#genocidio — Public Fediverse posts
Live and recent posts from across the Fediverse tagged #genocidio, aggregated by home.social.
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"Negli ultimi 3 anni, nella Striscia di Gaza tra l’80 e il 90% circa degli edifici è stato distrutto o danneggiato dai bombardamenti e dalle demolizioni forzate di #Israele."
#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #16settembre
https://www.ilpost.it/2026/09/16/gaza-crollo-palazzo-morti-dispersi/
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"Un mese e una 'evacuazione dell'avamposto' dell' #IDF dopo, #Qusra resta assediata dai coloni."
I palestinesi restano prigionieri nelle loro terre e nelle loro case.
#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #16settembre
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"Per essere ascoltata la sofferenza dei palestinesi deve passare attraverso una voce israeliana.
I palestinesi non devono necessariamente considerare gli ideatori di #NAZA come degli eroi.
Ma sono alleati."🧵#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #16settembre
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la Storia non sarà tenera con istituzioni di #uniBO che di fronte a un #genocidio che ha sterminato 20mila bambini a #Gaza risponde di non poter rescindere collaborazioni con #Israele perché "non può porsi in contrasto con obblighi"
Siamo "ho solo obbedito agli obblighi"
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Al menos 12 muertos al derrumbarse un edificio en Gaza y muchos atrapados bajo los escombros [ENG]
Al menos 12 muertos al derrumbarse un edificio en Gaza y... #tardigram #gaza #genocidio #derrumbe-edificio #muertes #Actualidad -
De los bonos israelíes al patrocinio: la presión sobre Allianz deja tocado al Festival de las Ideas
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De los bonos israelíes al patrocinio: la presión sobre Allianz deja tocado al Festival de las Ideas
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"The elimination project".
Il sistematico smantellamento della vita collettiva palestinese in #Cisgiordania attuato da #Israele.
Report di #BTselem.#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #15settembre
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"Gaza affronta la privazione d'acqua e gli straripamenti delle acque reflue.
Una catastrofe ambientale e sanitaria senza precedenti."
Alto il rischio di malattie ed epidemie.#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #15settembre
https://www.mezan.org/en/post/46896/Gaza-Faces-Water-Deprivation-and-Sewage-Overflows
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"Il ministro della scabbia non ha ancora finito di trascinare verso il basso la società israeliana" 🧵
"Il sovraffollamento, lo sporco e l'abbandono medico hanno provocato un'epidemia di scabbia tra i detenuti palestinesi, e #Ben_Gvir ha promesso di peggiorare ulteriormente le condizioni."
✍️ #AmiraHass#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #15settembre
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e vi consiglio il dibattito pubblico sul #genocidio di #Gaza e su #Naza alla #Festa del #FattoQuotidiano con #FrancescaAlbanese la storica #AnnaFoa, la condirettrice del Fatto #MaddalenaOliva e #RiccardoAntoniucci dove si mostra una clip di #Naza
QUI:
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Allianz se retira como patrocinador del Festival de las Ideas tras la amenaza de boicot de más de una treintena de participantes
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Não sei se atacar o Ed Sheeran é a solução. Infelizmente, os sionistas genocidas têm muito poder e poderiam até interromper a turnê, e nenhum artista quer decepcionar os fãs assim.
E Macklemore também deve ter recebido ameaças das quais não temos conhecimento (não de haters de internet, mas de pessoas que realmente podem encerrar a carreira dele ou pior).
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"#Israele rade al suolo le case di 3 villaggi in #Cisgiordania, sfollando oltre 100 palestinesi."
Distrutti anche "11 recinti per il bestiame, 5 servizi igienici all’aperto, 20 serbatoi e cisterne d’acqua, cinque pollai e i pannelli solari che fornivano elettricità alla comunità."🧵
#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #14settembre
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"Il personale sanitario riferisce di dover sistemare 2 o 3 prematuri nella stessa incubatrice per la carenza di apparecchiature."
Le incubatrici, l'ossigeno e i farmaci mancano perchè #Israele non le fa entrare.
#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #14settembre
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Li vedono, poi li uccidono: #Israele continuano ad usare droni armati che tracciano e colpiscono deliberatamente civili a Gaza.
#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #14settembre
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🧵 “NAZA”: smascherare la macchina di morte di Israele a Gaza | Yuval Abraham e Rachel Szor (+972 Magazine)
https://www.valigiablu.it/naza-israele-macchina-morte-civili-gaza-venezia/ -
Francesca Albanese: "Hay una necesidad de dejar de hablar de Gaza"
Francesca Albanese: "Hay una necesidad de dejar de hablar de... #tardigram #francesca #albanese #palestina #gaza #genocidio #israel #Politica -
"No queda ni un centímetro libre en Gaza": Israel usa el hacinamiento social como arma de guerra
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Ministro israelí de Cultura pide revocar la ciudadanía a autores de filme 'Naza'
Ministro israelí de Cultura pide revocar la ciudadanía a... #tardigram #israel #genocidio #gaza #naza #revocación-nacionalidad-directores #traición #Politica -
donatella della porta sulla definizione di antisemitismo (dalla newsletter del ‘manifesto’, 7 set. 2026)
Donatella Della Porta
Nata nel 2016 come strumento di catalogazione per documentazione d’archivio, la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance) è del tutto inadeguata a fornire una base legale per la definizione dell’antisemitismo nonché dannosa per la democrazia e per la lotta contro il razzismo.
Oltre a essere vaga ed imprecisa (e anche per questo esplicitamente non vincolante dal punto di vista legale), la definizione paradossalmente viola quegli stessi criteri che vorrebbe difendere, rendendo tendenzialmente inutilizzabile il concetto stesso di anti-semitismo e inquinando le stesse conoscenze sull’andamento del razzismo contro gli ebrei. I suoi effetti sulla libertà di espressione e la libertà accademica sono poi drammatici, contribuendo a ostacolare la ricerca in diversi campi di studio (inclusi quelli sul genocidio ed ebraismo), che sono ormai profondamente divisi.
CONSIDERANDO la core definition dell’Ihra come confusa, già nel 2020 un gruppo di 220 esperti di antisemitismo ha proposto, nella Dichiarazione di Gerusalemme, una definizione di antisemitismo come «discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)». Quegli stessi studiosi avevano osservato che «poiché la definizione dell’Ihra è poco chiara sotto alcuni aspetti fondamentali e ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e generato polemiche, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo».
Specialmente deleteri nei loro effetti sono alcuni degli esempi che fanno parte della proposta Ihra che nei fatti introducono un collegamento tra critica a Israele e antisemitismo affermando che le manifestazioni di antisemitismo possono includere l’attacco allo Stato di Israele, concepito come collettività ebraica. Tuttavia, le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite.
Lasciando nel vago la definizione dei criteri per giudicare quando la critica a Israele si distacca da quella ad altri stati, tra gli esempi di critiche a Israele con potenziali connotati antisemiti vengono citate «negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista»; «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista»; «ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele».
DATO CHE la comparazione tra eventi storicamente diversi ma con alcune caratteristiche paragonabili è alla base stessa del ragionamento etico e politico, in generale e ancor più scientifico, l’assimilazione all’antisemitismo della utilizzazioni di termini come genocidio, pulizia etnica, apartheid, ghetto, campo di sterminio per riferirsi alle azioni di istituzioni e amministrazioni israeliane permette di reprimere le critiche a Israele. Questo appare tanto più insostenibile in un momento in cui l’appropriatezza della utilizzazione di quei termini alle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele è stata confermata da attori come corti internazionali, esperti e organizzazioni umanitarie internazionali, radicandosi anche nell’opinione pubblica.
La censura nell’uso di quei termini per definire i crimini di Israele viene poi spesso attivata da una serie di attori, di governo e no, fra i principali promotori di quella definizione fuorviante: dai partiti della destra radicale (che combinano da qualche anno un antisemitismo razzista unito a un sostegno alle politiche razziste di Israele) alle correnti sioniste nei partiti centristi o anche di centro-sinistra (uniti nella difesa del passato coloniale), dalla stampa mainstream alle campagne dell’Hasbara israeliana sui social media, di gruppi razzisti di estrema destra ad alcune (ma non tutte) associazioni ebraiche sioniste.
LA DEFINIZIONE DELL’IHRA è stata spesso richiamata nella repressione delle proteste in solidarietà con la Palestina, in nome di una violazione di una definizione formalmente non vincolante dal punto di vista giuridico ma che ha acquisito uno status giuridico ambivalente. È stata infatti utilizzata da imprenditori di panico morale per giustificare campagne di repressione contro le espressioni di solidarietà con la Palestina, attraverso attacchi personali ad attivisti, anche ebrei, nella forma del doxxing organizzato e campagne di cancellazioni di eventi artisti o accademici sulla Palestina.
Ragioni di sicurezza vengono citate per negare la parola dopo campagne di panico morale. La scientificità viene messa in discussione da non accademici e imposta con minacce di togliere fondi pubblici e privati.
COME MOLTI EBREI antisionisti hanno osservato, la definizione dell’Ihra non protegge gli ebrei ma anzi li colpisce direttamente come attori che criticano Israele e indirettamente screditando il concetto stesso di antisemitismo. In modo perverso, viene utilizzata per raccogliere dati falsati sul fenomeno, lamentandone una crescita che è però (almeno in buona parte) inflazionata dal contare come antisemitismo le critiche a Israele (fino alle dichiarazioni da parte di intellettuali ebrei, bersagliati come traditori).
Paradossalmente la definizione Ihra viola i suoi stessi principi, introducendo quella confusione tra Israele e ebrei che si dice di volere combattere. C’è da aggiungere che, nei paesi in cui si è fatto più ricorso alla definizione Ihra, il suo uso strumentale nella stigmatizzazione e nella repressione della sinistra e dei migranti legato al collegamento del presunto antisemitismo contro Israele a un presunto antisemitismo nella sinistra e «importato» ha prodotto gravi rotture nella fiducia istituzionale senza peraltro convincere i cittadini che ormai in maggioranze molto consistenti esprimono sia la loro convinzione che Israele sta commettendo un genocidio dei palestinesi e sia la loro opposizione al sostegno dei loro governi a esso.
Donatella Della Porta
#antiSemitismo #antirazzismo #antisemitismo #autodeterminazione #colonialismo #confusione #criminiDiIsraele #criticaAIsraele #DichiarazioneDiGerusalemme #dirittiUmani #dirittoInternazionale #ebraismobertàDiEspressione #Gaza #genocidio #hasbara #Ihra #InternationalHolocaustRemembranceAlliance #Israele #libertàAccademica #libertàDiEspressione #neofascismo #Palestina #polemiche #razzismo #sionismo -
A #Burqa "un'anziana palestinese è stata ricoverata con una grave ferita alla testa dopo essere stata picchiata durante un'incursione di coloni."
#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #1settembre
https://lespresso.it/c/mondo/2026/9/1/cisgiordania-violenza-coloni-villaggi-incendi/64389
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Più di 1.300 persone sono state uccise a Gaza dall’inizio del "cessate il fuoco".
#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #1settembre
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La cancellazione del popolo palestinese è la "soluzione" da incubo che ogni giorno si sta trasformando in realtà.
L'espulsione forzata potrebbe essere accompagnata da un altro massacro di massa.🧵
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#AmiraHass#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #1settembre
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Columna Sociedad | La ingeniería social de salud
La cultura del humanismo mexicano tiene sentido cuando se suman acciones que contribuyen al bienestar de las personas más vulnerables; donar, resuelve una urgencia…
Por José Víctor Rodríguez Nájera
(…) pero usar la riqueza económica para crear patrimonio e instituciones permanentes de salud, tiene una dimensión diferente.
Hace casi dos décadas, el Instituto Carso de la Salud intentó colocarse en ese segundo terreno. Un reporte publicado por el Boletín de la Organización Mundial de la Salud documentó que Carlos Slim Helú había destinado 500 millones de dólares para atender problemas prioritarios de salud en América Latina.
En ese entonces, el proyecto tenía una característica poco común para una institución filantrópica, no esperaba simplemente recibir solicitudes para repartir recursos. Julio Frenk Mora, entonces presidente ejecutivo, explicó que el instituto pretendía estudiar los problemas, definir una agenda, elegir socios y financiar proyectos capaces de producir soluciones.
La advertencia sanitaria en aquel 2007 ya era clara; el propio reporte del organismo de las Naciones Unidas señalaba que tres de cada cuatro muertes de adultos en América Latina estaban asociadas con enfermedades no transmisibles; advertía sobre el crecimiento de padecimientos como diabetes y enfermedades cardiovasculares.
Casi 20 años después, las cifras oficiales que sustentan el programa “Salud Casa por Casa” señalan que 27.6% de los mexicanos de 60 años o más vive con diabetes y 40% con hipertensión. Además, 34% de ese grupo presenta tres o más condiciones crónicas simultáneas.
En este sentido, el gobierno de Claudia Sheinbaum ha apostado por una lógica semejante desde el sector público. “Salud Casa por Casa” reportó en mayo pasado más de 18.4 millones de visitas a 11.5 millones de personas adultas mayores y con discapacidad. En esas visitas se realizaron más de 11 millones de pruebas de glucosa, colesterol y triglicéridos.
La coincidencia es muy interesante, el capital privado aporta innovación y recursos; mientras que el Estado posee la responsabilidad de garantizar derechos y cobertura universal de atención a la salud. El punto de encuentro bien podría ser la cooperación bajo reglas públicas; trabajo fino que recaería en los legisladores, desde el Congreso de la Unión.
El documento de la OMS ya colocaba esta evaluación en el centro del modelo; mientras que, el instituto planteaba acciones para investigar, innovar, implementar, fortalecer, invertir e informar, como una cadena para convertir recursos en soluciones.
Esa lógica debería interesar al gobierno de la mandataria Claudia Sheinbaum, no porque necesite mecenas, sino porque México requiere sumar capacidades, sin entregar a algún grupo privado la facultad de decidir sobre sus prioridades.
Una alianza seria entre Estado, universidades, organizaciones sociales y grandes patrimonios puede acelerar soluciones. Pero necesita transparencia, reglas de conflicto de interés y resultados verificables. Está claro que, la salud pública no debe depender de la generosidad de un empresario, del mismo modo que la iniciativa privada no debería cargar con obligaciones que corresponden al gobierno.
El gobierno federal ya impulsa un modelo de inversión mixta, lo hacemos en energía, transporte, conectividad, agua, medio ambiente, educación, parques industriales y manufactura. Después de todo, hay que recordar que la vida y la salud de los ciudadanos, son conceptos invocados desde la Declaración Universal de los Derechos Humanos.
* Periodista mexicano | @JoseVictor_Rdz | Premio Nacional de Derechos Humanos 2017
- Columna anterior: ¿El monopolio de la verdad?
Texto publicado de manera original en el diario digital SDP-Noticias
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#stopthegenocideingaza🇵🇸 Una serata straordinartia quella trascorsa ieri 18 agosto a Santa Marina #Salina (Isola di Salina), per denunciare "La normalizzazione del #genocidio a #Gaza" e la partnership del governo italiano con le autorità israeliane. Un grazie infinito al Prof. Triestino Mariniello (Johm Moore University, Liverpool), alla prof.ssa Martina Giuffrè (Università di Parma) e a Piero Lamancusa (Assemblea per la Palestina Milazzo).
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#stopthegenocideingaza🇵🇸 Santa Marina Salina (Isola di #Salina), martedì 18 agosto, ore 19,30.
La normalizzazione del #genocidio a #Gaza. Intervengono: Prof. Triestino Mariniello (Johm Moore University, Liverpool); prof.ssa Martina Giuffrè (Università di Parma); Antonio Mazzeo (giornalista). Modera Piero Lamancusa (Assemblea per la Palestina Milazzo). -
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Santa Marina Salina (Isola di #Salina), martedì 18 agosto, ore 19,30.
La normalizzazione del #genocidio a #Gaza. Intervengono: Prof. Triestino Mariniello (Johm Moore University, Liverpool); prof.ssa Martina Giuffrè (Università di Parma); Antonio Mazzeo (giornalista). Modera Piero Lamancusa (Assemblea per la Palestina Milazzo). -
Chiara Pedrocchi: “Fuga da Big Tech” (guerredirete, 13 mag. 2026)
[...]https://differx.noblogs.org/2026/08/12/chiara-pedrocchi-fuga-da-big-tech-guerredirete-13-mag-2026/
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Chiara Pedrocchi: “Fuga da Big Tech” (guerredirete, 13 mag. 2026)
[...] Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati. Meta ha […]https://differx.noblogs.org/2026/08/12/chiara-pedrocchi-fuga-da-big-tech-guerredirete-13-mag-2026/
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26 giu. 2026, dalla Redazione de ‘L’Antidiplomatico’: «”Complici del genocidio a Gaza”: la durissima petizione contro i medici israeliani pubblicata su The Lancet»
>> Oltre 1.150 professionisti e organizzazioni sanitarie hanno lanciato il 13 giugno una petizione per il boicottaggio dell’Associazione medica israeliana (IMA), accusandola di non rispettare l’etica medica e di dimostrare “complicità” nel genocidio dei palestinesi a Gaza.
L’iniziativa è guidata dal People’s Health Movement (PHM), da Medici per Gaza e dal Consiglio consultivo sanitario del gruppo Jewish Voice for Peace.
Le organizzazioni chiedono all’Associazione Medica Mondiale (WMA) di interrompere l’adesione all’IMA per il suo silenzio sulla sistematica distruzione delle infrastrutture sanitarie da parte di Israele e sull’uccisione, il rapimento e la tortura di medici, infermieri e soccorritori palestinesi.
La petizione è stata pubblicata anche su The Lancet, la rivista medica più prestigiosa al mondo. <<[…]
#AssociazioneMedicaIsraeliana #AssociazioneMedicaMondiale #complicitàInGenocidio #complicitàNelGenocidio #complicitàNelGenocidioDeiPalestinesi #ConsiglioConsultivoSanitario #distruzioneDelleInfrastruttureSanitarie #eticaMedica #Gaza #genocidio #genocidioDeiPalestinesi #IMA #infermieri #infrastruttureSanitarie #Israele #JewishVoiceForPeace #Lancet #medici #MediciPerGaza #Palestina #palestinesi #PeopleSHealthMovement #personaleMedico #petizione #PHM #rapimenti #soccorritori #TheLancet #torture #uccisioni #WMA #WorldMedicalAssociation
l’articolo integrale è qui → https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-complici_del_genocidio_a_gaza_la_durissima_petizione_contro_i_medici_israeliani_pubblicata_su_the_lancet/45289_67709/ -
Columna Sociedad | ¿El monopolio de la verdad?
La consulta pública sobre los Lineamientos Generales para la Protección de los Derechos de las Audiencias abrió un debate sobre la libertad de expresión, el papel del Estado en la regulación de contenidos y límites constitucionales.
Por José Víctor Rodríguez Nájera
Las conferencias de prensa matutinas han sido un ejercicio cotidiano y exitoso de comunicación política. Desde que Andrés Manuel López Obrador instauró ese formato como jefe de Gobierno del entonces Distrito Federal, a principios de este siglo, la llamada “mañanera” evolucionó hasta convertirse en el principal instrumento de conducción política del país. Con Claudia Sheinbaum Pardo, esa estrategia conserva el mismo propósito, fijar la agenda nacional desde Palacio Nacional.
No existe precedente en la historia contemporánea de México de un mecanismo gubernamental con semejante capacidad para orientar la conversación pública. Cada declaración presidencial define prioridades, condiciona debates e incluso modifica el comportamiento de instituciones y actores políticos, sin importar el partido que gobierne en las entidades federativas.
Esa capacidad de comunicación, por sí misma, no representa un problema. En una democracia, todo gobierno tiene derecho a exponer sus decisiones. La preocupación surge cuando el Estado pretende avanzar un paso más y asumir funciones que corresponden a una sociedad libre.
El anuncio realizado este martes sobre la consulta pública de los Lineamientos Generales para la Protección de los Derechos de las Audiencias, presentado por Luisa María Alcalde Luján, titular de la Consejería Jurídica del Ejecutivo Federal, abre un debate que trasciende la regulación de la radio y la televisión. La discusión se centra en, ¿quién debe decidir qué constituye información, opinión o propaganda.
La Constitución, en su artículo 6°, protege la libertad de expresión y el derecho a la información. A ello se suma el artículo 13 de la Convención Americana sobre Derechos Humanos, que prohíbe la censura previa como principio general. Ambos ordenamientos parten de una premisa elemental, el poder público no debe erigirse en árbitro de la verdad.
Precisamente ahí aparecen las inquietudes. La organización Artículo 19, cuyo nombre proviene del artículo 19 de la Declaración Universal de los Derechos Humanos, advirtió que algunos apartados del proyecto podrían abrir espacio para que una autoridad administrativa califique contenidos periodísticos y determine la diferencia entre información, opinión o propaganda.
Marta Tudón, oficial del Programa de Ecosistema Informativo y Tecnología de esa organización, resumió a la periodista Verónica Méndez en W Radio, el riesgo con una expresión que merece atención, una eventual «policía de la verdad». La frase puede parecer severa, pero refleja una preocupación compartida por especialistas, académicos y organizaciones dedicadas a la defensa de la libertad de expresión.
El problema no reside en los derechos de las audiencias. Esos derechos fortalecen la democracia cuando garantizan accesibilidad, inclusión, mecanismos de queja y códigos de ética. El conflicto aparece cuando bajo esa misma bandera se abre la posibilidad de que la autoridad intervenga en criterios editoriales que corresponden exclusivamente a los medios de comunicación.
El periodismo posee mecanismos propios de control. La verificación de los hechos, la responsabilidad editorial, el derecho de réplica previsto por la ley, la crítica pública y la competencia entre medios forman parte de un ecosistema que no requiere tutelaje gubernamental.
La experiencia reciente tampoco favorece la confianza. Durante los últimos años, México presenció la desaparición o transformación de diversos organismos autónomos y el debilitamiento de instituciones concebidas como contrapesos del poder. Ese contexto explica por qué cualquier intento de ampliar facultades regulatorias sobre la información despierta inquietud legítima.
Ningún gobierno, por popular que sea, puede asumir la facultad de certificar la verdad. La historia demuestra que los excesos contra la libertad de expresión casi siempre comenzaron con argumentos nobles, combatir la desinformación, proteger a la sociedad o defender el interés público.
La consulta anunciada por el gobierno representa una oportunidad para que periodistas, universidades, concesionarios, especialistas y organizaciones civiles presenten observaciones. Esa discusión debe enriquecer el proyecto, no convertirse en una simple formalidad administrativa; después de todo, el auditorio es quién decide qué información consumir..
* Periodista mexicano | @JoseVictor_Rdz | Premio Nacional de Derechos Humanos 2017
- Columna anterior: ¿Educación militarizada?
Texto publicado de manera original en el diario digital SDP-Noticias
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BDS Italia – L’Indipendente: “Nessun porto per il genocidio: la nuova campagna ‘Block the boat’ di BDS” (3 giu. 2026)
L’embargo militare nei confronti di Israele è la prima e più importante sanzione che la società civile palestin
https://differx.noblogs.org/2026/07/02/blocktheboat/
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L'IDF espande l'occupazione di Gaza, concentrando sempre più palestinesi in sempre meno territorio. 🧵
#Israele controlla il 65-70% della Striscia.
"Quando nell’ottobre 2025 è stato firmato l’accordo di cessate il fuoco, il 53% della Striscia era sotto il controllo israeliano."
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Despues de 6 años, Ni verdad ni justicia para las 7291 víctimas en las residencias de Madrid
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“ci hanno ordinato di uccidere”: la nakba del 1967 che gli israeliani non conoscono / adam raz
Adam Raz
HAARETZ, 4 giu. 2026Testimonianze inedite di soldati che combatterono nella Guerra dei Sei Giorni mettono in luce un netto divario tra la memoria collettiva di Israele e ciò che accadde effettivamente nel 1967. Documenti recentemente scoperti indicano che 300.000 arabi furono espulsi o sfollati dalla Cisgiordania, Gaza e dalle Alture del Golan in mezzo a violenze, saccheggi e distruzione. | Un’indagine
“All’inizio non ero disposto a giustiziare gli arabi che non resistevano,” disse un soldato. “Poi siamo giunti alla conclusione che dovevamo uccidere. Abbiamo attraversato il processo di smettere di vederli come esseri umani”. Un secondo soldato ha spiegato che a Gaza, “le vite umane non contavano. Potevi uccidere, non c’era legge. Nessuno ti direbbe una parola, ma non è una bella sensazione. Uccide principalmente la tua umanità”. Un terzo soldato raccontò “spedizioni punitive che avremmo svolto nei villaggi minoritari della Striscia, non una o due volte. Abbiamo catturato i ragazzi, messi in fila e eliminati. Col senno di poi, sembra un omicidio”. “Vagavamo per i campi profughi a Gaza e compivamo purghe”, ha testimoniato un quarto soldato. “Ogni uomo che abbiamo visto era un combattente, questo è chiaro. Nessun modo per provarlo. Forse erano prigionieri o civili a essere uccisi. Ogni soldato presente creò un ‘campo di concentramento’, e non esitavano a uccidere chi causava un piccolo disturbo”. “È un dibattito filosofico,” disse un quinto soldato riguardo al tentativo di distinguere tra “l’impulso a uccidere e il desiderio di divertirsi”.
Le testimonianze di queste truppe israeliane, che non videro mai la luce, emersero in una serie di discussioni tenutesi nei kibbutz dopo la Guerra dei Sei Giorni. Una selezione delle conversazioni fu raccolta in un libro canonico, Il settimo giorno: i soldati parlano dei Sei Giorni, ma molte testimonianze dure furono omesse. Il film di Mor Lushy del 2015, Censored Voices, ha effettivamente smascherato alcuni dei crimini commessi nel 1967, ma la stragrande maggioranza è rimasta in sala di montaggio. “Su 200 ore di registrazioni, un numero significativo di ore riguarda crimini di guerra,” ha detto Loushy all’uscita del film. “La storia è riuscita quasi in ogni kibbutz e si è ripetuta più e più volte. Abbiamo incluso tre o quattro testimonianze sull’uccisione dei prigionieri nel film”. Una consultazione dei protocolli completi, conservati nell’Archivio Yad Tabenkin a Ramat Gan, rivela un netto divario tra la memoria collettiva di Israele e ciò che è realmente accaduto. Questi protocolli, insieme a una serie di documenti pubblicati qui per la prima volta, costituiscono la base di un’indagine e di una ricerca di “Haaretz” da parte dell’Istituto Akevot su quanto accaduto durante e dopo la Guerra dei Sei Giorni. L’indagine storica mostra che Israele espulse e scacciò circa 300.000 arabi dalla Cisgiordania, Gaza e dalle Alture del Golan. E, come nel 1948, l’espulsione includeva uccisione di civili, seminare terrore nelle comunità arabe, saccheggio e, infine, distruzione.
Nelle settimane successive alla guerra, migliaia di rifugiati palestinesi cercarono di tornare in Cisgiordania dopo aver trovato rifugio a est del fiume Giordano. Tuttavia, le Forze di Difesa Israeliane tesero un’imboscata a coloro che stavano tornando e li massacrarono. L’uccisione dei palestinesi che tentavano di tornare non fu ampiamente pubblicizzata, ma raggiunse le orecchie del membro della Knesset Uri Avnery. Un soldato traumatizzato che incontrò Avnery gli disse che lui e i suoi compagni furono istruiti ad aprire il fuoco anche su donne e bambini. Dopo aver raccolto la testimonianza di un altro soldato, Avnery chiese al capo di stato maggiore delle Forze di Stato Armato di Israele Yitzhak Rabin di aprire un’indagine e ordinare la sospensione degli omicidi. Avnery non ha pubblicato i dettagli sul suo giornale, HaOlam HaZeh, né ne ha parlato dal podio della Knesset. Come altri, anche lui rimase in silenzio e attese cinque decenni prima di presentare la testimonianza parola per parola nella sua autobiografia: “Ogni notte, gli arabi attraversavano il Giordano dalla Riviera Est alla Cisgiordania. Bloccammo questi attraversamenti e ricevemmo l’ordine di sparare per uccidere, senza preavviso. Infatti, tali colpi venivano sparati ogni notte contro uomini, donne e bambini, anche nelle notti illuminate dalla luna quando era possibile identificare chi attraversava. Cioè, distinguere tra uomini, donne e bambini. La mattina dopo uscivamo a scandagliare l’area e uccidevamo, su ordine esplicito dell’ufficiale presente, coloro che erano vivi, compresi quelli nascosti e i feriti. Dopo la fine degli omicidi, coprivamo i corpi di terra finché non arrivava un trattore”. “Ci hanno spiegato che se i convogli di rifugiati di ritorno dalla Giordania alla Cisgiordania passavano accanto a noi, dovevamo fucilarli”, ha testimoniato un altro soldato. “Ho chiesto all’agente: E se sento i bambini piangere, devo sparare anche a quelli? La risposta che ho ricevuto è stata: Non fare la ragazza”. Il maggiore generale Uzi Narkiss, capo del Comando Centrale dell’esercito durante la guerra, ammise in seguito che le truppe furono istruite a sparare per uccidere chi tornava se non conoscevano la parola d’ordine. E come avrebbero fatto i rifugiati palestinesi a sapere quale parola d’ordine li avrebbe salvati dalla morte? “A volte ci sono persone che esagerano nel loro comportamento e invece di chiedere la parola d’ordine, sparano immediatamente,” disse Narkiss al giornale Koteret Rashit nel 1985. “Quando c’è una guerra, succedono cose tragiche”. L’IDF stessa ha riferito che all’inizio di settembre quasi 150 palestinesi erano stati uccisi in questo modo, e il Capo di Stato Maggiore Rabin ha anche confermato al Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza che questi erano gli ordini riguardanti gli “infiltrati”. Questi ordini erano in linea con la decisione del governo del 25 giugno di impedire il ritorno dei rifugiati che avevano attraversato il fiume Giordano verso est.
A soldier’s testimony collected by MK Uri Avnery. “We received orders to shoot to kill, without prior warning”
Torniamo alle testimonianze di Soldiers’ Talk. “Supponiamo che dobbiamo trattare gli arabi in questo modo,” disse uno dei soldati, “la domanda è se questo non comprometta un vasto fondamento morale per tutte le cose che diciamo tra di noi. Non sono un grande vegetariano, ma questo tipo di uccisione deve avere conseguenze più avanti nella vita”. Poi raccontò di un “ragazzo giordano” che rimase lungo la strada in gruppo, finché i soldati “non li crivellarono di proiettili e mi dissero con completo entusiasmo che li avevano finiti”. Riportò anche un grande “raccolto” effettuato altrove, ma non ne disse di più. Un altro partecipante alla conversazione ha paragonato il comportamento dei soldati regolari a quello dei riservisti. “I soldati regolari uccidono molto più facilmente. I clienti abituali fanno cose terribili. Hanno compiuto omicidi veri e propri, hanno sparato ai prigionieri anche quando avevano le mani alzate”. Ha aggiunto di essere presente all’esecuzione di “circa 15 uomini” disarmati. Testimonianze di questo tipo appaiono ripetutamente nelle trascrizioni. Un soldato ha raccontato di aver assistito a “casi che mi hanno profondamente scioccato, di esecuzioni e cose simili”. Un riservista ha parlato di ordini espliciti di giustiziare i palestinesi fatti prigionieri: “Non c’è stato un processo; ma un ufficiale del governo militare, dell’intelligence, non so esattamente da dove, passava in rassegna i documenti e diceva: ‘Questo va giustiziato’, senza esitazione”. Gli omicidi non erano sempre destinati ad accelerare l’espulsione o a smaltire i prigionieri. Un soldato ha raccontato un episodio avvenuto nel nord del Sinai, al lago Bardawil. Il soldato e i suoi compagni incontrarono sette arabi, chiaramente civili, seduti su una piccola barca a vela. Secondo lui, un’infermiera che li accompagnava “si è subito eccitata” e ha suggerito di sparargli da lontano. “Presto, sono arabi!” avvertì i combattenti. Una parte della forza armò le armi, e il soldato ingenuamente pensò “i ragazzi stanno scherzando”. Quando si rese conto che erano seri, urlò all’agente: “Non sparerete, senti?” Ma l’agente rispose che non riceveva ordini da lui. “Il primo colpo si spense e immediatamente tutti gli altri si unirono e fecero di quel campo un vero poligono di tiro,” continuò nella sua testimonianza. Gli occupanti della barca si gettarono in acqua feriti, “e, per pietà, dissi a qualcuno: ‘Dai, sparagli.'” “Abbiamo trasformato la penisola del Sinai in un campo di sterminio,” scrisse un altro soldato alla sua ragazza, raccontando che le persone venivano giustiziate anche se disarmate, e che ciò accadeva sia ai soldati catturati che ai civili. “Ho visto troppi omicidi per piangere”. “Non era un’aberrazione. In uno dei casi più scioccanti in cui i prigionieri furono giustiziati, l’ordine fu dato da Moshe Levy, un ufficiale di stato maggiore dei Paracadutisti. Levy fu successivamente nominato capo di gabinetto.
Alcuni casi rimangono nascosti al pubblico israeliano ancora oggi, anche se la maggior parte dei loro dettagli è stata pubblicata all’estero. Questo è stato il caso di Moshe Levy e dell’uccisione dei prigionieri, e anche delle testimonianze sull’uccisione di quattro civili a Rafah dopo la fine dei combattimenti. Un documento ottenuto da “Haaretz” mostra che ancora nel 2008, quattro decenni dopo, l’archivista di Stato Yehoshua Freundlich raccomandò di conservare chiuso “il fascicolo riguardante un incidente avvenuto a Rafah dopo la Guerra dei Sei Giorni”, sostenendo che “la sua esposizione potrebbe causare gravi danni alle relazioni estere di Israele”. Il materiale sull’affare è ancora oggi sigillato nell’Archivio IDF. L’euforia che seguì la rapida vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni oscurò la Nakba del 1967. In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, circa 200.000 palestinesi furono cacciati, molti dei quali residenti in campi profughi già espulsi dalle loro case due decenni prima. Le comunità arabe lungo la Linea Verde furono distrutte per sfumare il confine tra Israele e Giordania. Dalle Alture del Golan, circa 120.000 cittadini siriani furono cacciati e il loro ritorno a casa fu vietato dopo la cessazione dei combattimenti. Le loro comunità furono sistematicamente saccheggiate dallo Stato. In alcuni casi, iniziative private di razzia precedettero il saccheggio organizzato dallo Stato.
Documenti aperti alla consultazione negli archivi negli ultimi anni e rivelati dall’Istituto Akevot indicano che le IDF si erano impegnate in meticolosi preparativi per la “conquista di aree al di fuori dei confini dello Stato” già all’inizio degli anni ’60. L’esercito sperava che la situazione politica avrebbe giocato a favore di Israele e gli avrebbe permesso di mantenere il territorio occupato per un periodo prolungato, stimando che in Cisgiordania, Striscia di Gaza e nel Sinai settentrionale, “potrebbe esserci bisogno di un governo militare prolungato, in linea con le tendenze diplomatiche”. L’occupazione dei territori non colse Israele di sorpresa, come semplice sottoprodotto dei successi sul campo di battaglia. Al contrario, lo Stato lo aveva pianificato. I palestinesi erano semplici spettatori in questa storia. Il ministro della Difesa Moshe Dayan scrisse nelle sue memorie che i palestinesi residenti in Cisgiordania non avevano preso parte alla guerra e che non era la loro guerra. Tuttavia furono loro a pagare il prezzo.
Il pubblico israeliano, dal canto suo, è rimasto in silenzio. Le truppe che partecipavano a commettere crimini tenevano la bocca chiusa; persone che saccheggiavano e rubavano proprietà non volevano vantarsene; i kibbutz che parteciparono all’espulsione dei palestinesi e alla confisca delle loro proprietà cercarono di minimizzare le loro azioni. Amos Kenan, allora riservista che prestava servizio a Latrun, fu tra i pochi che protestarono apertamente contro l’espulsione e la distruzione dei villaggi, scrivendo un rapporto sugli atti di distruzione al Primo Ministro Levi Eshkol. Tuttavia, i leader israeliani non furono semplicemente trascinati dall’escalation militare. Più di una volta strizzarono l’occhio per segnalare all’esercito il loro desiderio di espulsione della popolazione araba. “Vogliamo anche liberare un po’ della Striscia di Gaza,” disse Moshe Dayan in una riunione ministeriale nel luglio 1967, secondo un precedente documento aperto per consultazione. Il ministro del lavoro Yigal Allon espresse un sentimento simile. Durante una riunione del Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza, Allon disse: “non c’è motivo di dispiacersi per alcuni villaggi distrutti”. Non si trattava semplicemente di una riflessione retrospettiva. Il lavoro di espulsione era allora in pieno svolgimento.
Il ministro dell’Informazione Yisrael Galili dichiarò durante una riunione di gabinetto che “nessuna quantità di relazioni pubbliche avrebbe sistemato” ciò che aveva visto durante una visita in Cisgiordania. E aggiunse: “la nostra tesi principale era che affrontavamo il pericolo di annientamento. Questa tesi ha perso ogni minimo valore”. L’espulsione, come ha poi detto Ishai Amrami, vice comandante di un battaglione che combatté nella Guerra dei Sei Giorni, era pianificata. Amrami partecipò nel 1987 a un raduno di attivisti del partito Mapam per celebrare i 20 anni dalla pubblicazione del libro Soldiers’ Talk. Gli attivisti e gli ex soldati, ormai sulla cinquantina, guardavano indietro agli eventi della guerra come cosa lontana. “Questa cosa, che ho sperimentato in prima persona, è stata un tentativo di trasferimento massiccio di popolazione,” ricordò Amrami. “Non una semplice espulsione, dunque, ma un trasporto via bus. Questo è qualcosa che rimane impresso nella mia memoria ancora oggi. Non conosco tutti i dettagli, ma era chiaro che una tale mossa stava avvenendo”. Eppure, bisogna porsi la domanda: chi ha dato l’ordine? Circa 200.000 palestinesi cercarono rifugio a est del fiume Giordano, e non abbiamo documentazione di una decisione governativa sulla questione, anche se è chiaro che i ministri accolsero con favore la fuga. Le due figure chiave sono probabilmente il ministro della Difesa Dayan e il capo del Comando Centrale Narkiss. Il 7 giugno, Dayan chiarì al Capo di Stato Maggiore Rabin di voler svuotare la Cisgiordania dai suoi abitanti. In quei giorni, espresse ripetutamente la sua soddisfazione per le notizie sull’espulsione e la partenza dei residenti arabi. Ad esempio, quando venne a sapere della fuga iniziale dei residenti dalla città di Tulkarm, dove vivevano 25.000 persone, ordinò un rallentamento dell’avanzata delle forze corazzate verso l’area e pretese che le vie di traffico restassero aperte per facilitare la fuga dei residenti. Nelle discussioni di governo, Dayan evitava di parlare in termini definitivi, e sembra che ciò lo abbia aiutato a fuorviare alcuni ministri. Mordechai Bentov, ministro dell’edilizia per conto di Mapam, disse in seguito che, a sua conoscenza, la maggior parte delle iniziative di espulsione erano state locali, e le grandi espulsioni del 1948 non si ripeterono perché, per quanto ne sapeva, non c’era alcun ordine dall’alto. “Non credo,” disse con qualche esitazione in un’intervista del 1976, “per quanto ne so. So che sono fuggiti”. La verità era più complessa. Il Magg. Gen. Narkiss comprese pienamente le intenzioni di Dayan e agì con decisione per espellere le comunità lungo la Linea Verde. In più di una occasione, in luoghi dove i palestinesi non erano fuggiti di propria iniziativa, fu ordinato loro di farlo. Le prove dalla parte palestinese supportano le prove da parte israeliana. Ad esempio, emerge dalla testimonianza di un residente del villaggio di Yalo ai piedi delle montagne di Gerusalemme, conservata nell’archivio dell’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq: “Gli israeliani sono nel villaggio, annunciano tramite altoparlanti. Tutti i residenti di Yalo devono partire per Ramallah. Chi non se ne andrà sarà in pericolo”.
A Palestinian family from the Latrun area leaving their home in front of soldiers. A deputy battalion commander who took part in the war later testified that he witnessed “an attempt at massive population transfer, not a simple expulsion” Credit: Benia Ben-Nun
In diversi luoghi venivano impiegate varie pratiche per incoraggiare l’espulsione: annunci; minacciare i residenti con armi; mettendo in fila autobus e camion e ordinando alla popolazione di salirci. Questo accadde, tra gli altri, a Qalqilyah, nei villaggi Latrun, a Tulkarm e nelle colline di Hebron meridionale. In altri luoghi della Cisgiordania, i bombardamenti dell’Aeronautica effettuati come parte dei combattimenti contribuirono all’intimidazione. Questi attentati aiutarono a cacciare circa 50.000 residenti che vivevano in tre campi profughi nell’area di Jericho. Molti di coloro che fuggivano portavano con sé i ricordi della Nakba e non attesero l’arrivo delle forze di terra. In alcuni casi, si tentava apparentemente di creare l’impressione che l’espulsione o la fuga fosse il risultato di iniziative locali. Un documento d’archivio conservato a Yad Tabenkin e ora svelato qui fa luce sul tentativo di espellere gli abitanti di Qalqilyah, coprendone al contempo le tracce. Nel documento, Yaakov Mali, capo del dipartimento traffico della compagnia di autobus Egged durante la guerra, testimonia che la persona che ha tentato di eseguire l’espulsione era in realtà il sindaco di Kfar Sava, Ze’ev Geller. “Mi ha ordinato 40 autobus per espellere i residenti di Qalqilyah verso i passaggi del Giordano,” ha raccontato Mali, testimoniando di aver risposto che accettava solo ordini dalle Forze di Difesa Israeliane. Geller ha risposto che c’era “un’opportunità storica per eliminare quanti più arabi possibile e che proprio in quel momento le IDF stavano facendo saltare in aria case a Qalqilyah”. Gli autobus sono stati inviati. Geller era infatti il volto, ma l’ordine di espulsione era venuto da Dayan ed era passato a Narkiss. L’espulsione di Qalqilyah fu eseguita rapidamente e quasi metà delle case furono distrutte nel giro di pochi giorni. Tuttavia, questo fu uno dei rari casi nella storia del conflitto in cui Israele fu costretto a ritirarsi a causa di una forte pressione internazionale. Il 25 giugno si decise di permettere ai residenti di Qalqilyah di tornare nella loro città. L’espulsione dei tre villaggi palestinesi nell’area di Latrun – Imwas, Bayt Nuba e Yalo – con i loro 8.000 abitanti, fu una delle espulsioni più importanti durante la guerra. Lo stesso accadde con la distruzione dei villaggi subito dopo e l’istituzione del Canada Park da parte del Jewish National Fund nel 1971.
I villaggi furono conquistati senza resistenza il secondo giorno di guerra e, poche ore dopo, ai residenti fu ordinato di evacuare a Ramallah. Israele ha affermato che una parte significativa delle strutture nei villaggi è stata distrutta durante le battaglie che vi si sono svolte. Questa era una falsa affermazione.
Ze’ev Bloch, veterano della Guerra dei Sei Giorni ed ex membro del Kibbutz Nahshon, situato vicino ai tre villaggi espulsi, ha detto ai ricercatori dell’Istituto Akevot che “nessuno lascia la propria casa volontariamente. Non c’è discussione su questo. Sicuramente, certamente furono espulsi. Guerra. Ci sono quelli che espellono, ci sono quelli che se ne vanno, ci sono quelli che sopravvivono e quelli che muoiono”. Nelle sue memorie, descrisse “bambini, adulti e anziani che piangevano, che avanzavano lentamente lungo i lati della strada. Queste immagini ricordavano a me e a molti riservisti di allora altri giorni, non troppo lontani, in cui le famiglie ebree venivano viste camminare esattamente allo stesso modo nell’Europa occupata. Era difficile evitare il paragone, e il nostro cuore si strinse davanti a queste visioni”. Lo svuotamento di molte città e villaggi lasciò dietro di sé molte proprietà. I membri del Kibbutz Nahshon tennero riunioni sul destino delle terre e delle proprietà abbandonate. Le trascrizioni delle conversazioni furono pubblicate nella newsletter del kibbutz, ma alla fine si decise che non dovevano vedere la luce del giorno. Secondo una nota scritta all’epoca dall’archivista del kibbutz, “fu deciso che nessuna proprietà o bottino sarebbe stato tolto dai villaggi vicini”. Tuttavia, il saccheggio si diffuse in tutto il paese e alcuni membri del governo si chiedevano come fermarli. Il ministro della Giustizia Yaakov Shimshon Shapira spiegò in una riunione di gabinetto alla fine di giugno che “il problema più grande” era che i cittadini saccheggiavano e ritornavano in Israele, “e qui è impossibile arrestarli e processarli”. Uno degli episodi di saccheggio più importanti avvenne a Qalqilyah. Automobili e camion si sono diretti dalla città svuotata verso le case private di Kfar Sava e delle zone circostanti. Alcune proprietà furono saccheggiate in modo organizzato. Nell’archivio municipale di Kfar Sava si trova una lunga lista di attrezzature prese dalle scuole di Qalqilyah e trasferite a beneficio degli studenti delle scuole della città israeliana. La persona che organizzò il furto fu il sindaco Geller, che fu anch’egli nominato governatore di Qalqilyah per un breve periodo.Le operazioni di espulsione e distruzione lungo la Linea Verde continuarono anche dopo la guerra. Questo è stato il caso, ad esempio, a Zeita vicino a Tulkarm e Beit Awwa, a sud di Hebron. La natura sistematica dell’evacuazione dei villaggi lungo la Linea Verde supporta la conclusione che queste non fossero iniziative locali. Il Magg. Gen. Narkiss stesso si vantò pubblicamente di aver avuto un ruolo centrale nell’espulsione della popolazione. Anche prima della guerra, informò i suoi subordinati che se la Giordania si fosse unita ai combattimenti, “avremmo spazzato via tutti gli arabi dalla Cisgiordania”. Prometteva e manteneva, almeno in parte. Dopo la guerra, ammise che alcune delle operazioni di espulsione che avviò furono atti di vendetta. Sebbene il capo di stato maggiore Rabin gli ordinasse di fermare l’espulsione e minacciasse persino un’indagine legale, Narkiss godeva del sostegno di Dayan, che spinse per accertare i fatti sul campo. Nel dicembre 1967, sei mesi dopo la guerra, il consulente legale del Ministero degli Esteri, Theodor Meron, inviò una lettera al direttore generale del ministero riguardante le “espulsioni degli arabi verso la Cisgiordania Est”. Questa drammatica lettera, pubblicata qui per la prima volta, serve da prova che i ministri del governo furono coinvolti nelle espulsioni. Dayan non era un attore fuori controllo in questa faccenda. “Le espulsioni costituiscono una grave violazione della Convenzione di Ginevra,” scrisse Meron, “e soprattutto alla luce dell’ampia pubblicità, è probabile che causino complicazioni”. Aggiunse che anche l’Army Advocate General Meir Shamgar concordava sul fatto che “le espulsioni violavano la Convenzione”.
Una frase che scrisse riassume sinteticamente la storia del conflitto: “Il Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza decise comunque di approvare la politica”. Questo cupo capitolo storico non rimase del tutto segreto. Nel corso degli anni, i fatti sono emersi gradualmente attraverso ricerche storiche, indagini giornalistiche e film documentari. Nel 2005, il libro completo di Tom Segev, 1967: Israele, la guerra e l’anno che ha trasformato il Medio Oriente, ha concentrato l’attenzione sulle operazioni di espulsione condotte durante la guerra.
Nel 2012 è stato pubblicato uno studio ricco di dettagli dello storico Avi Raz, La sposa e la dote, che includeva un capitolo affascinante sull’autorizzazione, concessa con mezzi complicati, che permise alle forze di espellere i residenti e distruggere villaggi. L’anno scorso, lo storico Omri Shafer Raviv ha pubblicato il suo illuminante libro I proprietari terrieri: il governo israeliano e i palestinesi 1967-1969 (in ebraico), in cui descrive la politica israeliana impegnata a ridurre la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza dopo la guerra.E ci sono stati anche coloro che hanno fatto luce sulla grande espulsione nelle Alture del Golan. Nel 2010, un’indagine di “Haaretz” condotta da Shay Fogelman ha studiato ampiamente l’operazione per svuotare l’altopiano dai suoi residenti siriani. Ora, i documenti ottenuti da “Haaretz” e dall’Istituto Akevot permettono di illuminare aspetti sconosciuti dell’operazione. Prima arrivò l’occupazione. Dopo tre giorni di intensi bombardamenti, le IDF ottennero il pieno controllo Nell’altopiano siriano. Una registrazione sistematica dei residenti rimasti nelle Alture del Golan fu effettuata solo a metà agosto, quando divenne chiaro che il loro numero era poco più di 6.000 – su circa 130.000 cittadini siriani che vivevano sull’altopiano fino alla guerra. Immediatamente dopo l’occupazione, fu imposto un coprifuoco ad alcuni dei residenti rimasti; e fu impedito con la forza il ritorno ai villaggi di coloro che si erano nascosti nell’area durante i combattimenti. Un documento conservato presso il Centro Yitzhak Rabin presenta la testimonianza di Elad Peled, comandante della Formazione Ga’ash dell’IDF che guidò l’occupazione. Secondo Peled, pochi giorni dopo la fine della guerra fu presa la decisione di intervenire “con bulldozer per eliminare i villaggi, così da non avere più un posto dove chiunque potesse tornare”. Questo è stato davvero fatto. A metà giugno, il comandante delle forze israeliane nella città occupata di Quneitra ha chiesto al rappresentante dell’Ufficio dell’Army Advocate General se fosse autorizzato “a rimuovere con la forza i residenti arrivati in città, e se i residenti potessero essere trasportati in autobus verso il territorio siriano”. Un rapporto del Comando Nord affermava che dall’11 giugno “il governo militare iniziò a gestire la popolazione rimasta nel territorio occupato, con particolare attenzione alle minoranze druse e circasse”. Il resto della frase fu censurato. Inoltre nel rapporto si affermava che “la concentrazione di residenti rimasti a Quneitra è iniziata e sono state prese misure severe riguardo ai saccheggi”. Non è stato scritto altro e, in generale, l’Archivio IDF non apre alla consultazione i documenti sulle operazioni di espulsione. Circa un mese dopo la fine della guerra, l’ufficiale di collegamento israeliano presso l’ONU ha contattato il Comando Nord dopo una lunga serie di accuse dettagliate presentate dalla Siria contro Israele, chiedendo una risposta. “L’intimidazione tramite minacce contro i residenti del villaggio raggiunse tali proporzioni che la maggior parte della popolazione lasciò le proprie case e fuggì”, affermava il rapporto presentato all’ONU. In alcuni villaggi, erano rimasti solo gli anziani residenti che faticavano a resistere alla fuga. Secondo il rapporto, l’intimidazione e le minacce si manifestarono in varie forme: sparatorie volte a far fuggire; “sparatorie generali, indifferenza verso le morti ed espulsione del resto della popolazione”; e la prassi di “affamare i residenti rimasti bruciando i campi di grano”. In un caso, i residenti furono divisi in due gruppi: quelli sotto i 25 anni furono catturati e portati in Israele, mentre gli altri furono espulsi, inviati verso il sud della Siria con le mani legate dietro la schiena. Amnon Assaf, membro del Kibbutz Ma’ayan Baruch, ha raccontato nell’indagine di Fogelman di aver assistito al raduno di centinaia di cittadini siriani e che i soldati israeliani gli avevano detto che stavano per espellerli. “Non sono un uomo dal cuore tenero, ma in quel preciso momento ho sentito che qualcosa non andava qui,” ha detto Assaf. “Ricordo ancora oggi che anche allora questa scena mi ha fatto una cattiva impressione. È come quello che è successo a Lod, Ramle e in altri posti durante la Guerra d’Indipendenza”.
Contemporaneamente alle operazioni di espulsione, le forze israeliane si impegnarono nel sequestro delle proprietà lasciate indietro. “Rapine e saccheggi continuano incessantemente”, affermava la denuncia siriana all’ONU. “Le ricerche si concentrano su gioielli femminili, oro e televisori. Ogni negozio di Quneitra è stato saccheggiato. La maggior parte delle case fu saccheggiata, e persino i mobili che piacevano agli invasori non furono lasciati indietro e trasportati in Palestina occupata con camion”. Non mancano le testimonianze dei soldati a sostegno della denuncia siriana. “Entri per sgomberare una casa, e i tuoi occhi sono naturalmente attratti dagli altri dettagli,” raccontò un soldato in una testimonianza censurata di Soldiers’ Talk. “A volte i ragazzi sparavano alle televisioni per frustrazione”. Frustrazione per cosa? “Se non lo prendo io, lo farà qualcun altro, e quella sarà la Polizia Militare, quindi è meglio distruggerlo”.
Ulteriori documenti che costituiscono la base di questa indagine furono trovati nell’archivio della Croce Rossa a Ginevra. Israele cercò di limitare le attività dell’organizzazione ma non riuscì a rimuoverla completamente. Un osservatore che visitò le Alture del Golan a metà luglio descrisse scene di distruzione e saccheggio diffusi: biancheria da letto era stata bruciata, i contenuti sparsi nel caos, i tetti distrutti e i resti carbonizzati di mobili lasciati indietro. Il personale della Croce Rossa fece riferimento nei suoi rapporti all’incendio dei raccolti, che, secondo la Siria, era destinato a far morire di fame i residenti rimasti. Nel complesso, era chiaro che gli osservatori capivano ciò che stavano vedendo. Uno di loro scrisse che il rappresentante delle IDF cercava di inquadrare la situazione come persone che entravano in Siria per cercare i propri parenti e riportarli indietro, ma gli osservatori liquidarono ciò come improbabile; il sergente sorrise e sembrò d’accordo. A differenza del 1948, questa volta l’espulsione degli arabi fu ampiamente trattata dai media internazionali. Anche rapporti israeliani apparivano occasionalmente. Cinque mesi dopo la guerra, l’attivista e giornalista Joseph Algazy pubblicò un articolo che era stato parzialmente censurato. Secondo Algazy, che pubblicò l’articolo con le insegne della censura, centinaia di migliaia di persone furono espulse dall’inizio della guerra dalle Alture del Golan, dalla Cisgiordania e da Gaza: “In effetti, alcuni furono sradicati per ‘scelta’ […] ma il resto fu sradicato, letteralmente, dal terrore della canna Uzi e degli ordigni esplosivi”. Il colonnello Shlomo Gazit, nominato dallo Stato Maggiore per sovrintendere al governo militare nei territori occupati, sostenne nel marzo 1968 “che in nessun caso dovremmo definire espulsione la migrazione volontaria dei siriani verso il territorio siriano”. Nella corrispondenza interna, i funzionari israeliani hanno usato la parola “espulsione” senza difficoltà. Michael Comay, consigliere diplomatico del ministro degli Esteri Abba Eban, scrisse in una corrispondenza interna di metà 1968 che “l’espulsione degli arabi di Quneitra, che va avanti da diversi mesi, provoca ripetute lamentele e richieste da parte della Croce Rossa”. Suggerì una linea d’azione preferita: “Ci sembra che, se non c’è alternativa, sia meglio eliminare il problema immediatamente nel modo più umano possibile”.
La regista Netalie Braun, nel suo film Shooting, uscito lo scorso anno, presenta la testimonianza di un residente del villaggio abbandonato di Mansura, situato vicino al Kibbutz Merom Golan oggi: “La maggior parte delle persone del villaggio si è spaventata ed è fuggita verso Damasco. Solo circa un quarto degli abitanti del villaggio è rimasto. La nonna era già anziana e aveva un problema alla gamba, così siamo rimasti. Pensavamo che gli ebrei avrebbero presto lasciato le alture del Golan. Molti degli uomini che se ne andarono riuscirono a infiltrarsi di nuovo nelle loro case e a raccogliere gli animali sparsi, ma era pericoloso perché l’esercito israeliano sparava a chiunque tentasse di tornare. Da coloro che fuggirono, presero tutto; li abbiamo visti caricare cose sui trattori. Mi vergogno a dire che non abbiamo visto e fatto nulla per paura. E ricordo i pensieri che mi attraversavano la testa: cosa resterà di tutto ciò che conoscevo? Dov’è la mia casa?”. Israele non permise a nessuno di tornare e dichiarò un governo militare. Nel giro di pochi mesi, i coloni ebrei iniziarono a costruire le loro case nel territorio appena conquistato.
Adam Raz è un ricercatore e storico per i diritti umani. Raz lavora presso l’Akevot Institute for Israeli-Palestinian Conflict Research ed è autore di Loot: How Israel Stole Palestinian Property, e di reportage per “Haaretz”.
Ulteriori immagini che accompagnano l’articolo originale sono visibili a questo indirizzo:
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https://israelpalestinenews.org/we-were-ordered-to-kill-the-1967-nakba-that-israelis-dont-know-about/ -
Após interceptação por Israel, 67 integrantes da flotilha foram hospitalizados; 12 continuam internados
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che #israele non rispetti nemmeno i morti si sa da sempre, per esempio dall'abitudine a non restituire i corpi dei #Palestinesi uccisi nei lager sionisti. (o restituendoli solo dopo averne espiantato gli organi).
questo articolo della #CNN parla però di 16 #cimiteri di #Gaza profanati e distrutti dall'esercito israeliano.
cimiteri.
e ripeto: a GENNAIO 2024.
ovviamente il pretesto è la famosa "ricerca degli ostaggi", che la CNN però smonta. -
“Vi prego continuate a parlare, continuate a condividere sui social, continuate a rilanciare le notizie di Gaza.
Non restate in silenzio, non dimenticate Gaza.”#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #27aprile
https://www.valigiablu.it/gaza-giornalismo-caferri-kamal-amer-ijf26/
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"L'unica democrazia del Medio Oriente"...
Dal #7ottobre, #Israele limita l'accesso dei prigionieri palestinesi a dispositivi medici essenziali, come batterie per apparecchi acustici, occhiali e stampelle.
🧵1/5#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #27aprile
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Dai territori palestinesi occupati al sud del #Libano: all'interno dell'esercito israeliano il saccheggio delle proprietà civili è un sistema largamente diffuso e impunito.
#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #27aprile
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Resistência, articulação e enfrentamento ao imperialismo marcam debate em Porto Alegre
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Perché per #Israele «a Gaza non ci sono innocenti» mentre in #Iran cerca il sostegno della popolazione. 🧵1/6
"Si tratta di una disumanizzazione più sottile: mobilitare il popolo al sacrificio di sé invece di negarne l’umanità.".
✍️ #YagilLevy#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #17marzo
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¿No sale #movilización por la #paz a las embajadas de #EEUU e #Israel, en repudio al #bombardeo, la #invasión, el #genocidio y la #guerra?
#Irán #FreePalestine #FueraIsraelDePalestina #NaziSionismo #SionismoNazi #Argentina #8M -
Gaza futura tra annientamento e colonialismo ipertecnologico
https://rizomatica.noblogs.org/2026/02/simoncini-gaza-futura-board-peace/
la relazione tra ricostruzione e giustizia. La domanda “Israele deve pagare?” non è solo morale: è giuridica e politica. Nel diritto internazionale, la riparazione per atti illeciti e danni di guerra è un principio consoli
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Gaza futura tra annientamento e colonialismo ipertecnologico
Il Board of Peace e la pianificazione alternativa di Gaza Phoenix.
img generata da IA – dominio pubblico
di S. Simoncini
«Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae mare scrutantur si locupes hostis est avari, si pauper ambitiosi, quos non oriens, non occidens satiaverit; soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium,
atque ubi solitudinem faciunt pacem appellant.Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla vostra sete di totale devastazione andate a frugare anche il mare, avidi se il nemico è ricco, arroganti se è povero, gente che né l’Oriente né l’Occidente possono saziare, solo voi bramate possedere con pari smania ricchezza e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano impero. Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano nuovo ordine, infine dove fanno il deserto dicono, che è la pace»
Publio Cornelio Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, cit. in Vite perdite, di Daniele Sepe, cantato da Zulù dei 99 Posse.
La pace come continuazione della guerra con altri mezzi
La parola pace a Gaza, oggi, evoca più un dispositivo di governance che un valore universale. È un lessico che dichiara di chiudere la guerra mentre ne valorizza e riorganizza gli esiti: amministrare le rovine, governare i flussi, stabilire chi conta e chi no, decidere quali vite sono “ricostruibili” e quali restano eccedenze. In questa torsione autoritaria e affarista, la pace si avvicina a una parafrasi rovesciata di Clausewitz: non più la “guerra” come continuazione della politica con altri mezzi, ma la “pace” come continuazione della guerra con altri mezzi. Mezzi finanziari, normativi, infrastrutturali. Mezzi, sempre più spesso, digitali.
È in questo quadro che il Board of Peace appare, al tempo stesso, come male minore e come aberrazione. Male minore perché, nella narrazione dominante, rappresenterebbe un argine a una prospettiva ancora peggiore: l’ipotesi di un ritorno all’occupazione militare totale, fino a scenari di annessione e di espulsione, sostenuti dall’estrema destra di governo israeliana, e in particolare da figure come Bezalel Smotrich, che in Cisgiordania spingono apertamente verso un salto di qualità del colonialismo di insediamento. Ma anche aberrazione, perché la sua architettura somiglia a un “gran consiglio” di potenze e interessi che si colloca al di sopra dei vincoli dell’ONU, del diritto internazionale e del controllo democratico.
Questa ambivalenza produce un’immagine inquietante: il futuro di Gaza, in quanto laboratorio di una nuova governance globale, sembra schiacciato tra due forme di negazione. Da un lato, una pace commissariale, trumpiana, che promette ricostruzione e stabilità mentre ridisegna d’imperio governance e territorio; dall’altro, una traiettoria apertamente espulsiva, che non ha bisogno di ricostruire perché punta a trasformare Gaza in un problema di sicurezza permanente, da gestire militarmente e, se possibile, da svuotare.
Eppure, proprio quando tutto sembra chiuso in questa tenaglia, emergono segnali che incrinano il fatalismo. La Global Sumud Flotilla, con la sua logica di intervento civile transnazionale, ha mostrato che iniziative non governative possono spostare l’attenzione pubblica, aumentare il costo politico di certe scelte e produrre – anche indirettamente – nuove finestre di possibilità. Non si tratta di mitizzare una flotilla come se fosse una leva risolutiva, ma di riconoscere una dinamica: quando gli assetti politici globali si ripiegano in forme di governamentalità autoritaria, la pressione esterna può imporre una soglia, interrompere un’accelerazione e rendere praticabile forme di resistenza che prima apparivano impossibili. In quel senso, si può sostenere che la flottiglia abbia contribuito a “raffreddare” per un tratto la traiettoria più apertamente genocidaria su cui era lanciato il governo israeliano, facilitando un cessate il fuoco fragile e, con esso, l’emersione del Board of Peace. Ma la stessa logica potrebbe riattivarsi: la flottiglia non come evento, bensì come infrastruttura politica dinamica e capace di rimettere in tensione gli equilibri.
Questa è la premessa da cui conviene partire. Perché il vero punto, oggi, non è scegliere tra due mali. È capire se esistano alternative reali che non siano né la pace come gestione coloniale né la guerra come occupazione permanente. Alternative che non nascono nei palazzi, ma dentro reti municipali, comunità professionali palestinesi, solidarietà transnazionali, università, organizzazioni civiche. Alternative che, proprio perché non occupano il centro della scena, possono crescere inaspettatamente.
Pace come stato d’eccezione: il Board of Peace
Il Board of Peace viene presentato come un dispositivo “post-bellico”: una cabina di regia capace di tenere insieme cessate il fuoco, sicurezza, ricostruzione e rilancio economico. Il suo linguaggio è quello dell’efficienza e della stabilizzazione: coordinare fondi, mobilitare una forza internazionale, addestrare polizie, garantire che i flussi di aiuti non alimentino nuovi conflitti. A prima vista, sembra una risposta pragmatica al collasso.
Ma l’elemento rivelatore è proprio la sua forma istituzionale. Molte analisi hanno sottolineato un dettaglio tutt’altro che marginale: la carta fondativa del Board non menziona Gaza, pur essendo Gaza la sua principale arena. Questo significa che l’iniziativa si pensa come modello replicabile, un dispositivo che può essere esteso ad altre crisi, sottraendo spazio e centralità alle sedi multilaterali tradizionali. È il motivo per cui, fin dall’inizio, l’accusa ricorrente non è solo quella di “colonialismo economico”, ma di aggressione all’architettura del diritto internazionale: un organismo che tende a rendere opzionale il perimetro ONU.
Il Board, inoltre, non opera da solo. Intorno ad esso si costruisce un ecosistema di organismi “satellite” – comitati esecutivi, autorità tecniche, forze di stabilizzazione – che possono diventare la vera infrastruttura del day after. In quella cornice, la linea tra coordinamento e sostituzione si assottiglia: non si tratta solo di distribuire fondi, ma di disegnare un sistema di governo territoriale. E qui si pone la domanda cruciale: chi parla per Gaza? Quali garanzie impediscono che la ricostruzione diventi una tecnologia di rimozione – delle persone, della memoria, dei diritti – sotto il linguaggio neutro della “rinascita”? La domanda diventa ancora più tagliente se si guarda alla composizione del Board: non è un consesso neutrale di mediatori, ma un’alleanza di governi e leader con interessi convergenti. Vi siede, innanzitutto, il governo israeliano – mentre Israele è parte in un procedimento davanti alla Corte Internazionale di Giustizia con l’accusa di genocidio, e i suoi rappresentanti sono accusati di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale – e, più in generale, un insieme di attori politici e finanziari che trattano la “pace” come piattaforma di governo regionale e stratosferici investimenti. A questo si aggiunge un dato politico che in Europa è passato quasi sotto traccia: tra i Paesi dell’UE, solo Ungheria e Bulgaria hanno formalmente aderito, mentre altri governi – come Italia e Grecia – hanno partecipato come osservatori. Il segnale è chiaro: l’attrazione esercitata dal Board non passa tanto da una legittimazione multilaterale, quanto dalla promessa di un modello di gestione extra-ONU, compatibile con culture di governo illiberali e con una ricostruzione intesa come grande operazione geopolitica e finanziaria e, potenzialmente, come sperimentazione di una nuova forma di colonialismo ipertecnologico.
Fig. 1: Jared Kushner, “inviato speciale” per la pace nominato da Trump e membro del Consiglio direttivo del Board of Peace
Il peggio del peggio: sabotaggio e ipotesi di occupazione permanente
Se il Board of Peace appare come un male minore, è perché l’ipotesi alternativa è drammaticamente cupa e, a tratti, esplicita: una strategia che lavora per rendere il “day after” impraticabile, così da trasformare il caos in argomento per la permanenza militare. In questo senso, le ricostruzioni giornalistiche di +972 Magazine sulla vicenda della National Civic Assembly for Gaza (NCAG) sono istruttive.
Secondo l’inchiesta, l’NCAG – un organismo civico-tecnico pensato per preparare una transizione amministrativa – sarebbe stato svuotato attraverso una combinazione di condizioni impossibili: restrizioni sull’impiego di personale (né Hamas né Autorità Palestinese), assenza di staff operativo, ostacoli all’ingresso a Gaza, fino all’erosione sistematica di qualunque capacità di governo sul terreno. La conseguenza è un paradosso funzionale: si sostiene che “non esiste un’autorità palestinese credibile”, mentre si impedisce la costruzione di qualunque embrione di governance. È un meccanismo classico della governance coloniale: creare il vuoto e poi dichiarare che il vuoto rende necessaria l’amministrazione dall’esterno.
È qui che entra in scena l’ultra-destra di governo. Non serve immaginare un complotto: basta osservare l’allineamento tra sabotaggio politico e agenda territoriale. In Cisgiordania, misure amministrative recenti si configurano senza ombra di dubbio come leve di annessione de facto. Smotrich, che non nasconde l’obiettivo di imporre “sovranità” su territori occupati, incarna l’idea che la questione palestinese possa essere risolta non con negoziati, ma con un salto di regime territoriale: consolidare controllo, frammentare diritti, rendere irreversibile il fatto compiuto.
La domanda allora diventa inevitabile: se questo è il laboratorio in Cisgiordania, perché Gaza dovrebbe essere diversa? In un territorio devastato, con archivi distrutti, popolazione sfollata e proprietà difficili da documentare, la gestione dei registri – terra, residenza, identità – può diventare una leva demografica. Non serve una deportazione dichiarata: può bastare un insieme di regole che renda impossibile tornare, ricostruire, registrare, ottenere permessi. È il punto in cui la pianificazione e la ricostruzione diventano strumenti per la realizzazione di un regime coloniale.
Infrastrutture e digitale: quando il “futuro” diventa un automatismo macchinico
Dentro questa contesa, le infrastrutture non sono un capitolo tecnico: sono la sostanza della politica. Porto e aeroporto non sono solo opere; sono accessi, sovranità, economia, possibilità di vita. Acqua, energia e fognature non sono solo reti; sono dipendenze, vulnerabilità, capacità di resistere a blocchi e interruzioni. In una Striscia sottoposta per anni a restrizioni e assedi, la ricostruzione delle reti è anche ricostruzione del diritto a esistere.
E poi c’è la dimensione digitale, che spesso arriva travestita da neutralità: tracciabilità degli aiuti, identità digitali, piattaforme per l’erogazione dei servizi, sistemi di pagamento, registri elettronici di proprietà e residenza, strumenti di sorveglianza “intelligente” per la sicurezza. In una lettura tendenziosa, tutto questo riduce corruzione e inefficienza. In una lettura realistica, in un contesto militarizzato, può diventare un panopticon umanitario: ricevi aiuti se sei registrato; ti muovi se il tuo profilo è “abilitato”; ricostruisci se la tua proprietà è riconosciuta da un registro controllato da altri.
Il Board of Peace, nella sua retorica di modernizzazione, accarezza un immaginario futuristico: nuove città, industria high-tech, grandi infrastrutture logistiche, waterfront “rinato”. Ma questo immaginario tende a trattare Gaza come tabula rasa: un suolo “libero” da riprogettare, più che un tessuto sociale da ricucire. La tecnologia, in questo scenario, diventa un dispositivo coloniale, un colonialismo ipertecnologico appunto, fondato sul controllo automatico capillare della circolazione di merci e persone. Perché le infrastrutture – fisiche e digitali – non servono soltanto a far funzionare una città: regolano la circolazione di merci e valute, decidono chi accede a che cosa e a quali condizioni, definiscono e registrano interazioni, e così finiscono per plasmare la futura società di Gaza. La domanda, allora, non è tanto quale futuro avrà Gaza, ma quale futuro per il mondo si stia preparando e testando a Gaza.
Fig. 2: La “vision” di Gaza futura secondo i “palazzinari” Trump e Kushner
Le invisibili alternative dal basso: Gaza Phoenix contro la tenaglia coloniale
Ed è qui che la questione cambia segno. Se si accetta la narrazione secondo cui le opzioni sono solo due – Board o occupazione – allora la partita della ricostruzione è già stata perduta. Ma se si riconosce che esistono processi alternativi, la domanda diventa: come farli emergere e crescere?
La Global Sumud Flotilla, per quanto eterogenea, ha mostrato una possibilità: una mobilitazione transnazionale, non governativa, capace di imporre ai potenti un costo reputazionale e politico, di produrre attenzione e di smascherare la “normalizzazione” del genocidio. È la stessa logica che può sostenere un’alternativa di ricostruzione: non un progetto imperiale condito dagli spiriti animali del capitalismo distopico e dispotico trumpiano, ma una combinazione di municipalità, diaspora professionale, università, organizzazioni civiche, alleanze internazionali orientate ai diritti. A questo punto, l’alternativa finora rimasta sullo sfondo può essere nominata. Esiste un framework che prova a tradurre questa grammatica in pianificazione: Gaza Phoenix1.
Gaza Phoenix nasce precisamente come risposta al rischio di una ricostruzione coloniale. Il suo punto di partenza è tanto semplice quanto politicamente esplosivo: Gaza non è ground zero. Non è uno spazio vuoto da riempire, ma un territorio con memoria, reti sociali, pratiche quotidiane, asset spaziali sopravvissuti. Di conseguenza, rifiuta l’idea della grande sostituzione edilizia e propone un approccio multiscalare e a timeline integrate: emergenza, stabilizzazione, ricostruzione e sviluppo sono fasi intrecciate, non blocchi separati.
Dal punto di vista urbanistico, l’elemento più interessante è la capacità di trasformare vincoli in criteri: infrastrutture decentralizzate e ridondanti, capacità di sopravvivenza civile, riuso delle macerie come materia prima, hub circolari come pezzi di economia locale, non come dispositivi tecnici isolati. Sul piano territoriale, il framework lavora su una lettura chiara della geografia di Gaza: asse urbanizzato longitudinale, costa come spazio pubblico e economia del mare, interno verde come sicurezza alimentare ed energia rinnovabile, e il Wadi Gaza come infrastruttura ecologica e sociale. Da qui nasce l’idea della Blue & Green Spine, che prova a tenere insieme resilienza climatica e ricostruzione sociale.
Due aspetti, in particolare, parlano direttamente al nodo della sovranità. Il primo è l’attenzione esplicita alla proprietà e alla prevenzione dell’appropriazione massiva sotto il pretesto della ricostruzione: Gaza Phoenix si definisce property-rights-aware e tratta i diritti fondiari diffusi come infrastruttura politica. Il secondo è l’uso del digitale come infrastruttura civica: archivi pubblici e servizi, e-learning e università connesse, strumenti per le imprese locali, accesso a sistemi bancari e monetari digitali per famiglie e amministrazioni. Il digitale non come recinto securitario, ma come infrastruttura collaborativa che integra energie civiche e istituzioni.
Una caratteristica fondamentale e poco evidenziata è che Gaza Phoenix non è solo “un piano di esperti”. È un processo che si appoggia a una struttura municipale – l’Unione delle Municipalità di Gaza – e che prova a costruire una comunità internazionale di supporto senza sostituirsi ai soggetti locali. In questo quadro si collocano iniziative come la giornata di studi ospitata dal Politecnico di Bari con Regione Puglia, costruita attorno al piano come punto di inizio di un processo endogeno e come piattaforma di vera cooperazione internazionale2.
Questa impostazione ha un pregio evidente ma purtroppo non scontato: evita il riflesso automatico dell’eccezione. Non assume che la guerra abbia azzerato tutto, ma cerca di mettere in sicurezza ciò che resta – reti sociali, istituzioni, pratiche – e di trasformare la ricostruzione in un processo di riparazione, non in una sostituzione.
Fig. 3: Il masterplan di Gaza Phoenix
Giustizia tra memoria e ricostruzione: quali risorse, processi e strumenti possono favorire una rinascita dal basso di Gaza
Resta quindi apertissimo il nodo più controverso: la relazione tra ricostruzione e giustizia. La domanda “Israele deve pagare?” non è solo morale: è giuridica e politica. Nel diritto internazionale, la riparazione per atti illeciti e danni di guerra è un principio consolidato; non coincide automaticamente con un meccanismo praticabile, ma stabilisce un orizzonte di responsabilità. Nel caso palestinese, inoltre, la questione delle riparazioni è intrecciata al riconoscimento dell’illegalità dell’occupazione e delle politiche di annessione che non riguardano solo Gaza.
Una ricostruzione finanziata esclusivamente da donatori esterni, senza un meccanismo di responsabilità e senza tutela dei diritti, rischia di produrre una distorsione strutturale e inaccettabile: le vittime pagano due volte. Prima con la distruzione, poi con la dipendenza. E i responsabili della distruzione non pagano nulla. Per questo la ricostruzione non può essere trattata come “piano infrastrutturale” separato dai processi di giustizia: gli stessi strumenti tecnici – censimenti, registri, valutazioni danni – possono essere catturati e trasformati in leve di controllo. Altrimenti può essere considerata un compimento del piano genocidario.
Fig. 4. La stima dei danni provocati da Israele secondo Gaza Phoenix
Da qui nasce un’ipotesi che si vuole lanciare con questo articolo, che solo a prima vista sembra collaterale: costruire un museo immateriale del genocidio, della distruzione e della ricostruzione, come infrastruttura di memoria pubblica e come dispositivo di giustizia. Non un memoriale simbolico, ma una piattaforma capace di connettere prova, racconto e progetto: immagini satellitari, mappature dei danni, ricostruzioni 3D, testimonianze, timeline, stratificazione dei luoghi cancellati.
Forensic Architecture3, con le sue metodologie di investigazione spaziale e visiva, potrebbe contribuire a costruire un archivio interoperabile che funzioni anche come contro-infrastruttura politica. Non serve soltanto a ricordare: serve a rendere discutibile e contestabile qualunque narrazione che trasformi Gaza in un terreno neutro di investimento. In un’epoca in cui la ricostruzione tende a essere raccontata come “ripartenza”, un museo immateriale può impedire che la modernizzazione venga usata per rimuovere il crimine e per cancellare la storia.
La contrapposizione tra Board of Peace e Gaza Phoenix non è una disputa tra “piano grande” e “piano locale”. È una disputa tra due teorie della pace. La prima immagina la pace come governo coloniale tecnocratico: sicurezza, controllo dei flussi, investimenti, grandi infrastrutture e una governance eccezionale che riduce la società a oggetto di gestione. La seconda immagina la pace come ricostruzione di capacità collettive: proprietà protetta, municipalità rafforzate, infrastrutture resilienti, digitale come servizio pubblico, memoria come diritto.
Se la comunità internazionale vuole davvero sostenere un’alternativa, non basta mettere fondi “per la ricostruzione”. Deve scegliere come quei fondi vengono governati, quali principi li vincolano, quali istituzioni locali vengono riconosciute, e quali infrastrutture – materiali e immateriali – rendono possibile una sovranità civile e democratica. In questo quadro si profila, all’orizzonte, una nuova missione della Global Sumud Flotilla (GSF): non solo come gesto di rottura capace di riaprire lo spazio politico, ma come possibile piattaforma di continuità tra pressione civile transnazionale e proposta istituzionale dal basso. Se la sua “infrastruttura di terra” – reti logistiche, comunicative, legali e di advocacy – decidesse di assumere Gaza Phoenix e un museo immateriale del genocidio e della ricostruzione come architrave propositiva, la Flotilla andrebbe oltre il punto di rottura della visibilità politica e diventerebbe niente di meno di un vettore di un modello alternativo di governo mondiale.
Resta però il problema politico più difficile: una ricostruzione che sia il più possibile democratica e disarmata, capace di trascendere Hamas senza imporre strutture esogene. È qui che l’ONU torna a essere non un simbolo, ma una questione di metodo: perché, se si rifiuta sia l’amministrazione extra-ONU del Board of Peace sia l’orizzonte espulsivo del governo israeliano, serve un dispositivo di transizione che tenga insieme legittimità, inclusione e sicurezza senza trasformarsi in un protettorato. La storia recente offre esperienze, controverse ma istruttive, di state building e amministrazioni transitorie in cui la comunità internazionale ha cercato di accompagnare processi politici interni – dal Sud Africa, con la centralità della legittimazione popolare e della ricomposizione istituzionale, fino alla Bosnia, dove la pace ha assunto la forma di un compromesso fortemente internazionalizzato e non privo di effetti collaterali. Gaza, oggi, è davanti a un bivio simile: senza una cornice multilaterale credibile e senza un processo politico che non sia “per delega”, anche la migliore infrastruttura materiale rischia di produrre soltanto governabilità coloniale; mentre l’alternativa che vale la pena sostenere è quella che trasforma la ricostruzione in un percorso di sovranità civile dal basso, incentrata su giustizia e memoria.
2 https://www.poliba.it/it/ateneo/day-reconstruction-gaza
3 https://forensic-architecture.org/
#boardOfPeace #gaza #GazaPhoenix #genocidio #guerra #impero #investimenti #sumud #trump -
"#RasEinAl_Auja, il villaggio dove un tempo vivevano 120 famiglie, è stato cancellato.
I resti di recinti e strutture simboleggiano quella che può essere descritta come la vittoria della pulizia etnica."#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #18febbraio
https://www.mistaclim.org/en/articles/weekly-review-february-8-14-2026
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I presidenti di #FIFA e #UEFA. #Infantino e #Ceferin, sono stati denunciati alla Corte Penale Internazionale ( #ICC) per aver favorito crimini di guerra e #apartheid nei territori palestinesi.
#GENOCIDIO #PULIZIAETNICA #GazaGenocide #Gaza #WestBank #Israel #Peace #18febbraio
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“Las Caras de Gaza” llega a la Universidad de Zaragoza para poner rostro al genocidio