#neofascisti — Public Fediverse posts
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Proprio ora (10:25), 46 anni fa, assassini #neofascisti mettevano una bomba su ordine della #P2 alla stazione di #Bologna, con la complicità di elementi dei #servizi #segreti. Non dimentichiamo gli 85 morti e 200 feriti.
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Proprio ora (10:25), 46 anni fa, assassini #neofascisti mettevano una bomba su ordine della #P2 alla stazione di #Bologna, con la complicità di elementi dei #servizi #segreti. Non dimentichiamo gli 85 morti e 200 feriti.
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Proprio ora (10:25), 46 anni fa, assassini #neofascisti mettevano una bomba su ordine della #P2 alla stazione di #Bologna, con la complicità di elementi dei #servizi #segreti. Non dimentichiamo gli 85 morti e 200 feriti.
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Proprio ora (10:25), 46 anni fa, assassini #neofascisti mettevano una bomba su ordine della #P2 alla stazione di #Bologna, con la complicità di elementi dei #servizi #segreti. Non dimentichiamo gli 85 morti e 200 feriti.
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"Le prove sulla matrice e sulle responsabilità sono sterminate, assai più cospicue di quanto emerge nel dibattito pubblico. Non si celebrano quattro processi e non si pronunciano decine di sentenze di condanna in dibattimenti pubblici senza robusti apparati di prova. Il problema è che parlare è più facile che leggere e conoscere le carte".
Dice il magistrato Caruso della strage di Bologna. -
"Le prove sulla matrice e sulle responsabilità sono sterminate, assai più cospicue di quanto emerge nel dibattito pubblico. Non si celebrano quattro processi e non si pronunciano decine di sentenze di condanna in dibattimenti pubblici senza robusti apparati di prova. Il problema è che parlare è più facile che leggere e conoscere le carte".
Dice il magistrato Caruso della strage di Bologna. -
"Le prove sulla matrice e sulle responsabilità sono sterminate, assai più cospicue di quanto emerge nel dibattito pubblico. Non si celebrano quattro processi e non si pronunciano decine di sentenze di condanna in dibattimenti pubblici senza robusti apparati di prova. Il problema è che parlare è più facile che leggere e conoscere le carte".
Dice il magistrato Caruso della strage di Bologna. -
"Le prove sulla matrice e sulle responsabilità sono sterminate, assai più cospicue di quanto emerge nel dibattito pubblico. Non si celebrano quattro processi e non si pronunciano decine di sentenze di condanna in dibattimenti pubblici senza robusti apparati di prova. Il problema è che parlare è più facile che leggere e conoscere le carte".
Dice il magistrato Caruso della strage di Bologna. -
"Le prove sulla matrice e sulle responsabilità sono sterminate, assai più cospicue di quanto emerge nel dibattito pubblico. Non si celebrano quattro processi e non si pronunciano decine di sentenze di condanna in dibattimenti pubblici senza robusti apparati di prova. Il problema è che parlare è più facile che leggere e conoscere le carte".
Dice il magistrato Caruso della strage di Bologna. -
Il movente della strage di Bologna? "E' quello eversivo collegato all'introduzione di una seconda Repubblica, governata da lobby, massoneria e poteri criminali; gli autori si individuano nell'arcipelago delle organizzazioni neofasciste, manovrate da servizi e P2, sviluppatesi nella seconda metà degli anni settanta, a partire dal tronco di Ordine nuovo a Avanguardia nazionale", dice il magistrato Caruso.
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Il movente della strage di Bologna? "E' quello eversivo collegato all'introduzione di una seconda Repubblica, governata da lobby, massoneria e poteri criminali; gli autori si individuano nell'arcipelago delle organizzazioni neofasciste, manovrate da servizi e P2, sviluppatesi nella seconda metà degli anni settanta, a partire dal tronco di Ordine nuovo a Avanguardia nazionale", dice il magistrato Caruso.
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Il movente della strage di Bologna? "E' quello eversivo collegato all'introduzione di una seconda Repubblica, governata da lobby, massoneria e poteri criminali; gli autori si individuano nell'arcipelago delle organizzazioni neofasciste, manovrate da servizi e P2, sviluppatesi nella seconda metà degli anni settanta, a partire dal tronco di Ordine nuovo a Avanguardia nazionale", dice il magistrato Caruso.
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Il movente della strage di Bologna? "E' quello eversivo collegato all'introduzione di una seconda Repubblica, governata da lobby, massoneria e poteri criminali; gli autori si individuano nell'arcipelago delle organizzazioni neofasciste, manovrate da servizi e P2, sviluppatesi nella seconda metà degli anni settanta, a partire dal tronco di Ordine nuovo a Avanguardia nazionale", dice il magistrato Caruso.
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Il movente della strage di Bologna? "E' quello eversivo collegato all'introduzione di una seconda Repubblica, governata da lobby, massoneria e poteri criminali; gli autori si individuano nell'arcipelago delle organizzazioni neofasciste, manovrate da servizi e P2, sviluppatesi nella seconda metà degli anni settanta, a partire dal tronco di Ordine nuovo a Avanguardia nazionale", dice il magistrato Caruso.
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Nell'intervista al giornalista Daniele Predieri, il giudice Francesco Maria Caruso dice che ancora oggi "depistaggi, prove occultate, distrutte, documenti dispersi e la protezione goduta ieri e ancora oggi dagli autori della strage, le collusioni tra destra eversiva, apparati militari, massoneria deviata, gruppi politici ed economici lasciano zone d'ombra".
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Nell'intervista al giornalista Daniele Predieri, il giudice Francesco Maria Caruso dice che ancora oggi "depistaggi, prove occultate, distrutte, documenti dispersi e la protezione goduta ieri e ancora oggi dagli autori della strage, le collusioni tra destra eversiva, apparati militari, massoneria deviata, gruppi politici ed economici lasciano zone d'ombra".
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Nell'intervista al giornalista Daniele Predieri, il giudice Francesco Maria Caruso dice che ancora oggi "depistaggi, prove occultate, distrutte, documenti dispersi e la protezione goduta ieri e ancora oggi dagli autori della strage, le collusioni tra destra eversiva, apparati militari, massoneria deviata, gruppi politici ed economici lasciano zone d'ombra".
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Nell'intervista al giornalista Daniele Predieri, il giudice Francesco Maria Caruso dice che ancora oggi "depistaggi, prove occultate, distrutte, documenti dispersi e la protezione goduta ieri e ancora oggi dagli autori della strage, le collusioni tra destra eversiva, apparati militari, massoneria deviata, gruppi politici ed economici lasciano zone d'ombra".
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Nell'intervista al giornalista Daniele Predieri, il giudice Francesco Maria Caruso dice che ancora oggi "depistaggi, prove occultate, distrutte, documenti dispersi e la protezione goduta ieri e ancora oggi dagli autori della strage, le collusioni tra destra eversiva, apparati militari, massoneria deviata, gruppi politici ed economici lasciano zone d'ombra".
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Bologna ricorda la strage del 2 agosto, Mattarella: 'La strategia neofascista voleva distruggere libertà e democrazia' | ANSA.it
https://www-ansa-it.cdn.ampproject.org/v/s/www.ansa.it/amp/sito/notizie/cronaca/2026/08/02/bologna-ricorda-la-strage-del-2-agosto-mattarella-la-strategia-neofascista-voleva-distruggere_d040c4ef-2d4e-429b-beee-e39cc1efe837.html?amp_gsa=1&_js_v=a9&usqp=mq331AQIUAKwASCAAgM%3D#amp_tf=Da%20%251%24s&aoh=17856581183496&referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.comIl processo per la strage di Bologna ha anche affrontato il tema dei mandanti, finanziatori e organizzatori, individuati in Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D'Amato e Mario Tedeschi, ma non imputabili in quanto deceduti.
#stragediBologna #LicioGelli #UmbertoOrtolani #FedericoUmbertoDAmato #MarioTedeschi #P2 #neofascisti
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Bologna ricorda la strage del 2 agosto, Mattarella: 'La strategia neofascista voleva distruggere libertà e democrazia' | ANSA.it
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#stragediBologna #LicioGelli #UmbertoOrtolani #FedericoUmbertoDAmato #MarioTedeschi #P2 #neofascisti
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Bologna ricorda la strage del 2 agosto, Mattarella: 'La strategia neofascista voleva distruggere libertà e democrazia' | ANSA.it
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Bologna ricorda la strage del 2 agosto, Mattarella: 'La strategia neofascista voleva distruggere libertà e democrazia' | ANSA.it
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Bologna ricorda la strage del 2 agosto, Mattarella: 'La strategia neofascista voleva distruggere libertà e democrazia' | ANSA.it
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#stragediBologna #LicioGelli #UmbertoOrtolani #FedericoUmbertoDAmato #MarioTedeschi #P2 #neofascisti
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Il 2 agosto 1980 i neofascisti facevano esplodere una bomba nella stazione affollata di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 200.
#anniversario #Bologna #attentato #terrorismo #neofascisti #estremadestra #stazioneBologna #2Agosto #2Agosto1980 -
Il 2 agosto 1980 i neofascisti facevano esplodere una bomba nella stazione affollata di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 200.
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Il 2 agosto 1980 i neofascisti facevano esplodere una bomba nella stazione affollata di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 200.
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Il 2 agosto 1980 i neofascisti facevano esplodere una bomba nella stazione affollata di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 200.
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Il 2 agosto 1980 i neofascisti facevano esplodere una bomba nella stazione affollata di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 200.
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“Difficile sostenere che questa carovana di richiedenti asilo, ancora fisicamente lontana dal continente, possa rappresentare una minaccia per il nostro Paese: le coscienze cristiane di chi ci governa devono essersi distratte.”
#Ceuta è in Africa, un territorio spagnolo non in Europa ma in Africa! Prima di arrivare a invaderci… ma la propaganda conviene anche come distrazione.
Non dimentichiamo:
- #salari mai adeguati.
- #accise su benzina e gasolio
- #diritti civili
- #pensionati come bancomat
- #giustizia allo sbando
- …
E noi seguiamo come pecoroni questa massa che ci governa, questa massa di #neofascisti capitanati da furbacchioni.
Poveri noi. Meglio i #democristiani di 50 anni fa, ladri ma capaci di leggere e scrivere. -
“Difficile sostenere che questa carovana di richiedenti asilo, ancora fisicamente lontana dal continente, possa rappresentare una minaccia per il nostro Paese: le coscienze cristiane di chi ci governa devono essersi distratte.”
#Ceuta è in Africa, un territorio spagnolo non in Europa ma in Africa! Prima di arrivare a invaderci… ma la propaganda conviene anche come distrazione.
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Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa https://bigarella.wordpress.com/2026/04/13/quanto-accaduto-a-peteano-rimarra-alla-memoria-piu-come-unazione-dimostrativa/ #1969, #1970, #1972, #Americani, #Carabinieri, #Destra, #EnricoForlino, #Golpe, #JunioValerioBorghese, #Neofascisti, #OrdineNuovo, #Peteano, #Stragi, #Strategia, #Tensione, #Terrorismo, #VincenzoVinciguerra
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Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa
Nonostante quella di Piazza Fontana non sia stata, come si potrà osservare, la più sanguinosa delle azioni eversive avvenute, viene comunque definita come la “madre di tutte le stragi” in quanto probabile terreno di prova e apertura del sipario per tutta la cosiddetta stagione delle stragi. Da quel momento fino ai primi anni ’80 vi saranno numerosi eventi attribuibili o meno alla strategia della tensione e numerose furono le vittime, sia per la destra che per la sinistra extraparlamentare ma anche per i servitori e gli esponenti dello Stato. Circa a metà del 1970 venne pubblicato un libro che permise di coniare l’espressione da allora usata in seguito “Strage di Stato” dall’omonimo titolo, edito da alcuni esponenti di Lotta Continua <76. Costoro intenzionati ad attuare una contro-inchiesta, puntarono da un lato il dito contro i neofascisti in chiave di esecutori ma dall’altro riconobbero lo Stato stesso come mandante, arrivando in alcuni casi a riconoscere il coinvolgimento di alcune delle forze atlantiche, per quanto spesso suddette indicazioni siano spesso tese a generalizzare in un unico grande insieme gli antagonisti <77.
#1969 #1970 #1972 #americani #carabinieri #destra #EnricoForlino #golpe #JunioValerioBorghese #neofascisti #OrdineNuovo #Peteano #stragi #strategia #tensione #terrorismo #VincenzoVinciguerra
Nell’arco dei tumulti non vi furono solo attentati o attacchi diretti a una fazione più che ad un altra e per comprendere appieno gli equilibri di quel momento storico è necessario parlare anche di quanto accadde durante la notte tra 7 e 8 dicembre 1970: circa ventimila persone tra militari dai più alti ranghi fino alla fanteria, esponenti di varie fronde della destra così come gruppi di industriali e politici, tentarono un colpo di stato che sarà poi conosciuto come Golpe Borghese prendendo il nome dal suo organizzatore Junio Valerio Borghese, conosciuto anche come il principe nero, fondatore del Fronte Nazionale <78, legato in amicizia ad Avanguardia Nazionale di Delle Chiaie. L’obiettivo di questa azione era prendere il controllo della nazione istituendo un governo militare: procedendo con l’arresto di Saragat allora presidente della Repubblica, l’uccisione di Vicari al comando della Polizia e l’occupazione da parte di una reparto dei forestali degli studi Rai dai quali Borghese avrebbe condotto il suo discorso di insediamento per l’attivazione della Giunta Nazionale <79. Senza dimenticare una presunta occupazione del Ministero dell’Interno ad opera dei militanti di AN <80. Il putsch non ebbe esito in quanto Borghese, allertato da una telefonata, comunicò a tutti i partecipanti di abortire il piano, nonostante fosse già in attuazione. Probabilmente era stato avvisato da qualcuno di un’eventuale trappola tesa a sventare il tutto: nonostante ancora oggi non sia stata fatta chiarezza riguardo le motivazioni del dietro front, si suppone che gli americani, a conoscenza di tutto, abbiano ritirato il loro appoggio. L’intera faccenda fu sottoposta ad un’indagine segreta, nascosta all’opinione pubblica per mesi fino al 17 marzo 1971 momento in cui Paese Sera con uno scoop titolò “Complotto Neofascista” in prima pagina svelando in parte quanto accaduto. La risposta delle sinistre fu quella di manifestare e chiarire, seppur in maniera non violenta, che il risultato di un’insurrezione fascista sarebbe stato quello di portare ad una guerra civile <81. Ad oggi si suppone un coinvolgimento atlantico molto più forte in questa vicenda, riconoscendo la possibilità che Borghese sia stato coadiuvato da potenti politici italiani come Tanassi e Andreotti, supponendo che quest’ultimo fosse la figura chiave e il demiurgo dell’attentato alla Nazione <82. L’idea di rischiare un eventuale governo, simile a quello “dei colonnelli” greco, non portò ad altro se non ad una maggiore preoccupazione da parte delle sinistre a volte sfociata in violenza. Dall’altro lato per i movimenti di destra extra-parlamentare si iniziava a scegliere spesso la lotta di strada basata su raid e contrasto agli attacchi rivolti ai propri membri.
Invece il comportamento di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo prima e Nero poi si inasprirà sempre più minando all’ordine pubblico e alle vite civili, come d’altronde in previsione si sarebbe dovuto sviluppare l’inizio di un’ipotetica strategia della tensione.
Una delle più controverse stragi avviene il 31 marzo del 1972 durante la notte, a Peteano parte del comune di Sagrado in Gorizia. Alle ore 22:35 le forze dell’ordine vengono allertate anonimamente della scoperta di una 500 con evidenti segni di una sparatoria sul parabrezza <83, all’arrivo dei carabinieri vengono appurati dei fori di proiettile di calibro 22, pistola che in seguito si sarebbe scoperta appartenere ad uno degli autori dell’attentato: Cicuttini e detenuta dal complice Ivano Boccaccio <84. Durante l’ispezione della vettura, gli inquirenti aprirono il cofano scatenando l’esplosione di una bomba ad innesco collegata alla vettura. Saranno tre i morti e due i feriti. Quanto accadde nelle indagini è un esempio del meccanismo di protezione costruito da fronde deviate: in quanto vennero attivati numerosi tentativi di depistaggio da parte degli stessi carabinieri e polizia: infatti la colpevolezza di una cellula extra-parlamentare nera avrebbe causato numerosi danni sia alla destra sia alle forze dell’ordine, principalmente perché si rischiava uno spostamento politico dei moderati sia contro la destra sia contro i militari nell’opinione pubblica <85.
Ad alzare il velo di nebbia sull’avvenimento vi fu anche la natura dell’esplosivo: a partire dalla perizia di Marco Morin, spesso al servizio dei giudici di Venezia, il quale dichiarò l’utilizzo nell’attentato del Semtex-H <86, esplosivo al plastico di approvvigionamento militare di origine cecoslovacca, spesso utilizzato in quegli anni per attacchi terroristici. Venne poi appurato sotto sospetto del giudice istruttore Casson la falsità delle perizie, in quanto il suddetto reperto aveva la funzione di depistare le indagini sulla sinistra, sospetto in seguito il coinvolgimento di Morin all’interno di Gladio, per non parlare del suo rapporto di amicizia con Carlo Maria Maggi, una delle figure di riferimento di Ordine Nuovo a livello nazionale <87. Scoperta la falsificazione delle prove da parte del giudice venne messa in campo l’ipotesi che la componente deflagrante utilizzata fosse stata presa da un “Nasco” di Gladio presso Aurisina depredato di cinque kg di esplosivo C4. Essendo numerosi sul territorio i depositi di questo tipo che iniziavano a venire alla luce senza l’apparente controllo degli originari proprietari <88.
La reale paternità dell’ordigno si è ottenuta con la finale analisi del giudice Guido Salvini, che negò la provenienza dell’esplosivo da Aurisina, anzi ritenne le affermazioni di Casson infondate. In quanto convinto dell’utilizzo di materiale esplosivo civile utilizzato nelle cave, probabilmente sottratto dall’altopiano di Piancavallo intorno al 1970, come si evince nella sentenza del 1998: «Per quanto concerne l’esplosivo, infatti, la perizia ha evidenzia che quello utilizzato per l’ordigno era esplosivo civile da cava (e non l’esplosivo militare del tipo “C4” presente nei Nasco) e perdipiù Vinciguerra ha spiegato con abbondanza di particolari e dettagli come egli se lo sia procurato, nell’estate del 1970, insieme ad alcuni camerati anche originari della zona, sull’altipiano del Piancavallo, rubandolo da una baracchetta del tutto incustodita di una ditta che stava effettuando lavori di sbancamento». <89
La dichiarazione di Vinciguerra tagliò i ponti con la teoria di una possibile collaborazione con Gladio, almeno per questo evento, nonostante fosse più cara all’opinione pubblica. I colpevoli vennero riconosciuti dopo tempo e numerosi depistaggi, in Cicuttini, Boccaccio e Vinciguerra. Il loro obiettivo era quello di causare una frattura nei buoni rapporti tra Ordine Nuovo e i carabinieri, in quanto visti come un semplice prolungamento della NATO e più in generale dell’ordine <90.
Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa, in quanto per i poteri in gioco e per ciò che avvenne in seguito, non era possibile, per una piccola cellula rivoluzionaria, portare un cambiamento nelle alleanze al di sotto di un movimento esteso come quello di Ordine Nuovo. L’organizzazione a seguito di questi eventi venne messa a processo essendo considerata un pericolo che rischiava di prendere forza. Nel 1973 erano quarantadue membri di Ordine Nuovo <91 ad essere sotto l’accusa di aver violato la legge Scelba e dunque di essere intenzionati a ricostruire il disciolto partito fascista. Il 21 novembre dello stesso anno vennero tra questi, sentenziate trenta condanne per i dirigenti a seguito della violazione degli articoli 1, 2, 3 e 7 della suddetta norma <92.
[NOTE]
76 Gruppo di sinistra extra-parlamentare attivo tra gli anni ’60 e ’70 con ideali rivoluzionari di stampo marxista
77 M.Liggini, E. Di Giovanni, “La Strage di Stato”, Samonà e Savelli, Roma, 1970
78 Gruppo politico di estrema destra con all’interno numerosi veterani di Salò
79 Per completezza riportato di seguito “Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, e ha portato l’Italia sull’orlo dello sfacelo economico e morale ha cessato di esistere. Nelle prossime ore, con successivi bollettini, vi saranno indicati i provvedimenti più importanti ed idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le forze armate, le forze dell’ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della nazione sono con noi; mentre, d’altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli che per intendersi, volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo stato che creeremo sarà un’Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera. Il nostro glorioso tricolore! Soldati di terra, di mare e dell’aria, Forze dell’Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell’ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali, vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso tricolore, vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno all’amore: Italia, Italia, viva l’Italia!” Disponibile in L. Telese, “Cuori Neri”, Sperling Paperback, Milano, 2010, pp. 151-152
80 A. Giannuli, “Bombe a inchiostro”, BUR, Milano, 2008, p.142
81 M. Dondi, “L’eco del boato”, Laterza, Roma, 2015, pp.210-217
82 G. M. Bellu, “E la Cia disse: sì al golpe Borghese ma soltanto con Andreotti premier”, Repubblica, 5 dicembre 2005
83 Nel dettaglio la trascrizione: “Vorrei dirle che gh’è, che la xè una una machina che ga due buchi, eh sul parabressa, no? Fra la strada da Poggio Terza Armata a Savogna la xè una cinquecento da Poggio Terza Armata per venire giù a Savogna una cinquecento bianca e la ga due busi, due, due busi, sembra de palotola”, presente in G. Salvi, “La strategia delle stragi: dalla sentenza della Corte d’Assise di Venezia per la strage di Peteano”, Editori Riuniti, Roma, 1989, p. 34
84 “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Decisioni adottate dalla Commissione, Seduta 22 marzo 2001, in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti, p.145
85 A. Giannuli, “La strategia della tensione”, Ponte delle Grazie, Milano, 2018, p. 416-417
86 “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Decisioni adottate dalla Commissione, Seduta del 22 marzo 2001 in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti, p.35
87 A. Silj, “Malpaese”, Donzelli, Roma,1994, p.178 e “Mentirono sulla strage”, Repubblica, 29 ottobre 1993
88 R. Bianchin, G. Cecchetti, “Il grande sospetto di Casson: quanti utilizzarono l’arsenale?”, Repubblica, 20 Dicembre 1990 e dagli stessi autori “Gladio: non tornano i conti sui Nasco”, Repubblica, 20 Gennaio 1991 e M. Griner, “Anime
Nere”, Sperling Kupfer, Milano, 2014
89 Sentenza Ordinanza N. 9/92 A.R.G.P.M., N. 2/92 F.R.G.G.I:, 3 febbraio 1998
90 V. Vinciguerra, “Ergastolo per la libertà”, Arnaud, Firenze, 1989, pp. 198-200
91 “I cento giorni di Ordine Nuovo”, Paese Sera, 30 gennaio 1972
92 Sentenza N. 5863/73, Tribunale di Roma, 21 Novembre 1973
Enrico Forlino, L’eversione nera negli anni di piombo: lo spontaneismo armato, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2019-2020 -
Il dipartimento di Stato era preoccupato per la presenza di ministri comunisti https://collasgarba.wordpress.com/2026/04/04/il-dipartimento-di-stato-era-preoccupato-per-la-presenza-di-ministri-comunisti/ #1945, #1946, #AFHQ, #Alleati, #Anticomunismo, #Cambio, #Clandestini, #CLN, #Comunisti, #Controspionaggio, #Dice, #Dicembre, #Fascisti, #Gennaio, #Giugno, #Governo, #Industriali, #Italia, #JamesAngleton, #Ministri, #Neofascisti, #OSS, #Partigiani, #Resistenza, #SiriaGuerrieri, #StatiUniti, #Tedeschi
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ITALIA: SOSPESI 32 DEPUTATI DI OPPOSIZIONE, IMPEDIRONO AI NEOFASCISTI DI ENTRARE A MONTECITORIO https://www.radiondadurto.org/2026/04/02/italia-sospesi-32-deputati-di-opposizione-impedirono-ai-neofascisti-di-entrare-a-montecitorio/ #remigrazione #neofascisti #Parlamento #NAZIONALI #deputati #italia #roma
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A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia
Nei giorni successivi [primi di luglio 1960] divenne chiaro che Genova, anziché essere il culmine della violenza, era solo l’inizio. I disordini e gli scioperi toccarono diverse città in tutta Italia. Il governo inasprì il suo comportamento. E le ragioni dei dimostranti si declinarono con diverse modalità a seconda dei contesti. Palermo e Licata, dove il ritardo e il disagio economico avevano raggiunto livelli insopportabili, versavano in condizioni particolarmente gravi. In situazioni del genere bastava poco per scatenare la rabbia popolare. In Sicilia, quindi, si saldavano elementi della politica nazionale e locale. Secondo Tambroni, il Pci era pronto a sfruttare queste dimostrazioni di natura sindacale per screditare ulteriormente il governo e la Dc. C’è da dire, poi, che la polizia, dopo la “sconfitta” di Genova, intendeva rifarsi. In quell’occasione, come ha notato Accame, «non si poteva sparare per difendere i fascisti» <138. Ma di fronte agli eventi successivi, il Viminale avrebbe dimostrato di essere pronto ad usare la forza. Per il 6 luglio, il Consiglio federativo della Resistenza – creato a Genova – promosse un raduno a Porta San Paolo a Roma. Nonostante fosse stato proibito il giorno stesso dalla prefettura, il comizio ebbe luogo. Il segretario d’ambasciata [degli Stati Uniti] Lister si trovò casualmente nel bel mezzo degli scontri, e il suo racconto quasi in presa diretta ci restituisce il clima dell’epoca. Stando al suo resoconto, la situazione apparve subito estremamente caotica: manifestanti che si impadronivano dei filobus, raffiche di pietre, urla, cariche della polizia. Poi l’arrivo della cavalleria e la fuga. I tanti ragazzi presenti venivano liquidati come «giovani gangster forse assunti per l’occasione». Tuttavia, uno degli aspetti che più aveva colpito l’ufficiale dell’ambasciata era la scomparsa «dell’apatia della base di dieci anni prima». Chi aveva preso parte alla rivolta «sentiva l’entusiasmo di “avere fatto qualcosa” contro il governo» <139.
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Dopo i fatti di Porta San Paolo vennero indetti numerosi scioperi dalle Camere del Lavoro. Tra le varie città, Napoli, Parma, Bologna, Ravenna e Reggio Emilia si fermarono il 7 luglio 1960. Proprio Reggio avrebbe drammaticamente legato il suo nome a quella data. La questura aveva concesso l’autorizzazione a svolgere un comizio, a patto che si tenesse all’interno, precisamente nella sala Verdi (600 posti) del teatro Ariosto. Com’era prevedibile, la folla si stava accalcando già diverse ore prima dell’inizio, ed era immensamente superiore alla capienza della sala: circa seimila persone. Nella centrale piazza della Libertà, in attesa del comizio, la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti era cresciuta. Le cronache dell’epoca non lasciano dubbi sulle reazioni spropositate degli agenti. Il fuoco aperto sui dimostranti durò venti minuti. Afro Tondelli, poco prima di morire, disse alla moglie di aver visto l’uomo che gli aveva sparato: «prendeva la mira come se fosse a caccia». La drammatica sequenza fotografica apparve su «Paese Sera» <140. Difficilmente i cinque morti lasciati sul campo – manifestanti tra i 19 e i 41 anni – possono trovare una qualche giustificazione. La spiegazione più convincente e scevra da ideologie è, a nostro avviso, quella di Radi, che ha posto l’accento sull’adunata antifascista del 4 luglio, davanti alla sede del Msi reggiano. Quel giorno, molti agenti erano rimasti contusi, e si era creato nei reparti «il proposito di rifarsi, di dare una lezione» <141. Il tenente colonnello dei carabinieri Giudici, il questore e il prefetto dichiararono che il 7 luglio nessuno aveva dato l’ordine di sparare. Il questore Greco ricordava la presenza di fitte sassaiole e insulti contro gli agenti. Con ogni probabilità, a Reggio, la situazione locale era già molto tesa e qualcuno perse il controllo. La città emiliana era «un contesto politico e sociale quasi unico nel Paese» <142, dove le contrapposizioni trovarono un terreno fertile. Più che ipotizzare disordini organizzati da Mosca o degenerazioni squadriste, ci sembra ragionevole pensare a poliziotti in cerca di rivincita.
Dopo il tragico bilancio di sangue di Reggio Emilia, fu ancora la Sicilia ad essere tristemente protagonista: il giorno seguente, durante manifestazioni legate allo sciopero generale, ci furono tre vittime a Palermo e una a Catania <143. Il numero dei morti saliva a dieci. Anche in questo frangente, non è privo di significato sottolineare la vicinanza tra il punto di vista delle forze dell’ordine e dei funzionari americani, tanto dell’ambasciata quanto del Dipartimento di Stato. Lanciando pietre e altri oggetti, i dimostranti – si legge in un commento – avevano «costretto la polizia ad usare le mitragliatrici». Di fronte alle «dure provocazioni», la polizia si stava addirittura comportando con «grande moderazione [considerable restraint]». Il governo e il suo braccio armato, secondo queste analisi, sarebbero riusciti senza problemi a «domare la tempesta politica in atto», almeno per il momento <144.
Restano da capire le intenzioni e i margini di manovra dei due “contendenti”: il fronte antifascista e Tambroni. Nella storiografia non sono mancate le interpretazioni anche molto distanti tra loro, e grazie ai documenti americani è possibile aggiungere un ulteriore tassello alla ricostruzione degli eventi. Gli antifascisti più attivi erano, com’è noto, socialisti e comunisti. I rapporti tra i due partiti, da tempo non idilliaci, si raffreddarono ulteriormente al momento di “capitalizzare” le proteste di piazza. Basta guardare quanto scrisse Nenni sul suo diario, il 3 luglio ’60: la vittoria di Genova era usata dai comunisti «in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria di piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919» <145. Secondo il leader socialista i fatti di quei giorni erano da intendersi come stimoli per la svolta a sinistra, non certo per una contrapposizione violenta. Nei dispacci dell’ambasciata si riconosceva il grande appeal dell’antifascismo ma l’attenzione era perlopiù concentrata sull’abilità del Pci nello sfruttare la situazione. I comunisti – citiamo da un documento inedito americano – erano riusciti a creare un «nuovo mito, un vero e proprio articolo di fede: le forze armate clerico-fasciste avevano attaccato una manifestazione pacifica di operai e altri elementi democratici». La speranza degli Usa, comunque, era l’isolamento di comunisti e neofascisti per coinvolgere tutti i partiti anti-totalitari e arrivare ad un governo di elementi moderati <146. Si capisce, in questo senso, il disorientamento generato da un governo col sostegno dei neofascisti e duramente osteggiato, in primis, da socialisti e comunisti. Alla tesi del complotto sovietico, denunciato da Tambroni, non venne mai dato molto credito <147. Inoltre, sembrava «altamente improbabile» che il Pci volesse minacciare un’insurrezione. L’unico risultato che poteva ottenere, visti i livelli di tensione raggiunti, era la soppressione del partito per attività illegali <148. La dirigenza era ben lontana dal minacciare un’insurrezione, ma questo non significava l’assenza di pulsioni violente o l’estraneità all’organizzazione delle rivolte, come è stato scritto <149. Recentemente, grazie alla testimonianza di un ex dirigente di alto livello come Luciano Barca, è stata sottolineata l’attenta regia comunista delle manifestazioni <150. Il principale problema dei vertici di partito era «frenare un movimento che vuol procedere oltre la mobilitazione di piazza» <151. Lo stesso Togliatti prese le distanze dai compagni più estremisti intenzionati a portare fino in fondo lo scontro. In questo senso può essere letta l’accettazione della tregua – proposta dal presidente del Senato Merzagora – da parte del segretario del partito comunista <152. Del resto, furono proprio i dirigenti di Pci e Cgil a dichiarare che il movimento, fin da Genova, era sfuggito loro di mano.
L’insoddisfazione dell’avanguardia leninista risiedeva nel fatto che, malgrado gli sforzi profusi, Tambroni era ancora al suo posto. Armando Cossutta confessò la fatica a sedare gli animi di chi intendeva continuare lo scontro nelle piazze, senza curarsi dell’opinione dei vertici o addirittura senza conoscere gli stessi dirigenti <153. Secondo questa lettura, la Dc era una forma mascherata di fascismo. Di più. Era il vero fascismo, il referente dei ceti dominanti in grado di mobilitare un apparato repressivo e autoritario. Quindi la Resistenza doveva continuare ad ogni costo la sua lotta antifascista <154.
Il movimento del 30 giugno si proponeva di combattere la confusione tra potere fittizio, cioè «l’ombra del potere rappresentato dal seggio parlamentare» e potere reale, costituito dal «controllo operaio delle fabbriche». Contro il «cretinismo parlamentare» e il «rivendicazionismo spicciolo». Chi aveva creduto di utilizzare la protesta a scopi dimostrativi rimase deluso. L’anonimo operaio redattore del documento scrive: «non si poteva più comandarci a bacchetta, valutando che la nostra collera potesse sfogarsi nel corteo approvato dalla prefettura». Gli stati maggiori della sinistra, che tuonavano contro il revisionismo, erano in realtà «peggiori dei revisionisti». In questo scollamento tra partito comunista legalitario e classe operaia rivoluzionaria, Baget Bozzo ha individuato l’inizio del movimentismo extra-parlamentare <155. Le pur legittime richieste di cambiamento venivano inghiottite dai movimenti estremisti.
A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia. E se all’inizio era stato il partito socialista a trarre i maggiori vantaggi, intanto il Pci «usciva dall’angolo» e conquistava il ruolo di componente irrinunciabile della politica nazionale. Da quel momento si insinuava il dubbio che anticomunismo e democrazia non potessero convivere pacificamente. Chi si esprimeva diversamente attirava sospetti di fascismo <156. Si tratta di un passaggio decisivo per la cultura politica del nostro Paese. Alla luce di queste considerazioni, il mito dei ragazzi con le “magliette a strisce”, su cui ha prosperato la prima storiografia sui fatti di Genova (ma anche tante opere successive), va in buona parte ridimensionato. Certamente, a quindici anni dalla guerra, l’Italia nuova dei giovani, alla ricerca di un «momento positivo», si faceva sentire. Ma il luglio ’60, nel bene e nel male, andò al di là di qualsiasi previsione <157.
[NOTE]
138 G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 379. Accame ipotizza addirittura che il ministero degli Interni, a Genova, lasciò «mano libera ai comunisti». Sul sentimento di «rivincita» della polizia si veda G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294.
139 The Porta San Paolo riot, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, July 21, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-2160. Sulla guida comunista delle manifestazioni di Roma si veda G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
140 V. Notarnicola, Venti minuti di fuoco fra la polizia e i dimostranti in piazza della Libertà, «Corriere della Sera», 8 luglio 1960. Per le reazioni di parte comunista si vedano le foto pubblicate su «Paese Sera», 12 luglio 1960 e il commento alla registrazione degli scontri (27 minuti): Abbiamo ascoltato la registrazione di Reggio Emilia, «Paese Sera», 14 luglio 1960.
141 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 111-113. Sul proposito di rivincita dei poliziotti reggiani, si veda l’interessante testimonianza di Italo Bonezzi (autista del servizio pubblico) al processo, riportata in P.G. Murgia, Il
luglio 1960, cit., p. 126.
142 P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 105.
143 Sui fatti di Catania si veda A. Miccichè, Catania, luglio ’60, Ediesse, Roma, 2010.
144 Italian situation, H. McBride to F. Kohler, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917.
145 P. Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Sugarco, Milano, 1982, p. 129.
146 Communist-led rioters succeed, cit.; The present disorders in Italy, H. Cumming (Department of State, Director of Intelligence and Research) to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Sui timori per una deriva autoritaria di destra si veda U.S. Policy toward Italy, July 13, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60.
147 Central Intelligence Bulletin, CIA, July 8, 1960, CIA-RDP79T00975A005200070001-6, NARA, CIA Records Search Tool ( d’ora in poi CREST); L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
148 Severe Communist-led rioting in Italy threatens life of Tambroni government, F. Kohler to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Tambroni avrebbe poi esposto nella seduta del 14 luglio alla Camera la sua versione più critica nei confronti del complotto comunista, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 14 luglio 1960, pp. 15963-15970.
149 Pur cogliendo l’ambivalenza del Pci, Cooke non convince quando liquida la strategia togliattiana in poche righe e senza argomentazioni. Tale strategia, scrive, «non permette l’identificazione del suo partito con la violenza e l’insurrezione», si veda P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 43. Se il giudizio sulle tendenze rivoluzionarie è consolidato, altrettanto non può dirsi per l’uso della violenza. Utile in proposito la lettura del quotidiano comunista e le frequenti dispute con i socialisti nei mesi di giugno-luglio ’60.
150 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, vol. I, Con Togliatti e Longo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, pp. 235-238.
151 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 387; N. Minuzzo, L’aria del ’48, «L’Europeo», 17 luglio 1960.
152 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294; Anche i funzionari americani notarono questo aspetto: «l’accettazione comunista della proposta di tregua di Merzagora è una prova forte del fatto che il Pci starà attento a non andare oltre i limiti della violenza che ha già raggiunto», si veda Severe Communist-led rioting, cit.
153 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., pp. 387-388.
154 Si veda L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 126-127; G. Baget Bozzo, recensione a P. Cooke, Luglio 1960, cit., 25 maggio 2001, http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html. La necessità di portare a termine la nuova Resistenza e la continuità tra fascismo, Dc e Chiesa cattolica sono elementi ricorrenti nel lavoro di Murgia, secondo il quale Tambroni «è un frutto maturato nel giardino clericale», P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 170.
155 Citazioni tratte da Movimento 30 giugno, Genova, 1960, in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 132-143. Le osservazioni di Baget Bozzo sono su http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html
156 Un esempio eclatante di questo clima è il libro di Murgia, apparso nel 1968, si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 111-112. Osservazioni pregevoli su questo in E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia come elemento strutturale della lotta politica nell’Italia repubblicana, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 248-252. Si veda anche R. Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1960): lineamenti di una storia, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni, cit., pp. 331-332.
157 Sui grandi cambiamenti legati al boom economico e sull’attesa di qualcosa di nuovo si vedano G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., pp. 173-174; G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Rizzoli, Milano, 1990, pp. 91-92. Secondo il giornalista comunista Falaschi nel luglio ’60 si possono individuare i prodromi del ’68 e dell’autunno caldo, si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 383.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010 -
Nel 1967 i movimenti e le lotte degli universitari si intensificarono sull’onda delle influenze internazionali https://collasgarba.wordpress.com/2026/03/19/nel-1967-i-movimenti-e-le-lotte-degli-universitari-si-intensificarono-sullonda-delle-influenze-internazionali/ #1967, #1968, #1969, #Attentati, #Autunno, #Caldo, #Movimenti, #Neofascisti, #Operai, #PietroMenichetti, #Polizia, #Scontri, #Studenti, #Universitari
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Nel 1967 i movimenti e le lotte degli universitari si intensificarono sull’onda delle influenze internazionali https://collasgarba.wordpress.com/2026/03/19/nel-1967-i-movimenti-e-le-lotte-degli-universitari-si-intensificarono-sullonda-delle-influenze-internazionali/ #1967, #1968, #1969, #Attentati, #Autunno, #Caldo, #Movimenti, #Neofascisti, #Operai, #PietroMenichetti, #Polizia, #Scontri, #Studenti, #Universitari
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Fascisti carabinieri servizi segreti: tutti insieme per punire l'intelligenza critica, l'impegno civile e morale di una Donna. Punire nell'unica cosa che conoscono e cui danno importanza nelle donne: i loro corpi. Altro non possono. Non possono infierire su intelligenza morale ed etica: non ne sono in grado, deficitano di tutti gli strumenti utili per farlo.
#francarame #neofascisti #9marzo1973SEGUE
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Ogni Paese europeo ebbe la sua Stay Behind
Il 24 ottobre del 1990, durante un discorso alla Camera, l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlò, per la prima volta, di GLADIO, una organizzazione paramilitare segreta che operò in Italia dagli anni ’50 con l’obiettivo di opporsi militarmente a una ipotetica occupazione comunista del territorio nazionale <38. Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale cambiarono gli equilibri in Europa, il nuovo nemico sarebbe stato il comunismo. Il Presidente americano Harry Truman, in contrasto al forte espansionismo sovietico nell’Europa orientale, pronunciò al Congresso il celebre discorso che diede vita alla dottrina che porterà il suo nome e in base alla quale gli Stati Uniti iniziarono a una battaglia contro il comunismo: proteggendo militarmente qualsiasi zona del mondo che fosse stata minacciata da eserciti di paesi comunisti. La conseguenza dell’irrigidimento delle relazioni internazionali si sarebbe tradotta in Europa nella creazione di un intreccio di alleanze politico-strategiche coordinate dai servizi segreti britannici del SOE <39 e da quelli statunitensi dell’OSS <40, che successivamente prenderà il nome di CIA <41. È dal Regno Unito, e dall’allora Primo Ministro, Winston Churcill, che sarebbe partita l’iniziativa di creare organizzazioni paramilitari occulte in tutta Europa per intervenire in caso di emergenza. Questa rete di organizzazioni avrebbe preso il nome di Stay Behind. Ogni Paese europeo ebbe la sua Stay Behind: le prime nacquero in Olanda e Belgio a partire dalla seconda metà degli anni ’40 <42. Già dopo la fine della Seconda guerra mondiale, appena cominciarono le prime divergenze tra USA e URSS, agli americani fu chiaro che bisognava contenere, all’interno dei paesi sotto la loro influenza, la minaccia comunista. L’Italia ebbe la priorità e le maggiori attenzioni di USA e Regno Unito per due motivi principali: per la sua posizione geografica, situata a metà tra blocco occidentale e blocco sovietico; e per il fatto di avere uno dei partiti comunisti più strutturati d’Europa. Così sarebbero nate, nell’immediato dopoguerra, forme embrionali di organizzazioni occulte, come l’organizzazione “O” e la Brigata Osoppo, fautori e precursori di quelli che poi diventeranno, anni dopo, i Gladiatori. Secondo le agenzie di intelligence britannica e americana era necessaria la creazione di piccoli ma efficaci gruppi di guerriglia ben addestrati composti da partigiani “bianchi”, con ideologia antisovietica <43. I Paesi Bassi in primo luogo, e di seguito tutte le nazioni allineate al Patto Atlantico, compresa l’Italia degasperiana, avrebbero aderito al progetto Stay Behind, di fatto segnando l’inizio ufficiale della Guerra Fredda.
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Agenti della CIA come James Jesus Angleton e William Colby ebbero una grande influenza in territorio italiano alla pari di potenti generali, pur senza gradi. Stati Uniti, Francia e Regno Unito fondarono il CPC, Comitato per il coordinamento e la pianificazione, sotto il comando dello SHAPE <44, con base in Belgio, dando inizio al reclutamento per la formazione di gruppi organizzati da collocare in zone delicate di confine, come il Friuli in Italia. Anche se in Italia, dalla fine degli anni ’40, erano già presenti apparati simili come l’organizzazione “O”, ufficialmente il protocollo di intesa tra i Servizi nazionali e la CIA venne siglato nel novembre 1956 come riportato da un dossier del SIFAR: «Il documento che attesta tale intesa stipulata in data 26.11.1956 reca il titolo ” Accordo fra il Servizio Informazioni Italiano e il Servizio Informazioni U.S.A.” relativo alla organizzazione ed all’attività della rete clandestina post-occupazione italo-statunitense e costituisce il documento base della operazione “GLADIO”, l’accordo stabilisce gli impegni dei due Servizi per la organizzazione e la condotto dell’Operazione comune ed è basato, da parte statunitense, sul presupposto che i piani dello Stato Maggiore della Difesa italiano prevedano l’attuazione di tutti gli sforzi per mantenere l’isola della Sardegna, dove è situata la base dell’Operazione» <45. SIFAR e CIA, nel 1954, si accordarono per trovare un quartier generale dell’operazione segreta Gladio: fu scelto Capo Marrargiu, in Sardegna, dove venne costruito il CAG, Centro Addestramento Guastatori <46.
I 622 Gladiatori
L’organizzazione GLADIO era un piccolo nucleo che contava 622 Gladiatori, un’élite ben addestrata e, soprattutto, altamente qualificata sul piano morale e spirituale. I membri venivano selezionati e arruolati sulla base delle loro motivazioni psicologiche, ideologiche e patriottiche. Erano civili, per lo più provenienti dal Friuli Venezia Giulia e successivamente addestrati, dai migliori istruttori britannici e italiani, nella base di Poglina in Sardegna. Il reclutamento avveniva attraverso quattro fasi distinte: l’individuazione, la selezione, la sottoscrizione dell’impegno e il controllo. La prima veniva fatta dai responsabili della struttura Stay Behind attraverso informazioni ricavate sui canali del Servizio; le informazioni erano necessarie a stabilire che l’individuo non avesse precedenti di alcun tipo nel casellario giudiziario, che non facesse politica attiva né partecipasse a movimenti estremisti. Dopodiché avveniva la sottoscrizione dell’impegno, effettuata dal personale del Servizio in tempi successivi, così da non compromettere la segretezza dell’operazione nel caso di rifiuto o di incertezza da parte del reclutato <47. La struttura di Gladio era suddivisa in reti, piccole cellule composte da 5 persone l’una. Ad ogni cellula era vietato conoscere le altre cellule: i Gladiatori sapevano di potersi contare sulle dita di una mano e non erano consapevoli di essere parte di un’organizzazione che contava 622 membri <48. Questo sistema permetteva di evitare l’ipotetica divulgazione di informazioni riservate. I Gladiatori erano sparsi in tutta Italia ma più della metà di essi era concentrata in Friuli-Venezia Giulia, considerato il fulcro vitale dell’intera operazione. La regione confinante con la Jugoslavia di Tito era il punto di maggior interesse per i vertici della NATO: proprio in quei territori doveva prendere forma la resistenza di Gladio in caso di invasione delle armate rosse, moscovite e titine. Il piccolo nucleo di Gladio aveva il compito di destabilizzare e rallentare l’invasore in attesa delle vere truppe. Nonostante fosse nota la loro funzione, la motivazione per la quale erano stati reclutati e addestrati, dal 1990 i 622 Gladiatori subirono una delegittimazione senza precedenti <49. A seguito della divulgazione dei nomi, da parte della Presidenza del Consiglio, finirono su tutti i giornali e il governo ne ordinò lo scioglimento il 27 luglio 1990. L’operazione GLADIO sarebbe terminata per il venire meno dei presupposti politico-militari sui quali fu costituita la rete Stay Behind. Il Ministro della Difesa Rognoni avrebbe congelato l’attività dalla struttura segreta e, in seguito, ne avrebbe disposto, il 27 novembre 1990, la soppressione e lo scioglimento di tutta l’organizzazione ad essa connessa. Successivamente, in data 14 dicembre 1990, si sarebbe trasmesso al CPC <50 e al ACC <51 la comunicazione di disimpegno da parte dell’Italia in campo NATO relativo alla rete Stay Behind <52.
La 500 di Peteano
Nonostante Gladio sia nata come un’organizzazione apolitica e non eversiva, in qualche modo la sua vicenda avrebbe finito per essere collegata alla strage di Peteano. La sera del 31 maggio 1972 al centralino della stazione dei carabinieri di Gorizia sarebbe arrivata una chiamata anonima, con la quale un uomo avrebbe avvisato il carabiniere Domenico La Malfa della presenza di una Fiat 500, situata nelle campagne di Pateano, segnata da due fori da arma da fuoco sul parabrezza. Una volta scattati i controlli ed eseguita la perquisizione dell’auto, il sottotenente Angelo Tagliari avrebbe aperto il cofano azionando un ordigno posizionato proprio nel portabagagli <53. L’esplosione ucciderà tre carabinieri. L’attentato non verrà rivendicato; le indagini, svolte dal colonnello Dino Mingarelli, tesserato P2, vengono inizialmente indirizzate verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento. La pista venne ritenuta successivamente infondata ma le indagini non si spostarono mai sulla pista degli ordinovisti veneti, nonostante ci fossero stati ripetuti attentati dinamitardi in quelle zone la cui matrice poteva essere connessa con ambienti neofascisti <54. Il 6 ottobre Ivano Boccaccio, ex paracadutista della Folgore e appartenente al gruppo Ordine Nuovo di Udine, tentò il dirottamento di un Fokker 27 con a bordo 7 passeggeri. Le trattative sarebbero degenerate in un conflitto a fuoco durante il quale Boccaccio avrebbe perso la vita. La pistola usata da Boccaccio, la stessa impiegata per sparare alla Fiat 500 di Pateano, era intestata a Carlo Ciuttini, ordinovista e segretario della sezione di Manzano del MSI, colui che la sera del 31 maggio chiamò la centrale dei carabinieri. La strage di Pateano sarebbe stata così collegata a quella di Piazza Fontana per un elemento in comune: entrambe furono di matrice eversiva di destra <55. Le indagini andarono avanti fino agli anni ’80: si accertò la colpevolezza degli ordinovisti friulani e vennero condannati all’ergastolo Ciuttini e Vinciguerra. La vicenda giudiziaria su Pateano fu molto confusa. Inizialmente si sarebbe seguita la “pista gialla”, non politica, che portò all’arresto di sei goriziani; il loro movente sarebbe stata la volontà di vendetta contro l’Arma. I sei accusati vennero assolti e scarcerati un anno dopo. Successivamente, ci fu l’inchiesta bis condotta dal giudice istruttore Felice Casson. Tale inchiesta avrebbe individuato la colpevolezza degli ordinovisti friulani Vinciguerra e Cicuttini e accertato l’attività depistatoria degli inquirenti come il generale Mingarelli, il colonnello Chirico e il maresciallo Napoli che vennero condannati definitivamente. I depistaggi, però, avvennero anche durante l’inchiesta bis condotta dal magistrato Casson, specialmente in ambito balistico da parte del perito del Tribunale di Venezia, Marco Morin <56. Il collegamento con GLADIO sta proprio nell’esplosivo: Peteano, infatti, è situata nelle vicinanze di Aurisina dove, pochi mesi prima della strage, venne scoperto uno dei 139 depositi Nasco, all’interno dei quali era contenuto del materiale bellico a disposizione di GLADIO. Casson ritenne che l’esplosivo e il detonatore utilizzati per trasformare la Fiat 500 in un’auto bomba provenisse da lì. A gestire l’operazione GLADIO ci sarebbe stata, dagli anni ’70 in poi, la P2. Un documento del SID, risalente al 4 dicembre 1972, sequestrato negli archivi di Forte Braschi dalla Procura di Roma, avrebbe riportato una conversazione tra l’agente della CIA Howard E. Stone (tessera P2 n° 2183) e il generale Vito Miceli relativa all’operazione GLADIO.
[NOTE]
38 La storia di Gladio: Trent’anni fa Giulio Andreotti confermò l’esistenza di una struttura militare segreta legata alla NATO, con una storia lunga e oscura, 2020. https://www.ilpost.it/2020/10/24/gladio-stay-behind/
39 Special Operations Executive.
40 Office of Strategic Services.
41 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
42 Ibidem.
43 Ibidem.
44 Supreme Headquarters Allied Powers Europe.
45 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017, P. 69-70.
46 La storia di Gladio: Trent’anni fa Giulio Andreotti confermò l’esistenza di una struttura militare segreta legata alla NATO, con una storia lunga e oscura, 2020. https://www.ilpost.it/2020/10/24/gladio-stay-behind/
47 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, 2017, Lainate (MI).
48 Ibidem.
49 Ibidem.
50 Comitato Clandestino di Pianificazione.
51 Comitato Clandestino Alleato
52 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
53 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
54 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
55 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
56 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
Mattia Carnevali, Il deep-state italiano, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2022-2023 -
L’oscuro intreccio fra finanza corsara, mafia ed eversione nera degli anni Settanta
Nell’estate del 1974, nell’ambito delle indagini sulla morte del commissario Luigi Calabresi affiorò una “pista nera” che conduceva ad un grosso traffico d’armi con la Svizzera. Un anno dopo le prime indiscrezioni sulla “pista svizzera”, il quotidiano l’Unità tornava sull’argomento con due articoli di Mauro Brutto (24 e 25 Settembre 1975) nell’ambito delle indagini sul sequestro e la morte di Cristina Mazzotti. Siamo a pochi giorni dalle rivelazioni di Ballinari sul ruolo di Cicchellero nel riciclaggio del denaro dei sequestri ed è appena giunta la notizia che la polizia elvetica ha trovato, in una banca di Chiasso, banconote provenienti dai sequestri Mazzotti, Getty, Riboli, Malabarba e Vallino. Mauro Brutto scriveva: “I momenti più oscuri vissuti dal nostro paese in questi ultimi anni potrebbero avere una matrice comune con il più inquietante fenomeno mai apparso nella storia della delinquenza italiana, quello appunto dei sequestri di persona.” Richiamandosi alla “pista svizzera” di cui il giornale aveva parlato un anno prima, Brutto aggiunge che Calabresi si interessava “al traffico d’armi che, attraverso i boss internazionali del contrabbando, raggiungeva l’Italia, diretto alle organizzazioni eversive fasciste.” Secondo il cronista, Calabresi aveva individuato a Lugano la centrale che smistava le armi in Italia: la strada delle armi era la stessa che percorrevano, in senso opposto, i capitali esportati clandestinamente. Calabresi, sempre secondo il cronista dell’Unità, aveva anche identificato il responsabile della centrale luganese, ossia Ettore Cicchellero, personaggio chiave di quei traffici internazionali finanziati con il denaro sporco dei sequestri. Molti indizi portavano a pensare che le armi del traffico tra Svizzera e Italia fossero indirizzate al terrorismo nero e che il traffico si incrociasse in Svizzera con i canali del traffico di droga e di sigarette gestiti dalla criminalità organizzata.
L’anno successivo, nel corso di un’inchiesta in Valtellina sulle attività del Mar, il giornalista Brutto aveva scritto che due collaboratori di Fumagalli, Roberto Colombo e Antonio Sirtori, erano in contatto con autorevoli esponenti mafiosi come “don Ignazio”, ossia quel Vincenzo Arena delegato da Liggio al controllo del traffico di stupefacenti al Nord. Arena, a sua volta, risultava legato ad Antonio Squeo, già coinvolto nella inchiesta per la strage di Brescia, e a Donato Convertino, indiziato per stupefacenti, entrambi titolari di autofficine collegate alla Oia di Fumagalli. E ancora, Arena aveva rapporti con un noto truffatore internazionale, Ugo Ratti, legato a sua volta a Tom Ponzi.
Si delinea così un oscuro intreccio fra finanza corsara, mafia ed eversione nera si erano rafforzati negli anni seguenti, con il dilagare da un lato di fenomeni criminali quali rapine e sequestri, dall’altro di attentati terroristici e stragi.
L’on. Pio La Torre, membro della Commissione parlamentare antimafia, dopo la cattura di Liggio aveva incontrato a Milano magistrati e dirigenti dei Corpi di Polizia. In un’intervista all’Unità (21.7.1974) aveva detto: “Una parte dei proventi dei sequestri è stata utilizzata per finanziare il terrorismo nero.”
Non si è mai indagato realmente sui rapporti tra Fumagalli e Cicchellero ma diversi indizi, da Calabresi in poi, fanno sospettare l’esistenza di un possibile collegamento Liggio-Fumagalli-Cicchellero.
Scrive “Giorni” del febbraio 1977 che “se Cicchellero potesse essere interrogato dalle nostre autorità molti misteri potrebbero essere chiariti”. E l’elenco che segue è lungo e inquietante: “Potrebbero saltare fuori i nomi di potenti ‘padrini’ politici a cui probabilmente inviava denari in vista di campagne elettorali… Potrebbe fornire particolari sulla famosa riunione tenuta da Luciano Liggio a Gandria (a 4 km. da Lugano) con esponenti di ‘Cosa nostra’, alcuni uomini politici italiani, il principe Junio Valerio Borghese e molti altri. Con Ettore Cicchellero si potrebbe parlare dei suoi rapporti con gli esponenti dell’‘internazionale nera’, con Gianni Nardi, con gli altri fascisti esuli e con i capi della ‘cosca’ tirrenica della mafia calabrese… Potrebbe dire chi regge, a livello ‘insospettabile’, il traffico d’armi fra la Germania e l’Italia (per non parlare di droga e diamanti). E, infine, rivelare chi sono i veri capi dei
Concutelli e Vallanzasca… e dirci chi ha convinto Vallanzasca ad accettare le offerte dei neo-fascisti per diventare, in coppia con Concutelli, un ‘manovale di lusso’ della strategia della tensione.” Sicuramente l’anonimo articolista di “Giorni” mostrava di essere ben informato, e spicca, in questo senso, il riferimento ai rapporti fra la destra eversiva e le cosche tirreniche della n’drangheta.
Ci siamo allontanati parecchio dalle carte processuali ma questa integrazione con le fonti a stampa dell’epoca è parsa utile per delineare un quadro d’insieme prima di esaminare alcuni spunti offerti dal materiale dell’inchiesta della Procura di Milano. Le carte milanesi non parlano di rapporti di Cicchellero con il terrorismo di destra né di una presenza di fascisti all’interno dell’organizzazione contrabbandiera. E’ verosimile che per la polizia tributaria incaricata delle indagini il colore politico fosse indifferente ai fini dell’accertamento dei reati. Tuttavia, esaminando le cartelle degli imputati, si può rilevare che, in almeno una decina di casi, i precedenti penali rimandano a comportamenti non strettamente identificabili con quelli del contrabbandiere “puro”. Allo spedizioniere napoletano Francesco Tavassi, per esempio, venivano sequestrate due pistole, una delle quali con matricola abrasa; in casa aveva una collezione di trentadue sveglie e aveva avuto due condanne per lesioni colpose. Il genovese Vincenzo Giarelli aveva in fedina lesioni personali e detenzione di munizioni per pistola, e ad un altro genovese, Pio Carossino, venivano trovate banconote di un sequestro. Infine sempre a Genova, lo spedizioniere Giovanni Pittaluga aveva precedenti per rissa e detenzione abusiva di armi e munizioni; mentre per il suo socio, Remo Beccalli, figuravano furto continuato e rapina. Emilio Manera per commercio di sostanze stupefacenti, il siracusano Giuseppe Zampardi, che operava a Trezzano, aveva già subìto condanne per lesioni e porto d’armi abusivo. Armando Marzani, condannato a nove anni per rapina, aveva collezionato una lunga serie di furti aggravati e percosse.
Si denota quindi come l’evoluzione della figura del contrabbandiere non è più “pura”, ma che amplia i suoi orizzonti criminali.
Vale anche la pena di segnalare la presenza, nel collegio dei difensori, dell’avvocato Vladimiro Sarno, noto estremista di destra ed intimo amico di Giorgio Pisanò. Insieme ad alcuni imputati minori, Sarno si occupava della difesa di due personaggi che rivestivano ruoli importanti nell’organizzazione: il noto Alberto Dugnani, titolare della Nuova Kelsea, e la signora Desdemona Calatroni, alias Mafalda, alias Maria, la quale aveva funzioni di recapito per tutta l’organizzazione “facendo da ponte” con Ettore Cicchellero.
Qualche considerazione sulla natura dei “traffici” dell’organizzazione Cicchellero viene offerta dall’esame dei rapporti di p.g. dedicati al movimento di vagoni ferroviari che raggiungono l’Italia attraverso Vienna. Secondo la dogana austriaca, i vagoni entrati in Italia fra il 1974 e il 1976 sarebbero stati 99. Di questi 99, i vagoni intercettati dalla Tributaria italiana furono 5: due a Chiasso, uno a Milano e due a Forlì. In questi cinque vagoni vennero trovate e sequestrate circa 40 tonnellate di t.l.e. [tabacchi lavorati esteri], nascoste sotto le solite coperture. Non risulta che sia stata trovata “merce di contrabbando” di altra natura. Degli altri 94 carri ferroviari, 32 “non figurano entrati in Italia” e non si sa che fine abbiano fatto. Dei restanti sessantadue si appura che 55 raggiunsero varie località del triangolo industriale e vennero “scaricati” secondo le modalità di cui abbiamo già parlato; altri tre approdarono a Roma, uno a Sarno, due entrarono nel porto di La Spezia facendo perdere le proprie tracce, uno raggiunse il porto franco di Trieste per trasferire il carico in un container che, pochi giorni dopo, veniva imbarcato con destinazione Ashod (Israele). E’ poco probabile che l’organizzazione Cicchellero spedisse in Israele un container di sigarette. Qualche perplessità la destano anche i tre vagoni destinati a Roma; questi furono importati dall’International Shipping Agency di Franco Danesi e ufficialmente contenevano carbone di legna. Normalmente le merci di copertura vanno dalle balle di cotone a scatoloni contenenti mangimi, vetri o lampade etc; tutte merci di peso specifico simile o comunque compatibile con quello dei cartoni di sigarette, ma il peso specifico del carbone è assai superiore. Sdoganati a Roma i tre vagoni vennero scaricati ad Aprilia e a Pomezia. Si tratta di zone a quel tempo controllate dalla banda della Magliana, guidata dal Franco Giuseppucci che, fra l’altro, trafficava in armi.
Abbiamo già detto che una parte consistente del traffico contrabbandiero dalla Svizzera e dalla Francia verso l’Italia avveniva per mezzo dei ben noti Tir. Grazie ai falsi sigilli applicati in partenza, gli autotreni potevano viaggiare praticamente indisturbati fino al luogo in cui poi era scaricata clandestinamente la merce.
Sul traffico d’armi dalla Svizzera attraverso i valichi di frontiera scriveva il giornalista Carlo Brambilla (L’Unità, 8.2.1977): “Nel Varesotto c’è una “zona franca” per mercanti d’armi e neofascisti. La base del contrabbando d’armi e stupefacenti è a Luino. Dai 5 valichi di Ponte Tresa, Cremenaga, Zenna, Fornasette e Palone passano ogni giorno carichi di armi pesanti destinate in buona parte al Medio Oriente e grossi carichi di droga per il mercato interno.”
E sullo stesso giornale, il 7.9.1977, Giovanni Laccabò scriveva da Luino: “Attraverso i ‘buchi’ della frontiera svizzera (sbarre alzate di notte e nessun controllo) transitano i TIR con le armi nel cassone. Si conoscono caratteristiche dei mezzi e imballaggi adottati.” Nelle carte dell’inchiesta milanese due Tir soltanto risultano intercettati e sequestrati nel novembre 1975 nei pressi di Pavia. La Polizia Tributaria sequestrava circa 20 tonnellate di t.l.e. in scatoloni di cartone celati all’interno di balle di cotone, ma non vi era traccia di altra “merce” (XI/1 e XX/1). Indizi di notevole interesse su un rilevante traffico d’armi invece emergono da una agenda sequestrata al broker genovese Enrico De Marchi e rinvenuta in un faldone di reperti (XXI/1). La città doriana ha dato i natali a numerosi De Marchi, fra i quali, oltre all’Enrico in oggetto, è bene ricordarne almeno due. Non si può escludere, infatti, che fra questi tre De Marchi possa esistere qualche rapporto di parentela. Il più noto è l’avvocato Giancarlo, rappresentante del Msi nel consiglio comunale di Genova e uomo di Borghese, arrestato il 12.11.1973 nell’ambito dell’inchiesta sulla Rosa dei Venti con l’imputazione di cospirazione contro lo Stato e secondo la stampa anche traffico d’armi.
[…] I numeri romani rimandano ai fascicoli dell’inchiesta (procedimenti penali N. 1284/76 – A e N. 3168/75 – A del Tribunale di Milano) dove si trovano gli originali dei documenti […]
Jacopo Marchi, Il contrabbando di tabacchi lavorati esteri in Italia. La figura di Ettore Cicchellero 1950-1980, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2012-2013Carlo Fumagalli sarà attivo negli anni ’70 con il gruppo Mar in Valtellina. Nell’articolo: I fascisti “rivoluzionari” di G. CEREDA la Rivista Anarchica, anno 2 nr. 10 del febbraio 1972 si afferma che «Il valtellinese movimento d’azione rivoluzionaria è uno dei gruppi fascisti più interessanti nella storia dinamitarda degli ultimi due anni». L’articolo completo è in: http://www.arivista.org/index.php?nr=10&pag=10_05.htm. Fatte salve una serie di affermazioni approssimative o sbagliate in relazione ai fatti della Resistenza, di cui conviene non tener conto, il racconto del dopo Resistenza una qualche concretezza ce l’ha, per lo meno gli attentati ai tralicci sono veramente avvenuti e l’indagine della Procura della Repubblica ha portato poi ad un processo con condanne. Significativo questo passo con relativa nota della ricerca di F. CATALANO, La Resistenza nel Lecchese e nella Valtellina, cit., pp. 131-132; la nota dice: “Fra tutte le moltissime testimonianze relative, può essere interessante anche confrontare l’articolo di L’Express” del 9 settembre 1974 nell’inchiesta sulle trame nere (p. 52 e sgg. e in particolare p. 59): ‘Le SID a suivi, avec la meme punctualité et les memes silences, la troisième ramification de la Trame noire: celle du groupe de Carlo Fumagalli, le plus dangereux de ses aventuriers. En 1943 M. Fumagalli était, à 19 ans, le chef tout-puissant du marquis de la Valtellina, la vallée alpestre des confins de la Suisse qui dèbouche sur le lac de Como. Un condoctière, courageau mais avide. Il avait monté une filière pour les Juifs qui tentaient de passer en Suisse. Dès que le malhereux arrivaient sur ses terres, il les dépouillait de tout ce que ils possedaient, et il les livrait aux Allemands. Alfin qu’il n’y ait pas de traces. Et, de fait, personne n’en a jamais parlé. A la retraite dès l’age de 20 ans, M. Fumagalli n’avait plus que deux passe-temps: gagner de l’argent et fignaler des attentats. A Milan, c’était un secret de polichinelle’ “. Oltre a questo, vi è anche il riferimento ai passaggi di frontiera prezzolati, specialità poi delle formazioni di Carlo Fumagalli nella zona di Tirano. Un certo atteggiamento del clero che, non solo non appoggiava più il fascismo (tranne casi isolati), ma talvolta si assumeva in prima persona rischi personali, come appunto nell’episodio di Sondalo e dei prigionieri alleati che don Valletta addirittura scorta fino al confine con la Svizzera. Notizie su il Mar e Carlo Fumagalli in: L. LANZA, Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli, Eleuthera, Milano, 1997; http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=537
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Gabriele Fontana e Massimo Fumagalli, Formazioni Patriottiche e Milizie di fabbrica in Alta Valtellina. 1943-1945, Associazione Culturale Banlieu -
dal post “Neonazi di Stato”, di Valerio Renzi
un frammento da
https://sedestra.substack.com/p/neonazi-di-stato
l'articolo intero è anche all'indirizzo
https://www.ecn
https://differx.noblogs.org/2026/02/03/dal-post-neonazi-di-stato-di-valerio-renzi/
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dal post “Neonazi di Stato”, di Valerio Renzi
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https://sedestra.substack.com/p/neonazi-di-stato
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il controllo suprematista sulle idee comincia dalla scuola
“Azione Studentesca” pensa ai professori di sinistra:
C’è una scuola a Pordenone dove si chiede agli studenti di attivarsi per individuare e schedare gli insegnanti di sinistra. L’iniziativa è partita da un gruppo di ragazzi di Azione studentesca, legati ad ambienti di estrema destra […] —continua su fanpage: https://www.fanpage.it/politica/hai-prof-che-fanno-propaganda-di-sinistra-il-manifesto-di-azione-studentesca-in-un-liceo-di-pordenone/
“Mi chiamo Giorgio Peloso Zantaforni, sono un insegnante di lettere in un liceo e sono di Sinistra. Schedatemi pure”. A lanciare questa provocazione alla campagna di Azione Studentesca – che nei giorni scorsi ha realizzato un questionario dove tra alcune domande, ha chiesto di segnalare l’orientamento politico dei professori – è proprio un docente attraverso un video che si è presto diffuso sulla Rete. Parole, quelle di Zanfatorni, che vanno di pari passo con quelle di un altro insegnante, Paolo Venti che sul suo profilo Facebook in queste ore ha scritto: “Minimizzare la cosa parlando di ‘ragazzata fatta con poco ordine’ non è accettabile: Azione studentesca ha un sito, ha una precisa collocazione politica e i suoi interventi non sono ‘ragazzate’, sono precisi tentativi di spostare indietro i paletti di tutela e garanzia che la democrazia ha fissato” […] —continua sul Fatto Quotidiano: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/28/azione-studentesca-schedatura-professori-video-reazioni-notizie/8272341/
Mentre il ministero dell’istruzione annuncia accertamenti, sta diventando un caso politico il questionario di Azione Studentesca, l’associazione legata a Gioventù Nazionale, costola di Fratelli d’Italia, che ha diffuso un volantino, completo di QR code, con il quale invita gli studenti a segnalare, tramite un questionario, i professori di sinistra. Dopo la denuncia del Movimento di cooperazione educativa, le opposizioni insorgono e annunciano interrogazioni parlamentari. “Questi volantini sono stati diffusi in molte città italiane, tra cui Cuneo, Alba, Palermo e Pordenone, e hanno lo scopo di realizzare un report nazionale. Ci troviamo di fronte a vere e proprie liste di proscrizione”, dice il parlamentaare Avs Angelo Bonelli […] —continua sul Corriere della sera, https://roma.corriere.it/notizie/politica/26_gennaio_28/schedatura-insegnanti-sinistra-fdl-cc7f359f-9b66-4c7a-8c8a-f73d47c65xlk.shtml
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il controllo suprematista sulle idee comincia dalla scuola
“Azione Studentesca” pensa ai professori di sinistra:
C’è una scuola a Pordenone dove si chiede agli studenti di attivarsi per individuare e schedare gli insegnanti di sinistra. L’iniziativa è partita da un gruppo di ragazzi di Azione studentesca, legati ad ambienti di estrema destra […] —continua su fanpage: https://www.fanpage.it/politica/hai-prof-che-fanno-propaganda-di-sinistra-il-manifesto-di-azione-studentesca-in-un-liceo-di-pordenone/
“Mi chiamo Giorgio Peloso Zantaforni, sono un insegnante di lettere in un liceo e sono di Sinistra. Schedatemi pure”. A lanciare questa provocazione alla campagna di Azione Studentesca – che nei giorni scorsi ha realizzato un questionario dove tra alcune domande, ha chiesto di segnalare l’orientamento politico dei professori – è proprio un docente attraverso un video che si è presto diffuso sulla Rete. Parole, quelle di Zanfatorni, che vanno di pari passo con quelle di un altro insegnante, Paolo Venti che sul suo profilo Facebook in queste ore ha scritto: “Minimizzare la cosa parlando di ‘ragazzata fatta con poco ordine’ non è accettabile: Azione studentesca ha un sito, ha una precisa collocazione politica e i suoi interventi non sono ‘ragazzate’, sono precisi tentativi di spostare indietro i paletti di tutela e garanzia che la democrazia ha fissato” […] —continua sul Fatto Quotidiano: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/28/azione-studentesca-schedatura-professori-video-reazioni-notizie/8272341/
Mentre il ministero dell’istruzione annuncia accertamenti, sta diventando un caso politico il questionario di Azione Studentesca, l’associazione legata a Gioventù Nazionale, costola di Fratelli d’Italia, che ha diffuso un volantino, completo di QR code, con il quale invita gli studenti a segnalare, tramite un questionario, i professori di sinistra. Dopo la denuncia del Movimento di cooperazione educativa, le opposizioni insorgono e annunciano interrogazioni parlamentari. “Questi volantini sono stati diffusi in molte città italiane, tra cui Cuneo, Alba, Palermo e Pordenone, e hanno lo scopo di realizzare un report nazionale. Ci troviamo di fronte a vere e proprie liste di proscrizione”, dice il parlamentaare Avs Angelo Bonelli […] —continua sul Corriere della sera, https://roma.corriere.it/notizie/politica/26_gennaio_28/schedatura-insegnanti-sinistra-fdl-cc7f359f-9b66-4c7a-8c8a-f73d47c65xlk.shtml
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L’indegno discorso della seconda carica dello stato
un post di Lorenzo Tosa su fb:
Mentre noi ricordiamo quei sette eroi antifascisti dei fratelli Cervi, la seconda carica dello Stato Ignazio Benito Maria
https://differx.noblogs.org/2025/12/28/lindegno-discorso-della-seconda-carica-dello-stato/
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L’indegno discorso della seconda carica dello stato
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Mentre noi ricordiamo quei sette eroi antifascisti dei fratelli Cervi, la seconda carica dello Stato Ignazio Benito Maria
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Miguel Gotor a Forlì: Omicidio Mattarella. Ibridi connubi, Stato e anti-Stato nella crisi della Repubblica https://divagandooltreconfine.wordpress.com/2025/12/18/miguel-gotor-a-forli-omicidio-mattarella-ibridi-connubi-stato-e-anti-stato-nella-crisi-della-repubblica/ #AnniDiPiombo, #CesarePomarici, #DavideConti, #Depistaggi, #Forlì, #IbridiConnubi, #LetiziaBattagliaMostra, #LoggiaP2, #Mafia, #MiguelGotor, #Neofascisti, #OmicidioMattarella, #PiersantiMattarella, #SilviaCamporesi, #Storia, #StrageDiBologna, #StrageDiUstica, #VeritàGiudiziaria, #VeritàStorica
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Martino Fiumi da ‘Radio Popolare’: “In piazza Fontana il ricordo sempre attuale di Pino e Licia Pinelli”
d
https://differx.noblogs.org/2025/12/15/martino-fiumi-da-radio-popolare-in-piazza-fontana-il-ricordo-sempre-attuale-di-pino-e-licia-pinelli/
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Martino Fiumi da ‘Radio Popolare’: “In piazza Fontana il ricordo sempre attuale di Pino e Licia Pinelli”
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Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente
La strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
[…] I principali attentati che precedettero l’attacco alla Questura di Milano furono, come sopra ricordato, essenzialmente due. In primo luogo si ricorda il fallito attentato del 7 aprile del 1973 sul direttissimo Torino-Genova-Roma ad opera del gruppo La Fenice. <32 L’esecutore materiale, Nico Azzi, giovane missino, nel tentativo di controllare l’ordigno, temendo che questo non fosse stato impostato correttamente, aveva fatto scoppiare inavvertitamente un detonatore tra le sue gambe, rendendo impraticabile l’innesco dell’ordigno. Nell’ipotesi iniziale all’attentato avrebbe dovuto seguire la solita operazione di attribuzione della paternità a sinistra. In quell’occasione si era deciso di far
ricadere la responsabilità del gesto sul gruppo genovese “XXII ottobre”, collegato significativamente all’editore Giangiacomo Feltrinelli. Secondo il progetto iniziale, a questa strage doveva far seguito una seconda sul treno Monaco-Roma che poi non venne attuata a causa del fallito attentato sul primo treno, considerato che Azzi, colto in flagrante, era chiaramente di destra, per cui la messa in scena non poteva più essere orchestrata.
Un secondo snodo significativo nella strategia perseguita prima dell’attentato a Rumor fu il cosiddetto “giovedì nero di Milano”. Il 12 aprile 1973 era stata indetta dall’MSI e dal Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del partito, una manifestazione di protesta che, a causa dei fatti dei giorni precedenti, era stata limitata dal prefetto Libero Mazza al solo comizio. Nonostante ciò, centinaia di militanti del Movimento Sociale Italiano e delle principali organizzazioni dell’estrema destra scesero in piazza e si scontrarono con le forze dell’ordine. Nel corso della manifestazione rimase ucciso l’agente di polizia Antonio Marino, in seguito all’esplosione di una bomba a mano lanciata da Vittorio Loi, giovane missino che venne immediatamente identificato. Dalle testimonianze di Loi, che sentendosi abbandonato dal suo partito cominciò a parlare, si comprese che i disordini erano stati volontariamente provocati dalla dirigenza missina. <33
Al di sopra degli attentatori, come è stato ormai accertato dalla Magistratura, operava il già citato gruppo golpista la Rosa dei Venti che svolgeva una funzione di coordinamento tra i diversi gruppi eversivi. <34 Si trattava di un’organizzazione atlantica intersecata con gli apparati dello stato, il cui nome conteneva un chiaro richiamo al simbolo della NATO, oltre ad evocare il numero dei gruppi di estrema destra associati alla stessa organizzazione. <35 Facevano parte dell’organizzazione diversi militari, quali ad esempio il maggiore Amos Spiazzi e il generale Francesco Nardella, oltre ad estremisti neri: tra i nomi più rilevanti ricordiamo il principale promotore del gruppo Dario Zagolin – informatore degli americani e del SID -, Eugenio Rizzato, Sandro Sedona e Sandro Rampazzo. Tra i membri risultavano anche diversi industriali ed esponenti del Fronte nazionale che avevano preso parte al golpe Borghese, tra cui occorre ricordare l’avvocato Giancarlo De Marchi, che come noto aveva già giocato un ruolo rilevante in qualità di collettore dei finanziamenti per il progetto golpista del principe Borghese.
La figura di De Marchi ricompare proprio nel marzo 1973 quando, nell’ambito della riproposizione di un piano eversivo, venne contattato dal maggiore Amos Spiazzi, su indicazione di un agente del SID. Il compito era quello di valutare affidabilità e la serietà dell’avvocato genovese, che si era dichiarato disponibile a reperire fondi a sostegno della strategia stragista, rassicurandolo al contempo sulla concretezza e fattibilità del disegno golpista, stante l’esistenza di un rilevante numero di militari disposti a proseguire il fallito golpe Borghese.
L’esistenza di un nuovo progetto golpista è stata confermata d’altra parte anche dalle indagini del giudice Giovanni Tamburino, dalle quali si evince chiaramente che la Rosa dei Venti nel 1973 aveva come obbiettivo quello di promuovere interventi tesi all’istaurazione di un regime autoritario in Italia attraverso la realizzazione di un colpo di stato. Secondo le dichiarazioni di Remo Orlandini, uomo di fiducia del principe Borghese, ai già citati eventi dell’aprile-maggio 1973 – l’attentato al treno Torino-Roma, la manifestazione del 12 aprile e la bomba alla Questura – doveva seguire, l’instaurazione di un clima di forte tensione sociale in Valtellina alla cui direzione avrebbe dovuto esserci il leader del Movimento di azione rivoluzionaria (MAR) Carlo Fumagalli, altro nome di fondamentale importanza nel mondo dell’estrema destra in quella stagione. Altro passaggio teso a creare un clima adatto ad un colpo di stato.
Nell’aprile del 1973 l’attività della Rosa Dei Venti era strettamente connessa alle attività di Ordine Nuovo. Da fonti provenienti dai carabinieri e dal SID risulta infatti che il giorno della strage Bertoli era atteso da Sandro Rampazzo fuori dalla questura, che come abbiamo già sottolineato avrebbe dovuto farlo scappare a bordo della sua auto. <36 Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente e questo conferma il fatto che la strage di Bertoli si inserisse in un disegno di ben più ampia portata di quanto per lungo tempo abbiano voluto far credere sia parte dei Servizi Segreti sia una parte della stampa. Come avvenuto con il golpe Borghese, l’opinione pubblica sarebbe però venuta a conoscenza del progetto ordito dalla Rosa dei Venti, peraltro in modo parziale, solo nell’autunno del 1974 grazie all’evoluzione dell’inchiesta condotta dal giudice Tamburino.
Al compimento dell’attentato avrebbe dovuto seguire l’intervento delle Forze Armate, in modo analogo a quanto era stato previsto dopo la strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano. Nonostante l’atto stragista non avesse raggiunto gli obbiettivi che si era prefissato, – Rumor rimase illeso – la Rosa dei Venti avrebbe comunque allertato le strutture civili e militari per passare all’azione il 2 giugno del 1973. Anche in questa occasione l’esecuzione del golpe rientrò soltanto a causa di un intervento esterno.
Contrariamente a quel che sperava la destra, la bomba alla questura non determinò comunque uno spostamento a destra del governo, ma finì anzi per rafforzare all’interno della DC la linea favorevole ad una riedizione del centro-sinistra.
Rispetto alle altre stragi che hanno insanguinato il nostro paese, l’attentato alla questura costituisce uno snodo rilevante nella storia della strategia della tensione. Come ha sottolineato in modo chiaro Dondi, esso costituì «l’ultima strage costruita cercando di attuare il meccanismo di provocazione con lo scambio di attribuzione». <37
Contrariamente a quanto avevano sperato gli ordinovisti e diversamente da quanto era accaduto con la strage di Piazza Fontana, gran parte dell’opinione pubblica diffidò da subito della paternità anarchica dell’attentato. Probabilmente la lunga scia di sangue che aveva attraversato il Paese e l’attività sempre più incisiva della controinformazione avevano cambiato in modo profondo la sensibilità degli italiani. D’altro canto anche la stampa d’opinione, sia pure con le dovute eccezioni, non poté non ravvisare le evidenti incongruenze di una riconduzione della strage alla pista anarchica. Troppi erano gli elementi che non tornavano. Innanzitutto il profilo biografico-politico dell’attentatore, le cui frequentazioni di uomini e organizzazioni della destra eversiva erano difficilmente occultabili. «L’Unità» e «Paese Sera» già dal 18 maggio avevano rilevato i legami del Bertoli con Pace e Libertà, l’organizzazione finanziata dalla Cia.
In secondo luogo, non si capiva come Bertoli avesse potuto sapere della commemorazione di Calabresi con una settimana di anticipo, cioè al momento di lasciare Israele, quando invece la cerimonia era stata resa pubblica soltanto il 15 maggio. Era evidente che ci doveva essere un coinvolgimento di qualcuno all’interno delle istituzioni. Risultava infine decisamente poco credibile non ipotizzare una trama internazionale alla luce dei numerosi spostamenti di Bertoli. Come era stato possibile infatti che il Mossad non fosse stato in grado di identificare un pregiudicato che operava sul suo territorio, che intratteneva rapporti con uomini dell’estrema desta francese e che andava e veniva dallo stato ebraico con un passaporto falso?
Insomma, troppi elementi non quadravano nella strage di via Fatebenefratelli. Proprio per questo si può dire che l’attentato costituisce in senso tecnico la fine della strategia della tensione, almeno come era stata delineata nell’ambito del convegno dell’Istituto Pollio tenuto all’hotel Parco dei Principi di Roma del maggio 1965.
[NOTE]
32 A. Giannuli, E. Rosati, Storia di ordine nuovo. La più pericolosa organizzazione neo-fascista degli anni settanta, cit., p. 162. La Fenice fu un’organizzazione dell’estrema destra milanese fondata da Giancarlo Rognoni nel 1971. Il gruppo nel febbraio 1973, rientrò sotto l’ombrello del MSI, grazie all’accordo con Franco Servello, cosa avvenuta anche per Ordine Nuovo alla vigilia della strage di Piazza Fontana. Ai membri de La Fenice erano state infatti promesse alcune cariche all’interno del partito. Tra i principali militanti ricordiamo Nico Azzi, Francesco De Min e Mauro Marzorati. Il gruppo godeva della protezione di Pino Rauti.
33 M. Dondi, op. cit., p.308-309.
34 G. Tamburino, La Rosa dei Venti nel quadro dell’eversione stabilizzante, https://memoria.cultura.gov.it (consultato il 20 novembre 2024).
35 M. Dondi, op. cit., p. 330. Le organizzazioni legate alla Rosa dei Venti, inizialmente venti, divennero poi ventitré. Tra queste ricordiamo Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Fronte nazionale, Mar.
36 Cfr. S. Ferrari, Le stragi di stato. Piccola enciclopedia del terrorismo nero da piazza Fontana alla stazione di Bologna, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2006, p. 95.
37 M. Dondi, op. cit., p. 327.
Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024#17 #1973 #AntonioMarino #attentati #CarloFumagalli #CIA #controinformazione #FrancescoNardella #fronte #Genova #GianfrancoBertoli #gioventù #golpe #Israele #maggio #MAR #MartaCicchinelli #Milano #militari #MSI #NATO #nazionale #neofascisti #NicoAzzi #OrdineNuovo #Questura #rosa #Sid #strage #strategia #tensione #tentativo #Valtellina #Venti #VittorioLoi
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Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» di Bertoli
Fonte: Marta Cicchinelli, Op. cit. infraLa strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
[…] A chiudere “La radiografia di un terrorista” l’inchiesta di Mario Scialoja “E ora parliamo di soldi”, che prova a ricostruire da dove provengano i finanziamenti alla rete eversiva neofascista che opera in Italia. Il giornalista identifica due fonti che rimandano entrambe a Junio Valerio Borghese. Alla prima, Scialoja giunge analizzando il processo tenuto dal sostituto procuratore Claudio Vitalone che si era aperto a Roma per il fallimento, avvenuto nel ’68, della Banca del Credito Commerciale Industriale (Credilcomin), il cui presidente era proprio il principe Valerio Borghese. Il processo si sarebbe concluso nel luglio del 1973, a due mesi dall’uscita dell’articolo, con la condanna di tutti gli imputati davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Roma. A quel che era emerso nel corso delle indagini, nella Credilcomin erano confluiti, attraverso Gil Robles e Julio Munoz, entrambi legati all’Opus Dei spagnola, i dieci miliardi di lire trafugati dal figlio dell’ex dittatore di Santo Domingo, Rafael Trujllo, portati al momento della fuga nella Spagna franchista. I miliardi, poi spariti nel nulla, erano stati utilizzati per finanziare i piani eversivi dell’ex capo della X Mas. La seconda fonte di finanziamento viene individuata da Scialoja a partire da un breve rapporto del SID, emerso durante il processo, che risaliva al 1969 e sul quale, in quei giorni, aveva presentato un’interrogazione parlamentare il deputato socialista Giuseppe Machiavelli. Le tre cartelle dattiloscritte contenevano il resoconto di tre riunioni che avevano avuto luogo a Genova nella villa dell’industriale Guido Canale tra l’aprile e il maggio del 1969. Alle riunioni avevano partecipato circa una ventina di persone, tra cui, oltre a diversi industriali e armatori genovesi, l’avvocato Gianni Meneghini, difensore di Nico Azzi, e Giancarlo de Marchi, tesoriere della Rosa dei Venti. Lo scopo delle riunioni era, oltre a costituire una sezione provinciale del Fronte Nazionale, quello di reperire finanziamenti a sostegno delle trame eversive, in funzione anticomunista. In quelle occasioni erano stati raccolti 100 milioni di lire. Singolare è che il rapporto del SID non faccia menzione di quanto dichiarato dal fondatore del Fronte Nazionale nel corso della prima riunione, la sola alla quale aveva partecipato. A quanto sarebbe emerso dalle dichiarazioni di uno dei presenti, Borghese parlò dell’esistenza di «un’organizzazione militare di professionisti che era pronta ad agire per impedire con la forza l’avvento al potere dei comunisti e per instaurare un regime di tipo gollista». <110 Che l’obbiettivo di queste riunioni fosse la raccolta di fondi a sostegno di un colpo di stato è dimostrato dalle parole dell’ingegner Fedelini, delegato provinciale del Fronte, il quale aveva precisato nel corso della terza riunione, che l’organizzazione era articolata in due settori specializzati: «quello militare, con il compito di occupare e presidiare le città principali e gli uffici pubblici più importanti e quello civile, con la funzione di orientare l’opinione pubblica, di fare proselitismo e di reperire sovvenzioni». <111
Il 3 giugno «L’Espresso» ritorna sulla strage di via Fatebenefratelli con due articoli d’inchiesta, uno di Mario Scialoja, “Passeggiando per le fogne di Padova”, l’altro di Elena Guicciardi, “Se Pussy Cat si decide a cantare”. Al centro della pagina, nella metà superiore la foto di Franco Freda dietro le sbarre durante il processo per il libretto rosso <112, in alto a destra, accanto al titolo, un primo piano di Pasquale Juliano che indossa una coppola bianca. Si tratta di due interventi che cercano di ricostruire i legami di Bertoli con l’ambiente eversivo della destra padovana e con le organizzazioni neofasciste francesi presenti in Provenza, alle quali secondo la redazione del settimanale occorre guardare per comprendere «chi ha mosso il braccio assassino di Bertoli». <113 Secondo Scialoja l’elemento di connessione tra Bertoli e Ordine Nuovo sarebbe proprio Tommasoni, la cui amicizia con l’autore della strage costituisce a suo giudizio la chiave per la comprensione del retroterra criminale a cui va ricondotto l’attentato di via Fatebenefratelli. Tommasoni come sappiamo era finito sotto i riflettori per l’affare Juliano, il capo della squadra mobile a cui aveva fatto i nomi di Fachini, Freda e Ventura, indicandoli come responsabili della lunga catena di attentati del ’69. Pasquale Juliano, com’è noto, a causa della successiva ritrattazione di Tommasoni e di altri suoi confidenti, dietro ai quali stava la regia dell’Ufficio Affari Riservati, era finito sul banco degli imputati per abuso di mezzi investigativi, venendo alla fine messo in congedo e sospeso dal servizio. Servendosi del memoriale difensivo scritto dal commissario nel settembre 1969, Scialoja ricostruisce in modo puntuale l’intera vicenda: il Tommasoni era stato presentato al capo della mobile da un altro giovane neofascista padovano, Nicolò Pezzato, da tempo confidente della polizia, che glielo aveva indicato come un uomo disposto a parlare in cambio di denaro. Questo aspetto, sottolineava Juliano, era stato confermato dal loro primo incontro durante il quale Tommasoni aveva chiesto al commissario il pagamento di una cambiale da 10.000 lire e, successivamente, dalla denuncia contro lo zio per detenzioni d’armi, fatta per intascare un premio di 5.000 lire. Oltre ad essere «un infido mercenario», Tommasoni – osserva Scialoja – era anche un fascista vicino a uomini chiave dell’eversione nera veneta, finiti tutti «in prigione o gravemente compromessi nelle indagini condotte da giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio e dal Procuratore della Repubblica di Padova Aldo Fais». <114 L’uomo infatti era legato a Franco Freda, che era stato arrestato per la prima volta nel 1971 su mandato di Giancarlo Stiz, e a Massimiliano Fachini, luogotenente di Freda, ex consigliere comunale del MSI e presidente del FUAN. Questi dopo essere stato arrestato per gli attentati del 1969 proprio da Juliano ed essere stato prosciolto, era stato oggetto di un procedimento giudiziario da parte di D’Ambrosio per concorso in omicidio volontario di Alberto Muraro, il portiere dello stabile di Piazza Insurrezione dove abitava Fachini, che era il solo a poter testimoniare a favore del commissario in relazione al procedimento avviato contro di lui per irregolarità nelle indagini, e che era singolarmente volato dalla tromba delle scale, dopo aver ricevuto un colpo in testa. Proprio una settimana prima dell’uscita dell’articolo di Scialoja, Fachini era finito nuovamente sotto indagine per la strage di piazza Fontana. <115 Secondo il giornalista è proprio a questo «torbido sottobosco nero padovano» <116 che ruota intorno ad Ordine nuovo che bisogna guardare per chiarire i mandanti che stanno dietro la strage alla Questura. Il legame con ON, spiega al temine dell’articolo Scialoja, consentirebbe inoltre di comprendere gli agganci di Bertoli con l’estrema destra francese, visti gli stretti rapporti della formazione padovana con le organizzazioni neofasciste e paramilitari europee, specie con ex esponenti dell’OAS. Ancora una volta desta una certa impressione rileggere oggi questo intervento di Scialoja che, sulla scorta di pochi indizi e basandosi sull’intuizione della buona fede del capo della mobile, era riuscito a giungere alle medesime conclusioni cui sarebbe pervenuta molti anni dopo, con non poche difficoltà, la magistratura.
L’intervento di Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» <117 di Bertoli, che costituiva per gli inquirenti uno dei principali nodi da sciogliere per provare a dare una spiegazione a quanto era accaduto il 17 maggio a Milano. Il titolo del pezzo allude al clima di intimidazione che si era diffuso nei mesi antecedenti alla strage nei confronti dei proprietari di caffè e locali notturni situati tra Nizza e Marsiglia, che erano stati fatti saltare in aria o incendiati. Il Pussy cat era proprio un locale situato sul vecchio porto di Marsiglia, che era stato oggetto di un attentato dinamitardo, la cui padrona probabilmente era a conoscenza delle frequentazioni di Bertoli. L’autrice ritiene che i contatti marsigliesi dell’attentatore di via Fatebenefratelli vadano ricercati nell’ambiente eversivo della destra francese costituito prevalentemente dai nazionalisti rimpatriati dall’Algeria dopo l’indipendenza, molti dei quali erano rientrati in Francia, dopo aver trovato rifugio nei regimi fascisti della penisola iberica, a seguito dell’amnistia concessa nel 1968 dal generale De Gaulle. La pista indicata dalla Guicciardi è decisamente interessante se si pensa che erano stati proprio gli ex militari francesi fuggiti dall’Algeria e riparati in Portogallo a fondare nel 1966 l’agenzia di stampa internazionale Aginter Press, implicata nelle manovre delle destre eversive di tutta Europa e, come sarebbe emerso dalle indagini della magistratura, anche nella strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Tra le figure alle quali bisognava guardare, la Guicciardi cita in particolare due noti esponenti dell’OAS, Joseph Ortiz e Jean Marie Susini. Truculento protagonista della lotta per l’Algeria francese, implicato nella vicenda della Villa Sources, dove venivano torturati i militanti del FLN, prima di essere sciolti nell’acido solforico, Ortiz era stato uno degli ideatori, insieme al deputato Pierre Lagaillarde, della “rivolta delle barricate” che si era consumata ad Algeri nel gennaio del 1960. Condannato a morte in contumacia, nel 1968 Ortiz era rientrato in Francia dove, a Tolone, aveva fondato, insieme all’ex-capo del servizio stampa dell’OAS, André Seguin, il “Club dei nazionalisti rimpatriati”, punto d’incontro per la destra fascista francese. L’altra figura su cui si sofferma la giornalista è Susini. Fondatore dell’OAS (Organisation de l’Armée Secrète), un’organizzazione clandestina, composta da civili e militari, che intendeva continuare con metodi terroristici la lotta per l’Algeria francese, Susini era stato condannato a morte in contumacia oltre che per l’appartenenza all’organizzazione, anche per essere stato l’ideatore del fallito attentato contro il presidente De Gaulle nel 1964. Rifugiatosi prima in Spagna, poi in Italia, dove aveva vissuto per ben cinque anni sotto falsa identità, Susini era ritornato in Francia grazie all’amnistia del ’68. Qui aveva stretto rapporti oltre che con i vecchi commilitoni di destra, anche con la malavita marsigliese, con la quale aveva organizzato numerose rapine ai danni delle banche della Costa Azzurra. Nell’ottobre del 1972, infine, era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver organizzato il rapimento e la scomparsa del tenente colonnello Raymond Gorel, l’ex-tesoriere dell’OAS che si era appropriato del tesoro dell’armata segreta, mettendolo al sicuro in Svizzera. Con parole simili a quelle utilizzate da Scialoja, l’autrice concludeva sottolineando che il misterioso interlocutore marsigliese con cui i fratelli Yemmi, appartenenti a Jeune Revolution – gruppo legato all’organizzazione di estrema destra Ordre Nouveau -, avevano messo in contatto Bertoli andava cercato proprio in questa giungla popolata da fascisti, criminali senza scrupoli, sopravvissuti ai conflitti coloniali. Solo riuscendo a fare luce su quei tre giorni di buio tra l’approdo di Bertoli a Marsiglia e l’arrivo a Milano, sarebbe stato possibile arrivare ad una ricostruzione plausibile della strage alla Questura.
[NOTE]
110 M. Scialoja, E ora parliamo di soldi, in «L’Espresso», a. XIX, n. 21, 27 maggio 1973, p. 5.
111 Ibid.
112 Del libretto rosso e della strategia della cellula padovana di Ordine Nuovo ne parla Gianni Casalini in un colloquio riportato da Guido Salvini sul suo sito. Il libretto era stato scritto interamente da Franco Freda mentre Giovanni Ventura ne aveva curato la stampa. Cfr. Il libretto rosso di Freda e Ventura, https://guidosalvini.it/libro-nel-cinquantenario-di-piazza-fontana (consultato il 18 febbraio 2024).
113 M. Scialoja, Passeggiando per le fogne di Padova, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
114 Ibid.
115 Durante una perquisizione a casa di Fachini era stata trovata una chiave che si adattava perfettamente alla serratura della cassetta metallica che conteneva la bomba fatta esplodere il 12 dicembre in piazza Fontana. Al momento in cui Scialoja scriveva l’articolo era in corso una perizia per accertare la che la chiave corrispondesse effettivamente al blocco serratura della cassetta metallica. Ibid.
116 Ibid.
117 E. Guicciardi, Se pussy cat si decide a cantare, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024#1969 #1973 #AginterPress #AndréSeguin #anticomunismo #attentati #Credilcomin #destra #ElenaGuicciardi #estrema #ex #Fronte #Genova #GianfrancoBertoli #GilRobles #giornalisti #JunioValerioBorghese #lEspresso #MarioScialoja #marsiglia #MartaCicchinelli #milano #Nazionale #neofascisti #NicolòPezzato #nizza #OAS #OdineNuovo #provenza #PussyCat #questura #rosa #Venti
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Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» di Bertoli
Fonte: Marta Cicchinelli, Op. cit. infraLa strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
[…] A chiudere “La radiografia di un terrorista” l’inchiesta di Mario Scialoja “E ora parliamo di soldi”, che prova a ricostruire da dove provengano i finanziamenti alla rete eversiva neofascista che opera in Italia. Il giornalista identifica due fonti che rimandano entrambe a Junio Valerio Borghese. Alla prima, Scialoja giunge analizzando il processo tenuto dal sostituto procuratore Claudio Vitalone che si era aperto a Roma per il fallimento, avvenuto nel ’68, della Banca del Credito Commerciale Industriale (Credilcomin), il cui presidente era proprio il principe Valerio Borghese. Il processo si sarebbe concluso nel luglio del 1973, a due mesi dall’uscita dell’articolo, con la condanna di tutti gli imputati davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Roma. A quel che era emerso nel corso delle indagini, nella Credilcomin erano confluiti, attraverso Gil Robles e Julio Munoz, entrambi legati all’Opus Dei spagnola, i dieci miliardi di lire trafugati dal figlio dell’ex dittatore di Santo Domingo, Rafael Trujllo, portati al momento della fuga nella Spagna franchista. I miliardi, poi spariti nel nulla, erano stati utilizzati per finanziare i piani eversivi dell’ex capo della X Mas. La seconda fonte di finanziamento viene individuata da Scialoja a partire da un breve rapporto del SID, emerso durante il processo, che risaliva al 1969 e sul quale, in quei giorni, aveva presentato un’interrogazione parlamentare il deputato socialista Giuseppe Machiavelli. Le tre cartelle dattiloscritte contenevano il resoconto di tre riunioni che avevano avuto luogo a Genova nella villa dell’industriale Guido Canale tra l’aprile e il maggio del 1969. Alle riunioni avevano partecipato circa una ventina di persone, tra cui, oltre a diversi industriali e armatori genovesi, l’avvocato Gianni Meneghini, difensore di Nico Azzi, e Giancarlo de Marchi, tesoriere della Rosa dei Venti. Lo scopo delle riunioni era, oltre a costituire una sezione provinciale del Fronte Nazionale, quello di reperire finanziamenti a sostegno delle trame eversive, in funzione anticomunista. In quelle occasioni erano stati raccolti 100 milioni di lire. Singolare è che il rapporto del SID non faccia menzione di quanto dichiarato dal fondatore del Fronte Nazionale nel corso della prima riunione, la sola alla quale aveva partecipato. A quanto sarebbe emerso dalle dichiarazioni di uno dei presenti, Borghese parlò dell’esistenza di «un’organizzazione militare di professionisti che era pronta ad agire per impedire con la forza l’avvento al potere dei comunisti e per instaurare un regime di tipo gollista». <110 Che l’obbiettivo di queste riunioni fosse la raccolta di fondi a sostegno di un colpo di stato è dimostrato dalle parole dell’ingegner Fedelini, delegato provinciale del Fronte, il quale aveva precisato nel corso della terza riunione, che l’organizzazione era articolata in due settori specializzati: «quello militare, con il compito di occupare e presidiare le città principali e gli uffici pubblici più importanti e quello civile, con la funzione di orientare l’opinione pubblica, di fare proselitismo e di reperire sovvenzioni». <111
Il 3 giugno «L’Espresso» ritorna sulla strage di via Fatebenefratelli con due articoli d’inchiesta, uno di Mario Scialoja, “Passeggiando per le fogne di Padova”, l’altro di Elena Guicciardi, “Se Pussy Cat si decide a cantare”. Al centro della pagina, nella metà superiore la foto di Franco Freda dietro le sbarre durante il processo per il libretto rosso <112, in alto a destra, accanto al titolo, un primo piano di Pasquale Juliano che indossa una coppola bianca. Si tratta di due interventi che cercano di ricostruire i legami di Bertoli con l’ambiente eversivo della destra padovana e con le organizzazioni neofasciste francesi presenti in Provenza, alle quali secondo la redazione del settimanale occorre guardare per comprendere «chi ha mosso il braccio assassino di Bertoli». <113 Secondo Scialoja l’elemento di connessione tra Bertoli e Ordine Nuovo sarebbe proprio Tommasoni, la cui amicizia con l’autore della strage costituisce a suo giudizio la chiave per la comprensione del retroterra criminale a cui va ricondotto l’attentato di via Fatebenefratelli. Tommasoni come sappiamo era finito sotto i riflettori per l’affare Juliano, il capo della squadra mobile a cui aveva fatto i nomi di Fachini, Freda e Ventura, indicandoli come responsabili della lunga catena di attentati del ’69. Pasquale Juliano, com’è noto, a causa della successiva ritrattazione di Tommasoni e di altri suoi confidenti, dietro ai quali stava la regia dell’Ufficio Affari Riservati, era finito sul banco degli imputati per abuso di mezzi investigativi, venendo alla fine messo in congedo e sospeso dal servizio. Servendosi del memoriale difensivo scritto dal commissario nel settembre 1969, Scialoja ricostruisce in modo puntuale l’intera vicenda: il Tommasoni era stato presentato al capo della mobile da un altro giovane neofascista padovano, Nicolò Pezzato, da tempo confidente della polizia, che glielo aveva indicato come un uomo disposto a parlare in cambio di denaro. Questo aspetto, sottolineava Juliano, era stato confermato dal loro primo incontro durante il quale Tommasoni aveva chiesto al commissario il pagamento di una cambiale da 10.000 lire e, successivamente, dalla denuncia contro lo zio per detenzioni d’armi, fatta per intascare un premio di 5.000 lire. Oltre ad essere «un infido mercenario», Tommasoni – osserva Scialoja – era anche un fascista vicino a uomini chiave dell’eversione nera veneta, finiti tutti «in prigione o gravemente compromessi nelle indagini condotte da giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio e dal Procuratore della Repubblica di Padova Aldo Fais». <114 L’uomo infatti era legato a Franco Freda, che era stato arrestato per la prima volta nel 1971 su mandato di Giancarlo Stiz, e a Massimiliano Fachini, luogotenente di Freda, ex consigliere comunale del MSI e presidente del FUAN. Questi dopo essere stato arrestato per gli attentati del 1969 proprio da Juliano ed essere stato prosciolto, era stato oggetto di un procedimento giudiziario da parte di D’Ambrosio per concorso in omicidio volontario di Alberto Muraro, il portiere dello stabile di Piazza Insurrezione dove abitava Fachini, che era il solo a poter testimoniare a favore del commissario in relazione al procedimento avviato contro di lui per irregolarità nelle indagini, e che era singolarmente volato dalla tromba delle scale, dopo aver ricevuto un colpo in testa. Proprio una settimana prima dell’uscita dell’articolo di Scialoja, Fachini era finito nuovamente sotto indagine per la strage di piazza Fontana. <115 Secondo il giornalista è proprio a questo «torbido sottobosco nero padovano» <116 che ruota intorno ad Ordine nuovo che bisogna guardare per chiarire i mandanti che stanno dietro la strage alla Questura. Il legame con ON, spiega al temine dell’articolo Scialoja, consentirebbe inoltre di comprendere gli agganci di Bertoli con l’estrema destra francese, visti gli stretti rapporti della formazione padovana con le organizzazioni neofasciste e paramilitari europee, specie con ex esponenti dell’OAS. Ancora una volta desta una certa impressione rileggere oggi questo intervento di Scialoja che, sulla scorta di pochi indizi e basandosi sull’intuizione della buona fede del capo della mobile, era riuscito a giungere alle medesime conclusioni cui sarebbe pervenuta molti anni dopo, con non poche difficoltà, la magistratura.
L’intervento di Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» <117 di Bertoli, che costituiva per gli inquirenti uno dei principali nodi da sciogliere per provare a dare una spiegazione a quanto era accaduto il 17 maggio a Milano. Il titolo del pezzo allude al clima di intimidazione che si era diffuso nei mesi antecedenti alla strage nei confronti dei proprietari di caffè e locali notturni situati tra Nizza e Marsiglia, che erano stati fatti saltare in aria o incendiati. Il Pussy cat era proprio un locale situato sul vecchio porto di Marsiglia, che era stato oggetto di un attentato dinamitardo, la cui padrona probabilmente era a conoscenza delle frequentazioni di Bertoli. L’autrice ritiene che i contatti marsigliesi dell’attentatore di via Fatebenefratelli vadano ricercati nell’ambiente eversivo della destra francese costituito prevalentemente dai nazionalisti rimpatriati dall’Algeria dopo l’indipendenza, molti dei quali erano rientrati in Francia, dopo aver trovato rifugio nei regimi fascisti della penisola iberica, a seguito dell’amnistia concessa nel 1968 dal generale De Gaulle. La pista indicata dalla Guicciardi è decisamente interessante se si pensa che erano stati proprio gli ex militari francesi fuggiti dall’Algeria e riparati in Portogallo a fondare nel 1966 l’agenzia di stampa internazionale Aginter Press, implicata nelle manovre delle destre eversive di tutta Europa e, come sarebbe emerso dalle indagini della magistratura, anche nella strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Tra le figure alle quali bisognava guardare, la Guicciardi cita in particolare due noti esponenti dell’OAS, Joseph Ortiz e Jean Marie Susini. Truculento protagonista della lotta per l’Algeria francese, implicato nella vicenda della Villa Sources, dove venivano torturati i militanti del FLN, prima di essere sciolti nell’acido solforico, Ortiz era stato uno degli ideatori, insieme al deputato Pierre Lagaillarde, della “rivolta delle barricate” che si era consumata ad Algeri nel gennaio del 1960. Condannato a morte in contumacia, nel 1968 Ortiz era rientrato in Francia dove, a Tolone, aveva fondato, insieme all’ex-capo del servizio stampa dell’OAS, André Seguin, il “Club dei nazionalisti rimpatriati”, punto d’incontro per la destra fascista francese. L’altra figura su cui si sofferma la giornalista è Susini. Fondatore dell’OAS (Organisation de l’Armée Secrète), un’organizzazione clandestina, composta da civili e militari, che intendeva continuare con metodi terroristici la lotta per l’Algeria francese, Susini era stato condannato a morte in contumacia oltre che per l’appartenenza all’organizzazione, anche per essere stato l’ideatore del fallito attentato contro il presidente De Gaulle nel 1964. Rifugiatosi prima in Spagna, poi in Italia, dove aveva vissuto per ben cinque anni sotto falsa identità, Susini era ritornato in Francia grazie all’amnistia del ’68. Qui aveva stretto rapporti oltre che con i vecchi commilitoni di destra, anche con la malavita marsigliese, con la quale aveva organizzato numerose rapine ai danni delle banche della Costa Azzurra. Nell’ottobre del 1972, infine, era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver organizzato il rapimento e la scomparsa del tenente colonnello Raymond Gorel, l’ex-tesoriere dell’OAS che si era appropriato del tesoro dell’armata segreta, mettendolo al sicuro in Svizzera. Con parole simili a quelle utilizzate da Scialoja, l’autrice concludeva sottolineando che il misterioso interlocutore marsigliese con cui i fratelli Yemmi, appartenenti a Jeune Revolution – gruppo legato all’organizzazione di estrema destra Ordre Nouveau -, avevano messo in contatto Bertoli andava cercato proprio in questa giungla popolata da fascisti, criminali senza scrupoli, sopravvissuti ai conflitti coloniali. Solo riuscendo a fare luce su quei tre giorni di buio tra l’approdo di Bertoli a Marsiglia e l’arrivo a Milano, sarebbe stato possibile arrivare ad una ricostruzione plausibile della strage alla Questura.
[NOTE]
110 M. Scialoja, E ora parliamo di soldi, in «L’Espresso», a. XIX, n. 21, 27 maggio 1973, p. 5.
111 Ibid.
112 Del libretto rosso e della strategia della cellula padovana di Ordine Nuovo ne parla Gianni Casalini in un colloquio riportato da Guido Salvini sul suo sito. Il libretto era stato scritto interamente da Franco Freda mentre Giovanni Ventura ne aveva curato la stampa. Cfr. Il libretto rosso di Freda e Ventura, https://guidosalvini.it/libro-nel-cinquantenario-di-piazza-fontana (consultato il 18 febbraio 2024).
113 M. Scialoja, Passeggiando per le fogne di Padova, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
114 Ibid.
115 Durante una perquisizione a casa di Fachini era stata trovata una chiave che si adattava perfettamente alla serratura della cassetta metallica che conteneva la bomba fatta esplodere il 12 dicembre in piazza Fontana. Al momento in cui Scialoja scriveva l’articolo era in corso una perizia per accertare la che la chiave corrispondesse effettivamente al blocco serratura della cassetta metallica. Ibid.
116 Ibid.
117 E. Guicciardi, Se pussy cat si decide a cantare, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024#1969 #1973 #AginterPress #AndréSeguin #anticomunismo #attentati #Credilcomin #destra #ElenaGuicciardi #estrema #ex #Fronte #Genova #GianfrancoBertoli #GilRobles #giornalisti #JunioValerioBorghese #lEspresso #MarioScialoja #marsiglia #MartaCicchinelli #milano #Nazionale #neofascisti #NicolòPezzato #nizza #OAS #OdineNuovo #provenza #PussyCat #questura #rosa #Venti