#denaro — Public Fediverse posts
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RE: https://www.psicospace.it/giovanni-falcone-il-magistrato-che-sfido-cosa-nostra/
Giovanni Falcone fu un magistrato che cambiò il modo di combattere la #mafia, seguendo il #denaro, costruendo il Pool Antimafia e dimostrando che Cosa Nostra poteva essere colpita.
Comprendere #Falcone significa capire che la lotta alla mafia non appartiene agli eroi solitari, ma alla responsabilità quotidiana di persone comuni, istituzioni credibili e cittadini capaci di scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
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RE: https://www.psicospace.it/giovanni-falcone-il-magistrato-che-sfido-cosa-nostra/
Giovanni Falcone fu un magistrato che cambiò il modo di combattere la #mafia, seguendo il #denaro, costruendo il Pool Antimafia e dimostrando che Cosa Nostra poteva essere colpita.
Comprendere #Falcone significa capire che la lotta alla mafia non appartiene agli eroi solitari, ma alla responsabilità quotidiana di persone comuni, istituzioni credibili e cittadini capaci di scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
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RE: https://www.psicospace.it/giovanni-falcone-il-magistrato-che-sfido-cosa-nostra/
Giovanni Falcone fu un magistrato che cambiò il modo di combattere la #mafia, seguendo il #denaro, costruendo il Pool Antimafia e dimostrando che Cosa Nostra poteva essere colpita.
Comprendere #Falcone significa capire che la lotta alla mafia non appartiene agli eroi solitari, ma alla responsabilità quotidiana di persone comuni, istituzioni credibili e cittadini capaci di scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
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RE: https://www.psicospace.it/giovanni-falcone-il-magistrato-che-sfido-cosa-nostra/
Giovanni Falcone fu un magistrato che cambiò il modo di combattere la #mafia, seguendo il #denaro, costruendo il Pool Antimafia e dimostrando che Cosa Nostra poteva essere colpita.
Comprendere #Falcone significa capire che la lotta alla mafia non appartiene agli eroi solitari, ma alla responsabilità quotidiana di persone comuni, istituzioni credibili e cittadini capaci di scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
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RE: https://www.psicospace.it/giovanni-falcone-il-magistrato-che-sfido-cosa-nostra/
Giovanni Falcone fu un magistrato che cambiò il modo di combattere la #mafia, seguendo il #denaro, costruendo il Pool Antimafia e dimostrando che Cosa Nostra poteva essere colpita.
Comprendere #Falcone significa capire che la lotta alla mafia non appartiene agli eroi solitari, ma alla responsabilità quotidiana di persone comuni, istituzioni credibili e cittadini capaci di scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
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Estremismo capitalista: il problema della libertà.
https://rizomatica.noblogs.org/2026/04/minetti-estremismo-capitalista-liberta/
Questa visione trova nella libertà l'assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all'Unico stirn
#Rassegna #68 #borghesia #capitalismo #comunismo #consumismo #denaro #diritti #filosofia #liberalismo #libert #punk #superuomo #valore #VogliamoTutto
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Estremismo capitalista: il problema della libertà.
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Questa visione trova nella libertà l'assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all'Unico stirn
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Estremismo capitalista: il problema della libertà.
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Questa visione trova nella libertà l'assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all'Unico stirn
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Estremismo capitalista: il problema della libertà.
https://rizomatica.noblogs.org/2026/04/minetti-estremismo-capitalista-liberta/
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Estremismo capitalista: il problema della libertà.
img generata da IA – dominio pubblico
Articolo pubblicato in forma leggermente ridotta su Transform Italia il 8/04/2026
di M. Minetti
Libertà senza limiti.
Gran parte della sinistra attuale, abbandonate le rivendicazioni di classe, ha fatto proprie le rivendicazioni liberali radicali, ritenendo la mancanza di libertà e la limitazione dei diritti (anche umani), i principali ostacoli all’autodeterminazione degli individui.
Oggi mal tolleriamo qualunque limitazione alla nostra libertà personale, tanto siamo abituati a vivere in una società che la tutela. Ma osserviamo in cosa consiste questa libertà individuale che possiamo agire. Una libertà di movimento innanzi tutto. Possiamo muoverci e vivere in ogni paese dell’Unione Europea. Lo facciamo? Sicuramente sempre di più, dipendentemente dai nostri bisogni e dalle nostre possibilità economiche. Oltre al diritto, che tutti abbiamo di vivere, che so, a Parigi, dobbiamo avere i mezzi per mantenerci in quella città, notoriamente molto costosa dove per un monolocale di quaranta metri quadri possono chiedere tranquillamente più di duemila euro mensili. I poveri, infatti, a Parigi vivono nella cintura metropolitana (banlieue) e si recano ogni giorno in città per lavorare con il servizio ferroviario pubblico. Quindi neppure i francesi poveri possono vivere a Parigi. Per avere un lavoro in quella città bisogna anche presumibilmente parlarne la lingua e, facciamo l’esempio dell’Italia, questa lingua non fa parte del curricolo didattico di tutte le scuole, bisogna averla studiata privatamente. Questo per dire che, al diritto di vivere in qualsiasi città europea, non corrisponde poi per tutti la reale possibilità di poterlo fare, se non a prezzo di enormi sacrifici. Il concetto di diritto alla città, formulato ormai più di cinquanta anni fa da Henri Lefevbre, denunciava già l’allontanamento dei lavoratori dal centro delle città metropolitane più avanzate a causa di quella che abbiamo anche definito gentrification, imborghesimento. La libertà di movimento, invocata ad esempio anche per gli stranieri non europei, non garantisce a questi di poter effettivamente vivere dove desiderano in modo dignitoso.
Passiamo alla libertà di parola. Ognuno può dire quel che più gli aggrada con alcune limitazioni stabilite dalla legge, che riguardano principalmente l’apologia di reato, l’istigazione a compiere reati e la calunnia. Questa libertà di esprimere il proprio pensiero, con la parola o con lo scritto, garantisce che ci sia una pluralità di opinioni e un produttivo confronto fra queste, mirante ad accrescere le conoscenze di tutti? Si può tranquillamente scegliere di ripetere in gruppi di tifosi la stessa banale superficialità che si è ascoltata, ripetuta da canali di comunicazione privati e pubblici ma comunque in grado di raggiungere milioni di persone, mentre le opinioni e le conoscenze più raffinate circolano fra pochi esperti in cenacoli privati e sconosciuti alle masse. Essere liberi di pensare ciò che si vuole non è garanzia di poter raggiungere la conoscenza. L’antico proverbio: “puoi portare il cavallo alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere” chiarisce come la possibilità non si trasforma necessariamente in atto. Inoltre sulla capacità di pensare, intesa come capacità di apprendere, elaborare pensieri e formulare delle proprie idee, influiscono anche le dotazioni genetiche e di contesto che non sono affatto egualitarie. Nessuno può pensare o addirittura parlare se non è entrato in contatto con stimoli adeguati in un periodo di crescita e adattamento sociale come l’infanzia e la gioventù. Anche l’accesso al pensiero complesso è quindi subordinato alle risorse di tempo, economiche, e alle opportunità di formazione, informazione e confronto con cui la persona cresce. La libertà di pensiero non garantisce quindi la possibilità del pensiero.
Alla società disciplinare, che punisce i messaggi e i comportamenti non conformi, è subentrata da almeno cinquanta anni la società del controllo, la quale tende soltanto a rendere il conflitto e la devianza stili di vita digeribili dalla complessità post-capitalista, attraverso meccanismi di seduzione per il consumo. Criminali, tossicodipendenti, psicotici, prostitute, clochard, mendicanti, diventano nicchie di mercato e utenti per servizi sociali privatizzati, come anche sponsor del bisogno di sicurezza. Le opposizioni politiche collaborano rendendo il sistema più adattivo alle emergenze con cui si confronta: immigrazione, transizione energetica, esclusione sociale, degrado ambientale, arretratezza culturale ed economica, dipendenze, abusi, violenze. Maggiore libertà per i liberali di sinistra significa maggiore integrazione nel sistema sociale ed economico, traducibile in: “più soldi per i poveri”, ma non una trasformazione delle relazioni sociali basate sulla disponibilità di denaro.
Esiste l’individuo?
L’individuo non è sempre esistito come lo pensiamo oggi (Romano 2019, p. 145). Parallelamente ogni persona assume alcune caratteristiche proprie solo dopo un percorso di individuazione psichica che dura diversi anni.
Il tema dell’individuazione antropologica è stato studiato, a partire dal XVIII secolo, con i pregiudizi razionalisti ed eurocentrici dei primi illuministi, che massicciamente permangono fino a oggi, perché su quelle definizioni si basa, ancora oggi, l’idea dei Diritti Umani.
La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo esordisce “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Molto bello, peccato che non sia affatto vero.
Quando nasciamo abbiamo una dimensione tra i trenta e i cinquanta centimetri di lunghezza, fra i due e i sei chilogrammi di peso, non siamo in grado di vedere, non sappiamo camminare e neppure parlare e non sappiamo di essere distinti dalla madre che ci ha appena generato. Per acquisire la coscienza di individui separati e autonomi, responsabili delle nostre azioni, con quella dignità e diritti completi di cittadini, dovremo raggiungere almeno i diciotto anni di età, in alcuni paesi ventuno ( ma non eravamo uguali?) e alcune persone quei diritti non li avranno mai.
Una formulazione più onesta e meno ipocrita dovrebbe essere: ” Vorremmo che Tutti gli esseri umani diventino liberi ed eguali in dignità e diritti. Ci impegnamo con tutti i mezzi a sviluppare tra noi ragione e coscienza per agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Però siamo disposti a fare molto poco perché ciò accada“.
Il liberalismo naturalista degli illuministi poneva la libertà umana come già esistente nella creazione divina, per contrastare il principio del diritto divino, formulato dalla chiesa, su cui si basava il potere assoluto delle coeve monarchie. Era un artificio retorico per fondare su un passato originario (come già la Genesi biblica) un progetto che si voleva attuare. Esattamente lo stesso artificio usato per la redazione degli articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Una volta definito l’obiettivo da raggiungere, ovvero la libertà umana, bisogna definire il percorso attraverso cui la si vuole raggiungere. Perché, se ai diritti umani non corrispondono doveri umani, e se la comunità politica non è in grado di garantire i primi e far rispettare i secondi, possiamo parlare solo di bei proclami, equivalenti ad una vibrante enciclica del Papa di Roma, in cui il bene deve prevalere sul male ma, forse, solo con la potenza dello Spirito. Per la maggior parte delle persone quella retorica, di duecento anni fa e oltre, è ancora efficace, perché si avvalgono delle capacità analitiche e delle conoscenze di base limitate alla gestione quotidiana della vita e a un uso del pensiero magico e analogico ancora preponderante. Basta che una persona autorevole dica qualcosa che concorda con un senso comune ormai stratificato da secoli di propaganda, che appare incontrovertibilmente vero. Pensiamo all’attuale seguito che hanno ancora le religioni in tutto il mondo, al consenso di cui godono ideologie suprematiste, al successo di pratiche spiritualiste anche nelle società più ricche e avanzate tecnologicamente. Le persone hanno bisogno di credere e di aggrapparsi a dei valori radicati nella identità dei gruppi sociali di appartenenza. Sono la colla delle comunità, la possibilità di fare un discorso comune all’interno di narrazioni unificanti, riconoscendosi come appartenenti a quel destino condiviso.
Grazie all’evoluzione culturale attuatasi nell’ultimo secolo, i principi ideali universali, siano la divinità, la Natura, l’Energia vitale degli elementi, lo Spirito dei popoli, apparentemente autonomi rispetto alla produzione culturale storicamente e socialmente determinata, non possono più essere considerati come soggetti storici da persone con una formazione culturale di tipo scientifico e storico sociale. Possono essere però considerati come elementi valoriali, diffusi da centri di elaborazione culturale, e percepiti come narrazioni unificanti per gruppi sociali molto ampi, anche di centinaia di milioni di persone. Sono individui quelle persone? Nel senso di elementi numerabili di un insieme più ampio sì. Ma nel senso di individuo autonomo che opera scelte libere in base alla propria ragione e coscienza, no. Il credente o il cittadino è una persona che si conforma ad un ambiente culturale e valoriale assumendo una identità comune a molti altri e condividendone un destino, inteso nel senso di una serie di condizioni situate in quel momento storico.
Di fronte al destino che stiamo vivendo, noi, in quanto individui, non abbiamo la minima esistenza. Anche per Karl Marx “la vita umana individuale e la vita della specie non sono cose differenti”(Marx 1968, p. 114). Se è vero che potremmo, teoricamente associarci, coordinarci e collaborare per esprimere una volontà condivisa, nella pratica non abbiamo né il tempo, né mezzi materiali, né gli strumenti culturali per poterlo fare, quindi non ne abbiamo l’effettiva possibilità se non all’interno dei gruppi sociali già costituiti. Noi non possiamo fermare le guerre in corso così come non possono fermarle le popolazioni che le vivono sulla propria pelle. Come durante le monarchie dell’ancien règime, le aristocrazie decidono i destini delle popolazioni dimostrando che non siamo tutti uguali, che non abbiamo gli stessi diritti, tanto meno gli stessi doveri. Il nostro destino è accomunato da molti fattori, principalmente di nascita, per luogo ed estrazione sociale, mentre ciò che pensa, dice e fa l’individuo singolo è piuttosto ininfluente.
Tre idee della libertà.
Vi sono grossomodo tre macro categorie in cui possiamo definire la libertà.
La prima è quella storicamente precedente della libertà dai vincoli servili, ovvero il godimento dei diritti di cittadinanza. L’uomo libero, molto raramente la donna, era comunque gravato di innumerevoli doveri e obblighi, verso la famiglia, il clan, la città e lo Stato. La vergogna era lo stigma riservato a chi non era in grado di sostenere i propri doveri sociali, tanto che la morte o l’esilio erano considerati mali minori.
La seconda categoria è quella illuminista dell’autonomia razionale dell’individuo, che trova in sé stesso la propria regola morale. Il più alto teorico della libertà come autonomia è stato senza dubbio Immanuel Kant, interpretando anche il senso religioso della colpa, reso possibile dal libero arbitrio. Lui stesso era costretto ad ammettere che la maggior parte delle azioni umane non rispondono all’agire morale e quindi libero, in quanto non sono governate dalla razionalità bensì dalle passioni, dalla paura o da un acritico rispetto delle norme (Kant 1993 p.89). Tenuto conto della estrema difficoltà di agire secondo ragione, i filosofi liberali successivi (Bentham, Stuart Mill, Russell) si attestarono sul criterio del bene come massima utilità. Criterio che, in quanto valutabile solo a posteriori e in effetti non verificabile, si presta ad una concezione negativa della libertà, come possibilità di agire senza creare danno (limitare la libertà) agli altri.
La terza categoria racchiude una visione novecentesca, radicalmente individualista, nata dalla crisi dei valori tradizionali e moderni. Questa visione trova nella libertà l’assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all’Unico stirneriano. La libertà diviene quindi il massimo bene per l’individuo, indipendentemente dagli altri.
Quest’ultima accomuna l’anarcocapitalismo dei libertariani reazionari statunitensi, alla Peter Thiel per capirci, con i fascisti storici dannunziani, innamorati dell’età del leone di cui parlò lo Zarathustra di Nietszche. La visione estetizzante di una libertà in cui l’eroico individuo trascende tutti i limiti imposti dalla società e, in un certo qual modo, dalla realtà stessa, si è diffusa grazie alla cultura di massa dopo i movimenti di protesta del 1968 per arrivare fino all’edonismo belusconiano (Perniola 2023, p. 7). Il godimento totale, immediato, permesso dall’uso delle droghe, dalla rottura delle convenzioni della monogamia e dell’eterosessualità, il superamento dell’etica del lavoro e del sacrificio, hanno costituito quella estetica ribelle e individualista delle controculture giovanili. La diffusione al livello mondiale di musica, film, riviste, romanzi e programmi televisivi ha portato alla globalizzazione della società dei consumi e del modello di vita dei giovani libertari, statunitensi ed europei. La virtualità delle esistenze digitalizzate sulla rete e gli aspetti di integrazione cyborg tra umano e macchinico, chimico e informazionale, permettono di superare altri limiti imposti dalla corporeità delle relazioni, superando la barriera fra l’Ego e le sue soddisfazioni pulsionali. Il corpo e la personalità sono vissuti come assemblaggi, di cui scegliere a piacimento gli innumerevoli optional offerti dal mercato: chirurgia, palestra, formazione, esperienze, letture, dispositivi, trattamenti estetici, luogo di abitazione e comunità di prossimità, stimoli sensoriali, abbigliamento e accessori, tatuaggi e piercing. Oggi la libertà viene declinata secondo quella possibilità di scegliere per elezione i simboli da ostentare e i riti di appartenenza a cui partecipare, avendo il tempo e il denaro per goderne.
Peccato che le scelte individuali, o forse a questo punto dovremmo dire dividuali (Baranzani- Vignola 2015, p. 8), ricadano curiosamente in fasce di mercato per cui esiste una offerta globale e ben segmentata, con una visibilità mediatica supportata da campagne di marketing, settoriali fino a livello di quartiere.
Denaro e dipendenza.
Nel momento in cui i limiti fisici del corpo vengono superati, questi diventano indifferenti alla stratificazione sociale. Essere forti, deboli, maschi, femmine, giovani, anziani, bianchi, neri, grassi, magri, non cambia tanto le condizioni di vita quanto essere ricchi.
Grazie alla ricchezza e al denaro i ruoli sociali tradizionali possono essere superati e invertiti. Chi ha particolari doti fisiche, talento o conoscenza le potrà “affittare” a chi ha denaro ma manca di quel “capitale umano”. Attraverso le vetrine sociali, coloro che si vendono e quelli che comprano possono incontrarsi e stabilire patti reciprocamente vantaggiosi. Chi è povero dovrà necessariamente vendersi, sia nel mondo fisico che nella realtà informazionale asincrona e ubiqua.
Finchè vivevamo solo nella realtà dei bisogni materiali dei nostri corpi, c’erano cose che il denaro non poteva comprare. E in effetti è ancora così. Ma nel mondo immateriale dei flussi informativi, il denaro può comprare tutto, persino la gioventù, l’amore e l’immortalità, o comunque dei simulacri credibili per il pubblico spettatore. Pertanto oggi la libertà è la possibilità di disporre di somme di denaro via via crescenti all’aumentare dei bisogni, i quali, una volta soddisfatti, creano ulteriori bisogni da soddisfare. Questa libertà ai livelli assoluti è ovviamente riservata a delle minoranze qualificate che assumono la forma di aristocrazie del denaro, solo in minima parte costituite da persone che hanno reso servigi corrispondenti alla comunità che le alimenta. Nella massima parte i miliardari godono di rendite di posizione, ereditate in base a una fortunata discendenza o a servizi efficaci di estrazione del denaro dalle transazioni del mercato. Abbiamo restaurato la timocrazia, condizione tipica dei tempi di pace e abbondanza.
La disparità di libertà offerta dal denaro, fra i molti che si sostentano e i pochi che non conoscono limiti alle proprie pulsioni desideranti, porta gran parte della classe media a identificare come un obiettivo di giustizia la diffusione generalizzata delle ricchezze destinate ai pochi. Come se ridurre le diseguaglianze potesse rendere tutti ricchi.
Ridurre le diseguaglianze può soltanto rendere tutti meno poveri, ma a condizioni di separare la percezione della felicità dall’idea di benessere consumista (Latouche 2022, p 25).
La ricchezza non è il denaro.
Siamo così abituati a misurare la ricchezza in quantità di denaro che abbiamo perso la cognizione di cosa sia il valore della ricchezza.
Il denaro è una misura, peraltro poco stabile, del valore con cui una proprietà può essere scambiata in un certo momento, ma non è il valore stesso. Per l’economia marginalista, ovvero neoliberista, invece il valore è solo il prezzo che si è disposti a pagare. Il valore è quindi solo una convenzione sociale variabile in base alla situazione specifica (Mazuccato 2018).
Facciamo un esempio. La proprietà privata di un palazzo ci da la possibilità di disporne a piacimento, utilizzandolo, affittandolo o vendendolo. Il valore di questo palazzo è dato dall’utilità, ovvero dalla possibilità di utilizzarlo ma lo misuriamo con la quantità di denaro che qualcun’altro sarebbe disposto a pagarlo per avere questa possibilità, come prezzo di vendita o rendita da affitto.
Se a causa di una forte crisi economica nessuno fosse disposto a comprare il palazzo se non a un prezzo irrisorio, quel palazzo avrebbe quel valore monetario irrisorio, ma la possibilità di utilizzarlo sarebbe sempre la stessa, poniamo per fornire un riparo vitale a duecento persone che non pagano affitto (un enorme valore pratico). Eppure il bene immobile avrà anche un valore di rendita pari a zero. In questo caso la ricchezza è goduta dai duecento occupanti e il valore è l’uso che ne fanno, mentre è nullo per la proprietà. Il palazzo non costituirebbe ricchezza solo se fosse distrutto, quindi inagibile.
In senso più ampio la ricchezza totale è l’insieme delle risorse naturali, dei beni, dei servizi e delle conoscenze che permettono di soddisfare bisogni umani.
Anche le risorse naturali sono ricchezza ma finché non vengono privatizzate (private, sottratte al comune) non hanno un prezzo corrispettivo in denaro. Il denaro è uno strumento che usiamo per scambiare le ricchezze, misurandone quindi il valore al momento dello scambio, ma non è la ricchezza stessa. Il denaro in sé non soddisfa quasi nessun bisogno, se non quello di sentirsi ricchi, e la sua accumulazione ha comunque un costo. Se aumento la quantità di denaro circolante non aumento affatto la quantità di beni, servizi e conoscenze che possono essere acquistati. Questi aumentano soltanto grazie alla produzione umana, sempre di più supportata dall’uso di macchine fisiche e informazionali.
Moltiplicare il denaro in circolazione, quindi, non moltiplica la ricchezza, riduce semplicemente il valore della moneta con l’inflazione, indirizzandone i flussi verso altri soggetti economici. Questo è il ruolo delle politiche monetarie degli Stati, delle banche e della borsa, che riescono a produrre nuovo denaro dal denaro, senza dover produrre beni o servizi. A quelle forme finanziarie ormai consolidate del post-capitalismo si sono affiancate abbastanza recentemente le criptovalute speculative, in cui la creazione di moneta non è legata a nessun valore concreto, se non all’energia necessaria a calcolarne e immagazzinarne l’informazione. Proprio perché instabile e rischioso, ma anche poco tracciabile, il mondo delle transazioni in criptovaluta si presta ad aggirare la fiscalità e le restrizioni legali alla vendita di beni e servizi. Una possibilità in più che i ricchi hanno per superare i limiti imposti dalle legislazioni nazionali.
La libertà positiva
L’idea di una libertà attiva deriva dal concetto di uguaglianza sostanziale, presente nelle costituzioni più avanzate che prevedono un ruolo attivo delle istituzioni, nel garantire ai cittadini l’effettivo godimento dei diritti civili, attraverso i diritti sociali (Mazzetti 1992, p. 174). Tutte quelle parti della Costituzione Italiana e dell’ordinamento amministrativo che promuovono l’inclusione sociale e lo sviluppo delle piene potenzialità della persona, possono essere definite come forme di un godimento di una libertà verticale (Romano 2019, p. 65), possibile solo in quanto si è parte integrata di una comunità organizzata. Il diritto all’abitazione, alla salute, al cibo, all’istruzione, alla sicurezza, possono essere goduti in modo davvero egualitario solo se l’istituzione politica si fa carico della loro attuazione. A quei diritti sociali corrispondono i doveri di tutti i cittadini di provvedere, in proporzione alle proprie capacità, alla possibilità di garantirli. In primis con la tassazione progressiva, ma anche con forme di lavoro sociale, rispetto delle norme di sicurezza, ambientali e del lavoro. Altre forme non obbligatorie di partecipazione alla attuazione della libertà positiva sono le attività di volontariato e di mutualismo all’interno delle comunità locali, cittadine o di quartiere. La libertà positiva per essere goduta ha bisogno del superamento dell’egoismo, tipico della libertà negativa borghese, che pretende soltanto diritti senza i doveri corrispettivi, considerandoli come ingiuste vessazioni e limitazioni della libertà individuale. In sostanza ha bisogna del superamento dell’individuo che si considera individuo, riconoscendosi parte di un destino comune.
Oltre il denaro.
Il sistema economico in cui ci troviamo, anche se presenta livelli di sviluppo differenti e stratificazioni di relazioni economiche anche negli stessi ambienti (Braudel 1981, p.73), ha generalizzato in tutto il mondo l’uso della moneta come mezzo di scambio. Quasi ovunque i dollari o altre valute vengono accettati in cambio di beni e servizi. Anche i paesi cosiddetti “comunisti” hanno integrato un uso del denaro nelle proprie economie, su cui però mantengono un controllo politico molto forte, ovvero la sovranità monetaria e l’indisponibilità di alcune ricchezze al mercato. Ormai ovunque gli sforzi umani sono maggiormente diretti ad aumentare il valore monetario delle merci vendute (e tra queste anche il denaro) piuttosto che ad aumentare la ricchezza totale disponibile per l’umanità. Arrivati al punto in cui i bisogni primari sono stati soddisfatti per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, il capitalismo entra in crisi perché cerca soltanto di far aumentare artificialmente i prezzi di quei beni oramai abbondanti e disponibili, attraverso una scarsità indotta. La guerra permette di distruggere merci costosissime (le armi) per distruggere ricchezze (edifici, veicoli, persone, capacità produttive, materie prime, infrastrutture) aumentando il valore monetario (prezzo) delle ricchezze residue, creandone la scarsità. La crisi, che alza i prezzi la chiamiamo neocolonialismo, competizione commerciale, imperialismo, protezionismo o libero mercato, a seconda che ci convenga vendere o comprare. Era già la tesi de L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg più di cento anni fa, solo che si limitava a considerare economie non ancora globalizzate, in procinto di scatenare la Prima Guerra Mondiale.
Tornando all’assunto di partenza per cui il denaro è oggi la misura della libertà degli individui, dobbiamo prendere atto che ci troviamo di fronte ad una scelta radicale.
Se vogliamo una società in cui le persone siano generalmente più libere, dobbiamo scegliere se vogliamo che acquisiscano questa nuova libertà attraverso una maggiore disponibilità di denaro o no.
Questa scelta non è volontaristica e dovrebbe scaturire da una analisi scientifica della praticabilità delle due opzioni. Ma le prospettive di riforma all’interno di uno stabile sistema di riferimento, in cui la ricchezza individuale, e pertanto la libertà, si misura nella forma del denaro, rispetto alle prospettive trasformative, chiamiamole rivoluzionarie, in cui la ricchezza e le opportunità non sono strettamente legate alla disponibilità di denaro, non sono opposte (Mazzetti 1992, p. 183). Possono convivere e procedere parallelamente, purché abbiano soggetti politici ed economici in grado di perseguirle entrambe.
La prima opzione racchiude le tante accezioni del libero mercato in cui capitalismo etico, liberalismo di sinistra, e socialismo democratico significano una mitigazione delle diseguaglianze prodotte dalla proprietà privata della ricchezza, senza alcuna rottura del paradigma economico.
La seconda opzione, presente come sotto strato pubblico in tutte le economie, anche in quelle più deregolamentate, è quello di una distribuzione della ricchezza che limiti fortemente l’uso del denaro e che quindi veda una preponderante azione politica e pianificatoria del pubblico sull’economia. Storicamente questa seconda opzione è stata chiamata socialismo, economia pianificata o comunismo, ma anche mutualismo e municipalismo se attuata su scala locale.
Questa scelta è presente come discriminante anche nella nostra idea di “sinistra politica”, in cui una parte progressista e anche estremamente radicale vorrebbe una attuazione compiuta del capitalismo in cui non vi siano altre disparità fra esseri umani che la capacità di spesa, resa peraltro disponibile per tutte e tutti (reddito universale).
La parte restante, e decisamente minoritaria, comprende tutti quegli oppositori della uguaglianza di fronte al mercato, i quali vorrebbero impedire che gran parte della ricchezza possa essere venduta, per goderne collettivamente (beni comuni) o distribuirla in base a criteri politici, ovvero di utilità sociale, senza la mediazione del denaro.
Negli ultimi sessanta anni la prima opzione, quella riformista, praticata attraverso le forme democratiche dell’associazionismo politico e sindacale, ha portato enormi benefici alla popolazione europea, ma ha anche incontrato la controriforma neoliberista nel momento di crisi dello stato sociale keynesiano. L’attuale rottura del precedente equilibrio ci pone oggi di fronte a sfide che non possono più essere affrontate con gli strumenti abituali (governance e sussidiarietà) degli agenti privati nel mercato. La crisi, anche internazionale viene proprio dalla impossibilità di riprodurre questo sistema di estrazione del denaro dal mercato in stallo, o drogato dal debito, che non produce più ricchezza ma al contrario distruzione di ricchezza.
I settori più avanzati del capitalismo tecnologico e finanziario hanno capito che il paradigma del “libero” mercato va distrutto e superato così come la democrazia liberale, mentre la sinistra fatica ancora a rendersi conto che la prospettiva trasformativa attuale è diventata nostalgica di un capitalismo “dal volto umano”, liberale o libertario, che non esisterà mai più con quelle caratteristiche.
Una “revisione” del riformismo appare necessaria così come una “rifondazione” del comunismo in base alle nuove condizioni sociali che iniziamo a sperimentare.
Bibliografia
S. Baranzoni – P. Vignola, Cosa potrebbe un corpo? Il dividuale e l’individuazione della filosofia contemporanea, in: La Deleuziana, CRISI DELLE BIOPOLITICHE EUROPEE, n.1 2015.
#68 #borghesia #capitalismo #comunismo #consumismo #denaro #diritti #filosofia #liberalismo #libertà #punk #superuomo #valore #vogliamoTutto
F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981.
A. Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, 1974.
I. Kant, Critica della ragion pratica, Rusconi, 1993.
P. Kropotkin, Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione, Lib. internaz. di avanguardia, 1950.
S. Latouche, L’abbondanza frugale come arte di vivere, Bollati Boringhieri, 2022.
H. Lefebvre, Spazio e politica. Diritto alla città II, Ombre Corte, 2018.
R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale (1913), Einaudi, 1967.
K. Marx,Manoscritti economico – filosofici del 1844, Einaudi, 1968.
G. Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, 1992.
M. Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2018.
M. Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis, 2023.
O. Romano, La libertà verticale, Meltemi, 2019.
B. Russell, Un’etica per la politica, Laterza, 1986.
Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023. -
Estremismo capitalista: il problema della libertà.
img generata da IA – dominio pubblico
Articolo pubblicato in forma leggermente ridotta su Transform Italia il 8/04/2026
di M. Minetti
Libertà senza limiti.
Gran parte della sinistra attuale, abbandonate le rivendicazioni di classe, ha fatto proprie le rivendicazioni liberali radicali, ritenendo la mancanza di libertà e la limitazione dei diritti (anche umani), i principali ostacoli all’autodeterminazione degli individui.
Oggi mal tolleriamo qualunque limitazione alla nostra libertà personale, tanto siamo abituati a vivere in una società che la tutela. Ma osserviamo in cosa consiste questa libertà individuale che possiamo agire. Una libertà di movimento innanzi tutto. Possiamo muoverci e vivere in ogni paese dell’Unione Europea. Lo facciamo? Sicuramente sempre di più, dipendentemente dai nostri bisogni e dalle nostre possibilità economiche. Oltre al diritto, che tutti abbiamo di vivere, che so, a Parigi, dobbiamo avere i mezzi per mantenerci in quella città, notoriamente molto costosa dove per un monolocale di quaranta metri quadri possono chiedere tranquillamente più di duemila euro mensili. I poveri, infatti, a Parigi vivono nella cintura metropolitana (banlieue) e si recano ogni giorno in città per lavorare con il servizio ferroviario pubblico. Quindi neppure i francesi poveri possono vivere a Parigi. Per avere un lavoro in quella città bisogna anche presumibilmente parlarne la lingua e, facciamo l’esempio dell’Italia, questa lingua non fa parte del curricolo didattico di tutte le scuole, bisogna averla studiata privatamente. Questo per dire che, al diritto di vivere in qualsiasi città europea, non corrisponde poi per tutti la reale possibilità di poterlo fare, se non a prezzo di enormi sacrifici. Il concetto di diritto alla città, formulato ormai più di cinquanta anni fa da Henri Lefevbre, denunciava già l’allontanamento dei lavoratori dal centro delle città metropolitane più avanzate a causa di quella che abbiamo anche definito gentrification, imborghesimento. La libertà di movimento, invocata ad esempio anche per gli stranieri non europei, non garantisce a questi di poter effettivamente vivere dove desiderano in modo dignitoso.
Passiamo alla libertà di parola. Ognuno può dire quel che più gli aggrada con alcune limitazioni stabilite dalla legge, che riguardano principalmente l’apologia di reato, l’istigazione a compiere reati e la calunnia. Questa libertà di esprimere il proprio pensiero, con la parola o con lo scritto, garantisce che ci sia una pluralità di opinioni e un produttivo confronto fra queste, mirante ad accrescere le conoscenze di tutti? Si può tranquillamente scegliere di ripetere in gruppi di tifosi la stessa banale superficialità che si è ascoltata, ripetuta da canali di comunicazione privati e pubblici ma comunque in grado di raggiungere milioni di persone, mentre le opinioni e le conoscenze più raffinate circolano fra pochi esperti in cenacoli privati e sconosciuti alle masse. Essere liberi di pensare ciò che si vuole non è garanzia di poter raggiungere la conoscenza. L’antico proverbio: “puoi portare il cavallo alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere” chiarisce come la possibilità non si trasforma necessariamente in atto. Inoltre sulla capacità di pensare, intesa come capacità di apprendere, elaborare pensieri e formulare delle proprie idee, influiscono anche le dotazioni genetiche e di contesto che non sono affatto egualitarie. Nessuno può pensare o addirittura parlare se non è entrato in contatto con stimoli adeguati in un periodo di crescita e adattamento sociale come l’infanzia e la gioventù. Anche l’accesso al pensiero complesso è quindi subordinato alle risorse di tempo, economiche, e alle opportunità di formazione, informazione e confronto con cui la persona cresce. La libertà di pensiero non garantisce quindi la possibilità del pensiero.
Alla società disciplinare, che punisce i messaggi e i comportamenti non conformi, è subentrata da almeno cinquanta anni la società del controllo, la quale tende soltanto a rendere il conflitto e la devianza stili di vita digeribili dalla complessità post-capitalista, attraverso meccanismi di seduzione per il consumo. Criminali, tossicodipendenti, psicotici, prostitute, clochard, mendicanti, diventano nicchie di mercato e utenti per servizi sociali privatizzati, come anche sponsor del bisogno di sicurezza. Le opposizioni politiche collaborano rendendo il sistema più adattivo alle emergenze con cui si confronta: immigrazione, transizione energetica, esclusione sociale, degrado ambientale, arretratezza culturale ed economica, dipendenze, abusi, violenze. Maggiore libertà per i liberali di sinistra significa maggiore integrazione nel sistema sociale ed economico, traducibile in: “più soldi per i poveri”, ma non una trasformazione delle relazioni sociali basate sulla disponibilità di denaro.
Esiste l’individuo?
L’individuo non è sempre esistito come lo pensiamo oggi (Romano 2019, p. 145). Parallelamente ogni persona assume alcune caratteristiche proprie solo dopo un percorso di individuazione psichica che dura diversi anni.
Il tema dell’individuazione antropologica è stato studiato, a partire dal XVIII secolo, con i pregiudizi razionalisti ed eurocentrici dei primi illuministi, che massicciamente permangono fino a oggi, perché su quelle definizioni si basa, ancora oggi, l’idea dei Diritti Umani.
La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo esordisce “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Molto bello, peccato che non sia affatto vero.
Quando nasciamo abbiamo una dimensione tra i trenta e i cinquanta centimetri di lunghezza, fra i due e i sei chilogrammi di peso, non siamo in grado di vedere, non sappiamo camminare e neppure parlare e non sappiamo di essere distinti dalla madre che ci ha appena generato. Per acquisire la coscienza di individui separati e autonomi, responsabili delle nostre azioni, con quella dignità e diritti completi di cittadini, dovremo raggiungere almeno i diciotto anni di età, in alcuni paesi ventuno ( ma non eravamo uguali?) e alcune persone quei diritti non li avranno mai.
Una formulazione più onesta e meno ipocrita dovrebbe essere: ” Vorremmo che Tutti gli esseri umani diventino liberi ed eguali in dignità e diritti. Ci impegnamo con tutti i mezzi a sviluppare tra noi ragione e coscienza per agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Però siamo disposti a fare molto poco perché ciò accada“.
Il liberalismo naturalista degli illuministi poneva la libertà umana come già esistente nella creazione divina, per contrastare il principio del diritto divino, formulato dalla chiesa, su cui si basava il potere assoluto delle coeve monarchie. Era un artificio retorico per fondare su un passato originario (come già la Genesi biblica) un progetto che si voleva attuare. Esattamente lo stesso artificio usato per la redazione degli articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Una volta definito l’obiettivo da raggiungere, ovvero la libertà umana, bisogna definire il percorso attraverso cui la si vuole raggiungere. Perché, se ai diritti umani non corrispondono doveri umani, e se la comunità politica non è in grado di garantire i primi e far rispettare i secondi, possiamo parlare solo di bei proclami, equivalenti ad una vibrante enciclica del Papa di Roma, in cui il bene deve prevalere sul male ma, forse, solo con la potenza dello Spirito. Per la maggior parte delle persone quella retorica, di duecento anni fa e oltre, è ancora efficace, perché si avvalgono delle capacità analitiche e delle conoscenze di base limitate alla gestione quotidiana della vita e a un uso del pensiero magico e analogico ancora preponderante. Basta che una persona autorevole dica qualcosa che concorda con un senso comune ormai stratificato da secoli di propaganda, che appare incontrovertibilmente vero. Pensiamo all’attuale seguito che hanno ancora le religioni in tutto il mondo, al consenso di cui godono ideologie suprematiste, al successo di pratiche spiritualiste anche nelle società più ricche e avanzate tecnologicamente. Le persone hanno bisogno di credere e di aggrapparsi a dei valori radicati nella identità dei gruppi sociali di appartenenza. Sono la colla delle comunità, la possibilità di fare un discorso comune all’interno di narrazioni unificanti, riconoscendosi come appartenenti a quel destino condiviso.
Grazie all’evoluzione culturale attuatasi nell’ultimo secolo, i principi ideali universali, siano la divinità, la Natura, l’Energia vitale degli elementi, lo Spirito dei popoli, apparentemente autonomi rispetto alla produzione culturale storicamente e socialmente determinata, non possono più essere considerati come soggetti storici da persone con una formazione culturale di tipo scientifico e storico sociale. Possono essere però considerati come elementi valoriali, diffusi da centri di elaborazione culturale, e percepiti come narrazioni unificanti per gruppi sociali molto ampi, anche di centinaia di milioni di persone. Sono individui quelle persone? Nel senso di elementi numerabili di un insieme più ampio sì. Ma nel senso di individuo autonomo che opera scelte libere in base alla propria ragione e coscienza, no. Il credente o il cittadino è una persona che si conforma ad un ambiente culturale e valoriale assumendo una identità comune a molti altri e condividendone un destino, inteso nel senso di una serie di condizioni situate in quel momento storico.
Di fronte al destino che stiamo vivendo, noi, in quanto individui, non abbiamo la minima esistenza. Anche per Karl Marx “la vita umana individuale e la vita della specie non sono cose differenti”(Marx 1968, p. 114). Se è vero che potremmo, teoricamente associarci, coordinarci e collaborare per esprimere una volontà condivisa, nella pratica non abbiamo né il tempo, né mezzi materiali, né gli strumenti culturali per poterlo fare, quindi non ne abbiamo l’effettiva possibilità se non all’interno dei gruppi sociali già costituiti. Noi non possiamo fermare le guerre in corso così come non possono fermarle le popolazioni che le vivono sulla propria pelle. Come durante le monarchie dell’ancien règime, le aristocrazie decidono i destini delle popolazioni dimostrando che non siamo tutti uguali, che non abbiamo gli stessi diritti, tanto meno gli stessi doveri. Il nostro destino è accomunato da molti fattori, principalmente di nascita, per luogo ed estrazione sociale, mentre ciò che pensa, dice e fa l’individuo singolo è piuttosto ininfluente.
Tre idee della libertà.
Vi sono grossomodo tre macro categorie in cui possiamo definire la libertà.
La prima è quella storicamente precedente della libertà dai vincoli servili, ovvero il godimento dei diritti di cittadinanza. L’uomo libero, molto raramente la donna, era comunque gravato di innumerevoli doveri e obblighi, verso la famiglia, il clan, la città e lo Stato. La vergogna era lo stigma riservato a chi non era in grado di sostenere i propri doveri sociali, tanto che la morte o l’esilio erano considerati mali minori.
La seconda categoria è quella illuminista dell’autonomia razionale dell’individuo, che trova in sé stesso la propria regola morale. Il più alto teorico della libertà come autonomia è stato senza dubbio Immanuel Kant, interpretando anche il senso religioso della colpa, reso possibile dal libero arbitrio. Lui stesso era costretto ad ammettere che la maggior parte delle azioni umane non rispondono all’agire morale e quindi libero, in quanto non sono governate dalla razionalità bensì dalle passioni, dalla paura o da un acritico rispetto delle norme (Kant 1993 p.89). Tenuto conto della estrema difficoltà di agire secondo ragione, i filosofi liberali successivi (Bentham, Stuart Mill, Russell) si attestarono sul criterio del bene come massima utilità. Criterio che, in quanto valutabile solo a posteriori e in effetti non verificabile, si presta ad una concezione negativa della libertà, come possibilità di agire senza creare danno (limitare la libertà) agli altri.
La terza categoria racchiude una visione novecentesca, radicalmente individualista, nata dalla crisi dei valori tradizionali e moderni. Questa visione trova nella libertà l’assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all’Unico stirneriano. La libertà diviene quindi il massimo bene per l’individuo, indipendentemente dagli altri.
Quest’ultima accomuna l’anarcocapitalismo dei libertariani reazionari statunitensi, alla Peter Thiel per capirci, con i fascisti storici dannunziani, innamorati dell’età del leone di cui parlò lo Zarathustra di Nietszche. La visione estetizzante di una libertà in cui l’eroico individuo trascende tutti i limiti imposti dalla società e, in un certo qual modo, dalla realtà stessa, si è diffusa grazie alla cultura di massa dopo i movimenti di protesta del 1968 per arrivare fino all’edonismo belusconiano (Perniola 2023, p. 7). Il godimento totale, immediato, permesso dall’uso delle droghe, dalla rottura delle convenzioni della monogamia e dell’eterosessualità, il superamento dell’etica del lavoro e del sacrificio, hanno costituito quella estetica ribelle e individualista delle controculture giovanili. La diffusione al livello mondiale di musica, film, riviste, romanzi e programmi televisivi ha portato alla globalizzazione della società dei consumi e del modello di vita dei giovani libertari, statunitensi ed europei. La virtualità delle esistenze digitalizzate sulla rete e gli aspetti di integrazione cyborg tra umano e macchinico, chimico e informazionale, permettono di superare altri limiti imposti dalla corporeità delle relazioni, superando la barriera fra l’Ego e le sue soddisfazioni pulsionali. Il corpo e la personalità sono vissuti come assemblaggi, di cui scegliere a piacimento gli innumerevoli optional offerti dal mercato: chirurgia, palestra, formazione, esperienze, letture, dispositivi, trattamenti estetici, luogo di abitazione e comunità di prossimità, stimoli sensoriali, abbigliamento e accessori, tatuaggi e piercing. Oggi la libertà viene declinata secondo quella possibilità di scegliere per elezione i simboli da ostentare e i riti di appartenenza a cui partecipare, avendo il tempo e il denaro per goderne.
Peccato che le scelte individuali, o forse a questo punto dovremmo dire dividuali (Baranzani- Vignola 2015, p. 8), ricadano curiosamente in fasce di mercato per cui esiste una offerta globale e ben segmentata, con una visibilità mediatica supportata da campagne di marketing, settoriali fino a livello di quartiere.
Denaro e dipendenza.
Nel momento in cui i limiti fisici del corpo vengono superati, questi diventano indifferenti alla stratificazione sociale. Essere forti, deboli, maschi, femmine, giovani, anziani, bianchi, neri, grassi, magri, non cambia tanto le condizioni di vita quanto essere ricchi.
Grazie alla ricchezza e al denaro i ruoli sociali tradizionali possono essere superati e invertiti. Chi ha particolari doti fisiche, talento o conoscenza le potrà “affittare” a chi ha denaro ma manca di quel “capitale umano”. Attraverso le vetrine sociali, coloro che si vendono e quelli che comprano possono incontrarsi e stabilire patti reciprocamente vantaggiosi. Chi è povero dovrà necessariamente vendersi, sia nel mondo fisico che nella realtà informazionale asincrona e ubiqua.
Finchè vivevamo solo nella realtà dei bisogni materiali dei nostri corpi, c’erano cose che il denaro non poteva comprare. E in effetti è ancora così. Ma nel mondo immateriale dei flussi informativi, il denaro può comprare tutto, persino la gioventù, l’amore e l’immortalità, o comunque dei simulacri credibili per il pubblico spettatore. Pertanto oggi la libertà è la possibilità di disporre di somme di denaro via via crescenti all’aumentare dei bisogni, i quali, una volta soddisfatti, creano ulteriori bisogni da soddisfare. Questa libertà ai livelli assoluti è ovviamente riservata a delle minoranze qualificate che assumono la forma di aristocrazie del denaro, solo in minima parte costituite da persone che hanno reso servigi corrispondenti alla comunità che le alimenta. Nella massima parte i miliardari godono di rendite di posizione, ereditate in base a una fortunata discendenza o a servizi efficaci di estrazione del denaro dalle transazioni del mercato. Abbiamo restaurato la timocrazia, condizione tipica dei tempi di pace e abbondanza.
La disparità di libertà offerta dal denaro, fra i molti che si sostentano e i pochi che non conoscono limiti alle proprie pulsioni desideranti, porta gran parte della classe media a identificare come un obiettivo di giustizia la diffusione generalizzata delle ricchezze destinate ai pochi. Come se ridurre le diseguaglianze potesse rendere tutti ricchi.
Ridurre le diseguaglianze può soltanto rendere tutti meno poveri, ma a condizioni di separare la percezione della felicità dall’idea di benessere consumista (Latouche 2022, p 25).
La ricchezza non è il denaro.
Siamo così abituati a misurare la ricchezza in quantità di denaro che abbiamo perso la cognizione di cosa sia il valore della ricchezza.
Il denaro è una misura, peraltro poco stabile, del valore con cui una proprietà può essere scambiata in un certo momento, ma non è il valore stesso. Per l’economia marginalista, ovvero neoliberista, invece il valore è solo il prezzo che si è disposti a pagare. Il valore è quindi solo una convenzione sociale variabile in base alla situazione specifica (Mazuccato 2018).
Facciamo un esempio. La proprietà privata di un palazzo ci da la possibilità di disporne a piacimento, utilizzandolo, affittandolo o vendendolo. Il valore di questo palazzo è dato dall’utilità, ovvero dalla possibilità di utilizzarlo ma lo misuriamo con la quantità di denaro che qualcun’altro sarebbe disposto a pagarlo per avere questa possibilità, come prezzo di vendita o rendita da affitto.
Se a causa di una forte crisi economica nessuno fosse disposto a comprare il palazzo se non a un prezzo irrisorio, quel palazzo avrebbe quel valore monetario irrisorio, ma la possibilità di utilizzarlo sarebbe sempre la stessa, poniamo per fornire un riparo vitale a duecento persone che non pagano affitto (un enorme valore pratico). Eppure il bene immobile avrà anche un valore di rendita pari a zero. In questo caso la ricchezza è goduta dai duecento occupanti e il valore è l’uso che ne fanno, mentre è nullo per la proprietà. Il palazzo non costituirebbe ricchezza solo se fosse distrutto, quindi inagibile.
In senso più ampio la ricchezza totale è l’insieme delle risorse naturali, dei beni, dei servizi e delle conoscenze che permettono di soddisfare bisogni umani.
Anche le risorse naturali sono ricchezza ma finché non vengono privatizzate (private, sottratte al comune) non hanno un prezzo corrispettivo in denaro. Il denaro è uno strumento che usiamo per scambiare le ricchezze, misurandone quindi il valore al momento dello scambio, ma non è la ricchezza stessa. Il denaro in sé non soddisfa quasi nessun bisogno, se non quello di sentirsi ricchi, e la sua accumulazione ha comunque un costo. Se aumento la quantità di denaro circolante non aumento affatto la quantità di beni, servizi e conoscenze che possono essere acquistati. Questi aumentano soltanto grazie alla produzione umana, sempre di più supportata dall’uso di macchine fisiche e informazionali.
Moltiplicare il denaro in circolazione, quindi, non moltiplica la ricchezza, riduce semplicemente il valore della moneta con l’inflazione, indirizzandone i flussi verso altri soggetti economici. Questo è il ruolo delle politiche monetarie degli Stati, delle banche e della borsa, che riescono a produrre nuovo denaro dal denaro, senza dover produrre beni o servizi. A quelle forme finanziarie ormai consolidate del post-capitalismo si sono affiancate abbastanza recentemente le criptovalute speculative, in cui la creazione di moneta non è legata a nessun valore concreto, se non all’energia necessaria a calcolarne e immagazzinarne l’informazione. Proprio perché instabile e rischioso, ma anche poco tracciabile, il mondo delle transazioni in criptovaluta si presta ad aggirare la fiscalità e le restrizioni legali alla vendita di beni e servizi. Una possibilità in più che i ricchi hanno per superare i limiti imposti dalle legislazioni nazionali.
La libertà positiva
L’idea di una libertà attiva deriva dal concetto di uguaglianza sostanziale, presente nelle costituzioni più avanzate che prevedono un ruolo attivo delle istituzioni, nel garantire ai cittadini l’effettivo godimento dei diritti civili, attraverso i diritti sociali (Mazzetti 1992, p. 174). Tutte quelle parti della Costituzione Italiana e dell’ordinamento amministrativo che promuovono l’inclusione sociale e lo sviluppo delle piene potenzialità della persona, possono essere definite come forme di un godimento di una libertà verticale (Romano 2019, p. 65), possibile solo in quanto si è parte integrata di una comunità organizzata. Il diritto all’abitazione, alla salute, al cibo, all’istruzione, alla sicurezza, possono essere goduti in modo davvero egualitario solo se l’istituzione politica si fa carico della loro attuazione. A quei diritti sociali corrispondono i doveri di tutti i cittadini di provvedere, in proporzione alle proprie capacità, alla possibilità di garantirli. In primis con la tassazione progressiva, ma anche con forme di lavoro sociale, rispetto delle norme di sicurezza, ambientali e del lavoro. Altre forme non obbligatorie di partecipazione alla attuazione della libertà positiva sono le attività di volontariato e di mutualismo all’interno delle comunità locali, cittadine o di quartiere. La libertà positiva per essere goduta ha bisogno del superamento dell’egoismo, tipico della libertà negativa borghese, che pretende soltanto diritti senza i doveri corrispettivi, considerandoli come ingiuste vessazioni e limitazioni della libertà individuale. In sostanza ha bisogna del superamento dell’individuo che si considera individuo, riconoscendosi parte di un destino comune.
Oltre il denaro.
Il sistema economico in cui ci troviamo, anche se presenta livelli di sviluppo differenti e stratificazioni di relazioni economiche anche negli stessi ambienti (Braudel 1981, p.73), ha generalizzato in tutto il mondo l’uso della moneta come mezzo di scambio. Quasi ovunque i dollari o altre valute vengono accettati in cambio di beni e servizi. Anche i paesi cosiddetti “comunisti” hanno integrato un uso del denaro nelle proprie economie, su cui però mantengono un controllo politico molto forte, ovvero la sovranità monetaria e l’indisponibilità di alcune ricchezze al mercato. Ormai ovunque gli sforzi umani sono maggiormente diretti ad aumentare il valore monetario delle merci vendute (e tra queste anche il denaro) piuttosto che ad aumentare la ricchezza totale disponibile per l’umanità. Arrivati al punto in cui i bisogni primari sono stati soddisfatti per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, il capitalismo entra in crisi perché cerca soltanto di far aumentare artificialmente i prezzi di quei beni oramai abbondanti e disponibili, attraverso una scarsità indotta. La guerra permette di distruggere merci costosissime (le armi) per distruggere ricchezze (edifici, veicoli, persone, capacità produttive, materie prime, infrastrutture) aumentando il valore monetario (prezzo) delle ricchezze residue, creandone la scarsità. La crisi, che alza i prezzi la chiamiamo neocolonialismo, competizione commerciale, imperialismo, protezionismo o libero mercato, a seconda che ci convenga vendere o comprare. Era già la tesi de L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg più di cento anni fa, solo che si limitava a considerare economie non ancora globalizzate, in procinto di scatenare la Prima Guerra Mondiale.
Tornando all’assunto di partenza per cui il denaro è oggi la misura della libertà degli individui, dobbiamo prendere atto che ci troviamo di fronte ad una scelta radicale.
Se vogliamo una società in cui le persone siano generalmente più libere, dobbiamo scegliere se vogliamo che acquisiscano questa nuova libertà attraverso una maggiore disponibilità di denaro o no.
Questa scelta non è volontaristica e dovrebbe scaturire da una analisi scientifica della praticabilità delle due opzioni. Ma le prospettive di riforma all’interno di uno stabile sistema di riferimento, in cui la ricchezza individuale, e pertanto la libertà, si misura nella forma del denaro, rispetto alle prospettive trasformative, chiamiamole rivoluzionarie, in cui la ricchezza e le opportunità non sono strettamente legate alla disponibilità di denaro, non sono opposte (Mazzetti 1992, p. 183). Possono convivere e procedere parallelamente, purché abbiano soggetti politici ed economici in grado di perseguirle entrambe.
La prima opzione racchiude le tante accezioni del libero mercato in cui capitalismo etico, liberalismo di sinistra, e socialismo democratico significano una mitigazione delle diseguaglianze prodotte dalla proprietà privata della ricchezza, senza alcuna rottura del paradigma economico.
La seconda opzione, presente come sotto strato pubblico in tutte le economie, anche in quelle più deregolamentate, è quello di una distribuzione della ricchezza che limiti fortemente l’uso del denaro e che quindi veda una preponderante azione politica e pianificatoria del pubblico sull’economia. Storicamente questa seconda opzione è stata chiamata socialismo, economia pianificata o comunismo, ma anche mutualismo e municipalismo se attuata su scala locale.
Questa scelta è presente come discriminante anche nella nostra idea di “sinistra politica”, in cui una parte progressista e anche estremamente radicale vorrebbe una attuazione compiuta del capitalismo in cui non vi siano altre disparità fra esseri umani che la capacità di spesa, resa peraltro disponibile per tutte e tutti (reddito universale).
La parte restante, e decisamente minoritaria, comprende tutti quegli oppositori della uguaglianza di fronte al mercato, i quali vorrebbero impedire che gran parte della ricchezza possa essere venduta, per goderne collettivamente (beni comuni) o distribuirla in base a criteri politici, ovvero di utilità sociale, senza la mediazione del denaro.
Negli ultimi sessanta anni la prima opzione, quella riformista, praticata attraverso le forme democratiche dell’associazionismo politico e sindacale, ha portato enormi benefici alla popolazione europea, ma ha anche incontrato la controriforma neoliberista nel momento di crisi dello stato sociale keynesiano. L’attuale rottura del precedente equilibrio ci pone oggi di fronte a sfide che non possono più essere affrontate con gli strumenti abituali (governance e sussidiarietà) degli agenti privati nel mercato. La crisi, anche internazionale viene proprio dalla impossibilità di riprodurre questo sistema di estrazione del denaro dal mercato in stallo, o drogato dal debito, che non produce più ricchezza ma al contrario distruzione di ricchezza.
I settori più avanzati del capitalismo tecnologico e finanziario hanno capito che il paradigma del “libero” mercato va distrutto e superato così come la democrazia liberale, mentre la sinistra fatica ancora a rendersi conto che la prospettiva trasformativa attuale è diventata nostalgica di un capitalismo “dal volto umano”, liberale o libertario, che non esisterà mai più con quelle caratteristiche.
Una “revisione” del riformismo appare necessaria così come una “rifondazione” del comunismo in base alle nuove condizioni sociali che iniziamo a sperimentare.
Bibliografia
S. Baranzoni – P. Vignola, Cosa potrebbe un corpo? Il dividuale e l’individuazione della filosofia contemporanea, in: La Deleuziana, CRISI DELLE BIOPOLITICHE EUROPEE, n.1 2015.
#68 #borghesia #capitalismo #comunismo #consumismo #denaro #diritti #filosofia #liberalismo #libertà #punk #superuomo #valore #vogliamoTutto
F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981.
A. Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, 1974.
I. Kant, Critica della ragion pratica, Rusconi, 1993.
P. Kropotkin, Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione, Lib. internaz. di avanguardia, 1950.
S. Latouche, L’abbondanza frugale come arte di vivere, Bollati Boringhieri, 2022.
H. Lefebvre, Spazio e politica. Diritto alla città II, Ombre Corte, 2018.
R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale (1913), Einaudi, 1967.
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Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023. -
Estremismo capitalista: il problema della libertà.
img generata da IA – dominio pubblico
Articolo pubblicato in forma leggermente ridotta su Transform Italia il 8/04/2026
di M. Minetti
Libertà senza limiti.
Gran parte della sinistra attuale, abbandonate le rivendicazioni di classe, ha fatto proprie le rivendicazioni liberali radicali, ritenendo la mancanza di libertà e la limitazione dei diritti (anche umani), i principali ostacoli all’autodeterminazione degli individui.
Oggi mal tolleriamo qualunque limitazione alla nostra libertà personale, tanto siamo abituati a vivere in una società che la tutela. Ma osserviamo in cosa consiste questa libertà individuale che possiamo agire. Una libertà di movimento innanzi tutto. Possiamo muoverci e vivere in ogni paese dell’Unione Europea. Lo facciamo? Sicuramente sempre di più, dipendentemente dai nostri bisogni e dalle nostre possibilità economiche. Oltre al diritto, che tutti abbiamo di vivere, che so, a Parigi, dobbiamo avere i mezzi per mantenerci in quella città, notoriamente molto costosa dove per un monolocale di quaranta metri quadri possono chiedere tranquillamente più di duemila euro mensili. I poveri, infatti, a Parigi vivono nella cintura metropolitana (banlieue) e si recano ogni giorno in città per lavorare con il servizio ferroviario pubblico. Quindi neppure i francesi poveri possono vivere a Parigi. Per avere un lavoro in quella città bisogna anche presumibilmente parlarne la lingua e, facciamo l’esempio dell’Italia, questa lingua non fa parte del curricolo didattico di tutte le scuole, bisogna averla studiata privatamente. Questo per dire che, al diritto di vivere in qualsiasi città europea, non corrisponde poi per tutti la reale possibilità di poterlo fare, se non a prezzo di enormi sacrifici. Il concetto di diritto alla città, formulato ormai più di cinquanta anni fa da Henri Lefevbre, denunciava già l’allontanamento dei lavoratori dal centro delle città metropolitane più avanzate a causa di quella che abbiamo anche definito gentrification, imborghesimento. La libertà di movimento, invocata ad esempio anche per gli stranieri non europei, non garantisce a questi di poter effettivamente vivere dove desiderano in modo dignitoso.
Passiamo alla libertà di parola. Ognuno può dire quel che più gli aggrada con alcune limitazioni stabilite dalla legge, che riguardano principalmente l’apologia di reato, l’istigazione a compiere reati e la calunnia. Questa libertà di esprimere il proprio pensiero, con la parola o con lo scritto, garantisce che ci sia una pluralità di opinioni e un produttivo confronto fra queste, mirante ad accrescere le conoscenze di tutti? Si può tranquillamente scegliere di ripetere in gruppi di tifosi la stessa banale superficialità che si è ascoltata, ripetuta da canali di comunicazione privati e pubblici ma comunque in grado di raggiungere milioni di persone, mentre le opinioni e le conoscenze più raffinate circolano fra pochi esperti in cenacoli privati e sconosciuti alle masse. Essere liberi di pensare ciò che si vuole non è garanzia di poter raggiungere la conoscenza. L’antico proverbio: “puoi portare il cavallo alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere” chiarisce come la possibilità non si trasforma necessariamente in atto. Inoltre sulla capacità di pensare, intesa come capacità di apprendere, elaborare pensieri e formulare delle proprie idee, influiscono anche le dotazioni genetiche e di contesto che non sono affatto egualitarie. Nessuno può pensare o addirittura parlare se non è entrato in contatto con stimoli adeguati in un periodo di crescita e adattamento sociale come l’infanzia e la gioventù. Anche l’accesso al pensiero complesso è quindi subordinato alle risorse di tempo, economiche, e alle opportunità di formazione, informazione e confronto con cui la persona cresce. La libertà di pensiero non garantisce quindi la possibilità del pensiero.
Alla società disciplinare, che punisce i messaggi e i comportamenti non conformi, è subentrata da almeno cinquanta anni la società del controllo, la quale tende soltanto a rendere il conflitto e la devianza stili di vita digeribili dalla complessità post-capitalista, attraverso meccanismi di seduzione per il consumo. Criminali, tossicodipendenti, psicotici, prostitute, clochard, mendicanti, diventano nicchie di mercato e utenti per servizi sociali privatizzati, come anche sponsor del bisogno di sicurezza. Le opposizioni politiche collaborano rendendo il sistema più adattivo alle emergenze con cui si confronta: immigrazione, transizione energetica, esclusione sociale, degrado ambientale, arretratezza culturale ed economica, dipendenze, abusi, violenze. Maggiore libertà per i liberali di sinistra significa maggiore integrazione nel sistema sociale ed economico, traducibile in: “più soldi per i poveri”, ma non una trasformazione delle relazioni sociali basate sulla disponibilità di denaro.
Esiste l’individuo?
L’individuo non è sempre esistito come lo pensiamo oggi (Romano 2019, p. 145). Parallelamente ogni persona assume alcune caratteristiche proprie solo dopo un percorso di individuazione psichica che dura diversi anni.
Il tema dell’individuazione antropologica è stato studiato, a partire dal XVIII secolo, con i pregiudizi razionalisti ed eurocentrici dei primi illuministi, che massicciamente permangono fino a oggi, perché su quelle definizioni si basa, ancora oggi, l’idea dei Diritti Umani.
La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo esordisce “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Molto bello, peccato che non sia affatto vero.
Quando nasciamo abbiamo una dimensione tra i trenta e i cinquanta centimetri di lunghezza, fra i due e i sei chilogrammi di peso, non siamo in grado di vedere, non sappiamo camminare e neppure parlare e non sappiamo di essere distinti dalla madre che ci ha appena generato. Per acquisire la coscienza di individui separati e autonomi, responsabili delle nostre azioni, con quella dignità e diritti completi di cittadini, dovremo raggiungere almeno i diciotto anni di età, in alcuni paesi ventuno ( ma non eravamo uguali?) e alcune persone quei diritti non li avranno mai.
Una formulazione più onesta e meno ipocrita dovrebbe essere: ” Vorremmo che Tutti gli esseri umani diventino liberi ed eguali in dignità e diritti. Ci impegnamo con tutti i mezzi a sviluppare tra noi ragione e coscienza per agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Però siamo disposti a fare molto poco perché ciò accada“.
Il liberalismo naturalista degli illuministi poneva la libertà umana come già esistente nella creazione divina, per contrastare il principio del diritto divino, formulato dalla chiesa, su cui si basava il potere assoluto delle coeve monarchie. Era un artificio retorico per fondare su un passato originario (come già la Genesi biblica) un progetto che si voleva attuare. Esattamente lo stesso artificio usato per la redazione degli articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Una volta definito l’obiettivo da raggiungere, ovvero la libertà umana, bisogna definire il percorso attraverso cui la si vuole raggiungere. Perché, se ai diritti umani non corrispondono doveri umani, e se la comunità politica non è in grado di garantire i primi e far rispettare i secondi, possiamo parlare solo di bei proclami, equivalenti ad una vibrante enciclica del Papa di Roma, in cui il bene deve prevalere sul male ma, forse, solo con la potenza dello Spirito. Per la maggior parte delle persone quella retorica, di duecento anni fa e oltre, è ancora efficace, perché si avvalgono delle capacità analitiche e delle conoscenze di base limitate alla gestione quotidiana della vita e a un uso del pensiero magico e analogico ancora preponderante. Basta che una persona autorevole dica qualcosa che concorda con un senso comune ormai stratificato da secoli di propaganda, che appare incontrovertibilmente vero. Pensiamo all’attuale seguito che hanno ancora le religioni in tutto il mondo, al consenso di cui godono ideologie suprematiste, al successo di pratiche spiritualiste anche nelle società più ricche e avanzate tecnologicamente. Le persone hanno bisogno di credere e di aggrapparsi a dei valori radicati nella identità dei gruppi sociali di appartenenza. Sono la colla delle comunità, la possibilità di fare un discorso comune all’interno di narrazioni unificanti, riconoscendosi come appartenenti a quel destino condiviso.
Grazie all’evoluzione culturale attuatasi nell’ultimo secolo, i principi ideali universali, siano la divinità, la Natura, l’Energia vitale degli elementi, lo Spirito dei popoli, apparentemente autonomi rispetto alla produzione culturale storicamente e socialmente determinata, non possono più essere considerati come soggetti storici da persone con una formazione culturale di tipo scientifico e storico sociale. Possono essere però considerati come elementi valoriali, diffusi da centri di elaborazione culturale, e percepiti come narrazioni unificanti per gruppi sociali molto ampi, anche di centinaia di milioni di persone. Sono individui quelle persone? Nel senso di elementi numerabili di un insieme più ampio sì. Ma nel senso di individuo autonomo che opera scelte libere in base alla propria ragione e coscienza, no. Il credente o il cittadino è una persona che si conforma ad un ambiente culturale e valoriale assumendo una identità comune a molti altri e condividendone un destino, inteso nel senso di una serie di condizioni situate in quel momento storico.
Di fronte al destino che stiamo vivendo, noi, in quanto individui, non abbiamo la minima esistenza. Anche per Karl Marx “la vita umana individuale e la vita della specie non sono cose differenti”(Marx 1968, p. 114). Se è vero che potremmo, teoricamente associarci, coordinarci e collaborare per esprimere una volontà condivisa, nella pratica non abbiamo né il tempo, né mezzi materiali, né gli strumenti culturali per poterlo fare, quindi non ne abbiamo l’effettiva possibilità se non all’interno dei gruppi sociali già costituiti. Noi non possiamo fermare le guerre in corso così come non possono fermarle le popolazioni che le vivono sulla propria pelle. Come durante le monarchie dell’ancien règime, le aristocrazie decidono i destini delle popolazioni dimostrando che non siamo tutti uguali, che non abbiamo gli stessi diritti, tanto meno gli stessi doveri. Il nostro destino è accomunato da molti fattori, principalmente di nascita, per luogo ed estrazione sociale, mentre ciò che pensa, dice e fa l’individuo singolo è piuttosto ininfluente.
Tre idee della libertà.
Vi sono grossomodo tre macro categorie in cui possiamo definire la libertà.
La prima è quella storicamente precedente della libertà dai vincoli servili, ovvero il godimento dei diritti di cittadinanza. L’uomo libero, molto raramente la donna, era comunque gravato di innumerevoli doveri e obblighi, verso la famiglia, il clan, la città e lo Stato. La vergogna era lo stigma riservato a chi non era in grado di sostenere i propri doveri sociali, tanto che la morte o l’esilio erano considerati mali minori.
La seconda categoria è quella illuminista dell’autonomia razionale dell’individuo, che trova in sé stesso la propria regola morale. Il più alto teorico della libertà come autonomia è stato senza dubbio Immanuel Kant, interpretando anche il senso religioso della colpa, reso possibile dal libero arbitrio. Lui stesso era costretto ad ammettere che la maggior parte delle azioni umane non rispondono all’agire morale e quindi libero, in quanto non sono governate dalla razionalità bensì dalle passioni, dalla paura o da un acritico rispetto delle norme (Kant 1993 p.89). Tenuto conto della estrema difficoltà di agire secondo ragione, i filosofi liberali successivi (Bentham, Stuart Mill, Russell) si attestarono sul criterio del bene come massima utilità. Criterio che, in quanto valutabile solo a posteriori e in effetti non verificabile, si presta ad una concezione negativa della libertà, come possibilità di agire senza creare danno (limitare la libertà) agli altri.
La terza categoria racchiude una visione novecentesca, radicalmente individualista, nata dalla crisi dei valori tradizionali e moderni. Questa visione trova nella libertà l’assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all’Unico stirneriano. La libertà diviene quindi il massimo bene per l’individuo, indipendentemente dagli altri.
Quest’ultima accomuna l’anarcocapitalismo dei libertariani reazionari statunitensi, alla Peter Thiel per capirci, con i fascisti storici dannunziani, innamorati dell’età del leone di cui parlò lo Zarathustra di Nietszche. La visione estetizzante di una libertà in cui l’eroico individuo trascende tutti i limiti imposti dalla società e, in un certo qual modo, dalla realtà stessa, si è diffusa grazie alla cultura di massa dopo i movimenti di protesta del 1968 per arrivare fino all’edonismo belusconiano (Perniola 2023, p. 7). Il godimento totale, immediato, permesso dall’uso delle droghe, dalla rottura delle convenzioni della monogamia e dell’eterosessualità, il superamento dell’etica del lavoro e del sacrificio, hanno costituito quella estetica ribelle e individualista delle controculture giovanili. La diffusione al livello mondiale di musica, film, riviste, romanzi e programmi televisivi ha portato alla globalizzazione della società dei consumi e del modello di vita dei giovani libertari, statunitensi ed europei. La virtualità delle esistenze digitalizzate sulla rete e gli aspetti di integrazione cyborg tra umano e macchinico, chimico e informazionale, permettono di superare altri limiti imposti dalla corporeità delle relazioni, superando la barriera fra l’Ego e le sue soddisfazioni pulsionali. Il corpo e la personalità sono vissuti come assemblaggi, di cui scegliere a piacimento gli innumerevoli optional offerti dal mercato: chirurgia, palestra, formazione, esperienze, letture, dispositivi, trattamenti estetici, luogo di abitazione e comunità di prossimità, stimoli sensoriali, abbigliamento e accessori, tatuaggi e piercing. Oggi la libertà viene declinata secondo quella possibilità di scegliere per elezione i simboli da ostentare e i riti di appartenenza a cui partecipare, avendo il tempo e il denaro per goderne.
Peccato che le scelte individuali, o forse a questo punto dovremmo dire dividuali (Baranzani- Vignola 2015, p. 8), ricadano curiosamente in fasce di mercato per cui esiste una offerta globale e ben segmentata, con una visibilità mediatica supportata da campagne di marketing, settoriali fino a livello di quartiere.
Denaro e dipendenza.
Nel momento in cui i limiti fisici del corpo vengono superati, questi diventano indifferenti alla stratificazione sociale. Essere forti, deboli, maschi, femmine, giovani, anziani, bianchi, neri, grassi, magri, non cambia tanto le condizioni di vita quanto essere ricchi.
Grazie alla ricchezza e al denaro i ruoli sociali tradizionali possono essere superati e invertiti. Chi ha particolari doti fisiche, talento o conoscenza le potrà “affittare” a chi ha denaro ma manca di quel “capitale umano”. Attraverso le vetrine sociali, coloro che si vendono e quelli che comprano possono incontrarsi e stabilire patti reciprocamente vantaggiosi. Chi è povero dovrà necessariamente vendersi, sia nel mondo fisico che nella realtà informazionale asincrona e ubiqua.
Finchè vivevamo solo nella realtà dei bisogni materiali dei nostri corpi, c’erano cose che il denaro non poteva comprare. E in effetti è ancora così. Ma nel mondo immateriale dei flussi informativi, il denaro può comprare tutto, persino la gioventù, l’amore e l’immortalità, o comunque dei simulacri credibili per il pubblico spettatore. Pertanto oggi la libertà è la possibilità di disporre di somme di denaro via via crescenti all’aumentare dei bisogni, i quali, una volta soddisfatti, creano ulteriori bisogni da soddisfare. Questa libertà ai livelli assoluti è ovviamente riservata a delle minoranze qualificate che assumono la forma di aristocrazie del denaro, solo in minima parte costituite da persone che hanno reso servigi corrispondenti alla comunità che le alimenta. Nella massima parte i miliardari godono di rendite di posizione, ereditate in base a una fortunata discendenza o a servizi efficaci di estrazione del denaro dalle transazioni del mercato. Abbiamo restaurato la timocrazia, condizione tipica dei tempi di pace e abbondanza.
La disparità di libertà offerta dal denaro, fra i molti che si sostentano e i pochi che non conoscono limiti alle proprie pulsioni desideranti, porta gran parte della classe media a identificare come un obiettivo di giustizia la diffusione generalizzata delle ricchezze destinate ai pochi. Come se ridurre le diseguaglianze potesse rendere tutti ricchi.
Ridurre le diseguaglianze può soltanto rendere tutti meno poveri, ma a condizioni di separare la percezione della felicità dall’idea di benessere consumista (Latouche 2022, p 25).
La ricchezza non è il denaro.
Siamo così abituati a misurare la ricchezza in quantità di denaro che abbiamo perso la cognizione di cosa sia il valore della ricchezza.
Il denaro è una misura, peraltro poco stabile, del valore con cui una proprietà può essere scambiata in un certo momento, ma non è il valore stesso. Per l’economia marginalista, ovvero neoliberista, invece il valore è solo il prezzo che si è disposti a pagare. Il valore è quindi solo una convenzione sociale variabile in base alla situazione specifica (Mazuccato 2018).
Facciamo un esempio. La proprietà privata di un palazzo ci da la possibilità di disporne a piacimento, utilizzandolo, affittandolo o vendendolo. Il valore di questo palazzo è dato dall’utilità, ovvero dalla possibilità di utilizzarlo ma lo misuriamo con la quantità di denaro che qualcun’altro sarebbe disposto a pagarlo per avere questa possibilità, come prezzo di vendita o rendita da affitto.
Se a causa di una forte crisi economica nessuno fosse disposto a comprare il palazzo se non a un prezzo irrisorio, quel palazzo avrebbe quel valore monetario irrisorio, ma la possibilità di utilizzarlo sarebbe sempre la stessa, poniamo per fornire un riparo vitale a duecento persone che non pagano affitto (un enorme valore pratico). Eppure il bene immobile avrà anche un valore di rendita pari a zero. In questo caso la ricchezza è goduta dai duecento occupanti e il valore è l’uso che ne fanno, mentre è nullo per la proprietà. Il palazzo non costituirebbe ricchezza solo se fosse distrutto, quindi inagibile.
In senso più ampio la ricchezza totale è l’insieme delle risorse naturali, dei beni, dei servizi e delle conoscenze che permettono di soddisfare bisogni umani.
Anche le risorse naturali sono ricchezza ma finché non vengono privatizzate (private, sottratte al comune) non hanno un prezzo corrispettivo in denaro. Il denaro è uno strumento che usiamo per scambiare le ricchezze, misurandone quindi il valore al momento dello scambio, ma non è la ricchezza stessa. Il denaro in sé non soddisfa quasi nessun bisogno, se non quello di sentirsi ricchi, e la sua accumulazione ha comunque un costo. Se aumento la quantità di denaro circolante non aumento affatto la quantità di beni, servizi e conoscenze che possono essere acquistati. Questi aumentano soltanto grazie alla produzione umana, sempre di più supportata dall’uso di macchine fisiche e informazionali.
Moltiplicare il denaro in circolazione, quindi, non moltiplica la ricchezza, riduce semplicemente il valore della moneta con l’inflazione, indirizzandone i flussi verso altri soggetti economici. Questo è il ruolo delle politiche monetarie degli Stati, delle banche e della borsa, che riescono a produrre nuovo denaro dal denaro, senza dover produrre beni o servizi. A quelle forme finanziarie ormai consolidate del post-capitalismo si sono affiancate abbastanza recentemente le criptovalute speculative, in cui la creazione di moneta non è legata a nessun valore concreto, se non all’energia necessaria a calcolarne e immagazzinarne l’informazione. Proprio perché instabile e rischioso, ma anche poco tracciabile, il mondo delle transazioni in criptovaluta si presta ad aggirare la fiscalità e le restrizioni legali alla vendita di beni e servizi. Una possibilità in più che i ricchi hanno per superare i limiti imposti dalle legislazioni nazionali.
La libertà positiva
L’idea di una libertà attiva deriva dal concetto di uguaglianza sostanziale, presente nelle costituzioni più avanzate che prevedono un ruolo attivo delle istituzioni, nel garantire ai cittadini l’effettivo godimento dei diritti civili, attraverso i diritti sociali (Mazzetti 1992, p. 174). Tutte quelle parti della Costituzione Italiana e dell’ordinamento amministrativo che promuovono l’inclusione sociale e lo sviluppo delle piene potenzialità della persona, possono essere definite come forme di un godimento di una libertà verticale (Romano 2019, p. 65), possibile solo in quanto si è parte integrata di una comunità organizzata. Il diritto all’abitazione, alla salute, al cibo, all’istruzione, alla sicurezza, possono essere goduti in modo davvero egualitario solo se l’istituzione politica si fa carico della loro attuazione. A quei diritti sociali corrispondono i doveri di tutti i cittadini di provvedere, in proporzione alle proprie capacità, alla possibilità di garantirli. In primis con la tassazione progressiva, ma anche con forme di lavoro sociale, rispetto delle norme di sicurezza, ambientali e del lavoro. Altre forme non obbligatorie di partecipazione alla attuazione della libertà positiva sono le attività di volontariato e di mutualismo all’interno delle comunità locali, cittadine o di quartiere. La libertà positiva per essere goduta ha bisogno del superamento dell’egoismo, tipico della libertà negativa borghese, che pretende soltanto diritti senza i doveri corrispettivi, considerandoli come ingiuste vessazioni e limitazioni della libertà individuale. In sostanza ha bisogna del superamento dell’individuo che si considera individuo, riconoscendosi parte di un destino comune.
Oltre il denaro.
Il sistema economico in cui ci troviamo, anche se presenta livelli di sviluppo differenti e stratificazioni di relazioni economiche anche negli stessi ambienti (Braudel 1981, p.73), ha generalizzato in tutto il mondo l’uso della moneta come mezzo di scambio. Quasi ovunque i dollari o altre valute vengono accettati in cambio di beni e servizi. Anche i paesi cosiddetti “comunisti” hanno integrato un uso del denaro nelle proprie economie, su cui però mantengono un controllo politico molto forte, ovvero la sovranità monetaria e l’indisponibilità di alcune ricchezze al mercato. Ormai ovunque gli sforzi umani sono maggiormente diretti ad aumentare il valore monetario delle merci vendute (e tra queste anche il denaro) piuttosto che ad aumentare la ricchezza totale disponibile per l’umanità. Arrivati al punto in cui i bisogni primari sono stati soddisfatti per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, il capitalismo entra in crisi perché cerca soltanto di far aumentare artificialmente i prezzi di quei beni oramai abbondanti e disponibili, attraverso una scarsità indotta. La guerra permette di distruggere merci costosissime (le armi) per distruggere ricchezze (edifici, veicoli, persone, capacità produttive, materie prime, infrastrutture) aumentando il valore monetario (prezzo) delle ricchezze residue, creandone la scarsità. La crisi, che alza i prezzi la chiamiamo neocolonialismo, competizione commerciale, imperialismo, protezionismo o libero mercato, a seconda che ci convenga vendere o comprare. Era già la tesi de L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg più di cento anni fa, solo che si limitava a considerare economie non ancora globalizzate, in procinto di scatenare la Prima Guerra Mondiale.
Tornando all’assunto di partenza per cui il denaro è oggi la misura della libertà degli individui, dobbiamo prendere atto che ci troviamo di fronte ad una scelta radicale.
Se vogliamo una società in cui le persone siano generalmente più libere, dobbiamo scegliere se vogliamo che acquisiscano questa nuova libertà attraverso una maggiore disponibilità di denaro o no.
Questa scelta non è volontaristica e dovrebbe scaturire da una analisi scientifica della praticabilità delle due opzioni. Ma le prospettive di riforma all’interno di uno stabile sistema di riferimento, in cui la ricchezza individuale, e pertanto la libertà, si misura nella forma del denaro, rispetto alle prospettive trasformative, chiamiamole rivoluzionarie, in cui la ricchezza e le opportunità non sono strettamente legate alla disponibilità di denaro, non sono opposte (Mazzetti 1992, p. 183). Possono convivere e procedere parallelamente, purché abbiano soggetti politici ed economici in grado di perseguirle entrambe.
La prima opzione racchiude le tante accezioni del libero mercato in cui capitalismo etico, liberalismo di sinistra, e socialismo democratico significano una mitigazione delle diseguaglianze prodotte dalla proprietà privata della ricchezza, senza alcuna rottura del paradigma economico.
La seconda opzione, presente come sotto strato pubblico in tutte le economie, anche in quelle più deregolamentate, è quello di una distribuzione della ricchezza che limiti fortemente l’uso del denaro e che quindi veda una preponderante azione politica e pianificatoria del pubblico sull’economia. Storicamente questa seconda opzione è stata chiamata socialismo, economia pianificata o comunismo, ma anche mutualismo e municipalismo se attuata su scala locale.
Questa scelta è presente come discriminante anche nella nostra idea di “sinistra politica”, in cui una parte progressista e anche estremamente radicale vorrebbe una attuazione compiuta del capitalismo in cui non vi siano altre disparità fra esseri umani che la capacità di spesa, resa peraltro disponibile per tutte e tutti (reddito universale).
La parte restante, e decisamente minoritaria, comprende tutti quegli oppositori della uguaglianza di fronte al mercato, i quali vorrebbero impedire che gran parte della ricchezza possa essere venduta, per goderne collettivamente (beni comuni) o distribuirla in base a criteri politici, ovvero di utilità sociale, senza la mediazione del denaro.
Negli ultimi sessanta anni la prima opzione, quella riformista, praticata attraverso le forme democratiche dell’associazionismo politico e sindacale, ha portato enormi benefici alla popolazione europea, ma ha anche incontrato la controriforma neoliberista nel momento di crisi dello stato sociale keynesiano. L’attuale rottura del precedente equilibrio ci pone oggi di fronte a sfide che non possono più essere affrontate con gli strumenti abituali (governance e sussidiarietà) degli agenti privati nel mercato. La crisi, anche internazionale viene proprio dalla impossibilità di riprodurre questo sistema di estrazione del denaro dal mercato in stallo, o drogato dal debito, che non produce più ricchezza ma al contrario distruzione di ricchezza.
I settori più avanzati del capitalismo tecnologico e finanziario hanno capito che il paradigma del “libero” mercato va distrutto e superato così come la democrazia liberale, mentre la sinistra fatica ancora a rendersi conto che la prospettiva trasformativa attuale è diventata nostalgica di un capitalismo “dal volto umano”, liberale o libertario, che non esisterà mai più con quelle caratteristiche.
Una “revisione” del riformismo appare necessaria così come una “rifondazione” del comunismo in base alle nuove condizioni sociali che iniziamo a sperimentare.
Bibliografia
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#68 #borghesia #capitalismo #comunismo #consumismo #denaro #diritti #filosofia #liberalismo #libertà #punk #superuomo #valore #vogliamoTutto
F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981.
A. Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, 1974.
I. Kant, Critica della ragion pratica, Rusconi, 1993.
P. Kropotkin, Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione, Lib. internaz. di avanguardia, 1950.
S. Latouche, L’abbondanza frugale come arte di vivere, Bollati Boringhieri, 2022.
H. Lefebvre, Spazio e politica. Diritto alla città II, Ombre Corte, 2018.
R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale (1913), Einaudi, 1967.
K. Marx,Manoscritti economico – filosofici del 1844, Einaudi, 1968.
G. Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, 1992.
M. Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2018.
M. Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis, 2023.
O. Romano, La libertà verticale, Meltemi, 2019.
B. Russell, Un’etica per la politica, Laterza, 1986.
Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023. -
Estremismo capitalista: il problema della libertà.
img generata da IA – dominio pubblico
Articolo pubblicato in forma leggermente ridotta su Transform Italia il 8/04/2026
di M. Minetti
Libertà senza limiti.
Gran parte della sinistra attuale, abbandonate le rivendicazioni di classe, ha fatto proprie le rivendicazioni liberali radicali, ritenendo la mancanza di libertà e la limitazione dei diritti (anche umani), i principali ostacoli all’autodeterminazione degli individui.
Oggi mal tolleriamo qualunque limitazione alla nostra libertà personale, tanto siamo abituati a vivere in una società che la tutela. Ma osserviamo in cosa consiste questa libertà individuale che possiamo agire. Una libertà di movimento innanzi tutto. Possiamo muoverci e vivere in ogni paese dell’Unione Europea. Lo facciamo? Sicuramente sempre di più, dipendentemente dai nostri bisogni e dalle nostre possibilità economiche. Oltre al diritto, che tutti abbiamo di vivere, che so, a Parigi, dobbiamo avere i mezzi per mantenerci in quella città, notoriamente molto costosa dove per un monolocale di quaranta metri quadri possono chiedere tranquillamente più di duemila euro mensili. I poveri, infatti, a Parigi vivono nella cintura metropolitana (banlieue) e si recano ogni giorno in città per lavorare con il servizio ferroviario pubblico. Quindi neppure i francesi poveri possono vivere a Parigi. Per avere un lavoro in quella città bisogna anche presumibilmente parlarne la lingua e, facciamo l’esempio dell’Italia, questa lingua non fa parte del curricolo didattico di tutte le scuole, bisogna averla studiata privatamente. Questo per dire che, al diritto di vivere in qualsiasi città europea, non corrisponde poi per tutti la reale possibilità di poterlo fare, se non a prezzo di enormi sacrifici. Il concetto di diritto alla città, formulato ormai più di cinquanta anni fa da Henri Lefevbre, denunciava già l’allontanamento dei lavoratori dal centro delle città metropolitane più avanzate a causa di quella che abbiamo anche definito gentrification, imborghesimento. La libertà di movimento, invocata ad esempio anche per gli stranieri non europei, non garantisce a questi di poter effettivamente vivere dove desiderano in modo dignitoso.
Passiamo alla libertà di parola. Ognuno può dire quel che più gli aggrada con alcune limitazioni stabilite dalla legge, che riguardano principalmente l’apologia di reato, l’istigazione a compiere reati e la calunnia. Questa libertà di esprimere il proprio pensiero, con la parola o con lo scritto, garantisce che ci sia una pluralità di opinioni e un produttivo confronto fra queste, mirante ad accrescere le conoscenze di tutti? Si può tranquillamente scegliere di ripetere in gruppi di tifosi la stessa banale superficialità che si è ascoltata, ripetuta da canali di comunicazione privati e pubblici ma comunque in grado di raggiungere milioni di persone, mentre le opinioni e le conoscenze più raffinate circolano fra pochi esperti in cenacoli privati e sconosciuti alle masse. Essere liberi di pensare ciò che si vuole non è garanzia di poter raggiungere la conoscenza. L’antico proverbio: “puoi portare il cavallo alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere” chiarisce come la possibilità non si trasforma necessariamente in atto. Inoltre sulla capacità di pensare, intesa come capacità di apprendere, elaborare pensieri e formulare delle proprie idee, influiscono anche le dotazioni genetiche e di contesto che non sono affatto egualitarie. Nessuno può pensare o addirittura parlare se non è entrato in contatto con stimoli adeguati in un periodo di crescita e adattamento sociale come l’infanzia e la gioventù. Anche l’accesso al pensiero complesso è quindi subordinato alle risorse di tempo, economiche, e alle opportunità di formazione, informazione e confronto con cui la persona cresce. La libertà di pensiero non garantisce quindi la possibilità del pensiero.
Alla società disciplinare, che punisce i messaggi e i comportamenti non conformi, è subentrata da almeno cinquanta anni la società del controllo, la quale tende soltanto a rendere il conflitto e la devianza stili di vita digeribili dalla complessità post-capitalista, attraverso meccanismi di seduzione per il consumo. Criminali, tossicodipendenti, psicotici, prostitute, clochard, mendicanti, diventano nicchie di mercato e utenti per servizi sociali privatizzati, come anche sponsor del bisogno di sicurezza. Le opposizioni politiche collaborano rendendo il sistema più adattivo alle emergenze con cui si confronta: immigrazione, transizione energetica, esclusione sociale, degrado ambientale, arretratezza culturale ed economica, dipendenze, abusi, violenze. Maggiore libertà per i liberali di sinistra significa maggiore integrazione nel sistema sociale ed economico, traducibile in: “più soldi per i poveri”, ma non una trasformazione delle relazioni sociali basate sulla disponibilità di denaro.
Esiste l’individuo?
L’individuo non è sempre esistito come lo pensiamo oggi (Romano 2019, p. 145). Parallelamente ogni persona assume alcune caratteristiche proprie solo dopo un percorso di individuazione psichica che dura diversi anni.
Il tema dell’individuazione antropologica è stato studiato, a partire dal XVIII secolo, con i pregiudizi razionalisti ed eurocentrici dei primi illuministi, che massicciamente permangono fino a oggi, perché su quelle definizioni si basa, ancora oggi, l’idea dei Diritti Umani.
La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo esordisce “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Molto bello, peccato che non sia affatto vero.
Quando nasciamo abbiamo una dimensione tra i trenta e i cinquanta centimetri di lunghezza, fra i due e i sei chilogrammi di peso, non siamo in grado di vedere, non sappiamo camminare e neppure parlare e non sappiamo di essere distinti dalla madre che ci ha appena generato. Per acquisire la coscienza di individui separati e autonomi, responsabili delle nostre azioni, con quella dignità e diritti completi di cittadini, dovremo raggiungere almeno i diciotto anni di età, in alcuni paesi ventuno ( ma non eravamo uguali?) e alcune persone quei diritti non li avranno mai.
Una formulazione più onesta e meno ipocrita dovrebbe essere: ” Vorremmo che Tutti gli esseri umani diventino liberi ed eguali in dignità e diritti. Ci impegnamo con tutti i mezzi a sviluppare tra noi ragione e coscienza per agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Però siamo disposti a fare molto poco perché ciò accada“.
Il liberalismo naturalista degli illuministi poneva la libertà umana come già esistente nella creazione divina, per contrastare il principio del diritto divino, formulato dalla chiesa, su cui si basava il potere assoluto delle coeve monarchie. Era un artificio retorico per fondare su un passato originario (come già la Genesi biblica) un progetto che si voleva attuare. Esattamente lo stesso artificio usato per la redazione degli articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Una volta definito l’obiettivo da raggiungere, ovvero la libertà umana, bisogna definire il percorso attraverso cui la si vuole raggiungere. Perché, se ai diritti umani non corrispondono doveri umani, e se la comunità politica non è in grado di garantire i primi e far rispettare i secondi, possiamo parlare solo di bei proclami, equivalenti ad una vibrante enciclica del Papa di Roma, in cui il bene deve prevalere sul male ma, forse, solo con la potenza dello Spirito. Per la maggior parte delle persone quella retorica, di duecento anni fa e oltre, è ancora efficace, perché si avvalgono delle capacità analitiche e delle conoscenze di base limitate alla gestione quotidiana della vita e a un uso del pensiero magico e analogico ancora preponderante. Basta che una persona autorevole dica qualcosa che concorda con un senso comune ormai stratificato da secoli di propaganda, che appare incontrovertibilmente vero. Pensiamo all’attuale seguito che hanno ancora le religioni in tutto il mondo, al consenso di cui godono ideologie suprematiste, al successo di pratiche spiritualiste anche nelle società più ricche e avanzate tecnologicamente. Le persone hanno bisogno di credere e di aggrapparsi a dei valori radicati nella identità dei gruppi sociali di appartenenza. Sono la colla delle comunità, la possibilità di fare un discorso comune all’interno di narrazioni unificanti, riconoscendosi come appartenenti a quel destino condiviso.
Grazie all’evoluzione culturale attuatasi nell’ultimo secolo, i principi ideali universali, siano la divinità, la Natura, l’Energia vitale degli elementi, lo Spirito dei popoli, apparentemente autonomi rispetto alla produzione culturale storicamente e socialmente determinata, non possono più essere considerati come soggetti storici da persone con una formazione culturale di tipo scientifico e storico sociale. Possono essere però considerati come elementi valoriali, diffusi da centri di elaborazione culturale, e percepiti come narrazioni unificanti per gruppi sociali molto ampi, anche di centinaia di milioni di persone. Sono individui quelle persone? Nel senso di elementi numerabili di un insieme più ampio sì. Ma nel senso di individuo autonomo che opera scelte libere in base alla propria ragione e coscienza, no. Il credente o il cittadino è una persona che si conforma ad un ambiente culturale e valoriale assumendo una identità comune a molti altri e condividendone un destino, inteso nel senso di una serie di condizioni situate in quel momento storico.
Di fronte al destino che stiamo vivendo, noi, in quanto individui, non abbiamo la minima esistenza. Anche per Karl Marx “la vita umana individuale e la vita della specie non sono cose differenti”(Marx 1968, p. 114). Se è vero che potremmo, teoricamente associarci, coordinarci e collaborare per esprimere una volontà condivisa, nella pratica non abbiamo né il tempo, né mezzi materiali, né gli strumenti culturali per poterlo fare, quindi non ne abbiamo l’effettiva possibilità se non all’interno dei gruppi sociali già costituiti. Noi non possiamo fermare le guerre in corso così come non possono fermarle le popolazioni che le vivono sulla propria pelle. Come durante le monarchie dell’ancien règime, le aristocrazie decidono i destini delle popolazioni dimostrando che non siamo tutti uguali, che non abbiamo gli stessi diritti, tanto meno gli stessi doveri. Il nostro destino è accomunato da molti fattori, principalmente di nascita, per luogo ed estrazione sociale, mentre ciò che pensa, dice e fa l’individuo singolo è piuttosto ininfluente.
Tre idee della libertà.
Vi sono grossomodo tre macro categorie in cui possiamo definire la libertà.
La prima è quella storicamente precedente della libertà dai vincoli servili, ovvero il godimento dei diritti di cittadinanza. L’uomo libero, molto raramente la donna, era comunque gravato di innumerevoli doveri e obblighi, verso la famiglia, il clan, la città e lo Stato. La vergogna era lo stigma riservato a chi non era in grado di sostenere i propri doveri sociali, tanto che la morte o l’esilio erano considerati mali minori.
La seconda categoria è quella illuminista dell’autonomia razionale dell’individuo, che trova in sé stesso la propria regola morale. Il più alto teorico della libertà come autonomia è stato senza dubbio Immanuel Kant, interpretando anche il senso religioso della colpa, reso possibile dal libero arbitrio. Lui stesso era costretto ad ammettere che la maggior parte delle azioni umane non rispondono all’agire morale e quindi libero, in quanto non sono governate dalla razionalità bensì dalle passioni, dalla paura o da un acritico rispetto delle norme (Kant 1993 p.89). Tenuto conto della estrema difficoltà di agire secondo ragione, i filosofi liberali successivi (Bentham, Stuart Mill, Russell) si attestarono sul criterio del bene come massima utilità. Criterio che, in quanto valutabile solo a posteriori e in effetti non verificabile, si presta ad una concezione negativa della libertà, come possibilità di agire senza creare danno (limitare la libertà) agli altri.
La terza categoria racchiude una visione novecentesca, radicalmente individualista, nata dalla crisi dei valori tradizionali e moderni. Questa visione trova nella libertà l’assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all’Unico stirneriano. La libertà diviene quindi il massimo bene per l’individuo, indipendentemente dagli altri.
Quest’ultima accomuna l’anarcocapitalismo dei libertariani reazionari statunitensi, alla Peter Thiel per capirci, con i fascisti storici dannunziani, innamorati dell’età del leone di cui parlò lo Zarathustra di Nietszche. La visione estetizzante di una libertà in cui l’eroico individuo trascende tutti i limiti imposti dalla società e, in un certo qual modo, dalla realtà stessa, si è diffusa grazie alla cultura di massa dopo i movimenti di protesta del 1968 per arrivare fino all’edonismo belusconiano (Perniola 2023, p. 7). Il godimento totale, immediato, permesso dall’uso delle droghe, dalla rottura delle convenzioni della monogamia e dell’eterosessualità, il superamento dell’etica del lavoro e del sacrificio, hanno costituito quella estetica ribelle e individualista delle controculture giovanili. La diffusione al livello mondiale di musica, film, riviste, romanzi e programmi televisivi ha portato alla globalizzazione della società dei consumi e del modello di vita dei giovani libertari, statunitensi ed europei. La virtualità delle esistenze digitalizzate sulla rete e gli aspetti di integrazione cyborg tra umano e macchinico, chimico e informazionale, permettono di superare altri limiti imposti dalla corporeità delle relazioni, superando la barriera fra l’Ego e le sue soddisfazioni pulsionali. Il corpo e la personalità sono vissuti come assemblaggi, di cui scegliere a piacimento gli innumerevoli optional offerti dal mercato: chirurgia, palestra, formazione, esperienze, letture, dispositivi, trattamenti estetici, luogo di abitazione e comunità di prossimità, stimoli sensoriali, abbigliamento e accessori, tatuaggi e piercing. Oggi la libertà viene declinata secondo quella possibilità di scegliere per elezione i simboli da ostentare e i riti di appartenenza a cui partecipare, avendo il tempo e il denaro per goderne.
Peccato che le scelte individuali, o forse a questo punto dovremmo dire dividuali (Baranzani- Vignola 2015, p. 8), ricadano curiosamente in fasce di mercato per cui esiste una offerta globale e ben segmentata, con una visibilità mediatica supportata da campagne di marketing, settoriali fino a livello di quartiere.
Denaro e dipendenza.
Nel momento in cui i limiti fisici del corpo vengono superati, questi diventano indifferenti alla stratificazione sociale. Essere forti, deboli, maschi, femmine, giovani, anziani, bianchi, neri, grassi, magri, non cambia tanto le condizioni di vita quanto essere ricchi.
Grazie alla ricchezza e al denaro i ruoli sociali tradizionali possono essere superati e invertiti. Chi ha particolari doti fisiche, talento o conoscenza le potrà “affittare” a chi ha denaro ma manca di quel “capitale umano”. Attraverso le vetrine sociali, coloro che si vendono e quelli che comprano possono incontrarsi e stabilire patti reciprocamente vantaggiosi. Chi è povero dovrà necessariamente vendersi, sia nel mondo fisico che nella realtà informazionale asincrona e ubiqua.
Finchè vivevamo solo nella realtà dei bisogni materiali dei nostri corpi, c’erano cose che il denaro non poteva comprare. E in effetti è ancora così. Ma nel mondo immateriale dei flussi informativi, il denaro può comprare tutto, persino la gioventù, l’amore e l’immortalità, o comunque dei simulacri credibili per il pubblico spettatore. Pertanto oggi la libertà è la possibilità di disporre di somme di denaro via via crescenti all’aumentare dei bisogni, i quali, una volta soddisfatti, creano ulteriori bisogni da soddisfare. Questa libertà ai livelli assoluti è ovviamente riservata a delle minoranze qualificate che assumono la forma di aristocrazie del denaro, solo in minima parte costituite da persone che hanno reso servigi corrispondenti alla comunità che le alimenta. Nella massima parte i miliardari godono di rendite di posizione, ereditate in base a una fortunata discendenza o a servizi efficaci di estrazione del denaro dalle transazioni del mercato. Abbiamo restaurato la timocrazia, condizione tipica dei tempi di pace e abbondanza.
La disparità di libertà offerta dal denaro, fra i molti che si sostentano e i pochi che non conoscono limiti alle proprie pulsioni desideranti, porta gran parte della classe media a identificare come un obiettivo di giustizia la diffusione generalizzata delle ricchezze destinate ai pochi. Come se ridurre le diseguaglianze potesse rendere tutti ricchi.
Ridurre le diseguaglianze può soltanto rendere tutti meno poveri, ma a condizioni di separare la percezione della felicità dall’idea di benessere consumista (Latouche 2022, p 25).
La ricchezza non è il denaro.
Siamo così abituati a misurare la ricchezza in quantità di denaro che abbiamo perso la cognizione di cosa sia il valore della ricchezza.
Il denaro è una misura, peraltro poco stabile, del valore con cui una proprietà può essere scambiata in un certo momento, ma non è il valore stesso. Per l’economia marginalista, ovvero neoliberista, invece il valore è solo il prezzo che si è disposti a pagare. Il valore è quindi solo una convenzione sociale variabile in base alla situazione specifica (Mazuccato 2018).
Facciamo un esempio. La proprietà privata di un palazzo ci da la possibilità di disporne a piacimento, utilizzandolo, affittandolo o vendendolo. Il valore di questo palazzo è dato dall’utilità, ovvero dalla possibilità di utilizzarlo ma lo misuriamo con la quantità di denaro che qualcun’altro sarebbe disposto a pagarlo per avere questa possibilità, come prezzo di vendita o rendita da affitto.
Se a causa di una forte crisi economica nessuno fosse disposto a comprare il palazzo se non a un prezzo irrisorio, quel palazzo avrebbe quel valore monetario irrisorio, ma la possibilità di utilizzarlo sarebbe sempre la stessa, poniamo per fornire un riparo vitale a duecento persone che non pagano affitto (un enorme valore pratico). Eppure il bene immobile avrà anche un valore di rendita pari a zero. In questo caso la ricchezza è goduta dai duecento occupanti e il valore è l’uso che ne fanno, mentre è nullo per la proprietà. Il palazzo non costituirebbe ricchezza solo se fosse distrutto, quindi inagibile.
In senso più ampio la ricchezza totale è l’insieme delle risorse naturali, dei beni, dei servizi e delle conoscenze che permettono di soddisfare bisogni umani.
Anche le risorse naturali sono ricchezza ma finché non vengono privatizzate (private, sottratte al comune) non hanno un prezzo corrispettivo in denaro. Il denaro è uno strumento che usiamo per scambiare le ricchezze, misurandone quindi il valore al momento dello scambio, ma non è la ricchezza stessa. Il denaro in sé non soddisfa quasi nessun bisogno, se non quello di sentirsi ricchi, e la sua accumulazione ha comunque un costo. Se aumento la quantità di denaro circolante non aumento affatto la quantità di beni, servizi e conoscenze che possono essere acquistati. Questi aumentano soltanto grazie alla produzione umana, sempre di più supportata dall’uso di macchine fisiche e informazionali.
Moltiplicare il denaro in circolazione, quindi, non moltiplica la ricchezza, riduce semplicemente il valore della moneta con l’inflazione, indirizzandone i flussi verso altri soggetti economici. Questo è il ruolo delle politiche monetarie degli Stati, delle banche e della borsa, che riescono a produrre nuovo denaro dal denaro, senza dover produrre beni o servizi. A quelle forme finanziarie ormai consolidate del post-capitalismo si sono affiancate abbastanza recentemente le criptovalute speculative, in cui la creazione di moneta non è legata a nessun valore concreto, se non all’energia necessaria a calcolarne e immagazzinarne l’informazione. Proprio perché instabile e rischioso, ma anche poco tracciabile, il mondo delle transazioni in criptovaluta si presta ad aggirare la fiscalità e le restrizioni legali alla vendita di beni e servizi. Una possibilità in più che i ricchi hanno per superare i limiti imposti dalle legislazioni nazionali.
La libertà positiva
L’idea di una libertà attiva deriva dal concetto di uguaglianza sostanziale, presente nelle costituzioni più avanzate che prevedono un ruolo attivo delle istituzioni, nel garantire ai cittadini l’effettivo godimento dei diritti civili, attraverso i diritti sociali (Mazzetti 1992, p. 174). Tutte quelle parti della Costituzione Italiana e dell’ordinamento amministrativo che promuovono l’inclusione sociale e lo sviluppo delle piene potenzialità della persona, possono essere definite come forme di un godimento di una libertà verticale (Romano 2019, p. 65), possibile solo in quanto si è parte integrata di una comunità organizzata. Il diritto all’abitazione, alla salute, al cibo, all’istruzione, alla sicurezza, possono essere goduti in modo davvero egualitario solo se l’istituzione politica si fa carico della loro attuazione. A quei diritti sociali corrispondono i doveri di tutti i cittadini di provvedere, in proporzione alle proprie capacità, alla possibilità di garantirli. In primis con la tassazione progressiva, ma anche con forme di lavoro sociale, rispetto delle norme di sicurezza, ambientali e del lavoro. Altre forme non obbligatorie di partecipazione alla attuazione della libertà positiva sono le attività di volontariato e di mutualismo all’interno delle comunità locali, cittadine o di quartiere. La libertà positiva per essere goduta ha bisogno del superamento dell’egoismo, tipico della libertà negativa borghese, che pretende soltanto diritti senza i doveri corrispettivi, considerandoli come ingiuste vessazioni e limitazioni della libertà individuale. In sostanza ha bisogna del superamento dell’individuo che si considera individuo, riconoscendosi parte di un destino comune.
Oltre il denaro.
Il sistema economico in cui ci troviamo, anche se presenta livelli di sviluppo differenti e stratificazioni di relazioni economiche anche negli stessi ambienti (Braudel 1981, p.73), ha generalizzato in tutto il mondo l’uso della moneta come mezzo di scambio. Quasi ovunque i dollari o altre valute vengono accettati in cambio di beni e servizi. Anche i paesi cosiddetti “comunisti” hanno integrato un uso del denaro nelle proprie economie, su cui però mantengono un controllo politico molto forte, ovvero la sovranità monetaria e l’indisponibilità di alcune ricchezze al mercato. Ormai ovunque gli sforzi umani sono maggiormente diretti ad aumentare il valore monetario delle merci vendute (e tra queste anche il denaro) piuttosto che ad aumentare la ricchezza totale disponibile per l’umanità. Arrivati al punto in cui i bisogni primari sono stati soddisfatti per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, il capitalismo entra in crisi perché cerca soltanto di far aumentare artificialmente i prezzi di quei beni oramai abbondanti e disponibili, attraverso una scarsità indotta. La guerra permette di distruggere merci costosissime (le armi) per distruggere ricchezze (edifici, veicoli, persone, capacità produttive, materie prime, infrastrutture) aumentando il valore monetario (prezzo) delle ricchezze residue, creandone la scarsità. La crisi, che alza i prezzi la chiamiamo neocolonialismo, competizione commerciale, imperialismo, protezionismo o libero mercato, a seconda che ci convenga vendere o comprare. Era già la tesi de L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg più di cento anni fa, solo che si limitava a considerare economie non ancora globalizzate, in procinto di scatenare la Prima Guerra Mondiale.
Tornando all’assunto di partenza per cui il denaro è oggi la misura della libertà degli individui, dobbiamo prendere atto che ci troviamo di fronte ad una scelta radicale.
Se vogliamo una società in cui le persone siano generalmente più libere, dobbiamo scegliere se vogliamo che acquisiscano questa nuova libertà attraverso una maggiore disponibilità di denaro o no.
Questa scelta non è volontaristica e dovrebbe scaturire da una analisi scientifica della praticabilità delle due opzioni. Ma le prospettive di riforma all’interno di uno stabile sistema di riferimento, in cui la ricchezza individuale, e pertanto la libertà, si misura nella forma del denaro, rispetto alle prospettive trasformative, chiamiamole rivoluzionarie, in cui la ricchezza e le opportunità non sono strettamente legate alla disponibilità di denaro, non sono opposte (Mazzetti 1992, p. 183). Possono convivere e procedere parallelamente, purché abbiano soggetti politici ed economici in grado di perseguirle entrambe.
La prima opzione racchiude le tante accezioni del libero mercato in cui capitalismo etico, liberalismo di sinistra, e socialismo democratico significano una mitigazione delle diseguaglianze prodotte dalla proprietà privata della ricchezza, senza alcuna rottura del paradigma economico.
La seconda opzione, presente come sotto strato pubblico in tutte le economie, anche in quelle più deregolamentate, è quello di una distribuzione della ricchezza che limiti fortemente l’uso del denaro e che quindi veda una preponderante azione politica e pianificatoria del pubblico sull’economia. Storicamente questa seconda opzione è stata chiamata socialismo, economia pianificata o comunismo, ma anche mutualismo e municipalismo se attuata su scala locale.
Questa scelta è presente come discriminante anche nella nostra idea di “sinistra politica”, in cui una parte progressista e anche estremamente radicale vorrebbe una attuazione compiuta del capitalismo in cui non vi siano altre disparità fra esseri umani che la capacità di spesa, resa peraltro disponibile per tutte e tutti (reddito universale).
La parte restante, e decisamente minoritaria, comprende tutti quegli oppositori della uguaglianza di fronte al mercato, i quali vorrebbero impedire che gran parte della ricchezza possa essere venduta, per goderne collettivamente (beni comuni) o distribuirla in base a criteri politici, ovvero di utilità sociale, senza la mediazione del denaro.
Negli ultimi sessanta anni la prima opzione, quella riformista, praticata attraverso le forme democratiche dell’associazionismo politico e sindacale, ha portato enormi benefici alla popolazione europea, ma ha anche incontrato la controriforma neoliberista nel momento di crisi dello stato sociale keynesiano. L’attuale rottura del precedente equilibrio ci pone oggi di fronte a sfide che non possono più essere affrontate con gli strumenti abituali (governance e sussidiarietà) degli agenti privati nel mercato. La crisi, anche internazionale viene proprio dalla impossibilità di riprodurre questo sistema di estrazione del denaro dal mercato in stallo, o drogato dal debito, che non produce più ricchezza ma al contrario distruzione di ricchezza.
I settori più avanzati del capitalismo tecnologico e finanziario hanno capito che il paradigma del “libero” mercato va distrutto e superato così come la democrazia liberale, mentre la sinistra fatica ancora a rendersi conto che la prospettiva trasformativa attuale è diventata nostalgica di un capitalismo “dal volto umano”, liberale o libertario, che non esisterà mai più con quelle caratteristiche.
Una “revisione” del riformismo appare necessaria così come una “rifondazione” del comunismo in base alle nuove condizioni sociali che iniziamo a sperimentare.
Bibliografia
S. Baranzoni – P. Vignola, Cosa potrebbe un corpo? Il dividuale e l’individuazione della filosofia contemporanea, in: La Deleuziana, CRISI DELLE BIOPOLITICHE EUROPEE, n.1 2015.
#68 #borghesia #capitalismo #comunismo #consumismo #denaro #diritti #filosofia #liberalismo #libertà #punk #superuomo #valore #vogliamoTutto
F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981.
A. Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, 1974.
I. Kant, Critica della ragion pratica, Rusconi, 1993.
P. Kropotkin, Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione, Lib. internaz. di avanguardia, 1950.
S. Latouche, L’abbondanza frugale come arte di vivere, Bollati Boringhieri, 2022.
H. Lefebvre, Spazio e politica. Diritto alla città II, Ombre Corte, 2018.
R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale (1913), Einaudi, 1967.
K. Marx,Manoscritti economico – filosofici del 1844, Einaudi, 1968.
G. Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, 1992.
M. Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2018.
M. Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis, 2023.
O. Romano, La libertà verticale, Meltemi, 2019.
B. Russell, Un’etica per la politica, Laterza, 1986.
Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023. -
Estremismo capitalista: il problema della libertà.
img generata da IA – dominio pubblico
Articolo pubblicato in forma leggermente ridotta su Transform Italia il 8/04/2026
di M. Minetti
Libertà senza limiti.
Gran parte della sinistra attuale, abbandonate le rivendicazioni di classe, ha fatto proprie le rivendicazioni liberali radicali, ritenendo la mancanza di libertà e la limitazione dei diritti (anche umani), i principali ostacoli all’autodeterminazione degli individui.
Oggi mal tolleriamo qualunque limitazione alla nostra libertà personale, tanto siamo abituati a vivere in una società che la tutela. Ma osserviamo in cosa consiste questa libertà individuale che possiamo agire. Una libertà di movimento innanzi tutto. Possiamo muoverci e vivere in ogni paese dell’Unione Europea. Lo facciamo? Sicuramente sempre di più, dipendentemente dai nostri bisogni e dalle nostre possibilità economiche. Oltre al diritto, che tutti abbiamo di vivere, che so, a Parigi, dobbiamo avere i mezzi per mantenerci in quella città, notoriamente molto costosa dove per un monolocale di quaranta metri quadri possono chiedere tranquillamente più di duemila euro mensili. I poveri, infatti, a Parigi vivono nella cintura metropolitana (banlieue) e si recano ogni giorno in città per lavorare con il servizio ferroviario pubblico. Quindi neppure i francesi poveri possono vivere a Parigi. Per avere un lavoro in quella città bisogna anche presumibilmente parlarne la lingua e, facciamo l’esempio dell’Italia, questa lingua non fa parte del curricolo didattico di tutte le scuole, bisogna averla studiata privatamente. Questo per dire che, al diritto di vivere in qualsiasi città europea, non corrisponde poi per tutti la reale possibilità di poterlo fare, se non a prezzo di enormi sacrifici. Il concetto di diritto alla città, formulato ormai più di cinquanta anni fa da Henri Lefevbre, denunciava già l’allontanamento dei lavoratori dal centro delle città metropolitane più avanzate a causa di quella che abbiamo anche definito gentrification, imborghesimento. La libertà di movimento, invocata ad esempio anche per gli stranieri non europei, non garantisce a questi di poter effettivamente vivere dove desiderano in modo dignitoso.
Passiamo alla libertà di parola. Ognuno può dire quel che più gli aggrada con alcune limitazioni stabilite dalla legge, che riguardano principalmente l’apologia di reato, l’istigazione a compiere reati e la calunnia. Questa libertà di esprimere il proprio pensiero, con la parola o con lo scritto, garantisce che ci sia una pluralità di opinioni e un produttivo confronto fra queste, mirante ad accrescere le conoscenze di tutti? Si può tranquillamente scegliere di ripetere in gruppi di tifosi la stessa banale superficialità che si è ascoltata, ripetuta da canali di comunicazione privati e pubblici ma comunque in grado di raggiungere milioni di persone, mentre le opinioni e le conoscenze più raffinate circolano fra pochi esperti in cenacoli privati e sconosciuti alle masse. Essere liberi di pensare ciò che si vuole non è garanzia di poter raggiungere la conoscenza. L’antico proverbio: “puoi portare il cavallo alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere” chiarisce come la possibilità non si trasforma necessariamente in atto. Inoltre sulla capacità di pensare, intesa come capacità di apprendere, elaborare pensieri e formulare delle proprie idee, influiscono anche le dotazioni genetiche e di contesto che non sono affatto egualitarie. Nessuno può pensare o addirittura parlare se non è entrato in contatto con stimoli adeguati in un periodo di crescita e adattamento sociale come l’infanzia e la gioventù. Anche l’accesso al pensiero complesso è quindi subordinato alle risorse di tempo, economiche, e alle opportunità di formazione, informazione e confronto con cui la persona cresce. La libertà di pensiero non garantisce quindi la possibilità del pensiero.
Alla società disciplinare, che punisce i messaggi e i comportamenti non conformi, è subentrata da almeno cinquanta anni la società del controllo, la quale tende soltanto a rendere il conflitto e la devianza stili di vita digeribili dalla complessità post-capitalista, attraverso meccanismi di seduzione per il consumo. Criminali, tossicodipendenti, psicotici, prostitute, clochard, mendicanti, diventano nicchie di mercato e utenti per servizi sociali privatizzati, come anche sponsor del bisogno di sicurezza. Le opposizioni politiche collaborano rendendo il sistema più adattivo alle emergenze con cui si confronta: immigrazione, transizione energetica, esclusione sociale, degrado ambientale, arretratezza culturale ed economica, dipendenze, abusi, violenze. Maggiore libertà per i liberali di sinistra significa maggiore integrazione nel sistema sociale ed economico, traducibile in: “più soldi per i poveri”, ma non una trasformazione delle relazioni sociali basate sulla disponibilità di denaro.
Esiste l’individuo?
L’individuo non è sempre esistito come lo pensiamo oggi (Romano 2019, p. 145). Parallelamente ogni persona assume alcune caratteristiche proprie solo dopo un percorso di individuazione psichica che dura diversi anni.
Il tema dell’individuazione antropologica è stato studiato, a partire dal XVIII secolo, con i pregiudizi razionalisti ed eurocentrici dei primi illuministi, che massicciamente permangono fino a oggi, perché su quelle definizioni si basa, ancora oggi, l’idea dei Diritti Umani.
La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo esordisce “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Molto bello, peccato che non sia affatto vero.
Quando nasciamo abbiamo una dimensione tra i trenta e i cinquanta centimetri di lunghezza, fra i due e i sei chilogrammi di peso, non siamo in grado di vedere, non sappiamo camminare e neppure parlare e non sappiamo di essere distinti dalla madre che ci ha appena generato. Per acquisire la coscienza di individui separati e autonomi, responsabili delle nostre azioni, con quella dignità e diritti completi di cittadini, dovremo raggiungere almeno i diciotto anni di età, in alcuni paesi ventuno ( ma non eravamo uguali?) e alcune persone quei diritti non li avranno mai.
Una formulazione più onesta e meno ipocrita dovrebbe essere: ” Vorremmo che Tutti gli esseri umani diventino liberi ed eguali in dignità e diritti. Ci impegnamo con tutti i mezzi a sviluppare tra noi ragione e coscienza per agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Però siamo disposti a fare molto poco perché ciò accada“.
Il liberalismo naturalista degli illuministi poneva la libertà umana come già esistente nella creazione divina, per contrastare il principio del diritto divino, formulato dalla chiesa, su cui si basava il potere assoluto delle coeve monarchie. Era un artificio retorico per fondare su un passato originario (come già la Genesi biblica) un progetto che si voleva attuare. Esattamente lo stesso artificio usato per la redazione degli articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Una volta definito l’obiettivo da raggiungere, ovvero la libertà umana, bisogna definire il percorso attraverso cui la si vuole raggiungere. Perché, se ai diritti umani non corrispondono doveri umani, e se la comunità politica non è in grado di garantire i primi e far rispettare i secondi, possiamo parlare solo di bei proclami, equivalenti ad una vibrante enciclica del Papa di Roma, in cui il bene deve prevalere sul male ma, forse, solo con la potenza dello Spirito. Per la maggior parte delle persone quella retorica, di duecento anni fa e oltre, è ancora efficace, perché si avvalgono delle capacità analitiche e delle conoscenze di base limitate alla gestione quotidiana della vita e a un uso del pensiero magico e analogico ancora preponderante. Basta che una persona autorevole dica qualcosa che concorda con un senso comune ormai stratificato da secoli di propaganda, che appare incontrovertibilmente vero. Pensiamo all’attuale seguito che hanno ancora le religioni in tutto il mondo, al consenso di cui godono ideologie suprematiste, al successo di pratiche spiritualiste anche nelle società più ricche e avanzate tecnologicamente. Le persone hanno bisogno di credere e di aggrapparsi a dei valori radicati nella identità dei gruppi sociali di appartenenza. Sono la colla delle comunità, la possibilità di fare un discorso comune all’interno di narrazioni unificanti, riconoscendosi come appartenenti a quel destino condiviso.
Grazie all’evoluzione culturale attuatasi nell’ultimo secolo, i principi ideali universali, siano la divinità, la Natura, l’Energia vitale degli elementi, lo Spirito dei popoli, apparentemente autonomi rispetto alla produzione culturale storicamente e socialmente determinata, non possono più essere considerati come soggetti storici da persone con una formazione culturale di tipo scientifico e storico sociale. Possono essere però considerati come elementi valoriali, diffusi da centri di elaborazione culturale, e percepiti come narrazioni unificanti per gruppi sociali molto ampi, anche di centinaia di milioni di persone. Sono individui quelle persone? Nel senso di elementi numerabili di un insieme più ampio sì. Ma nel senso di individuo autonomo che opera scelte libere in base alla propria ragione e coscienza, no. Il credente o il cittadino è una persona che si conforma ad un ambiente culturale e valoriale assumendo una identità comune a molti altri e condividendone un destino, inteso nel senso di una serie di condizioni situate in quel momento storico.
Di fronte al destino che stiamo vivendo, noi, in quanto individui, non abbiamo la minima esistenza. Anche per Karl Marx “la vita umana individuale e la vita della specie non sono cose differenti”(Marx 1968, p. 114). Se è vero che potremmo, teoricamente associarci, coordinarci e collaborare per esprimere una volontà condivisa, nella pratica non abbiamo né il tempo, né mezzi materiali, né gli strumenti culturali per poterlo fare, quindi non ne abbiamo l’effettiva possibilità se non all’interno dei gruppi sociali già costituiti. Noi non possiamo fermare le guerre in corso così come non possono fermarle le popolazioni che le vivono sulla propria pelle. Come durante le monarchie dell’ancien règime, le aristocrazie decidono i destini delle popolazioni dimostrando che non siamo tutti uguali, che non abbiamo gli stessi diritti, tanto meno gli stessi doveri. Il nostro destino è accomunato da molti fattori, principalmente di nascita, per luogo ed estrazione sociale, mentre ciò che pensa, dice e fa l’individuo singolo è piuttosto ininfluente.
Tre idee della libertà.
Vi sono grossomodo tre macro categorie in cui possiamo definire la libertà.
La prima è quella storicamente precedente della libertà dai vincoli servili, ovvero il godimento dei diritti di cittadinanza. L’uomo libero, molto raramente la donna, era comunque gravato di innumerevoli doveri e obblighi, verso la famiglia, il clan, la città e lo Stato. La vergogna era lo stigma riservato a chi non era in grado di sostenere i propri doveri sociali, tanto che la morte o l’esilio erano considerati mali minori.
La seconda categoria è quella illuminista dell’autonomia razionale dell’individuo, che trova in sé stesso la propria regola morale. Il più alto teorico della libertà come autonomia è stato senza dubbio Immanuel Kant, interpretando anche il senso religioso della colpa, reso possibile dal libero arbitrio. Lui stesso era costretto ad ammettere che la maggior parte delle azioni umane non rispondono all’agire morale e quindi libero, in quanto non sono governate dalla razionalità bensì dalle passioni, dalla paura o da un acritico rispetto delle norme (Kant 1993 p.89). Tenuto conto della estrema difficoltà di agire secondo ragione, i filosofi liberali successivi (Bentham, Stuart Mill, Russell) si attestarono sul criterio del bene come massima utilità. Criterio che, in quanto valutabile solo a posteriori e in effetti non verificabile, si presta ad una concezione negativa della libertà, come possibilità di agire senza creare danno (limitare la libertà) agli altri.
La terza categoria racchiude una visione novecentesca, radicalmente individualista, nata dalla crisi dei valori tradizionali e moderni. Questa visione trova nella libertà l’assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all’Unico stirneriano. La libertà diviene quindi il massimo bene per l’individuo, indipendentemente dagli altri.
Quest’ultima accomuna l’anarcocapitalismo dei libertariani reazionari statunitensi, alla Peter Thiel per capirci, con i fascisti storici dannunziani, innamorati dell’età del leone di cui parlò lo Zarathustra di Nietszche. La visione estetizzante di una libertà in cui l’eroico individuo trascende tutti i limiti imposti dalla società e, in un certo qual modo, dalla realtà stessa, si è diffusa grazie alla cultura di massa dopo i movimenti di protesta del 1968 per arrivare fino all’edonismo belusconiano (Perniola 2023, p. 7). Il godimento totale, immediato, permesso dall’uso delle droghe, dalla rottura delle convenzioni della monogamia e dell’eterosessualità, il superamento dell’etica del lavoro e del sacrificio, hanno costituito quella estetica ribelle e individualista delle controculture giovanili. La diffusione al livello mondiale di musica, film, riviste, romanzi e programmi televisivi ha portato alla globalizzazione della società dei consumi e del modello di vita dei giovani libertari, statunitensi ed europei. La virtualità delle esistenze digitalizzate sulla rete e gli aspetti di integrazione cyborg tra umano e macchinico, chimico e informazionale, permettono di superare altri limiti imposti dalla corporeità delle relazioni, superando la barriera fra l’Ego e le sue soddisfazioni pulsionali. Il corpo e la personalità sono vissuti come assemblaggi, di cui scegliere a piacimento gli innumerevoli optional offerti dal mercato: chirurgia, palestra, formazione, esperienze, letture, dispositivi, trattamenti estetici, luogo di abitazione e comunità di prossimità, stimoli sensoriali, abbigliamento e accessori, tatuaggi e piercing. Oggi la libertà viene declinata secondo quella possibilità di scegliere per elezione i simboli da ostentare e i riti di appartenenza a cui partecipare, avendo il tempo e il denaro per goderne.
Peccato che le scelte individuali, o forse a questo punto dovremmo dire dividuali (Baranzani- Vignola 2015, p. 8), ricadano curiosamente in fasce di mercato per cui esiste una offerta globale e ben segmentata, con una visibilità mediatica supportata da campagne di marketing, settoriali fino a livello di quartiere.
Denaro e dipendenza.
Nel momento in cui i limiti fisici del corpo vengono superati, questi diventano indifferenti alla stratificazione sociale. Essere forti, deboli, maschi, femmine, giovani, anziani, bianchi, neri, grassi, magri, non cambia tanto le condizioni di vita quanto essere ricchi.
Grazie alla ricchezza e al denaro i ruoli sociali tradizionali possono essere superati e invertiti. Chi ha particolari doti fisiche, talento o conoscenza le potrà “affittare” a chi ha denaro ma manca di quel “capitale umano”. Attraverso le vetrine sociali, coloro che si vendono e quelli che comprano possono incontrarsi e stabilire patti reciprocamente vantaggiosi. Chi è povero dovrà necessariamente vendersi, sia nel mondo fisico che nella realtà informazionale asincrona e ubiqua.
Finchè vivevamo solo nella realtà dei bisogni materiali dei nostri corpi, c’erano cose che il denaro non poteva comprare. E in effetti è ancora così. Ma nel mondo immateriale dei flussi informativi, il denaro può comprare tutto, persino la gioventù, l’amore e l’immortalità, o comunque dei simulacri credibili per il pubblico spettatore. Pertanto oggi la libertà è la possibilità di disporre di somme di denaro via via crescenti all’aumentare dei bisogni, i quali, una volta soddisfatti, creano ulteriori bisogni da soddisfare. Questa libertà ai livelli assoluti è ovviamente riservata a delle minoranze qualificate che assumono la forma di aristocrazie del denaro, solo in minima parte costituite da persone che hanno reso servigi corrispondenti alla comunità che le alimenta. Nella massima parte i miliardari godono di rendite di posizione, ereditate in base a una fortunata discendenza o a servizi efficaci di estrazione del denaro dalle transazioni del mercato. Abbiamo restaurato la timocrazia, condizione tipica dei tempi di pace e abbondanza.
La disparità di libertà offerta dal denaro, fra i molti che si sostentano e i pochi che non conoscono limiti alle proprie pulsioni desideranti, porta gran parte della classe media a identificare come un obiettivo di giustizia la diffusione generalizzata delle ricchezze destinate ai pochi. Come se ridurre le diseguaglianze potesse rendere tutti ricchi.
Ridurre le diseguaglianze può soltanto rendere tutti meno poveri, ma a condizioni di separare la percezione della felicità dall’idea di benessere consumista (Latouche 2022, p 25).
La ricchezza non è il denaro.
Siamo così abituati a misurare la ricchezza in quantità di denaro che abbiamo perso la cognizione di cosa sia il valore della ricchezza.
Il denaro è una misura, peraltro poco stabile, del valore con cui una proprietà può essere scambiata in un certo momento, ma non è il valore stesso. Per l’economia marginalista, ovvero neoliberista, invece il valore è solo il prezzo che si è disposti a pagare. Il valore è quindi solo una convenzione sociale variabile in base alla situazione specifica (Mazuccato 2018).
Facciamo un esempio. La proprietà privata di un palazzo ci da la possibilità di disporne a piacimento, utilizzandolo, affittandolo o vendendolo. Il valore di questo palazzo è dato dall’utilità, ovvero dalla possibilità di utilizzarlo ma lo misuriamo con la quantità di denaro che qualcun’altro sarebbe disposto a pagarlo per avere questa possibilità, come prezzo di vendita o rendita da affitto.
Se a causa di una forte crisi economica nessuno fosse disposto a comprare il palazzo se non a un prezzo irrisorio, quel palazzo avrebbe quel valore monetario irrisorio, ma la possibilità di utilizzarlo sarebbe sempre la stessa, poniamo per fornire un riparo vitale a duecento persone che non pagano affitto (un enorme valore pratico). Eppure il bene immobile avrà anche un valore di rendita pari a zero. In questo caso la ricchezza è goduta dai duecento occupanti e il valore è l’uso che ne fanno, mentre è nullo per la proprietà. Il palazzo non costituirebbe ricchezza solo se fosse distrutto, quindi inagibile.
In senso più ampio la ricchezza totale è l’insieme delle risorse naturali, dei beni, dei servizi e delle conoscenze che permettono di soddisfare bisogni umani.
Anche le risorse naturali sono ricchezza ma finché non vengono privatizzate (private, sottratte al comune) non hanno un prezzo corrispettivo in denaro. Il denaro è uno strumento che usiamo per scambiare le ricchezze, misurandone quindi il valore al momento dello scambio, ma non è la ricchezza stessa. Il denaro in sé non soddisfa quasi nessun bisogno, se non quello di sentirsi ricchi, e la sua accumulazione ha comunque un costo. Se aumento la quantità di denaro circolante non aumento affatto la quantità di beni, servizi e conoscenze che possono essere acquistati. Questi aumentano soltanto grazie alla produzione umana, sempre di più supportata dall’uso di macchine fisiche e informazionali.
Moltiplicare il denaro in circolazione, quindi, non moltiplica la ricchezza, riduce semplicemente il valore della moneta con l’inflazione, indirizzandone i flussi verso altri soggetti economici. Questo è il ruolo delle politiche monetarie degli Stati, delle banche e della borsa, che riescono a produrre nuovo denaro dal denaro, senza dover produrre beni o servizi. A quelle forme finanziarie ormai consolidate del post-capitalismo si sono affiancate abbastanza recentemente le criptovalute speculative, in cui la creazione di moneta non è legata a nessun valore concreto, se non all’energia necessaria a calcolarne e immagazzinarne l’informazione. Proprio perché instabile e rischioso, ma anche poco tracciabile, il mondo delle transazioni in criptovaluta si presta ad aggirare la fiscalità e le restrizioni legali alla vendita di beni e servizi. Una possibilità in più che i ricchi hanno per superare i limiti imposti dalle legislazioni nazionali.
La libertà positiva
L’idea di una libertà attiva deriva dal concetto di uguaglianza sostanziale, presente nelle costituzioni più avanzate che prevedono un ruolo attivo delle istituzioni, nel garantire ai cittadini l’effettivo godimento dei diritti civili, attraverso i diritti sociali (Mazzetti 1992, p. 174). Tutte quelle parti della Costituzione Italiana e dell’ordinamento amministrativo che promuovono l’inclusione sociale e lo sviluppo delle piene potenzialità della persona, possono essere definite come forme di un godimento di una libertà verticale (Romano 2019, p. 65), possibile solo in quanto si è parte integrata di una comunità organizzata. Il diritto all’abitazione, alla salute, al cibo, all’istruzione, alla sicurezza, possono essere goduti in modo davvero egualitario solo se l’istituzione politica si fa carico della loro attuazione. A quei diritti sociali corrispondono i doveri di tutti i cittadini di provvedere, in proporzione alle proprie capacità, alla possibilità di garantirli. In primis con la tassazione progressiva, ma anche con forme di lavoro sociale, rispetto delle norme di sicurezza, ambientali e del lavoro. Altre forme non obbligatorie di partecipazione alla attuazione della libertà positiva sono le attività di volontariato e di mutualismo all’interno delle comunità locali, cittadine o di quartiere. La libertà positiva per essere goduta ha bisogno del superamento dell’egoismo, tipico della libertà negativa borghese, che pretende soltanto diritti senza i doveri corrispettivi, considerandoli come ingiuste vessazioni e limitazioni della libertà individuale. In sostanza ha bisogna del superamento dell’individuo che si considera individuo, riconoscendosi parte di un destino comune.
Oltre il denaro.
Il sistema economico in cui ci troviamo, anche se presenta livelli di sviluppo differenti e stratificazioni di relazioni economiche anche negli stessi ambienti (Braudel 1981, p.73), ha generalizzato in tutto il mondo l’uso della moneta come mezzo di scambio. Quasi ovunque i dollari o altre valute vengono accettati in cambio di beni e servizi. Anche i paesi cosiddetti “comunisti” hanno integrato un uso del denaro nelle proprie economie, su cui però mantengono un controllo politico molto forte, ovvero la sovranità monetaria e l’indisponibilità di alcune ricchezze al mercato. Ormai ovunque gli sforzi umani sono maggiormente diretti ad aumentare il valore monetario delle merci vendute (e tra queste anche il denaro) piuttosto che ad aumentare la ricchezza totale disponibile per l’umanità. Arrivati al punto in cui i bisogni primari sono stati soddisfatti per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, il capitalismo entra in crisi perché cerca soltanto di far aumentare artificialmente i prezzi di quei beni oramai abbondanti e disponibili, attraverso una scarsità indotta. La guerra permette di distruggere merci costosissime (le armi) per distruggere ricchezze (edifici, veicoli, persone, capacità produttive, materie prime, infrastrutture) aumentando il valore monetario (prezzo) delle ricchezze residue, creandone la scarsità. La crisi, che alza i prezzi la chiamiamo neocolonialismo, competizione commerciale, imperialismo, protezionismo o libero mercato, a seconda che ci convenga vendere o comprare. Era già la tesi de L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg più di cento anni fa, solo che si limitava a considerare economie non ancora globalizzate, in procinto di scatenare la Prima Guerra Mondiale.
Tornando all’assunto di partenza per cui il denaro è oggi la misura della libertà degli individui, dobbiamo prendere atto che ci troviamo di fronte ad una scelta radicale.
Se vogliamo una società in cui le persone siano generalmente più libere, dobbiamo scegliere se vogliamo che acquisiscano questa nuova libertà attraverso una maggiore disponibilità di denaro o no.
Questa scelta non è volontaristica e dovrebbe scaturire da una analisi scientifica della praticabilità delle due opzioni. Ma le prospettive di riforma all’interno di uno stabile sistema di riferimento, in cui la ricchezza individuale, e pertanto la libertà, si misura nella forma del denaro, rispetto alle prospettive trasformative, chiamiamole rivoluzionarie, in cui la ricchezza e le opportunità non sono strettamente legate alla disponibilità di denaro, non sono opposte (Mazzetti 1992, p. 183). Possono convivere e procedere parallelamente, purché abbiano soggetti politici ed economici in grado di perseguirle entrambe.
La prima opzione racchiude le tante accezioni del libero mercato in cui capitalismo etico, liberalismo di sinistra, e socialismo democratico significano una mitigazione delle diseguaglianze prodotte dalla proprietà privata della ricchezza, senza alcuna rottura del paradigma economico.
La seconda opzione, presente come sotto strato pubblico in tutte le economie, anche in quelle più deregolamentate, è quello di una distribuzione della ricchezza che limiti fortemente l’uso del denaro e che quindi veda una preponderante azione politica e pianificatoria del pubblico sull’economia. Storicamente questa seconda opzione è stata chiamata socialismo, economia pianificata o comunismo, ma anche mutualismo e municipalismo se attuata su scala locale.
Questa scelta è presente come discriminante anche nella nostra idea di “sinistra politica”, in cui una parte progressista e anche estremamente radicale vorrebbe una attuazione compiuta del capitalismo in cui non vi siano altre disparità fra esseri umani che la capacità di spesa, resa peraltro disponibile per tutte e tutti (reddito universale).
La parte restante, e decisamente minoritaria, comprende tutti quegli oppositori della uguaglianza di fronte al mercato, i quali vorrebbero impedire che gran parte della ricchezza possa essere venduta, per goderne collettivamente (beni comuni) o distribuirla in base a criteri politici, ovvero di utilità sociale, senza la mediazione del denaro.
Negli ultimi sessanta anni la prima opzione, quella riformista, praticata attraverso le forme democratiche dell’associazionismo politico e sindacale, ha portato enormi benefici alla popolazione europea, ma ha anche incontrato la controriforma neoliberista nel momento di crisi dello stato sociale keynesiano. L’attuale rottura del precedente equilibrio ci pone oggi di fronte a sfide che non possono più essere affrontate con gli strumenti abituali (governance e sussidiarietà) degli agenti privati nel mercato. La crisi, anche internazionale viene proprio dalla impossibilità di riprodurre questo sistema di estrazione del denaro dal mercato in stallo, o drogato dal debito, che non produce più ricchezza ma al contrario distruzione di ricchezza.
I settori più avanzati del capitalismo tecnologico e finanziario hanno capito che il paradigma del “libero” mercato va distrutto e superato così come la democrazia liberale, mentre la sinistra fatica ancora a rendersi conto che la prospettiva trasformativa attuale è diventata nostalgica di un capitalismo “dal volto umano”, liberale o libertario, che non esisterà mai più con quelle caratteristiche.
Una “revisione” del riformismo appare necessaria così come una “rifondazione” del comunismo in base alle nuove condizioni sociali che iniziamo a sperimentare.
Bibliografia
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F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1981.
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R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale (1913), Einaudi, 1967.
K. Marx,Manoscritti economico – filosofici del 1844, Einaudi, 1968.
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Un pugno di banditi di borgata riesce in poco tempo a controllare tutta Roma
La Banda della Magliana
Esattamente cento anni dopo da quanto documentato da Bonfadini e Franchetti nella Capitale stava nascendo la prima organizzazione criminale di stampo mafioso autoctona: la Banda della Magliana. Prima degli anni ’70 la malavita era distribuita in modo inorganico su tutto il territorio romano, non vi era coordinazione tra i gruppi, ognuno di essi gestiva il proprio quartiere e non vi era il dominio di una famiglia, o di un gruppo, sulle altre, la cui economia ruotava intorno a piccoli furti, spaccio, prostituzione, gioco d’azzardo. In questo contesto si inseriscono Albert Bergamelli, Maffeo Bellicini e Jacques Berenguer, i Marsigliesi <17, un cartello criminale francese che operava il traffico di stupefacenti ed il contrabbando di sigarette dalla Turchia; i tre avevano intravisto nella Capitale la possibilità di estendere il loro business. Per comprendere la genesi di questa associazione bisogna tornare alla fine degli anni ’70, a Roma, quando gli elementi più rilevanti della criminalità romana si costituivano in associazione. Prima di allora la malavita romana si occupava di furti, rapine ed estorsioni. Un gruppo di giovani criminali, quasi allo sbaraglio, che desideravano inserirsi nei business, come i sequestri <18, più redditizi soprattutto in quel periodo <19.
“Franco Giuseppucci era un criminale di trent’anni, apparteneva alla vecchia guardia. Faceva il fornaio e per questo era soprannominato er Fornaretto […]. Temuto e stimato, aveva ottimi canali per la ricettazione ed era molto conosciuto nell’ambiente delle corse di cavalli: agli scommettitori clandestini prestava a strozzo i soldi accumulati con le rapine, riuscendo così a riciclare il denaro […].” <20
Nel 1976 escono di scena Bergamelli, Berenguer e Bollicini per l’azione delle forze dell’ordine coordinate dal magistrato Vittorio Occorsio, il quale stava indagando sulla relazione che intercorreva tra la Loggia P2 <21, l’estrema destra, i servizi segreti e la criminalità organizzata, che lo portò ad essere ucciso il 09 luglio 1976 per mano del neofascista Concutelli <22. “Molti sequestri avvengono per finanziare attentati o disegni eversivi…. Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto questo rientra nella strategia della tensione: seminare il terrore tra gli italiani per spingerli a chiedere un governo forte, capace di ristabilire l’ordine, dando la colpa di tutto ai rossi…Tu devi cercare i mandanti di coloro che muovono gli autori di decine e decine di sequestri. I cui soldi servono anche a finanziare azioni eversive. I sequestratori spesso non sono che esecutori di disegni che sono invisibili ma concreti. Ricordati che loro agiscono sempre per conto di altri” <23, così diceva il magistrato a Ferdinando Imposimato.
L’unione delle batterie
Tra il 1975 e il 1976 a Nicolino Selis viene l’idea di creare la Banda della Magliana, nella speranza di sfruttare le diverse batterie <24 sparse nei vari quartieri romani, come racconta Abbatino agli inquirenti. Elabora il suo piano a partire dall’idea di Raffaele Cutolo, come sostiene Antonio Mancini <25 “Mentre ero detenuto insieme a Selis a Regina Coeli si parlava del fatto che a Napoli tal Raffaele Cutolo, che allora non era noto come lo sarebbe diventato in seguito, stava mettendo in piedi un’organizzazione criminale allo scopo di escludere dal territorio infiltrazioni di altre organizzazioni di diversa estrazione territoriale. Con Selis si decise di tentare su Roma la stessa operazione che Cutolo stava tentando su Napoli” <26 e ancora “si era innamorato del pensiero di Cutolo che aveva organizzato un gruppo che si opponeva a chi veniva da fuori, ovvero i siciliani che, come la si suol dire, la comandavano a Napoli Cutolo voleva difendere il suo territorio e Selis voleva fare la stessa cosa a Roma”. <27 Selis diventerà segretamente il capozona di Cutolo.
A fare parte del primo nucleo della Banda della Magliana sono: “Franco Giuseppucci, Enrico De Pedis detto Renatino, Raffaele Pernasetti, Ettore Maragnoli e Danilo Abbruciati. […] presto si aggregarono Maurizio Abbatino, Marcello Colafigli, Enzo Mastropietro” <28 due batterie Trastevere/Testaccio e Magliana, che decidono di gestire i traffici illegali su Roma. Rapimenti, estorsioni, rapine, droga, riciclaggio di denaro sporco.
“Era accaduto che Giovanni Tigani, la cui attività era quella di scippatore, si era impossessato di un’auto Vw “maggiolone” cabrio, a bordo nella quale Franco Giuseppucci custodiva un “borsone” di armi appartenenti ad Enrico De Pedis. Il Giuseppucci aveva lasciato l’auto, con le chiavi inserite, davanti al cinema “Vittoria”, mentre consumava qualcosa al bar. Il Tigani, ignaro di chi fosse il proprietario dell’auto e di cosa essa contenesse, se ne era impossessato. Accortosi però delle armi, si era recato al Trullo e, incontrato qui Emilio Castelletti che già conosceva, gliele aveva vendute, mi sembra per un paio di milioni di lire. L’epoca di questo fatto è di poco successiva ad una scarcerazione di Emilio Castelletti in precedenza detenuto. Franco Giuseppucci non perse tempo e si mise immediatamente alla ricerca dell’auto e soprattutto delle armi che vi erano custodite e lo stesso giorno, non so se informato proprio dal Tigani, venne a reclamare le armi stesse. Fu questa l’occasione nella quale conoscemmo Franco Giuseppucci il quale si unì a noi che già conoscevamo Enrico De Pedis cui egli faceva capo, che fece sì che ci si aggregasse con lo stesso. La “batteria” si costituì tra noi quando ci unimmo, nelle circostanze ora riferite, con Franco Giuseppucci. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusività e di solidarietà” <29 racconta Maurizio Abbatino, nell’interrogatorio del 13 dicembre 1992.
Un pugno di banditi di borgata riesce in poco tempo a controllare tutta Roma, con obblighi di esclusività e solidarietà, ma il desiderio di potere e comando li porta a sbranarsi tra loro. Il 13 settembre 1980 viene assassinato Giuseppucci; due anni dopo, il 13 aprile 1982 muore in uno scontro a fuoco Danilo Abbruciati.
La fine delle batterie
Con la morte di Renatino, il 2 febbraio 1990, in via del Pellegrino a Roma <30, muore definitivamente il nucleo fondatore della Banda della Magliana. <31
Scrive, poco dopo la morte di De Pedis, il sostituto procuratore Franco Ionta “La malavita romana può definirsi mafia dei colletti bianchi per il suo ruolo di riciclaggio di ingenti somme di denaro in immobili, pelliccerie e gioiellerie, ristoranti e locali notturni gestito attraverso un reticolo di società a responsabilità limitata […]. L’organizzazione è in grado di investire negli appalti di grandi opere edilizie in Sudamerica e in Africa grazie al Venerabile Licio Gelli” 32. Dice Izzo “dietro la morte di Mattarella, Concutelli mi disse che c’erano la mafia e gli ambienti imprenditoriali, ma anche esponenti romani della corrente democristiana avversa a Mattarella. Valerio aggiunse che si erano fidati di lui perché aveva garantito la Banda della Magliana” e ancora, il professor Alberto Volo “Mangiameli mi raccontò che l’uccisione del presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana era stata decisa a casa di Gelli per via delle aperture al PCI che stavano maturando in Sicilia”. <33
Viene costruita una struttura capillarmente organizzata, a partire da alcune batterie, basata sul rispetto e la fiducia, che gestiva traffici illegali – droga, armi, prostituzione – e con legami forti con altre organizzazioni criminali, poteri forti, politica, terrorismo ed estremismo.
Grazie alle confessioni e al pentimento di Maurizio Abbatini, la Squadra Mobile dà il via all’“Operazione Colosseo” con la quale “quasi seicento uomini di Criminalpol, Digos e Squadra Mobile sono entrati in azione in tutta Roma, dalla zona residenziale di via Archimede ai casermoni del Tufello. Sessantanove gli ordini di cattura firmati, secondo la procedura del vecchio codice, dal giudice istruttore Otello Lupacchini. Solo tredici ricercati sono scampati alle manette, mentre una decina di provvedimenti sono stati consegnati in carcere ad altrettanti detenuti. A San Vitale, nelle stanze della questura romana, fino a tarda mattinata” <34.
Il primo processo ebbe vita il 20 gennaio 1995 <35, sempre grazie alle parole del pentito Abbatini, per il sequestro e l’omicidio Grazioli.
[NOTE]
17 C. Armati, Italia criminale: Personaggi, fatti e avvenimenti di un’Italia violenta, Newton Compton, 2010
18 A. Camuso, Mai ci fu pietà: La banda della Magliana dal 1977 a Mafia Capitale, Castelvecchi, 2014
19 Per un confronto sugli eventi degli anni ’70 si consigliano A. Orsini, Anatomia delle Brigate Rosse, Rubettino, 2010; G. Bocca, Gli anni del terrorismo. Storia della violenza politica in Italia dal 1970 ad oggi, Roma, Armando Curcio, 1988; http://espresso.repubblica.it/palazzo/2009/09/22/news/io-bosscercai-di-salvare-moro-1.15744.
20 A. Camuso, Mai ci fu pietà: La banda della Magliana dal 1977 a Mafia Capitale, Castelvecchi, 2014
21 Cfr. N. Di Matteo e S. Palazzolo, Collusi. Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia, BUR, 2015; A. A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, 1992.
22 Per un approfondimento sul terrorismo nero cfr. P. Sidoni, P. Zanetov, Cuori rossi contro cuori neri, Newton Compton Editori; A. Colombo, Storia Nera, Cairo, 2007.
23 S. Manfredi, Il Sistema. Licio Gelli, Giulio Andreotti e i rapporti tra Mafia Politica e Massoneria, Narcissus, 2014.
24 Piccoli gruppi criminali, come spiega C. Armati, Roma Criminale, cap. XVII, Newton Compton Editori 2006
25 G. Flamini, La banda della Magliana, Kaos editore 2002
26 https://www.iltempo.it/cronache/2014/08/17/gallery/rapine-droga-e-scommesse-ascesa-e-fine-diselis-il-sardo-951242/
27 A. Camuso, Mai ci fu pietà: La banda della Magliana dal 1977 a Mafia Capitale, Castelvecchi, 2014
28 A. Camuso, Mai ci fu pietà: La banda della Magliana dal 1977 a Mafia Capitale, Castelvecchi, 2014
29 A. Giangrande, La mafia in Italia, Indipendently Published, 2018
30 http://www.storia.rai.it/articoli/ucciso-il-boss-della-banda-della-magliana/11973/default.aspx
31 R. di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005
32 R. di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005
33 R. di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005
34 https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/04/17/operazione-colosseo-blitz-all-alba-69.html
35 http://www.radioradicale.it/scheda/71905/71975-processo-per-il-sequestro-e-lomicidio-del-duca-grazioli-abbatino-9
Giulia Dominedò, Corruzione: Un’analisi etica del fenomeno e delle sue accezioni verso la definizione del caso “Mafia Capitale”, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, 2016#1976 #1980 #1982 #1990 #1995 #AlbertBergamelli #AntonioMancini #banda #batterie #borgata #criminalità #DaniloAbbruciati #denaro #deviata #droga #EnricoDePedis #estorsioni #FrancoGiuseppucci #GiuliaDominedò #Magliana #massoneria #MaurizioAbbatino #NicolinoSelis #P2 #processo #rapimenti #rapine #riciclaggio #roma #Testaccio #Trastevere
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Kuwait ha ufficialmente dichiarato il mining di criptovalute "illegale e non autorizzato",il consumo energetico nella zona è diminuito del 55% in una sola settimana.
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#kuwait #energy #electricity #MiningNews #mining
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Quante #cuda da utilizzare per la ricerca scientifica, utilizzate invece per il #denaro.
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#foldingathome #boinc #Berkley #scientificresearch -
Perché l'Europa continua a premiare gli ultra ricchi? Se vuole davvero rilanciarsi ed essere più forte, l'Europa deve cambiare. Si può fare.
#europa #ue #europaparassita #soldi #denaro #ricchezza #ricchi #milionari #miliardari #libri -
Five #Surveys : guadagna #denaro extra da casa completando #sondaggi
https://webappsmagazine.blogspot.com/2025/03/five-surveys-guadagna-denaro-extra-da.html
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Tra individualismo e bisogno di comunità: perché oggi è impraticabile una forma di organizzazione esclusivamente politica.
https://rizomatica.noblogs.org/2025/02/civino-individualismo-comunita-organizzazione-politica/
di M. Civino
Come il mercato plasma le nostre esistenze
Un articolo pubblicato circa dieci anni fa su Vanity Fair riportava questa os#Economia #Politica #Rizoma #affetti #comunit #DatingApp #denaro #Illuz #individualismo #kibbutz #narcisismo #relazioni #stato
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Tra individualismo e bisogno di comunità: perché oggi è impraticabile una forma di organizzazione esclusivamente politica.
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di M. Civino
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Tra individualismo e bisogno di comunità: perché oggi è impraticabile una forma di organizzazione esclusivamente politica.
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Vi ricordate l’ultima volta che avete firmato un assegno o una ricevuta di pagamento? Se la risposta è “no”, non siete soli. Le tecnologie avanzate di rilevamento frodi stanno rendendo questo gesto sempre più superfluo, e a dirla tutta stanno peggiorando (di brutto) anche la nostra calligrafia.
#Pagamenti #Tecnologia #finanziaria #Sicurezza #Transazioni #Evoluzione #Futuro #denaro
https://www.futuroprossimo.it/2024/10/riposa-in-pace-firma-il-futuro-dei-pagamenti-non-la-vuole-piu/
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#Genitori vessati dal #figlio: costretti a chiedere #denaro ai #vicini
https://www.larampa.news/2024/09/ercolano-genitori-vessati-figlio-costretti-chiedere-denaro-vicini/
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Il mondo viaggia verso la drastica riduzione, se non l'eliminazione del contante: ho fatto un piccolo punto su come le banche centrali si stiano preparando con valute digitali che trasformeranno i pagamenti e la nostra stessa relazione col denaro.
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#denaro: a gtk app to manage your personal finances 👇 💸
(I tried this app and it is so simple to help build a budgeting habit 👍)