. Cfr. inoltre la più recente e ben documentata ricostruzione offerta da P. P. BATTISTELLI, Storia militare della Repubblica sociale italiana. Le forze armate della RSI. Nascita, sviluppo, organizzazione e la loro sorte nel dopoguerra, Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte (To) 2020.
267 Con il «quasi totale collasso delle organizzazioni destinate a tutelare l’ordine pubblico», lamentava Mussolini in una nota della Corrispondenza repubblicana, «tutti gli elementi antisociali ebbero […] piena libertà di azione», mentre «dalle carceri, oltre i cosiddetti politici, evasero ben cinquemila detenuti o condannati per delitti comuni», in B. MUSSOLINI, Polizia unitaria e legale, in E. SUSMEL – D. SUSMEL (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, Vol. XXXV, La Fenice, Firenze 1962, pp. 275-276. La nota risale al 12 dicembre 1943.
268 ACS, SPD, RSI-CR, b. 79, fasc. 650, s. fasc. 1, Appunto di Guido Buffarini Guidi a Benito Mussolini, Roma, 13 novembre 1943.
269 Sugli intendimenti di Pavolini vedi in particolare Premessa all’esame della situazione politica dopo la liberazione del Duce, cit.
270 Sulla MVSN manca a tutt’oggi un studio monografico di ampio respiro. Per limitarci ai contributi di maggior interesse si veda in particolare G. L. GATTI, La quarta Forza armata di Mussolini: la Milizia volontaria di sicurezza nazionale, in R. H. RAIMOND – P. ALBERINI (a cura di), Le Forze armate e la nazione italiana (1915-1943), Roma 2004, pp. 107-173 e A. ROSSI, Le guerre delle camicie nere. La milizia fascista dalla guerra mondiale alla guerra civile, BFS, Pisa 2004. Di taglio più divulgativo ma comunque utile P. CROCIANI – P. P. BATTISTELLI, Le camicie nere 1935-1945, LEG, Gorizia 2011.
271 ACS, SPD, RSI-CR, b. 79, fasc. 650, s. fasc. 1, Appunto di Guido Buffarini Guidi a Benito Mussolini, cit.
272 ACS, SPD, RSI-CR, b. 4, fasc. 28, s. fasc. 3, Promemoria per il duce a firma Archimede Mischi, s.l., 23 ottobre 1943. Sulla paventata «abolizione» dell’Arma, richiesta a gran voce dalla base fascista ed effettivamente prospettata alla metà di ottobre 1943 cfr. Ibid., s. fasc. 5, Appunto anonimo per il duce, s.l., 15 ottobre 1943. Più in generale L. GANAPINI, La repubblica delle camicie nere, cit., pp. 34-42. Su Mischi cfr. P. CROCIANI, Mischi Archimede, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. LXXV, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 2011, disponibile all’indirizzo: http://www.treccani.it/enciclopedia/archimede-mischi_(Dizionario-Biografico)/ [consultato 22 aprile 2021].
273 Per una puntuale ricostruzione delle estenuanti trattative in seno al governo fascista vedi in particolare P. P. BATTISTELLI, Storia militare della Repubblica sociale italiana, cit., pp. 24-25.
274 Testo del comunicato in E. SUSMEL – D. SUSMEL (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, cit., p. 412. Sui fallimentari progetti di Buffarini Guidi tesi a unificare tutte le forze di polizia sotto l’egida del ministero dell’Interno vedi in particolare G. BUFFARINI GUIDI, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi dal 1938 al 1945, Sugar, Milano 1970, pp. 117-122 e R. DE FELICE, La guerra civile, cit., pp. 465-466.
275 Come la MVSN, anche la GNR era elevata al rango di «forza armata dello Stato», in Decreto legislativo del Duce 18 dicembre 1943, n. 921, Ordinamento e funzionamento della Guardia Nazionale Repubblicana «Gazzetta Ufficiale d’Italia», LXXXV, n. 166, 18 luglio 1944.
276 Sull’importanza della componente dei carabinieri si veda, pur con le dovute cautele, la «Memoria sulla Guardia» redatta nel dopoguerra da Niccolò Nicchiarelli, capo di stato maggiore della GNR, recentemente pubblicata in S. FABEI, La guardia nazionale repubblicana nella memoria del generale Niccolò Nicchiarelli 1943-1945, Mursia, Milano 2020, p. 55. Sul difficile connubio tra le diverse componenti della GNR cfr. poi L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. 304-305 e L. GANAPINI, La Repubblica sociale nel 1943, cit., pp. 34-42.
277 La stima è desunta da P. CARUCCI, Il Ministero dell’Interno, cit., pp. 49, 61 (nota 9).
278 La cifra riportata, comunque segnalata come imprecisa, è riportata in ACS, NARA, JAIA, T-586, bob. 161, CoGeGuardia, Riepilogo della forza alla data del 20 dicembre 1943, s.l., s.d.. Su questi numeri cfr. infra, cap. V.
279 ACS, SPD, RSI-CR, b. 3, fasc. 28, s. fasc. 2 bis, Organizzazione, inquadramento e compiti della Guardia nazionale repubblicana, s.l., 20 novembre 1943. Il promemoria, acefalo, è presumibilmente riconducibile al generale Nicchiarelli, incaricato in quei giorni da Ricci «di presentare un progetto di costituzione della GNR», in S. FABEI, La guardia nazionale repubblicana, cit., pp. 25, 40-41.
280 L. GANAPINI, La repubblica delle camicie nere, cit., p. 278. Sulla ristrutturazione della polizia repubblicana si veda la relazione presentata da Buffarini Guidi dinanzi al Consiglio dei ministri in F. R. SCARDACCIONE (a cura di), Verbali del Consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana, cit., pp. 250-262 (seduta del 11 gennaio 1944). Agli inizi di aprile, le forze complessive a disposizione del capo della polizia ammontavano a circa 50.000 elementi, 20.000 dei quali ausiliari di recente assunzione.
281 ACS, SPD, RSI-CR, b. 79, fasc. 650, s. fasc. 8, Appunto di Enrico Cavallo a Benito Mussolini, cit.
282 B. MUSSOLINI, Polizia unitaria e legale, cit., pp. 275-276.
283 Lo stesso Pavolini avrebbe rimarcato la scarsa consistenza di questi primi «nuclei» di squadristi, in Prima assemblea nazionale del partito fascista repubblicano, citato in V. PAOLUCCI, La Repubblica sociale italiana e il partito fascista repubblicano, settembre 1943 marzo ’44, cit., p. 146.
284 PFR, Costituzione squadre Federali di polizia, s.l., 5 novembre 1943, citato in A. OSTI GUERRAZZI, «La repubblica necessaria». Il fascismo repubblicano a Roma 1943-44, cit., pp. 128-129. Sulla nascita di tali formazioni la più attenta riflessione resta a tutt’oggi. D. GAGLIANI, Il partito nel fascismo repubblicano delle origini, cit., pp. 163-169. Cfr. inoltre R. D’ANGELI, Storia del partito fascista repubblicano, cit., pp. 181-187.
Lorenzo Pera, La lunga RSI: violenza e repressione antipartigiana del fascismo repubblicano toscano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze – Università di Siena, 2022 -
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