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  1. Anarchismo e democrazia: voto, delega, consenso e partecipazione

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    Anarchismo e democrazia vengono spesso considerati concetti vicini. Entrambi possono richiamare l’idea di una società nella quale le persone partecipano alle decisioni che le riguardano e il potere non appartiene a una minoranza privilegiata. Eppure il rapporto tra anarchismo e democrazia è più complesso di quanto possa sembrare.

    La critica anarchica non riguarda soltanto chi governa, ma anche il fatto che una parte della società possa ricevere il potere di decidere stabilmente per gli altri. Da questo punto di vista, anche una democrazia fondata sul suffragio universale conserva una struttura rappresentativa: i cittadini scelgono periodicamente i propri rappresentanti e affidano loro una parte importante del potere decisionale.

    Questo non significa, però, che l’anarchismo immagini una società nella quale ciascuno agisce indipendentemente dagli altri. Vivere insieme richiede accordi, organizzazione e decisioni comuni. La questione diventa allora più interessante: come può una comunità decidere senza ricostruire un potere separato dalla comunità stessa?

    È qui che il rapporto tra anarchismo e democrazia incontra temi come il voto, il consenso, la delega, il mandato revocabile, l’autogestione e il federalismo.

    Per comprendere meglio questi problemi è utile partire da cos’è l’anarchia e dalla distinzione tra potere, autorità e autogoverno affrontata in Anarchia e potere.

    La critica anarchica della democrazia rappresentativa

    L’anarchismo non critica necessariamente la democrazia perché concede troppo potere alle persone. La critica può essere formulata esattamente al contrario: la democrazia rappresentativa permette alle persone di esercitare direttamente troppo poco potere sulle decisioni che le riguardano.

    Il cittadino partecipa alla scelta di chi occuperà determinate istituzioni politiche, ma questa scelta comporta una delega. Per un periodo stabilito altre persone acquisiscono la facoltà di prendere decisioni che riguardano l’intera collettività.

    Per la tradizione anarchica il problema non si risolve semplicemente aumentando il numero delle persone che possono votare. Anche un’autorità scelta dalla maggioranza rimane un’autorità se dispone degli strumenti necessari per imporre le proprie decisioni.

    La questione si collega quindi direttamente al problema della concentrazione del potere. Non basta domandarsi chi governa: bisogna chiedersi quanto potere viene trasferito, per quanto tempo, con quali possibilità di controllo e quale capacità conservano le persone interessate di intervenire direttamente sulle decisioni.

    È uno dei punti nei quali anarchismo e democrazia rappresentativa prendono strade differenti.

    Malatesta, Merlino e il problema delle elezioni

    Uno dei confronti più importanti sul rapporto tra anarchismo e democrazia avvenne in Italia alla fine dell’Ottocento tra Errico Malatesta e Francesco Saverio Merlino.

    Nel 1897 Merlino mise pubblicamente in discussione il tradizionale astensionismo anarchico e sostenne la possibilità di utilizzare anche la partecipazione elettorale come strumento politico in determinate circostanze. Malatesta rispose difendendo invece l’astensionismo. La polemica andò presto oltre la semplice domanda sull’opportunità di partecipare alle elezioni e investì questioni più profonde: parlamentarismo, rappresentanza, maggioranza e minoranza, organizzazione e trasformazione sociale.

    La domanda iniziale poteva apparire semplice:

    un anarchico può votare?

    Dietro di essa se ne nascondeva però un’altra:

    quale rapporto deve avere l’anarchismo con la democrazia?

    E dietro questa ne compariva una ancora più difficile:

    come si prendono decisioni collettive in una società che vuole ridurre o abolire le strutture di dominio?

    Il confronto tra Malatesta e Merlino appartiene quindi alla storia del movimento anarchico italiano, ma pone problemi che continuano ad attraversare il pensiero libertario contemporaneo.

    Anarchismo e astensionismo: perché rifiutare la delega elettorale?

    L’astensionismo anarchico non coincide necessariamente con l’apatia politica.

    Non andare a votare può derivare da disinteresse, sfiducia, protesta o da una precisa posizione politica. Nella tradizione anarchica l’astensionismo è stato generalmente collegato alla critica della rappresentanza e alla convinzione che la trasformazione sociale debba essere costruita attraverso l’azione diretta e l’organizzazione dal basso, anziché affidata principalmente alla conquista delle istituzioni rappresentative.

    Daniele Fiorenza ha affrontato più volte questo problema su Magozine.

    In occasione delle elezioni politiche italiane del 2022 lo ha fatto in Il 25 settembre scegli l’astensione consapevole, sviluppando poi il confronto con alcune delle critiche più frequenti in 5 obiezioni sull’astensionismo consapevole e raccogliendo dubbi e argomenti ricorrenti nelle 6 FAQ sull’astensionismo e come spiegarlo.

    Il tema è tornato successivamente in Crisi della sinistra, astensionismo e il blocco libertario per la pace, dove il problema dell’astensione viene inserito in una riflessione più ampia sulla rappresentanza politica e sulla possibilità di costruire forme di organizzazione esterne ai partiti.

    Una riflessione sull’astensionismo compare anche in Vino e anarchia, attraverso la figura di Luigi Veronelli. In questo caso il rifiuto della delega elettorale si inserisce in una concezione più ampia dell’anarchia, legata anche ai comportamenti, alle relazioni, alla terra e alle pratiche della vita quotidiana. Su questo aspetto abbiamo approfondito il pensiero di Veronelli anche in Vivere l’anarchia con Luigi Veronelli: libertà, voto, amore, terra e vita quotidiana.

    Ma è proprio dopo il rifiuto della delega che emerge la domanda più importante. Se la partecipazione politica non deve esaurirsi nell’elezione di qualcuno che decide al nostro posto, quali altre forme può assumere?

    Votare e delegare non sono la stessa cosa

    Occorre innanzitutto evitare un equivoco: rifiutare il parlamentarismo non significa necessariamente rifiutare qualsiasi forma di votazione.

    Votare per decidere una questione e votare per attribuire a qualcuno il potere di prendere numerose decisioni al nostro posto sono due operazioni differenti.

    Un’assemblea può ricorrere a una votazione per conoscere la posizione delle persone che la compongono o per risolvere una questione sulla quale non è stato possibile raggiungere un accordo. Questo non implica necessariamente l’elezione di un’autorità permanente.

    Il problema diventa piuttosto stabilire quale valore attribuire alla decisione della maggioranza.

    Se nove persone votano a favore di una proposta e una contro, il risultato numerico è evidente. Ma da questo deriva automaticamente il diritto dei nove di imporre qualsiasi decisione alla decima persona?

    La critica anarchica introduce così una distinzione fondamentale tra utilizzare il voto come strumento decisionale e trasformare il principio maggioritario in una fonte permanente di autorità.

    Consenso o maggioranza?

    Da qui nasce uno dei problemi più difficili per qualsiasi organizzazione libertaria.

    Se un gruppo deve prendere una decisione e non tutti sono d’accordo, cosa succede?

    Una possibilità consiste nel cercare il consenso, modificando progressivamente la proposta affinché le diverse posizioni possano trovare un punto d’incontro. Il consenso cerca di evitare che ogni decisione si trasformi immediatamente in una competizione tra una maggioranza vincente e una minoranza sconfitta.

    Ma nemmeno il consenso può essere trasformato in una formula capace di risolvere automaticamente ogni conflitto.

    Possono esistere decisioni urgenti, interessi differenti e situazioni nelle quali l’unanimità semplicemente non arriva. Se il consenso viene inteso come unanimità obbligatoria, inoltre, una sola persona potrebbe finire per disporre di un potere di veto sull’intero gruppo.

    Una prospettiva libertaria può allora spostare la domanda. Non si tratta soltanto di chiedersi quanti sono favorevoli, ma anche chi è coinvolto dalla decisione, quali conseguenze produce sugli altri e quanto spazio può essere lasciato all’autonomia di persone e gruppi differenti.

    Il problema non è trovare una procedura perfetta valida per qualsiasi situazione, ma impedire che uno strumento decisionale diventi automaticamente uno strumento di dominio.

    Delega, mandato e revocabilità

    Anche la delega richiede una distinzione.

    Una società complessa difficilmente può funzionare pretendendo che ogni persona partecipi direttamente a ogni singola decisione. Comunità, associazioni, luoghi di lavoro e federazioni possono avere bisogno di affidare compiti specifici ad alcune persone.

    Ma affidare un compito non significa necessariamente trasferire sovranità.

    Un delegato può ricevere un mandato preciso, essere tenuto a riferire alle persone che lo hanno incaricato e poter essere sostituito quando non rispetta quel mandato.

    Il centro della decisione rimane così nella comunità che gli ha affidato l’incarico.

    È una situazione differente dall’elezione di un rappresentante al quale viene attribuita per un determinato periodo un’ampia autonomia decisionale.

    Questa distinzione riguarda direttamente il problema affrontato in Anarchia e potere: come impedire che una funzione necessaria o una capacità affidata temporaneamente a qualcuno si trasformino progressivamente in una posizione stabile di dominio.

    Democrazia diretta e anarchia sono la stessa cosa?

    Anche l’equivalenza tra anarchia e democrazia diretta è meno scontata di quanto sembri.

    L’espressione democrazia diretta viene generalmente utilizzata per indicare forme nelle quali le persone intervengono direttamente nelle decisioni anziché limitarsi a scegliere dei rappresentanti. È evidente che questo principio può incontrare molte pratiche sviluppate nella tradizione anarchica e libertaria.

    Ma anarchia e democrazia diretta non sono necessariamente sinonimi.

    Una democrazia diretta potrebbe, per esempio, continuare a riconoscere alla maggioranza il diritto di imporre una decisione alla minoranza. Una prospettiva anarchica può invece mettere in discussione proprio l’esistenza di un potere sovrano, anche quando quel potere coincide numericamente con la maggioranza.

    All’interno dello stesso pensiero libertario esistono inoltre differenti modi di interpretare il termine democrazia. Per alcuni la democrazia diretta rappresenta una possibile alternativa alla rappresentanza politica; per altri il concetto di democrazia rimane comunque legato al principio del governo e non coincide quindi con l’anarchia.

    Non è necessario cancellare questa tensione. È proprio il dibattito a mostrare quanto sia complessa la domanda iniziale.

    Su Magozine il problema della democrazia al di fuori della sua identificazione con le sole istituzioni rappresentative emerge anche nella recensione Critica della democrazia occidentale, dedicata al pensiero di David Graeber.

    Dalla rappresentanza all’autogestione

    La critica della rappresentanza rimarrebbe però incompleta se si limitasse a spiegare ciò che l’anarchismo rifiuta.

    Se non vogliamo semplicemente scegliere chi eserciterà il potere al nostro posto, dobbiamo domandarci come le persone possano intervenire direttamente nella gestione delle attività che condividono.

    È qui che il problema della democrazia incontra quello dell’autogestione anarchica.

    In un luogo di lavoro autogestito, per esempio, la questione non consiste semplicemente nell’eleggere periodicamente un dirigente migliore. Significa chiedersi se chi partecipa all’attività possa intervenire direttamente nelle decisioni relative all’organizzazione del lavoro, alla produzione e all’utilizzo delle risorse.

    Lo stesso principio può assumere forme differenti nelle associazioni, nelle cooperative, negli spazi sociali e nelle comunità territoriali.

    L’autogestione sposta così il baricentro dalla scelta dei governanti alla capacità delle persone di gestire insieme ciò che condividono.

    Federalismo: coordinarsi senza costruire un nuovo centro

    L’autogestione pone però un altro problema.

    Può essere relativamente semplice immaginare un’assemblea composta da poche persone. Una società complessa richiede invece coordinamento tra territori, comunità, attività produttive e servizi che coinvolgono un numero molto più grande di individui.

    Una delle risposte sviluppate dalla tradizione anarchica è il federalismo.

    Realtà autonome possono associarsi e coordinarsi senza trasferire necessariamente tutta la propria capacità decisionale a un’autorità centrale. Le unità che compongono la federazione mantengono la propria autonomia mentre affidano a organismi comuni le funzioni che richiedono coordinamento.

    Anche qui ritorna il problema della delega. Servono persone incaricate di comunicare, coordinare e mettere in pratica decisioni comuni; la sfida consiste nell’impedire che questi incarichi producano progressivamente un nuovo ceto dirigente.

    Federalismo, autogestione e mandato revocabile sono quindi differenti aspetti dello stesso problema affrontato anche in Anarchia e potere: organizzare una società complessa senza ricostruire una struttura permanente di comando.

    Anarchismo e democrazia oggi

    Il confronto tra Malatesta e Merlino appartiene alla fine dell’Ottocento, ma la domanda che pone non è scomparsa.

    Il rapporto tra rappresentanza e partecipazione continua a emergere nelle assemblee, nelle cooperative, nelle reti mutualistiche, nei movimenti sociali e nelle esperienze di autogestione.

    Non tutte queste realtà sono anarchiche e sarebbe sbagliato attribuire loro un’identità che non rivendicano. Possono però adottare pratiche che appartengono anche alla tradizione libertaria: assemblee, autogestione, mutualismo, rotazione degli incarichi, autonomia e organizzazione dal basso.

    È una delle ragioni per cui, chiedendoci che fine ha fatto l’Anarchia, possiamo cercarne alcune pratiche anche al di fuori delle organizzazioni che si definiscono esplicitamente anarchiche.

    La questione della partecipazione si intreccia così con un problema più generale: una società non diventa necessariamente più libera soltanto perché sostituisce una classe politica con un’altra. La trasformazione riguarda anche la capacità delle persone di organizzarsi, cooperare e costruire istituzioni dal basso.

    Non votare significa non partecipare?

    Possiamo così tornare alla domanda dalla quale siamo partiti.

    Per una concezione anarchica della politica, partecipare non significa necessariamente votare. Può significare prendere parte direttamente alle decisioni e alla costruzione della vita collettiva.

    Questo non elimina il dibattito sull’utilità del voto all’interno delle istituzioni esistenti. La polemica tra Merlino e Malatesta mostra anzi quanto antica sia la discussione nell’area libertaria. Merlino arrivò a considerare possibile l’utilizzo della partecipazione elettorale in determinate circostanze, mentre Malatesta continuò a difendere l’astensionismo anarchico.

    La questione, però, diventa più ampia del comportamento da tenere davanti a una scheda elettorale.

    Una società più libera non dipende soltanto da chi prende le decisioni, ma da come viene distribuita la possibilità stessa di decidere.

    Ed è forse qui che la critica anarchica della democrazia rappresentativa diventa più interessante: non quando invita semplicemente a sottrarsi alla politica, ma quando pone una domanda molto più difficile.

    Come possiamo partecipare alle decisioni comuni senza consegnare stabilmente ad altri il potere di decidere al nostro posto?

    #anarchia #anarchismo #astensionismo #elezioni