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#stato — Public Fediverse posts

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  1. CONVERSAZIONE SETTIMANALE

    da Radio Radicale*

    Puntata di “Conversazione settimanale con Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale” di domenica 3 maggio 2026 condotta da Michele Lembo che in questa puntata ha ospitato Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito).

    Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Autofinanziamento, Bologna, Carcere, Carlo Iii, Cattolicesimo, Chiesa, Cina, Comunismo, Corte Suprema Americana, Costituzione, De Felice, Democrazia, Di Pietro, Diffamazione, Diritti Civili, Diritti Sociali, Diritto, Ebrei, Esteri, Fascismo, Gaza, Giornalisti, Giustizia, Gran Bretagna, Grazia, Guerra, Hamas, Il Fatto, Informazione, Ior, Iran, Iscrizioni, Istituzioni, Liberalismo, Mafia, Magistratura, Massoneria, Mattarella, Minetti, Ministeri, Mussolini, Nordio, Ordini Professionali, Ovest, P2, Palestina, Pannella, Parlamento, Partito Radicale Nonviolento, Polemiche, Politica, Ppe, Presidenza Della Repubblica, Rsi, Salo’, Sofri, Stampa, Stato, Stazione Di Bologna, Storia, Stragi, Totalitarismo, Trump, Unione Europea, Usa, Vaticano, Wto.

    La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 59 minuti.

    *clicca per ascoltare

    #ANTISEMITISMO #Autofinanziamento #BOLOGNA #carcere #CarloIii #Cattolicesimo #Chiesa #CINA #Comunismo #CorteSupremaAmericana #Costituzione #DeFelice #democrazia #DiPietro #Diffamazione #DirittiCivili #DirittiSociali #DIRITTO #Ebrei #Esteri #FASCISMO #Gaza #Giornalisti #GIUSTIZIA #GranBretagna #Grazia #GUERRA #Hamas #IlFatto #informazione #Ior #iran #Iscrizioni #Istituzioni #LIBERALISMO #MAFIA #MAGISTRATURA #Massoneria #Mattarella #Minetti #Ministeri #Mussolini #Nordio #OrdiniProfessionali #Ovest #P2 #Palestina #Pannella #parlamento #PartitoRadicaleNonviolento #Polemiche #politica #Ppe #PresidenzaDellaRepubblica #Rsi #Salo #SOFRI #Stampa #Stato #StazioneDiBologna #STORIA #STRAGI #Totalitarismo #TRUMP #UnioneEuropea #USA #VATICANO #Wto
  2. CONVERSAZIONE SETTIMANALE

    da Radio Radicale*

    Puntata di “Conversazione settimanale con Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale” di domenica 3 maggio 2026 condotta da Michele Lembo che in questa puntata ha ospitato Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito).

    Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Autofinanziamento, Bologna, Carcere, Carlo Iii, Cattolicesimo, Chiesa, Cina, Comunismo, Corte Suprema Americana, Costituzione, De Felice, Democrazia, Di Pietro, Diffamazione, Diritti Civili, Diritti Sociali, Diritto, Ebrei, Esteri, Fascismo, Gaza, Giornalisti, Giustizia, Gran Bretagna, Grazia, Guerra, Hamas, Il Fatto, Informazione, Ior, Iran, Iscrizioni, Istituzioni, Liberalismo, Mafia, Magistratura, Massoneria, Mattarella, Minetti, Ministeri, Mussolini, Nordio, Ordini Professionali, Ovest, P2, Palestina, Pannella, Parlamento, Partito Radicale Nonviolento, Polemiche, Politica, Ppe, Presidenza Della Repubblica, Rsi, Salo’, Sofri, Stampa, Stato, Stazione Di Bologna, Storia, Stragi, Totalitarismo, Trump, Unione Europea, Usa, Vaticano, Wto.

    La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 59 minuti.

    *clicca per ascoltare

    #ANTISEMITISMO #Autofinanziamento #BOLOGNA #carcere #CarloIii #Cattolicesimo #Chiesa #CINA #Comunismo #CorteSupremaAmericana #Costituzione #DeFelice #democrazia #DiPietro #Diffamazione #DirittiCivili #DirittiSociali #DIRITTO #Ebrei #Esteri #FASCISMO #Gaza #Giornalisti #GIUSTIZIA #GranBretagna #Grazia #GUERRA #Hamas #IlFatto #informazione #Ior #iran #Iscrizioni #Istituzioni #LIBERALISMO #MAFIA #MAGISTRATURA #Massoneria #Mattarella #Minetti #Ministeri #Mussolini #Nordio #OrdiniProfessionali #Ovest #P2 #Palestina #Pannella #parlamento #PartitoRadicaleNonviolento #Polemiche #politica #Ppe #PresidenzaDellaRepubblica #Rsi #Salo #SOFRI #Stampa #Stato #StazioneDiBologna #STORIA #STRAGI #Totalitarismo #TRUMP #UnioneEuropea #USA #VATICANO #Wto
  3. CONVERSAZIONE SETTIMANALE

    da Radio Radicale*

    Puntata di “Conversazione settimanale con Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale” di domenica 3 maggio 2026 condotta da Michele Lembo che in questa puntata ha ospitato Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito).

    Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Autofinanziamento, Bologna, Carcere, Carlo Iii, Cattolicesimo, Chiesa, Cina, Comunismo, Corte Suprema Americana, Costituzione, De Felice, Democrazia, Di Pietro, Diffamazione, Diritti Civili, Diritti Sociali, Diritto, Ebrei, Esteri, Fascismo, Gaza, Giornalisti, Giustizia, Gran Bretagna, Grazia, Guerra, Hamas, Il Fatto, Informazione, Ior, Iran, Iscrizioni, Istituzioni, Liberalismo, Mafia, Magistratura, Massoneria, Mattarella, Minetti, Ministeri, Mussolini, Nordio, Ordini Professionali, Ovest, P2, Palestina, Pannella, Parlamento, Partito Radicale Nonviolento, Polemiche, Politica, Ppe, Presidenza Della Repubblica, Rsi, Salo’, Sofri, Stampa, Stato, Stazione Di Bologna, Storia, Stragi, Totalitarismo, Trump, Unione Europea, Usa, Vaticano, Wto.

    La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 59 minuti.

    *clicca per ascoltare

    #ANTISEMITISMO #Autofinanziamento #BOLOGNA #carcere #CarloIii #Cattolicesimo #Chiesa #CINA #Comunismo #CorteSupremaAmericana #Costituzione #DeFelice #democrazia #DiPietro #Diffamazione #DirittiCivili #DirittiSociali #DIRITTO #Ebrei #Esteri #FASCISMO #Gaza #Giornalisti #GIUSTIZIA #GranBretagna #Grazia #GUERRA #Hamas #IlFatto #informazione #Ior #iran #Iscrizioni #Istituzioni #LIBERALISMO #MAFIA #MAGISTRATURA #Massoneria #Mattarella #Minetti #Ministeri #Mussolini #Nordio #OrdiniProfessionali #Ovest #P2 #Palestina #Pannella #parlamento #PartitoRadicaleNonviolento #Polemiche #politica #Ppe #PresidenzaDellaRepubblica #Rsi #Salo #SOFRI #Stampa #Stato #StazioneDiBologna #STORIA #STRAGI #Totalitarismo #TRUMP #UnioneEuropea #USA #VATICANO #Wto
  4. “OGNI UOMO A IMMAGINE DI DIO”

    Ogni uomo a immagine di Dio. Riflessioni sul principio di uguaglianza

    «Il volume rende omaggio alla Costituzione italiana, concentrandosi sul principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3. Esamina il tema da una prospettiva interdisciplinare e internazionale, analizzando le diverse declinazioni e implicazioni del principio. I saggi esplorano, in particolare, il legame tra uguaglianza e diversità, affrontando anche le sfide della contemporaneità. Si pone la domanda su quale sia il significato dell’uguaglianza oggi e come l’articolo 3 possa influenzare le scelte politiche, culturali, economiche e sociali del paese. Inoltre, vengono esplorati gli ostacoli da rimuovere e le risorse da sviluppare per garantire una piena validità del principio, sia formale che sostanziale. Il volume include anche una riflessione sulla cultura, l’etica, la storia e l’esperienza ebraica, sottolineando il contributo che gli ebrei hanno dato alle società in cui vivono.» dalla presentazione del libro su Amazon

    da Radio Radicale

    (clicca sull’immagine)

    La tutela della laicità dello Stato nel rispetto della pluralità religiosa

    Presentazione del libro “Ogni uomo a immagine di Dio”.
    Registrazione video del dibattito dal titolo “La tutela della laicità dello Stato nel rispetto della pluralità religiosa”, registrato a Roma martedì 31 marzo 2026 alle 17:30.
    Dibattito organizzato da Treccani e Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
    Sono intervenuti: Davide Jona Falco (assessore alla comunicazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Giancarlo Bosetti (giornalista), Giuliano Amato (presidente emerito della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana), Lucia Corso (docente di Filosofia del Diritto presso Università Kore Enna), Davide Jona Falco (consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Michael Ascoli (rabbino e ingegnere), Raffaella Di Castro (coordinatrice delle Attività Culturali del Centro Bibliografico dell’Unione delle Comunità Ebraiche), Saul Meghnagi (direttore scientifico dell’Associazione di Cultura Ebraica Hans Jonas).
    Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Costituzione, Cultura, Ebraismo, Ebrei, Esteri, Etica, Filosofia, Gaza, Guerra, Istituzioni, Laicita’, Libro, Netanyahu, Palestina, Politica, Religione, Stato.

    La registrazione video di questo dibatto ha una durata di 1 ora e 41 minuti.

    #ANTISEMITISMO #Costituzione #CULTURA #ebraismo #EBRAISMOITALIANO #Ebrei #Esteri #ETICA #filosofia #Gaza #GUERRA #Istituzioni #Laicita #Libro #Netanyahu #Palestina #politica #RELIGIONE #Stato
  5. RE: psicospace.it/le-priorita-che-

    Cosa dovrebbe garantire davvero uno #Stato ai suoi cittadini?

    La domanda su cosa debba fare davvero l’Italia per garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini, non è solo una questione di bilanci e leggi finanziarie, ma una sfida culturale più profonda.

    La sua efficienza, in fondo, è il riflesso della nostra cultura civile.

    @attualita @politica @[email protected] @politics

    #Diritti #Lavoro #SanitàPubblica #Giustizia #Immigrazione

  6. RE: psicospace.it/le-priorita-che-

    Cosa dovrebbe garantire davvero uno #Stato ai suoi cittadini?

    La domanda su cosa debba fare davvero l’Italia per garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini, non è solo una questione di bilanci, leggi finanziarie o sussidi vari, ma una sfida culturale più profonda.

    La sua efficienza, in fondo, è il riflesso della nostra cultura civile.

    @attualita @politica @[email protected] @politics

    #Diritti #Lavoro #SanitàPubblica #Giustizia #Immigrazione

  7. RE: psicospace.it/le-priorita-che-

    Cosa dovrebbe garantire davvero uno #Stato ai suoi cittadini?

    La domanda su cosa debba fare davvero l’Italia per garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini, non è solo una questione di bilanci e leggi finanziarie, ma una sfida culturale più profonda.

    La sua efficienza, in fondo, è il riflesso della nostra cultura civile.

    @attualita @politica @[email protected] @politics

    #Diritti #Lavoro #SanitàPubblica #Giustizia #Immigrazione

  8. RE: psicospace.it/le-priorita-che-

    Cosa dovrebbe garantire davvero uno #Stato ai suoi cittadini?

    La domanda su cosa debba fare davvero l’Italia per garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini, non è solo una questione di bilanci, leggi finanziarie o sussidi vari, ma una sfida culturale più profonda.

    La sua efficienza, in fondo, è il riflesso della nostra cultura civile.

    @attualita @politica @[email protected] @politics

    #Diritti #Lavoro #SanitàPubblica #Giustizia #Immigrazione

  9. RE: psicospace.it/perche-non-votar

    Condivido di nuovo un articolo che ho scritto e pubblicato circa due mesi fa.

    Per ricordare che decidere di non #votare non è una #protesta. È una rinuncia.
    Il silenzio non mette in difficoltà il potere, lo agevola.

    Anche quando non ti riconosci in un sì o in un no, esserci conta più di quanto credi.
    Perché fa capire allo #Stato che i cittadini ci sono, osservano e valutano.

    Un articolo su voto, #astensionismo e responsabilità civica.

    @attualita @politica

  10. Il tema del riarmo sul fronte interno

    rizomatica.noblogs.org/2026/02

    Quando parliamo di riarmo raramente riflettiamo su questo dato: non si tratta di una scelta arbitraria, di una volontà politica e culturale ma di un’esigenza strutturale delle classi dominanti – in particolare dell’oligarchia finanziaria che non riesce

    #Economia #Politica #capitale #crisi #europa #geopolitica #guerra #imperialismo #israele #NoKings #riarmo #stato #USA

  11. CAPITALISMO – GUERRA – RIVOLUZIONE

    rizomatica.noblogs.org/2026/02

    Rispetto alla prospettiva di una nuova guerra mondiale nella quale gli Stati Uniti tenteranno di difendere con le armi la propria leadership mondiale, il proprio dominio più o meno

    #Politica #Rizoma #Strumenti #Tecnopolitica #capitalismo #comune #dati #guerra #immateriale #imperialismo #keynes #lazzarato #Luxemburg #pellegrino #rivoluzione #stato #stiegler

  12. CAPITALISMO – GUERRA – RIVOLUZIONE

    rizomatica.noblogs.org/2026/02

    Rispetto alla prospettiva di una nuova guerra mondiale nella quale gli Stati Uniti tenteranno di difendere con le armi la propria leadership mondiale, il proprio dominio più o meno

    #Politica #Rizoma #Strumenti #Tecnopolitica #capitalismo #comune #dati #guerra #immateriale #imperialismo #keynes #lazzarato #Luxemburg #pellegrino #rivoluzione #stato #stiegler

  13. CAPITALISMO – GUERRA – RIVOLUZIONE

    rizomatica.noblogs.org/2026/02

    Rispetto alla prospettiva di una nuova guerra mondiale nella quale gli Stati Uniti tenteranno di difendere con le armi la propria leadership mondiale, il proprio dominio più o meno

    #Politica #Rizoma #Strumenti #Tecnopolitica #capitalismo #comune #dati #guerra #immateriale #imperialismo #keynes #lazzarato #Luxemburg #pellegrino #rivoluzione #stato #stiegler

  14. CAPITALISMO – GUERRA – RIVOLUZIONE

    Comprendere il presente per sovvertirlo

    img generata da IA – dominio pubblico

    di V. Pellegrino

    Questa ragione di vivere: vincere.
    Victor Serge
    da “Memorie di un rivoluzionario”

    Ebbene sì, siamo ripiombati nel fascismo! E il fascismo, braccio politico dell’imperialismo, produce la guerra, il genocidio, la distruzione. Ma ciò che è ancor più grave e preoccupante in questo terrificante presente è la totale assenza di una prospettiva strategica di classe, in grado di porre la rivoluzione necessaria come obbiettivo concreto, perseguibile e perseguito. I livelli di atomizzazione a cui è stata spinta la società, attraverso la manipolazione algoritmica profonda, sono senza precedenti e le lotte, lungi dal convergere, si fanno sempre più frammentate e isolate, tra loro e in seno alla società. Le classi subalterne sono talmente soggiogate, da vecchie e nuove forme di controllo e di oppressione, da non essere in grado di sviluppare un pensiero critico autonomo, restando così prive degli strumenti necessari a produrre autocoscienza e spinta rivoluzionaria e, ancor più, capacità di autorganizzazione collettiva.

    Tanto il concetto di guerra (in atto) quanto quello di rivoluzione (necessaria) sono stati completamente rimossi dal quadro del pensiero politico anticapitalista, con il risultato che non solo ci troviamo del tutto impotenti rispetto alla devastante realtà di fascismo e guerra che ci circonda, ma anche privi di una prospettiva di riscossa, di liberazione. Al di là della critica delle forme della politica, che ho cercato di sviluppare negli articoli che ho scritto per Rizomatica, e della proposta di un nuovo metodo politico fondato sulla democrazia diretta informatizzata, l’impasse, in cui si vede intrappolato il molteplice e disperso mondo anticapitalista, ha radici profonde. Radici direttamente connesse con la particolare linea di pensiero che, secondo le recenti tesi di Maurizio Lazzarato, a partire da Foucault e dalla sua analisi del neoliberalismo, basata sul concetto di biopolitica, è stata fatta propria dal mondo antagonista in tutto l’Occidente.

    Nel tentativo, sempre velleitario – come deve essere ogni prospettiva rivoluzionaria – di rintracciare le carenze del pensiero critico occidentale, successivo al grande momento di rottura rappresentato dal 1968 e di rimettere al centro le nozioni di «guerra», come elemento strutturale del sistema capitalistico, e di «rivoluzione», come necessaria via di uscita dalla catastrofe verso la quale lo stato presente di cose ci sta precipitando e come avvio della costituzione di una società auspicabile, farò riferimento a un autore che, nella sua recente opera, mostra di avere un quadro analitico sufficientemente chiaro e condivisibile insieme a un barlume di prospettiva strategica: il già citato Maurizio Lazzarato.

    Per meglio illustrare i nessi e i passaggi logici che utilizzerò in questo articolo, per dimostrare la necessità di attingere a prospettive critiche tralasciate dai movimenti e dal pensiero critico e tuttavia indispensabili a ricollocare la guerra, così come la rivoluzione, all’interno del quadro teorico interpretativo del sistema capitalistico, svolgerò un breve excursus storico nel tentativo di mettere in relazione le origini del capitalismo con l’attuale contesto politico, fortemente caratterizzato, sotto tutte le prospettive, da un evidente crinale paradigmatico.

    Capitalismo

    Il capitalismo è mutevole fin dalla sua origine. Più esattamente, le sue forme fenomeniche sono storicamente determinate. Se assumiamo che il suo significato è quello di un sistema economico basato sulla centralità del capitale e sul regime giuridico privatistico, il mercantilismo può correttamente definirsi come una prima forma di capitalismo, come un capitalismo di ventura. Fernand Braudel1 ne individua la vigenza in ambito europeo, dal XIV al XVIII secolo, un tempo particolarmente lungo, circa quattro secoli, durante il quale “nelle comunicazioni si assiste al trionfo dell’acqua e della nave, mentre le distese continentali rappresentano un ostacolo, una ragione di inferiorità.

    Con il progresso delle scoperte scientifiche e il conseguente sviluppo di nuove tecniche, tecnologie e macchinari, a partire dall’Inghilterra della seconda metà del XVIII secolo, si affermò in Europa, per poi raggiungere l’America del nord, la Rivoluzione industriale. In Occidente il capitalismo mutò pelle, trasformando la sua natura da mercantile a industriale: il profitto dell’imprenditore non proveniva più dai margini di guadagno derivanti dal processo commerciale che scambiava denaro con merci e queste a sua volta con altro denaro, sfruttando la differenza dei prezzi locali, ma dall’appropriazione del pluslavoro degli operai, in forma di plusvalore.

    A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, sotto la spinta di un’altra rivoluzione tecnologica, la Rivoluzione digitale, il capitalismo ha subito un’ulteriore profondissima trasformazione, da industriale a cognitivo2. Con questa trasformazione, a essere messo in produzione non è più tanto il corpo del lavoratore, la sua forza fisica, la sua motilità corporea, ma la sua mente, le sue capacità linguistiche, comunicative, affettive, cognitive in genere. Questa nuova fase del capitalismo occidentale è stata inizialmente indicata con il termine postfordismo, come “ciò che emerge dopo il fordismo”, a indicare l’assetto produttivo di beni materiali derivante dalla massiccia automazione della catena di montaggio, con la sostituzione pressoché integrale del lavoro operaio con quello di robot e la tendenziale riduzione dell’attività umana a funzioni di mero controllo e supervisione del ciclo produttivo.

    L’automazione della produzione dei beni fisici e la contestuale, crescente smaterializzazione della produzione (dove il valore dei beni immateriali, cioè dei servizi in senso ampio – dall’industria dell’intrattenimento ai sistemi sanitari, dal turismo alla scuola e all’università – ha da tempo superato quello della produzione industriale), hanno visto il passaggio del controllo capitalistico dal corpo alla mente del lavoratore. Mentre nella tradizionale produzione industriale il rapporto tra capitale e lavoro era di natura conflittuale e le due componenti costituivano delle reciproche controparti, la produzione immateriale richiede la piena adesione del lavoratore ai fini d’impresa; esso è cooptato nelle funzioni di controllo, direzione e comando dell’impresa che lo spingono verso una pressoché totale autonomia operativa e nel contempo a una auto-responsabilizzazione rispetto ai risultati. La cooperazione sociale, con il suo immenso patrimonio naturale rappresentato dal general intellect, rimpiazza così le funzioni di organizzazione della produzione proprie dell’imprenditore-capitalista, poi del manager, con l’ulteriore accentuazione della loro natura parassitaria. Questo cruciale passaggio dal sistema fordista a quello postfordista è stato accompagnato da un pervasivo processo di finanziarizzazione dell’economia, che ha reso possibile la deterritorializzazione del capitale, la sua tendenziale globalizzazione3. Ciò a sua volta ha determinato un’enorme concentrazione dei flussi di rendita e profitto con l’annientamento del tessuto produttivo basato su piccole e medie aziende (con effetti particolarmente gravi in un paese come l’Italia il cui tessuto produttivo è da sempre caratterizzato da aziende di piccole e medie dimensioni) a favore di imprese multinazionali, quasi tutte statunitensi, a forte impronta monopolistica.

    A partire dai primi anni del nuovo millennio, con la nascita nel 2005 del così detto web 2.0, internet subisce una radicale trasformazione, passando a essere da strumento unilaterale (l’informazione va dal sito all’utente) a interattivo (scambio incessante di informazione sito-utente, utente-sito). È sulla base di questa innovazione tecnologica che nascono le piattaforme digitali, stack informatici di tipo interattivo dove, su di una base informatica dall’architettura definita dai loro proprietari, si trovano a operare gli utenti (users) che, in tal modo divengono prosumers cioè, allo stesso tempo, produttori e consumatori di informazione. Sulla natura insieme volontaria e gratuita di questa attività di produzione in rete ha scritto Tiziana Terranova nel suo Free Labor: Producing Culture for the Digital Economy che ho già avuto modo di richiamare in altre occasioni nei miei precedenti articoli usciti su questa rivista.

    Nel capitalismo delle piattaforme, il lavoro volontario e gratuito di miliardi di utenti produce i contenuti dei vari social network che si contendono l’attenzione e l’azione (produttiva) degli utenti della rete a scopi di profilazione e vendita di inserzioni pubblicitarie. Sulla base di questo immenso, automatizzato lavoro di tracciamento, sono prodotti i così detti big data, vale a dire enormi banche di dati tanto massivi quanto personali: se da un lato è saliente il dato statistico generale (la percentuale di gradimento di un certo bene, per esempio), tecnicamente definiti dati aggregati, è altrettanto rilevante l’identità associata a ogni specifico dato, cosicché sia possibile inviare messaggi pubblicitari personalizzati ai singoli utenti della rete. I dati in sé divengono una risorsa economica che viene estratta, raffinata (trasformazione del dato grezzo in dato aggregato) e scambiata sul mercato.

    Ovviamente, l’aspetto economico connesso alla sistematica raccolta dei dati prodotti (con la diffusione capillare dello smartphone anche nei paesi più poveri) dalla quasi totalità della popolazione mondiale, è quello che, pur di non immediata evidenza, è di dominio pubblico e può essere studiato da ricercatori ed economisti. Ma è il libero e sistematico accesso, in tempo reale, a questa enorme disponibilità di dati da parte degli apparati militari e polizieschi di Stato che più impatta in termini politici, per le sue funzioni di controllo e repressione sociale, anche preventive.

    Un ulteriore, decisivo, salto qualitativo nella natura del capitalismo si ha con la recente massificazione dell’uso di quella che viene definita, con un’enorme forzatura epistemica, Intelligenza artificiale. Come considerazione preliminare vi è infatti da dire che l’AI non ha proprio nulla dell’intelligenza animale, di cui fa parte quella umana, fondata sull’inferenza logico-deduttiva, cioè sulla pregnanza. L’AI non è altro che una elaborazione di natura statistica, in tempo pressoché reale, di enormi masse di dati (i così detti LLM Large Language Model) attraverso cui è possibile estrapolare apparenti risposte ai quesiti e/o ai compiti che le si pone. La natura del suo funzionamento non è la pregnanza bensì la salienza (Paolo Vignola – intervento al Seminario “Baite filosofiche” di Lecco).

    Sull’onda di questo stravolgimento del concetto di intelligenza, in un articolo ormai celebre uscito su Wired nel lontano 2008 con il titolo The End of Theory: The Data Deluge Makes the Scientific Method Obsolete, Chris Anderson, allora caporedattore della nota rivista di informatica, annunciava in toni entusiastici che, per effetto del progressivo sviluppo della capacità di calcolo e della crescente mole di dati disponibili, lo stesso metodo scientifico, basato sulla formulazione di teorie la cui validità andava comprovata in forma sperimentale, poteva dirsi ormai obsoleto: non è più necessario affinare una teoria per spiegare i fenomeni del mondo, è sufficiente osservarli in modo massivo ricavandone dei modelli (modellazione matematica). Al metodo della teorizzazione può così essere sostituito quello della modellazione. Si possono solo vagamente immaginare, specialmente in termini di prospettiva, le enormi implicazioni che questa trasformazione è in grado di produrre, con il tendenziale abbandono non solo del concetto di scienza e del suo assetto epistemologico ma dello stesso apparato gnoseologico e, con essi, del metodico esercizio dell’intelligenza umana, che ha caratterizzato sino a oggi l’evoluzione della nostra specie fin dalle sue origini, e lo stesso dato esistenziale.

    I primi evidenti segni di questa profondissima trasformazione antropologica sono identificati da Bernard Stiegler attraverso il concetto di proletarizzazione dei saperi4, dove l’articolata e complessa attività di progettazione di oggetti, strumenti, programmi, che implicava lo sviluppo di specifiche professionalità e rispettive scuole, è resa superflua dalla capacità di modellazione propria dell’AI.

    Tutte le trasformazioni tecnologiche hanno portato e portano a un aumento della produttività, anzi esse sono state introdotte a questo specifico scopo. Tale incremento, attraverso l’azione politica neoliberalista, è stato interamente appropriato dal capitale; nulla è stato redistribuito alla società sotto forma di riduzione generalizzata del tempo di lavoro, disattendendo così in modo clamoroso e totale le previsioni che uno dei più importanti economisti del secolo scorso, John Maynard Keynes, aveva formulato nel suo Prospettive economiche per i nostri nipoti5. Attribuire per questo ingenuità politica a Keynes non ha molto senso dal punto di vista storico ma questo suo clamoroso errore di previsione certamente evidenzia come l’economista teorico dello stato sociale avesse una considerazione sostanzialmente positiva del capitalismo, ritenendolo un sistema in grado di autoemendarsi. Meglio, è forse proprio nella capacità della Politica di perseguire l’interesse collettivo, anche attraverso la civilizzazione del capitalismo rispetto alla sua forma più primitiva e selvaggia, che Keynes riponeva la sua fiducia. Il secolo di avvenimenti che ci separa da quell’ottimistica previsione dimostra in modo inequivocabile quanto Keynes si sbagliasse sulla natura politica del capitalismo e sul carattere della politica in regime capitalistico: sono questa natura e questo carattere, infatti, ad aver storicamente forgiato le concrete forme economiche, sociali, giuridiche del capitalismo stesso.

    Colonialismo e imperialismo

    La storia dell’Occidente moderno è segnata da due fattori-chiave: la nascita del metodo scientifico e lo slancio verso la conquista di nuovi territori da sfruttare, insieme alle loro popolazioni. Fin dalla sua origine, il colonialismo si è presentato come il dispiegamento di un coagulo di interessi diversi; ad agire è stata la macchina Stato-capitale, un binomio inscindibile, una sorta di simbiosi6. Dietro gli eserciti di conquista, entravano in azione le compagnie commerciali: “La Compagnia delle Indie” è la denominazione generale dietro la quale sono nate e hanno operato numerosissime società commerciali a cui diversi paesi colonizzatori, nel corso del XVII secolo, hanno affidato il monopolio dello sfruttamento commerciale delle proprie colonie. La forza devastatrice e appropriatrice operava, cioè, attraverso la sinergia dell’interesse politico (gli Stati) e di quello economico (le società commerciali).

    Tale modello operativo e rimasto attivo anche nel passaggio dal colonialismo propriamente detto al neocolonialismo e all’imperialismo. Se il grande processo di decolonizzazione avviato tra le due guerre mondiali ha visto il nascere, nelle ex-colonie, di Stati politicamente indipendenti, la loro dipendenza e la sottomissione economica, e quindi politica, dai paesi colonizzatori di fatto non è mai cessata. Dopo la Seconda Guerra mondiale, l’imperialismo americano ha progressivamente sottratto alle ex potenze europee le rispettive aree di dominio, dando agli Stati Uniti, grazie al loro super esercito e al signoraggio della loro moneta, l’egemonia globale.

    Da questo quadro si comprende bene come l’appropriazione del pluslavoro operaio da parte del capitalista sia solo una delle forme, quella studiata e criticata dall’opera di Karl Marx, attraverso le quali l’accumulazione del capitale si è data storicamente. Senza il lavoro schiavistico nelle colonie, senza il lavoro gratuito delle donne in ogni tempo e in ogni dove, senza lo sfruttamento del lavoro minorile e dei razzializzati, le spettacolari diseguaglianze7 che caratterizzano il passato e ancor più il presente del nostro mondo, non avrebbero potuto darsi.

    Nel suo “Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie”, Maurizio Lazzarato, attraverso un’analisi disincantata e radicale, ci riporta con i “piedi per terra” rispetto a chiavi di lettura del presente che, prima con Foucault, poi con Deleuze e i molti loro epigoni, si sono concentrate sull’analisi del neoliberalismo attraverso il concetto di biopolitica. Lazzarato ci mostra come il neoliberalismo sia vigente solo in periodi di tregua nei conflitti di natura geopolitica tra differenti macchine Stato-capitale che tendono, ognuna, a espandersi senza limiti, a scapito e in concorrenza tra loro. La lunga fase neoliberalista, relativamente pacifica, che si è data in Occidente dalla fine degli anni ’70, si è oggi conclusa, lasciando nuovamente l’iniziativa al potere politico degli Stati nella direzione della preparazione di un nuovo conflitto su scala globale.

    Il capitalismo ideale, economico, basato sulla concorrenza pura, immaginato da Adam Smith e da David Ricardo e oggetto della critica marxiana, non esiste nella realtà. Il capitalismo reale non crollerà a causa della caduta tendenziale del saggio di profitto, come prevedeva Marx. Anziché la concorrenza perfetta, ad affermarsi nella storia sono stati invece il monopolio e l’oligopolio, il trust e il cartello, cioè fenomeni economicamente spuri, dove a essere determinante è la dimensione politica. Invece di essere un “processo senza soggetto” (Luis Althusser), l’accumulazione è il risultato di una precisa strategia politico-militare. Già Rosa Luxemburg definiva l’imperialismo come il dispositivo che tiene insieme l’azione economica (il capitale) e l’azione politico-militare (lo Stato)8.

    Nella stessa opera, a p. 54, Lazzarato riporta una citazione da Rosa Luxemburg nella quale è espressa una critica teorico-politica, di fondamentale importanza per il nostro presente, al pensiero di Marx: “Marx aveva sviluppato la sua analisi dell’accumulazione in un’epoca in cui l’imperialismo non era ancora emerso sulla scena mondiale; l’ipotesi sulla quale riposava l’analisi di Marx, l’egemonia definitiva e assoluta del capitale nel mondo, esclude a priori il processo dell’imperialismo.”, nel quale invece lo Stato – quello egemone, nel nostro caso quello statunitense – gioca un ruolo chiave. Per calarci nel nostro immediato presente: Musk (il capitale) ha bisogno di Trump (lo Stato), così come Trump ha bisogno di Musk9.

    È dentro la prima globalizzazione, quella esaminata da Karl Polanyi nel suo “La grande trasformazione” e studiata e criticata da R. Luxemburg, che il capitale dimostra di non poter esercitare “un dominio assoluto ed esclusivo”: esso ha bisogno dello Stato per sopravvivere e prosperare. Da questo “errore” marxiano (più che di un errore, si tratta di un limite storico – verrà sempre troppo tardi il momento in cui smetteremo di tirare per la giacca il barbuto di Treviri!) deriverebbe tutta una serie di carenze analitiche, tanto relative al passato quanto più al presente, questo presente di guerra.

    I principali limiti del pensiero critico dal ’68 in poi, originati proprio dallo specifico orizzonte storico – preimperialista – nel quale si è prodotta l’opera marxiana, e riflettentisi nell’analisi della realtà di Foucault, fatta propria poi da Deleuze e da Negri a partire dal concetto di biopolitica, hanno prodotto una vera e propria rimozione della guerra e della rivoluzione come elementi imprescindibili della realtà storica e politica. Secondo Lazzarato, la mondializzazione non è quella descritta da Negri e Hardt in Impero. Egli scrive:

    “La mondializzazione si sta riconfigurando secondo logiche politiche (non economiche) (tra macchine Stato-capitale alleate contro altre macchine diversamente alleate e quindi nemiche), come in realtà è sempre stato. La guerra fa risaltare chiaramente il ruolo dello Stato nel funzionamento del “mercato” e dell’economia. Nella crisi e soprattutto nella guerra, il rapporto costitutivo della macchina bicefala Stato-capitale si sbilancia a favore del primo. È il primo termine che prende violentemente il sopravvento sul secondo. Non è il mercato che distribuisce risorse secondo le leggi dell’economia, ma lo Stato che decide cosa e a chi si può esportare, dove e come si può produrre, come e quanto si deve spendere (privilegiare gli investimenti per gli armamenti, ridurre le spese e i diritti sociali ecc.), secondo le leggi della politica e della potenza. Così anche le merci, e soprattutto la tecnologia e la scienza, si scoprono avere una «patria».”

    Sulla figura di Lenin, Lazzarato, a p. 80 di Guerra e moneta così si esprime: “I poveri di spirito (e ce ne sono molti!) considerano Lenin un «cane morto». Noi invece lo consideriamo un teorico non solo della rivoluzione ma anche del capitalismo, perché con il concetto di imperialismo, malgrado tutte le debolezze teoriche che vi si possono rilevare, enuclea con sicurezza politica quattro caratteristiche che si ritrovano pure nell’imperialismo sofisticato del dollaro10. Lenin e i rivoluzionari dell’epoca sono da studiare anche per un’altra ragione. La miseria del pensiero critico contemporaneo è costretta a riferirsi alla «geopolitica» per cercare di capire ciò che succede a livello di mercato mondiale con la guerra. La geopolitica è una disciplina istituzionale che riduce il capitalismo a rapporti tra Stati, spogliandoli della loro natura di lotta tra le classi e di lotta tra Stati a partire dall’accumulazione del capitale e dall’accumulazione di potenza. Per sfuggire dai limiti della geopolitica e riportare le strategie che si organizzano dentro la mondializzazione alle lotte di classe, Lenin può essere ancora molto utile.”

    Guerra

    Come ci indica Maurizio Lazzarato nei suoi più recenti lavori, i primi a svolgere una critica di classe all’imperialismo furono Rosa Luxemburg e Lenin, che poterono assistere al suo dispiegamento nel corso della Prima Guerra mondiale, durante la quale l’enorme devastazione di uomini e di risorse fu attuata proprio attraverso la macchina Stato-capitale. La potenza (dello Stato) e il profitto (del capitale) sono stati i due fattori che, congiungendosi e intrecciandosi in modo indissolubile, hanno precipitato il mondo nella prima guerra combattuta su scala planetaria.

    La guerra si presenta, allora come oggi, come un potente fattore di socializzazione della produzione, la quale resterà da ciò per sempre segnata. La socializzazione della produzione in funzione della guerra determina l’identità e la reversibilità di produzione e distruzione: si tratta della produzione (di armi) per la distruzione (del nemico, statuale o di classe). “Il «general intellect» nasce militarizzato perché si sviluppa durante e grazie alle due guerre mondiali. La sussunzione della società al capitale e lo sviluppo del general intellect nascono nella e dalla guerra e ne saranno anche loro segnati per sempre. È ormai impossibile separare l’economico, lo scientifico, il tecnologico dal militare.”

    Dal punto di vista analitico: “La rimozione dell’imperialismo significa l’esclusione della guerra, dei monopoli e dello Stato dal funzionamento del capitalismo. Il monopolio e la concorrenza tra imperialismi, con la conseguente corsa agli armamenti, costituiscono invece i processi di centralizzazione del comando sul lavoro nel mercato mondiale. Ma l’imperialismo è soprattutto una nuova fase dello scontro di classe, la fase della rivoluzione mondiale in cui i «popoli oppressi» e non più la classe operaia giocano un ruolo centrale. C’è un doppio salto rispetto a Marx, uno riguarda il capitalismo (non concorrenziale), l’altro la rivoluzione (non operaia).”

    Durante la guerra, è il potere esecutivo, quello dei governi, che prende il sopravvento: il potere degli esecutivi, non quello degli Stati maggiori degli eserciti, è infatti in grado di mobilitare l’intera nazione e di fargli così adottare una particolare economia e produzione. Qui è impossibile non vedere l’immediata correlazione, nel presente, con il progetto ReArm Europe e con la New U.S. National Security Strategy.

    Ciononostante, contrariamente a quanto verrebbe da pensare, è proprio durante periodi di tregua nei conflitti armati che i processi di centralizzazione economica assumono la loro massima forza. Proprio durante il neoliberalismo, con “la sua pretesa lotta ai monopoli e a ogni tipo di concentrazione del potere che impedisca l’esercizio della libera concorrenza e della libera iniziativa, il capitale operava una centralizzazione del potere economico e del potere politico da far impallidire quella della mondializzazione precedente.

    Per quanto attiene alla potenza egemone, “Nessuna concorrenza può sfidare il dispositivo del dollaro come moneta internazionale, pena lo scontro con il Pentagono. Qualsiasi sistema monetario/finanziario (che si ponga come) alternativo al dollaro, capace cioè di funzionare come mezzo di pagamento per gli scambi internazionali e da riserva per le banche centrali, è una dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti.” Quale segno tangibile dell’attuale progressiva decadenza degli USA come potenza egemone mondiale e, con essi, dell’intero Occidente, alcuni paesi del Sud del mondo hanno raccolto questa sfida al dollaro come moneta dominante con la costituzione dei BRICS (oggi divenuti BRICS+), il cui intento è proprio quello di sottrarsi al dominio assoluto del dollaro come valuta di pagamento internazionale e di riserva finanziaria.

    Mentre il neo e l’ordoliberalismo problematizzano il rapporto tra guerra e economia secondo la concezione di quest’ultima come un’alternativa alla guerra, in realtà, soprattutto a partire dal XX secolo, “ogni punto di svolta, ogni ristrutturazione della produzione economica e ogni cambiamento del potere politico sul mercato mondiale è stato determinato non da nuove razionalità, oppure da «rivoluzioni» tecnologiche o produttive (come sostenuto da Joseph Schumpeter nel suo “Il capitalismo può sopravvivere? La distruzione creatrice e il futuro dell’economia globale”), bensì dalla guerra; e ancora, non dalle crisi, come ai tempi di Marx, ma proprio dalle guerre, come accade dai tempi di Lenin. … Con l’imperialismo, le grandi svolte produttive e politiche sono determinate dalle guerre (Lenin) e non dalle crisi (Marx)”.

    Lazzarato focalizza la sua critica al pensiero di Foucault, capostipite di una lunga sequela di autori che – sulla base del suo insegnamento – caratterizzerà il pensiero critico in Occidente sino ad oggi, sul passaggio che esso avrebbe compiuto da Marx a Weber. Egli scrive: “Proprio in “Nascita della biopolitica” Foucault, … non soltanto conferma l’abbandono della guerra come metodo di analisi del reale, ma anche della lotta di classe. … Il passaggio chiaramente enunciato è da Marx a Weber. Il primo utilizza quella che Foucault definisce «la logica contradditoria del capitale», mentre per il secondo il problema non è più la contraddizione ma la «razionalità irrazionale della società capitalista». … Il passaggio dalla contraddizione alla razionalità è il passaggio dal conflitto alla sua neutralizzazione.”

    Sulla solo apparente contrapposizione tra neoliberalismo e imperialismo, sulla loro effettiva complementarità e coesistenza, Lazzarato insiste molto: “Le situazioni di pace e di guerra non si limitano a sostituirsi ma coesistono. La governamentalità «non comincia dove cessa il rumore delle armi», il mercato «non comincia quando finisce la guerra». Sotto la pace, dunque, la guerra (quella tra classi così come quella tra Stati) continua la sua opera; l’economia, la legge e il diritto sono, cioè, il proseguimento della guerra con altri mezzi (sul calco e rovesciamento del noto adagio di von Clausewitz «La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi»). Nell’imperialismo del dollaro, sotto il mercato, sotto la governamentalità, sotto la concorrenza, «la guerra continua a infuriare».” Di questo siamo stati resi brutalmente consapevoli, bruscamente risvegliati dall’ubriacatura neoliberalista, dal tornare a divampare della guerra nella sua realtà e, ancor più, nella sua retorica: la guerra in Ucraina e i possenti venti bellicisti e guerrafondai che da essa hanno tratto slancio, ha tutte le prerogative per trasformarsi in una nuova guerra mondiale.

    La critica di Lazzarato a Marx si estende alla sua teoria della moneta: egli ritiene che detta teoria sia ambigua: se da un lato supera la concezione propria dell’economia classica secondo cui la moneta è «neutrale», mostrando come, al contrario, essa sia determinante in quanto condizione indispensabile per accedere alle merci sia da parte del consumatore (operaio) che da parte del capitalista (imprenditore) e come fattore che interviene pesantemente nelle transizioni, nella ripartizione dei redditi, nelle differenze di classe, ecc., dall’altra, anche per Marx, “come per l’economia classica, il denaro nasce dallo scambio, ha un’origine mercantile, tutta economica”. In base a ciò, il rapporto della moneta “con il potere politico e lo Stato è un rapporto di utilizzo, strumentale, non è un rapporto strategico, perché (secondo Marx) la genealogia della moneta è spiegabile tramite l’economia. L’ambiguità marxiana (sulla moneta) implica che il denaro del mercato mondiale escluda «sia la moneta simbolica, …, sia il credito».”

    La critica che l’autore rivolge alla teoria della moneta di Marx è che essa accredita un funzionamento autonomo della moneta negli scambi, una concezione del denaro come «automa», “che si esprime compiutamente in ciò che Marx chiama «movimento autonomo del valore», capace di rovesciare l’attività umana in un impersonale movimento delle cose (o anche «processo senza soggetto», come verrà detto più tardi). Vorrei mostrare che anche in questo caso, ciò che invece è fondamentale è la strategia politica e militare, quindi, il fatto che la lotta di classe precede non solo la produzione ma anche la moneta. La gestione monetaria e finanziaria (nell’imperialismo) può e di fatto si emancipa dall’oggettività prodotta dal funzionamento autonomo degli scambi. Ciò di cui non può liberarsi sono le lotte di classe11.”

    A chiosa e chiarimento del paragrafo dedicato alla teoria della moneta in Marx, Lazzarato afferma: “La mia tesi non vuole sostenere che l’automatismo del valore monetario e finanziario non esista, ma al contrario che esso può essere costruito e funzionare solo dopo lo stabilirsi di strategie, dopo che scelte riguardanti la potenza politica, economica e militare abbiano stabilito chi sono i vincitori che comandano e chi sono i vinti che obbediscono. Innanzitutto, i rapporti di forza stabiliscono chi trae vantaggio dall’automatismo e chi l’automatismo «espropria». È ciò che l’imperialismo del dollaro documenta a chi voglia vedere.” L’assoluta strafottenza di Tramp (a capo del paese con l’esercito più potente del pianeta) nei confronti del resto del mondo, a iniziare dai supposti alleati – in realtà sudditi – degli U.S.A., è la più evidente conferma della veridicità di questo assunto.

    La faccia del capitalismo finanziario di cui il neoliberalismo non deve parlare, ubriacandoci invece di mercato, concorrenza, di domanda e offerta, ci rinvia alla strategia e ai rapporti di forza, in cui è sempre più difficile stabilire delle separazioni nette tra politico, economico e militare.”

    Ciò che ritengo più rilevante nel recente lavoro di Lazzarato è la sua capacità di guardare alla realtà senza infingimenti, denunciando lo sbandamento teorico a cui è andato incontro il pensiero critico occidentale in seguito all’abbandono di concetti invece imprescindibili per comprendere la reale natura del sistema capitalistico ed elaborare, di conseguenza, una strategia all’altezza delle necessità: i concetti di imperialismo, di guerra (come distruzione) e, per converso, di rivoluzione. L’assoluta preminenza della dimensione strategica propria dell’imperialismo che, a partire dalla Prima Guerra mondiale, caratterizza il sistema capitalistico, ha il suo drammatico contraltare nell’assoluta mancanza di questa dimensione, quella strategica appunto, nelle lotte di classe e nei movimenti antagonisti. In fondo, si tratta della stessa critica che gli accelerazionisti muovono ai movimenti post sessantotto, definendo la loro politica come “folk politics”12.

    La biopolitica di Foucault, la microfisica dei poteri, la teoria della governamentalità, non sono errate ma hanno una vigenza limitata e subordinata rispetto alla politica di potenza e alle sue linee strategiche. L’errore sta nel considerare il neoliberalismo e i suoi processi di funzionamento come fattori primari e autonomi nella determinazione dei processi storici al posto dell’imperialismo e delle proprie specifiche dinamiche fondate sul binomio Stato-capitale, come avevano intuito Lenin e Luxemburg avendole potute osservare in atto, a differenza di Marx, a partire dalla Prima Guerra mondiale.

    Rivoluzione

    È quindi necessario recuperare una prospettiva e un punto di vista di classe se si intende porsi effettivamente sullo stesso piano su cui il capitalismo esercita la sua presa sul mondo, quello della strategia e della politica di potenza. Punto di vista significa soggettività. “La (volontà di) potenza del capitalismo è soggettività, processi di soggettivazione collettiva (famiglia, scuola, religione, mass-media), come è soggettività, processi collettivi di soggettivazione, la (volontà di) potenza che contrasta il potere fatta di operai, donne, razzializzati. Non si tratta di processi senza soggetto né tantomeno di tecniche di governamentalità ma di politiche e strategie da una parte e dall’altra della relazione.”

    Ogni processo rivoluzionario ha bisogno di un soggetto emergente, di una nuova soggettività che, a partire dal proprio specifico “punto di vista”, quello degli oppressi, degli sfruttati, dei sottomessi, prende coscienza di questa condizione e organizza e attua la lotta necessaria per trasformarla. “La vera immanenza è solo questa, un punto di vista partigiano che riorganizza la visione del «tutto» partendo dalla sua oppressione per meglio attaccarlo. La «verità» del «tutto» non risiede nell’oggettività (una supposta neutralità) dell’analisi, ma può darsi solo a partire dal dispiegarsi della lotta, dalla volontà di prevalere sul nemico. … Partire dall’oppressione significa partire dal conflitto, porre il conflitto prima della produzione, le lotte di classe prima dei rapporti di produzione, la lotta prima delle forze produttive.”

    Ciò che emerge in modo netto dall’analisi di Lazzarato è che condizione preliminare di ogni trasformazione rivoluzionaria è l’assunzione della consapevolezza che il capitalismo, attraverso l’imperialismo e il suo braccio politico, cioè il fascismo, impone la propria volontà senza remore o limiti e lo fa attraverso lo sfruttamento, l’oppressione sociale e, quando necessario, per mezzo della guerra o del genocidio. Ogni visione conciliatoria, che non si fondi sulla consapevolezza della natura insanabile del conflitto di classe e sulla presa d’atto del carattere implacabile dell’azione del potere, è incapace di fondare una reale prospettiva rivoluzionaria: “L’imperialismo, quando la macchina politico-economica di cattura (la governamentalità) non funziona secondo le sue aspettative, quando la totalizzazione diffusa e dispersa della governamentalità fallisce, non esita a scatenare, oggi come ieri, guerre di ogni genere e a rimettere in gioco nuovi e vecchi fascismi.”

    È davvero rilevante e per noi preziosa, la drastica valutazione che Lazzarato fa della condizione dei movimenti in questa specifica fase della storia, nella quale, ancora una volta, la pura forza delle armi si mostra come elemento determinante le relazioni politiche ed economiche. Egli scrive: “I movimenti, più che essere consapevoli della discontinuità della nuova fase politica, sembrano esserci scaraventati dentro. Sembrano in generale voler continuare la politica della fase precedente, mentre gli spazi politici si chiudono, la governamentalità è sostituita dalle politiche dei nuovi fascismi che accompagnano nuove centralizzazioni del potere politico, economico e militare. La situazione li spinge comunque a praticare delle rotture radicali, delle vere e proprie rivolte e insurrezioni dentro le quali sono costretti a interrogarsi sul «che fare» con il potere costituito. … Comunque sia, la tradizione rivoluzionaria aveva colto una serie di continuità e discontinuità nel funzionamento del potere e del conflitto che i movimenti politici e il pensiero critico sembrano aver abbandonato.”

    Come noto, l’opera di Foucault, in particolare dagli anni ’70 in poi, pone al centro la questione della microfisica dei poteri, dei rapporti gerarchici e delle così dette “istituzioni totali” (di nuovo, famiglia, chiesa, scuola, caserma, ospedale, manicomio) tipiche delle società disciplinari, si concentra, cioè, sulle così dette tecnologie del sé: la biopolitica. Questa sorta di lente di ingrandimento con la quale Foucault ha osservato le dinamiche sociali interpersonali e i loro rapporti con lo Stato, lo ha spinto a rimuovere o, comunque, a sottovalutare i processi macroscopici delle politiche di potenza che ciclicamente attraversano e trasformano il mondo, i nessi dominanti l’indissolubile rapporto tra potere ed economia che lo stesso Marx, per ragioni storiche, a differenza di Lenin e Luxemburg, ha ignorato.

    Lazzarato attribuisce a Foucault la separazione, la rottura del nesso che relaziona la soggettività, individuale e collettiva, con l’oggettività del mondo, tra emancipazione e rivoluzione. Egli avrebbe rotto questo nesso che la tradizione rivoluzionaria aveva sempre ritenuto necessario, in tal modo compromettendo l’indispensabile biunivocità tra i processi soggettivi collettivi e le trasformazioni oggettive della realtà storica. Si è, cioè, concentrato sulle questioni afferenti alla libertà soggettiva, trascurando quelle riguardanti la liberazione collettiva (la governamentalità a scapito dell’imperialismo e, per converso, l’emancipazione a scapito della rivoluzione).

    Il giudizio piuttosto severo, ma che non possiamo permetterci di ignorare, specialmente alla luce della misera condizione in cui versano le lotte e i movimenti oggi e della drammaticità dell’attuale frangente storico, di Lazzarato sull’opera di Foucault (ovviamente, si tratta di un giudizio ex-post, che beneficia del senno del poi), non tralascia di riconoscere i giusti meriti al filosofo francese. Egli scrive: “Foucault rompe con la continuità storica di emancipazione e rivoluzione per delle buone ragioni: la rivoluzione sembra, ogni volta, tradire l’emancipazione, sia nelle forme di organizzazione (gerarchiche, antidemocratiche, più o meno verticistiche) che negli obbiettivi (instaurazione di un nuovo “sistema di potere” anziché di una condizione di “rivoluzione permanente” egalitaria, un processo costituente che non si chiude, che non si compie nel passaggio, sempre invece verificatosi nelle rivoluzioni passate, da un potere costituente che si fa potere costituito13).

    Il movimento del ’68, nell’interpretazione di Maurice Blanchot, avrebbe operato nello stesso modo, funzionando così da matrice per i movimenti di emancipazione successivi: ha praticato una rottura senza darsi «mezzi politici per l’avvenire, senza poteri istituzionali». La separazione di emancipazione e rivoluzione che si potrebbe interpretare come «debolezza» sarebbe stata invece (secondo Blanchot) la sua «forza». Blanchot conclude apprendo a tutte le teorie destituenti contemporanee: il movimento non ha fallito ma si è «sovranamente realizzato». La rivoluzione sarebbe «dietro di noi». Deleuze a modo suo va nella stessa direzione: se le rivoluzioni finiscono sempre male il divenire rivoluzionario non ha bisogno della rivoluzione perché non finisce mai, è in continuo divenire. Una buona parte dei movimenti che si sono sviluppati dopo il ‘68 ha coscientemente o incoscientemente assunto la separazione tra emancipazione e rivoluzione come soluzione all’impasse e ai fallimenti della rivoluzione mondiale. Sicuramente non era possibile né desiderabile una ripetizione delle rivoluzioni socialiste ma una nuova rivoluzione era necessaria perché quello che non ci siamo lasciati alle spalle è la controrivoluzione capitalista che ha imposto, nell’ordine e nella restaurazione, nuovo fascismo, guerre civili, guerra. La sola cosa solidamente destituita è stata la forza e la tradizione del movimento rivoluzionario, senza sostituirgli niente di altrettanto efficace e radicale. Per cui i rapporti di potere tra le classi sono regrediti all’epoca pre-rivoluzione sovietica.”

    Esplicitata e chiarita ulteriormente questa denuncia dello sbandamento teorico che ci avrebbe condotto alla debolezza e alle miserie attuali, Lazzarato torna per l’appunto al nostro presente e non gira intorno alla questione, non mancando di inserire una nota personale; egli è perentorio: “Ora, la crisi del 2008 ha aperto una nuova fase politica. Se nei movimenti del ‘68 la necessità di una nuova rivoluzione poteva anche non imporsi, oggi non sembra esserci altra via di uscita. Nella fase politica attuale dove la guerra o, meglio, le guerre diventano l’asse politico centrale, questa eredità sessantottina è pregiudiziale allo sviluppo delle lotte di classe. I compagni italiani mi prendono in giro perché parlo di rivoluzione ma la guerra non ha radicalizzato solo lo scontro tra imperialismi ma anche tra le classi. Le lotte più radicali, le insurrezioni e le rivolte si svolgono lontane dai loro occhi e quindi le vedono difficilmente.”

    La parte conclusiva di Guerra e moneta è dedicata alla delineazione di una sorta di “teoria della rivoluzione”, dove molti elementi e fattori si integrano in un processo multiplo: fattori sociali, economici, politici contribuiscono a produrre una rottura rivoluzionaria. Vale la pena leggere ancora le sue parole: “La lotta tra le classi taglia il divenire infinito dei rapporti di potere (quel divenire rivoluzionario del soggetto che per Foucault sarebbe sufficiente e renderebbe inutile la rivoluzione), lo blocca, lo fa biforcare, facendolo sfociare nelle rivolte, nelle guerre, nelle rivoluzioni o in momenti di scontro che riconfigurano i rapporti di forza, disegnando una congiuntura che modifica, ogni volta, la posizione delle forze in gioco.

    Non si dispone dei tempi dello scontro a proprio piacere, non si può decidere l’ora è il momento di una lotta, di un’insurrezione o di una rivolta: accadono, succedono, si producono. E quando accadono, succedono, si producono bisogna farsi trovare pronti, capaci di agire diverse temporalità. Il tempo esce dai suoi cardini, per cui lo scontro è sottomesso ad accelerazioni, a concentrazioni, all’emergere nel presente di possibili rivoluzionari non realizzati nel passato, a intensità «extra-ordinarie» che determinano dei cambiamenti repentini di congiuntura: non più il futuro della rivoluzione socialista ma il presente del farsi del soggetto rivoluzionario, il presente della lotta che dispiega la negazione affermando il salto dalle emancipazioni alla rivoluzione che apre il pluralismo delle rivoluzioni. …

    Nel farsi della lotta, nel dispiegarsi dell’attacco portato contro il nemico e nel costituirsi contemporaneo del soggetto e della sua organizzazione, emerge la «coscienza» non come consapevolezza, comprensione astratta dei rapporti di potere, ma come necessità politica di elaborare una tattica e una strategia per rompere il blocco della forza nemica, per rimuovere l’ostacolo al dispiegarsi della costruzione del soggetto. La necessità del momento riflessivo (un rapporto a sé differente dal rapporto a sé dell’emancipazione) emerge in questo momento preciso e il suo risultato è un doppio sapere: un sapere strategico per battere il nemico, un sapere strategico per la costruzione del soggetto» che non sacrifichi l’emancipazione alla rivoluzione. Saperi nuovi, imprevedibili, non programmabili, che nascono dallo scontro, nello scontro.”

    Emerge qui molto chiaramente nella tesi dell’autore come il momento rivoluzionario sia imprevedibile, non programmabile, imponderabile a priori e, nel contempo, la necessità di “farsi trovare pronti”, di liberarsi dalla temporalità imposta per forgiarne una propria del soggetto collettivo liberato, attuando una strategia che non sacrifichi l’emancipazione alla rivoluzione, cosa che ne comprometterebbe il senso, come è sempre avvenuto nelle rivoluzioni passate, che salvaguardi il soggetto che se invece schiacciato e compresso porterebbe a vanificare il reale valore e significato della rivoluzione stessa, condannandola al fallimento. Ci troviamo qui nel contempo nella condizione di non poter prevedere né tantomeno programmare i saperi necessari allo sviluppo del processo rivoluzionario e nella necessità di “farsi trovare pronti”. Sulla specifica necessità di farsi trovare pronti, tornerò in conclusione.

    La «libertà» del soggetto (emancipazione) può dispiegarsi pienamente, completarsi e avere il proprio senso, solo se agita in parallelo alla «liberazione» della società dal giogo del potere (rivoluzione): non basta il lavoro sul sé, sul soggetto, serve anche il conflitto di classe e serve vincerlo. “L’emancipazione non basta a sé stessa! Le emancipazioni sono conflittuali ma non incompatibili con il capitalismo. … Insomma, ci sono molte emancipazioni ma una sola rivoluzione: Per poter fare delle emancipazioni altrettante rivoluzioni, è necessario passare per la rivoluzione.”

    Tutti i movimenti, tutte le lotte devono convergere in un solo movimento, in una sola lotta se davvero intendono vincere, distruggere il potere del capitale e far nascere una nuova condizione, quella del (essere in) Comune, in cui “sociale” e “politico” vengono a coincidere.

    Per fare il molteplice bisogna passare per il dualismo del potere”: serve abbattere il potere senza prenderlo, senza sostituirvisi. Per attuare la rivoluzione quale processo permanente, senza conclusione, senza compimento, serve affrontare una serie di impossibilità: quella di “totalizzare e sintetizzare le lotte e le emancipazioni e quella di restare nella dispersione e nella sola differenza, impossibilità di non rivoltarsi sfidando il potere e impossibilità di prendere il potere, impossibilità di organizzare il passaggio dalla molteplicità al dualismo e impossibilità di restare nella sola molteplicità, impossibilità della coordinazione e centralizzazione e impossibilità di affrontare il nemico senza coordinazione e centralizzazione. Cozzare contro queste impossibilità è la condizione per creare il possibile della rivoluzione. La rivoluzione è l’impossibile che diventa possibile. …”

    La posta in gioco che si manifesta non sono più le emancipazioni. … La sfida nella rivoluzione si pone a un altro livello: negare il potere nemico e nello stesso tempo negare le classi delle donne, dei lavoratori, dei colonizzati create dalla macchina Stato-capitale attraverso le guerre di assoggettamento. Le classi devono essere soppresse se si vuole uscire dalla conflittualità (tra le diverse lotte, tra i diversi movimenti) e integrazione (dei movimenti nella macchina Stato-capitale) che le emancipazioni comunque implicano.”

    Pensiero strategico collettivo

    Sui limiti dei movimenti post ’68, Lazzarato scrive: “Nessuno ha elaborato una teoria della crisi (anche se sta nascendo una “critica del pensiero critico”), si è dotato di una concezione della funzione della guerra nello sviluppo e ristrutturazione del capitale e dello Stato.”

    I movimenti si sono assuefatti a un conflitto senza rivoluzione (cioè, fine a sé stesso, privo di sbocchi!). … Foucault dice che il «rapporto a sé» è la forma di opposizione principale al potere. Non c’è dunque più bisogno di una teoria del capitale e dello Stato, della rivoluzione o della guerra: è sufficiente un sapere delle forme di vita, del prendersi cura del rapporto a sé; invece, questi cambiamenti dell’accumulazione, delle classi, degli Stati, del loro rapporto, contano eccome: agiscono sulle forme di vita, riconfigurando, allargando o restringendo lo spazio politico delle emancipazioni e dei processi di soggettivazione.”

    Lasciamo la parola ancora a Foucault che, per l’ultima volta, utilizziamo come sintomo della difficoltà del pensiero critico confrontato con la congiuntura contemporanea della guerra. La stessa attitudine contraddittoria e ambigua che Foucault ha avuto rispetto alla guerra la possiamo ritrovare anche nel suo rapporto con la rivoluzione. Anche qui si tratta di punti di vista molto diffusi nel pensiero critico: la rivoluzione, come la guerra, fa parte del passato. Se Foucault finirà con cercare nella rivoluzione iraniana un modello alternativo non solo alla tradizione rivoluzionaria ma anche alla politica europea, non ha sempre pensato in questo modo. «Se la politica esiste dopo il XIX secolo e perché c’è stata la rivoluzione. Questa non è una specie, una regione di quella. La politica si situa sempre in rapporto alla rivoluzione». Affermazione rimossa, quando invece sarebbe stata molto utile per capire che l’imperialismo le tecniche ancillari della governamentalità si rapportano sempre e comunque alla rivoluzione che hanno sconfitto negli anni ‘70 e di cui sempre temono il ritorno. Possiamo invece condividere pienamente il seguito del testo: «Il ritorno della rivoluzione è il nostro problema (la nostra necessità), il ritorno della politica non può manifestarsi che con il ritorno della rivoluzione».”

    Senza rivoluzione non c’è politica: c’è amministrazione, c’è governance (dell’imperialismo), c’è capitalismo e guerra. Il nostro problema: per ritrovare la politica bisogna reinventare la rivoluzione, altrimenti il capitalismo e la sua governance evolveranno inesorabilmente, come stanno facendo, verso nuove forme di fascismo e di guerra da cui, senza rivoluzione, saremo schiacciati. È rispetto a questa tragica situazione che si tratta di elaborare un concetto di guerra, sapendo però che la guerra, prima di essere uno scontro armato, è una strategia politica che può diventare confronto violento tra forze ma non necessariamente.”

    Con queste parole si conclude “Guerra e moneta” di Maurizio Lazzarato, un’opera, così come gli altri suoi recenti lavori, utile a ricollocarci rispetto al presente di guerra e fascismo dilagante in cui, nelle attuali condizioni, stiamo sprofondando senza possibilità non solo di una salvezza ma persino di impegnarci in una lotta all’altezza delle reali necessità. Ecco la ragione del sottotitolo di questo articolo: per agire sul reale è innanzitutto necessario comprenderlo, attraverso un’analisi lucida, senza infingimenti, senza edulcorazioni ma che sia in grado non solo di vedere il presente in tutta la sua brutalità e orrore ma anche di leggerlo quale manifestazione di un sistema strutturato, basato sul binomio Stato-capitale e che possiamo definire, con Lazzarato, ma anche con Lenin, Luxemburg e tutta la tradizione rivoluzionaria, imperialismo.

    In più occasioni, nel corso di conferenze tenute da Lazzarato in vari luoghi del mondo, egli ha dichiarato di non avere ricette specifiche sulla leniniana questione del “che fare?”, cioè dell’imprescindibile problema dell’organizzazione, sia rivoluzionaria che pre e post-rivoluzionaria. Riprendiamo qui il tema del “farsi trovare pronti” cui abbiamo accennato in precedenza: al di là dell’imponderabilità dei processi di rottura a venire, delle rivolte, delle sommosse, dei conflitti di ogni genere che li sostanzieranno, la questione dell’organizzazione rimane in ogni caso imprescindibile, una sorta di convitato di pietra14.

    Se il potere è da abbattere ma non da prendere, se si raccoglie quindi l’esigenza di un suo definitivo superamento nella direzione di una società finalmente senza classi, se si vuole la rivoluzione senza sacrificare a essa l’emancipazione, si comprende in pieno la necessità di dare vita a un’inedita forma di democrazia effettiva, radicale, inevitabilmente “diretta” e quindi la rilevanza della proposta di quella che, nei miei precedenti articoli su questa rivista, ho chiamato Assemblea permanente. Si tratta di un metodo i cui principi sono la propositività aperta a tutti i membri e il loro pari peso decisionale: una forma organizzativa in grado di dare espressione a forme di intelligenza collettiva e libero sviluppo e valorizzazione al general intellect.

    Come ho già scritto in precedenti articoli su Rizomatica, non vedo alternative rispetto a questo nuovo “modus operandi” che di fatto rifonda lo stesso concetto di “Politica” in una forma del tutto inedita rispetto al passato. Si tratta di un vero e proprio salto paradigmatico che implica la trasformazione della soggettività nella direzione di una sua crescita e di un suo arricchimento. È l’assunzione individuale della responsabilità collettiva, è la fine del dualismo del potere e del binomio sociale/politico: queste due dimensioni sono portate a coincidere grazie al venir meno della delega della propria sovranità a rappresentanti politici di mestiere. È l’autonomia del sociale che prende il posto della pretesa autonomia del politico.

    Si tratta di un processo tendenziale, senza compimento, un sistema dove l’architettura dell’infrastruttura informatica si emancipa dal dominio Stato-capitale per essere appropriata dalla moltitudine umana, con l’onere, per quest’ultima, di farsi garante di tutte le altre forme di vita che ancora popolano questo pianeta. È lo Stack descritto da Benjamin H. Bratton15 che si fa quel Red-Stack su cui ha acceso un flash Tiziana Terranova con il suo Red Stack attack!16.

    La prospettiva di ritrovare, oggi, la capacità di elaborare un progetto strategico di abbattimento del capitalismo e di edificazione del Comune, con tutte le sue necessarie articolazioni tattiche, è direttamente connessa con la possibilità di dare voce alla moltitudine, di darle al contempo capacità di proposta (intelligenza collettiva a partire dal e a confluire nel general intellect) e di decisione (democrazia diretta). In questo senso, quello della progettazione, adozione, ed elaborazione senza termine di quella che ho chiamato, un nome come un altro, Assemblea permanente, sembrano emergere alcuni segnali positivi: i più recenti movimenti ecologisti, a trazione giovanile, da Extintion Rebellion a Friday for future, da Last Generation a Generation X, sembrano prendere sul serio la questione di come devono funzionare le loro organizzazioni, di come si avanzano le proposte e di come si decide su di esse. Sono questioni dirimenti, le regole da stabilire prima di iniziare il gioco, le premesse formali di ogni elaborazione sostanziale.

    I venti di guerra che in questo momento spirano sempre più forti sull’Europa e sul mondo ci fanno comprendere quale sia la posta in gioco rispetto alla possibilità di dar vita a nuove e inedite forme di lotta e di azione in cui ad agire non sia più una sparuta avanguardia ma l’intera classe sociale degli oppressi, degli sfruttati, dei diseredati, di tutti coloro che, quando va bene, per sopravvivere devono accettare il ricatto del lavoro salariato, lavoro che oggi non ha più neppure il riconoscimento della dignità. C’è infatti bisogno di tutta l’intelligenza disponibile nella società per cercare di navigare questo mare periglioso verso un futuro desiderabile. Passare da un sistema politico basato sulla rappresentanza, tanto nell’ambito istituzionale che nel contesto dei movimenti, a un modello fondato sull’auto-rappresentanza costituisce un vero e proprio salto paradigmatico della “Politica” intesa come l’imprescindibile attività umana volta a regolare i rapporti sociali.

    Rispetto alla prospettiva di una nuova guerra mondiale nella quale gli Stati Uniti tenteranno di difendere con le armi la propria leadership mondiale, il proprio dominio più o meno incontrastato sul mondo, sarebbe importante tentare di agire fin da subito, con il metodo dell’Assemblea permanente, nella direzione di una lotta di liberazione mondiale dal giogo delle macchine Stato-capitale, per rovesciare l’attuale spinta verso una guerra mondiale in una rivoluzione mondiale permanente in cui i molti popoli si riconoscano finalmente in una sola moltitudine, nell’intera umanità, parte anch’essa di un ecosistema planetario che ne è condizione stessa di esistenza.

    Purtroppo, l’attuale “stato dell’arte” della democrazia diretta a livello mondiale ci mostra l’enorme ritardo nello sviluppo di questo nuovo paradigma politico. È probabile che l’accelerazione bellicista in atto ci ponga presto difronte al deflagrare di una guerra su vasta scala: in una simile circostanza è evidente che la sola opzione percorribile sia quella della diserzione e della resistenza antifascista, antimilitarista; ma resistere e sottrarsi non è sufficiente per costruire un nuovo futuro. Ecco perché, come opportunamente suggerisce Maurizio Lazzarato17, è importante “farsi trovare pronti”, disporre cioè di una nuova prospettiva aperta verso il futuro dell’umanità e dell’intero pianeta che la ospita.

    Note

    N.B.: Nel presente articolo, le numerose citazioni dal libro di Maurizio Lazzarato Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie sono riportate tra virgolette e in corsivo. I miei inserti nelle citazioni tratte dal libro sono riportati tra parentesi.

    1 – F. Braudel Storia e scienze sociali. La lunga durata. In Scritti sulla storia, Bompiani, 2001.

    2 – I principali autori ad aver analizzato questo fondamentale passaggio trasformativo del capitalismo sono Bernard Paulré, Yann Moulier Boutang, Carlo Vercellone, Antonella Corsani, Andrea Fumagalli, a partire dalle attività del Laboratorio MATISSE-ISYS in seno alla Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne.

    3 – Cfr. Christian Marazzi Capitale & linguaggio. Dalla new economy all’economia di guerra, DeriveApprodi, 2002.

    4 – Cfr. Bernard Stiegler La società automatica. L’avvenire del lavoro – Ed. Melteni – 2019. Per un significato più circostanziato del termine proletarizzazione in Stiegler, vedasi Fuori del Capitalocene. Dall’uomo indebitato all’uomo frugale pubblicato sul n° 6 di Rizomatica.

    5 – Questo scritto è la trascrizione della Conferenza tenuta da Keynes a Madrid nel giugno del 1930. Trattasi di un testo certamente peculiare, con numerose affinità con l’ormai celebre “Frammento sulle macchine” di Karl Marx (Per un approfondimento su questo testo marxiano, vedasi il mio Se le macchine di Marx siamo noi.) Anche questo è un testo breve, intenso, insieme visionario e predittivo, proiettato in una realtà futura, che corrisponde al nostro presente, all’attualità. Vi si distinguono due parti, la prima nella quale l’autore mostra di essere figlio del suo tempo e della sua patria e dove emerge il suo economicismo privatistico e colonialistico, tipico del pensiero britannico dell’epoca e dell’approccio anglosassone ai temi della produzione e della ricchezza. Poi, però, nell’atto di proiettarsi nel futuro, nell’evidenziare le enormi potenzialità di emancipazione dell’umanità rese possibili dal progresso scientifico e dalle trasformazioni tecnologiche (su questo scrive: “Dal secolo XVI è incominciata, proseguendo con crescendo ininterrotto nel XVIII secolo, la grande era delle invenzioni scientifiche e tecniche che, dall’inizio del secolo XIX, ha avuto sviluppi incredibili: carbone, vapore, elettricità, petrolio, acciaio, gomma, cotone, industrie chimiche, macchine automatiche e sistemi di produzione di massa, telegrafo, stampa, Newton, Darwin, Einstein e migliaia di altre cose e uomini troppo famosi e troppo noti per essere ricordati” – si trova qui un richiamo, forse involontario, al concetto di “general intellect” introdotto da Marx proprio nel Frammento), il tenore del testo cambia profondamente: “Per il momento, la rapidità stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. … siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera.” Nel presentare il tema, ancor oggi di piena attualità, della “disoccupazione tecnologica”, Keynes propone anche il suo rimedio: “Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti … dovremo adoperarci a far parti accurate di questo “pane” affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.” Va detto che Keynes condiziona in modo ben preciso l’avverarsi di questa prospettiva di abbondanza; egli scrive: ”Il ritmo con cui possiamo raggiungere la nostra destinazione di beatitudine economica, dipenderà da quattro fattori: la nostra capacità di controllo demografico, la nostra determinazione nell’evitare guerre e conflitti civili, la nostra volontà di affidare alla scienza la direzione delle questioni che sono di sua stretta pertinenza, e il tasso di accumulazione in quanto determinato dal margine fra produzione e consumo. Una volta conseguiti i primi tre punti il quarto verrà da sé.” In realtà, dopo il 1930, si verificherà la tragedia di una Seconda Guerra mondiale e, dopo di essa, una rapida crescita demografica, mentre oggi si sta preparando, con solerzia e determinazione, un ennesimo conflitto su scala globale.

    L’autore non trascura il tema tipicamente gorziano della mentalità lavorista in un mondo senza più il bisogno del lavoro: non esiste paese o popolo, a mio avviso, che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza. Per troppo tempo, infatti, siamo stati allenati a faticare anziché godere.” Questo problema è in realtà un falso-problema: la mentalità può mutare rapidamente nella misura in cui sia libera di diffondersi una cultura della dignità umana e del non-lavoro (salariato). Il vero problema oggi è la scarsità di risorse, tanto materiali che intellettuali, prodotta artificialmente dal potere al fine di garantire la creazione e tesaurizzazione di enormi patrimoni privati.

    Ma ciò che vi è di più profondo e, per questo, apprezzabile del saggio di Keynes è la stigmatizzazione dell’avidità che connota la componente più bieca e nera dello spirito capitalistico: “Quando l’accumulazione di ricchezza non rivestirà più un significato sociale importante, interverranno profondi mutamenti nel codice morale. Dovremo saperci liberare di molti dei principi pseudomorali che ci hanno superstiziosamente angosciati per due secoli, e per i quali abbiamo esaltato come massime virtù le qualità umane più spiacevoli (È evidente qui il richiamo a quell’etica protestante che Max Weber assocerà allo spirito del capitalismo nella sua opera più mirabile). Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione “denaro” il suo vero valore. L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali. Impossibile qui non pensare all’egotismo patologico dei plutocrati che ci affamano, da Musk a Bezos, da Zuckerberg a Thiel.

    Il saggio si conclude con una dichiarazione di umiltà e con uno schiaffo ironico alla presunzione e supponenza degli economisti (anche se il peggio, come oggi sappiamo, doveva ancora venire…): guardiamoci dal sopravvalutare l’importanza del problema economico o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza. Dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso.” Una sorta di anticipazione della critica all’economicismo a cui Karl Polanyi dedicherà la sua intera opera.

    Per concludere questa lunga nota, ritengo che il maggior limite del pensiero di Keynes, in chiave di una critica anticapitalista, sia il suo sistematico uso del “noi” con cui egli allude all’umanità tutta: manca, cioè, una prospettiva autenticamente “di classe” e la comprensione, forse la più avanzata acquisizione marxiana, che l’appartenenza di classe plasma la soggettività.

    6 – Sulla strettissima relazione, sino alla congiunzione, di questi due termini, Stato e capitale, Toni Negri, nella raccolta di saggi uscita sotto il titolo La forma Stato. Per la critica dell’economia politica della Costituzione – Ed. Feltrinelli 1977, ci mostra come lo Stato, di fatto, agisca come capitalista generale.

    7 – Sul tema delle disuguaglianze, è notevole la dovizia di dati che Thomas Piketty fornisce nel suo Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.

    8 – Scrive Lazzarato nella nota 5 a pag. 53 del suo Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie Ed. DeriveApprodi 2023: “Non c’è potere che non si eserciti tramite obbiettivi e strategie, ma questo non vuol dire che questi ultimi risultino dalla scelta e dalle decisioni di un soggetto individuale (o collettivo) (di un comitato centrale degli affari). L’imperialismo del dollaro è definito dall’azione di una molteplicità di soggetti (economici, politici, militari), non necessariamente coordinati, con interessi anche diversi; è il frutto di una strategia che si fabbrica facendosi, attraverso errori e successi, sconfitte e vittorie che permettono di modificare, riconfigurare, calibrare il “progetto” mentre si sta realizzando. Ma ciò a partire da un obbiettivo chiave, da una volontà forte: battere la rivoluzione, sconfiggere il nemico politico che vi si annida. “Azione intenzionale non soggettiva” direbbe Foucault. Nell’imperialismo del dollaro ciò che è determinante non è il rapporto tra moneta e desiderio (Keynes ripreso da Deleuze e Guattari), ma tra moneta e strategia, tra dollaro e “volontà” politica americana.

    9 – È interessante l’interpretazione che Michele Kettmaier dà dell’evoluzione del rapporto tra Stato e Big Tech nell’epoca delle piattaforme; nell’articolo Il mondo non è un modello. Stato e imperi digitali, Kettmaier mostra come le odierne macchine Stato-capitale dispongano di inedite e sofisticate forme di integrazione e complementarità dei propri poli: lo Stato e le piattaforme proprietarie.

    10 – Le quattro caratteristiche dell’imperialismo individuate da Lenin sono: 1) Finanziarizzazione dell’economia (rendita vs profitto; deindustrializzazione dell’Occidente); 2) Colonialismo (e neocolonialismo); 3) Centralizzazione (dello Stato: potenza; del capitale: profitto e, in misura crescente, rendita); 4) Guerra (di conquista, civile, tra Stati).

    11 – In realtà, la convinzione di Lazzarato che il capitale non possa liberarsi dalle lotte di classe è fondata solo nella misura in cui la produzione (e la distruzione) passerà ancora attraverso il lavoro umano; in effetti oggi, in particolare con lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, non si può affatto escludere un sistema capitalistico in grado di funzionare senza un significativo apporto di lavoro umano, dove il proletariato, nel migliore dei casi percettore di un reddito di sussistenza, sarebbe espulso dalla produzione e posto ai margini del processo sociale senza un ruolo politicamente rilevante e di fatto inutile ai fini dell’accumulazione capitalistica che, a quel punto, potrà basarsi solo sul “lavoro” delle macchine.

    12 – Sulla critica accelerazionista a quella che Nick Srniceck e Alex Williams in Inventare il futuro – Per un mondo senza lavoro – Ed. Nero 2018, definiscono “folk politics”, rinvio al mio articolo Tecnopolitica per il comune. Red-Stack vs Automa capitalistico, uscito sul n° 5 di Rizomatica.

    13 – Su questo specifico passaggio da potere costituente a potere costituito e sul tradimento degli ideali rivoluzionari, A. Negri ha scritto uno dei suoi lavori più riusciti: Il potere costituente. Saggio sulle alternative del moderno, Manifestolibri, 2002. In quest’opera, ripercorrendo le vicende delle quattro rivoluzioni che hanno segnato la storia dell’Occidente (inglese, americana, francese e russa), si mostrano i travagli a causa dei quali la spinta costituente, sempre profondamente democratica e libertaria, si è tradotta nell’instaurarsi di un nuovo potere statuale; in termini spinoziani, la potentia che si tramuta in potestas. Quest’opera è stata giustamente oggetto di un acceso dibattito teorico tra filosofia e scienza politica nel quale la necessità di una democrazia radicale, effettiva, diretta, è emersa come antidoto al ripiegamento dello slancio e della ragione rivoluzionaria in una ennesima forma-stato.

    14 – Da qualche mese è uscita in Italia, per i tipi di Alegre, la traduzione del libro di Rodrigo Nunes del 2021 Né orizzontale né verticale – Una teoria dell’organizzazione politica. Si tratta di un’opera importante e, considerato anche il sottotitolo, ambiziosa, che ha il merito di affrontare il tema tabù e al contempo imprescindibile, in una prospettiva trasformativa, dell’organizzazione. L’autore nelle conclusioni dichiara esplicitamente che il libro intende assolvere anche a una funzione terapeutica nel senso che cerca di affrontare quello che definisce “il trauma dell’organizzazione” derivante dagli esperimenti falliti nel corso del XX secolo, in particolare il tradimento degli ideali della Rivoluzione del 1917 e la rivoluzione fallita del 1968. Al tentativo di elaborazione di questi traumi è dedicato il capitolo 2 del libro, titolato “Una o due melanconie?”, con riferimento a questi due determinanti frangenti storici del secolo scorso. Proprio a questo capitolo è dedicato l’articolo di Mario Sommella Oltre la melanconia di sinistra pubblicato nella rassegna di Rizomatica.

    Data la rilevanza e corposità del testo di Nunes, mi riservo di trattarne in modo più approfondito in una futura occasione.

    15 – Cfr. Benjamin H. Bratton The Stack: On Software and Sovereignty – Ed. MIT Press 2016

    Ho richiamato e brevemente descritto quest’importante lavoro di Bratton in Fuori dal capitalocene. Dall’uomo indebitato all’uomo frugale.

    16 – Cfr. Tiziana Terranova Red stack attack! Algoritmi, capitale e automazione del comune.

    17 – Per una sintesi dell’acuminata e disincantata analisi dell’attuale stato di cose sviluppata da M. Lazzarato nei suoi più recenti lavori, rinvio alla lettura di un suo recente articolo dal titolo Gli Stati Uniti e il «capitalismo fascista» comparso sulla rivista on-line Machina.

    #capitalismo #comune #dati #guerra #immateriale #imperialismo #keynes #lazzarato #Luxemburg #pellegrino #rivoluzione #stato #stiegler
  15. Hanno mai provato a fare esperimenti di società anarchiche? Perdonate la totale ignoranza #anarchia #stato #polizia #fascismo #comunismo

  16. RE: psicospace.it/perche-non-votar

    Non #votare non è una #protesta. È una rinuncia.
    Il silenzio non mette in difficoltà il potere: lo agevola.

    Anche quando non ti riconosci in un sì o in un no, esserci conta.
    La presenza dice allo #Stato una cosa semplice: i cittadini ci sono, osservano, valutano.

    Un articolo su voto, #astensionismo e responsabilità civica.

    @attualita @politica

    #democrazia #dirittodivoto #partecipazionepolitica #responsabilitàcivica #psicospace

  17. RE: psicospace.it/perche-non-votar

    Non #votare non è una #protesta. È una rinuncia.
    Il silenzio non mette in difficoltà il potere: lo agevola.

    Anche quando non ti riconosci in un sì o in un no, esserci conta.
    La presenza dice allo #Stato una cosa semplice: i cittadini ci sono, osservano, valutano.

    Un articolo su voto, #astensionismo e responsabilità civica.

    @attualita @politica

    #democrazia #dirittodivoto #partecipazionepolitica #responsabilitàcivica #psicospace

  18. RE: psicospace.it/perche-non-votar

    Non #votare non è una #protesta. È una rinuncia.
    Il silenzio non mette in difficoltà il potere: lo agevola.

    Anche quando non ti riconosci in un sì o in un no, esserci conta.
    La presenza dice allo #Stato una cosa semplice: i cittadini ci sono, osservano, valutano.

    Un articolo su voto, #astensionismo e responsabilità civica.

    @attualita @politica

    #democrazia #dirittodivoto #partecipazionepolitica #responsabilitàcivica #psicospace

  19. RE: psicospace.it/perche-non-votar

    Non #votare non è una #protesta. È una rinuncia.
    Il silenzio non mette in difficoltà il potere: lo agevola.

    Anche quando non ti riconosci in un sì o in un no, esserci conta.
    La presenza dice allo #Stato una cosa semplice: i cittadini ci sono, osservano, valutano.

    Un articolo su voto, #astensionismo e responsabilità civica.

    @attualita @politica

    #democrazia #dirittodivoto #partecipazionepolitica #responsabilitàcivica #psicospace

  20. RE: psicospace.it/perche-non-votar

    Non #votare non è una #protesta. È una rinuncia.
    Il silenzio non mette in difficoltà il potere: lo agevola.

    Anche quando non ti riconosci in un sì o in un no, esserci conta.
    La presenza dice allo #Stato una cosa semplice: i cittadini ci sono, osservano, valutano.

    Un articolo su voto, #astensionismo e responsabilità civica.

    @attualita @politica

    #democrazia #dirittodivoto #partecipazionepolitica #responsabilitàcivica #psicospace

  21. In #Armenia, lo scontro tra #Stato e #Chiesaortodossa sembra aver raggiunto un punto di svolta. Il Primo Ministro #NikolPashinyan ha intensificato la pressione sul #PatriarcaKarekinII, promettendo la sua rimozione, mentre la Chiesa resiste, denunciando #ingerenzepolitiche.

    Un confronto che va oltre le persone, toccando il delicato equilibrio tra autorità religiosa, riforme sociali e futuro della società armena.
    @attualita

  22. Possiamo dare la colpa allo #Stato, alla #Meloni, a #Putin, a #Trump, a #Israele, ecc. ecc., ma se poi si abbandonano bottiglie di vetro a 30 metri dalla campana del vetro, forse è meglio iniziare dalle piccole azioni quotidiane, dal #SensoCivico che dovrebbe essere insito in ogni #cittadino.
    PS. ho raccolto io quelle due bottiglie depositandole dove dovuto...

  23. #Entratetributarie in crescita: #Bankitalia certifica +2,5% a #ottobre2025
    Secondo l’ultima rilevazione della Banca d’Italia, le entrate tributarie dello #Stato a ottobre hanno raggiunto 43,4 miliardi di euro, segnando un incremento del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2024. Nei primi dieci mesi del 2025, il gettito complessivo arriva a 462,2 miliardi di euro, con un aumento del 2,1% sull’anno precedente. Tuttavia, come sottolinea Bankitalia, la crescita del gettito non basta da 1/2
    @economia

  24. @fucinafibonacci @economia Ad essere onesti mi pare che anche la #FIAT degli #Agnelli facesse industria e occupazione a vantaggio degli azionisti nei periodi di espansione del mercato, e a carico dei cittadini nei periodi di crisi, scaricando sullo #Stato oneri per aiuti e cassa integrazione. E ricevendo grandi agevolazioni (compreso il monopolio sugli acquisti delle pubbliche amministrazioni) nell'uno e nell'altro momento. Gli industriali mettono in cima ai propri pensieri solo il prodotto.

  25. Le istituzioni della CEE e la Grecia dei colonnelli

    Uno dei primi temi sul tavolo sin dall’estate del 1967 era rappresentato naturalmente dalla situazione politica che viveva il più antico partner commerciale europeo, la Grecia, all’indomani del golpe del 21 aprile <93.
    Dal 1961, anno della firma del primo accordo di Associazione siglato dal governo moderato di Kostantinos Karamanlis <94, le relazioni tra i Sei e la monarchia ellenica si erano infatti mantenute sostanzialmente buone, ma l’avvio di un’ennesima dittatura militare nel cuore dell’Europa “atlantista”, sotto influenza occidentale, non avrebbe potuto rimanere senza conseguenze.
    Il Commissario italiano si trovò così a dover prendere da subito in carico una situazione molto delicata, che coinvolgeva da vicino gli stessi organi di Associazione. Edoardo Martino si era del resto già interessato in prima persona alle vicende istituzionali greche, mentre ricopriva ancora la carica di Presidente della Commissione politica parlamentare a Strasburgo. Già nel maggio 1967, a poche settimane dai fatti di Atene, si era fatto relatore di una risoluzione congiunta insieme all’eurodeputato olandese Schuijt, co-presidente del Consiglio di Associazione, che invitava di fatto l’Europa ad un’interruzione immediata delle sue relazioni diplomatiche con il Paese.
    “[…] Quanto accaduto in Grecia ci preoccupa come se fosse accaduto in casa nostra, perché abbiamo sempre sostenuto in quest’aula, e fuori, che l’accordo di associazione non rappresenta altro che un primo e necessario passo per la completa partecipazione greca alla nostra opera di costruzione di un’Europa unita e democratica. […] La Comunità stessa, in queste condizioni, non ha potuto assumere alcuna posizione ufficiale. Il Consiglio dei ministri dell’associazione, che avrebbe dovuto riunirsi per approvare la relazione annuale da presentare alla Commissione parlamentare mista, non è stato convocato. E poi, come convocare la Commissione parlamentare mista se il Parlamento ellenico non esiste più? […] In questo Parlamento che costituisce presidio democratico delle libertà europee noi sappiamo, signor Presidente, qual è oggi il nostro compito, il nostro dovere: è intanto quello di denunciare l’estrema gravità della situazione determinata dal Colpo di Stato. Per questo abbiamo presentato una interrogazione con discussione, invocando l’urgenza. Ma il nostro compito e il nostro dovere è anche quello di favorire con ogni mezzo il ritorno alla normalità democratica del Paese amico. A questa normalità la Grecia non può non ritornare se essa desidera veramente continuare con noi sulla via dell’unità europea. E ci auguriamo che essa vi torni al più presto” <95.
    E’ noto come una simile intransigenza fosse condivisa negli stessi mesi dalla maggioranza dell’Assemblea parlamentare, e dallo stesso Jean Rey, in procinto di assumere la guida della prima Commissione unificata, ma al contempo come fosse ben lontana dal riguardare le cancellerie dei Sei e le loro rappresentanze a Bruxelles <96.
    Se la dimensione di una necessaria stabilità geopolitica del continente si trovava giocoforza confermata come prevalente, si stava provando in ogni caso ad agire, pur nei ristretti margini consentiti al Berlaymont, senza poter però affondare del tutto il colpo. Dopo diverse settimane d’interruzione, e qualche avvicendamento, spesso dai risvolti drammatici, nella composizione dei membri di parte greca, i lavori del Consiglio di Associazione ripresero già dal luglio seguente <97.
    L’autunno seguente vide protagonista la nota vicenda della mancata concessione di un prestito di 10 milioni di dollari che la Banca Europea per gli Investimenti avrebbe dovuto concedere al governo greco entro il 31 ottobre 1967, nell’ambito delle convenzioni finanziarie rientranti nei precedenti accordi. Il parere negativo fornito da Palais Berlaymont ad un’operazione del genere non riuscì ad essere superato dal Consiglio dei ministri economici delle Comunità, che, non trovando l’unanimità in materia, fu costretto per una volta ad allinearsi agli indirizzi della Commissione <98. Tutto ciò poteva però difficilmente scalfire una situazione comunque contrassegnata da una certa dose di ambivalenza e per certi versi di malcelato imbarazzo, almeno da parte di alcuni ambienti comunitari, che era destinata a trascinarsi ancora a lungo, in sostanza fino al più generale stravolgimento politico che avrebbe interessato il Paese ellenico e l’intera area sudeuropea nel 1974-1975. Imbarazzo tanto più evidente alla luce dei fatti che nel frattempo stavano accadendo nel mondo d’Oltrecortina <99, e che contribuivano ad offuscare sempre più l’immagine delle istituzioni europee agli occhi dell’opinione pubblica dei Sei, oramai particolarmente sensibile a certi temi. Ancora all’inizio del 1969, il dibattito a Strasburgo non mancava di evocare in chiave polemica lo stato dei rapporti tra Bruxelles ed Atene. L’aver distinto all’interno del Consiglio di Associazione gli aspetti del dialogo inter-istituzionale e culturale da quelli più eminentemente commerciali <100 non poteva di certo bastare a fugare le critiche di una parte consistente dell’Assemblea parlamentare, e di questo lo stesso Martino si dimostrava ben consapevole. Nel corso della seduta del 7 maggio 1969, ad esempio, il Commissario alle Relazioni Esterne fu coinvolto in prima persona dalle sollecitazioni giunte nei giorni e nelle settimane precedenti da vari parlamentari. La richiesta ufficiale di abbandono di ogni ambiguità nelle relazioni con il regime ellenico da parte della Comunità fu perorata a Strasburgo in primis da Carlo Scarascia Mugnozza, all’epoca presidente della Commissione politica del Parlamento e, come si è visto, successore proprio di Martino allo stesso incarico <101. Richiami in questa direzione erano in realtà già arrivati, a fine gennaio, dall’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa, e una parte degli europarlamentari soprattutto di area social-democratica aveva avuto buon gioco nel riprenderli <102.
    Nel ricordare quanto fatto, anche dietro sua iniziativa, già poco dopo gli avvenimenti del 1967, ad esempio con gli appelli portati avanti dal Parlamento, in quell’occasione Martino non si sottraeva dal ritornare, non senza accenti polemici, sulle responsabilità da attribuire ad altri organi delle Comunità presenti nelle istituzioni bilaterali – bien sur il Consiglio CE – per la mancata interruzione generale di tutti i rapporti, stigmatizzando come non tutto fosse in suo potere, e, anzi, la Commissione fosse suo malgrado relegata ad classico ruolo ancillare da parte dei Sei governi centrali e dei loro apparati diplomatici.
    “[…] Non farò torto all’onorevole Romeo ricordandogli che l’accordo di Atene […] è stato concluso tra la Comunità e gli Stati membri, da una parte; e lo Stato ellenico dall’altra; e che il Consiglio d’associazione è quindi composto, per quanto concerne la Comunità, dal Consiglio e dalla Commissione della C.E.E. Ne consegue che la linea di azione comunitaria è definita dalle istituzioni della Comunità e che pertanto nessuna decisione relativa all’ applicazione dell’accordo di Atene può essere presa dalla sola Commissione. Questo non significa, naturalmente, che la Commissione sia rimasta indifferente nei riguardi del regime costituzionale di un Paese che aspira a divenire membro della Comunità: se n’è anzi vivamente preoccupata e ne ha discusso in Consiglio, […] ed è giunta, con il Consiglio, alla conclusione che si dovesse soprassedere alla discussione di taluni sviluppi futuri, limitandosi, per il momento, alla gestione ordinaria dell’accordo […]” <103.
    Dunque, ancora una volta, se si era in cerca di responsabilità politiche queste non dovevano essere indirizzate a Palais Berlaymont, che aveva fatto tutto quanto – poco, si conveniva <104 – in suo potere per prendere le distanze per lo meno in termini di indirizzo politico da un regime manifestamente autoritario, mantenendo netta la distinzione tra gestione “ordinaria” dell’accordo del 1961, che doveva proseguire, e prospettive di più lungo termine, sospese a tempo indeterminato.
    Nei dodici mesi seguenti, lo stallo proseguì in definitiva senza significativi passi in avanti, mantenendo il commissario italiano in una situazione di involontaria ambiguità che non si fatica a cogliere nella documentazione privata giuntaci come mal sopportata <105. L’interruzione totale delle relazioni tra Bruxelles ed Atene poteva evidentemente essere decisa solo ad un livello intergovernativo, e la diplomazia comunitaria altro non poteva fare se non bloccare almeno la cooperazione istituzionale (su tutti lo scambio di visite da parte di delegazioni parlamentari) prevista dal Consiglio di Associazione, in attesa di un ritorno ad un pieno assetto democratico delle istituzioni elleniche, ancora tuttavia imprevedibile nelle tempistiche. E d’altra parte anche a Bruxelles cominciò a pesare non poco la preoccupazione che una chiusura complessiva dei rapporti col Paese ellenico potesse aggravare ulteriormente la già tragica situazione politica interna <106.
    Dove non arrivava la politica, potevano tuttavia giungere iniziative di carattere personale, in una dinamica che può spiegare bene certi aspetti del funzionamento degli organi CE in contesti simili. Nel corso del 1968 infatti, Martino si interessò in prima persona, su segnalazione e per tramite del suo gabinetto politico guidato all’epoca da Paolo Antici, al destino del professor Spyros Calogeropoulos Stratis, docente di Diritto Internazionale all’Università di Atene, già Segretario del Movimento Europeista greco, che il governo del colonello Papadopoulos aveva collocato a riposo anzitempo <107. Per le sue posizioni, l’accademico poteva annoverarsi tra i tanti dissidenti della dittatura, che per questo motivo si era indirettamente proposto per un’ancora imprecisata collaborazione scientifica con gli uffici della Commissione, di cui fu avvertito tramite il suo segretario personale Raymond Rifflet lo stesso presidente Rey. Superando qualche perplessità iniziale derivata dalla difficoltà nell’individuare un progetto scientifico chiaro da affidare al giurista <108, anche grazie all’intervento di Martino e del suo gabinetto la Divisione del personale della CEE decise in senso favorevole nell’autunno 1968.
    Il progressivo stabilizzarsi del regime dittatoriale greco, ratificato dalla nuova Costituzione del 1968, comportò quindi una prima battuta d’arresto per gli sforzi compiuti dalle Comunità europee sulla strada di una nuova e più assertiva politica estera. Quasi a fare da contraltare a quanto precede, la parallela vicenda dell’altrettanto difficile proseguimento delle relazioni diplomatiche con Ankara, gettate oramai da diversi anni, e di cui Martino fu di nuovo protagonista.
    [NOTE]
    93 Sul tema si rimanda, per una prima analisi coeva ai fatti, al lavoro di Mario CERVI, Dove va la Grecia? Dal colpo di Stato al referendum, Mursia, Milano 1968. D’interesse anche il volume di S. ROUSSEAS, Grecia contemporanea, Feltrinelli, Milano 1968. Si veda anche R. CLOGG e G. YANNOPOULOS (a cura di), Greece under military rule, London 1972, e R. CLOGG, A Concise History of Greece, Cambridge University Press, Cambridge 2013, in particolare pp. 152-165. Da segnalare infine, per un punto di vista limitato alle sole relazioni italo-greche, il recente P. SOAVE, La democrazia allo specchio. L’Italia e il regime militare ellenico 1967-1975, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014.
    94 I negoziati del 1958-1961 confluiti nel primo accordo di Associazione sono richiamati in breve da G. BOSSUAT e A. LEGENDRE, Il ruolo della Commissione nelle relazioni esterne, in M. DUMOULIN (a cura di), cit., pp. 374-375. Per una ricostruzione più approfondita dei rapporti tra Grecia e CE nel ventennio 1961-1981 si rimanda invece al saggio di P. PAPASTRATIS, Opening the Gates to Enlargement. The debate on the Entry of Greece, in A. LANDUYT-D.PASQUINUCCI (a cura di), Gli allargamenti della CE/UE. 1961-2004, tomo I, il Mulino, Bologna 2005, pp. 289-302.
    95 ASUE, EM 76 “Association CEE-Grèce 13 mars/20 octobre 1967”, verbale dell’Assemblea parlamentare europea, seduta di lunedì 8 maggio 1967.
    96 Per questi anni cfr. A. VARSORI, L’Occidente e la Grecia: dal colpo di Stato militare alla transizione alla democrazia (1967-1976), in DEL PERO-GAVIN-GUIRAO-ID, Democrazie, op.cit., pp. 5-94, in particolare sulle diverse reazione al golpe tra USA e CE si veda pp. 20-24.
    97 ASUE, EM 76, Compte-rendu sommaire de la 49e reunion du Comité d’Association CE-Grèce, Secretariat Exécutif de la Commission des Communautes Europeennes, Bruxelles, 19 juillet 1967, confidentiel.
    98 Il ruolo di Edoardo Martino nel dipanarsi della vicenda non può per onestà definirsi rilevante, ma erano note da tempo le sue posizioni personali in merito ai segnali da dare, da parte europea, verso il nuovo corso avviato ad Atene. Si veda la documentazione in ASUE, EM 77 “Association CEE-Grèce” (23 octobre 1967- 24 avril 1968), Nota confidenziale per i membri della Commissione, s.d. ma collocabile nel marzo 1968.
    99 Il riferimento non può che andare alla Primavera di Praga e all’onda emotiva che questa provocò immancabilmente nel corso del 1968 anche in Europa occidentale. La posizione di condanna netta dell’intervento sovietico e della cosiddetta “dottrina Breznev” da parte delle CE per voce di Martino ne favoriva l’accreditamento in sede internazionale come istituzione a difesa delle libertà democratiche e di autodeterminazione di ogni popolo, difficilmente conciliabile, agli occhi dell’opinione pubblica, con il perdurare di rapporti ufficiali con una dittatura militare. Si veda in ASUE, EM48, La distensione in Europa e l’invasione della Cecoslovacchia, discorso pronunciato all’Assemblea di Strasburgo il 1° ottobre 1968.
    100 Già nel novembre 1968 il commissario democristiano evidenziava, dati alla mano, come il caso greco fosse l’unico in cui il volume complessivo degli scambi import-export con i Sei non fosse diminuito a causa della congiunturale contrazione dell’economia globale ormai incipiente, e anzi fosse aumentato fino a raggiungere i 59,2 miliardi di dollari totali. In ASUE, EM48, Les investissements étrangers dans la Grèce, relazione da presentare alla Commissione Esecutiva, s.d. ma collocabile entro il 1° dicembre 1968.
    101 ASUE, EM 48, L’Associazione CE-Grecia dopo il colpo di Stato, discorso pronunciato all’Assemblea di Strasburgo, 7 maggio 1969.
    102 Ibidem, EM 80 Association CEE-Grèce (novembre 1968-mars 1969), Rapport sur la situation en Grèce du M. van der Stoel presenté à l’Assemblé Consultative du Conseil de l’Europe du 28 janvier 1969.
    103 ASUE, EM 48, L’Associazione Ce-Grecia dopo il colpo di Stato, cfr. supra.
    104 Non mancano infatti, né nei commenti personali alle note preparate dalla Direzione Generale I, né nei suoi interventi pubblici, reiterati cenni all’insufficienza dei margini decisionali concessi alla Commissione.
    105 L’intervento sopra richiamato è solo uno dei tanti che vede Martino protagonista di polemiche su questo tema nel periodo.
    106 Un pericolo che si avvertiva spesso nelle comunicazioni tra i vari uffici della Commissione inerenti alla crisi greca, e che per esempio ricorre prima del mancato prestito al governo greco da parte della BEI.
    107 ASUE, EM 77 “Association CEE-Grèce”, Prof. Calogeropoulos Stratis a Edoardo Martino, Atene, 1° febbraio 1968.
    108 Nota a mano probabilmente dello stesso Levi Sandri: “D’accordo, ma quale può essere un tema “accettabile” dalla maggioranza dei commissari?” in ASUE, EM 77, Paolo Antici a Giovanni Falchi, capo di gabinetto del Vicepresidente (e commissario alle Politiche Sociali, ndr) Lionello Levi Sandri, Bruxelles 6 marzo 1968, confidenziale.
    Lorenzo Meli, L’europeismo italiano nell’“età delle crisi”. Il contributo dei politici democristiani alla Commissione Esecutiva CE (1967-1984), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2015-2016

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  26. Se si intende sottovalutare il golpe Borghese

    Quando si vuole a tutti i costi sminuire i rischi corsi dalla democrazia italiana con il progetto di golpe di Junio Valerio Borghese ci si arrampica sugli specchi come fa in questa parte della sua tesi Filippo Augusto Albarin, del resto in buona compagnia con Pansa, il quale sembrava proprio anticipare nell’intervista con il Principe Nero, dallo studente ampiamente menzionata, lo spregiudicato e qualunquistico revisionismo storico, che caratterizzò i suoi ultimi anni.
    Sul tentativo di colpo di stato di Borghese è sufficiente una elementare considerazione per denunciarne la pericolosità: l’indubbio coinvolgimento di Licio Gelli, che nell’occasione fece quantomeno una prova generale dei suoi ben noti piani eversivi.
    Nota del redattore

    Il periodo degli “anni di piombo” in Italia è stato caratterizzato da una crescente tensione politica e sociale, con conflitti tra gruppi estremisti di destra e sinistra, oltre a interferenze da parte di servizi segreti e organizzazioni criminali. Questo contesto ha generato una diffusa paura nella popolazione, inclusa quella di poter trovare carri armati per strada al risveglio.
    Durante questo periodo, si assistette a un confronto violento tra estremisti di destra, che miravano a instaurare un regime autoritario ispirato a modelli sudamericani come quelli del Cile e dell’Argentina, e forze di sinistra, che lottavano per una trasformazione sociale e politica radicale, inclusa la presa del potere attraverso una rivoluzione operaia.
    Le attività di gruppi estremisti, organizzazioni criminali e interferenze dei servizi segreti crearono un clima di instabilità e diffidenza all’interno della società italiana, con la minaccia costante di violenza politica e azioni terroristiche. Questo periodo oscuro della storia italiana è stato caratterizzato da una serie di attacchi, omicidi politici e violenze che hanno avuto un impatto duraturo sul tessuto sociale e politico del paese.
    E nella cronaca che seguiva questi eventi abbiamo visto che il modus operandi era sempre lo stesso: compiere un atto e accusare la parte opposta; ed è per questo che è fortemente credibile che anche l’evento in analisi, il presunto tentativo di golpe [Borghese], possa essere frutto di un invenzione, o meglio di una retorica di voluta esagerazione, messa in atto dalle forze di sinistra.
    Per dovere di cronaca, ma anche per un’oggettiva convinzione che la storia che abbiamo raccontato fino ad adesso sia influenzata da una retorica fortemente complottista e di parte, presenteremo i punti in favore della teoria che vede questa storia come una grossa montatura.
    Un primo esempio di quanto appena detto risiede in un’intervista che il Principe ha rilasciato il 5 dicembre [1970], quindi poco più di 24h prima del presunto golpe, a Gianluca Pansa; se riletta, questa intervista, conoscendo le accuse che sono state successivamente rivolte a Borghese, queste dichiarazioni hanno del paradossale. Vengono trattati temi che, se effettivamente fosse accaduto tutto quello raccontato da lì a poche ore, non avrebbe avuto senso trattare in un’intervista; in particolare, ritengo opportuno riportare uno stralcio dell’intervista, la parte in cui Pansa chiede al Principe la sua visione su un eventuale colpo di Stato:
    P: Come vi comportereste di fronte ad un colpo di Stato? Cioè il vostro giudizio su un eventuale colpo di Stato?
    B: Se il colpo di Stato dovesse partire da della gente che noi riteniamo nociva alle sorti del paese, il nostro atteggiamento sarebbe del tutto negativo. Se il colpo di Stato partisse da qualche organizzazione politica e noi lo ritenessimo soddisfacente per le finalità che ci proponiamo, potremmo anche considerarlo come un avvenimento positivo.
    Poi l’intervento del fedelissimo Carlo Guadagni: “E sarebbe sempre, però, l’attuazione di quel secondo articolo del nostro Statuto che parla del ripristino dei massimi valori della civiltà italica.
    B: sì, non ci interessa il colpo di Stato come colpo di Stato: non ci fermiamo di fronte alla drammaticità del fenomeno, che del resto non vedo come potrebbe svolgersi perché la nostra finalità non è quella del colpo di Stato: la nostra finalità è quella della creazione di uno Stato, cioè il nostro deve essere un apporto positivo e non negativo alla nazione.
    P: Ma che giudizio da di un colpo di Stato tipo quello greco?
    B: In Italia un colpo di Stato come quello greco mi sembra molto difficile.
    […]
    P: Ma se oggi, per esempio, un gruppo di militari facesse in Italia un colpo di Stato e mettesse al governo, non per forza un generale, ma un governo “tecnico”?
    B: Se questo dovesse essere un fenomeno a breve termine e inteso per il ristabilimento dell’ordine, che oggi manca totalmente in Italia, o per impedire l’avvento dei comunisti al governo, poteremmo giustificarlo. Non lo giustificheremmo in linea politica perché un governo siffatto si presenta fin d’ora con le caratteristiche di un governo conservatore e noi non siamo conservatori, siamo dei progressisti.
    <54
    Sarebbe una mossa sensata pronunciare queste parole a poche ore da un tentativo di colpo di Stato? Bisogna effettuare anche altre considerazioni su questa ipotesi; è di fondamentale importanza il contesto nazionale, che appariva molto deteriorato, almeno agli occhi della parte conservatrice del paese: scioperi, violenza, senso di insicurezza, insoddisfazione con il sistema politico (i governi in quel periodo spesso non duravano più di pochi mesi). Si aveva inoltre l’impressione che le sinistre, guidate dal PCI controllato da Mosca, volessero sovvertire con le loro manifestazioni l’ordine democratico.
    L’idea che “qualcuno facesse qualcosa” non era quindi lontana da molti cuori. Quanto allo specifico del Golpe Borghese – che indubbiamente fu pianificato, con vari contatti cercati nei militari e in altri soggetti – vi sono diverse osservazioni sull’efficacia della sua pianificazione, per tacere della “realizzazione”. In particolare: – Numero limitato dei partecipanti; livello dei vertici (Borghese a parte) non particolarmente significativo; esiguità delle forze in campo (200 guardie forestali…); – Localizzazione geografica delle azioni molto limitata (Roma, qualcosa in Centro Italia, quasi niente al Nord, alleanze con la Mafia solo presunte al Sud: non proprio un’organizzazione capillare); – Non possibile realizzare il golpe (voleva essere un “golpe bianco”, ossia guidato dalle istituzioni, o no?) senza il coinvolgimento effettivo di almeno un corpo militare diffuso in tutto lo Stato: di fatto, si legge che “reparti” dell’esercito o dei Carabinieri avrebbero partecipato; di fatto, il referente dei Carabinieri sparì al momento dell’azione, segno evidente che l’Arma non era disponibile; – Colpisce l’improvvisazione del piano, in particolare per il “dopo”: anche ammettendo che i leader di sinistra e sindacali fossero catturati e deportati (li avrebbero trovati tutti? Il PCI sapeva…), cosa sarebbe successo in caso di manifestazioni di piazza? Spari sulla folla? Borghese disse
    chiaramente che non voleva spargimenti di sangue… – Come si poteva pensare che PCI, PSI e sindacati, in grado in quegli anni di mobilitare grandi folle, non avrebbero reagito? – L’impressione è che gli USA (che in quegli anni non disdegnavano di rovesciare governi a loro nemici, ma non era il caso dell’Italia, anche aperta a sinistra) giocassero attraverso la CIA ad un gioco di “wait and see”, ma non fossero convinti della fattibilità del piano, e avessero comunque informato il Governo italiano; – Andreotti, il cui nome incontrava comunque l’ostilità di Israele, e quindi all’atto pratico probabilmente anche degli USA, probabilmente sapeva, e ha “dato corda” ai congiurati, per vedere
    fin dove sarebbero arrivati. Non appare credibile l’ipotesi del rapimento del Capo dello Stato, a meno che i corazzieri non fossero parte del piano; – Non va poi dimenticato che fu proprio Andreotti (insieme a Moro) il fautore dell’apertura a sinistra, con il coinvolgimento sempre maggiore del PCI nei governi locali (per un coinvolgimento diretto dei comunisti a livello di appoggio al Governo, bisognerà aspettare ancora qualche anno); senza dimenticare la posizione assolutamente apicale ricoperta da Andreotti stessi in quegli anni nella politica Italia, quindi perché avrebbe dovuto cambiare una situazione in una difficilmente più vantaggiosa? – Appaiono poi totalmente trascurati gli aspetti economico-finanziari del Golpe: chi avrebbe remunerato i partecipanti? Soprattutto, se fossero emerse rivolte successive, con una evidente divisione e lotta tra diversi poteri dello Stato, con quali mezzi sarebbe stata finanziata la continuazione dell’esperienza golpista? Non si sa. Anche questo aspetto fa parte della pianificazione un po’ improvvisata, basata più sui “contatti” con i potenziali partecipanti che sugli aspetti pratici; – Da ultimo, non si può dimenticare che la Corte di Cassazione stabilì nel 1986 che un vero e proprio golpe non fu in effetti realizzato.
    Insomma, per concludere, ci sono diversi punti interrogativi su questa vicenda, a cui difficilmente riusciremo a rispondere in questa sede; quella che ripetiamo essere solo la nostra opinione è semplice: qualcosa c’è stato, ma non nei termini quasi fantascientifici di molti degli autori che hanno trattato il tema.
    [NOTA]
    54 G. Pansa, op. cit., pp. 114-115
    Filippo Augusto Albarin, Il Golpe Borghese, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2023-2024

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  27. Una costante rappresentata sia dai numerosi depistaggi, sia dagli apparati statali che obbedivano a logiche diverse rispetto a quelle democratiche

    Come si è detto, molti (intellettuali, politici, giudici ecc.) hanno dato ai fatti accaduti in quegli anni un’interpretazione unitaria del fenomeno terrorista di matrice neofascista come di una gigantesco sistema di protezione del potere ordito dalla classe dirigente del Paese. Una classe dirigente senza scrupoli avrebbe guidato le operazioni terroristiche (e golpiste) allo scopo di trarre vantaggi politici (rafforzare deboli coalizioni governative, ottenere il voto degli elettori) e per eliminare il pericolo del sorpasso delle forze di sinistra. Il terrorismo nero non sarebbe stato altro che un componente di un piano molto più ambizioso: “la strategia della tensione”.
    Questa posizione può essere riassunta nel famoso articolo di Pasolini pubblicato sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 e dal titolo “Cos’è questo golpe? Io so”. <54 Una visione degli anni di piombo che godette di grandissima popolarità e conta ancora oggi un gran numero di sostenitori. <55
    Tuttavia, un’immagine così unitaria dell’eversione neofascista non pare sufficiente a spiegare il fenomeno. Leggendo l’opera di Satta, centrando l’attenzione sull’attività degli apparati dello Stato coinvolti nella lotta antiterrorista ed esaminando i fatti, ci si rende conto che questi presentano una realtà contraddittoria e spesso rendono impossibile usare un’unica chiave interpretativa.
    Analizzando cronologicamente l’attività terrorista di matrice fascista, ad esempio, si osserva che le date degli attentati non coinciderebbero con nessun concreto successo del PCI. <56 Non sarebbe dunque possibile giungere all’unica conclusione che questa non possa che essere considerata come una risposta anticomunista, dovuta al pericolo rappresentato dai crescenti successi del PCI in ambito politico. Invece, lo stragismo sarebbe stato, secondo Satta, la manifestazione di una strategia antisistema, antidemocratica e anticapitalista. Lo dimostrerebbero ad esempio le parole di Franco Freda, <57 nonché il fatto che una volta fallito l’obiettivo di destabilizzazione dell’ordine democratico, gli stessi terroristi avrebbero fatto un passo indietro. <58
    D’altra parte, non si possono dimenticare le irregolarità commesse durante i processi, le collusioni dimostrate tra servizi segreti e ambienti neofascisti, le responsabilità dei dirigenti politici, degli organi di stampa, il coinvolgimento di istanze straniere, aspetti negativi solo parzialmente compensati dall’operato e dagli esiti in parte positivi di indagini e processi che avevano finito per individuare almeno la matrice degli attentati e messo in luce le irregolarità e collusioni di cui sopra.
    Mirco Dondi giunge ad inserire il terrorismo degli anni di piombo all’interno della costruzione di uno “Stato intersecato”, nel quale diverse strutture si sovrapponevano facendo sì che uomini dei servizi segreti fossero allo stesso tempo parte delle organizzazioni eversive. <59 Le conseguenze sulla vita democratica di tale struttura sarebbero state devastanti: non solo attentati terroristici, ma la possibilità di influire sulle nomine delle forze armate e degli apparati di sicurezza, e condizionando la giustizia.
    Invece, parlare di un vero e proprio “terrorismo o stragismo di Stato”, parrebbe improprio, essenzialmente perché “Stato” è un concetto complesso, in cui intervengono soggetti assai diversi tra loro. Durante “gli anni di piombo” le istituzioni dello Stato e della società civile (apparati di polizia, della magistratura, rappresentanti politici, i sindacati) hanno lavorato duramente e in una situazione sommamente difficile per sconfiggere il terrorismo. Mentre non esisterebbero prove che «un ceto dirigente di governo o una sua parte significativa abbiano pianificato stragi e assassinii». <60
    Secondo Satta, questo uso improprio del concetto di strage, che si è propagato a macchia d’olio fra i giovani di sinistra e questa visione dello Stato italiano come di un assassino che addirittura pianifica gli attentati, si sommava, o ne era la conseguenza, ad un antistatalismo già diffuso nel Paese. <61 All’epoca ebbe senz’altro delle conseguenze importantissime e gravi, contribuendo a creare un ambiente propizio alla legittimazione di una risposta terroristica e violenta.
    Tornando a Pasolini, si deve ricordare che il suo punto di vista non era né quello dello storico, né del giurista, ma di un intellettuale, un poeta, la cui missione, potremmo dire, è quella di illuminare i comuni mortali su una verità che va oltre i dati di fatto. Il contributo di Pasolini rimane estremamente prezioso in un’epoca nella quale la prassi comune nella società italiana, dalle istituzioni statali alla familia, era comunque quella di mettere a tacere tutto quello che poteva risultare scomodo. Era la voce di chi, dotato di una particolare sensibilità, avvertiva gli scompensi del sistema e voleva muovere le nuove generazioni a prendere in mano le redini della propia vita e a ricercare la verità attivamente, anche oltre le apparenze. Si trattava inoltre di una critica necessaria che avrebbe propiziato il dibattito fra le forze politiche e le diverse istanze della società e attraverso il quale si potè avanzare nel chiarire e organizzare un’efficace risposta al terrorismo, una risposta che, per vincere, doveva provenire dall’insieme della società italiana.
    [NOTE]
    54 Pier Paolo Pasolini, “Cos’è questo golpe? Io so”, in Corriere della Sera, 14 novembre 1974, in http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html, consultato il 02/08/18.; Mirco Dondi, L’eco del boato…, cit., p. 395. Dondi precisa che l’articolo di Pasolini uscì pochi giorni dopo l’arresto del generale Vito Miceli che era stato capo del Sid, accusato di cospirazione contro lo Stato.
    55 Tra questi c’è ad esempio Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi, Torino 2011, p. 525. Il titolo dell’articolo di Pasolini è stato poi più volte ripreso, riutilizzato e adattato da molti anche in tempi recentissimi (come ricorda Guido Vitiello nel suo articolo “Più Sciascia e meno Pasolini”, in La Lettura, supplemento domenicale del Corriere della Sera, 19 dicembre 2012, in http://lettura.corriere.it/piu-sciascia-meno-pasolini/, consultato il 28/08/18), come nel caso del magistrato Antonio Ingroia, autore insieme a Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza del libro Io so, Chiarelettere, 2012, che cerca di ricostruire la verità dei rapporti fra mafia e Stato.
    56 Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica…, cit., p. 428.
    57 Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica…, cit., p. 263 e ss.
    58 Secondo Satta, il terrorismo di matrice fascista si fu progressivamente debilitando, non tanto per i meriti delle forze di polizia o dei servizi segreti, ma più probabilmente perché vide poco a poco sfumare i suoi obiettivi politici. Vladimiro Satta, “La risposta dello Stato al terrorismo: gli apparati e la legislazione”, in Vene aperte del delitto Moro: terrorismo, PCI, trame e servizi segreti. – (Radici del presente), Firenze, Mauro Pagliai, 2009, p. 241.
    59 Mirco Dondi, L’eco del boato…, cit., p. 400 e ss. L’autore individua tre livelli: i Nuclei di difesa dello Stato, di emanazione statale; la Rosa dei Venti e la Loggia P2 con importanti rappresentanti delle istituzioni; ON, AN, Fronte nazionale, Mar e Ordine nero, “cinque organizzazioni i cui atti criminosi sono coperti dalle istituzioni”. Le prime tre avrebbero avuto funzioni superiori rispetto alle altre.
    60 Sono queste le parole dello storico Giovanni Sabbatucci nell’intervista rilasciata a Gian Guido Vecchi e pubblicata con il titolo “Lo stragismo di Stato? Categoria che non esiste”, in Corriere della Sera, 15 settembre 2008, in https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20080915/281805689734907, consultato il 10/07/17. Secondo Sabbatucci: «Terrorismo di Stato è il nazismo, naturalmente. Sono Stalin, il regime militare argentino, i colonnelli greci […] Ma deve avere una regia politica, istituzionale. […] E invece in Italia la formula si è ripetuta con disinvoltura».
    61 Alessandro Naccarato, Difendere la democrazia…, cit., p. 26.
    Lilia Zanelli, Gli anni di piombo nella letteratura e nell’arte degli anni Duemila, Tesi di dottorato, Università di Salamanca, 2018

    In questo contesto, il 17 maggio 1973, davanti alla Questura di Milano, durante una cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi, lo scoppio di un ordigno provocò la morte di quattro persone. Subito arrestato, l’attentatore Gianfranco Bertoli si professò anarchico: una versione smentita successivamente dalle indagini della magistratura, da cui emersero contatti di rilievo con i servizi segreti italiani e, indirettamente, con quelli statunitensi <952. Anzitutto, si appurò che il Bertoli fosse un uomo della destra eversiva, vicino alla cellula veneta di On e a Carlo Maria Maggi. Bertoli inoltre era stata una fonte informativa del Sifar e poi del Sid, con tanto di retribuzione, e proprio da parte degli organismi di intelligence era scattata, subito dopo l’azione, la protezione e la copertura finalizzata a coprire l’identità politica dell’attentato. L’obiettivo della strage era quello di attentare alla vita di Rumor, presente alla commemorazione, colpevole di non aver proclamato lo stato di emergenza subito dopo la strage di Piazza Fontana e di aver promosso lo scioglimento di On nel febbraio 1972. In linea più generale, tuttavia, la strage si proponeva di determinare uno stato di caos e di tensione tale da rendere necessaria una svolta autoritaria. La matrice anarchica dell’attentato serviva solamente a mimetizzare i veri mandanti e responsabili dell’attentato, esattamente secondo le linee indicate nel Field Manual 30-31 e nel piano Chaos, volto a introdurre in gruppi di estrema sinistra elementi mimetizzati appartenenti a servizi di sicurezza o comunque legati agli ambienti estremisti, convincendo la popolazione che i colpevoli della strage fossero da individuare a sinistra. Per queste ragioni, e per tutti gli elementi emersi dalle inchieste giudiziarie che collegano Bertoli ad ambienti della destra e dell’intelligence, l’attentato alla Questura di Milano non può ritenersi un gesto isolato, ma va inserito all’interno della strategia della tensione e di un quadro costituito oltreoceano e già entrato in attività nei precedenti attentati che, attraverso una sofisticata opera di mimetizzazione, ha posto in essere l’operazione di occultamento della vera identità di Bertoli.
    […] I riflessi della svolta del 1974 si ebbero anche in Italia. Gli eventi susseguitisi durante tutto l’arco dell’anno fanno infatti pensare “a un mutamento parziale di strategia della Cia all’interno del blocco occidentale e dunque anche in Italia” <959. La portata di questo cambiamento si coglie nelle parole di Giovanni Pellegrino: “L’obiettivo strategico non mutò: restò ferma cioè la direzione di contrasto all’espansionismo comunista; a mutare furono i mezzi, meno rozzi e più sofisticati, cui fu affidato il perseguimento dell’obiettivo. Le tensioni sociali non sarebbero state più artificiosamente acuite nella prospettiva di creare le precondizioni di un golpe o comunque di una involuzione autoritaria delle istituzioni democratiche. Nel permanere e nel consolidarsi di queste, le tensioni sociali sarebbero state soltanto, in qualche modo ed entro certi militi, “tollerate” al fine di utilizzarne l’impatto su settori dell’opinione pubblica favorevoli al consolidamento elettorale di soluzioni politiche non eccessivamente sbilanciate a sinistra e sostanzialmente moderate” <960. Secondo questa ipotesi, pur continuando ad essere importante l’obiettivo di stabilizzare il quadro italiano, del quale preoccupavano soprattutto l’apertura a sinistra e le tensioni sociali, la strategia aggressiva che aveva caratterizzato l’operato degli Usa in Italia subì una battuta di arresto <961.
    Gli aiuti finanziari occulti iniziarono ad essere distribuiti in maniera più cauta, evitando di destinarli ad esponenti dell’estrema destra e ai singoli candidati, e preferendo invece programmi elettorali circoscritti e ben definiti <962. Le forze che in Italia avevano tentato di sovvertire l’ordine democratico, si ritrovarono improvvisamente senza appoggio. In questo contesto appare comprensibile anche la decisione del governo italiano di colpire i vertici dello stato e gli esponenti delle organizzazioni più compromessi con l’eversione di destra <963.
    [NOTE]
    952 Il processo nei confronti di Bertoli, colto in flagranza, si concluse rapidamente con una condanna all’ergastolo emessa dalla Corte d’assise di Milano il 1° marzo 1975, confermata sia in appello che in cassazione e divenuta definitiva l’anno dopo. Più lungo fu invece l’iter del processo cui furono sottoposti Carlo Maria Maggi, Francesco Neami, Giorgio Boffelli, Amos Spiazzi e Carlo Digilio, accusati di essere stati i mandanti della strage e rinviati a giudizio il 18 luglio 1998 dal giudice istruttore di Milano Antonio Lombardi. A giudizio fu rinviato anche il generale Gian Adelio Maletti, capo del Reparto D del Sid, accusato di omissione di atti d’ufficio nonché di sottrazione e soppressione di atti e documenti riguardanti la sicurezza dello Stato. Le vicende giudiziarie e i fatti del 17 maggio sono ricostruiti da: P. Calogero, Questura di Milano, via Fatebenefratelli (17 maggio 1973), in A. Ventrone (a cura di), L’Italia delle stragi, cit. pp. 69-77.
    959 N. Tranfaglia, La strategia della tensione e i due terrorismi, in C. Venturoli (a cura di), Come studiare il terrorismo e le stragi. Fonti e metodi, Venezia, Marsilio, 2002, pp. 42-43.
    960 G. Pellegrino, Proposta di relazione, in Commissione stragi, cit. p. 116.
    961 P. Pellizzari, La strage di piazza Loggia e l’occhio statunitense, in “Storia e Futuro. Rivista di storia e storiografia”, 20, giugno 2009, disponibile al link: http://storiaefuturo.eu/strage-piazza-loggia-locchio-statunitense/.
    962 Gli aiuti poi saranno interrotti nel mese di dicembre 1974, per opposizione del Congresso allo stanziamento di 6 milioni di dollari da parte di Ford. C. Gatti, Rimanga tra noi, cit. pp. 144-145.
    963 L. Cominelli, L’Italia sotto tutela, cit. p. 167.
    Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020

    Dunque, dobbiamo sempre tenere conto di due elementi di fondo che per l’intelligence statunitense erano imprescindibili: una totale fedeltà atlantica (sancita pubblicamente con la firma del patto NATO) da una parte e un intransigente anticomunismo dall’altra. Gli americani, per assicurarsi che le nuove strutture italiane corrispondessero ad almeno uno di questi due principi, adottarono due linee diverse per l’uno e per l’altro servizio: – Per riformare il servizio militare si appoggiarono all’ambiente dell’antifascismo bianco e del lealismo monarchico, coi quali avevano già collaborato durante la guerra dopo l’otto settembre, e dei quali poterono assicurarsi la totale fedeltà soltanto dopo la firma del patto Nato, a cui seguirono altri protocolli di collaborazione molto stringenti; – Per il servizio informazione della polizia (ed in sostanza per tutta la pubblica sicurezza), la linea che si seguì fu quella del reintegro dei quadri dirigenti delle disciolte polizie d’epoca fascista (in particolare Ovra e Pai), il fervente anticomunismo dei quali non era messo in dubbio.
    Claudio Molinari, I servizi segreti in Italia verso la strategia della tensione (1948-1969), Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2020-2021

    Il colpo di Stato organizzato da Edgardo Sogno mostra una natura molto diversa da quella del golpe Borghese: non è un colpo di Stato neofascista, poiché a suo dire Sogno odiava molto il fascismo, anche se l’odio verso di esso veniva di gran lunga superato dall’odio verso il comunismo, molto più viscerale. Questo è uno dei motivi per i quali inizialmente il progetto trovò approvazione sia in ambienti politici sia in ambienti militari, anche se venne successivamente accantonato perché secondo la valutazione dell’intelligence Usa e della Nato, avrebbe causato più problemi di quelli che voleva risolvere.
    Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020

    Nel valutare i fattori che hanno contribuito a fare del 1974 un anno di svolta per la strategia della tensione, va riconosciuta anche “la sincera adesione ai valori di una democrazia parlamentare da parte delle maggiori forze politiche presenti in Parlamento. I pericoli che la democrazia correva nel difficilissimo periodo furono adeguatamente percepiti; le spinte anche internazionali verso una involuzione autoritaria furono certamente intuite, probabilmente conosciute, ma non assecondate” <968. Inoltre, le maggiori eredità del movimento del 1968 avevano favorito la creazione di un contesto sociale “contrario alle ricorrenti tentazioni di pronunciamenti militari e di involuzione autoritaria delle istituzioni, che nella seconda metà del decennio vennero quindi in gran parte abbandonate” <969.
    [NOTE]
    968 G. Pellegrino, Proposta di relazione, in Commissione stragi, cit. p. 118.
    969 Ibidem.
    Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020

    Una terza costante è rappresentata sia dai numerosi depistaggi, sia dagli apparati statali che obbedivano a logiche diverse rispetto a quelle democratiche <165. La difficoltà maggiore, nella stesura dell’elaborato, è dovuta proprio al fatto che su molte delle vicende trattate non sia stata fatta sufficiente chiarezza. Non sono state chiarite (se vi sono state) le responsabilità internazionali, non è stata fatta luce sul ruolo dei servizi segreti e sui loro rapporti con la P2. Queste informazioni sarebbero state fondamentali, poiché appare piuttosto inverosimile che dei movimenti extraparlamentari abbiano potuto agire da soli. Senza delle risposte certe, la politica nostrana si è divisa in quattro direzioni interpretative <166: la prima, riconducibile al PCI, al PSI e alla sinistra della DC, vedeva l’emergere di un nuovo fascismo sostenuto da alcune frange delle forze dell’ordine, dei servizi segreti, dell’esercito e dalla NATO. Questi ultimi utilizzavano l’estrema destra per indurre la sinistra a rinunciare a qualsiasi tipo di aspirazione <167. La seconda ipotesi, riconducibile alla destra della DC, interpretava il fenomeno come manifestazione della teoria degli opposti estremismi, secondo la quale erano in atto dei disegni eversivi provenienti sia da destra che da sinistra <168. La terza ipotesi, riconducibile all’estrema sinistra, interpretava il fenomeno come volto alla costituzione di uno Stato apertamente fascista <169. La quarta ed ultima, riconducibile all’MSI, vedeva nel terrorismo la longa manus dell’URSS <170. Quel che è certo è che il caso italiano non può essere spiegato senza fare un chiaro riferimento alla Guerra fredda. USA e URSS utilizzavano delle «strategie indirette» per inserire i paesi nel loro raggio di controllo, i primi sovvenzionando colpi di Stato, i secondi appoggiando i gruppi che portavano avanti la guerriglia rivoluzionaria. Fu in questo frangente che la NATO adottò la strategia della guerra psicologica in tutti quei paesi europei “a rischio”. Il caso italiano risultò particolarmente difficile poiché ospitava il partito comunista più grande d’Europa. Il declino della strategia della tensione fu dovuto alle dimissioni di Nixon e alla debolezza del successore Ford. La lotta armata, invece, deriva da una sfiducia della sinistra extraparlamentare nei confronti di tutti i partiti, accusati di far parte del Sim; paradossalmente i comunisti, che volevano fermare la violenza attraverso il compromesso storico, crearono per essa un terreno ancor più fertile. Se in un primo momento il problema era il terrorismo di destra fomentato sia da gruppi facinorosi che da vertici dello Stato, ora la questione del terrorismo riguardava anche la sinistra.
    [NOTE]
    165 A. Speranzoni, F. Magnoni, Le stragi: i processi e la storia. Ipotesi per un’interpretazione unitaria della “strategia della tensione” 1969-1974, Grafiche Biesse Editrice, Martellago-Venezia, 1999.
    166 A. Giannulli, La strategia della tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo, Ponte alle Grazie, Milano, 2018.
    167 A. Giannulli, La strategia della tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica
    internazionale: un bilancio complessivo, Ponte alle Grazie, Milano, 2018.
    168 Ibidem
    169 Ibidem
    170 Ibidem
    Ida Maria Galeone, Democrazia in bilico: gli anni di piombo e la strategia della tensione in Italia, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2021-2022

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  28. Cavillare sulla strage di Piazza Fontana

    Il terrorismo italiano, come sottolineato in precedenza, è peculiare rispetto ad altre forme terroristiche contemporanee. Lo scontro invase la scena politica, sociale privata e pubblica, dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta. Nei primi anni Settanta, la debolezza dell’esecutivo di fronte alle tensioni della società apparve in tutta la sua chiarezza ed evidenza non solo nelle frequenti crisi di governo, ma anche nel modo in cui fu affrontato il primo manifestarsi del terrorismo politico <98.
    Il primo atto terroristico, che mise in luce l’incapacità di risolvere il caso, fu l’attentato del 12 Dicembre del 1969: gli apparati dello Stato fornirono prova della loro incertezza e inconcludenza che furono messe sotto accusa dall’opinione pubblica e dalla stampa di sinistra, la quale individuò nell’estrema destra fascista la matrice politica dell’attentato e denunciò le pesanti responsabilità dei servizi di sicurezza nel deviare le indagini verso un’improbabile pista anarchica. La pista “imboccata” dagli inquirenti all’indomani degli attentati fu quella appunto quela anarchica: le prime indicazioni vennero dagli apparati statali, i governanti le recepirono, gran parte della stampa e della televisione le rilanciarono, amplificandole, verso l’opinione pubblica che in maggioranza ci credette, almeno agli inizi <99.
    Con il tempo la pista anarchica si rivelò fallace e si affermò la pista neofascista. La svolta in tal senso è collocabile nel 1972, tre anni dopo la strage. Tra le tante ipotesi giudiziarie, giornalistiche e storiografiche ventilate intorno all’impostazione delle indagini su Piazza Fontana, la sussistenza di un presunto patto segreto e inconfessabile tra due “cordate” capeggiate rispettivamente dal Presidente della Repubblica Saragat e dal Ministro degli Esteri Moro “è quella che più concerne le altre sfere politico-istituzionali e che al contempo, sarebbe anche il fondamentale motivo dell’impunità dei responsabili della strage”. <100
    In un volume uscito nell’Ottobre del ’78, intitolato “Il segreto della Repubblica”, fu esposta per la prima volta l’idea che la verità su Piazza Fontana, prima manifestazione di terrorismo, sia stata celata mediante un “informale ma ferreo patto del silenzio tra le massime istituzioni, concordato il 23 Dicembre del 1969”. <101 L’opera in questione fu riscoperta negli anni Novanta dal giudice istruttore Guido Salvini e da allora ha riscosso maggiore interesse e veri e propri consensi. Il “Segreto della Repubblica” consisterebbe in un compromesso tra due ampie aree politiche, una autoritaria e quasi filo-golpista e una più cauta e non disponibile a ridurre gli spazi di democrazia <102.
    La prima aerea faceva capo a Saragat mentre la seconda a Moro e l’accordo tra i due avrebbe previsto elezioni anticipate che avrebbero dovuto propiziare la fine del centro sinistra e i ritorno al centrismo e, in cambio Moro avrebbe rinunciato a dirottare le indagini relative alla Strage di Piazza Fontana dalla pista anarchica alla pista fascista. In questa maniera, la verità sulla strage fu sacrificata <103.
    Il volume “Il segreto della Repubblica” fu pubblicato dopo il 1978 e riguardo al cruciale colloqui tra Saragat e Moro nel Dicembre del 1969 non vi era nessun documento. “Nessuno è tanto pazzo da rimproverare il presidente Saragat degli attentati, ma l’intera sinistra italiana sostiene che la sua strategia della tensione ha indirettamente incoraggiato l’estrema destra ad andare verso il terrorismo. È stato nel Luglio del 1969 che Saragat ha provocato la scissione dei socialisti italiani: la famosa coalizione di centro-sinistra crollò, lasciando la Dc di Rumor sola, in un governo di minoranza nel bel mezzo dell’uragano dell’autunno caldo. Le motivazioni di Saragat nel causare la scissione erano sottili: per risolvere la crisi si sarebbero indette nel nuovo anno le elezioni durante le quali la paura del comunismo avrebbe spazzato via la forte sinistra della Dc distruggendo le ipotesi di una coalizione con il Pci. La previsione non funzionò poiché il Pci emerse come il partito dell’ordine, lungi dall’incoraggiare il caos”. <104
    Le forze politiche, all’indomani dell’attentato si espressero a caldo sull’accaduto e le opinioni furono discordanti, come era prevedibile. Nelle prime ventiquattro ore, a livello nazionale, quasi tutti si astennero da prese di posizione sull’identità degli stragisti a Milano. La sera del 12 dicembre del 1969, il consiglio provinciale approvò a maggioranza un documento che perentoriamente definiva “nazifascista” la matrice degli attentati <105. La direzione nazionale della Dc dichiarò che gli attentati esplosivi furono “il risultato di una predicazione della violenza come metodo e come fine nei rapporti sociali”. <106 Alla sorpresa per l’inaudita gravità dell’episodio si accompagnava un’ammissione di
    disorientamento: “Nessuno riesce a trovare una qualche spiegazione che abbia un minimo sentore di logica, anche di logica aberrante e distorta”. <107 A Montecitorio, i liberali non formularono sospetti in alcuna direzione e puntualizzarono che “troppo a lungo si era tollerata in Italia non tanto una predica teorica della violenza, quanto l’educazione concreta alla violenza”. <108 Altrettanto agnostici furono i repubblicani, secondo i quali le bombe costituirono “l’allargamento di una situazione” <109 sempre più problematica. “Per i socialdemocratici, gli atti proditori scaturivano dall’intendimento di turbare un’evoluzione civile e sociale meritoria: la lotta di classe era un atto di civiltà e andava mantenuta nell’ambito del sistema democratico”. <110 Le immediate reazioni dimostrarono che esse non furono affatto un segnale convenuto tra politici e assassini per poi procedere alla repressione della protesta sociale. Da destra, missini e monarchici sostennero che il governo non tutelava il paese dalla dilagante sovversione di sinistra e che “a debolezza segue violenza e strage”. <111
    Dopo ripetute indagini e ripetute ipotesi, il giudicato definitivo addossò la strage di Piazza Fontana agli ordinovisti padovani, tuttavia, la strage, non è mai stata rivendicata da Ordine Nuovo.
    L’intuizione giusta della sinistra che la strage fosse stata eseguita dalla destra era guastata dalla visione semplicistica che si aveva di quest’ultima. La sinistra era convinta che tutti i fascisti fossero “servi dei padroni” e agissero come loro braccio armato. Essa ignorava l’esistenza di un fascismo anticapitalistico, antiborghese, antioccidentale e indisponibile al compromesso con le potenze che avevano debellato l’Italia. Tradizionalmente, il problema di come fosse considerata dall’opinione pubblica la condotta degli apparati statali, è stato trattato dagli storici con riferimento alla sinistra e, in particolare, a quella parte di essa che giustificò le proprie violenze presentandole alla stregua di risposte a uno Stato stragista <112. Mentre l’opinione pubblica, nei primi tempi, poteva solo supporre che fossero scattate protezioni nei confronti degli anarchici, i veri stragisti sapevano che la strage non era attribuibile a essi. Tra le varie ipotesi, i sostenitori della teoria di una “strage di Stato” non furono innocui e contribuirono a creare una risposta terroristica e violenta in quanto: “Coperture e apparati deviati sono cose gravissime, ma per parlare di terrorismo di Stato bisognerebbe dimostrare o almeno ipotizzare che un ceto dirigente di governo o una sua parte significativa abbiano pianificato stragi e assassinii. Terrorismo di stato è il nazismo, naturalmente. Sono Stalin, il regime militare argentino, i colonnelli greci. Ma deve avere una regia politica, istituzionale. E invece in Italia la formula è ripetuta con disinvoltura. Non ha senso rifletterci ora”. <113
    Se lo Stato è un assassino e addirittura pianifica stragi, ne segue che la risposta violenta è legittima. L’erronea percezione dei sostenitori della teoria della strage di Stato va attribuita essenzialmente a loro stessi. L’idea che lo Stato fosse complice dello stragismo influì finanche su quei terroristi neofascisti i quali si batterono contro di essa, come dimostrano il caso di Vinciguerra e della coppia formata da Fioravanti e Mambro (appartenenti ai Nar). Quest’ultima ammetterà: “Eravamo cresciuti con l’idea, anzi con la paranoia, che a destra ci fossero infiltrazioni e addirittura agenti provocatori, proprio perché eravamo stanchi di sentir dire che i fascisti erano in combutta con i poliziotti, che erano il braccio armato del potere, abbiamo fatto tutto l’opposto, abbiamo risposto a modo nostro a quelle teorie che erano solo teorie tra l’altro, ci siamo cascati in pieno”. <114
    Pertanto la percezione di uno Stato che non facesse giustizia, produsse all’estrema destra effetti non meno perniciosi di quelli prodotti a sinistra, con l’unica differenza che per quanto concerne la destra, il discorso era strettamente legato al comportamento degli apparati statali dopo la strage di Piazza Fontana e non alla progettazione ed esecuzione di essa. Su questo terreno “del dopo strage”, lo Stato ha di che rimproverare se stesso, quindi entro questi limiti, è parzialmente responsabile dell’immagine che diede <115.
    Tra i disordini e le violenze, attentati dinamitardi, larghi margini d’impunità per gli autori dei reati, ripetute crisi di governo e peggioramento della situazione economica, all’inizio degli anni Settanta l’Italia diede “l’impressione di una società che fosse sul punto di crollare”. <116
    [NOTE]
    98 G. Sabatucci, V. Vidotto, Storia contemporanea. Il Novecento, Laterza, Roma-Bari, 2011, p. 341.
    99 V. Satta, I nemici della Repubblica: storia degli anni di piombo, Rizzoli, Milano, 2016, p. 179.
    100 Ivi, p.
    180.
    101 Ibidem.
    102 Ivi, p. 160.
    103 W. Rubini, Il segreto della Repubblica, Selone, Milano, 2005, p. 119.
    104 V. Satta, I nemici della Repubblica: storia degli anni di piombo, Rizzoli, Milano, 2016, p. 204.
    105 Rea, Le bombe di Milano, Rizzoli, Milano p. 69.
    106 V. Satta, I nemici della Repubblica: storia degli anni di piombo, Rizzoli, Milano, 2016, p. 204.
    107 Ibidem.
    108 Ibidem.
    109 Ibidem.
    110 Ivi, p. 205.
    111 Ibidem.
    112 Ivi, p. 268.
    113 Intervista rilasciata a Gian Guido Vecchi e pubblicata con il titolo Strage di Stato? Corriere della Sera, 2008.
    114 Intervista rilasciata a Zavoli per il programma La notte della Repubblica.
    115 V. Satta, I nemici della Repubblica: storia degli anni di piombo, Rizzoli, Milano, 2016, p.265.
    116 S. Tarrow, Democrazia e disordine, Laterza, Roma-Bari, 1990, p. 269.
    Benedetta Lorenzale, L’impatto delle forze antisistema sul sistema politico italiano negli anni di piombo, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018

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