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ERE de Santander: ¿a quién afecta y por qué llega el ERE tecnológico? #Santander #BancoSantander #ERE #Empleo #Economia #Banca #Tecnologia #Trabajo #Empresas #Actualidad #Reestructuracion #Despidos #felizviernes #18deseptiembre
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Di fatto, Calvi e la P2 controllavano la Rizzoli
Il rapporto con Gelli e la vicenda Corriere della Sera
La crescente complessità della struttura di partecipazioni estere create da Calvi cominciò a diventare sempre più difficile da gestire, soprattutto dopo lo scandalo che aveva riguardato il crack delle banche di Michele Sindona. Il declino del suo mentore aveva portato il banchiere milanese ad ampliare il proprio capitale sociale con nuove relazioni nella politica che potessero garantirlo negli affari e metterlo al riparo da eventuali controlli amministrativi della Banca d’Italia.
L’incontro con Licio Gelli e Umberto Ortolani, agevolato dal costruttore romano Aladino Minciaroni <821, fu provvidenziale, perché tramite la P2 Calvi entrò in rapporti con Ruggero Firrao, direttore per le valute del ministero per il Commercio estero che fece pervenire al banchiere milanese le autorizzazioni di cui aveva bisogno.
Il 23 agosto 1975 Calvi si affiliò alla P2, tessera n. 519, e il 19 novembre successivo venne nominato Presidente del Banco Ambrosiano: in questa nuova veste venne coinvolto nella vicenda della cessione del Corriere della Sera dalla famiglia Crespi a quella Rizzoli. Come si è visto nel secondo capitolo, nel 1975 il Corriere della Sera vedeva la partecipazione di Gianni Agnelli e di Angelo Moratti pari quota al solo scopo di sbarrare la strada ad Eugenio Cefis nel controllo del quotidiano di Via Solferino. Tuttavia Agnelli non poteva più sostenere la partecipazione nel Corriere e facilitò l’interlocuzione di Andrea Rizzoli con la Crespi e con Moratti.
In tutto, l’operazione costò ai Rizzoli 63 miliardi di lire, a cui si era aggiunta da parte di Andrea l’acquisto della quota nell’azienda di famiglia della sorella Pinuccia, contraria all’acquisto del quotidiano di Via Solferino, a ragione: «il sogno di tre generazioni» <822 della famiglia disastrò i conti dell’azienda, che in quel momento aveva bisogno di forti iniezioni di liquidità ma si trovò le porte del credito sbarrate.
Entrarono a questo punto in campo Gelli e Ortolani, che attraverso Calvi misero a disposizione dei Rizzoli i fondi necessari: la Cisalpine fece un prestito di 10 milioni di dollari alla Rizzoli International del Lussemburgo, seguito poco dopo da un altro da 4,5 milioni, in cambio dell’acquisizione da parte della società della totalità delle azioni Finprogram, Lafidele, Finkurs, Sansinvest, società operanti nell’orbita del Banco che detenevano oltre un milione d’azioni dell’Ambrosiano, pari al 5% del capitale sociale, per conto delle capofila United Trading Company e Manic.
In questo modo Calvi faceva figurare la concessione di crediti da parte della Cisalpine a elementi terzi e soprattutto metteva al riparo un consistente pacchetto di azioni del Banco Ambrosiano, mentre i Rizzoli ricevettero dalla vendita delle società, avvenuta nel 1977, 21 milioni di dollari, pari a quanto era loro costato circa un anno e mezzo prima; l’operazione, in conto capitale, era stata finanziata dalla Cisalpine. La differenza tra quanto erogato dalla Cisalpine e quanto venne restituito andò a Gelli e Ortolani, che negli anni successivi usarono il Banco Ambrosiano come un bancomat <823.
I Rizzoli dovettero pagare 8 milioni di dollari di interessi, ma grazie alla P2 e a Calvi riuscirono momentaneamente a superare i propri problemi di liquidità, tanto da iniziare a seguire uno schema di acquisizioni mirate in campo assicurativo ed editoriale suggerite dal duo Gelli-Ortolani, il cui primario fine era aumentare l’influenza della P2 in campo politico <824. Da una parte Ortolani, banchiere esperto di movimenti internazionali, suggeriva gli acquisti da fare ai Rizzoli, dall’altra Gelli manteneva il canale aperto con Calvi per correre in soccorso della società editrice del Corriere ogni volta che ce ne fosse stato bisogno. Di fatto, Calvi e la P2 controllavano la Rizzoli, tanto da imporre due suoi uomini, gli avvocati Prisco e Zanfagna, nel consiglio d’amministrazione e, nel 1978, il posto di Andrea Rizzoli fu preso da Umberto Ortolani il 16 settembre, fino al nuovo aumento di capitale nel 1980 che sancì il controllo totale di Calvi e del duo Gelli-Ortolani nel Corriere della Sera <825.
Se i simboli hanno un peso, e ce l’hanno, all’alba del decennio che avrebbe consacrato il mito della Milano da bere, lo storico quotidiano della borghesia milanese, l’organo culturale per antonomasia della città, era finito nelle mani dei riciclatori di Cosa Nostra che esprimevano un nuovo habitus milanese perfettamente compatibile con l’habitus mafioso. Questo è sicuramente uno dei punti di svolta e non ritorno nel processo di ibridazione e di «reciproca acculturazione», per usare le parole di Bourdieu, tra quei due mondi, che progressivamente avrebbe coinvolto anche i livelli inferiori dello spazio sociale e del campo economico.
Il Banco Ambrosiano come cuore del sistema di penetrazione P2
L’Ambrosiano di Calvi non fu l’unico istituto di credito inserito nella rete della P2: tra banche, Ministero del Tesoro e Ministero delle finanze erano ben 119 i fedelissimi di Gelli appartenenti al mondo finanziario. Al riguardo, il radicale Massimo Teodori scrisse: «nelle banche il credito è totalmente orientato attraverso l’Ambrosiano (Calvi), il Monte dei Paschi di Siena (Scricciolo e Cresti), la Banca nazionale del lavoro (Ferrari e Graziadei), l’Interbanca (Aillaud), la Banca del Monte di Milano (Peduzzi) e di Bologna (Bellei), il Credito agrario (Parasassi), il Banco di Roma (Alessandrini e Guidi) e il Banco di Napoli (Liccardo)» <826. Tuttavia, il cuore del sistema restò sempre l’istituto di via Clerici, che veniva massicciamente finanziato a colpi di decine di milioni di dollari da società o banche amiche, come l’ENI e la BNL, come accadde alla fine del 1978, in occasione di una crisi di liquidità.
La P2 non assicurava a Calvi solamente una protezione politica enorme per condurre i propri affari e raggiungere il suo progetto di creare una merchant bank alternativa a Mediobanca, l’ambizioso progetto tentato dal suo mentore Sindona e miseramente fallito. L’abilità sui mercati finanziari di Ortolani fu un supporto fondamentale per Calvi nelle sue operazioni internazionali, attraverso il suo Banco Financiero Sudamericano di Montevideo. Tanto che tra il 1975 e il 1981 ben 224 milioni di dollari e 15 milioni di franchi svizzeri lasciarono le casse dell’Ambrosiano per entrare in conti e società di Ortolani, che poi in parte li rigirava su conti correnti in banche estere intestati a Gelli e allo stesso Calvi <827, attraverso una serie di complicati e tortuosi passaggi intermedi ricostruiti dalla Guardia di Finanza solo nel 1987.
La P2 alla difesa del cuore del suo sistema: l’attacco alla Banca d’Italia
Mentre Calvi stava inconsapevolmente intrecciando la corda del cappio che lo avrebbe ucciso sotto al Ponte dei Frati Neri, la relazione Padalino non restò lettera morta, come un mero sollecito al Governatore della Banca d’Italia sulla situazione preoccupante dell’Ambrosiano. Gli ispettori avevano accertato specifici reati e fu per questo che il 23 dicembre 1978 il rapporto finì sulla scrivania del giudice Emilio Alessandrini, che aveva indagato sulla Strage di Piazza Fontana e in quel momento stava conducendo indagini sul terrorismo di sinistra a Milano. Il suo provvidenziale omicidio da parte di un commando di Prima Linea guidato da Sergio Segio, il 29 gennaio 1979, impedì al magistrato di condurre le indagini su Calvi e l’Ambrosiano.
Due mesi più tardi, il 24 marzo, i vertici della Banca d’Italia che erano risoluti nel fare luce sulle operazioni internazionali del Banco furono fatti fuori con metodi più blandi di una P38, ma non meno violenti sul piano simbolico: il Governatore Paolo Baffi e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli, responsabile anche della Vigilanza sugli istituti di credito, furono incriminati per favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio, con Sarcinelli incarcerato per 12 giorni a Regina Coeli <828 e il governatore lasciato a piede libero solo per l’età avanzata. L’inchiesta, condotta dal giudice istruttore Antonio Alibrandi (padre del terrorista nero Alessandro) e dal sostituto procuratore Luciano Infelisi, fu da subito interpretata come una vendetta politica per aver preso di mira con le sue ispezioni all’Italcasse, al Banco Ambrosiano e soprattutto la strenua difesa di Giorgio Ambrosoli nella vicenda Sindona <829.
La reazione a quel vero e proprio golpe istituzionale contro i vertici della Banca d’Italia fu un’ondata di indignazione, con 147 economisti che firmarono un appello pubblico in difesa dell’operato di Baffi e Sarcinelli, a cui si aggiunsero i pubblici elogi del Presidente della Repubblica Sandro Pertini ai funerali di Ugo La Malfa, tenutosi due giorni dopo le incriminazioni. L’inchiesta si sciolse come neve al sole, quando entrambi furono prosciolti in istruttoria l’11 giugno 1981 <830. L’obiettivo della P2 era però stato raggiunto: Baffi si dimise il 16 agosto 1979, poco dopo aver partecipato ai funerali di Giorgio Ambrosoli; Sarcinelli venne reintegrato nel suo ruolo alla Vigilanza, ma quando oramai era già stato destinato ad altro incarico. Il nuovo governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, tornò ad occuparsi dell’Ambrosiano agli inizi del 1980, ma nel frattempo erano stati persi mesi cruciali per evitarne il crollo che sarebbe arrivato due anni dopo.
Vale la pena ricordare le parole di Paolo Baffi, in risposta a una lettera di stima manoscritta ricevuta il 10 ottobre 1979 dall’allora segretario generale del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer <831:
«Circa la mia partecipazione alla vita italiana: gli ultimi tre governatori della Banca d’Inghilterra (Cobbold, Cromer, O’Brien) sono Padri d’Inghilterra; io, dopo 50 anni di lavoro, dei quali 43 alla Banca (24 in funzione di ricerca) a casa porto due incriminazioni. Il miglior contributo che posso dare in queste condizioni è forse quello di riflettere sulle ragioni per cui in questa società le forze del male possono siffattamente prevalere».
Nell’opinione di Marco Vitale, il nuovo corso della Banca d’Italia dava fastidio e meritava una lezione, in quanto con la nomina di Baffi, «unica riforma di struttura degli anni Settanta» <832, l’istituto di via XX settembre era tornato a fare il proprio mestiere. Questa vicenda, paradigmatica tanto quanto l’omicidio Ambrosoli ad essa collegato, dà la cifra della rete di potere entro cui era oramai stabilmente inserito Roberto Calvi e, in parte, spiega anche la decisione da parte di quella rete di ucciderlo, nel momento in cui era diventato una pericolosa mina vagante che minacciava di squarciare il velo d’omertà su gran parte del capitalismo lombardo e nazionale a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.
[NOTE]
821 Minciaroni fu presentato dal consigliere del Banco Mario Valeri Manera, fedelissimo di Calvi. La ricompensa di Minciaroni per aver agevolato il sodalizio con Gelli fu un posto nel consiglio d’amministrazione del Banco Ambrosiano. Cfr Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano, p. 230.
822 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 233.
823 Ivi, p. 234-235.
824 Ivi, p. 235.
825 Per approfondire l’operazione, si veda sempre Bellavite Pellegrini, op. cit., pp. 248-254.
826 Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica p2 (1984). Relazione di minoranza dell’onorevole Teodori, IX Legislatura, Roma, 30 luglio, p. 189.
827 Calabrò, op. cit., pp. 126-127.
828 TURONE, G. (2019). Italia occulta. Dal delitto Moro alla Strage di Bologna, Milano, Chiarelettere, p. 243 (v. epub)
829 Bellavite Pellegrini, op. cit., pp. 298-299.
830 Il 17 luglio 1984, l’allora giudice istruttore milanese Giuliano Turone, titolare del procedimento penale contro Michele Sindona, firmò l’ordinanza di rinvio a giudizio del bancarottiere e dei suoi sodali per l’omicidio Ambrosoli e dispose anche l’invio alla Procura generale della Repubblica di Roma di una copia sia dell’ordinanza sia di tutta la documentazione attinente alla vicenda giudiziaria Baffi-Sarcinelli, «per quanto di eventuale competenza». Spettava infatti a quell’ufficio valutare se il comportamento tenuto dai magistrati romani Infelisi e Alibrandi andasse segnalato alla Procura della Repubblica di Perugia, competente per i procedimenti penali riguardanti i magistrati in servizio nel Lazio. Per sei mesi la Procura di Roma non fece niente, finché il 16 gennaio 1985 lo inviò a Perugia, dove però il giudice istruttore competente, senza aver disposto alcun accertamento di istruttoria preliminare «sommaria» come invece prevedeva il Codice di procedura penale allora in vigore, trasmise il tutto al giudice istruttore con richiesta di archiviazione. Sulla vicenda si veda Turone, Italia occulta, p. 269 (vers. epub).
831 Citato in BAFFI, P. (2013). Parola di Governatore, Torino, Aragno editore. Corsivo nostro.
832 Vitale, op. cit., p. 167.
Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020#1975 #1978 #1979 #1981 #Ambrosiano #Banca #CorriereDellaSera #CosaNostra #Italia #LicioGelli #MarioSarcinelli #Milano #P2 #PaoloBaffi #PierpaoloFarina #Rizzoli #RobertoCalvi