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L’oscuro intreccio fra finanza corsara, mafia ed eversione nera degli anni Settanta
Nell’estate del 1974, nell’ambito delle indagini sulla morte del commissario Luigi Calabresi affiorò una “pista nera” che conduceva ad un grosso traffico d’armi con la Svizzera. Un anno dopo le prime indiscrezioni sulla “pista svizzera”, il quotidiano l’Unità tornava sull’argomento con due articoli di Mauro Brutto (24 e 25 Settembre 1975) nell’ambito delle indagini sul sequestro e la morte di Cristina Mazzotti. Siamo a pochi giorni dalle rivelazioni di Ballinari sul ruolo di Cicchellero nel riciclaggio del denaro dei sequestri ed è appena giunta la notizia che la polizia elvetica ha trovato, in una banca di Chiasso, banconote provenienti dai sequestri Mazzotti, Getty, Riboli, Malabarba e Vallino. Mauro Brutto scriveva: “I momenti più oscuri vissuti dal nostro paese in questi ultimi anni potrebbero avere una matrice comune con il più inquietante fenomeno mai apparso nella storia della delinquenza italiana, quello appunto dei sequestri di persona.” Richiamandosi alla “pista svizzera” di cui il giornale aveva parlato un anno prima, Brutto aggiunge che Calabresi si interessava “al traffico d’armi che, attraverso i boss internazionali del contrabbando, raggiungeva l’Italia, diretto alle organizzazioni eversive fasciste.” Secondo il cronista, Calabresi aveva individuato a Lugano la centrale che smistava le armi in Italia: la strada delle armi era la stessa che percorrevano, in senso opposto, i capitali esportati clandestinamente. Calabresi, sempre secondo il cronista dell’Unità, aveva anche identificato il responsabile della centrale luganese, ossia Ettore Cicchellero, personaggio chiave di quei traffici internazionali finanziati con il denaro sporco dei sequestri. Molti indizi portavano a pensare che le armi del traffico tra Svizzera e Italia fossero indirizzate al terrorismo nero e che il traffico si incrociasse in Svizzera con i canali del traffico di droga e di sigarette gestiti dalla criminalità organizzata.
L’anno successivo, nel corso di un’inchiesta in Valtellina sulle attività del Mar, il giornalista Brutto aveva scritto che due collaboratori di Fumagalli, Roberto Colombo e Antonio Sirtori, erano in contatto con autorevoli esponenti mafiosi come “don Ignazio”, ossia quel Vincenzo Arena delegato da Liggio al controllo del traffico di stupefacenti al Nord. Arena, a sua volta, risultava legato ad Antonio Squeo, già coinvolto nella inchiesta per la strage di Brescia, e a Donato Convertino, indiziato per stupefacenti, entrambi titolari di autofficine collegate alla Oia di Fumagalli. E ancora, Arena aveva rapporti con un noto truffatore internazionale, Ugo Ratti, legato a sua volta a Tom Ponzi.
Si delinea così un oscuro intreccio fra finanza corsara, mafia ed eversione nera si erano rafforzati negli anni seguenti, con il dilagare da un lato di fenomeni criminali quali rapine e sequestri, dall’altro di attentati terroristici e stragi.
L’on. Pio La Torre, membro della Commissione parlamentare antimafia, dopo la cattura di Liggio aveva incontrato a Milano magistrati e dirigenti dei Corpi di Polizia. In un’intervista all’Unità (21.7.1974) aveva detto: “Una parte dei proventi dei sequestri è stata utilizzata per finanziare il terrorismo nero.”
Non si è mai indagato realmente sui rapporti tra Fumagalli e Cicchellero ma diversi indizi, da Calabresi in poi, fanno sospettare l’esistenza di un possibile collegamento Liggio-Fumagalli-Cicchellero.
Scrive “Giorni” del febbraio 1977 che “se Cicchellero potesse essere interrogato dalle nostre autorità molti misteri potrebbero essere chiariti”. E l’elenco che segue è lungo e inquietante: “Potrebbero saltare fuori i nomi di potenti ‘padrini’ politici a cui probabilmente inviava denari in vista di campagne elettorali… Potrebbe fornire particolari sulla famosa riunione tenuta da Luciano Liggio a Gandria (a 4 km. da Lugano) con esponenti di ‘Cosa nostra’, alcuni uomini politici italiani, il principe Junio Valerio Borghese e molti altri. Con Ettore Cicchellero si potrebbe parlare dei suoi rapporti con gli esponenti dell’‘internazionale nera’, con Gianni Nardi, con gli altri fascisti esuli e con i capi della ‘cosca’ tirrenica della mafia calabrese… Potrebbe dire chi regge, a livello ‘insospettabile’, il traffico d’armi fra la Germania e l’Italia (per non parlare di droga e diamanti). E, infine, rivelare chi sono i veri capi dei
Concutelli e Vallanzasca… e dirci chi ha convinto Vallanzasca ad accettare le offerte dei neo-fascisti per diventare, in coppia con Concutelli, un ‘manovale di lusso’ della strategia della tensione.” Sicuramente l’anonimo articolista di “Giorni” mostrava di essere ben informato, e spicca, in questo senso, il riferimento ai rapporti fra la destra eversiva e le cosche tirreniche della n’drangheta.
Ci siamo allontanati parecchio dalle carte processuali ma questa integrazione con le fonti a stampa dell’epoca è parsa utile per delineare un quadro d’insieme prima di esaminare alcuni spunti offerti dal materiale dell’inchiesta della Procura di Milano. Le carte milanesi non parlano di rapporti di Cicchellero con il terrorismo di destra né di una presenza di fascisti all’interno dell’organizzazione contrabbandiera. E’ verosimile che per la polizia tributaria incaricata delle indagini il colore politico fosse indifferente ai fini dell’accertamento dei reati. Tuttavia, esaminando le cartelle degli imputati, si può rilevare che, in almeno una decina di casi, i precedenti penali rimandano a comportamenti non strettamente identificabili con quelli del contrabbandiere “puro”. Allo spedizioniere napoletano Francesco Tavassi, per esempio, venivano sequestrate due pistole, una delle quali con matricola abrasa; in casa aveva una collezione di trentadue sveglie e aveva avuto due condanne per lesioni colpose. Il genovese Vincenzo Giarelli aveva in fedina lesioni personali e detenzione di munizioni per pistola, e ad un altro genovese, Pio Carossino, venivano trovate banconote di un sequestro. Infine sempre a Genova, lo spedizioniere Giovanni Pittaluga aveva precedenti per rissa e detenzione abusiva di armi e munizioni; mentre per il suo socio, Remo Beccalli, figuravano furto continuato e rapina. Emilio Manera per commercio di sostanze stupefacenti, il siracusano Giuseppe Zampardi, che operava a Trezzano, aveva già subìto condanne per lesioni e porto d’armi abusivo. Armando Marzani, condannato a nove anni per rapina, aveva collezionato una lunga serie di furti aggravati e percosse.
Si denota quindi come l’evoluzione della figura del contrabbandiere non è più “pura”, ma che amplia i suoi orizzonti criminali.
Vale anche la pena di segnalare la presenza, nel collegio dei difensori, dell’avvocato Vladimiro Sarno, noto estremista di destra ed intimo amico di Giorgio Pisanò. Insieme ad alcuni imputati minori, Sarno si occupava della difesa di due personaggi che rivestivano ruoli importanti nell’organizzazione: il noto Alberto Dugnani, titolare della Nuova Kelsea, e la signora Desdemona Calatroni, alias Mafalda, alias Maria, la quale aveva funzioni di recapito per tutta l’organizzazione “facendo da ponte” con Ettore Cicchellero.
Qualche considerazione sulla natura dei “traffici” dell’organizzazione Cicchellero viene offerta dall’esame dei rapporti di p.g. dedicati al movimento di vagoni ferroviari che raggiungono l’Italia attraverso Vienna. Secondo la dogana austriaca, i vagoni entrati in Italia fra il 1974 e il 1976 sarebbero stati 99. Di questi 99, i vagoni intercettati dalla Tributaria italiana furono 5: due a Chiasso, uno a Milano e due a Forlì. In questi cinque vagoni vennero trovate e sequestrate circa 40 tonnellate di t.l.e. [tabacchi lavorati esteri], nascoste sotto le solite coperture. Non risulta che sia stata trovata “merce di contrabbando” di altra natura. Degli altri 94 carri ferroviari, 32 “non figurano entrati in Italia” e non si sa che fine abbiano fatto. Dei restanti sessantadue si appura che 55 raggiunsero varie località del triangolo industriale e vennero “scaricati” secondo le modalità di cui abbiamo già parlato; altri tre approdarono a Roma, uno a Sarno, due entrarono nel porto di La Spezia facendo perdere le proprie tracce, uno raggiunse il porto franco di Trieste per trasferire il carico in un container che, pochi giorni dopo, veniva imbarcato con destinazione Ashod (Israele). E’ poco probabile che l’organizzazione Cicchellero spedisse in Israele un container di sigarette. Qualche perplessità la destano anche i tre vagoni destinati a Roma; questi furono importati dall’International Shipping Agency di Franco Danesi e ufficialmente contenevano carbone di legna. Normalmente le merci di copertura vanno dalle balle di cotone a scatoloni contenenti mangimi, vetri o lampade etc; tutte merci di peso specifico simile o comunque compatibile con quello dei cartoni di sigarette, ma il peso specifico del carbone è assai superiore. Sdoganati a Roma i tre vagoni vennero scaricati ad Aprilia e a Pomezia. Si tratta di zone a quel tempo controllate dalla banda della Magliana, guidata dal Franco Giuseppucci che, fra l’altro, trafficava in armi.
Abbiamo già detto che una parte consistente del traffico contrabbandiero dalla Svizzera e dalla Francia verso l’Italia avveniva per mezzo dei ben noti Tir. Grazie ai falsi sigilli applicati in partenza, gli autotreni potevano viaggiare praticamente indisturbati fino al luogo in cui poi era scaricata clandestinamente la merce.
Sul traffico d’armi dalla Svizzera attraverso i valichi di frontiera scriveva il giornalista Carlo Brambilla (L’Unità, 8.2.1977): “Nel Varesotto c’è una “zona franca” per mercanti d’armi e neofascisti. La base del contrabbando d’armi e stupefacenti è a Luino. Dai 5 valichi di Ponte Tresa, Cremenaga, Zenna, Fornasette e Palone passano ogni giorno carichi di armi pesanti destinate in buona parte al Medio Oriente e grossi carichi di droga per il mercato interno.”
E sullo stesso giornale, il 7.9.1977, Giovanni Laccabò scriveva da Luino: “Attraverso i ‘buchi’ della frontiera svizzera (sbarre alzate di notte e nessun controllo) transitano i TIR con le armi nel cassone. Si conoscono caratteristiche dei mezzi e imballaggi adottati.” Nelle carte dell’inchiesta milanese due Tir soltanto risultano intercettati e sequestrati nel novembre 1975 nei pressi di Pavia. La Polizia Tributaria sequestrava circa 20 tonnellate di t.l.e. in scatoloni di cartone celati all’interno di balle di cotone, ma non vi era traccia di altra “merce” (XI/1 e XX/1). Indizi di notevole interesse su un rilevante traffico d’armi invece emergono da una agenda sequestrata al broker genovese Enrico De Marchi e rinvenuta in un faldone di reperti (XXI/1). La città doriana ha dato i natali a numerosi De Marchi, fra i quali, oltre all’Enrico in oggetto, è bene ricordarne almeno due. Non si può escludere, infatti, che fra questi tre De Marchi possa esistere qualche rapporto di parentela. Il più noto è l’avvocato Giancarlo, rappresentante del Msi nel consiglio comunale di Genova e uomo di Borghese, arrestato il 12.11.1973 nell’ambito dell’inchiesta sulla Rosa dei Venti con l’imputazione di cospirazione contro lo Stato e secondo la stampa anche traffico d’armi.
[…] I numeri romani rimandano ai fascicoli dell’inchiesta (procedimenti penali N. 1284/76 – A e N. 3168/75 – A del Tribunale di Milano) dove si trovano gli originali dei documenti […]
Jacopo Marchi, Il contrabbando di tabacchi lavorati esteri in Italia. La figura di Ettore Cicchellero 1950-1980, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2012-2013Carlo Fumagalli sarà attivo negli anni ’70 con il gruppo Mar in Valtellina. Nell’articolo: I fascisti “rivoluzionari” di G. CEREDA la Rivista Anarchica, anno 2 nr. 10 del febbraio 1972 si afferma che «Il valtellinese movimento d’azione rivoluzionaria è uno dei gruppi fascisti più interessanti nella storia dinamitarda degli ultimi due anni». L’articolo completo è in: http://www.arivista.org/index.php?nr=10&pag=10_05.htm. Fatte salve una serie di affermazioni approssimative o sbagliate in relazione ai fatti della Resistenza, di cui conviene non tener conto, il racconto del dopo Resistenza una qualche concretezza ce l’ha, per lo meno gli attentati ai tralicci sono veramente avvenuti e l’indagine della Procura della Repubblica ha portato poi ad un processo con condanne. Significativo questo passo con relativa nota della ricerca di F. CATALANO, La Resistenza nel Lecchese e nella Valtellina, cit., pp. 131-132; la nota dice: “Fra tutte le moltissime testimonianze relative, può essere interessante anche confrontare l’articolo di L’Express” del 9 settembre 1974 nell’inchiesta sulle trame nere (p. 52 e sgg. e in particolare p. 59): ‘Le SID a suivi, avec la meme punctualité et les memes silences, la troisième ramification de la Trame noire: celle du groupe de Carlo Fumagalli, le plus dangereux de ses aventuriers. En 1943 M. Fumagalli était, à 19 ans, le chef tout-puissant du marquis de la Valtellina, la vallée alpestre des confins de la Suisse qui dèbouche sur le lac de Como. Un condoctière, courageau mais avide. Il avait monté une filière pour les Juifs qui tentaient de passer en Suisse. Dès que le malhereux arrivaient sur ses terres, il les dépouillait de tout ce que ils possedaient, et il les livrait aux Allemands. Alfin qu’il n’y ait pas de traces. Et, de fait, personne n’en a jamais parlé. A la retraite dès l’age de 20 ans, M. Fumagalli n’avait plus que deux passe-temps: gagner de l’argent et fignaler des attentats. A Milan, c’était un secret de polichinelle’ “. Oltre a questo, vi è anche il riferimento ai passaggi di frontiera prezzolati, specialità poi delle formazioni di Carlo Fumagalli nella zona di Tirano. Un certo atteggiamento del clero che, non solo non appoggiava più il fascismo (tranne casi isolati), ma talvolta si assumeva in prima persona rischi personali, come appunto nell’episodio di Sondalo e dei prigionieri alleati che don Valletta addirittura scorta fino al confine con la Svizzera. Notizie su il Mar e Carlo Fumagalli in: L. LANZA, Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli, Eleuthera, Milano, 1997; http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=537
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Gabriele Fontana e Massimo Fumagalli, Formazioni Patriottiche e Milizie di fabbrica in Alta Valtellina. 1943-1945, Associazione Culturale Banlieu -
https://www.europesays.com/it/266558/ Caso Adinolfi, riprendono gli scavi alla Casa del Jazz dopo la pausa. Trovato nel cunicolo un ingresso murato #adinolfi #alcune #AlcuneSettimane #ardeatina #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #cunicolo #esclude #giudice #ingresso #IT #Italia #Italy #jazz #lavori #magliana #mattinata #News #Notizie #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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Il contesto in cui si formò la Banda della Magliana
Destrutturata sul finire del 1976 l’epopea marsigliese, rea di aver ostentato pubblicamente trasversalità e connivenze occulte del proprio agire <665, saranno ancora i sequestri di persona la chiave di volta per il riassestamento dei vuoti originatisi all’interno del network. Complici l’endemica conflittualità <666 a cui fu relegato sin da genesi il circondario romano, e la predominanza di un meticciato malavitoso sintesi dell’orizzonte frontaliero su cui andarono a stabilirsi quelle che il sociologo Martone ha brillantemente definito “mafie di mezzo” <667, Roma assistette alla germinazione del primo sodalizio di matrice autoctona. Si trattò di un processo tutt’altro che spontaneo, il cui movente va ricercato nelle fotografie sbiadite della periferia a sud della capitale. Un filo nero preesistente alle notorie gesta della tanto romanzata Banda della Magliana e la cui veemenza simbolica è raccolta nelle fondamenta del Fungo, noto ristorante del quartiere Eur e luogo di ritrovo di rampolli neofascisti e ambasciatori della mala nostrana. Un rapporto di P.S datato 18 ottobre 1975, ed il cui sunto è riportato – per bocca del funzionario Ferdinando Guarino – nelle “eccedenze” <668 del procedimento Olimpia <669, esprime la cifra dei personalismi condensati nell’epicentro laziale: “Altre alleanze le aveva stipulate … con Giuseppe Nardi la banda della Magliana. Infatti, vorrei ricordare a riguardo che nel 1975 Paolo De Stefano, elemento della famiglia De Stefano, vale a dire Paolo e … ed altri importanti esponenti della ‘ndrangheta, della … di Reggio Calabria vennero sorpresi al ristorante il Fungo, vennero sorpresi al
ristorante … da personale della Squadra Mobile che era ivi in servizio per la cattura del latitante Saverio Mammoliti. Insieme a Paolo De Stefano vi era, appunto, Giuseppe Nardi, vi era anche Giuseppe Piromalli e Pasquale Condello. […] A Roma. Ristorante all’EUR di Roma. E … addosso al Piromalli fu anche rinvenuta una banconota proveniente dal riscatto di Paul Ghetty junior, una banconota di 50 mila lire…” <670.
Con Nardi, Piromalli, Condello e i De Stefano, al Fungo furono identificati anche altri uomini, delinquenti autoctoni dalle spiccate qualità intermediatorie. Saranno loro, assieme agli esuli mafiosi sbarcati nella metropoli in cerca di fortune, a costituire quel capitale sociale che renderà unica l’esperienza del cartello maglianese. Si tratta di una questione di primaria importanza negli studi sulla malavita romana, assunta a metronomo della sua coriacea vivacità politica in ragione della varianza di legami ponte raffigurabili da suddetti individui. Si può notare, quindi, come in virtù di tale ragionamento sia fallace – e anacronistica – l’interpretazione maggioritaria che scorge nel sequestro del Duca Grazioli Lante della Rovere (1977) la conditio sine qua non del sistema “Magliana”. Siffatta impostazione è percepibile nel vizio metodologico alla sua base, inficiante l’erroneo posizionamento di prospettiva nel campo. Ad un’indagine sui motivi del riuscito condizionamento territoriale (power syndacate) <671 da parte dei gruppuscoli rionali convogliati nella Banda, non è seguita un’altrettanta metodica esplorazione sul versante organizzativo dei traffici illeciti (enterprise syndacate) <672, rendendo parziale il tentativo di porre in risalto le ambivalenze organizzative <673 insite nel suo gene. Ecco perché, in considerazione del nostro quesito di ricerca, diviene centrale comprendere di quali meccanismi intermediatori si sia popolata l’anticamera maglianese ed in quali termini operativi l’eversione nera abbia inciso nell’organizzazione delle attività criminali. In tale prospettiva vanno inquadrate le condotte di certe figure cerniera, la cui versatilità nel network funse da sintesi nell’interlocuzione tra sodalizi storici e criminalità comune. È il caso di Gianfranco Urbani detto “er pantera”, commensale del romanissimo Manlio Vitale nella riunione dell’Eur, e riconosciuto da personalità del calibro di Maurizio Abbatino e Antonio Mancini quale anello di congiunzione con le cosche del mandamento centrale e della Piana di Gioia Tauro. Un oscuro consigliere il cui operato intersecò anche l’assassinio del giudice Occorsio, legatosi nel suo ultimo periodo di vita al confidente ‘ndranghetista Totò D’Agostino, stroncato anch’esso poche settimane (2 novembre del ’76) dopo la morte del magistrato da una raffica di mitra esplosa da uomini del clan Papalia <674. In un contesto a forte radicamento sociale, i maglianesi hanno rimarcato scelte tipiche delle esperienze criminali indo-asiatiche, prediligendo la costruzione di due livelli di capitale sociale: quello bridging <675, il cui accesso sarebbe stato garantito a gruppi eterogenei in collegamento reciproco; e quello linking <676, indispensabile per il drenaggio di risorse economico-politiche con i soggetti muniti di forte autorità nella scala sociale. Dunque, non sembrerebbe lasciata al caso la scelta di imbastire relazioni anche con gli altri due sodalizi tradizionali, rappresentati sul territorio con paradossale antiteticità. Mentre la camorra cutoliana, interessata alla preservazione di fette di controllo sul litorale tirrenico, investì della dote di ambasciatore lo spregiudicato Nicolino Selis, futuro leader della batteria di rapinatori proveniente da Acilia, Cosa Nostra si interfacciò con le neofite formazioni autoctone riproponendo lo schema bidirezionale tipico della mafia palermitana. Il livello d’interlocuzione politica fu delegato al gruppo di faccendieri orbitante attorno a Domenico Balducci, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni, Danilo Sbarra e Francesco Pazienza. Il gradino inferiore, invece, vide la primazia di un uomo transitato in ogni fase della storia criminale capitolina. Per via della sua pubblica vocazione fascista, Danilo Abbruciati, detto “er camaleonte”, si rivelò un fedele servitore del federalismo sovversivo citato nelle pagine che ci precedono <677. Racconta Maurizio Abbatino in un interrogatorio del 18 novembre 1992 <678: “Qualche tempo prima dell’omicidio Balducci, su invito di Danilo Abbruciati, io, lo stesso Abbruciati, Edoardo Toscano e Renato De Pedis, avevamo incontrato Ernesto Diotallevi, il quale, se non ricordo male, aveva un banco presso i mercati generali, dove avvenne l’incontro. Abbruciati ci presentò al Diotallevi come esponenti della Banda della Magliana. L’incontro, per quanto noi ne sapevamo, aveva lo scopo di istituire, in funzione dell’approvvigionamento di eroina a noi necessaria, un contatto con dei siciliani, facenti capo, a Roma, a Pippo Calò, il quale li rappresentava. Infatti, il Diotallevi era in rapporti con Calò e dunque l’incontro poteva esserci di una qualche utilità, tanto che, proprio a seguito di esso, apprendemmo che il gruppo di Testaccio aveva aperto un suo canale di rifornimento di eroina con la famiglia Bontate di Palermo, eroina che dividevano con noi. In realtà, per Abbruciati, il farci incontrare con il Diotallevi aveva anche lo scopo di dimostrare un suo peso specifico nell’ambito della malavita romana, necessario a lui onde porsi come interlocutore, su Roma, della mafia stessa” <679.
[NOTE]
665 Albert Bergamelli pagherà con la vita le rivelazioni seguenti al suo arresto. Il 31 agosto 1982 verrà assassinato nel carcere di Ascoli Piceno dall’ex brigatista Paolo Duongo. Jacques Renè Berenguer, invece, venne ritrovato senza vita nel carcere di Nizza il 14 dicembre 1988.
666 E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 95.
667 V. MARTONE, Le mafie di mezzo. Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio, Donzelli, Roma, 2017.
668 B. TOBAGI, L’uso delle fonti giudiziarie per la ricerca storica: problemi di metodo, di conservazione, di accessibilità, Archivi memoria di tutti le fonti per la storia delle stragi e del terrorismo, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo direzione generale per gli archivi, 2014.
669 Tribunale Di Reggio Calabria Corte Di Assise Seconda Sezione P.P. Olimpia Sentenza Procedimento Penale Olimpia Nr. 46/93 R.G.N.R. D.D.A. Nr. 72/94 R. G.I.P. D.D.A N. 3/99 Sentenza N. 18/96 R.G. Assise, p. 676. Deposizione dott. Guarino Ferdinando, funzionario di P.S.
670 Ibidem.
671 A. BLOCK, East West Side. Organizing crime in New York 1930-1950, University College Cardiff Press, Cardiff, 1980.
672 ibidem.
673 R. SCIARRONE, Il capitale sociale della mafia. Relazioni esterne e controllo del territorio, Quaderni di Sociologia, n. XVIII, 1998.
674 Il nesso tra l’omicidio Occorsio e la morte di D’Agostino e ben centrato dal testo di E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 101. Di pregevole fattura anche il contributo di A. BECCARIA, F. REPICI, M. VADUDANO, I soldi della P2, Sequestri, casinò, mafie e neofascismo: la lunga scia che porta a Licio Gelli, Paper First editore, Roma, 2021, pp. 30-33.
675 T.W. LO, Beyond Social Capital: Triad Organized Crime in Hong Kong and China, The british Journal of criminology, 50, n. V, pp. 851-868.
676 Ibidem.
677 Il collante fra questi due livelli va ricercato nelle speculazioni edili avviate sul finire degli anni Settanta in Sardegna. Le rivelazioni di Flavio Carboni dinnanzi al Tribunale penale di Roma in data 5 giugno 1994 raccontano della possibilità di investire i capitali di provenienza illecita in attività formalmente lecite, convogliando ingenti somme di denaro versate da Diotallevi, Abbruciati, Giuseppucci e piccoli esponenti del terrorismo nero. Le operazioni si sarebbero svolte sotto l’egida di Domenico Balducci, noto usuraio vicino a Danilo Sbarra, al finanziere italo svizzero Lay Ravello e al Carboni stesso. Il Balducci, in questa sua opera di intermediazione, sarebbe così divenuto referente
privilegiato di Calò, latitante a Roma sotto il falso nome di Mario Agliarolo (o Mario Salamandra) e futuro padrino di battesimo proprio del figlio di Ernesto Diotallevi.
679 Tribunale di Roma, sentenza-ordinanza contro Abbatino Maurizio + altri, n. 1164/87A G.I., n. 8800/86A P.M, giudice istruttore dott. Otello Lupacchini, giugno 1993, pag. 93.
Giuliano Benincasa, Criminalità Organizzata. Sviluppo, metamorfosi e contaminazione dei rapporti fra criminalità organizzata ed eversione neofascista: ibridazione del metodo del metodo mafioso o semplice convergenza oggettiva?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2020-2021#Ndrangheta #1975 #1976 #1977 #banda #camorra #CosaNostra #droga #eversione #GiulianoBenincasa #Magliana #nera #rapimenti #roma
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Un pugno di banditi di borgata riesce in poco tempo a controllare tutta Roma
La Banda della Magliana
Esattamente cento anni dopo da quanto documentato da Bonfadini e Franchetti nella Capitale stava nascendo la prima organizzazione criminale di stampo mafioso autoctona: la Banda della Magliana. Prima degli anni ’70 la malavita era distribuita in modo inorganico su tutto il territorio romano, non vi era coordinazione tra i gruppi, ognuno di essi gestiva il proprio quartiere e non vi era il dominio di una famiglia, o di un gruppo, sulle altre, la cui economia ruotava intorno a piccoli furti, spaccio, prostituzione, gioco d’azzardo. In questo contesto si inseriscono Albert Bergamelli, Maffeo Bellicini e Jacques Berenguer, i Marsigliesi <17, un cartello criminale francese che operava il traffico di stupefacenti ed il contrabbando di sigarette dalla Turchia; i tre avevano intravisto nella Capitale la possibilità di estendere il loro business. Per comprendere la genesi di questa associazione bisogna tornare alla fine degli anni ’70, a Roma, quando gli elementi più rilevanti della criminalità romana si costituivano in associazione. Prima di allora la malavita romana si occupava di furti, rapine ed estorsioni. Un gruppo di giovani criminali, quasi allo sbaraglio, che desideravano inserirsi nei business, come i sequestri <18, più redditizi soprattutto in quel periodo <19.
“Franco Giuseppucci era un criminale di trent’anni, apparteneva alla vecchia guardia. Faceva il fornaio e per questo era soprannominato er Fornaretto […]. Temuto e stimato, aveva ottimi canali per la ricettazione ed era molto conosciuto nell’ambiente delle corse di cavalli: agli scommettitori clandestini prestava a strozzo i soldi accumulati con le rapine, riuscendo così a riciclare il denaro […].” <20
Nel 1976 escono di scena Bergamelli, Berenguer e Bollicini per l’azione delle forze dell’ordine coordinate dal magistrato Vittorio Occorsio, il quale stava indagando sulla relazione che intercorreva tra la Loggia P2 <21, l’estrema destra, i servizi segreti e la criminalità organizzata, che lo portò ad essere ucciso il 09 luglio 1976 per mano del neofascista Concutelli <22. “Molti sequestri avvengono per finanziare attentati o disegni eversivi…. Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto questo rientra nella strategia della tensione: seminare il terrore tra gli italiani per spingerli a chiedere un governo forte, capace di ristabilire l’ordine, dando la colpa di tutto ai rossi…Tu devi cercare i mandanti di coloro che muovono gli autori di decine e decine di sequestri. I cui soldi servono anche a finanziare azioni eversive. I sequestratori spesso non sono che esecutori di disegni che sono invisibili ma concreti. Ricordati che loro agiscono sempre per conto di altri” <23, così diceva il magistrato a Ferdinando Imposimato.
L’unione delle batterie
Tra il 1975 e il 1976 a Nicolino Selis viene l’idea di creare la Banda della Magliana, nella speranza di sfruttare le diverse batterie <24 sparse nei vari quartieri romani, come racconta Abbatino agli inquirenti. Elabora il suo piano a partire dall’idea di Raffaele Cutolo, come sostiene Antonio Mancini <25 “Mentre ero detenuto insieme a Selis a Regina Coeli si parlava del fatto che a Napoli tal Raffaele Cutolo, che allora non era noto come lo sarebbe diventato in seguito, stava mettendo in piedi un’organizzazione criminale allo scopo di escludere dal territorio infiltrazioni di altre organizzazioni di diversa estrazione territoriale. Con Selis si decise di tentare su Roma la stessa operazione che Cutolo stava tentando su Napoli” <26 e ancora “si era innamorato del pensiero di Cutolo che aveva organizzato un gruppo che si opponeva a chi veniva da fuori, ovvero i siciliani che, come la si suol dire, la comandavano a Napoli Cutolo voleva difendere il suo territorio e Selis voleva fare la stessa cosa a Roma”. <27 Selis diventerà segretamente il capozona di Cutolo.
A fare parte del primo nucleo della Banda della Magliana sono: “Franco Giuseppucci, Enrico De Pedis detto Renatino, Raffaele Pernasetti, Ettore Maragnoli e Danilo Abbruciati. […] presto si aggregarono Maurizio Abbatino, Marcello Colafigli, Enzo Mastropietro” <28 due batterie Trastevere/Testaccio e Magliana, che decidono di gestire i traffici illegali su Roma. Rapimenti, estorsioni, rapine, droga, riciclaggio di denaro sporco.
“Era accaduto che Giovanni Tigani, la cui attività era quella di scippatore, si era impossessato di un’auto Vw “maggiolone” cabrio, a bordo nella quale Franco Giuseppucci custodiva un “borsone” di armi appartenenti ad Enrico De Pedis. Il Giuseppucci aveva lasciato l’auto, con le chiavi inserite, davanti al cinema “Vittoria”, mentre consumava qualcosa al bar. Il Tigani, ignaro di chi fosse il proprietario dell’auto e di cosa essa contenesse, se ne era impossessato. Accortosi però delle armi, si era recato al Trullo e, incontrato qui Emilio Castelletti che già conosceva, gliele aveva vendute, mi sembra per un paio di milioni di lire. L’epoca di questo fatto è di poco successiva ad una scarcerazione di Emilio Castelletti in precedenza detenuto. Franco Giuseppucci non perse tempo e si mise immediatamente alla ricerca dell’auto e soprattutto delle armi che vi erano custodite e lo stesso giorno, non so se informato proprio dal Tigani, venne a reclamare le armi stesse. Fu questa l’occasione nella quale conoscemmo Franco Giuseppucci il quale si unì a noi che già conoscevamo Enrico De Pedis cui egli faceva capo, che fece sì che ci si aggregasse con lo stesso. La “batteria” si costituì tra noi quando ci unimmo, nelle circostanze ora riferite, con Franco Giuseppucci. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusività e di solidarietà” <29 racconta Maurizio Abbatino, nell’interrogatorio del 13 dicembre 1992.
Un pugno di banditi di borgata riesce in poco tempo a controllare tutta Roma, con obblighi di esclusività e solidarietà, ma il desiderio di potere e comando li porta a sbranarsi tra loro. Il 13 settembre 1980 viene assassinato Giuseppucci; due anni dopo, il 13 aprile 1982 muore in uno scontro a fuoco Danilo Abbruciati.
La fine delle batterie
Con la morte di Renatino, il 2 febbraio 1990, in via del Pellegrino a Roma <30, muore definitivamente il nucleo fondatore della Banda della Magliana. <31
Scrive, poco dopo la morte di De Pedis, il sostituto procuratore Franco Ionta “La malavita romana può definirsi mafia dei colletti bianchi per il suo ruolo di riciclaggio di ingenti somme di denaro in immobili, pelliccerie e gioiellerie, ristoranti e locali notturni gestito attraverso un reticolo di società a responsabilità limitata […]. L’organizzazione è in grado di investire negli appalti di grandi opere edilizie in Sudamerica e in Africa grazie al Venerabile Licio Gelli” 32. Dice Izzo “dietro la morte di Mattarella, Concutelli mi disse che c’erano la mafia e gli ambienti imprenditoriali, ma anche esponenti romani della corrente democristiana avversa a Mattarella. Valerio aggiunse che si erano fidati di lui perché aveva garantito la Banda della Magliana” e ancora, il professor Alberto Volo “Mangiameli mi raccontò che l’uccisione del presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana era stata decisa a casa di Gelli per via delle aperture al PCI che stavano maturando in Sicilia”. <33
Viene costruita una struttura capillarmente organizzata, a partire da alcune batterie, basata sul rispetto e la fiducia, che gestiva traffici illegali – droga, armi, prostituzione – e con legami forti con altre organizzazioni criminali, poteri forti, politica, terrorismo ed estremismo.
Grazie alle confessioni e al pentimento di Maurizio Abbatini, la Squadra Mobile dà il via all’“Operazione Colosseo” con la quale “quasi seicento uomini di Criminalpol, Digos e Squadra Mobile sono entrati in azione in tutta Roma, dalla zona residenziale di via Archimede ai casermoni del Tufello. Sessantanove gli ordini di cattura firmati, secondo la procedura del vecchio codice, dal giudice istruttore Otello Lupacchini. Solo tredici ricercati sono scampati alle manette, mentre una decina di provvedimenti sono stati consegnati in carcere ad altrettanti detenuti. A San Vitale, nelle stanze della questura romana, fino a tarda mattinata” <34.
Il primo processo ebbe vita il 20 gennaio 1995 <35, sempre grazie alle parole del pentito Abbatini, per il sequestro e l’omicidio Grazioli.
[NOTE]
17 C. Armati, Italia criminale: Personaggi, fatti e avvenimenti di un’Italia violenta, Newton Compton, 2010
18 A. Camuso, Mai ci fu pietà: La banda della Magliana dal 1977 a Mafia Capitale, Castelvecchi, 2014
19 Per un confronto sugli eventi degli anni ’70 si consigliano A. Orsini, Anatomia delle Brigate Rosse, Rubettino, 2010; G. Bocca, Gli anni del terrorismo. Storia della violenza politica in Italia dal 1970 ad oggi, Roma, Armando Curcio, 1988; http://espresso.repubblica.it/palazzo/2009/09/22/news/io-bosscercai-di-salvare-moro-1.15744.
20 A. Camuso, Mai ci fu pietà: La banda della Magliana dal 1977 a Mafia Capitale, Castelvecchi, 2014
21 Cfr. N. Di Matteo e S. Palazzolo, Collusi. Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia, BUR, 2015; A. A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, 1992.
22 Per un approfondimento sul terrorismo nero cfr. P. Sidoni, P. Zanetov, Cuori rossi contro cuori neri, Newton Compton Editori; A. Colombo, Storia Nera, Cairo, 2007.
23 S. Manfredi, Il Sistema. Licio Gelli, Giulio Andreotti e i rapporti tra Mafia Politica e Massoneria, Narcissus, 2014.
24 Piccoli gruppi criminali, come spiega C. Armati, Roma Criminale, cap. XVII, Newton Compton Editori 2006
25 G. Flamini, La banda della Magliana, Kaos editore 2002
26 https://www.iltempo.it/cronache/2014/08/17/gallery/rapine-droga-e-scommesse-ascesa-e-fine-diselis-il-sardo-951242/
27 A. Camuso, Mai ci fu pietà: La banda della Magliana dal 1977 a Mafia Capitale, Castelvecchi, 2014
28 A. Camuso, Mai ci fu pietà: La banda della Magliana dal 1977 a Mafia Capitale, Castelvecchi, 2014
29 A. Giangrande, La mafia in Italia, Indipendently Published, 2018
30 http://www.storia.rai.it/articoli/ucciso-il-boss-della-banda-della-magliana/11973/default.aspx
31 R. di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005
32 R. di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005
33 R. di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005
34 https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/04/17/operazione-colosseo-blitz-all-alba-69.html
35 http://www.radioradicale.it/scheda/71905/71975-processo-per-il-sequestro-e-lomicidio-del-duca-grazioli-abbatino-9
Giulia Dominedò, Corruzione: Un’analisi etica del fenomeno e delle sue accezioni verso la definizione del caso “Mafia Capitale”, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, 2016#1976 #1980 #1982 #1990 #1995 #AlbertBergamelli #AntonioMancini #banda #batterie #borgata #criminalità #DaniloAbbruciati #denaro #deviata #droga #EnricoDePedis #estorsioni #FrancoGiuseppucci #GiuliaDominedò #Magliana #massoneria #MaurizioAbbatino #NicolinoSelis #P2 #processo #rapimenti #rapine #riciclaggio #roma #Testaccio #Trastevere
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