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Ogni Paese europeo ebbe la sua Stay Behind
Il 24 ottobre del 1990, durante un discorso alla Camera, l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlò, per la prima volta, di GLADIO, una organizzazione paramilitare segreta che operò in Italia dagli anni ’50 con l’obiettivo di opporsi militarmente a una ipotetica occupazione comunista del territorio nazionale <38. Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale cambiarono gli equilibri in Europa, il nuovo nemico sarebbe stato il comunismo. Il Presidente americano Harry Truman, in contrasto al forte espansionismo sovietico nell’Europa orientale, pronunciò al Congresso il celebre discorso che diede vita alla dottrina che porterà il suo nome e in base alla quale gli Stati Uniti iniziarono a una battaglia contro il comunismo: proteggendo militarmente qualsiasi zona del mondo che fosse stata minacciata da eserciti di paesi comunisti. La conseguenza dell’irrigidimento delle relazioni internazionali si sarebbe tradotta in Europa nella creazione di un intreccio di alleanze politico-strategiche coordinate dai servizi segreti britannici del SOE <39 e da quelli statunitensi dell’OSS <40, che successivamente prenderà il nome di CIA <41. È dal Regno Unito, e dall’allora Primo Ministro, Winston Churcill, che sarebbe partita l’iniziativa di creare organizzazioni paramilitari occulte in tutta Europa per intervenire in caso di emergenza. Questa rete di organizzazioni avrebbe preso il nome di Stay Behind. Ogni Paese europeo ebbe la sua Stay Behind: le prime nacquero in Olanda e Belgio a partire dalla seconda metà degli anni ’40 <42. Già dopo la fine della Seconda guerra mondiale, appena cominciarono le prime divergenze tra USA e URSS, agli americani fu chiaro che bisognava contenere, all’interno dei paesi sotto la loro influenza, la minaccia comunista. L’Italia ebbe la priorità e le maggiori attenzioni di USA e Regno Unito per due motivi principali: per la sua posizione geografica, situata a metà tra blocco occidentale e blocco sovietico; e per il fatto di avere uno dei partiti comunisti più strutturati d’Europa. Così sarebbero nate, nell’immediato dopoguerra, forme embrionali di organizzazioni occulte, come l’organizzazione “O” e la Brigata Osoppo, fautori e precursori di quelli che poi diventeranno, anni dopo, i Gladiatori. Secondo le agenzie di intelligence britannica e americana era necessaria la creazione di piccoli ma efficaci gruppi di guerriglia ben addestrati composti da partigiani “bianchi”, con ideologia antisovietica <43. I Paesi Bassi in primo luogo, e di seguito tutte le nazioni allineate al Patto Atlantico, compresa l’Italia degasperiana, avrebbero aderito al progetto Stay Behind, di fatto segnando l’inizio ufficiale della Guerra Fredda.
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Agenti della CIA come James Jesus Angleton e William Colby ebbero una grande influenza in territorio italiano alla pari di potenti generali, pur senza gradi. Stati Uniti, Francia e Regno Unito fondarono il CPC, Comitato per il coordinamento e la pianificazione, sotto il comando dello SHAPE <44, con base in Belgio, dando inizio al reclutamento per la formazione di gruppi organizzati da collocare in zone delicate di confine, come il Friuli in Italia. Anche se in Italia, dalla fine degli anni ’40, erano già presenti apparati simili come l’organizzazione “O”, ufficialmente il protocollo di intesa tra i Servizi nazionali e la CIA venne siglato nel novembre 1956 come riportato da un dossier del SIFAR: «Il documento che attesta tale intesa stipulata in data 26.11.1956 reca il titolo ” Accordo fra il Servizio Informazioni Italiano e il Servizio Informazioni U.S.A.” relativo alla organizzazione ed all’attività della rete clandestina post-occupazione italo-statunitense e costituisce il documento base della operazione “GLADIO”, l’accordo stabilisce gli impegni dei due Servizi per la organizzazione e la condotto dell’Operazione comune ed è basato, da parte statunitense, sul presupposto che i piani dello Stato Maggiore della Difesa italiano prevedano l’attuazione di tutti gli sforzi per mantenere l’isola della Sardegna, dove è situata la base dell’Operazione» <45. SIFAR e CIA, nel 1954, si accordarono per trovare un quartier generale dell’operazione segreta Gladio: fu scelto Capo Marrargiu, in Sardegna, dove venne costruito il CAG, Centro Addestramento Guastatori <46.
I 622 Gladiatori
L’organizzazione GLADIO era un piccolo nucleo che contava 622 Gladiatori, un’élite ben addestrata e, soprattutto, altamente qualificata sul piano morale e spirituale. I membri venivano selezionati e arruolati sulla base delle loro motivazioni psicologiche, ideologiche e patriottiche. Erano civili, per lo più provenienti dal Friuli Venezia Giulia e successivamente addestrati, dai migliori istruttori britannici e italiani, nella base di Poglina in Sardegna. Il reclutamento avveniva attraverso quattro fasi distinte: l’individuazione, la selezione, la sottoscrizione dell’impegno e il controllo. La prima veniva fatta dai responsabili della struttura Stay Behind attraverso informazioni ricavate sui canali del Servizio; le informazioni erano necessarie a stabilire che l’individuo non avesse precedenti di alcun tipo nel casellario giudiziario, che non facesse politica attiva né partecipasse a movimenti estremisti. Dopodiché avveniva la sottoscrizione dell’impegno, effettuata dal personale del Servizio in tempi successivi, così da non compromettere la segretezza dell’operazione nel caso di rifiuto o di incertezza da parte del reclutato <47. La struttura di Gladio era suddivisa in reti, piccole cellule composte da 5 persone l’una. Ad ogni cellula era vietato conoscere le altre cellule: i Gladiatori sapevano di potersi contare sulle dita di una mano e non erano consapevoli di essere parte di un’organizzazione che contava 622 membri <48. Questo sistema permetteva di evitare l’ipotetica divulgazione di informazioni riservate. I Gladiatori erano sparsi in tutta Italia ma più della metà di essi era concentrata in Friuli-Venezia Giulia, considerato il fulcro vitale dell’intera operazione. La regione confinante con la Jugoslavia di Tito era il punto di maggior interesse per i vertici della NATO: proprio in quei territori doveva prendere forma la resistenza di Gladio in caso di invasione delle armate rosse, moscovite e titine. Il piccolo nucleo di Gladio aveva il compito di destabilizzare e rallentare l’invasore in attesa delle vere truppe. Nonostante fosse nota la loro funzione, la motivazione per la quale erano stati reclutati e addestrati, dal 1990 i 622 Gladiatori subirono una delegittimazione senza precedenti <49. A seguito della divulgazione dei nomi, da parte della Presidenza del Consiglio, finirono su tutti i giornali e il governo ne ordinò lo scioglimento il 27 luglio 1990. L’operazione GLADIO sarebbe terminata per il venire meno dei presupposti politico-militari sui quali fu costituita la rete Stay Behind. Il Ministro della Difesa Rognoni avrebbe congelato l’attività dalla struttura segreta e, in seguito, ne avrebbe disposto, il 27 novembre 1990, la soppressione e lo scioglimento di tutta l’organizzazione ad essa connessa. Successivamente, in data 14 dicembre 1990, si sarebbe trasmesso al CPC <50 e al ACC <51 la comunicazione di disimpegno da parte dell’Italia in campo NATO relativo alla rete Stay Behind <52.
La 500 di Peteano
Nonostante Gladio sia nata come un’organizzazione apolitica e non eversiva, in qualche modo la sua vicenda avrebbe finito per essere collegata alla strage di Peteano. La sera del 31 maggio 1972 al centralino della stazione dei carabinieri di Gorizia sarebbe arrivata una chiamata anonima, con la quale un uomo avrebbe avvisato il carabiniere Domenico La Malfa della presenza di una Fiat 500, situata nelle campagne di Pateano, segnata da due fori da arma da fuoco sul parabrezza. Una volta scattati i controlli ed eseguita la perquisizione dell’auto, il sottotenente Angelo Tagliari avrebbe aperto il cofano azionando un ordigno posizionato proprio nel portabagagli <53. L’esplosione ucciderà tre carabinieri. L’attentato non verrà rivendicato; le indagini, svolte dal colonnello Dino Mingarelli, tesserato P2, vengono inizialmente indirizzate verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento. La pista venne ritenuta successivamente infondata ma le indagini non si spostarono mai sulla pista degli ordinovisti veneti, nonostante ci fossero stati ripetuti attentati dinamitardi in quelle zone la cui matrice poteva essere connessa con ambienti neofascisti <54. Il 6 ottobre Ivano Boccaccio, ex paracadutista della Folgore e appartenente al gruppo Ordine Nuovo di Udine, tentò il dirottamento di un Fokker 27 con a bordo 7 passeggeri. Le trattative sarebbero degenerate in un conflitto a fuoco durante il quale Boccaccio avrebbe perso la vita. La pistola usata da Boccaccio, la stessa impiegata per sparare alla Fiat 500 di Pateano, era intestata a Carlo Ciuttini, ordinovista e segretario della sezione di Manzano del MSI, colui che la sera del 31 maggio chiamò la centrale dei carabinieri. La strage di Pateano sarebbe stata così collegata a quella di Piazza Fontana per un elemento in comune: entrambe furono di matrice eversiva di destra <55. Le indagini andarono avanti fino agli anni ’80: si accertò la colpevolezza degli ordinovisti friulani e vennero condannati all’ergastolo Ciuttini e Vinciguerra. La vicenda giudiziaria su Pateano fu molto confusa. Inizialmente si sarebbe seguita la “pista gialla”, non politica, che portò all’arresto di sei goriziani; il loro movente sarebbe stata la volontà di vendetta contro l’Arma. I sei accusati vennero assolti e scarcerati un anno dopo. Successivamente, ci fu l’inchiesta bis condotta dal giudice istruttore Felice Casson. Tale inchiesta avrebbe individuato la colpevolezza degli ordinovisti friulani Vinciguerra e Cicuttini e accertato l’attività depistatoria degli inquirenti come il generale Mingarelli, il colonnello Chirico e il maresciallo Napoli che vennero condannati definitivamente. I depistaggi, però, avvennero anche durante l’inchiesta bis condotta dal magistrato Casson, specialmente in ambito balistico da parte del perito del Tribunale di Venezia, Marco Morin <56. Il collegamento con GLADIO sta proprio nell’esplosivo: Peteano, infatti, è situata nelle vicinanze di Aurisina dove, pochi mesi prima della strage, venne scoperto uno dei 139 depositi Nasco, all’interno dei quali era contenuto del materiale bellico a disposizione di GLADIO. Casson ritenne che l’esplosivo e il detonatore utilizzati per trasformare la Fiat 500 in un’auto bomba provenisse da lì. A gestire l’operazione GLADIO ci sarebbe stata, dagli anni ’70 in poi, la P2. Un documento del SID, risalente al 4 dicembre 1972, sequestrato negli archivi di Forte Braschi dalla Procura di Roma, avrebbe riportato una conversazione tra l’agente della CIA Howard E. Stone (tessera P2 n° 2183) e il generale Vito Miceli relativa all’operazione GLADIO.
[NOTE]
38 La storia di Gladio: Trent’anni fa Giulio Andreotti confermò l’esistenza di una struttura militare segreta legata alla NATO, con una storia lunga e oscura, 2020. https://www.ilpost.it/2020/10/24/gladio-stay-behind/
39 Special Operations Executive.
40 Office of Strategic Services.
41 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
42 Ibidem.
43 Ibidem.
44 Supreme Headquarters Allied Powers Europe.
45 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017, P. 69-70.
46 La storia di Gladio: Trent’anni fa Giulio Andreotti confermò l’esistenza di una struttura militare segreta legata alla NATO, con una storia lunga e oscura, 2020. https://www.ilpost.it/2020/10/24/gladio-stay-behind/
47 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, 2017, Lainate (MI).
48 Ibidem.
49 Ibidem.
50 Comitato Clandestino di Pianificazione.
51 Comitato Clandestino Alleato
52 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
53 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
54 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
55 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
56 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
Mattia Carnevali, Il deep-state italiano, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2022-2023 -
Uno dei difetti principali delle formazioni partigiane in Cadore era l’ossessivo mantenimento di posizioni fisse
Processed By eBay with ImageMagick, z1.1.0. ||A3A settembre [1944] tutte le brigate aumentarono la frequenza delle loro scorribande, nel tentativo di isolare il Centro Cadore, la Val d’Ansiei ed il Comelico, impedendo la penetrazione del territorio da parte dei mezzi corazzati tedeschi, che battevano in ritirata. Le più significative azioni di questo periodo furono l’attacco al presidio tedesco sul monte Tudaio da parte di un gruppo della Oberdan in data 3 settembre 1944, il brillamento di un ponte sulla strada statale n. 51 denominata «Cavallera» il 4 settembre, l’attentato ad una pattuglia tedesca presso il ponte sul Rio Rin a Lozzo di Cadore il 6 settembre <134, l’imboscata ad un autocarro nel paese di Vallesina il 9 settembre, la conflagrazione tramite esplosivo di un ponte sul fiume Ansiei nello stesso giorno e la demolizione del ponte che collegava il paese di Venas a quello di Cibiana il 10 settembre <135. A complicare le cose sopraggiunsero alcune divergenze tra la Brigata carnica Osoppo e la Brigata Cadore. La prima voleva intensificare le azioni per dar luogo ad una strenua lotta contro l’invasore, la seconda invece voleva evitare le interferenze di altri nuclei partigiani sulla propria zona e lo stesso «Garbin» si mobilitò affinché fossero rispettati i territori di competenza delle singole brigate. Gli eventi precipitarono quando, il mattino del 20 settembre, alcuni partigiani della Osoppo, spararono diversi colpi di mitraglia contro l’edificio della scuola elementare di Pelos, sede del comando tedesco. Nello stesso tempo Alessandro Gallo si trovava a Lozzo per ricevere delle informazioni e dei documenti da un «gappista» della base di Pieve. Quando sentì gli spari, temendo una feroce ritorsione tedesca contro il paese, si portò con quattro compagni nella zona della «Curva dei Sindaci» presso la periferia di Lozzo. Qui attese per ore l’avvento del «gappista», ma poiché esso tardava, decise di tendere un agguato contro tre camion tedeschi che transitavano nella strada verso Domegge. Le bombe lanciate da Alessandro Gallo e dagli altri partigiani danneggiarono solo il primo dei tre automezzi, permettendo ai soldati degli altri due di reagire tempestivamente. Incalzati dal fuoco tedesco i partigiani si diedero alla fuga: il «Garbin» venne braccato ed ammazzato insieme a due dei suoi fedeli compagni <136, in località «Ceraia», mentre alla strage sopravvissero Arturo Fornasier «Volpe» e Giuseppe De Col «Carlo». I corpi dei caduti vennero allineati sulla scarpata adiacente alla strada e vennero dati alle fiamme i fienili circostanti <137. Il giorno successivo, per scongiurare il pericolo di ulteriori attacchi di guerriglia, i tedeschi abbandonarono i presidi di S. Caterina ad Auronzo e del Comelico e ripiegarono in quel di Pieve. Ma un gruppo della Calvi colpì presso Ponte Nuovo una pattuglia tedesca uccidendo due militi e ferendone gravemente altri cinque <138. Di conseguenza il 22 settembre i tedeschi effettuarono un rastrellamento a Calalzo ed arrestarono numerosi operai della fabbrica «Lozza», che vennero portati nella gendarmeria di Tai di Cadore per essere sottoposti ad interrogatorio <139. A Lozzo il panico si diffuse tra gli abitanti, di cui gran parte si nascose nell’altopiano di Pian Dei Buoi, sopra il paese, mentre il parroco don
Pietro Costantini celebrava in segreto le esequie dei tre partigiani caduti in battaglia due giorni prima <140. Molti uomini furono catturati e nel paese di Lorenzago solo l’intervento del parroco don Sesto Da Pra <141 impedì che i partigiani del luogo venissero estromessi dal paese da parte della popolazione terrorizzata dall’idea di subire la violenza tedesca. Per scongiurare ogni possibile ritorsione egli si recò personalmente al Comando delle SS di Tai, per convincere gli ufficiali che la colpa degli attentati recenti era da addossare a gruppi di partigiani titini <142.
Nel frattempo la prematura scomparsa di Gallo provocò i primi disappunti tra il Cln e la Brigata Calvi, che all’improvviso venne abbandonata a sé stessa e fu costretta a recuperarsi i viveri con le requisizioni forzate, malviste dalla gente già ampiamente provata dalla miseria derivata dalla guerra. Alla fine di settembre, i prigionieri tedeschi detenuti nella «Caserma di Sora Crepa» e a Pian Dei Buoi vennero trasportati presso il Passo della Mauria e furono scortati da un contingente della Osoppo fino a Forni Di Sopra; tuttavia per evitare ulteriori rappresaglie tedesche essi vennero presto rilasciati e fecero ritorno al Comando di Tai <143. Iniziò così, per i volontari cadorini, un periodo di sconforto e di profonda crisi organizzativa.
Uno dei difetti principali delle formazioni partigiane in Cadore era l’ossessivo mantenimento di posizioni fisse, che permetteva al nemico di accerchiare facilmente ogni loro dispiegamento grazie anche alla mancanza di armi e di un adeguato addestramento <144. Nell’autunno del ’44 anche gli alleati incontrarono alcune avversità e rallentarono la loro avanzata ed i tedeschi ebbero la possibilità di concentrare le proprie forze contro i partigiani. L’assenza di collegamenti tra alleati e partigiani era una grave carenza che poteva causare la distruzione dell’intero impianto della Resistenza, soprattutto nel momento in cui i tedeschi erano fortemente intenzionati a riprendere il possesso dei punti strategici in Veneto ed in Friuli. Per schiacciare le forze partigiane definitivamente il Comandante Supremo della zona Sud Ovest Albert Kesselring ordinò «una settimana di lotta» dall’8 al 14 ottobre del 1944 contro ogni banda di ribelli <145. Per far fronte alla situazione che stava degenerando, i vertici della Nannetti stabilirono una ristrutturazione di tutte le formazioni in piccoli nuclei più facilmente gestibili. Tuttavia la scarsità di vivande, la paura di rastrellamenti tedeschi, l’atteggiamento attendista del Cln, contribuirono ad indebolire ulteriormente le fila partigiane. Il 18 ottobre infatti, senza incontrare ostacolo alcuno, diverse truppe tedesche, provenienti dalla Carnia, invasero il Cadore attraversando il Passo della Mauria. Il 20 ottobre, la Brigata Calvi, impotente dinnanzi all’inesorabile avanzata del nemico fu costretta ad ordinare l’ennesimo frazionamento dei battaglioni in compagnie di quattro o cinque uomini con il compito di avvicendarsi ai propri paesi ed alle rispettive famiglie <146. Ai primi di novembre il Comando della Calvi fu affidato a Carlo Orler, detto «Alberto» ed a Severino Rizzardi, chiamato «Tigre <147». Dopo questo riassetto ed il frazionamento della Brigata, la maggior parte dei partigiani si aggregarono alla Todt <148 di Termine di Cadore su cui i tedeschi mantenevano un diretto controllo. Nel contempo i tedeschi ritornarono a Pelos ed ordinarono la costruzione di un nuovo ponte che collegasse il paese a Lozzo, da ultimare in appena quindici giorni. Furono ripresi i rastrellamenti nei paesi di Domegge <149, Laggio, Vigo, Calalzo ed Auronzo, molti fienili vennero bruciati e gli uomini validi e celibi vennero deportati nel campo di concentramento di Bolzano. Il 13 novembre, da Radio Londra, venne trasmesso il messaggio radiofonico «Alexander» nel quale si decretava il termine delle operazioni di sfondamento della «Linea Gotica» da parte dell’esercito alleato a causa dell’arrivo dell’inverno. Cosicché nascondere e nascondersi divenne l’unico imperativo dei partigiani della Calvi. Nonostante l’estrema accortezza che essi manifestarono nel darsi alla macchia non fu possibile evitare la cattura di alcuni patrioti per mano tedesca. Il 30 novembre infatti, nei comuni di Vigo, Lorenzago e Lozzo di Cadore, un rastrellamento portò al sequestro di Celestino Da Rin «Lune», di Galliano Ronzon «Marat», di Roberta Martini, di Vincenzo Calligaro e di Terenzio Baldovin. Tra questi Calligaro e Baldovin furono deportati al campo di Bolzano, ma solamente Terenzio finì in Germania dove perì nel campo di Obertraubling <150. Nella prima settimana di dicembre, le ultime forze partigiane scesero a valle e si mescolarono alla popolazione anche il presidio del rifugio «Tita Barba» venne abbandonato. Alla smobilitazione delle truppe di patrioti corrispose una continua caccia all’uomo da parte dei servizi di polizia tedesca, che portò all’arresto di Mario Chioccola, Direttore delle Scuole di Avviamento e di Innocente Anzutti, entrambi membri del Cln dei paesi dell’Oltrepiave <151. Fu solo con l’avvento della primavera che si riprese l’attività di Resistenza ad Auronzo, nel massiccio delle Marmarole ed in Comelico.
[NOTE]
134 A causa di questo attentato il 7 settembre 1944 vi fu una reazione tedesca contro il paese di Lozzo. A riguardo, nelle memorie dell’allora parroco di Lozzo don Pietro Costantini si leggono le seguenti parole: «Alle ore 16, mentre il Parroco è in chiesa parrocchiale intento alle confessioni dei fanciulli, che si preparano alla festa della Madonna, una pattuglia di tedeschi si ferma davanti alla chiesa ed incomincia a sparare. Grande panico. Il Parroco tratta con i tedeschi, riesce a portare i fanciulli all’Asilo infantile e li affida alle Suore. Durante la sparatoria rimangono feriti Calligaro Achille Capo, Laguna Marco a Col e Marta Raffaele. Per fortuna le ferite non sono gravi». Cit. da don
Pietro Costantini, La nostra Chiesa, Lozzo di Cadore, 1969, p. 17.
135 Si veda Musizza e De Donà, Guerra e Resistenza in Cadore,, pp. 186-197.
136 I caduti oltre al «Garbin» furono Alfredo Piccin detto «Mingi» di Domegge e Giovanni Valentini «Lilli» di Arona. Si veda la fotografia della croce commemorativa posta sul luogo della strage riportata in Appendici, documenti e fotografie, ivi p. 167. Cfr. Fornasier, Il nonno racconta, pp. 71-72.
137 Cfr. Musizza e De Dona, Guerra e resistenza in Cadore, pp. 236-238.
138 Ibidem, pp. 240-245.
139 Il giorno successivo continuarono gli scontri tra i soldati tedeschi ed i partigiani. Di questi eventi nel diario di don Pietro Costantini sotto l’indicazione della data del 23 settembre 1944 si legge: «Combattimenti fra partigiani e tedeschi in comune di Domegge, fino a S. Anna dove un partigiano del Comelico è trovato cadavere, sotto un fienile.» Cit. da don Pietro Costantini, La nostra Chiesa, p. 18.
140 Riguardo all’attentato del 20 settembre nelle memorie di don Pietro Costantini, datate 20 settembre 1944, si legge: «Tre partigiani uccisi sui campi di “Ceraia”. È ucciso anche il capo “Garbin”. Il medico recatosi a constatare la morte trova nelle loro tasche “Notes” con nominativi ed indicazioni che fortunatamente non giungono in mano a tedeschi. Nuova sparatoria per le vie del paese. Nessun ferito, ma molta paura. Corre voce che si farà una rappresaglia sul paese. La gente s’affretta a mettere in salvo le cose più importanti. Anche gli ammalati sono portati fuori di casa e sistemati nei fienili di “Le Spesse” e “Naro”. Il caso più pietoso è quello di Da Pra Colò Maria ved. Baldovin Stefin che non può muoversi dal letto. È caricata su di un carro e trasportata, quasi agonizzante, in un fienile.” Cit. da don Pietro Costantini, La nostra Chiesa, p.18. Inoltre in una busta che reca la didascalia Foto: partigiani uccisi dalla SS. Tedesca in località “Ceraia” sett. 1944, custodita presso l’Archivio della parrocchia di S. Lorenzo Martire di Lozzo di Cadore c’è la seguente annotazione: “Partigiani uccisi dalle S.S. tedesche in località “Ceraia” il giorno 20.9.1944 in uno scontro provocato dai partigiani stessi, non si sa bene a quale scopo, quando si tenga presente che i partigiani erano in cinque e i tedeschi erano circa un centinaio ed occupavano due automezzi equipaggiati a guerra.” Il documento porta la firma del parroco don Pietro Costantini, nel retro c’è l’elenco dei partigiani caduti con i rispettivi nomi di battaglia e la dicitura “il giorno 20 sett. 1944, dei cinque partigiani sopravvissero due soltanto.” Nella busta ci sono le foto dei corpi dei caduti e la copia di una circolare del comune di Lozzo in cui si legge: “Il giorno 20 settembre 1944 alle ore 14:30 circa sono morti in località “Ceraia” di questo Comune tre individui sconosciuti (partigiani) di sesso maschile, uno dell’apparente età di anni 35 e gli altri due di anni 30, in seguito a ferite di arma da fuoco (mitragliatrice) sparata da soldati delle Forze Armate Germaniche. Il cadavere dei medesimi fu trasportato nel cimitero di Lorenzago, dopo il funerale eseguito a Lozzo. Lozzo di Cadore, 21 settembre 1944; l’Ufficiale dello Stato Civile Delegato.» La busta e le foto suddette sono riportati in Appendici, documenti e fotografie, ivi pp.168-171. Si veda anche serie 9, Protocolli 1840-1950, busta 124, fasc.1, Registro di protocollo 1944 1° gen.- 1945 lug.11, p. 164, in Archivio comunale di Lozzo di Cadore, dove si legge: «Si registra il rinvenimento di 3 cadaveri di partigiani morti in località Ceraia il 20 corr. Alle 14:30. Salme trasportate poi a Lorenzago”. Cfr. Anche serie 23, busta 1013, fasc. 7, categoria XV, Sicurezza pubblica, classi 1°, Stato civile, dove si legge: “Il 22 settembre i tre corpi dei partigiani di Ceraia furono portati a Lorenzago dopo il controllo del medico Amadori».
141 Aleardo Sesto Da Pra «Pocchiesa» nacque a Lozzo di Cadore il 31 maggio 1909 alle ore 22:00, da Lorenzo e Bartolomea Lovarini, penultimo di sette fratelli: Grazioso, Gaetano, Giovanni, Mario, Celio e Delio. Egli venne ordinato sacerdote il 6 luglio 1936 e fu cooperatore ecclesiastico a Pieve di Zoldo, a Santo Stefano e a Lorenzago di Cadore. Nel novembre del 1943 divenne titolare della parrocchia di Lorenzago. Morì il 16 febbraio 2000 presso l’ospedale di Pieve di Cadore. Si veda Marco D’Ambros (a cura di), Don Sesto Da Pra, un parroco amico del Papa, Grafica Sanvitese, San Vito di Cadore (Bl), I Edizione, luglio 2010, pp. 7-8.
142 Si veda Musizza e De Donà, Guerra e Resistenza in Cadore, pp. 245-249.
143 Ibidem, pp. 254-258.
144 Cfr. Vendramini, Aspetti militari della resistenza bellunese e veneta. Tra ricerca e testimonianza, pp. 85-86.
145 Si veda Musizza e De Donà, Guerra e Resistenza in Cadore, p.263.
146 Ibidem, pp. 268-271.
147 Ibidem, p. 279.
148 L’Organizzazione Todt o «Ot» era un’impresa di costruzioni addetta all’allestimento di fortificazioni attivata dal Reich, essa prese il nome dal suo fondatore Fritz Todt, che ne rimase a capo fino all’8 febbraio 1942 quando perì in un incidente aereo, poi venne sostituito da Albert Speer. Ibidem, p. 280.
149 Qui, i due partigiani Renato De Bernardo «Ivan» e Duilio Cian vennero impiccati il 25 ottobre 1944. Cfr. Ibidem, p. 298-299.
150 Ibidem, pp. 321-323.
Vittorio Lora, Terenzio Baldovin e Lozzo di Cadore. Public history e stratificazioni della memoria in una comunità di montagna, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno accademico 2011-2012#1944 #AlessandroGallo #alleati #AuronzoDiCadoreBL_ #Belluno #brigata #Cadore #Calvi #CarloOrler #Carnia #CLN #fascisti #Friuli #LorenzagoDiCadoreBL_ #LozzoDiCadoreBL_ #Nannetti #novembre #Osoppo #partigiani #provincia #rastrellamento #Resistenza #settembre #SeverinoRizzardi #tedeschi #TerenzioBaldovin #titini #VittorioLora
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La Osoppo e il MACI sono da ritenersi le principali strutture segrete anticomuniste a carattere armato sorte in Italia prima del 1956
Se il compito essenziale di Gladio era quello di attuare: “attività di informazione, infiltrazione/esfiltrazione, propaganda, guerriglia, sabotaggio in parti del territorio occupate dal nemico” <16, siamo oggi in possesso di numerosi documenti che testimoniano come fin dal 1945 nel territorio italiano nacquero una molteplicità di organizzazioni che si erano fatte carico degli stessi identici compiti che in quel 1956 vennero assegnati a Gladio. Il 26 novembre 1956 (giorno del varo ufficiale della Stay Behind italiana) in sostanza, non segnò la data di nascita di un servizio parallelo a quello ufficiale quale mai l’Italia aveva conosciuto, ma di una sorta di riorganizzazione di tutte quelle strutture nate per essere in grado di reagire ad una aggressione straniera ed operanti fin dall’immediato dopoguerra.
In base ai documenti oggi disponibili è inoltre possibile dimostrare che le radici profonde di tali strutture risalgono ad un momento storico ancora precedente e precisamente al periodo che fece seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943. Fu infatti durante le settimane successive a tale data che i neonati servizi segreti del governo di Brindisi ritennero che, nell’ottica della guerra all’invasore nazista, costituisse un supporto di grande importanza riuscire a creare una rete clandestina in grado di operare al di là del fronte nemico e capace di porsi in sinergia con le nascenti formazioni partigiane. Alcuni degli uomini che in quegli anni operarono all’interno dei servizi segreti del governo Badoglio, adoperandosi nel sostenere la guerra dietro le linee dell’esercito di invasione nazista, li ritroveremo poi nel dopoguerra tra gli artefici della creazione di strutture paramilitari occulte in funzione anticomunista ed infine anche dentro la stessa Gladio.
Nell’indagare sulle origini di Gladio si dovrà perciò partire dai convulsi e concitati giorni post-armistizio, quando la nuova intelligence al servizio del Governo del Sud, valutò positivamente l’idea secondo la quale, accanto alle Forze Armate regolari, dovessero operare bande di “irregolari”, capaci di agire contro il nemico mettendo in atto forme di guerriglia e sabotaggio. L’attenzione dovrà poi essere rivolta al cruciale momento del passaggio dalle prime strutture segrete sorte in funzione antinazista a quelle che, nell’immediato dopoguerra, cominciarono ad operare in funzione anticomunista e per far questo sarà necessario soffermarsi in modo particolare su quanto accadde in una precisa regione geografica, il Friuli Venezia Giulia. E’ qui infatti che si possono trovare i presupposti, tanto politico-ideologici quanto operativi, delle formazioni Stay Behind anticomuniste, le cui radici affondano nel drammatico ed insanabile contrasto che, a partire dall’autunno del 1944, si venne a creare dentro alla Resistenza friulana fra i partigiani comunisti filo-titini delle Brigate Garibaldi e i “partigiani bianchi” che militavano nella Brigata cattolica Osoppo.
Queste primordiali strutture, nate in modo pressoché spontaneo fin dai primi giorni dell’estate del 1945 per volontà di quegli osovani che erano decisi a difendere il Friuli dal pericolo di aggressione titina, ricevettero ben presto un decisivo supporto “istituzionale” da parte dei massimi vertici politici e militari della nuova Italia democratica, i quali garantirono agli osovani finanziamenti, armi, nonché la possibilità di essere addestrati alla tecniche di guerriglia e sabotaggio sotto l’egida di ufficiali dell’Esercito americano. Ad inizio 1947 così, una volta aumentata la consistenza numerica ed affinato l’addestramento, da queste embrionali organizzazioni segrete potè nascere la più importante struttura di tipo Stay Behind sorta in Italia prima del 1956, ovvero la “Osoppo-Organizzazione O”, la cui vicenda dovrà essere seguita con particolare attenzione, poiché essa a tutti gli effetti può essere considerata la vera e propria progenitrice di Gladio, all’interno della quale andò a costituire la branca principale.
Se il Friuli fu indiscutibilmente il “laboratorio” in cui vennero sperimentate e portate a compimento le principali entità prodromiche a Gladio, nel corso degli anni quaranta anche in altre zone dell’Italia settentrionale numerosi partigiani cattolici e liberali, una volta conclusa la lotta contro il nazifascismo, rimasero in armi ed entrarono a far parte di strutture segrete create in funzione anticomunista. Di assoluta rilevanza da questo punto di vista fu il ruolo giocato nell’area lombarda da una organizzazione denominata: “Movimento Avanguardista Cattolico Italiano” (MACI), originariamente fondata nel 1919 per iniziativa dell’allora arcivescovo di Milano, Monsignor Andrea Ferrari. Sotto il fascismo però, il MACI era stato costretto a sciogliersi e soltanto nel novembre 1945, per espressa volontà del cardinale Ildefonso Schuster e della curia milanese, esso rivide la luce. Ufficialmente si trattava di una organizzazione impegnata nella difesa del cattolicesimo e dei valori cristiani e che alle elezioni politiche dell’aprile 1948, di concerto con i “celebri” Comitati Civici di Luigi Gedda, si distinse per il grande zelo propagandistico profuso in favore dei candidati democristiani in Lombardia e Piemonte. Accanto a questo suo ruolo pubblico tuttavia, il MACI fin dai primi anni post-bellici aveva sviluppato una vera e propria attività sotterranea attraverso la creazione di una struttura segreta, che fu posta sotto il “comando” di un ex partigiano bianco di nome Pietro Cattaneo ed i cui compiti essenziali erano quelli di sorvegliare il “nemico comunista”, cercare di scoprirne eventuali piani insurrezionali per essere pronti a reagire qualora fossero stati messi in atto. A Milano vi era il “comando centrale” di tale struttura, alla quale facevano capo numerose cellule dislocate in quasi tutte le provincie lombarde le quali, disponendo di infiltrati sia nelle sezioni comuniste, sia in vari luoghi di lavoro, tenevano costantemente informato Cattaneo su ogni possibile “azione sovversiva” dei comunisti. Il MACI non può essere “tout court” definito una organizzazione di tipo Stay Behind, poiché le sue caratteristiche erano più consone a quelle di una sorta di servizio segreto parallelo capace di avere un capillare controllo del territorio al fine di prevenire eventuali atti ostili del “nemico”. Tuttavia, anch’esso disponeva di una dimensione prettamente militare e la assoluta maggioranza dei suoi componenti erano ex partigiani anticomunisti pronti a riprendere le armi (molte delle quali vennero occultate anche nelle sacrestie) qualora ciò servisse ad impedire che in Italia si affermasse un regime di tipo sovietico. Rispetto a quella della “Osoppo-Organizzazione O” e di Gladio, la vicenda del MACI è molto meno nota, eppure la sua importanza deve essere considerata assoluta in quanto tale struttura, come si vedrà, aveva come diretti referenti sia la Democrazia Cristiana, sia le più alte autorità ecclesiastiche. Di enorme interesse da questo punto di vista appare una missiva riservata che nel 1948 l’allora segretario provinciale della DC milanese, Vincenzo Sangalli, inviò a Pietro Cattaneo, e nella quale era scritto che la DC riconosceva proprio il MACI quale unica organizzazione armata legittimata ad agire in suo nome.
Per consistenza numerica e diffusione nel territorio, la Osoppo e il MACI sono da ritenersi le principali strutture segrete anticomuniste a carattere armato sorte in Italia prima del 1956. Se della Osoppo è certa la continuità con Gladio, la stessa cosa non la si può affermare con sicurezza per quanto riguarda il MACI, anche se non sembra essere un caso che gli ultimi documenti in cui si parla dell’esistenza di tale rete militare cattolica siano risalenti alla metà degli anni cinquanta. Dal 1956 in poi infatti, della organizzazione militare del MACI non si hanno più notizie ed è perciò verosimile ipotizzare che anch’essa, come la Osoppo, sia stata sciolta all’atto della nascita di Stay Behind, avvenuta nel novembre di quell’anno.
Nella ricostruzione della storia di Gladio e delle strutture ad essa prodromiche c’è infine un altro importante aspetto che deve essere affrontato ed è quello relativo ai supposti “misteri” ed alle presunte trame oscure che ancora oggi graverebbero intorno all’esistenza di tali entità. Sebbene infatti Stay Behind in sede giudiziaria sia stata assolta, è oggettivamente da riconoscere, senza per questo fare della facile dietrologia, che la sua vicenda presenta ancora svariati nodi da sciogliere. Si renderà quindi necessario cercare di rispondere anche ad alcuni cruciali quesiti quali, tra gli altri, quello relativo alle eventuali collusioni fra le suddette strutture e il neofascismo, sui possibili sconfinamenti nell’illegalità di cui alcuni elementi ad esse organici potrebbero essersi resi responsabili, nonché all’interrogativo, che come vedremo è verosimilmente quello di maggiore rilevanza, se davvero oggi conosciamo per intero la storia delle organizzazioni Stay Behind o se in realtà non vi sia un altro livello, parallelo alla stessa Gladio, che non è ancora venuto alla luce. Al tempo stesso però, allorchè verranno affrontate tali questioni, sarà fondamentale ricordare che Gladio (così come le organizzazioni ad essa affini) è uscita totalmente assolta da ogni procedimento penale. Se è quindi pur vero che permangono zone d’ombra ed aspetti non ancora perfettamente chiariti, è tuttavia imprescindibile avere presente quella che è ad oggi la verità giudiziaria. Questo non significa ovviamente che essa sia di riflesso una verità in senso assoluto, ma non si può non tenere conto che, secondo la magistratura, una prova concreta ed inconfutabile di un coinvolgimento di Gladio in atti di tipo eversivo non è mai emersa.
Fino a questo momento si è avuto modo di parlare di strutture anticomuniste, ma c’è un altro tema la cui conoscenza si deve considerare una integrazione essenziale ai fini di redigere una ricostruzione realmente completa della storia delle organizzazioni segrete a carattere paramilitare presenti sul territorio italiano dal dopoguerra in poi. Se è infatti indiscutibile che fin dal 1945 in Italia nacquero una molteplicità di formazioni armate “nemiche” del PCI e la cui esistenza era ignota non solo all’opinione pubblica, ma anche a gran parte del Parlamento, è oggi altrettanto dimostrato che in quegli stessi anni anche il Partito Comunista Italiano possedeva una sua organizzazione militare segreta.
Si trattava di quella che, con una dicitura impropria ma divenuta ormai di uso comune, è stata chiamata “la Gladio Rossa” <17. Questo termine fu usato per la prima volta nel maggio 1991 in una inchiesta del settimanale l’Europeo firmata dai giornalisti Romano Cantore e Vittorio Scutti, i quali, basandosi in gran parte su quanto loro dichiarato da un ex dirigente toscano del PCI di nome Siro Cocchi, “rivelarono” che per anni, a partire dal 1945, era esistito un apparato militare facente capo al PCI e che di fatto avrebbe costituito una sorta di “contraltare” di Gladio. La “Gladio Rossa” sarebbe infatti stata una specie di quinta colonna dei paesi comunisti dislocata in Italia ed essa, in caso di invasione del territorio italiano da parte di truppe sovietiche, avrebbe dovuto operare in loro favore, agendo attraverso forme di guerriglia da attuare contro gli Eserciti Alleati. Sebbene la descrizione che la suddetta inchiesta giornalistica fornì di tale struttura armata fosse oggettivamente piuttosto generica, quell’articolo dell’Europeo ebbe un effetto dirompente, poiché pochi giorni dopo la sua pubblicazione, la Procura di Roma decise di aprire un fascicolo di indagine in relazione alla presunta esistenza di una organizzazione paramilitare organica al PCI, sui suoi possibili collegamenti coi paesi del blocco sovietico e su suoi eventuali piani insurrezionali. Fu così che ebbe inizio l’inchiesta su quella che da quel momento si cominciò a chiamare convenzionalmente “la Gladio Rossa”. Dopo che nei mesi precedenti il dibattito politico era stato in gran parte monopolizzato dal caso di Stay Behind e dalle dure invettive che “da sinistra” vennero rivolte alla Democrazia Cristiana, colpevole, si disse, di aver dato copertura ad una struttura eversiva, nelle settimane seguenti a quel maggio 1991, a finire sul “banco degli imputati” furono gli ex comunisti, a loro volta accusati di aver strumentalmente utilizzato l’esistenza di Gladio per dare una falsa immagine della storia d’Italia. Proprio la vicenda della “Gladio Rossa”, fu allora detto, dimostrava quanto fossero fasulle le ricostruzioni storiche che fino a quel momento erano comparse nella “stampa progressista” e che avevano descritto il PCI quale partito che mai deflettè dal rispetto della Costituzione e dei valori democratici, cui dall’altra parte si sarebbe invece opposta una DC asservita agli interessi americani e con loro complice di qualunque artificio pur di non mandare al potere i comunisti <18.
[NOTE]
16 SRACS, Relazione Andreotti, cit., pag. 5.
17 Ovviamente la struttura militare del PCI non si chiamò mai Gladio Rossa, che è solo un nome che si cominciò ad usare nei primi anni novanta (quando uscirono i primi documenti attestanti l’esistenza di tale struttura) per analogia con l’altra Gladio, quella anticomunista.
18 A distinguersi in modo particolare in questa campagna di stampa tesa a “rivalutare” Gladio e ad accusare i post-comunisti di strumentalità politica, fu soprattutto il Giornale all’epoca diretto da Indro Montanelli. Rievocando quei giorni, Montanelli ha scritto: “Gladio divenne un’arma preziosa per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dallo sfascio dell’ideologia e dei partiti comunisti e per avvalorare la tesi che l’Italia fosse vissuta in una falsa democrazia, viziata da presenze poliziesche, autoritarie e golpiste (….) con il risultato che unico partito rispettabile, in tanto sfascio, rimaneva il PCI poi divenuto PDS, sconfitto dalla storia recente; ma che si pretese fosse rivalutato, grazie ad un’abile operazione trasformistica (…)” (I. Montanelli, M.Cervi, L’Italia degli anni di piombo, in Storia d’Italia, Vol. XI, RCS Libri, Milano 2004, pag. 39).
Giacomo Pacini, Le organizzazioni paramilitari segrete nell’Italia Repubblicana (1945-1991), Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2005-2006Nel 2001 Gianni Donno, docente di storia contemporanea all’Università di Lecce e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, ha pubblicato una corposa raccolta di documenti, corredata da brevi commenti, riguardanti la cosiddetta «Gladio rossa», ossia la presunta struttura paramilitare del Pci che avrebbe avuto non scopi difensivi, ma rivoluzionari ed offensivi in vista del ribaltamento dello Stato democratico [cfr. G. Donno, La Gladio rossa del Pci (1945-1967), Rubbettino, Soveria Mannelli 2001]. La credibilità dell’impianto del volume, stante anche l’impostazione fieramente anticomunista dell’autore (che giunge a suggerire dei fili di collegamento non solo culturale e politico ma persino organizzativo tra il Pci e le Brigate rosse), è tuttavia, a mio avviso, piuttosto dubbia. Donno, infatti, si basa su pochi documenti, spesso provenienti dal Sifar o da altre fonti informative – non meglio identificate – del ministero dell’Interno: gli stessi estensori delle relazioni, del resto, usano il tempo condizionale nei loro scritti, incerti dell’attendibilità delle fonti e, in almeno un caso, è lo stesso ministro Tambroni a commentare la nota come generica e quindi inutile. Per non parlare, poi, della ventilata esistenza di un «archivio segreto del Pci», di cui Donno parla per pagine senza avere prove (Ivi, pp. 67-72).
Ilenia Rossini, Conflittualità sociale, violenza politica e collettiva e gestione dell’ordine pubblico a Roma (luglio 1948-luglio 1960), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 2014-2015Sono necessarie due premesse: la prima nel merito e la seconda nel metodo. Innanzitutto è verosimile che il Pci disponesse di una solida tradizione in attività di intelligence, variamente definite come riservate o addirittura paramilitari, volte a tutelare il partito nel teso clima del secondo dopoguerra <1222.
1222 Maurizio Caprara, Lavoro riservato: i cassetti segreti del Pci, Feltrinelli, Milano 1997. Si veda anche il lavoro storico, ma attraversato dalle ragioni della polemica politica, di Carmelo Giovanni Donno, La “Gladio rossa” del Pci 1945-1967, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001.
Andrea Tanturli, La parabola di Prima linea. Violenza politica e lotta armata nella crisi italiana (1974-1979), Tesi di dottorato, Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”, Anno Accademico 2016-2017Praticamente una fotografia della situazione italiana in quegli anni con un partito Comunista cosciente di essere destinato ad un’eterna opposizione per le probabili conseguenze golpiste di un’eventuale salita al potere, come anche del diffuso e sottaciuto italico sentimento di indipendenza dall’Occidente e dall’Oriente che avrebbe impedito o reso difficile qualunque invasione. Infatti anche la famosa “Gladio Rossa”, che avrebbe teoricamente contato su migliaia di individui, è ampiamente infiltrata dai servizi segreti delle Forze Armate <272.
272 Pelizzaro G.P., Gladio Rossa, edizioni Settimo Sigillo, Roma, 1997
F. Marco Valli, Strategia, strateghi e pop culture nella guerra fredda: da Hiroshima alla Luna (1945-1969), Tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Anno Accademico 2020-2021#1945 #1946 #1956 #1991 #AndreaTanturli #anticomunismo #DC #FMarcoValli #Friui #GiacomoPacini #Gladio #IleniaRossini #Jugoslavia #MACI #milano #O #organizzazioni #Osoppo #paramilitari #PCI #Rossa #segrete #StayBehind #URSS #USA
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Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago
Nel 1997 è pubblicato un volume di Bruno Steffè, avente lo scopo di dare una visione complessiva degli eventi bellici nel territorio della provincia di Pordenone <88. Questo lavoro riguarda la lotta partigiana nella zona montana delle Prealpi Carniche, nelle vallate dell’Arzino, del Meduna, del Cellina, e nella pianura, tra i fiumi Tagliamento e Livenza. L’autore ha usato documenti originali, riportandone i tratti essenziali, scegliendoli tra le posizioni più diverse. In questo volume si afferma che in alcune opere sulla Resistenza, furono usate, per parzialità ideologiche, certe forzature nelle descrizioni degli eventi; Steffè afferma che è una forzatura definire la guerra di liberazione guerra di popolo perché è stata combattuta da una minoranza della popolazione, anche se formata essenzialmente dal ceto popolare. Nella prima parte dell’opera l’autore parla del periodo dall’8 settembre 1943 all’inizio della guerra partigiana; descrive l’inizio dell’attività osovana e garibaldina. <89 Per quanto riguarda gli osovani descrive molto accuratamente le varie componenti: i militari, il clero e i partiti d’ispirazione cattolica; Steffè afferma che l’opera del clero fu molto importante nella conduzione della Osoppo e che alcuni sacerdoti delinearono la necessità politica della lotta armata contro i tedeschi <90. L’attività garibaldina è fatta risalire dall’autore all’attività antifascista, documentata sin dall’inizio del fascismo <91. Nel testo sono riportati i diari delle formazioni partigiane, nei quali sono annotati, giorno per giorno, i principali eventi militari; i diari fanno capire il grande lavoro svolto dai partigiani e la sua importanza per la lotta contro il nazifascismo. L’autore analizza, oltre ai problemi militari, i problemi organizzativi: la sicurezza nella clandestinità, la propaganda e i collegamenti fra i vari reparti e l’approvvigionamento; queste descrizioni danno un’idea della varietà di problematiche che i partigiani dovevano affrontare <92. Una parte molto interessante del testo è quella in cui si parla dell’influenza degli eventi bellici degli alleati, perché spiega lo stretto rapporto che c’era fra l’avanzata dell’esercito alleato e l’evolversi della situazione partigiana. Nell’ultima parte del testo l’autore descrive le azioni svolte dai reparti garibaldini e osovani di pianura nell’ultimo periodo della guerra di liberazione. Steffè riporta i diari operativi delle brigate garibaldine di pianura inserite nella divisione “Mario Modotti Destra Tagliamento”, premettendo che i diari furono redatti a guerra conclusa basandosi sul ricordo dei partigiani e quindi contengono imprecisioni, e una relazione del maggio 1945 redatta da “Leonida” per quanto riguarda l’attività osovana. Queste fonti fanno capire la capillarità dell’azione partigiana e anche quanto fu alto il numero dei caduti fino agli ultimi giorni della Resistenza <93. Questo testo dà un quadro complessivo della situazione nella Destra Tagliamento fino alla Liberazione e spiega i principali eventi in modo dettagliato senza prendere una posizione di parte.
Nel 2000 è pubblicato un saggio di Pier Paolo Brescancin, direttore scientifico dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Vittoriese, che si occupa del movimento partigiano nel pordenonese dalla nascita fino alla liberazione <94. Brescancin suddivide i gruppi di resistenti in due categorie, quelli nati spontaneamente per iniziativa di giovani ufficiali subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e quelli nati per iniziativa di formazioni politiche, fra le quali l’autore definisce il partito comunista il più attivo. Fra i gruppi spontanei sono citati quello nato per iniziativa di Pietro Maset, già ufficiale degli alpini, che operava fra Sacile e la Valcellina, quello di Mario Dal Fabbro, già sottotenente della caserma Slataper di Sacile, operante fra Cordignano e Caneva e quello di Piero Biasin che aiutò a fuggire molti militari della caserma Slataper e della caserma Fiore di Pordenone; inoltre l’autore ricorda le figure del maggiore Attilio Beltrame “Martini” che organizzò le formazioni Osoppo di Pianura, il capitano Franco Martelli “Ferrini”, che sarà capo di stato maggiore della brigata unificata “Ippolito Nievo B” e il generale Costantino Cavarzerani che organizzò gruppi di Resistenza a Stevenà di Caneva <95. Fra i gruppi nati per iniziativa di forze politiche, l’autore cita la formazione Ferdiani, attiva in Val Mesazzo e i battaglioni Pisacane e Garibaldi che si trovavano nel monte Ciaurlec, nati nel gennaio 1944 e i distaccamenti Bixio, Mazzini 2°, Gramsci e Buzzi, nati, per iniziativa di Mario Modotti “Tribuno” e di Giulio Contin “Riccardo”, nel febbraio-marzo dello stesso anno <96, espressione del partito comunista e le formazioni Osoppo nate da un’operazione congiunta del Partito d’Azione e della Democrazia Cristiana che assorbirono le formazioni spontanee di ex ufficiali. <97 Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago e le caserme della guardia di finanza di Malnisio e Montereale Valcellina, avvenuti nel giugno del 1944; queste azioni, secondo Brescancin, fanno capire che il movimento partigiano è in crescita e vuole sottrarre ai nazifascisti il controllo del territorio. <98 L’autore spiega le relazioni fra l’evolversi della situazione a livello nazionale e locale, spiegando come l’andamento bellico degli alleati abbia influito sulla creazione delle zone libere, sui grandi rastrellamenti di fine estate 1944 e sulla Liberazione <99, riuscendo così a dare un quadro d’insieme più chiaro degli eventi principali.
Nel 2002, è pubblicato un volume di Renzo Biondo, nel quale, l’autore si pone l’obbiettivo di raccontare la vita quotidiana dei partigiani, la nascita delle formazioni e le motivazioni che hanno spinto i giovani accorsi sulle montagne. <100 Renzo Biondo col contributo di vecchi protagonisti ha raccontato vicende che altrimenti sarebbero andate dimenticate. Nella premessa l’autore mette in relazione il cambiamento del clima politico con la percezione degli avvenimenti passati; afferma che storici revisionisti smantellano i fondamentali sulla genesi della democrazia in Italia, rivalutando chi combatté per la repubblica di Salò. Renzo Biondo prende una posizione chiara affermando che la Resistenza fu una scelta di civiltà, fra libertà e servitù, fra nazismo e democrazia, fra campi di sterminio e parità di tutti i cittadini. <101 Nel testo c’è un capitolo in cui vengono descritti i luoghi dove operarono la brigata Osoppo e la Garibaldi Friuli; soprattutto è descritta la zona occidentale della Zona libera delle Prealpi Carniche, dove operò la V^ brigata “Osoppo” che insieme a battaglioni garibaldini diede vita alla Brigata mista “Ippolito Nievo”; questa descrizione aiuta a capire l’importanza ai fini bellici della zona, in quanto si trovava in una posizione strategica e per questo motivo i tedeschi si impegnarono per liberarla dalla presenza partigiana. Per Biondo, le tesi revisioniste secondo cui l’apporto partigiano alla vittoria alleata della guerra fu esiguo, sono smontate dal fatto che i tedeschi inviarono delle nuove divisioni modernamente equipaggiate nelle zone dove si trovavano i presidi partigiani; inoltre
il proclama di Kesserling, comandante in capo delle forze tedesche in Italia, che dà ordini su come comportarsi contro le bande armate, fa capire che i partigiani erano temuti dagli avversari. <102 Biondo esprime un giudizio sulla Xmas, reparto collaborazionista, affermando che giustificarli in confronto ad altri reparti repubblichini è un falso storico, in quanto hanno compiuto efferati episodi di violenza e omicidi di massa. <103 La Xmas voleva creare un solco fra garibaldini e osovani in quanto questi ultimi non volevano l’invasione degli jugoslavi, ma l’antifascismo, comune alle due formazioni partigiane, era più forte di ciò che poteva dividerle. <104 E’ spiegato dall’autore che i tedeschi nella zona denominata “Litorale Adriatico”, che controllavano direttamente, non amavano la presenza di reparti fascisti e per avvalorare questa sua affermazione afferma che i tedeschi preferirono, per occupare la Carnia, inviare i cosacchi. <105 Biondo afferma che gli autori che hanno scritto prima di lui sulla brigata mista “Ippolito Nievo” non chiariscono come sia nata e come fu possibile che in Valcellina sia riuscita quell’integrazione che altrove non fu possibile, e afferma che il merito è stato dei tre capi, Maso, Tribuno e Riccardo, che sono riusciti a mantenere la brigata mista grazie al loro prestigio e alla loro esperienza. <106 Nella seconda e terza parte del testo ci sono testimonianze che raccontano le motivazioni che spinsero i giovani alla lotta e ricordi di partigiani sulle loro esperienze nella Resistenza; molto interessante e la testimonianza di Giuseppe Torresin, che racconta com’era vista la resistenza dai giovani di Grizzo [Frazione del comune di Montereale Valcellina (PN)] e il loro apporto alla guerra di liberazione all’interno della V^ brigata Osoppo. <107 Questo volume da un quadro completo del periodo della Resistenza
analizzando i fatti e descrivendo i principali protagonisti.
[NOTE]
88 Bruno Steffè, La guerra di Liberazione nel territorio della provincia di Pordenone 1943- 1945, Edizioni ETS, Pisa, 1997, p. 10
89 Ivi, pp. 19- 46
90 Ivi, pp. 19- 31
91 Ivi, pp. 33- 35
92 Ivi, pp. 89- 103
93 Ivi, pp. 209- 262
94 Pier Paolo Brescancin, Le formazioni partigiane nel pordenonese in Il pordenonese dalla resistenza alla repubblica, Istituto Provinciale di storia del Movimento di liberazione e dell’Età Contemporanea, Pordenone, 2000
95 Ivi, p. 75
96 Ivi, p. 76
97 Ivi p. 76
98 Ivi, p. 78
99 Ivi, pp.80- 91
100 Renzo Biondo, Il verde, il rosso, il bianco. La V^ brigata Osoppo e la brigata osovano-garibaldina “Ippolito Nievo”, CLEUP, Padova, 2002, p. 13.
101 Ivi, p. 19.
102 Ivi, p. 59.
103 Ivi, p. 61
104 Ivi, p. 62
105 Ivi, p. 65
106 Ivi, p. 78
107 Ivi, pp. 157-196.
Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007#1943 #1944 #1945 #Adriatico #alleati #AndreaBortolin #brigata #BrunoSteffè #Carnia #cattolici #clero #comunisti #CostantinoCavarzerani #DC #destra #diari #Divisione #fascisti #Friuli #Garibaldi #generale #Grizzo #Guerra #libere #Litorale #ManiagoPN_ #MarioModotti #MonterealeValcellinaPN_ #Osoppo #partigiani #PdA #pianura #PierPaoloBrescancin #PietroMaset #Pordenone #provincia #RenzoBiondo #reparti #Resistenza #SacilePN_ #stragi #Tagliamento #tedeschi #Valcellina #V_ #Xmas #zone
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Il 12 settembre Giovanni Girardini viene prelevato assieme a Bruno Tonello, partigiano di Crocetta del Montello
Crocetta del Montello (TV). Foto: Frassionsistematiche. Fonte: WikipediaGiuseppe Zaffonato, vicentino, nato a Magrè di Schio nel 1899 e ordinato vescovo nell’aprile del ’44, inizia la sua attività pastorale nella Diocesi di Vittorio Veneto il 29 maggio dello stesso anno, adoperandosi fin da subito per salvare sacerdoti e fedeli. A fine conflitto, prima del suo trasferimento nel ’56 alla sede arcivescovile di Udine, per tutto ciò che ha fatto in favore di Vittorio Veneto durante la guerra, ha ricevuto la cittadinanza onoraria <124. Il suo prezioso lavoro di mediazione è testimoniato anche dalle sue lettere, insistenti e precise, tese a consolare chi vive il dramma della guerra e a scuotere chi detiene i posti di comando <125. Subito dopo l’arresto degli ostaggi, così scrive all’abate di Oderzo dal Duomo di Sacile, in data 16 settembre:
“Caro Monsignore,
sono venuto con la speranza di ottenere qualche cosa, almeno di verderLa e di accelerare le pratiche. Invece nulla. Né di vederLa, né trasportarLa a Vittorio Veneto, né tenerLa in Seminario, né assicurazioni di affrettare. Nulla, insomma. Ieri sera invece attraverso il comando di Vittorio sembrano disposti molto più benevolmente. Non disarmo però. Continuerò a pregare e a lavorare. Assicuri tutti gli altri. A Lei e agli altri la mia partecipazione sincera e la mia benedizione cordiale. E Iddio voglia presto intervenire. Frattanto sursum corda.
Con fraterno affetto e d’augurio. Giuseppe, Vescovo <126”
E una settimana dopo, il 23 settembre, don Giacobbe Nespolo porta al vescovo una lettera dal carcere, scritta da monsignor Visintin che esterna non poca preoccupazione: “Se entro il 25 settembre non giungeranno notizie degli ufficiali ferrovieri tedeschi rapiti, vi sarà qualche cosa di grave per i sacerdoti e per gli ostaggi chiusi nelle prigioni di Sacile <127.” Assieme allo scritto del prelato di Oderzo gli giunge anche voce della liberazione degli ingegneri tedeschi, a cui non è seguita la scarcerazione dei prigionieri italiani.
Zaffonato immediatamente scrive al comandante del Presidio Militare di Sacile, il maggiore Rober, offrendo se stesso come ostaggio al posto dei detenuti:
“Non vi nascondo la mia acuta amarezza nel vedere che i dieci sacerdoti di Oderzo sono ancora trattenuti costì. Dieci giorni sono un nulla per chi lavora; sono eterni per chi è detenuto e per le famiglie che attendono. E la sofferenza diventa agonia perché nulla si sa da parte nostra e nulla si sa da parte Vs. Si diceva che per la liberazione degli ostaggi dovevano essere restituiti i quattro soldati germanici; mi consta positivamente che questi sono stati rilasciati, ma i miei infelici sacerdoti e laici sono ancora trattenuti. Signor Maggiore, pensavate che fossero colpevoli? Ma allora si interroghino. Volevate incutere spavento sulle popolazioni? L’effetto è più che ottenuto. Chiedevate ostaggi che pagassero nel caso di attentati contro soldati germanici? Basta questo, sig. Maggiore; ora vengo io. Domani e postdomani ho due impegni di ministero pastorale, ma martedì sono a Vostra completa disposizione. Fissatemi l’ora in cui dovrò presentarmi e sarò puntualissimo. Ve ne do parola d’onore. Voi però mettete subito in libertà quei poveri sacerdoti e civili. Là vi sono dei vecchi che non possono sopportare per molti giorni tale martirio morale. Ve ne prego e supplico come una mamma per un suo figliolo.
Attendo risposta e presento distinti ossequi.
f.to Giuseppe Zaffonato Vescovo <128”
Il vescovo non si limita a scrivere. Visita due volte i prigionieri e non perde occasione per tentare di convincere il comandante delle S.S. a liberarli, tornando tuttavia a Vittorio Veneto con le pive nel sacco, come ricorda Abramo Floriani:
“Verso la metà della prigionia sacilese il Vescovo di Vittorio Veneto, Mons. Giuseppe Zaffonato, si portò per la seconda volta a Sacile per confortare gli ostaggi e in modo particolare i suoi sacerdoti. La prima volta era stato accolto male dal Maggiore tedesco tanto che licenziandosi il Vescovo gli aveva detto: “Continuate pure così e scriverete un’altra pagina poco gloriosa della vostra storia”. <129”
Non da meno è stato l’operato del vescovo di Concordia Vittorio D’Alessi, impegnato su due fronti: il pordenonese, incorporato nell’Adriatische Kunstenland, comandato dai tedeschi, e il portogruarese, che era Repubblica Sociale Italiana.
Dal 18 maggio 1944, giorno della sua consacrazione episcopale, per difendere la popolazione, anche lui come Zaffonato, incontra in segreto i capi partigiani e ufficialmente i comandi delle S.S.; aiuta nel salvataggio degli ebrei in fuga il suo segretario, don Angelo Dalla Torre; si prodiga per sostenere gli sfollati. A guerra finita, spedendo ai parroci della sua diocesi un questionario sui fatti accaduti durante il periodo bellico e invitandoli a redigere delle cronache precise sugli episodi salienti, ha fornito un buon contributo storico, lasciando preziose pagine scritte utilissime alla ricerca sulla resistenza nel Veneto orientale e nella bassa friulana <130.
Strasiotto nel suo articolo attribuisce il merito della liberazione degli ostaggi, avvenuta il 27 settembre 1944, anche al cardinale Adeodato Piazza, patriarca di Venezia <131.
Un diario che parla di resistenza
La morte percorre l’intero diario del francescano, e non solo quella che – come spada di Damocle – pende sulla testa dei prigionieri che ogni giorno attendono trepidanti nuovi esiti sulla loro sorte. C’è anche la morte reale, che continua a scavare nel cuore solchi di dolore e a cui, nonostante la guerra, non ci si abitua. Il frate cita la scomparsa di due giovani patrioti e assiste alla fucilazione di altri partigiani di cui ignora le generalità; di uno parla proprio in apertura di diario, dell’altro tre giorni dopo la sua reclusione. Le prime righe del suo scritto sono dedicate a Giovanni Girardini <132, la cui impiccagione turba il religioso. Ventenne laureando in medicina all’università di Padova e carismatico antifascista che fa proseliti a Motta e dintorni, Giovanni appartiene a una delle poche famiglie benestanti del paese. Figlio dell’avvocato Aurelio Girardini e di Lina Silvia Marenzi, possidente toscana di Spoleto, il giovane manifesta fin dall’infanzia un’acuta intelligenza, superiore alla media. Frequenta le scuole elementari in paese, spesso affiancato dalla maestra Scapin per delle lezioni pomeridiane individuali; porta a termine il ginnasio dai Padri Giuseppini di San Leonardo Murialdo presso il collegio Brandolini Rota di Oderzo; frequenta il liceo classico nell’Istituto Canova di Treviso e lo termina in anticipo, a soli sedici anni. Un Decreto Regio gli permette di iscriversi anzitempo alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’università di Padova. Tuttavia durante il terzo anno di studi – è il febbraio del 1941, mentre il secondo conflitto mondiale è già in atto – decide di partire volontario per la Scuola Centrale Militare di Alpinismo ad Aosta. Da marzo a giugno svolge il corso d’addestramento AUC nel 2° battaglione, 4^ compagnia, comandata dal tenente Carlo Sacchi. Amante della montagna, si compiace nello scalare le vette di Courmayeur e dintorni. Dopo quattro mesi è inquadrato nel 7° reggimento Alpini Aosta, 2° battaglione Universitario. Il furiere Nilo Pes scriverà: “Dei nostri, i veri volontari (la loro classe non era ancora sotto le armi) furono i 25 del ’22. Di questi, 13 caddero <133.” Giovanni ottiene i gradi di sergente ma, provato dall’addestramento, si ammala. Viene allora assegnato, viste le sue competenze mediche, al servizio sanitario ad Alessandria e in seguito ad altri ospedali militari. Infine, dopo un ulteriore ricovero, è collocato in congedo nell’agosto del 1941. Riprende gli studi, giunge brillantemente al quinto anno di Medicina, lavora alla tesi di laurea, ma abbandona nuovamente l’iter scolastico per costituire, dopo l’Armistizio dell’ 8 settembre 1943, assieme ad alcuni amici e conoscenti (Piero Sanchetti, Ugo Rusalen, Raoul Rainato) un nucleo partigiano operante a Motta di Livenza e dintorni. Muove i primi passi all’interno del movimento resistenziale stabilendo frequenti contatti col professore Teodolfo “Toto” Tessari, antifascista trevigiano di fede repubblicana. Soprattutto, vista la sua formazione militare, intesse rapporti con vari ufficiali dell’esercito che si oppongono alla dittatura nazifascista: il Maggiore Francesco Genco, il Tenente di vascello Carlo Tommasini (zona di Caorle), il Colonnello Tirabassi, il Tenente Colonnello Vicarini, il Maggiore Urbano Pizzinato, il Generale Nasi (comandante della Resistenza in Cansiglio) e il Capitano Ennio Caporizzi. Viaggia spesso tra Motta e il Cansiglio, organizza riunioni clandestine nei paesi vicini (Annone, Meduna di Livenza, Gorgo al Monticano, Chiarano, Cessalto, Salgareda, Ponte di Piave) alla ricerca di nuove forze combattenti. Tiene contatti con la Divisione Osoppo e con le sfere politiche della città di Padova. Mantiene vive le relazioni anche col CLN provinciale. Piero Sanchetti di lui afferma: “…fu l’anima e l’indiscusso capo spirituale del tutto: i suoi ragazzi – specie la squadra di S. Giovanni – avevano una vera venerazione per lui. (…) Alcuni dei suoi partigiani hanno dichiarato che Girardini si preoccupava molto e ne chiedeva loro continuamente circa l’opinione, la stima, l’umore della popolazione, mirando egli ad acquistare le simpatie di ogni strato del popolo allo scopo di interessare gli animi di coloro che ancora si onoravano di chiamarsi italiani <134.” Organizza l’assalto alla Confederazione fascista dei Lavoratori dell’Industria. Coi suoi patrioti, affiancando i partigiani comunisti capitanati da Toni Furlan, opera sabotaggi alle linee ferroviarie, disarmi, il recupero di biciclette, allora mezzo di trasporto importantissimo, e incendi alle case del Fascio. Fa prigionieri alcuni fascisti, utili per trattare la liberazione di partigiani reclusi, e stabilisce le modalità per ricevere dagli aerei alleati lanci di armi e munizioni, necessarie per gli scontri finali che avrebbero portato alla vittoria finale. Nella prima settimana di settembre del 1944 viene arrestato (la data della cattura, stando ai documenti, presenta lievi incongruenze <135) mentre si reca a Cessalto con la sorella Livia (Biba) per riportare a una famiglia fascista degli oggetti sequestrati dai partigiani, onde evitare ritorsioni sulla popolazione. Condotti nelle carceri di Oderzo, Livia verrà rilasciata dopo qualche giorno, lui invece trattenuto: i nazifascisti lo identificano e sono consapevoli d’aver catturato un dirigente della Resistenza. Si susseguono vari tentativi di liberazione da parte dei battaglioni partigiani della zona. Intervengono anche i familiari che scomodano tutte le loro conoscenze fatte di personaggi altolocati, del clero che conta, persino d’un comandante delle S.S. di Ceggia, Robert Kettner <136. Ma tutto questo serve a poco. Il ferimento d’un ufficiale tedesco e la morte della sua interprete per un agguato mosso dai Cacciatori della Pianura, brigata garibaldina operante tra Oderzo e Conegliano, proprio nel momento in cui c’era da usare la massima cautela vista la presenza d’un capo partigiano in prigione, scatena la rappresaglia tedesca e fascista. Il 12 settembre Giovanni Girardini viene prelevato assieme a Bruno Tonello, partigiano di Crocetta del Montello con cui condivideva il carcere, portato sul posto dell’imboscata che è a Camino, frazione opitergina. Entrambi vengono impiccati ai pali della luce sebbene totalmente estranei al fatto. Anche loro diventano un risultato del calcolo tedesco e un monito per chi li vedrà col collo spezzato a non rimettere mano alle armi. Sotto i piedi penzolanti di Giovanni piantano un tabellone che riporta questa scritta: “Siamo appesi quì perché quì fu sparato su soldati tedeschi”.. Tuttavia
uno sbaglio di grammatica madornale, cioè mettere l’accento sull’avverbio di luogo “qui”, rivela a tutti, come scriverà Sanchetti nella sua cronaca “Il Figliolo perduto”, “che chi giunge al punto di non commette più errori di ignoranza, giunge anche a quello di non commetterne più di umanità <137.”
Girardini sarà insignito della medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: “Studente universitario, animato da giovanile ardore, fu simbolo di lotta partigiana nel Veneto oppresso dalla tracotanza e dalla barbarie nemica. Organizzatore ed animatore di una agguerrita squadra di guastatori partecipava, alla testa dei suoi partigiani, a numerosissime pericolose azioni di sabotaggio e di guerriglia distinguendosi per eccezionale coraggio e sprezzo del pericolo e causando gravi danni al movimento ferro-stradale nemico. Caduto in un’imboscata mente con due staffette, di cui una era la propria sorella, si recava a compiere una ricognizione, veniva catturato nel generoso tentativo di salvare la sorella caduta nelle mani del nemico. Sottoposto a torture manteneva il più fiero contegno mai rinnegando la propria fede, mai rivelando i nomi dei compagni di lotta e sempre opponendo deciso ed orgoglioso rifiuto a lusinghe e a promesse di riavere la perduta libertà. Condannato a morte affrontava con serenità il capestro additando alla gioventù combattente per la libertà, la via del dovere e del sacrificio <138.”
La sua scomparsa dà vita alla XVI brigata della IV divisione Osoppo, operante nella zona di Salgareda e Campodipietra, la brigata “Girardini” appunto, unica brigata osovana presente in Veneto. Nel giugno del 1947 l’università di Padova gli conferirà la laurea “ad honorem” alla memoria in Medicina e Chirurgia.
[NOTE]
124 A. Floriani La Diocesi, cit. p.78.
125 Alcune lettere del vescovo Giuseppe Zaffonato, conservate nell’Archivio Diocesano di Vittorio Veneto, sono riportate integralmente in A. Floriani La Diocesi, cit. Altre lettere riguardanti il fatto sono conservate nell’Archivio Parrocchiale del Duomo di Oderzo e riportate integralmente in O. Drusian Il ‘Vescovo’, cit.
126 O. Drusian Il ‘Vescovo’ cit. p.176
127 A. Floriani. La Diocesi, cit. p.190
128 A. Floriani. Ibidem
129 A. Floriani La Diocesi, cit. p.190
130 IFSML Udine. Fondo libri storici parrocchiali. b.2 fasc. 31: il periodo bellico nelle risposte dei parroci.
131 G. Strasiotto, I quattro. cit.
132 Informazioni su G. Girardini tratte da AAG. Giovanni Girardini Patriota. (Archivio Davide Drusian).
133 Nilo Pes, Ragazzi di Aosta 1941. p.18.
134 ISTRESCO Treviso. Fondo Cappellaro b. 131. Memoria dettata da Piero Sanchetti alla moglie e da lei scritta a mano.
135 AAG. Giovanni Girardini Patriota (Archivio Davide Drusian). Piero Sanchetti afferma che Girardini è stato catturato l’8 settembre. La sorella, Biba Girardini, invece il 5 settembre.
136 E. Bucciol, Incontri. Ed. Canova, 1996, pp. 44-45.
137 P. Sanchetti, Il figliolo, cit.
138 Le medaglie d’oro al valor militare. Vol II 1942-1959. Roma 1965. p. 541.
Davide Drusian, Il diario di fra Benvenuto Grava e altre testimonianze inedite sull’occupazione nazifascista a Motta di Livenza (TV), Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2021-2022Girardini Giovanni – Di Motta di Livenza (Treviso); iscritto al 5° anno di Medicina e Chirurgia; Partigiano combattente e comandante di Compagnia del Battaglione “Livenza” (nel dicembre ‘45 trasformatosi nella Brigata “Furlan”) di cui fu uno dei fondatori, già volontario nel 7° Reggimento Alpini.
n. 13 agosto 1922 – m. 12 settembre 1944
Luogo della morte: Camino di Oderzo – «[…] Il 6 settembre 1944 cadde in un agguato, ma combattendo eroicamente riuscì a sottrarvisi. Saputo che la sorella, pure lei partigiana, era stata catturata dai tedeschi, affrontò nuovamente il nemico nel tentativo di liberarla e fu fatto prigioniero. Portato in carcere e torturato mai rivelò i nomi dei compagni di lotta, pur sapendo che anche il padre era stato imprigionato. Il 12 settembre 1944 fu impiccato dai tedeschi nei pressi di Camino di Oderzo» <324.
Riconoscimenti militari: 1 medaglia d’oro al v.m.
Riconoscimenti dell’Università: Laurea h.c. 11 giugno 1947.
324 Università degli Studi di Padova, Celebrazione del XX° anniversario della Resistenza universitaria alla presenza del Presidente della Repubblica (Aula Magna 8 Febbraio 1964), p. 50.
Giacomo Graziuso, Gioventù e Università italiana tra fascismo e Resistenza: l’attribuzione delle lauree Honoris Causa nell’Archivio del Novecento dell’Università di Padova (1926-1956), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2013-2014#12 #1944 #BenvenutoGrava #BrunoTonello #Cansiglio #CaorleVE_ #cattolici #comunisti #CrocettaDelMontelloTV_ #DavideDrusian #diario #fascisti #fra #Friuli #GiacomoGraziuso #GiovanniGirardini #GiuseppeZaffonato #impiccagione #laurea #medicina #MottaDiLivenzaTV_ #Osoppo #partigiani #Pordenone #provincia #Sacile #settembre #tedeschi #ToniFurlan #Treviso #Veneto #Venezia #vescovo #VittorioVenetoTV_
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L’interesse particolare di Mario Candotti per la Resistenza in Friuli
Quindi, come brevemente accennato, questo è lo schema strutturato secondo cui Mario Candotti ha condotto le sue interviste. Queste ultime, che saranno qui riproposte integralmente, sono state riordinate in ordine alfabetico, tenendo fede, nella loro composizione e stesura, del lavoro originale. Per una comprensione più efficace dei punti elenco sprovvisti di quesito diretto, si rimanda al questionario sopra riportato.
Non sono state apportate modifiche significative, se non qualche refuso corretto tra parentesi, e non sono stati riportati alcuni dati come numeri di telefono, indirizzi e annotazioni a margine, per cui si rinvia alla lettura completa della documentazione presente nell’archivio del IFSLM di Udine, Fondo “Mario Candotti”.
Tali testimonianze, rappresentano un importante contributo poiché attraverso la loro lettura è possibile comprendere non solo aspetti più dettagliati della lotta di liberazione in Friuli, ma anche la storia personale, le scelte e le vicende che hanno caratterizzato la vita partigiana di questi individui.
La strutturazione delle interviste, basata sui quesiti previsti dal questionario sopra riportato, traccia, nella maggior parte dei casi, un percorso di ricostruzione storica collettiva che consente di approfondire diversi elementi che hanno caratterizzato il vissuto partigiano del soggetto intervistato, come ad esempio: l’estrazione sociale e le condizioni economiche della famiglia; la situazione militare dell’epoca; l’esperienza vissuta durante il 25 luglio e l’8 settembre 1943; la motivazione che ha portato alla decisione di diventare partigiano e attraverso chi; la preparazione e l’organizzazione politica e militare del reparto di appartenenza; le azioni compiute durante la lotta di liberazione e, di particolare interesse, l’esperienza vissuta durante i rastrellamenti tedeschi.
A questi casi si affiancano testimonianze che invece, per interesse particolare di Mario Candotti, sono mirate al racconto di casi specifici. Ne sono un esempio: l’intervista di Mario Lizzero “Andrea” a cui, in quanto Commissario della Divisione «Garibaldi-Friuli», vengono chieste informazioni in merito alla vita e ai movimenti (nel periodo che intercorre tra il gennaio e l’ottobre del 1944) del Comando della Brigata «Garibaldi-Friuli» diventato poi Comando Gruppo Brigate «Garibaldi-Friuli»; quella di Ferdinando Mautino “Carlino” (C.S.M. della Brigata garibaldina “Natisone”) – mirata a ricerche sulla Brigata “Picelli-Tagliamento” – che racconta l’esperienza vissuta, il 19 febbraio 1945, durante un rastrellamento cosacco-tedesco e, infine, la testimonianza di Sergio Visintin “Rino” che attraverso le sue memorie ricorda il programma studiato durante il corso quadri e l’attacco alla base di Tolvis del 2 marzo 1945, portando alla luce drammatici episodi.
L’interesse di Mario Candotti, però, non si sofferma unicamente sull’analisi di esperienze partigiane specifiche come i casi sopra riportati, ma si orienta anche su profili che raccontano l’esperienza della Resistenza attraverso ricordi, propri o tramandati, dal punto di vista della popolazione.
Vittorio Bortolin, venuto a conoscenza di questo episodio grazie al racconto di un parente della moglie presente nel luogo all’epoca, ad esempio, narra di un caso di collaborazione con i partigiani a Ponte di Corva il 25 marzo 1945 che a causa di un’azione di spionaggio vide, per opera delle bande nere, la barbara uccisione di tre partigiani.
Trevisan Tommaso, invece, nel suo racconto mette in luce le tragiche ripercussioni della collaborazione con i partigiani: la famiglia, proprietaria di un mulino ad Azzano X, aveva trovato il modo di rifornire i partigiani senza destare troppi sospetti, ma a seguito di un’inchiesta operata dai tedeschi fu scoperta e dopo un feroce interrogatorio lo zio di Tommaso trovò la morte, così come il fratello sacrificatosi per salvare il padre.
Le esperienze appena descritte mettono in rilievo la difficile condizione della popolazione
all’epoca, sottoposta a paura e terrore psicologico.
Approfondendo la lettura delle testimonianze che presentano un percorso collettivo, oltre al particolare interesse destato dall’esperienza personale di ogni intervistato, si può affermare che emergono degli elementi comuni, così come dei tratti distintivi.
Partendo dall’analisi di ciò che si può riscontrare nella maggior parte delle interviste è, innanzitutto, l’estrazione sociale popolare di appartenenza, sia dell’individuo intervistato che della composizione dei reparti partigiani, ma anche la condizione economica medio-inferiore (fatta eccezione per qualche caso) delle famiglie, o comunque quella personale.
Un altro elemento comune è l’appartenenza ad un reparto militare e la conseguente fuga dopo l’8 settembre, fatta eccezione per Egidio Belluz “Furia”, in quanto non era un militare perché non ancora in età di leva. A questi se ne possono aggiungere diversi, come l’opinione diffusa relativamente alla collaborazione della popolazione prima dei rastrellamenti e il distacco per paura e terrore successivi (in alcuni casi si afferma che per necessità la gente fu costretta a collaborare), la mancata conoscenza di armi e organizzazione militare nel reparto di appartenenza, l’assenza di rapporti problematici con il clero e tra le formazioni garibaldine e osovane (ad esclusione di qualche screzio) oppure le privazioni, le perdite e le difficoltà vissute durante i rastrellamenti tedeschi.
Quello su cui ci si vuole soffermare con più attenzione, invece, sono i tratti distintivi che differenziano le diverse esperienze. La maggior parte di questi si può ritrovare nella storia personale che caratterizza ogni individuo, a partire dalle esperienze vissute a seguito della caduta del fascismo e dello sfascio dell’8 settembre, il racconto dettagliato della vita in battaglione, i ruoli e le responsabilità assunte, la collaborazione tra i reparti, con le donne, con la popolazione, la capacità di far fronte alle difficoltà relative alla mancanza di mezzi e alla latitanza con il continuo timore di essere catturati dai reparti nazifascisti, le esperienze di vita nel dopoguerra.
Un elemento interessante è da ritrovare nella scelta di diventare partigiano e in quali modi, oppure attraverso chi, questa si è concretizzata. In particolare notare come, nella maggior parte delle testimonianze, questa decisione sia dettata da motivazioni molto diverse tra loro. Marcello Alfenore “Bruto”, ad esempio, a seguito della sua esperienza come militare nella campagna di Russia provava ormai ripudio per la guerra, ma dopo l’emanazione dei bandi di leva obbligatori nell’ottobre del 1943 e dopo aver preso contatti con un partigiano di nome “Franco” <139, decise che era necessario reagire per scacciare i tedeschi dal territorio italiano al fine di acquisire indipendenza e libertà democratica.
Belluz Egidio “Furia”, invece, entrò nelle fila partigiana sotto l’impulso di Antonio Zanella “Anthos” che grazie alla sua attività di propaganda spiegò a un gruppo di giovani di Azzano Decimo, luogo di provenienza di Egidio, l’importanza e le motivazioni della lotta partigiana, portandoli così ad organizzare un gruppo per la raccolta di armi abbandonate e a dare inizio alla resistenza passiva contro i nazifascisti.
Gino Bidinot “Frin” afferma che alla base della sua scelta non ci fu nessun motivo politico o ideologico perché all’epoca troppo giovane e senza esperienza.
Mario Carli “Fulvio” fu invece spinto a prendere tale scelta da una particolare storia familiare: il padre, comunista, era stato condannato dal tribunale speciale nel 1931 <140 e spedito al carcere di Regina Coeli. “Fulvio” sostiene che la sua decisione nacque dalla volontà di un concreto cambiamento, trascendendo dalla formazione culturale e politica nel tentativo di modificare la situazione esistente all’epoca.
Similare l’esperienza di Mario Maschio “Pipetto”: il fratello prigioniero in Germania e il padre considerato un comunista e per tale ragione continuamente vessato. Tale situazione lo spinse, insieme allo spirito di avventura, a liberare il fratello e il padre da, come da lui definito, quell’incubo di una continua persecuzione.
C’è chi, invece, come Riccardo Rosa “Asso”, fu motivato da principi ideologici in quanto iscritto al Partito Comunista dal settembre del 1943.
Altrettanto interessante è la testimonianza di Giovanni Zanella “Ulisse” in quanto, già dal 12 settembre 1943, fece parte di un gruppo di giovani volontari con spirito resistenziale che agivano in stazione di Pordenone al fine di liberare dai vagoni dei treni diretti in Germania i soldati italiani tenuti prigionieri dai tedeschi.
Tutte queste testimonianze, diverse tra loro per storia personale e contenuto, rappresentano l’importante lavoro di raccolta biografica svolto da Mario Candotti. Consentono di approfondire da vicino tutti quei dettagli che hanno caratterizzato la storia di alcuni partigiani friulani e più in generale il contesto della Resistenza in Friuli, permettendo non solo di operare una ricostruzione storica basata su delle esperienze di vita vissuta, ma anche di rievocare preziosi ricordi e memorie, per quanto vadano ovviamente verificati, riscontrandoli con altre tipologie documentali e con la letteratura in materia.
[NOTE]
139 Probabilmente si tratta di Ostelio Modesti, futuro segretario della Federazione del Pci di Udine. Salvato a Gorizia dalla infermiera Maria Antonietta Moro e portato nella abitazione della famiglia Moro a Fiume Veneto, fu poi trasferito per cure in una località della bassa Sanvitese. Cfr. inoltre la successiva testimonianza di Mario Carli e, inoltre, Luigi Raimondi Cominesi, Modotti Mario “Tribuno”. Storia di un comandante partigiano, Udine, Ifsml, 2002, pp. 44-46.
140 A differenza di quanto ricorda il figlio Mario, l’arresto ed il processo al padre e all’organizzazione comunista di Pordenone avvennero nel 1931: cfr. Archivio Centrale dello Stato, Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, Esecuzioni, b. 52, f. 1708, Carli Vittorio.
Gioia Vazzaz, Soggettività e oggettività nell’opera storiografica di Mario Candotti, Università degli Studi di Trieste, Anno accademico 2021-2022#1943 #1944 #1945 #ANPI #Brigate #destra #divisioni #fascisti #Friuli #garibaldi #GinoBidinot #GioiaVazzaz #GiovanniZanella #IFSML #IstLib #MarioCandotti #MarioCarli #Osoppo #partigiani #Pordenone #Resistenza #RiccardoRosa #ricerche #storiche #Tagliamento #tedeschi #Udine #VittorioBortolin