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#comunisti — Public Fediverse posts

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  1. Nel 1967 Emanuele Macaluso tornò alla guida del partito in Sicilia

    Le elezioni riservarono un esito al di sotto delle aspettative per il Pci che dal precedente 24 per cento del 1963 scese [nel 1967] al 21 per cento lasciando sul terreno poco più di due punti percentuali che si riflessero nella perdita di due seggi nel parlamento siciliano (la rappresentanza scese da 22 a 20 deputati) <56. Questi risultati, sommati al perpetuarsi della formazione di centrosinistra al governo regionale, indussero il Comitato regionale a mettere in discussione la segreteria di Pio La Torre. <57 Quest’ultimo fu quindi “sfiduciato” <58 nonostante la spinta verso l’attivismo di tutte le strutture del partito che aveva saputo imprimere negli ultimi cinque anni. Tra le iniziative più interessanti avviate da La Torre a livello di propaganda ma anche di sostegno alla riflessione sul tema del regionalismo e dell’attuazione dello statuto in Sicilia, vi era stata la nascita del periodico “L’Autonomia” nel ’64 <59, iniziativa per nulla durevole ma che si configurava nel generale rilancio dei temi autonomistici operato in quegli anni. Anche l’attività parlamentare di La Torre era stata improntata su questa macro-tematica ormai diventata essenziale per le ragioni stesse del dibattito politico da condurre sul piano regionale. In un intervento all’Assemblea regionale siciliana durante la discussione sulla nascita del nuovo governo guidato dal democristiano Carollo <60, La Torre faceva una disamina della storia della Regione nell’ultimo ventennio esprimendo i termini del fallimento non solo della classe dirigente governativa ma anche di un disegno di potere deviato agli interessi esterni alla Sicilia: «La Regione siciliana nell’ampiezza di poteri che lo Statuto della Autonomia le affida rappresentava un punto potenziale di organizzazione delle contestazioni meridionalistiche alla strategia dei monopoli. Da qui l’attacco incessante, in questi venti anni, ai poteri della Regione in tutti i campi. Ecco la mancata attuazione dello Statuto, gli attacchi ai poteri legislativi di questa Assemblea, ecco lo svuotamento progressivo dell’Autonomia. Il rapporto Stato-Regione siciliana si è andato caratterizzando come un rapporto di tipo semi-coloniale. La logica è nota: i gruppi di potere subalterni non contestano la politica che dall’esterno viene imposta al loro popolo e che lo danneggia nel suo sviluppo; in cambio però ricevono mano libera nella gestione del potere e del sottogoverno […]» <61.
    La crisi innescata nella segreteria del Comitato regionale portò al ritorno di Emanuele Macaluso alla guida del partito in Sicilia. Il dirigente nisseno, che per un quinquennio aveva ricoperto ruoli di rilievo all’interno della segreteria nazionale di Togliatti e poi di Longo (con responsabilità nelle sezioni di organizzazione, di stampa e propaganda e nella commissione meridionale), ritornando alla segreteria del Comitato siciliano avviò una nuova stagione di opposizione e contrasto ai governi di centrosinistra guidati dalla Dc <62. L’arretramento registrato nelle elezioni induceva il Pci a porsi con maggior forza come elemento di rottura e di contrasto rispetto alle posizioni ormai consolidate della Democrazia cristiana all’interno delle istituzioni autonomistiche. I comunisti siciliani assumevano una posizione di continuità rispetto al passato ma al tempo stesso cercavano di allinearsi maggiormente alle linee d’azione del partito sul campo nazionale attraverso la mediazione dell’impostazione politica meridionale e il sostegno alla lotta per l’istituzione delle regioni in tutto il resto d’Italia <63. Il Comitato regionale decise di ripartire dall’organizzazione territoriale del partito promuovendo una fase assembleare diffusa in tutte le sezioni. Argomento di queste assemblee doveva essere quello del rinnovo della politica regionale <64: lo scopo prefissato era quello di ottenere, attraverso questa riflessione post-elezioni, «un orientamento politico giusto di tutti i compagni e quindi una mobilitazione di massa e dell’opinione pubblica attorno alle iniziative del partito» <65. Per operare un rinnovamento occorreva prendere atto della situazione contingente in cui gli esiti delle urne (astensionismo, voti nulli o di protesta) lasciavano intendere il grado di distacco dell’opinione pubblica dall’istituto dell’autonomia regionale a oltre un ventennio dalla sua fondazione: «L’istituto della Regione doveva rappresentare una concreta estensione della democrazia in Italia, una rottura dell’accentramento statale, un avvicinamento sostanziale delle istituzioni politiche alle masse, per una più rapida soluzione dei loro problemi vitali. Essa doveva costituire una graduale conquista di potere da parte delle masse popolari, attraverso la realizzazione delle riforme e la soluzione dei concreti problemi economici e sociali. Ma al contrario la Regione ha trasferito a sé l’accentramento dello Stato, senza delegare alcuno dei suoi poteri alle istituzioni democratiche di base (come ad es. i comuni); ha creato una burocrazia disordinata ed enorme, ai fini clientelari, costituendo un sistema di potere corrotto, succube dei monopoli e delle grosse società finanziarie e spesso in connivenza con gruppi mafiosi. La Regione, sotto la direzione della Dc non ha saputo né voluto utilizzare i poteri di decisione autonoma che le erano stati delegati dallo Stato» <66.
    Nel documento si contestava alla Dc la mancata elaborazione del piano di sviluppo regionale con la conseguente scarsa resa degli enti regionali (in cui si registrava il sovraffollamento di personale), l’incompletezza della riforma agraria (la cui definitiva applicazione era stata affidata all’Esa) e la mancata approvazione delle leggi sull’urbanistica e sulla riforma amministrativa (per i nuovi poteri delegati ai comuni). A ciò si aggiungeva l’annosa questione dei fondi di solidarietà stanziati dallo Stato secondo l’articolo 38 dello statuto siciliano. Una somma di quasi 254 miliardi di lire era da tempo a disposizione del governo regionale che però non aveva ancora preso delle decisioni definitive su come utilizzarla <67. Inoltre vi era l’anomalia del sistema dei tributi regionali affidato a una società privata che gestiva la riscossione con un aggio del 10 per cento, una cifra abnorme rispetto al contesto nazionale e che garantiva un profitto annuo di oltre 10 miliardi di lire <68. In tutto ciò, a parere dei comunisti, era evidente la responsabilità del partito di governo che si era fatto complice e tutore di un grande nugolo di interessi: «In questa soluzione, spesso ai limiti della legalità, la Dc ha potuto largamente avvantaggiarsi, estendendo il suo sistema di potere, utilizzando tutte le forme di pressione disponibili sugli enti pubblici, sugli enti statali, persino sulle banche (dal processo Bazan è risultato che la Dc ha ottenuto dal Banco di Sicilia oltre 300 milioni di lire per prestiti mai restituiti, oltre a farsi pagare, dal Banco stesso o dai suoi istituti affiliati, diverse decine di funzionari di partito). Risultato di tutto questo è il fatto che nessuno dei gravissimi difetti della struttura dello stato italiano sono stati eliminati in Sicilia. Anzi, gli stessi difetti si presentano più estesi, più abnormi, più intollerabili» <69.
    [NOTE]
    56 Anche la Dc perse due punti percentuali (e due scranni all’Assemblea regionale) rispetto alle precedenti elezioni del 1963.
    57 In un comunicato stampa successivo alle elezioni il Comitato regionale dava notizie dell’ultima sessione, cui aveva preso parte anche il segretario generale Longo, in cui erano stati discussi gli esiti della consultazione regionale. Nella retorica della nota stampa si evidenziava la sostanziale tenuta del Pci rispetto alla flessione delle ultime elezioni amministrative del ’64 registratasi in Sicilia, al contempo si poneva in evidenza la “crisi” della Dc. Inoltre il Comitato regionale proponeva la creazione di un nuovo fronte unitario autonomista aperto all’apporto del Psiup, dei socialisti autonomisti e dello stesso Psi. Cfr. IGS, CRS, Segreteria 1967, f. 3c. Documenti politici e risoluzioni, Comunicato del Cr dopo le elezioni regionali del 11 giugno, datt. Cfr. anche ivi, Comunicato del gruppo parlamentare Pci all’Ars su elezioni regionali, datt.
    58 Macaluso pone in evidenza come la prassi di partito potesse consentire la sfiducia di un segretario regionale per un arretramento di soli due punti in una consultazione elettorale. Cfr. Intervista Macaluso, cit.
    59 Sulla nascita del periodico “L’Autonomia” cfr. IGS, CRS, b. Segreteria 1967, f. Evidenza, CR siciliano del Pci- Note di stampa e propaganda, (circolare a carattere interno), s.d. ma 1964.
    60 In quella fase post elezioni del ’67, Carollo guidò due governi, dal settembre di quell’anno al febbraio del ’69.
    61 P. LA TORRE, Intervento all’Ars, 10 ottobre 1967, in ID. Discorsi e interventi parlamentari, a cura di F. Renda, Assemblea regionale siciliana, Palermo 1987, p. 536.
    62 IGS, CRS, Segreteria 1967, f. 3c, Risoluzione della Direzione del Pci “La Sicilia ha bisogno di una nuova politica”; Cfr. anche E. MACALUSO, Parole chiare sulla Sicilia, in “Rinascita”, 6 ottobre 1967.
    63 Cfr. IGS, CRS, Segreteria 1967, Nota Cr alle Federazioni su mobilitazione nazionale per le regioni, 25 ottobre 1967, datt. Nella nota a firma di Michelangelo Russo si invitavano le Federazioni provinciali a promuovere ordini del giorno di consigli comunali, comunicati a cura di categorie lavorative o concordati con gli altri partiti, per sostenere la battaglia che il Pci stava portando avanti nel parlamento nazionale per l’istituzione degli enti regionali.
    64 Cfr. ivi, Schema per le assemblee delle sezioni: “Rinnovare la Regione per salvare la Sicilia e l’autonomia, datt., s.d. ma 1967.
    65 Ivi, p. 1
    66 Ibidem.
    67 Ivi, p. 2
    68 Il riferimento chiaro è al sistema di società di riscossione (Satris, Sigert, Sagap e altre) che faceva capo ai cugini Nino e Ignazio Salvo e alle famiglie Corleo e Cambria. A partire dagli anni ’50, i Salvo e i Corleo-Cambria, attraverso la nascita di nuove società o l’acquisizione di altre già esistenti, erano riusciti ad avere il controllo di gran parte del sistema esattoriale dell’isola. Le indagini giudiziarie degli anni ’70 e ’80 accertarono l’affiliazione mafiosa dei Salvo e i loro profondi legami con i vertici della cosiddetta cupola di “Cosa nostra”.
    69 IGS, CRS, Segreteria 1967, Schema per le assemblee delle sezioni: “Rinnovare la Regione per salvare la Sicilia e l’autonomia, cit., p. 2.
    Salvatore Pantano, Il Pci, l’Autonomia regionale e il ruolo degli enti locali: il caso siciliano (1944-1976), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Messina, Anno Accademico 2020-2021

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  2. A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia

    Nei giorni successivi [primi di luglio 1960] divenne chiaro che Genova, anziché essere il culmine della violenza, era solo l’inizio. I disordini e gli scioperi toccarono diverse città in tutta Italia. Il governo inasprì il suo comportamento. E le ragioni dei dimostranti si declinarono con diverse modalità a seconda dei contesti. Palermo e Licata, dove il ritardo e il disagio economico avevano raggiunto livelli insopportabili, versavano in condizioni particolarmente gravi. In situazioni del genere bastava poco per scatenare la rabbia popolare. In Sicilia, quindi, si saldavano elementi della politica nazionale e locale. Secondo Tambroni, il Pci era pronto a sfruttare queste dimostrazioni di natura sindacale per screditare ulteriormente il governo e la Dc. C’è da dire, poi, che la polizia, dopo la “sconfitta” di Genova, intendeva rifarsi. In quell’occasione, come ha notato Accame, «non si poteva sparare per difendere i fascisti» <138. Ma di fronte agli eventi successivi, il Viminale avrebbe dimostrato di essere pronto ad usare la forza. Per il 6 luglio, il Consiglio federativo della Resistenza – creato a Genova – promosse un raduno a Porta San Paolo a Roma. Nonostante fosse stato proibito il giorno stesso dalla prefettura, il comizio ebbe luogo. Il segretario d’ambasciata [degli Stati Uniti] Lister si trovò casualmente nel bel mezzo degli scontri, e il suo racconto quasi in presa diretta ci restituisce il clima dell’epoca. Stando al suo resoconto, la situazione apparve subito estremamente caotica: manifestanti che si impadronivano dei filobus, raffiche di pietre, urla, cariche della polizia. Poi l’arrivo della cavalleria e la fuga. I tanti ragazzi presenti venivano liquidati come «giovani gangster forse assunti per l’occasione». Tuttavia, uno degli aspetti che più aveva colpito l’ufficiale dell’ambasciata era la scomparsa «dell’apatia della base di dieci anni prima». Chi aveva preso parte alla rivolta «sentiva l’entusiasmo di “avere fatto qualcosa” contro il governo» <139.
    Dopo i fatti di Porta San Paolo vennero indetti numerosi scioperi dalle Camere del Lavoro. Tra le varie città, Napoli, Parma, Bologna, Ravenna e Reggio Emilia si fermarono il 7 luglio 1960. Proprio Reggio avrebbe drammaticamente legato il suo nome a quella data. La questura aveva concesso l’autorizzazione a svolgere un comizio, a patto che si tenesse all’interno, precisamente nella sala Verdi (600 posti) del teatro Ariosto. Com’era prevedibile, la folla si stava accalcando già diverse ore prima dell’inizio, ed era immensamente superiore alla capienza della sala: circa seimila persone. Nella centrale piazza della Libertà, in attesa del comizio, la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti era cresciuta. Le cronache dell’epoca non lasciano dubbi sulle reazioni spropositate degli agenti. Il fuoco aperto sui dimostranti durò venti minuti. Afro Tondelli, poco prima di morire, disse alla moglie di aver visto l’uomo che gli aveva sparato: «prendeva la mira come se fosse a caccia». La drammatica sequenza fotografica apparve su «Paese Sera» <140. Difficilmente i cinque morti lasciati sul campo – manifestanti tra i 19 e i 41 anni – possono trovare una qualche giustificazione. La spiegazione più convincente e scevra da ideologie è, a nostro avviso, quella di Radi, che ha posto l’accento sull’adunata antifascista del 4 luglio, davanti alla sede del Msi reggiano. Quel giorno, molti agenti erano rimasti contusi, e si era creato nei reparti «il proposito di rifarsi, di dare una lezione» <141. Il tenente colonnello dei carabinieri Giudici, il questore e il prefetto dichiararono che il 7 luglio nessuno aveva dato l’ordine di sparare. Il questore Greco ricordava la presenza di fitte sassaiole e insulti contro gli agenti. Con ogni probabilità, a Reggio, la situazione locale era già molto tesa e qualcuno perse il controllo. La città emiliana era «un contesto politico e sociale quasi unico nel Paese» <142, dove le contrapposizioni trovarono un terreno fertile. Più che ipotizzare disordini organizzati da Mosca o degenerazioni squadriste, ci sembra ragionevole pensare a poliziotti in cerca di rivincita.
    Dopo il tragico bilancio di sangue di Reggio Emilia, fu ancora la Sicilia ad essere tristemente protagonista: il giorno seguente, durante manifestazioni legate allo sciopero generale, ci furono tre vittime a Palermo e una a Catania <143. Il numero dei morti saliva a dieci. Anche in questo frangente, non è privo di significato sottolineare la vicinanza tra il punto di vista delle forze dell’ordine e dei funzionari americani, tanto dell’ambasciata quanto del Dipartimento di Stato. Lanciando pietre e altri oggetti, i dimostranti – si legge in un commento – avevano «costretto la polizia ad usare le mitragliatrici». Di fronte alle «dure provocazioni», la polizia si stava addirittura comportando con «grande moderazione [considerable restraint]». Il governo e il suo braccio armato, secondo queste analisi, sarebbero riusciti senza problemi a «domare la tempesta politica in atto», almeno per il momento <144.
    Restano da capire le intenzioni e i margini di manovra dei due “contendenti”: il fronte antifascista e Tambroni. Nella storiografia non sono mancate le interpretazioni anche molto distanti tra loro, e grazie ai documenti americani è possibile aggiungere un ulteriore tassello alla ricostruzione degli eventi. Gli antifascisti più attivi erano, com’è noto, socialisti e comunisti. I rapporti tra i due partiti, da tempo non idilliaci, si raffreddarono ulteriormente al momento di “capitalizzare” le proteste di piazza. Basta guardare quanto scrisse Nenni sul suo diario, il 3 luglio ’60: la vittoria di Genova era usata dai comunisti «in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria di piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919» <145. Secondo il leader socialista i fatti di quei giorni erano da intendersi come stimoli per la svolta a sinistra, non certo per una contrapposizione violenta. Nei dispacci dell’ambasciata si riconosceva il grande appeal dell’antifascismo ma l’attenzione era perlopiù concentrata sull’abilità del Pci nello sfruttare la situazione. I comunisti – citiamo da un documento inedito americano – erano riusciti a creare un «nuovo mito, un vero e proprio articolo di fede: le forze armate clerico-fasciste avevano attaccato una manifestazione pacifica di operai e altri elementi democratici». La speranza degli Usa, comunque, era l’isolamento di comunisti e neofascisti per coinvolgere tutti i partiti anti-totalitari e arrivare ad un governo di elementi moderati <146. Si capisce, in questo senso, il disorientamento generato da un governo col sostegno dei neofascisti e duramente osteggiato, in primis, da socialisti e comunisti. Alla tesi del complotto sovietico, denunciato da Tambroni, non venne mai dato molto credito <147. Inoltre, sembrava «altamente improbabile» che il Pci volesse minacciare un’insurrezione. L’unico risultato che poteva ottenere, visti i livelli di tensione raggiunti, era la soppressione del partito per attività illegali <148. La dirigenza era ben lontana dal minacciare un’insurrezione, ma questo non significava l’assenza di pulsioni violente o l’estraneità all’organizzazione delle rivolte, come è stato scritto <149. Recentemente, grazie alla testimonianza di un ex dirigente di alto livello come Luciano Barca, è stata sottolineata l’attenta regia comunista delle manifestazioni <150. Il principale problema dei vertici di partito era «frenare un movimento che vuol procedere oltre la mobilitazione di piazza» <151. Lo stesso Togliatti prese le distanze dai compagni più estremisti intenzionati a portare fino in fondo lo scontro. In questo senso può essere letta l’accettazione della tregua – proposta dal presidente del Senato Merzagora – da parte del segretario del partito comunista <152. Del resto, furono proprio i dirigenti di Pci e Cgil a dichiarare che il movimento, fin da Genova, era sfuggito loro di mano.
    L’insoddisfazione dell’avanguardia leninista risiedeva nel fatto che, malgrado gli sforzi profusi, Tambroni era ancora al suo posto. Armando Cossutta confessò la fatica a sedare gli animi di chi intendeva continuare lo scontro nelle piazze, senza curarsi dell’opinione dei vertici o addirittura senza conoscere gli stessi dirigenti <153. Secondo questa lettura, la Dc era una forma mascherata di fascismo. Di più. Era il vero fascismo, il referente dei ceti dominanti in grado di mobilitare un apparato repressivo e autoritario. Quindi la Resistenza doveva continuare ad ogni costo la sua lotta antifascista <154.
    Il movimento del 30 giugno si proponeva di combattere la confusione tra potere fittizio, cioè «l’ombra del potere rappresentato dal seggio parlamentare» e potere reale, costituito dal «controllo operaio delle fabbriche». Contro il «cretinismo parlamentare» e il «rivendicazionismo spicciolo». Chi aveva creduto di utilizzare la protesta a scopi dimostrativi rimase deluso. L’anonimo operaio redattore del documento scrive: «non si poteva più comandarci a bacchetta, valutando che la nostra collera potesse sfogarsi nel corteo approvato dalla prefettura». Gli stati maggiori della sinistra, che tuonavano contro il revisionismo, erano in realtà «peggiori dei revisionisti». In questo scollamento tra partito comunista legalitario e classe operaia rivoluzionaria, Baget Bozzo ha individuato l’inizio del movimentismo extra-parlamentare <155. Le pur legittime richieste di cambiamento venivano inghiottite dai movimenti estremisti.
    A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia. E se all’inizio era stato il partito socialista a trarre i maggiori vantaggi, intanto il Pci «usciva dall’angolo» e conquistava il ruolo di componente irrinunciabile della politica nazionale. Da quel momento si insinuava il dubbio che anticomunismo e democrazia non potessero convivere pacificamente. Chi si esprimeva diversamente attirava sospetti di fascismo <156. Si tratta di un passaggio decisivo per la cultura politica del nostro Paese. Alla luce di queste considerazioni, il mito dei ragazzi con le “magliette a strisce”, su cui ha prosperato la prima storiografia sui fatti di Genova (ma anche tante opere successive), va in buona parte ridimensionato. Certamente, a quindici anni dalla guerra, l’Italia nuova dei giovani, alla ricerca di un «momento positivo», si faceva sentire. Ma il luglio ’60, nel bene e nel male, andò al di là di qualsiasi previsione <157.
    [NOTE]
    138 G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 379. Accame ipotizza addirittura che il ministero degli Interni, a Genova, lasciò «mano libera ai comunisti». Sul sentimento di «rivincita» della polizia si veda G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294.
    139 The Porta San Paolo riot, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, July 21, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-2160. Sulla guida comunista delle manifestazioni di Roma si veda G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
    140 V. Notarnicola, Venti minuti di fuoco fra la polizia e i dimostranti in piazza della Libertà, «Corriere della Sera», 8 luglio 1960. Per le reazioni di parte comunista si vedano le foto pubblicate su «Paese Sera», 12 luglio 1960 e il commento alla registrazione degli scontri (27 minuti): Abbiamo ascoltato la registrazione di Reggio Emilia, «Paese Sera», 14 luglio 1960.
    141 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 111-113. Sul proposito di rivincita dei poliziotti reggiani, si veda l’interessante testimonianza di Italo Bonezzi (autista del servizio pubblico) al processo, riportata in P.G. Murgia, Il
    luglio 1960, cit., p. 126.
    142 P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 105.
    143 Sui fatti di Catania si veda A. Miccichè, Catania, luglio ’60, Ediesse, Roma, 2010.
    144 Italian situation, H. McBride to F. Kohler, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917.
    145 P. Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Sugarco, Milano, 1982, p. 129.
    146 Communist-led rioters succeed, cit.; The present disorders in Italy, H. Cumming (Department of State, Director of Intelligence and Research) to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Sui timori per una deriva autoritaria di destra si veda U.S. Policy toward Italy, July 13, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60.
    147 Central Intelligence Bulletin, CIA, July 8, 1960, CIA-RDP79T00975A005200070001-6, NARA, CIA Records Search Tool ( d’ora in poi CREST); L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
    148 Severe Communist-led rioting in Italy threatens life of Tambroni government, F. Kohler to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Tambroni avrebbe poi esposto nella seduta del 14 luglio alla Camera la sua versione più critica nei confronti del complotto comunista, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 14 luglio 1960, pp. 15963-15970.
    149 Pur cogliendo l’ambivalenza del Pci, Cooke non convince quando liquida la strategia togliattiana in poche righe e senza argomentazioni. Tale strategia, scrive, «non permette l’identificazione del suo partito con la violenza e l’insurrezione», si veda P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 43. Se il giudizio sulle tendenze rivoluzionarie è consolidato, altrettanto non può dirsi per l’uso della violenza. Utile in proposito la lettura del quotidiano comunista e le frequenti dispute con i socialisti nei mesi di giugno-luglio ’60.
    150 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, vol. I, Con Togliatti e Longo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, pp. 235-238.
    151 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 387; N. Minuzzo, L’aria del ’48, «L’Europeo», 17 luglio 1960.
    152 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294; Anche i funzionari americani notarono questo aspetto: «l’accettazione comunista della proposta di tregua di Merzagora è una prova forte del fatto che il Pci starà attento a non andare oltre i limiti della violenza che ha già raggiunto», si veda Severe Communist-led rioting, cit.
    153 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., pp. 387-388.
    154 Si veda L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 126-127; G. Baget Bozzo, recensione a P. Cooke, Luglio 1960, cit., 25 maggio 2001, http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html. La necessità di portare a termine la nuova Resistenza e la continuità tra fascismo, Dc e Chiesa cattolica sono elementi ricorrenti nel lavoro di Murgia, secondo il quale Tambroni «è un frutto maturato nel giardino clericale», P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 170.
    155 Citazioni tratte da Movimento 30 giugno, Genova, 1960, in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 132-143. Le osservazioni di Baget Bozzo sono su http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html
    156 Un esempio eclatante di questo clima è il libro di Murgia, apparso nel 1968, si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 111-112. Osservazioni pregevoli su questo in E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia come elemento strutturale della lotta politica nell’Italia repubblicana, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 248-252. Si veda anche R. Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1960): lineamenti di una storia, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni, cit., pp. 331-332.
    157 Sui grandi cambiamenti legati al boom economico e sull’attesa di qualcosa di nuovo si vedano G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., pp. 173-174; G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Rizzoli, Milano, 1990, pp. 91-92. Secondo il giornalista comunista Falaschi nel luglio ’60 si possono individuare i prodromi del ’68 e dell’autunno caldo, si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 383.
    Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

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  3. Il terreno della lotta armata è perfettamente sconosciuto alla maggioranza degli operai

    La nascita dei Gruppi d’Azione Patriottica riflette un’oculata strategia politico-militare del Partito Comunista mirante alla polarizzazione su un doppio binario della lotta contro il fascista ed il tedesco: da un lato la guerriglia e la lotta armata in mano ad un’ardita avanguardia operaia, dall’altro lo scontro economico-rivendicativo nelle fabbriche. E’ una scelta di per sé obbligata, che diverrà inevitabile sulla scia del massiccio sciopero dei sette giorni del dicembre ’43 e di quello insurrezionale del marzo ’44. In quest’ultimi due casi, l’assenza del contributo e del supporto gappista attenuerà consistentemente la forza e la portata delle agitazioni operaie. Già dal settembre, Francesco Scotti ed Egisto Rubini assistiti da Giordano Cipriani ed insieme ad alcuni operai milanesi e sestesi ricevono l’incarico di costituire i primi gruppi d’azione patriottica. Il compito si rivelerà arduo già dai primi mesi per una serie di ragioni. Innanzitutto il terreno della lotta armata è perfettamente sconosciuto alla maggioranza degli operai. Pur ricompattata negli scioperi di marzo ed attestata una ferma e decisa volontà d’azione, la classe operaia è politicamente ed ideologicamente impreparata. Il ricordo del Rinascimento, dell’Unità d’Italia e del biennio rosso 1919-’20 è sì vivo, ma la congiuntura è radicalmente differente e sfavorevole. Quella che si troverà a combattere non sarà una guerra popolana di stampo risorgimentale, ma una guerriglia pianificata scientificamente con bersagli ed obiettivi politici predefiniti. Seppur la presenza comunista nelle fabbriche milanesi sia preminente (soprattutto alla Magnaghi, Breda e alla Falck di Sesto San Giovanni), le difficoltà per l’arruolamento e l’inquadramento si presenteranno ardue fin da primissimi giorni. Alle prese con i bisogni e le necessità più impellenti e con le sopracitate condizioni lavorative a cui si aggiunge il rischio della deportazione o del lavoro alla Todt <12, l’operaio già da subito si dimostra reticente. Gravano i pesanti interrogativi riguardo la soluzione della guerra, che pur sfavorevole all’Asse, non presenta sicure certezze e conclusioni. Pesano inoltre gli indiscriminati arresti e le deportazioni, le feroci repressioni delle SS e la rinascita del fascismo che si nutre d’acredine e vendetta nei confronti di chi l’ha tradito e delle « cricche privatistiche collegate alla mentalità giudaico – massonica – borghese del capitalismo, dell’intellettualismo e del comunismo». La fabbrica garantisce, nella migliore delle ipotesi, a stento un piatto di minestra al giorno, un lavoro precario (seppur scarsamente remunerato) e l’ausweis, il lasciapassare tedesco per i lavoratori addetti alla produzione bellica, esonerati dalla chiamata alle armi, dalle deportazioni e dalle retate.
    Da qui la decisione del Partito Comunista di indirizzare la lotta attraverso una chiara separazione dei compiti: l’operaio e il gappista. Il primo, in fabbrica, a capo delle lotte prettamente economico-rivendicative con duplici obiettivi da perseguire: strappare all’industriale e al tedesco aumenti salariali e contemporaneamente far luce univocamente sul ruolo e sulle responsabilità degli stessi, smascherando gli interessi coincidenti. Altro obiettivo di non minore importanza è quello di riuscire a spezzare il blocco moderato-conservatore, attirando a sé la piccola e media borghesia ed isolando gli imprenditori collaborazionisti. Così facendo si impedisce al neo costituito fascismo, di presentarsi agli occhi della gente come unico garante dell’ordine e della riappacificazione come invocato dal filosofo Giovanni Gentile.
    Sulla sponda opposta c’è il gappista. Facente parte di nuclei ristrettissimi, comunisti, provenienti dalle fabbriche e, pertanto, prevalentemente operai, rappresenta la punta avanzata della lotta armata. Con alle spalle un drammatico passato, ha un percorso comune a tutti i militanti comunisti dell’epoca. L’esperienza della guerra di Spagna, la resistenza francese nei Francs-Tireurs et Partisans, la scuola politica a Mosca, l’esilio a Ventotene, la militanza nel neonato Partito Comunista del ’21, le condanne del Tribunale Speciale e gli anni di prigione, le persecuzioni. Vive nella clandestinità e nella vigilanza più assoluta, praticando una lotta armata di stampo terroristico.
    Occorre precisare che il gappismo e il gappista non hanno nulla a che vedere con la concezione moderna di largo senso comune del “terrorismo” e del “terrorista”. L’accezione moderna del termine “terrorista” si è caricata di particolari connotazioni negative e sinistre, rifacendosi soprattutto ai sanguinosi anni ’70 italiani. Attraverso i cosiddetti anni di piombo e la galassia delle formazioni antagoniste extraparlamentari che hanno abbracciato la lotta armata quali le Brigate Rosse, i Proletari Armati per il Comunismo, Prima Linea, il terrorismo nero di Ordine Nuovo e Terza Posizione ed accanto a fenomeni di portata europea quali le RAF in Germania, con il termine terrorista si è definito colui che fa della violenza il principale strumento di lotta politica. Quest’ultimo colpisce con determinate e mirate azioni più che l’uomo o l’istituzione in sé, ciò che essi incarnano e rappresentano politicamente, mirando alla destabilizzazione dello Stato attraverso l’instaurazione di una fantomatica rivoluzione per mano di pochi eletti.
    Giorgio Bocca dà una spiegazione illuminante e chiarificatrice riguardo le ragioni e gli indirizzi delle azioni gappistiche, una delucidazione essenziale che ci aiuta a riflettere e a praticare i dovuti distinguo: “Il terrorismo nelle città mira a effetti militari e politici ed è un atto di moralità rivoluzionaria. Se si accetta il principio morale e rivoluzionario della ribellione armata contro la legalità iniqua, bisogna arrivare al terrorismo cittadino. La resistenza è indivisibile, la guerra popolare, guerra di tutti, e non può tollerare isole di privilegio e di ingiusto rispetto, che si uccida, si torturi, si incendi nei villaggi di montagna e nei quartieri operai mentre le enclaves della borghesia cittadina restano tranquille e, dentro, tranquilli gli oppressori.” <13 Nel momento in cui gli spazi di agibilità politica e l’esercizio del dissenso sono preclusi e criminalizzati, la democrazia soppressa, alla presenza di un oppressore che dispone della vita e della morte di ciascuno con le città in stato d’assedio, l’ultima tappa obbligata è quella della lotta armata. Unico strumento di difesa disponibile, unico baluardo contro la totale depravazione umana, morale e sociale. Percorso tra l’altro comune ai movimenti di liberazione algerino, vietnamita, cubano e alla resistenza francese.
    Genesi: come, dove e in quanti
    La prima squadra di quella che poi diverrà la 3^ GAP è formata da quattro operai rappresentanti le più importanti fabbriche sestesi: Validio Mantovani (Nino, Ninetto, Barbisìn) dalla Saspa Pirelli, Carlo Camesasca (Barbisùn) dalla Ercole Marelli, Vito Antonio La Fratta (Totò) dalla Falck, Renato Sgobaro (Giulio, Lupo Mannaro) dalla Breda. Sono diretti da Egisto Rubini e Cesare Roda. Tutti alle prime armi con scarsissima dimestichezza dell’attività che andranno ad intraprendere, tutti provenienti dalla fabbrica e non più giovanissimi. Bisogna rompere il ghiaccio, arrischiare le prime azioni e i primi colpi, sperimentare tattiche e strategie, temprare lo spirito, razionalizzare l’istinto, controllare le reazioni emotive. Detto – fatto, il 4 ottobre del 1943, avendo incrociato per strada, in bicicletta, il sergente maggiore squadrista Visentin, individuo molto odiato per aver fatto “assaggiare” lo staffile a molti operai, lo attendono sulla via del ritorno e lo giustiziano. C’è esitazione, non ci si decide su chi dovrà sparare per primo, quindi si opta per il capo, Ninetto, che aprirà il fuoco. Azione riuscita e fuga veloce in bicicletta.
    Dopo aver eliminato un tenente della milizia a Casatenovo, i sestesi ricevono l’ordine di giustiziare il capitano (poi maggiore) della XXV legione della Guarda Nazionale Repubblicana, Gino Gatti, un torturatore di partigiani. Il compito si presenta sin dal principio non facile: il soggetto non è abitudinario e i suoi spostamenti ed i suoi orari sono tutt’altro che ripetitivi. Pur di portare a termine la loro missione, i gappisti decidono di affidarsi all’improvvisazione sfruttando l’occasione propizia e confidando nella buona sorte. Ma tutto ciò mal si concilia col rigore ed il militarismo scientifico della guerriglia armata in città. Gatti, attaccato di fronte alla Villa Reale di Monza, riuscirà a sopravvivere all’agguato riportando gravissime ferite. Pur nell’azzardata azione dei sestesi, l’operazione è tutt’altro che un insuccesso.
    Dimostrando di poter colpire il nemico nelle sue principali roccaforti, si spezza la sicurezza psicologica dei fascisti infondendo fiducia in quelle sacche della popolazione che, seppur antifasciste, non concretizzano la loro opposizione al risorto regime. Queste primissime esitazioni, queste improvvisate gesta temprano il gappista autodidatta e ne maturano l’addestramento.
    In ottobre il quadro organizzativo si perfeziona ulteriormente con l’arrivo di Vittorio Bardini, studente politico a Mosca ed ex combattente nella guerra di Spagna. Ilio Barontini, livornese, artificiere, raro caso di volontario e combattente in azioni d’aiuto agli abissini durante l’aggressione fascista all’Etiopia, comandante delle Brigate Garibaldi in Spagna, lo mette subito in contatto con Rubini, Roda e Francesco Scotti ispettore generale delle neonate brigate Garibaldi. Al momento è alquanto prematuro parlare di una brigata Garibaldi de facto; al contrario delle inesatte ricostruzioni, si presentano, sparse per le diverse zone della città, delle squadre al cui comando non v’è un comandante ed un commissario politico. E’ il comitato militare del PCI Lombardia, quindi Bardini, Scotti e Roda a capitanare e dirigere le neo costituite cellule. Tutte comunque raggruppate nel 17° distaccamento GAP Gramsci. Un triunvirato, i cosiddetti “triangoli militari di partito”: un responsabile generale (Bardini), un responsabile dei servizi tecnici (Roda) e in ultima istanza un responsabile militare delle azioni (Rubini).
    [NOTE]
    12 Organizzazione Todt: grande impresa di costruzioni che operò in Germania ed in tutti i paesi occupati della Wehrmacht, dedita al reclutamento di mano d’opera da utilizzare nella costruzione di strade, ponti e lavori di fortificazione militare (Linea Sigfrido, Linea Gustav, Linea Gotica). Contava all’incirca 1.500.000 lavoratori, di cui la maggior parte prigionieri di guerra. Sfruttata più volte da renitenti alla leva e partigiani per sfuggire alla deportazione o ai bandi di chiamata alle armi.
    13 G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, 1966, p. 145
    Giorgio Vitale, L’altra Resistenza. I GAP a Milano, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2008-2009

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  4. oggi, 4 ottobre, a roma, convegno di studi: a cento anni dal ‘non mollare’

    Federazione Italiana Associazioni Partigiane
    Via S. Francesco di Sales 5,  Roma

    Convegno di Studi
    ” … a cento anni dal NON MOLLARE”
    Roma

    4 ottobre 2025
    ore 15:30 – 19:30

    Inizio lavori

    ore 15.30
    Saluti istituzionali

    Luca Aniasi
    (Presidente FIAP)

    Bianca Cimiotta Lami
    (Vicepresidente FIAP)

    Matteo Stefanori
    (Casa della Memoria e della Storia, Roma)

    Introduce e presiede
    Andrea Ricciardi
    (FIAP e Fondazione Rossi-Salvemini)

    *

    Intervengono

    Sergio Bucchi (Università La Sapienza, Roma)
    Salvemini, l’Italia liberale e la democrazia

    Antonella Braga (Fondazione Rossi-Salvemini)
    Tre riviste libere: “Rivoluzione liberale”, “IlCaffè”, “Non Mollare”

    Fabio Vander (Senato della Repubblica)
    I comunisti e il “Non Mollare”

    Mimmo Franzinelli (Fondazione Rossi-Salvemini)
    Il “Non Mollare” contro le fake-news di Regime

    ore 17.30
    Chille de la balanza
    “Non Mollare”. Interviste impossibili

    ore18.00
    Tavola rotonda
    “Non mollare”: la libertà di stampa tra ieri e oggi

    Introduce e presiede
    Andrea Ricciardi
    (FIAP e Fondazione Rossi-Salvemini)

    Intervengono
    Roberta Carlini (Istituto Universitario Europeo, Firenze)
    Eric Jozsef (“Libération”)
    Enzo Marzo (“Critica Liberale”)

    ___

    Federazione Italiana
    Associazioni Partigiane.
    Via S. Francesco di Sales 5,  Roma

    Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili in sala
    L’iniziativa verrà trasmessa in diretta streaming sulla Pagina Facebook della FIAP: https://www.facebook.com/FIAPItalia

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  5. oggi, 4 ottobre, a roma, convegno di studi: a cento anni dal ‘non mollare’

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  6. 4 ottobre, roma, convegno di studi: a cento anni dal ‘non mollare’

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  7. 4 ottobre, roma, convegno di studi: a cento anni dal ‘non mollare’

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  8. Servizi di intelligence e lotta partigiana

    Quanto al ruolo svolto dalle truppe italiane cobelligeranti, è importante ricordare la Dichiarazione di Quebec, che sanciva che i termini armistiziali non precludevano «l’assistenza attiva dell’Italia nel combattere i tedeschi»; anzi, al contrario, il contributo offerto dalla nazione italiana alla comune causa alleata, nonché alla lotta contro i tedeschi dopo la firma dell’armistizio, avrebbe inciso, in seguito, sulle condizioni armistiziali imposte all’Italia: «il limite entro il quale i termini saranno modificati in favore dell’Italia dipenderà dalla misura in cui il governo e il popolo italiano aiuteranno nei fatti le Nazioni Unite contro la Germania nel resto della guerra. Le Nazioni Unite dichiarano comunque senza riserve che dovunque le forze italiane o gli italiani combatteranno i tedeschi, distruggeranno le proprietà tedesche o intralceranno il movimento dei tedeschi, a loro sarà dato l’appoggio possibile da parte delle forze delle Nazioni Unite» <457.
    Agli inizi di dicembre del 1943, si assistette al fattivo coinvolgimento delle truppe italiane del ricostituito Esercito Regio e al loro inquadramento nell’ambito della V Armata. Gli italiani del 1° Raggruppamento Motorizzato, sotto il comando del generale di brigata Vincenzo Cesare Dapino, combatterono al fianco della 36^ divisione di fanteria americana sul fronte di Montelungo (il 5 e 6 dicembre 1943), giocando un ruolo fondamentale per la conquista del punto cardine della linea difensiva tedesca «Bernhardt». Gli alleati espressero un vivo apprezzamento per il valore dimostrato in quella occasione dai reparti italiani; dopo tale «battesimo di fuoco», si moltiplicarono gli ambiti di collaborazione con le forze anglo-americane <458.
    Dunque, indipendentemente da quanto i soldati italiani familiarizzassero con quelli anglo-americani e viceversa, non si può negare che anche i loro sforzi contribuirono all’avanzata delle truppe alleate nella penisola.
    Servizi di intelligence e lotta partigiana
    Se l’aiuto italiano offerto agli alleati in campo militare si rivelò nel complesso limitato, ben più cospicua fu l’assistenza prestata ai servizi di intelligence sia inglesi (SOE) che americani (OSS), che si avvalevano di una preziosa rete di informatori e agenti reclutati in loco <459, oppure agli uffici preposti alla propaganda di guerra (Political Warfare Executive nel Regno Unito e Office of War Information negli USA); del resto, un buon sabotaggio delle comunicazioni nemiche avrebbe danneggiato le città italiane con minori danni dei bombardamenti <460.
    In un annesso alla bozza del piano di Avalanche datato 17 agosto 1943, illustrante le modalità di uso coordinato delle forze di terra, di aria e di mare sia britanniche che statunitensi nell’area di Salerno, era anticipato che per le comunicazioni tra le unità alleate sarebbe stato utilizzato il sistema telefonico civile esistente e sarebbero stati impiegati gli addetti locali considerati idonei per l’assistenza nella determinazione dell’ampiezza e delle direzioni dei cavi nonché nell’attivazione di ogni attrezzatura automatica disponibile: «It is anticipated that the existing civilian telephone system will be utilized. Suitable civilian employees of the system will be employed in order to assist in determining the size and routes of various cables and the operation of any automatic equipment that is available» <461.
    Non mancavano neppure collaborazioni tra gli alleati e i gruppi resistenziali italiani, oggetto di considerevole attenzione da parte della storiografia del dopoguerra, con il ritorno della sinistra socialista e comunista sulla scena politica dopo la dittatura fascista. Innanzitutto va precisato che non esisteva in quel frangente e in quella porzione del territorio nazionale un movimento partigiano politicamente orientato e organizzato né tanto meno un’ampia resistenza armata; a prevalere nei centri meridionali era invece una volontà pre-politica di resistenza alla guerra ovvero il rifiuto degli abitanti di accettare passivamente le richieste sempre più esorbitanti dei soldati tedeschi (ciò si manifestava, ad esempio, nella sottrazione di risorse, alimentari e non, o nel sabotaggio dietro le linee di fortificazione e difesa germaniche per i cui lavori di costruzione si attingeva alla popolazione locale come manodopera coatta per evitare di distogliere troppi militari dalla prima linea) <462.
    Nell’ambito della bibliografia più recente, approfondendo i rapporti degli anglo-americani con il movimento partigiano in Italia, Piffer ha messo in evidenza, da un lato, la scarsa importanza attribuita dagli alleati alla Resistenza italiana sotto il profilo militare mentre, dall’altro, il prevalere di considerazioni di natura politica e ideologica. Per quanto concerne la percezione delle unità partigiane operanti nell’Italia occupata, gli alleati avrebbero avuto una condotta intenzionalmente discriminatoria nei confronti delle formazioni di sinistra, cercando in tutti i modi di ostacolarne la crescita e impedirne il rafforzamento (queste ultime, più organizzate e politicamente pericolose, avrebbero ricevuto una quantità minore di rifornimenti rispetto alle altre) <463.
    In quest’ambito, i servizi di intelligence alleati ebbero un atteggiamento duplice. Alcuni sostenevano la linea di evitare accuratamente ogni collaborazione con la Resistenza di ispirazione comunista; altri invece (come il maggiore Peter Tompkins e il capitano Max Corvo) privilegiarono i rapporti con la Resistenza democratica, giungendo a creare un vero e proprio nuovo servizio segreto italiano che sostenesse il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale): nacque così nel novembre 1943, a Napoli, l’Organizzazione per la Resistenza Italiana (ORI), posta al comando di Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce <464.
    Quindi, malgrado una iniziale diffidenza, gli alleati si convinsero infine della necessità di collaborare con i movimenti antifascisti per una serie di vantaggi, quali la possibilità di reclutare spie e informatori o stabilire punti di appoggio territoriali <465. Di conseguenza, i servizi segreti anglo-americani sostennero, foraggiarono e fomentarono i gruppi di resistenza presenti nei territori ancora occupati, al fine di sfruttarli per favorire e coadiuvare le operazioni militari decise dall’alto comando interalleato <466. In ciò consistette prevalentemente il contributo della popolazione civile, stretta tra i due eserciti in combattimento, al processo di riscatto nazionale italiano nei territori investiti dalla guerra <467.
    [NOTE]
    457 Cfr. Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 26. Dopo la firma dell’armistizio «lungo» (il 29 settembre 1943) a Malta, l’Italia avrebbe dichiarato guerra alla Germania (il 13 ottobre 1943), assumendo lo status di cobelligerante che non equivaleva tuttavia a quello di alleato.
    458 Sul valido contributo del 1° Raggruppamento Motorizzato si veda: Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 121. Ricordiamo che nella 5^ Armata furono inglobati altri reparti di diversa nazionalità, come il Corpo di Spedizione Francese (CEF).
    459 Spie e agenti segreti erano preziosi in tempo di guerra per le loro funzioni di sabotatori e infiltrati nelle reti nemiche, e molti italiani lavorarono al servizio dell’intelligence alleata. Solo il SOE, che era alle dipendenze del Ministry of Economic Warfare, al suo picco aveva reclutato circa 10.000 uomini e 3.200 donne (anch’esse lavoravano per i servizi di intelligence), in appoggio alla lotta di liberazione contro il nazismo in Europa. In Italia, l’organizzazione specializzata nella raccolta di informazioni a supporto di attività di spionaggio (azioni offensive) e controspionaggio (azioni difensive, come la caccia alle spie) era il SIM (Servizio Informazioni Militare), fondato nel 1925 e attivo anche nel secondo conflitto mondiale e nella guerra di liberazione (1943-45). Il SIM collaborò, oltre che con il SOE, con il Secret Intelligence Service (SIS), agenzia di spionaggio per l’estero della Gran Bretagna, nota più comunemente come MI6 (Military Intelligence – Section 6); tra le personalità più note che lavorarono nel SIS, ricordiamo Ian Fleming, futuro creatore di James Bond. Una sezione SIM faceva parte anche dell’OSS.
    460 NA, London, UK, Most Secret (from Admiralty to Prime Minister), 16 September 1943, «in Operation Avalanche – Allied landings at Salerno», September-October 1943, AIR 8/1314.
    461 NA, London, UK, Annex 6 to Outline Plan “Avalanche”, 17 August 1943, in «Operation Avalanche: Outline plan for 5th US Army», August 1943, WO 204/6805.
    462 Cfr. Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 79. Sollevazioni spontanee contro l’occupante tedesco si erano avute a Napoli e ad Acerra; tuttavia le rivolte popolari in funzione antitedesca in Campania e in generale nelle città meridionali erano dovute non tanto a una convinta adesione ideologica all’antifascismo quanto alla più concreta necessità di salvaguardare l’esistenza materiale dei cittadini. Dall’assenza di una matura coscienza politica in senso antinazista discende la difficoltà di inserire tale narrazione nell’epopea della lotta partigiana, sviluppatasi prevalentemente nell’Italia centro-settentrionale (cfr. ivi, p. 81).
    463 Cfr. T. Piffer, Gli Alleati e la resistenza italiana, Il Mulino, Bologna, 2010, pp. 135-140 e pp. 180-184.
    464 Si veda: F. Craveri, La Campagna d’Italia e i servizi segreti. La storia dell’ORI (1943-45), La Pietra, Milano, 1980.
    465 Cfr. R. Battaglia, I risultati della Resistenza nei suoi rapporti con gli alleati, «Il movimento di liberazione in Italia», 1958, nn. 52-53, pp. 159-172). Non si dimentichi che la partecipazione di cellule comuniste fu cruciale per il successo dell’offensiva finale lanciata dagli alleati nel Nord Italia nell’aprile 1945.
    466 Cfr. Glen Yeadon e John Hawkins, The Nazi Hydra in America: Suppressed History of a Century. Wall Street and the Rise of the Fourth Reich, Baker & Taylor, Canada, 2008, p. 237.
    467 Contemporaneamente, anche la Sardegna venne liberata dai tedeschi mentre la Corsica venne evacuata grazie all’arrivo di unità francesi aggiuntive a sostegno delle energiche azioni dei patrioti corsi. In confronto, agli occhi degli alleati il popolo italiano sembrava fare molto meno per contribuire a cacciare il nemico fuori dall’Italia (NA, London, UK, Most Secret (from Algiers to HQ Etousa), 21 September 1943, in «Operation Avalanche – Allied landings at Salerno», September-October 1943, AIR 8/1314).
    Maria Vittoria Albini, Lo sbarco di Salerno nella seconda guerra mondiale dalla prospettiva alleata, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia – Viterbo, 2015

    #1943 #1944 #comunisti #fascisti #guerra #intelligence #MariaVittoriaAlbini #ORI #OSS #partigiani #Resistenza #SIM #SOE #spionaggio #tedeschi #TommasoPiffer

  9. "#Meloni - dice #Prodi e lo riporta La Stampa - ha coperture internazionali che lei stessa ha cercato", l’establishment americano la ama e il motivo, secondo Prodi, non è proprio lusinghiero: "Perché obbedisce. Come gli ex comunisti per far dimenticare di essere stati #comunisti ne fanno di tutti i colori, così gli ex fascisti ne fanno di tutti i colori per far dimenticare di essere stati #fascisti".
    Affaritaliani
    #Ucraina #Nato #Russia

  10. C’era un numero di partigiani limitato per un’area vasta come la Brianza

    Un ambiente privilegiato per la diffusione dell’antifascismo è, quanto meno a Monza e nella bassa Brianza, la grande fabbrica fordista. Monza si trova a ridosso delle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni e di Milano (Breda, Falck, Innocenti, Magneti Marelli, Pirelli…). Tra le masse operaie delle grandi aziende milanesi “il partito comunista era penetrato in profondità, aveva fatto proselitismo e le teorie antifasciste associate a quelle di lotta di classe avevano preso piede. Queste idee venivano poi irradiate verso la provincia dagli operai brianzoli che vi lavoravano e dagli sfollati che dopo i tremendi bombardamenti dell’agosto 1943 su Milano si dirigevano sempre più numerosi verso la provincia” <26. La creazione di gruppi antifascisti che derivano dall’antifascismo delle fabbriche, dove erano già presenti cellule clandestine, si registrano ad Agrate Brianza, Cavenago Brianza, Lissone e Seregno <27. Nei paesi più lontani dal milanese e da Monza la struttura economica è caratterizzata da piccole aziende dove il PCI i partiti di sinistra non hanno ancora radicamento e, anche se la popolazione in larga parte è avversa al fascismo repubblicano e all’invasore tedesco, manca, specie nei primi mesi successivi all’armistizio, un’organizzazione antifascista strutturata, che tarderà a vedere la luce <28. Emerge quindi uno scenario duplice, cioè un contesto, quello della Bassa Brianza, influenzato dall’antifascismo diffuso tra il proletariato delle grandi fabbriche e il resto del circondario monzese, specie le aree più distanti da Milano, in cui, in particolare nei primi mesi della Resistenza, non è ancora presente un’organizzazione partigiana consolidata e l’elemento spontaneistico prevale.
    In Brianza l’attività predominante consiste nell’assistenza logistica ai partigiani riparati sui monti e, specie nella prima fase resistenziale, non vi è una vera e propria lotta armata contro i nazifascisti <29.
    I Gap (Gruppi d’azione patriottica), cioè i nuclei partigiani organizzati dal PCI per il combattimento in città, sono le uniche formazioni che nei primi mesi di occupazione tedesca svolgono attività di tipo terroristico per creare insicurezza tra i nazifascisti. In Brianza non sono presenti i Gap, ma si registrano alcune azioni armate di gappisti giunti da Milano <30. Il principale obiettivo dei Gap in territorio monzese è Luigi Gatti, squadrista di vecchia data, dirigente dell’UPI e maggiore della GNR presso la Villa Reale di Monza dove tortura gli oppositori arrestati. Il 20 ottobre 1943 due gappisti, operai milanesi, sparano al Gatti, che però risulta solo ferito. Subito dopo l’attentato la reazione fascista si concentra sui noti antifascisti locali, dieci dei quali vengono immediatamente arrestati e ne viene decretata la fucilazione per rappresaglia. Anche grazie al fatto che le ferite del Gatti non sono particolarmente gravi, hanno successo le pressioni del medico curante dottor Arrigoni e dell’Arciprete perché lo stesso Gatti si pronunci contro la rappresaglia: così avviene e la condanna a morte viene revocata <31.
    I CLN
    Un ruolo determinante nella guida della Resistenza italiana sono stati i Comitati di Liberazione Nazionale (Cln), cioè i comitati costituiti dai partiti antifascisti (DC, PCI, Pd’A, PLI, PSIUP). Già l’8 settembre il comitato romano assume tale nome. Il riferimento dei liberali nel comitato romano è “Alessandro Casati, appartenente ad un’antica famiglia nobiliare che risiedeva ad Arcore” <32, in Brianza. Il Cln di Milano si costituisce anch’esso nel corso del settembre 1943 e ha tra i suoi membri anche i monzesi Giovanbattista Stucchi (socialista) e Gianni Citterio (comunista). Nel gennaio 1944 il Cln di Milano è investito da quelli del settentrione del ruolo di organismo guida della ribellione nel nord-Italia. Il comitato romano, prevedendo una rapida liberazione della Capitale da parte degli Alleati, approva tale investitura: nasce così il Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia). A Monza, i rappresentanti del comitato sono coloro hanno fondato nel 1942 il già citato Fronte d’azione antifascista e, cioè, Fortunato Scali per i comunisti, Enrico Farè per i socialisti e Luigi Fossati per i democristiani <33. I primi Cln in territorio brianzolo scontano numerosi arresti e continue sostituzioni in quanto si trovano isolati tra di loro e le forze partigiane sono ancora scarse: occorrerà del tempo perché la struttura organizzativa del movimento partigiano si sviluppi nella Brianza monzese <34.
    Un punto di svolta nella fase resistenziale sono stati i grandi scioperi operai del marzo 1944, che coinvolgono anche la Brianza. Il grande sciopero del marzo 1944, al contrario agli scioperi del 1943, non pone al centro le rivendicazioni economica, ma è, bensì, un’iniziativa politica del Partito comunista: l’obiettivo dello sciopero è quello di dare una prova di forza politica dell’opposizione al fascismo e all’occupazione tedesca <35.
    “Il primo marzo scatta la contestazione in tutte le città del nord. Nel milanese, l’area di Sesto San Giovanni è determinante: la Breda, la Falck, la Magneti Marelli sono il fulcro dello sciopero e il punto di riferimento, naturalmente anche per la Brianza” <36. Lo sciopero riguarda anche il territorio brianzolo, soprattutto l’area di Monza, in cui si trovano importanti aziende industriali. Lo sciopero riguarda molte aziende monzesi, come la Hensemberger, la Singer, dove rientra rapidamente a causa della minaccia nazista, la Philips e la Sertum. Altre realtà industriali brianzole coinvolte sono la Bianchi di Desio e la Isotta Fraschini di Meda. Il secondo giorno di sciopero il Rapporto sullo sciopero generale del 1 marzo a Milano e provincia, redatto dal PCI, informa “che a Monza a causa della brutalità della reazione in alcuni stabilimenti il lavoro è stato ripreso” <37. Infatti, mentre a Milano e Sesto San Giovanni lo sciopero si protrae fino all’8 marzo, nel monzese lo sciopero non dura oltre i due giorni. Ad ogni modo la partecipazione allo sciopero non può dirsi negativa per una terra come la Brianza dove “gli scioperanti non potevano contare, al contrario di Sesto San Giovanni, sulla forza di enormi masse che lavorano nelle grandi fabbriche di città industriali; la repressione poteva avere buon gioco e gli agitatori potevano essere più facilmente individuati” <38. Agli scioperi seguono numerosi arresti e deportazioni nei lager tedeschi. Il PCI si rende conto che le squadre di difesa delle fabbriche, create su sua iniziativa a inizio 1944, non sono in grado di reggere l’onda d’urto della reazione nazifascista <39. Emerge quindi la necessità di un ripensamento organizzativo che porta alla nascita delle Sap.
    Le SAP
    Nell’estate del 1944 nascono le Sap (Squadre armate partigiane) per idea del comunista Italo Busetto <40. Le squadre delle Sap sono costituite nelle città da cinque uomini e, cioè, un caposquadra e quattro partigiani, mentre nei paesi il caposquadra, scelto nella figura più carismatica del gruppo, coordina tre gruppi composti da cinque uomini l’uno. Le squadre si raggruppano in distaccamenti idealmente di 45-50 uomini; cinque o sei distaccamenti costituiscono una brigata. Il partigiano delle Sap, al contrario dei Gappisti che vivono in clandestinità, se non è un renitente o un ricercato, vive nella legalità, svolgendo il proprio lavoro ed entrando in azione quando è chiamato a farlo <41.
    Le Sap, pur essendo una formazione di emanazione del Partito Comunista, “assumono più un aspetto di milizia nazionale, contando nei propri ranghi elementi delle più disparate tendenze politiche” <42.
    L’organizzazione delle Sap nella Brianza monzese si articola nell’estate del 1944 come segue <43 <44:
    1° settore di Oggiono, poi rientrerà nella 104^ brigata Gianni Citterio. Comandante: Livio Cesana. Distaccamenti: Oggiono, Carate Brianza, Macherio, Biassono, Costamasnaga, Renate. Totale: 177 uomini.
    2° settore di Monza, poi 150° brigata. Comandante: Moretto. Distaccamenti: Monza e Vedano al Lambro. Totale: 22 uomini.
    3° settore di Vimercate. Comandante prima compagnia, che successivamente si dividerà tra 104° brigata Gianni Citterio e 103° brigata Sap Vincenzo Gabellini <45, Iginio Rota. Distaccamenti: Vimercate, Arcore, Bernareggio, Bellusco, Concorezzo, Cavenago. Totale: 140 uomini.
    La seconda compagnia è dislocata a Trezzo d’Adda e dintorni. La terza compagnia (poi 105^ brigata Luigi Brambilla, è composta dai distaccamenti di Brugherio, Caponago, Agrate Brianza, Bussero, Cascine S. Ambrogio, Cernusco sul Naviglio, Carugate. Totale: 159 uomini.
    Si costituisce anche una 3^ brigata Sap nella zona tra Saronno (Varese) e la Brianza monzese. Per quest’ultima area si registrano a Meda 40 sappisti attivi dai distaccamenti dell’Isotta Franchini, 12 dall’azienda F.A.C.E., oltre che 36 partigiani delle Sap a Cesano Maderno, 25 a Meda città, 5 a Paderno Dugnano, 150 nell’area compresa tra Bovisio, Varedo, Villaggio Snia, Seveso e Ceriano Laghetto <46.
    A fine del 1944 le file delle Sap si ingrossano: si sono via via costituite nuove brigate che confluiranno nel Raggruppamento brigate Bassa Brianza. Tale raggruppamento, guidato dal comandante Eliseo Galliani e dal commissario politico Eugenio Mascetti, riunisce a sé la 119^ brigata Quintino Di Vona con distaccamenti a Nova Milanese, Muggiò, Lissone, Desio, Seregno, Carate Brianza, Paina, Arosio, Inverigo, Cinisello Balsamo, Cusano Milanino, Bresso e Cormano Brusuglio e la 185^ brigata Pietro Arienti con distaccamenti a Cesano Maderno, Bovisio, Seveso, Meda, Barlassina, Paderno Dugnano, Palazzolo, Senago e Limbiate. Rientrano nel raggruppamento anche i distaccamenti per la difesa interna delle industrie quali la Snia e Acna di Cesano Maderno, la Isotta Franchini di Meda e la Bianchi di Desio <47.
    Contestualmente le Brigate Garibaldi sono riorganizzate anche nella parte orientale della Brianza, con il Raggruppamento brigate fiume Adda. Confluiscono in tale raggruppamento la 103^ brigata Vincenzo Gabellini con distaccamenti a Vimercate, Bernareggio, Cavenago, Mezzago e Trezzo d’Adda, la 104^ brigata Gianni Citterio e la 105^ brigata Luigi Brambilla con distaccamenti in Brianza a Caponago e Brugherio <48.
    Le brigate garibaldine si sono quindi costituite anche in Brianza, sebbene, specie nei primi tempi, la struttura organizzativa sia ancora gracile e il numero dei partigiani limitato per un’area vasta come la Brianza, tanto che non di rado risultano difficili i collegamenti con le altre brigate e il comando. Nonostante le difficoltà, le Sap si rafforzano progressivamente cosicché anche la lotta contro i fascisti e i tedeschi ne trae beneficio in termini di aumento degli attacchi armati sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo <49.
    Nel corso del 1944, e in particolare durante l’estate, sono creati i Cln nel territorio brianzolo. Se in un primo momento esisteva solo il Cln di Monza, nel corso dell’estate un po’ in tutti i paesi si formano i Cln. Così facendo la Resistenza prende piede nella maggior parte dei comuni della Brianza. L’operatività e, soprattutto, l’attitudine alla lotta partigiana, dei Cln è però disomogenea: vi sono, ad esempio, alcuni Cln locali del tutto passivi, improntati più a frenare la ribellione invece che ad alimentarla. Alcuni problemi, legati all’inesperienza dei partigiani, alla presenza massiccia di forze nemiche nella zona o alla difficoltà dei collegamenti, pur migliorando nel tempo, permangono fino alla Liberazione. Tuttavia, l’aspetto più significativo che si può desumere dalle biografie dei componenti dei Cln locali è l’inedita partecipazione alla vita politica e sociale degli appartenenti di tutte le classi sociali <50 <51.
    [NOTE]
    26 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 52.
    27 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 53.
    28 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
    29 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
    30 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
    31 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
    32 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 55.
    33 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 27.
    34 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 56.
    35 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 60.
    36 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 60.
    37 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 60.
    38 Annali della Fondazione Lelio e Lisli Basso, L’archivio Basso e l’organizzazione del partito (1943-1945), vol. 8, 1985, 1986, pag. 400, “Ditte con più di 500 dipendenti”.
    39 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 97.
    40 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 97.
    41 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 97.
    42 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 99.
    43 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 100.
    44 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 30-31.
    45 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 33.
    46 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 100.
    47 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 137.
    48 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 138.
    49 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 100.
    50 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 106.
    51 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 30.
    Enrico Comini, La Corte di Assise Straordinaria di Monza. I processi per collaborazionismo a Monza (1945-1946), Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023

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  11. C’era un numero di partigiani limitato per un’area vasta come la Brianza

    Un ambiente privilegiato per la diffusione dell’antifascismo è, quanto meno a Monza e nella bassa Brianza, la grande fabbrica fordista. Monza si trova a ridosso delle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni e di Milano (Breda, Falck, Innocenti, Magneti Marelli, Pirelli…). Tra le masse operaie delle grandi aziende milanesi “il partito comunista era penetrato in profondità, aveva fatto proselitismo e le teorie antifasciste associate a quelle di lotta di classe avevano preso piede. Queste idee venivano poi irradiate verso la provincia dagli operai brianzoli che vi lavoravano e dagli sfollati che dopo i tremendi bombardamenti dell’agosto 1943 su Milano si dirigevano sempre più numerosi verso la provincia” <26. La creazione di gruppi antifascisti che derivano dall’antifascismo delle fabbriche, dove erano già presenti cellule clandestine, si registrano ad Agrate Brianza, Cavenago Brianza, Lissone e Seregno <27. Nei paesi più lontani dal milanese e da Monza la struttura economica è caratterizzata da piccole aziende dove il PCI i partiti di sinistra non hanno ancora radicamento e, anche se la popolazione in larga parte è avversa al fascismo repubblicano e all’invasore tedesco, manca, specie nei primi mesi successivi all’armistizio, un’organizzazione antifascista strutturata, che tarderà a vedere la luce <28. Emerge quindi uno scenario duplice, cioè un contesto, quello della Bassa Brianza, influenzato dall’antifascismo diffuso tra il proletariato delle grandi fabbriche e il resto del circondario monzese, specie le aree più distanti da Milano, in cui, in particolare nei primi mesi della Resistenza, non è ancora presente un’organizzazione partigiana consolidata e l’elemento spontaneistico prevale.
    In Brianza l’attività predominante consiste nell’assistenza logistica ai partigiani riparati sui monti e, specie nella prima fase resistenziale, non vi è una vera e propria lotta armata contro i nazifascisti <29.
    I Gap (Gruppi d’azione patriottica), cioè i nuclei partigiani organizzati dal PCI per il combattimento in città, sono le uniche formazioni che nei primi mesi di occupazione tedesca svolgono attività di tipo terroristico per creare insicurezza tra i nazifascisti. In Brianza non sono presenti i Gap, ma si registrano alcune azioni armate di gappisti giunti da Milano <30. Il principale obiettivo dei Gap in territorio monzese è Luigi Gatti, squadrista di vecchia data, dirigente dell’UPI e maggiore della GNR presso la Villa Reale di Monza dove tortura gli oppositori arrestati. Il 20 ottobre 1943 due gappisti, operai milanesi, sparano al Gatti, che però risulta solo ferito. Subito dopo l’attentato la reazione fascista si concentra sui noti antifascisti locali, dieci dei quali vengono immediatamente arrestati e ne viene decretata la fucilazione per rappresaglia. Anche grazie al fatto che le ferite del Gatti non sono particolarmente gravi, hanno successo le pressioni del medico curante dottor Arrigoni e dell’Arciprete perché lo stesso Gatti si pronunci contro la rappresaglia: così avviene e la condanna a morte viene revocata <31.
    I CLN
    Un ruolo determinante nella guida della Resistenza italiana sono stati i Comitati di Liberazione Nazionale (Cln), cioè i comitati costituiti dai partiti antifascisti (DC, PCI, Pd’A, PLI, PSIUP). Già l’8 settembre il comitato romano assume tale nome. Il riferimento dei liberali nel comitato romano è “Alessandro Casati, appartenente ad un’antica famiglia nobiliare che risiedeva ad Arcore” <32, in Brianza. Il Cln di Milano si costituisce anch’esso nel corso del settembre 1943 e ha tra i suoi membri anche i monzesi Giovanbattista Stucchi (socialista) e Gianni Citterio (comunista). Nel gennaio 1944 il Cln di Milano è investito da quelli del settentrione del ruolo di organismo guida della ribellione nel nord-Italia. Il comitato romano, prevedendo una rapida liberazione della Capitale da parte degli Alleati, approva tale investitura: nasce così il Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia). A Monza, i rappresentanti del comitato sono coloro hanno fondato nel 1942 il già citato Fronte d’azione antifascista e, cioè, Fortunato Scali per i comunisti, Enrico Farè per i socialisti e Luigi Fossati per i democristiani <33. I primi Cln in territorio brianzolo scontano numerosi arresti e continue sostituzioni in quanto si trovano isolati tra di loro e le forze partigiane sono ancora scarse: occorrerà del tempo perché la struttura organizzativa del movimento partigiano si sviluppi nella Brianza monzese <34.
    Un punto di svolta nella fase resistenziale sono stati i grandi scioperi operai del marzo 1944, che coinvolgono anche la Brianza. Il grande sciopero del marzo 1944, al contrario agli scioperi del 1943, non pone al centro le rivendicazioni economica, ma è, bensì, un’iniziativa politica del Partito comunista: l’obiettivo dello sciopero è quello di dare una prova di forza politica dell’opposizione al fascismo e all’occupazione tedesca <35.
    “Il primo marzo scatta la contestazione in tutte le città del nord. Nel milanese, l’area di Sesto San Giovanni è determinante: la Breda, la Falck, la Magneti Marelli sono il fulcro dello sciopero e il punto di riferimento, naturalmente anche per la Brianza” <36. Lo sciopero riguarda anche il territorio brianzolo, soprattutto l’area di Monza, in cui si trovano importanti aziende industriali. Lo sciopero riguarda molte aziende monzesi, come la Hensemberger, la Singer, dove rientra rapidamente a causa della minaccia nazista, la Philips e la Sertum. Altre realtà industriali brianzole coinvolte sono la Bianchi di Desio e la Isotta Fraschini di Meda. Il secondo giorno di sciopero il Rapporto sullo sciopero generale del 1 marzo a Milano e provincia, redatto dal PCI, informa “che a Monza a causa della brutalità della reazione in alcuni stabilimenti il lavoro è stato ripreso” <37. Infatti, mentre a Milano e Sesto San Giovanni lo sciopero si protrae fino all’8 marzo, nel monzese lo sciopero non dura oltre i due giorni. Ad ogni modo la partecipazione allo sciopero non può dirsi negativa per una terra come la Brianza dove “gli scioperanti non potevano contare, al contrario di Sesto San Giovanni, sulla forza di enormi masse che lavorano nelle grandi fabbriche di città industriali; la repressione poteva avere buon gioco e gli agitatori potevano essere più facilmente individuati” <38. Agli scioperi seguono numerosi arresti e deportazioni nei lager tedeschi. Il PCI si rende conto che le squadre di difesa delle fabbriche, create su sua iniziativa a inizio 1944, non sono in grado di reggere l’onda d’urto della reazione nazifascista <39. Emerge quindi la necessità di un ripensamento organizzativo che porta alla nascita delle Sap.
    Le SAP
    Nell’estate del 1944 nascono le Sap (Squadre armate partigiane) per idea del comunista Italo Busetto <40. Le squadre delle Sap sono costituite nelle città da cinque uomini e, cioè, un caposquadra e quattro partigiani, mentre nei paesi il caposquadra, scelto nella figura più carismatica del gruppo, coordina tre gruppi composti da cinque uomini l’uno. Le squadre si raggruppano in distaccamenti idealmente di 45-50 uomini; cinque o sei distaccamenti costituiscono una brigata. Il partigiano delle Sap, al contrario dei Gappisti che vivono in clandestinità, se non è un renitente o un ricercato, vive nella legalità, svolgendo il proprio lavoro ed entrando in azione quando è chiamato a farlo <41.
    Le Sap, pur essendo una formazione di emanazione del Partito Comunista, “assumono più un aspetto di milizia nazionale, contando nei propri ranghi elementi delle più disparate tendenze politiche” <42.
    L’organizzazione delle Sap nella Brianza monzese si articola nell’estate del 1944 come segue <43 <44:
    1° settore di Oggiono, poi rientrerà nella 104^ brigata Gianni Citterio. Comandante: Livio Cesana. Distaccamenti: Oggiono, Carate Brianza, Macherio, Biassono, Costamasnaga, Renate. Totale: 177 uomini.
    2° settore di Monza, poi 150° brigata. Comandante: Moretto. Distaccamenti: Monza e Vedano al Lambro. Totale: 22 uomini.
    3° settore di Vimercate. Comandante prima compagnia, che successivamente si dividerà tra 104° brigata Gianni Citterio e 103° brigata Sap Vincenzo Gabellini <45, Iginio Rota. Distaccamenti: Vimercate, Arcore, Bernareggio, Bellusco, Concorezzo, Cavenago. Totale: 140 uomini.
    La seconda compagnia è dislocata a Trezzo d’Adda e dintorni. La terza compagnia (poi 105^ brigata Luigi Brambilla, è composta dai distaccamenti di Brugherio, Caponago, Agrate Brianza, Bussero, Cascine S. Ambrogio, Cernusco sul Naviglio, Carugate. Totale: 159 uomini.
    Si costituisce anche una 3^ brigata Sap nella zona tra Saronno (Varese) e la Brianza monzese. Per quest’ultima area si registrano a Meda 40 sappisti attivi dai distaccamenti dell’Isotta Franchini, 12 dall’azienda F.A.C.E., oltre che 36 partigiani delle Sap a Cesano Maderno, 25 a Meda città, 5 a Paderno Dugnano, 150 nell’area compresa tra Bovisio, Varedo, Villaggio Snia, Seveso e Ceriano Laghetto <46.
    A fine del 1944 le file delle Sap si ingrossano: si sono via via costituite nuove brigate che confluiranno nel Raggruppamento brigate Bassa Brianza. Tale raggruppamento, guidato dal comandante Eliseo Galliani e dal commissario politico Eugenio Mascetti, riunisce a sé la 119^ brigata Quintino Di Vona con distaccamenti a Nova Milanese, Muggiò, Lissone, Desio, Seregno, Carate Brianza, Paina, Arosio, Inverigo, Cinisello Balsamo, Cusano Milanino, Bresso e Cormano Brusuglio e la 185^ brigata Pietro Arienti con distaccamenti a Cesano Maderno, Bovisio, Seveso, Meda, Barlassina, Paderno Dugnano, Palazzolo, Senago e Limbiate. Rientrano nel raggruppamento anche i distaccamenti per la difesa interna delle industrie quali la Snia e Acna di Cesano Maderno, la Isotta Franchini di Meda e la Bianchi di Desio <47.
    Contestualmente le Brigate Garibaldi sono riorganizzate anche nella parte orientale della Brianza, con il Raggruppamento brigate fiume Adda. Confluiscono in tale raggruppamento la 103^ brigata Vincenzo Gabellini con distaccamenti a Vimercate, Bernareggio, Cavenago, Mezzago e Trezzo d’Adda, la 104^ brigata Gianni Citterio e la 105^ brigata Luigi Brambilla con distaccamenti in Brianza a Caponago e Brugherio <48.
    Le brigate garibaldine si sono quindi costituite anche in Brianza, sebbene, specie nei primi tempi, la struttura organizzativa sia ancora gracile e il numero dei partigiani limitato per un’area vasta come la Brianza, tanto che non di rado risultano difficili i collegamenti con le altre brigate e il comando. Nonostante le difficoltà, le Sap si rafforzano progressivamente cosicché anche la lotta contro i fascisti e i tedeschi ne trae beneficio in termini di aumento degli attacchi armati sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo <49.
    Nel corso del 1944, e in particolare durante l’estate, sono creati i Cln nel territorio brianzolo. Se in un primo momento esisteva solo il Cln di Monza, nel corso dell’estate un po’ in tutti i paesi si formano i Cln. Così facendo la Resistenza prende piede nella maggior parte dei comuni della Brianza. L’operatività e, soprattutto, l’attitudine alla lotta partigiana, dei Cln è però disomogenea: vi sono, ad esempio, alcuni Cln locali del tutto passivi, improntati più a frenare la ribellione invece che ad alimentarla. Alcuni problemi, legati all’inesperienza dei partigiani, alla presenza massiccia di forze nemiche nella zona o alla difficoltà dei collegamenti, pur migliorando nel tempo, permangono fino alla Liberazione. Tuttavia, l’aspetto più significativo che si può desumere dalle biografie dei componenti dei Cln locali è l’inedita partecipazione alla vita politica e sociale degli appartenenti di tutte le classi sociali <50 <51.
    [NOTE]
    26 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 52.
    27 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 53.
    28 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
    29 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
    30 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
    31 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 54.
    32 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 55.
    33 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 27.
    34 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 56.
    35 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 60.
    36 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 60.
    37 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 60.
    38 Annali della Fondazione Lelio e Lisli Basso, L’archivio Basso e l’organizzazione del partito (1943-1945), vol. 8, 1985, 1986, pag. 400, “Ditte con più di 500 dipendenti”.
    39 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 97.
    40 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 97.
    41 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 97.
    42 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 99.
    43 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 100.
    44 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 30-31.
    45 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 33.
    46 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 100.
    47 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 137.
    48 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 138.
    49 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 100.
    50 P. Arienti, La Resistenza in Brianza 1943-1945, Bellavite, Missaglia (LC), 2006, pag. 106.
    51 G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, edizione della Provincia di Milano, Milano, 1975, pag. 30.
    Enrico Comini, La Corte di Assise Straordinaria di Monza. I processi per collaborazionismo a Monza (1945-1946), Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023

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  12. Avete presente #Berlusconi che diceva di scendere in politica per salvarci da decenni di governi “#comunisti”, quando la cosa piú a sinistra che si fosse vista al potere i Italia era il paravento politico dello stesso Silvio, il #PSI di #Craxi, come parte del #Pentapartito, coalizione nata proprio per disinnescare la minaccia del “#sorpasso” dal #PCI?