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  1. EUA financiaram R$ 5 milhões em projeto que contesta atuação do STF no Brasil, diz jornal

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  2. EUA financiaram R$ 5 milhões em projeto que contesta atuação do STF no Brasil, diz jornal

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  3. RE: zeroes.ca/@camaradademian/1173

    Molti di voi usano l'analisi intersezionale per essere anticomunisti e questo è problematico.

    C'è un profondo sentimento anticomunista che ci è stato insegnato da quando siamo letteralmente nati. dobbiamo imparare a separare la critica al comunismo dall'anticomunismo. quando critico gli anarchici, lo faccio a partire dal cameratismo, dallo studio e dal cameratismo. non ho intenzione di cadere in nessun momento nei cliché anticomunisti, ma so che a un certo punto lo farò e quindi controllo e ascolto continuamente i compagni che mi rispondono.

    Molti useranno atteggiamenti sciovinisti e scorretti dei comunisti di tutto il mondo per cancellare il comunismo. useranno la scusa dell'analisi intersezionale per dire che sono stati sessisti o omofobi. una cosa da ricordare è che le ideologie di liberazione non sono perfette e quindi l'autocritica e la critica non solo sono necessarie ma sono una delle basi per realizzare davvero la rivoluzione.

    quindi quando ci sono comunisti che cadono nel maschilismo e in forme di oppressione non è una scusa per non leggere più, ma un modo per ispirarci e avanzare nella lotta.

    Questi errori dei comunisti del passato e del presente devono servirci per poter migliorare e raggiungere la liberazione.

    Se volete criticare il comunismo da un punto di vista cameratesco, siete i benvenuti e allo stesso tempo vi incoraggio a rivedere l'anticomunismo che vi è stato insegnato per molti anni.
    #Intersezionalità #AntiComunismo #AntiAnarchismo

  4. muchos de ustedes utilizáis el análisis interseccional para ser anticomunistas y esto es una problemática.

    hay un profundo sentimiento anticomunista que nos han enseñado desde que literalmente nacemos. tenemos que aprender a separar entre una crítica al comunismo y un anticomunismo. cuando yo critico a los anarquistas lo hago desde la camaradería desde el estudio y desde el compañerismo. no pretendo en ningún momento caer en los tópicos antinarquistas y aún así sé que en algún momento lo haré y por lo tanto estoy continuamente revisando y escuchando a los camaradas cuando me van contestando.

    muchas personas van a utilizar actitudes chovinismo e incorrectas de comunistas alrededor del mundo para cancelar el comunismo. utilizarán la excusa del análisis interseccional para decir que eran machistas u homófobos. ante esto hay que recordar una cosa y es que las ideologías de liberación no son perfectas y por lo tanto la autocrítica y la crítica no es sólo necesaria sino una de las bases para poder realmente conseguir la revolución.

    así que cuando hay comunistas que caen en machismos y en formas de opresión esto no es una excusa para no leer más si no es una forma para poder inspirarnos y avanzar en cuanto a la lucha.

    estos errores de comunistas del pasado y del presente nos tienen que servir para poder mejorar y para poder llegar a la liberación.

    si quieres criticar el comunismo desde un punto de camaradería es completamente bienvenido y al mismo tiempo te animo a que puedas revisar el anticomunismo que te han enseñado desde hace muchos años.
    #Interseccionalidad #Anticomunismo #Antianarquismo

  5. El anticomunismo es un discurso dirigido a idiotas

    El anticomunismo es un discurso dirigido a idiotas #tardigram #anticomunismo #discurso #idiotas #Politica

    tardigram.com/m/Politica/t/750

  6. El gobierno gringo sancionó ayer a autistici inventati, el colectivo italiano de infraestructira en internet. Ellos mantienen no blogs, donde yo tenía mi blog desde hace más de 1 década.

    state.gov/translations/spanish

    #Comunismo #Marxismo #fascismo #censura #trump #MarcoRubio #Anticomunismo

  7. O flerte entre o mercado da fé e a ultradireita

    Por dentro do Summit Cristão, evento que funde a ética neoliberal ao fundamentalismo. Os significados do “empreendedorismo à luz da Palavra”. Sua cruzada contra soluções coletivas no Brasil. E como encontra no neofascismo seu maior fiador

    outraspalavras.net/direita-ass

  8. #Internacional 🇺🇸 | Hasta ahora, el llamado “terrorismo de izquierda” no había ocupado la atención del poder político en los Estados Unidos que, en cambio, había centrado su interés en el terrorismo vinculado al narcotráfico, al de origen islámico y, naturalmente, al surgido desde la ultraderecha.

    desdeabajo.info/rotador-incio/

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    #Anticomunismo #DonaldTrump #MAGA

  9. La trampa del triunfalismo: cómo los medios antiimperialistas fabrican su propio consentimiento [EnG]

    La trampa del triunfalismo: cómo los medios... #antiimperialismo #derechos #humanos #sesgo #rusia #china #iran #otan #ue #usa #criticismo #dictaduras #totalitarismo #anticomunismo #capitalismo #colonialismo #chomsky #Actualidad

    tardigram.com/m/Actualidad/t/3

  10. La diferencia entre estas dos personas es clara: uno recibió un país destruido por la guerra y la miseria, y lo convirtió en la 9ª potencia mundial. El otro tomó una isla paradisíaca, con la renta per cápita más alta de Latinoamérica, y la hundió en un basurero de pobreza y hambre.

    Francisco Franco tomó las riendas de una España devastada tras la Guerra Civil. Gracias a su liderazgo y a las reformas económicas de los años 60, el país experimentó un fuerte crecimiento y desarrollo que lo colocó entre las grandes economías del mundo.

    Fidel Castro, en cambio, impuso el comunismo en Cuba y destruyó su economía. A pesar de los subsidios soviéticos, el régimen generó escasez, represión y éxodo masivo, convirtiendo en ruinas lo que antes era próspero.

    Esta comparación sigue vigente: mientras el orden y la libertad económica construyen naciones, el socialismo solo trae miseria y autoritarismo.

  11. 🌎 [ES] ✊🔍 Gladio, el ejército fantasma de la CIA y la OTAN contra la izquierda europea. Redes clandestinas, atentados de falsa bandera y estrategia de la tensión. ¿Conocías esta historia? ¿Qué reflexión te sugiere? #Gladio #GuerraFría #EstrategiaDeLaTensión #Anticomunismo #OTAN #CIA 🌐 +info url.ecoarglobal.org/f7rEyp 💪 pepaloba.org/?lang=es#asociate ✊ ecoarglobal.org/es/espacio-act

  12. 🌎 [GL] ✊🔍 Gladio, o exército segredo da CIA e a OTAN contra o comunismo. Redes clandestinas, atentados de falsa bandeira e estratexia da tensión. Coñeciches esta historia? #Gladio #GuerraFría #EstratexiaDaTensión #Anticomunismo #OTAN #CIA 🌐 +info url.ecoarglobal.org/QN6nkt 💪 pepaloba.org/?lang=gl#asociate ✊ ecoarglobal.org/gl/espazo-acti

  13. Quando a CNBB enfrentava o atraso 

    De 1950 até a interrupção em 1964, liderados por Helder Câmara, bispos católicos se reuniram para pensar o Nordeste e “banir o subdesenvolvimento”. A história de uma Igreja que articulava políticas públicas e mobilizou até o presidente JK

    outraspalavras.net/historia-e-

  14. Duro intervento antisovietico di Taviani a dicembre 1948

    Proprio nel corso di questi mesi avviene il primo rilevante intervento pubblico di Taviani, in cui lo si vede impegnato nell’affrontare i temi della politica estera. Si tratta del discorso da lui pronunciato alla camera il 1° dicembre 1948, in occasione della discussione delle mozioni sulla politica estera del governo. Taviani in questa data è già vicesegretario della Dc e il suo discorso quindi non esprime solamente la sua visione personale, ma anche la posizione ufficiale del governo e della maggior parte dei parlamentari della Dc <121. Il discorso di Taviani è molto diverso a quello apparso qualche anno prima nelle “Idee sulla Democrazia Cristiana”, esso è ampio e ben strutturato, e dimostra il lungo cammino percorso dal giovane democristiano, nel corso dei quattro anni che intercorrono tra questi due documenti, per ampliare e completare la propria formazione sui temi internazionali. L’intervento parlamentare di Taviani risponde alle critiche mosse dai socialisti e dai comunisti sulla politica del governo, secondo i quali il governo guidato da De Gasperi portando avanti una politica estera bellicista e succube degli interessi americani in Europa, sacrificherebbe con questo le risorse, la libertà e l’autonomia italiane che troverebbero invece miglior modo di esprimersi in un atteggiamento neutrale del nostro paese di fronte alle tensioni internazionali e allo scontro tra i due blocchi. Taviani apre il proprio intervento chiarendo da subito che la sua politica, così come quella della democrazia cristiana, è tesa unicamente a garantire la pace e a fare il possibile per evitare qualsiasi possibilità di un nuovo conflitto mondiale, reinserendo l’Italia nello scenario internazionale e rinunciando proprio per questi motivi a qualsiasi pretesa nazionalistica di grande potenza per l’Italia che come la recente storia ha più volte dimostrato sarebbe del tutto irrealistica e utopistica. Il suo intervento entra nel vivo quando proclama la morte dei nazionalismi: “Di qui è logico dedurre, onorevoli colleghi, che nel mio ragionamento non troverete nessuna ombra di nazionalismo. Stia certo l’onorevole Nenni, il quale ieri ricordava la contesa dei micròmani con i macròmani, che non troverà nei miei ragionamenti un ragionamento da macròmane. La mia generazione è stata avvelenata dall’educazione nazionalista, e forse in qualche momento è stata anche sviata; ma ne abbiamo visto le conseguenze. Molti di noi le portano sulle loro carni o su quelle dei loro familiari… Nessuna ombra di nazionalismo; nessuna illusione che il mondo continui ad essere quello che si credeva che fosse – o era – all’inizio del secolo. Grazie a Dio, il mondo non cambia solo in peggio”.
    A questo aggiunge la convinzione che la nuova concezione federalista degli stati che si sta diffondendo sia l’unica che meriti di essere perseguita e sostenuta e che essa abbia le sue origini proprio nel cattolicesimo: “Il superamento del nazionalismo non è oggi soltanto un idea socialista, dei veri socialisti democratici.(Commenti all’estrema sinistra) D’altra parte l’universalismo cattolico ha permeato molte delle più elevate menti politiche contemporanee. Al di sopra dei nazionalismi e degli esasperati razzismi, oggi si diffonde la concezione di un’Europa, di un mondo che sappia comprendere in un armonia di piani economici, di rapporti morali e giuridici, di progresso sociale, la varietà di cultura nazionale e di razza espresse nella differenziazione politica di singoli Stati, che pur restano membri di un unico corpo, l’Umanità.” <122
    Dopo aver così espresso la sua linea e quella del governo nel campo della politica estera, Taviani analizza in maniera lucida e chiara i fatti degli ultimi 3 anni, insieme a quella che è la nuova situazione internazionale, dopo la caduta del nazismo, il colpo di stato di Praga e lo scisma di Tito, a dimostrazione di come i pericoli di una nuova guerra e di una nuova opprimente dittatura provengano dall’Unione Sovietica e non dagli Stati Uniti verso cui i deputati comunisti scagliano continuamente le loro accuse. Secondo Taviani è stata infatti l’Urss ad avviare una nuova corsa agli armamenti rifiutandosi di smobilitare il proprio esercito dopo la sconfitta nazista, e di aderire ai nuovi progetti di ricostruzione internazionale come il Piano Marshall e gli accordi di Bretton Woods, utilizzando il proprio diritto di veto per paralizzare il lavoro dell’Onu ogni qualvolta doveva prendere decisioni contrarie ai propri interessi ed infine intervenendo militarmente a Praga in aprile per rovesciare un governo democraticamente eletto e imporre anche a questo paese l’allineamento alla politica staliniana, in palese violazione con gli accordi presi Yalta che prevedevano le libere elezioni in tutti i paesi liberati dal nazismo. Per difendersi dalle accuse di falsità e di propaganda che gli giungono dalle grida dei deputati comunisti, cita le numerose testimonianze dei profughi cecoslovacchi che sono riusciti a giungere in occidente e che denunciano un sistema più opprimente di quello che era stato qualche anno prima sotto l’occupazione nazista.
    Per dimostrare la fondatezza della propria accusa, Taviani non si limita a citare gli eventi più recenti, ma analizza la politica estera sovietica dal punto di vista geopolitico mettendo in evidenza i parallelismi e la continuità della politica sovietica con quella degli imperi precedenti le due guerre mondiali e mostrando come la sua politica estera rispondendo a ragioni più ideologiche che geopolitiche, sia apertamente contraria alla realizzazione dell’unità europea:
    “Giunti a questo punto, noi ci potremmo chiedere se nella politica estera di Stalin e di Molotov vi sia alcunché di nazionalismo o più ancora di panslavismo. Non sono infatti pochi coloro che ravvisano nella politica estera sovietica le stesse linee della politica estera zarista. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky … Una voce all’estrema sinistra. Dove le legge queste notizie? Sull’Osservatore Romano? (Proteste al centro). TAVIANI. No, onorevole collega; comunque quello è un giornale di solito bene informato, e probabilmente ella stessa si informava da quel giornale cinque o sei anni or sono. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky nel 1927, la politica estera russa non appare di facile interpretazione. La politica di Stalin del socialismo in un solo Paese, portando al presunto abbandono della rivoluzione mondiale, ha favorito l’interpretazione della politica sovietica come una semplice continuazione dell’imperialismo zarista. La insistenza sulla rivoluzione mondiale come reale obiettivo e l’assunto che la dottrina del socialismo in un solo paese significhi il fallimento della rivoluzione mondiale, sembrano, infatti, aver costituito una delle basi dell’errore di Trotzky. D’altronde le energiche dichiarazioni di Stalin a Yalta, sui nuovi confini fra Polonia e U.R.S.S., sono state da molti considerate come una espressione di vecchio nazionalismo. Ma dal tono della relazione del Cominform che sconfessa Tito, a noi ignari e non iniziati ai misteri e ai presupposti dogmatici della dottrina sovietica – è sembrato che Stalin nel 1948 abbia parlato con il linguaggio di Trotzky del 1926 e 1927. Mentre Tito sembra proprio accusato di ciò che Stalin contro Trotzky sosteneva nel 1926. Certo, una ragione di tutto ciò sussiste. Comunque, a noi interessa vedere se la politica estera russa sia solamente una politica estera a carattere nazionalistico, perché in sostanza ci si potrebbe anche prospettare l’ipotesi che l’Italia al centro del Mediterraneo possa rientrare in una sfera che direttamente non interessi la Russia. Ma, purtroppo, non sembra che si possa accettare questa interpretazione. Ieri l’onorevole Giacchero notava che la Russia oggi non ha interesse a che l’Unione europea si realizzi, così come duecento anni fa l’Inghilterra non aveva interesse alla realizzazione della unità nord-americana.
    Fin dal 1915 Lenin condannò il principio degli Stati uniti d’Europa come realizzabile e reazionario in pari tempo. Questo atteggiamento venne riconfermato nel 1930, quando il movimento degli Stati uniti d’Europa acquistò un ritmo intenso. Nel 1930 anche Stalin accusa i fautori dell’unione europea come borghesi, e nel 1931 quando l’Unione Sovietica accettò di partecipare alla commissione cercata dalla Società delle Nazioni per lo studio dei problemi dell’unione europea, la Pravda spiegò che l’Unione Sovietica aveva accettato al solo fine di fare abortire il progetto.”
    Risponde quindi a chi nelle scorse settimane ha accusato il suo partito di organizzare delle crociate contro il comunismo, citando le parole di Lenin e dello stesso Stalin, e mostrando come sia l’Unione Sovietica con le sue aspirazioni mondiali sulla diffusione del comunismo e con la sua insistenza sull’impossibilità di convivenza tra il sistema capitalistico e quello comunista ad avanzare pretese imperialiste e ad organizzare “crociate”. A chi dall’opposizione lo interrompe indignato, accusandolo di dire falsità e di non essere mai stato in Unione Sovietica a vedere come vivono i lavoratori, il democristiano Semeraro <123 interviene in sua difesa rispondendo con un pizzico di ironia e chiedendo loro perché se la Russia è il paradiso che tutti i deputati comunisti affermano essere nessuno vi voglia emigrare e al contrario molti vadano negli Stati Uniti, mentre Taviani riprende il discorso, girando l’invito ai deputati di sinistra, e invitandoli a rivolgere la loro domanda ai sindacalisti e all’On. Di Vittorio <124 che hanno visitato entrambi i paesi. A chi ancora sostiene che l’Urss sia solamente un problema dei paesi dell’Europa Orientale, ricorda come i leader sovietici si siano schierati più volte apertamente contro i progetti di integrazione europea e come attraverso le direttive impartite ai partiti comunisti dei paesi occidentali sulle azioni da intraprendere all’interno dei parlamenti e dell’opinione pubblica dei paesi occidentali per sabotare tali progetti, ingeriscano pesantemente nella politica interna dei paesi occidentali e dell’Italia. A quei deputati comunisti che in parlamento difendono la neutralità italiana, Taviani risponde leggendo le loro parole pronunciate nel corso dei comizi pubblici, quando incitavano i loro elettori alla resistenza armata contro un possibile dispiegamento dei soldati americani nelle basi militari italiane, e li invitavano al contrario ad aiutare i sovietici nel caso di un eventuale invasione sovietica del loro paese, dovuta ad un eventuale conflitto tra le due superpotenze, unico paese da loro riconosciuto come rappresentante del mondo dei lavoratori.
    Prosegue chiedendo loro come sarebbero stati trattati nei paesi comunisti se avessero pronunciassero dei discorsi simili a favore di una potenza straniera. Smontando, dati alla mano, i loro esempi di neutralità fatti citando il caso della Svizzera e della Svezia, mostra come questi due paesi pur essendo neutrali, proprio a causa della mancanza di aiuti esterni, debbano spendere per la loro sicurezza somme di gran lunga superiori a quelle dell’Italia <125, che ha una popolazione nettamente superiore e di come l’Italia a causa della propria posizione geografica, centrale in caso di un eventuale conflitto tra i due blocchi, non possa in alcun modo sperare di non venirne coinvolta come questi due paesi e di come pertanto debba essere pronta a difendersi. In caso contrario dovrebbe subire l’occupazione sovietica e di conseguenza ritrovarsi schierata tra i paesi del blocco comunista, subendo la stessa sorte di quella che è toccata al Belgio durante l’occupazione tedesca nel corso delle due guerre mondiali.
    Prima di concludere il proprio discorso guarda al nuovo scenario europeo, augurandosi che esso risolva i propri problemi attraverso un nuovo assetto federale dell’Europa, all’interno dell’alleanza con gli Stati Uniti ed esprimendo quelle che avrebbero dovuto essere le basi su cui costruirla, evitando di esasperarne le differenze nazionali: “Noi non ci illudiamo che l’Italia oggi possa esercitare un peso determinante su quelli che saranno gli sviluppi della politica internazionale; ma questo non significa che essa non possa portare un suo contributo a un’attiva politica europea di pace, condotta in armonia con la politica di difesa della pace, della democrazia, della libertà che gli Stati Uniti del Nord-America han dimostrato con i fatti di perseguire. Ha ieri accennato l’onorevole Nenni al problema tedesco, che sta indubbiamente al centro della situazione europea. Certo, vana illusione sarebbe credere di poter risolvere i problemi dell’Europa lasciandone divisa la parte centrale e nevralgica in zone di occupazione, senza alcun ordinamento definitivo, o, anche se non definitivo, almeno temporaneamente stabile. Ebbene, v’è da una parte il popolo francese, che sembra abbia cominciato a rendersi conto – almeno per la sua parte più democratica – che i suoi rapporti con i tedeschi non si pongono più oggi come si ponevano nel tempo in cui l’Europa era il centro del mondo, nel tempo in cui tutti i problemi internazionali si impostavano, si risolvevano e si esaurivano in Europa; e v’è dall’altra parte il popolo tedesco, quello almeno della Vestfalia, della Baviera, del Baden, che, pur fra le strettezze e le conseguenze immani di una sconfitta – resa, dalla pazzia di Hitler, di proporzioni non mai viste nella storia – può esprimere ancora una sua opinione, e mostrare segni non dubbi di aver compreso quanto assurda sia stata l’illusione di unificare l’Europa approfondendone le differenze fra i popoli in odi razziali, mistici e fanatici. Ebbene, affinché la cooperazione si realizzi fra questi due popoli e con essa la cooperazione europea diventi sempre più concreta e operante, l’Italia può dire la sua parola e forse può portare un suo contributo. Dobbiamo però anche far sentire energicamente, virilmente, alle Nazioni vincitrici che non esiste soltanto in Europa un problema tedesco, ma che, per il riassestamento e per la pace dell’Europa e del mondo, esiste anche un problema italiano, meno grave, se Dio vuole, di quello tedesco, ma pure importante e fondamentale. In particolar modo v’è il problema del lavoro italiano, che non può essere contenuto negli angusti confini della Patria. E’ impossibile una duratura politica di pace in Europa se non si risolvono i problemi economici dell’Europa stessa; questo pare sia stato compreso. Ma prima ancora dei problemi economici vi sono i problemi demografici. E’ contraddittorio tendere a consolidare la pace in Europa e chiudere le frontiere al lavoro italiano, che cerca affannosamente possibilità di vita là dove esse copiosamente sussistono.”
    E Taviani conclude infine il proprio intervento sottolineando le differenze tra le due differenti visioni di politica estera tra la coalizione di governo e quella dell’opposizione formata dai socialisti e dai comunisti: “Voi dite di volere la pace, colleghi dell’opposizione. Ebbene, se questo vostro proposito fosse sincero, noi potremmo dirci d’accordo almeno su di un punto: su quello fondamentale. Ma in realtà la vostra pace è l’annichilimento del popolo italiano nell’agognata unità bolscevica (Rumori all’estrema sinistra – Applausi al centro). E’ l’uso del popolo italiano come di uno strumento per la realizzazione di tale unità. La nostra pace è l’esistenza del popolo italiano in un mondo che abbia fatto dell’armonia e dell’interdipendenza la sua legge, della libertà e della democrazia le essenziali condizioni di vita. (Interruzioni dall’estrema sinistra – Proteste al centro). PAJETTA GIAN CARLO. Mistica fascista! Voi insegnate queste cose! (Rumori al centro). TAVIANI. A scuola di mistica fascista non ci sono mai andato, né come insegnante, né come allievo. Ecco perché noi siamo certi di mantenere anche su questo terreno della politica estera, direi soprattutto su questo terreno, gli impegni assunti dinanzi al popolo il 18 aprile, di interpretare la scelta che il 18 aprile liberamente ha fatto il popolo italiano (Vivi – applausi a sinistra, al centro e a destra – Molte congratulazioni).”
    Si tratta a questo punto di un uomo molto diverso da quello che quattro anni prima aveva scritto il programma di “Idee sulla democrazia cristiana”. Taviani grazie agli anni trascorsi al servizio del partito e del governo e soprattutto al lavoro a fianco di grandi personalità come De Gasperi, Sforza, Fanfani e Dosetti, solo per citarne alcuni, ha acquisito una profonda conoscenza dei temi internazionali, ampliando la propria concezione federalista e avvicinandosi alle posizioni europeiste e atlantiste di De Gasperi e di Sforza. E’ interessante anche notare come all’interno del suo pensiero politico la visione dell’Unione Sovietica come minaccia per l’indipendenza dell’Europa occidentale a causa dell’enorme potere economico e militare, e della vicinanza fisica, rappresenti un’altra costante del suo pensiero e rimanga inalterata, anche quando mezzo secolo più tardi, oramai dissolto il pericolo sovietico, tornerà a parlare in un intervista della politica estera italiana degli anni ’50. <126 La stessa importanza da lui data già alla fine del 1948 al pieno reinserimento della Germania federale nella comunità occidentale, per stabilizzare il centro nevralgico dell’Europa e quale premessa indispensabile per il mantenimento della pace rimarrà una convinzione che non abbandonerà mai e un obiettivo che cercherà sempre di perseguire e che sarà tra le principali motivazioni del suo sostegno ai progetti di integrazione europea.
    Nelle settimane seguenti al suo intervento, all’interno della Dc, di fronte al sempre più probabile ingresso dell’Italia in un alleanza militare con i paesi occidentali, si susseguono i contatti e le riunioni tra i deputati democristiani e le diverse correnti del partito, in particolare tra quella di Dossetti contrario ad uno schieramento dell’Italia che ne possa influenzare la politica governativa e di De Gasperi che invece vede in essa uno strumento per ricucire i rapporti tra i paesi europei e rafforzare la posizione italiana, e che alla fine riuscirà a prevalere senza produrre pericolose scissioni interne.
    [NOTE]
    121 Non della totalità, in quanto erano contrari ad un eccessivo avvicinamento alle posizioni americane in politica estera importanti democristiani come Dossetti e Gronchi. PAOLO EMILIO TAVIANI, Politica a memoria d’uomo, cit., p.139
    122 Atti Parlamentari [d’ora in poi AP], Camera dei deputati, legislatura I, seduta del 1° dicembre 1948, p.4962
    123 Gabriele Semeraro, nato a Castellanetta (Taranto) nel 1912, era avvocato e deputato pugliese della Dc […]
    124 Giuseppe Di Vittorio, nato a Cerignola (Foggia) nel 1882, sindacalista e deputato comunista, era dal 1945 il Segretario della CGIL, aveva sempre dato prova di grande onestà e indipendenza, schierandosi nel 1939 e nel 1956 apertamente contro le decisioni del partito che sostenevano l’azione sovietica, nella firma del Patto Molotov-Ribbentrop e poi nella repressione della rivolta ungherese. Figlio di braccianti agricoli non dimenticò mai la sua origine e anche una volta divenuto segretario della CGIL si adoperò sempre per aiutare i più poveri, in particolare le famiglie delle vittime uccise nel corso degli scioperi e dell’occupazione dei latifondi durante i primi anni della repubblica. Aveva partecipato a numerosi viaggi all’estero,in particolare in Unione Sovietica e in Francia, sia durante il fascismo quando visse in esilio, sia quando nel 1953 fu eletto Presidente della Federazioni Sindacale Mondiale e si recò a New York per pronunciare il discorso d’investitura. Per ulteriori informazioni si rimanda alle opere di: MICHELE PISTILLO, Giuseppe Di Vittorio, Roma, Editori riuniti, 1977 – MYRIAM BERGAMASCHI, Caro Papà di Vittorio, Letttere al segretario generale della CGIL, Milano, Guerrini e Associati, 2008
    125 Molti anni più tardi, in un intervista, riprendendo questi temi, Taviani indicherà proprio nella Nato e nel rifiuto di proseguire una politica autonoma di grande potenza mondiale sul modello francese, lo strumento che permise all’Italia di ridurre le proprie spese militari, investendo in maniera massiccia nelle infrastrutture e nello sviluppo economico permettendogli così di ottenere tassi di crescita elevatissimi e di raggiungere il livello di benessere degli altri paesi occidentali. HAEU, EUI interviews, INT009, Taviani Paolo Emilio 02/05/1989
    126 Intervista rilasciata da Taviani alla Prof. Preda nel marzo del 2000.
    Federico Actite, Taviani e la politica estera italiana degli anni cinquanta (1949-1954), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2011-2012

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  15. Nella polemica alla Consulta, Parri contrastò dunque la ben nota tesi crociana del «fascismo-parentesi»

    La Commissione dei 75 concluse i propri lavori il 12 gennaio 1947; il 4 marzo successivo ebbe inizio la discussione generale in aula sul progetto di Costituzione. Essa si concluse il 22 dicembre 1947. Si trattò del dibattito più lungo che mai si sia svolto in un assemblea rappresentativa italiana (ben 170 sedute). Si analizzerà qui la discussione generalissima o preliminare <43 che occupò 8 sedute (dal 4 al 12 marzo 1947) e che, come si è già detto, risulta particolarmente interessante ai fini del nostro tema di ricerca. Prima di entrare nel vivo degli interventi appare tuttavia necessario ricordare la ben nota polemica che si svolse alla Consulta nazionale tra l’allora presidente del Consiglio Ferruccio Parri e Benedetto Croce tra il settembre e l’ottobre del 1945 <44. Ciò al fine di far comprendere quanto fosse profonda la natura del dissidio sulla democrazia in seno alla classe dirigente antifascista.
    La polemica tra Croce e Parri
    Il 25 settembre si insediò la Consulta e il giorno successivo Ferruccio Parri, che dal giugno era capo del governo, si presentò davanti ad essa per una specie di esposizione programmatica.
    “Ora voi vedete” – disse Parri nella parte finale del suo discorso <45 – “il momento psicologico politico. Vi è una marea incomposta di malcontento che sale contro il governo, contro il regime dei partiti, ed è un fenomeno di cui non ci si deve meravigliare, perché è un fenomeno naturale della situazione italiana, con tante miserie e tanti dolori e tante inquietudini ed un così diffuso stato di insicurezza, ed aggiungiamo di interessi travolti dall’antifascismo. Aggiungiamo i delusi, gli spostati, gli avventurieri; e mettiamo in conto lo spirito di rancore e di vendetta dei colpiti, talché assistiamo a un processo di inversione per cui i rei finiscono per giudicare i giudici […]. Questo deve allarmare? Io non credo. Alla propaganda rispondiamo con la propaganda, e l’avventura, se tentasse la sorte, troverebbe una decisa risposta. Ma quello che vi deve interessare di fronte a questa situazione di incertezza e che più vi deve stare a cuore è quella che io chiamo la causa democratica. Tenete presente: da noi la democrazia è praticamente appena agli inizi. Io non so, non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo. […]. Democratico ha un significato preciso, direi tecnico. Quelli erano regimi che possiamo definire e ritenere liberali”.
    Interrotto da innumerevoli grida di protesta, il presidente del Consiglio constatava amareggiato: «Questi incidenti dimostrano come sia difficile pensare ad un regime democratico e quanta strada ci rimanga ancora da compiere, prima che si realizzi una vera sensibilità democratica nella vita politica italiana» <46.
    Il giorno dopo Benedetto Croce, quasi a confermare queste malinconiche parole di Parri, dichiarò di voler «ribattere nettamente un giudizio storico» che aveva destato «non tanto scandalo quanto stupore». «Egli ha detto – proseguiva Croce <47 – che già prima del fascismo l’Italia non aveva avuto governi democratici. Ma questa asserzione urta in flagrante contrasto col fatto che l’Italia, dal 1860 al 1922, è stata uno dei paesi democratici d’Europa, e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa alla democrazia». Croce, dopo aver tracciato quindi una sintesi dei progressi compiuti dall’Italia, anche sul piano sociale, affermava: «Democrazia senza dubbio liberale come ogni verace democrazia, perché se il liberalismo senza democrazia langue privo di materia e di stimolo, la democrazia a sua volta, senza l’osservanza del sistema e del metodo liberale si perverte e si corrompe ed apre la via alle dittature e ai dispotismi».
    Le parole di Parri manifestavano dunque la consapevolezza del fallimento della democrazia italiana e ed esprimevano l’esigenza di un ripensamento critico e di un superamento del passato. Croce sottolineava invece il necessario legame fra libertà e democrazia, e accentuava il motivo della continuità col passato. Nell’ottica liberale del filosofo napoletano la democrazia veniva infatti concepita come un progresso oggettivo, economico e sociale, da cui era di fatto esclusa la soggettiva componente della partecipazione popolare.
    Da questo dibattito alla Consulta, che ebbe un largo seguito sulla stampa del tempo, qualche nuovo elemento emerse. In difesa di Parri si schierarono «l’Unità» comunista, l’«Avanti» socialista e «La voce repubblicana», ma con motivazioni assai diverse: mentre i due primi con vario accento e tono sottolinearono il carattere di «classe» dell’Italia liberale idealizzata da Croce, il giornale repubblicano mise l’accento sul carattere antidemocratico dello Stato liberale e dello stesso Statuto albertino, spostando cioè l’attenzione su problemi di natura istituzionale. Solo il «Risorgimento liberale» polemizzò con Croce, anche il democristiano «Il Popolo» sostenne infatti Parri <48.
    Pur nella differenza dei toni, vi è insomma nella stampa che interpreta gli orientamenti dei partiti popolari, l’accenno ad un nuovo elemento della democrazia, la quale non può essere soltanto una garanzia di libertà e di esercizio dei diritti politici ma deve diventare anche esercizio attivo di diritti sociali <49; si avvertiva l’esigenza che quei diritti sociali, che nel periodo delle due guerre si erano sviluppati anche e soprattutto nei regimi totalitari di massa come strumento di consenso, avessero pieno diritto di cittadinanza nella nuova democrazia italiana <50.
    Parri, nella sua replica, trasportò verso il futuro l’ideale di democrazia, accentuando cioè l’elemento «prescrittivo» della stessa: “Alla qualifica di democrazia, alla qualifica di democratico, io annetto connotati politici determinati che non riconosco in atto neppure oggi. Oggi abbiamo una volontà democratica, e sia volontà e non velleità, non un regime, non un costume democratico” <51.
    Il chiarimento non soddisfece Croce che alzò ulteriormente i toni della polemica mediante un richiamo, certamente improprio se riferito all’esponente azionista, ma rivelatore delle sue preoccupazioni politiche, ad una nuova e temuta accezione di democrazia: “Temo che qui il Parri sia sotto l’influsso dell’uso sovietico, che si cerca di promuovere in Italia e in tutto il mondo, della parola «democrazia», nel senso precisamente opposto a quello di libertà, cioè come sinonimo di dittatura o di avviamento di queste cose” <52.
    Le ingiustificate accuse di filosovietismo rivolte da Croce a Parri, sono tuttavia comprensibili alla luce del clima politico di quei momenti. Che l’Italia fosse sul punto di precipitare nel baratro di una nuova dittatura (questa volta «rossa») parve a molti una certezza durante i mesi del governo Parri. Sembrava essere infatti giunta al potere nel giugno 1945 l’Italia partigiana <53, quella che, inebriata dal 25 aprile, reclamava a gran voce di godere i naturali frutti di quella vittoria; attendeva cioè la realizzazione delle ostentate promesse di giustizia sociale, di creazione di un «nuovo ordine» in cui, con il fascismo, fosse scacciata la sua potente alleata, quell’alta borghesia che proprio in quei giorni, nella fabbriche e nei gangli vitali dello Stato, viveva la sua «grande paura», vittima designata, si credeva del «vento del nord» <54.
    Croce si fece dunque portavoce della diffusa preoccupazione di un esito rivoluzionario della crisi italiana, di uno spostamento a sinistra del delicato equilibrio raggiunto nel compromesso istituzionale di Salerno dell’aprile 1944 fra i partiti del Cln e la monarchia, e, all’interno del Cln, fra i sei partiti che ne facevano parte. La concezione crociana <55 della democrazia era dunque destinata a giocare in favore della continuità monarchica, del ritorno al vecchio ordinamento, della salvaguardia dei rapporti di classe tradizionali. Era indubbiamente la meno idonea ad esprimere una cultura adeguata alla fase di fondazione, o rifondazione, della democrazia. E toccò infatti a Croce assumere nel dopoguerra, in ragione del suo grande prestigio e dell’opera svolta sul terreno culturale in senso antifascista, una sorta di rappresentanza ideale del vecchio liberalismo italiano: a lui si guardava come al naturale punto di riferimento per la ricostituzione di una forza politica autenticamente liberale <56. Nella polemica alla Consulta, Parri contrastò dunque la ben nota tesi crociana del «fascismo-parentesi», opponendovi la gobbettiana concezione del regime di Mussolini come «autobiografia della nazione», ossia come rivelazione palese di tutti i mali preesistenti <57.
    [NOTE]
    43 Per un sintetico ma efficace commento di questa importante discussione si rinvia a AA.VV, (a cura di), Storia del Parlamento italiano, Vol. XIII, D. Novacco (a cura di), Dalla paralisi fascista al rinnovamento democratico, Palermo, Flaccovio, 1969. pp. 343-364.
    44 Studiata da S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979. A tal proposito si veda anche P. Pombeni, Il peso del passato. Storia d’Italia e strategie costituzionali all’Assemblea Costituente, in G. Miccoli, G. Neppi Modona, P. Pombeni (a cura di), La grande cesura. La memoria della guerra e della resistenza nella vita europea del dopoguerra, Bologna, il Mulino, 2001, pp. 391-393. Sulla questione ancora P. Pombeni, in Fondazione o rifondazione della democrazia?, in C. Franceschini, S. Guerrieri, G. Monina (a cura di), Le idee costituzionali della Resistenza: atti del convegno di studi, Roma 19, 20 e 21 ottobre 1995, Roma, Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, 1997. La polemica tra Croce e Parri è citata da P. Pombeni, anche in I nodi della stabilizzazione politica in Italia e in Germania (1945-1948), in G.E. Rusconi, H. Woller, Italia e Germania. 1945-2000, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 244-245.
    45 F. Parri, Scritti 1915-1975, (a cura di E. Collotti, G. Rochat, G. Solaro Pelazza, P. Speziale), Feltrinelli, 1976, pp. 192-193.
    46 Ibidem, p. 193
    47 S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 106-107.
    48 Per una sintetica ricostruzione del dibattito che si ebbe sulla stampa in merito a questa vicenda si rinvia nuovamente a S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 108-111 e anche a P. Scoppola, La repubblica dei partiti, Bologna, il Mulino, 1997, p. 52.
    49 Sull’inserimento del concetto di «cittadinanza sociale» nel costituzionalismo liberale si rinvia alla celeberrima opera di T.H. Marshall, Class, Citizenship and social development, New York, Anchor Books, 1965; tr. it., Roma-Bari, Laterza, 2002 (a cura di S. Mezzadra). A tal proposito si veda anche P. Pombeni, La legittimazione del benessere: nuovi parametri di legittimazione in Europa dopo la seconda guerra mondiale, in P. Pombeni (a cura di), Crisi, legittimazione, consenso, Bologna, il Mulino, 2003. Per un’ampia panoramica sulla genesi e sullo sviluppo dello Stato sociale si rinvia a G.A. Ritter, Storia dello Stato sociale, Roma-Bari, Laterza, 1996; particolarmente interessante risulta la prefazione di P. Pombeni. Sulla questione nuovamente P. Pombeni, La democrazia del benessere. Riflessioni preliminari sui parametri della legittimazione politica nell’Europa del secondo dopoguerra, in «Contemporanea. Rivista di Storia dell’Ottocento e del Novecento», IV (2001), pp.17-43
    50 A tal proposito P. Scoppola, La costituzione italiana fra democrazia e diritti sociali, in G. Neppi Modona (a cura di), Cinquant’anni di Repubblica italiana, Torino, Einaudi, 1996, pp. 125 ss.
    51 Ibidem, p. 114.
    52 Ivi.
    53 Per il fondamentale ruolo svolto da Parri nell’organizzazione della Resistenza si rinvia a F. Parri, Scritti 1915-1975, (a cura di E. Collotti, G. Rochat, G. Solaro Pelazza, P. Speziale), Feltrinelli, 1976, pp. 23-25, e più approfonditamente a S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, Einaudi, pp. 15-54.
    54 Sulle polemiche nei confronti dell’esecutivo Parri successivamente definito da Croce addirittura come «il governo della seconda marcia su Roma» (come ricorda Giulio Andreotti, nel suo Concerto a sei voci, storia segreta di una crisi, Roma, Edizioni della bussola, 1945, p. 89) e sull’inconsistenza di un reale pericolo rivoluzionario in quei frangenti si rinvia a S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 98-107. Su come la rivoluzione socialista non fosse nei programmi nemmeno di Togliatti si rinvia a P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Torino, G. Einaudi, 1990 (in particolare il vol. VII, La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo).
    55 Sulle concezioni politiche e filosofiche di Benedetto Croce si rinvia all’interessante saggio di M. Maggi, Croce filosofo politico, in B. Croce, Discorsi parlamentari, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 13-53.
    56 Su questi aspetti e sui vani tentativi di V.E. Orlando di creare un partito liberale in grado di attrarre «i voti di tutti quegli italiani i quali non sono né comunisti, né socialisti, né democristiani» si rinvia a P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 95-99.
    57 Il giudizio di Piero Gobetti in La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Torino, Einaudi, 1964, pp. 49-50.
    Gabriele Galli, Politica della memoria e gestione del consenso nei due dopoguerra in Italia e Francia: due dibattiti parlamentari a confronto, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2009

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  16. Fanfani traghettava il partito verso nuove sponde

    Gli antefatti politici
    “Nel marzo 1965, per aderire ad autorevoli sollecitazioni, accettai l’invito del presidente del Consiglio, on. Moro, di partecipare in qualità di ministro degli Esteri al secondo governo della coalizione di centro-sinistra”. <13 Per lo statista aretino questa chiamata fu, allo stesso tempo, un ritorno e una rivincita. Fanfani, infatti, nei quasi 20 anni precedenti era stato uno dei protagonisti politici della ricostruzione dell’economia e dell’affermazione della DC alla guida del paese. Iscrittosi alla Democrazia cristiana nel 1945, già l’anno successivo il politico aretino assunse la direzione dell’«Ufficio studi, propaganda e stampa» (Spes) e, sempre nello stesso anno, entrò nel Consiglio nazionale e nella direzione del partito. In giugno, dopo essere stato eletto all’Assemblea costituente nella circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto, partecipò alla «Commissione dei 75» nella terza sottocommissione, quella dei «Diritti e
    doveri economico-sociali» <14. Dopodiché, fu ministro del Lavoro e della previdenza sociale nel IV (1947-1948) e V (1948-1950) governo De Gasperi nonché ministro dell’Agricoltura nel VII (1951-1953). Da ministro del Lavoro, il 1° luglio 1949, varò il «Piano Ina-Casa» con l’intento di dare un’occupazione e un tetto a tante migliaia di disoccupati. «Così si sarebbe dato lavoro ai disoccupati, mantenuto più stabile il livello dei prezzi, assegnato un certo numero di case a un certo numero di lavoratori». <15 Effettivamente, grazie al «piano Fanfani», si garantì lavoro a oltre 600.000 operai e si costruirono ben 350.000 alloggi.
    Il suo ingresso a Piazza del Gesù era avvenuto attraverso Giuseppe Dossetti. L’allora vicesegretario dello Scudo crociato l’aveva chiamato nel 1946 <16. Insieme avevano fondato «Civitas humana», sfociata poco dopo in «Cronache sociali» <17. Quando, nel 1951, Dossetti lasciò la politica – «Allora […] io ho finito […] riprendo la mia vita di studio. La mia decisione è necessaria e irrevocabile» <18 – l’eredità di ciò che era stato non andò perduta, ma, rinfoltita dell’apporto di alcuni esponenti degasperiani, si trasformò in «Iniziativa democratica». Essa «aveva concepito un partito che vive[va] e si espande[va] nella misura in cui [era] in se stesso organizzato ed efficiente, crea[va] rapporti con la società, ne interpreta[va] le esigenze» <19. Essa rappresentava “l’aspirazione di una nuova generazione, apparsa sulla scena politica dopo la caduta del fascismo, che non essendo più appagata delle posizioni di secondo piano, tendeva a strappare il potere dalle mani dei notabili. Fanfani fu il leader occasionale di questa tendenza: l’età, la capacità organizzativa, l’attivismo […] lo designavano come capo”. <20 Fanfani, invero, ne assunse la responsabilità solo in un secondo momento, ma è fuor di dubbio che lì avvenne la sua iniziazione alla leadership (in un primo tempo, Dossetti aveva indicato Mariano Rumor perché bisognava lasciare Fanfani «ai compiti di governo senza distrarlo con altri impegni») <21.
    Due anni dopo, rieletto deputato nella circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto (era la terza volta dopo quelle del 1946 e del 1948), ritornò al ruolo di ministro – dell’Interno, però – nell’VIII gabinetto De Gasperi e nel governo Pella tra il 1953 e gli inizi di gennaio del 1954. In quello stesso mese, dopo aver lasciato il Viminale, Fanfani venne investito della prima nomina da presidente del Consiglio. Il governo da lui presieduto fu un monocolore DC che, non ottenendo la fiducia del Parlamento, sarebbe rimasto in carica per pochissimo tempo, sino alla prima decade di febbraio. In maggio fu nominato, invece, componente della rappresentanza della Camera dei deputati all’Assemblea della «Comunità europea del carbone e dell’acciaio». In contemporanea, «Fanfani puntava su una sua crescente capacità egemonizzatrice per svolgere un ruolo sempre più rilevante nel partito» <22. Il 16 luglio 1954, durante il Congresso democristiano di Napoli, venne eletto segretario nazionale del partito: era stato lo stesso Alcide De Gasperi a cedergli lo scettro. Lo statista trentino gli scrisse una lettera in cui lo esortava così: «Guai se il tuo sforzo fallisse» <23. A quel punto, considerando che De Gasperi rappresentava non solo sé stesso <24, ma – assolutizzando – la DC primigenia, il suo crepuscolo annunciava non un semplice cambio al vertice, ma un nuovo modus existendi del partito.
    Beninteso, la Democrazia cristiana rimase ugualmente il perno del sistema parlamentare italiano, ma, basando la sua centralità su altre fondamenta. Il primato DC era stato frutto del trionfo elettorale del 1948. De Gasperi l’aveva poi conservato grazie al fiancheggiamento di enti esterni quali la Chiesa, il ceto imprenditoriale, la «Coldiretti» e, a decorrere dagli anni Cinquanta, le organizzazioni notabilari e clientelari del Sud e l’impresa pubblica <25. Allo stesso tempo, l’esclusione dal potere “fulminata” contro il partito comunista e nota come conventio ad excludendum aveva aiutato il mantenimento dello status quo bloccando l’opportunità di alternanza di governo e assicurando la continuità della formula centrista alla testa del paese.
    Nelle intenzioni di Fanfani ci sarebbe stato un partito indipendente da condizionamenti esterni e capace di cercare autonomamente i propri mezzi di sussistenza mediante il controllo delle funzioni di governo e l’occupazione delle strutture parapubbliche. Tale scopo sarebbe stato realizzato solo se la sua corrente fosse diventata maggioritaria emarginando i residui di popolarismo che a Piazza del Gesù erano ancora presenti. Il rafforzamento di «Iniziativa democratica» accresceva il peso specifico dello stesso Fanfani. Forte del mandato da segretario e dello spazio che la corrente era riuscita a guadagnarsi, Fanfani traghettava il partito verso nuove sponde e, segnatamente, verso la sponda sinistra. Questo tipo di orientamento venne alla ribalta durante il Consiglio nazionale che i democristiani tennero a Vallombrosa nel luglio 1957, allorquando il segretario aprì per la prima volta, seppur cautamente, al Partito socialista, ma già l’aveva anticipato al Congresso nazionale di Trento del 1956 <26. Dopo essere stato rieletto deputato nella circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto, il 1° luglio 1958 Fanfani costituì il suo secondo governo, un bipartito DC-PSDI nel quale figurava anche come ministro degli Esteri. “Quando fu chiamato a guidare la politica nazionale, nel 1958, Fanfani tese a valorizzare il proprio contributo nel ruolo che di volta in volta andò a ricoprire, quale presidente del Consiglio e ministro degli Esteri. Egli attribuì alla politica estera un’importanza centrale […] esprime[va] il desiderio che il paese riaffermasse un ruolo da comprimario – o da protagonista – nelle vicende internazionali”. <27 A questo desiderio Giuseppe Pella diede il nome di «neoatlantismo» <28 perché, sulla scorta di esso, il vincolo atlantico veniva vissuto, giustappunto, con un “nuovo” spirito.
    Senonché, il 26 gennaio 1959 Fanfani diede le dimissioni dal governo e il 31 anche dalla segreteria stanco delle bocciature ricevute in Parlamento per mano di franchi tiratori: l’età dell’oro che il politico aretino stava vivendo e la sua apertura a sinistra avevano creato non pochi malumori all’interno della sua stessa corrente. Il politico toscano, sbagliando, «riteneva che lo strappo e il ritiro sotto la tenda [avrebbero provocato] nel partito una reazione tale da consentirgli di riprendere il comando con maggiore forza e senza condizionamenti» <29. Al contrario, nella notte del 17 marzo, l’ala iniziativista a lui contraria, che ormai era divenuta maggioritaria, si radunò nel convento di Santa Dorotea a Roma e formalmente si separò dal nucleo originario. I dorotei accettarono le dimissioni di Fanfani e nominarono Aldo Moro candidato alla segreteria <30.
    [NOTE]
    13 A. Fanfani, O.N.U. 1965-1966, Garzanti, Milano 1966, p. 10.
    14 G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano al potere. La Dc di De Gasperi e di Dossetti 1945/1954, Vallecchi, Firenze 1974, p. 189.
    15 Ivi, p. 250.
    16 Su Dossetti vicesegretario della DC si veda la raccolta di testi politici dello stesso a cura di R. Villa, L’invenzione del partito. Vicesegretario politico della DC 1945-46/ 1950-51, Zikkaron, 2016.
    17 G. Baget-Bozzo, op. cit., pp. 142-153. Su Dossetti e «Cronache sociali» cfr. F. Bruno, Giuseppe Dossetti. Un innovatore nella Democrazia Cristiana del dopoguerra, Bollati Boringhieri, 2014.
    18 M. Rumor, Memorie, 1943-1970, Neri Pozza, 1991, p. X.
    19 Ivi, p. XVI.
    20 G. Galli, Fanfani, Feltrinelli, Milano 1975, p. 76.
    21 A. Forlani, Potere discreto. Cinquant’anni con la democrazia cristiana, Marsilio, Venezia 2009, p. 62.
    22 G. Baget-Bozzo, op. cit., p. 295.
    23 A. Forlani, op. cit., p. 71.
    24 Si vedano, sullo statista trentino, F. Malgeri, Alcide De Gasperi. Dal fascismo alla democrazia (1943-1947), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009 e P.L. Ballini, Alcide De Gasperi. Dalla costruzione della democrazia alla “nostra patria Europa” (1948-1954), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009. Sulla storia della DC esiste una vasta bibliografia. Alcuni esempi: A. Giovagnoli, Il partito italiano. La democrazia cristiana dal 1942 al 1994, Laterza, Roma-Bari 1996, F. Malgeri, L’Italia democristiana. Uomini e idee del cattolicesimo democratico nell’Italia repubblicana (1943-1993), Gangemi, 2005, N. Rossi, Il posto dei papaveri. Quando la DC ha ricostruito l’Italia, Marsilio, 2005, G. Galli, Storia della DC. 1943-1993: mezzo secolo di Democrazia cristiana, Kaos edizioni, 2007, A. Riccardi, Il “partito romano”. Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, Morcelliana, 2007, V. Capperucci, Il partito dei cattolici. Dall’Italia degasperiana alle correnti democristiane, Rubbettino, 2010 e G. Di Capua, P. Messa, Dc. Il partito che fece l’Italia, Marsilio, 2011.
    25 P. Craveri, La repubblica dal 1958 al 1992, TEA, Milano 1995, p. 3.
    26 Cfr. D. Verrastro, E. Vigilante (a cura di), Emilio Colombo. L’ultimo dei costituenti, Laterza 2017.
    27 E. Martelli, op. cit, pp. 21 e 23.
    28 Ivi, p. 23 nota 26.
    29 A. Forlani, op. cit., p. 96.
    30 Cfr. D. Verrastro, E. Vigilante (a cura di), op. cit. Nella fase di crisi di governo la DC era stata retta da Adone Zoli, Mariano Rumor, Luigi Gui e Attilio Piccioni. Quando si dovette stabilire chi, dopo Fanfani, sarebbe stato il nuovo segretario del partito non si escludeva un rinnovo al politico aretino. Senonché, la segreteria andò a Moro. Nel libro si spiega che il voto espresso non fu un voto contrario a Fanfani – dacché c’era disponibilità a rivotarlo – ma una rivalsa rispetto al rifiuto da lui opposto a chi gli aveva chiesto – prima di ridargli l’investitura da segretario – di venire a spiegare al Consiglio nazionale quale politica avrebbe posto in essere per il partito. Di fronte a quel rifiuto, una parte consistente votò contro. Il dato sul «laconismo» di Fanfani trova riscontro nelle memorie di Arnaldo Forlani: «Fanfani rifiutava ogni dialogo e anzi si rese irreperibile, tranne che per due o tre amici», A. Forlani, op. cit., p. 97.
    Concetta Violo, Fanfani di nuovo alla guida della diplomazia. Aspetti della politica estera 1965-1968, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, 2020

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  17. Sulla riforma agraria c’era anche l’anticomunismo della DC, specie in Sicilia

    È noto che con le elezioni del 7 giugno del 1953, il mancato raggiungimento del premio di maggioranza, previsto dalla legge Scelba (più nota come “legge truffa”), aveva posto fine all’ultimo esecutivo presieduto da De Gasperi e aperto la strada a Giuseppe Pella, il quale – malgrado il patto di transitorietà con il quale il suo governo aveva ottenuto la fiducia <43 – tentava di capitalizzare l’inaspettata popolarità derivatagli dalla gestione della questione triestina, presentandosi nuovamente alle Camere con un esecutivo composto da democristiani non invisi alle destre e collocati in ministeri chiave. Il tentativo di rimpasto, tuttavia, naufragava sul nome di un democristiano siciliano di estrazione popolare. Di fatti, il Presidente del Consiglio, nella prospettiva di manifestare un atteggiamento favorevole alle destre, aveva proposto, in sostituzione di Rocco Salomone, Salvatore Aldisio al Dicastero dell’Agricoltura: nome sul quale la Dc aveva posto un secco veto. A motivo di tale rifiuto vi era la svolta che Aldisio avrebbe potuto imprimere alla Riforma agraria una volta subentrato al posto di Salomone. È questa la ragione che lo rendeva così gradito alle destre. E non perché fosse contrario tout court a quella riforma, come sostenuto con eccessiva semplificazione da parte della stampa e della stessa Dc. Aldisio – che in verità di destra non era mai stato – era assolutamente favorevole alla Riforma ma in un senso diverso rispetto a quello che si era delineato dopo l’entrata in vigore dei decreti Gullo e Segni nel biennio 1944-46 <44. Più in particolare, per Aldisio, per Sturzo, così come per buona parte dei vecchi popolari, la Riforma agraria concepita nei termini di quei decreti stava conducendo la Sicilia a una pericolosa deriva bolscevica, dal momento che la quotizzazione del latifondo – consistendo nella divisione della terra sic et simpliciter, ovvero senza che quest’ultima fosse messa nelle condizioni di essere produttiva <45 – concedeva ai contadini terre incolte o mal coltivate, circostanza che avrebbe «aperto la strada a cooperative per lo più di ispirazione socialcomunista» <46. Già il 31 luglio 1950 Luigi Sturzo, in una lettera a De Gasperi, non faceva mistero di tale preoccupazione: “Le cooperative sono, novanta su cento, in mano ai rossi […]; è evidente che i rossi reagiranno come hanno sempre reagito e non lasceranno le terre. La mia interpretazione, da osservatore a distanza, è che né Segni, né il gruppo Segni, e in questo ci metto decisamente […] Salomone […], intendono urtarsi con i comunisti nell’attuazione della riforma agraria; noi avremo così fatta la piattaforma agli avversari con le nostre stesse mani” <47. Il testo di un documento inedito redatto il 5 gennaio 1947, in occasione del II Convegno regionale del partito tenutosi a Palermo, servirà in maniera più efficace a comprendere la posizione della Dc siciliana in merito alla riforma agraria: “Preso atto [della] gravissima situazione determinatasi per la Dc in conseguenza dell’attuazione del decreto Segni 6 settembre 1946 […] considerato che l’attuazione del decreto Segni ha introdotto per la prima volta il verbo comunista tra le masse dei lavoratori siciliani, presso le quali mai aveva avuto modo di attecchirvi, […] considerato che [queste ultime] attendono dal Governo la Riforma agraria tendente alla creazione della piccola proprietà con accorgimenti legislativi che impediscano la polverizzazione, tenendo come base della piccola proprietà coltivatrice la “Unità Colturale”, si ritiene che […] l’unica via d’uscita del labirinto in cui il decreto Segni ha cacciato il nostro Partito in Sicilia è [l’applicazione della] Riforma agraria progettata in seno al Decreto costitutivo dell’Alto commissariato del 28 dicembre 1944” <48. Si tratta di un decreto legislativo luogotenenziale che apportava talune modifiche alle competenze spettanti all’Alto commissario in Sicilia proprio quando a ricoprire quel ruolo era Salvatore Aldisio <49.
    È interessante notare come l’art. 9 del Capo II rubricato “Procedimenti per lo sviluppo agricolo” prevedesse, alla lettera b), «di stabilire i criteri e le forme di utilizzazione agraria e di miglioramento immediato da adottare per i terreni non coltivati o insufficientemente coltivati, e, alla lettera c), «di favorire la costituzione di associazioni e di cooperative agricole, con speciale riguardo a quelle di lavoratori della terra per la conduzione diretta di aziende agrarie» <50. In buona sostanza, si trattava di due aspetti non contemplati dal decreto Segni che avrebbero sbarrato le porte a quelle “cooperative rosse” tanto vituperate da Sturzo. Si noti ancora che il prete calatino, sin dal suo rientro in Italia, aveva cercato di rilanciare il sistema di casse rurali e consorzi di bonifica, azzerato dal fascismo, partendo proprio dalla sua città natale <51. A questo scopo, con una missiva del 15 luglio 1948 chiedeva a Giuseppe Pella, all’epoca Ministro del Tesoro, di «guardare benevolmente la domanda della Cassa rurale ed Artigiana di Caltagirone (da me fondata nel 1896) per la sua trasformazione, resasi necessaria dallo sviluppo avuto e dalle presenti condizioni» <52. Pochi giorni più tardi, il 27 luglio, Gaspare Barletta, direttore del consorzio di bonifica di Caltagirone, ringraziava Don Sturzo per «l’assegnazione di 350 milioni», considerati un «vero miracolo» poiché indispensabili al consorzio «per affrontare l’esecuzione di opere di bonifica e di trasformazione agraria di grande mole» <53. Infine, il 17 dicembre di quello stesso anno, Sturzo si complimentava con Gesualdo La Rosa, presidente della suddetta cassa rurale, per la «cura intelligente e appassionata nel guidare le sorti di cotesto Istituto» <54.
    Tenuto conto, dunque, di questo retroterra, attorno all’affaire Aldisio-Salomone, e più in generale attorno alla crisi del Governo Pella <55, si avvitava una questione non riducibile a un gioco di poltrone e nemmeno, come voleva Vittorio Gorresio, a un semplice «episodio della lotta in corso fra diverse tendenze democristiane» <56. Più drasticamente, quella vicenda aveva svelato quanto ormai la spaccatura tra la destra e la sinistra del partito fosse diventata insanabile, anticipando, in qualche misura, ciò che sarebbe accaduto al Congresso di Napoli del giugno 1954 <57. In quell’occasione, infatti, il netto risultato ottenuto dalla lista di sinistra Iniziativa democratica aveva spianato la strada ad Amintore Fanfani verso la segreteria nazionale <58. È noto come da lì in avanti il politico aretino avrebbe impresso un cambio di passo al partito cercando di inserirlo, attraverso l’azione dinamica e moderna di una nuova classe dirigente, «nei settori chiave della vita sociale e facendolo uscire dalla più tranquilla e tradizionale fisionomia che gli aveva conferito la vecchia dirigenza degasperiana» <59. Benché la portata riformista di tale operazione politica fosse chiara a Fanfani sin da prima della sua investitura alla guida della segretaria nazionale, veniva apertamente dichiarata, dopo la morte di De Gasperi, al Convegno del Mezzogiorno il 19 dicembre 1954: “Mentre il Congresso del ‘47 faceva della Democrazia Cristiana un partito d’opinione, il V Congresso, quello di Napoli del ‘54 faceva della Democrazia Cristiana una efficace forza Politica moderna capace di operare non solo nella dimensione di Governo e di Parlamento ma nella vita reale del Paese. Di questa rivoluzione interna dell’ambito della Democrazia Cristiana il V Congresso è il punto di partenza; e non tanto e non solo per il rinnovamento dei dirigenti che pure assume tutta la sua importanza in quanto segna il succedersi di due generazioni politiche; ma per i nuovi compiti o la più piena funzione che ne deriva al Partito, che si va così trasformando da grande movimento d’opinione, che ha soprattutto il modo di saggiare la sua forza nel momento elettorale, a strumento popolare di costante presenza democratico o civile” <60.
    Come può evincersi da tali dichiarazioni, si tratta di una trasformazione che, al di là del fisiologico ricambio generazionale, sarebbe dovuta coincidere con una riconsiderazione del ruolo e della funzione partitica non solo rispetto alla società ma anche rispetto all’intero assetto statale. «Mentre per De Gasperi la definizione dell’architettura istituzionale passava attraverso una rigida separazione dei ruoli […] tra partito, governo e Parlamento», nella logica fanfaniana, per converso, lo Stato avrebbe dovuto reggersi sul riconoscimento della centralità istituzionale del partito in grado di condizionare il governo tanto nella compagine soggettiva quanto nella sua azione programmatica <61.
    Tutto questo valeva, ovviamente, anche per il Mezzogiorno: “La questione meridionale [non] è solo problema di depressione economica essa è soprattutto problema politico di mancanza di classe dirigente che sappia impostare i problemi della sua terra in maniera organica […]. La lotta per il rafforzamento della Democrazia cristiana se ha un significato politico in tutta Italia lo ha ancora di più per il Sud. La Riforma Agraria e la Cassa per il Mezzogiorno sono gli strumenti che la Democrazia cristiana ha creato per assolvere al suo dovere. Ma creati questi strumenti, messo in movimento questa struttura sociale, umana e italiana nasceva anche un problema nuovo per la Dc: dal momento che questi interventi hanno messo allo scoperto la carica vera della società italiana, nasceva il problema di raccogliere queste forze di movimento, di non farle degenerare in forze eversive, di sottrarle quindi al pericolo comunista, di
    saldamente innestarle nello Stato e di legarle al suo destino […]”. <62
    Calato nel contesto sociopolitico siciliano, il progetto politico fanfaniano trovava delle resistenze. Si è già avuto modo di accennare alla circostanza per la quale i provvedimenti legislativi che ruotavano attorno alla Riforma agraria, alla Cassa del Mezzogiorno e ai piani di industrializzazione invece di generare forze centrifughe davano vita a forze centripete all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana.
    [NOTE]
    43 “Pella non […] non era un capo corrente, non aveva la stoffa del leader, dunque gli aspiranti alla guida del partito potevano fidarsi di lui; quando fosse arrivato il momento si sarebbe ritirato in buon ordine, accontentandosi magari di una poltrona di ministro senza portafoglio o di sottosegretario o della presidenza di un ente del parastato” in G. Portalone, Giuseppe Pella e la questione di Trieste, Rassegna siciliana di Storia e cultura, 23-2023, https://www.isspe.it/rassegna-siciliana/49-numeri-rassegna-siciliana/rassegna-siciliana-di-storia-e-cultura-n-23/188-giuseppe-pella-e-la-questione-di-trieste-di-gabriella-portalone.html
    44 “Aldisio riferendosi all’appunto che gli verrebbe rivolto di esser stato sempre contrario alla attuazione della riforma agraria, ha ricordato che al Consiglio nazionale del partito di alcuni anni fa, fu proprio lui a presentare un o.d.g. in cui auspicava l’attuazione e della riforma agraria […]. Per quanto riguarda in particolare al dibattito svoltosi in seno al Consiglio dei ministri sul disegno di legge per la riforma agraria, Aldisio ha fatto capire che egli era contrario non al principio della riforma agraria, ma alla riforma agraria quale risultava dalla legge Segni”, G. Corigliano, “Primi passi su una via senza uscita? Oggi il Presidente della Repubblica inizia le consultazioni al Quirinale”, La Stampa, 7 gennaio 1954. Sul pensiero di Aldisio in senso contrario all’impostazione data da Segni alla R. Agraria vedi un suo altro articolo scritto già alla fine del 1943 dal titolo “In tema di latifondo”: «Certo è necessario che a base di ogni trasformazione si imponga il risanamento igienico sanitario che permetta di fissare definitivamente il contadino alla terra, ma tutto questo oggi va fatto non nell’interesse dei proprietari inerti ed assenti che vedrebbero senza loro merito e sacrificio il valore dei latifondi fin ora abbandonati [bensì] a solo beneficio delle classi lavoratrici», si tratta di un articolo riproposto in “La Dc non ha tollerato il predominio di classi improduttive. Il partito ha combattuto sin dal ‘43 per una politica di Riforma Agraria”, in «Sicilia del Popolo», 27 dicembre 1953. Sulla figura di Antonio Segni vedi S. Mura, Antonio Segni. La politica e le istituzioni, Bologna, Il Mulino, 2017. Sul pensiero di Sturzo rispetto alla R. agraria si ritiene molto efficace il quadro di sintesi offerto V. De Marco, Sturzo e la Sicilia nel secondo dopoguerra (1943-1959), cit., pp. 154-176.
    45 “Ma se si cercherà a far rinascere la fiducia nel pacifico possesso degli interessati alla terra, vecchi e nuovi: sia nella possibilità di collaborazione in libere associazioni, consensi e libere cooperative (dico libere e so bene quel che dico); sia infine nel ritmo di nuove attività produttive verso la più sviluppata industrializzazione agraria, allora potremo arrivare attraverso le difficoltà e gli attriti di oggi, verso un crescente benessere che la Sicilia non avrà avuto nel passato di un secolo”, L. Sturzo, Problemi di agricoltura siciliana, «La Sicilia», 30 gennaio 1952.
    46 V. De Marco, Sturzo e la Sicilia nel secondo dopoguerra (1943-1959), cit. 60.
    47 A. Mattone, Il Ministro Antonio Segni “agrarista”. Politica e Scienza giuridica nell’elaborazione della riforma fondiaria e della legge sui contratti agrari (1946-1950) in «Studi Storici», (3) 2016, pp. 523-575.
    48 ALS, Il convegno regionale di Palermo, dattiloscritto, 5 gennaio 1947, Parte IV (1946-1959), fasc. 1702.
    49 https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?rn:nir:stato:decreto.legislativo.luogotenenziale:1944-12-28;416.
    50 Ibidem.
    51 “Per movimento creditizio delle casse rurali […] su base regionale la Sicilia [era] al primo posto assoluto, ancora più avanti del Veneto. Come depositi nelle casse rurali Caltanissetta risultava la quarta provincia in tutta Italia (la prima era Trento, terza Cosenza). Come numero di casse rurali e agrarie la Sicilia era al secondo posto dietro il Veneto. Se pensiamo all’importanza delle casse rurali in tutta la storia del movimento cattolico italiano, comprenderemo meglio quale duro colpo abbia inferto il fascismo al Movimento cattolico in Sicilia e al nisseno in particolare, inglobando o comunque controllando tutta l’attività creditizia”. Chiesa e società a Caltanissetta all’indomani della Seconda guerra mondiale, (a cura di) P. Borzomati, cit., p. 158; “Purtroppo non ritroviamo più gran parte delle nostre vecchie casse rurali, né le nostre gloriose cooperative agricole, attraverso le quali molti latifondi furono trasformati e divisi – ma troviamo le migliaia di piccoli proprietari da noi creati, i quali si affollano intorno a noi, non appena qualcuno di noi arriva nei centri che conobbero e sperimentarono questa nostra benefica attività. In un giro che ho fatto di recente nei comuni di Caltanissetta e di Enna sono rimasto commosso per le affettuose e sincere manifestazioni ricevute” così scriveva Aldisio a Sturzo il 31 marzo 1944, Luigi Sturzo-Salvatore Aldisio (1924-1956) (a cura di) V. De Marco, Caltanissetta, Sciascia, 2001, pp. 94-95.
    52 ALS, lettera di Luigi Sturzo a Giuseppe Pella, 15 luglio 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1360.
    53 ALS, lettera di Gaspare Barletta a Luigi Sturzo, 27 luglio 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1333.
    54 ALS, lettera di Luigi Sturzo a Gesualdo La Rosa, 17 dicembre 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1360.
    55 “Nella breve fase del suo essere e declinare al governo, [Pella] ha indubbiamente smosso e trascinato con sé molte cose che giacevano ed erano custodite in inerzia, ha provocato strappi rivelatori in alcune situazioni ambigue, ha affrettato i tempi là dove abili pause erano predisposte, ha disturbato progetti, ha destato e distrutto aspettazioni di ogni genere, tutti tentando e tutti mettendo alla prova”, Nicolò Carandini, «Il Mondo», 26 gennaio 1954.
    56 V. Gorresio, Pella ha presentato le dimissioni, in «La Stampa», 6 gennaio 1954.
    57 V. Capperucci, Il partito dei cattolici. Dall’Italia Degasperiana alle correnti democristiane, cit. p. 630.
    58 “Il rivolgimento è certo profondo: Iniziativa democratica ha praticamente conquistato il partito, e la più forte minoranza è rappresentata da Forze sociali. Il nuovo Consiglio nazionale si riunirà fra 11, 10 e il 20 luglio per procedere all’elezione del segretario del partito e della nuova direzione. Alla segreteria verrebbe confermato De Gasperi, a meno che egli stesso non intenda rinunciare a tale faticoso incarico. Non è neppure da escludere che egli lasci la segreteria nel prossimo autunno, rimanendo, invece, presidente del consiglio nazionale, Il suo successore sarebbe, nell’un caso e nell’altro, l’on. Fanfani. L’on. Rumor sarebbe nominato vicesegretario del partito” in A.A., La lista “Inizia democratica” predomina al Congresso democristiano di Napoli, in «Corriere della Sera», I luglio 1954.
    59 F. Malgeri, L’Italia Democristiana, Uomini e idee nel cattolicesimo democratico nell’Italia repubblicana (1943-1993), cit., p. 82.
    60 ALS, Dc, Segreteria Politica, Fanfani, Convegno del Mezzogiorno 19 dicembre 1954, sc. 20, fasc. 4.
    61 Sulla concezione partitica di Fanfani vedi in particolare P. Craveri, Lo Stato e il partito nell’opera politica di Amintore Fanfani, in «Annali», Università degli studi Suor Orsola Benincasa, Vol. I 2009.
    62 ALS, Dc, Segreteria Politica, Fanfani, Convegno del Mezzogiorno 19 dicembre 1954, sc. 20, f. 4.
    Marco Carone, La Democrazia Cristiana in Sicilia 1940-1946. Il contributo dei popolari siciliani alla nascita del partito cattolico, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Messina, Anno Accademico 2022-2023

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  18. O alerta do 🇨🇱 #Chile no 🇧🇷 #Brasil -

    jornalggn.com.br/artigos/o-ale -
    Via Jornal GGN -

    ... o resultado é inequívoco: quando a #Direita fragmenta no primeiro turno e se unifica no segundo em torno do #ÓdioDeClasse, do #Medo social e do #AntiComunismo, ela vence -

  19. Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» di Bertoli

    Fonte: Marta Cicchinelli, Op. cit. infra

    La strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
    […] A chiudere “La radiografia di un terrorista” l’inchiesta di Mario Scialoja “E ora parliamo di soldi”, che prova a ricostruire da dove provengano i finanziamenti alla rete eversiva neofascista che opera in Italia. Il giornalista identifica due fonti che rimandano entrambe a Junio Valerio Borghese. Alla prima, Scialoja giunge analizzando il processo tenuto dal sostituto procuratore Claudio Vitalone che si era aperto a Roma per il fallimento, avvenuto nel ’68, della Banca del Credito Commerciale Industriale (Credilcomin), il cui presidente era proprio il principe Valerio Borghese. Il processo si sarebbe concluso nel luglio del 1973, a due mesi dall’uscita dell’articolo, con la condanna di tutti gli imputati davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Roma. A quel che era emerso nel corso delle indagini, nella Credilcomin erano confluiti, attraverso Gil Robles e Julio Munoz, entrambi legati all’Opus Dei spagnola, i dieci miliardi di lire trafugati dal figlio dell’ex dittatore di Santo Domingo, Rafael Trujllo, portati al momento della fuga nella Spagna franchista. I miliardi, poi spariti nel nulla, erano stati utilizzati per finanziare i piani eversivi dell’ex capo della X Mas. La seconda fonte di finanziamento viene individuata da Scialoja a partire da un breve rapporto del SID, emerso durante il processo, che risaliva al 1969 e sul quale, in quei giorni, aveva presentato un’interrogazione parlamentare il deputato socialista Giuseppe Machiavelli. Le tre cartelle dattiloscritte contenevano il resoconto di tre riunioni che avevano avuto luogo a Genova nella villa dell’industriale Guido Canale tra l’aprile e il maggio del 1969. Alle riunioni avevano partecipato circa una ventina di persone, tra cui, oltre a diversi industriali e armatori genovesi, l’avvocato Gianni Meneghini, difensore di Nico Azzi, e Giancarlo de Marchi, tesoriere della Rosa dei Venti. Lo scopo delle riunioni era, oltre a costituire una sezione provinciale del Fronte Nazionale, quello di reperire finanziamenti a sostegno delle trame eversive, in funzione anticomunista. In quelle occasioni erano stati raccolti 100 milioni di lire. Singolare è che il rapporto del SID non faccia menzione di quanto dichiarato dal fondatore del Fronte Nazionale nel corso della prima riunione, la sola alla quale aveva partecipato. A quanto sarebbe emerso dalle dichiarazioni di uno dei presenti, Borghese parlò dell’esistenza di «un’organizzazione militare di professionisti che era pronta ad agire per impedire con la forza l’avvento al potere dei comunisti e per instaurare un regime di tipo gollista». <110 Che l’obbiettivo di queste riunioni fosse la raccolta di fondi a sostegno di un colpo di stato è dimostrato dalle parole dell’ingegner Fedelini, delegato provinciale del Fronte, il quale aveva precisato nel corso della terza riunione, che l’organizzazione era articolata in due settori specializzati: «quello militare, con il compito di occupare e presidiare le città principali e gli uffici pubblici più importanti e quello civile, con la funzione di orientare l’opinione pubblica, di fare proselitismo e di reperire sovvenzioni». <111
    Il 3 giugno «L’Espresso» ritorna sulla strage di via Fatebenefratelli con due articoli d’inchiesta, uno di Mario Scialoja, “Passeggiando per le fogne di Padova”, l’altro di Elena Guicciardi, “Se Pussy Cat si decide a cantare”. Al centro della pagina, nella metà superiore la foto di Franco Freda dietro le sbarre durante il processo per il libretto rosso <112, in alto a destra, accanto al titolo, un primo piano di Pasquale Juliano che indossa una coppola bianca. Si tratta di due interventi che cercano di ricostruire i legami di Bertoli con l’ambiente eversivo della destra padovana e con le organizzazioni neofasciste francesi presenti in Provenza, alle quali secondo la redazione del settimanale occorre guardare per comprendere «chi ha mosso il braccio assassino di Bertoli». <113 Secondo Scialoja l’elemento di connessione tra Bertoli e Ordine Nuovo sarebbe proprio Tommasoni, la cui amicizia con l’autore della strage costituisce a suo giudizio la chiave per la comprensione del retroterra criminale a cui va ricondotto l’attentato di via Fatebenefratelli. Tommasoni come sappiamo era finito sotto i riflettori per l’affare Juliano, il capo della squadra mobile a cui aveva fatto i nomi di Fachini, Freda e Ventura, indicandoli come responsabili della lunga catena di attentati del ’69. Pasquale Juliano, com’è noto, a causa della successiva ritrattazione di Tommasoni e di altri suoi confidenti, dietro ai quali stava la regia dell’Ufficio Affari Riservati, era finito sul banco degli imputati per abuso di mezzi investigativi, venendo alla fine messo in congedo e sospeso dal servizio. Servendosi del memoriale difensivo scritto dal commissario nel settembre 1969, Scialoja ricostruisce in modo puntuale l’intera vicenda: il Tommasoni era stato presentato al capo della mobile da un altro giovane neofascista padovano, Nicolò Pezzato, da tempo confidente della polizia, che glielo aveva indicato come un uomo disposto a parlare in cambio di denaro. Questo aspetto, sottolineava Juliano, era stato confermato dal loro primo incontro durante il quale Tommasoni aveva chiesto al commissario il pagamento di una cambiale da 10.000 lire e, successivamente, dalla denuncia contro lo zio per detenzioni d’armi, fatta per intascare un premio di 5.000 lire. Oltre ad essere «un infido mercenario», Tommasoni – osserva Scialoja – era anche un fascista vicino a uomini chiave dell’eversione nera veneta, finiti tutti «in prigione o gravemente compromessi nelle indagini condotte da giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio e dal Procuratore della Repubblica di Padova Aldo Fais». <114 L’uomo infatti era legato a Franco Freda, che era stato arrestato per la prima volta nel 1971 su mandato di Giancarlo Stiz, e a Massimiliano Fachini, luogotenente di Freda, ex consigliere comunale del MSI e presidente del FUAN. Questi dopo essere stato arrestato per gli attentati del 1969 proprio da Juliano ed essere stato prosciolto, era stato oggetto di un procedimento giudiziario da parte di D’Ambrosio per concorso in omicidio volontario di Alberto Muraro, il portiere dello stabile di Piazza Insurrezione dove abitava Fachini, che era il solo a poter testimoniare a favore del commissario in relazione al procedimento avviato contro di lui per irregolarità nelle indagini, e che era singolarmente volato dalla tromba delle scale, dopo aver ricevuto un colpo in testa. Proprio una settimana prima dell’uscita dell’articolo di Scialoja, Fachini era finito nuovamente sotto indagine per la strage di piazza Fontana. <115 Secondo il giornalista è proprio a questo «torbido sottobosco nero padovano» <116 che ruota intorno ad Ordine nuovo che bisogna guardare per chiarire i mandanti che stanno dietro la strage alla Questura. Il legame con ON, spiega al temine dell’articolo Scialoja, consentirebbe inoltre di comprendere gli agganci di Bertoli con l’estrema destra francese, visti gli stretti rapporti della formazione padovana con le organizzazioni neofasciste e paramilitari europee, specie con ex esponenti dell’OAS. Ancora una volta desta una certa impressione rileggere oggi questo intervento di Scialoja che, sulla scorta di pochi indizi e basandosi sull’intuizione della buona fede del capo della mobile, era riuscito a giungere alle medesime conclusioni cui sarebbe pervenuta molti anni dopo, con non poche difficoltà, la magistratura.
    L’intervento di Elena Guicciardi si concentra sull’«intermezzo marsigliese» <117 di Bertoli, che costituiva per gli inquirenti uno dei principali nodi da sciogliere per provare a dare una spiegazione a quanto era accaduto il 17 maggio a Milano. Il titolo del pezzo allude al clima di intimidazione che si era diffuso nei mesi antecedenti alla strage nei confronti dei proprietari di caffè e locali notturni situati tra Nizza e Marsiglia, che erano stati fatti saltare in aria o incendiati. Il Pussy cat era proprio un locale situato sul vecchio porto di Marsiglia, che era stato oggetto di un attentato dinamitardo, la cui padrona probabilmente era a conoscenza delle frequentazioni di Bertoli. L’autrice ritiene che i contatti marsigliesi dell’attentatore di via Fatebenefratelli vadano ricercati nell’ambiente eversivo della destra francese costituito prevalentemente dai nazionalisti rimpatriati dall’Algeria dopo l’indipendenza, molti dei quali erano rientrati in Francia, dopo aver trovato rifugio nei regimi fascisti della penisola iberica, a seguito dell’amnistia concessa nel 1968 dal generale De Gaulle. La pista indicata dalla Guicciardi è decisamente interessante se si pensa che erano stati proprio gli ex militari francesi fuggiti dall’Algeria e riparati in Portogallo a fondare nel 1966 l’agenzia di stampa internazionale Aginter Press, implicata nelle manovre delle destre eversive di tutta Europa e, come sarebbe emerso dalle indagini della magistratura, anche nella strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Tra le figure alle quali bisognava guardare, la Guicciardi cita in particolare due noti esponenti dell’OAS, Joseph Ortiz e Jean Marie Susini. Truculento protagonista della lotta per l’Algeria francese, implicato nella vicenda della Villa Sources, dove venivano torturati i militanti del FLN, prima di essere sciolti nell’acido solforico, Ortiz era stato uno degli ideatori, insieme al deputato Pierre Lagaillarde, della “rivolta delle barricate” che si era consumata ad Algeri nel gennaio del 1960. Condannato a morte in contumacia, nel 1968 Ortiz era rientrato in Francia dove, a Tolone, aveva fondato, insieme all’ex-capo del servizio stampa dell’OAS, André Seguin, il “Club dei nazionalisti rimpatriati”, punto d’incontro per la destra fascista francese. L’altra figura su cui si sofferma la giornalista è Susini. Fondatore dell’OAS (Organisation de l’Armée Secrète), un’organizzazione clandestina, composta da civili e militari, che intendeva continuare con metodi terroristici la lotta per l’Algeria francese, Susini era stato condannato a morte in contumacia oltre che per l’appartenenza all’organizzazione, anche per essere stato l’ideatore del fallito attentato contro il presidente De Gaulle nel 1964. Rifugiatosi prima in Spagna, poi in Italia, dove aveva vissuto per ben cinque anni sotto falsa identità, Susini era ritornato in Francia grazie all’amnistia del ’68. Qui aveva stretto rapporti oltre che con i vecchi commilitoni di destra, anche con la malavita marsigliese, con la quale aveva organizzato numerose rapine ai danni delle banche della Costa Azzurra. Nell’ottobre del 1972, infine, era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver organizzato il rapimento e la scomparsa del tenente colonnello Raymond Gorel, l’ex-tesoriere dell’OAS che si era appropriato del tesoro dell’armata segreta, mettendolo al sicuro in Svizzera. Con parole simili a quelle utilizzate da Scialoja, l’autrice concludeva sottolineando che il misterioso interlocutore marsigliese con cui i fratelli Yemmi, appartenenti a Jeune Revolution – gruppo legato all’organizzazione di estrema destra Ordre Nouveau -, avevano messo in contatto Bertoli andava cercato proprio in questa giungla popolata da fascisti, criminali senza scrupoli, sopravvissuti ai conflitti coloniali. Solo riuscendo a fare luce su quei tre giorni di buio tra l’approdo di Bertoli a Marsiglia e l’arrivo a Milano, sarebbe stato possibile arrivare ad una ricostruzione plausibile della strage alla Questura.
    [NOTE]
    110 M. Scialoja, E ora parliamo di soldi, in «L’Espresso», a. XIX, n. 21, 27 maggio 1973, p. 5.
    111 Ibid.
    112 Del libretto rosso e della strategia della cellula padovana di Ordine Nuovo ne parla Gianni Casalini in un colloquio riportato da Guido Salvini sul suo sito. Il libretto era stato scritto interamente da Franco Freda mentre Giovanni Ventura ne aveva curato la stampa. Cfr. Il libretto rosso di Freda e Ventura, https://guidosalvini.it/libro-nel-cinquantenario-di-piazza-fontana (consultato il 18 febbraio 2024).
    113 M. Scialoja, Passeggiando per le fogne di Padova, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
    114 Ibid.
    115 Durante una perquisizione a casa di Fachini era stata trovata una chiave che si adattava perfettamente alla serratura della cassetta metallica che conteneva la bomba fatta esplodere il 12 dicembre in piazza Fontana. Al momento in cui Scialoja scriveva l’articolo era in corso una perizia per accertare la che la chiave corrispondesse effettivamente al blocco serratura della cassetta metallica. Ibid.
    116 Ibid.
    117 E. Guicciardi, Se pussy cat si decide a cantare, in «L’Espresso», a. XIX, n. 22, 3 giugno 1973, p. 9.
    Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024

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  20. L’affidavit di un magistrato a favore di Sindona

    L’8 settembre del ’76 Sindona si consegna alla giustizia federale statunitense a seguito del mandato di estradizione in Italia. L’udienza per l’estradizione viene spostata ad altra data, dopo aver versato un deposito di 150 mila dollari in contanti e obbligazioni del Tesoro Sindona viene rilasciato dopo il versamento di una cauzione di tre milioni di dollari. Bordoni viene arrestato il 24 dello stesso mese mentre si trova in Venezuela. Il 13 dicembre Sindona consegna alla Corte federale dei documenti con la sua linea di difesa.
    […] Come tutti i gruppi finanziari Sindona ha partecipato alla nazionalizzazione delle industrie di Stato e in particolare alla nazionalizzazione dell’industria per la produzione di energia elettrica, fatto che l’ambasciatore sottace.
    John McCaffery riprende le accuse contro La Malfa <511 e il governo: “Con La Malfa in una posizione chiave al Tesoro e, con i collegamenti politici ed economici che questo implicava, una persona come Sindona, che era apertamente anti-sinistra, che lottava contro il dilagante controllo statale, e che stava rapidamente diventando il principale pilastro italiano dell’iniziativa privata, nazionale e internazionale, era destinata a trovarsi in guai seri. La Malfa non è stato solo nei suoi sforzi per scardinare l’influenza e la reputazione di Sindona nell’ambiente d’affari italiano. Durante i miei rapporti con Sindona sono stato testimone di numerosi attentati in Italia ed all’estero di farlo cadere. Per esempio, Jocelyn Hambro, Presidente della Hambros, la banca inglese, è stato un fedele sostenitore di Sindona ed aveva affidato alla sua banca diversi progetti di Sindona. Durante l’assenza del Presidente, delle banche italiane
    orientate verso sinistra andarono negli uffici della Hambros per seminare sfiducia su Sindona e predire disastri per le sue iniziative”.
    Il rappresentante degli Hambros non spiega come il gruppo britannico, antivedendo i tempi, si fosse ritirato dal sostegno accordato a causa di manovre di cui non era stato informato chiudendo ogni partecipazione al sistema creato da Sindona. McCaffery legge le conseguenze giudiziarie delle operazioni del gruppo introducendo il tema della persecuzione: “L’azione giudiziaria italiana contro Sindona è sintomatica del deterioramento del paese. E’ triste dover ammettere che la magistratura italiana non è stata capace di evitare la penetrazione della sinistra”.
    Questo tema è centrale nell’affidavit di Carmelo Spagnuolo, presidente della quinta sezione della corte di Cassazione <512. La presenza di un Presidente di sezione della più alta corte dell’ordinamento giuridico italiano è indice di quanto la P2 avesse permeato i ranghi più alti del sistema giudiziario italiano. Spagnuolo, fatto inaudito fino a quel momento nella storia giudiziaria italiana, dichiara la sua appartenenza alla massoneria. In qualità di magistrato, su richiesta del Gran Maestro dei massoni (sic) presiede una commissione formata anche da quattro altri membri della Fratellanza di Piazza Gesù per istruire un processo massonico <513 dal quale Sindona sarebbe stato giudicato come innocente. Spagnuolo precisa di avere svolto delle indagini approfondite che portarono alla redazione di un rapporto che va nella direzione opposta di quello redatto dalla Commissione parlamentare. Spagnuolo sostiene che il procedimento giudiziario in corso di svolgimento è viziato per l’assenza di perizie tecniche come sarebbe in uso nei procedimenti di bancarotta: “Finora, sono stati accettati i dati forniti dal liquidatore della Banca Privata Italiana senza un controllo obiettivo degli stessi. Il Magistrato, invece di servirsi di un gruppo di esperti per le perizie tecniche, ha utilizzato sottufficiali della Polizia Tributaria che, sebbene siano esperti in materia di loro spettanza, non hanno la competenza per interpretare complicate transazioni bancarie che sono di difficile interpretazione perché spesso collegate con altre operazioni”.
    I dati forniti dal commissario liquidatore, prima che venisse ucciso su mandato di Michele Sindona, mostrano una realtà differente che vede Sindona e i sindaci delle banche come gruppo che lavora al di fuori di qualsiasi regola e prassi bancaria. I dati di Ambrosoli mai sono stati messi in discussone, ma anzi il commissario venne sentito come persona informata dei fatti anche negli States.
    Il giudice Spagnuolo analizza gli attacchi contro alcune società del gruppo mostrando grande attenzione nei confronti del tema dell’edilizia popolare <514 e si sbilancia fino a accusare la magistratura di essere influenzata ideologicamente: “Sull’argomento delle tendenze avanzate o sulle idee politiche dei giudici, devo dire che molti magistrati professano ideologie di sinistra, come è stato messo in luce dalla stampa in certe occasioni. Esistono vari gruppi con opinioni politiche differenti. La stampa ha ripetutamente menzionato, e gli organi forensi hanno lamentato, che un giudice che professi ideologie di sinistra è in contraddizione con lo spirito e la funzione tipica del giudice ed il suo ruolo di imparzialità. Queste tendenze ideologiche sono diventate sempre più evidenti durante l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura. […] Vorrei dire che le correnti esistenti nella Magistratura sono le seguenti: Unione Magistrati, magistrati Indipendenti, Magistrati Democratici, Impegno Costituzionale, Terzo Potere Bianco, Terzo potere Nero” <515.
    Spagnuolo conclude parlando dell’omicidio di Francesco Coco, ucciso dalle Brigate Rosse, e di Vittorio Occorsio ucciso dal terrorismo di destra mentre si occupava dei legami tra massoneria ed estrema destra.
    La posizione del giudice trova la sua spiegazione negli ideali professati da Licio Gelli che dichiara alla Corte federale di essere a capo della Loggia Massonica P2 <516. Gelli coniuga la direzione di una loggia con la sua personale lotta politica anticomunista. Sindona è oggetto di continui attacchi della stampa di sinistra. L’affidavit si conclude dipingendo una situazione che “ha raggiunto un livello molto basso a causa dell’infiltrazione della sinistra”. Se tornasse in Italia Sindona non verrebbe giudicato imparzialmente e la sua vita sarebbe in pericolo. La preoccupazione di Gelli in merito all’estradizione viene frustrata due anni dopo quando viene scoperto il finto rapimento [nel 1979] di Sindona che pregiudica irrimediabilmente la sua credibilità negli States e nella Corte Federale nel quale si sta celebrando il suo processo.
    [NOTE]
    511 Affidavit di John Mac Caffery, ibidem, p. 153. Per un profilo del personaggio si rimanda al capitolo primo.
    512 Per avvalorare il suo affidavit Spagnuolo ricostruisce la sua carriera e riporta di essere stato giudice nella Corte di Appello e Pubblico Accusatore aggiunto a Milano dal 1947. Giudice della Corte Suprema e Pubblico Accusatore Capo a Milano dal ’57 al ’65. Procuratore Generale della Corte di Appello di Trieste dal gennaio del ’65. Procuratore Generale della Corte di Appello di Genova. Dal 17 febbraio 1971, Procuratore Generale della Corte di appello di Roma. Dal 2 luglio 1974 presidente della quinta sezione della Corte Suprema. In Affidavit Spagnuolo, ibidem, pag. 138 ssg.
    513 Gli atti di tale processo non sono consultabili per via del segreto massonico.
    514 Spagnuolo cita la Società Generale Immobiliare ma non precisa che la Società (il pacco di controllo) fu ceduta dalla Santa Sede a Sindona. Nel progetto del banchiere la società sarebbe stata nominalmente una società immobiliare ma di fatto avrebbe svolto le mansioni di una banca d’affari. La Generale Immobiliare entra nelle cronache a causa dell’inchiesta giornalistica di Cancogni che svela quali intrecci fossero nascosti dietro la gestione delle lottizzazioni per edilizia popolare e la destra romana della Democrazia Cristiana. Cfr. supra cap. 4
    515 Come specifica il magistrato i primi due gruppi, “sebbene considerati di destra, rappresentano in realtà correnti che professano la corretta ideologia del magistrato e sono contrari al coinvolgimento politico da parte della Magistratura. Gli altri quattro gruppi aderiscono a ideologie di sinistra”. Spagnuolo identifica l’appartenenza alle correnti di destra della magistratura italiana come indice di correttezza ribadendo la sua posizione in chiave anticomunista.
    516 Affidavit di Licio Gelli, ibidem, p. 133-136.
    Ottavio D’Addea, Michele Sindona e l’economia italiana, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2016

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  21. Di fatto, cioè, la Guerra fredda fu una sfida per l’acquisizione del potere in tutte le sue forme da parte delle due superpotenze

    Vista la mancanza di accordo tra studiosi ed esperti e considerate le nuove domande di cui si arricchisce, in generale, la storia internazionale <14, la storiografia sulla Guerra fredda è molto ampia e destinata, con buone probabilità, ad arricchirsi ulteriormente: come ha sottolineato Federico Romero, questa pluralità di punti di vista e di diverse prospettive rivela la difficoltà di individuare l’oggetto dello studio o, in altre parole, la difficoltà di definire quale sia la natura della Guerra fredda.
    […] Di fatto, cioè, la Guerra fredda fu una sfida per l’acquisizione del potere in tutte le sue forme da parte delle due superpotenze, fosse esso militare, politico, culturale, o economico. Nel corso del conflitto, le vittorie e le sconfitte su ognuno di questi ambiti furono misurate dall’avanzata o la ritirata dei due modelli, quello liberal-capitalista a trazione statunitense da una parte e quello socialista incarnato dall’Unione Sovietica dall’altro <16. La dimensione ideologica alla base delle scelte dei governi delle due superpotenze risulta fondamentale per spiegarne le motivazioni: è questo scontro, del resto, il vero fil rouge della Guerra fredda <17.
    Come ha sottolineato Melvyn Leffler, la Guerra fredda fu sia il prodotto di un insieme di contingenze che delle ideologie che animavano i leader di Washington e Mosca, in parte frutto di pregiudizi e paure per la sicurezza nazionale e in parte della volontà di esportare il proprio modello politico ad altri stati <18. Sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica, infatti, nutrivano la convinzione di incarnare le caratteristiche del modello politico migliore possibile, l’unico in grado di garantire la pace mondiale: per gli Stati Uniti, la mera esistenza di un paese con i caratteri dell’Unione Sovietica rappresentava la possibilità che si creassero nuovamente le condizioni per lo scoppio di una guerra mondiale. Finché fosse esistita l’URSS, pensavano le élite politiche statunitensi, il mondo non avrebbe potuto raggiungere una condizione di pace vera e duratura. Per l’Unione Sovietica, invece, il problema principale non era tanto quello annientare gli Stati Uniti in quanto tali, quanto quello di annichilire il loro progetto imperialista riconducendo la nazione alla condizione di “normalità” di uno stato borghese senza velleità espansionistiche <19.
    In virtù di questa auto-rappresentazione e di questo modo di dipingere l’avversario, le classi dirigenti delle due nazioni credevano di essere investite di una missione universale: per gli Stati Uniti, il loro modello politico di stampo liberal-capitalista era l’unico in grado di funzionare e andava esportato nel resto del mondo. In modo uguale e contrario, la classe dirigente dell’Unione sovietica riteneva che le contraddizioni interne dei sistemi capitalistici li avrebbero condotti all’estinzione e all’inevitabile presa del potere delle classi proletarie, cosa che avrebbe a sua volta portato alla creazione di regimi comunisti in tutto il mondo. Si trattava di convinzioni radicate nella cultura nazionale e dettate da una lettura ideologica e pre-orientata dei fenomeni politici, oltre che di una diversa interpretazione del corso della storia <20.
    Nel contesto della Guerra fredda, una definizione ristretta dell’ideologia non esaurisce le spiegazioni dietro alle singole scelte politiche dei governi statunitense e sovietico. In effetti, come suggerisce l’antropologo statunitense Clifford Geertz, con il termine “ideologia” si deve indicare qualcosa di più ampio rispetto a ciò che siamo più comunemente abituati a pensare. Secondo Geertz, l’ideologia non è una dottrina del pensiero con uno specifico e codificato riferimento scritto, come può essere il marxismo-leninismo ma, piuttosto, un «insieme di convinzioni connesse che riduce le complessità di una particolare porzione della realtà in termini facilmente comprensibili e suggerisce modi appropriati per confrontarsi con essa» <21. In questo senso, qualsiasi visione politica contiene in sé i tratti dell’ideologia, una serie di convinzioni pre-determinate, basate su elementi di irrazionalità o su giudizi acquisiti su una determinata questione. Per lungo tempo, gli uomini politici degli Stati Uniti hanno ritenuto di essere privi di condizionamenti ideologici e sbandierato la necessità di intraprendere una lotta contro i regimi politici che ne erano soggetti. Gli Stati Uniti non operavano sulla base dell’ideologia ma sulla base della sicurezza nazionale e della difesa dei valori democratici. In realtà, come ha messo in luce la storiografia statunitense dalla corrente revisionista in avanti <22, l’ideologia ha occupato un ruolo centrale nelle decisioni prese dalla classe politica statunitense, tanto in politica interna quanto, forse in modo più evidente, in politica estera. L’eccezionalismo, l’idea dell’esistenza di una “gerarchia delle razze”, l’anti-radicalismo, rappresentano, così, i tasselli di un paradigma ben consolidato sulla base del quale sono state adottate numerose scelte politiche che non si possono spiegare in termini di mera convenienza materiale o di analisi realiste degli equilibri di potere <23.
    Il rapporto tra politica ed ideologia nel conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica fu messo in luce dal giornalista Walter Lippmann, che parlò per la prima volta di «Guerra fredda» in una raccolta di saggi pubblicata nel 1947 <24 in risposta al famoso saggio pubblicato da George Kennan in forma anonima su “Foreign Affairs”, la rivista del Council on Foreign Relations, nel 1947. Kennan, che lanciava così la dottrina del containment, scrisse che: “[…] The thoughtful observer of Russian-American relations will find no cause for complaint in the Kremlin’s challenge to American society. He will rather experience a certain gratitude to a Providence which, by providing the American people with this implacable challenge, has made their entire security as a nation depending on their pulling themselves together and accepting the responsibilities of moral and political leadership that history plainly intended them to bear” <25.
    Le parole del diplomatico statunitense erano rivolte al pubblico di “Foreign Affairs”, fatto di specialisti e politici, ed erano destinate ad avviare un intenso dibattito sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. I decisori politici sotto l’amministrazione del presidente Truman sposarono le convinzioni di Kennan e ne fecero la base per la loro strategia nei confronti dell’Unione Sovietica. L’immagine del nemico si arricchì, nel tempo, di particolari preoccupanti per gli Stati Uniti. Nel 1950, Truman commissionò un documento al Policy Planning Staff del National Security Council che contenesse informazioni sulla politica sovietica (conosciuto come l’NSC 68). Il risultato fu un report dai toni quasi propagandistici, benché riservato esclusivamente all’uso interno del governo: «L’obiettivo del Cremlino […]», scrissero gli esperti del governo federale guidati da Paul Nitze, «è la sottomissione totale dei popoli sotto il suo controllo […]. La politica del Cremlino verso le aree che non sono sotto il suo controllo è l’eliminazione della resistenza al suo volere e l’estensione della sua influenza e controllo. Persegue questa politica perché non può […] tollerare l’esistenza di società libere» <26. Sulla base di una lettura così allarmante per il futuro degli Stati Uniti, la classe dirigente americana decise di mettere in campo tutti gli strumenti utili a spostare in proprio favore gli equilibri internazionali. Le armi e la diplomazia non sarebbero più stati sufficienti a questo sforzo; bisognava sconfiggere i sovietici anche sul piano dell’immaginario collettivo, conquistando “i cuori e le menti” dell’opinione pubblica mondiale.
    [NOTE]
    14 Thomas Zeiler, The Diplomatic History Bandwagon: A State of the Field, in “The Journal of American History”, Vol. 95, No. 4, 2009, pp. 1053-1073 e le risposte di Mario Del Pero, On the Limits of Thomas Zeiler’s Historiographical Triumphalism, in “The Journal of American History”, Vol. 95, No. 4, 2009, pp. 1079-1082 e Jessica Gienow-Hecht, What Bandwagon? Diplomatic History Today, in “The Journal of American History”, Vol. 95, No. 4, 2009, pp. 1083-1086.
    16 Nigel Gould Davis citato in Giles Scott-Smith, Western Anti-Communism and the Interdoc Network. Cold War Internationale, London, Palgrave Macmillan, 2012, p. 2.
    17 Si veda la riflessione di Leopoldo Nuti, On recule pour mieux sauter, or “What needs to be done” (to understand the 1970s), in Pons and Romero (edited by), Reinterpreting the End of the Cold War., cit., pp. 39-51.
    18 Cfr. Melvyn P. Leffler, For the Soul of Mankind: the United States, the Soviet Union and the Cold War, New York, Hill and Wang, 2007.
    19 Stephanson, Fourteen Notes, cit.
    20 Westad, The Global Cold War, cit., p. 40.
    21 Clifford Geertz citato in Michael H. Hunt, Ideology, in Frank Costigliola and Michael J. Hogan (edited by), Explaining the History of American Foreign Relations, Cambridge, Cambridge University Press, 2016, p. 222.
    22 L’inizio della corrente storiografica revisionista è attribuito a William A. Williams, The Tragedy of American Diplomacy, New York, Dell Publishing Co., 1962. Cfr. anche Anthony Mohlo and Gordon S. Wood (edited by), Imagined Histories. American Historians Interpret the Past, Princeton, Princeton University Press, 1998, Frank Ninkovich, The Wilsonian Century. American Foreign Policy since 1900, Chicago and London, University of Chicago Press, 1999 e Erez Manela, The Wilsonian Moment. Self-Determination and the International Origins of Anticolonial Nationalism, Oxford, Oxford University Press, 2007; Gordon S. Wood, Empire of Liberty: A History of the Early Republic, 1789-1815, Oxford, Oxford University Press, 2009.
    23 Cfr. Michael H. Hunt, Ideology and U.S. Foreign Policy, New Haven and London, Yale University Press, 1987.
    24 Walter Lippmann, The Cold War: a Study in U.S. Foreign Policy, New York, Harper, 1947.
    25 X, The Sources of Soviet Conduct, in “Foreign Affairs”, Vol. 25, No. 4, Jul., 1947, p. 582.
    26 Ibidem.
    Alice Ciulla, Gli intellettuali statunitensi e la “questione comunista” in Italia, 1964-1980, Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2012

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  22. De todos os mitos anticomunistas, o de Pavel (Pavlik) Morozov é sem sombra de dúvidas o meu 'predileto'.

    O pai de Pavlik, Trofim Morozov, era o presidente de um soviete local e forjava documentos para kulaks – camponeses ricos – fugirem da justiça – Em outras palavras, ele ajudava essas pessoas a roubarem a produção de camponeses pobres.

    Ele não foi assassinado pela própria família, mas por familiares dos kulaks que denunciou.

    #AntiComunismo #AntiCommunism #Anticommunisme

  23. Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese

    Mi sono soffermato molto sull’aspetto internazionale e sul legame con gli ambienti della NATO che ha avuto la strategia della tensione; adesso voglio invece approfondire il fronte interno, parlando delle responsabilità degli attori dello stato e ripercorrendo brevemente la storia post-bellica dei servizi segreti, per analizzare il ruolo che hanno avuto nella strategia della tensione. Nel primo capitolo ci sono molti riferimenti a ciò che è stato il depistaggio praticato dai servizi segreti italiani, benché spesso manipolati da quelli anglo-americani. L’azione di depistaggio ha avuto la finalità di distogliere l’attenzione dalle forze eversive di destra (quelle effettivamente colpevoli degli attentati), cercando di far ricadere la colpa delle stragi sui gruppi extraparlamentari di sinistra. L’atto di nascondere le trame eversive rappresenta di per sé un reato e una colpa molto gravi, ancor più grave è coadiuvare la strategia e operare per il proseguo di essa. Ciò nonostante essa, non ha preso forma in seno a gruppi eversivi nascosti e segreti, ma questi sono stati un mezzo con il quale attori di tutt’altro contesto hanno ricercato un fine. Un fine che riguardava la stabilità di una forma di governo, la quale garantisse ai partiti di centro (la Dc su tutti) la continuità sulla determinazione dell’indirizzo politico dell’Italia.
    L’implicazione delle istituzioni dello Stato rimanda a un argomento molto importante e delicato che ho già accennato nel primo capitolo: la continuità tra Stato fascista e Repubblica democratica. D’altronde, ciò ha significato l’assegnazione di esecutori materiali del regime a posizioni di vertice nel nuovo Stato. Pochissimi vennero condannati a morte; le detenzioni, anche di chi si era macchiato di crimini contro il popolo italiano stesso, furono molto brevi. Cito nuovamente il libro dello storico Davide Conti, Gli uomini di Mussolini (2017), che fa una panoramica precisa della situazione: «”Se c’era un’istituzione che l’8 settembre si era dissolta in modo sfacciato e insieme tragico di fronte agli occhi di tutti gli italiani, questa era l’esercito”. La rotta del regio esercito e lo sbando totale delle truppe in Africa, nei Balcani, in Russia fino all’abbandono simbolico della capitale, lasciata in balia dei tedeschi dopo la fuga del re e dei massimi vertici militari, avrebbero dovuto costituire la premessa storica, politica e istituzionale per una cesura irriducibile tra l’eredità dello Stato sabaudo e la nascita della Repubblica democratica. Al contrario, proprio in questa leva nevralgica della ricostruzione istituzionale si verificò un visibile fenomeno di convergenza: degli apparati del regno del Sud a conduzione monarchica; delle gerarchie militari che avevano guidato tutte le guerre fasciste del Ventennio; di elementi dell’esercito della Repubblica sociale. La composizione, dapprima relativa e poi progressivamente sempre più organica, di questo blocco continuista determinò un assetto interno alle istituzioni in grado di indirizzare scelte, linee politiche, procedure legislative e amministrative ostili all’avvio di un processo di sostanziale rinnovamento dello Stato» <101. Effettivamente un auspicabile rinnovamento non c’è stato. Nonostante il notevole ampliamento della libertà, come sottolinea l’articolo 13 della Costituzione italiana, e altri vari elementi di discontinuità, il fatto di essere governato da una classe dirigente organica rispetto al Ventennio ha in parte reciso questa libertà del popolo italiano. Come la libertà di quelle persone di andare in una banca, prendere un treno, o trovarsi in piazza per una manifestazione senza rischiare la propria vita.
    Manlio Milani, sopravvissuto alla strage di piazza della Loggia, nella quale perse la moglie, scrive nella sua testimonianza che la condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, gli ordinovisti veneti autori della strage, ha in qualche modo riconciliato i familiari delle vittime con le regole democratiche. La volontà e l’obiettivo di chi studia e chi scrive a riguardo del periodo stragista è una riconciliazione dell’intero paese. «Ma è doveroso domandarsi: a quali condizioni e con quali modalità l’attuale frattura tra verità giudiziaria, verità storica e coscienza collettiva può essere ricomposta? Non di certo attraverso le annuali “commemorazioni” di rito delle tragedie del terrorismo. In realtà una “memoria” degna di questo nome, fondativa di un’autentica operazione di giustizia verso le vittime, i loro familiari e il Paese intero, non può andare disgiunta dal sommo valore della verità, o almeno, più umilmente, da quei frammenti di verità che la ricostruzione storica elaborata dai saggi ospitati in questo volume ci pare sia in grado di offrire oggi alla consapevolezza e alla sensibilità degli studiosi, dei rappresentanti delle istituzioni e della collettività. La ricordata sentenza di condanna di Maggi e Tramonte è per molti versi un documento di eccezionale valore, su cui è necessario meditare perché stabilisce con esemplare chiarezza che “lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […] individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo di progetti eversivi della destra estrema, ed hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche» <102.
    Del ruolo dei servizi segreti italiani ho parlato spesso, l’implicazione è evidente; si può dire che non depone a loro vantaggio il fatto che gli archivi dei centri territoriali del SID, in particolare di quello di Padova, una città chiave per le ragioni che conosciamo, siano stati distrutti a metà degli anni Ottanta. Stando a quanto ha dichiarato il maggiore Giuseppe Bottallo, ciò è dipeso da un ordine dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI (ex SID) <103. Questo tipo di decisione alimenta la tesi del totale coinvolgimento nelle trame dei decenni precedenti, inoltre lascia spazio a supposizioni di vario genere. Per esempio, che cosa si sarebbe ulteriormente scoperto se gli archivi del SID fossero rimasti intatti? E ancora, c’è chi a livello politico ha fatto pressioni affinché gli archivi venissero distrutti? Sicuramente le informazioni contenute negli archivi avrebbero danneggiato ulteriormente l’immagine di determinati personaggi; forse sarebbero uscite nuove verità. Quello che sappiamo però è già parecchio e ci permette di tracciare un breve quadro storico dei Servizi segreti, ma occorre procedere passo per passo.
    Per ripercorrere le tappe del Servizio segreto italiano, occorre tornare ai primi anni successivi alla caduta del fascismo. Ho parlato in precedenza di James Angleton, membro della CIA, il quale trascorse molti anni a Roma. Un’operazione effettuata da James Angleton fu, come vedremo, il recupero del poderoso archivio della polizia segreta fascista grazie all’aiuto del commissario di polizia Federico Umberto D’Amato. Ma tra le prime vi fu, molto importante da sottolineare, l’operazione effettuata il 30 aprile 1945 a Milano, dove Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese. Poi lo accompagnò a Roma sotto la sua personale protezione, assicurandogli un destino sicuramente più benevolo di quello che gli sarebbe stato riservato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale e anche un futuro di avventure reazionarie. A fargli da assistente fu proprio D’Amato, il quale venne da subito ben visto da Angleton che lo giudicava un volenteroso apprendista. L’agente CIA chiarì, in parole semplici, che dopo la sconfitta del fascismo il nuovo nemico era il comunismo. Per combatterlo è sicuramente utile allearsi con i fascisti, il nemico di prima, che non chiede altro <104. Angleton e i suoi agenti, fecero un colpo sensazionale visti gli effetti che esso provocò nei decenni successivi nel nostro paese: «tra la fine del 1944 e l’inizio del 1946, riciclarono nei propri apparati la rete dell’OVRA fascista <105, impossessandosi del poderoso archivio allestito durante il Ventennio». Questo avrebbe portato a un lungo gioco di ricatti e intossicazione della vita pubblica, rivelandosi decisivo per le vicende interne del nostro paese. «Insieme a spezzoni del vecchio Battaglione 808 dei carabinieri, infatti, quel colpo avrebbe anche partorito una sorta di cabina di regìa della strategia della tensione, tra la fine degli anni Sessanta e buona parte dei Settanta del Novecento; il famigerato Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, diretto per lungo tempo da Federico Umberto D’Amato. E fu proprio lui, D’Amato, all’epoca già alle dirette dipendenze di James Jesus, a condurre in porto quella che passò agli annali come l’”Operazione Leto”, Guido Leto, il potentissimo capo dell’OVRA» <106. D’Amato ebbe il compito, affidatogli da Angleton, di prendere contatti con alcuni elementi della polizia politica della Repubblica sociale italiana. Tra questi c’era Guido Leto, che dopo gli incontri segreti con D’Amato, si consegnò al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Leto entrò successivamente in contatto con alcuni rappresentanti del Governo Militare Alleato (GMA) al Nord, ovvero due militari dei servizi britannici, il maggiore Harris e il capitano Baker, indicando loro l’ubicazione degli archivi dell’OVRA. «Mentre tutti credevano che i capi della polizia fascista fossero agli arresti e in attesa di un processo, a sorpresa i due ufficiali inglesi decisero di collocare Leto in “libertà condizionata”, affidandogli “per conto del GMA” addirittura la “custodia degli archivi integrali”, con tutti i documenti raccolti durante il Ventennio e nel breve periodo della Rsi» <107. Quando da Roma ci si accorse che qualcosa non andava, venne emesso un mandato di cattura nei confronti di Leto da parte di Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e nuovo alto commissario per le sanzioni contro il fascismo. Questa decisione provocò forti malumori nell’intelligence americana, la consegna del capo dell’OVRA alle autorità italiane portò a reazioni molto dure da parte della sede romana dell’OSS. «E non è azzardato ipotizzare che dietro ci fosse proprio lo zampino di Angleton. Il Servizio segreto Usa temeva un eventuale processo ai vertici della polizia fascista. […] l’OSS temeva che da un eventuale processo pubblico emergessero i legami che americani e inglesi avevano coltivato durante il Ventennio con gerarchi fascisti e l’alta burocrazia dello Stato; e che fossero scoperte le reti spionistiche angloamericane all’interno del regime» <108. Questo passaggio riassume bene due aspetti fondamentali legati alla strategia della tensione: l’ingerenza dei Servizi segreti americani e britannici, già ben nota e approfondita; e la responsabilità dello Stato italiano in quanto non riuscì a prendere una netta distanza dal periodo fascista, anzi ne incarnò vari aspetti.
    [NOTE]
    101 D. Conti, Gli uomini di Mussolini, op cit., p. 189.
    102 C. Fumian, A. Ventrone (a cura di), Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa, op cit., p. 9.
    103 A. Ventrone, La strategia della paura, op cit., p. 253.
    104 Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere, Roma, Newton Compton editori s.r.l., 2012
    105 Polizia segreta dell’Italia fascista. Compito dell’OVRA era la vigilanza e la repressione di organizzazioni sovversive, che tramassero contro lo Stato.
    106 M. J. Cereghino, G. Fasanella, Le menti del doppio stato, op cit., pp. 57-58.
    107 Ivi, p. 59
    108 Ivi, p. 59-60.
    Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020

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  24. C’era poi una terza corrente che faceva riferimento al pensatore Julius Evola

    Non è possibile utilizzare la categoria di destra nell’Italia del secondo dopoguerra senza fare i conti con «“l’invasione” del concetto di destra da parte del fascismo» <1. È quella che è stata più volte rilevata come l’anomalia della destra italiana: antiliberale, antisistema e antimoderna, tanto che essa stessa è arrivata a rifiutare l’etichetta di destra, che dall’evento fondativo della modernità – la rivoluzione francese – aveva tratto origine <2. L’accostamento di destra e (neo) fascismo ha avuto l’effetto di rimuovere la destra dal circuito della legittimità politica. Una riprova in questo senso è la mancata separazione di destra ed estrema destra <3. Condannati nel ghetto dell’illegittimità, missini e monarchici stentavano a sopravvivere agli albori dell’Italia repubblicana e antifascista. La condanna, però, lungi dall’essere meramente imposta dal sistema, era paradossalmente cercata. Il rapporto tra identità e legittimità costituisce un’utile cartina di tornasole per comprendere le ragioni degli esclusi. È stata la stessa identità a generare illegittimità, che a sua volta li ha relegati ai margini della competizione politica. Tale marginalità ha rilanciato l’orgoglio della diversità e ha alimentato la spirale dell’identità illegittima <4.
    Nel 1948 le urne non avevano dato grandi soddisfazioni ai partiti di destra, se si esclude l’effimero successo dell’Uomo Qualunque <5. Tuttavia, alla trascurabile rappresentanza parlamentare non corrispondeva la medesima diffusione nella società. Solo in parte, infatti, la presenza della destra in parlamento rendeva ragione dell’ampiezza della destra nella società e nel mondo imprenditoriale e culturale in senso lato.
    Alla luce di queste considerazioni, la riduzione della categoria di destra a neofascismo non è esaustiva. Sia perché il neofascismo aveva ancoraggi culturali e ideologici anche a sinistra e sia, soprattutto, perché non permette di capire l’Italia degli anni Cinquanta, periodo privilegiato per indagare la consistenza e il seguito della destra – sia in Parlamento che nella società – nel nostro Paese.
    È necessario, a questo proposito, non cedere alla tentazione di identificare la destra con il fascismo né con il neofascismo. E allargare l’orizzonte a quella che è stata felicemente definita destra “impolitica” o “carsica”. Una destra, cioè, che non solo non si identificava coi due terminali partitici all’estremità dello schieramento politico – Pnm e Msi – ma era anzi assai critica nei loro confronti. Distanziandosi dalla “iper-politicità” delle due formazioni, presentava non di rado spiccate venature di antipolitica e di scetticismo nei confronti del sistema parlamentare in quanto tale. Ciò premesso, il riferimento al fascismo di questa seconda declinazione della destra si presentava piuttosto sfumato. La nostalgia dei “bei tempi andati”, siano essi identificati col Duce o con la Corona, rimaneva nell’alveo di un generico conservatorismo, piuttosto distante da Salò e da contenuti programmatici aggressivi. Era un fronte sociale eterogeneo «sempre pronto a palpitare per generiche cause nobili ma restio a mobilitarsi davvero nell’agone politico» <6. Alla critica per certi versi acuta e formidabile nei confronti del sistema politico non seguiva mai un programma organico e credibile. Tanto era profonda la distanza dai missini, quanto era generica l’attesa delle “forze sane” che avrebbero dovuto soppiantare il tanto vituperato “ciellenismo”. Si trattava di un’attesa che univa industriali di vari settori a intellettuali come Indro Montanelli. Accomunati dal rifiuto del nascente sistema partitocratrico, avevano individuato distorsioni che si sarebbero approfondite nel tempo. Con ogni probabilità, le più preoccupanti erano l’eccessivo potere dei partiti e lo sconvolgimento di credenze consolidate. Ma erano uniti più contro qualcosa che per un progetto comune, eccezion fatta per l’esperienza di Edgardo Sogno. In altri termini, il collante delle varie famiglie e personalità della destra nell’Italia degli anni Cinquanta era l’avversione al comunismo <7. Oltre a dover sopportare, a volte giustamente e altre meno, il fardello del fascismo, l’altro dato strutturale delle destre era, appunto, l’anticomunismo.
    È utile passare in rassegna più nel dettaglio le destre in Italia all’indomani del conflitto mondiale, tenendo ben presente anche il contesto internazionale. Fin dalla fondazione, nel dicembre ’46, vari furono i problemi che dovette affrontare il Movimento sociale italiano. Il partito riunì numerosi gruppi e associazioni che erano sorti spontaneamente dopo la guerra. Già durante il conflitto, stando all’attento lavoro di Parlato, si erano poste le basi, con la collaborazione dell’Oss (Office of strategic services) e di alcuni settori del Vaticano <8, per la nascita di un soggetto politico del genere. Dopo la guerra, e in particolare in occasione del referendum del ’46, anche Pci e Dc, con interessi e finalità diverse, si impegnarono a trattare col neofascismo <9. Inoltre, i missini cavalcarono le proteste sorte in seguito alle condizioni di pace e si presentarono come gli unici veri interpreti della nazione italiana <10.
    Risolto il problema della sopravvivenza, anche grazie all’amnistia <11, l’altra battaglia era quella della scelta legalitaria rispetto alla clandestinità. Tale scelta, tutt’altro che unanime, suscitò i malumori dei giovani e dei reduci che avevano attivamente partecipato alla Rsi. Era, in termini più generali, la spia della presenza di due anime: una di “sinistra”, repubblicana, antioccidentale e terzaforzista che intendeva combattere il regime ciellenista traditore dello spirito di Salò, e l’altra, più pragmatica, nazional-conservatrice in campo sociale e religioso, filomonarchica e filoatlantica, che voleva inserirsi nel sistema politico parlamentare <12. Principali interpreti della tendenza legalitaria erano Romualdi e Michelini. Per estendere l’area di influenza del partito e far fronte alla sfida comunista, puntavano a trasformare il neofascismo «da fenomeno di conventicole perdenti in forza politica in grado di parlare a molti, se non a tutti» <13. Tuttavia, la strategia del “Senato” missino era destinata a rimanere sulla carta e ad essere soppiantata dall’attivismo di Almirante. Da gennaio ’47 alla vigilia delle elezioni politiche del ’48, la struttura del Msi venne modificata sia a causa di una serie di eventi – arresti, uccisioni e allontanamenti – che misero fuori gioco esponenti del “partito di Romualdi”, sia per la strategia almirantiana. L’approccio di Almirante comportava un radicamento sul territorio prima sconosciuto. Dai comizi nelle piazze al “giornale parlato”, il Msi acquisiva un metodo e una visibilità completamente nuovi <14.
    Alla decisiva scadenza elettorale del 18 aprile 1948 il partito si presentava con un programma comprendente la critica serrata alla Costituzione, il rilancio di alcuni nodi irrisolti della politica estera, la socializzazione del lavoro e la valorizzazione della necessaria opposizione nazionale al governo e ai socialcomunisti <15. Il Msi, sulla base di un programma decisamente “sociale”, raccolse però voti soprattutto tra i notabili e i grandi proprietari terrieri del Sud. Eleggendo sei deputati e un senatore, tutti nelle circoscrizioni meridionali, il partito della Fiamma concludeva la fase della clandestinità ma non poteva evitare di fare i conti con l’inattesa geografia dei consensi e con la difformità tra elettori potenziali ed effettivi. Si trattava della forbice tra dirigenti e militanti da una parte ed elettori dall’altra. Una forbice la cui presenza era fisiologica in ogni partito, ma che nel Msi assurgeva a vero e proprio carattere distintivo a causa della grande distanza – nello stesso tempo geografica, storica e ideale – tra attivisti ed elettori. Tale aspetto, ampiamente rilevato dalla storiografia, ha obbligato i dirigenti a retrocedere dalle «originarie velleità barricadiere e ribellistiche» <16, pena la scomparsa del partito stesso. Come ha efficacemente sottolineato Tarchi, «per il Mezzogiorno il fascismo aveva rappresentato un fenomeno di promozione e di accelerazione della mobilità sociale verso l’alto, che non aveva avuto riscontro nella parte più sviluppata del Paese» <17.
    Non era certo sufficiente la rappresentanza parlamentare a garantire il crisma della legittimità. Da parte sua, il Msi continuava ad agire in maniera quasi schizofrenica: da un lato riaffermava la propria identità di partito di nicchia, dall’altro si poneva come partito-nazione e «accreditandosi come titolare di una investitura quasi sacrale» <18 si contrapponeva agli altri partiti. In cima all’agenda politica dei missini c’erano battaglie <19. Dal punto di vista interno costituivano una priorità la collocazione del partito nello spazio politico e la conseguente strategia di alleanze, la battaglia contro l’epurazione, i diritti dei combattenti della Rsi e la politica sociale. Da quello internazionale l’adesione al Patto Atlantico, il ruolo dell’Italia come potenza coloniale e la questione di Trieste erano gli argomenti principali.
    Questi temi furono oggetto di discussione al secondo congresso, che ebbe luogo a Roma nel 1949 e vide consolidarsi la presenza delle due anime antitetiche su pressoché tutte le questioni sollevate. C’era poi una terza corrente, più culturale e meno politica, che faceva riferimento al pensatore Julius Evola, tradizionalista, antililiberale, antimoderno, anticristiano e fautore di un “razzismo spirituale”. <20 Tale confronto, con diverse sfumature, incontri e scontri più o meno decisivi, ha scandito tutte le fasi della storia del Movimento sociale italiano. <21
    [NOTE]
    1 G. Parlato, La cultura internazionale della destra tra isolamento e atlantismo (1946-1954), in G. Petracchi (a cura di), Uomini e nazioni. Cultura e politica estera nell’Italia del Novecento, Gaspari editore, Udine, 2005, p. 134. Si vedano anche: E. Galli della Loggia, Intervista sulla destra, Laterza, Roma-Bari, 1994, pp. 134-135; R. Chiarini, La destra italiana. Il paradosso di una identità illegittima, «Italia contemporanea», n. 185, dicembre 1991, p. 585.
    2 M. Revelli, La destra nazionale. Un manuale per capire, un saggio per riflettere, Il Saggiatore, Milano, 1996, p. 63.
    3 A titolo di esempio, Ginsborg ha scritto che «le perdite democristiane del 1953 erano andate a vantaggio dell’estrema destra», P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 2006, p. 192. Tra gli altri autori che associano la destra all’estremismo si segnalano F. Ferraresi (a cura di), La destra radicale, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 13 e P. Di Loreto, La difficile transizione. Dalla fine del centrismo al centrosinistra 1953-1960, Il Mulino, Bologna, 1993, p. 55 n. Anche Bobbio ha espresso le sue perplessità su una distinzione semantica che non è secondaria. Distinguendo «una destra eversiva da una destra moderata, cui dall’altra parte corrisponderebbero una sinistra moderata e una eversiva, si otterrebbe il duplice vantaggio di non forzare il linguaggio e di non usare un criterio di distinzione sbilanciato», N. Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma, 1994, p. 63.
    4 R. Chiarini, Destra italiana. Dall’Unità d’Italia a Alleanza Nazionale, Marsilio, Venezia, 1995, p. 12.
    5 Sull’Uomo Qualunque si vedano: S. Setta, L’Uomo Qualunque 1944-1948, Laterza, Roma-Bari, 1975; S. Setta, La Destra nell’Italia del dopoguerra, Laterza, Roma-Bari, 1995, pp. 13-18; G. Parlato, La nazione qualunque. Riformismo amministrativo ed europeismo in Guglielmo Giannini, «Storia contemporanea», a. XXV, n. 6, dicembre 1994.
    6 R. Chiarini, Destra italiana, cit., pp. 64-65 e 76-77.
    7 Si veda soprattutto D. Cofrancesco, Destra e sinistra. Per un uso critico di due termini chiave, Bertani, Verona, 1984, p. 47.
    8 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Il Mulino, Bologna, 2006. Il ruolo della Chiesa cattolica non va però esagerato. Parlato ritiene infatti (p. 304) «sbrigativa – e, soprattutto, indimostrata – l’affermazione di Murgia secondo la quale “il Movimento Sociale Italiano nasce con la benedizione del Vaticano”», si veda P.G. Murgia, Il vento del Nord, Storia e cronaca del fascismo dopo la Resistenza (1945-1950), Sugarco, Milano, 1975, p. 295.
    9 Si vedano P. Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-1953, Mondadori, Milano, 2007; P. Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, Il Mulino, Bologna, 1989,
    p. 24.
    10 Utile in proposito la riflessione di Neglie: «La Nazione diventò così il terreno eletto per giocare la partita della propria sopravvivenza politica, in un paese ancora preda di fremiti rivoluzionari, di desideri di vendetta, bisognoso di chiarezza e unità di intenti», P. Neglie, Il Movimento Sociale Italiano tra terzaforzismo e atlantismo, «Storia contemporanea», a. XXV, n. 6, dicembre 1994, p. 1170. Si vedano anche M. Revelli, La destra nazionale, cit., pp. 70-71; P. Rosenbaum, Il nuovo fascismo. Da Salò ad Almirante. Storia del Msi, Feltrinelli, Milano, 1975, p. 39.
    11 Si veda M. Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano, 2006.
    12 Si vedano S. Finotti, Difesa occidentale e Patto Atlantico: la scelta internazionale del Msi (1948-1952), «Storia delle relazioni internazionali», a. VI, n. 1, 1988, p. 88; M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia. La destra italiana dopo il fascismo, Intervista di A. Carioti, Rizzoli, Milano, 1995, p. 32; P.G. Murgia, Ritorneremo! Storia e cronaca del fascismo dopo la Resistenza (1950-1953), Sugarco, Milano, 1976, p. 98. Per una dettagliata analisi dei vari movimenti, tra cui i Far, e personaggi che rifiutarono l’opzione moderata si veda G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 255-269.
    13 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 250.
    14 Sulla nuova strategia missina si veda G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 269-280; P.G. Murgia, Ritorneremo!, cit., p. 88-92.
    15 Sul programma del ’48 si vedano M. Revelli, La destra nazionale, cit., p. 23; G. Roberti, L’opposizione di destra in Italia 1946-1979, Gallina, Napoli, 1988, p. 40. Ignazi lo ha definito un «programma orientato a sinistra», P. Ignazi, Il polo escluso, cit., p. 46.
    16 M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia, cit., p. 32. Si veda anche P. Neglie, Il Movimento Sociale Italiano tra terzaforzismo e atlantismo, cit., p. 1174.
    17 M. Tarchi, ibidem, p. 33.
    18 R. Chiarini, «Sacro egoismo» e «missione civilizzatrice». La politica estera del Msi dalla fondazione alla metà degli anni Cinquanta, «Storia contemporanea», a. XXI, n. 3, giugno 1990, p. 457.
    19 Per un’analisi delle sfide che deve fronteggiare il Msi dal 1949 si veda P. Ignazi, Il polo escluso, cit., pp. 54-59; M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia, cit., pp. 48-50; P. Rosenbaum, Il nuovo fascismo, cit., p. 197. Sulla situazione dei giovani missini si veda A. Carioti, Gli orfani di Salò. Il “sessantotto nero” dei giovani neofascisti nel dopoguerra 1945-1951, Mursia, Milano, 2008, cap. 4, pp. 118-150.
    20 M. Revelli, La destra nazionale, cit., p. 20. Si veda anche D. Lembo, Fascisti dopo la liberazione. Storia del fascismo e dei fascisti nel dopoguerra, dalla Repubblica Sociale al Movimento Sociale Italiano 1945-1956, MA.RO. Editrice,
    Copiano (Pv), 2007, pp. 113-116, e A. Jellamo, J. Evola, il pensatore della tradizione, in F. Ferraresi, (a cura di), La destra radicale, cit., pp. 215-252.
    21 Si veda P. Ignazi, Il polo escluso, cit., p. 59.
    Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

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  25. Circa alcuni agenti nazisti reclutati dai servizi segreti americani

    Il segretario di Stato dette il suo assenso e nel mese di maggio [1947] le autorità militari decisero di trasferire Dollmann nella zona di occupazione statunitense nella Germania dell’Ovest, considerando che lì avrebbe potuto svolgere compiti di maggiore utilità rispetto a quanto avrebbe potuto fare se fosse espatriato in America Latina, come ipotizzato inizialmente da Angleton <362. Il 22 ottobre da Washington il direttore dell’Office of Special Operations, l’agenzia coordinata con il CIG che si occupava delle operazioni clandestine all’estero, ordinò che Dollmann rimanesse in Germania e che per nessun motivo fosse permesso agli italiani di ottenerne la custodia: “Dollmann e Wenner non devono essere consegnati all’Italia né ora né nel prevedibile futuro. Se vanno in Italia saranno arrestati, interrogati, esposti, e facilmente accusati di essere criminali di guerra. Non si ritiene che possano avere alcuna possibile copertura adeguata considerando i rischi e ciò che sta dietro a questo caso. (…) Preferisco altamente che rimangano nell’AmZone in Germania” <363. Per circa un anno l’ex-gerarca nazista rimase quindi nella sua terra d’origine, un periodo durante il quale iniziò un rapporto di attiva collaborazione per l’intelligence americana: la sezione del CIC di Monaco gli affidò l’incarico di redigere rapporti settimanali. Nel 1948 i vertici della sezione OSO, l’Office of Special Operations, valutarono che era pronto per iniziare la sua attività di collaborazione per lo spionaggio in Italia e lo inviarono presso la sede del CIC di Milano <364.
    La linea di azione messa in campo nell’immediato dopoguerra da Angleton e dai vertici dell’intelligence statunitense, tesa ad aggirare ogni tipo di legalità e di sovranità nazionale dei paesi allo scopo di salvare – e poi utilizzare – grossi personaggi nazisti e repubblichini, mostra come le dinamiche della guerra fredda abbiano investito pesantemente fin dall’inizio la ricostituzione post-bellica del paese. Il quadro complessivo che emerge, in cui si inseriscono queste vicende, è quello in cui nella sfera dei servizi segreti l’obiettivo del contenimento del comunismo, e quindi la salvaguardia degli interessi geopolitici statunitensi, si legava alla convinzione che l’importanza dei fini potesse giustificare l’adozione di qualsiasi mezzo <365.
    […] La stessa logica utilizzata da Angleton in Italia per Borghese e Dollmann, si ritrova del resto in un’operazione dello stesso tipo che fu messa a punto in Germania, dove il generale Reinhard Gehlen, capo del Fremde Heeren Ost, la sezione del servizio segreto militare nazista che si occupava del fronte orientale, venne immediatamente assunto nelle fila dell’intelligence americana, pochi giorni dopo la resa incondizionata dichiarata dalla Germania. Nei primi mesi del 2002 il governo americano ha declassificato i documenti relativi al reclutamento di Gehlen insieme alla sua rete di agenti nazisti da parte dei servizi segreti americani, acquisiti dal National Archives and Records Administration l’8 maggio 2002 <366. In questi rapporti ufficiali si legge che nel giugno del ’45, dopo il collasso della Germania nazista, Gehlen fu ingaggiato dall’U.S. Army per continuare il suo lavoro di intelligence, ma questa volta per l’America. A tal fine Gehlen nelle settimane successive fece assumere moltissimi membri delle Ss, ricostituendo così il suo intero gruppo di lavoro originario con il quale aveva operato per il Führer. Uno dei direttori della sezione dell’intelligence Usa in Germania, Crosby Lewis, nel settembre del ’46 tira le fila dell’operazione “Keystone” in un lungo documento top secret. Dal suo racconto dettagliato apprendiamo informazioni fondamentali e sconcertanti relative all’evoluzione di tutta l’operazione che riguardava Gehlen e la sua rete. Il generale Gehlen “era negli Stati Uniti”, scrive Crosby Lewis, fin dalle prime settimane dopo la fine del conflitto, “essendo stato portato lì dal G-2, War Department, (…) insieme a personale della Fremde Heere Ost” <367. Gehlen era rimasto per molto tempo con i suoi collaboratori negli Stati Uniti, fino alla primavera-estate del ’46. Lewis rivela anche come riguardo agli elementi dell’organizzazione di spionaggio nazista non fosse mai stato redatto alcun rapporto di interrogatorio, poiché “tutto questo personale della Fremde Heere Ost, che era stato catturato dagli americani, non è mai stato interrogato” <368. Nonostante si trattasse dei vertici dello spionaggio nazista, dunque, la decisione di assumerli in blocco nell’intelligence Usa aveva fatto sì che addirittura non gli fosse stata posta alcuna domanda relativa alle loro conoscenze o alle operazioni che avevano portato avanti, procedura senza dubbio anomala. Lewis venne in seguito in contatto con uno dei dirigenti della Fremde Heeren Ost, di nome Oberst Baun, per accordarsi in merito alla costruzione di una sezione di intelligence Usa in Germania che avrebbe dovuto essere gestita direttamente dal comandante nazista, con tutti i suoi ex-collaboratori, il cui “obiettivo finale” doveva essere “l’Unione Sovietica” <369. A questo proposito Lewis racconta un dettaglio che lo aveva colpito: “Quando arrivai a Oberursel – la sede dell’SSU – scoprii che Baun non era trattato come un prigioniero normale, ma più come un ‘ospite’, e che non era suscettibile di interrogatorio”. L’operazione di assunzione di Gehlen e di tutta la sua rete di agenti nei ranghi dell’Oss, come emerge dai documenti, fu considerata un grande successo dagli agenti americani: “Alla metà di luglio 1945, eravamo riusciti a ricostituire lo staff e le persone chiave della rete del generale Gehlen, con tutti i suoi importanti documenti, ed eravamo molto coscienti della miniera d’oro che avevamo trovato. <370 Uno dei fattori che resero Gehlen e i nazisti della sua rete molto importanti per gli interessi strategici americani fu la loro esperienza e le loro conoscenze di intelligence maturate nella guerra contro l’Urss: tutto il lavoro di raccolta di informazioni e di penetrazione nel territorio, insieme alla conoscenza dei servizi segreti sovietici, e tutta la documentazione da loro raccolta, si rivelavano ora preziosi per gli Stati Uniti. Il generale Gehlen, dopo essere stato per quattro anni alle dipendenze dell’esercito statunitense, nel 1949 passò direttamente sotto il controllo della Cia, la quale aveva deciso di subentrare come “Gehlen’s main patron” <371.
    Anche il maggiore delle Ss Karl Hass, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine per aver partecipato attivamente al massacro, fu reclutato dagli agenti statunitensi immediatamente dopo la fine del conflitto. Nei giorni della Liberazione era stato arrestato dagli Alleati e tenuto sotto custodia americana: poco tempo dopo però anche a lui fu proposta la collaborazione, da un ufficiale del servizio di controspionaggio statunitense <372. Egli stesso – come è emerso dai lavori della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti – interrogato nel luglio del 1996 dai carabinieri del Ros ha confermato tale ricostruzione, affermando anche che in seguito alla collaborazione i servizi di informazione statunitensi gli consentirono, come era avvenuto per Dollmann, di cambiare identità, e di vivere poi indisturbato in Italia, evitando in questo modo che fosse catturato dalle forze dell’ordine che lo ricercavano <373.
    [NOTE]
    362 NARA, RG 263, Entry ZZ-18, Box 27, telegramma per il segretario di Stato datato 8 maggio 1947.
    363 NARA, RG 263, Entry ZZ-18, Box 27, telegramma segreto del direttore della sezione Special Operation del CIG, datato 22 ottobre 1947, per il capo della stazione dell’intelligence in Germania Heidelberg.
    364 NARA, RG 263, Entry ZZ-18, Box 27, telegramma per il capo della stazione CIG in Germania datato 6 maggio 1949: “Il soggetto – si legge nel telegramma – è stato fatto entrare di nascosto in Italia da Innsbruck passando per il passo del Brennero all’inizio del 1948, tramite un trasporto speciale effettuato in accordo con il soggetto dal maggiore Bell, USFA Liaison Officer ad Innsbruck”.
    365 Sottolineano a questo proposito gli autori del volume U.S. Intelligence and the Nazis: “L’utilizzo da parte americana dei criminali di guerra fu un errore grossolano sotto diversi aspetti. (…) Non c’era alcuna ragione irresistibile per iniziare il periodo del dopoguerra con l’assistenza di alcuni di coloro che erano associati ai peggiori crimini della guerra. La mancanza di sufficiente attenzione per la storia – e ad un livello personale, al carattere e alla moralità – stabilirono un cattivo precedente, specialmente per le nuove agenzie di intelligence. Ciò inoltre portò all’interno delle organizzazioni di intelligence uomini e donne incapaci a priori di distinguere tra le loro convinzioni politiche/ideologiche e la realtà. Come risultato, essi non riuscirono e non poterono produrre buona intelligence. Alla fine, poiché le loro nuove «convinzioni democratiche» erano quantomeno incerte ed il loro passato poteva essere utilizzato contro di loro, alcuni di essi avrebbero potuto essere ricattati dalle agenzie di intelligence comuniste. E dunque rappresentarono un potenziale problema per la sicurezza”. R. Breitman e N. J. Goda, U.S. Intelligence
    and the Nazis, cit., p. 7.
    366 Il gruppo di documenti declassificati della CIA relativi all’ingaggio di Gehlen si chiama Nazi War Crimes Disclosure Act. Alcuni di questi documenti sono stati pubblicati sul sito ufficiale dello U.S. National Archives and Records Administration
    367 NARA, RG 226, Entry 210, Box 349, Folder 1. Il documento, intitolato proprio Keystone Operation e datato 22 settembre 1946, fa parte di un’altra serie di documenti Cia, declassificati successivamente alla serie Nazi War Crimes Disclosure Act, su particolare richiesta dell’archivio nazionale: le entries 210-220.
    368 Ibidem, c. 1.
    369 Ibidem.
    370 Documento intitolato Report of Initial Contacts with General Gehlen’s Organization, compilato dall’agente John R. Boker e datato 1 maggio 1952. Il documento fa parte del report Forging an Intelligence Partnership: CIA and the Origins of the BND, 1945-1949. A Documentary History, stilato dal CIA History Staff, Center for the Study of Intelligence, European Division, Directorate of Operations nel 1999, declassificato nel 2002. Opening of CIA Records under Nazi War Crimes Disclosure Act, U.S. National Archives and Records Administration, pubblicato a cura del National Security Archive della George Washington University, alla pagina http://www.gwu.edu/~nsarchiv. Questo documento fa parte della serie Nazi War Crimes Disclosure Act.
    371 Ibidem. Contemporaneamente all’inserimento di Gehlen nelle fila dell’intelligence statunitense, venivano arruolati dall’Oss anche cinque stretti collaboratori di Adolf Eichmann, l’uomo che aveva concepito e portato avanti la politica di sterminio degli ebrei; Otto von Bolschwing, ufficiale della Gestapo che aveva pianificato in Austria l’espropriazione dei beni degli ebrei, fu aiutato a nascondersi dalla polizia austriaca, per poi farlo entrare negli States nel 1953, dove lo assunsero con contratto regolare; Theodor Saeveche, che aveva ricoperto la carica di alto ufficiale delle Ss a Milano durante la Repubblica di Salò, occupandosi tra le altre cose dell’annientamento dei partigiani, fu reclutato con il compito di effettuare attività di spionaggio nella Germania Ovest. Il caso del capitano Saeveche in particolare, è stato attentamente analizzato dalla Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle cause dell’occultamento dei crimini nazifascisti, che ha riscontrato come fosse stato assunto nei ranghi dell’intelligence Usa nonostante ai suoi stessi reclutatori fosse “noto che egli era ancora convinto della bontà dei principi del nazional-socialismo” (Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, XIV legislatura, doc. XXIII, n. 18-bis, relazione cit., p. 217). Nel corso degli interrogatori condotti dalle autorità alleate nelle settimane successive alla fine del conflitto Saeveche aveva confessato ad esempio la responsabilità nell’eccidio di partigiani di piazzale Loreto, e la responsabilità della fucilazione di massa di civili scelti a caso, in risposta all’uccisione di un tedesco avvenuta pochi giorni prima, effettuata a Corbetta nell’estate del ’44. In seguito all’avvenuto reclutamento, l’intelligence di fatto aveva impedito al tribunale italiano di giudicarlo per questi crimini. Cfr. Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, XIV legislatura, doc. XXIII, n. 18-bis, relazione cit., pp. 217-218.
    372 Cfr. i lavori della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, XIV legislatura, doc. XXIII, n. 18-bis, relazione cit., pp. 206-211.
    Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Anno accademico 2009-2010

    Ulteriori informazioni sembrano confermare un collegamento più che occasionale tra golpisti e istituzioni statunitensi. Per indicazioni dello stesso Borghese, egli avrebbe costituito il Fn su espressa indicazione di James Jesus Angleton, dirigente della Cia, da cui era stato incoraggiato a imprimere una svolta nella politica italiana che bloccasse la penetrazione comunista <891. Infine, Adriano Monti, implicato nel golpe e successivamente assolto, ha dichiarato di aver fatto parte della rete Gehlen, con il nome in codice Siegfried, nella quale servizi americani ed ex nazisti avrebbero seguito passo dopo passo i preparativi del golpe.
    891 A. Giannuli, Il noto servizio, cit. p. 146.
    Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020

    E molti degli agenti nazisti che avevano operato in Italia furono poi riciclati dai servizi statunitensi nella costituzione di un servizio attivo in funzione anticomunista, la Rete Gehlen, che prese il nome dall’ex capo del controspionaggio nazista nell’Est Europa, il generale Reinhard Gehlen, arruolato proprio da Dulles.
    Claudia Cernigoi, Alla ricerca di Nemo. Una spy- story non solo italiana su La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo, supplemento al n. 303, Trieste, 2013

    #1947 #agenti #America #anticomunismo #ClaudiaCernigoi #criminali #Dollmann #Germania #guerra #JamesJesusAngleton #KarlHass #LetiziaMarini #nazisti #OSS #Ovest #ReinhardGehlen #segreti #servizi #SiriaGuerrieri #spionaggio

  26. 2025: Yakarta se acerca

    Una bomba molotov es lanzada durante las protestas masivas en Surabaya

    Hace 60 años lo que sería el modelo de golpe de Estado anticomunista orquestado por la CIA sacudía Indonesia. Las fuerzas que pondrían al dictador Suharto en el poder asesinarían y torturarían hasta un millón de personas.

    Nuestro mundo es el mundo de la contrarrevolución triunfante. Es el mundo donde generaciones de jóvenes fueron torturadas y «desaparecidas» (terrible eufemismo) por las dictaduras en Argentina, Uruguay, Brasil, España y un largo etcétera que siguió al sangriento golpe de 1965 en Indonesia. Es el mundo de la «guerra sucia» contra las guerrillas en los 70, es el mundo donde la voz de los medios masivos ahoga los gritos de protesta.

    Pero, con todo eso, su crueldad nunca ha logrado ahogar la semilla de la insurrección.

    Antes del golpe de 1973 contra Allende, aparecieron pintas en las calles de Santiago que hacían referencia a Yakarta. «Yakarta se acerca», «Viene Yakarta». Era la amenaza de los gorilas, igualmente entrenados por la CIA. La sangrienta represión en Indonesia se había vuelto el modelo del golpe anticomunista.

    El «anticomunismo», lejos de enredarse con las ideas de Marx o Lenin, se basa en la mentira de que las luchas sociales se dan por «un puñado de agitadores» que «envenenan las mentes de las masas», y no como es en realidad, las luchas sociales estallan por las injusticias que sufre la gente. Así, tanto en Indonesia como en Chile, como en decenas de países más, al descontento social se respondía con la persecución de socialistas, comunistas, anarquistas, sindicalistas e incluso derechohumanistas bien intencionados y religiosos que sentían piedad de las víctimas de la represión.

    El anticomunismo se volvió el credo de todos los medios masivos, como anotan Chomsky y Herman.

    Y aún así, lo que hace que se levante la bandera roja de la insurrección es, una y otra vez, el insaciable apetito del capitalismo que busca exprimir hasta la última gota de vida, no los agitadores comunistas.

    Hoy Indonesia se viste de protestas, bombas molotov y pancartas anticapitalistas. El terror de los ríos de sangre de 1965, décadas de proscribir al comunismo y de acallar cualquier rebeldía, el exterminio físico y la persecución de cualquier militancia, no lograron acabar con el impulso de protestar ante la opresión.

    No pueden destruir con su crueldad e injusticia las luchas que se levantan, precisamente, contra su crueldad e injusticia. Y lo más que pueden lograr, con sus cárceles clandestinas y sus métodos de tortura aprendidos de instructores gringos o israelíes, es que con cada generación se haga más amarga nuestra rabia, más roja nuestra rebeldía, más negra nuestra convicción.

    Sí, «Yakarta se acerca», pero lo que no sabían los militares golpistas de hace cinco décadas, es que es nuestra Yakarta la que se acerca.

    Omnia sunt communia.

    #Anticomunismo #Chile #comunismo #Indonesia #Marx #Marxismo

  27. Per quanto riguarda invece Guignot, il collaborazionista francese condannato a morte, la sua attività per l’ODEUM Roma si sarebbe configurata in maniera del tutto diversa da quella di von Fransecky. Tra il ’48 e il ’49 Guignot sarebbe diventato il membro del gruppo più vicino a Johannes dal punto di vista professionale, producendo una grande quantità di report riguardanti i più svariati argomenti e mettendosi continuamente a disposizione. Tuttavia è lecito interrogarsi sulle ragioni che avevano portato Guignot a collaborare con l’ODEUM Roma. Sulla base delle informazioni fornite dai documenti sul conto del latitante fascista francese è possibile ipotizzare che egli fosse principalmente interessato non tanto a prendere piede nel mondo dell’intelligence del dopoguerra sulla base di aspirazioni professionali, quanto piuttosto a garantirsi un’entrata regolare per motivi di sopravvivenza. Trovandosi a Roma subito dopo la fine della guerra a causa di una condanna a morte in patria, Guignot non doveva solo assicurarsi un modo per finanziare la propria esistenza in clandestinità, ma anche per sostenere il peso di ingenti spese mediche per le cure della moglie, affetta da una malattia grave non meglio specificata: tali spese sembrano aver assorbito maggior parte dello stipendio del criminale di guerra francese, riducendo così la coppia in una situazione economica «catastrofica» <287. Questa necessità di denaro, senza dubbio alla base dell’attività di Guignot nel campo dell’intelligence postbellica, lo avrebbe portato dapprima a prendere contatti con alcuni gruppi neofascisti italiani, dai quali avrebbe ricevuto l’incarico «di costruire una rete d’intelligence a tutti gli effetti», un progetto poi finito in un nulla di fatto per mancanza di fondi <288. Quando successivamente incontrò Johannes nel ’48, è probabile che Guignot avesse da subito intravisto la concreta possibilità di inserirsi finalmente in un contesto di lavoro più o meno stabile. E, come si è visto, sarebbe riuscito a guadagnare gradualmente la fiducia dell’ex fisico nucleare grazie alla propria ambizione e alla sua determinazione.
    I primi due report di Guignot, redatti per l’ODEUM Roma nel febbraio del ’48, lasciano intravedere alcune delle principali attività svolte dal francese per l’Organisation Gehlen, riguardanti perlopiù gli ambienti vaticani ed ecclesiastici in generale. Così nel primo report, intitolato Renseignements sur les frères Omez, Guignot fornisce al suo futuro capo informazioni sul conto di tre frati dell’ordine dei Dominicani, attivi tra Italia, Francia e Spagna e descritti come «sospetti» <289. Il secondo report, invece, sembra concentrarsi su un’analisi del panorama ecclesiastico francese in vista della nomina del nuovo arcivescovo di Rouen <290. Qualche mese più tardi, nell’aprile del ’48, Guignot avrebbe raccolto informazioni sull’ordine dei Gesuiti dietro richiesta di Johannes, servendosi, a quanto pare, anche di conoscenze nella segreteria di Stato del Vaticano <291. Col passare del tempo e con il consolidarsi del rapporto di fiducia reciproco, il capo dell’ODEUM Roma avrebbe aperto a Guignot anche le porte di Via Condotti, assegnandogli compiti come la sorveglianza della figlia di Malfatti, sospettata, come già accennato, di attività spionistica per i servizi segreti comunisti <292. Inoltre, sullo sfondo degli accordi presi tra il governo militare francese in Germania e l’Ordine – la prima “sconfitta” di Johannes a via Condotti, di cui si è parlato prima – Guignot si sarebbe anche occupato della raccolta di notizie sul conto del generale de Marguerittes, artefice di tali accordi e da lui descritto come «militare mediocre», ma capace di tutto per difendere i propri interessi <293.
    Tuttavia, l’attività più degna di nota del collaboratore francese non avrebbe riguardato le cerchia ecclesiastiche, quanto piuttosto quelli legati alla sua patria. Nel ’49, poco dopo lo “scandalo SMOM” e la partenza di Johannes da Roma, sembra infatti che Guignot fosse stato impegnato nella costituzione di un collegamento fra l’Organisation Gehlen e un servizio segreto francese, probabilmente il SDECE (Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage), l’organo d’intelligence per l’estero francese, nato nel ’45 <294. Dai documenti emerge chiaramente come Guignot sia stato tra gli artefici di questo avvicinamento tedesco-francese, che, nell’agosto del ’49, avrebbe portato ad un incontro tra Reinhard Gehlen, accompagnato da Johannes, e un membro del suddetto servizio segreto della Repubblica francese <295.
    In un documento intitolato “Reisebericht” (“Resoconto di viaggio”) Johannes affermava infatti che Guignot «e i suoi amici desiderano un contatto più frequente» con Pullach, in quanto la parte francese sarebbe estremamente interessata «a tutto quello che riguardava i comunisti in tutti i paesi, ma soprattutto in Germania» e considererebbe l’Organisation Gehlen quale «fonte più adatta con le migliori possibilità, anche dal punto di vista geografico, per fornire simili informazioni »296. In cambio, secondo quanto riferito da Guignot a Johannes, il servizio segreto francese avrebbe assicurato il proprio sostegno all’Organisation Gehlen in vista della costituzione degli organi d’intelligence della neonata Repubblica Federale Tedesca: gli “amici di Guignot” avrebbero avuto molto a cuore «che 34 [Reinhard Gehlen] venisse nominato capo dell’intelligence federale» <297. Inoltre essi, affermava Johannes, sarebbero stati persino disposti a «mettere fuori gioco» eventuali antagonisti dell’Organisation Gehlen, «se 34 lo desiderava» <298. In tal senso, le suddette attività di Guignot rientravano nel più vasto ambito della nascente cooperazione spionistica tedesco-francese postbellica che si stava pian piano costituendo tra il ’47 e il ’50, anno in cui Reinhard Gehlen avrebbe poi incontrato per la prima volta Henri Ribière, direttore generale del SDECE <299.
    Anche se, dunque, l’attività di Guignot non avrebbe riguardato solo la sfera italiana o “interna”, ma anche quella estera, è degno di nota, in particolar modo, lo sforzo da lui fatto per contrastare il PCI nel 1949. Da un documento dell’ottobre di quell’anno emerge infatti come egli sia riuscito a trovare un informatore disposto – dietro un pagamento di 15.000 lire – a riprodurre e poi consegnargli un numero significativo di documenti conservati presso la sede centrale del PCI e riguardanti le corrispondenze del partito con Mosca <300. A causa di una sostanziale mancanza di fonti, tuttavia, non è al momento possibile ricostruire se o meno tale operazione proposta da Guignot avesse avuto seguito.
    Dalle suddette attività della spia francese emerge con chiarezza come Johannes si sia servito di un uomo in grado di “compensare”, in apparenza, quegli aspetti che invece mancavano nel curriculum dello stesso capo dell’ODEUM Roma: Guignot appariva quale uomo d’intelligence con notevole esperienza, ben collegato e abile nel muoversi nella Roma “capitale di spie” dell’epoca. Tuttavia a tal riguardo, come emerge da un report del BND risalente al ’69 – quindi all’anno del pensionamento di Johannes – c’è chi all’interno dello stesso servizio segreto federale non la pensava affatto così. Guignot, afferma lo scrivente, «è senza dubbio da definire come poco professionale dal punto di vista dell’attività d’intelligence», oltre ad essere «un uomo che, senza prestazione adeguata, ha goduto immeritatamente per anni una vita comoda», grazie al supporto di Johannes <301. Definendo Guignot come «probabile imbroglione» e «scroccone», è facile dedurre che chi aveva redatto il documento fosse convinto che il collaborazionista francese, più che rappresentare una valida e importante componente del gruppo d’intelligence romano, avesse invece sfruttato la mancante esperienza sul campo di Johannes a proprio favore, fornendogli notizie poco importanti e, a volte, addirittura false <302. Mentre più avanti si tornerà sul report in questione, esaminandolo più a fondo soprattutto in vista del giudizio generale circa il lavoro dell’ODEUM Roma, basta qui dire che Guignot rappresentò senz’altro la componente più sfuggente del gruppo romano, ma al tempo stesso quella più eminente. Egli, come emerge dalle carte esaminate, sembra aver svolto per anni un ruolo centrale nell’attività d’intelligence dell’Organisation Gehlen a Roma, spaziando dall’ambiente vaticano fino ai ministeri italiani e al PCI. E, come dimostra il report appena citato, valutare in retrospettiva l’attività di Guignot risulta un’impresa difficile, soprattutto in vista dell’eterogeneità delle fonti e dei giudizi contrastanti espressi in esse.
    [NOTE]
    287 Italien-Allgemeines, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, senza data, BND-Archiv, 220815, doc. 408.
    288 Bericht N°10, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 13 febbraio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 121; Reisebericht Italien, 3031 [Otto Wagner], BND-Archiv, 220814_OT, doc. 138.
    289 Renseignements sur les frères Omez, Guignot, senza data, allegato a Bericht N°10, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 13 febbraio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 119.
    290 Très important, Succession du Cardinal Petit de Julleville, Archevèque du Rouen, Guignot, senza data, allegato a Bericht N°10, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 13 febbraio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 120.
    291 Bericht N° 13, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 3 aprile 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 106.
    292 Bericht N°19, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 4 luglio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 079. Sarebbe stato sempre Guignot ad occuparsi della raccolta di prove sul tali presunte “attività illecite” e a consegnarle poi alle autorità, con lo scopo di far allontanare Malfatti dal SMOM, cfr. Italien-Allgemeines, senza data, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 00305.
    293 Report, Jean Henry Guignot de Salbert, 23 settembre 1948, allegato a Bericht N° 22, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, BND-Archiv, 220815, doc. 062.
    294 È chiaro che si trattava di un servizio segreto ufficiale e statale, e non di una rete “ufficiosa” o di carattere “privato”, in quanto veniva proposto il consolato francese come canale di comunicazione fra le due parti. Ciò, insieme all’attività estera e l’interesse nei confronti delle vicende internazionali, giustificano l’ipotesi che si tratti del SDECE. Cfr. anche E. Schmidt-Eenboom, C. Franceschini, T. Wegener Friis, Spionage unter Freunden, cit., pp. 68-69. Inoltre, come ha dimostrato Wolfgang Krieger, inoltre, un’effettiva collaborazione tra l’Organisation Gehlen e il SDECE si stabilì proprio nel triennio ’47-’50. W. Krieger, Partnerdienste, cit., pp. 254-259; Reisebericht von S-1933, 24 agosto 1949, BND-Archiv, 220815, doc. 084.
    295 Che Johannes abbia accompagnato il fratello durante tale viaggio è provato dal seguente documento, cfr. Auszug aus: Eindrücke einer Reise in Oberitalien und der Schweiz im August 1949, S-1933, senza data, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 000311.
    296 Ibidem.
    297 Ibidem.
    298 Ibidem.
    299 W. Krieger, Partnerdienste, cit., p. 259. Per un‘analisi approfondita dei rapporti spionistici tra l’Organisation Gehlen e i servizi segreti francesi a partire dal ’47 cfr. Ivi, pp. 249-322.
    300 Italien-Allgemeines, senza data, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 302.
    301 Aus Akte Roma bei 106/II, senza data, BND-Archiv, 220816, doc. 607.
    302 Ibidem.
    Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

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  28. Da queste informazioni è pacifico ritenere che la rete americana, o almeno alcuni suoi esponenti, fosse a conoscenza delle attività eversive di On prima ancora che le stragi avessero luogo, grazie all’attività informativa di uomini come Digilio. Le informazioni concernenti gli esplosivi destinati a Piazza Fontana e a Piazza della Loggia, nonché quelle riguardanti l’incontro di Colognola. Nel caso dell’esplosivo utilizzato presso la Banca dell’agricoltura, come si è visto Digilio ha più volte testimoniato di aver visionato a Mestre delle cassette militari contenenti esplosivo con delle scritte in inglese. In un’altra sede Digilio ha raccontato di essere stato inviato, tramite il prof. Lino Franco, un membro della struttura americana, a controllare l’arsenale di armi ed esplosivi che Ventura e Zorzi detenevano presso un casolare in provincia di Treviso, che a detta di Ventura sarebbe stato utilizzato per compiere un attentato ad un’alta personalità dello stato <1023. Nel caso dell’esplosivo utilizzato a Brescia, invece, egli ha affermato di aver appreso che sarebbe stato Soffiati, uomo dei Servizi americani, a trasportarlo all’interno di una valigetta. In entrambi i casi, quindi, l’esplosivo impiegato sarebbe stato di provenienza americana. Nell’incontro di Colognola, invece, Maggi aveva avvisato tutti di stare attenti perché presto ci sarebbe stato un attentato a scopo terroristico. Inoltre, in un incontro successivo al 28 maggio, Maggi aveva anticipato che alla strage di Piazza della Loggia avrebbero fatto seguito nuovi e più gravi attentati, che non dovevano essere sconosciuti agli Servizi americani in quanto Maggi era un loro informatore.
    Le rivelazioni che riguardano la notizia per cui Minetto si sia recato sul luogo della strage di Piazza della Loggia per verificare quali fossero state le reazioni e i commenti seguiti all’attentato, in modo da farne una relazione alla Cia.
    Anche in relazione alle numerose riunioni organizzate in Veneto gli atti processuali confermano sostanzialmente il quadro fornito da Digilio. La presenza di ufficiali italiani e americani alle riunioni della destra eversiva, al termine delle quali venivano distribuite armi provenienti dai sequestri dei Carabinieri di Padova sottolinea, ancora una volta, il comune interesse a bloccare ad ogni costo l’avanza comunista. La questione delle armi si collega direttamente a quella delle esercitazioni ad opera dei Servizi segreti americani per elementi italiani. Non è possibile affermare con certezza che l’organizzazione delle esercitazioni e la distribuzione delle armi fossero finalizzate alla realizzazione degli attentati, ma bisogna comunque considerare che i neofascisti italiani presenti erano ben conosciuti alla rete informativa statunitense, di cui erano peraltro informatori, e sappiamo che si trattava comunque di persone spregiudicate e senza scrupoli.
    Bisogna poi considerare un altro elemento, costituito dalla relazione esistente tra la nascita delle centrali neofasciste in Veneto, e la presenza di basi statunitensi nella medesima regione. Si tratta più di una semplice coincidenza. Per indicazioni dello stesso Borghese, egli aveva costituito il Fronte nazionale su indicazione di James Jesus Angleton, dirigente della Cia, da cui era stato incoraggiato a imprimere una svolta nella politica italiana che bloccasse la penetrazione comunista <1024. Anche dietro la costituzione di On, nato nel 1966, appare esserci l’ombra dei Servizi segreti americani. Ciò comprova la priorità dell’impegno militare per il contenimento dell’espansione comunista.
    Sembra infine accreditata l’ipotesi per cui, nonostante la Casa Bianca rimase sempre sostanzialmente contraria ai disegni di colpo di Stato e in generale ostile ad ogni possibilità di destabilizzazione, in quanto le possibilità di successo di tali progetti erano ritenuto scarse e un eventuale fallimento non avrebbe fatto altro che il gioco del Pci, le sedi diplomatiche e la Presidenza, o almeno certe parti di essa, non potessero non sapere. A supporto di questa teoria esistono diverse evidenze. Basti pensare ai finanziamenti fortemente voluti da Martin per stabilizzare la situazione italiana. Nelle intenzioni dell’ambasciatore i finanziamenti americani, che doveva allora avere un “catalytic effect”, dovevano cioè essere in grado di rivitalizzare le energie dei sostenitori della lotta al comunismo, finirono in buona parte nelle mani di personaggi direttamente coinvolti nelle stragi. Basti pensare agli 800.000 milioni consegnati a Vito Miceli, le cui connessioni con il terrorismo italiano erano ben note all’Ambasciata <1025.
    In conclusione, dunque, non è possibile stabilire in che misura gli uomini di destra abbiano agito autonomamente o siano stati spinti dalla rete informativa americana, né si può stabilire a quali livelli e in quale catena di comando possano essere state assunte le decisioni di porre le bombe, ma da quanto affermato emerge che il ruolo americano oltrepassa di molto la semplice attività informativa e il “controllo senza repressione” che si è ipotizzato per gli organi della diplomazia, fino a configurarsi come la sostanziale condivisione di una strategia. Tutti gli eventi principali che hanno caratterizzato la stagione delle stragi in Italia presentano infatti non soltanto un elemento di controllo da parte della struttura di intelligence americana, ma arrivano sino a prevedere un’attività di aperto sostegno e di favoreggiamento delle scelte di On, e in certi casi anche una consulenza e un supporto tecnico delle attività in oggetto, che comunque nelle intenzioni statunitensi dovevano avere un effetto dimostrativo senza provocare vittime <1026. La strategia della tensione va quindi inserita in un quadro di responsabilità più ampio e articolato di quello strettamente nazionale. Il contesto descritto testimonia l’interesse dei servizi segreti americani a non fermare certi fenomeni eversivi che contribuivano a mantenere il nostro Paese in un determinato status quo politico. A questo proposito è sterile una qualunque contrapposizione fra “pista straniera” e “pista interna”. “Qualsiasi intervento straniero – data la portata e la durata temporale delle operazioni legate alla strategia della tensione, non avrebbe potuto realizzarsi senza il supporto compiacente di ampi settori istituzionali italiani. […] E, dunque, non vi è ragione di ritenere che le due piste non si completino a vicenda” <1027. La documentazione disponibile è ancora troppo scarsa e frammentaria per esprimere pareri definitivi sulla natura dei rapporti tra servizi segreti americani e attori nazionali. Tuttavia, i risultati del presente lavoro ci inducono ad adottare un punto di vista intermedio tra un atteggiamento che sopravvaluta la capacità degli Usa di influenzare il terrorismo italiano, quindi una regia unica statunitense, con il risultato di appiattire lo spessore delle vicende italiane, e uno che sopravvaluti al contrario l’autonomia delle organizzazioni nazionali. Non bisogna infatti dimenticare che, ad impedire lo scontro armato in Italia, contribuirono in primo luogo soprattutto le forze della democrazia: da un lato il Pci, che “ha potuto continuare a svolgere normalmente la propria attività politica, senza sostanziali compressioni della sua libertà”. Dall’altro la Dc, cui va riconosciuto il merito storico “di essere stata capace di resistere alle spinte antidemocratiche che venivano sia dal suo elettorato che dall’esterno […] I due partiti avevano ciascuno al proprio interno spinte antidemocratiche, ma hanno saputo assorbirle, sia pure a prezzo di logoranti scontri politici interni”. Si tratta di due storie speculari, che interagiscono tra loro, segnano la specificità della situazione italiana e cercano comunque di assecondare le rispettive evoluzioni democratiche, “nella consapevolezza che la complementarietà di queste due evoluzioni era essenziale al mantenimento della democrazia”. Un episodio è significativo di questa tendenza: “Taviani ci ha raccontato che l’ambasciatrice americana a Roma, [Claire Boothe Luce] con cui Randolfo Pacciardi aveva un rapporto di amicizia molto stretto, premeva su Mario Scelba, allora ministro degli Interni ed esponente dell’ala dura della Dc, per indurlo a usare il pugno di ferro nei confronti del Pci. E Scelba, secondo Taviani, rispose: “Noi siamo una democrazia, non un paese sudamericano. Certe cose le potete chiedere a loro, non a noi” <1028. La tradizione antifascista molto radicata nel paese ha sconfitto i suoi stessi nemici: i numerosi errori e le manchevolezze da parte della democrazia, furono compensati da scelte e decisioni che portarono alla sconfitta del fenomeno terroristico. Inoltre, malgrado la lunghezza delle vicende giudiziarie, e al di là dell’esito del giudizio, a quarant’anni di distanza i responsabili sono stati tutti rintracciati e processati, e il ruolo degli apparati di sicurezza atlantici e in linea generale delineato <1029.
    [NOTE]
    1023 Interrogatorio di Carlo Digilio di fronte al G.I. Guido Salvini, 19 febbraio 1994, in Atti BS/fasc. U-a-2, pp. 37-41; e interrogatorio del 5 marzo 1994, in Ibid. pp. 42-45.
    1024 A. Giannuli, Il noto servizio, cit. p. 146.
    1025 L. Guarna, L’Italia degli anni Settanta vista da Washington, cit. p. 168.
    1026 Diverse fonti confermano questo elemento di “perdita del controllo” da parte degli ambienti statunitensi e del conseguente senso di smarrimento da parte dei neofascisti italiani. In più occasioni, Soffiati avrebbe affermato “dove ci stanno portando gli americani”. ln effetti la destra temeva che l’opinione pubblica, impressionata da fatti di grande gravità come le stragi, le si rivolgesse negativamente. Non è tuttavia possibile valutare pienamente la veridicità di questa tendenza. Interrogatorio di Carlo Digilio di fronte al G.I. Roberto di Martino, 20 gennaio 1997, in Atti BS/fasc. D-c-2, pp. 209-211.
    1027 Relazione di Perizia del dott. A. Giannuli, 21 marzo 1997, cit. p. 284.
    1028 G. Fasanella, C. Sestieri, G. Pellegrino, Segreto di stato, cit. p. 19.
    1029 V. Satta, I nemici della repubblica. Storia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 2016.
    Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020

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  29. Giannettini, la cui figura emerse durante le indagini relative alla strage di piazza Fontana, raccontò di aver conosciuto Guillou a Lisbona nel 1964 grazie alla mediazione del capitano dell’Organisation de l’Armée Secrète Jean-René Souetre, provando una volta di più i legami intercorsi tra i terroristi francesi e l’estrema destra italiana.
    La vicenda dell’Aginter Presse terminò nel 1974, quando la «Rivoluzione dei garofani» dell’aprile mise fine al regime di Marcelo Caetano, costringendo i suoi dirigenti e i loro sottoposti e simpatizzanti a rifugiarsi nella più accogliente Spagna. Nel maggio, un gruppo di militanti favorevoli al nuovo governo portoghese, in seguito alla delazione di un ufficiale della PIDE, fece un’irruzione nei locali della sedicente agenzia, in Rua das Praças, trovando una vera e propria miniera di documenti. All’interno dei locali, venne inoltre scoperta una vera e propria fabbrica di atti contraffatti, insieme a una collezione di timbri e visti relativi alle frontiere di tutta Europa. Dall’esame della documentazione ritrovata, la Commissione di smantellamento della PIDE rivelava che “[…] l’AGINTER PRESS era stata, sino all’aprile 1974, un centro di eversione internazionale, finanziato non solo dal Governo portoghese ma anche da altri Governi europei, dietro cui si celava: – Un centro spionistico legato ai servizi segreti portoghesi e ad altri servizi segreti occidentali quali la C.I.A. e la rete tedesco-occidentale GEHLEN; – Un centro di reclutamento e di addestramento di mercenari e terroristi specializzati in attentati e sabotaggi soprattutto nei Paesi del Terzo Mondo; – Un’organizzazione fascista internazionale denominata «ORDRE ET TRADITION» e il suo braccio militare O.A.C.I. (ORGANISATION D’ACTION CONTRE LE COMMUNISME INTERNATIONAL)” <582.
    Qualche mese dopo l’inquietante scoperta, un anonimo dissidente politico portoghese telefonò alla redazione de L’Europeo, a Milano, chiedendo del giornalista Corrado Incerti – conosciuto proprio in occasione della caduta del regime di Caetano – al quale riferì: “Vada al Barrio da Lapa, al numero 13 di Rua das Praças. I militari hanno appena sequestrato una valanga di documenti di un’agenzia terroristica chiamata Aginter Presse e li hanno nascosti nel palazzo della Pide. Non troverà niente, ma sono certo che questa notizia interesserà molto all’Italia” <583.
    Insieme al collega Sandro Ottolenghi e al fotografo Piero Raffaelli, Incerti si diresse a Lisbona per visionare i documenti sequestrati. Riuscirono a leggerne solo una piccola parte, poiché furono presto allontanati con una scusa e gli fu impedito di vederne altri ma fu grazie a Raffaelli se, oggi, ci resta una prova fotografica di alcuni di essi. Nel novembre 1974 Incerti e Ottolenghi pubblicarono la loro inchiesta su L’Europeo, in un articolo intitolato “Giornalisti italiani al servizio dell’agenzia terroristica”, nel quale furono inoltre riprodotti alcuni brani del documento “Notre action politique”. “In sostanza, come risulta dalla fitta corrispondenza tra Leo Negrelli (un giornalista italiano residente a Madrid deceduto qualche mese fa, redattore della Voce dell’Occidente) e Guérin-Serac (direttore dell’Aginter Presse), l’agenzia portoghese operava «parallelamente e contemporaneamente» in due campi: informazione – propaganda (e si chiamava Aginter Presse) e azioni eversive pratiche (e allora prendeva il nome di OACI, «Organisatione Armée contre le Comunisme International»; dov’è evidente l’influenza dell’OAS e dove sono ben chiari gli scopi). Guérin-Serac definisce sempre l’OACI come «organizzazione».
    In queste strutture operavano gli agenti veri e propri a tempo pieno (classificati in codice «S1» se speciali e «I1» se ufficiali) e i collaboratori diretti di ogni paese (classificati come «H1»). Gli «H1» italiani erano una trentina, e di essi molti erano giornalisti” <584.
    Si diceva, per esempio, di Guido Giannettini: «Da prendersi con le pinze», «legato a Pino Rauti di Ordine Nuovo»; «ha preso contatto con la Legione Portoghese nel 1962-1963: in seguito a ciò ha inviato un rapporto a Gomes Lopes, funzionario del servizio Sicurezza della Legione». Su Giano Accame, invece, si segnalava un primo contatto il 17 dicembre 1966, mentre era definito «giornalista al Borghese, responsabile del movimento Nuova Repubblica e redattore capo della rivista omonima». Suoi intermediari sarebbero stati il terrorista dell’OAS “Jean Brune e Umberto Mazzotti; non è il tipo italiano classico, forte personalità, grande intelligenza politica; di origine fascista e sposato con la figlia di un gerarca fascista; forte tendenza nazionalsocialista: non manifesta i suoi sentimenti, anzi fa il contrario; Accame vuol possedere un movimento politico ristretto che sia indipendente e che prepari l’elaborazione di una nuova forma politica in Italia; pensa di poter essere interlocutore valido o perlomeno intermediario fra il regime e l’esercito se questo entra in crisi contro il primo; possiede numerosi contatti internazionali, soprattutto tedeschi; gioca la carta Strauss con cui è in rapporti epistolari; è corrispondente a Roma della «rete» di origine tedesca, cinghia di trasmissione dell’organizzazione Gehelen; mi ha fornito [all’agente dell’organizzazione autore del rapporto, NdA] numerosi contatti in Germania e altrove” <585.
    L’articolo proseguì aggiungendo: “Altri giornalisti italiani schedati come «H 1» e dei quali, negli archivi, giace una fitta corrispondenza con Lisbona sono: Giorgio Torchia […], Pino Rauti, Armando Mortilla […], Ezio Ciccarella, Umberto Mazzotti, Michele Rallo del Secolo d’Italia. In una sua relazione del 25 novembre 1966, inoltre l’agente Joel parla di Piero Buscaroli del Borghese. Dice: «Costui è un amico di sempre. È un giornalista di cui mi aveva parlato Mazzotti e che ha importanti contatti nel Sud-Est asiatico e nell’Estremo Oriente. Mantiene rapporti amichevoli con il generale Ky. In più Buscaroli è in legame diretto con l’equipe dirigente dei conservatori americani»” <586.
    L’articolo, come si può ben comprendere e alla luce della scomparsa dei documenti dell’Aginter Presse, fu una vera e propria miniera di informazioni sui rapporti tra il gruppo facente capo a Yves Guillou e l’estrema destra italiana, in un momento in cui, nella penisola, emergeva con sempre maggiore evidenza l’esistenza di una pista ordinovista dietro le stragi di Milano e Brescia.
    Una certa attenzione all’Aginter Presse in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta fu data, nel dicembre 1974, dal giudice Giovanni Tamburino, nell’ambito dell’inchiesta sulla «Rosa dei Venti». Emilio Santillo, all’epoca responsabile della Direzione generale di pubblica sicurezza – Servizio informazioni generali e sicurezza interna (Dgps-Sigsi), accluse l’inchiesta di Incerti alle indagini condotte in merito evitando, però, di segnalare il nome di Mortilla, seppure presente tra i documenti rinvenuti nella sede dell’Aginter. Solamente in seguito al trasferimento del sedicente giornalista in Spagna il suo nome fu rivelato, ancora una volta, da Umberto Federico D’Amato, il quale aspettò, tuttavia, che non ci fossero altre scappatoie: era infatti facilmente intuibile dai documenti rinvenuti che il contatto romano di Guillou fosse Mortilla. È qui interessante notare come D’Amato, comunque, decise di evitare di rivelare che Mortilla fosse la fonte «Aristo», probabilmente, come suggerito da Aldo Giannuli, per nascondere la sua reale mansione – più o meno prevista – di «agente provocatore» <587.
    Con la dovuta eccezione dell’indagine di Tamburino, l’eco dell’articolo di Incerti, però, fu piuttosto modesta, e la sua importanza fu riconosciuta solamente negli anni Novanta, con la già citata «Sentenza-ordinanza» del magistrato Guido Salvini.
    [NOTE]
    582 Giudice istruttore di Milano, dottor Salvini, rg. 2/92 F, sentenza ordinanza del 3 febbraio 1998 contro Rognoni Giancarlo + 32, cit., p. 368.
    583 A. SCERESINI, Internazionale nera, cit., p. 13.
    584 C. INCERTI, S. OTTOLENGHI, P. RAFFAELLI, Giornalisti italiani al servizio dell’agenzia terroristica, «L’Europeo», 28.11.1974 (l’articolo è consultabile online all’indirizzo: http://www.ecn.org/ponte/doss12/novita/agint2.html).
    585 Ibidem.
    586 Ibidem.
    587 A. GIANNULI, E. ROSATI, Storia di Ordine Nuovo, cit., p. 72.
    Veronica Bortolussi, I rapporti tra l’estrema destra italiana e l’Organisation de l’Armée Secrète francese, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2016-2017

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  30. Donatella Della Porta ed Herbert Reiter hanno inserito la tradizione di ordine pubblico e la riorganizzazione della polizia in Italia, dopo il fascismo, in quella corrente che gli studi hanno definito della ‘King’s Police’, la ‘Polizia del Re’: uno o più apparati polizieschi che hanno come compito principale la protezione non della Costituzione, ma del governo e dello Stato, attraverso l’adozione principale di strategie preventive e repressive. La ‘polizia del Re’ è posta in contrapposizione all’altra tradizione, di matrice nord europea, della ‘polizia di comunità’, il cui ruolo principale, al contrario, è la protezione dei cittadini e la priorità della legge fondamentale anche sull’azione di governo e apparati statali. <596 Sebbene questa separazione sia, dal nostro punto di vista, troppo netta, possiamo comunque dirci d’accordo sul fatto che le forze dell’ordine italiane rientrano appieno in un modello organizzativo e giuridico più integrato alle necessità politiche del governo e meno (o per niente) alla società civile.
    Sono tre gli elementi che interagiscono sulle modalità di organizzazione e azione delle forze dell’ordine: quadro normativo, princìpi organizzativi e cultura professionale; queste variabili sono imposte dall’esterno, dalla classe dirigente basandosi sulla propria cultura, ma dopo una prima fase di assestamento diventano parte integrante della cultura di polizia, che si alimenta e sviluppa da sé.
    Da questo punto di vista, partendo dagli elementi di cultura politica che diventa egemone nel secondo dopoguerra, il rapporto principale delle forze dell’ordine con la popolazione è sul terreno del conflitto sociale. Utilizziamo i tre parametri sopra indicati per sviluppare la nostra descrizione della polizia come principale ‘strumento del Re’ nel dopo-Liberazione e all’inizio della Repubblica. La necessità principale cui devono far fronte i primi governi unitari dopo la guerra è precisamente il ristabilimento del controllo, territoriale e politico, da parte dello Stato; contro questo obiettivo si poneva la situazione oggettiva di un apparato poliziesco e militare debole, screditato, disorganizzato, in crisi materiale (mezzi, uomini, risorse). Di fronte a Giuseppe Romita, il più volte citato ministro dell’Interno, che per primo deve affrontare seriamente queste difficoltà oggettive, si presentano allora due altre variabili e una scelta dettata dall’emergenza: quali strumenti legislativi e quali uomini sono a disposizione, non potendo e non volendo ripartire da zero.
    “Nell’immediato dopoguerra la complessa operazione per la ricostituzione e riorganizzazione delle forze dell’ordine era stata imposta e condotta a notevoli risultati dal già ricordato socialista Giuseppe Romita […]. Questi aveva avviato a ricomporsi in un corpo organico un personale di agenti e funzionari disperso ed avvilito, variamente dislocato sul territorio nazionale in precarie e pressoché casuali formazioni, sul quale aveva agito, spesso con effetti sconvolgenti sulla mentalità e sul codice dei valori professionali, il dramma della sconfitta militare del Paese, della disgregazione dello Stato, della contrapposizione tra il regno del Sud e la repubblica di Salò e del conflitto armato tra fascisti e antifascisti. […] In una situazione di estrema precarietà dell’ordine pubblico quale quella del ’46, il ministro Romita aveva ritenuto di dovere fare prevalere, su un antifascismo di principio, l’esigenza di una rapida utilizzazione di tutte le competenze professionali immediatamente disponibili, dal personale di carriera già in servizio durante il ventennio, a quello ausiliario la cui assunzione era stata disposta di recente […]”. <597
    Il quadro giuridico esistente e utilizzabile era il TULPS e il c.p. Rocco, che si rifacevano a loro volta a una legislazione ancora più antica: “Secondo la tradizione giuridica italiana, l’ordine pubblico che la polizia era chiamata a difendere è da intendere come ‘il regolare andamento e il buon assetto del vivere civile’. Questa definizione, che lasciava amplissimi spazi di discrezionalità alla polizia, era di una vaghezza tale da poter essere utilizzata senza sostanziali cambiamenti dall’Italia liberale, dal regime fascista e dalla repubblica democratica. È da sottolineare, inoltre, che quello di ‘ordine pubblico’ non era un concetto puramente teorico, ma al contrario d’immediata applicabilità pratica”. <598
    Abbiamo già rilevato in questa sede come la legislazione fascista sopravvissuta alla Resistenza sia stata utilizzata, dal dopoguerra al centrismo, in contrapposizione alla Carta costituzionale. Bisogna aggiungere che il prevalere dell’ordine pubblico sui diritti civili e sindacali non sia però un’invenzione del fascismo, ma che la stessa giurisprudenza consolidata dalla magistratura liberale poneva un serio limite alle libertà politiche e di espressione in nome appunto della coesione sociale e del quieto vivere civile, arbitrariamente intesi. Su questa tradizione si innestò e portò all’estremo il Testo di pubblica sicurezza fascista: “La nozione dell’ordine pubblico sulla quale si basava la legislazione fascista andava ben oltre l’ordine pubblico ‘materiale’, generalmente inteso come ‘garanzia della sanità, dell’incolumità pubblica e del pacifico svolgimento delle attività sociali’, estendendosi fino a comprendere l’ordine pubblico ‘ideale’, ‘quale strumento di omogeneizzazione del pluralismo sociale alla luce di determinati valori’. Nei casi in cui l’armamentario messo a disposizione non fosse bastato alla difesa dell’ordine pubblico, il TULPS concedeva alla polizia il potere di operare ‘anche in deroga alle leggi vigenti’ (art. 216), cioè di agire contra legem, oltre che praeter legem”. <599
    A proposito dei codici come ‘canale di continuità’, ci ricorda Pavone che non si trattava solo della legislazione penale e di pubblica sicurezza, ma anche del codice civile e di procedura civile, pilastri del quadro entro cui si svolgono i rapporti personali ed economici socialmente rilevanti. <600
    In questo contesto normativo, si inseriscono le tre fasi della riorganizzazione delle forze dell’ordine e la loro azione sul territorio che, come emerge dalla conferma della priorità dell’ordine pubblico ‘ideale’ nello svolgimento del proprio ruolo, è conforme al sempiterno principio del partito moderato di modellare la società. Le tre fasi sono state riassunte da Della Porta e Reiter in: – disorientamento e delegittimazione (luglio 1943-estate 1945): il doppio binario dello sbandamento interno e della mancanza di credibilità esterna inizia sotto il governo Badoglio e prosegue nei primi mesi del dopoguerra, quando l’azione di polizia oscilla tra la funzione militare e repressiva (come testimoniato dalla strage di Palermo del 18 ottobre 1944 <601) e l’incapacità di intervento: ‘queste difficoltà devono essere riportato soprattutto al disorientamento della polizia, in assenza delle vecchie certezze, insicura su come e quando intervenire, e alla sua delegittimazione che faceva mancare quella accettazione della sua funzione indispensabile per l’efficacia dei suoi interventi’ <602; il secondo aspetto raggiunge il suo apice con il caso Roatta, ovvero la fuga del generale fascista, ex dirigente del Servizio informativo militare – SIM, che screditò in particolare l’Arma dei carabinieri cui era affidata la custodia; – riorganizzazione secondo il modello tradizionale (estate 1945-febbraio 1947): nonostante diverse proposte di riforma radicale delle forze dell’ordine <603, provenienti da più parti, il governo nella figura del ministro Romita propese al contrario per la conferma della militarizzazione, centralizzazione, integrazione dei precedenti corpi di polizia (compresa anche la polizia ausiliaria, a maggioranza composta da ex partigiani), istituzione di vecchi (casellario politico) e nuovi (la celere) strumenti di vigilanza e azione; – riorganizzazione secondo il principio della ‘guerra civile fredda’ (maggio 1947-luglio 1948): con Mario Scelba ministro degli Interni dal febbraio ’47, il modello tradizionale è declinato in chiave anticomunista per la Guerra fredda; non solo viene invertita l’epurazione, diretta contro gli appartenenti al movimento partigiano, ma la riorganizzazione tattica e politica dei corpi di polizia è organizzata in chiave offensiva, preventiva e informativa: i pilastri dello ‘scelbismo’ come stagione dell’ordine pubblico in Italia (e come lascito ai periodi successivi).
    Soffermiamoci su alcuni elementi che emergono in queste tre fasi organizzative a cavallo tra guerra e dopoguerra, che chiamano direttamente in causa la continuità. Ha notato infatti Patrizia Dogliani che “se di continuità si deve parlare, occorre prendere in esame non solo il trapasso dal fascismo alla Repubblica, ma anche il Novecento nel suo complesso. Di fatto, il passaggio di consegna nel controllo dell’ordine pubblico dall’esercito regio alla Ps era già stato avviato in epoca liberale; il fascismo completa l’operazione: scioglie la Guardia regia nel 1922, ricostruisce il corpo delle guardie di Ps tre anni più tardi e lo affianca alla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), in un discorso di maggiore vigilanza e repressione nel paese, ma anche di una divisione dei compiti che avrebbe facilitato il controllo dall’alto di chi controlla. Sottratta a questa giurisdizione era rimasta l’arma dei carabinieri: polizia militare, dunque di appartenenza e obbedienza ai comandi militari, tradizionalmente fedele alla corona”. <604
    A fianco quindi a una riorganizzazione della PS che richiede i suoi tempi, è ai carabinieri che ci si affida maggiormente, perché considerati non solo più strutturati, ma anche più affidabili in quanto liberi dal possibile ‘inquinamento comunista’ di cui soffriva la polizia al centro-nord; questa dualità di fondo, rappresentata da due corpi con comandi separati, ma con funzioni e giurisdizioni territoriali pressoché uguali, ed entrambi sottoposti nel corso degli anni successivi a una corsa agli armamenti che ne aumenterà la caratterizzazione militarista, sarà una delle particolarità della militarizzazione dell’ordine pubblico italiano (cui poi si aggiungerà, nei decenni successivi, anche il corpo celere della Guardia di Finanza). Soprattutto, i carabinieri, parimenti all’esercito, vengono toccati molto poco anche dall’inizio dell’epurazione, proprio per la considerazione che se ne aveva come di un corpo patriottico e imparzialmente dedito alla sicurezza nazionale; mentre è giusto ricordare che non solo le polizie create direttamente dal fascismo (OVRA e MVSN), ma tutti i corpi avevano partecipato alla repressione politica del Ventennio.
    Il disorientamento che subiscono i molti apparati di sicurezza con la caduta di Mussolini è dovuto a un fattore centrale, ignorato volutamente in chiave di depoliticizzazione della loro opera durante la dittatura: “Mussolini era stato uno dei più prolifici innovatori della storia italiana nel campo della sicurezza interna e aveva inciso profondamente anche sull’organizzazione delle forze dell’ordine: lo scioglimento della guardia regia, la statalizzazione della milizia fascista, la rifondazione del corpo delle guardie di Ps (alla quale si riferiva la data dell’annuale festa di polizia, il 18 ottobre mantenuta fino agli Sessanta), il nuovo testo unico delle leggi di Ps e, infine, la creazione dell’OVRA, portarono a un sistema di polizia adatto per un regime che, più che della opposizione di piazza, doveva preoccuparsi di un antifascismo clandestino. […] L’identificazione politica della polizia con il regime, del quale essa era stata uno degli elementi portanti – difficilmente bilanciabile dai contributi di carabinieri e polizia alla lotta per la liberazione – era diffusa e diretta […]”. <605
    Come già anticipato, la defascistizzazione si riduce sostanzialmente a (presunta) depoliticizzazione degli apparati di sicurezza e dello Stato. Già il governo Badoglio aveva mostrato questa volontà di presentare la neutralità e il carattere amministrativo degli apparati più impresentabili del regime: “Nelle prime informazioni sulle forze di polizia italiane che il governo Badoglio fece arrivare agli alleati, si affermava che né la polizia né l’OVRA erano mai state sotto il controllo diretto del fascismo, ma al contrario avevano mantenuto inalterata la loro indipendenza, e per questo erano state attaccate e vittimizzate dai federali fascisti. […] il loro bersaglio principale erano stati i comunisti, presentati come direttamente dipendenti da organizzazioni sovietiche, che invariabilmente passavano dalla propaganda al terrorismo. Si affermava inoltre che l’OVRA, anche se fondata per la repressione dell’antifascismo, si concentrava sulla repressione del comunismo e sulla difesa delle istituzioni dello stato e della monarchia”. <606
    Immagine che muove, ammettiamo pure sinceramente, Romita nel momento in cui decide non di riformare gli apparati di polizia, ma solo di riorganizzarli: “Così, prima ancora che il guardasigilli Togliatti decretasse ufficialmente la fine dell’epurazione, Romita aveva deciso di riammettere in servizio ‘tutti i funzionari, salvo qualche eccezione assolutamente trascurabile’, in base alla considerazione ‘che il funzionario di polizia esegue, senza potersi rifiutare, gli ordini che riceve dal ministro degli Interni che, pertanto, nell’esecuzione di quegli ordini non è responsabile di persona, a meno che l’esecuzione medesima non costituisca reato’.” <607
    Interpretazione culturale alla base anche di quella ricostruzione storica che vuole Stato e regime fascista separati nel corso del Ventennio, commentata in maniera seria da Pavone a proposito delle parole di Carlo Scorza, ultimo segretario del Partito nazionale fascista, che in un memoriale inviato a Mussolini il 23 giugno 1943 lamentava l’assenza di collaborazione da parte della burocrazia statale con il PNF: “Le parole di Scorza testimoniano in realtà lo scollamento in atto, sotto la pressione della disfatta militare, fra i tradizionali ‘corpi’ dello Stato, che tentano di gestire in proprio la crisi come garanti di continuità, e il ‘regime’ di cui quelli erano pur stati ingredienti essenziali. La distinzione fra Stato e regime è stata posta – com’è noto – da Alberto Acquarone […] ha infatti illustrato come l’apparato statale conservasse netta prevalenza su quello del PNF (emblematica la supremazia del prefetto sul segretario federale), e come il regime si reggesse sull’equilibrio fra la dittatura personale e demagogica di Mussolini, il partito e gli organismi che ad esso facevano capo, la monarchia, gli altri tradizionali vertici della struttura statale e, non ultima, la Chiesa”. <608
    Tuttavia, con le magistrali parole dello storico che ha vissuto da partigiano gli eventi storici di cui tratta, nota criticamente: “È singolare come la distinzione fra politica e amministrazione, sempre così difficile da cogliere, venga riproposta quale canone interpretativo proprio di uno di quei periodi di sconvolgimento che insegnano agli uomini – funzionari amministrativi compresi – l’impossibilità di essere politicamente neutrali. Quando la partita era ancora in corso, l’alibi dell’ordinaria amministrazione comunque necessaria fu largamente usato per tessere la trama dei doppi giochi dell’oggi e dei trasformismi del domani. La tesi di una pubblica amministrazione tanto neutra da non venir compromessa neppure in periodo di guerra civile avrebbe poi avuto un ulteriore duplice esito: da una parte sarebbe stata usata come corrosivo dell’epurazione, dall’altra avrebbe favorito il disinteresse degli antifascisti verso la riforma dell’amministrazione stessa”. <609
    Ed è proprio questo il punto: ammettendo comunque sempre la presenza della volontà, c’è una cultura politica alla base di questa continuità di lungo periodo, che precede il fascismo e che, sotto la pretesa neutralità, ha però una ben precisa immagine negativa della politica del conflitto portata avanti dalle classi subalterne, storicamente escluse dalla macchina statale e dal governo del paese.
    Questo particolare è il punto di congiunzione tra l’antifascismo di un conservatore repubblicano come Scelba e il reinserimento di dirigenti degli apparati di sicurezza fascisti nella fase della guerra civile fredda.
    [NOTE]
    596 Cfr. D. Della Porta, H. Reiter, op. cit., pp. 13-14
    597 G.C. Marino, op. cit., pp. 46-47
    598 D. Della Porta, H. Reiter, op. cit., pp. 29-30
    599 Ibidem, p. 31
    600 C. Pavone, op. cit., p. 73
    601 Il 18 ottobre 1944 a Palermo era stata indetta una manifestazione di protesta contro il caroviveri e la miseria dilagante: la polizia e il regio esercito, in conformità con il divieto prefettizio di manifestazioni e proteste, aprirono il fuoco sulla folla, causando 90 morti e decine di feriti.
    602 D. Della Porta, H. Reiter, op. cit., p. 55
    603 In particolare ricordiamo: il progetto di polizia decentrata e sotto controllo regionale, presentato da Giorgio Agosti durante il governo Parri; la proposta degli Alleati per una polizia demilitarizzata e più integrata con la sfera civile; la petizione degli Agenti democratici alla costituente, nel marzo 1947, che richiedeva l’organizzazione della polizia su base strettamente civile; il manifesto del Partito comunista, diffuso per la campagna elettorale del 1946, che richiedeva smilitarizzazione e democratizzazione del corpo di polizia.
    604 P. Dogliani, La polizia alla nascita della Repubblica, in P. Dogliani, M.A. Matard-Bonucci, op. cit., pp. 21-22
    605 D. Della Porta, H. Reiter, op. cit. p. 52
    606 Ibidem, p. 59
    607 G.C. Marino, op. cit. p. 47
    608 C. Pavone, op. cit., p. 76
    609 Ibidem, p. 108
    Elio Catania, Il conflitto sociale: “motore della Storia” o “tabù” storico-politico. Il caso di Milano nel secondo dopoguerra, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2016-2017

    https://collasgarba.wordpress.com/2024/10/09/nellimmediato-dopoguerra-ci-fu-generale-disattenzione-verso-la-riforma-degli-apparati-di-polizia/

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  31. Ci sembra di aver già dimostrato come soluzioni governative e culture politiche autoritarie o ademocratiche possano perfettamente inserirsi in una dialettica pluralista. Se dunque la DC e il neopopolarismo all’alba della Repubblica hanno avuto il merito di neutralizzare queste tendenze, assorbendole, questo non ha però significato la scomparsa delle loro istanze né il rifiuto della loro legittimità.
    Contemporaneamente, sia da parte democristiana che missina, si manifestarono a livello di battaglia culturale i tentativi di attuare rispettivamente una conversione centrista della destra e di saldarsi politicamente al centro in nome dell’anticomunismo. Infatti, da una parte, “è probabile che nella loro personale percezione degli eventi e dei compiti storici della Dc, i due uomini politici siciliani, il maestro e l’allievo [Luigi Sturzo e Mario Scelba, nda], senza dubbio sinceri nella loro comune avversione ad ogni forma di totalitarismo, avvertissero l’impegno anticomunista come una pura e semplice prosecuzione del precedente impegno antifascista. […] Proprio l’antifascismo sollecitava il massimo rigore repressivo nei confronti dei comunisti: per evitare, infatti, che le forze economiche, il ceto politico e amministrativo e il seguito di massa del travolto regime cedessero alla tentazione di ricostituire la loro unità a destra intorno al nucleo dei nostalgici del partitino di Almirante e De Marsanich, occorreva che il governo guidato dai cattolici si mostrasse capace di assicurare e difendere anche gli interessi del fronte borghese-capitalistico con una determinazione almeno non inferiore a quella dimostrata, nel ventennio dal governo di Mussolini. A una siffatta operazione finalizzata a una conversione centrista della destra erano affidate le stesse sorti della politica perseguita da De Gasperi per la rinascita di un sistema liberalcapitalistico temperato da un prudente riformismo, idoneo ad assicurare il più largo insediamento sociale possibile, e potenzialmente l’egemonia, alla Democrazia cristiana”. <591
    Dall’altra, invece, con la costituzione del Movimento sociale, gli ex salotini avevano trovato una casa politica che in breve assorbì tutta la galassia fascista sopravvissuta alla guerra. Il problema che si pone al MSI è, in breve tempo, quello di riuscire a costruirsi un proprio spazio di agibilità politica, avviando trattative su più fronti per ottenere legittimità, avendo intuito perfettamente l’emergenza anticomunista che guidava la nuova classe dirigente.
    “[Il Msi] dopo la prima segreteria di Almirante e con l’avvento di esponenti meno caratterizzati (come De Marsanich e Michelini), andò stemperando la propria caratterizzazione più radicale. […] per la maggior parte dei fascisti il problema era quello di guadagnare uno spazio in cui poter dignitosamente sopravvivere tornando a far politica nelle condizioni date. Pino Romualdi ebbe un ruolo politico determinante in questo senso, cercando realisticamente intese con gli americani. Dopo, una volta realizzata la centralità della Dc nel nuovo sistema politico, la strategia fu orientata a costruire un solido polo di Destra che la condizionasse. Per i dirigenti più accorti, obbiettivo da perseguire non fu più né il fascismo regime né quello della Rsi, quanto piuttosto un sistema corporativista autoritario con forme più o meno ridotte di democrazia, magari, come il regime portoghese salazarista (che trovava il gradimento dei gesuiti della “Civiltà Cattolica”). Cosa che poteva essere fatta solo gettando un ponte verso il grande Centro cattolico raccolto nella Dc, in nome del comune fronte anticomunista”. <592
    L’alternativa salazariana è una prospettiva comunque presente nella Democrazia cristiana, le cui correnti di destra restano sempre sensibili all’apertura verso PNM e MSI e anzi avversano la legge Scelba sul divieto di ricostituzione del partito fascista perché, a loro dire, rendeva difficile l’accordo con i missini. Questi tentativi di convergenza hanno il loro momento più importante nella cosiddetta “operazione Sturzo”: il tentativo promosso dalla destra DC di Gedda, con il sostegno vaticano, di presentare alle amministrative di Roma una lista civica con a capo il fondatore del PPI, con l’appoggio di monarchici e neofascisti. Il progetto naufragò per l’ostilità aperta di socialdemocratici,
    repubblicani e soprattutto dello stesso De Gasperi. <593 Il leader democristiano continuava a preferire una linea differente: accettare l’alleanza con i monarchici soprattutto nel meridione (dove numerose saranno le circoscrizioni con liste elettorali DC-PLI-PNM) e perseguire la cooptazione dei settori più utili del neofascismo: “Si trattava, in pratica, di creare le condizioni opportune per consentire al “Centro democratico” di preservare la sua formale identità antifascista, mentre, in concreto, proprio quel Centro si sta dando da fare per assorbire nel suo fronte, in funzione anticomunista, almeno la cosiddetta parte “moderata” e sinceramente “patriottica” delle stesse forze sociali che si erano formate nel servizio al regime fascista. […] L’allievo di Sturzo […] diventava il più abile esecutore della politica con la quale De Gasperi stava tentando di ampliare lo spazio della “democrazia”, cioè di espandere il più possibile lo spazio del centro, nell’unica direzione consentita dalle circostanze, verso destra, dato che verso sinistra la strada appariva sbarrata dall’egemonia del Pci su Nenni e sui socialisti”. <594
    Soltanto con i governi Pella e Scelba, parallelamente ai nuovi orientamenti dell’ambasciatrice americana Clara Boothe Luce, cattolica intransigente della destra repubblicana, più sensibile a opzioni autoritarie e reazionarie, i reciproci avvicinamenti tra centro e destra daranno ai neofascisti nuove possibilità di conquistarsi un ruolo tattico all’interno del panorama politico italiano, sebben all’esterno dell’arco costituzionale.
    La cultura di governo della classe dirigente centrista presiede alla ricostituzione del partito moderato che, anche negli anni successivi in cui la formula del “Centro democratico” autonomo viene meno, continuerà comunque ad informare l’azione degli esecutivi e la cultura dello Stato. Secondo Giuseppe Carlo Marino, riassumendo in poche righe una considerazione complessiva della cultura politica di cui è stato espressione l’allievo di Sturzo, “lo scelbismo era soprattutto una versione esasperata e pedantesca della lezione cattolico-popolare di Sturzo reinterpretata da De Gasperi: un eccesso o, se si preferisce, un vero e proprio monstrum ideologico-politico della liberaldemocrazia trasferita in una forma cattolica, ovvero l’ultimo esacerbato prodotto della tradizione clerico-moderata”. <595
    [NOTE]
    591 G.C. Marino, op. cit., pp. 35-36
    592 A. Giannuli, Il Noto servizio. Le spie di Giulio Andreotti, p. 52, Castelvecchi 2013
    593 Cfr. M. Del Pero, op. cit., pp. 160-61 e A. Giannuli, op. cit., pp. 54-55
    594 G.C. Marino, op. cit., pp. 58-59
    595 Ibidem, p. 221
    Elio Catania, Il conflitto sociale: “motore della Storia” o “tabù” storico-politico. Il caso di Milano nel secondo dopoguerra, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2016-2017

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  32. La “guerra civile italiana” <38, espressione coniata da Claudio Pavone per descrivere la lotta che negli anni ’43-’45 vide i sanguinosi combattimenti tra lo schieramento repubblichino, da una parte, e la Resistenza italiana, dall’altra, lasciò ferite profonde e difficilmente sanabili nel tessuto sociale e politico della penisola. Ciò accadde, come hanno dimostrato studi recenti, non solo a causa dell’esperienza del brutale regime di occupazione nazionalsocialista <39, ma anche a causa natura stessa della “liberazione” alleata, che andò di pari passo con fenomeni come il cosiddetto moral bombing, determinando un pieno coinvolgimento della popolazione civile e connotando quindi la guerra civile italiana come una “guerra totale” <40. Mentre la battaglia antifascista aveva visto temporaneamente la cooperazione tra l’ala di sinistra della Resistenza italiana, gli Alleati e i partigiani anticomunisti, già agli albori del referendum costituzionale del 1946 emerse il divario che separava i partiti di sinistra, in particolar modo il PCI di Palmiro Togliatti, da quelli di centro e filo-statunitensi come la Democrazia Cristiana, guidata dal presidente del Consiglio Alcide de Gasperi. Dopo la fine della guerra fredda la storiografia – soprattutto quella italiana ma non solo – ha dedicato particolare attenzione all’insieme di elementi che, a partire dal 1945, avrebbero contribuito alla formazione della memoria collettiva italiana della seconda guerra mondiale <41. Tale processo di formazione della memoria italiana postbellica avrebbe comportato, da una parte, l’attribuzione esclusivamente alla Germania nazista della colpa delle atrocità commesse dalle forze dell’Asse durante il conflitto, dando vita al cosiddetto “mito del buon italiano” <42. D’altra parte, avrebbe condotto alla mistificazione e alla politicizzazione del fenomeno resistenziale <43. Si trattava di un racconto secondo cui la battaglia al nazismo e al fascismo sarebbe stata uno sforzo comune del popolo italiano nella sua totalità, offrendo dunque un’interpretazione estremamente parziale e riduttiva del quadro politico, sociale e ideologico in Italia durante gli ultimi anni di guerra. Il “mito della Resistenza” sarebbe stato fondamentale per le dinamiche politico-sociali italiane immediatamente successive al ’45 e, allo stesso tempo, avrebbe giocato un ruolo importante tanto nella formazione della memoria collettiva italiana della seconda guerra mondiale, quanto all’interno del processo di politicizzazione del fenomeno resistenziale. La suddetta narrazione della “Resistenza collettiva” fu inizialmente usata sia dai partiti di sinistra che dallo stesso De Gasperi <44, in quanto faceva appello all’intero popolo italiano ed era utile per gettare le basi per il “nuovo inizio” dell’Italia repubblicana. In tal senso, come ha sottolineato Pietro Scoppola, il suddetto mito «non riguarda il vissuto dei resistenti ma il richiamo alla Resistenza come scelta politica della nuova classe dirigente» <45. Infatti, secondo Scoppola, il “mito della Resistenza” ha avuto lo scopo politico di «separare le sorti dell’Italia sconfitta da quelle del fascismo, per riaccreditare l’immagine del paese di fronte alle potenze democratiche» e, inoltre, «è servito psicologicamente agli italiani, anche a quelli che alla Resistenza non avevano partecipato affatto, né materialmente né idealmente, per liberarsi dal complesso di colpa di aver dato il loro consenso al fascismo, per liberarsi dalla frustrazione di una guerra perduta, per sentirsi parte della comunità dei paesi democratici» <46. Il significato dell’utilizzo del “mito della Resistenza” nel contesto politico italiano risulta particolarmente significativo se si guarda agli anni 1946-1948 nella penisola. Poco dopo la fine della guerra, l’Italia dovette fare i conti con la realtà e chiedersi come sarebbe stato possibile conciliare i principi antifascisti della propria costituzione con una Realpolitik di ricostruzione postbellica. Mentre l’epurazione fascista fu senz’altro uno dei pilastri dell’iniziale politica non solo del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), ma anche del successivo governo De Gasperi, in Italia, al pari della Germania, l’epurazione “radicale” dovette infine cedere il passo alla reintegrazione, percepita come necessaria, di moltissimi individui precedentemente giudicati come “compromessi”. Già a partire dall’amnistia Togliatti del ’46, la nuova classe dirigente italiana palesò l’intenzione di voler “pacificare” il paese attraverso il rapido reintegro nella società di chi si era macchiato di crimini durante gli ultimi anni di guerra, fra cui anche collaborazionisti del regime d’occupazione nazionalsocialista <47; un trend che si sarebbe protratto, attraverso l’emanazione di varie amnistie e provvedimenti, fino alla metà degli anni Sessanta. Simili provvedimenti, uniti alla progressiva emarginazione delle sinistre dal governo, avrebbero anche portato alla nascita del concetto di “Resistenza tradita”, un’accusa rivolta direttamente contro la classe dirigente italiana postbellica, secondo cui le nuove politiche dell’Italia avrebbero “calpestato” i principi fondamentali della Resistenza, alla base della neonata Repubblica. La questione della continuità/discontinuità, come si vedrà, avrebbe avuto un profondo impatto anche sul mondo dell’intelligence italiana <48. Nel frattempo, il divario apertosi già a guerra finita fra i partiti di sinistra, soprattutto il PCI e il PSIUP/PSI, e la DC di De Gasperi continuò ad ampliarsi progressivamente sullo sfondo dell’inasprirsi delle tensioni tra URSS e USA. Particolarmente il PCI di Togliatti, direttamente legato a Mosca <49 e dotato di un’ampia base elettorale, finì ben presto nell’“occhio del ciclone” della politica anticomunista degasperiana, simbolicamente inaugurata dalla visita del presidente del Consiglio negli Stati Uniti nel gennaio del ’47. Un anno dopo, con il successo schiacciante della DC nei confronti del Fronte Popolare alle elezioni del ’48, si aprì in Italia un periodo che potrebbe definirsi di “guerra fredda nazionale”, che vide una progressiva polarizzazione in senso ideologico non solo della politica, ma anche di vari altri elementi della vita pubblica e privata. Se a ciò si aggiunge anche il già menzionato fattore della “epurazione parziale” e l’avvento di movimenti, organizzazioni e partiti neofascisti, come il Movimento Sociale Italiano, risulta chiaro perché l’intelligence statunitense avesse avvertito il caso italiano come “la tempesta perfetta”. Tuttavia, mentre l’intelligence italiana e filo-statunitense in generale poteva all’epoca tollerare la reintegrazione di ex uomini del regime fascista nei neonati servizi segreti italiani, in quanto portatori non solo di esperienza, ma anche di un forte orientamento anticomunista, non risultava tuttavia accettabile l’esistenza di un compatto fronte comunista e socialista in Italia e di eventuali gruppi estremisti armati e, potenzialmente, incontrollabili. Progressivamente, dopo la sconfitta delle sinistre nel ’48, la caccia al “nemico rosso” divenne un elemento centrale degli apparati di sicurezza interna, come nel caso del ministero dell’Interno guidato da Mario Scelba. Esso, al pari delle forze armate, fu uno degli organi statali dell’Italia postbellica che più avrebbe rispecchiato le conseguenze della “mancata Norimberga” italiana. Proprio la figura di Scelba, responsabile del nuovo servizio segreto del Viminale, cioè l’Ufficio Affari Riservati (UAR), nato nel ’48, fu emblematica per la «rottura tra Stato e Resistenza» <50. Egli, soprattutto all’interno del neonato UAR, impiegò, come si vedrà, un grande numero di uomini provenienti dalle file degli ex organi di sicurezza fascisti <51. Ben presto così il Viminale divenne uno dei principali tramiti dell’intelligence statunitense nella penisola. Rispetto al contesto tedesco, anche l’Italia, seppur secondo modalità del tutto diverse, visse dunque un “momento di svolta” per quanto riguarda la legittimazione e il rafforzamento dei propri servizi segreti. Nel caso della penisola tale momento è individuabile nel biennio ’48-’49, una fase estremamente “calda” degli inizi della guerra fredda. Il biennio vide, fra le altre cose, le già menzionate elezioni generali italiane, così come l’approvazione dell’ERP (European Recovery Program), il blocco di Berlino e, successivamente, la nascita delle due Germanie, nonché il test coronato dal successo della bomba atomica sovietica. Furono quindi gli anni in cui lo scontro bipolare mondiale iniziò ad affermarsi come vero e proprio sistema <52 e in cui l’Italia, fondamentale porta sul Mediterraneo e vicina ai paesi sotto influenza sovietica, acquistò un’importanza strategica del tutto nuova all’interno dello schieramento anticomunista. Di conseguenza non stupisce che il già menzionato servizio d’intelligence interno del Viminale, l’UAR, fosse nato proprio nel ’48. Nella primavera dell’anno successivo fu creato l’organo d’intelligence del ministero della Difesa, cioè il Servizio Informazioni Forze Armate (SIFAR), altro partner prezioso degli USA in Europa, soprattutto agli albori della “strategia della tensione” <53. La fondamentale differenza che distingue il caso italiano da quello tedesco, dal punto di vista del rapporto tra l’intelligence nazionale e quella alleata e soprattutto statunitense, è individuabile proprio nel grado di autonomia degli organi spionistici in questione. Nell’Italia postbellica la nascita dei suddetti servizi segreti nazionali avvenne certamente dietro approvazione degli Alleati occidentali e grazie al sostegno di questi ultimi, ma l’UAR e il SIFAR vennero posti sin dall’inizio sotto il controllo dei ministeri italiani e il loro rapporto con l’intelligence statunitense, di conseguenza, si configurò come collaborazione tra pari, piuttosto che come dipendenza. Nel caso della RFT solo il FWHD ebbe tale privilegio, mentre tutti gli altri servizi segreti nazionali, nati negli anni Cinquanta, iniziarono la propria attività sotto il controllo alleato. [NOTE] 38 C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991. 39 L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia: 1943-1945, Bollati Boringhieri, Torino 2016. 40 M. Evangelista, Racism or common humanity? Depictions of Italian civilians under Allied war and occupation, in «Occupied Italy», N.1, 2021, URL: < http://occupieditaly.org/it/racism-or-common-humanity-depictions-of-italian-civilians-under-allied-war-and-occupation/ > (sito consultato il 17 settembre 2021).
    41 A tal proposito si possono citare, fra gli altri, T. Judt, The Past Is Another Country: Myth and Memory in Postwar Europe, in I. Déak, J.T. Gross, T. Just (a cura di), The Politics of Retribution in Europe. World War II and Its Aftermath, Princeton University Press, Princeton 2000, pp. 293-323; A. Rapini, Antifascismo e cittadinanza. Giovani, identità e memorie nell’Italia repubblicana, Bononia University Press, Bologna 2005; P. Cooke, The Legacy of the Italian Resistance, Palgrave MacMillan, New York 2011; F. Focardi, Il passato conteso. Transizione politica e guerra della memoria in Italia dalla crisi della prima Repubblica ad oggi, in F. Focardi, B. Groppo (a cura di), L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, Viella, Roma 2013, pp. 51-91.
    42 F. Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 2016.
    43 F. Focardi, Il passato conteso, cit.; S. Peli, La Resistenza in Italia: storia e critica, Einaudi, Torino 2004.
    44 Come esempio si può citare il discorso di De Gasperi alla Conferenza di Parigi del 29 agosto 1946. Il video originale è reperibile al seguente link: URL https://www.youtube.com/watch?v=pBaPZT_QX9E (sito consultato il 24 settembre 2021).
    45 P. Scoppola, 25 aprile. Liberazione, Einaudi, Torino 1995, p. 7.
    46 Ibidem.
    47 M. Franzinelli, L’Amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano 2006.
    48 L’elemento di continuità/discontinuità tra gli organi di sicurezza e di spionaggio interni del fascismo e dell’epoca postbellica emerge, fra gli altri, dai seguenti volumi: D. Conti, Gli uomini di Mussolini, cit.; M. Canali, Le spie del regime, cit.; V. Coco, Polizie speciali, cit.
    49 A tal proposito cfr., fra gli altri, E. Aga Rossi, V. Zaslavskij, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Il Mulino, Bologna 1997.
    50 D. Conti, Gli uomini di Mussolini, cit., p. 16.
    51 Per un’analisi approfondita dell’UAR cfr. G. Pacini, Il cuore occulto del potere, cit.
    52 J.L. Harper, La guerra fredda, cit.
    53 Per il ruolo del SIFAR nella strategia statunitense anticomunista cfr. F. Cacciatore, Il nemico alle porte. Intervento americano in Europa e strategia di covert operation, 1943-1963, Tesi di dottorato non pubblicata, Università di Salerno 2021. Per un’analisi degli anni della “strategia della tensione”, fra gli altri, cfr. B. Armani, Italia anni settanta. Movimenti, violenza politica e lotta armata tra memoria e rappresentazione storiografica, in «Storica», 11 (2012), n. 32, pp. 41-82; A. Cento Bull, Italian Neofascism: The Strategy of Tension and the Politics of Nonreconciliation, Berghahn, Oxford 2007.
    Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

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  33. A partire dagli anni Cinquanta l’Italia è quindi al centro di un processo di integrazione militare e delle attività di intelligence nel contesto atlantico. Il 26 novembre 1956, un protocollo d’intesa tra il Servizio italiano e quello statunitense confermò “tutti i precedenti impegni intervenuti nella materia tra Italia e Stati Uniti” e costituì l’organismo di S/B italiano: Gladio. Nel giugno 1959, il Servizio italiano entrò a far parte del Cpc, un organo di Shape e, nel 1964, dell’Acc, un organo formato da paesi che intendevano organizzare una resistenza anticomunista sul proprio territorio. Da più documenti emerge inoltre l’informazione relativa al fatto che la collaborazione tra Usa e Italia passò anche attraverso la creazione di strutture e gerarchie parallele strettamente subordinate ai servizi americani <1006. Anche a livello diplomatico, negli anni Cinquanta l’intervento degli Usa in Italia fu sfrontato e invadente. I tanti documenti disponibili su questa fase storica ci fanno ritenere che, sebbene la mente delle politiche contro il comunismo in Italia non vada ricercata esclusivamente negli Usa, nel secondo dopoguerra essi ebbero comunque un ruolo importante nella diffusione delle teorizzazioni sulla necessità di combattere il Pci, nella definizione degli obiettivi e delle linee guida da adottare. Esistono infatti numerosissimi documenti programmatici e piani di azione a cui le istituzioni italiane dovevano rifarsi per porre un argine al comunismo. In particolare, con Eisenhower l’approccio economicista e riformista per il quale il successo del Pci era dovuto principalmente alla povertà diffusa in certe aree e alla mancanza di riforme sociale, fu sostituito da uno più dinamico e aggressivo, fondato sull’intervento in Italia attraverso covert actions, assistenza finanziaria a partiti anticomunisti e a gruppi di resistenza clandestini, e sulla guerra psicologica <1007. Lo confermano alcuni documenti ufficiali, tra cui la già richiamata Nsc 5412/2, che tra il 1955 al 1970 ha rappresentato la legittimazione giuridica delle covert operations della Cia per combattere il comunismo internazionale ma che, per una analisi completa ed esaustiva, va integrata con le direttive elaborate fin dal 1948 dal Nsc per fronteggiare il pericolo comunista a livello mondiale.
    Tra le iniziative proposte dagli Stati Uniti in Italia rientravano anche l’aumento della discriminazione nei confronti di quelle ditte che impiegassero manodopera comunista per quanto riguarda l’affidamento di contratti governativi, le pressioni verso il governo italiano per un’azione legislativa e amministrativa che prosciugasse le fonti di reddito in Italia del Pci, e per una legge elettorale nazionale che tagliasse la rappresentanza comunista in Parlamento. Si annoverano inoltre la rimozione graduale dei comunisti dalle cariche amministrative e dirigenziali, e la riorganizzazione degli enti mutualistici ed assistenziali per aumentarne l’efficienza e ridurre la rappresentanza comunista, e infine azioni psicologiche miranti a screditare il Pci, le sue figure di spicco, e tutti i loro sforzi di apparire accreditabili all’opinione pubblica <1008. Espressione di queste direttive è un documento di grande importanza per la storia del nostro paese: il Piano Demagnetize. Avviato nel 1952 dal governo statunitense, il Piano era finalizzato a ridurre la forza del Pc in Italia e in Francia e, in particolare, l’attrazione esercitata dai sindacati del partito sui cittadini francesi e italiani. Dal momento che il piano era fortemente limitativo della sovranità nazionale, occorreva ricorrere a misure di sicurezza straordinarie e, in generale, la matrice statunitense doveva rimanere nascosta1009. La possibilità della presa del potere comunista in Italia come risultato delle elezioni preoccupava moltissimo gli ambienti politici di Washington, tanto da erogare finanziamenti occulti in favore delle forze politiche di centro, ai sindacati e alle organizzazioni più apertamente schierate contro il comunismo in Italia, a partire dal secondo dopoguerra e per tutto l’arco temporale preso in considerazione. Lo conferma William Colby, a capo della Cia in Italia, che in occasione delle elezioni amministrative del 1956 fu autorizzato a distribuire finanziamenti di milioni di lire tra politici e uomini d’affari. Il sostegno finanziario aveva lo scopo non soltanto di sostenere le forze politiche in questione in prossimità delle tornate elettorali, ma anche di dimostrare la ferma opposizione degli Stati Uniti di fronte alla possibilità di una partecipazione comunista al governo attraverso mezzi legali.
    Non vanno infine dimenticati i vari documenti segnalati riguardanti la struttura “Gladio”, e i suoi contatti con le strutture americane, relativi soprattutto al sostegno economico finanziario e all’organizzazione di corsi sulle tecniche e i metodi della sovversione politica. Nonostante Gladio fosse stata dichiaratamente costituita per intervenire in caso di aggressione esterna, abbiamo contezza del fatto che, in realtà, per esplicita richiesta degli Usa sarebbe dovuta entrare in azione anche nell’eventualità di sovvertimenti interni da parte dei comunisti italiani. Tale eventualità non si verificò mai, e tuttavia questa sorta di “bivalenza operativa” può rintracciarsi nei compiti che l’organizzazione di S/B italiana si è assunta nel tempo, che vanno spaziando dallo spionaggio politico, culturale, economico e industriale in funzione prettamente interna <1010.
    Purtroppo per svariate ragioni non si è in grado di documentare fino in fondo in quale misura il governo italiano abbia ottemperato ai suggerimenti che provenivano da oltreoceano. Le strategie di lotta al comunismo teorizzate in questa fase, tuttavia, sebbene lesive dei principi costituzionali e dell’autonomia del paese, sono state meno brutali e subdole di quelle messe in campo nel quindicennio successivo. A partire dagli anni Sessanta, infatti, l’intervento degli Usa in Italia divenne ufficialmente più discreto e apparentemente meno intromettente negli affari politici interni. L’amministrazione Kennedy iniziò gradualmente a considerare il Psi un’entità autonoma e indipendente rispetto a Mosca e ad abbattere quel “veto americano” che negli anni precedenti aveva impedito la sua partecipazione al governo, per paura di una presa del potere da parte comunista tramite il Psi. In questo modo, il Presidente Kennedy diede un potente impulso alla formazione al primo governo di centro sinistra, insediatosi nel 1963. Nei documenti diplomatici di questo periodo emerge la necessità, ripetuta in maniera molto insistente, di rispettare l’indipendenza e il self government dell’alleato, in quanto le condizioni italiane ed internazionali sono profondamente mutate rispetto al decennio precedente, rendendo sconsigliabile un intervento diretto e clandestino negli affari italiani. Le condizioni in oggetto sono facilmente intuibili e attengono a diversi fattori, come ad esempio il fatto che l’Italia si fosse notevolmente sviluppata politicamente ed economicamente rispetto al dopoguerra, e che quindi non fosse più possibile giustificare un potenziale intervento diretto nelle vicende italiane, almeno da parte del Dipartimento di Stato. Verso la seconda metà del decennio, tuttavia, il clima di distensione internazionale, unitamente al crescere della tensione sociale e politica in Italia – le contestazioni giovanili, gli scioperi operai dell’autunno caldo e la fragilità dei governi di centro-sinistra – spinsero gli ambienti istituzionali italiani e americani più conservatori a condividere una strategia di potere estranea all’attività istituzionale di una democrazia e ad intervenire direttamente per bloccare la deriva a sinistra delle istituzioni italiane attraverso modalità eversive <1011. Nel 1965, in particolare, durante il convegno organizzato presso l’Hotel Parco dei Principi si ebbero in Italia le prime teorizzazioni in ordine ad una strategia di lotta al comunismo volta a contrastare la cosiddetta “guerra rivoluzionaria” di matrice comunista con mezzi occulti e sostanzialmente analoghi a quelli impiegati dal nemico. Questa strategia, elaborata per operare su scala internazionale e, in particolare, in quei paesi dell’Occidente maggiormente esposti alla conquista del potere da parte delle sinsitre, produssero i loro effetti in Grecia e in Sud-America e gli Stati Uniti ne furono i più attivi fautori. Tra i documenti più importanti che ci aiutano a ricostruire le interferenze statunitensi in Italia durante gli anni Sessanta rientra il Piano Chaos, operativo dall’agosto 1967 al 1973. In questo documento si leggono le modalità con cui creare il caos nella società attraverso atti terroristici da imputare alla sinistra, in modo da determinare un rifiuto dell’ideologia comunista e spingere l’opinione pubblica a richiedere che fosse ristabilito l’ordine <1012. Tali modalità attenevano principalmente all’infiltrazione di uomini della Cia in gruppi di estrema sinistra (anarchici, marxisti-leninisti, operaisti e castristi), in maniera tale da strumentalizzare i movimenti e a spingerli a compiere gesti violenti, e alla precostituzione di uno o più colpevoli “intossicati”, ovvero di false identità. Sebbene non vi siano prove sull’effettiva attuazione del Piano Chaos in Italia, sappiamo che una strategia simile era ampiamente seguita nella penisola. Il gruppo XXIII Marzo, per esempio, era un circolo anarchico fortemente infiltrato da poliziotti. Inoltre, le linee inquadrate nel documento ricalcano esattamente la strategia che, in Italia, personaggi come Mario Merlino a Roma, fondatore di un gruppo anarchico sotto il suo controllo, e Giovanni Ventura in Veneto, infiltrato a manipolatore di un gruppo marxista-leninista a Padova, stavano già mettendo in pratica. Inoltre del Bertoli, colpevole della strage alla Questura di Milano, era stata precostituita una falsa identità di anarchico, quando in realtà era stato un informatore del Sifar in contatto con militanti di destra. Il Piano Chaos anticipa pertanto le modalità con cui negli anni successivi gli ambienti reazionari avrebbero generato il caos in Italia, appunto attraverso le bombe e le stragi della strategia della tensione” <1013.
    Di estremo interessa sulle stesse questioni è la direttiva FM 30-31 B del Generale Westmoreland che, in maniera ancora più nitida del piano Chaos, anticipa le grandi linee delle strategie occulte anticomuniste e gli aspetti illegali dell’intervento che l’esercito statunitense ha pianificato in caso di vittoria delle sinistre in Italia <1014. Uno dei passaggi più importanti del documento è quello in cui si legge: “i servizi dell’esercito Usa debbono avere i mezzi per lanciare particolari operazioni atte a convincere i governi dei paesi ospiti e l’opinione pubblica della realtà del pericolo dell’insorgenza e della necessità delle azioni per contrastarla. A questo fine, i servizi dell’esercito Usa dovrebbero cercare di penetrare l’insorgenza mediante agenti in missioni particolari e speciali con il compito di formare gruppi di azione tra gli elementi più radicali dell’insorgenza. Quando il tipo di situazione prospettata poc’anzi si verifica, tali gruppi, i quali agiscono sotto il controllo dei servizi dell’esercito Usa, dovrebbero essere usati per lanciare azioni violente o non violente, a seconda della natura delle circostanze” <1015. Questo passaggio è ancora più calzante in quanto viene ben delineato il compito che i servizi segreti dell’esercito statunitense dovevano ricoprire all’estero. Si vedrà infatti come, nella strategia della tensione, siano stati soprattutto gli apparati dell’intelligence militare statunitense ad avere un ruolo ambiguo nella violenza in Italia.
    [NOTE]
    1006 Relazione di Perizia del dott. A. Giannuli, 21 marzo 1997, cit. p. 1033.
    1007 M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit. pp. 86-87, Id., Gli Stati Uniti e la guerra psicologica in Italia, pp. 953-58.
    1008 Perizia del prof. Giuseppe De Lutiis, Gladio ed eventuali collegamenti con la destra extraparlamentare, cit. p. 870.
    1009 Sentenza-ordinanza del G.I. Leonardo Grassi, proc. pen. n. 1329/A/84, in Atti BS/fasc. P-15, p. 644.
    1010 Sentenza-ordinanza del G.I. Leonardo Grassi, proc. pen. n. 1329/A/84, in Atti BS/fasc. P-15, P. 665.
    1011 Con riferimento agli apparati di intelligence italiani non si può parlare di “Servizi deviati”, ma semplicemente di apparati dello Stato, tra l’altro creati sotto l’egida statunitense, che agivano subordinatamente alla Nato e in conformità ai protocolli internazionali, spesso anche segreti. Nell’incertezza di stabilire un confine netto tra la denuncia delle deviazioni dello Stato e la legittimità delle sue implicazioni in attività eversive, è esplicativa la versione per cui gli apparati dello Stato furono senz’altro deviati rispetto alla Costituzione, al codice penale e allo stesso stato di diritto, ma non rispetto a ordini che ricevettero da catene di comando, forse internazionali, ma altrettanto inderogabili quanto quelle democratiche.
    1012 S. Manfredi, Psyops, cit. p. 225.
    1013 Sentenza-ordinanza del G.I. Salvini, 1998, cit. p. 371.
    Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020

    https://collasgarba.wordpress.com/2024/09/09/tra-i-documenti-piu-importanti-che-ci-aiutano-a-ricostruire-le-interferenze-statunitensi-in-italia-durante-gli-anni-sessanta-rientra-il-piano-chaos/

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  34. Me cuentan por el pinganillo que Madrid estaría barajando otorgar la Medalla de la Comunidad, a título póstumo y como "pionero en la puesta en práctica de los valores que mejor y en mayor medida expresan lo que Madrid es hoy y quiere ser mañana" nada más y nada menos que a José Antonio Rodríguez Vega. Uno puede creerse ya cualquier cosa, visto lo visto.
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  35. Il #5aprile '51 i Rosenberg, giudicati colpevoli di essere spie dell'#URSS, furono condannati a morte. 5 giorni dopo #SterlingHayden venne convocato davanti alla Commissione per le attività antiamericane
    lasinistraquotidiana.it/il-com

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  36. #Indonesia, 58 anni di silenzio jacobinitalia.it/indonesia-58-

    Il primo ottobre del 1965 cominciava il #genocidio contro il #Partitocomunista indonesiano, che contava 3 milioni di iscritti. Rappresenta uno dei crimini più efferati della Guerra fredda e dell'« #anticomunismo reale»

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