#unioneeuropea — Public Fediverse posts
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https://www.csseo.org/1319626/ Tajani: l’Europa fondamentale nei colloqui di pace in Ucraina ##07 #AntonioTajani #diplomazia #PoliticaEstera #russia #Ucraina #UnioneEuropea #VolodymyrZelensky
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Acciaio inox e CBAM, protezione dell’industria europea o boomerang?
https://www.metallirari.com/breakingnews91/
#CBAM #AcciaioInossidabile #Acciaio #CO2 #Emissioni #IndustriaEuropea #Importazioni #CommercioInternazionale #Sostenibilità #Decarbonizzazione #Metalli #MateriePrime #Steel #StainlessSteel #Europa #Economia #Mercati #Tariffe #Competitività #Cina #Asia #UnioneEuropea -
privacy? cittadini europei profilati: informazioni passate a israele
“Altro che sanzioni economiche contro Israele. Bruxelles non pensa minimamente a sanzionare Tel Aviv per il genocidio a Gaza. Anzi. Secondo un’inchiesta di Statewatch, Ong indipendente britannica che monitora i diritti civili in Europa, ripresa dal sito olandese The Rights Forum, la Commissione europea sta portando avanti negoziati segreti con Israele per concedere alla polizia israeliana l’accesso ai dati dell’agenzia di polizia europea Europol. Accordo che secondo gli esperti di diritti umani metterebbe a rischio la vita dei palestinesi e potrebbe violare il diritto internazionale.
Dati sensibili e biometrici in cambio di cooperazione
Secondo la bozza dell’intesa siglata nel 2022, lo scambio prevederebbe di una vasta gamma di dati personali: nomi, numeri di identificazione, localizzazioni, informazioni genetiche e biometriche, e molto altro, tra cui dettagli sulle opinioni politiche personali, sulla salute delle persone, sulle relazioni e persino sull’orientamento sessuale. Secondo Eitan Diamond, giurista menzionato da Novara Media, «i dati trasferiti potrebbero essere usati come intelligence per supportare decisioni mirate ad attaccare e uccidere palestinesi»”.
continua qui → https://it.insideover.com/politica/la-ue-tratta-in-segreto-con-israele-lo-scambio-di-dati-sensibili-rischi-per-i-palestinesi.html
#CommissioneEuropea #datiBiometrici #datiPersonali #datiSensibili #dirittiCivili #dirittoInternazionale #EitanDiamond #Europol #Gaza #GDPR #genocidio #InsideOver #Israele #NovaraMedia #palestinesi #poliziaEuropea #PoliziaEuropeaEuropol #privacy #profilazione #Statewatch #TelAviv #TheRightsForum #UE #unioneEuropea -
"311.
Sono i posti letto ospedalieri che l’Italia mette a disposizione ogni 100.000 abitanti.
La media dell’ #UnioneEuropea è 507.Ne abbiamo circa il 40% in meno."
#Italia #sanitàPubblica #GovernoMeloni #salute #capitalismo #humanRights #15luglio
https://diogenenotizie.com/i-pazienti-che-litalia-ha-deciso-di-non-curare/
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Cos’è la Geopolitica e perché è così importante per comprendere le dinamiche Globali attuali
Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è entrata sempre più spesso nel linguaggio comune. La sentiamo quando si parla di guerre, energia, migrazioni, rotte commerciali, materie prime, tecnologia, alleanze militari, Cina, Stati Uniti, Russia, Medio Oriente, Europa. Ma cosa significa davvero? La geopolitica non è semplicemente “politica estera” e non è nemmeno una parola elegante per dire che dietro ogni evento esiste un piano nascosto. È uno strumento di analisi che aiuta a […] -
Cos’è la Geopolitica e perché è così importante per comprendere le dinamiche Globali attuali
Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è entrata sempre più spesso nel linguaggio comune. La sentiamo quando si parla di guerre, energia, migrazioni, rotte commerciali, materie prime, tecnologia, alleanze militari, Cina, Stati Uniti, Russia, Medio Oriente, Europa. Ma cosa significa davvero? La geopolitica non è semplicemente “politica estera” e non è nemmeno una parola elegante per dire che dietro ogni evento esiste un piano nascosto. È uno strumento di analisi che aiuta a […] -
Cos’è la Geopolitica e perché è così importante per comprendere le dinamiche Globali attuali
Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è entrata sempre più spesso nel linguaggio comune. La sentiamo quando si parla di guerre, energia, migrazioni, rotte commerciali, materie prime, tecnologia, alleanze militari, Cina, Stati Uniti, Russia, Medio Oriente, Europa. Ma cosa significa davvero? La geopolitica non è semplicemente “politica estera” e non è nemmeno una parola elegante per dire che dietro ogni evento esiste un piano nascosto. È uno strumento di analisi che aiuta a […] -
Cos’è la Geopolitica e perché è così importante per comprendere le dinamiche Globali attuali
Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è entrata sempre più spesso nel linguaggio comune. La sentiamo quando si parla di guerre, energia, migrazioni, rotte commerciali, materie prime, tecnologia, alleanze militari, Cina, Stati Uniti, Russia, Medio Oriente, Europa. Ma cosa significa davvero? La geopolitica non è semplicemente “politica estera” e non è nemmeno una parola elegante per dire che dietro ogni evento esiste un piano nascosto. È uno strumento di analisi che aiuta a […] -
🔰 Tra pochi minuti, il Parlamento 🇪🇺 voterà su #CHATCONTROL .
Prima ci sono altre votazioni.Guarda 👁 la diretta #Livestream : https://www.europarl.europa.eu/streaming/?p=ebs
Questo #voto 🗳 non deve passare inosservato.
#ChatControl #democracy #ue #eu #democrazia #unioneeuropea #commissioneeuropea #europeanparliament #parlamento #politica #politics #internet #privacy #liberta #propaganda #controllo #sorveglianza #online #chat #app #chatting #messaggistica #crittografia #whatsapp #deltachat #signal #libertadiparola
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Over a million Europeans called for fewer pesticides and healthier farming.But the EU is trying to weaken these protections.We need to speak up again!
Più di un milione di Europei/e ha chiesto meno pesticidi e un'agricoltura più salubre.Ma l'EU sta cercando di indebolire le protezioni.Bisogna alzare la voce ancora!
https://www.pan-europe.info/ban-pesticides-health-bees-and-farmers
@[email protected] @ambiente
#agricoltura #biodiversity #biodiversita #farming #agricolturasostenibile #UnioneEuropea -
Com’è fatta l’Unione Europea: Una mappa semplice per orientarsi
L’Unione Europea è una di quelle realtà di cui sentiamo parlare continuamente, ma che spesso restano difficili da afferrare. Commissione europea, Parlamento europeo, Consiglio europeo, Consiglio dell’Unione europea, direttive, regolamenti, euro, mercato unico, cittadinanza europea; sono parole che incontriamo nei giornali, nei dibattiti politici e nella vita quotidiana. Il problema è che l’UE viene spesso raccontata a pezzi. A volte sembra un governo lontano che decide per tutti. […]https://www.psicospace.it/come-fatta-lunione-europea-una-mappa-semplice-per-orientarsi/
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Prezzi dei coils d’acciaio: mercato paralizzato dall’incertezza sulle misure UE
https://www.metallirari.com/breakingnews47/
#Acciaio #Steel #HRC #Coils #HotRolledCoil #Siderurgia #Industria #MercatoAcciaio #PrezziAcciaio #SteelMarket #EU #UnioneEuropea #Safeguard #Importazioni #Manufacturing #Economia #Metalli #IndustriaEuropea #SupplyChain #MateriePrime -
L’Europa protegge il suo acciaio, ma la domanda continua a rallentare
https://www.metallirari.com/breakingnews17/
#Acciaio #Steel #Siderurgia #MercatoAcciaio #LongSteel #CBAM #UnioneEuropea #Rottame #Scrap #Rebar #Costruzioni #Industria #Metalli #Commodity #Energia #Germania #ImportExport #Geopolitica #SteelMarket #Infrastructure #DataCenter #Trading #Economia -
https://www.europesays.com/it/523499/ Partite Iva, addio regime forfettario: l’Ue torna all’attacco e chiede questi cambiamenti #Affari #Business #CommissioneEuropea #CuneoFiscale #EconomiaSommersa #EvasioneFiscale #FiscoETasse #IT #Italia #Italy #PartiteIva #RegimeForfettario #TasseEContributi #UnioneEuropea
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Dazi e quote sull’acciaio la protezione UE che pesa su PMI e consumatori
https://www.metallirari.com/dazi-quote-acciaio-protezione-ue-pesa-pmi-consumatori/
Il Parlamento europeo approva il nuovo scudo commerciale sull’acciaio con una maggioranza schiacciante, ma la protezione per la siderurgia rischia di trasformarsi in un costo diffuso per PMI, manifattura e consumatori europei.
#acciaio #dazi #UnioneEuropea #steel #CBAM #PMI #industria #siderurgia #importazioni #Bruxelles #metalli #economiaEuropea -
“everyday in gaza” (2025), di omar rammal e sulaiman hejji
Everyday in Gaza è un documentario prodotto da noi – WeWorld – e girato nella primavera del 2025, nel cuore della Striscia di Gaza. Diretto da Omar Rammal e con le riprese di Sulaiman Hejji, il film offre uno sguardo intimo e diretto sulla quotidianità a Gaza, dove anche i gesti più semplici – studiare, lavorare, prendersi cura della propria famiglia – si trasformano in atti di resistenza.
Il cortometraggio racconta storie quotidiane di resistenza e umanità: un barbiere che continua ad accogliere i suoi clienti tra le macerie, restituendo dignità e bellezza; e Wafa, una donna che dedica la propria vita a bambine e bambini con disabilità o rimasti orfani, offrendo loro cure, istruzione, gioco e normalità.
Un racconto intimo sulla forza delle comunità in uno dei contesti più fragili e martoriati del mondo, come quello di Gaza, dove – nonostante il cessate il fuoco – la popolazione vive sotto attacco da due anni e sotto blocco da oltre 18.
Scopri di più: https://www.weworld.it/news-e-storie/news/everyday-in-gaza-nel-cuore-della-striscia-storie-di-chi-vive-ogni-giorno-una-realta-sospesal
Everyday in Gaza è stato prodotto da WeWorld con il cofinanziamento dell’Unione Europea nell’ambito del progetto Gaza Green.
WeWorld
#documentario #EverydayInGaza #film #Gaza #GazaGreen #genocide #genocidio #OmarRammal #Palestina #SulaimanHejji #unioneEuropea #vitaQuotidiana #Wafa #WeWorld -
Fuori #Israele da #HorizonEurope. Torna in piazza il movimento a sostegno della #Palestina e, venerdì #27marzo, a #Bruxelles, davanti alle Istituzioni dell’ #UnioneEuropea, chiederà di fermare la partecipazione di Tel Aviv nel principale programma di #ricerca dell’ #UE.
https://www.eunews.it/2026/03/23/accordo-ue-israele-horizon/
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https://www.europesays.com/it/357337/ Il Vietnam entra nella lista dei paradisi fiscali dell’Unione europea #Cronaca #DalMondo #DalMondo #EconomiaSommersa #EvasioneFiscale #FiscoETasse #Mondo #News #Notizie #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiMondo #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiMondo #UnioneEuropea #World #WorldNews #WorldNews
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“L’Ucraina nell’UE? Sarebbe un disastro per i contribuenti tedeschi!”. Sahra Wagenknecht chiede una conferenza di pace e lo stop ai fondi a Kiev finché dura la guerra.
#Wagenknecht #Ucraina #UnioneEuropea #PoliticaTedesca #BSW #UcrainaUE
EPA-EFE/OMER MESSINGER
https://www.ilmitte.com/2025/07/wagenknecht-contro-ucraina-nellue-disastro-contribuenti/
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“L’Ucraina nell’UE? Sarebbe un disastro per i contribuenti tedeschi!”. Sahra Wagenknecht chiede una conferenza di pace e lo stop ai fondi a Kiev finché dura la guerra.
#Wagenknecht #Ucraina #UnioneEuropea #PoliticaTedesca #BSW #UcrainaUE
EPA-EFE/OMER MESSINGER
https://www.ilmitte.com/2025/07/wagenknecht-contro-ucraina-nellue-disastro-contribuenti/
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“L’Ucraina nell’UE? Sarebbe un disastro per i contribuenti tedeschi!”. Sahra Wagenknecht chiede una conferenza di pace e lo stop ai fondi a Kiev finché dura la guerra.
#Wagenknecht #Ucraina #UnioneEuropea #PoliticaTedesca #BSW #UcrainaUE
EPA-EFE/OMER MESSINGER
https://www.ilmitte.com/2025/07/wagenknecht-contro-ucraina-nellue-disastro-contribuenti/
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UCRAINA: CONTINUA LA GUERRA, CENTINAIA DI DRONI E MISSILI LANCIATI DALLA RUSSIA https://www.radiondadurto.org/2025/06/30/ucraina-continua-la-guerra-centinaia-di-droni-e-missili-lanciati-dalla-russia/ #GuerraRusso-ucraina #GiudittaRescueTeam #missioneumanitaria #guerrainUcraina #INTERNAZIONALI #UnioneEuropea #RescueTeamAps #zelensky #UCRAINA
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Di Antonio Zoppetti
Mi sono arrivate varie segnalazioni indignate a proposito di un intervento sul Corriere della scorsa settimana di Federico Rampini intitolato “Gli italiani non sanno l’inglese”.
L’autore si mostra scandalizzato e affranto di fronte a questo fatto. Ma la cosa più imbarazzante del suo resoconto è la modalità con cui sembra scoprire l’acqua calda.
La rivelazione gli è arrivata durante un convegno a Gorizia, mentre uno storico israeliano a quanto pare appoggiava le ragioni dell’attuale sterminio dei palestinesi suscitando le reazioni di protesta e i fischi degli spettatori. A colpire Rampini non sono state le tesi del suo interlocutore – che in fondo è un “progressista” che parla così solo per lo choc del 7 ottobre, chiosa il giornalista – bensì un piccolo dettaglio marginale che fa ben capire cosa si agita nella testa di simili prezzemolini televisivi che si presentano come progressisti ma sono invece l’espressione delle idee più reazionarie della nostra intellighenzia. Questo particolare a margine è che le grida della folla imbestialita non arrivavano in diretta, immediatamente dopo le parole che lo storico pronunciava in lingua inglese, ma in differita, cioè solo dopo la traduzione.
Questo è ciò che ha colpito Rampini, che si è reso conto improvvisamente che il vero problema è che gli italiani non capiscono l’inglese! Un grave problema davanti al quale gli oltre 30.000 morti palestinesi (senza contare i feriti o i mutilati che spesso sono donne e bambini) passano evidentemente in secondo piano (almeno nella sua scatola cranica).
Il giornalista sembra ignorare i dati Istat che ci dicono che in Italia la conoscenza dell’inglese appartiene a una minoranza della popolazione. Evidentemente non conosce nemmeno i rapporti come quelli di Eurostat che mostrano che anche in Europa l’inglese non è affatto compreso dalla maggioranza dei cittadini. E non è neppure a conoscenza delle statistiche di Ethnologue che spiegano che nel mondo l’inglese è conosciuto da meno del 20% dell’umanità (cfr. “Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione“). La sua consapevolezza arriva più empiricamente davanti a un bagno di folla: a Gorizia, “una delle città più ricche, moderne, evolute d’Italia, l’inglese ancora lo parlano e lo capiscono in pochi.” Eppure gli astanti erano gente colta – precisa stupito Rampini – tutta gente che legge persino i libri di storia!
La parola “ancora” dice tutto: l’inglese – cioè la lingua naturale dei popoli dominanti che non studiano altre lingue perché impongono la propria a tutti gli altri – prima o poi trionferà, e finalmente tutta l’umanità si inchinerà alla sua dittatura. È solo questione di tempo.
Questo è il nuovo colonialismo del Duemila, il nuovo imperialismo culturale difeso da chi ha come obiettivo l’imposizione dell’inglese dall’alto con cui educare il mondo intero. I Paesi già anglicizzati sono presentati come un modello aureo e avanzato, gli altri sono considerati “Terzo mondo”, un’espressione politicamente scorretta che si tende ormai a sostituire con “Paesi in via di sviluppo”. E a quale sviluppo li si deve condurre? A quello del modello occidentale, ovviamente, che viene fatto coincidere con quello statunitense, ci mancherebbe altro.
Eppure l’Italia, pur essendo di fatto una provincia americana dal punto di vista sociale, politico, militare, economico e culturale è “ancora” arretrata sul piano linguistico. Ancora una volta, per Rampini, le fonti sulla conoscenza dell’inglese non sono le statistiche ma altre che ricordano i discorsi da bar: “Mi è stato detto che questa cosa cambia improvvisamente se uno, a poche centinaia di metri dalla sede di quel convegno, si reca Nova Gorica. È la città gemella, l’altra metà di Gorizia, in Slovenia, dove l’inglese lo sanno tutti.” E a questo punto sbotta: possibile che una nazione – che probabilmente considera sottosviluppata rispetto a noi sotto altri punti di vista – sia più avanti di noi nella conoscenza della lingua dei padroni?
Al giornalista non viene neppure in mente che forse le persone di cultura della città conoscono il tedesco, o il francese, o altre lingue. Per lui il plurilinguismo non è un valore, e le altre lingue sono fuori dai parametri della neocultura che ha in mente, non contano niente. Nella sua testa c’è solo l’opzione inglese, la Novalingua da imporre orwellianamente a tutte le altre inutili e dannose Veterolingue.L’apologia della dittatura dell’inglese è la premessa e l’assioma di un disegno strisciante che viene fatto passare in modo manipolatorio:
“Qui abbiamo un problema, guardate: perché non è possibile che in Slovenia un paese che è entrato nell’Unione europea molto più tardi, Paese più povero, piccolo tutti sappiano l’inglese e dall’altra parte del confine no.”
In quest’ultima riflessione da temino liceale, la Slovenia è un Paese “inferiore” (piccolo e povero), entrato da poco nell’Ue (e qui si lascia credere che l’inglese sia la lingua dell’Unione Europea, il solito falso). I modelli virtuosi dell’Europa sono i Paesi già colonizzati linguisticamente, quelli “dalla Danimarca alla Svezia, dove le grandi università insegnano ormai corsi solo in lingua inglese e i bambini sono abituati a vedere i film americani in lingua originale quando hanno cinque anni.”
Finalmente il consueto disegno linguicista emerge e prende forma: consiste nel cancellare le lingue nazionali dall’università (meglio omettere che i Paesi del Nordeuropa stanno facendo un passo indietro nell’anglificazione dell’università perché si sono resi conto che i danni sono maggiori dei vantaggi). E per meglio imporre la dittatura dell’inglese non resta che colonizzare i cittadini sin dall’infanzia, attraverso la tv e i film in lingua originale americana. L’apoteosi di questa visione colonialista arriva nel finale: oggi come oggi, “sapere l’inglese è come avere la patente di guida.”
Questo esempio non è innocente: in gioco c’è proprio la “patente”.
Non basta che il globalese sia di fatto la lingua dominante, diventata imprescindibile in alcuni settori come il mondo del lavoro o della scienza, per cui chi non lo usa è penalizzato ed emarginato. L’obiettivo è l’istituzionalizzazione del globish, che si vuole ufficializzare come la lingua dell’Europa. L’inglese è venduto come il requisito della cultura; a che vale leggere i libri di storia se non si sa l’inglese? E allora non resta che imporlo in tutti i modi, attraverso il potere morbido e quello duro. La prima strategia si basa per esempio sulla trasmissione dei film in inglese, oppure avviene attraverso cavalli di Troia come il progetto Erasmus, nato sulla carta per la diffusione degli scambi linguistici tra gli studenti europei, ma trasformato di fatto nella diffusione del solo inglese, la lingua unica che prende il posto di tutte le altre e le cancella. La stessa prassi che nell’Ue – che sulla carta nasce all’insegna del plurilinguismo – porta a di fatto a usare l’inglese come la sola lingua di lavoro o quasi. E grazie alla von der Leyen è sempre più usato anche nella comunicazione istituzionale rivolta agli europei, un’altra prassi illegittima, come quella dei documenti europei concepiti in alcuni Paesi come l’italia in modo bilingue.
Accanto a queste cose c’è poi la politica linguistica europea a fare in modo che l’inglese sia ufficializzato: è stato introdotto nelle scuole sin dai primi anni dell’infanzia in modo da creare le nuove generazioni bilingui, un progetto che ci costa cifre astronomiche che vengono in questo modo convogliate verso i Paesi naturalmente anglofoni che sono fuori dall’Europa e che non hanno questi costi. Da qui nascono poi i provvedimenti come la riforma Madia che ha cancellato il requisito di “conoscere una seconda lingua” nei concorsi nella pubblica amministrazione per sostituirlo con l’obbligo di “conoscere l’inglese”.
Per quelli come Rampini tutto ciò è rimosso, il loro fine è giustificare la dittatura dell’inglese, costi quel che costi. E un altro esempio riportato dal giornalista la dice lunga sul suo razzismo linguistico e sull’intolleranza e il fondamentalismo con cui guarda chi non parla la lingua dei padroni, quando cita un episodio avvenuto in un cinema ligure dove proiettavano il film Barbie. Per errore l’operatore ha avviato la pellicola in lingua originale invece che nella versione doppiata, e nel pubblico di ragazzine e mamme si è scatenato un putiferio! Quegli ottentotti che non conoscevano l’inglese, secondo Rampini, avrebbero forse dovuto avere un orgasmo davanti alla lingua superiore, invece di pretendere che si parlasse loro nella propria (come previsto all’acquisto del biglietto).
Mentre per Rampini il problema degli italiani è che non sanno l’inglese, per gli italiani il problema sono quelli come Rampini, che non hanno alcun rispetto per la realtà e per la gente, perché hanno in testa solo la propria visione discriminante che vogliono imporre a tutti. L’idea della cultura rampiniana ricorda quella coloniale del generale Gneo Agricola lodato da Tacito perché aveva saputo romanizzare – anche linguisticamente – i Bretoni che aveva assoggettato: i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento. Mentre Rampini dichiara di sostenere le sue tesi: “Non perché io abito in America”, la realtà è che quelli come lui si sono asserviti al nuovo impero e agiscono come i collaborazionisti della dittatura dell’inglese, la minoranza oligarchica che vuole prevaricare, sottomettere ed educare tutti gli altri.
Comunque la si pensi, voglio rimarcare un ultimo particolare. Le reazioni alle tesi di questo articolo si sono diffuse in Rete (per esempio sul sito Italofonia.info), ma sui mezzi di informazione – le nuove voci dei padroni dove regna il pensiero unico – tutto tace. Come se queste riflessioni fossero le uniche possibili. E questo è molto grave. Se questa anglomania è la cornice culturale e il presupposto della nuova intellighenzia, poi non c’è da stupirsi dei sempre più numerosi anglicismi che penetrano sui giornali e in ogni settore. Sono solo l’effetto collaterale sul piano interno della dittatura dell’inglese che si vuole legittimare su quello internazionale.
Intanto, alle elezione europee l’astensionismo ha raggiunto livelli mai visti, e mentre alcuni partiti si gongolano dei risultati e gli altri si leccano le ferite, il dato più rilevante mi pare che per la prima volta la maggioranza degli italiani non è andata a votare (se fosse stato un referendum non avrebbe raggiunto il quorum), e se si includono le astensioni questo risultato è ancora più pesante. La nostra classe dirigente, e gli intellettuali alla Rampini, sono una minoranza e un’oligarchia che non rappresenta più il Paese. E forse sono loro che dovrebbero riflettere sulla propria “patente” di giornalisti o politici, non gli italiani.
https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/10/rampini-e-la-patente-dellinglese-globale/
#anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #linguaItaliana #multilinguismo #plurilinguismo #politicaLinguistica #rassegnaStampa #UnioneEuropea
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Di Antonio Zoppetti
Mi sono arrivate varie segnalazioni indignate a proposito di un intervento sul Corriere della scorsa settimana di Federico Rampini intitolato “Gli italiani non sanno l’inglese”.
L’autore si mostra scandalizzato e affranto di fronte a questo fatto. Ma la cosa più imbarazzante del suo resoconto è la modalità con cui sembra scoprire l’acqua calda.
La rivelazione gli è arrivata durante un convegno a Gorizia, mentre uno storico israeliano a quanto pare appoggiava le ragioni dell’attuale sterminio dei palestinesi suscitando le reazioni di protesta e i fischi degli spettatori. A colpire Rampini non sono state le tesi del suo interlocutore – che in fondo è un “progressista” che parla così solo per lo choc del 7 ottobre, chiosa il giornalista – bensì un piccolo dettaglio marginale che fa ben capire cosa si agita nella testa di simili prezzemolini televisivi che si presentano come progressisti ma sono invece l’espressione delle idee più reazionarie della nostra intellighenzia. Questo particolare a margine è che le grida della folla imbestialita non arrivavano in diretta, immediatamente dopo le parole che lo storico pronunciava in lingua inglese, ma in differita, cioè solo dopo la traduzione.
Questo è ciò che ha colpito Rampini, che si è reso conto improvvisamente che il vero problema è che gli italiani non capiscono l’inglese! Un grave problema davanti al quale gli oltre 30.000 morti palestinesi (senza contare i feriti o i mutilati che spesso sono donne e bambini) passano evidentemente in secondo piano (almeno nella sua scatola cranica).
Il giornalista sembra ignorare i dati Istat che ci dicono che in Italia la conoscenza dell’inglese appartiene a una minoranza della popolazione. Evidentemente non conosce nemmeno i rapporti come quelli di Eurostat che mostrano che anche in Europa l’inglese non è affatto compreso dalla maggioranza dei cittadini. E non è neppure a conoscenza delle statistiche di Ethnologue che spiegano che nel mondo l’inglese è conosciuto da meno del 20% dell’umanità (cfr. “Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione“). La sua consapevolezza arriva più empiricamente davanti a un bagno di folla: a Gorizia, “una delle città più ricche, moderne, evolute d’Italia, l’inglese ancora lo parlano e lo capiscono in pochi.” Eppure gli astanti erano gente colta – precisa stupito Rampini – tutta gente che legge persino i libri di storia!
La parola “ancora” dice tutto: l’inglese – cioè la lingua naturale dei popoli dominanti che non studiano altre lingue perché impongono la propria a tutti gli altri – prima o poi trionferà, e finalmente tutta l’umanità si inchinerà alla sua dittatura. È solo questione di tempo.
Questo è il nuovo colonialismo del Duemila, il nuovo imperialismo culturale difeso da chi ha come obiettivo l’imposizione dell’inglese dall’alto con cui educare il mondo intero. I Paesi già anglicizzati sono presentati come un modello aureo e avanzato, gli altri sono considerati “Terzo mondo”, un’espressione politicamente scorretta che si tende ormai a sostituire con “Paesi in via di sviluppo”. E a quale sviluppo li si deve condurre? A quello del modello occidentale, ovviamente, che viene fatto coincidere con quello statunitense, ci mancherebbe altro.
Eppure l’Italia, pur essendo di fatto una provincia americana dal punto di vista sociale, politico, militare, economico e culturale è “ancora” arretrata sul piano linguistico. Ancora una volta, per Rampini, le fonti sulla conoscenza dell’inglese non sono le statistiche ma altre che ricordano i discorsi da bar: “Mi è stato detto che questa cosa cambia improvvisamente se uno, a poche centinaia di metri dalla sede di quel convegno, si reca Nova Gorica. È la città gemella, l’altra metà di Gorizia, in Slovenia, dove l’inglese lo sanno tutti.” E a questo punto sbotta: possibile che una nazione – che probabilmente considera sottosviluppata rispetto a noi sotto altri punti di vista – sia più avanti di noi nella conoscenza della lingua dei padroni?
Al giornalista non viene neppure in mente che forse le persone di cultura della città conoscono il tedesco, o il francese, o altre lingue. Per lui il plurilinguismo non è un valore, e le altre lingue sono fuori dai parametri della neocultura che ha in mente, non contano niente. Nella sua testa c’è solo l’opzione inglese, la Novalingua da imporre orwellianamente a tutte le altre inutili e dannose Veterolingue.L’apologia della dittatura dell’inglese è la premessa e l’assioma di un disegno strisciante che viene fatto passare in modo manipolatorio:
“Qui abbiamo un problema, guardate: perché non è possibile che in Slovenia un paese che è entrato nell’Unione europea molto più tardi, Paese più povero, piccolo tutti sappiano l’inglese e dall’altra parte del confine no.”
In quest’ultima riflessione da temino liceale, la Slovenia è un Paese “inferiore” (piccolo e povero), entrato da poco nell’Ue (e qui si lascia credere che l’inglese sia la lingua dell’Unione Europea, il solito falso). I modelli virtuosi dell’Europa sono i Paesi già colonizzati linguisticamente, quelli “dalla Danimarca alla Svezia, dove le grandi università insegnano ormai corsi solo in lingua inglese e i bambini sono abituati a vedere i film americani in lingua originale quando hanno cinque anni.”
Finalmente il consueto disegno linguicista emerge e prende forma: consiste nel cancellare le lingue nazionali dall’università (meglio omettere che i Paesi del Nordeuropa stanno facendo un passo indietro nell’anglificazione dell’università perché si sono resi conto che i danni sono maggiori dei vantaggi). E per meglio imporre la dittatura dell’inglese non resta che colonizzare i cittadini sin dall’infanzia, attraverso la tv e i film in lingua originale americana. L’apoteosi di questa visione colonialista arriva nel finale: oggi come oggi, “sapere l’inglese è come avere la patente di guida.”
Questo esempio non è innocente: in gioco c’è proprio la “patente”.
Non basta che il globalese sia di fatto la lingua dominante, diventata imprescindibile in alcuni settori come il mondo del lavoro o della scienza, per cui chi non lo usa è penalizzato ed emarginato. L’obiettivo è l’istituzionalizzazione del globish, che si vuole ufficializzare come la lingua dell’Europa. L’inglese è venduto come il requisito della cultura; a che vale leggere i libri di storia se non si sa l’inglese? E allora non resta che imporlo in tutti i modi, attraverso il potere morbido e quello duro. La prima strategia si basa per esempio sulla trasmissione dei film in inglese, oppure avviene attraverso cavalli di Troia come il progetto Erasmus, nato sulla carta per la diffusione degli scambi linguistici tra gli studenti europei, ma trasformato di fatto nella diffusione del solo inglese, la lingua unica che prende il posto di tutte le altre e le cancella. La stessa prassi che nell’Ue – che sulla carta nasce all’insegna del plurilinguismo – porta a di fatto a usare l’inglese come la sola lingua di lavoro o quasi. E grazie alla von der Leyen è sempre più usato anche nella comunicazione istituzionale rivolta agli europei, un’altra prassi illegittima, come quella dei documenti europei concepiti in alcuni Paesi come l’italia in modo bilingue.
Accanto a queste cose c’è poi la politica linguistica europea a fare in modo che l’inglese sia ufficializzato: è stato introdotto nelle scuole sin dai primi anni dell’infanzia in modo da creare le nuove generazioni bilingui, un progetto che ci costa cifre astronomiche che vengono in questo modo convogliate verso i Paesi naturalmente anglofoni che sono fuori dall’Europa e che non hanno questi costi. Da qui nascono poi i provvedimenti come la riforma Madia che ha cancellato il requisito di “conoscere una seconda lingua” nei concorsi nella pubblica amministrazione per sostituirlo con l’obbligo di “conoscere l’inglese”.
Per quelli come Rampini tutto ciò è rimosso, il loro fine è giustificare la dittatura dell’inglese, costi quel che costi. E un altro esempio riportato dal giornalista la dice lunga sul suo razzismo linguistico e sull’intolleranza e il fondamentalismo con cui guarda chi non parla la lingua dei padroni, quando cita un episodio avvenuto in un cinema ligure dove proiettavano il film Barbie. Per errore l’operatore ha avviato la pellicola in lingua originale invece che nella versione doppiata, e nel pubblico di ragazzine e mamme si è scatenato un putiferio! Quegli ottentotti che non conoscevano l’inglese, secondo Rampini, avrebbero forse dovuto avere un orgasmo davanti alla lingua superiore, invece di pretendere che si parlasse loro nella propria (come previsto all’acquisto del biglietto).
Mentre per Rampini il problema degli italiani è che non sanno l’inglese, per gli italiani il problema sono quelli come Rampini, che non hanno alcun rispetto per la realtà e per la gente, perché hanno in testa solo la propria visione discriminante che vogliono imporre a tutti. L’idea della cultura rampiniana ricorda quella coloniale del generale Gneo Agricola lodato da Tacito perché aveva saputo romanizzare – anche linguisticamente – i Bretoni che aveva assoggettato: i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento. Mentre Rampini dichiara di sostenere le sue tesi: “Non perché io abito in America”, la realtà è che quelli come lui si sono asserviti al nuovo impero e agiscono come i collaborazionisti della dittatura dell’inglese, la minoranza oligarchica che vuole prevaricare, sottomettere ed educare tutti gli altri.
Comunque la si pensi, voglio rimarcare un ultimo particolare. Le reazioni alle tesi di questo articolo si sono diffuse in Rete (per esempio sul sito Italofonia.info), ma sui mezzi di informazione – le nuove voci dei padroni dove regna il pensiero unico – tutto tace. Come se queste riflessioni fossero le uniche possibili. E questo è molto grave. Se questa anglomania è la cornice culturale e il presupposto della nuova intellighenzia, poi non c’è da stupirsi dei sempre più numerosi anglicismi che penetrano sui giornali e in ogni settore. Sono solo l’effetto collaterale sul piano interno della dittatura dell’inglese che si vuole legittimare su quello internazionale.
Intanto, alle elezione europee l’astensionismo ha raggiunto livelli mai visti, e mentre alcuni partiti si gongolano dei risultati e gli altri si leccano le ferite, il dato più rilevante mi pare che per la prima volta la maggioranza degli italiani non è andata a votare (se fosse stato un referendum non avrebbe raggiunto il quorum), e se si includono le astensioni questo risultato è ancora più pesante. La nostra classe dirigente, e gli intellettuali alla Rampini, sono una minoranza e un’oligarchia che non rappresenta più il Paese. E forse sono loro che dovrebbero riflettere sulla propria “patente” di giornalisti o politici, non gli italiani.
https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/10/rampini-e-la-patente-dellinglese-globale/
#anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #linguaItaliana #multilinguismo #plurilinguismo #politicaLinguistica #rassegnaStampa #UnioneEuropea
-
Di Antonio Zoppetti
Mi sono arrivate varie segnalazioni indignate a proposito di un intervento sul Corriere della scorsa settimana di Federico Rampini intitolato “Gli italiani non sanno l’inglese”.
L’autore si mostra scandalizzato e affranto di fronte a questo fatto. Ma la cosa più imbarazzante del suo resoconto è la modalità con cui sembra scoprire l’acqua calda.
La rivelazione gli è arrivata durante un convegno a Gorizia, mentre uno storico israeliano a quanto pare appoggiava le ragioni dell’attuale sterminio dei palestinesi suscitando le reazioni di protesta e i fischi degli spettatori. A colpire Rampini non sono state le tesi del suo interlocutore – che in fondo è un “progressista” che parla così solo per lo choc del 7 ottobre, chiosa il giornalista – bensì un piccolo dettaglio marginale che fa ben capire cosa si agita nella testa di simili prezzemolini televisivi che si presentano come progressisti ma sono invece l’espressione delle idee più reazionarie della nostra intellighenzia. Questo particolare a margine è che le grida della folla imbestialita non arrivavano in diretta, immediatamente dopo le parole che lo storico pronunciava in lingua inglese, ma in differita, cioè solo dopo la traduzione.
Questo è ciò che ha colpito Rampini, che si è reso conto improvvisamente che il vero problema è che gli italiani non capiscono l’inglese! Un grave problema davanti al quale gli oltre 30.000 morti palestinesi (senza contare i feriti o i mutilati che spesso sono donne e bambini) passano evidentemente in secondo piano (almeno nella sua scatola cranica).
Il giornalista sembra ignorare i dati Istat che ci dicono che in Italia la conoscenza dell’inglese appartiene a una minoranza della popolazione. Evidentemente non conosce nemmeno i rapporti come quelli di Eurostat che mostrano che anche in Europa l’inglese non è affatto compreso dalla maggioranza dei cittadini. E non è neppure a conoscenza delle statistiche di Ethnologue che spiegano che nel mondo l’inglese è conosciuto da meno del 20% dell’umanità (cfr. “Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione“). La sua consapevolezza arriva più empiricamente davanti a un bagno di folla: a Gorizia, “una delle città più ricche, moderne, evolute d’Italia, l’inglese ancora lo parlano e lo capiscono in pochi.” Eppure gli astanti erano gente colta – precisa stupito Rampini – tutta gente che legge persino i libri di storia!
La parola “ancora” dice tutto: l’inglese – cioè la lingua naturale dei popoli dominanti che non studiano altre lingue perché impongono la propria a tutti gli altri – prima o poi trionferà, e finalmente tutta l’umanità si inchinerà alla sua dittatura. È solo questione di tempo.
Questo è il nuovo colonialismo del Duemila, il nuovo imperialismo culturale difeso da chi ha come obiettivo l’imposizione dell’inglese dall’alto con cui educare il mondo intero. I Paesi già anglicizzati sono presentati come un modello aureo e avanzato, gli altri sono considerati “Terzo mondo”, un’espressione politicamente scorretta che si tende ormai a sostituire con “Paesi in via di sviluppo”. E a quale sviluppo li si deve condurre? A quello del modello occidentale, ovviamente, che viene fatto coincidere con quello statunitense, ci mancherebbe altro.
Eppure l’Italia, pur essendo di fatto una provincia americana dal punto di vista sociale, politico, militare, economico e culturale è “ancora” arretrata sul piano linguistico. Ancora una volta, per Rampini, le fonti sulla conoscenza dell’inglese non sono le statistiche ma altre che ricordano i discorsi da bar: “Mi è stato detto che questa cosa cambia improvvisamente se uno, a poche centinaia di metri dalla sede di quel convegno, si reca Nova Gorica. È la città gemella, l’altra metà di Gorizia, in Slovenia, dove l’inglese lo sanno tutti.” E a questo punto sbotta: possibile che una nazione – che probabilmente considera sottosviluppata rispetto a noi sotto altri punti di vista – sia più avanti di noi nella conoscenza della lingua dei padroni?
Al giornalista non viene neppure in mente che forse le persone di cultura della città conoscono il tedesco, o il francese, o altre lingue. Per lui il plurilinguismo non è un valore, e le altre lingue sono fuori dai parametri della neocultura che ha in mente, non contano niente. Nella sua testa c’è solo l’opzione inglese, la Novalingua da imporre orwellianamente a tutte le altre inutili e dannose Veterolingue.L’apologia della dittatura dell’inglese è la premessa e l’assioma di un disegno strisciante che viene fatto passare in modo manipolatorio:
“Qui abbiamo un problema, guardate: perché non è possibile che in Slovenia un paese che è entrato nell’Unione europea molto più tardi, Paese più povero, piccolo tutti sappiano l’inglese e dall’altra parte del confine no.”
In quest’ultima riflessione da temino liceale, la Slovenia è un Paese “inferiore” (piccolo e povero), entrato da poco nell’Ue (e qui si lascia credere che l’inglese sia la lingua dell’Unione Europea, il solito falso). I modelli virtuosi dell’Europa sono i Paesi già colonizzati linguisticamente, quelli “dalla Danimarca alla Svezia, dove le grandi università insegnano ormai corsi solo in lingua inglese e i bambini sono abituati a vedere i film americani in lingua originale quando hanno cinque anni.”
Finalmente il consueto disegno linguicista emerge e prende forma: consiste nel cancellare le lingue nazionali dall’università (meglio omettere che i Paesi del Nordeuropa stanno facendo un passo indietro nell’anglificazione dell’università perché si sono resi conto che i danni sono maggiori dei vantaggi). E per meglio imporre la dittatura dell’inglese non resta che colonizzare i cittadini sin dall’infanzia, attraverso la tv e i film in lingua originale americana. L’apoteosi di questa visione colonialista arriva nel finale: oggi come oggi, “sapere l’inglese è come avere la patente di guida.”
Questo esempio non è innocente: in gioco c’è proprio la “patente”.
Non basta che il globalese sia di fatto la lingua dominante, diventata imprescindibile in alcuni settori come il mondo del lavoro o della scienza, per cui chi non lo usa è penalizzato ed emarginato. L’obiettivo è l’istituzionalizzazione del globish, che si vuole ufficializzare come la lingua dell’Europa. L’inglese è venduto come il requisito della cultura; a che vale leggere i libri di storia se non si sa l’inglese? E allora non resta che imporlo in tutti i modi, attraverso il potere morbido e quello duro. La prima strategia si basa per esempio sulla trasmissione dei film in inglese, oppure avviene attraverso cavalli di Troia come il progetto Erasmus, nato sulla carta per la diffusione degli scambi linguistici tra gli studenti europei, ma trasformato di fatto nella diffusione del solo inglese, la lingua unica che prende il posto di tutte le altre e le cancella. La stessa prassi che nell’Ue – che sulla carta nasce all’insegna del plurilinguismo – porta a di fatto a usare l’inglese come la sola lingua di lavoro o quasi. E grazie alla von der Leyen è sempre più usato anche nella comunicazione istituzionale rivolta agli europei, un’altra prassi illegittima, come quella dei documenti europei concepiti in alcuni Paesi come l’italia in modo bilingue.
Accanto a queste cose c’è poi la politica linguistica europea a fare in modo che l’inglese sia ufficializzato: è stato introdotto nelle scuole sin dai primi anni dell’infanzia in modo da creare le nuove generazioni bilingui, un progetto che ci costa cifre astronomiche che vengono in questo modo convogliate verso i Paesi naturalmente anglofoni che sono fuori dall’Europa e che non hanno questi costi. Da qui nascono poi i provvedimenti come la riforma Madia che ha cancellato il requisito di “conoscere una seconda lingua” nei concorsi nella pubblica amministrazione per sostituirlo con l’obbligo di “conoscere l’inglese”.
Per quelli come Rampini tutto ciò è rimosso, il loro fine è giustificare la dittatura dell’inglese, costi quel che costi. E un altro esempio riportato dal giornalista la dice lunga sul suo razzismo linguistico e sull’intolleranza e il fondamentalismo con cui guarda chi non parla la lingua dei padroni, quando cita un episodio avvenuto in un cinema ligure dove proiettavano il film Barbie. Per errore l’operatore ha avviato la pellicola in lingua originale invece che nella versione doppiata, e nel pubblico di ragazzine e mamme si è scatenato un putiferio! Quegli ottentotti che non conoscevano l’inglese, secondo Rampini, avrebbero forse dovuto avere un orgasmo davanti alla lingua superiore, invece di pretendere che si parlasse loro nella propria (come previsto all’acquisto del biglietto).
Mentre per Rampini il problema degli italiani è che non sanno l’inglese, per gli italiani il problema sono quelli come Rampini, che non hanno alcun rispetto per la realtà e per la gente, perché hanno in testa solo la propria visione discriminante che vogliono imporre a tutti. L’idea della cultura rampiniana ricorda quella coloniale del generale Gneo Agricola lodato da Tacito perché aveva saputo romanizzare – anche linguisticamente – i Bretoni che aveva assoggettato: i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento. Mentre Rampini dichiara di sostenere le sue tesi: “Non perché io abito in America”, la realtà è che quelli come lui si sono asserviti al nuovo impero e agiscono come i collaborazionisti della dittatura dell’inglese, la minoranza oligarchica che vuole prevaricare, sottomettere ed educare tutti gli altri.
Comunque la si pensi, voglio rimarcare un ultimo particolare. Le reazioni alle tesi di questo articolo si sono diffuse in Rete (per esempio sul sito Italofonia.info), ma sui mezzi di informazione – le nuove voci dei padroni dove regna il pensiero unico – tutto tace. Come se queste riflessioni fossero le uniche possibili. E questo è molto grave. Se questa anglomania è la cornice culturale e il presupposto della nuova intellighenzia, poi non c’è da stupirsi dei sempre più numerosi anglicismi che penetrano sui giornali e in ogni settore. Sono solo l’effetto collaterale sul piano interno della dittatura dell’inglese che si vuole legittimare su quello internazionale.
Intanto, alle elezione europee l’astensionismo ha raggiunto livelli mai visti, e mentre alcuni partiti si gongolano dei risultati e gli altri si leccano le ferite, il dato più rilevante mi pare che per la prima volta la maggioranza degli italiani non è andata a votare (se fosse stato un referendum non avrebbe raggiunto il quorum), e se si includono le astensioni questo risultato è ancora più pesante. La nostra classe dirigente, e gli intellettuali alla Rampini, sono una minoranza e un’oligarchia che non rappresenta più il Paese. E forse sono loro che dovrebbero riflettere sulla propria “patente” di giornalisti o politici, non gli italiani.
https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/10/rampini-e-la-patente-dellinglese-globale/
#anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #linguaItaliana #multilinguismo #plurilinguismo #politicaLinguistica #rassegnaStampa #UnioneEuropea
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Di Antonio Zoppetti
Mi sono arrivate varie segnalazioni indignate a proposito di un intervento sul Corriere della scorsa settimana di Federico Rampini intitolato “Gli italiani non sanno l’inglese”.
L’autore si mostra scandalizzato e affranto di fronte a questo fatto. Ma la cosa più imbarazzante del suo resoconto è la modalità con cui sembra scoprire l’acqua calda.
La rivelazione gli è arrivata durante un convegno a Gorizia, mentre uno storico israeliano a quanto pare appoggiava le ragioni dell’attuale sterminio dei palestinesi suscitando le reazioni di protesta e i fischi degli spettatori. A colpire Rampini non sono state le tesi del suo interlocutore – che in fondo è un “progressista” che parla così solo per lo choc del 7 ottobre, chiosa il giornalista – bensì un piccolo dettaglio marginale che fa ben capire cosa si agita nella testa di simili prezzemolini televisivi che si presentano come progressisti ma sono invece l’espressione delle idee più reazionarie della nostra intellighenzia. Questo particolare a margine è che le grida della folla imbestialita non arrivavano in diretta, immediatamente dopo le parole che lo storico pronunciava in lingua inglese, ma in differita, cioè solo dopo la traduzione.
Questo è ciò che ha colpito Rampini, che si è reso conto improvvisamente che il vero problema è che gli italiani non capiscono l’inglese! Un grave problema davanti al quale gli oltre 30.000 morti palestinesi (senza contare i feriti o i mutilati che spesso sono donne e bambini) passano evidentemente in secondo piano (almeno nella sua scatola cranica).
Il giornalista sembra ignorare i dati Istat che ci dicono che in Italia la conoscenza dell’inglese appartiene a una minoranza della popolazione. Evidentemente non conosce nemmeno i rapporti come quelli di Eurostat che mostrano che anche in Europa l’inglese non è affatto compreso dalla maggioranza dei cittadini. E non è neppure a conoscenza delle statistiche di Ethnologue che spiegano che nel mondo l’inglese è conosciuto da meno del 20% dell’umanità (cfr. “Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione“). La sua consapevolezza arriva più empiricamente davanti a un bagno di folla: a Gorizia, “una delle città più ricche, moderne, evolute d’Italia, l’inglese ancora lo parlano e lo capiscono in pochi.” Eppure gli astanti erano gente colta – precisa stupito Rampini – tutta gente che legge persino i libri di storia!
La parola “ancora” dice tutto: l’inglese – cioè la lingua naturale dei popoli dominanti che non studiano altre lingue perché impongono la propria a tutti gli altri – prima o poi trionferà, e finalmente tutta l’umanità si inchinerà alla sua dittatura. È solo questione di tempo.
Questo è il nuovo colonialismo del Duemila, il nuovo imperialismo culturale difeso da chi ha come obiettivo l’imposizione dell’inglese dall’alto con cui educare il mondo intero. I Paesi già anglicizzati sono presentati come un modello aureo e avanzato, gli altri sono considerati “Terzo mondo”, un’espressione politicamente scorretta che si tende ormai a sostituire con “Paesi in via di sviluppo”. E a quale sviluppo li si deve condurre? A quello del modello occidentale, ovviamente, che viene fatto coincidere con quello statunitense, ci mancherebbe altro.
Eppure l’Italia, pur essendo di fatto una provincia americana dal punto di vista sociale, politico, militare, economico e culturale è “ancora” arretrata sul piano linguistico. Ancora una volta, per Rampini, le fonti sulla conoscenza dell’inglese non sono le statistiche ma altre che ricordano i discorsi da bar: “Mi è stato detto che questa cosa cambia improvvisamente se uno, a poche centinaia di metri dalla sede di quel convegno, si reca Nova Gorica. È la città gemella, l’altra metà di Gorizia, in Slovenia, dove l’inglese lo sanno tutti.” E a questo punto sbotta: possibile che una nazione – che probabilmente considera sottosviluppata rispetto a noi sotto altri punti di vista – sia più avanti di noi nella conoscenza della lingua dei padroni?
Al giornalista non viene neppure in mente che forse le persone di cultura della città conoscono il tedesco, o il francese, o altre lingue. Per lui il plurilinguismo non è un valore, e le altre lingue sono fuori dai parametri della neocultura che ha in mente, non contano niente. Nella sua testa c’è solo l’opzione inglese, la Novalingua da imporre orwellianamente a tutte le altre inutili e dannose Veterolingue.L’apologia della dittatura dell’inglese è la premessa e l’assioma di un disegno strisciante che viene fatto passare in modo manipolatorio:
“Qui abbiamo un problema, guardate: perché non è possibile che in Slovenia un paese che è entrato nell’Unione europea molto più tardi, Paese più povero, piccolo tutti sappiano l’inglese e dall’altra parte del confine no.”
In quest’ultima riflessione da temino liceale, la Slovenia è un Paese “inferiore” (piccolo e povero), entrato da poco nell’Ue (e qui si lascia credere che l’inglese sia la lingua dell’Unione Europea, il solito falso). I modelli virtuosi dell’Europa sono i Paesi già colonizzati linguisticamente, quelli “dalla Danimarca alla Svezia, dove le grandi università insegnano ormai corsi solo in lingua inglese e i bambini sono abituati a vedere i film americani in lingua originale quando hanno cinque anni.”
Finalmente il consueto disegno linguicista emerge e prende forma: consiste nel cancellare le lingue nazionali dall’università (meglio omettere che i Paesi del Nordeuropa stanno facendo un passo indietro nell’anglificazione dell’università perché si sono resi conto che i danni sono maggiori dei vantaggi). E per meglio imporre la dittatura dell’inglese non resta che colonizzare i cittadini sin dall’infanzia, attraverso la tv e i film in lingua originale americana. L’apoteosi di questa visione colonialista arriva nel finale: oggi come oggi, “sapere l’inglese è come avere la patente di guida.”
Questo esempio non è innocente: in gioco c’è proprio la “patente”.
Non basta che il globalese sia di fatto la lingua dominante, diventata imprescindibile in alcuni settori come il mondo del lavoro o della scienza, per cui chi non lo usa è penalizzato ed emarginato. L’obiettivo è l’istituzionalizzazione del globish, che si vuole ufficializzare come la lingua dell’Europa. L’inglese è venduto come il requisito della cultura; a che vale leggere i libri di storia se non si sa l’inglese? E allora non resta che imporlo in tutti i modi, attraverso il potere morbido e quello duro. La prima strategia si basa per esempio sulla trasmissione dei film in inglese, oppure avviene attraverso cavalli di Troia come il progetto Erasmus, nato sulla carta per la diffusione degli scambi linguistici tra gli studenti europei, ma trasformato di fatto nella diffusione del solo inglese, la lingua unica che prende il posto di tutte le altre e le cancella. La stessa prassi che nell’Ue – che sulla carta nasce all’insegna del plurilinguismo – porta a di fatto a usare l’inglese come la sola lingua di lavoro o quasi. E grazie alla von der Leyen è sempre più usato anche nella comunicazione istituzionale rivolta agli europei, un’altra prassi illegittima, come quella dei documenti europei concepiti in alcuni Paesi come l’italia in modo bilingue.
Accanto a queste cose c’è poi la politica linguistica europea a fare in modo che l’inglese sia ufficializzato: è stato introdotto nelle scuole sin dai primi anni dell’infanzia in modo da creare le nuove generazioni bilingui, un progetto che ci costa cifre astronomiche che vengono in questo modo convogliate verso i Paesi naturalmente anglofoni che sono fuori dall’Europa e che non hanno questi costi. Da qui nascono poi i provvedimenti come la riforma Madia che ha cancellato il requisito di “conoscere una seconda lingua” nei concorsi nella pubblica amministrazione per sostituirlo con l’obbligo di “conoscere l’inglese”.
Per quelli come Rampini tutto ciò è rimosso, il loro fine è giustificare la dittatura dell’inglese, costi quel che costi. E un altro esempio riportato dal giornalista la dice lunga sul suo razzismo linguistico e sull’intolleranza e il fondamentalismo con cui guarda chi non parla la lingua dei padroni, quando cita un episodio avvenuto in un cinema ligure dove proiettavano il film Barbie. Per errore l’operatore ha avviato la pellicola in lingua originale invece che nella versione doppiata, e nel pubblico di ragazzine e mamme si è scatenato un putiferio! Quegli ottentotti che non conoscevano l’inglese, secondo Rampini, avrebbero forse dovuto avere un orgasmo davanti alla lingua superiore, invece di pretendere che si parlasse loro nella propria (come previsto all’acquisto del biglietto).
Mentre per Rampini il problema degli italiani è che non sanno l’inglese, per gli italiani il problema sono quelli come Rampini, che non hanno alcun rispetto per la realtà e per la gente, perché hanno in testa solo la propria visione discriminante che vogliono imporre a tutti. L’idea della cultura rampiniana ricorda quella coloniale del generale Gneo Agricola lodato da Tacito perché aveva saputo romanizzare – anche linguisticamente – i Bretoni che aveva assoggettato: i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento. Mentre Rampini dichiara di sostenere le sue tesi: “Non perché io abito in America”, la realtà è che quelli come lui si sono asserviti al nuovo impero e agiscono come i collaborazionisti della dittatura dell’inglese, la minoranza oligarchica che vuole prevaricare, sottomettere ed educare tutti gli altri.
Comunque la si pensi, voglio rimarcare un ultimo particolare. Le reazioni alle tesi di questo articolo si sono diffuse in Rete (per esempio sul sito Italofonia.info), ma sui mezzi di informazione – le nuove voci dei padroni dove regna il pensiero unico – tutto tace. Come se queste riflessioni fossero le uniche possibili. E questo è molto grave. Se questa anglomania è la cornice culturale e il presupposto della nuova intellighenzia, poi non c’è da stupirsi dei sempre più numerosi anglicismi che penetrano sui giornali e in ogni settore. Sono solo l’effetto collaterale sul piano interno della dittatura dell’inglese che si vuole legittimare su quello internazionale.
Intanto, alle elezione europee l’astensionismo ha raggiunto livelli mai visti, e mentre alcuni partiti si gongolano dei risultati e gli altri si leccano le ferite, il dato più rilevante mi pare che per la prima volta la maggioranza degli italiani non è andata a votare (se fosse stato un referendum non avrebbe raggiunto il quorum), e se si includono le astensioni questo risultato è ancora più pesante. La nostra classe dirigente, e gli intellettuali alla Rampini, sono una minoranza e un’oligarchia che non rappresenta più il Paese. E forse sono loro che dovrebbero riflettere sulla propria “patente” di giornalisti o politici, non gli italiani.
https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/10/rampini-e-la-patente-dellinglese-globale/
#anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #linguaItaliana #multilinguismo #plurilinguismo #politicaLinguistica #rassegnaStampa #UnioneEuropea