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Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa https://bigarella.wordpress.com/2026/04/13/quanto-accaduto-a-peteano-rimarra-alla-memoria-piu-come-unazione-dimostrativa/ #1969, #1970, #1972, #Americani, #Carabinieri, #Destra, #EnricoForlino, #Golpe, #JunioValerioBorghese, #Neofascisti, #OrdineNuovo, #Peteano, #Stragi, #Strategia, #Tensione, #Terrorismo, #VincenzoVinciguerra
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Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa
Nonostante quella di Piazza Fontana non sia stata, come si potrà osservare, la più sanguinosa delle azioni eversive avvenute, viene comunque definita come la “madre di tutte le stragi” in quanto probabile terreno di prova e apertura del sipario per tutta la cosiddetta stagione delle stragi. Da quel momento fino ai primi anni ’80 vi saranno numerosi eventi attribuibili o meno alla strategia della tensione e numerose furono le vittime, sia per la destra che per la sinistra extraparlamentare ma anche per i servitori e gli esponenti dello Stato. Circa a metà del 1970 venne pubblicato un libro che permise di coniare l’espressione da allora usata in seguito “Strage di Stato” dall’omonimo titolo, edito da alcuni esponenti di Lotta Continua <76. Costoro intenzionati ad attuare una contro-inchiesta, puntarono da un lato il dito contro i neofascisti in chiave di esecutori ma dall’altro riconobbero lo Stato stesso come mandante, arrivando in alcuni casi a riconoscere il coinvolgimento di alcune delle forze atlantiche, per quanto spesso suddette indicazioni siano spesso tese a generalizzare in un unico grande insieme gli antagonisti <77.
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Nell’arco dei tumulti non vi furono solo attentati o attacchi diretti a una fazione più che ad un altra e per comprendere appieno gli equilibri di quel momento storico è necessario parlare anche di quanto accadde durante la notte tra 7 e 8 dicembre 1970: circa ventimila persone tra militari dai più alti ranghi fino alla fanteria, esponenti di varie fronde della destra così come gruppi di industriali e politici, tentarono un colpo di stato che sarà poi conosciuto come Golpe Borghese prendendo il nome dal suo organizzatore Junio Valerio Borghese, conosciuto anche come il principe nero, fondatore del Fronte Nazionale <78, legato in amicizia ad Avanguardia Nazionale di Delle Chiaie. L’obiettivo di questa azione era prendere il controllo della nazione istituendo un governo militare: procedendo con l’arresto di Saragat allora presidente della Repubblica, l’uccisione di Vicari al comando della Polizia e l’occupazione da parte di una reparto dei forestali degli studi Rai dai quali Borghese avrebbe condotto il suo discorso di insediamento per l’attivazione della Giunta Nazionale <79. Senza dimenticare una presunta occupazione del Ministero dell’Interno ad opera dei militanti di AN <80. Il putsch non ebbe esito in quanto Borghese, allertato da una telefonata, comunicò a tutti i partecipanti di abortire il piano, nonostante fosse già in attuazione. Probabilmente era stato avvisato da qualcuno di un’eventuale trappola tesa a sventare il tutto: nonostante ancora oggi non sia stata fatta chiarezza riguardo le motivazioni del dietro front, si suppone che gli americani, a conoscenza di tutto, abbiano ritirato il loro appoggio. L’intera faccenda fu sottoposta ad un’indagine segreta, nascosta all’opinione pubblica per mesi fino al 17 marzo 1971 momento in cui Paese Sera con uno scoop titolò “Complotto Neofascista” in prima pagina svelando in parte quanto accaduto. La risposta delle sinistre fu quella di manifestare e chiarire, seppur in maniera non violenta, che il risultato di un’insurrezione fascista sarebbe stato quello di portare ad una guerra civile <81. Ad oggi si suppone un coinvolgimento atlantico molto più forte in questa vicenda, riconoscendo la possibilità che Borghese sia stato coadiuvato da potenti politici italiani come Tanassi e Andreotti, supponendo che quest’ultimo fosse la figura chiave e il demiurgo dell’attentato alla Nazione <82. L’idea di rischiare un eventuale governo, simile a quello “dei colonnelli” greco, non portò ad altro se non ad una maggiore preoccupazione da parte delle sinistre a volte sfociata in violenza. Dall’altro lato per i movimenti di destra extra-parlamentare si iniziava a scegliere spesso la lotta di strada basata su raid e contrasto agli attacchi rivolti ai propri membri.
Invece il comportamento di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo prima e Nero poi si inasprirà sempre più minando all’ordine pubblico e alle vite civili, come d’altronde in previsione si sarebbe dovuto sviluppare l’inizio di un’ipotetica strategia della tensione.
Una delle più controverse stragi avviene il 31 marzo del 1972 durante la notte, a Peteano parte del comune di Sagrado in Gorizia. Alle ore 22:35 le forze dell’ordine vengono allertate anonimamente della scoperta di una 500 con evidenti segni di una sparatoria sul parabrezza <83, all’arrivo dei carabinieri vengono appurati dei fori di proiettile di calibro 22, pistola che in seguito si sarebbe scoperta appartenere ad uno degli autori dell’attentato: Cicuttini e detenuta dal complice Ivano Boccaccio <84. Durante l’ispezione della vettura, gli inquirenti aprirono il cofano scatenando l’esplosione di una bomba ad innesco collegata alla vettura. Saranno tre i morti e due i feriti. Quanto accadde nelle indagini è un esempio del meccanismo di protezione costruito da fronde deviate: in quanto vennero attivati numerosi tentativi di depistaggio da parte degli stessi carabinieri e polizia: infatti la colpevolezza di una cellula extra-parlamentare nera avrebbe causato numerosi danni sia alla destra sia alle forze dell’ordine, principalmente perché si rischiava uno spostamento politico dei moderati sia contro la destra sia contro i militari nell’opinione pubblica <85.
Ad alzare il velo di nebbia sull’avvenimento vi fu anche la natura dell’esplosivo: a partire dalla perizia di Marco Morin, spesso al servizio dei giudici di Venezia, il quale dichiarò l’utilizzo nell’attentato del Semtex-H <86, esplosivo al plastico di approvvigionamento militare di origine cecoslovacca, spesso utilizzato in quegli anni per attacchi terroristici. Venne poi appurato sotto sospetto del giudice istruttore Casson la falsità delle perizie, in quanto il suddetto reperto aveva la funzione di depistare le indagini sulla sinistra, sospetto in seguito il coinvolgimento di Morin all’interno di Gladio, per non parlare del suo rapporto di amicizia con Carlo Maria Maggi, una delle figure di riferimento di Ordine Nuovo a livello nazionale <87. Scoperta la falsificazione delle prove da parte del giudice venne messa in campo l’ipotesi che la componente deflagrante utilizzata fosse stata presa da un “Nasco” di Gladio presso Aurisina depredato di cinque kg di esplosivo C4. Essendo numerosi sul territorio i depositi di questo tipo che iniziavano a venire alla luce senza l’apparente controllo degli originari proprietari <88.
La reale paternità dell’ordigno si è ottenuta con la finale analisi del giudice Guido Salvini, che negò la provenienza dell’esplosivo da Aurisina, anzi ritenne le affermazioni di Casson infondate. In quanto convinto dell’utilizzo di materiale esplosivo civile utilizzato nelle cave, probabilmente sottratto dall’altopiano di Piancavallo intorno al 1970, come si evince nella sentenza del 1998: «Per quanto concerne l’esplosivo, infatti, la perizia ha evidenzia che quello utilizzato per l’ordigno era esplosivo civile da cava (e non l’esplosivo militare del tipo “C4” presente nei Nasco) e perdipiù Vinciguerra ha spiegato con abbondanza di particolari e dettagli come egli se lo sia procurato, nell’estate del 1970, insieme ad alcuni camerati anche originari della zona, sull’altipiano del Piancavallo, rubandolo da una baracchetta del tutto incustodita di una ditta che stava effettuando lavori di sbancamento». <89
La dichiarazione di Vinciguerra tagliò i ponti con la teoria di una possibile collaborazione con Gladio, almeno per questo evento, nonostante fosse più cara all’opinione pubblica. I colpevoli vennero riconosciuti dopo tempo e numerosi depistaggi, in Cicuttini, Boccaccio e Vinciguerra. Il loro obiettivo era quello di causare una frattura nei buoni rapporti tra Ordine Nuovo e i carabinieri, in quanto visti come un semplice prolungamento della NATO e più in generale dell’ordine <90.
Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa, in quanto per i poteri in gioco e per ciò che avvenne in seguito, non era possibile, per una piccola cellula rivoluzionaria, portare un cambiamento nelle alleanze al di sotto di un movimento esteso come quello di Ordine Nuovo. L’organizzazione a seguito di questi eventi venne messa a processo essendo considerata un pericolo che rischiava di prendere forza. Nel 1973 erano quarantadue membri di Ordine Nuovo <91 ad essere sotto l’accusa di aver violato la legge Scelba e dunque di essere intenzionati a ricostruire il disciolto partito fascista. Il 21 novembre dello stesso anno vennero tra questi, sentenziate trenta condanne per i dirigenti a seguito della violazione degli articoli 1, 2, 3 e 7 della suddetta norma <92.
[NOTE]
76 Gruppo di sinistra extra-parlamentare attivo tra gli anni ’60 e ’70 con ideali rivoluzionari di stampo marxista
77 M.Liggini, E. Di Giovanni, “La Strage di Stato”, Samonà e Savelli, Roma, 1970
78 Gruppo politico di estrema destra con all’interno numerosi veterani di Salò
79 Per completezza riportato di seguito “Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, e ha portato l’Italia sull’orlo dello sfacelo economico e morale ha cessato di esistere. Nelle prossime ore, con successivi bollettini, vi saranno indicati i provvedimenti più importanti ed idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le forze armate, le forze dell’ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della nazione sono con noi; mentre, d’altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli che per intendersi, volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo stato che creeremo sarà un’Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera. Il nostro glorioso tricolore! Soldati di terra, di mare e dell’aria, Forze dell’Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell’ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali, vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso tricolore, vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno all’amore: Italia, Italia, viva l’Italia!” Disponibile in L. Telese, “Cuori Neri”, Sperling Paperback, Milano, 2010, pp. 151-152
80 A. Giannuli, “Bombe a inchiostro”, BUR, Milano, 2008, p.142
81 M. Dondi, “L’eco del boato”, Laterza, Roma, 2015, pp.210-217
82 G. M. Bellu, “E la Cia disse: sì al golpe Borghese ma soltanto con Andreotti premier”, Repubblica, 5 dicembre 2005
83 Nel dettaglio la trascrizione: “Vorrei dirle che gh’è, che la xè una una machina che ga due buchi, eh sul parabressa, no? Fra la strada da Poggio Terza Armata a Savogna la xè una cinquecento da Poggio Terza Armata per venire giù a Savogna una cinquecento bianca e la ga due busi, due, due busi, sembra de palotola”, presente in G. Salvi, “La strategia delle stragi: dalla sentenza della Corte d’Assise di Venezia per la strage di Peteano”, Editori Riuniti, Roma, 1989, p. 34
84 “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Decisioni adottate dalla Commissione, Seduta 22 marzo 2001, in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti, p.145
85 A. Giannuli, “La strategia della tensione”, Ponte delle Grazie, Milano, 2018, p. 416-417
86 “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Decisioni adottate dalla Commissione, Seduta del 22 marzo 2001 in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti, p.35
87 A. Silj, “Malpaese”, Donzelli, Roma,1994, p.178 e “Mentirono sulla strage”, Repubblica, 29 ottobre 1993
88 R. Bianchin, G. Cecchetti, “Il grande sospetto di Casson: quanti utilizzarono l’arsenale?”, Repubblica, 20 Dicembre 1990 e dagli stessi autori “Gladio: non tornano i conti sui Nasco”, Repubblica, 20 Gennaio 1991 e M. Griner, “Anime
Nere”, Sperling Kupfer, Milano, 2014
89 Sentenza Ordinanza N. 9/92 A.R.G.P.M., N. 2/92 F.R.G.G.I:, 3 febbraio 1998
90 V. Vinciguerra, “Ergastolo per la libertà”, Arnaud, Firenze, 1989, pp. 198-200
91 “I cento giorni di Ordine Nuovo”, Paese Sera, 30 gennaio 1972
92 Sentenza N. 5863/73, Tribunale di Roma, 21 Novembre 1973
Enrico Forlino, L’eversione nera negli anni di piombo: lo spontaneismo armato, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2019-2020 -
La rivelazione di Gladio
Anche nel contesto italiano si videro le influenze dei cambiamenti a livello internazionale del ‘90: il crollo dell’URSS ebbe un effetto “esplosivo” sul Partito Comunista Italiano (PCI), già confinato all’opposizione fin dal 1979 <21. Nel novembre del 1989 il suo segretario, Achille Occhetto, avviò una fase di discussione che riguardava il mutamento del nome del partito e i suoi riferimenti ideali. Il processo si concluse solamente nel 1991, con lo scioglimento del PCI e la nascita del Partito Democratico della sinistra (PDS) <22 , che si schierò nel campo della socialdemocrazia. Alcuni ex militanti del PCI, fedeli ai valori del comunismo, fondarono invece il Partito della rifondazione comunista (Prc). Il clima che si avvertiva in Italia, come in tutta Europa, era quindi quello di un sostanziale cambiamento. Ma cambiamento non significava dimenticare il passato. E di passato dimenticato in Italia ce n’era un bel po’. Fin dal gennaio del 1990 un giovane giudice istruttore della Procura di Venezia, il Dott. Felice Casson, stava indagando su un vecchio caso rimasto irrisolto e da lui appena riaperto, si trattava della Strage di Peteano <23 del 1972, nella quale trovarono la morte tre carabinieri, uccisi da un’autobomba. Casson arrivò a degli “insoliti collegamenti” tra il terrorismo di destra e i servizi segreti italiani. Decise allora di vederci chiaro e chiese ufficialmente di accedere agli archivi del SISMI, il “Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare” <24. Tuttavia, la sua richiesta venne più volte rifiutata, in quanto il materiale che il magistrato chiedeva di visionare era coperto dal sigillo del “segreto di Stato”. Casson arrivò a fare richiesta sempre più insistentemente, scalando le gerarchie di comando, fino ad arrivare al Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, l’Onorevole Giulio Andreotti. Il 20 luglio, dopo un colloquio tra i due, il Premier decise di consentire al giudice veneziano, per la sua insistenza, l’accesso agli archivi di Forte Braschi a Roma, sede nevralgica del SISMI, in particolar modo ai documenti riguardanti la 7^ Divisione del Servizio <25.
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Il 2 agosto 1990 – lo stesso giorno in cui Saddam Hussein aveva dato inizio all’invasione del Kuwait – in una seduta della Camera dei Deputati dedicata alla strage alla stazione di Bologna <26 del 1980, il Presidente Andreotti accettò un ordine del giorno, presentato dai deputati Quercini, Tortorella, Violante ed altri, il quale impegnava il Governo ad informare le Camere entro 60 giorni riguardo “[…] l’esistenza, alle caratteristiche e alle finalità di una struttura parallela e occulta che avrebbe operato all’interno del nostro servizio segreto militare con finalità di condizionamento della vita politica del Paese <27.” Tuttavia, Andreotti chiese di poter far pervenire le informazioni richieste in una sede più riservata. I presentatori dell’ordine accettarono che a ricevere la documentazione promessa fosse la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (che da ora in avanti identificheremo con “Commissione Stragi” per motivi di celerità della narrazione). Così, il giorno successivo, il 3 agosto, il Presidente del Consiglio si rivolse alla commissione dichiarando “Mi riservo di presentare alla Commissione una relazione molto precisa che ho pregato lo Stato Maggiore di predisporre. Si tratta di quelle attività che, sul modello Nato, erano state messe in atto per l’ipotesi di un attacco e di un’occupazione dell’Italia o di alcune regioni italiane […], proseguite fino al 1972 […]. Sia sul problema in generale, sia sullo specifico accertamento fatto in occasione dell’inchiesta sulla strage di Peteano da parte del giudice Casson, fornirò alla Commissione tutta la documentazione necessaria <28”. Tale dichiarazione rivelava la volontà di Andreotti – e quindi del Governo – di togliere il “segreto di Stato” sull’organizzazione clandestina. Il sigillo imposto non aveva bloccato solamente le indagini giudiziarie di Felice Casson, ma anche quelle del “collega di Procura”, il Dott. Carlo Mastelloni, che sempre a Venezia stava indagando sulla caduta di un aereo militare a Porto Marghera nel 1973, tale “Argo 16” <29. Velivolo che era in dotazione proprio al servizio militare italiano.
Il 18 ottobre 1990 la “Commissione Stragi” ricevette la documentazione promessa, che riportava il titolo “Il cosiddetto SID parallelo-il caso Gladio” <30. Nella sua lettura, si scoprì che le operazioni dichiarate “abbandonate dal 1972” da parte del premier, continuavano invece ancora. L’8 agosto precedente il direttore del SISMI, l’Ammiraglio Fulvio Martini <31, aveva emanato una circolare in cui indirizzava l’organizzazione Gladio alla lotta contro la droga <32.
Nonostante Andreotti avesse già consegnato la documentazione alla “Commissione Stragi”, quasi nell’immediato periodo successivo chiese che gli venne re-inviata perché non era corretta e doveva essere sistemata. Dopo che gli fu tornata indietro, nei giorni che seguirono ne consegnò un’altra versione, più generica e soprattutto ridotta rispetto alla prima di due pagine <33. Lo strano comportamento del premier e la fretta di avere nuovamente il documento tra le mani affinché fosse sfoltito e sistemato instaurò diversi dubbi e pensieri nei membri della commissione d’inchiesta, compreso il suo presidente, il Senatore Libero Gualtieri. Il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti rivelò l’esistenza di Gladio ai media italiani <34, lasciando l’intero Paese a bocca aperta. Iniziava così lo “scandalo Gladio”.
Giornali, radio, televisioni, politici e persino la gente comune, se ne parlava ovunque. E non ci riferiva all’antica spada corta romana in dotazione ai legionari dell’Impero o usata dai combattenti nelle arene. L’indagine del Dottor Casson divenne nota a livello nazionale, tutti cominciarono a seguire i fatti. La Guerra del Golfo non sembrava più un evento così importante, nemmeno il prossimo intervento dell’esercito italiano nel conflitto sembrava interessare alla massa. Vennero fuori invece parole nuove, come “Stay Behind”, “Nasco”, “guerra non ortodossa”, “SID parallelo”, numerosi riferimenti alla CIA e al potere occulto. Si tornava allora a parlare di Loggia P2 e tanti altri “scheletri nell’armadio” dello Stato italiano. Il mondo della Sinistra accusava l’illegittimità della struttura occulta, compreso un PCI ormai in rovina, ritenendosi comunque una delle principali “vittime”. Non bastava nemmeno l’intervento del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Domenico Corcione, che ribadì più volte il perfetto collocamento della “Stay Behind” italiana nel contesto dell’Alleanza Atlantica, anche in un’udienza a Venezia con Casson. In sua difesa, il Presidente Andreotti dichiarava in Parlamento: “Ciascun capo di governo venne informato sull’esistenza di Gladio”, creando grande imbarazzo tra gli ex presidenti del Consiglio, tra i quali il socialista Bettino Craxi, il repubblicano Giovanni Spadolini e l’allora presidente del Senato, Arnaldo Forlani <35. Tutti reagirono, chi più chi meno, in modo confuso. Nei programmi televisivi vi erano ore di confronti, che vedevano politici e giornalisti discutere – chi
accusava e chi difendeva – sulla legittimità o meno di questa organizzazione, sul suo ruolo nella Prima Repubblica e soprattutto sul perché non sia mai stata rivelata prima. In trasmissioni come “Samarcanda” <36 di Michele Santoro, gli inviati del programma andavano in giro per le città italiane, a chiedere direttamente ai cittadini se sapessero cosa fosse Gladio, o meglio cos’era stato, dato che nel frattempo, il 27 novembre 1990 il Presidente Andreotti, con un decreto, sciolse ufficialmente l’organizzazione segreta <37. Ma questo non fece altro che aumentare l’ondata mediatica dello scandalo. La gente si domandava se la fine di Gladio fosse vera o se era solo un’altra falsa notizia del premier, come quella che riteneva concluse le attività dell’organizzazione nel 1972.
Di Gladio vennero dette le peggiori cose, giravano addirittura terribili teorie golpiste. Gli vennero presto affibbiate la maggior parte – se non la totalità – delle stragi e atti di violenza politica rimasti impuniti, dalla strage di Piazza Fontana< 38 a quella dell’Italicus <39, dal caso De Mauro <40 al caso Moro <41.
Per non parlare degli omicidi di stampo mafioso.
[NOTE]
21 Banti Alberto Mario, L’età contemporanea: dalla grande guerra a oggi, Bari, Laterza, 2009, p. 403.
22 Idem, p. 403.
23 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 425.
24 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 354.
25 Crocoli Mirko, Nome in codice Gladio, Milano, Edizioni A. Car, 2017, p. 46.
26 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 16.
27 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 29.
28 Idem, p. 29-30.
29 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 441.
30 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 30.
31 Martini Fulvio et al., Nome in codice: Ulisse. Trent’anni di storia italiana nelle memorie di un protagonista dei servizi segreti, Milano, Rizzoli, 1999.
32 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 30.
33 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 19.
34 Crocoli Mirko, Nome in codice Gladio, Milano, Edizioni A. Car, 2017, p. 45-46.
35 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 21.
36 Santoro Michele, Samarcanda, puntata del 08/11, Raiplay, 1990.
37 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 30.
38 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 319.
39 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 456-457.
40 Crocoli Mirko, Nome in codice Gladio, Milano, Edizioni A. Car, 2017, p. 57.
41 Formigoni Guido, Aldo Moro: lo statista e il suo dramma, Bologna, il Mulino, 2016, p. 337.
Daniele Pistolato, “Operazione Gladio”. L’esercito segreto della Nato e l’estremismo nero, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024 -
Ogni Paese europeo ebbe la sua Stay Behind
Il 24 ottobre del 1990, durante un discorso alla Camera, l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlò, per la prima volta, di GLADIO, una organizzazione paramilitare segreta che operò in Italia dagli anni ’50 con l’obiettivo di opporsi militarmente a una ipotetica occupazione comunista del territorio nazionale <38. Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale cambiarono gli equilibri in Europa, il nuovo nemico sarebbe stato il comunismo. Il Presidente americano Harry Truman, in contrasto al forte espansionismo sovietico nell’Europa orientale, pronunciò al Congresso il celebre discorso che diede vita alla dottrina che porterà il suo nome e in base alla quale gli Stati Uniti iniziarono a una battaglia contro il comunismo: proteggendo militarmente qualsiasi zona del mondo che fosse stata minacciata da eserciti di paesi comunisti. La conseguenza dell’irrigidimento delle relazioni internazionali si sarebbe tradotta in Europa nella creazione di un intreccio di alleanze politico-strategiche coordinate dai servizi segreti britannici del SOE <39 e da quelli statunitensi dell’OSS <40, che successivamente prenderà il nome di CIA <41. È dal Regno Unito, e dall’allora Primo Ministro, Winston Churcill, che sarebbe partita l’iniziativa di creare organizzazioni paramilitari occulte in tutta Europa per intervenire in caso di emergenza. Questa rete di organizzazioni avrebbe preso il nome di Stay Behind. Ogni Paese europeo ebbe la sua Stay Behind: le prime nacquero in Olanda e Belgio a partire dalla seconda metà degli anni ’40 <42. Già dopo la fine della Seconda guerra mondiale, appena cominciarono le prime divergenze tra USA e URSS, agli americani fu chiaro che bisognava contenere, all’interno dei paesi sotto la loro influenza, la minaccia comunista. L’Italia ebbe la priorità e le maggiori attenzioni di USA e Regno Unito per due motivi principali: per la sua posizione geografica, situata a metà tra blocco occidentale e blocco sovietico; e per il fatto di avere uno dei partiti comunisti più strutturati d’Europa. Così sarebbero nate, nell’immediato dopoguerra, forme embrionali di organizzazioni occulte, come l’organizzazione “O” e la Brigata Osoppo, fautori e precursori di quelli che poi diventeranno, anni dopo, i Gladiatori. Secondo le agenzie di intelligence britannica e americana era necessaria la creazione di piccoli ma efficaci gruppi di guerriglia ben addestrati composti da partigiani “bianchi”, con ideologia antisovietica <43. I Paesi Bassi in primo luogo, e di seguito tutte le nazioni allineate al Patto Atlantico, compresa l’Italia degasperiana, avrebbero aderito al progetto Stay Behind, di fatto segnando l’inizio ufficiale della Guerra Fredda.
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Agenti della CIA come James Jesus Angleton e William Colby ebbero una grande influenza in territorio italiano alla pari di potenti generali, pur senza gradi. Stati Uniti, Francia e Regno Unito fondarono il CPC, Comitato per il coordinamento e la pianificazione, sotto il comando dello SHAPE <44, con base in Belgio, dando inizio al reclutamento per la formazione di gruppi organizzati da collocare in zone delicate di confine, come il Friuli in Italia. Anche se in Italia, dalla fine degli anni ’40, erano già presenti apparati simili come l’organizzazione “O”, ufficialmente il protocollo di intesa tra i Servizi nazionali e la CIA venne siglato nel novembre 1956 come riportato da un dossier del SIFAR: «Il documento che attesta tale intesa stipulata in data 26.11.1956 reca il titolo ” Accordo fra il Servizio Informazioni Italiano e il Servizio Informazioni U.S.A.” relativo alla organizzazione ed all’attività della rete clandestina post-occupazione italo-statunitense e costituisce il documento base della operazione “GLADIO”, l’accordo stabilisce gli impegni dei due Servizi per la organizzazione e la condotto dell’Operazione comune ed è basato, da parte statunitense, sul presupposto che i piani dello Stato Maggiore della Difesa italiano prevedano l’attuazione di tutti gli sforzi per mantenere l’isola della Sardegna, dove è situata la base dell’Operazione» <45. SIFAR e CIA, nel 1954, si accordarono per trovare un quartier generale dell’operazione segreta Gladio: fu scelto Capo Marrargiu, in Sardegna, dove venne costruito il CAG, Centro Addestramento Guastatori <46.
I 622 Gladiatori
L’organizzazione GLADIO era un piccolo nucleo che contava 622 Gladiatori, un’élite ben addestrata e, soprattutto, altamente qualificata sul piano morale e spirituale. I membri venivano selezionati e arruolati sulla base delle loro motivazioni psicologiche, ideologiche e patriottiche. Erano civili, per lo più provenienti dal Friuli Venezia Giulia e successivamente addestrati, dai migliori istruttori britannici e italiani, nella base di Poglina in Sardegna. Il reclutamento avveniva attraverso quattro fasi distinte: l’individuazione, la selezione, la sottoscrizione dell’impegno e il controllo. La prima veniva fatta dai responsabili della struttura Stay Behind attraverso informazioni ricavate sui canali del Servizio; le informazioni erano necessarie a stabilire che l’individuo non avesse precedenti di alcun tipo nel casellario giudiziario, che non facesse politica attiva né partecipasse a movimenti estremisti. Dopodiché avveniva la sottoscrizione dell’impegno, effettuata dal personale del Servizio in tempi successivi, così da non compromettere la segretezza dell’operazione nel caso di rifiuto o di incertezza da parte del reclutato <47. La struttura di Gladio era suddivisa in reti, piccole cellule composte da 5 persone l’una. Ad ogni cellula era vietato conoscere le altre cellule: i Gladiatori sapevano di potersi contare sulle dita di una mano e non erano consapevoli di essere parte di un’organizzazione che contava 622 membri <48. Questo sistema permetteva di evitare l’ipotetica divulgazione di informazioni riservate. I Gladiatori erano sparsi in tutta Italia ma più della metà di essi era concentrata in Friuli-Venezia Giulia, considerato il fulcro vitale dell’intera operazione. La regione confinante con la Jugoslavia di Tito era il punto di maggior interesse per i vertici della NATO: proprio in quei territori doveva prendere forma la resistenza di Gladio in caso di invasione delle armate rosse, moscovite e titine. Il piccolo nucleo di Gladio aveva il compito di destabilizzare e rallentare l’invasore in attesa delle vere truppe. Nonostante fosse nota la loro funzione, la motivazione per la quale erano stati reclutati e addestrati, dal 1990 i 622 Gladiatori subirono una delegittimazione senza precedenti <49. A seguito della divulgazione dei nomi, da parte della Presidenza del Consiglio, finirono su tutti i giornali e il governo ne ordinò lo scioglimento il 27 luglio 1990. L’operazione GLADIO sarebbe terminata per il venire meno dei presupposti politico-militari sui quali fu costituita la rete Stay Behind. Il Ministro della Difesa Rognoni avrebbe congelato l’attività dalla struttura segreta e, in seguito, ne avrebbe disposto, il 27 novembre 1990, la soppressione e lo scioglimento di tutta l’organizzazione ad essa connessa. Successivamente, in data 14 dicembre 1990, si sarebbe trasmesso al CPC <50 e al ACC <51 la comunicazione di disimpegno da parte dell’Italia in campo NATO relativo alla rete Stay Behind <52.
La 500 di Peteano
Nonostante Gladio sia nata come un’organizzazione apolitica e non eversiva, in qualche modo la sua vicenda avrebbe finito per essere collegata alla strage di Peteano. La sera del 31 maggio 1972 al centralino della stazione dei carabinieri di Gorizia sarebbe arrivata una chiamata anonima, con la quale un uomo avrebbe avvisato il carabiniere Domenico La Malfa della presenza di una Fiat 500, situata nelle campagne di Pateano, segnata da due fori da arma da fuoco sul parabrezza. Una volta scattati i controlli ed eseguita la perquisizione dell’auto, il sottotenente Angelo Tagliari avrebbe aperto il cofano azionando un ordigno posizionato proprio nel portabagagli <53. L’esplosione ucciderà tre carabinieri. L’attentato non verrà rivendicato; le indagini, svolte dal colonnello Dino Mingarelli, tesserato P2, vengono inizialmente indirizzate verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento. La pista venne ritenuta successivamente infondata ma le indagini non si spostarono mai sulla pista degli ordinovisti veneti, nonostante ci fossero stati ripetuti attentati dinamitardi in quelle zone la cui matrice poteva essere connessa con ambienti neofascisti <54. Il 6 ottobre Ivano Boccaccio, ex paracadutista della Folgore e appartenente al gruppo Ordine Nuovo di Udine, tentò il dirottamento di un Fokker 27 con a bordo 7 passeggeri. Le trattative sarebbero degenerate in un conflitto a fuoco durante il quale Boccaccio avrebbe perso la vita. La pistola usata da Boccaccio, la stessa impiegata per sparare alla Fiat 500 di Pateano, era intestata a Carlo Ciuttini, ordinovista e segretario della sezione di Manzano del MSI, colui che la sera del 31 maggio chiamò la centrale dei carabinieri. La strage di Pateano sarebbe stata così collegata a quella di Piazza Fontana per un elemento in comune: entrambe furono di matrice eversiva di destra <55. Le indagini andarono avanti fino agli anni ’80: si accertò la colpevolezza degli ordinovisti friulani e vennero condannati all’ergastolo Ciuttini e Vinciguerra. La vicenda giudiziaria su Pateano fu molto confusa. Inizialmente si sarebbe seguita la “pista gialla”, non politica, che portò all’arresto di sei goriziani; il loro movente sarebbe stata la volontà di vendetta contro l’Arma. I sei accusati vennero assolti e scarcerati un anno dopo. Successivamente, ci fu l’inchiesta bis condotta dal giudice istruttore Felice Casson. Tale inchiesta avrebbe individuato la colpevolezza degli ordinovisti friulani Vinciguerra e Cicuttini e accertato l’attività depistatoria degli inquirenti come il generale Mingarelli, il colonnello Chirico e il maresciallo Napoli che vennero condannati definitivamente. I depistaggi, però, avvennero anche durante l’inchiesta bis condotta dal magistrato Casson, specialmente in ambito balistico da parte del perito del Tribunale di Venezia, Marco Morin <56. Il collegamento con GLADIO sta proprio nell’esplosivo: Peteano, infatti, è situata nelle vicinanze di Aurisina dove, pochi mesi prima della strage, venne scoperto uno dei 139 depositi Nasco, all’interno dei quali era contenuto del materiale bellico a disposizione di GLADIO. Casson ritenne che l’esplosivo e il detonatore utilizzati per trasformare la Fiat 500 in un’auto bomba provenisse da lì. A gestire l’operazione GLADIO ci sarebbe stata, dagli anni ’70 in poi, la P2. Un documento del SID, risalente al 4 dicembre 1972, sequestrato negli archivi di Forte Braschi dalla Procura di Roma, avrebbe riportato una conversazione tra l’agente della CIA Howard E. Stone (tessera P2 n° 2183) e il generale Vito Miceli relativa all’operazione GLADIO.
[NOTE]
38 La storia di Gladio: Trent’anni fa Giulio Andreotti confermò l’esistenza di una struttura militare segreta legata alla NATO, con una storia lunga e oscura, 2020. https://www.ilpost.it/2020/10/24/gladio-stay-behind/
39 Special Operations Executive.
40 Office of Strategic Services.
41 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
42 Ibidem.
43 Ibidem.
44 Supreme Headquarters Allied Powers Europe.
45 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017, P. 69-70.
46 La storia di Gladio: Trent’anni fa Giulio Andreotti confermò l’esistenza di una struttura militare segreta legata alla NATO, con una storia lunga e oscura, 2020. https://www.ilpost.it/2020/10/24/gladio-stay-behind/
47 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, 2017, Lainate (MI).
48 Ibidem.
49 Ibidem.
50 Comitato Clandestino di Pianificazione.
51 Comitato Clandestino Alleato
52 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
53 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
54 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
55 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
56 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
Mattia Carnevali, Il deep-state italiano, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2022-2023 -
Oggi sui giornali dicono che l’#msi non aveva nulla a che vedere con le stragi degli anni di piombo. Andate a dirlo a #Peteano e provate a fare i nomi di Carlo Cicuttini (il missino che fece saltare in aria tre Carabinieri) e Giorgio #Almirante (il missino che lo ha finanziato durante la latitanza per poi nascondersi da vigliacco dietro l’immunità parlamentare). Se vi prendono per il culo e vi manipolano usando i social è solo perché possono far leva su ignoranza e oblio della memoria storica.
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Ma davvero Meloni ha avuto il coraggio di dire "l’MSI ha avuto un ruolo fondamentale nella storia repubblicana, ha combattuto il terrorismo politico nero ed è sempre stato molto duro sull’antisemitismo”?
Se è così, dato che il fondatore dell'MSI #Almirante mandava soldi ai terroristi neri che avevano ucciso tre carabinieri con le bombe a #Peteano, si potrebbe configurare il reato di circonvenzione di incapace di massa ai danni di un popolo che l'Istat certifica come semianalfabeta praticante.