#comunisti — Public Fediverse posts
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Editorialist al New York Times și The Guardian: Uciderea de către bolșevici a copiilor ultimului țar al Rusiei a fost justificată Între timp, acesta a șters postarea, dar nu s-a dezis de cele scrise 👉 https://c.aparatorul.md/d4g84 👈 #ŢarinaAlexandra #BisericaOrtodoxă #Bolşevici #Canonizat #Comunişti #ȚarulNicolae #FamiliaIMperială #FamiliaRomanov #Jacobin #Rusia #UcidereaFamilieiŢariste
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Non vale la pena di lasciare i comunisti per divenire i 'campanari' di Pastore https://condamina.wordpress.com/2026/05/21/non-vale-la-pena-di-lasciare-i-comunisti-per-divenire-i-campanari-di-pastore/ #1948, #1949, #1950, #Afl, #Anticomunismo, #CGIL, #Cio, #Comunisti, #Corrente, #Democristiana, #Federazione, #Fil, #GiulioPastore, #Lavoratori, #Libera, #Ottobre, #Repubblicani, #RobertaCortonesi, #Scissione, #Sindacato, #Socialdemocratici, #Socialisti, #StatiUniti, #Uil
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Editorialist al New York Times și The Guardian: Uciderea de către bolșevici a copiilor ultimului țar al Rusiei a fost justificată Între timp, acesta a șters postarea, dar nu s-a dezis de cele scrise 👉 https://c.aparatorul.md/s0u7p 👈 #ŢarinaAlexandra #BisericaOrtodoxă #Bolşevici #Canonizat #Comunişti #ȚarulNicolae #FamiliaIMperială #FamiliaRomanov #Jacobin #Rusia #UcidereaFamilieiŢariste
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Il dipartimento di Stato era preoccupato per la presenza di ministri comunisti https://collasgarba.wordpress.com/2026/04/04/il-dipartimento-di-stato-era-preoccupato-per-la-presenza-di-ministri-comunisti/ #1945, #1946, #AFHQ, #Alleati, #Anticomunismo, #Cambio, #Clandestini, #CLN, #Comunisti, #Controspionaggio, #Dice, #Dicembre, #Fascisti, #Gennaio, #Giugno, #Governo, #Industriali, #Italia, #JamesAngleton, #Ministri, #Neofascisti, #OSS, #Partigiani, #Resistenza, #SiriaGuerrieri, #StatiUniti, #Tedeschi
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Il dipartimento di Stato era preoccupato per la presenza di ministri comunisti https://collasgarba.wordpress.com/2026/04/04/il-dipartimento-di-stato-era-preoccupato-per-la-presenza-di-ministri-comunisti/ #1945, #1946, #AFHQ, #Alleati, #Anticomunismo, #Cambio, #Clandestini, #CLN, #Comunisti, #Controspionaggio, #Dice, #Dicembre, #Fascisti, #Gennaio, #Giugno, #Governo, #Industriali, #Italia, #JamesAngleton, #Ministri, #Neofascisti, #OSS, #Partigiani, #Resistenza, #SiriaGuerrieri, #StatiUniti, #Tedeschi
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Nel 1967 Emanuele Macaluso tornò alla guida del partito in Sicilia
Le elezioni riservarono un esito al di sotto delle aspettative per il Pci che dal precedente 24 per cento del 1963 scese [nel 1967] al 21 per cento lasciando sul terreno poco più di due punti percentuali che si riflessero nella perdita di due seggi nel parlamento siciliano (la rappresentanza scese da 22 a 20 deputati) <56. Questi risultati, sommati al perpetuarsi della formazione di centrosinistra al governo regionale, indussero il Comitato regionale a mettere in discussione la segreteria di Pio La Torre. <57 Quest’ultimo fu quindi “sfiduciato” <58 nonostante la spinta verso l’attivismo di tutte le strutture del partito che aveva saputo imprimere negli ultimi cinque anni. Tra le iniziative più interessanti avviate da La Torre a livello di propaganda ma anche di sostegno alla riflessione sul tema del regionalismo e dell’attuazione dello statuto in Sicilia, vi era stata la nascita del periodico “L’Autonomia” nel ’64 <59, iniziativa per nulla durevole ma che si configurava nel generale rilancio dei temi autonomistici operato in quegli anni. Anche l’attività parlamentare di La Torre era stata improntata su questa macro-tematica ormai diventata essenziale per le ragioni stesse del dibattito politico da condurre sul piano regionale. In un intervento all’Assemblea regionale siciliana durante la discussione sulla nascita del nuovo governo guidato dal democristiano Carollo <60, La Torre faceva una disamina della storia della Regione nell’ultimo ventennio esprimendo i termini del fallimento non solo della classe dirigente governativa ma anche di un disegno di potere deviato agli interessi esterni alla Sicilia: «La Regione siciliana nell’ampiezza di poteri che lo Statuto della Autonomia le affida rappresentava un punto potenziale di organizzazione delle contestazioni meridionalistiche alla strategia dei monopoli. Da qui l’attacco incessante, in questi venti anni, ai poteri della Regione in tutti i campi. Ecco la mancata attuazione dello Statuto, gli attacchi ai poteri legislativi di questa Assemblea, ecco lo svuotamento progressivo dell’Autonomia. Il rapporto Stato-Regione siciliana si è andato caratterizzando come un rapporto di tipo semi-coloniale. La logica è nota: i gruppi di potere subalterni non contestano la politica che dall’esterno viene imposta al loro popolo e che lo danneggia nel suo sviluppo; in cambio però ricevono mano libera nella gestione del potere e del sottogoverno […]» <61.
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La crisi innescata nella segreteria del Comitato regionale portò al ritorno di Emanuele Macaluso alla guida del partito in Sicilia. Il dirigente nisseno, che per un quinquennio aveva ricoperto ruoli di rilievo all’interno della segreteria nazionale di Togliatti e poi di Longo (con responsabilità nelle sezioni di organizzazione, di stampa e propaganda e nella commissione meridionale), ritornando alla segreteria del Comitato siciliano avviò una nuova stagione di opposizione e contrasto ai governi di centrosinistra guidati dalla Dc <62. L’arretramento registrato nelle elezioni induceva il Pci a porsi con maggior forza come elemento di rottura e di contrasto rispetto alle posizioni ormai consolidate della Democrazia cristiana all’interno delle istituzioni autonomistiche. I comunisti siciliani assumevano una posizione di continuità rispetto al passato ma al tempo stesso cercavano di allinearsi maggiormente alle linee d’azione del partito sul campo nazionale attraverso la mediazione dell’impostazione politica meridionale e il sostegno alla lotta per l’istituzione delle regioni in tutto il resto d’Italia <63. Il Comitato regionale decise di ripartire dall’organizzazione territoriale del partito promuovendo una fase assembleare diffusa in tutte le sezioni. Argomento di queste assemblee doveva essere quello del rinnovo della politica regionale <64: lo scopo prefissato era quello di ottenere, attraverso questa riflessione post-elezioni, «un orientamento politico giusto di tutti i compagni e quindi una mobilitazione di massa e dell’opinione pubblica attorno alle iniziative del partito» <65. Per operare un rinnovamento occorreva prendere atto della situazione contingente in cui gli esiti delle urne (astensionismo, voti nulli o di protesta) lasciavano intendere il grado di distacco dell’opinione pubblica dall’istituto dell’autonomia regionale a oltre un ventennio dalla sua fondazione: «L’istituto della Regione doveva rappresentare una concreta estensione della democrazia in Italia, una rottura dell’accentramento statale, un avvicinamento sostanziale delle istituzioni politiche alle masse, per una più rapida soluzione dei loro problemi vitali. Essa doveva costituire una graduale conquista di potere da parte delle masse popolari, attraverso la realizzazione delle riforme e la soluzione dei concreti problemi economici e sociali. Ma al contrario la Regione ha trasferito a sé l’accentramento dello Stato, senza delegare alcuno dei suoi poteri alle istituzioni democratiche di base (come ad es. i comuni); ha creato una burocrazia disordinata ed enorme, ai fini clientelari, costituendo un sistema di potere corrotto, succube dei monopoli e delle grosse società finanziarie e spesso in connivenza con gruppi mafiosi. La Regione, sotto la direzione della Dc non ha saputo né voluto utilizzare i poteri di decisione autonoma che le erano stati delegati dallo Stato» <66.
Nel documento si contestava alla Dc la mancata elaborazione del piano di sviluppo regionale con la conseguente scarsa resa degli enti regionali (in cui si registrava il sovraffollamento di personale), l’incompletezza della riforma agraria (la cui definitiva applicazione era stata affidata all’Esa) e la mancata approvazione delle leggi sull’urbanistica e sulla riforma amministrativa (per i nuovi poteri delegati ai comuni). A ciò si aggiungeva l’annosa questione dei fondi di solidarietà stanziati dallo Stato secondo l’articolo 38 dello statuto siciliano. Una somma di quasi 254 miliardi di lire era da tempo a disposizione del governo regionale che però non aveva ancora preso delle decisioni definitive su come utilizzarla <67. Inoltre vi era l’anomalia del sistema dei tributi regionali affidato a una società privata che gestiva la riscossione con un aggio del 10 per cento, una cifra abnorme rispetto al contesto nazionale e che garantiva un profitto annuo di oltre 10 miliardi di lire <68. In tutto ciò, a parere dei comunisti, era evidente la responsabilità del partito di governo che si era fatto complice e tutore di un grande nugolo di interessi: «In questa soluzione, spesso ai limiti della legalità, la Dc ha potuto largamente avvantaggiarsi, estendendo il suo sistema di potere, utilizzando tutte le forme di pressione disponibili sugli enti pubblici, sugli enti statali, persino sulle banche (dal processo Bazan è risultato che la Dc ha ottenuto dal Banco di Sicilia oltre 300 milioni di lire per prestiti mai restituiti, oltre a farsi pagare, dal Banco stesso o dai suoi istituti affiliati, diverse decine di funzionari di partito). Risultato di tutto questo è il fatto che nessuno dei gravissimi difetti della struttura dello stato italiano sono stati eliminati in Sicilia. Anzi, gli stessi difetti si presentano più estesi, più abnormi, più intollerabili» <69.
[NOTE]
56 Anche la Dc perse due punti percentuali (e due scranni all’Assemblea regionale) rispetto alle precedenti elezioni del 1963.
57 In un comunicato stampa successivo alle elezioni il Comitato regionale dava notizie dell’ultima sessione, cui aveva preso parte anche il segretario generale Longo, in cui erano stati discussi gli esiti della consultazione regionale. Nella retorica della nota stampa si evidenziava la sostanziale tenuta del Pci rispetto alla flessione delle ultime elezioni amministrative del ’64 registratasi in Sicilia, al contempo si poneva in evidenza la “crisi” della Dc. Inoltre il Comitato regionale proponeva la creazione di un nuovo fronte unitario autonomista aperto all’apporto del Psiup, dei socialisti autonomisti e dello stesso Psi. Cfr. IGS, CRS, Segreteria 1967, f. 3c. Documenti politici e risoluzioni, Comunicato del Cr dopo le elezioni regionali del 11 giugno, datt. Cfr. anche ivi, Comunicato del gruppo parlamentare Pci all’Ars su elezioni regionali, datt.
58 Macaluso pone in evidenza come la prassi di partito potesse consentire la sfiducia di un segretario regionale per un arretramento di soli due punti in una consultazione elettorale. Cfr. Intervista Macaluso, cit.
59 Sulla nascita del periodico “L’Autonomia” cfr. IGS, CRS, b. Segreteria 1967, f. Evidenza, CR siciliano del Pci- Note di stampa e propaganda, (circolare a carattere interno), s.d. ma 1964.
60 In quella fase post elezioni del ’67, Carollo guidò due governi, dal settembre di quell’anno al febbraio del ’69.
61 P. LA TORRE, Intervento all’Ars, 10 ottobre 1967, in ID. Discorsi e interventi parlamentari, a cura di F. Renda, Assemblea regionale siciliana, Palermo 1987, p. 536.
62 IGS, CRS, Segreteria 1967, f. 3c, Risoluzione della Direzione del Pci “La Sicilia ha bisogno di una nuova politica”; Cfr. anche E. MACALUSO, Parole chiare sulla Sicilia, in “Rinascita”, 6 ottobre 1967.
63 Cfr. IGS, CRS, Segreteria 1967, Nota Cr alle Federazioni su mobilitazione nazionale per le regioni, 25 ottobre 1967, datt. Nella nota a firma di Michelangelo Russo si invitavano le Federazioni provinciali a promuovere ordini del giorno di consigli comunali, comunicati a cura di categorie lavorative o concordati con gli altri partiti, per sostenere la battaglia che il Pci stava portando avanti nel parlamento nazionale per l’istituzione degli enti regionali.
64 Cfr. ivi, Schema per le assemblee delle sezioni: “Rinnovare la Regione per salvare la Sicilia e l’autonomia, datt., s.d. ma 1967.
65 Ivi, p. 1
66 Ibidem.
67 Ivi, p. 2
68 Il riferimento chiaro è al sistema di società di riscossione (Satris, Sigert, Sagap e altre) che faceva capo ai cugini Nino e Ignazio Salvo e alle famiglie Corleo e Cambria. A partire dagli anni ’50, i Salvo e i Corleo-Cambria, attraverso la nascita di nuove società o l’acquisizione di altre già esistenti, erano riusciti ad avere il controllo di gran parte del sistema esattoriale dell’isola. Le indagini giudiziarie degli anni ’70 e ’80 accertarono l’affiliazione mafiosa dei Salvo e i loro profondi legami con i vertici della cosiddetta cupola di “Cosa nostra”.
69 IGS, CRS, Segreteria 1967, Schema per le assemblee delle sezioni: “Rinnovare la Regione per salvare la Sicilia e l’autonomia, cit., p. 2.
Salvatore Pantano, Il Pci, l’Autonomia regionale e il ruolo degli enti locali: il caso siciliano (1944-1976), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Messina, Anno Accademico 2020-2021 -
A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia
Nei giorni successivi [primi di luglio 1960] divenne chiaro che Genova, anziché essere il culmine della violenza, era solo l’inizio. I disordini e gli scioperi toccarono diverse città in tutta Italia. Il governo inasprì il suo comportamento. E le ragioni dei dimostranti si declinarono con diverse modalità a seconda dei contesti. Palermo e Licata, dove il ritardo e il disagio economico avevano raggiunto livelli insopportabili, versavano in condizioni particolarmente gravi. In situazioni del genere bastava poco per scatenare la rabbia popolare. In Sicilia, quindi, si saldavano elementi della politica nazionale e locale. Secondo Tambroni, il Pci era pronto a sfruttare queste dimostrazioni di natura sindacale per screditare ulteriormente il governo e la Dc. C’è da dire, poi, che la polizia, dopo la “sconfitta” di Genova, intendeva rifarsi. In quell’occasione, come ha notato Accame, «non si poteva sparare per difendere i fascisti» <138. Ma di fronte agli eventi successivi, il Viminale avrebbe dimostrato di essere pronto ad usare la forza. Per il 6 luglio, il Consiglio federativo della Resistenza – creato a Genova – promosse un raduno a Porta San Paolo a Roma. Nonostante fosse stato proibito il giorno stesso dalla prefettura, il comizio ebbe luogo. Il segretario d’ambasciata [degli Stati Uniti] Lister si trovò casualmente nel bel mezzo degli scontri, e il suo racconto quasi in presa diretta ci restituisce il clima dell’epoca. Stando al suo resoconto, la situazione apparve subito estremamente caotica: manifestanti che si impadronivano dei filobus, raffiche di pietre, urla, cariche della polizia. Poi l’arrivo della cavalleria e la fuga. I tanti ragazzi presenti venivano liquidati come «giovani gangster forse assunti per l’occasione». Tuttavia, uno degli aspetti che più aveva colpito l’ufficiale dell’ambasciata era la scomparsa «dell’apatia della base di dieci anni prima». Chi aveva preso parte alla rivolta «sentiva l’entusiasmo di “avere fatto qualcosa” contro il governo» <139.
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Dopo i fatti di Porta San Paolo vennero indetti numerosi scioperi dalle Camere del Lavoro. Tra le varie città, Napoli, Parma, Bologna, Ravenna e Reggio Emilia si fermarono il 7 luglio 1960. Proprio Reggio avrebbe drammaticamente legato il suo nome a quella data. La questura aveva concesso l’autorizzazione a svolgere un comizio, a patto che si tenesse all’interno, precisamente nella sala Verdi (600 posti) del teatro Ariosto. Com’era prevedibile, la folla si stava accalcando già diverse ore prima dell’inizio, ed era immensamente superiore alla capienza della sala: circa seimila persone. Nella centrale piazza della Libertà, in attesa del comizio, la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti era cresciuta. Le cronache dell’epoca non lasciano dubbi sulle reazioni spropositate degli agenti. Il fuoco aperto sui dimostranti durò venti minuti. Afro Tondelli, poco prima di morire, disse alla moglie di aver visto l’uomo che gli aveva sparato: «prendeva la mira come se fosse a caccia». La drammatica sequenza fotografica apparve su «Paese Sera» <140. Difficilmente i cinque morti lasciati sul campo – manifestanti tra i 19 e i 41 anni – possono trovare una qualche giustificazione. La spiegazione più convincente e scevra da ideologie è, a nostro avviso, quella di Radi, che ha posto l’accento sull’adunata antifascista del 4 luglio, davanti alla sede del Msi reggiano. Quel giorno, molti agenti erano rimasti contusi, e si era creato nei reparti «il proposito di rifarsi, di dare una lezione» <141. Il tenente colonnello dei carabinieri Giudici, il questore e il prefetto dichiararono che il 7 luglio nessuno aveva dato l’ordine di sparare. Il questore Greco ricordava la presenza di fitte sassaiole e insulti contro gli agenti. Con ogni probabilità, a Reggio, la situazione locale era già molto tesa e qualcuno perse il controllo. La città emiliana era «un contesto politico e sociale quasi unico nel Paese» <142, dove le contrapposizioni trovarono un terreno fertile. Più che ipotizzare disordini organizzati da Mosca o degenerazioni squadriste, ci sembra ragionevole pensare a poliziotti in cerca di rivincita.
Dopo il tragico bilancio di sangue di Reggio Emilia, fu ancora la Sicilia ad essere tristemente protagonista: il giorno seguente, durante manifestazioni legate allo sciopero generale, ci furono tre vittime a Palermo e una a Catania <143. Il numero dei morti saliva a dieci. Anche in questo frangente, non è privo di significato sottolineare la vicinanza tra il punto di vista delle forze dell’ordine e dei funzionari americani, tanto dell’ambasciata quanto del Dipartimento di Stato. Lanciando pietre e altri oggetti, i dimostranti – si legge in un commento – avevano «costretto la polizia ad usare le mitragliatrici». Di fronte alle «dure provocazioni», la polizia si stava addirittura comportando con «grande moderazione [considerable restraint]». Il governo e il suo braccio armato, secondo queste analisi, sarebbero riusciti senza problemi a «domare la tempesta politica in atto», almeno per il momento <144.
Restano da capire le intenzioni e i margini di manovra dei due “contendenti”: il fronte antifascista e Tambroni. Nella storiografia non sono mancate le interpretazioni anche molto distanti tra loro, e grazie ai documenti americani è possibile aggiungere un ulteriore tassello alla ricostruzione degli eventi. Gli antifascisti più attivi erano, com’è noto, socialisti e comunisti. I rapporti tra i due partiti, da tempo non idilliaci, si raffreddarono ulteriormente al momento di “capitalizzare” le proteste di piazza. Basta guardare quanto scrisse Nenni sul suo diario, il 3 luglio ’60: la vittoria di Genova era usata dai comunisti «in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria di piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919» <145. Secondo il leader socialista i fatti di quei giorni erano da intendersi come stimoli per la svolta a sinistra, non certo per una contrapposizione violenta. Nei dispacci dell’ambasciata si riconosceva il grande appeal dell’antifascismo ma l’attenzione era perlopiù concentrata sull’abilità del Pci nello sfruttare la situazione. I comunisti – citiamo da un documento inedito americano – erano riusciti a creare un «nuovo mito, un vero e proprio articolo di fede: le forze armate clerico-fasciste avevano attaccato una manifestazione pacifica di operai e altri elementi democratici». La speranza degli Usa, comunque, era l’isolamento di comunisti e neofascisti per coinvolgere tutti i partiti anti-totalitari e arrivare ad un governo di elementi moderati <146. Si capisce, in questo senso, il disorientamento generato da un governo col sostegno dei neofascisti e duramente osteggiato, in primis, da socialisti e comunisti. Alla tesi del complotto sovietico, denunciato da Tambroni, non venne mai dato molto credito <147. Inoltre, sembrava «altamente improbabile» che il Pci volesse minacciare un’insurrezione. L’unico risultato che poteva ottenere, visti i livelli di tensione raggiunti, era la soppressione del partito per attività illegali <148. La dirigenza era ben lontana dal minacciare un’insurrezione, ma questo non significava l’assenza di pulsioni violente o l’estraneità all’organizzazione delle rivolte, come è stato scritto <149. Recentemente, grazie alla testimonianza di un ex dirigente di alto livello come Luciano Barca, è stata sottolineata l’attenta regia comunista delle manifestazioni <150. Il principale problema dei vertici di partito era «frenare un movimento che vuol procedere oltre la mobilitazione di piazza» <151. Lo stesso Togliatti prese le distanze dai compagni più estremisti intenzionati a portare fino in fondo lo scontro. In questo senso può essere letta l’accettazione della tregua – proposta dal presidente del Senato Merzagora – da parte del segretario del partito comunista <152. Del resto, furono proprio i dirigenti di Pci e Cgil a dichiarare che il movimento, fin da Genova, era sfuggito loro di mano.
L’insoddisfazione dell’avanguardia leninista risiedeva nel fatto che, malgrado gli sforzi profusi, Tambroni era ancora al suo posto. Armando Cossutta confessò la fatica a sedare gli animi di chi intendeva continuare lo scontro nelle piazze, senza curarsi dell’opinione dei vertici o addirittura senza conoscere gli stessi dirigenti <153. Secondo questa lettura, la Dc era una forma mascherata di fascismo. Di più. Era il vero fascismo, il referente dei ceti dominanti in grado di mobilitare un apparato repressivo e autoritario. Quindi la Resistenza doveva continuare ad ogni costo la sua lotta antifascista <154.
Il movimento del 30 giugno si proponeva di combattere la confusione tra potere fittizio, cioè «l’ombra del potere rappresentato dal seggio parlamentare» e potere reale, costituito dal «controllo operaio delle fabbriche». Contro il «cretinismo parlamentare» e il «rivendicazionismo spicciolo». Chi aveva creduto di utilizzare la protesta a scopi dimostrativi rimase deluso. L’anonimo operaio redattore del documento scrive: «non si poteva più comandarci a bacchetta, valutando che la nostra collera potesse sfogarsi nel corteo approvato dalla prefettura». Gli stati maggiori della sinistra, che tuonavano contro il revisionismo, erano in realtà «peggiori dei revisionisti». In questo scollamento tra partito comunista legalitario e classe operaia rivoluzionaria, Baget Bozzo ha individuato l’inizio del movimentismo extra-parlamentare <155. Le pur legittime richieste di cambiamento venivano inghiottite dai movimenti estremisti.
A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia. E se all’inizio era stato il partito socialista a trarre i maggiori vantaggi, intanto il Pci «usciva dall’angolo» e conquistava il ruolo di componente irrinunciabile della politica nazionale. Da quel momento si insinuava il dubbio che anticomunismo e democrazia non potessero convivere pacificamente. Chi si esprimeva diversamente attirava sospetti di fascismo <156. Si tratta di un passaggio decisivo per la cultura politica del nostro Paese. Alla luce di queste considerazioni, il mito dei ragazzi con le “magliette a strisce”, su cui ha prosperato la prima storiografia sui fatti di Genova (ma anche tante opere successive), va in buona parte ridimensionato. Certamente, a quindici anni dalla guerra, l’Italia nuova dei giovani, alla ricerca di un «momento positivo», si faceva sentire. Ma il luglio ’60, nel bene e nel male, andò al di là di qualsiasi previsione <157.
[NOTE]
138 G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 379. Accame ipotizza addirittura che il ministero degli Interni, a Genova, lasciò «mano libera ai comunisti». Sul sentimento di «rivincita» della polizia si veda G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294.
139 The Porta San Paolo riot, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, July 21, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-2160. Sulla guida comunista delle manifestazioni di Roma si veda G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
140 V. Notarnicola, Venti minuti di fuoco fra la polizia e i dimostranti in piazza della Libertà, «Corriere della Sera», 8 luglio 1960. Per le reazioni di parte comunista si vedano le foto pubblicate su «Paese Sera», 12 luglio 1960 e il commento alla registrazione degli scontri (27 minuti): Abbiamo ascoltato la registrazione di Reggio Emilia, «Paese Sera», 14 luglio 1960.
141 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 111-113. Sul proposito di rivincita dei poliziotti reggiani, si veda l’interessante testimonianza di Italo Bonezzi (autista del servizio pubblico) al processo, riportata in P.G. Murgia, Il
luglio 1960, cit., p. 126.
142 P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 105.
143 Sui fatti di Catania si veda A. Miccichè, Catania, luglio ’60, Ediesse, Roma, 2010.
144 Italian situation, H. McBride to F. Kohler, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917.
145 P. Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Sugarco, Milano, 1982, p. 129.
146 Communist-led rioters succeed, cit.; The present disorders in Italy, H. Cumming (Department of State, Director of Intelligence and Research) to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Sui timori per una deriva autoritaria di destra si veda U.S. Policy toward Italy, July 13, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60.
147 Central Intelligence Bulletin, CIA, July 8, 1960, CIA-RDP79T00975A005200070001-6, NARA, CIA Records Search Tool ( d’ora in poi CREST); L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
148 Severe Communist-led rioting in Italy threatens life of Tambroni government, F. Kohler to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Tambroni avrebbe poi esposto nella seduta del 14 luglio alla Camera la sua versione più critica nei confronti del complotto comunista, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 14 luglio 1960, pp. 15963-15970.
149 Pur cogliendo l’ambivalenza del Pci, Cooke non convince quando liquida la strategia togliattiana in poche righe e senza argomentazioni. Tale strategia, scrive, «non permette l’identificazione del suo partito con la violenza e l’insurrezione», si veda P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 43. Se il giudizio sulle tendenze rivoluzionarie è consolidato, altrettanto non può dirsi per l’uso della violenza. Utile in proposito la lettura del quotidiano comunista e le frequenti dispute con i socialisti nei mesi di giugno-luglio ’60.
150 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, vol. I, Con Togliatti e Longo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, pp. 235-238.
151 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 387; N. Minuzzo, L’aria del ’48, «L’Europeo», 17 luglio 1960.
152 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294; Anche i funzionari americani notarono questo aspetto: «l’accettazione comunista della proposta di tregua di Merzagora è una prova forte del fatto che il Pci starà attento a non andare oltre i limiti della violenza che ha già raggiunto», si veda Severe Communist-led rioting, cit.
153 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., pp. 387-388.
154 Si veda L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 126-127; G. Baget Bozzo, recensione a P. Cooke, Luglio 1960, cit., 25 maggio 2001, http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html. La necessità di portare a termine la nuova Resistenza e la continuità tra fascismo, Dc e Chiesa cattolica sono elementi ricorrenti nel lavoro di Murgia, secondo il quale Tambroni «è un frutto maturato nel giardino clericale», P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 170.
155 Citazioni tratte da Movimento 30 giugno, Genova, 1960, in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 132-143. Le osservazioni di Baget Bozzo sono su http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html
156 Un esempio eclatante di questo clima è il libro di Murgia, apparso nel 1968, si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 111-112. Osservazioni pregevoli su questo in E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia come elemento strutturale della lotta politica nell’Italia repubblicana, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 248-252. Si veda anche R. Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1960): lineamenti di una storia, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni, cit., pp. 331-332.
157 Sui grandi cambiamenti legati al boom economico e sull’attesa di qualcosa di nuovo si vedano G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., pp. 173-174; G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Rizzoli, Milano, 1990, pp. 91-92. Secondo il giornalista comunista Falaschi nel luglio ’60 si possono individuare i prodromi del ’68 e dell’autunno caldo, si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 383.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010 -
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Il terreno della lotta armata è perfettamente sconosciuto alla maggioranza degli operai
La nascita dei Gruppi d’Azione Patriottica riflette un’oculata strategia politico-militare del Partito Comunista mirante alla polarizzazione su un doppio binario della lotta contro il fascista ed il tedesco: da un lato la guerriglia e la lotta armata in mano ad un’ardita avanguardia operaia, dall’altro lo scontro economico-rivendicativo nelle fabbriche. E’ una scelta di per sé obbligata, che diverrà inevitabile sulla scia del massiccio sciopero dei sette giorni del dicembre ’43 e di quello insurrezionale del marzo ’44. In quest’ultimi due casi, l’assenza del contributo e del supporto gappista attenuerà consistentemente la forza e la portata delle agitazioni operaie. Già dal settembre, Francesco Scotti ed Egisto Rubini assistiti da Giordano Cipriani ed insieme ad alcuni operai milanesi e sestesi ricevono l’incarico di costituire i primi gruppi d’azione patriottica. Il compito si rivelerà arduo già dai primi mesi per una serie di ragioni. Innanzitutto il terreno della lotta armata è perfettamente sconosciuto alla maggioranza degli operai. Pur ricompattata negli scioperi di marzo ed attestata una ferma e decisa volontà d’azione, la classe operaia è politicamente ed ideologicamente impreparata. Il ricordo del Rinascimento, dell’Unità d’Italia e del biennio rosso 1919-’20 è sì vivo, ma la congiuntura è radicalmente differente e sfavorevole. Quella che si troverà a combattere non sarà una guerra popolana di stampo risorgimentale, ma una guerriglia pianificata scientificamente con bersagli ed obiettivi politici predefiniti. Seppur la presenza comunista nelle fabbriche milanesi sia preminente (soprattutto alla Magnaghi, Breda e alla Falck di Sesto San Giovanni), le difficoltà per l’arruolamento e l’inquadramento si presenteranno ardue fin da primissimi giorni. Alle prese con i bisogni e le necessità più impellenti e con le sopracitate condizioni lavorative a cui si aggiunge il rischio della deportazione o del lavoro alla Todt <12, l’operaio già da subito si dimostra reticente. Gravano i pesanti interrogativi riguardo la soluzione della guerra, che pur sfavorevole all’Asse, non presenta sicure certezze e conclusioni. Pesano inoltre gli indiscriminati arresti e le deportazioni, le feroci repressioni delle SS e la rinascita del fascismo che si nutre d’acredine e vendetta nei confronti di chi l’ha tradito e delle « cricche privatistiche collegate alla mentalità giudaico – massonica – borghese del capitalismo, dell’intellettualismo e del comunismo». La fabbrica garantisce, nella migliore delle ipotesi, a stento un piatto di minestra al giorno, un lavoro precario (seppur scarsamente remunerato) e l’ausweis, il lasciapassare tedesco per i lavoratori addetti alla produzione bellica, esonerati dalla chiamata alle armi, dalle deportazioni e dalle retate.
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Da qui la decisione del Partito Comunista di indirizzare la lotta attraverso una chiara separazione dei compiti: l’operaio e il gappista. Il primo, in fabbrica, a capo delle lotte prettamente economico-rivendicative con duplici obiettivi da perseguire: strappare all’industriale e al tedesco aumenti salariali e contemporaneamente far luce univocamente sul ruolo e sulle responsabilità degli stessi, smascherando gli interessi coincidenti. Altro obiettivo di non minore importanza è quello di riuscire a spezzare il blocco moderato-conservatore, attirando a sé la piccola e media borghesia ed isolando gli imprenditori collaborazionisti. Così facendo si impedisce al neo costituito fascismo, di presentarsi agli occhi della gente come unico garante dell’ordine e della riappacificazione come invocato dal filosofo Giovanni Gentile.
Sulla sponda opposta c’è il gappista. Facente parte di nuclei ristrettissimi, comunisti, provenienti dalle fabbriche e, pertanto, prevalentemente operai, rappresenta la punta avanzata della lotta armata. Con alle spalle un drammatico passato, ha un percorso comune a tutti i militanti comunisti dell’epoca. L’esperienza della guerra di Spagna, la resistenza francese nei Francs-Tireurs et Partisans, la scuola politica a Mosca, l’esilio a Ventotene, la militanza nel neonato Partito Comunista del ’21, le condanne del Tribunale Speciale e gli anni di prigione, le persecuzioni. Vive nella clandestinità e nella vigilanza più assoluta, praticando una lotta armata di stampo terroristico.
Occorre precisare che il gappismo e il gappista non hanno nulla a che vedere con la concezione moderna di largo senso comune del “terrorismo” e del “terrorista”. L’accezione moderna del termine “terrorista” si è caricata di particolari connotazioni negative e sinistre, rifacendosi soprattutto ai sanguinosi anni ’70 italiani. Attraverso i cosiddetti anni di piombo e la galassia delle formazioni antagoniste extraparlamentari che hanno abbracciato la lotta armata quali le Brigate Rosse, i Proletari Armati per il Comunismo, Prima Linea, il terrorismo nero di Ordine Nuovo e Terza Posizione ed accanto a fenomeni di portata europea quali le RAF in Germania, con il termine terrorista si è definito colui che fa della violenza il principale strumento di lotta politica. Quest’ultimo colpisce con determinate e mirate azioni più che l’uomo o l’istituzione in sé, ciò che essi incarnano e rappresentano politicamente, mirando alla destabilizzazione dello Stato attraverso l’instaurazione di una fantomatica rivoluzione per mano di pochi eletti.
Giorgio Bocca dà una spiegazione illuminante e chiarificatrice riguardo le ragioni e gli indirizzi delle azioni gappistiche, una delucidazione essenziale che ci aiuta a riflettere e a praticare i dovuti distinguo: “Il terrorismo nelle città mira a effetti militari e politici ed è un atto di moralità rivoluzionaria. Se si accetta il principio morale e rivoluzionario della ribellione armata contro la legalità iniqua, bisogna arrivare al terrorismo cittadino. La resistenza è indivisibile, la guerra popolare, guerra di tutti, e non può tollerare isole di privilegio e di ingiusto rispetto, che si uccida, si torturi, si incendi nei villaggi di montagna e nei quartieri operai mentre le enclaves della borghesia cittadina restano tranquille e, dentro, tranquilli gli oppressori.” <13 Nel momento in cui gli spazi di agibilità politica e l’esercizio del dissenso sono preclusi e criminalizzati, la democrazia soppressa, alla presenza di un oppressore che dispone della vita e della morte di ciascuno con le città in stato d’assedio, l’ultima tappa obbligata è quella della lotta armata. Unico strumento di difesa disponibile, unico baluardo contro la totale depravazione umana, morale e sociale. Percorso tra l’altro comune ai movimenti di liberazione algerino, vietnamita, cubano e alla resistenza francese.
Genesi: come, dove e in quanti
La prima squadra di quella che poi diverrà la 3^ GAP è formata da quattro operai rappresentanti le più importanti fabbriche sestesi: Validio Mantovani (Nino, Ninetto, Barbisìn) dalla Saspa Pirelli, Carlo Camesasca (Barbisùn) dalla Ercole Marelli, Vito Antonio La Fratta (Totò) dalla Falck, Renato Sgobaro (Giulio, Lupo Mannaro) dalla Breda. Sono diretti da Egisto Rubini e Cesare Roda. Tutti alle prime armi con scarsissima dimestichezza dell’attività che andranno ad intraprendere, tutti provenienti dalla fabbrica e non più giovanissimi. Bisogna rompere il ghiaccio, arrischiare le prime azioni e i primi colpi, sperimentare tattiche e strategie, temprare lo spirito, razionalizzare l’istinto, controllare le reazioni emotive. Detto – fatto, il 4 ottobre del 1943, avendo incrociato per strada, in bicicletta, il sergente maggiore squadrista Visentin, individuo molto odiato per aver fatto “assaggiare” lo staffile a molti operai, lo attendono sulla via del ritorno e lo giustiziano. C’è esitazione, non ci si decide su chi dovrà sparare per primo, quindi si opta per il capo, Ninetto, che aprirà il fuoco. Azione riuscita e fuga veloce in bicicletta.
Dopo aver eliminato un tenente della milizia a Casatenovo, i sestesi ricevono l’ordine di giustiziare il capitano (poi maggiore) della XXV legione della Guarda Nazionale Repubblicana, Gino Gatti, un torturatore di partigiani. Il compito si presenta sin dal principio non facile: il soggetto non è abitudinario e i suoi spostamenti ed i suoi orari sono tutt’altro che ripetitivi. Pur di portare a termine la loro missione, i gappisti decidono di affidarsi all’improvvisazione sfruttando l’occasione propizia e confidando nella buona sorte. Ma tutto ciò mal si concilia col rigore ed il militarismo scientifico della guerriglia armata in città. Gatti, attaccato di fronte alla Villa Reale di Monza, riuscirà a sopravvivere all’agguato riportando gravissime ferite. Pur nell’azzardata azione dei sestesi, l’operazione è tutt’altro che un insuccesso.
Dimostrando di poter colpire il nemico nelle sue principali roccaforti, si spezza la sicurezza psicologica dei fascisti infondendo fiducia in quelle sacche della popolazione che, seppur antifasciste, non concretizzano la loro opposizione al risorto regime. Queste primissime esitazioni, queste improvvisate gesta temprano il gappista autodidatta e ne maturano l’addestramento.
In ottobre il quadro organizzativo si perfeziona ulteriormente con l’arrivo di Vittorio Bardini, studente politico a Mosca ed ex combattente nella guerra di Spagna. Ilio Barontini, livornese, artificiere, raro caso di volontario e combattente in azioni d’aiuto agli abissini durante l’aggressione fascista all’Etiopia, comandante delle Brigate Garibaldi in Spagna, lo mette subito in contatto con Rubini, Roda e Francesco Scotti ispettore generale delle neonate brigate Garibaldi. Al momento è alquanto prematuro parlare di una brigata Garibaldi de facto; al contrario delle inesatte ricostruzioni, si presentano, sparse per le diverse zone della città, delle squadre al cui comando non v’è un comandante ed un commissario politico. E’ il comitato militare del PCI Lombardia, quindi Bardini, Scotti e Roda a capitanare e dirigere le neo costituite cellule. Tutte comunque raggruppate nel 17° distaccamento GAP Gramsci. Un triunvirato, i cosiddetti “triangoli militari di partito”: un responsabile generale (Bardini), un responsabile dei servizi tecnici (Roda) e in ultima istanza un responsabile militare delle azioni (Rubini).
[NOTE]
12 Organizzazione Todt: grande impresa di costruzioni che operò in Germania ed in tutti i paesi occupati della Wehrmacht, dedita al reclutamento di mano d’opera da utilizzare nella costruzione di strade, ponti e lavori di fortificazione militare (Linea Sigfrido, Linea Gustav, Linea Gotica). Contava all’incirca 1.500.000 lavoratori, di cui la maggior parte prigionieri di guerra. Sfruttata più volte da renitenti alla leva e partigiani per sfuggire alla deportazione o ai bandi di chiamata alle armi.
13 G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, 1966, p. 145
Giorgio Vitale, L’altra Resistenza. I GAP a Milano, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2008-2009 -
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Rinaldo Benigni è la prima vittima dellʼoccupazione tedesca di Rimini
9 – 13 SETTEMBRE: Comincia lʼoccupazione militare tedesca, da parte della 65^ Divisione di fanteria che si installa appunto tra Ravenna e Rimini. Viene imposto il coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino. Dopo lʼinvio delle prime pattuglie, giunte nella piazza centrale oggi dei Tre Martiri, il grosso delle truppe tedesche occupa le caserme Giulio Cesare e Castelfidardo. Il 13 gli occupanti entrano nellʼaeroporto di Miramare. Alcuni ufficiali del regio esercito rimangono al loro posto attendendo lʼarrivo dei tedeschi; tra questi il capitano Ugo Ughi, che sarà poi nominato commissario prefettizio di Rimini. In questi giorni diversi militari barattano le divise e le armi in cambio di abiti
civili per fuggire; i civili entrano nelle caserme vuote e vi prelevano armi. Ughi ed altri ufficiali consegnano materiale dellʼesercito agli istituti ospedalieri e di ricovero, ed allʼAiuto materno (2). Il primo comandante tedesco della piazza di Rimini è il maggiore Kurt Weddigen.
10 SETTEMBRE: A Forlì si tiene una riunione del PCI con attivisti provenienti da tutta la provincia che devono rientrare in clandestinità. Si discute la formazione di bande armate per la lotta contro lʼoccupazione tedesca; viene deciso anche un appello unitario agli altri partiti antifascisti. Lo stesso giorno nel santarcangiolese, sulle due rive del Marecchia, nascono i primi gruppi armati. I tenenti Werter Manduchi e Edvino Casadei a Casale di SantʼErmete, ed il repubblicano Primo Bellettini a Santarcangelo, in collegamento tra loro, riuniscono alcuni militari sbandati con lʼintento di costituire bande “dʼazione”.
12 SETTEMBRE: Proclama del feldmaresciallo Albert Kesselring, attraverso la Prefettura di Forlì, contro i sabotaggi, gli scioperi, lʼinsubordinazione di ufficiali e soldati dellʼesercito regio (3). Sui bandi, affissi in tutta la provincia, nella notte vengono apposte strisce di carta con stampate scritte antifasciste. Lo stesso giorno alcuni fascisti (tra questi anche coloro che erano stati incarcerati in agosto, come Perindo Buratti) si riuniscono con esponenti del Fronte Antifascista in casa di Gualtiero Frontali, in Via Bonsi 45 (4). Il Fronte è stato contattato per un patto di pacificazione che eviti azioni contro i tedeschi. Per i fascisti sono presenti, oltre a Frontali, Paolo Tacchi, Giuseppe Pauselli, Perindo Buratti, Albini; per il Fronte sono presenti Giuseppe Babbi, Dario Celli, Gomberto Bordoni, Isaia Pagliarani, Celestino Giuliani, Ghinelli, Adamo Toni (5). Dopo questo primo contatto, che non si conclude col patto proposto, non si avranno più incontri, sia per lʼostilità dei tedeschi, sia per lʼabbandono della proposta da parte dei fascisti seguendo direttive pervenute dalla segreteria nazionale repubblicana, sia infine per la volontà politica delle opposizioni non tutte disposte a pacificarsi con i fascisti. Su questi incontri il Fronte infatti si era trovato diviso al suo interno, con la dissociazione aperta dei comunisti non disposti ad avallare simili tentativi di patteggiamento, che infatti saranno davvero pochi in tutta la provincia (6), uno a Rimini ed un altro a Santarcangelo che vedremo.
METAʼ SETTEMBRE: I tedeschi procedono allʼoccupazione militare di tutto il circondario. I militari italiani ed i loro ufficiali sono fuggiti; alcuni di essi però continuano nella raccolta delle armi e si riuniscono per studiare la possibilità di una qualche forma di resistenza alle truppe dʼoccupazione germaniche. In una riunione dentro la canonica di San Fortunato partecipano il comandante della “Castelfidardo”, il colonnello Guido Dalè, e il capitano Alberico Borghesi dello stesso 26° artiglieria. Questi ufficiali coordinano anche lʼasportazione di armi, carburante e vario materiale dallʼaeroporto di Miramare. Altre requisizioni avvengono a Cattolica per opera di civili e carabinieri che riescono a raccogliere 24 cassette di nastri per mitragliatrici, moschetti, bombe a mano, materiale che in seguito sarà affondato al largo. Viene assalita la polveriera dellʼartiglieria, a Spadarolo, con le armi nascoste e distrutte a San Leo (7). Azioni come queste di Spadarolo sono dirette da ufficiali come Giuliani, lʼaccademista Carlo Capanna (allora cadetto dellʼAccademia aeronautica di Forlì ed in seguito comandante partigiano col nome di “Oberdan”), Salvatore Lepore, Marcello Fantini, il sergente maggiore Pandolfini. Anche il sottotenente Angelo Galluzzi cerca di recuperare armi presso il battaglione costiero nel quale presta servizio, ma si trova di fronte allʼopposizione del comandante filotedesco Terzo Severi. Galluzzi allora si rivolge al silos di armi presso il porto ed al tiro a volo dove riesce a prelevare alcuni fucili, munizioni e bombe a mano che porta in Valmarecchia insieme ad alcuni civili come Demos Bonini. Tutte queste armi, salvo quelle distrutte (8), serviranno poi per i primi nuclei resistenti che si formeranno sulle colline in Valmarecchia ed in città. Inizia la fuga dei giovani in montagna per i primi tentativi, spontanei e ancora poco organizzati, di costituzione di bande resistenti. Ufficiali e civili pensano di organizzare una banda partigiana armata sulle colline attorno a Montefiore Conca (9), ma devono desistere ben presto, ripiegando chi sulla costituzione di formazioni in zone più impervie, come lʼalta Valmarecchia, chi su agili squadre per le azioni di sabotaggio distribuite in pianura ed in città. Si scatena intanto la repressione tedesca contro i militari del regio esercito in fuga ed i civili sorpresi nelle caserme. Uno di questi, Rinaldo Benigni viene fucilato: è la prima vittima dellʼoccupazione in città.
16 SETTEMBRE: Viene fondato il Fascio repubblicano riminese. Tra gli organizzatori Paolo Tacchi, Perindo Buratti, Giuffrida Platania, Cesare Frontali, Pilade Antimi Clari, Mario Mosca, Aurelio Parisio, Raffaellini, Giuseppe Vinzio. Lʼatto costitutivo avviene in casa di Frontali, uno dei tre triunviri insieme a Tacchi e Buratti. Nei giorni seguenti vengono fondati i fasci anche nel resto del Circondario. Lo stesso giorno si insedia il nuovo Consiglio Grande e Generale sammarinese, liberamente eletto il 5 settembre.
FINE SETTEMBRE: Si costituisce una sorta di primo CLN a Viserba [frazione del comune di Rimini] con alcuni esponenti di vari partiti e diversi comunisti. Viene organizzata anche una squadra dʼazione, guidata da Alessandro Ghelfi e dal tenente Paolo Sobrero, armata con i fucili dei soldati in fuga e le bombe fabbricate dai fratelli Sobrero. A Bellaria vengono nascosti 38 ebrei fuggiti dalla Jugoslavia; li aiuta monsignor Emilio Pasolini che trova come luogo di rifugio la pensione di Ezio Giorgetti e riesce a farli proteggere dal maresciallo dei carabinieri Osman Carugno. Dopo alcuni giorni gli ebrei vengono spostati dalla costa a San Mauro Pascoli, nascosti nella tenuta Torlonia, e quindi fatti riparare a San Marino (10). I militari che non sono rientrati alle loro case proseguono nella raccolta delle armi da inviare in montagna. Carlo Capanna, con altri ufficiali e soldati, si rifugia a Montebello. Il tenente Celestino Giuliani, con Pietro Arpesella, tenta di asportare armi dalle caserme dei carabinieri di Rimini e Riccione, quindi porta in salvo il colonnello Guido Dalè a Brescia e si rifugia nelle Marche, nellʼalta vallata del Foglia. Nella stessa zona sono riparati Angelo Galluzzi col fratello, il sottotenente Giuseppe Galluzzi ed il maggiore Giuseppe DallʼAglio. Molti militari del battaglione costiero (quasi tutti i 300 effettivi) vengono aiutati a disertare dagli antifascisti di Viserba; un centinaio di questi si rifugerà sulle montagne forlivesi insieme a diversi prigionieri alleati riusciti a fuggire dai campi di reclusione dopo lʼarmistizio (11). Dopo il breve periodo di relativa libertà di stampa, tornano i manifesti ed i volantini antifascisti ed ora anche antitedeschi, affissi di nascosto. La tipografia Cavalli di Morciano si distingue nella preparazione di materiale clandestino, compresa la pubblicazione di un giornalino che incita alla lotta antifascista. Altro materiale è stampato a San Marino. A Rimini, in un locale di viale Regina Margherita, nei pressi dellʼalbergo Stella Polare, si scrivono volantini contro la guerra, riprodotti col ciclostile di Guerrino Succi e distribuiti poi in tutta la Romagna con le staffette. A Santarcangelo avviene un secondo episodio di patteggiamento tra fascisti e oppositori: viene firmato un documento con cui gli antifascisti si impegnano, per la tranquillità del paese, a non svolgere alcuna attività politica in cambio della non persecuzione da parte del locale Fascio. Il patto non verrà assolutamente rispettato (12), anzi proprio Santarcangelo sarà uno dei centri principali della lotta di liberazione nel circondario riminese. Con lʼoccupazione tedesca già conclusa in diversi prendono coscienza della necessità di una lotta anche armata contro il nuovo nemico. Si tratta di una esigenza che però nel Riminese non è ancora pienamente sentita dai civili compresi i comunisti, effettivamente dominati da un certo attendismo, come ricorda “Pietro Mauri” nella sua relazione (riprodotta nel primo volume de Lʼ8a. brigata Garibaldi nella resistenza, da pag. 33 a pag. 103). Sono invece i soldati e gli ufficiali del dissolto esercito regio a capire immediatamente lʼurgenza di una resistenza combattente e ad organizzarla, accogliendo lʼappello di Badoglio a difendere la legalità del nuovo governo. Questi militari hanno guidato la raccolta di armi dalle caserme e dalle polveriere, hanno sottratto materiali e munizioni ai tedeschi, diversi di loro si stanno riunendo per preparare una difesa armata contro gli invasori e più tardi saranno una componente importante della nostra Resistenza, soprattutto sui monti dove parteciperanno alla guerra di liberazione con numerose azioni di disturbo ai presidi e alle linee militari tedesche. Fin da questo inizio dʼautunno 1943 nella zona si stanno lentamente costituendo alcuni gruppi o “bande”. Tra le prime formazioni solo quella di Viserba (con il tenente Paolo Sobrero e Alessandro Ghelfi come animatori), e pochi altri sparuti nuclei di antifascisti sorti spontaneamente, sono formate anche con civili mentre in massima parte risultano costituite da militari, di carriera e di complemento, presenti tanto in pianura (come quella di Werter Manduchi a Santarcangelo), quanto nella Valmarecchia dove nascono le bande di Carlo Capanna, Celestino Giuliani e Angelo Galluzzi. Per tutta la prima fase della lotta di liberazione nazionale, tra la fine di settembre e lʼinverno, a Rimini a differenza che nel Forlivese i civili in larga parte non possono dirsi organizzati militarmente. In questo periodo solo il partito Comunista si pone concretamente (anche se con divisioni interne e lentamente sul piano organizzativo) la questione militare.
[NOTE]
(2) La relazione di un ufficiale, il tenente Raffaele Montella, datata 7 dicembre 1944, si apre proprio con il trasferimento da Miramare a San Leo del suo reggimento dʼartiglieria, il 110°, tra il 10 e lʼ11 settembre (probabilmente non si trattava di un reggimento ma di un reparto interno al 26° regg. di artiglieria citato nella precedente nota). Nei mesi successivi Montella, che sarà uno degli organizzatori del gruppo di resistenza “Mazzini”, effettuerà “ripetuti viaggi” con un trattore per asportare armi e munizioni del reggimento (la relazione è in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940 – 1945, Fano 1997, pp. 133-134). Ugo Ughi nelle sue memorie chiama questi prelievi di armi e materiali “saccheggi”, ma le relazioni dei militari che diverranno poi comandanti di squadre SAP, parlano di raccolta di armi concordata spesso con gli ufficiali comandanti delle caserme allo scopo di sottrarle ai tedeschi; per lo stesso motivo alcune dovranno essere poi distrutte. Le razzie dei tedeschi e la stessa richiesta di restituzione delle coperte e di altro materiale dato dai militari riminesi (ed anche da Ughi) agli Istituti Caritativi, richiesta ricordata proprio nel memoriale del prossimo commissario straordinario, saranno al contrario la rappresentazione della logica di rapina delle truppe germaniche di occupazione, questo sì un saccheggio che nellʼanno successivo diventerà pesante in tutto il riminese con le massicce requisizioni di derrate alimentari e animali vivi, di biciclette e macchinari vari. Le razzie sono ancora ricordate dai civili intervistati per il volume di M. CASADEI, Non passava mai! Settembre 1944: il fronte di guerra a San Clemente, Riccione 2001; in una di queste: nellʼestate 1944 i tedeschi “ogni tanto ammazzavano i maiali e gli animali che prendevano in giro […] per dare da mangiare ai cavalli andavano a rubare il fieno dei contadini. Passavano con le mucche che avevano preso nel pesarese e cercavano gli uomini per guidarle fino a Rimini” (p. 56), e mucche erano prelevate anche nelle nostre campagne (si veda alle pp. 118 e seg.). Il GAP al quale appartenevano i “Tre Martiri”, arrestati nellʼagosto del 1944, era dotato di armi ed esplosivo presi nelle caserme riminesi in questi giorni di settembre 1943. Uno di questi “saccheggi” è descritto nella autobiografia di Silvano LISI, Il partigiano “Bardan”. Memorie di un giovane ribelle (1943- 1948), Istituto Storico della Resistenza, Rimini 2004, pp. 40-43.
(3) Dal giorno dopo il prefetto, Floriano Gianmichele, emette ordinanze sulla disciplina annonaria e bancaria, il 14 contro lʼuso e il possesso di armi. In seguito verranno emessi proclami sia tedeschi che repubblichini per il rientro dei soldati italiani nelle caserme. Lʼautorità militare germanica sta già sostituendo lʼautorità civile italiana in molti campi.
(4) Alcuni autori datano lʼincontro tra fascisti ed antifascisti al 12 settembre (è il caso di Amedeo Montemaggi), altri lo collocano prima (Decio Mercanti non lo data con precisione ma sembra lo faccia risalire addirittura a fine agosto), altri ancora lo spostano ai primi di ottobre (come Guido Nozzoli). Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi, nel loro Resistenza in Romagna, a p. 117, datano lʼincontro di Rimini (ed il documento di “pacificazione” firmato a Santarcangelo) nel settembre, precisando che il 5 ottobre verranno date istruzioni, da parte fascista, per interrompere tali contatti.
(5) Secondo alcuni autori prima citati, il tentativo di pacificazione sarebbe nato dal desiderio dei fascisti di trovare un accordo sul reciproco rispetto tra loro e gli antifascisti, e sullʼevitare rappresaglie tedesche. Guido Nozzoli, nella sua testimonianza a Bruno Ghigi (La guerra a Rimini, cit., p. 211) così racconta lʼepisodio: “giusto in quel periodo, cioè verso i primi di ottobre ʼ43, il fascismo rinascente tentò una sconcertante operazione che ancor oggi non capisco come avesse potuto trovare udienza in una parte del CLN […] Tacchi […] chiede di incontrarsi con il locale Comitato di Liberazione [… al colloquio] per quel che ne so, pur dichiarandosi certo della sconfitta, Tacchi disse che il Fascio sarebbe stato ricostruito in ogni caso, con o senza il suo assenso, con la differenza che lui, conoscendo Rimini e i riminesi, avrebbe potuto far da mediatore con i tedeschi, impedendo rappresaglie e interventi troppo pesanti ai danni della popolazione, mentre un segretario venuto da fuori non avrebbe avuto certamente simili preoccupazioni”. Sul comitato che partecipò agli incontri con i fascisti si vedano le considerazioni fatte nella nota (16) del capitolo precedente.
(6) Lʼadesione a questi tentativi di pacificazione, limitata ad alcuni antifascisti e del tutto improduttiva, dimostrava la debolezza della preparazione politica di alcuni e lʼingenuità di altri che, di fronte alla novità costituita dallʼavvenuta occupazione tedesca, prestarono credito ad un fascismo che malgrado il destino di subalternità al nazismo riteneva di poter rinascere ritornando sulle posizioni repubblicane e movimentiste “della prima ora”. In questo equivoco cadde anche una parte del PCI se è vero che in casa di Gualtiero Frontali ci andarono esponenti importanti come Isaia Pagliarani e Adamo Toni; il partito censurò in seguito questi compagni: “La Federazione clandestina del P.C. giudicò severamente il principio di un patto di concordia che portava al tradimento degli ideali antifascisti, e allontanò quelli che avevano partecipato da posizione di dirigenti”, scrive Decio Mercanti in Primi passi, cit., p. 34.
(7) Lʼepisodio di Spadarolo è ricordato da Giorgio Amati nella sua testimonianza a Ghigi in La guerra a Rimini, pp. 224-225. Carlo Capanna in seguito sarà il comandante di una formazione autonoma in Valmarecchia col nome di battaglia di “Oberdan”, e si guadagnerà una medaglia dʼargento al valor militare. A San Leo, nella seconda metà di settembre, si sposta il colonnello Guido Dalè con diversi ufficiali e da li conferma la licenza illimitata a tutto il 26° reggimento dʼartiglieria. In questo drammatico autunno diversi antifascisti dovettero fuggire dalla zona. Era il caso di Egidio Renzi che da San Giovanni in Marignano cercò rifugio a Roma; nella primavera successiva verrà arrestato, incarcerato a Regina Coeli e quindi il 24 marzo fucilato presso le Fosse Ardeatine. In tutto il riminese lʼoccupazione militare tedesca era vista con preoccupazione dalla popolazione e questo forte timore puntualmente entrava nelle lettere intercettate dalla censura; il 30 ottobre una donna di Montefiore scriveva ai figli: “… anche qua ci sono i tedeschi che fanno dei brutti scherzi; che a Rimini e a Riccione vanno dentro in quelle case portano via tutto […] e in più portano via anche gli uomini. Lʼaltro giorno sono venuti anche a Montefiore sono andati nella sacca e si sono messi a sparare lassù in alto …” (S. PIVATO, Sentimenti e quotidianità in una provincia in guerra, cit., p. 114). E ancora: “… sono arrivati a S.Arcangelo unʼinfinità di tedeschi con moltissimi ufficiali, in unʼora hanno fatto sgomberare le scuole, lʼasilo e tutti i posti abitati dagli sfollati …” (ivi, p. 115).
(8) Notizie dettagliate sul recupero delle armi sono in alcune relazioni di comandanti SAP e GAP, in particolare di Giuliani, Galluzzi e Monti, pubblicate nel citato Guerra e resistenza a Rimini.
(9) A Montefiore Conca si recano Nozzoli, Arpesella, Quondamatteo, Galluzzi, Gianni Benzi, Giovanni Sesto Menghi, Ezio Pedrini, Mario Porcellini. Montefiore è scelta come base per una banda partigiana senza tenere conto della facilità di accesso nonché della vicinanza al mare e ad importanti linee di comunicazione; dopo il sopralluogo viene abbandonata ogni ipotesi di banda armata sulle basse colline riminesi.
(10) P. GRASSI – F. SUCCI, Cattolici riminesi, in “Il Ponte” 9 febbraio 1986. Per questo episodio lʼalbergatore Ezio Giorgetti ed il maresciallo Osman Oscar Carugno riceveranno onorificenze dallo Stato dʼIsraele. Ai primi di ottobre un gruppo di otto bellariesi dà vita ad una sezione del partito nazionale fascista che in poco tempo arriverà a contare una settantina di associati (testimonianza di Guerrino Caldiroli in: M. FOSCHI, Torneremo a riveder le stelle …. Tin bota, La Stamperia, Rimini 1995, p. 42 e segg.).
(11) I primi nuclei di partigiani in montagna saranno costituiti proprio da militari dellʼesercito in dissolvimento dopo lʼ8 settembre, e da prigionieri anglo-americani, russi, slavi, polacchi, come ricordano i testi scritti sulla brigata partigiana romagnola. Molti di questi militari provenivano proprio dalle caserme del Riminese, o da qui transitavano per essere avviati ai monti, attraverso la valle del Marecchia e quella dellʼUso. Si veda anche la già citata relazione Montella in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione, p. 133. Ad aiutare i militari a fuggire in montagna cʼerano quegli esponenti del movimento laburista che durante lʼestate abbiamo visto lavorare per il ritorno alla democrazia; liberal-socialisti e comunisti in questo momento puntano proprio sulla nascita di gruppi armati, aiutando i soldati a fuggire o inviando propri militanti in montagna.
(12) Mentre a Rimini la pacificazione non venne formalizzata, a Santarcangelo gli antifascisti firmarono un documento di reciproco rispetto con i repubblichini. Anche cinque comunisti firmarono il patto e per questo verranno espulsi dal partito (S. FLAMIGNI – L. MARZOCCHI, Resistenza in Romagna, cit., p. 117). Il PCI clandestino si rendeva conto della gravità di questi episodi; lʼispettore “Giulio” in un rapporto descriveva la situazione del partito a Rimini come poco incoraggiante, e riteneva che esso, dopo tali patteggiamenti, fosse “debole politicamente e poco energico” (citato in: R. TUTONE, Sindacato e lotte sociali, p. 74).
Maurizio Casadei, La Resistenza nel Riminese. Una cronologia ragionata, Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini, 2005#10 #12 #13 #1943 #alleati #antifascista #attendismo #CLN #comunisti #ebrei #ex #fascisti #Forlì #fronte #fucilazione #fuga #guerra #MaurizioCasadei #militari #MontefioreConcaRN #partigiani #prigionieri #provincia #Ravenna #Resistenza #riminese #Rimini #RinaldoBenigni #Romagna #SanMarino #SantarcangeloDiRomagnaRN #settembre #tedeschi #Valmarecchia #Viserba
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Il PCI e l'occasione persa della parentesi milazziana https://collasgarba.wordpress.com/2026/01/09/il-pci-e-loccasione-persa-della-parentesi-milazziana/ #1962, #1965, #Autonomia, #CGIL, #Comunisti, #EmanueleMacaluso, #Esperienza, #GirolamoLiCausi, #Maggio, #Milazzo, #PCI, #PioLaTorre, #Programmazione, #Regionale, #SalvatorePantano, #Sicilia
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Molto meglio "Poveri #Comunisti" che ricchi idioti, Signora mia. Si informi. #Bernini #GovernoMeloni #Università
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Ocse taglia le stime di crescita per l’Italia | LA NOTIZIA
https://www.lanotiziagiornale.it/ocse-taglia-stime-crescita-italia-pil-deficit-2025/
> L’Ocse rivede al ribasso la crescita italiana: Pil allo 0,5% nel 2025. Deficit previsto al 2,9% e debito in aumento
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Ocse taglia le stime di crescita per l’Italia | LA NOTIZIA
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https://www.europesays.com/it/220217/ «L’alleanza woke-islam ricorda il vecchio patto tra comunisti e nazisti» #Affari #Business #comunisti #IT #Italia #Italy #MarioAdinolfi #nazisti #WokeIslam
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I #comunisti e non si se tornò rappresentati da canzoni come #OBellaCiao i #fascisti da #facettanera e da qui si evince tutto PUNTO #antifa #antifascisti #italia #antifascistitaliani #meloni
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oggi, 4 ottobre, a roma, convegno di studi: a cento anni dal ‘non mollare’
Federazione Italiana Associazioni Partigiane
Via S. Francesco di Sales 5, RomaConvegno di Studi
” … a cento anni dal NON MOLLARE”
Roma4 ottobre 2025
ore 15:30 – 19:30Inizio lavori
ore 15.30
Saluti istituzionaliLuca Aniasi
(Presidente FIAP)Bianca Cimiotta Lami
(Vicepresidente FIAP)Matteo Stefanori
(Casa della Memoria e della Storia, Roma)Introduce e presiede
Andrea Ricciardi
(FIAP e Fondazione Rossi-Salvemini)*
Intervengono
Sergio Bucchi (Università La Sapienza, Roma)
Salvemini, l’Italia liberale e la democraziaAntonella Braga (Fondazione Rossi-Salvemini)
Tre riviste libere: “Rivoluzione liberale”, “IlCaffè”, “Non Mollare”Fabio Vander (Senato della Repubblica)
I comunisti e il “Non Mollare”Mimmo Franzinelli (Fondazione Rossi-Salvemini)
Il “Non Mollare” contro le fake-news di Regimeore 17.30
Chille de la balanza
“Non Mollare”. Interviste impossibiliore18.00
Tavola rotonda
“Non mollare”: la libertà di stampa tra ieri e oggiIntroduce e presiede
Andrea Ricciardi
(FIAP e Fondazione Rossi-Salvemini)Intervengono
Roberta Carlini (Istituto Universitario Europeo, Firenze)
Eric Jozsef (“Libération”)
Enzo Marzo (“Critica Liberale”)___
Federazione Italiana
Associazioni Partigiane.
Via S. Francesco di Sales 5, RomaIngresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili in sala
L’iniziativa verrà trasmessa in diretta streaming sulla Pagina Facebook della FIAP: https://www.facebook.com/FIAPItalia#AndreaRicciardi #antifascismo #AntonellaBraga #BiancaCimiottaLami #comunisti #CriticaLiberale #EnzoMarzo #EricJozsef #FabioVander #FederazioneItalianaAssociazioniPartigiane #Fiap #FondazioneRossiSalvemini #GaetanoSalvemini #IlCaffè #IstitutoUniversitarioEuropeo #lItaliaLiberale #Libération #libertàDiStampa #LucaAniasi #MatteoStefanori #MimmoFranzinelli #NonMollare #rivista #RivoluzioneLiberale #RobertaCarlini #Salvemini #SergioBucchi #UniversitàLaSapienza
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L’OVRA reprimeva un movimento comunista sorto fra studenti universitari e medi a Perugia
Genova: Basilica della Santissima Annunziata del VastatoL’11 ottobre 1942 in provincia di Genova le indagini dell’OVRA si finalizzavano nella distruzione del Comitato Centrale del movimento comunista ligure. Si procedeva al sequestro di importante materiale sovversivo ed era posto in stato di arresto l’esponente Buranello Giacomo, 22 anni, studente universitario e Sottotenente di complemento, assieme ad altri trenta aderenti. <465
In provincia di Imperia il primo dicembre 1942, la questura locale supportata dall’attività dell’OVRA di zona, identificava una cellula comunista composta da sette giovani con età tra i diciotto e i venti anni, quasi tutti iscritti alla GIL; si contestava l’aver effettuato propaganda comunista attraverso la circolazione di libelli e di manifesti. Tutti gli appartenenti alla cellula furono denunciati alla Commissione provinciale per il Confino.
Il 24 ottobre 1942 a Milano l’OVRA era impegnata in un’azione crescente di smantellamento delle molteplici cellule comuniste tra loro collegate, che agivano nelle frazioni di Affori e nella zona Sempione-Musocco. Fa arrestato il principale esponente, l’industriale Rigamonti Domenico, nonché trentadue aderenti. Ci furono arresti anche all’interno dell’ apparato militare in cui il movimento si era insinuato. Inoltre, si procedeva al sequestro di novantamila lire costituenti il fondo dell’organizzazione, nonché notevoli quantità di esplosivi già confezionati in ordigni pronti per l’uso, e in aggiunta pistole, munizioni e materiale di propaganda. L’apparato di sorveglianza fascista sventava un primo attentato che era stato già predisposto dalla cellula antifascista.466 In provincia di Fiume nell’ottobre 1942, l’apparato repressivo fascista poneva in arresto numerosi operai perché responsabili di propaganda comunista e sovversiva attraverso la diffusione di manifesti e raccolta di fondi per finanziare l’antifascismo. In provincia di Pola , il primo ottobre 1942, terminava un’operazione anticomunista che già nel precedente trimestre aveva sortito ottimi risultati. L’OVRA tratteneva l’impiegata comunale Ardossi Gloria, iscritta al PNF ed altre sei persone responsabili di attività comunista, le quali furono tutte denunciate al Tribunale Speciale. L’11 ottobre 1942 l’apparato di sorveglianza fascista bloccava l’attività di un’organizzazione sovversiva operante fra Trieste e Gorizia. Furono arrestati Cotar Albino, emissario comunista, organizzatore di bande armate assieme ad altri cinquantuno aderenti a un movimento comunista che stava per fondersi col Fronte Liberatore Sloveno. In provincia di Ferrara il 4 dicembre 1942 furono rinvenute sotto le saracinesche di numerose attività commerciali dattiloscritti sovversivi in busta chiusa dal titolo ”Agli industriali e commercianti italiani e vittime della ingordigia fascista”. Furono rilevate anche scritte murali e diffusione di manifesti che incitavano il popolo all’insurrezione e reclamavano la pace. Il 14 agosto 1942 ad Avezzano, provincia dell’Aquila, l’OVRA incarcerava l’avvocato Palladini Pietrantonio, repubblicano schedato, ed altre venticinque sovversivi fra internati, confinati ed elementi locali, per aver ascoltato radio nemiche e diffuso notizie disfattiste.
Manifestazioni sovversive dal 1° Marzo al 30 Aprile 1943
Nell’aprile 1943, a Milano, la locale sezione dell’OVRA e la questura in seguito a tentacolari indagini scoprivano un’importante organizzazione comunista, arrestando il componente di più alto grado e sessantuno aderenti. Inoltre, rinvenivano una tipografia clandestina dislocata in una casa nella periferia della città.
A Venezia, il 17 marzo 1943, Gaddi Giuseppe, impiegato, ed altri nove individui furono posti in stato di fermo per tentativo di ricostituzione di una cellula comunista. Cinque assegnati al confino e cinque ammoniti. In provincia di Fiume, avveniva l’arresto di Mladenic Francesco, ex cittadino jugoslavo, e del fratello Milenko. I due furono accusati di svolgere attività antifascista attraverso la diffusione di opuscoli sovversivi. Inoltre, erano incaricati della raccolta di indumenti e di medicinali per i partigiani. A Torino, tra il marzo e l’aprile del 1943, l’OVRA arginava l’azione di un movimento comunista e fermava trentacinque aderenti. L’azione della Divisione polizia politica portava al sequestro di copioso materiale di propaganda e permetteva di evidenziare l’efficienza raggiunta dall’organizzazione comunista nella lotta al regime fascista. <467 In provincia di Gorizia l’attività dell’apparato repressivo fascista fu estremamente intensa tra il marzo e l’aprile. Il 20 marzo, a Gorizia, si giungeva al fermo di Sinigoi Oscar e di altri trentanove individui, responsabili di propaganda sovversiva e favoreggiamento ai ribelli. A Caporetto, il mese seguente, Koren Antonio e altri diciannove individui, accusati di favoreggiamento alle bande dei ribelli furono arrestati. Il 23 aprile 1943 avveniva il fermo di Zizmond Luigi ed altri quarantasette individui, tutti responsabili di favoreggiamento delle bande armate e attività sovversiva. <468 A Trieste, il 27 aprile 1943, le autorità fasciste arrestavano cinque individui responsabili di procacciare armi e materiale ai ribelli antifascisti. A Senigallia, in provincia di Ancona, una vasta rete antifascista sorta all’interno di un liceo della città fu sgominatain seguito ad accurate indagini. Un movimento antifascista e antitedesco composto da giovanissimi, tale Ferraris Luigi Vittorio ed altri quattro coetanei, svolgeva attività di propaganda sovversiva tramite scritte eversive poste lungo le mura della città e la diffusione di manifesti sovversivi tra i giovani studenti della città. I giovanissimi sovversivi furono condannati a un mese di carcere e diffidati. <469
A Firenze, la macchina di sorveglianza fascista arrestava sedici giovani ventenni, accusati di organizzare un movimento sovversivo, denominato S.I.R.L.I. e di effettuare scritte sovversive in molteplici località del capoluogo fiorentino e della provincia. A Livorno, il 14 aprile 1943, l’OVRA procedeva al fermo di Giachini Nelusco ed ulteriori undici ragazzi per aver tentato la riorganizzazione del partito comunista e aver svolto attività sovversiva tramite diffusione di manifesti antifascisti. A Roma e in altre città della provincia, il 20 marzo, l’OVRA in seguito a un prolungato periodo di osservazione, reprimeva l’azione di un gruppo composto quasi interamente di militari, i quali avevano costituito il Partito Socialista Rivoluzionario e svolto attività di proselitismo. Gli arresti furono dieci mentre continuavano le indagini su numerosi indiziati. <470
A Napoli, il 17 marzo, Amedeo Matacena e altri quattordici studenti, furono arrestati per aver ideato la costituzione di un partito sociale-liberale al fine di provocare un movimento insurrezionale ed aver svolto attiva di propaganda mediante la diffusione di numerose copie di un libello antifascista intitolato Libertà. <471 Un’approfondita indagine all’interno del movimento universitario in provincia di Reggio Calabria, stabiliva la presenza di antifascisti costituitisi in una associazione sovversiva composta dal Dott. Rovere Rosario, iscritto al P.N.F. ed altri dieci studenti universitari. Inoltre, erano accusati di aver prodotto un libello antifascista e disfattista dal titolo Il Semaforo. <472 Tra l’aprile e il giugno 1943, l’OVRA e la Questura di Milano, in seguito ad attive indagini, rilevarono un’imponente organizzazione comunista, arrestando settantaquattro aderenti, compresi i maggiori esponenti del gruppo. Sempre a Milano, maggio-giugno 1943, agiva un importante movimento antifascista denominato Unione Nazionale gruppi d’Azione. Furono arrestati quaranta individui fra cui l’avv. Longoni Edoardo, a capo del Comitato centrale. Nella tipografia utilizzata per la stampa del periodico «La Riscossa» furono rinvenuti libelli e manifesti antifascisti. Inoltre, le autorità fasciste scovarono armi destinate alle squadre d’azione. Nel giugno, dopo attenta opera di repressione, si giungeva all’arresto dell’industriale Marano Antonio e del prof. Spallicci Aldo e di altre quattro persone per tentativo di organizzazione comunista e pubblicazione di materiale a stampa sovversivo. Nel medesimo mese, l’OVRA arrestava Varì Vincenzo e altri due pericolosi comunisti ricercati da tempo e un favoreggiatore. La sezione OVRA di Milano sequestrava armi e munizioni quali rivoltelle, un moschetto, alcune bombe a mano e libelli sovversivi. Gli individui furono denunciati al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. <473
Una capillare indagine che aveva coinvolto le città di Firenze, Milano, Genova, Roma e Bologna portava alla scoperta dell’organizzazione chiamata Italia Libera tra il maggio e il giugno 1943:
In seguito all’identificazione, quali diffonditori di manifestini antifascisti, di un professore universitario e tre studenti, la Questura scopre le fila di un’organizzazione di “Italia Libera”. Le indagini si sono estese ad altre città, specialmente a Milano, dove è stata scoperta, nello studio dell’ing. Marescotti Cesare, la tipografia da cui usciva il materiale sovversivo. Arrestati finora 20 individui, taluni dei quali risultati autori di numerose diffusioni verificatesi negli ultimi tempi. <474 Al contempo, l’OVRA reprimeva un movimento comunista sorto fra studenti universitari e medi a Perugia, capeggiato dai professori di lettere Granata Giuseppe e Prosciutti Ottavio. Tale movimento era in stretto collegamento con altri gruppi sovversivi dell’Umbria e delle Marche. L’operazione si concludeva con trentuno fermi e proseguiva per accertare la presenza di ulteriori aderenti al gruppo e l’estensione nelle regioni limitrofe.
In provincia di Roma tra il maggio e il giugno 1943 ci furono molteplici operazioni di repressione da parte dell’OVRA e delle questure per arginare l’ormai travolgente fenomeno eversivo avverso al regime fascista: -Maggio-Giugno 1943, Civitavecchia. Vengono arrestare, in collaborazione tra Ovra e Questura, 32 persone, tra cui alcuni noti sovversivi, per aver svolto attività disfattista ed antifascista. -Maggio-Giugno 1943, Roma. Dall’Ovra e dalla Questura vengono arrestati 57 individui, intellettuali ed operai, appartenenti al movimento comunista cristiano e attiva propaganda sovversiva, anche a mezzo stampa e diffusione manifesti. -Giugno 1943, Roma. Arresto, ad opera dell’Ovra, dello studente La Pegna Alberto e di altre 8 persone, tutte intellettuali, per appartenenza all’organizzazione “Italia Libera” e per attività e propaganda contraria al Regime e alla guerra. -6 giugno 1943, Roma. Dall’Ovra, dopo un lungo periodo di osservazione, viene stroncata una ripresa organizzativa del culto pentecostale. Identificati 63 aderenti che avevano partecipato a riti in cui venivano tenuti discorsi disfattisti, contro il Regime, il Re Imperatore e il Duce. <475
La questura di Bari, in seguito a laboriose indagini condotte con altre questure italiane tra l’aprile e il maggio ‘43, scopriva un movimento liberalsocialista, sorto tra elementi intellettuali, ritenuto affiliato al partito d’azione Italia Libera. Posti in arresto ventisei individui a Bari, Roma e in altre città fra cui persone ben note nell’ambiente culturale, quali Laterza Giuseppe, direttore della Casa Editrice Laterza e i professori universitari De Ruggero Guido e Calogero Guido. <476
[NOTE]
465 Ivi, «Provincia di Genova».
466 Ivi, «Provincia di Milano».
467 Ibidem.
468 ACS, MI, DGPS, Div. AA.GG. e RR., Statistiche movimento sovversivo 1932-1943, b. 2, «Provincia di Torino».
469 Ivi, «Provincia di Trieste».
470 ACS, MI, DGPS, Div. AA.GG. e RR., Statistiche movimento sovversivo 1932-1943, b. 2, «Provincia di Roma».
471 Ivi, «Provincia di Napoli».
472 Ivi, «Provincia di Reggio Calabria».
473 Ivi, «Provincia di Milano».
474 Ivi, «Provincia di Firenze».
475 Ivi, «Provincia di Roma».
476 Ivi, «Provincia di Bari».
Michele Del Balso, Terrorismo ed eversione nel regime fascista. Complotti, attentati e repressione (1922-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno Accademico 2022-2023#1942 #1943 #antifascisti #Bologna #comunisti #fascismo #Firenze #Genova #GuidoCalogero #Imperia #Italia #Laterza #Libera #medi #MicheleDelBalso #milano #OVRA #PdA #professori #ReggioCalabria #sovversivi #studenti #Torino #Trieste #universtari
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I primi attentati dei GAP non comportano grandi difficoltà per chi li esegue
La formazione dei Gruppi d’azione patriottica nelle principali città non costituisce un processo del tutto uniforme, variando per quel che riguarda i tempi in cui le strutture diventano operative e i risultati da esse ottenuti.
A Milano, all’inizio dell’ottobre 1943, Francesco Scotti ed Egisto Rubini mettono insieme un primo nucleo gappista, nelle persone di Validio Mantovani <97, Carlo Camesasca <98, Vito Antonio La Fratta <99 e Renato Sgobaro <100: si tratta di uomini non più giovanissimi, sposati, operai provenienti dall’ambiente delle fabbriche di Sesto San Giovanni. In seguito, con l’arrivo a Milano di Vittorio Bardini <101 e Ilio Barontini, le squadre gappiste, sparse nelle diverse zone della città, crescono di numero e si raccolgono nel 17° distaccamento GAP Gramsci <102, divenendo, per numero di azioni svolte e di combattenti arruolati nei primi mesi di lotta, il gruppo più consistente del panorama nazionale <103.
A Torino, l’organizzazione dei GAP scaturisce dalla riunione, tenuta il 10 ottobre 1943, tra Ilio Barontini, Remo Scappini e Ateo Garemi. Il fatto che la prima azione, compiuta il 24 ottobre contro il Seniore della MVSN Domenico Giardina, venga eseguita dallo stesso Garemi e dall’anarchico Dario Cagno è sintomatico delle difficoltà occorse nel reclutare nuovi elementi. La scarsa entità numerica e le numerose problematicità del gappismo torinese restano una costante <104, come evidenziato da Giovanni Pesce, il quale, divenuto comandante dei GAP di Torino, lamenta di trovarsi «senza servizio d’informazioni, senza altri uomini, senza mezzi, senza attrezzature tecniche» <105.
A Firenze, per realizzare la prima azione gappista, il PCI si rivolge, alla fine di novembre, ad un gruppetto partigiano di stanza a Greve, a testimonianza del fatto che l’organizzazione gappista della città non fosse ancora ritenuta pronta. Il tentativo si risolve in una nulla di fatto, ma sono proprio questi partigiani, in primis Cesare Massai <106 e Bruno Fanciullacci, una volta terminata l’esperienza in montagna, a comporre il nucleo principale del gappismo fiorentino.
A Genova, verso la metà di ottobre, prende forma un primo raggruppamento gappista intorno al comandante Giacomo Buranello <107 e a Walter Fillak <108.
A Roma, dove ciascuna delle 8 zone operative <109 in cui i partiti antifascisti hanno suddiviso la città ha un proprio GAP di zona, il «salto di qualità» <110 si ha verso la metà di ottobre con la costituzione di 4 GAP centrali: “Quel giorno decidemmo di separare dalle otto zone alcuni degli elementi più validi, di isolarli completamente […] in modo che agissero clandestinamente, in misura più pertinente e utile, dovevano fare azioni speciali contro i tedeschi, i fascisti, la polizia, contro i mezzi di comunicazione <111. I GAP Pisacane e Gramsci, comandati rispettivamente da Rosario Bentivegna e Mario Fiorentini, sono inseriti nella rete di Carlo Salinari <112, i GAP Sozzi e Garibaldi, invece, fanno parte della rete di Franco Calamandrei <113. Primo comandante dell’intera struttura è Antonello Trombadori <114.
Lo sviluppo
Questa prima fase di avvio e sviluppo dell’attività gappista, nel tentativo di operare una generalizzazione, può essere collocata temporalmente tra il tardo autunno del 1943 e la primavera del 1944. I Gruppi d’azione patriottica, malgrado i problemi di reclutamento e la precarietà delle attrezzature a disposizione, mettono a segno un numero elevato di azioni, soprattutto, eccezion fatta per il gappismo romano che rivolge numerosi attentati anche contro le forze tedesche, ai danni di esponenti di spicco della RSI. I primi attentati non comportano grandi difficoltà per chi li esegue, per il fatto che le vittime vengono colte del tutto impreparate. Si pensi alle uccisioni di Gino Gobbi e di Aldo
Resega, i quali, nonostante la posizione ricoperta, essendo rispettivamente comandante del distretto militare di Firenze e commissario federale di Milano, girano senza scorta e si recano a lavoro in tram. La descrizione delle due azioni evidenzia, da una parte, la mancanza di precauzioni dei fascisti, dall’altra, la relativa facilità dell’atto gappista. La soppressione di Gobbi, avvenuta la sera del 1° dicembre 1943 a Firenze, è: “[…] condotta in una precarietà incredibile. Erano in quattro e disponevano solo di due vecchie biciclette. Avevano quattro pistole così malandate che decisero di usare solo le due meno vecchie e malgrado ciò una di esse si inceppò. Attesero il Gobbi all’uscita del Distretto Militare in Piazza S. Spirito. Due salirono sul tram dietro a lui mentre gli altri due, con le biciclette, seguivano il convoglio. Quando il Gobbi scese dal tram, vicino alla sua abitazione, in via Pagnini, i gappisti che lo seguivano appiedati aprirono il fuoco con le loro pistole. […] Dopo aver ucciso il colonnello i due che avevano sparato salirono sulla canna della bicicletta dei loro compagni e con tale mezzo abbandonarono la zona” <115.
A Milano, la mattina del 18 dicembre 1943, in modo simile, Resega viene ucciso dal quartetto composto da «Barbisùn» Camesasca, «Ninetto» Mantovani, «Totò» La Fratta e «Lupo» Sgobaro: “Ninetto e la compagna si mettono poco discosto dalla porta ove lui deve uscire conversando tranquillamente, al momento giusto ci avrebbe fatto il segnale levando il cappello in segno di saluto alla compagna che con indifferenza si sarebbe allontanata, Totò come protezione si trovava all’angolo di Via Bronzetti con Corso 22 Marzo, e precisamente alla fermata del tram, io e Lupo che dovevamo operare […] la manovra riesce meravigliosamente, e così ci troviamo all’angolo proprio contemporaneamente con lui, che ingannato dalla nostra tattica è costretto per sorpassarci passare in mezzo a noi due, non si aspettava che questo momento, così io che avevo la pistola sotto il giornale fingendo di leggere, a non più di 10 cm. dal suo dorso lascio partire 4 colpi, egli cade in avanti senza un grido, fulminato all’istante, Lupo per non essere a meno, gli scarica pure lui 4 colpi mentre è steso per terra, dopo di che in quattro salti attraversiamo la strada, inforchiamo le nostre biciclette e ci allontaniamo indisturbati […]” <116.
Con il passare dei mesi, l’aumento di misure cautelari prese dalle autorità fasciste nelle città, ed il conseguente innalzamento del coefficiente di difficoltà dei colpi, vanno di pari passo con il miglioramento dell’efficienza dell’organizzazione gappista.
[NOTE]
97 Validio Mantovani (1914-1944). Operaio alla Pirelli, fu capogruppo del primo nucleo gappista milanese. Venne fucilato a fine luglio 1944 insieme al padre, Rotilio, anch’egli collaboratore dei GAP milanesi con la funzione di recapito e intendenza, in Borgomaneri, Li chiamavano terroristi, cit., pp. 63-64.
98 Carlo Camesasca (1912-1945). Durante il servizio di leva, fu uno dei tiratori scelti della squadra del 7° Reggimento bersaglieri che, alle gare nazionali di tiro a segno del 1933, si aggiudicò il titolo di campione d’Italia delle Forze armate. Assunto alla fabbrica Breda di Sesto San Giovanni, nel 1942 passò alla Marelli, dove entrò in contatto con elementi della cellula di fabbrica. Fu componente dei GAP di Milano, fino al suo passaggio in Val d’Ossola. Fu internato nei campi elvetici del Lago Nero. Rientrato a Milano nei giorni dell’insurrezione, fu, per ragioni poco chiare, ucciso con un colpo alla nuca da uno dei suoi stessi compagni, in Ibid., pp. 65-66.
99 Vito Antonio La Fratta (1908-1944). Appena sedicenne, fu arrestato a Torino per propaganda comunista. Operaio specializzato alle acciaierie Falck, fece parte dei primi GAP milanesi. Fu arrestato il 1° maggio 1944 e morì nel carcere di San Vittore, in Ibid., p. 64.
100 Renato Sgobaro, nato nel 1906, residente a Sesto San Giovanni dal 1924, fu operaio alla fabbrica Breda. Fece parte dei GAP milanesi. Individuato, riuscì a sottrarsi alla cattura e fu trasferito in provincia di Varese, in Istituto per la storia dell’età contemporanea (d’ora in poi Isec), Fondo Renato Sgobaro, b. 1, f. 1, Biografia del gappista Sgobaro Renato (Giulio).
101 Vittorio Bardini (1903-1985). Comunista, arrestato più volte e costretto ad espatriare, frequentò la scuola leninista in Unione Sovietica, combatté in Spagna, fu internato in Francia, estradato in Italia nel 1941 e trasferito al confino. Con la caduta del fascismo, fu inviato a Milano a dirigere i primi GAP. Catturato, fu internato nel campo di Mauthausen. Rientrato in Italia dopo la Liberazione, fu membro del Comitato Centrale del PCI e segretario della federazione comunista di Siena, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 27-06-2019.
102 Luigi Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 23-29.
103 Peli, Storie di Gap, cit., p. 43.
104 Ibid., p. 44.
105 Giovanni Pesce, Soldati senza uniforme. Diario di un gappista, Edizioni di cultura sociale, Roma 1950, p. 18.
106 Cesare Massai (1911-1995). Operaio fiorentino di San Frediano, divenne comunista nel 1938. Fu arrestato e rimase in carcere fino al 1943. Dopo una breve esperienza partigiana, fu comandante dei GAP fiorentini. Individuato, venne trasferito nel maggio 1944 a Pisa, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 27-06-2019.
107 Giacomo Buranello (1921-1944). Studente di ingegneria con Walter Fillak. Fu organizzatore di una cellula comunista studentesca, per la quale fu arrestato nel 1942. Fu comandante dei GAP genovesi. Braccato, venne trasferito in montagna. Tornato in città per lo sciopero generale del marzo 1944, fu arrestato, torturato e fucilato il 3 marzo, in AA. VV., Ear, vol. I, cit., pp. 403-404.
108 Walter Fillak (1920-1945). Espulso dal liceo scientifico di Genova per attività sovversiva, fu arrestato nel 1942 in quanto promotore, con Giacomo Buranello, di una organizzazione comunista studentesca. Entrò a far parte dei GAP di Genova e, in seguito, fu comandante partigiano in Piemonte. Catturato dai tedeschi nei pressi di Ivrea, fu impiccato il 5 febbraio 1945, in AA. VV., Ear, vol. II, cit., p. 348.
109 La prima zona Prati, la seconda zona Trastevere, la terza zona Flaminio, la quarta zona Centro, la quinta zona Macao, la sesta zona San Giovanni, la settima zona Ostiense e l’ottava zona Prenestino.
110 Fiorentini, Sette mesi di guerriglia urbana, cit., p. 52.
111 Ibid., p. 53.
112 Carlo Salinari (1919-1977). Laureato in Lettere all’Università di Roma nel 1941, fu militante comunista e partecipò alla Resistenza romana dirigendo una delle due reti dei GAP centrali. Nel maggio 1944, a causa della delazione del gappista Guglielmo Blasi, fu arrestato, torturato e condannato a morte. L’arrivo degli Alleati a Roma nel giugno 1944 lo salvò. Nel dopoguerra, fu responsabile della sezione culturale del PCI e insegnante universitario, in AA. VV., Ear, vol. V, cit., pp. 317-318.
113 Franco Calamandrei (1917-1982). Militante nel PCI a partire dal 1943, durante la Resistenza a Roma fu responsabile di una delle due reti dei GAP centrali. Catturato il 28 aprile 1944, riuscì a fuggire dalla pensione Jaccarino, sede della banda Koch. Nel dopoguerra, fu membro del Comitato centrale del PCI e senatore dal 1968, in AA. VV., Ear, vol. I, cit., p. 404.
114 Bentivegna, Senza fare di necessità virtù, cit., p. 107.
115 Fagioli, Partigiano a 15 anni, cit., p. 198.
116 Isec, Fondo Antonio Mantovani, b. 4, f. 1, Autobiografia del compagno Camesasca Carlo (Barbisùn).
Gabriele Aggradevole, Biografie gappiste. Riflessioni sulla narrazione e sulla legittimazione della violenza resistenziale, Tesi di laurea magistrale, Università di Pisa, 2019#1943 #1944 #comunisti #fascisti #Firenze #GabrieleAggradevole #GAp #Genova #milano #novembre #ottobre #partigiani #Resistenza #roma #tedeschi #Torino
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Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti
*Sull’esperienza di Erna e dei Resinelli si è, ancora, espresso in questi termini Giulio Alonzi: “Quando la sera dell’attacco a Erna tornai a Lecco da Milano, vidi la valle che porta al Pizzo punteggiata di falò, da Costa a Campo de’ Boj e più in alto. Intuii quello che era avvenuto. I tedeschi avevano bruciato quanto avevano potuto: l’inverno batteva alle porte e togliere di mezzo rifugi e baite era buona regola di guerra. Molte delle baite bruciate lassù e altrove sono ancora come le lasciarono le fiamme. Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti e non solo. L’esperienza dei Resinelli e di Erna aveva confermato la validità delle vedute di quanti pensavano all’azione mobile dei partigiani: da quella di sabotaggio a quella di disturbo, fino agli attacchi in forze dove possibile, ma sempre col presupposto del disimpegno per evitare perdite gravi, che non erano facilmente colmabili. La mobilità sarebbe servita anche a disorientare il nemico, ingannandolo circa l’entità delle forze partigiane le quali, a dir vero, erano minori di quanto appariva. Fatti d’arme avvenuti in altri settori dell’Italia settentrionale davano nuovo credito a questa impostazione della guerra partigiana, almeno nelle prospettive immediate. Occorreva perciò adeguarsi alla reale situazione, così che all’entusiasmo dei primi giorni […] succedesse la ponderazione e l’organizzazione” <234.
I dissidi e le incomprensioni che furono all’origine della sconfitta avrebbero dato luogo a un durissimo contenzioso tra Parri e Citterio. Per riportare la pace tra azionisti e comunisti si era tenuta una riunione nell’Ufficio di Carlo De Filippi, in via Andrea Doria (n.7): da una parte si erano trovati schierati Alfredo Pizzoni e Ferruccio Parri, dall’altra, a difesa del collega, Girolamo Li Causi e Giuseppe Dozza.
Poco dopo, un’altra occasione di contrasto tra i due partiti sarebbe insorta a margine delle manovre militari partigiane svoltesi sul monte San Martino, sopra Varese. Il gruppo era comandato dal colonnello Carlo Croce, nome di battaglia “Giustizia”. Questi, ex comandante di distaccamento del 3° bersaglieri a Porto Valtravaglia, già l’8 settembre, radunati i suoi soldati, aveva comunicato loro che non intendeva in alcun modo coprirsi di fango e di vergogna. Datosi alla macchia, aveva scelto come caposaldo il vicino monte San Martino, dove lo avevano raggiunto un centinaio di partigiani del gruppo “Cinque Giornate”, tra i quali il varesino Antonio De Bortoli. Croce, “dotato dell’armamento individuale, nonché di dieci mitragliatrici pesanti Breda con alcune migliaia di colpi, l’equivalente di un’ora di fuoco all’incirca” <235, aveva al suo comando un insieme di uomini “numeroso e consistente” <236. Il monte era dotato di un sistema di fortificazioni permanenti, in parte risalenti all’epoca della Prima guerra mondiale. Intenzione del colonnello era dunque quella di utilizzare le antiche opere per fare del posto una base inespugnabile. A curare con lui la preparazione dei gruppi combattenti nella zona ci sarebbe stato, fino al 9 novembre – data dell’arresto -, l’ingegner Luigi Ronza, direttore della società di pubblici servizi Varesina Gas. Parri era molto preoccupato che questa seconda posizione potesse essere conquistata, non potendo i partigiani della zona sostenere un eventuale attacco in forze di truppe nemiche, dotate per di più di armi moderne. A suo giudizio, infatti, il caposaldo del San Martino, in caso di un eventuale
accerchiamento, sarebbe stato difficilmente difendibile. Avrebbe commentato Stucchi: “Poldo [Gasparotto] era a notizia del come la pensava Parri, e tuttavia, conoscendone da vecchia data il temperamento generoso e impulsivo, non dubitavo che avrebbe profuso tutte le sue energie in aiuto a ‘quelli del San Martino’. Discutemmo sull’argomento e alla fine cedetti alla richiesta di intervenire a una riunione di ‘azionisti’ impegnati a sostenere l’impresa in atto” <237.
Sul problema era stata infatti indetta una riunione ad hoc dal PdA alla quale era stato invitato a partecipare anche il socialista Stucchi: “Il gran daffare di quell’incrociarsi e accavallarsi di proposte, di pareri, di domande e risposte tendeva ad assegnare all’uno o all’altro dei presenti i vari compiti del rinvenimento delle armi, della raccolta del materiale e di denaro, della ricerca di automezzi e del carburante, dell’organizzazione del trasporto dei materiali a destinazione. Ricordo di aver sentito parlare, ad esempio, di rivoltelle offerte da ufficiali in congedo, di sacchi di riso già a disposizione, della difficoltà di reperire scatolette di carne, del progetto di un colpo di mano nei magazzini della ex Intendenza militare, e via discorrendo. Già ero meravigliato del fatto di essere passato del tutto inosservato al momento del mio ingresso. Ora mi trovavo ad assistere, quasi incredulo, alla gioiosa e spavalda sicumera con cui quella gioventù elegante e disinvolta, evidentemente o ignara o sprezzante delle dure e pazienti regole della cospirazione clandestina, era lì convenuta nell’atteggiamento di chi partecipa a un lieto simposio all’insegna del buon umore” <238.
La riunione organizzata per discutere la gestione dei gruppi acquartierati sul San Martino si era svolta in un appartamento sito al quarto piano “di uno degli imponenti edifici dell’era napoleonica che fronteggiavano il largo viale alberato di Piazza Castello” <239. Poldo, entrando nello stabile, aveva preceduto l’amico “Gibì” e, fatto cenno al portiere, aveva proseguito il cammino salendo per le scale: “è dei nostri” <240, gli aveva detto. Alla riunione Stucchi aveva appreso come erano arrivati i rinforzi a Croce e come gli azionisti si stavano premunendo per dare manforte al Colonnello. Occorreva procedere di corsa al rinvenimento delle armi, alla raccolta del denaro, alla ricerca degli automezzi e del carburante, al trasporto di materiale <241. Spaventato dalle scarse misure di sicurezza adottate dagli organizzatori della riunione, Stucchi se l’era però data a gambe e aveva aspettato Poldo in strada. Sceso questo, lo aveva assalito verbalmente e “caricato di improperi”: “- Ma come puoi non renderti conto che in questo modo presto o tardi finirete tutti in galera? Poldo sorrise: – Cosa vuoi farci? È la guerra! – esclamò allargando le braccia. -No- Ribattei – è un suicidio” <242.
[NOTE]
234 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 61.
235 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 205.
236 ibidem.
237 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 206.
238 ivi, pp. 206-7.
239 ivi, p. 206.
240 ibidem.
241 ibidem.
242 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, pp. 207-8.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023#1943 #1944 #AlfredoPizzoni #azionisti #CarloCroce #colonnello #comunisti #fascisti #FerruccioParri #FrancescaBaldini #GirolamoLiCausi #GiuseppeDozza #Lecco #Lombardia #LuigiRonza #Milano #novembre #partigiani #Resistenza #tedeschi #Varese
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PiramideRossa_MarcelloLopez (@piramiderossa.bsky.social)
https://bsky.app/profile/piramiderossa.bsky.social/post/3lwh55vj7rs2q
> Ma il problema per gli #italioti seguaci del duo #Meloni / #Salvini…il problema sono i #comunisti…non l’inumanità di concepire campi detenzione in #Albania… o lasciare #morire #bambini in mare e a #Gaza senza proferir parola.
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Servizi di intelligence e lotta partigiana
Quanto al ruolo svolto dalle truppe italiane cobelligeranti, è importante ricordare la Dichiarazione di Quebec, che sanciva che i termini armistiziali non precludevano «l’assistenza attiva dell’Italia nel combattere i tedeschi»; anzi, al contrario, il contributo offerto dalla nazione italiana alla comune causa alleata, nonché alla lotta contro i tedeschi dopo la firma dell’armistizio, avrebbe inciso, in seguito, sulle condizioni armistiziali imposte all’Italia: «il limite entro il quale i termini saranno modificati in favore dell’Italia dipenderà dalla misura in cui il governo e il popolo italiano aiuteranno nei fatti le Nazioni Unite contro la Germania nel resto della guerra. Le Nazioni Unite dichiarano comunque senza riserve che dovunque le forze italiane o gli italiani combatteranno i tedeschi, distruggeranno le proprietà tedesche o intralceranno il movimento dei tedeschi, a loro sarà dato l’appoggio possibile da parte delle forze delle Nazioni Unite» <457.
Agli inizi di dicembre del 1943, si assistette al fattivo coinvolgimento delle truppe italiane del ricostituito Esercito Regio e al loro inquadramento nell’ambito della V Armata. Gli italiani del 1° Raggruppamento Motorizzato, sotto il comando del generale di brigata Vincenzo Cesare Dapino, combatterono al fianco della 36^ divisione di fanteria americana sul fronte di Montelungo (il 5 e 6 dicembre 1943), giocando un ruolo fondamentale per la conquista del punto cardine della linea difensiva tedesca «Bernhardt». Gli alleati espressero un vivo apprezzamento per il valore dimostrato in quella occasione dai reparti italiani; dopo tale «battesimo di fuoco», si moltiplicarono gli ambiti di collaborazione con le forze anglo-americane <458.
Dunque, indipendentemente da quanto i soldati italiani familiarizzassero con quelli anglo-americani e viceversa, non si può negare che anche i loro sforzi contribuirono all’avanzata delle truppe alleate nella penisola.
Servizi di intelligence e lotta partigiana
Se l’aiuto italiano offerto agli alleati in campo militare si rivelò nel complesso limitato, ben più cospicua fu l’assistenza prestata ai servizi di intelligence sia inglesi (SOE) che americani (OSS), che si avvalevano di una preziosa rete di informatori e agenti reclutati in loco <459, oppure agli uffici preposti alla propaganda di guerra (Political Warfare Executive nel Regno Unito e Office of War Information negli USA); del resto, un buon sabotaggio delle comunicazioni nemiche avrebbe danneggiato le città italiane con minori danni dei bombardamenti <460.
In un annesso alla bozza del piano di Avalanche datato 17 agosto 1943, illustrante le modalità di uso coordinato delle forze di terra, di aria e di mare sia britanniche che statunitensi nell’area di Salerno, era anticipato che per le comunicazioni tra le unità alleate sarebbe stato utilizzato il sistema telefonico civile esistente e sarebbero stati impiegati gli addetti locali considerati idonei per l’assistenza nella determinazione dell’ampiezza e delle direzioni dei cavi nonché nell’attivazione di ogni attrezzatura automatica disponibile: «It is anticipated that the existing civilian telephone system will be utilized. Suitable civilian employees of the system will be employed in order to assist in determining the size and routes of various cables and the operation of any automatic equipment that is available» <461.
Non mancavano neppure collaborazioni tra gli alleati e i gruppi resistenziali italiani, oggetto di considerevole attenzione da parte della storiografia del dopoguerra, con il ritorno della sinistra socialista e comunista sulla scena politica dopo la dittatura fascista. Innanzitutto va precisato che non esisteva in quel frangente e in quella porzione del territorio nazionale un movimento partigiano politicamente orientato e organizzato né tanto meno un’ampia resistenza armata; a prevalere nei centri meridionali era invece una volontà pre-politica di resistenza alla guerra ovvero il rifiuto degli abitanti di accettare passivamente le richieste sempre più esorbitanti dei soldati tedeschi (ciò si manifestava, ad esempio, nella sottrazione di risorse, alimentari e non, o nel sabotaggio dietro le linee di fortificazione e difesa germaniche per i cui lavori di costruzione si attingeva alla popolazione locale come manodopera coatta per evitare di distogliere troppi militari dalla prima linea) <462.
Nell’ambito della bibliografia più recente, approfondendo i rapporti degli anglo-americani con il movimento partigiano in Italia, Piffer ha messo in evidenza, da un lato, la scarsa importanza attribuita dagli alleati alla Resistenza italiana sotto il profilo militare mentre, dall’altro, il prevalere di considerazioni di natura politica e ideologica. Per quanto concerne la percezione delle unità partigiane operanti nell’Italia occupata, gli alleati avrebbero avuto una condotta intenzionalmente discriminatoria nei confronti delle formazioni di sinistra, cercando in tutti i modi di ostacolarne la crescita e impedirne il rafforzamento (queste ultime, più organizzate e politicamente pericolose, avrebbero ricevuto una quantità minore di rifornimenti rispetto alle altre) <463.
In quest’ambito, i servizi di intelligence alleati ebbero un atteggiamento duplice. Alcuni sostenevano la linea di evitare accuratamente ogni collaborazione con la Resistenza di ispirazione comunista; altri invece (come il maggiore Peter Tompkins e il capitano Max Corvo) privilegiarono i rapporti con la Resistenza democratica, giungendo a creare un vero e proprio nuovo servizio segreto italiano che sostenesse il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale): nacque così nel novembre 1943, a Napoli, l’Organizzazione per la Resistenza Italiana (ORI), posta al comando di Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce <464.
Quindi, malgrado una iniziale diffidenza, gli alleati si convinsero infine della necessità di collaborare con i movimenti antifascisti per una serie di vantaggi, quali la possibilità di reclutare spie e informatori o stabilire punti di appoggio territoriali <465. Di conseguenza, i servizi segreti anglo-americani sostennero, foraggiarono e fomentarono i gruppi di resistenza presenti nei territori ancora occupati, al fine di sfruttarli per favorire e coadiuvare le operazioni militari decise dall’alto comando interalleato <466. In ciò consistette prevalentemente il contributo della popolazione civile, stretta tra i due eserciti in combattimento, al processo di riscatto nazionale italiano nei territori investiti dalla guerra <467.
[NOTE]
457 Cfr. Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 26. Dopo la firma dell’armistizio «lungo» (il 29 settembre 1943) a Malta, l’Italia avrebbe dichiarato guerra alla Germania (il 13 ottobre 1943), assumendo lo status di cobelligerante che non equivaleva tuttavia a quello di alleato.
458 Sul valido contributo del 1° Raggruppamento Motorizzato si veda: Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 121. Ricordiamo che nella 5^ Armata furono inglobati altri reparti di diversa nazionalità, come il Corpo di Spedizione Francese (CEF).
459 Spie e agenti segreti erano preziosi in tempo di guerra per le loro funzioni di sabotatori e infiltrati nelle reti nemiche, e molti italiani lavorarono al servizio dell’intelligence alleata. Solo il SOE, che era alle dipendenze del Ministry of Economic Warfare, al suo picco aveva reclutato circa 10.000 uomini e 3.200 donne (anch’esse lavoravano per i servizi di intelligence), in appoggio alla lotta di liberazione contro il nazismo in Europa. In Italia, l’organizzazione specializzata nella raccolta di informazioni a supporto di attività di spionaggio (azioni offensive) e controspionaggio (azioni difensive, come la caccia alle spie) era il SIM (Servizio Informazioni Militare), fondato nel 1925 e attivo anche nel secondo conflitto mondiale e nella guerra di liberazione (1943-45). Il SIM collaborò, oltre che con il SOE, con il Secret Intelligence Service (SIS), agenzia di spionaggio per l’estero della Gran Bretagna, nota più comunemente come MI6 (Military Intelligence – Section 6); tra le personalità più note che lavorarono nel SIS, ricordiamo Ian Fleming, futuro creatore di James Bond. Una sezione SIM faceva parte anche dell’OSS.
460 NA, London, UK, Most Secret (from Admiralty to Prime Minister), 16 September 1943, «in Operation Avalanche – Allied landings at Salerno», September-October 1943, AIR 8/1314.
461 NA, London, UK, Annex 6 to Outline Plan “Avalanche”, 17 August 1943, in «Operation Avalanche: Outline plan for 5th US Army», August 1943, WO 204/6805.
462 Cfr. Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 79. Sollevazioni spontanee contro l’occupante tedesco si erano avute a Napoli e ad Acerra; tuttavia le rivolte popolari in funzione antitedesca in Campania e in generale nelle città meridionali erano dovute non tanto a una convinta adesione ideologica all’antifascismo quanto alla più concreta necessità di salvaguardare l’esistenza materiale dei cittadini. Dall’assenza di una matura coscienza politica in senso antinazista discende la difficoltà di inserire tale narrazione nell’epopea della lotta partigiana, sviluppatasi prevalentemente nell’Italia centro-settentrionale (cfr. ivi, p. 81).
463 Cfr. T. Piffer, Gli Alleati e la resistenza italiana, Il Mulino, Bologna, 2010, pp. 135-140 e pp. 180-184.
464 Si veda: F. Craveri, La Campagna d’Italia e i servizi segreti. La storia dell’ORI (1943-45), La Pietra, Milano, 1980.
465 Cfr. R. Battaglia, I risultati della Resistenza nei suoi rapporti con gli alleati, «Il movimento di liberazione in Italia», 1958, nn. 52-53, pp. 159-172). Non si dimentichi che la partecipazione di cellule comuniste fu cruciale per il successo dell’offensiva finale lanciata dagli alleati nel Nord Italia nell’aprile 1945.
466 Cfr. Glen Yeadon e John Hawkins, The Nazi Hydra in America: Suppressed History of a Century. Wall Street and the Rise of the Fourth Reich, Baker & Taylor, Canada, 2008, p. 237.
467 Contemporaneamente, anche la Sardegna venne liberata dai tedeschi mentre la Corsica venne evacuata grazie all’arrivo di unità francesi aggiuntive a sostegno delle energiche azioni dei patrioti corsi. In confronto, agli occhi degli alleati il popolo italiano sembrava fare molto meno per contribuire a cacciare il nemico fuori dall’Italia (NA, London, UK, Most Secret (from Algiers to HQ Etousa), 21 September 1943, in «Operation Avalanche – Allied landings at Salerno», September-October 1943, AIR 8/1314).
Maria Vittoria Albini, Lo sbarco di Salerno nella seconda guerra mondiale dalla prospettiva alleata, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia – Viterbo, 2015#1943 #1944 #comunisti #fascisti #guerra #intelligence #MariaVittoriaAlbini #ORI #OSS #partigiani #Resistenza #SIM #SOE #spionaggio #tedeschi #TommasoPiffer
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Le autorità militari si dimostrarono tutt’altro che transigenti nei confronti delle forze antifasciste
Per quanto il governo di Badoglio ebbe il preciso scopo di gestire da un punto di vista puramente istituzionale e monarchico la transizione dal fascismo al post fascismo, preso com’era dalla volontà di Vittorio Emanuele e dell’ambiente di corte di evitare per quanto possibile le ingerenze dell’antifascismo revenant <1255, il maresciallo fu politicamente abbastanza aperto da indispettire il sovrano. Ma se l’azione del governo fu per certi versi meno intransigente del previsto, quella dei militari fu più rigida e più confacente ai desideri della corona. Già nel corso dei quarantacinque giorni, le autorità militari si dimostrarono tutt’altro che transigenti nei confronti delle forze antifasciste, soprattutto dei comunisti. La necessità di stroncarne la propaganda all’interno dei reparti fu ribadita già all’indomani del cambio di governo, così come l’obbligo per i militari di astenersi dall’iscrizione ai partiti politici. La Milizia, inizialmente oggetto di un semplice cambio di vertice con la nomina al suo comando del generale Armellini, fu sottoposta al giuramento regio solo a macchia di leopardo <1256, e poi incorporata nell’esercito. “Si faccia comprendere agli ufficili [sic] di tutti i gradi che la politica e qualsiasi manifestazione sono elementi deleteri quando si inseriscono comunque nelle forze armate. Unica politica […] in queste contingenze, sono l’attaccamento alle istituzioni, la serietà e la consapevolezza dell’importanza dell’ora presente” <1257. Il riferimento era chiaramente ai partiti antifascisti, ma un certo grado di politicizzazione coinvolse tragicamente proprio i militari apertamente fascisti <1258.
Nonostante già la Circolare Roatta del 26 luglio [1943] prevedesse misure draconiane per assicurare la gestione dell’ordine pubblico, fu con il decreto del Ministero dell’Interno del 27 luglio che questo venne delegato definitivamente alle autorità militari <1259. I comandi locali agirono molto duramente contro ogni manifestazione, ma soprattutto contro i comunisti. Il 22 agosto il Ministero della Guerra invitò a stroncare la tendenza da parte degli operai di cacciare i fascisti dalle fabbriche. Gli istigatori avrebbero dovuto essere denunciati, i seguaci richiamati alle armi dalle autorità militari locali <1260. Questa rigidità poté essere mantenuta per tutto il 1943 e per la prima metà del 1944, finché cioè i partiti antifascisti rimasero esclusi dalla responsabilità di governo. Ma il varo dei primi governi politici e il conseguente ingresso degli antifascisti nei gangli ministeriali, costrinse i militari ed in particolare l’Esercito ad adeguarsi ai nuovi equilibri. In una circolare firmata dal ministro e generale Taddeo Orlando, fu indicata la nuova linea da seguire dopo l’ingresso dei partiti antifascisti nel secondo governo Badoglio dell’aprile 1944. “La formazione di un Governo Nazionale con l’inclusione di tutti i partiti antifascisti, teso nella decisa volontà di cacciare dall’Italia il nemico e di restituire il Paese ad un regime di libertà, deve far cadere ogni prevenzione verso i partiti politici. L’ufficiale quindi rispetti le tendenze dell’inferiore sempreché, beninteso, tali tendenze non si esplichino in manifestazioni che infirmino la disciplina e la coesione dei reparti. L’opera dell’ufficiale anche in questo campo importantissimo deve tendere a che siano evitate discussioni sterili e dannose, pur lasciando a ciascuno piena libertà di pensiero e di ideologie, specie quando queste tendono al fine comune dianzi accennato e cioè concorrere alla cacciata del nemico ed alla resurrezione della Patria, che è scopo precipuo del nostro Esercito. Su questa via l’esempio è offerto da tutti i partiti, i quali hanno anteposto alle loro idealità politiche i supremi interessi del Paese; l’alto significato morale di questa collaborazione deve essere dagli ufficiali illustrato ai propri dipendenti. Quanto sopra non modifica ma conferma quanto è canone nostro fondamentale e cioè l’Esercito è per sua natura apolitico e la sua funzione è di servire in perfetta disciplina il Paese di cui è l’espressione” <1261.
Questo riallineamento non avvenne senza scossoni, o senza ritardi determinati dalla più o meno grande distanza fra i comandanti locali e gli equilibri ministeriali di Salerno prima e di Roma poi. Non di meno un progressivo ingranamento dell’antifascismo nella macchina ministeriale influenzò le forze armate, e portò ad una timida inclusione dell’antifascismo tra gli scopi della guerra che stavano combattendo.
Al di là degli equilibri governativi, la vita all’interno dei reparti dell’esercito del “Regno del Sud” fu animata dalla rinascente opinione pubblica, ravvivata da una stampa più o meno legata ai partiti, che moltiplicò le voci cui i militari potevano prestare ascolto, soprattutto se fino a quel momento erano stati sordi ad un vociare politicizzato che non fosse quello fascista. Ed è probabilmente questa cacofonia di antifascismi a caccia di proseliti, di stampa alleata volta ad esercitare il proprio Psychological Warfare, che portò Rosolo Branchi a confondere le Four Freedoms che Roosevelt pose alla base della guerra combattuta dalle Nazioni Unite, con la costituzione stessa degli Stati Uniti.
“Con il trascorrere dei giorni [dopo l’arrivo al I Raggruppamento Motorizzato], cominciavano a dischiudersi ai nostri occhi prospettive assolutamente nuove, sconcertanti, che turbavano il nostro abituale modo di pensare e di essere. Appartenenti tutti ad una generazione nata e cresciuta sotto un regime autoritario, leggevamo e sentivamo parlare per la prima volta di libertà di parola, di stampa, di opinioni politiche. Quasi increduli apprendevamo che la costituzione americana sanciva l’uguaglianza degli uomini e che tra i diritti e le libertà dell’individuo, stabiliva persino la libertà dal bisogno. Guardavamo commossi e ammirati quanti giovani americani avevano traversato l’Atlantico per venire a combattere e morire in un paese lontano dal loro” <1262.
Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, Giovanni Bonomi fu particolarmente preoccupato dal contatto che la truppa aveva con la popolazione e, soprattutto, con la stampa. Un contatto che sembrò fornire ai soldati gli strumenti con cui mettere in discussione la gerarchia militare. “Discorsi, colloqui, vita vissuta in mezzo alla truppa mi diedero la precisa sensazione che tutto inevitabilmente vacillasse e si afflosciasse. Ai nostri argomenti i soldati rispondevano con gli speciosi argomenti raccolti dai giornali e dal contatto con i mestatori. Propagandisti di mala fede erano riusciti a penetrare, camuffati, anche nelle file dei reparti. Tutte le forze avverse si erano coalizzate nell’unico intento di sfasciare la compagine di quel piccolo gruppo di ardimentosi. Parrebbe una esagerazione, eppure fu così. Bisognava costruire e si demoliva, era necessario cementare e si disgregava, urgeva suscitare la fiamma e si narcotizzava lo spirito. Ironia ed incoscienza dell’egoismo umano!” <1263
Il maggiore Antonio Tedde percepì come una «lotta fratricida» l’animosità dimostrata dai partiti politici, guidati da individui volti ad «impadronirsi fraudolentemente del potere», e per questo intenzionati a distruggere l’Esercito così da poter approfittare di «un’Italia totalmente disarmata e disorientata» <1264. In fin dei conti, la democrazia non era altro che uno strumento con cui gli ambiziosi potevano ottenere un potere personale. “Così la teorica uguaglianza dei diritti e dei doveri dell’uomo contenuta nei princìpi democratici, finisce il più delle volte, nella realtà dei fatti, in una disuguaglianza proprio ad opera degli stessi uomini che la pontificano: il sogno più bello dell’umanità si trasforma così in un mostro che distrugge sé stesso. E questo, ripetiamolo, non per difetto filosofico della democrazia, ma della natura umana che è inadeguata per ideali che confinano con l’utopia. I pochi uomini che si rivolgo alle masse – sono sempre i più furbi e i più forti – […] si appellano ai princìpi democratici per ottenere l’investitura del potere. Una volta ottenutala, finiscono per diventare i padroni delle masse e si costituiscono in una classe privilegiata. […] Primo e caratteristico segno della democrazia è dunque la divisione, non la comunione: divisione degli animi, degli interessi, delle idee. La conseguenza più evidente ne è l’abuso del potere […]” <1265.
Tedde scrisse le sue memorie vent’anni dopo la fine della guerra, ma nel 1944 si dimostrò più che propenso ad indicare al sottosegretario Mario Palermo gli ufficiali fascisti rimasti fra ranghi dell’esercito cobelligerante <1266. In ogni caso, non tutti videro con sospetto la vita politica dell’Italia liberata, anzi. Gli equilibri politici influenzavano comunque le motivazioni e i sentimenti dei militari nei confronti dei compiti che stavano svolgendo. Il capitano di complemento Enrico Vaccari, assistente di botanica all’Università di Pavia, salutò con soddisfazione la formazione del governo di unità nazionale di Bonomi e la luogotenenza del regno di Umberto. “Mi ha fatto molto piacere la costituzione del nuovo governo e la sparizione del Re. Tutto mi fa pensare ad un maggiore contributo dell’Italia alla guerra di Liberazione e davvero questa è la cosa più importante che deve fare il nuovo governo” <1267.
Per un ufficiale della divisione “Friuli” ormai di decise simpatie comuniste, l’ordine di inneggiare al re dopo l’avvio della luogotenenza di Umberto di Savoia fu vissuto con disgusto impossibile da esprimere. In fin dei conti «con le stellette la politica non si può fare […] (per ora)». “Sono tutti dispiaciuti per il Re che se ne è andato. Quel miserabile monarca che ha sempre collaborato con quell’autentico delinquente del Duce. Ci fanno gridare ancora: Savoia!!!, ancora si prega per lui che ha governato l’Italia in questo orribile modo. Rivoluzione ci vuole, fucilazione a tutti questi maledetti. Deve sparire tutto questo lordume che ha insozzato l’Italia e ancora tentano in tutti i modi a non voler riconoscere che son stati loro la rovina” <1268.
Come abbiamo visto, i riferimenti più aperti alla monarchia in realtà vennero progressivamente espunti tanto dagli ordini del giorno alle truppe <1269, quanto dalla stampa volta ai militari. Ma al di là del vissuto individuale, il ritardo dell’opinione pubblica militare scavò un fossato non solo tra sé ed una società alla ricerca di una nuova religione civile, ma anche tra sé ed il poliedrico antifascismo al governo. La circolare di Taddeo Orlando cercò di tutelare una qualche forma di pluralismo anche all’interno dei reparti, ma per molti militari il crollo della religione politica fascista scosse spaventosamente l’edificio della gerarchia di cui erano i rappresentanti, e che proprio partiti ed opinione pubblica sembravano voler parimenti abbattere nella loro ricerca di responsabili per il disastro italiano. Quando a partire dall’estate del 1944 un numero sempre maggiore di volontari antifascisti iniziò ad arruolarsi nel Regio Esercito, i ritardi dei militari e le fughe in avanti dei militanti composero uno dei quadri dell’“altro dopoguerra”, in cui patriottismo autoritario e patriottismo antifascista sfumarono ma non si fusero.
[NOTE]
1255 Così li definì Vittorio Emanuele, quando Pietro Acquarone cercò delle personalità antifasciste cui affidare il governo che sarebbe dovuto succedere a quello di Mussolini, BERTOLDI Silvio, Vittorio Emanuele III. Un re tra le due guerre e il fascismo, UTET, Torino 2002 (1ª edizione 1989), p. 343.
1256 Le richieste di giuramento furono fatte dai comandi di Torino e Trieste, ACS, PCM, Atti 1943, f. 1.1.12, n. 21424, Il comandante generale della MVSN, Armellini, alla presidenza del Consiglio dei ministri e al Comando supremo, Roma, 28 luglio 1943, telespresso, come citato in L’Italia dei quarantacinque giorni…, p. 194.
1257 La possibilità di iscriversi al PNF, permessa durante il fascismo, venne ridotta ad una semplice formalità legale aperta dal desiderio del governo fascista, ACS, Aeronautica, 1943, b. 63, f. 3.IX.1, Cicolare del 31 luglio di Ambrosio a tutti i ministeri militari, come citata in ibid., p. 64.
1258 Fascisti erano i due maggiori responsabili dell’eccidio di Bari del 28 luglio 1943. Un sottufficiale del battaglione “San Marco” iscritto al Partito Fascista, seguì un corteo composto di studenti delle scuole medie che manifestavano a favore del re e del nuovo governo. Quando i ragazzi arrivarono davanti alla federazione fascista del capoluogo pugliese, il militare esplose alcuni colpi di pistola. Gli spari scatenarono la fucileria del plotone di fanteria a presidio della sede del PNF, guidati da un ufficiale parimenti iscritti al Partito. L’azione provocò 18 morti e 70 feriti, soprattutto fra gli studenti, ACS, MI, AG 1920-1945, A5G, f. 10 Bari, b. 102, Promemoria sui fatti di Bari; ibid., Il comandante della legione territoriale dei CCRR di Bari, Geronazzo, al generale Melia, presso il Comando del presidio militare, come riportato in ibid., p. 258.
1259 Il 27 venne infatti proclamato lo stato di guerra su tutto il territorio nazionale. Il testo di una delle copie della Circolare Roatta è in ibid., pp. 11-12n.
1260 ACS, Aeronautica, 1943, b. 112, f. 8.II.2, Circolare del Ministero della Guerra a tutti i comandi, 22 agosto 1943, come riportata in ibid., p. 65. Appare comunque eccessivo attribuire alle autorità militari il desiderio di usare i fascisti richiamati alle armi in funzione anticomunista, dato che per loro stessa ammissione i fascisti erano «un gruppo di elementi che nei confronti della truppa è destituito di ogni titolo di prestigio», ACS, PCM, Atti 1943, f. 20.13, n. 23577, s.f 2, Ufficiali in SPE delle forze armate. Considerazioni sulla loro depressione morale. Memoriale, come citato in ibid., p. 66.
1261 ACS, PCM Napoli Salerno 1943-1944, cat. 10, n.1, f. 25 Tendenze politiche nele file dell’Esercito, Ministero della Guerra. Gabinetto, N. di prot. 7850/I/7.3.52, 25 maggio 1944, Tendenze politiche nelle file dell’Esercito.
1262 BRANCHI, Nebbia amica…, p. 90.
1263 BONOMI, Dal Volturno al Po…, Vol. I, p. 147. Ovviamente tutti sembrarono essere soddisfatti all’annuncio del ritorno in linea, che avrebbe sottratto la truppa all’influenza dei “mestatori”, vedi ibid., p. 149.
1264 TEDDE, Un ufficiale scomodo…, pp. 141-142, p. 156.
1265 Ibid., pp. 144-145.
1266 AISRC, Fondo Mario Palermo, Ss. I, b. 23, f. 102, Promemoria sugli avvenimenti all’atto dell’armistizio e durante l’occupazione nazi-fascista, Dichiarazione del maggiore Antonio Tedde, Cagli, 12 settembre 1944. L’Italia Libera denunciò la presenza del Capo di stato maggiore della divisione corazzata della Miliza nel CIL, a comando di una delle sue brigate, L’azione di comando, in «L’Italia Libera», a. II, n. 122, 3 ottobre 1944, p. 1.
1267 CEVA Bianca, Cinque anni… Lettera dell’15 giugno 1944.
1268 ADN, LANZONI Aldo, Diario di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale: Corsica, Sardegna e Italia meridionale, pp. 29-30.
1269 Puntoni notò sconsolato come, ancora prima del ritiro di Vittorio Emanuele a vita privata, l’ordine del giorno con cui il comandante dell’Arma dei Carabinieri Reali salutò la liberazione di Roma e la festa dei carabinieri «non si fa menzione della persona del Sovrano ma si parla più della necessità di rimanere fedeli al governo nazionale», PUNTONI Paolo, Parla Vittorio Emanuele III, Il Mulino, Bologna 1993, p. 235, 5 giugno 1944.
Nicolò Da Lio, Il Regio Esercito fra fascismo e Guerra di Liberazione. 1922-1945, Tesi di dottorato, Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, 2016#1943 #1944 #agosto #antifascisti #AntonioTedde #autorità #Badoglio #Bonomi #comunisti #esercito #fascisti #GiovanniBonomi #governo #militari #NicolòDaLio #ordine #partigiani #partiti #pubblico #regio #Resistenza #RosoloBranchi #settembre #tedeschi #truppa
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Dissidenza di sinistra durante la lotta di Liberazione
A Torino, nel 1943, molto attivo nelle fabbriche, con un’adesione quasi pari a quella del PCI (duemila militanti) operava il Partito Comunista Integrale. A partire dal nome stesso, questo gruppo si considerava il depositario del vero marxismo, distinguendosi dal PCI, che sarebbe invece venuto meno ai compiti che si era proposto al momento della sua fondazione. Il Partito Comunista Integrale lavorava per la costituzione di un vero partito “leninista”, formato da quadri educati al rigore ed alla disciplina della lotta. Gli esponenti di spicco del gruppo erano Pasquale Rainone, operaio Fiat, licenziato dalle Ferrovie per la sua attività politica, molto conosciuto nelle fabbriche e nella Barriera Torinese per la sua presenza attiva nelle lotte. Insieme a lui operava Temistocle Vaccarella, di professione cappellaio, originario di Avellino. Essi non condividevano appieno le analisi della situazione (Vaccarella era molto più critico verso il PCI, più intransigente), ma erano accomunati dal medesimo impegno politico nelle fabbriche. Il gruppo pubblicava il giornale Stella Rossa, e i suoi militanti furono i primi a formare, dopo l’8 settembre, le bande armate contro i nazifascisti, rivendicando un antifascismo rivoluzionario, al di fuori di ogni alleanza con le forze borghesi. Nelle fabbriche avevano anche organizzato i loro GAP, distinti da quelli del PCI. Fra i gruppi dissidenti erano i soli a tentare una distinzione di classe tra nazisti e proletari tedeschi, anche se questa differenziazione era sostenuta solo a livello teorico. La critica, dai toni anche molto duri, che rivolgevano al PCI, definito “centrista”, era di partecipare al tentativo borghese di cloroformizzare le masse, attraverso la democrazia, che non era altro che la maschera borghese del capitalismo, allo stesso modo del fascismo. La contraddizione di fondo della loro impostazione politica, che caratterizzava tutti i gruppi dissidenti con l’unica eccezione del PCint., era il giudizio sull’URSS. Il PC integrale si riteneva il rappresentante del socialismo sovietico in Italia: nessuna critica era mossa allo stalinismo e all’URSS, anzi, gli attacchi portati al PCI erano condotti in nome del “paese del socialismo”, del quale offrivano un’immagine creata da loro stessi. Di conseguenza, la critica al PCI investiva l’operato del partito dalla caduta del fascismo in poi. A Stella Rossa non furono risparmiati gli attacchi diffamatori del PCI. Il grosso seguito che il gruppo aveva nella situazione operaia torinese lo rendeva pericoloso agli occhi dei dirigenti del PCI. Al PC integrale erano rivolte le solite accuse di attendismo. Le invettive erano rivolte prevalentemente contro il “sinistro” Vaccarella, ma nei suoi confronti si andò oltre gli attacchi verbali.
[…] Un altro gruppo di dissidenti era quello riunito attorno al giornale Il Lavoratore di Legnano. Legnano era una città a forte tradizione operaia, c’erano nuclei attivi di operai comunisti, che dopo la caduta del fascismo si trovarono su posizioni più a sinistra del PCI. Il gruppo de Il Lavoratore criticava l’accordo politico del PCI con le forze borghesi, ma non metteva in discussione il suo ruolo e accettava la coalizione dei CLN. Essi ritenevano che la lotta del proletariato contro il nazifascismo, dovesse avere un carattere essenzialmente anticapitalistico e non propugnavano alcuna “democrazia progressiva” o “popolare”, ma la lotta prima contro il nazifascismo e poi contro il capitalismo. Rispetto agli altri gruppi, non esaltavano l’URSS. I personaggi più rilevanti dell’organizzazione erano i fratelli Venegoni; Carlo era stato fra i costitutori del Comitato d’Intesa ed in seguito si era schierato con Gramsci. <23 Nel 1942 aveva avuto, al momento della formazione del PCint., dei contatti con Maffi, il quale gli aveva proposto di entrare nel partito, ma egli aveva rifiutato. Il gruppo era vicino al PCI ma era da esso attaccato al pari degli altri dissidenti, in particolare per i contatti avuti con Prometeo e Stella Rossa. Esso fu riassorbito nel partito nel luglio 1944. Molto vicino al gruppo de Il Lavoratore, con il quale intratteneva anche rapporti di collaborazione, c’era un gruppo di esponenti della sinistra del PCd’I formato da vecchi militanti del partito, Repossi, Fortichiari, Mario Lanfranchi, Della Lucia. <24 Essi si incontravano già negli anni ’30 e avevano stilato documenti a volte firmati a nome di un “Gruppo comunista” o “Sinistra comunista”. Essi lavoravano parallelamente agli altri gruppi, con i quali concordavano su molti aspetti. Nel 1943, Fortichiari aveva chiesto di entrare nel PCI dove fu ammesso solo dopo il 25 luglio, insieme a Repossi era stato contattato da Damen e anche da Maffi per un confronto su alcune questioni politiche. Egli non credeva nella politica del PCI, ed era molto critico sull’URSS, ma riteneva possibile cambiare qualcosa solo agendo all’interno del partito.
[NOTE]
23 Ibid., p. 205 e sgg.
24 Mario LANFRANCHI fu in un certo senso il finanziatore della Frazione, possedeva una azienda concessionaria di macchinari agricoli tedeschi esclusiva per la Francia. Nella stessa fabbrica lavorava Della Stella e suo figlio. Egli permise alla figlia di Damen di proseguire i propri studi. (Testimonianza di Piero Corradi).
25 B. FORTICHIARI, cit., pp. 170-176.
Angela Ottaviani, La sinistra comunista dai Fronti Popolari alla Resistenza, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 1990-1991A livello ufficiale, il Partito comunista tacciava con un termine dall’odore di anatema tutti coloro che si ponevano alla sua sinistra: ‘sinistrismo’, variabile di ‘estremismo’ e, ancora più antico, ‘trotzkismo’. Famoso resta l’infelice articolo di Pietro Secchia dal titolo “Sinistrismo maschera della Gestapo” <296, con il quale alcuni storici hanno ipotizzato si era giustificata dalle pagine de l’Unità la condanna a morte di alcuni leader partigiani di gruppi trotzkisti o antisovietici, ma non solo: il dubbio di una simile condanna pesa anche sulla figura di Lelio Basso, socialista rivoluzionario, tra i più agguerriti oppositori alla politica di unità ciellenista a tutti i costi <297. Scritto peraltro da un esponente di primo piano del PCI sospettato più avanti egli stesso di estremismo interno, esso sembra rivolto anche a un certo sinistrismo proprio di quadri e militanti del partito; in questo caso il termine utilizzato è ‘settarismo’, per indicare un senso di appartenenza tale al partito e alla classe operaia da incrinare la linea stessa del partito. Infatti “L’estremismo entrava più nel merito e proponeva contenuti diversi e tempi veloci facendo coincidere la grandiosità dell’obiettivo con l’immediata possibilità di realizzarlo. Non si trattava tanto di malattia infantile, quanto di intensità della richiesta. Nella realtà avveniva un complicato gioco di relazioni fra settarismo ed estremismo, che dava vita a forme varie di ‘sinistrismo’ “. <298 Significativo, da questo punto di vista, il gruppo milanese riunito attorno ai fratelli Venegoni e al giornale “Il Lavoratore”: “La sola formazione esterna al Pci presente con solidi legami di massa è quella che si esprime attraverso ‘Il Lavoratore’: è un gruppo locale, ed opera nel circondario di Legnano dove il suo ascendente è molto forte. Dal giornale emergono molto forti le riserve sullo stalinismo del Pci, e dai rapporti conservati nell’archivio del Pci si desume anche che un’aspra polemica lo contrapponeva al partito perché quest’ultimo sarebbe stato presente troppo debolmente negli scioperi di marzo [1943, nda]”. <299
Anche se, nel giudizio espresso da Luigi Longo a Roma, il gruppo è orientato in senso estremista, ma non antipartito. <300 E ancora più importante risulta il gruppo bassiano del Movimento di unità proletaria fondato il 10 gennaio 1943 e che per lungo tempo, dopo il rientro di Basso nel PSI (nel settembre ’43), rappresentò l’unica formazione antiattendista in campo socialista <301. La figura di Basso è piuttosto particolare: esponente di un socialismo operaista dichiaratamente rivoluzionario, favorevole all’unità di intenti con il PCI e al tempo stesso critico da sinistra sulle posizioni di compromesso che la dirigenza comunista assume dopo la svolta di Salerno.
[NOTE]
296 Ricordiamo, per correttezza, nonostante la palese asimmetria organizzativa, che anche nel fronte estremista ci sono state prese di posizione radicalmente antagoniste, come quella comparsa il 1° marzo 1945 nell’articolo ‘Sulla guerra’ sul giornale bordighista Prometeo in cui si affermava che ‘alle tre maschere del nemico di classe (democrazia, fascismo, sovietismo), il proletariato risponde trasformando la guerra in rivoluzione’.
297 Cfr. G. Monina, Il Movimento di Unità Proletaria (1943-1945), Carocci Editore 2005
298 C. Pavone, Una guerra civile, op. cit., p. 367
299 L. Ganapini, op. cit., p. 67
300 Lettera del 6 dicembre 1943, in C. Pavone, Una guerra civile, op. cit., pp. 370-71
301 Se consideriamo che le Brigate Matteotti, legate appunto al PSI, furono fondate solo dopo la metà del 1944.
Elio Catania, Il conflitto sociale: “motore della Storia” o “tabù” storico-politico. Il caso di Milano nel secondo dopoguerra, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2016-2017«Le formazioni che si svilupparono alla sinistra del Pci e del Partito socialista, oltre a contrastare i due partiti sul piano politico, riuscirono a conquistarsi un seguito alquanto notevole, anche se solo per alcuni mesi. La “dissidenza” di sinistra, se così si può definire, non era tipica di alcune zone d’Italia ma si estendeva su tutto il territorio occupato e travalicava i confini militari per ripresentarsi nell’Italia liberata dalle truppe alleate» <26.
Queste parole aiutano a comprendere quale sia stata l’effettiva espansione e l’incidenza di questo fenomeno, i cui strascichi possono essere individuati a fasi alterne anche per un lungo periodo del dopoguerra.
La nascita di queste esperienze può essere collocata nel periodo compreso tra l’8 settembre e l’effettiva occupazione del territorio italiano dalle truppe tedesche, quando il governo monarchico di Badoglio rese esplicita, ancora una volta, la volontà di proseguire la guerra, questa volta schierato al fianco dell’esercito alleato.
Le agitazioni e gli scioperi che si susseguirono in questo momento di transizione costrinsero le autorità centrali a coinvolgere nell’azione di governo i partiti antifascisti appena usciti da una clandestinità durata vent’anni. L’azione di quest’ultimi, se in qualche modo fornì maggiore legittimità alle istituzioni, venne vista da sinistra come un tradimento rispetto alle aspettative rivoluzionarie delle classi lavoratrici e come un modo per inserire la guerra di liberazione entro gli argini di una non meglio identificata lotta democratica.
«Per il Pci e il Psi non si trattava infatti di mettere in discussione il potere di quella borghesia che aveva convissuto col fascismo nel ventennio appena trascorso, ma di allearsi con quei settori che ne accettavano la guerra democratica. Era in pratica la riproposizione delle guerre risorgimentali per riconquistare l’unità del territorio nazionale, con una differenza sostanziale: questa volta la classe operaia, ormai diventata “classe nazionale”, doveva porsi come forza d’avanguardia e d’esempio alle altre classi» <27.
In questo contesto ebbero dunque gioco facile i proclami oltranzisti che avevano caratterizzato la componente massimalista del PSI e quella bordighista del PCI in seguito al congresso di Livorno nel 1921. Branditi con entusiasmo dalle generazioni più anziane di militanti, queste dichiarazioni ebbero l’effetto di una calamita per quei tanti che non avevano soppresso i propri ideali durante i lunghi anni di dittatura fascista.
Al settarismo di questa componente, che legava alla militanza un forte richiamo simbolico alla tradizione <28, si affiancò un estremismo dettato dalla volontà di fare tutto e subito, di segno differente rispetto alle velleità dei
vecchi militanti. Era la spinta in avanti di quei giovani che intravedevano nella guerra partigiana un’occasione di riscatto, un afflato rivoluzionario che andava colto nella sua interezza prima di essere soffocato dalla reazione delle forze borghesi.
«Dell’aspettativa che la caduta del fascismo travolgesse con sé anche il capitalismo non esisteva soltanto una versione dotta, catastrofica e terzinternazionalista […]. Esisteva anche una versione vissuta attraverso l’immediata identificazione del fascista con il padrone e l’aspettativa di un mondo nuovo, del socialismo o del comunismo (la distinzione fra i due termini, nettissima sul piano pragmatico e di partito, sul piano dei principi ideali sfumava fino a dissolversi)» <29.
L’alternanza tra queste due anime, il cui contrasto non è così netto come potrebbe sembrare, si aggregò nei gruppi dissidenti, pur formando elaborazioni ideologiche differenti: secondo Pavone <30 ci fu infatti chi si attestò su posizioni di attendismo messianico in nome della purezza della lotta di classe, e chi si lasciò trasportare da una sorta di “settarismo militare”.
Nessuna di queste posizioni, d’altronde, era estranea all’humus militante del PCI, ma creò un precedente allarmante nel momento in cui diede origine alla nascita di organizzazioni dissidenti.
Questa “area grigia” della dissidenza faceva capo a una moltitudine di riferimenti ideologici, che passavano dal sindacalismo anarchico al cosiddetto “bordighismo” (i cui confini teorici rimangono molto sfocati) per approdare allo scissionismo trockista. Il “sinistrismo”, come verrà definito dai vertici del PCI, comprendeva vaste aree di delusi dalla politica centrista, e venne pesantemente attaccato dagli organi ufficiali del CLN e dei partiti che vi facevano parte.
La sua presenza e la sua intensità furono tanto maggiori in quelle aree in cui il radicamento dei partiti ufficiali era più difficoltoso, soprattutto nelle grandi metropoli industriali come Torino e Milano. Nel sud Italia prese forma soprattutto tramite la ricostituzione della Confederazione Generale del Lavoro e scontò una forte avversione anche da parte del governo badogliano, laddove la presenza degli alleati avrebbe dovuto garantire un “ritorno alla normalità” tramite una spietata repressione nei confronti dei moti popolari.
Nel Nord, infatti, la contiguità tra le lotte operaie e la guerriglia partigiana aiutò in qualche modo a saldare il mito della liberazione nazionale con quello del “balzo in avanti” delle classi lavoratrici, accentuando anche le aspettative nei confronti di quella che si andava prospettando come “insurrezione finale”; nel Sud, partendo da Roma, l’insofferenza per la monarchia e il nuovo fascismo “mascherato” rinsaldarono la consapevolezza di dover superare le ambiguità della politica di unità nazionale e pretendere da subito alcune priorità: risoluzione delle urgenze economiche dei braccianti agricoli, maggiori agevolazioni in campo politico e smantellamento del vecchio ordinamento fascista.
In certi casi, le parole d’ordine altisonanti e la condotta meno politica e più spontanea di alcuni gruppi dissidenti può sembrare anacronistica o improduttiva ai fini del nuovo orizzonte politico che andava delineandosi in Italia, ma non va dimenticato come questi atteggiamenti fossero sicuramente condivisi da buona parte di quel segmento di popolazione che aveva intravisto nel PCI e nel PSI una concreta prospettiva di rinascita rivoluzionaria a guerra conclusa.
«E’ la voce di piccole sette, di gruppi già “dormienti” e che ora, illudendosi che stia per scoccare l’ora suprema dei conti con la borghesia, esprimono tutto il loro estremismo infantile? E’ un’azione di provocatori più o meno inconsci? E’, se non proprio una maschera della Gestapo <31, almeno una maschera dell’opportunismo attendista? Anche se esistono questi connotati, compresa la provocazione, il fenomeno indica piuttosto che all’inizio della lotta di liberazione emerge uno stato d’animo, tornano alla luce convinzioni dottrinali, tradizioni, impulsi di radicalismo classista, che sono più generalizzabili. Li troveremo per esempio nel Sud nelle file del Partito comunista e del Partito socialista, difesi dai quadri oltre che dalla base, li avvertiamo in nuclei operativi del Nord, tra gli intellettuali, i giovani, li sentiamo trapelare nei dibattiti dei gruppi dirigenti. E non è qui che sia dato di vedere una forte differenza tra Milano e Roma» <32.
E’ più che verosimile che queste dissidenze non costituirono mai una reale alternativa ai partiti di sinistra, soprattutto a causa della loro forte repulsione verso le politiche centriste del CLN, così come è un dato che, allo stesso tempo, esse «non furono in grado di recidere fino in fondo il cordone ombelicale che le legava alle ideologie della sinistra istituzionale» <33. E’ però vero che esercitarono un’effettiva influenza sulle masse più politicizzate della penisola, e il loro contributo di elaborazione teorica fu a sua volta riutilizzato dal PCI per assorbire il dissenso e mantenere una certa credibilità anche sul fronte delle aspettative rivoluzionarie.
I tentativi di questi gruppi di andare verso una piattaforma allargata e condivisa che si ponesse come un reale contraltare alla sinistra del CLN furono per lo più infruttuosi e scontarono, oltre alle divergenze ideologiche, anche una ferma opposizione sia da parte del governo centrale che dai militanti del “centro”.
E non sono ormai più un mistero nemmeno i tentativi (spesso riusciti) da parte del PCI di mettere a tacere una volta per tutte queste voci scomode tramite agguati e omicidi, per lungo tempo attribuiti alla rappresaglia fascista.
L’indebolimento che ne conseguì, unito all’assottigliamento delle divergenze teoriche tra le dissidenze e i partiti ufficiali della sinistra, convinse buona parte dei militanti che un “fronte unico” durante la guerra avrebbe favorito in larga parte una riorganizzazione della società in senso comunista a guerra terminata. L’assimilazione dei gruppi dissidenti divenne realtà anche prima dell’aprile 1945, ad esclusione di quei movimenti, decisamente minoritari, già precedentemente organizzati in partiti e le cui strutture potevano vantare una certa organicità. Il loro contributo subì una rimozione forzata all’interno dell’immaginario collettivo, per poi manifestarsi ciclicamente sotto nuove forme per un lungo periodo del dopoguerra, a dimostrazione del fatto che, se alcune voci erano state poste sotto silenzio, non valeva il medesimo discorso per i tanti militanti di base ancora illusi che l’alba nuova del socialismo non avrebbe tardato ad arrivare anche in Italia, magari accompagnata dalle divisioni dell’Armata Rossa sovietica.
[NOTE]
26 PEREGALLI A., La sinistra dissidente in Italia nel periodo della Resistenza, cit., p.63
27 Ibidem, p.61
28 «Settarismo, superiorità, saluto con il pugno chiuso, stella rossa, politica integrale, sfiducia e critica a tutto e tutti […]». PAVONE C., Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, cit., p.366
29 Ibidem, p.351
30 Ibidem, pp.366-370
31 Il sinistrismo e la maschera della Gestapo, in “La nostra lotta”, a.I, n.6, dicembre 1943, pp.16-19 è un articolo quasi sicuramente redatto da Pietro Secchia in cui vengono attaccati i più famosi gruppi dissidenti del nord Italia con l’accusa di essere agenti provocatori al soldo dei nazifascisti. Tornerò ad occuparmi più approfonditamente di questo articolo nel secondo capitolo.
32 SPRIANO P., Storia del Partito comunista italiano, cit., p.102
33 PEREGALLI A., L’altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di Sinistra, Graphos, 1991, cit., p.11
Tommaso Rebora, Oltre il PCI: “Stella Rossa” e i gruppi dissidenti nella Resistenza italiana, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2012-2013#1943 #1944 #1945 #AngelaOttaviani #comunisti #dissidenti #ElioCatania #fascisti #guerra #integrale #Legnano #LelioBasso #Liberazione #lotta #milano #Nord #PCI #Resistenza #sinistra #sinistrismo #Sud #tedeschi #TommasoRebora #Torino #trotzkismo
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Dissidenza di sinistra durante la lotta di Liberazione
A Torino, nel 1943, molto attivo nelle fabbriche, con un’adesione quasi pari a quella del PCI (duemila militanti) operava il Partito Comunista Integrale. A partire dal nome stesso, questo gruppo si considerava il depositario del vero marxismo, distinguendosi dal PCI, che sarebbe invece venuto meno ai compiti che si era proposto al momento della sua fondazione. Il Partito Comunista Integrale lavorava per la costituzione di un vero partito “leninista”, formato da quadri educati al rigore ed alla disciplina della lotta. Gli esponenti di spicco del gruppo erano Pasquale Rainone, operaio Fiat, licenziato dalle Ferrovie per la sua attività politica, molto conosciuto nelle fabbriche e nella Barriera Torinese per la sua presenza attiva nelle lotte. Insieme a lui operava Temistocle Vaccarella, di professione cappellaio, originario di Avellino. Essi non condividevano appieno le analisi della situazione (Vaccarella era molto più critico verso il PCI, più intransigente), ma erano accomunati dal medesimo impegno politico nelle fabbriche. Il gruppo pubblicava il giornale Stella Rossa, e i suoi militanti furono i primi a formare, dopo l’8 settembre, le bande armate contro i nazifascisti, rivendicando un antifascismo rivoluzionario, al di fuori di ogni alleanza con le forze borghesi. Nelle fabbriche avevano anche organizzato i loro GAP, distinti da quelli del PCI. Fra i gruppi dissidenti erano i soli a tentare una distinzione di classe tra nazisti e proletari tedeschi, anche se questa differenziazione era sostenuta solo a livello teorico. La critica, dai toni anche molto duri, che rivolgevano al PCI, definito “centrista”, era di partecipare al tentativo borghese di cloroformizzare le masse, attraverso la democrazia, che non era altro che la maschera borghese del capitalismo, allo stesso modo del fascismo. La contraddizione di fondo della loro impostazione politica, che caratterizzava tutti i gruppi dissidenti con l’unica eccezione del PCint., era il giudizio sull’URSS. Il PC integrale si riteneva il rappresentante del socialismo sovietico in Italia: nessuna critica era mossa allo stalinismo e all’URSS, anzi, gli attacchi portati al PCI erano condotti in nome del “paese del socialismo”, del quale offrivano un’immagine creata da loro stessi. Di conseguenza, la critica al PCI investiva l’operato del partito dalla caduta del fascismo in poi. A Stella Rossa non furono risparmiati gli attacchi diffamatori del PCI. Il grosso seguito che il gruppo aveva nella situazione operaia torinese lo rendeva pericoloso agli occhi dei dirigenti del PCI. Al PC integrale erano rivolte le solite accuse di attendismo. Le invettive erano rivolte prevalentemente contro il “sinistro” Vaccarella, ma nei suoi confronti si andò oltre gli attacchi verbali.
[…] Un altro gruppo di dissidenti era quello riunito attorno al giornale Il Lavoratore di Legnano. Legnano era una città a forte tradizione operaia, c’erano nuclei attivi di operai comunisti, che dopo la caduta del fascismo si trovarono su posizioni più a sinistra del PCI. Il gruppo de Il Lavoratore criticava l’accordo politico del PCI con le forze borghesi, ma non metteva in discussione il suo ruolo e accettava la coalizione dei CLN. Essi ritenevano che la lotta del proletariato contro il nazifascismo, dovesse avere un carattere essenzialmente anticapitalistico e non propugnavano alcuna “democrazia progressiva” o “popolare”, ma la lotta prima contro il nazifascismo e poi contro il capitalismo. Rispetto agli altri gruppi, non esaltavano l’URSS. I personaggi più rilevanti dell’organizzazione erano i fratelli Venegoni; Carlo era stato fra i costitutori del Comitato d’Intesa ed in seguito si era schierato con Gramsci. <23 Nel 1942 aveva avuto, al momento della formazione del PCint., dei contatti con Maffi, il quale gli aveva proposto di entrare nel partito, ma egli aveva rifiutato. Il gruppo era vicino al PCI ma era da esso attaccato al pari degli altri dissidenti, in particolare per i contatti avuti con Prometeo e Stella Rossa. Esso fu riassorbito nel partito nel luglio 1944. Molto vicino al gruppo de Il Lavoratore, con il quale intratteneva anche rapporti di collaborazione, c’era un gruppo di esponenti della sinistra del PCd’I formato da vecchi militanti del partito, Repossi, Fortichiari, Mario Lanfranchi, Della Lucia. <24 Essi si incontravano già negli anni ’30 e avevano stilato documenti a volte firmati a nome di un “Gruppo comunista” o “Sinistra comunista”. Essi lavoravano parallelamente agli altri gruppi, con i quali concordavano su molti aspetti. Nel 1943, Fortichiari aveva chiesto di entrare nel PCI dove fu ammesso solo dopo il 25 luglio, insieme a Repossi era stato contattato da Damen e anche da Maffi per un confronto su alcune questioni politiche. Egli non credeva nella politica del PCI, ed era molto critico sull’URSS, ma riteneva possibile cambiare qualcosa solo agendo all’interno del partito.
[NOTE]
23 Ibid., p. 205 e sgg.
24 Mario LANFRANCHI fu in un certo senso il finanziatore della Frazione, possedeva una azienda concessionaria di macchinari agricoli tedeschi esclusiva per la Francia. Nella stessa fabbrica lavorava Della Stella e suo figlio. Egli permise alla figlia di Damen di proseguire i propri studi. (Testimonianza di Piero Corradi).
25 B. FORTICHIARI, cit., pp. 170-176.
Angela Ottaviani, La sinistra comunista dai Fronti Popolari alla Resistenza, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 1990-1991A livello ufficiale, il Partito comunista tacciava con un termine dall’odore di anatema tutti coloro che si ponevano alla sua sinistra: ‘sinistrismo’, variabile di ‘estremismo’ e, ancora più antico, ‘trotzkismo’. Famoso resta l’infelice articolo di Pietro Secchia dal titolo “Sinistrismo maschera della Gestapo” <296, con il quale alcuni storici hanno ipotizzato si era giustificata dalle pagine de l’Unità la condanna a morte di alcuni leader partigiani di gruppi trotzkisti o antisovietici, ma non solo: il dubbio di una simile condanna pesa anche sulla figura di Lelio Basso, socialista rivoluzionario, tra i più agguerriti oppositori alla politica di unità ciellenista a tutti i costi <297. Scritto peraltro da un esponente di primo piano del PCI sospettato più avanti egli stesso di estremismo interno, esso sembra rivolto anche a un certo sinistrismo proprio di quadri e militanti del partito; in questo caso il termine utilizzato è ‘settarismo’, per indicare un senso di appartenenza tale al partito e alla classe operaia da incrinare la linea stessa del partito. Infatti “L’estremismo entrava più nel merito e proponeva contenuti diversi e tempi veloci facendo coincidere la grandiosità dell’obiettivo con l’immediata possibilità di realizzarlo. Non si trattava tanto di malattia infantile, quanto di intensità della richiesta. Nella realtà avveniva un complicato gioco di relazioni fra settarismo ed estremismo, che dava vita a forme varie di ‘sinistrismo’ “. <298 Significativo, da questo punto di vista, il gruppo milanese riunito attorno ai fratelli Venegoni e al giornale “Il Lavoratore”: “La sola formazione esterna al Pci presente con solidi legami di massa è quella che si esprime attraverso ‘Il Lavoratore’: è un gruppo locale, ed opera nel circondario di Legnano dove il suo ascendente è molto forte. Dal giornale emergono molto forti le riserve sullo stalinismo del Pci, e dai rapporti conservati nell’archivio del Pci si desume anche che un’aspra polemica lo contrapponeva al partito perché quest’ultimo sarebbe stato presente troppo debolmente negli scioperi di marzo [1943, nda]”. <299
Anche se, nel giudizio espresso da Luigi Longo a Roma, il gruppo è orientato in senso estremista, ma non antipartito. <300 E ancora più importante risulta il gruppo bassiano del Movimento di unità proletaria fondato il 10 gennaio 1943 e che per lungo tempo, dopo il rientro di Basso nel PSI (nel settembre ’43), rappresentò l’unica formazione antiattendista in campo socialista <301. La figura di Basso è piuttosto particolare: esponente di un socialismo operaista dichiaratamente rivoluzionario, favorevole all’unità di intenti con il PCI e al tempo stesso critico da sinistra sulle posizioni di compromesso che la dirigenza comunista assume dopo la svolta di Salerno.
[NOTE]
296 Ricordiamo, per correttezza, nonostante la palese asimmetria organizzativa, che anche nel fronte estremista ci sono state prese di posizione radicalmente antagoniste, come quella comparsa il 1° marzo 1945 nell’articolo ‘Sulla guerra’ sul giornale bordighista Prometeo in cui si affermava che ‘alle tre maschere del nemico di classe (democrazia, fascismo, sovietismo), il proletariato risponde trasformando la guerra in rivoluzione’.
297 Cfr. G. Monina, Il Movimento di Unità Proletaria (1943-1945), Carocci Editore 2005
298 C. Pavone, Una guerra civile, op. cit., p. 367
299 L. Ganapini, op. cit., p. 67
300 Lettera del 6 dicembre 1943, in C. Pavone, Una guerra civile, op. cit., pp. 370-71
301 Se consideriamo che le Brigate Matteotti, legate appunto al PSI, furono fondate solo dopo la metà del 1944.
Elio Catania, Il conflitto sociale: “motore della Storia” o “tabù” storico-politico. Il caso di Milano nel secondo dopoguerra, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2016-2017«Le formazioni che si svilupparono alla sinistra del Pci e del Partito socialista, oltre a contrastare i due partiti sul piano politico, riuscirono a conquistarsi un seguito alquanto notevole, anche se solo per alcuni mesi. La “dissidenza” di sinistra, se così si può definire, non era tipica di alcune zone d’Italia ma si estendeva su tutto il territorio occupato e travalicava i confini militari per ripresentarsi nell’Italia liberata dalle truppe alleate» <26.
Queste parole aiutano a comprendere quale sia stata l’effettiva espansione e l’incidenza di questo fenomeno, i cui strascichi possono essere individuati a fasi alterne anche per un lungo periodo del dopoguerra.
La nascita di queste esperienze può essere collocata nel periodo compreso tra l’8 settembre e l’effettiva occupazione del territorio italiano dalle truppe tedesche, quando il governo monarchico di Badoglio rese esplicita, ancora una volta, la volontà di proseguire la guerra, questa volta schierato al fianco dell’esercito alleato.
Le agitazioni e gli scioperi che si susseguirono in questo momento di transizione costrinsero le autorità centrali a coinvolgere nell’azione di governo i partiti antifascisti appena usciti da una clandestinità durata vent’anni. L’azione di quest’ultimi, se in qualche modo fornì maggiore legittimità alle istituzioni, venne vista da sinistra come un tradimento rispetto alle aspettative rivoluzionarie delle classi lavoratrici e come un modo per inserire la guerra di liberazione entro gli argini di una non meglio identificata lotta democratica.
«Per il Pci e il Psi non si trattava infatti di mettere in discussione il potere di quella borghesia che aveva convissuto col fascismo nel ventennio appena trascorso, ma di allearsi con quei settori che ne accettavano la guerra democratica. Era in pratica la riproposizione delle guerre risorgimentali per riconquistare l’unità del territorio nazionale, con una differenza sostanziale: questa volta la classe operaia, ormai diventata “classe nazionale”, doveva porsi come forza d’avanguardia e d’esempio alle altre classi» <27.
In questo contesto ebbero dunque gioco facile i proclami oltranzisti che avevano caratterizzato la componente massimalista del PSI e quella bordighista del PCI in seguito al congresso di Livorno nel 1921. Branditi con entusiasmo dalle generazioni più anziane di militanti, queste dichiarazioni ebbero l’effetto di una calamita per quei tanti che non avevano soppresso i propri ideali durante i lunghi anni di dittatura fascista.
Al settarismo di questa componente, che legava alla militanza un forte richiamo simbolico alla tradizione <28, si affiancò un estremismo dettato dalla volontà di fare tutto e subito, di segno differente rispetto alle velleità dei
vecchi militanti. Era la spinta in avanti di quei giovani che intravedevano nella guerra partigiana un’occasione di riscatto, un afflato rivoluzionario che andava colto nella sua interezza prima di essere soffocato dalla reazione delle forze borghesi.
«Dell’aspettativa che la caduta del fascismo travolgesse con sé anche il capitalismo non esisteva soltanto una versione dotta, catastrofica e terzinternazionalista […]. Esisteva anche una versione vissuta attraverso l’immediata identificazione del fascista con il padrone e l’aspettativa di un mondo nuovo, del socialismo o del comunismo (la distinzione fra i due termini, nettissima sul piano pragmatico e di partito, sul piano dei principi ideali sfumava fino a dissolversi)» <29.
L’alternanza tra queste due anime, il cui contrasto non è così netto come potrebbe sembrare, si aggregò nei gruppi dissidenti, pur formando elaborazioni ideologiche differenti: secondo Pavone <30 ci fu infatti chi si attestò su posizioni di attendismo messianico in nome della purezza della lotta di classe, e chi si lasciò trasportare da una sorta di “settarismo militare”.
Nessuna di queste posizioni, d’altronde, era estranea all’humus militante del PCI, ma creò un precedente allarmante nel momento in cui diede origine alla nascita di organizzazioni dissidenti.
Questa “area grigia” della dissidenza faceva capo a una moltitudine di riferimenti ideologici, che passavano dal sindacalismo anarchico al cosiddetto “bordighismo” (i cui confini teorici rimangono molto sfocati) per approdare allo scissionismo trockista. Il “sinistrismo”, come verrà definito dai vertici del PCI, comprendeva vaste aree di delusi dalla politica centrista, e venne pesantemente attaccato dagli organi ufficiali del CLN e dei partiti che vi facevano parte.
La sua presenza e la sua intensità furono tanto maggiori in quelle aree in cui il radicamento dei partiti ufficiali era più difficoltoso, soprattutto nelle grandi metropoli industriali come Torino e Milano. Nel sud Italia prese forma soprattutto tramite la ricostituzione della Confederazione Generale del Lavoro e scontò una forte avversione anche da parte del governo badogliano, laddove la presenza degli alleati avrebbe dovuto garantire un “ritorno alla normalità” tramite una spietata repressione nei confronti dei moti popolari.
Nel Nord, infatti, la contiguità tra le lotte operaie e la guerriglia partigiana aiutò in qualche modo a saldare il mito della liberazione nazionale con quello del “balzo in avanti” delle classi lavoratrici, accentuando anche le aspettative nei confronti di quella che si andava prospettando come “insurrezione finale”; nel Sud, partendo da Roma, l’insofferenza per la monarchia e il nuovo fascismo “mascherato” rinsaldarono la consapevolezza di dover superare le ambiguità della politica di unità nazionale e pretendere da subito alcune priorità: risoluzione delle urgenze economiche dei braccianti agricoli, maggiori agevolazioni in campo politico e smantellamento del vecchio ordinamento fascista.
In certi casi, le parole d’ordine altisonanti e la condotta meno politica e più spontanea di alcuni gruppi dissidenti può sembrare anacronistica o improduttiva ai fini del nuovo orizzonte politico che andava delineandosi in Italia, ma non va dimenticato come questi atteggiamenti fossero sicuramente condivisi da buona parte di quel segmento di popolazione che aveva intravisto nel PCI e nel PSI una concreta prospettiva di rinascita rivoluzionaria a guerra conclusa.
«E’ la voce di piccole sette, di gruppi già “dormienti” e che ora, illudendosi che stia per scoccare l’ora suprema dei conti con la borghesia, esprimono tutto il loro estremismo infantile? E’ un’azione di provocatori più o meno inconsci? E’, se non proprio una maschera della Gestapo <31, almeno una maschera dell’opportunismo attendista? Anche se esistono questi connotati, compresa la provocazione, il fenomeno indica piuttosto che all’inizio della lotta di liberazione emerge uno stato d’animo, tornano alla luce convinzioni dottrinali, tradizioni, impulsi di radicalismo classista, che sono più generalizzabili. Li troveremo per esempio nel Sud nelle file del Partito comunista e del Partito socialista, difesi dai quadri oltre che dalla base, li avvertiamo in nuclei operativi del Nord, tra gli intellettuali, i giovani, li sentiamo trapelare nei dibattiti dei gruppi dirigenti. E non è qui che sia dato di vedere una forte differenza tra Milano e Roma» <32.
E’ più che verosimile che queste dissidenze non costituirono mai una reale alternativa ai partiti di sinistra, soprattutto a causa della loro forte repulsione verso le politiche centriste del CLN, così come è un dato che, allo stesso tempo, esse «non furono in grado di recidere fino in fondo il cordone ombelicale che le legava alle ideologie della sinistra istituzionale» <33. E’ però vero che esercitarono un’effettiva influenza sulle masse più politicizzate della penisola, e il loro contributo di elaborazione teorica fu a sua volta riutilizzato dal PCI per assorbire il dissenso e mantenere una certa credibilità anche sul fronte delle aspettative rivoluzionarie.
I tentativi di questi gruppi di andare verso una piattaforma allargata e condivisa che si ponesse come un reale contraltare alla sinistra del CLN furono per lo più infruttuosi e scontarono, oltre alle divergenze ideologiche, anche una ferma opposizione sia da parte del governo centrale che dai militanti del “centro”.
E non sono ormai più un mistero nemmeno i tentativi (spesso riusciti) da parte del PCI di mettere a tacere una volta per tutte queste voci scomode tramite agguati e omicidi, per lungo tempo attribuiti alla rappresaglia fascista.
L’indebolimento che ne conseguì, unito all’assottigliamento delle divergenze teoriche tra le dissidenze e i partiti ufficiali della sinistra, convinse buona parte dei militanti che un “fronte unico” durante la guerra avrebbe favorito in larga parte una riorganizzazione della società in senso comunista a guerra terminata. L’assimilazione dei gruppi dissidenti divenne realtà anche prima dell’aprile 1945, ad esclusione di quei movimenti, decisamente minoritari, già precedentemente organizzati in partiti e le cui strutture potevano vantare una certa organicità. Il loro contributo subì una rimozione forzata all’interno dell’immaginario collettivo, per poi manifestarsi ciclicamente sotto nuove forme per un lungo periodo del dopoguerra, a dimostrazione del fatto che, se alcune voci erano state poste sotto silenzio, non valeva il medesimo discorso per i tanti militanti di base ancora illusi che l’alba nuova del socialismo non avrebbe tardato ad arrivare anche in Italia, magari accompagnata dalle divisioni dell’Armata Rossa sovietica.
[NOTE]
26 PEREGALLI A., La sinistra dissidente in Italia nel periodo della Resistenza, cit., p.63
27 Ibidem, p.61
28 «Settarismo, superiorità, saluto con il pugno chiuso, stella rossa, politica integrale, sfiducia e critica a tutto e tutti […]». PAVONE C., Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, cit., p.366
29 Ibidem, p.351
30 Ibidem, pp.366-370
31 Il sinistrismo e la maschera della Gestapo, in “La nostra lotta”, a.I, n.6, dicembre 1943, pp.16-19 è un articolo quasi sicuramente redatto da Pietro Secchia in cui vengono attaccati i più famosi gruppi dissidenti del nord Italia con l’accusa di essere agenti provocatori al soldo dei nazifascisti. Tornerò ad occuparmi più approfonditamente di questo articolo nel secondo capitolo.
32 SPRIANO P., Storia del Partito comunista italiano, cit., p.102
33 PEREGALLI A., L’altra Resistenza. Il Pci e le opposizioni di Sinistra, Graphos, 1991, cit., p.11
Tommaso Rebora, Oltre il PCI: “Stella Rossa” e i gruppi dissidenti nella Resistenza italiana, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2012-2013#1943 #1944 #1945 #AngelaOttaviani #comunisti #dissidenti #ElioCatania #fascisti #guerra #integrale #Legnano #LelioBasso #Liberazione #lotta #milano #Nord #PCI #Resistenza #sinistra #sinistrismo #Sud #tedeschi #TommasoRebora #Torino #trotzkismo
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Già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative
Il 9 settembre, mentre Roma è già occupata dai tedeschi, il Comitato delle opposizioni prende il nome di Comitato di liberazione nazionale (Cln), organismo in cui siedono i rappresentanti dei sei principali partiti antifascisti. Oltre al Cln centrale (Ccln), organismi con la stessa struttura sorgono nelle principali città italiane (Torino, Firenze, Milano, Genova Bologna e Padova), e, in seguito, anche in numerosi altri centri minori. Sin dal principio, il Comitato di Roma cercherà di assumere una funzione dirigenziale a livello nazionale, che però non riuscirà ad esercitare nemmeno sui compositi gruppi armati dell’Italia centrale, così come saranno ricchi di contrasti anche i suoi rapporti con la Resistenza armata romana. Formalmente, il 31 gennaio 1944, il Cln di Milano assume il comando della lotta armata dell’Italia occupata, prendendo il nome di Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia) <10. In questa fase è impossibile anche un semplice censimento attendibile delle forze disponibili; ne consegue che un’autentica e unitaria direzione comune, in questo momento, è completamente impossibile. Tra i limiti maggiori che l’attività del Cln incontra c’è, soprattutto, il fatto che essi rappresentino una camera di compensazione, un punto di intersezione tra partiti che portano avanti progetti e ideali molto diversi tra loro. La volontà di deporre temporaneamente le tensioni in nome dell’unione delle energie per perseguire uno scopo comune prevalse sugli attriti esistenti, ma questa fu un’unione tutt’altro che semplice e priva di scontri: già dai primi mesi apparve evidente una netta diversità nel modo di intendere i metodi della lotta. Da una parte esisteva il progetto di suscitare un moto di radicale cambiamento fondato sulla partecipazione attiva delle masse, con conseguente liberazione non solo dall’occupazione nazista, ma anche dagli strascichi culturali, politici e sociale del ventennio fascista; questo progetto implicava una netta rottura e un’epurazione drastica dei responsabili delle scelte passate. Dall’altra parte, invece, si assisteva al tentativo di conciliare liberazione dal nazifascismo e continuità dei rapporti sociali consolidati. Da una parte una pregiudiziale repubblicana, particolarmente forte in azionisti, socialisti e comunisti (almeno fino alla svolta di Salerno del 1944); dall’altra, una complessa strategia istituzionale che non escludeva di restare in un impianto monarchico, accontentandosi di liberare l’Italia da Vittorio Emanuele III. A tutto ciò si aggiungeva anche una certa diffidenza tra i due partiti più attivamente impegnati nella Resistenza, il Pci e il PdA, resa evidente dalla formazione di due diverse forze armate che dipendevano, distintamente, da questi due partiti, ben più che dal Cln. La partecipazione dei partiti al Cln esprime una genuina convinzione riguardo la necessità di unità politica, ma convive con la rivendicazione di autonomia nell’ambito dell’organizzazione delle forze armate. Probabilmente sarebbe stato impossibile fare diversamente, se si considerano le profonde diversità nei tempi e nei modi dello sviluppo delle forze armate che scorrono tra comunisti e azionisti, soprattutto nel periodo dell’estate del 1944. Alla base della strategia dei comunisti c’è l’assalto continuo e sistematico, usato anche come metodo di propaganda e di crescita, fondato sulla convinzione che “è dalla lotta e dall’esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi, contro i fascisti” <11. Questa impostazione è inizialmente decisamente lontana dal pensiero di Ferruccio Parri, che ancora era concentrato sulla necessità della ricostruzione dell’”esercito discioltosi l’8 settembre, potenziandolo e trasformandolo con l’innesto di volontari civili, senza però alterarne la struttura gerarchica e i criteri di efficienza: un esercito ‘patriottico’ ma non ‘politicizzato’”. L’esperienza di ufficiale durante la Grande Guerra portava Parri a “privilegiare soprattutto il ‘recupero’ dei soldati e degli ufficiali regolari” <12. Questa prima fase è dunque una sorta di laboratorio, dove si confrontano modelli e progetti e diffidenze molto lontani dalla possibilità di una sintesi pacifica. Mentre l’azionista Parri viene riconosciuto da tutti i comitati regionali militari come il “coordinatore centrale”, il comando generale delle brigate Garibaldi rifiuta di sottoporsi alla sua autorità <13. Ne nasce un clima di crescente tensione, alimentato anche dalla forte campagna contro l’attesismo che i comunisti portarono avanti, con bersaglio il Cln di Milano. Bisogna però sottolineare che, come all’interno del partito comunista vi furono opinioni diametralmente opposte tra la direzione milanese e quella romana, anche nel variegato universo azionista i piemontesi, Livio Banco e Duccio Galimberti in primis, non si mossero in assoluta armonia con la direzione milanese. Mentre Parri ancora nutre profonde insicurezze sull’opportunità di creare delle bande direttamente “politiche”, in Piemonte, già alla fine del 1943, queste rappresentano una realtà consistente.
All’interno del Cln la discussione continua ad essere molto accesa, ma, verso l’esterno, la possibilità di comunicare come un fronte unito e collaborante si rivela decisiva nella costituzione di una prospettiva politica e militare alternativa a quella monarchico-badogliana. Senza un’unitaria rappresentazione politica, la resistenza armata difficilmente avrebbe potuto assumere l’ampiezza e il rilievo successivi. D’altra parte, il compito di rappresentare la resistenza armata, dandone un’immagine centralizzata, organizzata e politicizzata, probabilmente più di quanto non fosse realmente, è realizzato unicamente grazie all’esistenza stessa delle prima bande, dalla loro capacità di radicarsi nel territorio, di resistere ai rastrellamenti e alle rigidità dell’inverno, di non farsi scoraggiare nemmeno quando andò in fumo la speranza di una rapida avanzata degli Alleati anglo-americani. L’esistenza delle bande partigiane e della loro rappresentanza politica ebbe dunque, già nei primi mesi, effetti maggiori della loro stessa consistenza militare, sia sul piano politico che su quello simbolico. In primo luogo, infatti, furono in grado di limitare la credibilità e l’autorevolezza della Rsi, e quindi la sua stessa capacità di aggregare consensi; in secondo luogo, misero in discussione la pretesa di monopolio della rappresentanza degli italiani, avanzata dal governo del sud.
l’inverno è ancora una stagione di forti dubbi e incertezze, già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative. Per quanto riguarda il piano istituzionale e dei rapporti politici, le tappe fondamentale di questo processo di consolidamento sono la svolta di Salerno (aprile 1944), e la costituzione del comando generale del Corpo volontari della libertà (giugno 1944). Si tratta di uno sviluppo che prende piede dall’interno stesso della Resistenza, ma che trova indispensabile aiuto in alcuni cambiamenti decisivi del quadro storico e politico generale.
Ci sono due avvenimenti che, dal punto di vista militare, furono decisivi, sul fronte italiano, nell’inverno del 1943-1944. Il primo è la resistenza dei tedeschi arroccati sulla linea Gustav, che blocca l’avanzata verso Roma e il Nord dal mar Tirreno al mar Adriatico, e si snoda lungo l’asse dei fiumi Garigliano e Sangro. La determinazione della difesa e dei combattenti tedeschi trova un forte alleato nelle violente piogge e nel rigidissimo gelo, che limitano drasticamente la possibilità degli alleati di sfruttare la loro superiorità in fatto di carri armati e aerei. Il secondo è lo sbarco alleato ad Anzio (22 gennaio 1944), che pare inizialmente essere in grado di attanagliare le truppe tedesche, aprendo la possibilità di una rapida conquista di Roma. Nuovamente, l’indecisione che condusse questo sbarco e la prontezza della risposta delle truppe tedesche, produssero una situazione di stallo.
Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944, le formazioni partigiane dell’Italia centrale, pur portando a casa qualche modesta vittoria e dimostrandosi efficaci nelle azioni di sabotaggio, risultarono incapaci di coinvolgere significativamente buona parte della popolazione civile. La liberazione di Roma verrà completamente portata a termine dagli Alleati, con apporto pressoché nullo da parte della Resistenza organizzata. I militari strettamente monarchici rivelano scarse abilità organizzative, e soprattutto nessun interesse a coinvolgere ampi strati di popolazione civile in una eventuale prospettiva insurrezionale. In realtà, nonostante i lunghi dibattiti e i piani insurrezionali, nemmeno la sezione politica della Resistenza, almeno quella che faceva capo al Cln romani, sarà in grado di organizzare la partecipazione popolare alla liberazione della capitale. Debolezze e divisioni interne al Cln romano, mancanza di classe operaia, posizioni compromesse dall’ingombrante vicinanza del Vaticano e ceto politico particolarmente autoreferanziale sono le principali cause della mancata risposta alla chiamata insurrezionale in occasione della liberazione di Roma.
L’arresto dell’avanzata alleata all’altezza della linea Gustav ha una conseguenza immediata sulla Resistenza armata: permette, infatti, agli occupanti tedeschi di dedicarsi, durante un rigido inverno, a rastrellamenti sistematici, ai danni di buona parte delle forze partigiane dislocate nell’arco alpino. A questa prova dei fatti resistono meglio le formazioni più dichiaratamente politiche, mentre le bande autonome vengono completamente travolte. Questi rastrellamenti, però, pur indebolendo notevolmente le forze della Resistenza partigiana, falliscono nel loro intento di debellarla completamente. Alla fine dell’inverno era chiaro, tanto agli occupanti tedeschi, quanto alle autorità fasciste, che la Resistenza armata era, seppur fiaccata, un fenomeno endemico, impossibile da cancellare completamente. Anzi, questi rastrellamenti invernali e primaverili produssero una nuova selezione: coloro che restarono in montagna e sopravvissero al clima proibitivo, sotto l’incombente minaccia della cattura e della morte, pur essendo solo poche migliaia di combattenti, dimostravano però grande capacità di adattamento, di organizzazione, e saranno loro ad inquadrare le nuove reclute che, nei mesi successivi, prenderanno la strada delle montagne, creando la nuova dimensione della Resistenza.
La ferocia con cui i tedeschi conducono questi rastrellamenti non lascia dubbio: il loro scopo non è solo sradicare la Resistenza partigiana, ma anche, tramite saccheggi e incendi di case e stalle, terrorizzare la popolazione e estirpare ogni possibilità di solidarietà civile. Malgrado ciò, pur con eccezioni significative, nella primavera del 1944, prevale un atteggiamento di tacita connivenza, se non di aperto favore, tra la popolazione civile e i partigiani, soprattutto laddove i partigiani erano nativi delle zone. Nonostante i rastrellamenti e il clima di costante terrore, vi è dunque un sostegno consistente, anche se mai totale e irreversibile, variabile a seconda delle zone, dell’intensità della repressione, della quantità e della provenienza dei partigiani presenti, della stagione e della disponibilità delle risorse.
Non siamo in possesso di una stima precisa su quanti fossero, alla fine della primavera del 1944, i partigiani in armi, ma possiamo dire con certezza che ci fu una crescita costante dall’inverno all’estate, con un notevole flusso nel mese di giugno, quando “un soffio di entusiasmo e di speranze percorse le città e le campagne, e spinse in montagna una quantità di persone che sino allora, per una ragione o per l’altra, non avevano ancora creduto giunto il momento di agire, o non avevano potuto muoversi. Si iniziò un nuovo grandioso afflusso” <14. La crescita improvvisa delle bande comporta, però, un decisivo aumento della precarietà: i flussi intensi verso le montagne hanno, inevitabilmente, al loro interno le loro criticità, soprattutto in molti giovani che partono decisi più che altro a sottrarsi a una guerra, piuttosto che ad iniziarne una nuova. Le bande che si sono assestate con difficoltà sulle montagne non hanno i materiali e le risorse necessari per trasformare rapidamente decine di migliaia di nuove reclute in partigiani addestrati a questo tipo di vita e di guerra. Le reazioni dei comandanti partigiani in loco si discostano drasticamente da quelle, più politiche, dei dirigenti nazionali, che, ovviamente, vedono in questo ampliamento un passaggio fondamentale per il consolidamento della Resistenza. Gran parte dei comandanti partigiani, invece, manifestano forti riserve riguardo alle nuove reclute di aprile-maggio, per una serie di ragioni: in primo luogo, l’impossibilità di operare una rigorosa selezione, considerata necessaria per assicurare l’affidabilità delle bande; la totale mancanza di esperienza dei nuovi arrivati; l’impossibilità di armarli; la difficoltà di reperire approvvigionamenti per numeri così alti di uomini; infine, il complicarsi dei rapporti con le popolazioni locali, sulle cui spalle gravava il peso del sostentamento dei partigiani. L’atteggiamento comunista è, però, diametralmente opposto: “nelle forze garibaldine vennero sempre accettati tutti i giovani che si presentavano. In primo luogo, perché le armi se le sarebbero conquistate, e poi perché se è vero che in determinati momenti (rastrellamenti, ritirate ecc.) i ‘disarmati’ posso rappresentare un ostacolo” in generale, secondo le parole di Lenin come indiscutibile insegnamento dai dirigenti comunisti, “un reparto organizzato e compatto è una grande forza quando non manca l’energia. In nessun caso bisogna rifiutare di formare dei reparti e rinviarne la costituzione col pretesto che mancano le armi” <15.
[NOTE]
10 E. Collotti, Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione, in Collotti, Sandri e Sessi, Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della Liberazione.
11 P. Secchia, Perché dobbiamo agire subito, in “La nostra lotta”, novembre 1943.
12 P. Levi Cavaglione, Guerriglia nei castelli romani, Einaudi, Torino, 1945.
13 L. Valiani, Tutte le strade conducono a Roma, il Mulino, Bologna, 1983.
14 D. L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino, 1973.
15 P. Secchia e C. Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Einaudi, Torino 1958; la citazione di Lenin è ripresa dalle Opere complete di Lenin, vol. VIII (edizione russa).
Giulia Arnaldi, Partigiane tra guerra e dopoguerra: donne e politica in Veneto, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022#1943 #1944 #1945 #alleati #CLN #comunisti #fascisti #GiuliaArnaldi #guerra #partigiani #rastrellamenti #Resistenza #stragi #tedeschi
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Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago
Nel 1997 è pubblicato un volume di Bruno Steffè, avente lo scopo di dare una visione complessiva degli eventi bellici nel territorio della provincia di Pordenone <88. Questo lavoro riguarda la lotta partigiana nella zona montana delle Prealpi Carniche, nelle vallate dell’Arzino, del Meduna, del Cellina, e nella pianura, tra i fiumi Tagliamento e Livenza. L’autore ha usato documenti originali, riportandone i tratti essenziali, scegliendoli tra le posizioni più diverse. In questo volume si afferma che in alcune opere sulla Resistenza, furono usate, per parzialità ideologiche, certe forzature nelle descrizioni degli eventi; Steffè afferma che è una forzatura definire la guerra di liberazione guerra di popolo perché è stata combattuta da una minoranza della popolazione, anche se formata essenzialmente dal ceto popolare. Nella prima parte dell’opera l’autore parla del periodo dall’8 settembre 1943 all’inizio della guerra partigiana; descrive l’inizio dell’attività osovana e garibaldina. <89 Per quanto riguarda gli osovani descrive molto accuratamente le varie componenti: i militari, il clero e i partiti d’ispirazione cattolica; Steffè afferma che l’opera del clero fu molto importante nella conduzione della Osoppo e che alcuni sacerdoti delinearono la necessità politica della lotta armata contro i tedeschi <90. L’attività garibaldina è fatta risalire dall’autore all’attività antifascista, documentata sin dall’inizio del fascismo <91. Nel testo sono riportati i diari delle formazioni partigiane, nei quali sono annotati, giorno per giorno, i principali eventi militari; i diari fanno capire il grande lavoro svolto dai partigiani e la sua importanza per la lotta contro il nazifascismo. L’autore analizza, oltre ai problemi militari, i problemi organizzativi: la sicurezza nella clandestinità, la propaganda e i collegamenti fra i vari reparti e l’approvvigionamento; queste descrizioni danno un’idea della varietà di problematiche che i partigiani dovevano affrontare <92. Una parte molto interessante del testo è quella in cui si parla dell’influenza degli eventi bellici degli alleati, perché spiega lo stretto rapporto che c’era fra l’avanzata dell’esercito alleato e l’evolversi della situazione partigiana. Nell’ultima parte del testo l’autore descrive le azioni svolte dai reparti garibaldini e osovani di pianura nell’ultimo periodo della guerra di liberazione. Steffè riporta i diari operativi delle brigate garibaldine di pianura inserite nella divisione “Mario Modotti Destra Tagliamento”, premettendo che i diari furono redatti a guerra conclusa basandosi sul ricordo dei partigiani e quindi contengono imprecisioni, e una relazione del maggio 1945 redatta da “Leonida” per quanto riguarda l’attività osovana. Queste fonti fanno capire la capillarità dell’azione partigiana e anche quanto fu alto il numero dei caduti fino agli ultimi giorni della Resistenza <93. Questo testo dà un quadro complessivo della situazione nella Destra Tagliamento fino alla Liberazione e spiega i principali eventi in modo dettagliato senza prendere una posizione di parte.
Nel 2000 è pubblicato un saggio di Pier Paolo Brescancin, direttore scientifico dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Vittoriese, che si occupa del movimento partigiano nel pordenonese dalla nascita fino alla liberazione <94. Brescancin suddivide i gruppi di resistenti in due categorie, quelli nati spontaneamente per iniziativa di giovani ufficiali subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e quelli nati per iniziativa di formazioni politiche, fra le quali l’autore definisce il partito comunista il più attivo. Fra i gruppi spontanei sono citati quello nato per iniziativa di Pietro Maset, già ufficiale degli alpini, che operava fra Sacile e la Valcellina, quello di Mario Dal Fabbro, già sottotenente della caserma Slataper di Sacile, operante fra Cordignano e Caneva e quello di Piero Biasin che aiutò a fuggire molti militari della caserma Slataper e della caserma Fiore di Pordenone; inoltre l’autore ricorda le figure del maggiore Attilio Beltrame “Martini” che organizzò le formazioni Osoppo di Pianura, il capitano Franco Martelli “Ferrini”, che sarà capo di stato maggiore della brigata unificata “Ippolito Nievo B” e il generale Costantino Cavarzerani che organizzò gruppi di Resistenza a Stevenà di Caneva <95. Fra i gruppi nati per iniziativa di forze politiche, l’autore cita la formazione Ferdiani, attiva in Val Mesazzo e i battaglioni Pisacane e Garibaldi che si trovavano nel monte Ciaurlec, nati nel gennaio 1944 e i distaccamenti Bixio, Mazzini 2°, Gramsci e Buzzi, nati, per iniziativa di Mario Modotti “Tribuno” e di Giulio Contin “Riccardo”, nel febbraio-marzo dello stesso anno <96, espressione del partito comunista e le formazioni Osoppo nate da un’operazione congiunta del Partito d’Azione e della Democrazia Cristiana che assorbirono le formazioni spontanee di ex ufficiali. <97 Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago e le caserme della guardia di finanza di Malnisio e Montereale Valcellina, avvenuti nel giugno del 1944; queste azioni, secondo Brescancin, fanno capire che il movimento partigiano è in crescita e vuole sottrarre ai nazifascisti il controllo del territorio. <98 L’autore spiega le relazioni fra l’evolversi della situazione a livello nazionale e locale, spiegando come l’andamento bellico degli alleati abbia influito sulla creazione delle zone libere, sui grandi rastrellamenti di fine estate 1944 e sulla Liberazione <99, riuscendo così a dare un quadro d’insieme più chiaro degli eventi principali.
Nel 2002, è pubblicato un volume di Renzo Biondo, nel quale, l’autore si pone l’obbiettivo di raccontare la vita quotidiana dei partigiani, la nascita delle formazioni e le motivazioni che hanno spinto i giovani accorsi sulle montagne. <100 Renzo Biondo col contributo di vecchi protagonisti ha raccontato vicende che altrimenti sarebbero andate dimenticate. Nella premessa l’autore mette in relazione il cambiamento del clima politico con la percezione degli avvenimenti passati; afferma che storici revisionisti smantellano i fondamentali sulla genesi della democrazia in Italia, rivalutando chi combatté per la repubblica di Salò. Renzo Biondo prende una posizione chiara affermando che la Resistenza fu una scelta di civiltà, fra libertà e servitù, fra nazismo e democrazia, fra campi di sterminio e parità di tutti i cittadini. <101 Nel testo c’è un capitolo in cui vengono descritti i luoghi dove operarono la brigata Osoppo e la Garibaldi Friuli; soprattutto è descritta la zona occidentale della Zona libera delle Prealpi Carniche, dove operò la V^ brigata “Osoppo” che insieme a battaglioni garibaldini diede vita alla Brigata mista “Ippolito Nievo”; questa descrizione aiuta a capire l’importanza ai fini bellici della zona, in quanto si trovava in una posizione strategica e per questo motivo i tedeschi si impegnarono per liberarla dalla presenza partigiana. Per Biondo, le tesi revisioniste secondo cui l’apporto partigiano alla vittoria alleata della guerra fu esiguo, sono smontate dal fatto che i tedeschi inviarono delle nuove divisioni modernamente equipaggiate nelle zone dove si trovavano i presidi partigiani; inoltre
il proclama di Kesserling, comandante in capo delle forze tedesche in Italia, che dà ordini su come comportarsi contro le bande armate, fa capire che i partigiani erano temuti dagli avversari. <102 Biondo esprime un giudizio sulla Xmas, reparto collaborazionista, affermando che giustificarli in confronto ad altri reparti repubblichini è un falso storico, in quanto hanno compiuto efferati episodi di violenza e omicidi di massa. <103 La Xmas voleva creare un solco fra garibaldini e osovani in quanto questi ultimi non volevano l’invasione degli jugoslavi, ma l’antifascismo, comune alle due formazioni partigiane, era più forte di ciò che poteva dividerle. <104 E’ spiegato dall’autore che i tedeschi nella zona denominata “Litorale Adriatico”, che controllavano direttamente, non amavano la presenza di reparti fascisti e per avvalorare questa sua affermazione afferma che i tedeschi preferirono, per occupare la Carnia, inviare i cosacchi. <105 Biondo afferma che gli autori che hanno scritto prima di lui sulla brigata mista “Ippolito Nievo” non chiariscono come sia nata e come fu possibile che in Valcellina sia riuscita quell’integrazione che altrove non fu possibile, e afferma che il merito è stato dei tre capi, Maso, Tribuno e Riccardo, che sono riusciti a mantenere la brigata mista grazie al loro prestigio e alla loro esperienza. <106 Nella seconda e terza parte del testo ci sono testimonianze che raccontano le motivazioni che spinsero i giovani alla lotta e ricordi di partigiani sulle loro esperienze nella Resistenza; molto interessante e la testimonianza di Giuseppe Torresin, che racconta com’era vista la resistenza dai giovani di Grizzo [Frazione del comune di Montereale Valcellina (PN)] e il loro apporto alla guerra di liberazione all’interno della V^ brigata Osoppo. <107 Questo volume da un quadro completo del periodo della Resistenza
analizzando i fatti e descrivendo i principali protagonisti.
[NOTE]
88 Bruno Steffè, La guerra di Liberazione nel territorio della provincia di Pordenone 1943- 1945, Edizioni ETS, Pisa, 1997, p. 10
89 Ivi, pp. 19- 46
90 Ivi, pp. 19- 31
91 Ivi, pp. 33- 35
92 Ivi, pp. 89- 103
93 Ivi, pp. 209- 262
94 Pier Paolo Brescancin, Le formazioni partigiane nel pordenonese in Il pordenonese dalla resistenza alla repubblica, Istituto Provinciale di storia del Movimento di liberazione e dell’Età Contemporanea, Pordenone, 2000
95 Ivi, p. 75
96 Ivi, p. 76
97 Ivi p. 76
98 Ivi, p. 78
99 Ivi, pp.80- 91
100 Renzo Biondo, Il verde, il rosso, il bianco. La V^ brigata Osoppo e la brigata osovano-garibaldina “Ippolito Nievo”, CLEUP, Padova, 2002, p. 13.
101 Ivi, p. 19.
102 Ivi, p. 59.
103 Ivi, p. 61
104 Ivi, p. 62
105 Ivi, p. 65
106 Ivi, p. 78
107 Ivi, pp. 157-196.
Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007#1943 #1944 #1945 #Adriatico #alleati #AndreaBortolin #brigata #BrunoSteffè #Carnia #cattolici #clero #comunisti #CostantinoCavarzerani #DC #destra #diari #Divisione #fascisti #Friuli #Garibaldi #generale #Grizzo #Guerra #libere #Litorale #ManiagoPN_ #MarioModotti #MonterealeValcellinaPN_ #Osoppo #partigiani #PdA #pianura #PierPaoloBrescancin #PietroMaset #Pordenone #provincia #RenzoBiondo #reparti #Resistenza #SacilePN_ #stragi #Tagliamento #tedeschi #Valcellina #V_ #Xmas #zone
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Non è che se si dice che la Cina e la Russia siano stati #comunisti lo diventano a priori, contano le azioni... Giusto per mettere un po in chiaro le ideologie
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Alla #casabianca rieccheggiano ancora le urla di una donna bionda che è stata vista lì oggi in evidente stato confusionale, vestita come il papa, che andava gridando a squarciagola come al mercato:
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