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  1. La Méridionale change de directeur général

    Nommé directeur général de La Méridionale en janvier dernier, Étienne Melliani a annoncé son départ de la compagnie…
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    europesays.com/fr/1133274/

  2. Sulla riforma agraria c’era anche l’anticomunismo della DC, specie in Sicilia

    È noto che con le elezioni del 7 giugno del 1953, il mancato raggiungimento del premio di maggioranza, previsto dalla legge Scelba (più nota come “legge truffa”), aveva posto fine all’ultimo esecutivo presieduto da De Gasperi e aperto la strada a Giuseppe Pella, il quale – malgrado il patto di transitorietà con il quale il suo governo aveva ottenuto la fiducia <43 – tentava di capitalizzare l’inaspettata popolarità derivatagli dalla gestione della questione triestina, presentandosi nuovamente alle Camere con un esecutivo composto da democristiani non invisi alle destre e collocati in ministeri chiave. Il tentativo di rimpasto, tuttavia, naufragava sul nome di un democristiano siciliano di estrazione popolare. Di fatti, il Presidente del Consiglio, nella prospettiva di manifestare un atteggiamento favorevole alle destre, aveva proposto, in sostituzione di Rocco Salomone, Salvatore Aldisio al Dicastero dell’Agricoltura: nome sul quale la Dc aveva posto un secco veto. A motivo di tale rifiuto vi era la svolta che Aldisio avrebbe potuto imprimere alla Riforma agraria una volta subentrato al posto di Salomone. È questa la ragione che lo rendeva così gradito alle destre. E non perché fosse contrario tout court a quella riforma, come sostenuto con eccessiva semplificazione da parte della stampa e della stessa Dc. Aldisio – che in verità di destra non era mai stato – era assolutamente favorevole alla Riforma ma in un senso diverso rispetto a quello che si era delineato dopo l’entrata in vigore dei decreti Gullo e Segni nel biennio 1944-46 <44. Più in particolare, per Aldisio, per Sturzo, così come per buona parte dei vecchi popolari, la Riforma agraria concepita nei termini di quei decreti stava conducendo la Sicilia a una pericolosa deriva bolscevica, dal momento che la quotizzazione del latifondo – consistendo nella divisione della terra sic et simpliciter, ovvero senza che quest’ultima fosse messa nelle condizioni di essere produttiva <45 – concedeva ai contadini terre incolte o mal coltivate, circostanza che avrebbe «aperto la strada a cooperative per lo più di ispirazione socialcomunista» <46. Già il 31 luglio 1950 Luigi Sturzo, in una lettera a De Gasperi, non faceva mistero di tale preoccupazione: “Le cooperative sono, novanta su cento, in mano ai rossi […]; è evidente che i rossi reagiranno come hanno sempre reagito e non lasceranno le terre. La mia interpretazione, da osservatore a distanza, è che né Segni, né il gruppo Segni, e in questo ci metto decisamente […] Salomone […], intendono urtarsi con i comunisti nell’attuazione della riforma agraria; noi avremo così fatta la piattaforma agli avversari con le nostre stesse mani” <47. Il testo di un documento inedito redatto il 5 gennaio 1947, in occasione del II Convegno regionale del partito tenutosi a Palermo, servirà in maniera più efficace a comprendere la posizione della Dc siciliana in merito alla riforma agraria: “Preso atto [della] gravissima situazione determinatasi per la Dc in conseguenza dell’attuazione del decreto Segni 6 settembre 1946 […] considerato che l’attuazione del decreto Segni ha introdotto per la prima volta il verbo comunista tra le masse dei lavoratori siciliani, presso le quali mai aveva avuto modo di attecchirvi, […] considerato che [queste ultime] attendono dal Governo la Riforma agraria tendente alla creazione della piccola proprietà con accorgimenti legislativi che impediscano la polverizzazione, tenendo come base della piccola proprietà coltivatrice la “Unità Colturale”, si ritiene che […] l’unica via d’uscita del labirinto in cui il decreto Segni ha cacciato il nostro Partito in Sicilia è [l’applicazione della] Riforma agraria progettata in seno al Decreto costitutivo dell’Alto commissariato del 28 dicembre 1944” <48. Si tratta di un decreto legislativo luogotenenziale che apportava talune modifiche alle competenze spettanti all’Alto commissario in Sicilia proprio quando a ricoprire quel ruolo era Salvatore Aldisio <49.
    È interessante notare come l’art. 9 del Capo II rubricato “Procedimenti per lo sviluppo agricolo” prevedesse, alla lettera b), «di stabilire i criteri e le forme di utilizzazione agraria e di miglioramento immediato da adottare per i terreni non coltivati o insufficientemente coltivati, e, alla lettera c), «di favorire la costituzione di associazioni e di cooperative agricole, con speciale riguardo a quelle di lavoratori della terra per la conduzione diretta di aziende agrarie» <50. In buona sostanza, si trattava di due aspetti non contemplati dal decreto Segni che avrebbero sbarrato le porte a quelle “cooperative rosse” tanto vituperate da Sturzo. Si noti ancora che il prete calatino, sin dal suo rientro in Italia, aveva cercato di rilanciare il sistema di casse rurali e consorzi di bonifica, azzerato dal fascismo, partendo proprio dalla sua città natale <51. A questo scopo, con una missiva del 15 luglio 1948 chiedeva a Giuseppe Pella, all’epoca Ministro del Tesoro, di «guardare benevolmente la domanda della Cassa rurale ed Artigiana di Caltagirone (da me fondata nel 1896) per la sua trasformazione, resasi necessaria dallo sviluppo avuto e dalle presenti condizioni» <52. Pochi giorni più tardi, il 27 luglio, Gaspare Barletta, direttore del consorzio di bonifica di Caltagirone, ringraziava Don Sturzo per «l’assegnazione di 350 milioni», considerati un «vero miracolo» poiché indispensabili al consorzio «per affrontare l’esecuzione di opere di bonifica e di trasformazione agraria di grande mole» <53. Infine, il 17 dicembre di quello stesso anno, Sturzo si complimentava con Gesualdo La Rosa, presidente della suddetta cassa rurale, per la «cura intelligente e appassionata nel guidare le sorti di cotesto Istituto» <54.
    Tenuto conto, dunque, di questo retroterra, attorno all’affaire Aldisio-Salomone, e più in generale attorno alla crisi del Governo Pella <55, si avvitava una questione non riducibile a un gioco di poltrone e nemmeno, come voleva Vittorio Gorresio, a un semplice «episodio della lotta in corso fra diverse tendenze democristiane» <56. Più drasticamente, quella vicenda aveva svelato quanto ormai la spaccatura tra la destra e la sinistra del partito fosse diventata insanabile, anticipando, in qualche misura, ciò che sarebbe accaduto al Congresso di Napoli del giugno 1954 <57. In quell’occasione, infatti, il netto risultato ottenuto dalla lista di sinistra Iniziativa democratica aveva spianato la strada ad Amintore Fanfani verso la segreteria nazionale <58. È noto come da lì in avanti il politico aretino avrebbe impresso un cambio di passo al partito cercando di inserirlo, attraverso l’azione dinamica e moderna di una nuova classe dirigente, «nei settori chiave della vita sociale e facendolo uscire dalla più tranquilla e tradizionale fisionomia che gli aveva conferito la vecchia dirigenza degasperiana» <59. Benché la portata riformista di tale operazione politica fosse chiara a Fanfani sin da prima della sua investitura alla guida della segretaria nazionale, veniva apertamente dichiarata, dopo la morte di De Gasperi, al Convegno del Mezzogiorno il 19 dicembre 1954: “Mentre il Congresso del ‘47 faceva della Democrazia Cristiana un partito d’opinione, il V Congresso, quello di Napoli del ‘54 faceva della Democrazia Cristiana una efficace forza Politica moderna capace di operare non solo nella dimensione di Governo e di Parlamento ma nella vita reale del Paese. Di questa rivoluzione interna dell’ambito della Democrazia Cristiana il V Congresso è il punto di partenza; e non tanto e non solo per il rinnovamento dei dirigenti che pure assume tutta la sua importanza in quanto segna il succedersi di due generazioni politiche; ma per i nuovi compiti o la più piena funzione che ne deriva al Partito, che si va così trasformando da grande movimento d’opinione, che ha soprattutto il modo di saggiare la sua forza nel momento elettorale, a strumento popolare di costante presenza democratico o civile” <60.
    Come può evincersi da tali dichiarazioni, si tratta di una trasformazione che, al di là del fisiologico ricambio generazionale, sarebbe dovuta coincidere con una riconsiderazione del ruolo e della funzione partitica non solo rispetto alla società ma anche rispetto all’intero assetto statale. «Mentre per De Gasperi la definizione dell’architettura istituzionale passava attraverso una rigida separazione dei ruoli […] tra partito, governo e Parlamento», nella logica fanfaniana, per converso, lo Stato avrebbe dovuto reggersi sul riconoscimento della centralità istituzionale del partito in grado di condizionare il governo tanto nella compagine soggettiva quanto nella sua azione programmatica <61.
    Tutto questo valeva, ovviamente, anche per il Mezzogiorno: “La questione meridionale [non] è solo problema di depressione economica essa è soprattutto problema politico di mancanza di classe dirigente che sappia impostare i problemi della sua terra in maniera organica […]. La lotta per il rafforzamento della Democrazia cristiana se ha un significato politico in tutta Italia lo ha ancora di più per il Sud. La Riforma Agraria e la Cassa per il Mezzogiorno sono gli strumenti che la Democrazia cristiana ha creato per assolvere al suo dovere. Ma creati questi strumenti, messo in movimento questa struttura sociale, umana e italiana nasceva anche un problema nuovo per la Dc: dal momento che questi interventi hanno messo allo scoperto la carica vera della società italiana, nasceva il problema di raccogliere queste forze di movimento, di non farle degenerare in forze eversive, di sottrarle quindi al pericolo comunista, di
    saldamente innestarle nello Stato e di legarle al suo destino […]”. <62
    Calato nel contesto sociopolitico siciliano, il progetto politico fanfaniano trovava delle resistenze. Si è già avuto modo di accennare alla circostanza per la quale i provvedimenti legislativi che ruotavano attorno alla Riforma agraria, alla Cassa del Mezzogiorno e ai piani di industrializzazione invece di generare forze centrifughe davano vita a forze centripete all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana.
    [NOTE]
    43 “Pella non […] non era un capo corrente, non aveva la stoffa del leader, dunque gli aspiranti alla guida del partito potevano fidarsi di lui; quando fosse arrivato il momento si sarebbe ritirato in buon ordine, accontentandosi magari di una poltrona di ministro senza portafoglio o di sottosegretario o della presidenza di un ente del parastato” in G. Portalone, Giuseppe Pella e la questione di Trieste, Rassegna siciliana di Storia e cultura, 23-2023, https://www.isspe.it/rassegna-siciliana/49-numeri-rassegna-siciliana/rassegna-siciliana-di-storia-e-cultura-n-23/188-giuseppe-pella-e-la-questione-di-trieste-di-gabriella-portalone.html
    44 “Aldisio riferendosi all’appunto che gli verrebbe rivolto di esser stato sempre contrario alla attuazione della riforma agraria, ha ricordato che al Consiglio nazionale del partito di alcuni anni fa, fu proprio lui a presentare un o.d.g. in cui auspicava l’attuazione e della riforma agraria […]. Per quanto riguarda in particolare al dibattito svoltosi in seno al Consiglio dei ministri sul disegno di legge per la riforma agraria, Aldisio ha fatto capire che egli era contrario non al principio della riforma agraria, ma alla riforma agraria quale risultava dalla legge Segni”, G. Corigliano, “Primi passi su una via senza uscita? Oggi il Presidente della Repubblica inizia le consultazioni al Quirinale”, La Stampa, 7 gennaio 1954. Sul pensiero di Aldisio in senso contrario all’impostazione data da Segni alla R. Agraria vedi un suo altro articolo scritto già alla fine del 1943 dal titolo “In tema di latifondo”: «Certo è necessario che a base di ogni trasformazione si imponga il risanamento igienico sanitario che permetta di fissare definitivamente il contadino alla terra, ma tutto questo oggi va fatto non nell’interesse dei proprietari inerti ed assenti che vedrebbero senza loro merito e sacrificio il valore dei latifondi fin ora abbandonati [bensì] a solo beneficio delle classi lavoratrici», si tratta di un articolo riproposto in “La Dc non ha tollerato il predominio di classi improduttive. Il partito ha combattuto sin dal ‘43 per una politica di Riforma Agraria”, in «Sicilia del Popolo», 27 dicembre 1953. Sulla figura di Antonio Segni vedi S. Mura, Antonio Segni. La politica e le istituzioni, Bologna, Il Mulino, 2017. Sul pensiero di Sturzo rispetto alla R. agraria si ritiene molto efficace il quadro di sintesi offerto V. De Marco, Sturzo e la Sicilia nel secondo dopoguerra (1943-1959), cit., pp. 154-176.
    45 “Ma se si cercherà a far rinascere la fiducia nel pacifico possesso degli interessati alla terra, vecchi e nuovi: sia nella possibilità di collaborazione in libere associazioni, consensi e libere cooperative (dico libere e so bene quel che dico); sia infine nel ritmo di nuove attività produttive verso la più sviluppata industrializzazione agraria, allora potremo arrivare attraverso le difficoltà e gli attriti di oggi, verso un crescente benessere che la Sicilia non avrà avuto nel passato di un secolo”, L. Sturzo, Problemi di agricoltura siciliana, «La Sicilia», 30 gennaio 1952.
    46 V. De Marco, Sturzo e la Sicilia nel secondo dopoguerra (1943-1959), cit. 60.
    47 A. Mattone, Il Ministro Antonio Segni “agrarista”. Politica e Scienza giuridica nell’elaborazione della riforma fondiaria e della legge sui contratti agrari (1946-1950) in «Studi Storici», (3) 2016, pp. 523-575.
    48 ALS, Il convegno regionale di Palermo, dattiloscritto, 5 gennaio 1947, Parte IV (1946-1959), fasc. 1702.
    49 https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?rn:nir:stato:decreto.legislativo.luogotenenziale:1944-12-28;416.
    50 Ibidem.
    51 “Per movimento creditizio delle casse rurali […] su base regionale la Sicilia [era] al primo posto assoluto, ancora più avanti del Veneto. Come depositi nelle casse rurali Caltanissetta risultava la quarta provincia in tutta Italia (la prima era Trento, terza Cosenza). Come numero di casse rurali e agrarie la Sicilia era al secondo posto dietro il Veneto. Se pensiamo all’importanza delle casse rurali in tutta la storia del movimento cattolico italiano, comprenderemo meglio quale duro colpo abbia inferto il fascismo al Movimento cattolico in Sicilia e al nisseno in particolare, inglobando o comunque controllando tutta l’attività creditizia”. Chiesa e società a Caltanissetta all’indomani della Seconda guerra mondiale, (a cura di) P. Borzomati, cit., p. 158; “Purtroppo non ritroviamo più gran parte delle nostre vecchie casse rurali, né le nostre gloriose cooperative agricole, attraverso le quali molti latifondi furono trasformati e divisi – ma troviamo le migliaia di piccoli proprietari da noi creati, i quali si affollano intorno a noi, non appena qualcuno di noi arriva nei centri che conobbero e sperimentarono questa nostra benefica attività. In un giro che ho fatto di recente nei comuni di Caltanissetta e di Enna sono rimasto commosso per le affettuose e sincere manifestazioni ricevute” così scriveva Aldisio a Sturzo il 31 marzo 1944, Luigi Sturzo-Salvatore Aldisio (1924-1956) (a cura di) V. De Marco, Caltanissetta, Sciascia, 2001, pp. 94-95.
    52 ALS, lettera di Luigi Sturzo a Giuseppe Pella, 15 luglio 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1360.
    53 ALS, lettera di Gaspare Barletta a Luigi Sturzo, 27 luglio 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1333.
    54 ALS, lettera di Luigi Sturzo a Gesualdo La Rosa, 17 dicembre 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1360.
    55 “Nella breve fase del suo essere e declinare al governo, [Pella] ha indubbiamente smosso e trascinato con sé molte cose che giacevano ed erano custodite in inerzia, ha provocato strappi rivelatori in alcune situazioni ambigue, ha affrettato i tempi là dove abili pause erano predisposte, ha disturbato progetti, ha destato e distrutto aspettazioni di ogni genere, tutti tentando e tutti mettendo alla prova”, Nicolò Carandini, «Il Mondo», 26 gennaio 1954.
    56 V. Gorresio, Pella ha presentato le dimissioni, in «La Stampa», 6 gennaio 1954.
    57 V. Capperucci, Il partito dei cattolici. Dall’Italia Degasperiana alle correnti democristiane, cit. p. 630.
    58 “Il rivolgimento è certo profondo: Iniziativa democratica ha praticamente conquistato il partito, e la più forte minoranza è rappresentata da Forze sociali. Il nuovo Consiglio nazionale si riunirà fra 11, 10 e il 20 luglio per procedere all’elezione del segretario del partito e della nuova direzione. Alla segreteria verrebbe confermato De Gasperi, a meno che egli stesso non intenda rinunciare a tale faticoso incarico. Non è neppure da escludere che egli lasci la segreteria nel prossimo autunno, rimanendo, invece, presidente del consiglio nazionale, Il suo successore sarebbe, nell’un caso e nell’altro, l’on. Fanfani. L’on. Rumor sarebbe nominato vicesegretario del partito” in A.A., La lista “Inizia democratica” predomina al Congresso democristiano di Napoli, in «Corriere della Sera», I luglio 1954.
    59 F. Malgeri, L’Italia Democristiana, Uomini e idee nel cattolicesimo democratico nell’Italia repubblicana (1943-1993), cit., p. 82.
    60 ALS, Dc, Segreteria Politica, Fanfani, Convegno del Mezzogiorno 19 dicembre 1954, sc. 20, fasc. 4.
    61 Sulla concezione partitica di Fanfani vedi in particolare P. Craveri, Lo Stato e il partito nell’opera politica di Amintore Fanfani, in «Annali», Università degli studi Suor Orsola Benincasa, Vol. I 2009.
    62 ALS, Dc, Segreteria Politica, Fanfani, Convegno del Mezzogiorno 19 dicembre 1954, sc. 20, f. 4.
    Marco Carone, La Democrazia Cristiana in Sicilia 1940-1946. Il contributo dei popolari siciliani alla nascita del partito cattolico, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Messina, Anno Accademico 2022-2023

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  3. Le #Alpi ci proteggono dall'#aria più #umida che affluisce al #Nord! Sull'#Alto #Ticino sarà presente più #nuvolosità, mentre sul #Ticino #centro-#meridionale oggi sarà una giornata in #prevalenza #soleggiata, nonostante qualche velatura

    Original tweet: twitter.com/MeteoSvizzera/stat

  4. Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva

    Lo scontro politico tra modernizzatori e conservatori fu culturalmente accompagnato da fenomeni sociali che trovarono difficile ascolto e precaria attenzione. L’Italia del secondo dopoguerra era riuscita a trasformarsi nella sua veste istituzionale, politica ed economica ma i primi vent’anni di storia repubblicana sembravano rimandare l’altro aspetto del rinnovamento, quello socio-culturale. Abbiamo già richiamato l’attenzione sull’importanza di considerare il concetto di modernizzazione come un concetto totale, che includa cioè non solo gli aspetti più visibili di un cambiamento ma anche quelli più profondi, i quali, toccando le strutture antropologiche di una società, si dimostrano capaci di creare un consenso più genuino di quanto possa fare l’approvazione di un algido codice giuridico.
    Ora, gli spazi entro i quali l’assenza o il ritardo di questa seconda trasformazione meglio si possono osservare sono quelli della famiglia, in cui per certi versi colpevole, per altri innocente appare il retaggio culturale di alcune tradizioni, gli istituti scolastici, in cui manca una progettualità riformatrice, e infine la fabbrica, luogo dove emerge più potente l’esclusione della classe lavoratrice dal processo di modernizzazione.
    Vediamo dunque come, ciascuno a suo modo, questi spazi siano attraversati da una forma di inclusione repressiva.
    Famiglia. Le testimonianze che sono state raccolte in un prezioso studio del 1988 di Luisa Passerini, “Autoritratto di un gruppo”, e che segnano una specie di autobiografia collettiva di quella generazione che fece il Sessantotto, mostrano da diverse angolazioni quanto problematico fosse il rapporto che questa ebbe con la famiglia. Nell’Italia delle passioni politiche, del boom economico e dell’immigrazione venivano a coagularsi in questo vissuto privato stimoli e circostanze che producevano incomprensioni, distanze, scontri e rifiuti non ricomponibili.
    Poteva ad esempio accadere che, pur aderendo alla stessa fede politica di famiglia, alcuni vivessero con incomprensione ciò che, privatamente ostentato con orgoglio, veniva pubblicamente nascosto o stentava a trovare un riconoscimento identitario. Era questo il caso di Franco Russo: “Io sono di famiglia proletaria, mio padre era falegname e mia madre ha fatto la portiera, insomma i quattro quarti di nobiltà proletaria. Mio padre è socialista da sempre e mi portava ai comizi, però bisognava nascondere l’«Avanti!». Mio padre non è stato aiutato dal suo partito a fare della condizione di proletario un punto di identità sociale, è stato un continuo mascheramento di questa identità. C’è sempre stata una zona d’ombra in cui si è vissuti in casa” <95.
    In altri casi, come in quello di Maria Teresa Fenoglio, la distanza con la famiglia era strettamente legata a quella incomunicabilità che risentiva del peso della tradizione sia in modo diretto, cioè come oggettiva difficoltà a confrontarsi con il cambiamento di costume in atto, sia in modo indiretto, cioè come incapacità soggettiva, anche in presenza di un’apertura mentale, di accettare fino in fondo la rottura di alcuni tabù culturali: “Mia madre era in tutto e per tutto meridionale, portava la cultura mediterranea della suggestione magica, del malocchio. Mi era impossibile identificarmi con un materno così minaccioso, legato alla grande potenza della madre benefica e malefica. Un altro elemento materno era il piacere dell’esibizione, che mia mamma aveva moltissimo, le unghie rosse laccate, la gonna stretta, il trucco. Quando nell’adolescenza tentavo di imitarla, il risultato era un grande senso di depressione, perché mi giudicavo. Non potevo piacermi in quella maniera, perché dal punto di vista delle scelte ideali ero con mio padre – socialdemocratico, poi socialista, uno dei pochi comandanti delle Garibaldi non comunisti: idee democratiche, convinzione di essere superiore agli altri, per noi non contano i beni materiali. La rottura con mio padre è poi avvenuta con la mia scelta di libertà sessuale” <96.
    Ma a segnare lo scontro era la distanza tra l’orgoglio di appartenere ad una storia proletaria e l’imitazione di modelli sociali che invece garantivano la promozione sociale, sporcando così quella dignità dovuta alla fierezza della propria differenza. È questo il ricordo di Marino Sinibaldi: “Io sono nato in un quartiere a forte tradizione anarchica e socialista, mio nonno era fornaciaio, e nella piazza c’è sempre stato attaccato «Umanità nuova», oltre all’«Unità». Ma io andai al liceo Mamiani, e c’è dietro una storia patetica familiare. Mia nonna lavava i panni di gente ricca che abitava nel quartiere Prati e mia madre mi raccontò, che ero già grande, che quando era piccola accompagnava mia nonna a prendere e a portare i panni e passava davanti al Mamiani e vedeva questi ragazzi bellissimi con le automobili. E lei si è battuta moltissimo perché andassi al Mamiani, mentre per la territorialità mi sarebbe spettato un altro liceo. Quando me l’ha rivelato, ho radicalizzato il mio odio per questa scuola, naturalmente” <97.
    A volte il dramma dell’abbandono e il peso di un’educazione tradizionale erano così forti da trasformare l’estraneità nei confronti dei propri genitori in un rifiuto totale della famiglia. Così Roberto Dionigi: “Gli estremi: miniborghesia, due insegnanti, uno di ginnastica, uno di lettere. Vivono di lavoro, senza niente alle spalle, mio nonno paterno era oste, quell’altro era un maresciallo dei carabinieri in Sicilia. Tante bastonate, grande pedagogia fascista. Non ho niente in casa, nessun bagaglio di memoria, dalla famiglia non mi viene nulla” <98.
    Quello che queste voci sembrano dire è che a mancare fu quel valore di testimonianza – di fragilità, di esempio, di difficoltà a scegliere la giusta educazione in un momento in cui il paese stava cambiando – proprio delle figure parentali che avrebbe costruttivamente accompagnato i figli nella complessità di crescere in un momento come quello che l’Italia stava vivendo. L’assenza di questo valore spinse spesso a scegliere tra le stesse figure parentali, scelta che, data l’impossibilità di confrontarsi criticamente con il peso di una tradizione o di un’appartenenza, lasciò insoddisfatti e soli, rendendo la famiglia stessa come luogo di non identità.
    Non stupisce allora come il sentimento che molto spesso prevalse in questa generazione fu l’identificazione in un rifiuto radicale: la scelta di essere orfani. Lo ricorda, ad esempio, Fiorella Farinelli con un senso estremo di liberazione: «La più bella scritta sui muri della mia facoltà, me la ricordo in maniera nettissima, di tutte quelle che c’erano: “Voglio essere orfano”. L’ho condivisa, l’ho fotografata, mi sono portata il manifesto a casa, era quella che a me piaceva di più: “Voglio essere orfano”» <99. E tanto sentita appariva la verità di quella frase che essa finì per allargarsi anche alle altre istituzioni della società: «Non siamo figli, né padri di nessuno, siamo uomini che non vogliono credere in niente e a nessuno: senza dio, senza famiglia, senza patria, senza religione, senza legge, senza governo, senza Stato, senza polizia […]. Ecco, siamo dei bastardi» <100 – avrebbe scritto un gruppo di Provos milanesi in un foglio volante alla metà degli anni Sessanta.
    Ora, il rifiuto radicale dell’appartenenza alla famiglia era la soluzione estrema a cui molti giunsero data appunto l’impossibilità di un confronto interno con quegli aspetti, materiali e culturali, a cui la modernità richiamava.
    D’altra parte, però, si poteva assistere alla reazione contraria: posti davanti alla modernità metropolitana, la famiglia appariva non come luogo da cui fuggire ma come luogo in cui rifugiarsi dalla perdizione e dalla corruzione indotte da quella stessa modernità. Questo aspetto toccava prevalentemente il mondo degli immigrati: molto spesso le difficoltà oggettive in cui si trovarono a muoversi le famiglie meridionali – alloggio, ricerca di un posto di lavoro e un generale senso di straniamento indotto dalla città e dai suoi atteggiamenti razzisti – rendevano questo l’unico spazio sicuro, sia in termini economici – in famiglie numerose il lavoro di uno dei membri poteva provvedere a compensare i bisogni primari degli altri nelle fasi di assestamento o di crisi -, sia in termini socio-culturali – tanto profonda era la differenza tra città e campagna da preferire la riproposizione di valori tradizionali davanti ad un mondo che incuteva timore <101.
    Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva: o perché, culturalmente non aperta, poteva difficilmente costituirsi come spazio di dialogo e di confronto gravata dal peso innocente di tradizione ed appartenenza, o perché, culturalmente chiusa, sostituiva alla lontananza e all’incertezza dei nuovi diritti la sicurezza e l’intimità della tradizione. In tutto questo, la responsabilità politica stava nell’incapacità di intuire quale riflesso determinante avrebbe avuto gestire in modo diverso il processo di trasformazione sociale, rendendo meno difficoltosa nei suoi ostacoli immediati la trasformazione antropologica: gli scarsi investimenti, sia materiali che culturali, nel settore della formazione avrebbero appunto dimostrato questa incuria.
    [NOTE]
    95 Passerini, Autoritratto di un gruppo, cit., p. 44.
    96 Ivi, p. 53.
    97 Ivi, p. 45.
    98 Ivi, p. 47.
    99 Ivi, p. 46.
    100 Citato in A. De Bernardi – M. Flores, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna 1998, p. 167.
    101 Uno dei capolavori cinematografici del neorealismo italiano girato da Luchino Visconti nel 1960, Rocco e i suoi fratelli, ha colto molto bene questa dinamica di scontro della famiglia immigrata con la metropoli. L’incontro con la modernità viene qui proposto, inter alia, secondo la prospettiva della giustizia democratica: davanti al diniego e alla disapprovazione della famiglia, la scelta di Ciro di denunciare alla polizia l’omicidio compiuto dal fratello Simone rompe in questo senso quella solidarietà meridionale tradizionalmente legata allo ius sanguinis per aprirsi alla fiducia nelle istituzioni moderne.
    Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014

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  5. <
    Come pensatore libero, come persona che si pone tante domande sul mondo e sull'esistenza, mi chiedo sempre come possa mai essere che un #meridionale, un campano, possa votare o addirittura stare da ministro in un partito come la #patania...

    Ma effettivamente non vogliono fare la fine di quelli che studiano il culto di #Cthulhu e i #grandiantichi come nei racconti/romanzi di #HPLovecraft 😉

    Alla #sanitàmentale ci tengo 🤣

    2/2 [END]

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    Come pensatore libero, come persona che si pone tante domande sul mondo e sull'esistenza, mi chiedo sempre come possa mai essere che un #meridionale, un campano, possa votare o addirittura stare da ministro in un partito come la #patania...

    Ma effettivamente non vogliono fare la fine di quelli che studiano il culto di #Cthulhu e i #grandiantichi come nei racconti/romanzi di #HPLovecraft 😉

    Alla #sanitàmentale ci tengo 🤣

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    Come pensatore libero, come persona che si pone tante domande sul mondo e sull'esistenza, mi chiedo sempre come possa mai essere che un #meridionale, un campano, possa votare o addirittura stare da ministro in un partito come la #patania...

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    Alla #sanitàmentale ci tengo 🤣

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  8. Tra #telegram e #mastodon sto sparpagliando #spoiler del #progetto #queer, #femminista, #sexpositive e orgogliosamente #meridionale che sto mettendo su con quest'altra pazza totale! Che dire: ci siamo trovate. Presto vi sveleremo di più!
    #mastoposts #mastopost