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CONVERSAZIONE SETTIMANALE
da Radio Radicale*
Puntata di “Conversazione settimanale con Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale” di domenica 3 maggio 2026 condotta da Michele Lembo che in questa puntata ha ospitato Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito).
Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Autofinanziamento, Bologna, Carcere, Carlo Iii, Cattolicesimo, Chiesa, Cina, Comunismo, Corte Suprema Americana, Costituzione, De Felice, Democrazia, Di Pietro, Diffamazione, Diritti Civili, Diritti Sociali, Diritto, Ebrei, Esteri, Fascismo, Gaza, Giornalisti, Giustizia, Gran Bretagna, Grazia, Guerra, Hamas, Il Fatto, Informazione, Ior, Iran, Iscrizioni, Istituzioni, Liberalismo, Mafia, Magistratura, Massoneria, Mattarella, Minetti, Ministeri, Mussolini, Nordio, Ordini Professionali, Ovest, P2, Palestina, Pannella, Parlamento, Partito Radicale Nonviolento, Polemiche, Politica, Ppe, Presidenza Della Repubblica, Rsi, Salo’, Sofri, Stampa, Stato, Stazione Di Bologna, Storia, Stragi, Totalitarismo, Trump, Unione Europea, Usa, Vaticano, Wto.
La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 59 minuti.*clicca per ascoltare
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CONVERSAZIONE SETTIMANALE
da Radio Radicale*
Puntata di “Conversazione settimanale con Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale” di domenica 3 maggio 2026 condotta da Michele Lembo che in questa puntata ha ospitato Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito).
Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Autofinanziamento, Bologna, Carcere, Carlo Iii, Cattolicesimo, Chiesa, Cina, Comunismo, Corte Suprema Americana, Costituzione, De Felice, Democrazia, Di Pietro, Diffamazione, Diritti Civili, Diritti Sociali, Diritto, Ebrei, Esteri, Fascismo, Gaza, Giornalisti, Giustizia, Gran Bretagna, Grazia, Guerra, Hamas, Il Fatto, Informazione, Ior, Iran, Iscrizioni, Istituzioni, Liberalismo, Mafia, Magistratura, Massoneria, Mattarella, Minetti, Ministeri, Mussolini, Nordio, Ordini Professionali, Ovest, P2, Palestina, Pannella, Parlamento, Partito Radicale Nonviolento, Polemiche, Politica, Ppe, Presidenza Della Repubblica, Rsi, Salo’, Sofri, Stampa, Stato, Stazione Di Bologna, Storia, Stragi, Totalitarismo, Trump, Unione Europea, Usa, Vaticano, Wto.
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CONVERSAZIONE SETTIMANALE
da Radio Radicale*
Puntata di “Conversazione settimanale con Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale” di domenica 3 maggio 2026 condotta da Michele Lembo che in questa puntata ha ospitato Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito).
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Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa https://bigarella.wordpress.com/2026/04/13/quanto-accaduto-a-peteano-rimarra-alla-memoria-piu-come-unazione-dimostrativa/ #1969, #1970, #1972, #Americani, #Carabinieri, #Destra, #EnricoForlino, #Golpe, #JunioValerioBorghese, #Neofascisti, #OrdineNuovo, #Peteano, #Stragi, #Strategia, #Tensione, #Terrorismo, #VincenzoVinciguerra
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Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa
Nonostante quella di Piazza Fontana non sia stata, come si potrà osservare, la più sanguinosa delle azioni eversive avvenute, viene comunque definita come la “madre di tutte le stragi” in quanto probabile terreno di prova e apertura del sipario per tutta la cosiddetta stagione delle stragi. Da quel momento fino ai primi anni ’80 vi saranno numerosi eventi attribuibili o meno alla strategia della tensione e numerose furono le vittime, sia per la destra che per la sinistra extraparlamentare ma anche per i servitori e gli esponenti dello Stato. Circa a metà del 1970 venne pubblicato un libro che permise di coniare l’espressione da allora usata in seguito “Strage di Stato” dall’omonimo titolo, edito da alcuni esponenti di Lotta Continua <76. Costoro intenzionati ad attuare una contro-inchiesta, puntarono da un lato il dito contro i neofascisti in chiave di esecutori ma dall’altro riconobbero lo Stato stesso come mandante, arrivando in alcuni casi a riconoscere il coinvolgimento di alcune delle forze atlantiche, per quanto spesso suddette indicazioni siano spesso tese a generalizzare in un unico grande insieme gli antagonisti <77.
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Nell’arco dei tumulti non vi furono solo attentati o attacchi diretti a una fazione più che ad un altra e per comprendere appieno gli equilibri di quel momento storico è necessario parlare anche di quanto accadde durante la notte tra 7 e 8 dicembre 1970: circa ventimila persone tra militari dai più alti ranghi fino alla fanteria, esponenti di varie fronde della destra così come gruppi di industriali e politici, tentarono un colpo di stato che sarà poi conosciuto come Golpe Borghese prendendo il nome dal suo organizzatore Junio Valerio Borghese, conosciuto anche come il principe nero, fondatore del Fronte Nazionale <78, legato in amicizia ad Avanguardia Nazionale di Delle Chiaie. L’obiettivo di questa azione era prendere il controllo della nazione istituendo un governo militare: procedendo con l’arresto di Saragat allora presidente della Repubblica, l’uccisione di Vicari al comando della Polizia e l’occupazione da parte di una reparto dei forestali degli studi Rai dai quali Borghese avrebbe condotto il suo discorso di insediamento per l’attivazione della Giunta Nazionale <79. Senza dimenticare una presunta occupazione del Ministero dell’Interno ad opera dei militanti di AN <80. Il putsch non ebbe esito in quanto Borghese, allertato da una telefonata, comunicò a tutti i partecipanti di abortire il piano, nonostante fosse già in attuazione. Probabilmente era stato avvisato da qualcuno di un’eventuale trappola tesa a sventare il tutto: nonostante ancora oggi non sia stata fatta chiarezza riguardo le motivazioni del dietro front, si suppone che gli americani, a conoscenza di tutto, abbiano ritirato il loro appoggio. L’intera faccenda fu sottoposta ad un’indagine segreta, nascosta all’opinione pubblica per mesi fino al 17 marzo 1971 momento in cui Paese Sera con uno scoop titolò “Complotto Neofascista” in prima pagina svelando in parte quanto accaduto. La risposta delle sinistre fu quella di manifestare e chiarire, seppur in maniera non violenta, che il risultato di un’insurrezione fascista sarebbe stato quello di portare ad una guerra civile <81. Ad oggi si suppone un coinvolgimento atlantico molto più forte in questa vicenda, riconoscendo la possibilità che Borghese sia stato coadiuvato da potenti politici italiani come Tanassi e Andreotti, supponendo che quest’ultimo fosse la figura chiave e il demiurgo dell’attentato alla Nazione <82. L’idea di rischiare un eventuale governo, simile a quello “dei colonnelli” greco, non portò ad altro se non ad una maggiore preoccupazione da parte delle sinistre a volte sfociata in violenza. Dall’altro lato per i movimenti di destra extra-parlamentare si iniziava a scegliere spesso la lotta di strada basata su raid e contrasto agli attacchi rivolti ai propri membri.
Invece il comportamento di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo prima e Nero poi si inasprirà sempre più minando all’ordine pubblico e alle vite civili, come d’altronde in previsione si sarebbe dovuto sviluppare l’inizio di un’ipotetica strategia della tensione.
Una delle più controverse stragi avviene il 31 marzo del 1972 durante la notte, a Peteano parte del comune di Sagrado in Gorizia. Alle ore 22:35 le forze dell’ordine vengono allertate anonimamente della scoperta di una 500 con evidenti segni di una sparatoria sul parabrezza <83, all’arrivo dei carabinieri vengono appurati dei fori di proiettile di calibro 22, pistola che in seguito si sarebbe scoperta appartenere ad uno degli autori dell’attentato: Cicuttini e detenuta dal complice Ivano Boccaccio <84. Durante l’ispezione della vettura, gli inquirenti aprirono il cofano scatenando l’esplosione di una bomba ad innesco collegata alla vettura. Saranno tre i morti e due i feriti. Quanto accadde nelle indagini è un esempio del meccanismo di protezione costruito da fronde deviate: in quanto vennero attivati numerosi tentativi di depistaggio da parte degli stessi carabinieri e polizia: infatti la colpevolezza di una cellula extra-parlamentare nera avrebbe causato numerosi danni sia alla destra sia alle forze dell’ordine, principalmente perché si rischiava uno spostamento politico dei moderati sia contro la destra sia contro i militari nell’opinione pubblica <85.
Ad alzare il velo di nebbia sull’avvenimento vi fu anche la natura dell’esplosivo: a partire dalla perizia di Marco Morin, spesso al servizio dei giudici di Venezia, il quale dichiarò l’utilizzo nell’attentato del Semtex-H <86, esplosivo al plastico di approvvigionamento militare di origine cecoslovacca, spesso utilizzato in quegli anni per attacchi terroristici. Venne poi appurato sotto sospetto del giudice istruttore Casson la falsità delle perizie, in quanto il suddetto reperto aveva la funzione di depistare le indagini sulla sinistra, sospetto in seguito il coinvolgimento di Morin all’interno di Gladio, per non parlare del suo rapporto di amicizia con Carlo Maria Maggi, una delle figure di riferimento di Ordine Nuovo a livello nazionale <87. Scoperta la falsificazione delle prove da parte del giudice venne messa in campo l’ipotesi che la componente deflagrante utilizzata fosse stata presa da un “Nasco” di Gladio presso Aurisina depredato di cinque kg di esplosivo C4. Essendo numerosi sul territorio i depositi di questo tipo che iniziavano a venire alla luce senza l’apparente controllo degli originari proprietari <88.
La reale paternità dell’ordigno si è ottenuta con la finale analisi del giudice Guido Salvini, che negò la provenienza dell’esplosivo da Aurisina, anzi ritenne le affermazioni di Casson infondate. In quanto convinto dell’utilizzo di materiale esplosivo civile utilizzato nelle cave, probabilmente sottratto dall’altopiano di Piancavallo intorno al 1970, come si evince nella sentenza del 1998: «Per quanto concerne l’esplosivo, infatti, la perizia ha evidenzia che quello utilizzato per l’ordigno era esplosivo civile da cava (e non l’esplosivo militare del tipo “C4” presente nei Nasco) e perdipiù Vinciguerra ha spiegato con abbondanza di particolari e dettagli come egli se lo sia procurato, nell’estate del 1970, insieme ad alcuni camerati anche originari della zona, sull’altipiano del Piancavallo, rubandolo da una baracchetta del tutto incustodita di una ditta che stava effettuando lavori di sbancamento». <89
La dichiarazione di Vinciguerra tagliò i ponti con la teoria di una possibile collaborazione con Gladio, almeno per questo evento, nonostante fosse più cara all’opinione pubblica. I colpevoli vennero riconosciuti dopo tempo e numerosi depistaggi, in Cicuttini, Boccaccio e Vinciguerra. Il loro obiettivo era quello di causare una frattura nei buoni rapporti tra Ordine Nuovo e i carabinieri, in quanto visti come un semplice prolungamento della NATO e più in generale dell’ordine <90.
Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa, in quanto per i poteri in gioco e per ciò che avvenne in seguito, non era possibile, per una piccola cellula rivoluzionaria, portare un cambiamento nelle alleanze al di sotto di un movimento esteso come quello di Ordine Nuovo. L’organizzazione a seguito di questi eventi venne messa a processo essendo considerata un pericolo che rischiava di prendere forza. Nel 1973 erano quarantadue membri di Ordine Nuovo <91 ad essere sotto l’accusa di aver violato la legge Scelba e dunque di essere intenzionati a ricostruire il disciolto partito fascista. Il 21 novembre dello stesso anno vennero tra questi, sentenziate trenta condanne per i dirigenti a seguito della violazione degli articoli 1, 2, 3 e 7 della suddetta norma <92.
[NOTE]
76 Gruppo di sinistra extra-parlamentare attivo tra gli anni ’60 e ’70 con ideali rivoluzionari di stampo marxista
77 M.Liggini, E. Di Giovanni, “La Strage di Stato”, Samonà e Savelli, Roma, 1970
78 Gruppo politico di estrema destra con all’interno numerosi veterani di Salò
79 Per completezza riportato di seguito “Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, e ha portato l’Italia sull’orlo dello sfacelo economico e morale ha cessato di esistere. Nelle prossime ore, con successivi bollettini, vi saranno indicati i provvedimenti più importanti ed idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le forze armate, le forze dell’ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della nazione sono con noi; mentre, d’altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli che per intendersi, volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo stato che creeremo sarà un’Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera. Il nostro glorioso tricolore! Soldati di terra, di mare e dell’aria, Forze dell’Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell’ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali, vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso tricolore, vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno all’amore: Italia, Italia, viva l’Italia!” Disponibile in L. Telese, “Cuori Neri”, Sperling Paperback, Milano, 2010, pp. 151-152
80 A. Giannuli, “Bombe a inchiostro”, BUR, Milano, 2008, p.142
81 M. Dondi, “L’eco del boato”, Laterza, Roma, 2015, pp.210-217
82 G. M. Bellu, “E la Cia disse: sì al golpe Borghese ma soltanto con Andreotti premier”, Repubblica, 5 dicembre 2005
83 Nel dettaglio la trascrizione: “Vorrei dirle che gh’è, che la xè una una machina che ga due buchi, eh sul parabressa, no? Fra la strada da Poggio Terza Armata a Savogna la xè una cinquecento da Poggio Terza Armata per venire giù a Savogna una cinquecento bianca e la ga due busi, due, due busi, sembra de palotola”, presente in G. Salvi, “La strategia delle stragi: dalla sentenza della Corte d’Assise di Venezia per la strage di Peteano”, Editori Riuniti, Roma, 1989, p. 34
84 “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Decisioni adottate dalla Commissione, Seduta 22 marzo 2001, in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti, p.145
85 A. Giannuli, “La strategia della tensione”, Ponte delle Grazie, Milano, 2018, p. 416-417
86 “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Decisioni adottate dalla Commissione, Seduta del 22 marzo 2001 in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti, p.35
87 A. Silj, “Malpaese”, Donzelli, Roma,1994, p.178 e “Mentirono sulla strage”, Repubblica, 29 ottobre 1993
88 R. Bianchin, G. Cecchetti, “Il grande sospetto di Casson: quanti utilizzarono l’arsenale?”, Repubblica, 20 Dicembre 1990 e dagli stessi autori “Gladio: non tornano i conti sui Nasco”, Repubblica, 20 Gennaio 1991 e M. Griner, “Anime
Nere”, Sperling Kupfer, Milano, 2014
89 Sentenza Ordinanza N. 9/92 A.R.G.P.M., N. 2/92 F.R.G.G.I:, 3 febbraio 1998
90 V. Vinciguerra, “Ergastolo per la libertà”, Arnaud, Firenze, 1989, pp. 198-200
91 “I cento giorni di Ordine Nuovo”, Paese Sera, 30 gennaio 1972
92 Sentenza N. 5863/73, Tribunale di Roma, 21 Novembre 1973
Enrico Forlino, L’eversione nera negli anni di piombo: lo spontaneismo armato, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2019-2020 -
La rivelazione di Gladio
Anche nel contesto italiano si videro le influenze dei cambiamenti a livello internazionale del ‘90: il crollo dell’URSS ebbe un effetto “esplosivo” sul Partito Comunista Italiano (PCI), già confinato all’opposizione fin dal 1979 <21. Nel novembre del 1989 il suo segretario, Achille Occhetto, avviò una fase di discussione che riguardava il mutamento del nome del partito e i suoi riferimenti ideali. Il processo si concluse solamente nel 1991, con lo scioglimento del PCI e la nascita del Partito Democratico della sinistra (PDS) <22 , che si schierò nel campo della socialdemocrazia. Alcuni ex militanti del PCI, fedeli ai valori del comunismo, fondarono invece il Partito della rifondazione comunista (Prc). Il clima che si avvertiva in Italia, come in tutta Europa, era quindi quello di un sostanziale cambiamento. Ma cambiamento non significava dimenticare il passato. E di passato dimenticato in Italia ce n’era un bel po’. Fin dal gennaio del 1990 un giovane giudice istruttore della Procura di Venezia, il Dott. Felice Casson, stava indagando su un vecchio caso rimasto irrisolto e da lui appena riaperto, si trattava della Strage di Peteano <23 del 1972, nella quale trovarono la morte tre carabinieri, uccisi da un’autobomba. Casson arrivò a degli “insoliti collegamenti” tra il terrorismo di destra e i servizi segreti italiani. Decise allora di vederci chiaro e chiese ufficialmente di accedere agli archivi del SISMI, il “Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare” <24. Tuttavia, la sua richiesta venne più volte rifiutata, in quanto il materiale che il magistrato chiedeva di visionare era coperto dal sigillo del “segreto di Stato”. Casson arrivò a fare richiesta sempre più insistentemente, scalando le gerarchie di comando, fino ad arrivare al Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, l’Onorevole Giulio Andreotti. Il 20 luglio, dopo un colloquio tra i due, il Premier decise di consentire al giudice veneziano, per la sua insistenza, l’accesso agli archivi di Forte Braschi a Roma, sede nevralgica del SISMI, in particolar modo ai documenti riguardanti la 7^ Divisione del Servizio <25.
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Il 2 agosto 1990 – lo stesso giorno in cui Saddam Hussein aveva dato inizio all’invasione del Kuwait – in una seduta della Camera dei Deputati dedicata alla strage alla stazione di Bologna <26 del 1980, il Presidente Andreotti accettò un ordine del giorno, presentato dai deputati Quercini, Tortorella, Violante ed altri, il quale impegnava il Governo ad informare le Camere entro 60 giorni riguardo “[…] l’esistenza, alle caratteristiche e alle finalità di una struttura parallela e occulta che avrebbe operato all’interno del nostro servizio segreto militare con finalità di condizionamento della vita politica del Paese <27.” Tuttavia, Andreotti chiese di poter far pervenire le informazioni richieste in una sede più riservata. I presentatori dell’ordine accettarono che a ricevere la documentazione promessa fosse la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (che da ora in avanti identificheremo con “Commissione Stragi” per motivi di celerità della narrazione). Così, il giorno successivo, il 3 agosto, il Presidente del Consiglio si rivolse alla commissione dichiarando “Mi riservo di presentare alla Commissione una relazione molto precisa che ho pregato lo Stato Maggiore di predisporre. Si tratta di quelle attività che, sul modello Nato, erano state messe in atto per l’ipotesi di un attacco e di un’occupazione dell’Italia o di alcune regioni italiane […], proseguite fino al 1972 […]. Sia sul problema in generale, sia sullo specifico accertamento fatto in occasione dell’inchiesta sulla strage di Peteano da parte del giudice Casson, fornirò alla Commissione tutta la documentazione necessaria <28”. Tale dichiarazione rivelava la volontà di Andreotti – e quindi del Governo – di togliere il “segreto di Stato” sull’organizzazione clandestina. Il sigillo imposto non aveva bloccato solamente le indagini giudiziarie di Felice Casson, ma anche quelle del “collega di Procura”, il Dott. Carlo Mastelloni, che sempre a Venezia stava indagando sulla caduta di un aereo militare a Porto Marghera nel 1973, tale “Argo 16” <29. Velivolo che era in dotazione proprio al servizio militare italiano.
Il 18 ottobre 1990 la “Commissione Stragi” ricevette la documentazione promessa, che riportava il titolo “Il cosiddetto SID parallelo-il caso Gladio” <30. Nella sua lettura, si scoprì che le operazioni dichiarate “abbandonate dal 1972” da parte del premier, continuavano invece ancora. L’8 agosto precedente il direttore del SISMI, l’Ammiraglio Fulvio Martini <31, aveva emanato una circolare in cui indirizzava l’organizzazione Gladio alla lotta contro la droga <32.
Nonostante Andreotti avesse già consegnato la documentazione alla “Commissione Stragi”, quasi nell’immediato periodo successivo chiese che gli venne re-inviata perché non era corretta e doveva essere sistemata. Dopo che gli fu tornata indietro, nei giorni che seguirono ne consegnò un’altra versione, più generica e soprattutto ridotta rispetto alla prima di due pagine <33. Lo strano comportamento del premier e la fretta di avere nuovamente il documento tra le mani affinché fosse sfoltito e sistemato instaurò diversi dubbi e pensieri nei membri della commissione d’inchiesta, compreso il suo presidente, il Senatore Libero Gualtieri. Il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti rivelò l’esistenza di Gladio ai media italiani <34, lasciando l’intero Paese a bocca aperta. Iniziava così lo “scandalo Gladio”.
Giornali, radio, televisioni, politici e persino la gente comune, se ne parlava ovunque. E non ci riferiva all’antica spada corta romana in dotazione ai legionari dell’Impero o usata dai combattenti nelle arene. L’indagine del Dottor Casson divenne nota a livello nazionale, tutti cominciarono a seguire i fatti. La Guerra del Golfo non sembrava più un evento così importante, nemmeno il prossimo intervento dell’esercito italiano nel conflitto sembrava interessare alla massa. Vennero fuori invece parole nuove, come “Stay Behind”, “Nasco”, “guerra non ortodossa”, “SID parallelo”, numerosi riferimenti alla CIA e al potere occulto. Si tornava allora a parlare di Loggia P2 e tanti altri “scheletri nell’armadio” dello Stato italiano. Il mondo della Sinistra accusava l’illegittimità della struttura occulta, compreso un PCI ormai in rovina, ritenendosi comunque una delle principali “vittime”. Non bastava nemmeno l’intervento del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Domenico Corcione, che ribadì più volte il perfetto collocamento della “Stay Behind” italiana nel contesto dell’Alleanza Atlantica, anche in un’udienza a Venezia con Casson. In sua difesa, il Presidente Andreotti dichiarava in Parlamento: “Ciascun capo di governo venne informato sull’esistenza di Gladio”, creando grande imbarazzo tra gli ex presidenti del Consiglio, tra i quali il socialista Bettino Craxi, il repubblicano Giovanni Spadolini e l’allora presidente del Senato, Arnaldo Forlani <35. Tutti reagirono, chi più chi meno, in modo confuso. Nei programmi televisivi vi erano ore di confronti, che vedevano politici e giornalisti discutere – chi
accusava e chi difendeva – sulla legittimità o meno di questa organizzazione, sul suo ruolo nella Prima Repubblica e soprattutto sul perché non sia mai stata rivelata prima. In trasmissioni come “Samarcanda” <36 di Michele Santoro, gli inviati del programma andavano in giro per le città italiane, a chiedere direttamente ai cittadini se sapessero cosa fosse Gladio, o meglio cos’era stato, dato che nel frattempo, il 27 novembre 1990 il Presidente Andreotti, con un decreto, sciolse ufficialmente l’organizzazione segreta <37. Ma questo non fece altro che aumentare l’ondata mediatica dello scandalo. La gente si domandava se la fine di Gladio fosse vera o se era solo un’altra falsa notizia del premier, come quella che riteneva concluse le attività dell’organizzazione nel 1972.
Di Gladio vennero dette le peggiori cose, giravano addirittura terribili teorie golpiste. Gli vennero presto affibbiate la maggior parte – se non la totalità – delle stragi e atti di violenza politica rimasti impuniti, dalla strage di Piazza Fontana< 38 a quella dell’Italicus <39, dal caso De Mauro <40 al caso Moro <41.
Per non parlare degli omicidi di stampo mafioso.
[NOTE]
21 Banti Alberto Mario, L’età contemporanea: dalla grande guerra a oggi, Bari, Laterza, 2009, p. 403.
22 Idem, p. 403.
23 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 425.
24 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 354.
25 Crocoli Mirko, Nome in codice Gladio, Milano, Edizioni A. Car, 2017, p. 46.
26 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 16.
27 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 29.
28 Idem, p. 29-30.
29 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 441.
30 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 30.
31 Martini Fulvio et al., Nome in codice: Ulisse. Trent’anni di storia italiana nelle memorie di un protagonista dei servizi segreti, Milano, Rizzoli, 1999.
32 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 30.
33 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 19.
34 Crocoli Mirko, Nome in codice Gladio, Milano, Edizioni A. Car, 2017, p. 45-46.
35 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 21.
36 Santoro Michele, Samarcanda, puntata del 08/11, Raiplay, 1990.
37 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 30.
38 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 319.
39 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 456-457.
40 Crocoli Mirko, Nome in codice Gladio, Milano, Edizioni A. Car, 2017, p. 57.
41 Formigoni Guido, Aldo Moro: lo statista e il suo dramma, Bologna, il Mulino, 2016, p. 337.
Daniele Pistolato, “Operazione Gladio”. L’esercito segreto della Nato e l’estremismo nero, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024 -
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica eccetera eccetera eccetera
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https://www.europesays.com/it/253472/ La pista nera sulle stragi del ’92 vale zero tagliato #CommissioneAntimafia #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #IT #Italia #Italy #mafia #News #Notizie #stragi #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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Stragi nazifasciste in Val Sangone a maggio 1944
Le stragi di Pinasca, San Giorio e Sant’Antonino
Le perdite partigiane non si fermano all’arrestarsi del rastrellamento: i tedeschi continuano a mietere vittime fino al 18 maggio 1944: il primo episodio a Castelnuovo di Pinasca dove 12 partigiani (9 dei quali conosciuti, secondo Sonzini, 8 secondo l’ASN, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia) vengono fucilati dopo esser stati torturati. Le vittime, secondo l’ASN <64 sono Fiorini Nunzio, Issoglio Eraldo, Cattaneo Luigi, Bricarello Mario, Perino Romolo, Perino Severino, Pesando Vittorino, 5 ignoti: Cataldo Russo secondo Sonzini) più 4 ignoti <65.
A San Giorio i partigiani fucilati sono 5, tutti riconosciuti e operanti nelle bande della Val Sangone, due dei quali nativi di paesi appartenenti alla Valle (Coazze e Volvera) Del Martino Aurelio,Governato Vincenzo, Martoglio Valerio, Morello Pietro e Staorengo Giuseppe <66
La strage di Sant’Antonino, perpetrata <67 due giorni dopo, si inserisce nel medesimo contesto di terrore che i nazisti lasciano in Val Sangone attraverso la fucilazione di 17 ostaggi partigiani presi prigionieri durante il rastrellamento e tenuti prigionieri nella scuola elementare del piccolo paese al confine con la Val Susa. A cadere sono partigiani militanti sia nelle brigate valsangonesi sia nelle brigate valsusine; una coppia di fratelli, i Nissardi, giungono abbracciati al luogo dell’esecuzione <68. I rimanenti prigionieri, circa la stessa cifra dei giustiziati, vengono portati a Torino e poi deportati in Germania: questo l’elenco <69 delle vittime: Barella Romano, Cartei Nello, Chicco Giorgio, Cumiano Nicola, Fagiano Luigi, Grosso Nicola, Guglielmino Angelo, Leschiera Elio, Maritano Felice, Nissardi Gino, Nissardi Angelo, Priano Armando, Richiero Francesco, Righi Giuseppe, Servino Giovanni, Spinello Cesare e Vanni Bruno.
La strage di Forno
La strage di Forno [n.d.r.: in località borgata Ferria, del comune di Coazze (TO)], perpetrata il 16 maggio, presenta delle caratteristiche diverse rispetto alle esecuzioni sopra citate; i condannati non vengono giustiziati attraverso un colpo alla nuca o attraverso la fucilazione ma attraverso il lento e sofferente dissanguamento provocato da un fitto mitragliamento alle gambe tale da provocare una lenta e interminabile agonia. I condannati vengono vegliati costantemente da guardie armate per scoraggiare i civili dal prestare le cure ai condannati moribondi e sofferenti. Sono 26 i giustiziati, 7 ignoti; tutti combattenti in bande valsangonesi; 10 nella ‘Nicoletta’, 7 nella ‘Sergio’, uno nella ‘Nino-Carlo’ e uno nella ‘Genio’ <70. Questo l’elenco <71 dei martiri: Armando Pierino, Berruti Giuseppe, Dall’Oca Roberto, De Marchi Antonio, Galetto Aldo, Gaviati Guido, Guglielmi Giuseppe, Lipari Biagio, Mazzeo Salvatore, Medico Riccardo, Mingozzi Lamberto, Pasquale Nicola, Pavone Umberto, Ramo
Tornani Cesare, Riccarelli Ugo, Rolla Francesco, Ruffinatti Renato, Sibona Luigi, Stefanon Ettore Bruno, Vanni Curzio, Zaccarelli Anselmo, Zeglioli Luigi, Zuin Albano. Ignoti n 7.
L’allora sedicenne Maria Teresa Usseglio Mattiet ricorda di quell’episodio: “quando c’è stata la strage a Forno di Coazze avevo 16 anni, siamo andate noi ragazze con la signora Mimi Teppati a vedere cosa era rimasto, cercavamo di trovare segni distintivi, qualche oggetto particolare, oppure tagliavamo qualche pezzo di stoffa dai vestiti per far riconoscere i corpi dei ragazzi alle madri” <72.
L’assurda storia dell’eccidio di Forno si contraddistingue, dunque, per il sadismo e la crudeltà degli aguzzini e per le inenarrabili sofferenze che 26 ragazzi patiscono fino alla fine della loro lunga agonia.
Dopo l’operazione Habicht: altri 42 martiri
L’operazione Habicht termina il 18 maggio: a operazione finita, il 19 maggio, elementi della banda ‘Genio’ comandati dal partigiano Rinaldo Baratta <73 sparano e uccidono due ufficiali della Flak in transito sulla strada del Colle Braida. <74 Una settimana dopo, il 26 maggio, 31 partigiani vengono prelevati dal carcere ‘Le Nuove’ di Torino dove sono reclusi dal rastrellamento avvenuto la settimana precedente, accorpati ad altri dieci giovani partigiani rastrellati in valle, divisi in quattro gruppi e giustiziati. <75-76
Episodio di Giaveno: 11 fucilati <77
Baudino Ugo, Belletti Carlo, Bruno Carlo, Groppo Mario, Marocco Giovanni, Marconetto Giorgio, Marconetto Pietro, Medici Giovanni, Moine Andrea, Peticchio Salvatore <78 e Virano Vincenzo
Episodio di Valgioie: 10 fucilati <79
Bogiatto Giuseppe, Folis Domenico, Franco Ugo, Galetto Mario, Grisoglio Giovanni, Goffi Mario, Morra Giovanni, Nepote Terenzio, Perino Aldo e Ronco Angelo
Episodio di Coazze: 10 fucilati <80
Barral Severino, Bert Gioachino, Galeazzo Giorgio, Guastalla Romano, Mora Attilio, Quattrocolo Sergio, Remogna Leo, Silvestri Angelo, Storero Giuseppe e Vaira Giuseppe
Episodio della Bonaria: 11 fucilati <81
Cavallero Agostino, Ceresero Ugo, Cottini Renato, Romagnoli Brusa, Teobaldo Gatto Corinno, Gentili Orfeo, Maroncelli Giovanni, Rosso Giuseppe, Marocco Ugo, Serra Vittorio e Ravelli Attilio. I 42 martiri non provengono dalla sola Val Sangone: 19 nominativi su 42 trovati <82 del database Istoreto risultano provenire da vallate diverse; la maggior parte dalla Val Sangone, poi Chisone, Susa e Pellice. Anche l’orientamento politico non risulta conforme; accanto ai partigiani militanti nelle bande apolitiche della Val Sangone compaiono militi della banda Cattolica della Val Chisone, giellini e garibaldini.
La scia di sangue che i nazisti seminano in Val Sangone si conclude con altri partigiani giustiziati o deportati e con case distrutte dagli incendi o dai bombardamenti.
[NOTE]
64 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=983
65 Sonzini M. Abbracciati per sempre: Il rastrellamento del Maggio ’44 in Val Sangone e l’eccidio della Fossa Comune di Forno di Coazze. Gribaudo; 2004. p 55
66 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1038
67 La targa commemorativa presso Sant’Antonino di Susa reca la data 12/05 mentre l’ASN reca la data del 13
68 Sonzini M. Abbracciati per sempre, cit p 63
69 L’elenco, tratto da ASN coincide con quello contenuto nella targa commemorativa del comune di Sant’Antonino di Susa contenuta in https://www.comune.santantoninodisusa.to.it/it-it/appuntamenti/commemorazione-dell-eccidio-dei-17-martiri-in-via-abegg-68575-1-099dd53baee533c0b33208dccb2842d#; entrambi consultati il 21/02/24
70 Comunità montana Val Sangone. Ricordi ed immagini della Resistenza in Val Sangone, Tipografia commerciale; 1998, p 67
71 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1004
72 Intervista a Maria Teresa Usseglio Mattiet (n. 1928) al sottoscritto, rilasciata telefonicamente il 9/01/24
73 Fornello M., La Resistenza in Val Sangone, Tesi datt. Universit., 1962, p 73
74 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2252
75 Il database dell’Atlante delle stragi nazifasciste non contiene gli episodi di Coazze e Bonaria, per cui l’unico testimone considerato è Sonzini, le cui informazioni sono in parte confrontate e tratte da Fornello, 1962, vengono citati prima gli episodi di Valgioie e Giaveno che dispone di confronto tra Atlante e Sonzini
76 I nomi delle vittime sono comunque stati riportati in relazione alle lapidi apposte sui luoghi delle fucilazioni visionate in loco
77 Così come riportato sulla lapide apposta in piazza Molines, a Giaveno
78 Nominativo comparso in piazza Molines ma non nell’Atlante che porta i partigiani giustiziati a 42 anziché 41
79 Elenco tratto dall’Atlante delle Stragi Nazifasciste poiché la lapide posta a Valgioie non presenta i nomi dei partigiani deceduti
80 Elenco tratto da lapide posta in loco in via XXV aprile a Coazze
81 Così come riportato sulla lapide commemorativa in strada Colle Braida.
82 Compilando le voci ‘data caduto’ e ‘provincia’ inserendo la data del 26/05/1944 e la provincia di Torino
Alessandro Busetta, La resistenza in Val Sangone e la divisione Campana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2022-2023#17 #18 #1944 #AlessandroBusetta #CoazzeTO_ #CumianaTO_ #GiavenoTO_ #guerra #maggio #naziste #partigiani #Piemonte #provincia #Resistenza #Sangone #stragi #Susa #tedeschi #Torino
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Stragi nazifasciste in Val Sangone a maggio 1944
Le stragi di Pinasca, San Giorio e Sant’Antonino
Le perdite partigiane non si fermano all’arrestarsi del rastrellamento: i tedeschi continuano a mietere vittime fino al 18 maggio 1944: il primo episodio a Castelnuovo di Pinasca dove 12 partigiani (9 dei quali conosciuti, secondo Sonzini, 8 secondo l’ASN, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia) vengono fucilati dopo esser stati torturati. Le vittime, secondo l’ASN <64 sono Fiorini Nunzio, Issoglio Eraldo, Cattaneo Luigi, Bricarello Mario, Perino Romolo, Perino Severino, Pesando Vittorino, 5 ignoti: Cataldo Russo secondo Sonzini) più 4 ignoti <65.
A San Giorio i partigiani fucilati sono 5, tutti riconosciuti e operanti nelle bande della Val Sangone, due dei quali nativi di paesi appartenenti alla Valle (Coazze e Volvera) Del Martino Aurelio,Governato Vincenzo, Martoglio Valerio, Morello Pietro e Staorengo Giuseppe <66
La strage di Sant’Antonino, perpetrata <67 due giorni dopo, si inserisce nel medesimo contesto di terrore che i nazisti lasciano in Val Sangone attraverso la fucilazione di 17 ostaggi partigiani presi prigionieri durante il rastrellamento e tenuti prigionieri nella scuola elementare del piccolo paese al confine con la Val Susa. A cadere sono partigiani militanti sia nelle brigate valsangonesi sia nelle brigate valsusine; una coppia di fratelli, i Nissardi, giungono abbracciati al luogo dell’esecuzione <68. I rimanenti prigionieri, circa la stessa cifra dei giustiziati, vengono portati a Torino e poi deportati in Germania: questo l’elenco <69 delle vittime: Barella Romano, Cartei Nello, Chicco Giorgio, Cumiano Nicola, Fagiano Luigi, Grosso Nicola, Guglielmino Angelo, Leschiera Elio, Maritano Felice, Nissardi Gino, Nissardi Angelo, Priano Armando, Richiero Francesco, Righi Giuseppe, Servino Giovanni, Spinello Cesare e Vanni Bruno.
La strage di Forno
La strage di Forno [n.d.r.: in località borgata Ferria, del comune di Coazze (TO)], perpetrata il 16 maggio, presenta delle caratteristiche diverse rispetto alle esecuzioni sopra citate; i condannati non vengono giustiziati attraverso un colpo alla nuca o attraverso la fucilazione ma attraverso il lento e sofferente dissanguamento provocato da un fitto mitragliamento alle gambe tale da provocare una lenta e interminabile agonia. I condannati vengono vegliati costantemente da guardie armate per scoraggiare i civili dal prestare le cure ai condannati moribondi e sofferenti. Sono 26 i giustiziati, 7 ignoti; tutti combattenti in bande valsangonesi; 10 nella ‘Nicoletta’, 7 nella ‘Sergio’, uno nella ‘Nino-Carlo’ e uno nella ‘Genio’ <70. Questo l’elenco <71 dei martiri: Armando Pierino, Berruti Giuseppe, Dall’Oca Roberto, De Marchi Antonio, Galetto Aldo, Gaviati Guido, Guglielmi Giuseppe, Lipari Biagio, Mazzeo Salvatore, Medico Riccardo, Mingozzi Lamberto, Pasquale Nicola, Pavone Umberto, Ramo
Tornani Cesare, Riccarelli Ugo, Rolla Francesco, Ruffinatti Renato, Sibona Luigi, Stefanon Ettore Bruno, Vanni Curzio, Zaccarelli Anselmo, Zeglioli Luigi, Zuin Albano. Ignoti n 7.
L’allora sedicenne Maria Teresa Usseglio Mattiet ricorda di quell’episodio: “quando c’è stata la strage a Forno di Coazze avevo 16 anni, siamo andate noi ragazze con la signora Mimi Teppati a vedere cosa era rimasto, cercavamo di trovare segni distintivi, qualche oggetto particolare, oppure tagliavamo qualche pezzo di stoffa dai vestiti per far riconoscere i corpi dei ragazzi alle madri” <72.
L’assurda storia dell’eccidio di Forno si contraddistingue, dunque, per il sadismo e la crudeltà degli aguzzini e per le inenarrabili sofferenze che 26 ragazzi patiscono fino alla fine della loro lunga agonia.
Dopo l’operazione Habicht: altri 42 martiri
L’operazione Habicht termina il 18 maggio: a operazione finita, il 19 maggio, elementi della banda ‘Genio’ comandati dal partigiano Rinaldo Baratta <73 sparano e uccidono due ufficiali della Flak in transito sulla strada del Colle Braida. <74 Una settimana dopo, il 26 maggio, 31 partigiani vengono prelevati dal carcere ‘Le Nuove’ di Torino dove sono reclusi dal rastrellamento avvenuto la settimana precedente, accorpati ad altri dieci giovani partigiani rastrellati in valle, divisi in quattro gruppi e giustiziati. <75-76
Episodio di Giaveno: 11 fucilati <77
Baudino Ugo, Belletti Carlo, Bruno Carlo, Groppo Mario, Marocco Giovanni, Marconetto Giorgio, Marconetto Pietro, Medici Giovanni, Moine Andrea, Peticchio Salvatore <78 e Virano Vincenzo
Episodio di Valgioie: 10 fucilati <79
Bogiatto Giuseppe, Folis Domenico, Franco Ugo, Galetto Mario, Grisoglio Giovanni, Goffi Mario, Morra Giovanni, Nepote Terenzio, Perino Aldo e Ronco Angelo
Episodio di Coazze: 10 fucilati <80
Barral Severino, Bert Gioachino, Galeazzo Giorgio, Guastalla Romano, Mora Attilio, Quattrocolo Sergio, Remogna Leo, Silvestri Angelo, Storero Giuseppe e Vaira Giuseppe
Episodio della Bonaria: 11 fucilati <81
Cavallero Agostino, Ceresero Ugo, Cottini Renato, Romagnoli Brusa, Teobaldo Gatto Corinno, Gentili Orfeo, Maroncelli Giovanni, Rosso Giuseppe, Marocco Ugo, Serra Vittorio e Ravelli Attilio. I 42 martiri non provengono dalla sola Val Sangone: 19 nominativi su 42 trovati <82 del database Istoreto risultano provenire da vallate diverse; la maggior parte dalla Val Sangone, poi Chisone, Susa e Pellice. Anche l’orientamento politico non risulta conforme; accanto ai partigiani militanti nelle bande apolitiche della Val Sangone compaiono militi della banda Cattolica della Val Chisone, giellini e garibaldini.
La scia di sangue che i nazisti seminano in Val Sangone si conclude con altri partigiani giustiziati o deportati e con case distrutte dagli incendi o dai bombardamenti.
[NOTE]
64 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=983
65 Sonzini M. Abbracciati per sempre: Il rastrellamento del Maggio ’44 in Val Sangone e l’eccidio della Fossa Comune di Forno di Coazze. Gribaudo; 2004. p 55
66 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1038
67 La targa commemorativa presso Sant’Antonino di Susa reca la data 12/05 mentre l’ASN reca la data del 13
68 Sonzini M. Abbracciati per sempre, cit p 63
69 L’elenco, tratto da ASN coincide con quello contenuto nella targa commemorativa del comune di Sant’Antonino di Susa contenuta in https://www.comune.santantoninodisusa.to.it/it-it/appuntamenti/commemorazione-dell-eccidio-dei-17-martiri-in-via-abegg-68575-1-099dd53baee533c0b33208dccb2842d#; entrambi consultati il 21/02/24
70 Comunità montana Val Sangone. Ricordi ed immagini della Resistenza in Val Sangone, Tipografia commerciale; 1998, p 67
71 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1004
72 Intervista a Maria Teresa Usseglio Mattiet (n. 1928) al sottoscritto, rilasciata telefonicamente il 9/01/24
73 Fornello M., La Resistenza in Val Sangone, Tesi datt. Universit., 1962, p 73
74 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2252
75 Il database dell’Atlante delle stragi nazifasciste non contiene gli episodi di Coazze e Bonaria, per cui l’unico testimone considerato è Sonzini, le cui informazioni sono in parte confrontate e tratte da Fornello, 1962, vengono citati prima gli episodi di Valgioie e Giaveno che dispone di confronto tra Atlante e Sonzini
76 I nomi delle vittime sono comunque stati riportati in relazione alle lapidi apposte sui luoghi delle fucilazioni visionate in loco
77 Così come riportato sulla lapide apposta in piazza Molines, a Giaveno
78 Nominativo comparso in piazza Molines ma non nell’Atlante che porta i partigiani giustiziati a 42 anziché 41
79 Elenco tratto dall’Atlante delle Stragi Nazifasciste poiché la lapide posta a Valgioie non presenta i nomi dei partigiani deceduti
80 Elenco tratto da lapide posta in loco in via XXV aprile a Coazze
81 Così come riportato sulla lapide commemorativa in strada Colle Braida.
82 Compilando le voci ‘data caduto’ e ‘provincia’ inserendo la data del 26/05/1944 e la provincia di Torino
Alessandro Busetta, La resistenza in Val Sangone e la divisione Campana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2022-2023#17 #18 #1944 #AlessandroBusetta #CoazzeTO_ #CumianaTO_ #GiavenoTO_ #guerra #maggio #naziste #partigiani #Piemonte #provincia #Resistenza #Sangone #stragi #Susa #tedeschi #Torino
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Il 1° maggio 1945 a Belluno fu un giorno di sangue
Belluno: la chiesa di San Liberale. Fonte: Wikiloc[…] La ritirata tedesca e la resistenza partigiana
A fine aprile 1945, la strada tra Belluno e Ponte nelle Alpi era percorsa da un flusso continuo di truppe tedesche in fuga verso il Cadore. Il Battaglione partigiano “Palman”, comandato da Francesco Del Vesco detto “Macario”, operava nella zona tra San Liberale e Safforze. Il 25 aprile, nei pressi di Andreane, i partigiani attaccarono una colonna motorizzata tedesca, infliggendo gravi perdite. Da quel momento si aprì una fase di scontri quasi continui, culminata in una battaglia nel centro di Fiammoi, dove persino le donne del paese parteciparono attivamente respingendo l’avanzata nemica.
Il 21 aprile 1945 a Giamosa, frazione del comune di Belluno, viene fermato dai tedeschi un partigiano (sul cui nome non c’è certezza) che, trovato in possesso di un caricatore, viene fucilato sul posto.
Il 30 aprile 1945 le operazioni insurrezionali attorno a Belluno sono in pieno svolgimento. Fin dal mattino i partigiani attaccano il presidio tedesco di Castion (Belluno), che oppone una dura resistenza. I tedeschi prendono molti ostaggi in paese, incendiano diversi edifici, costringono il parroco a togliere il tricolore dal campanile della chiesa e saccheggiano la canonica, oltre a molte case. Infine uccidono, forse perché scambiato per partigiano, un uomo malato di mente che si trovava sulla loro strada.
Quella mattina (30 aprile 1945) i partigiani della zona di Bolzano Bellunese (Belluno) fanno prigionieri 25 tedeschi in ritirata che avevano trovato alloggio in una stalla a Travazzoi (Belluno). I tedeschi, però, informati del fatto, inviano rinforzi per liberare i compagni. Durante le operazioni viene ucciso Mario Mares e ferito un altro uomo.
La situazione era ormai esplosiva: le strade erano intasate da soldati tedeschi allo sbando. Quella notte, il “Palman” ingaggiò nuovi combattimenti. Alle prime luci del 1° maggio, con gli Alleati ormai vicini, i tedeschi iniziarono a scatenare rappresaglie violente sulla popolazione.
L’ira cieca dei nazisti sui civili
Il 1° maggio fu un giorno di sangue. A San Pietro in Campo, i tedeschi, in ritirata e sotto pressione sia dalle forze partigiane sia dalle avanguardie alleate, reagirono con ferocia contro la popolazione civile. La strada che da Belluno porta a Ponte nelle Alpi, diventata una delle principali vie di fuga, si trasformò anche in un teatro di stragi.
Per garantirsi il passaggio, i soldati tedeschi iniziarono a prendere civili come ostaggi, con l’obiettivo di usarli come scudi umani. Tra questi, a San Pietro in Campo, cercarono di prelevare Lino Fistarol e il figlio Gino. La moglie e madre, Luigia Rossa, si oppose disperatamente: si aggrappò ai suoi congiunti per impedirne la cattura. I soldati, innervositi, tentarono di strapparla con la forza. La picchiarono brutalmente con i calci dei fucili e, infine, fucilarono tutti e tre davanti alla loro casa. Luigia Rossa aveva già visto morire un cognato nei giorni precedenti.
Alla Rossa, poche ore dopo, vennero uccise altre persone. I tentativi dei tedeschi di entrare a Fiammoi vennero invece respinti: la popolazione, affiancata dai partigiani, oppose una resistenza decisa. Si scatenò una vera battaglia in cui persero la vita Fiori Sala, Marino Schiocchet (ricordato nella chiesetta di San Matteo a Sala), Antonio Brino “Italo” e Antonio Pampanin “Rapido”. Il comandante del battaglione Palman, Francesco Del Vesco “Macario”, fu gravemente ferito e morì il 14 maggio all’ospedale di Belluno.
L’eccidio di Porta Feltre (ora Piazzale Marconi) a Belluno
Il 1° Maggio 1945 anche Piazzale Marconi a Belluno, registrò delle vittime a causa della furia nazista, in particolare sette partigiani che tentarono di bloccare una colonna corazzata tedesca. I nomi di questi caduti sono Pietro Poletto (Peter), Ardeo De Vivo (Mimi), Oscar Pisciutta (Paolo), Sergio Salomon (Dax), Renato Sottomani (Venerdì), Bruno Tormen (Mario) e Giovanni Sommavilla (Squalet).
Un’ultima minaccia e la risposta alleata
I tedeschi, messi alle strette, arrivarono a prendere in ostaggio donne, bambini, anziani e persino il parroco di Cusighe, usandoli come scudi umani per aprirsi un varco verso il Cadore. Di fronte al rifiuto dei comandi partigiani di lasciarli passare, minacciarono di bombardare Belluno con cannoni da 80 mm puntati sulla città.
Fu solo grazie alla mediazione tra il comando della zona “Piave” e la missione inglese “Simia”, guidata dal maggiore Tilman, che si decise di richiedere un intervento aereo alleato. Otto cacciabombardieri si alzarono in volo e colpirono la colonna tedesca: l’inferno si scatenò sulla strada. I tedeschi superstiti fuggirono verso il monte Serva, ma vennero infine sopraffatti dalle truppe partigiane.
Una liberazione pagata a caro prezzo
Il 1° maggio 1945 si concluse così con un misto di vittoria e lutto. Belluno e l’Oltrardo furono finalmente liberi, ma il prezzo fu altissimo: vite spezzate, famiglie distrutte, ferite ancora aperte. L’episodio è ricordato anche nel libro “Polenta e sassi” di Emilio Sarzi Amadè, che racconta con crudezza la battaglia finale e la ferocia della ritirata tedesca:
“… quando il battaglione di Macario ha visto i carri armati americani che venivano su da Ponte nelle Alpi si è lanciato all’attacco della colonna tedesca che era sulla strada, e i carri armati sono tornati indietro e i tedeschi hanno sparato con un fuoco d’inferno e hanno fatto fuori una dozzina di uomini e adesso Macario è pieno di pallottole, e poi hanno fucilato dei civili vicino alla strada”.
Il 2 maggio 1945 i tedeschi in ritirata presso Salce (Belluno) uccidono Amorino Cassol.
Sempre il 2 maggio 1945 giunge ad Orzes, frazione di Belluno, una colonna tedesca in ritardo rispetto alle altre in ritirata. I soldati sparano sui passanti e ne feriscono due. Luigi Merlin viene ricoverato in ospedale ma muore per l’infezione alla ferita il 5 maggio 1945.
Oggi, a distanza di ottant’anni, è fondamentale non dimenticare.
Quelle giornate tragiche e valorose raccontano la forza di una popolazione che ha resistito all’orrore e ha combattuto per la libertà, anche a costo della vita.
Michele Sacchet, 1° Maggio 1945: a Belluno l’ultimo sangue prima della libertà, Gruppo Alpini Salce, 1 maggio 2025#1 #1945 #21 #30 #alleati #aprile #Belluno #chiesa #fascisti #Fiammoi #frazioni #fuga #Giamosa #gruppoalpinisalce #guerra #maggio #MicheleSacchet #partigiani #Resistenza #ritirata #Safforze #SanLiberale #SanPietroInCampo #stragi #tedeschi
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Il 1° maggio 1945 a Belluno fu un giorno di sangue
Belluno: la chiesa di San Liberale. Fonte: Wikiloc[…] La ritirata tedesca e la resistenza partigiana
A fine aprile 1945, la strada tra Belluno e Ponte nelle Alpi era percorsa da un flusso continuo di truppe tedesche in fuga verso il Cadore. Il Battaglione partigiano “Palman”, comandato da Francesco Del Vesco detto “Macario”, operava nella zona tra San Liberale e Safforze. Il 25 aprile, nei pressi di Andreane, i partigiani attaccarono una colonna motorizzata tedesca, infliggendo gravi perdite. Da quel momento si aprì una fase di scontri quasi continui, culminata in una battaglia nel centro di Fiammoi, dove persino le donne del paese parteciparono attivamente respingendo l’avanzata nemica.
Il 21 aprile 1945 a Giamosa, frazione del comune di Belluno, viene fermato dai tedeschi un partigiano (sul cui nome non c’è certezza) che, trovato in possesso di un caricatore, viene fucilato sul posto.
Il 30 aprile 1945 le operazioni insurrezionali attorno a Belluno sono in pieno svolgimento. Fin dal mattino i partigiani attaccano il presidio tedesco di Castion (Belluno), che oppone una dura resistenza. I tedeschi prendono molti ostaggi in paese, incendiano diversi edifici, costringono il parroco a togliere il tricolore dal campanile della chiesa e saccheggiano la canonica, oltre a molte case. Infine uccidono, forse perché scambiato per partigiano, un uomo malato di mente che si trovava sulla loro strada.
Quella mattina (30 aprile 1945) i partigiani della zona di Bolzano Bellunese (Belluno) fanno prigionieri 25 tedeschi in ritirata che avevano trovato alloggio in una stalla a Travazzoi (Belluno). I tedeschi, però, informati del fatto, inviano rinforzi per liberare i compagni. Durante le operazioni viene ucciso Mario Mares e ferito un altro uomo.
La situazione era ormai esplosiva: le strade erano intasate da soldati tedeschi allo sbando. Quella notte, il “Palman” ingaggiò nuovi combattimenti. Alle prime luci del 1° maggio, con gli Alleati ormai vicini, i tedeschi iniziarono a scatenare rappresaglie violente sulla popolazione.
L’ira cieca dei nazisti sui civili
Il 1° maggio fu un giorno di sangue. A San Pietro in Campo, i tedeschi, in ritirata e sotto pressione sia dalle forze partigiane sia dalle avanguardie alleate, reagirono con ferocia contro la popolazione civile. La strada che da Belluno porta a Ponte nelle Alpi, diventata una delle principali vie di fuga, si trasformò anche in un teatro di stragi.
Per garantirsi il passaggio, i soldati tedeschi iniziarono a prendere civili come ostaggi, con l’obiettivo di usarli come scudi umani. Tra questi, a San Pietro in Campo, cercarono di prelevare Lino Fistarol e il figlio Gino. La moglie e madre, Luigia Rossa, si oppose disperatamente: si aggrappò ai suoi congiunti per impedirne la cattura. I soldati, innervositi, tentarono di strapparla con la forza. La picchiarono brutalmente con i calci dei fucili e, infine, fucilarono tutti e tre davanti alla loro casa. Luigia Rossa aveva già visto morire un cognato nei giorni precedenti.
Alla Rossa, poche ore dopo, vennero uccise altre persone. I tentativi dei tedeschi di entrare a Fiammoi vennero invece respinti: la popolazione, affiancata dai partigiani, oppose una resistenza decisa. Si scatenò una vera battaglia in cui persero la vita Fiori Sala, Marino Schiocchet (ricordato nella chiesetta di San Matteo a Sala), Antonio Brino “Italo” e Antonio Pampanin “Rapido”. Il comandante del battaglione Palman, Francesco Del Vesco “Macario”, fu gravemente ferito e morì il 14 maggio all’ospedale di Belluno.
L’eccidio di Porta Feltre (ora Piazzale Marconi) a Belluno
Il 1° Maggio 1945 anche Piazzale Marconi a Belluno, registrò delle vittime a causa della furia nazista, in particolare sette partigiani che tentarono di bloccare una colonna corazzata tedesca. I nomi di questi caduti sono Pietro Poletto (Peter), Ardeo De Vivo (Mimi), Oscar Pisciutta (Paolo), Sergio Salomon (Dax), Renato Sottomani (Venerdì), Bruno Tormen (Mario) e Giovanni Sommavilla (Squalet).
Un’ultima minaccia e la risposta alleata
I tedeschi, messi alle strette, arrivarono a prendere in ostaggio donne, bambini, anziani e persino il parroco di Cusighe, usandoli come scudi umani per aprirsi un varco verso il Cadore. Di fronte al rifiuto dei comandi partigiani di lasciarli passare, minacciarono di bombardare Belluno con cannoni da 80 mm puntati sulla città.
Fu solo grazie alla mediazione tra il comando della zona “Piave” e la missione inglese “Simia”, guidata dal maggiore Tilman, che si decise di richiedere un intervento aereo alleato. Otto cacciabombardieri si alzarono in volo e colpirono la colonna tedesca: l’inferno si scatenò sulla strada. I tedeschi superstiti fuggirono verso il monte Serva, ma vennero infine sopraffatti dalle truppe partigiane.
Una liberazione pagata a caro prezzo
Il 1° maggio 1945 si concluse così con un misto di vittoria e lutto. Belluno e l’Oltrardo furono finalmente liberi, ma il prezzo fu altissimo: vite spezzate, famiglie distrutte, ferite ancora aperte. L’episodio è ricordato anche nel libro “Polenta e sassi” di Emilio Sarzi Amadè, che racconta con crudezza la battaglia finale e la ferocia della ritirata tedesca:
“… quando il battaglione di Macario ha visto i carri armati americani che venivano su da Ponte nelle Alpi si è lanciato all’attacco della colonna tedesca che era sulla strada, e i carri armati sono tornati indietro e i tedeschi hanno sparato con un fuoco d’inferno e hanno fatto fuori una dozzina di uomini e adesso Macario è pieno di pallottole, e poi hanno fucilato dei civili vicino alla strada”.
Il 2 maggio 1945 i tedeschi in ritirata presso Salce (Belluno) uccidono Amorino Cassol.
Sempre il 2 maggio 1945 giunge ad Orzes, frazione di Belluno, una colonna tedesca in ritardo rispetto alle altre in ritirata. I soldati sparano sui passanti e ne feriscono due. Luigi Merlin viene ricoverato in ospedale ma muore per l’infezione alla ferita il 5 maggio 1945.
Oggi, a distanza di ottant’anni, è fondamentale non dimenticare.
Quelle giornate tragiche e valorose raccontano la forza di una popolazione che ha resistito all’orrore e ha combattuto per la libertà, anche a costo della vita.
Michele Sacchet, 1° Maggio 1945: a Belluno l’ultimo sangue prima della libertà, Gruppo Alpini Salce, 1 maggio 2025#1 #1945 #21 #30 #alleati #aprile #Belluno #chiesa #fascisti #Fiammoi #frazioni #fuga #Giamosa #gruppoalpinisalce #guerra #maggio #MicheleSacchet #partigiani #Resistenza #ritirata #Safforze #SanLiberale #SanPietroInCampo #stragi #tedeschi
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Il 1° maggio 1945 a Belluno fu un giorno di sangue
Belluno: la chiesa di San Liberale. Fonte: Wikiloc[…] La ritirata tedesca e la resistenza partigiana
A fine aprile 1945, la strada tra Belluno e Ponte nelle Alpi era percorsa da un flusso continuo di truppe tedesche in fuga verso il Cadore. Il Battaglione partigiano “Palman”, comandato da Francesco Del Vesco detto “Macario”, operava nella zona tra San Liberale e Safforze. Il 25 aprile, nei pressi di Andreane, i partigiani attaccarono una colonna motorizzata tedesca, infliggendo gravi perdite. Da quel momento si aprì una fase di scontri quasi continui, culminata in una battaglia nel centro di Fiammoi, dove persino le donne del paese parteciparono attivamente respingendo l’avanzata nemica.
Il 21 aprile 1945 a Giamosa, frazione del comune di Belluno, viene fermato dai tedeschi un partigiano (sul cui nome non c’è certezza) che, trovato in possesso di un caricatore, viene fucilato sul posto.
Il 30 aprile 1945 le operazioni insurrezionali attorno a Belluno sono in pieno svolgimento. Fin dal mattino i partigiani attaccano il presidio tedesco di Castion (Belluno), che oppone una dura resistenza. I tedeschi prendono molti ostaggi in paese, incendiano diversi edifici, costringono il parroco a togliere il tricolore dal campanile della chiesa e saccheggiano la canonica, oltre a molte case. Infine uccidono, forse perché scambiato per partigiano, un uomo malato di mente che si trovava sulla loro strada.
Quella mattina (30 aprile 1945) i partigiani della zona di Bolzano Bellunese (Belluno) fanno prigionieri 25 tedeschi in ritirata che avevano trovato alloggio in una stalla a Travazzoi (Belluno). I tedeschi, però, informati del fatto, inviano rinforzi per liberare i compagni. Durante le operazioni viene ucciso Mario Mares e ferito un altro uomo.
La situazione era ormai esplosiva: le strade erano intasate da soldati tedeschi allo sbando. Quella notte, il “Palman” ingaggiò nuovi combattimenti. Alle prime luci del 1° maggio, con gli Alleati ormai vicini, i tedeschi iniziarono a scatenare rappresaglie violente sulla popolazione.
L’ira cieca dei nazisti sui civili
Il 1° maggio fu un giorno di sangue. A San Pietro in Campo, i tedeschi, in ritirata e sotto pressione sia dalle forze partigiane sia dalle avanguardie alleate, reagirono con ferocia contro la popolazione civile. La strada che da Belluno porta a Ponte nelle Alpi, diventata una delle principali vie di fuga, si trasformò anche in un teatro di stragi.
Per garantirsi il passaggio, i soldati tedeschi iniziarono a prendere civili come ostaggi, con l’obiettivo di usarli come scudi umani. Tra questi, a San Pietro in Campo, cercarono di prelevare Lino Fistarol e il figlio Gino. La moglie e madre, Luigia Rossa, si oppose disperatamente: si aggrappò ai suoi congiunti per impedirne la cattura. I soldati, innervositi, tentarono di strapparla con la forza. La picchiarono brutalmente con i calci dei fucili e, infine, fucilarono tutti e tre davanti alla loro casa. Luigia Rossa aveva già visto morire un cognato nei giorni precedenti.
Alla Rossa, poche ore dopo, vennero uccise altre persone. I tentativi dei tedeschi di entrare a Fiammoi vennero invece respinti: la popolazione, affiancata dai partigiani, oppose una resistenza decisa. Si scatenò una vera battaglia in cui persero la vita Fiori Sala, Marino Schiocchet (ricordato nella chiesetta di San Matteo a Sala), Antonio Brino “Italo” e Antonio Pampanin “Rapido”. Il comandante del battaglione Palman, Francesco Del Vesco “Macario”, fu gravemente ferito e morì il 14 maggio all’ospedale di Belluno.
L’eccidio di Porta Feltre (ora Piazzale Marconi) a Belluno
Il 1° Maggio 1945 anche Piazzale Marconi a Belluno, registrò delle vittime a causa della furia nazista, in particolare sette partigiani che tentarono di bloccare una colonna corazzata tedesca. I nomi di questi caduti sono Pietro Poletto (Peter), Ardeo De Vivo (Mimi), Oscar Pisciutta (Paolo), Sergio Salomon (Dax), Renato Sottomani (Venerdì), Bruno Tormen (Mario) e Giovanni Sommavilla (Squalet).
Un’ultima minaccia e la risposta alleata
I tedeschi, messi alle strette, arrivarono a prendere in ostaggio donne, bambini, anziani e persino il parroco di Cusighe, usandoli come scudi umani per aprirsi un varco verso il Cadore. Di fronte al rifiuto dei comandi partigiani di lasciarli passare, minacciarono di bombardare Belluno con cannoni da 80 mm puntati sulla città.
Fu solo grazie alla mediazione tra il comando della zona “Piave” e la missione inglese “Simia”, guidata dal maggiore Tilman, che si decise di richiedere un intervento aereo alleato. Otto cacciabombardieri si alzarono in volo e colpirono la colonna tedesca: l’inferno si scatenò sulla strada. I tedeschi superstiti fuggirono verso il monte Serva, ma vennero infine sopraffatti dalle truppe partigiane.
Una liberazione pagata a caro prezzo
Il 1° maggio 1945 si concluse così con un misto di vittoria e lutto. Belluno e l’Oltrardo furono finalmente liberi, ma il prezzo fu altissimo: vite spezzate, famiglie distrutte, ferite ancora aperte. L’episodio è ricordato anche nel libro “Polenta e sassi” di Emilio Sarzi Amadè, che racconta con crudezza la battaglia finale e la ferocia della ritirata tedesca:
“… quando il battaglione di Macario ha visto i carri armati americani che venivano su da Ponte nelle Alpi si è lanciato all’attacco della colonna tedesca che era sulla strada, e i carri armati sono tornati indietro e i tedeschi hanno sparato con un fuoco d’inferno e hanno fatto fuori una dozzina di uomini e adesso Macario è pieno di pallottole, e poi hanno fucilato dei civili vicino alla strada”.
Il 2 maggio 1945 i tedeschi in ritirata presso Salce (Belluno) uccidono Amorino Cassol.
Sempre il 2 maggio 1945 giunge ad Orzes, frazione di Belluno, una colonna tedesca in ritardo rispetto alle altre in ritirata. I soldati sparano sui passanti e ne feriscono due. Luigi Merlin viene ricoverato in ospedale ma muore per l’infezione alla ferita il 5 maggio 1945.
Oggi, a distanza di ottant’anni, è fondamentale non dimenticare.
Quelle giornate tragiche e valorose raccontano la forza di una popolazione che ha resistito all’orrore e ha combattuto per la libertà, anche a costo della vita.
Michele Sacchet, 1° Maggio 1945: a Belluno l’ultimo sangue prima della libertà, Gruppo Alpini Salce, 1 maggio 2025#1 #1945 #21 #30 #alleati #aprile #Belluno #chiesa #fascisti #Fiammoi #frazioni #fuga #Giamosa #gruppoalpinisalce #guerra #maggio #MicheleSacchet #partigiani #Resistenza #ritirata #Safforze #SanLiberale #SanPietroInCampo #stragi #tedeschi
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Il 1° maggio 1945 a Belluno fu un giorno di sangue
Belluno: la chiesa di San Liberale. Fonte: Wikiloc[…] La ritirata tedesca e la resistenza partigiana
A fine aprile 1945, la strada tra Belluno e Ponte nelle Alpi era percorsa da un flusso continuo di truppe tedesche in fuga verso il Cadore. Il Battaglione partigiano “Palman”, comandato da Francesco Del Vesco detto “Macario”, operava nella zona tra San Liberale e Safforze. Il 25 aprile, nei pressi di Andreane, i partigiani attaccarono una colonna motorizzata tedesca, infliggendo gravi perdite. Da quel momento si aprì una fase di scontri quasi continui, culminata in una battaglia nel centro di Fiammoi, dove persino le donne del paese parteciparono attivamente respingendo l’avanzata nemica.
Il 21 aprile 1945 a Giamosa, frazione del comune di Belluno, viene fermato dai tedeschi un partigiano (sul cui nome non c’è certezza) che, trovato in possesso di un caricatore, viene fucilato sul posto.
Il 30 aprile 1945 le operazioni insurrezionali attorno a Belluno sono in pieno svolgimento. Fin dal mattino i partigiani attaccano il presidio tedesco di Castion (Belluno), che oppone una dura resistenza. I tedeschi prendono molti ostaggi in paese, incendiano diversi edifici, costringono il parroco a togliere il tricolore dal campanile della chiesa e saccheggiano la canonica, oltre a molte case. Infine uccidono, forse perché scambiato per partigiano, un uomo malato di mente che si trovava sulla loro strada.
Quella mattina (30 aprile 1945) i partigiani della zona di Bolzano Bellunese (Belluno) fanno prigionieri 25 tedeschi in ritirata che avevano trovato alloggio in una stalla a Travazzoi (Belluno). I tedeschi, però, informati del fatto, inviano rinforzi per liberare i compagni. Durante le operazioni viene ucciso Mario Mares e ferito un altro uomo.
La situazione era ormai esplosiva: le strade erano intasate da soldati tedeschi allo sbando. Quella notte, il “Palman” ingaggiò nuovi combattimenti. Alle prime luci del 1° maggio, con gli Alleati ormai vicini, i tedeschi iniziarono a scatenare rappresaglie violente sulla popolazione.
L’ira cieca dei nazisti sui civili
Il 1° maggio fu un giorno di sangue. A San Pietro in Campo, i tedeschi, in ritirata e sotto pressione sia dalle forze partigiane sia dalle avanguardie alleate, reagirono con ferocia contro la popolazione civile. La strada che da Belluno porta a Ponte nelle Alpi, diventata una delle principali vie di fuga, si trasformò anche in un teatro di stragi.
Per garantirsi il passaggio, i soldati tedeschi iniziarono a prendere civili come ostaggi, con l’obiettivo di usarli come scudi umani. Tra questi, a San Pietro in Campo, cercarono di prelevare Lino Fistarol e il figlio Gino. La moglie e madre, Luigia Rossa, si oppose disperatamente: si aggrappò ai suoi congiunti per impedirne la cattura. I soldati, innervositi, tentarono di strapparla con la forza. La picchiarono brutalmente con i calci dei fucili e, infine, fucilarono tutti e tre davanti alla loro casa. Luigia Rossa aveva già visto morire un cognato nei giorni precedenti.
Alla Rossa, poche ore dopo, vennero uccise altre persone. I tentativi dei tedeschi di entrare a Fiammoi vennero invece respinti: la popolazione, affiancata dai partigiani, oppose una resistenza decisa. Si scatenò una vera battaglia in cui persero la vita Fiori Sala, Marino Schiocchet (ricordato nella chiesetta di San Matteo a Sala), Antonio Brino “Italo” e Antonio Pampanin “Rapido”. Il comandante del battaglione Palman, Francesco Del Vesco “Macario”, fu gravemente ferito e morì il 14 maggio all’ospedale di Belluno.
L’eccidio di Porta Feltre (ora Piazzale Marconi) a Belluno
Il 1° Maggio 1945 anche Piazzale Marconi a Belluno, registrò delle vittime a causa della furia nazista, in particolare sette partigiani che tentarono di bloccare una colonna corazzata tedesca. I nomi di questi caduti sono Pietro Poletto (Peter), Ardeo De Vivo (Mimi), Oscar Pisciutta (Paolo), Sergio Salomon (Dax), Renato Sottomani (Venerdì), Bruno Tormen (Mario) e Giovanni Sommavilla (Squalet).
Un’ultima minaccia e la risposta alleata
I tedeschi, messi alle strette, arrivarono a prendere in ostaggio donne, bambini, anziani e persino il parroco di Cusighe, usandoli come scudi umani per aprirsi un varco verso il Cadore. Di fronte al rifiuto dei comandi partigiani di lasciarli passare, minacciarono di bombardare Belluno con cannoni da 80 mm puntati sulla città.
Fu solo grazie alla mediazione tra il comando della zona “Piave” e la missione inglese “Simia”, guidata dal maggiore Tilman, che si decise di richiedere un intervento aereo alleato. Otto cacciabombardieri si alzarono in volo e colpirono la colonna tedesca: l’inferno si scatenò sulla strada. I tedeschi superstiti fuggirono verso il monte Serva, ma vennero infine sopraffatti dalle truppe partigiane.
Una liberazione pagata a caro prezzo
Il 1° maggio 1945 si concluse così con un misto di vittoria e lutto. Belluno e l’Oltrardo furono finalmente liberi, ma il prezzo fu altissimo: vite spezzate, famiglie distrutte, ferite ancora aperte. L’episodio è ricordato anche nel libro “Polenta e sassi” di Emilio Sarzi Amadè, che racconta con crudezza la battaglia finale e la ferocia della ritirata tedesca:
“… quando il battaglione di Macario ha visto i carri armati americani che venivano su da Ponte nelle Alpi si è lanciato all’attacco della colonna tedesca che era sulla strada, e i carri armati sono tornati indietro e i tedeschi hanno sparato con un fuoco d’inferno e hanno fatto fuori una dozzina di uomini e adesso Macario è pieno di pallottole, e poi hanno fucilato dei civili vicino alla strada”.
Il 2 maggio 1945 i tedeschi in ritirata presso Salce (Belluno) uccidono Amorino Cassol.
Sempre il 2 maggio 1945 giunge ad Orzes, frazione di Belluno, una colonna tedesca in ritardo rispetto alle altre in ritirata. I soldati sparano sui passanti e ne feriscono due. Luigi Merlin viene ricoverato in ospedale ma muore per l’infezione alla ferita il 5 maggio 1945.
Oggi, a distanza di ottant’anni, è fondamentale non dimenticare.
Quelle giornate tragiche e valorose raccontano la forza di una popolazione che ha resistito all’orrore e ha combattuto per la libertà, anche a costo della vita.
Michele Sacchet, 1° Maggio 1945: a Belluno l’ultimo sangue prima della libertà, Gruppo Alpini Salce, 1 maggio 2025#1 #1945 #21 #30 #alleati #aprile #Belluno #chiesa #fascisti #Fiammoi #frazioni #fuga #Giamosa #gruppoalpinisalce #guerra #maggio #MicheleSacchet #partigiani #Resistenza #ritirata #Safforze #SanLiberale #SanPietroInCampo #stragi #tedeschi
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La qualità delle relazioni costituisce da sempre un elemento determinante per l’attività criminale
Le organizzazioni criminali a scopo economico e/o ideologico costituiscono da sempre un sottogruppo delle organizzazioni segrete. In quanto tali, esse pervengono agli studiosi come entità di difficile comprensione e studio per via dell’interazione fra la caratteristica del segreto e quella dell’illegalità <327.
La gestione congiunta di questa miscellanea di elementi ripercuote i propri effetti sulla natura organizzativa dei soggetti attivi imponendo agli stessi dinamiche mutagene e la proliferazione di trade-offs fra risorse in campo. Così, un problema comune alle due esperienze qui in oggetto investe, de facto, la configurazione organizzativa delle stesse e quel ventaglio di cointeressenze e legami instauratisi al loro interno. Gli interrogativi che si offrono al cospetto di uno studio dilettato dalle meccaniche che possono aver abitato simili processi interrelazioni rimangono molteplici. Come si organizzano i gruppi clandestini dell’Italia del tempo? Esistono somiglianze fra l’assetto mafioso e quello terroristico? La rete dell’una o dell’altra evolve e si ibrida a seguito di processi alterativi propri o risente di dinamiche esogene? Per ovviare a questi interrogativi la teoria dell’organizzazione nel corso degli anni ha dato grande rilevanza ad un’indagine sulle prospettive recondite delle reti (legami) e sugli schemi comparativi delle costruzioni strategiche in cui essi operano (strutture). Sulla falsa riga di ciò può, pertanto, rivelarsi complementare al dialogo fra scienza storica, sociologia e diritto la riflessione avviata dal sociologo Mark Granovetter sul delicato tema delle risorse sociali e del capitale sociale. Nell’opera “La forza dei legami deboli e altri saggi” <328 il padre della nuova sociologia economica intuì la possibilità di collegare il job matching analizzato nei suoi studi sulla disoccupazione -e gli andamenti di mercato- alle problematiche inficianti l’analisi dei networks. La tesi muoveva dall’idea secondo cui la scomposizione dei processi intercorrenti nei reticoli di relazioni interpersonali potesse fornire un fruttuoso ponte di collegamento fra il livello micro e quello macro-sociologico, mostrando l’esistenza di un diretta proporzionalità tra l’interazione su scala ridotta e le conseguenze su un piano sociale più esteso. La riproposizione del modello granvettiano al crime network nexus impone prioritariamente un ragionamento in termini di legami e non di scelte. Tale lettura non implica la predominanza di un’interpretazione (sui motivi dell’avvicinamento fra crimine e terrorismi) dettata dalla sola interscambiabilità di legami e relazioni bensì ci spinge, alla luce degli antecedenti cronistorici fino ad ora accennati, a diversificare il pulviscolo di rapporti oscillando da una prospettiva individuale ad una di comunità. Il punto diventa ancora più complesso se rapportato anche alle diversità congenite espresse dalle due generazioni del neofascismo eversivo e dagli stessi approcci metodologici posti in campo. Tenuto conto di tutte le criticità del caso diviene allora indispensabile procedere nella dissertazione con sistematicità e affrontare la dicotomia “legame-struttura” di cui si è accennato in apertura.
I Legami
La qualità delle relazioni costituisce da sempre un elemento determinante per l’attività criminale <329. Nell’ultimo ventennio gli studi sulla criminalità organizzata hanno catalizzato molte risorse nell’approccio alla materia (Patacchini-Zenou, Sciarrone, Storti) oltre ad aver dimostrato l’incisività di certi tipi di legame nell’incremento della produttività illecita. La distinzione fra legami forti e deboli, elaborata nel 1973 dal sociologo Granovetter <330, diviene la cartina di tornasole entro cui valutare la transitorietà dei flussi informativi e relazionali del network. I legami forti si contraddistinguono per intensità ed elevata frequenza nelle interazioni pur essendo, nella maggior parte dei casi, portatori sani di una ridondanza informativa o strategica provocata dall’elevata interdipendenza fra attori. Viceversa, essendo i weak ties rivelatori di una trascurabile intensità essi appaiono idonei a fornire nuovi canali, garantendo alla rete maggiore resilienza e connettività fra attori distanti, oltre ad un accesso alle risorse informative rimaste intrappolate fra i soli legami forti. Inevitabile segnalare come la mancanza di ridondanza favorisca il successo criminale del network tutto <331, in linea con la trasversalità di un’adiacenza tra mafie e terrorismo imperniata sulla tutela degli standard di segretezza e sulla proliferazione di legami ponte. Poiché per queste organizzazioni la gestione del segreto implica innanzitutto coordinare le informazioni, sia contenendo la diffusione di quanto si sa, sia nella ricerca di nuove informazioni (spionaggio), il trading richiederà una ragnatela di legami laschi, durevoli anche nell’extrema ratio della rimozione di uno di essi. Ove non esita una triade di rapporti fra soggetto A, B e C, nessuno strong tie potrà mai costituire un ponte, salvo gli sporadici casi in cui nessuna delle parti in causa abbia altri legami forti <332. Deduttivamente, allora, è intuibile la corrispondenza di ruolo fra ponte e legame lasco, ambedue impiegati per creare collegamenti più celeri all’interno delle reti e, in virtù di ciò, assunti ad unica alternativa praticabile per gli individui. Sicché, i soggetti meglio posizionati in una rete sono potenzialmente coloro i quali abusano di legami deboli e costituiscono ponti (c.d. trait d’union), l’analisi granovettiana troverebbe terreno fertile nel ricostruire, in una dimensione micro-individuale, la facilità celata dietro i cambi di casacca di numerosi interpreti della prima stagione eversiva dopo i decreti di scioglimento di ON e AN (Bellini, Dominici, Rampulla). E ancora: esegesi storica e indagine sulla forza dei legami trovano un’ulteriore punto di convergenza laddove la rimozione di un legame mediamente debole arrechi danni maggiori alle probabilità di trasmissione rispetto ad un vincolo forte. Il caso trova una sua simmetria storica all’indomani della diaspora dei militanti delle sigle sciolte (con decreto ministeriale) per tentata ricostruzione del dissolto partito fascista. La recisione di un vincolo forte per ordinovisti e avanguardisti non sortì gli effetti sperati dalle autorità inquirenti, le quali restarono focalizzate unicamente sull’abbattimento del contenitore associativo senza realizzare un inasprimento delle pene edittali per i singoli imputati. L’errore, comune nelle inchieste sul terrorismo, se da un lato esemplifica il grado di resilienza dei legami ponte celati dietro alle figure apicali della galassia eversiva, parimenti racconta la nascita di un’aura di eterna impunità che, nel corso del trentennio successivo, parificherà grandi boss della malavita organizzata e precursori del terrorismo stragista <333. Entrambe le figure resteranno accomunate da uno spiccato senso di adattamento al mutamento sociale, acuito da una gestione del patrimonio informativo correlata al bagaglio di legami laschi in loro possesso <334.
Esistono poi ripercussioni che i reticoli sociali possono ingenerare sui comportamenti dei singoli consociati. Il differente grado di densità assunta in zone del perimetro <335 circoscrive due porzioni di network: una dominata da rapporti amicali diretti e rinominata “a maglia chiusa”; ed un’altra estesa lungo tratti conoscitivi ignoti e battezzata “a maglia aperta”. In questa seconda circoscrizione Granovetter identifica l’esistenza di legami elastici propensi non solo a condizionare la possibilità dell’individuo di manipolare il reticolo ma, addirittura, idonei a veicolare idee, influenze o informazioni socialmente distanti dal baricentro del singolo attore. In un’impostazione all’interno della quale la centralità del legame debole impersonifica il ruolo di risorsa per la mobilità volontaria e di catalizzatore di coesione sociale <336, non meraviglia il fatto che militanti neofascisti, transitati fra le fila delle consorterie mafiose, abbiano potuto spostare non soltanto il reticolo di legami da un campo all’altro, bensì istituire un vero punto di snodo <337.
Infine, l’esame del fascio di relazioni rasenti una comunità può disvelare i motivi per cui certe strutture, in vista di obiettivi comuni, riescano ad organizzarsi celermente senza incappare in avversità logistiche. Una prima risposta andrebbe ricercata nella vocazione interclassista del terrorismo eversivo italiano. Mentre Granovetter per comprovare la relazione intercorrente fra una collettività molto attiva nel tessuto sociale e la densità di legami ponte utilizzò, quale canone di paragone, il confronto fra la reazione della comunità di Charlestown e quella di Boston ad una proposta di rinnovamento urbano, nel nostro studio è possibile sviluppare un ragionamento affine. Il network nero attinse, sin dalla sua nascita, potenzialità da mondi e sottosistemi sociali diversi <338, costruendo le condizioni esistenziali affinché potessero fiorire connessioni ponte. Mentre fino al biennio ’75-77 la galassia fascista ha esteso il suo ventaglio di relazioni coltivando rapporti trasversali con apparati dell’intelligence interno (SID e UAAR), mondo dell’imprenditoria, l’internazionale nera, il mondo istituzionale (MSI), fino ai grandi movimenti generazionali del ’68, nella sua seconda vita essa ha valorizzato in misura ridotta la genuinità dei suoi “bridge ties”, assumendo una posizione spontaneista che ne ha inevitabilmente modificato anche gli assetti strutturali. E così, applicando al nostro caso di studio lo schema teorico di comunità avanzato dal sociologo statunitense, pare calzante la lettura in base alla quale quanti più ponti locali esitano in una comunità, e quanto maggior sia il loro grado, tanto più la comunità sarà coesa e in grado di agire in modo concertato e impermeabile <339.
[NOTE]
327 M. CATINO, L’organizzazione del segreto nelle associazioni mafiose, Rassegna italiana di sociologia, gennaio 2014, pag. 262.
328 M. GRANOVETTER, La forza dei legami deboli ed altri saggi, Editore Liguori, Napoli, 1998.
329 F. CALDERONI, Le reti delle mafie, Vita e pensiero, Milano 2018, pag.62.
330 M. GRANOVETTER, The Strenght of Weak Ties, American Journal of Sociology, 78 n.6, pp. 1360.1380.
331 C. MORSELLI, P. TREMBLEY, Criminal Achievment, Offender Networks and the Benefits of low self-control, Criminology, 42, n.3, pag.782.
332 M. GRANOVETTER, La forza dei legami deboli ed altri saggi, Editore Liguori, Napoli, 1998, pp.123-124.
333 Si pensi alla figura di Massimo Carminati, leader di una delle due associazioni a delinquere coinvolte nell’inchiesta Mafia Capitale e uomo accreditatosi ai cartelli criminali per via del suo curriculum penale da eterno impunito. Il punto è trattato in: Tribunale di Roma, Ufficio VI, ordinanza n. 30546/10 R.G. Mod. 21, Gip Flavia Costantini, Roma, 28 novembre 2014, pag.42.
334 Per Granovetter “i soggetti meglio piazzati per diffondere innovazioni difficili nella rete, sono quelli che hanno molti legami deboli, in quanto alcuni di questi legami costituiscono dei ponti locali. Un’innovazione inizialmente impopolare, diffusa da soggetti con pochi legami deboli, avrà più probabilità di restare confinata in pochi circoli ristretti, quindi di morire sul nascere…”. M. GRANOVETTER, La forza dei legami deboli ed altri saggi, Editore Liguori, Napoli, 1998, p.127.
335 Definito da Granovetter quale “reticolato egocentrico”.
336 M. GRANOVETTER, La forza dei legami deboli ed altri saggi, Editore Liguori, Napoli, 1998, pp. 135-137.
337 Ivi cit., p.137.
338 Il punto sarà trattato nel sottoparagrafo successivo.
340 M. CATINO, Mafia organizations. The visible hand of criminal enterprise, Cambridge University Press, Cambridge 2019, pag.152.
Giuliano Benincasa, Criminalità Organizzata. Sviluppo, metamorfosi e contaminazione dei rapporti fra criminalità organizzata ed eversione neofascista: ibridazione del metodo del metodo mafioso o semplice convergenza oggettiva?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2020-2021#AN #criminalità #destra #FrancescoCalderoni #GiulianoBenincasa #illegalità #legami #mafie #MarkGranovetter #neofascisti #ON #organizzata #organizzazioni #qualità #relazioni #segrete #sociologo #stragi #terrorismo
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dobbiamo mobilitarci, andare sotto le finestre degli #ArchiviDiStato a esprimere il nostro sdegno per la decisione di negare ai cittadini italiane le sentenze sulle #Stragi: è oltre ogni decenza istituzionale e umana
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Una costante rappresentata sia dai numerosi depistaggi, sia dagli apparati statali che obbedivano a logiche diverse rispetto a quelle democratiche
Come si è detto, molti (intellettuali, politici, giudici ecc.) hanno dato ai fatti accaduti in quegli anni un’interpretazione unitaria del fenomeno terrorista di matrice neofascista come di una gigantesco sistema di protezione del potere ordito dalla classe dirigente del Paese. Una classe dirigente senza scrupoli avrebbe guidato le operazioni terroristiche (e golpiste) allo scopo di trarre vantaggi politici (rafforzare deboli coalizioni governative, ottenere il voto degli elettori) e per eliminare il pericolo del sorpasso delle forze di sinistra. Il terrorismo nero non sarebbe stato altro che un componente di un piano molto più ambizioso: “la strategia della tensione”.
Questa posizione può essere riassunta nel famoso articolo di Pasolini pubblicato sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 e dal titolo “Cos’è questo golpe? Io so”. <54 Una visione degli anni di piombo che godette di grandissima popolarità e conta ancora oggi un gran numero di sostenitori. <55
Tuttavia, un’immagine così unitaria dell’eversione neofascista non pare sufficiente a spiegare il fenomeno. Leggendo l’opera di Satta, centrando l’attenzione sull’attività degli apparati dello Stato coinvolti nella lotta antiterrorista ed esaminando i fatti, ci si rende conto che questi presentano una realtà contraddittoria e spesso rendono impossibile usare un’unica chiave interpretativa.
Analizzando cronologicamente l’attività terrorista di matrice fascista, ad esempio, si osserva che le date degli attentati non coinciderebbero con nessun concreto successo del PCI. <56 Non sarebbe dunque possibile giungere all’unica conclusione che questa non possa che essere considerata come una risposta anticomunista, dovuta al pericolo rappresentato dai crescenti successi del PCI in ambito politico. Invece, lo stragismo sarebbe stato, secondo Satta, la manifestazione di una strategia antisistema, antidemocratica e anticapitalista. Lo dimostrerebbero ad esempio le parole di Franco Freda, <57 nonché il fatto che una volta fallito l’obiettivo di destabilizzazione dell’ordine democratico, gli stessi terroristi avrebbero fatto un passo indietro. <58
D’altra parte, non si possono dimenticare le irregolarità commesse durante i processi, le collusioni dimostrate tra servizi segreti e ambienti neofascisti, le responsabilità dei dirigenti politici, degli organi di stampa, il coinvolgimento di istanze straniere, aspetti negativi solo parzialmente compensati dall’operato e dagli esiti in parte positivi di indagini e processi che avevano finito per individuare almeno la matrice degli attentati e messo in luce le irregolarità e collusioni di cui sopra.
Mirco Dondi giunge ad inserire il terrorismo degli anni di piombo all’interno della costruzione di uno “Stato intersecato”, nel quale diverse strutture si sovrapponevano facendo sì che uomini dei servizi segreti fossero allo stesso tempo parte delle organizzazioni eversive. <59 Le conseguenze sulla vita democratica di tale struttura sarebbero state devastanti: non solo attentati terroristici, ma la possibilità di influire sulle nomine delle forze armate e degli apparati di sicurezza, e condizionando la giustizia.
Invece, parlare di un vero e proprio “terrorismo o stragismo di Stato”, parrebbe improprio, essenzialmente perché “Stato” è un concetto complesso, in cui intervengono soggetti assai diversi tra loro. Durante “gli anni di piombo” le istituzioni dello Stato e della società civile (apparati di polizia, della magistratura, rappresentanti politici, i sindacati) hanno lavorato duramente e in una situazione sommamente difficile per sconfiggere il terrorismo. Mentre non esisterebbero prove che «un ceto dirigente di governo o una sua parte significativa abbiano pianificato stragi e assassinii». <60
Secondo Satta, questo uso improprio del concetto di strage, che si è propagato a macchia d’olio fra i giovani di sinistra e questa visione dello Stato italiano come di un assassino che addirittura pianifica gli attentati, si sommava, o ne era la conseguenza, ad un antistatalismo già diffuso nel Paese. <61 All’epoca ebbe senz’altro delle conseguenze importantissime e gravi, contribuendo a creare un ambiente propizio alla legittimazione di una risposta terroristica e violenta.
Tornando a Pasolini, si deve ricordare che il suo punto di vista non era né quello dello storico, né del giurista, ma di un intellettuale, un poeta, la cui missione, potremmo dire, è quella di illuminare i comuni mortali su una verità che va oltre i dati di fatto. Il contributo di Pasolini rimane estremamente prezioso in un’epoca nella quale la prassi comune nella società italiana, dalle istituzioni statali alla familia, era comunque quella di mettere a tacere tutto quello che poteva risultare scomodo. Era la voce di chi, dotato di una particolare sensibilità, avvertiva gli scompensi del sistema e voleva muovere le nuove generazioni a prendere in mano le redini della propia vita e a ricercare la verità attivamente, anche oltre le apparenze. Si trattava inoltre di una critica necessaria che avrebbe propiziato il dibattito fra le forze politiche e le diverse istanze della società e attraverso il quale si potè avanzare nel chiarire e organizzare un’efficace risposta al terrorismo, una risposta che, per vincere, doveva provenire dall’insieme della società italiana.
[NOTE]
54 Pier Paolo Pasolini, “Cos’è questo golpe? Io so”, in Corriere della Sera, 14 novembre 1974, in http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html, consultato il 02/08/18.; Mirco Dondi, L’eco del boato…, cit., p. 395. Dondi precisa che l’articolo di Pasolini uscì pochi giorni dopo l’arresto del generale Vito Miceli che era stato capo del Sid, accusato di cospirazione contro lo Stato.
55 Tra questi c’è ad esempio Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi, Torino 2011, p. 525. Il titolo dell’articolo di Pasolini è stato poi più volte ripreso, riutilizzato e adattato da molti anche in tempi recentissimi (come ricorda Guido Vitiello nel suo articolo “Più Sciascia e meno Pasolini”, in La Lettura, supplemento domenicale del Corriere della Sera, 19 dicembre 2012, in http://lettura.corriere.it/piu-sciascia-meno-pasolini/, consultato il 28/08/18), come nel caso del magistrato Antonio Ingroia, autore insieme a Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza del libro Io so, Chiarelettere, 2012, che cerca di ricostruire la verità dei rapporti fra mafia e Stato.
56 Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica…, cit., p. 428.
57 Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica…, cit., p. 263 e ss.
58 Secondo Satta, il terrorismo di matrice fascista si fu progressivamente debilitando, non tanto per i meriti delle forze di polizia o dei servizi segreti, ma più probabilmente perché vide poco a poco sfumare i suoi obiettivi politici. Vladimiro Satta, “La risposta dello Stato al terrorismo: gli apparati e la legislazione”, in Vene aperte del delitto Moro: terrorismo, PCI, trame e servizi segreti. – (Radici del presente), Firenze, Mauro Pagliai, 2009, p. 241.
59 Mirco Dondi, L’eco del boato…, cit., p. 400 e ss. L’autore individua tre livelli: i Nuclei di difesa dello Stato, di emanazione statale; la Rosa dei Venti e la Loggia P2 con importanti rappresentanti delle istituzioni; ON, AN, Fronte nazionale, Mar e Ordine nero, “cinque organizzazioni i cui atti criminosi sono coperti dalle istituzioni”. Le prime tre avrebbero avuto funzioni superiori rispetto alle altre.
60 Sono queste le parole dello storico Giovanni Sabbatucci nell’intervista rilasciata a Gian Guido Vecchi e pubblicata con il titolo “Lo stragismo di Stato? Categoria che non esiste”, in Corriere della Sera, 15 settembre 2008, in https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20080915/281805689734907, consultato il 10/07/17. Secondo Sabbatucci: «Terrorismo di Stato è il nazismo, naturalmente. Sono Stalin, il regime militare argentino, i colonnelli greci […] Ma deve avere una regia politica, istituzionale. […] E invece in Italia la formula si è ripetuta con disinvoltura».
61 Alessandro Naccarato, Difendere la democrazia…, cit., p. 26.
Lilia Zanelli, Gli anni di piombo nella letteratura e nell’arte degli anni Duemila, Tesi di dottorato, Università di Salamanca, 2018In questo contesto, il 17 maggio 1973, davanti alla Questura di Milano, durante una cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi, lo scoppio di un ordigno provocò la morte di quattro persone. Subito arrestato, l’attentatore Gianfranco Bertoli si professò anarchico: una versione smentita successivamente dalle indagini della magistratura, da cui emersero contatti di rilievo con i servizi segreti italiani e, indirettamente, con quelli statunitensi <952. Anzitutto, si appurò che il Bertoli fosse un uomo della destra eversiva, vicino alla cellula veneta di On e a Carlo Maria Maggi. Bertoli inoltre era stata una fonte informativa del Sifar e poi del Sid, con tanto di retribuzione, e proprio da parte degli organismi di intelligence era scattata, subito dopo l’azione, la protezione e la copertura finalizzata a coprire l’identità politica dell’attentato. L’obiettivo della strage era quello di attentare alla vita di Rumor, presente alla commemorazione, colpevole di non aver proclamato lo stato di emergenza subito dopo la strage di Piazza Fontana e di aver promosso lo scioglimento di On nel febbraio 1972. In linea più generale, tuttavia, la strage si proponeva di determinare uno stato di caos e di tensione tale da rendere necessaria una svolta autoritaria. La matrice anarchica dell’attentato serviva solamente a mimetizzare i veri mandanti e responsabili dell’attentato, esattamente secondo le linee indicate nel Field Manual 30-31 e nel piano Chaos, volto a introdurre in gruppi di estrema sinistra elementi mimetizzati appartenenti a servizi di sicurezza o comunque legati agli ambienti estremisti, convincendo la popolazione che i colpevoli della strage fossero da individuare a sinistra. Per queste ragioni, e per tutti gli elementi emersi dalle inchieste giudiziarie che collegano Bertoli ad ambienti della destra e dell’intelligence, l’attentato alla Questura di Milano non può ritenersi un gesto isolato, ma va inserito all’interno della strategia della tensione e di un quadro costituito oltreoceano e già entrato in attività nei precedenti attentati che, attraverso una sofisticata opera di mimetizzazione, ha posto in essere l’operazione di occultamento della vera identità di Bertoli.
[…] I riflessi della svolta del 1974 si ebbero anche in Italia. Gli eventi susseguitisi durante tutto l’arco dell’anno fanno infatti pensare “a un mutamento parziale di strategia della Cia all’interno del blocco occidentale e dunque anche in Italia” <959. La portata di questo cambiamento si coglie nelle parole di Giovanni Pellegrino: “L’obiettivo strategico non mutò: restò ferma cioè la direzione di contrasto all’espansionismo comunista; a mutare furono i mezzi, meno rozzi e più sofisticati, cui fu affidato il perseguimento dell’obiettivo. Le tensioni sociali non sarebbero state più artificiosamente acuite nella prospettiva di creare le precondizioni di un golpe o comunque di una involuzione autoritaria delle istituzioni democratiche. Nel permanere e nel consolidarsi di queste, le tensioni sociali sarebbero state soltanto, in qualche modo ed entro certi militi, “tollerate” al fine di utilizzarne l’impatto su settori dell’opinione pubblica favorevoli al consolidamento elettorale di soluzioni politiche non eccessivamente sbilanciate a sinistra e sostanzialmente moderate” <960. Secondo questa ipotesi, pur continuando ad essere importante l’obiettivo di stabilizzare il quadro italiano, del quale preoccupavano soprattutto l’apertura a sinistra e le tensioni sociali, la strategia aggressiva che aveva caratterizzato l’operato degli Usa in Italia subì una battuta di arresto <961.
Gli aiuti finanziari occulti iniziarono ad essere distribuiti in maniera più cauta, evitando di destinarli ad esponenti dell’estrema destra e ai singoli candidati, e preferendo invece programmi elettorali circoscritti e ben definiti <962. Le forze che in Italia avevano tentato di sovvertire l’ordine democratico, si ritrovarono improvvisamente senza appoggio. In questo contesto appare comprensibile anche la decisione del governo italiano di colpire i vertici dello stato e gli esponenti delle organizzazioni più compromessi con l’eversione di destra <963.
[NOTE]
952 Il processo nei confronti di Bertoli, colto in flagranza, si concluse rapidamente con una condanna all’ergastolo emessa dalla Corte d’assise di Milano il 1° marzo 1975, confermata sia in appello che in cassazione e divenuta definitiva l’anno dopo. Più lungo fu invece l’iter del processo cui furono sottoposti Carlo Maria Maggi, Francesco Neami, Giorgio Boffelli, Amos Spiazzi e Carlo Digilio, accusati di essere stati i mandanti della strage e rinviati a giudizio il 18 luglio 1998 dal giudice istruttore di Milano Antonio Lombardi. A giudizio fu rinviato anche il generale Gian Adelio Maletti, capo del Reparto D del Sid, accusato di omissione di atti d’ufficio nonché di sottrazione e soppressione di atti e documenti riguardanti la sicurezza dello Stato. Le vicende giudiziarie e i fatti del 17 maggio sono ricostruiti da: P. Calogero, Questura di Milano, via Fatebenefratelli (17 maggio 1973), in A. Ventrone (a cura di), L’Italia delle stragi, cit. pp. 69-77.
959 N. Tranfaglia, La strategia della tensione e i due terrorismi, in C. Venturoli (a cura di), Come studiare il terrorismo e le stragi. Fonti e metodi, Venezia, Marsilio, 2002, pp. 42-43.
960 G. Pellegrino, Proposta di relazione, in Commissione stragi, cit. p. 116.
961 P. Pellizzari, La strage di piazza Loggia e l’occhio statunitense, in “Storia e Futuro. Rivista di storia e storiografia”, 20, giugno 2009, disponibile al link: http://storiaefuturo.eu/strage-piazza-loggia-locchio-statunitense/.
962 Gli aiuti poi saranno interrotti nel mese di dicembre 1974, per opposizione del Congresso allo stanziamento di 6 milioni di dollari da parte di Ford. C. Gatti, Rimanga tra noi, cit. pp. 144-145.
963 L. Cominelli, L’Italia sotto tutela, cit. p. 167.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020Dunque, dobbiamo sempre tenere conto di due elementi di fondo che per l’intelligence statunitense erano imprescindibili: una totale fedeltà atlantica (sancita pubblicamente con la firma del patto NATO) da una parte e un intransigente anticomunismo dall’altra. Gli americani, per assicurarsi che le nuove strutture italiane corrispondessero ad almeno uno di questi due principi, adottarono due linee diverse per l’uno e per l’altro servizio: – Per riformare il servizio militare si appoggiarono all’ambiente dell’antifascismo bianco e del lealismo monarchico, coi quali avevano già collaborato durante la guerra dopo l’otto settembre, e dei quali poterono assicurarsi la totale fedeltà soltanto dopo la firma del patto Nato, a cui seguirono altri protocolli di collaborazione molto stringenti; – Per il servizio informazione della polizia (ed in sostanza per tutta la pubblica sicurezza), la linea che si seguì fu quella del reintegro dei quadri dirigenti delle disciolte polizie d’epoca fascista (in particolare Ovra e Pai), il fervente anticomunismo dei quali non era messo in dubbio.
Claudio Molinari, I servizi segreti in Italia verso la strategia della tensione (1948-1969), Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2020-2021Il colpo di Stato organizzato da Edgardo Sogno mostra una natura molto diversa da quella del golpe Borghese: non è un colpo di Stato neofascista, poiché a suo dire Sogno odiava molto il fascismo, anche se l’odio verso di esso veniva di gran lunga superato dall’odio verso il comunismo, molto più viscerale. Questo è uno dei motivi per i quali inizialmente il progetto trovò approvazione sia in ambienti politici sia in ambienti militari, anche se venne successivamente accantonato perché secondo la valutazione dell’intelligence Usa e della Nato, avrebbe causato più problemi di quelli che voleva risolvere.
Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020Nel valutare i fattori che hanno contribuito a fare del 1974 un anno di svolta per la strategia della tensione, va riconosciuta anche “la sincera adesione ai valori di una democrazia parlamentare da parte delle maggiori forze politiche presenti in Parlamento. I pericoli che la democrazia correva nel difficilissimo periodo furono adeguatamente percepiti; le spinte anche internazionali verso una involuzione autoritaria furono certamente intuite, probabilmente conosciute, ma non assecondate” <968. Inoltre, le maggiori eredità del movimento del 1968 avevano favorito la creazione di un contesto sociale “contrario alle ricorrenti tentazioni di pronunciamenti militari e di involuzione autoritaria delle istituzioni, che nella seconda metà del decennio vennero quindi in gran parte abbandonate” <969.
[NOTE]
968 G. Pellegrino, Proposta di relazione, in Commissione stragi, cit. p. 118.
969 Ibidem.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020Una terza costante è rappresentata sia dai numerosi depistaggi, sia dagli apparati statali che obbedivano a logiche diverse rispetto a quelle democratiche <165. La difficoltà maggiore, nella stesura dell’elaborato, è dovuta proprio al fatto che su molte delle vicende trattate non sia stata fatta sufficiente chiarezza. Non sono state chiarite (se vi sono state) le responsabilità internazionali, non è stata fatta luce sul ruolo dei servizi segreti e sui loro rapporti con la P2. Queste informazioni sarebbero state fondamentali, poiché appare piuttosto inverosimile che dei movimenti extraparlamentari abbiano potuto agire da soli. Senza delle risposte certe, la politica nostrana si è divisa in quattro direzioni interpretative <166: la prima, riconducibile al PCI, al PSI e alla sinistra della DC, vedeva l’emergere di un nuovo fascismo sostenuto da alcune frange delle forze dell’ordine, dei servizi segreti, dell’esercito e dalla NATO. Questi ultimi utilizzavano l’estrema destra per indurre la sinistra a rinunciare a qualsiasi tipo di aspirazione <167. La seconda ipotesi, riconducibile alla destra della DC, interpretava il fenomeno come manifestazione della teoria degli opposti estremismi, secondo la quale erano in atto dei disegni eversivi provenienti sia da destra che da sinistra <168. La terza ipotesi, riconducibile all’estrema sinistra, interpretava il fenomeno come volto alla costituzione di uno Stato apertamente fascista <169. La quarta ed ultima, riconducibile all’MSI, vedeva nel terrorismo la longa manus dell’URSS <170. Quel che è certo è che il caso italiano non può essere spiegato senza fare un chiaro riferimento alla Guerra fredda. USA e URSS utilizzavano delle «strategie indirette» per inserire i paesi nel loro raggio di controllo, i primi sovvenzionando colpi di Stato, i secondi appoggiando i gruppi che portavano avanti la guerriglia rivoluzionaria. Fu in questo frangente che la NATO adottò la strategia della guerra psicologica in tutti quei paesi europei “a rischio”. Il caso italiano risultò particolarmente difficile poiché ospitava il partito comunista più grande d’Europa. Il declino della strategia della tensione fu dovuto alle dimissioni di Nixon e alla debolezza del successore Ford. La lotta armata, invece, deriva da una sfiducia della sinistra extraparlamentare nei confronti di tutti i partiti, accusati di far parte del Sim; paradossalmente i comunisti, che volevano fermare la violenza attraverso il compromesso storico, crearono per essa un terreno ancor più fertile. Se in un primo momento il problema era il terrorismo di destra fomentato sia da gruppi facinorosi che da vertici dello Stato, ora la questione del terrorismo riguardava anche la sinistra.
[NOTE]
165 A. Speranzoni, F. Magnoni, Le stragi: i processi e la storia. Ipotesi per un’interpretazione unitaria della “strategia della tensione” 1969-1974, Grafiche Biesse Editrice, Martellago-Venezia, 1999.
166 A. Giannulli, La strategia della tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo, Ponte alle Grazie, Milano, 2018.
167 A. Giannulli, La strategia della tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica
internazionale: un bilancio complessivo, Ponte alle Grazie, Milano, 2018.
168 Ibidem
169 Ibidem
170 Ibidem
Ida Maria Galeone, Democrazia in bilico: gli anni di piombo e la strategia della tensione in Italia, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2021-2022#1969 #1980 #America #anni #anticomunismo #ClaudioMolinari #Commissione #depistaggi #destra #eversione #GiovanniPellegrino #IdaMariaGaleone #LetiziaMarini #LiliaZanelli #neofascisti #Parlamentare #PCI #PietroMenichetti #segreti #servizi #Settanta #Stato #stragi #strategia #tensione #terrorismo
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Sul processo a Kesselring
L’esame del processo contro Kesselring è interessante per la ricostruzione del meccanismo del terrore messo in atto dalle truppe tedesche in Italia dopo l’8 settembre 1943, di cui ha parlato Battini. Durante le prime tre settimane del processo, ci si occupò dell’esame delle prove addotte per le due imputazioni, dell’interrogatorio dell’imputato e dell’escussione dei testimoni. Fra questi ultimi, ventuno furono convocati dalla difesa e nove dall’accusa. Un ruolo determinante ebbero tre testimoni dell’accusa: il tenente colonnello A.P. Scotland, un ufficiale dello spionaggio dell’esercito britannico che si era infiltrato nelle truppe tedesche, Herbert Kappler e il giudice militare dell’esercito tedesco, Hans Keller. Scotland aveva interrogato Kesselring e raccolto le sue deposizioni durante la sua prigionia a Londra. Questi atti costituirono le prove decisive per l’incriminazione dell’imputato, il quale – ricordiamo – il 6 maggio fu ritenuto colpevole di entrambi i capi d’imputazione e condannato a morte per fucilazione. Vediamo dall’analisi della sentenza come Battini sia arrivato a concludere che «la responsabilità diretta del comandante supremo era stata provata in modo incontrovertibile e la condanna fu inevitabile» <422.
Al processo, Scotland mise in luce che gli ordini emanati dal comando dell’esercito tedesco in Italia, in particolare quelli del 17 giugno e del 1° luglio, avevano contribuito a scatenare una controguerriglia condotta «con la massima violenza anche contro donne e bambini» <423, dando così avvio «a tutti gli eccessi contro i civili a cui si sarebbero abbandonati i comandanti subalterni» <424. Scotland sottolineò inoltre che, per un ordine del Comando supremo della Wehrmacht del 1° maggio 1944 inviato dal maresciallo Keitel, fossero stati affidati a Kesselring l’autorità suprema sulle operazioni antipartigiane, il comando sulle forze delle SS e della polizia dipendenti dal generale Wolff e la supervisione del coordinamento territoriale delle linee di comunicazione con le retrovie, conferito allo stesso Wolff. Le operazioni antipartigiane, affidate al comando delle SS, sarebbero state coordinate da Wolff in collaborazione con il quartier generale di Kesselring, a cui spettava l’approvazione di qualsiasi piano di attacco. Lo schema tratteggiato da Scotland trovò conferma nella testimonianza del colonnello Beelitz, che era stato primo ufficiale dello staff generale di Kesselring. Anch’egli ammise che dal 1° maggio al generale Wolff fu ordinato di seguire gli ordini di Kesslering, a capo dell’Oberkommando Sud West (Comando supremo del fronte sud-ovest), per quanto riguardava la guerra partigiana. Beelitz documentò l’esistenza di collegamenti fra il comando dell’esercito e quello delle SS, che avevano permesso a Kesselring di essere costantemente informato sulle operazioni antipartigiane condotte da Wolff. L’importanza di tali testimonianze è stata sottolineata da Battini:
“Si aprì così l’interrogativo su quanto Kesselring avesse effettivamente conosciuto delle efferate attività di alcune unità delle Waffen SS poste direttamente agli ordini di Berlino – ad esempio la XVI Panzerdivision SS, la divisione SS Hermann Göering e la divisione cosacca di Debes – le quali si erano rese responsabili di alcuni dei massacri più feroci, da S. Anna di Stazzema a Marzabotto. Venne così provata l’ipotesi che le SS furono effettivamente subordinate alla Wehrmacht nelle operazioni contro i partigiani e contro le popolazioni civili”. <425
Lo stesso Kappler danneggiò il feldmaresciallo, dichiarando di aver detto esplicitamente a Kesselring di avere in custodia persone imputate di reati punibili con la pena di morte e non ancora condannate a morte. Fu quest’ultimo a ritenere necessario eseguire immediatamente l’ordine di rappresaglia imposto da Hitler. La testimonianza di Kappler contrastava con quella del giudice militare Hans Keller, il quale però non riuscì a trovare prove a suo favore. Questi, sebbene sostenesse di aver emanato l’obbligo per tutti i battaglioni di dotarsi di corti marziali sul campo, dovette ammettere che tali corti non avevano gli strumenti per poter operare effettivamente. Egli non riuscì nemmeno a provare l’esistenza di direttive per lo svolgimento di regolari processi ai partigiani catturati e ai civili sospettati di collaborare con loro. Il comando non aveva proposto, evidentemente, alcuna misura garantistica: nessuna esecuzione di civili era stata preceduta da un processo. Il testimone finì così per compromettere la posizione dell’imputato e ammise che l’ordine di Kesselring del 17 giugno 1944 che garantiva protezione a qualsiasi ufficiale che si fosse reso responsabile di eccessi nelle stragi «sarebbe risultato ambiguo e avrebbe potuto essere frainteso» <426, soprattutto nelle mani di un giovane ufficiale.
Kesselring si difese sostenendo che gli ordini da lui emanati si spiegavano con la difficile situazione in cui l’esercito tedesco, dopo la caduta di Roma del 4 giorno 1944, si era trovato ad agire, costretto alla ritirata, tormentata dai bombardamenti aerei alleati e dagli attacchi dei partigiani. Le sue dichiarazioni dimostrarono però che in quelle difficoltà egli maturò un atteggiamento di rancore verso l’esercito e il popolo italiano, che sarebbe stato poi alla base della sua politica di occupazione. Baldissara e Pezzino hanno messo ben in luce come questo rancore si sia riversato sulla popolazione civile, provocando stragi di inermi:
“Questa insistenza sulla minaccia partigiana […] era la spia di una preoccupazione reale per l’attività della guerriglia sul terreno propriamente militare, inscritta però in un latente e ampiamente condiviso giudizio di disprezzo e totale repulsa per qualsivoglia forma di guerra irregolare. Un disprezzo che non poteva non rovesciarsi sui componenti delle formazioni partigiane e sulle popolazioni che si ritenevano collaterali a esse, e che non poteva non costituire il presupposto della sottrazione di innocenza ai civili – donne e bambini inermi – e dunque della giustificazione stessa del massacro, sia durante (per coloro che lo compivano) sia dopo (per coloro che lo giudicavano)”. <427
Sebbene Kesselring inizialmente provasse ad addossare la colpa delle stragi senza limiti alle autorità fasciste della RSI, dovette poi ammettere che qualche atrocità era stata commessa anche da parte tedesca. Kesselring si contraddisse durante il processo, poiché da una parte affermava che i propri ordini avessero rispettato il diritto di guerra, dall’altra attribuì la causa delle stragi al caos in cui era precipitato l’esercito, che avrebbe rallentato il sistema di comunicazione. I documenti, invece, dimostravano che gli ordini emanati da Kesselring non avevano rispettato affatto procedure regolari secondo il diritto di guerra. Ne è una prova anche il fatto che Kesselring solamente alla fine dell’estate del 1944 aveva istituito tribunali militari sul campo mentre, l’8 febbraio 1945, aveva stabilito che le decisioni sarebbero state prese solo dalle corti marziali. In realtà Kesselring, sin dalla fine del 1943, aveva ordinato di utilizzare non solo le misure tradizionali della controguerriglia ma tutti i mezzi a disposizione, perfino l’uccisione indiscriminata di civili sospettati di collaborazione, garantendo una protezione speciale a chi non fosse passato attraverso un procedimento giudiziario sul campo. Il colonnello Halse gli contestò allora il testo dell’ordine del 1° luglio 1944: «Una quota della popolazione maschile dell’area (infestata dai partigiani) verrà arrestata e, nel caso del prodursi di atti di violenza questi stessi uomini saranno uccisi» <428. A quel punto, Kesselring, incalzato dalle domande del colonnello, arrivò a sostenere che «anche i civili innocenti sterminati come ostaggi erano stati uccisi perché comunque colpevoli di “non aver per tempo preso le distanze dai partigiani”» <429.
Un’altra ammissione, sulla falsariga della precedente, che il feldmaresciallo fece durante l’interrogatorio, sarebbe stata determinante per l’esito del processo. Kesselring infatti affermò: «nelle aree infestate o occupate dai partigiani la popolazione combatteva al loro fianco o collaborava con essi, volontariamente o no. L’esercito fu allora costretto a considerare la popolazione alla stregua dei partigiani» <430. Come ha sottolineato Battini, l’imputato offriva così una prova della criminosità dei suoi ordini, «introducendo un’artificiosa distinzione tra la popolazione delle “aree infestate” dai partigiani, che poteva essere rastrellata, deportata e anche “giustiziata” nel caso di attacchi ripetuti, e le rappresaglie contro i partigiani combattenti, i quali potevano essere eliminati in qualsiasi circostanza senza il rispetto delle regole del diritto di guerra» <431. A quel punto, il presidente del tribunale ribatté che in entrambi i casi si era trattato di massacri indiscriminati, contrari alle norme belliche e che quindi tale distinzione non aveva alcun valore. Sebbene le convenzioni belliche non riconoscessero ai civili il diritto di insorgere contro l’occupante, quest’ultimo era chiamato al rispetto delle loro vite. Senza una regolare inchiesta che provasse la colpevolezza dei civili, essi rimanevano innocenti e la rappresaglia risultava completamente illegittima. Per questo, era stato illegale uccidere sia civili innocenti che ostaggi: in entrambi i casi si era trattato di assassinio e non di legittima rappresaglia.
In questo senso fu particolarmente significativo un altro passaggio del processo, la seduta del 14 marzo, nella quale Kesselring spiegò cosa intendesse per «zone partigiane»: parti di territorio in cui «tutta intera la popolazione condivideva lo stesso obiettivo [dei partigiani] e perciò io potevo supporre quasi con certezza che chiunque fosse stato estratto da questo gruppo di persone […] appartenesse ai partigiani e che alcuni di essi fossero dei capibanda»432. Ciò implicava che gli abitanti di zone nelle quali si fossero verificati episodi di guerriglia fossero considerati di per sé dei partigiani e che quindi fosse riservato loro lo stesso trattamento repressivo. Nel caso di episodi di insorgenza, veniva dunque sancita una condizione di colpevolezza collettiva: i civili non potevano non sapere e avrebbe dovuto collaborare con l’occupante, dunque, in caso contrario, la punizione collettiva nei loro confronti senza indagine né processo era giustificata. Come hanno sottolineato Baldissara e Pezzino, «la fonte di legittimazione della violenza e del ricorso alla rappresaglia contro i civili stava dunque nel presentare come illegittima e immorale la guerra partigiana, addirittura nell’assumerla – forzando l’interpretazione delle convezioni internazionali – alla stregua di un crimine di guerra ai danni dell’esercito regolare» <433.
Per concludere, è interessante prendere in esame un ultimo documento, il “Report on German reprisals for partisan activity in Italy”, il rapporto generale steso dagli inglesi sui risultati delle indagini da loro compiute sulle stragi di civili commesse in Italia, che l’11 di agosto del 1945 veniva inviato dal Quartier generale alleato al sottosegretario di Stato britannico del War Office. Questo rappresentava la sintesi delle investigazioni britanniche e mostra come gli inglesi fossero arrivati a comprendere la sistematicità del meccanismo terrorista praticato dai tedeschi contro le popolazioni civili. Il report collegava infatti le rappresaglie tedesche all’attività partigiana e sottolineava il complesso sistema di ordini che aveva scatenato le violenze contro la popolazione civile. Secondo i britannici, che erano entrati in possesso della documentazione del quartier generale di Kesselring, a causa delle preoccupazioni tedesche per l’intensificarsi dell’attività partigiana nell’estate 1944, «un vero e proprio sistema di ordini aveva fondato e incoraggiato la fase più intensa di azioni contro i civili» <434. Un messaggio telegrafato del 1° maggio 1944 inviato dal feldmaresciallo Keitel, capo dell’OKW, Oberkommando der Wehrmacht (Comando supremo delle forze armate) a Kesselring risolveva così il problema della ripartizione di competenze fra SS e forze armate: al generale comandante in capo del settore sud-ovest era attribuito il comando supremo delle operazioni contro i partigiani in Italia. Al comandante supremo delle SS e della polizia, Karl Wolff, spettava dunque la responsabilità operativa delle operazioni lontane dal fronte, ma egli doveva seguire i principi guida stabiliti da Kesselring, che assunse perciò il comando della lotta alle bande partigiane in Italia, e operare sotto di lui. Gli ordini di Kesselring erano quindi trasmessi ai vari livelli gerarchici per dare indicazioni sulle misure da adottare. Anche nel report si faceva riferimento agli ordini del 17 giugno 1944 e del 1° luglio dello stesso anno, che – come abbiamo visto sopra – sono stati citati durante il processo a dimostrazione del fatto che Kesselring aveva incoraggiato una vera e propria controguerriglia contro i civili. Il rapporto britannico concludeva che le «rappresaglie non erano state compiute per ordine di comandanti di singole formazioni ed unità tedesche, ma erano esempi di una campagna organizzata diretta dal Quartier Generale del feldmaresciallo Kesselring» <435.
Questo rapporto inglese ci offre anche indicazioni sul giudizio dei britannici nei confronti della guerra partigiana, poiché affermava che «nessuna obiezione potesse essere avanzata per l’uccisione di partigiani durante le operazioni e nella maggior parte dei casi per la loro esecuzione dopo la cattura» <436. A ragione di ciò, veniva utilizzata un’argomentazione che già abbiamo trovato: «è senza dubbio vero che molti erano camuffati con uniformi tedesche o non avevano segni distintivi o uniformi dalle quali potessero essere riconosciuti» <437. Si riteneva inoltre che potesse essere giustificata nel diritto internazionale e consuetudinario la presa di ostaggi come misura per prevenire attacchi ostili, ma che tale non potesse essere la cattura casuale di uomini innocenti e la loro uccisione al di fuori di ogni regola come rappresaglia. L’uccisione di anziani, donne e bambini era comunque «assolutamente indifendibile» <438.
La rilevanza di questo documento è dunque duplice poiché, da una parte, mostra come i britannici fossero perfettamente a conoscenza della gerarchia dei comandi tedeschi e del sistema degli ordini che faceva capo a Kesselring e che aveva originato una controguerriglia contro le bande partigiane e le popolazioni civili e, dall’altra, è prova dello scetticismo dei britannici verso la guerra partigiana, «della quale peraltro gli Alleati avevano ampiamente usufruito, e che avevano anzi incoraggiato sia con inviti al combattimento, sia con i lanci di materiale e di armi, ma che essi stessi giudicavano alla fine del conflitto, contraria alle norme del diritto internazionale di guerra» <439. Lo scetticismo verso la forma della guerra partigiana, diffuso – come abbiamo visto – anche nella cultura di guerra britannica, assunse però nel caso delle truppe tedesche aspetti molto più radicali.
Nella cultura della guerra nazista, alla rappresentazione fortemente negativa della guerriglia si aggiunsero anche altri fattori ideologici, come il risentimento verso gli italiani «traditori» e la dimensione razziale del nazismo, che spiegano perché le forze tedesche, soprattutto le formazioni più ideologizzate, arrivarono a compiere tali violenze. La disumanizzazione del nemico portò ad abbassare «la soglia dell’inibizione a colpire gli inermi» <440. Il coinvolgimento nel conflitto dei civili si inscriveva in un contesto di guerra totale, condotta con un grande dispiego di mezzi e uomini e con armamenti di grande capacità distruttiva. Era comunque la guerra partigiana il fattore principale che provocava il ricorso terroristico alla violenza contro i civili. Da una parte, per la difficile situazione in cui si trovava l’esercito tedesco in continua ritirata, il quale non riusciva a sopportare la costante condizione di insicurezza alle proprie spalle. In questo senso, il meccanismo del terrore suppliva a queste difficoltà e alla mancanza di uomini per il controllo del territorio e diventava parte delle tattiche dell’esercito. Dall’altra, «nella difficoltà di individuare e contrastare adeguatamente i combattenti irregolari, di differenziare […] l’abitante dal “bandito” […], i civili si trasformano essi stessi in partigiani: non nel senso che siano – neppure nella percezione tedesca – nella loro totalità effettivamente dei combattenti, […] ma che nelle rappresentazione delle forze d’occupazione i profili del civile e del partigiano tendono viepiù a sovrapporsi e coincidere» <441.
Possiamo concludere che alcune riflessioni giuridiche maturate all’interno del dibattito dei giuristi sul processo di Norimberga, come la questione della responsabilità individuale e dell’obbedienza agli ordini dei superiori, trovarono una sorta di applicazione nelle forme della giustizia assunte nei tribunali militari italiani. Giuristi come Nuvolone e Vassalli avevano ben colto infatti la rilevanza di tali questioni. Il primo si era addentrato in un’analisi dei vari livelli di responsabilità che la riflessione sull’obbedienza agli ordini superiori comportava. È interessante notare che nella casistica analizzata da Nuvolone troviamo dei riferimenti precisi al cosiddetto mandante specifico, il quale è ravvisabile negli uomini a capo di un’amministrazione militare. Questa categoria di persone, la quale rispecchiava proprio il ruolo dei militari tedeschi giudicati in Italia, era – a parere del giurista – pienamente responsabile dei crimini compiuti, sebbene questi le fossero stati ordinati da un superiore. Potremmo dire che lo stesso principio giuridico era stato applicato dal Tribunale militare di Bologna, affermando che, se anche Reder avesse ricevuto ordini superiori, avrebbe dovuto rifiutarsi di compiere atti che costituivano manifestatamente reato. Ciò non era avvenuto invece per il processo a Kappler, nel quale l’obbedienza a un ordine era stata considerata un’esimente. Il passo avanti fatto dal tribunale bolognese, messo in luce anche dal già menzionato Ago, aveva dunque accolto le riflessioni di quei giuristi come Nuvolone e Vassalli che ritenevano che un ordine illegittimo non potesse valere come giustificazione di una condotta criminale.
[NOTE]
422 Battini, Peccati di memoria cit., p. 88.
423 Atti del processo, cit. in Ivi, p. 77.
424 Ibidem.
425 Battini, Peccati di memoria cit., p. 80.
426 Atti del processo, cit. in Ivi, p. 78.
427 Baldissara e Pezzino, Il massacro cit., p. 418.
428 Cit. in Battini, Peccati di memoria cit., p. 83.
429 Battini, Peccati di memoria cit., p. 84.
430 Atti del processo in Battini, Peccati di memoria cit., p. 81.
431 Battini, Peccati di memoria cit., p. 81.
432 Atti del processo in Baldissara e Pezzino, Il massacro cit., p. 419.
433 Baldissara e Pezzino, Il massacro cit., p.420.
434 De Paolis e Pezzino, La difficile giustizia cit., p. 19.
435 Cit. in De Paolis e Pezzino, La difficile giustizia cit., p. 20.
436 De Paolis e Pezzino, La difficile giustizia cit., p. 20-21.
437 Ivi, p. 21.
438 Ibidem.
439 Ibidem.
440 Ivi, p. 421.
441 De Paolis e Pezzino, La difficile giustizia cit., p. 419.
Claudia Nieddu, Il dibattito in Italia sui criminali di guerra (1945-1951), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno accademico 2017-2018#1943 #1944 #1945 #ClaudiaNieddu #controguerriglia #crimini #fascisti #guerra #Kesselring #nazisti #ordini #partigiani #processo #rappresaglie #SS #stragi #tedeschi #Wehrmacht
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massimo troisi e l’assoluto candore di andreotti
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Era quindi essenziale non destabilizzare i tedeschi appena sconfitti
Le stragi e le uccisioni commesse dai nazifascisti nel comune di Massarosa sono rimaste impunite, come del resto la grande maggioranza di quelle avvenute per mano tedesca e italiana nella penisola durante la Seconda guerra mondiale.
La storia delle indagini e dei processi a carico dei colpevoli – in pratica conclusasi nel gennaio del 1960 con il provvedimento di «archiviazione provvisoria» di tutti gli atti processuali relativi alle stragi – è lunga e complessa, ma è doveroso accennarne almeno le parti salienti.
Le indagini iniziarono già prima della fine della guerra, con il punto di partenza che è possibile far risalire alla dichiarazione di Mosca del 31 ottobre – 1° novembre 1943. Con essa gli Alleati stabilirono che coloro accusati di crimini di guerra sarebbero stati giudicati dai tribunali dei paesi nel quale essi avevano commesso i crimini. Pochi giorni prima era stata istituita una United Nations War Crimes Commission, composta dai rappresentanti di 17 nazioni alleate, e avente il compito di raccogliere documentazione sui crimini di guerra. Iniziò i lavori l’11 gennaio 1944 a Londra <669.
Il caso italiano presentava alcuni problemi particolari, in quanto si trattava di una nazione nemica sconfitta che aveva commesso essa stessa crimini di guerra, ma che adesso si trovava sotto la brutale occupazione del vecchio alleato.
Ciononostante con il decreto ministeriale del 26 febbraio 1945 il governo Bonomi nominava una «Commissione Centrale per l’accertamento delle atrocità commesse dai tedeschi e dai fascisti dopo il 25 luglio 1943», presieduta dal liberale Aldobrando Medici-Tornaquinci, sottosegretario di Stato del ministero dell’Italia Occupata. Nel maggio dello stesso anno la commissione entrò in contatto con le autorità alleate per stabilire una linea di condotta e le fu permesso di visionare i risultati delle indagini anglo-americane, anche se non sarebbero state concesse persone in stato di arresto <670. Per il momento evidentemente pesava ancora lo status di nazione sconfitta.
In agosto gli alleati, dopo la stesura del Report on German Reprisials for Partisan Activity in Italy <671, proposero di celebrare due grandi processi. Il primo relativo alla strage delle Fosse Ardeatine e il secondo che avrebbe visto imputati i comandanti d’armata, di corpo e di divisione per aver organizzato la grande rete di rappresaglie dal giugno al settembre del 1944. Entrambi questi procedimenti sarebbero stati condotti da autorità militari britanniche, mentre a quelle italiane veniva concesso di processare i gradi più bassi. La questione, nascosta dalla motivazione che gli italiani non sarebbero stati in grado di portare avanti processi troppo complessi, era in realtà politica. Se si fosse permesso alle autorità italiane di processare gli alti gradi dell’esercito tedesco, si sarebbe legittimata la richiesta di estradizione di militari italiani accusati di crimini di guerra in paesi quali la Jugoslavia e la Grecia. Questo veniva giudicato inaccettabile dagli Alleati perché avrebbe minato il morale e la fiducia delle FF.AA. italiane, ora cooperanti con quelle alleate <672.
Con l’anno successivo gli Alleati modificarono leggermente la loro linea di condotta e decisero di procedere con un processo per la strage delle Fosse Ardeatine e con uno al singolo feldmaresciallo Kesselring. Quest’ultimo, vista la caratura dell’imputato, avrebbe assunto un ruolo simbolico molto importante, ma un procedimento penale a carico di una decina o più di alti ufficiali della Wehrmacht e delle SS avrebbe avuto un ben altro impatto. Questa decisione segnò una svolta nella politica giudiziaria alleata <673. Kesselring venne processato a Venezia tra il febbraio e il maggio del 1947 e condannato a morte. Nello stesso anno altri processi minori videro condannati il generale Edward Crasemann,
comandante della 26. Panzer-Division (condannato a 10 anni di reclusione) e il generale Max Simon, comandante della 16. SS-Panzergrenadier-Division, «Reichsführer-SS» (condannato a morte) <674. È significativo che sia Kesselring che Simon vennero quasi immediatamente graziati.
Questi furono gli ultimi processi ad alti ufficiali tedeschi portati avanti da corti militari britanniche. Il clima politico era infatti cambiato e la guerra fredda era alle porte. In questo contesto la Germania occidentale assumeva un ruolo molto importante nel nuovo assetto europeo, trovandosi in prima linea di fronte alla nuova minaccia sovietica. Era quindi essenziale non destabilizzare i tedeschi appena sconfitti, sottoponendoli a lunghi e laceranti processi che avrebbero riaperto le ferite di una guerra persa <675.
La palla adesso passava alle autorità italiane, le quali aprirono una stagione di processi durata una quindicina d’anni, ma che vide solamente 13 sentenze. I procedimenti più importanti riguardarono Herbert Keppler e cinque tra ufficiali e sottufficiali per la strage delle Fosse Ardeatine; Jospeph Strauch, responsabile della strage del Padule di Fucecchio, e Walter Reder, imputato per una notevole serie di crimini <676. Questa stagione di processi si concluse in pratica con la sentenza a carico di Reder, pronunziata il 31 ottobre 1951. Fino agli anni ’90 verranno infatti portati avanti soltanto altri due procedimenti – uno del 1952 e uno nel 1962 -, per di più contro imputati latitanti <677.
La parola fine ai processi venne definitivamente pronunciata dal Procuratore Generale Militare Enrico Santacroce con la sua «archiviazione provvisoria» del 14 gennaio 1960. Con questo provvedimento, assolutamente privo di significato giuridico, Santacroce di fatto obliterò quasi 700 fascicoli inerenti a crimini di guerra commessi in Italia. Le motivazioni che portarono il Procuratore Generale a questa decisione furono in buona parte additabili alla «ragion di stato», cioè alla necessità di evitare alla Germania, che in quel periodo di grave tensione internazionale con il blocco orientale stava ricostruendo il suo esercito. Accanto ad essa c’era l’imbarazzo, da parte del governo italiano, di dover da una parte richiedere l’estradizione di cittadini tedeschi, mentre al contempo negare quelle di presunti criminali di guerra italiani avanzate da paesi stranieri quali la Jugoslavia e la Grecia <678. Ulteriori motivazioni possono essere ricondotte al coinvolgimento con il ventennio fascista che avevano avuto vari esponenti di punta nella gestione dell’archiviazione – quali Santacroce stesso -, al reclutamento da parte dei servizi segreti occidentali di alcuni dei vecchi criminali di guerra nazisti e, in ultimo, dalla volontà di non incrinare i rapporti con la Repubblica Federale Tedesca, che si stava dimostrando un ottimo partner commerciale per l’industria italiana in piena ripresa <679.
[NOTE]
669 Relazione di minoranza della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, p. 57.
670 Pezzino, Guerra ai civili, cit., pp. 27-28.
671 In questo rapporto venivano considerati privi di qualsiasi legittimità la cattura indiscriminata di innocenti, l’incendio di paesi e l’uccisione di anziani, donne e bambini.
672 Pezzino, Guerra ai civili, cit., pp. 29-30.
673 Ivi, 32-33.
674 Relazione di minoranza, cit., pp. 137-138.
675 Ivi, p. 138.
676 Ivi, paragrafo 12.
677 Ivi, p. 183.
678 Ivi, p. 423.
679 Ivi, p. 424.
Jonathan Pieri, militari, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014#1945 #1947 #1951 #1960 #alleati #crimini #EnricoSantacroce #fascicoli #fascisti #Germania #Grecia #guerra #Italia #JonathanPieri #Jugoslavia #militari #Ovest #partigiani #processi #stragi #tedeschi
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Già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative
Il 9 settembre, mentre Roma è già occupata dai tedeschi, il Comitato delle opposizioni prende il nome di Comitato di liberazione nazionale (Cln), organismo in cui siedono i rappresentanti dei sei principali partiti antifascisti. Oltre al Cln centrale (Ccln), organismi con la stessa struttura sorgono nelle principali città italiane (Torino, Firenze, Milano, Genova Bologna e Padova), e, in seguito, anche in numerosi altri centri minori. Sin dal principio, il Comitato di Roma cercherà di assumere una funzione dirigenziale a livello nazionale, che però non riuscirà ad esercitare nemmeno sui compositi gruppi armati dell’Italia centrale, così come saranno ricchi di contrasti anche i suoi rapporti con la Resistenza armata romana. Formalmente, il 31 gennaio 1944, il Cln di Milano assume il comando della lotta armata dell’Italia occupata, prendendo il nome di Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia) <10. In questa fase è impossibile anche un semplice censimento attendibile delle forze disponibili; ne consegue che un’autentica e unitaria direzione comune, in questo momento, è completamente impossibile. Tra i limiti maggiori che l’attività del Cln incontra c’è, soprattutto, il fatto che essi rappresentino una camera di compensazione, un punto di intersezione tra partiti che portano avanti progetti e ideali molto diversi tra loro. La volontà di deporre temporaneamente le tensioni in nome dell’unione delle energie per perseguire uno scopo comune prevalse sugli attriti esistenti, ma questa fu un’unione tutt’altro che semplice e priva di scontri: già dai primi mesi apparve evidente una netta diversità nel modo di intendere i metodi della lotta. Da una parte esisteva il progetto di suscitare un moto di radicale cambiamento fondato sulla partecipazione attiva delle masse, con conseguente liberazione non solo dall’occupazione nazista, ma anche dagli strascichi culturali, politici e sociale del ventennio fascista; questo progetto implicava una netta rottura e un’epurazione drastica dei responsabili delle scelte passate. Dall’altra parte, invece, si assisteva al tentativo di conciliare liberazione dal nazifascismo e continuità dei rapporti sociali consolidati. Da una parte una pregiudiziale repubblicana, particolarmente forte in azionisti, socialisti e comunisti (almeno fino alla svolta di Salerno del 1944); dall’altra, una complessa strategia istituzionale che non escludeva di restare in un impianto monarchico, accontentandosi di liberare l’Italia da Vittorio Emanuele III. A tutto ciò si aggiungeva anche una certa diffidenza tra i due partiti più attivamente impegnati nella Resistenza, il Pci e il PdA, resa evidente dalla formazione di due diverse forze armate che dipendevano, distintamente, da questi due partiti, ben più che dal Cln. La partecipazione dei partiti al Cln esprime una genuina convinzione riguardo la necessità di unità politica, ma convive con la rivendicazione di autonomia nell’ambito dell’organizzazione delle forze armate. Probabilmente sarebbe stato impossibile fare diversamente, se si considerano le profonde diversità nei tempi e nei modi dello sviluppo delle forze armate che scorrono tra comunisti e azionisti, soprattutto nel periodo dell’estate del 1944. Alla base della strategia dei comunisti c’è l’assalto continuo e sistematico, usato anche come metodo di propaganda e di crescita, fondato sulla convinzione che “è dalla lotta e dall’esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi, contro i fascisti” <11. Questa impostazione è inizialmente decisamente lontana dal pensiero di Ferruccio Parri, che ancora era concentrato sulla necessità della ricostruzione dell’”esercito discioltosi l’8 settembre, potenziandolo e trasformandolo con l’innesto di volontari civili, senza però alterarne la struttura gerarchica e i criteri di efficienza: un esercito ‘patriottico’ ma non ‘politicizzato’”. L’esperienza di ufficiale durante la Grande Guerra portava Parri a “privilegiare soprattutto il ‘recupero’ dei soldati e degli ufficiali regolari” <12. Questa prima fase è dunque una sorta di laboratorio, dove si confrontano modelli e progetti e diffidenze molto lontani dalla possibilità di una sintesi pacifica. Mentre l’azionista Parri viene riconosciuto da tutti i comitati regionali militari come il “coordinatore centrale”, il comando generale delle brigate Garibaldi rifiuta di sottoporsi alla sua autorità <13. Ne nasce un clima di crescente tensione, alimentato anche dalla forte campagna contro l’attesismo che i comunisti portarono avanti, con bersaglio il Cln di Milano. Bisogna però sottolineare che, come all’interno del partito comunista vi furono opinioni diametralmente opposte tra la direzione milanese e quella romana, anche nel variegato universo azionista i piemontesi, Livio Banco e Duccio Galimberti in primis, non si mossero in assoluta armonia con la direzione milanese. Mentre Parri ancora nutre profonde insicurezze sull’opportunità di creare delle bande direttamente “politiche”, in Piemonte, già alla fine del 1943, queste rappresentano una realtà consistente.
All’interno del Cln la discussione continua ad essere molto accesa, ma, verso l’esterno, la possibilità di comunicare come un fronte unito e collaborante si rivela decisiva nella costituzione di una prospettiva politica e militare alternativa a quella monarchico-badogliana. Senza un’unitaria rappresentazione politica, la resistenza armata difficilmente avrebbe potuto assumere l’ampiezza e il rilievo successivi. D’altra parte, il compito di rappresentare la resistenza armata, dandone un’immagine centralizzata, organizzata e politicizzata, probabilmente più di quanto non fosse realmente, è realizzato unicamente grazie all’esistenza stessa delle prima bande, dalla loro capacità di radicarsi nel territorio, di resistere ai rastrellamenti e alle rigidità dell’inverno, di non farsi scoraggiare nemmeno quando andò in fumo la speranza di una rapida avanzata degli Alleati anglo-americani. L’esistenza delle bande partigiane e della loro rappresentanza politica ebbe dunque, già nei primi mesi, effetti maggiori della loro stessa consistenza militare, sia sul piano politico che su quello simbolico. In primo luogo, infatti, furono in grado di limitare la credibilità e l’autorevolezza della Rsi, e quindi la sua stessa capacità di aggregare consensi; in secondo luogo, misero in discussione la pretesa di monopolio della rappresentanza degli italiani, avanzata dal governo del sud.
l’inverno è ancora una stagione di forti dubbi e incertezze, già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative. Per quanto riguarda il piano istituzionale e dei rapporti politici, le tappe fondamentale di questo processo di consolidamento sono la svolta di Salerno (aprile 1944), e la costituzione del comando generale del Corpo volontari della libertà (giugno 1944). Si tratta di uno sviluppo che prende piede dall’interno stesso della Resistenza, ma che trova indispensabile aiuto in alcuni cambiamenti decisivi del quadro storico e politico generale.
Ci sono due avvenimenti che, dal punto di vista militare, furono decisivi, sul fronte italiano, nell’inverno del 1943-1944. Il primo è la resistenza dei tedeschi arroccati sulla linea Gustav, che blocca l’avanzata verso Roma e il Nord dal mar Tirreno al mar Adriatico, e si snoda lungo l’asse dei fiumi Garigliano e Sangro. La determinazione della difesa e dei combattenti tedeschi trova un forte alleato nelle violente piogge e nel rigidissimo gelo, che limitano drasticamente la possibilità degli alleati di sfruttare la loro superiorità in fatto di carri armati e aerei. Il secondo è lo sbarco alleato ad Anzio (22 gennaio 1944), che pare inizialmente essere in grado di attanagliare le truppe tedesche, aprendo la possibilità di una rapida conquista di Roma. Nuovamente, l’indecisione che condusse questo sbarco e la prontezza della risposta delle truppe tedesche, produssero una situazione di stallo.
Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944, le formazioni partigiane dell’Italia centrale, pur portando a casa qualche modesta vittoria e dimostrandosi efficaci nelle azioni di sabotaggio, risultarono incapaci di coinvolgere significativamente buona parte della popolazione civile. La liberazione di Roma verrà completamente portata a termine dagli Alleati, con apporto pressoché nullo da parte della Resistenza organizzata. I militari strettamente monarchici rivelano scarse abilità organizzative, e soprattutto nessun interesse a coinvolgere ampi strati di popolazione civile in una eventuale prospettiva insurrezionale. In realtà, nonostante i lunghi dibattiti e i piani insurrezionali, nemmeno la sezione politica della Resistenza, almeno quella che faceva capo al Cln romani, sarà in grado di organizzare la partecipazione popolare alla liberazione della capitale. Debolezze e divisioni interne al Cln romano, mancanza di classe operaia, posizioni compromesse dall’ingombrante vicinanza del Vaticano e ceto politico particolarmente autoreferanziale sono le principali cause della mancata risposta alla chiamata insurrezionale in occasione della liberazione di Roma.
L’arresto dell’avanzata alleata all’altezza della linea Gustav ha una conseguenza immediata sulla Resistenza armata: permette, infatti, agli occupanti tedeschi di dedicarsi, durante un rigido inverno, a rastrellamenti sistematici, ai danni di buona parte delle forze partigiane dislocate nell’arco alpino. A questa prova dei fatti resistono meglio le formazioni più dichiaratamente politiche, mentre le bande autonome vengono completamente travolte. Questi rastrellamenti, però, pur indebolendo notevolmente le forze della Resistenza partigiana, falliscono nel loro intento di debellarla completamente. Alla fine dell’inverno era chiaro, tanto agli occupanti tedeschi, quanto alle autorità fasciste, che la Resistenza armata era, seppur fiaccata, un fenomeno endemico, impossibile da cancellare completamente. Anzi, questi rastrellamenti invernali e primaverili produssero una nuova selezione: coloro che restarono in montagna e sopravvissero al clima proibitivo, sotto l’incombente minaccia della cattura e della morte, pur essendo solo poche migliaia di combattenti, dimostravano però grande capacità di adattamento, di organizzazione, e saranno loro ad inquadrare le nuove reclute che, nei mesi successivi, prenderanno la strada delle montagne, creando la nuova dimensione della Resistenza.
La ferocia con cui i tedeschi conducono questi rastrellamenti non lascia dubbio: il loro scopo non è solo sradicare la Resistenza partigiana, ma anche, tramite saccheggi e incendi di case e stalle, terrorizzare la popolazione e estirpare ogni possibilità di solidarietà civile. Malgrado ciò, pur con eccezioni significative, nella primavera del 1944, prevale un atteggiamento di tacita connivenza, se non di aperto favore, tra la popolazione civile e i partigiani, soprattutto laddove i partigiani erano nativi delle zone. Nonostante i rastrellamenti e il clima di costante terrore, vi è dunque un sostegno consistente, anche se mai totale e irreversibile, variabile a seconda delle zone, dell’intensità della repressione, della quantità e della provenienza dei partigiani presenti, della stagione e della disponibilità delle risorse.
Non siamo in possesso di una stima precisa su quanti fossero, alla fine della primavera del 1944, i partigiani in armi, ma possiamo dire con certezza che ci fu una crescita costante dall’inverno all’estate, con un notevole flusso nel mese di giugno, quando “un soffio di entusiasmo e di speranze percorse le città e le campagne, e spinse in montagna una quantità di persone che sino allora, per una ragione o per l’altra, non avevano ancora creduto giunto il momento di agire, o non avevano potuto muoversi. Si iniziò un nuovo grandioso afflusso” <14. La crescita improvvisa delle bande comporta, però, un decisivo aumento della precarietà: i flussi intensi verso le montagne hanno, inevitabilmente, al loro interno le loro criticità, soprattutto in molti giovani che partono decisi più che altro a sottrarsi a una guerra, piuttosto che ad iniziarne una nuova. Le bande che si sono assestate con difficoltà sulle montagne non hanno i materiali e le risorse necessari per trasformare rapidamente decine di migliaia di nuove reclute in partigiani addestrati a questo tipo di vita e di guerra. Le reazioni dei comandanti partigiani in loco si discostano drasticamente da quelle, più politiche, dei dirigenti nazionali, che, ovviamente, vedono in questo ampliamento un passaggio fondamentale per il consolidamento della Resistenza. Gran parte dei comandanti partigiani, invece, manifestano forti riserve riguardo alle nuove reclute di aprile-maggio, per una serie di ragioni: in primo luogo, l’impossibilità di operare una rigorosa selezione, considerata necessaria per assicurare l’affidabilità delle bande; la totale mancanza di esperienza dei nuovi arrivati; l’impossibilità di armarli; la difficoltà di reperire approvvigionamenti per numeri così alti di uomini; infine, il complicarsi dei rapporti con le popolazioni locali, sulle cui spalle gravava il peso del sostentamento dei partigiani. L’atteggiamento comunista è, però, diametralmente opposto: “nelle forze garibaldine vennero sempre accettati tutti i giovani che si presentavano. In primo luogo, perché le armi se le sarebbero conquistate, e poi perché se è vero che in determinati momenti (rastrellamenti, ritirate ecc.) i ‘disarmati’ posso rappresentare un ostacolo” in generale, secondo le parole di Lenin come indiscutibile insegnamento dai dirigenti comunisti, “un reparto organizzato e compatto è una grande forza quando non manca l’energia. In nessun caso bisogna rifiutare di formare dei reparti e rinviarne la costituzione col pretesto che mancano le armi” <15.
[NOTE]
10 E. Collotti, Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione, in Collotti, Sandri e Sessi, Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della Liberazione.
11 P. Secchia, Perché dobbiamo agire subito, in “La nostra lotta”, novembre 1943.
12 P. Levi Cavaglione, Guerriglia nei castelli romani, Einaudi, Torino, 1945.
13 L. Valiani, Tutte le strade conducono a Roma, il Mulino, Bologna, 1983.
14 D. L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino, 1973.
15 P. Secchia e C. Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Einaudi, Torino 1958; la citazione di Lenin è ripresa dalle Opere complete di Lenin, vol. VIII (edizione russa).
Giulia Arnaldi, Partigiane tra guerra e dopoguerra: donne e politica in Veneto, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022#1943 #1944 #1945 #alleati #CLN #comunisti #fascisti #GiuliaArnaldi #guerra #partigiani #rastrellamenti #Resistenza #stragi #tedeschi
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Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago
Nel 1997 è pubblicato un volume di Bruno Steffè, avente lo scopo di dare una visione complessiva degli eventi bellici nel territorio della provincia di Pordenone <88. Questo lavoro riguarda la lotta partigiana nella zona montana delle Prealpi Carniche, nelle vallate dell’Arzino, del Meduna, del Cellina, e nella pianura, tra i fiumi Tagliamento e Livenza. L’autore ha usato documenti originali, riportandone i tratti essenziali, scegliendoli tra le posizioni più diverse. In questo volume si afferma che in alcune opere sulla Resistenza, furono usate, per parzialità ideologiche, certe forzature nelle descrizioni degli eventi; Steffè afferma che è una forzatura definire la guerra di liberazione guerra di popolo perché è stata combattuta da una minoranza della popolazione, anche se formata essenzialmente dal ceto popolare. Nella prima parte dell’opera l’autore parla del periodo dall’8 settembre 1943 all’inizio della guerra partigiana; descrive l’inizio dell’attività osovana e garibaldina. <89 Per quanto riguarda gli osovani descrive molto accuratamente le varie componenti: i militari, il clero e i partiti d’ispirazione cattolica; Steffè afferma che l’opera del clero fu molto importante nella conduzione della Osoppo e che alcuni sacerdoti delinearono la necessità politica della lotta armata contro i tedeschi <90. L’attività garibaldina è fatta risalire dall’autore all’attività antifascista, documentata sin dall’inizio del fascismo <91. Nel testo sono riportati i diari delle formazioni partigiane, nei quali sono annotati, giorno per giorno, i principali eventi militari; i diari fanno capire il grande lavoro svolto dai partigiani e la sua importanza per la lotta contro il nazifascismo. L’autore analizza, oltre ai problemi militari, i problemi organizzativi: la sicurezza nella clandestinità, la propaganda e i collegamenti fra i vari reparti e l’approvvigionamento; queste descrizioni danno un’idea della varietà di problematiche che i partigiani dovevano affrontare <92. Una parte molto interessante del testo è quella in cui si parla dell’influenza degli eventi bellici degli alleati, perché spiega lo stretto rapporto che c’era fra l’avanzata dell’esercito alleato e l’evolversi della situazione partigiana. Nell’ultima parte del testo l’autore descrive le azioni svolte dai reparti garibaldini e osovani di pianura nell’ultimo periodo della guerra di liberazione. Steffè riporta i diari operativi delle brigate garibaldine di pianura inserite nella divisione “Mario Modotti Destra Tagliamento”, premettendo che i diari furono redatti a guerra conclusa basandosi sul ricordo dei partigiani e quindi contengono imprecisioni, e una relazione del maggio 1945 redatta da “Leonida” per quanto riguarda l’attività osovana. Queste fonti fanno capire la capillarità dell’azione partigiana e anche quanto fu alto il numero dei caduti fino agli ultimi giorni della Resistenza <93. Questo testo dà un quadro complessivo della situazione nella Destra Tagliamento fino alla Liberazione e spiega i principali eventi in modo dettagliato senza prendere una posizione di parte.
Nel 2000 è pubblicato un saggio di Pier Paolo Brescancin, direttore scientifico dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Vittoriese, che si occupa del movimento partigiano nel pordenonese dalla nascita fino alla liberazione <94. Brescancin suddivide i gruppi di resistenti in due categorie, quelli nati spontaneamente per iniziativa di giovani ufficiali subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e quelli nati per iniziativa di formazioni politiche, fra le quali l’autore definisce il partito comunista il più attivo. Fra i gruppi spontanei sono citati quello nato per iniziativa di Pietro Maset, già ufficiale degli alpini, che operava fra Sacile e la Valcellina, quello di Mario Dal Fabbro, già sottotenente della caserma Slataper di Sacile, operante fra Cordignano e Caneva e quello di Piero Biasin che aiutò a fuggire molti militari della caserma Slataper e della caserma Fiore di Pordenone; inoltre l’autore ricorda le figure del maggiore Attilio Beltrame “Martini” che organizzò le formazioni Osoppo di Pianura, il capitano Franco Martelli “Ferrini”, che sarà capo di stato maggiore della brigata unificata “Ippolito Nievo B” e il generale Costantino Cavarzerani che organizzò gruppi di Resistenza a Stevenà di Caneva <95. Fra i gruppi nati per iniziativa di forze politiche, l’autore cita la formazione Ferdiani, attiva in Val Mesazzo e i battaglioni Pisacane e Garibaldi che si trovavano nel monte Ciaurlec, nati nel gennaio 1944 e i distaccamenti Bixio, Mazzini 2°, Gramsci e Buzzi, nati, per iniziativa di Mario Modotti “Tribuno” e di Giulio Contin “Riccardo”, nel febbraio-marzo dello stesso anno <96, espressione del partito comunista e le formazioni Osoppo nate da un’operazione congiunta del Partito d’Azione e della Democrazia Cristiana che assorbirono le formazioni spontanee di ex ufficiali. <97 Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago e le caserme della guardia di finanza di Malnisio e Montereale Valcellina, avvenuti nel giugno del 1944; queste azioni, secondo Brescancin, fanno capire che il movimento partigiano è in crescita e vuole sottrarre ai nazifascisti il controllo del territorio. <98 L’autore spiega le relazioni fra l’evolversi della situazione a livello nazionale e locale, spiegando come l’andamento bellico degli alleati abbia influito sulla creazione delle zone libere, sui grandi rastrellamenti di fine estate 1944 e sulla Liberazione <99, riuscendo così a dare un quadro d’insieme più chiaro degli eventi principali.
Nel 2002, è pubblicato un volume di Renzo Biondo, nel quale, l’autore si pone l’obbiettivo di raccontare la vita quotidiana dei partigiani, la nascita delle formazioni e le motivazioni che hanno spinto i giovani accorsi sulle montagne. <100 Renzo Biondo col contributo di vecchi protagonisti ha raccontato vicende che altrimenti sarebbero andate dimenticate. Nella premessa l’autore mette in relazione il cambiamento del clima politico con la percezione degli avvenimenti passati; afferma che storici revisionisti smantellano i fondamentali sulla genesi della democrazia in Italia, rivalutando chi combatté per la repubblica di Salò. Renzo Biondo prende una posizione chiara affermando che la Resistenza fu una scelta di civiltà, fra libertà e servitù, fra nazismo e democrazia, fra campi di sterminio e parità di tutti i cittadini. <101 Nel testo c’è un capitolo in cui vengono descritti i luoghi dove operarono la brigata Osoppo e la Garibaldi Friuli; soprattutto è descritta la zona occidentale della Zona libera delle Prealpi Carniche, dove operò la V^ brigata “Osoppo” che insieme a battaglioni garibaldini diede vita alla Brigata mista “Ippolito Nievo”; questa descrizione aiuta a capire l’importanza ai fini bellici della zona, in quanto si trovava in una posizione strategica e per questo motivo i tedeschi si impegnarono per liberarla dalla presenza partigiana. Per Biondo, le tesi revisioniste secondo cui l’apporto partigiano alla vittoria alleata della guerra fu esiguo, sono smontate dal fatto che i tedeschi inviarono delle nuove divisioni modernamente equipaggiate nelle zone dove si trovavano i presidi partigiani; inoltre
il proclama di Kesserling, comandante in capo delle forze tedesche in Italia, che dà ordini su come comportarsi contro le bande armate, fa capire che i partigiani erano temuti dagli avversari. <102 Biondo esprime un giudizio sulla Xmas, reparto collaborazionista, affermando che giustificarli in confronto ad altri reparti repubblichini è un falso storico, in quanto hanno compiuto efferati episodi di violenza e omicidi di massa. <103 La Xmas voleva creare un solco fra garibaldini e osovani in quanto questi ultimi non volevano l’invasione degli jugoslavi, ma l’antifascismo, comune alle due formazioni partigiane, era più forte di ciò che poteva dividerle. <104 E’ spiegato dall’autore che i tedeschi nella zona denominata “Litorale Adriatico”, che controllavano direttamente, non amavano la presenza di reparti fascisti e per avvalorare questa sua affermazione afferma che i tedeschi preferirono, per occupare la Carnia, inviare i cosacchi. <105 Biondo afferma che gli autori che hanno scritto prima di lui sulla brigata mista “Ippolito Nievo” non chiariscono come sia nata e come fu possibile che in Valcellina sia riuscita quell’integrazione che altrove non fu possibile, e afferma che il merito è stato dei tre capi, Maso, Tribuno e Riccardo, che sono riusciti a mantenere la brigata mista grazie al loro prestigio e alla loro esperienza. <106 Nella seconda e terza parte del testo ci sono testimonianze che raccontano le motivazioni che spinsero i giovani alla lotta e ricordi di partigiani sulle loro esperienze nella Resistenza; molto interessante e la testimonianza di Giuseppe Torresin, che racconta com’era vista la resistenza dai giovani di Grizzo [Frazione del comune di Montereale Valcellina (PN)] e il loro apporto alla guerra di liberazione all’interno della V^ brigata Osoppo. <107 Questo volume da un quadro completo del periodo della Resistenza
analizzando i fatti e descrivendo i principali protagonisti.
[NOTE]
88 Bruno Steffè, La guerra di Liberazione nel territorio della provincia di Pordenone 1943- 1945, Edizioni ETS, Pisa, 1997, p. 10
89 Ivi, pp. 19- 46
90 Ivi, pp. 19- 31
91 Ivi, pp. 33- 35
92 Ivi, pp. 89- 103
93 Ivi, pp. 209- 262
94 Pier Paolo Brescancin, Le formazioni partigiane nel pordenonese in Il pordenonese dalla resistenza alla repubblica, Istituto Provinciale di storia del Movimento di liberazione e dell’Età Contemporanea, Pordenone, 2000
95 Ivi, p. 75
96 Ivi, p. 76
97 Ivi p. 76
98 Ivi, p. 78
99 Ivi, pp.80- 91
100 Renzo Biondo, Il verde, il rosso, il bianco. La V^ brigata Osoppo e la brigata osovano-garibaldina “Ippolito Nievo”, CLEUP, Padova, 2002, p. 13.
101 Ivi, p. 19.
102 Ivi, p. 59.
103 Ivi, p. 61
104 Ivi, p. 62
105 Ivi, p. 65
106 Ivi, p. 78
107 Ivi, pp. 157-196.
Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007#1943 #1944 #1945 #Adriatico #alleati #AndreaBortolin #brigata #BrunoSteffè #Carnia #cattolici #clero #comunisti #CostantinoCavarzerani #DC #destra #diari #Divisione #fascisti #Friuli #Garibaldi #generale #Grizzo #Guerra #libere #Litorale #ManiagoPN_ #MarioModotti #MonterealeValcellinaPN_ #Osoppo #partigiani #PdA #pianura #PierPaoloBrescancin #PietroMaset #Pordenone #provincia #RenzoBiondo #reparti #Resistenza #SacilePN_ #stragi #Tagliamento #tedeschi #Valcellina #V_ #Xmas #zone
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stato bombarolo? di nuovo? stavolta grazie al decreto “sicurezza”
questo frammento è tratto da un articolo del noto quotidiano anarchico “il Sole24ore”: https://www.ilsole24ore.com/art/ddl-sicurezza-ampliati-poteri-servizi-segreti-ecco-cosa-cambia-AGBtMQeD
#bombe #decretoSicurezza #dlSicurezza_ #dl1660 #dl1660 #ilSole24ore #servizi #serviziSegreti #stragi #terrorismo
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#28maggio 1974
Durante una manifestazione #antifascista, in Piazza della Loggia a #Brescia scoppia una #bomba che provoca la morte di 8 persone e ne ferisce 102.
E' uno degli #attentati di matrice #neofascista più gravi degli #AnniDiPiombo.
#IRLH pubblica alcuni degli interventi del convegno “Stragi e strategie. Questioni di giustizia, verità e memoria”, tenutosi l’8 maggio 2024 all’Università degli Studi di Brescia.🔗https://riviste.unimi.it/index.php/irlh/issue/view/2587?mtm_campaign=mastodon
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#28maggio 1974
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neofascismo nelle istituzioni e altrove
sui disastri e il neofascismo del governo, basta cliccare qui per farsi un fegato di considerevoli dimensioni: https://t.ly/BXciY
anche se basterebbero pochi video per deprimersi…
tipo questi:
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https://youtu.be/JaWlbi9KlBQ?si=2iGc0GwK-z7e4wkx
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importante, soprattutto oggi: SALVATORE BORSELLINO sul decreto "sicurezza"
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salvatore borsellino: familiari delle vittime inascoltati. la deriva di regime è evidente
5 aprile 2025
È stato ieri approvato dal consiglio dei ministri quell’attentato ai principi della nostra Costituzione noto come “Decreto Sicurezza”.
È una cosa di una gravità estrema, è un decreto e quindi entra immediatamente in vigore dopo la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, si esclude anche il Parlamento, anche se dovrà da questo essere approvato entro sessanta giorni, e purtroppo mi risulta che sia stato già controfirmato dal Presidente della Repubblica.
Il presidente del Senato, al quale ci eravamo rivolti, ha rifiutato di ascoltare l’associazione dei familiari delle vittime che dell’operato dei servizi sono state le prime vittime e purtroppo anche il successivo appello alla presidenza della repubblica è rimasto senza risposta.
Quello che fino ad oggi hanno fatto questi servizi, come l’istigazione e la partecipazione alle stragi, sarà oggi coperto dalla legge.
Dovranno risponderne solo al capo del governo.
È peggio dell’Ovra e del ventennio fascista.
Questo stesso presidente del consiglio, a cui viene data la facoltà anche di autorizzare componenti dei servizi a guidare associazioni terroristiche e commettere omicidi, ha detto che il provvedimento è stato emanato come decreto e non discusso in parlamento per questioni di urgenza e per rispondere alle aspettative dei cittadini.
Ma quei cittadini che sono stati colpiti non solo come cittadini di questo stato ma anche nei propri affetti, i rappresentati delle associazioni dei familiari di vittime di stragi e di assassini non sono stati neppure ascoltati, nonostante avessero chiesto di esserlo, sia dalle commissioni parlamentari sia dal Presidente della Repubblica.
Mi vergogno di essere cittadino di uno stato guidato da un sistema di potere che si sta rivelando peggiore del regime fascista.
Non ne ho le prove e nessuna sentenza lo ha finora mai affermato con sicurezza, ma sono fermamente convinto che questi servizi a cui viene oggi data, per legge, la facoltà di delinquere e di uccidere, sono quelli che hanno partecipato alla preparazione e all’esecuzione delle stragi di Via D’Amelio e di Capaci, e non soltanto di quelle.
E credo anche che mio fratello, negli ultimi giorni della sua vita se ne fosse reso conto e per questo sia stata affrettata l’esecuzione di quella strage e sia stata sottratta la sua agenda.
Salvatore Borsellino
*
(grazie a Ilaria Giovinazzo per la condivisione di questo testo, reperibile anche ai link che seguono)
“Questo decreto consente alle attività di rispondere direttamente al governo, finora sottoposte al giudizio della magistratura invece adesso saranno autorizzate dopo un omicidio a risponderne solo a capo del Governo. Questo è inammissibile. Per i motivi spiegati, nonostante la legge sia passata alla Camera, abbiamo chiesto di essere sentiti al Senato” (https://www.notizie.com/2025/03/08/ddl-sicurezza-la-denuncia-di-salvatore-borsellino-familiari-delle-vittime-di-mafia-esclusi-dal-dibattito/)
https://wordnews.it/2025/04/05/decreto-sicurezza-la-denuncia-un-attentato-alla-costituzione/
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il punto non è se sei paranoico… il punto è se sei abbastanza paranoico (“strange days”, 1995) / differx. 2025 (aprile)
sì: sarò paranoico ma certo – mettendo i fatti in fila – non è che ci si senta proprio al settimo cielo della sicurezza personale e collettiva, per non parlare della produzione di senso, individuale e di gruppo. l’obiettivo, ricordiamocelo, non è solo l’auspicato rovesciamento dello stato di cose presente, ma anche – e sempre – la costruzione di situazioni qui e ora. la costruzione e condivisione di senso.
e: le istituzioni sono i nemici frontali delle situazioni. si comincia (o si continua) a doverle rifiutare tutte. o qualcosa del genere.
ecco insomma la fila dei fatti, incompleta, per mia distrazione, sicuramente :
- il (p)residente della repubblica delle banane firma e dunque vara (è complice del varo di) un decreto “sicurezza” che in pratica istituisce lo stato di polizia, e dà ancora maggiori protezioni a quelle stesse forze neofasciste e repressive che – più o meno pilotate dai servizi segreti statunitensi – negli scorsi settant’anni hanno commesso in Italia un gran numero di ormai notissimi crimini, esecuzioni, stragi, depistaggi, accordi con le mafie eccetera; e che – soprattutto con Genova 2001 – si sono riprese pienamente il campo squadristico storico, ‘arricchito’ dalle esperienze della macelleria delle dittature sudamericane;
- la medesima repubblica delle medesime banane non solo intrattiene ottimi rapporti (anche economici e militari) con israele e con la sua natura e prassi genocida e razzista, ma attua energicamente il razzismo e la deportazione anche in casa propria (cpr, lager in Albania, permanenza della legge Bossi Fini eccetera);
- la compagine neofascista del goveno della stessa repubblica delle stesse banane ha da tempo occupato e blindato posti chiave nell’informazione e distribuzione dell’informazione generalista (per non parlare dell’editoria, della distribuzione e di canali video non ‘pubblici’: proprietà diretta del defunto referente politico della mafia celebrato con funerali di Stato due anni fa);
- la detta compagine si avvia a completare il piano piduista di Gelli, sottomettendo la gestione della giustizia alle esigenze del governo e dei suoi padrini e padroni criminali; così come si avvierà presto a finire di smantellare sanità e scuola pubbliche, per ulteriormente accentuare la natura classista delle opportunità effettive di accesso a salute e istruzione;
- in tutto questo, la sinistra istituzionale, segnatamente il PD, è incerto se oscilli più tra cretinismo e connivenza, o tra connivenza lassista e connivenza attivamente complice;
- il caso Paragon, il software usato da forze (non identificate) dello Stato per spiare giornalisti, attivisti e altri individui, ri-chiarisce perfettamente, se ce ne fosse bisogno, che le istituzioni – tutte – non si sono mai fatte né si fanno tutt’ora il minimo scrupolo di ricorrere a mezzi illegali e invasivi per spiare i cittadini, non importa se coinvolti in attività politiche o meno; (le stesse tecnologie che permettono lo spionaggio – e magari il furto e la vendita di dati sensibili – permettono anche, si può immaginare, la fabbricazione di false prove e accuse contro chiunque);
- Meta fa attivamente shadowbanning e boicottaggio di post e account filopalestinesi sia su facebook che su instagram, nonostante soprattutto instagram sia una fonte ricchissima di informazioni che riescono – a valanghe: per pressione quantitativa – a sfuggire ai filtri e a trasmettere in diretta il genocidio che israele commette ai danni di Palestinesi;
- Meta ti obbliga alla sua IA, installata su whatsapp, e non è ancora chiaro se e come ci sarà una possibilità di opt-out, né quanto e come (e con quali garanzie e chiarezza) sarà o già ora è possibile tener fuori il naso di Zucko dalle nostre conversazioni private, le nostre foto, i video, gli appunti, le opinioni, insomma dai sacrosanti cazzi nostri;
- Google e Microsoft hanno fornito e forniscono tecnologie di IA e supporto cloud alle forze israeliane per il massacro dei Palestinesi; sono gli stessi Google e Microsoft che ospitano e gestiscono percentuali spaventose di materiali e informazioni dai e sui cittadini di (praticamente) tutto il mondo; per non parlare di Meta, daccapo; in quali mani siamo?
[continua]
[forse]#accordiConLeMafie #AI #controllo #controlloSociale #CPR #criminali #crimini #decretoSicurezza_ #decretoSicurezza #depistaggi #dittatura #dl1660 #esecuzioni #facebook #fascismo #fascisti #funeraliDelloStato #funeraliDiStato #Gelli #genocidio #google #governo #IA #Instagram #istruzione #istruzionePubblica #lagerInAlbania #lottaDiClasse #mafia #mafie #Meta #Microsoft #neofascismo #neofascisti #Palestina #palestinesi #Paragon #PD #puliziaEtnica #razzismo #razzisti #repressione #repubblicaDelleBanane #sanitàPubblica #ScuolaDiaz #scuolaPubblica #scuolePubbliche #shadowbanning #social #socialNetwork #spionaggio #statoDiPolizia #stragi #testiDiMgInRete #whatsapp
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il punto non è se sei paranoico… il punto è se sei abbastanza paranoico (“strange days”, 1995) / differx. 2025 (aprile)
sì: sarò paranoico ma certo – mettendo i fatti in fila – non è che ci si senta proprio al settimo cielo della sicurezza personale e collettiva, per non parlare della produzione di senso, individuale e di gruppo. l’obiettivo, ricordiamocelo, non è solo l’auspicato rovesciamento dello stato di cose presente, ma anche – e sempre – la costruzione di situazioni qui e ora. la costruzione e condivisione di senso.
e: le istituzioni sono i nemici frontali delle situazioni. si comincia (o si continua) a doverle rifiutare tutte. o qualcosa del genere.
ecco insomma la fila dei fatti, incompleta, per mia distrazione, sicuramente :- il (p)residente della repubblica delle banane firma e dunque vara (è complice del varo di) un decreto “sicurezza” che in pratica istituisce lo stato di polizia, e dà ancora maggiori protezioni a quelle stesse forze neofasciste e repressive che – più o meno pilotate dai servizi segreti statunitensi – negli scorsi settant’anni hanno commesso in Italia un gran numero di ormai notissimi crimini, esecuzioni, stragi, depistaggi, accordi con le mafie eccetera; e che – soprattutto con Genova 2001 – si sono riprese pienamente il campo squadristico storico, ‘arricchito’ dalle esperienze della macelleria delle dittature sudamericane;
- la medesima repubblica delle medesime banane non solo intrattiene ottimi rapporti (anche economici e militari) con israele e con la sua natura e prassi genocida e razzista, ma attua energicamente il razzismo e la deportazione anche in casa propria (cpr, lager in Albania, permanenza della legge Bossi Fini eccetera);
- la compagine neofascista del goveno della stessa repubblica delle stesse banane ha da tempo occupato e blindato posti chiave nell’informazione e distribuzione dell’informazione generalista (per non parlare dell’editoria, della distribuzione e di canali video non ‘pubblici’: proprietà diretta del defunto referente politico della mafia celebrato con funerali di Stato due anni fa);
- la detta compagine si avvia a completare il piano piduista di Gelli, sottomettendo la gestione della giustizia alle esigenze del governo e dei suoi padrini e padroni criminali; così come si avvierà presto a finire di smantellare sanità e scuola pubbliche, per ulteriormente accentuare la natura classista delle opportunità effettive di accesso a salute e istruzione;
- in tutto questo, la sinistra istituzionale, segnatamente il PD, è incerto se oscilli più tra cretinismo e connivenza, o tra connivenza lassista e connivenza attivamente complice;
- il caso Paragon, il software usato da forze (non identificate) dello Stato per spiare giornalisti, attivisti e altri individui, ri-chiarisce perfettamente, se ce ne fosse bisogno, che le istituzioni – tutte – non si sono mai fatte né si fanno tutt’ora il minimo scrupolo di ricorrere a mezzi illegali e invasivi per spiare i cittadini, non importa se coinvolti in attività politiche o meno; (le stesse tecnologie che permettono lo spionaggio – e magari il furto e la vendita di dati sensibili – permettono anche, si può immaginare, la fabbricazione di false prove e accuse contro chiunque);
- Meta fa attivamente shadowbanning e boicottaggio di post e account filopalestinesi sia su facebook che su instagram, nonostante soprattutto instagram sia una fonte ricchissima di informazioni che riescono – a valanghe: per pressione quantitativa – a sfuggire ai filtri e a trasmettere in diretta il genocidio che israele commette ai danni di Palestinesi;
- Meta ti obbliga alla sua IA, installata su whatsapp, e non è ancora chiaro se e come ci sarà una possibilità di opt-out, né quanto e come (e con quali garanzie e chiarezza) sarà o già ora è possibile tener fuori il naso di Zucko dalle nostre conversazioni private, le nostre foto, i video, gli appunti, le opinioni, insomma dai sacrosanti cazzi nostri;
- Google e Microsoft hanno fornito e forniscono tecnologie di IA e supporto cloud alle forze israeliane per il massacro dei Palestinesi; sono gli stessi Google e Microsoft che ospitano e gestiscono percentuali spaventose di materiali e informazioni dai e sui cittadini di (praticamente) tutto il mondo; per non parlare di Meta, daccapo; in quali mani siamo?
[continua]
[forse]aggiornamenti 15-16-17 aprile:
(1) Sigfrido Ranucci, nel silenzio generale, denuncia che una nuova circolare Rai impone la tracciabilità di tutto il materiale video, comprese le interviste con fonti anonime. Tutto dovrà essere caricato su una piattaforma interna dell’azienda, accessibile e monitorabile: “Si tratta di materiale sensibile: ci sono colloqui con fonti anonime, immagini che fanno parte del lavoro investigativo. Tracciarli significa compromettere la fiducia, esporre chi parla e limitare chi indaga […] . Per esempio, chi ha documentato tutte le inchieste legate al famoso incontro all’autogrill tra Renzi e Mancini, oggi è obbligato a fornire tutto il materiale girato, qualora la RAI, o chi per essa, lo richieda. Io credo che si stia chiudendo un cerchio, e che diventerà impossibile fare giornalismo d’inchiesta”.
Diciamo semplicemente che è un altro colpo alla democrazia in Italia.
(2) Perfino peggio: https://x.com/Marco49922370/status/1912056981973602350
(3) aggiornamento 17 aprile: articolo di Marco Schiaffino, per Radio Popolare, sullo schifo del controllo globale (e delle deportazioni) in USA [pdf]
#accordiConLeMafie #AI #controllo #controlloGlobale #controlloSociale #CPR #criminali #crimini #decretoSicurezza #depistaggi #deportazioni #dittatura #dl1660 #esecuzioni #facebook #fascismo #fascisti #funeraliDelloStato #funeraliDiStato #Gelli #genocidio #google #governo #IA #Instagram #istruzione #istruzionePubblica #lagerInAlbania #lottaDiClasse #mafia #mafie #MarcoSchiaffino #Meta #Microsoft #neofascismo #neofascisti #Palestina #palestinesi #Paragon #PD #puliziaEtnica #RadioPopolare #razzismo #razzisti #repressione #repubblicaDelleBanane #sanitàPubblica #ScuolaDiaz #scuolaPubblica #scuolePubbliche #shadowbanning #social #socialNetwork #spionaggio #statoDiPolizia #stragi #testiDiMgInRete #USA #whatsapp
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il punto non è se sei paranoico… il punto è se sei abbastanza paranoico (“strange days”, 1995) / differx. 2025 (aprile)
sì: sarò paranoico ma certo – mettendo i fatti in fila – non è che ci si senta proprio al settimo cielo della sicurezza personale e collettiva, per non parlare della produzione di senso, individuale e di gruppo. l’obiettivo, ricordiamocelo, non è solo l’auspicato rovesciamento dello stato di cose presente, ma anche – e sempre – la costruzione di situazioni qui e ora. la costruzione e condivisione di senso.
e: le istituzioni sono i nemici frontali delle situazioni. si comincia (o si continua) a doverle rifiutare tutte. o qualcosa del genere.
ecco insomma la fila dei fatti, incompleta, per mia distrazione, sicuramente :
- il (p)residente della repubblica delle banane firma e dunque vara (è complice del varo di) un decreto “sicurezza” che in pratica istituisce lo stato di polizia, e dà ancora maggiori protezioni a quelle stesse forze neofasciste e repressive che – più o meno pilotate dai servizi segreti statunitensi – negli scorsi settant’anni hanno commesso in Italia un gran numero di ormai notissimi crimini, esecuzioni, stragi, depistaggi, accordi con le mafie eccetera; e che – soprattutto con Genova 2001 – si sono riprese pienamente il campo squadristico storico, ‘arricchito’ dalle esperienze della macelleria delle dittature sudamericane;
- la medesima repubblica delle medesime banane non solo intrattiene ottimi rapporti (anche economici e militari) con israele e con la sua natura e prassi genocida e razzista, ma attua energicamente il razzismo e la deportazione anche in casa propria (cpr, lager in Albania, permanenza della legge Bossi Fini eccetera);
- la compagine neofascista del goveno della stessa repubblica delle stesse banane ha da tempo occupato e blindato posti chiave nell’informazione e distribuzione dell’informazione generalista (per non parlare dell’editoria, della distribuzione e di canali video non ‘pubblici’: proprietà diretta del defunto referente politico della mafia celebrato con funerali di Stato due anni fa);
- la detta compagine si avvia a completare il piano piduista di Gelli, sottomettendo la gestione della giustizia alle esigenze del governo e dei suoi padrini e padroni criminali; così come si avvierà presto a finire di smantellare sanità e scuola pubbliche, per ulteriormente accentuare la natura classista delle opportunità effettive di accesso a salute e istruzione;
- in tutto questo, la sinistra istituzionale, segnatamente il PD, è incerto se oscilli più tra cretinismo e connivenza, o tra connivenza lassista e connivenza attivamente complice;
- il caso Paragon, il software usato da forze (non identificate) dello Stato per spiare giornalisti, attivisti e altri individui, ri-chiarisce perfettamente, se ce ne fosse bisogno, che le istituzioni – tutte – non si sono mai fatte né si fanno tutt’ora il minimo scrupolo di ricorrere a mezzi illegali e invasivi per spiare i cittadini, non importa se coinvolti in attività politiche o meno; (le stesse tecnologie che permettono lo spionaggio – e magari il furto e la vendita di dati sensibili – permettono anche, si può immaginare, la fabbricazione di false prove e accuse contro chiunque);
- Meta fa attivamente shadowbanning e boicottaggio di post e account filopalestinesi sia su facebook che su instagram, nonostante soprattutto instagram sia una fonte ricchissima di informazioni che riescono – a valanghe: per pressione quantitativa – a sfuggire ai filtri e a trasmettere in diretta il genocidio che israele commette ai danni di Palestinesi;
- Meta ti obbliga alla sua IA, installata su whatsapp, e non è ancora chiaro se e come ci sarà una possibilità di opt-out, né quanto e come (e con quali garanzie e chiarezza) sarà o già ora è possibile tener fuori il naso di Zucko dalle nostre conversazioni private, le nostre foto, i video, gli appunti, le opinioni, insomma dai sacrosanti cazzi nostri;
- Google e Microsoft hanno fornito e forniscono tecnologie di IA e supporto cloud alle forze israeliane per il massacro dei Palestinesi; sono gli stessi Google e Microsoft che ospitano e gestiscono percentuali spaventose di materiali e informazioni dai e sui cittadini di (praticamente) tutto il mondo; per non parlare di Meta, daccapo; in quali mani siamo?
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il punto non è se sei paranoico… il punto è se sei abbastanza paranoico (“strange days”, 1995) / differx. 2025 (aprile)
sì: sarò paranoico ma certo – mettendo i fatti in fila – non è che ci si senta proprio al settimo cielo della sicurezza personale e collettiva, per non parlare della produzione di senso, individuale e di gruppo. l’obiettivo, ricordiamocelo, non è solo l’auspicato rovesciamento dello stato di cose presente, ma anche – e sempre – la costruzione di situazioni qui e ora. la costruzione e condivisione di senso.
e: le istituzioni sono i nemici frontali delle situazioni. si comincia (o si continua) a doverle rifiutare tutte. o qualcosa del genere.
ecco insomma la fila dei fatti, incompleta, per mia distrazione, sicuramente :
- il (p)residente della repubblica delle banane firma e dunque vara (è complice del varo di) un decreto “sicurezza” che in pratica istituisce lo stato di polizia, e dà ancora maggiori protezioni a quelle stesse forze neofasciste e repressive che – più o meno pilotate dai servizi segreti statunitensi – negli scorsi settant’anni hanno commesso in Italia un gran numero di ormai notissimi crimini, esecuzioni, stragi, depistaggi, accordi con le mafie eccetera; e che – soprattutto con Genova 2001 – si sono riprese pienamente il campo squadristico storico, ‘arricchito’ dalle esperienze della macelleria delle dittature sudamericane;
- la medesima repubblica delle medesime banane non solo intrattiene ottimi rapporti (anche economici e militari) con israele e con la sua natura e prassi genocida e razzista, ma attua energicamente il razzismo e la deportazione anche in casa propria (cpr, lager in Albania, permanenza della legge Bossi Fini eccetera);
- la compagine neofascista del goveno della stessa repubblica delle stesse banane ha da tempo occupato e blindato posti chiave nell’informazione e distribuzione dell’informazione generalista (per non parlare dell’editoria, della distribuzione e di canali video non ‘pubblici’: proprietà diretta del defunto referente politico della mafia celebrato con funerali di Stato due anni fa);
- la detta compagine si avvia a completare il piano piduista di Gelli, sottomettendo la gestione della giustizia alle esigenze del governo e dei suoi padrini e padroni criminali; così come si avvierà presto a finire di smantellare sanità e scuola pubbliche, per ulteriormente accentuare la natura classista delle opportunità effettive di accesso a salute e istruzione;
- in tutto questo, la sinistra istituzionale, segnatamente il PD, è incerto se oscilli più tra cretinismo e connivenza, o tra connivenza lassista e connivenza attivamente complice;
- il caso Paragon, il software usato da forze (non identificate) dello Stato per spiare giornalisti, attivisti e altri individui, ri-chiarisce perfettamente, se ce ne fosse bisogno, che le istituzioni – tutte – non si sono mai fatte né si fanno tutt’ora il minimo scrupolo di ricorrere a mezzi illegali e invasivi per spiare i cittadini, non importa se coinvolti in attività politiche o meno; (le stesse tecnologie che permettono lo spionaggio – e magari il furto e la vendita di dati sensibili – permettono anche, si può immaginare, la fabbricazione di false prove e accuse contro chiunque);
- Meta fa attivamente shadowbanning e boicottaggio di post e account filopalestinesi sia su facebook che su instagram, nonostante soprattutto instagram sia una fonte ricchissima di informazioni che riescono – a valanghe: per pressione quantitativa – a sfuggire ai filtri e a trasmettere in diretta il genocidio che israele commette ai danni di Palestinesi;
- Meta ti obbliga alla sua IA, installata su whatsapp, e non è ancora chiaro se e come ci sarà una possibilità di opt-out, né quanto e come (e con quali garanzie e chiarezza) sarà o già ora è possibile tener fuori il naso di Zucko dalle nostre conversazioni private, le nostre foto, i video, gli appunti, le opinioni, insomma dai sacrosanti cazzi nostri;
- Google e Microsoft hanno fornito e forniscono tecnologie di IA e supporto cloud alle forze israeliane per il massacro dei Palestinesi; sono gli stessi Google e Microsoft che ospitano e gestiscono percentuali spaventose di materiali e informazioni dai e sui cittadini di (praticamente) tutto il mondo; per non parlare di Meta, daccapo; in quali mani siamo?
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[forse]#accordiConLeMafie #AI #controllo #controlloSociale #CPR #criminali #crimini #decretoSicurezza_ #decretoSicurezza #depistaggi #dittatura #dl1660 #esecuzioni #facebook #fascismo #fascisti #funeraliDelloStato #funeraliDiStato #Gelli #genocidio #google #governo #IA #Instagram #istruzione #istruzionePubblica #lagerInAlbania #lottaDiClasse #mafia #mafie #Meta #Microsoft #neofascismo #neofascisti #Palestina #palestinesi #Paragon #PD #puliziaEtnica #razzismo #razzisti #repressione #repubblicaDelleBanane #sanitàPubblica #ScuolaDiaz #scuolaPubblica #scuolePubbliche #shadowbanning #social #socialNetwork #spionaggio #statoDiPolizia #stragi #testiDiMgInRete #whatsapp
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il punto non è se sei paranoico… il punto è se sei abbastanza paranoico (“strange days”, 1995) / differx. 2025 (aprile)
sì: sarò paranoico ma certo – mettendo i fatti in fila – non è che ci si senta proprio al settimo cielo della sicurezza personale e collettiva, per non parlare della produzione di senso, individuale e di gruppo. l’obiettivo, ricordiamocelo, non è solo l’auspicato rovesciamento dello stato di cose presente, ma anche – e sempre – la costruzione di situazioni qui e ora. la costruzione e condivisione di senso.
e: le istituzioni sono i nemici frontali delle situazioni. si comincia (o si continua) a doverle rifiutare tutte. o qualcosa del genere.
ecco insomma la fila dei fatti, incompleta, per mia distrazione, sicuramente :
- il (p)residente della repubblica delle banane firma e dunque vara (è complice del varo di) un decreto “sicurezza” che in pratica istituisce lo stato di polizia, e dà ancora maggiori protezioni a quelle stesse forze neofasciste e repressive che – più o meno pilotate dai servizi segreti statunitensi – negli scorsi settant’anni hanno commesso in Italia un gran numero di ormai notissimi crimini, esecuzioni, stragi, depistaggi, accordi con le mafie eccetera; e che – soprattutto con Genova 2001 – si sono riprese pienamente il campo squadristico storico, ‘arricchito’ dalle esperienze della macelleria delle dittature sudamericane;
- la medesima repubblica delle medesime banane non solo intrattiene ottimi rapporti (anche economici e militari) con israele e con la sua natura e prassi genocida e razzista, ma attua energicamente il razzismo e la deportazione anche in casa propria (cpr, lager in Albania, permanenza della legge Bossi Fini eccetera);
- la compagine neofascista del goveno della stessa repubblica delle stesse banane ha da tempo occupato e blindato posti chiave nell’informazione e distribuzione dell’informazione generalista (per non parlare dell’editoria, della distribuzione e di canali video non ‘pubblici’: proprietà diretta del defunto referente politico della mafia celebrato con funerali di Stato due anni fa);
- la detta compagine si avvia a completare il piano piduista di Gelli, sottomettendo la gestione della giustizia alle esigenze del governo e dei suoi padrini e padroni criminali; così come si avvierà presto a finire di smantellare sanità e scuola pubbliche, per ulteriormente accentuare la natura classista delle opportunità effettive di accesso a salute e istruzione;
- in tutto questo, la sinistra istituzionale, segnatamente il PD, è incerto se oscilli più tra cretinismo e connivenza, o tra connivenza lassista e connivenza attivamente complice;
- il caso Paragon, il software usato da forze (non identificate) dello Stato per spiare giornalisti, attivisti e altri individui, ri-chiarisce perfettamente, se ce ne fosse bisogno, che le istituzioni – tutte – non si sono mai fatte né si fanno tutt’ora il minimo scrupolo di ricorrere a mezzi illegali e invasivi per spiare i cittadini, non importa se coinvolti in attività politiche o meno; (le stesse tecnologie che permettono lo spionaggio – e magari il furto e la vendita di dati sensibili – permettono anche, si può immaginare, la fabbricazione di false prove e accuse contro chiunque);
- Meta fa attivamente shadowbanning e boicottaggio di post e account filopalestinesi sia su facebook che su instagram, nonostante soprattutto instagram sia una fonte ricchissima di informazioni che riescono – a valanghe: per pressione quantitativa – a sfuggire ai filtri e a trasmettere in diretta il genocidio che israele commette ai danni di Palestinesi;
- Meta ti obbliga alla sua IA, installata su whatsapp, e non è ancora chiaro se e come ci sarà una possibilità di opt-out, né quanto e come (e con quali garanzie e chiarezza) sarà o già ora è possibile tener fuori il naso di Zucko dalle nostre conversazioni private, le nostre foto, i video, gli appunti, le opinioni, insomma dai sacrosanti cazzi nostri;
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[continua]
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