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  1. SpaceX pronta al debutto di Starship V3: il test del nuovo razzo ancora più potente per volare sulla Luna – Corriere della Sera SpaceX has encountered a technical delay in its attempt to launch ...

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  2. Verbania fu liberata il 24 aprile

    Verbania (VCO). Foto: Giovanni Dall’Orto. Fonte: Wikipedia

    La testimonianza di Sandra Gilardelli
    […] Mi parla poi di come passò anche al ruolo di staffetta, in quanto venne incaricata in diversi frangenti di trasportare dei messaggi. Sandra ricorda come in un primo momento si muovesse di soppiatto: ‘Solo di notte o al mattino presto, perché gli altri di questo villaggio erano miei amici, ma non lo sapevo’. In seguito però, venuta a conoscenza di questo dettaglio, prese a spostarsi anche durante il giorno, pur sempre prestando particolare attenzione. Più nel dettaglio, doveva affrontare un viaggio particolarmente rischioso: utilizzando il treno, doveva portare delle buste chiuse – probabilmente contenenti notizie, messaggi e altre informazioni – dal comando di montagna di Premeno fino a quello a valle del CLN di Verbania. Questo viaggio però significava correre dei rischi elevati: “Un giorno sono venuti su i fascisti a fare una perquisizione e han detto “tirate fuori tutto quello che avete nella borsa”, e io ho tirato fuori tutto, ho preso la lettera e l’ho tenuta in mano così (fa il gesto di tenere la lettera sollevata all’altezza della testa). Loro han guardato e han detto “va bene chiudi pure”, io ho preso la lettera e l’ho rimessa dentro. Davanti a me c’era una mia amica, che era una ragazzina minore di me che io però mi portavo sempre dietro per non girare sola, e se l’avessero guardata in faccia avrebbero capito che avevo fatto qualcosa che non andava, perché era pallida, e invece è andata bene” (ridendo).
    Sandra precisa che oltre a questo compito e quello di assistente del medico, realizzò non solo indumenti per i partigiani impegnati nei combattimenti, ma anche delle bende da utilizzare sui feriti, perché le avevano terminate, anche qui con dei modi molto originali: ‘Abbiamo accorciato tutte le lenzuola, ho coinvolto anche le donne di casa, e l’abbiamo fatto bollire e poi ho fatto tutti i pacchettini’. Lei stessa riconosce come non ebbe un compito ben definito nella lotta partigiana e che si trovò ad improvvisare in numerose situazioni: ‘La parola che mi suonava nella testa era arrangiati, questo mi dicevano i miei comandanti’.
    L’episodio della lettera ha attratto la mia attenzione, per cui le domando se in quel periodo di quasi due anni ci fossero stati degli episodi che le erano rimasti impressi. Mi risponde in maniera affermativa, narrandomi un episodio in particolare: ‘C’era da portare una persona che minacciava la peritonite in ospedale, perciò sono andata in ospedale a chiedere, al direttore che era uno del CLN, di mandar su la lettiga, lui mi ha detto “senti la lettiga te la do però io non ho benzina, vai a nome mio dagli Albertini e loro <2 ce l’hanno senz’altro, fatti dare una tanica di benzina”. E io sono andata per entrare in Intra, c’è un torrente e ci sono due ponti, uno in sasso e l’altro in ferro, e io stavo passando da quello in sasso e c’era la guardia fascista, ed era uno della Muti , che era uno dei peggiori. (3 Mi ferma e mi dice “fuori i documenti”, io avevo ancora la carta d’identità che era quella del Re, perché la carta d’identità della Repubblica di Salò non l’avevo fatta, e lui me l’ha stracciata. E questo diceva “ti porto dal mio comandante”. Il comandante della Muti era un essere proprio…e le donne che sono state portate in quella caserma o sono uscite malconce o non sono proprio uscite. Nell’altro ponte c’erano quelli della X Mas, ora la X Mas erano fascisti, però meno feroci di quelli della Muti. E allora un ufficiale della X Mas vede la scena e si avvicina, chiede e il fascistello dice “adesso le sto portando in caserma da noi a parlare con il comandante”. Quello della X Mas dice “no, adesso ci penso io”. Lì hanno litigato, poi quello della X Mas era un ufficiale e quell’altro no, e strada facendo l’ufficiale ci dice “vi porto dal mio comandante”. E strada facendo gli chiedo “perché tu hai fatto questo?”, lui dice “perché ho visto due ragazze che mi hanno ricordato le mie sorelle, e siccome so che il mio comandante è meno feroce del loro”. Infatti ci ha portato dal comandante e quando ha bussato è entrato, io ho visto appoggiate alla scrivania del comandante due ragazze che conoscevo e loro conoscevano me, e mi dico è finita, e invece hanno fatto di non conoscermi e io lo stesso. E questo ragazzo che ci aveva portato dice “queste ragazze hanno bisogno della benzina per un malato”, io avevo detto che venivo da un paese che era a 2 chilometri, non potevo dire che venivo da Pian Nava, perché era il paese dei partigiani. E il comandante diceva “tu conosci queste ragazze?” E questo giovane ufficiale ha detto “Sì, sì, le conosco, rispondo io di loro”. Questa cosa mi ha meravigliato molto’. Sandra ultima questa storia raccontandomi che poi la benzina non tornò più a prenderla e che fortunatamente la peritonite non si verificò, per cui il pericolo era scampato. Infine, aggiunge che al termine del conflitto riuscì, tramite il suo comandante, a rintracciare l’ufficiale membro della X Mas che garantì per lei – lui difatti le aveva rivelato il suo cognome – e riuscirono a farlo liberare di prigione. Devo ammettere che questa storia mi lascia abbastanza sorpreso sul momento, perché poche volte nella storiografia ufficiale si parla di episodi del genere, che fanno riflettere sul fatto che anche nella brutalità del conflitto, vi siano dei momenti di umanità.
    Questa sua esperienza mi porta a domandarle se vi siano stati dei momenti apparentemente difficili che l’abbiano spinta a dei ripensamenti. Ancora una volta la sua risposta è netta: ‘Ripensamenti no, l’unico momento in cui mi sono un po’ spaventata è quando il fascista mi ha detto che mi portava nella sua caserma’. Questo mi ha ulteriormente testimoniato che, nonostante i rischi, la partecipazione alla Resistenza era qualcosa di naturale e inevitabile per lei. Riguardo a questa mia domanda ribadirà un’altra volta di essere stata molto fortunata, un aspetto che è ritornato varie volte durante il suo racconto, considerando comunque che in questi frangenti anche la fortuna giocava un ruolo fondamentale.
    Il nostro discorso si sposta su quello che fu il clima all’interno della Resistenza, in particolare ne approfitto per chiederle com’era il rapporto tra loro partigiani. La sua risposta è ancora una volta molto ampia, che mi offre spunti di riflessione in merito a varie tematiche: ‘Era una cosa che mi sono portata dentro tutta la vita, perché c’era una fratellanza, una… io facevo parte della Brigata Alpina Cesare Battisti, che non aveva colore politico, c’era dentro di tutto, c’erano comunisti, socialisti… tutto, c’era dentro perfino un monarchico. Per cui non ho avuto problemi, eravamo amici e c’era soprattutto un rispetto reciproco che io vorrei trovarlo ancora, adesso che non c’è più’.
    Continuando a percorrere la sua storia, arriviamo alla fine della guerra. Sandra mi spiega che Verbania non fu liberata nel giorno riconosciuto poi come data simbolo della Liberazione, cioè il 25 aprile, bensì il giorno precedente, il 24 aprile. Tuttavia, già nella notte del 23 aprile si percepiva che la fine del conflitto era vicina, in quanto ricorda che i fascisti e i nazisti ormai si stavano ritirando e i suoi compagni partigiani l’avevano avvisata di prepararsi la mattina del 24 aprile per scendere verso Verbania e procedere alla Liberazione della città. Su questa giornata Sandra ricorda: ‘Alla mattina alle otto precise, c’era il trenino che è arrivato a Pian Nava, che si è fermato, lì c’eran su tutti i partigiani, a Pian Nava non si era mai fatto vivo nessuno c’eran fuori tutti, eran tutti partigiani. E io sono salita su questo trenino e mi sono trovata in mano, e questa è una cosa che fa ridere sempre tutti ma è vera, una rosa rossa, che io ho preso, ho tenuto e l’ho ancora adesso, perché l’ho tenuta con me, ma non so chi me l’abbia data’.
    Intuisco molto facilmente dal suo tono di voce l’entusiasmo per la fine della guerra, e anche un velo di commozione nel ricordare quello che fu un momento impresso in maniera indelebile nei suoi ricordi.
    [NOTE]
    2 Un’industria, attiva ancora oggi a Intra, che produce feltro.
    3 Si fa riferimento alla Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, milizia paramilitare attiva tra il 1943 e il 1945 nella Repubblica sociale italiana.
    Luca Buscato, Donne e Resistenza: contributo storico e costruzione della memoria collettiva, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2024-2025

    #1943 #1944 #1945 #alpina #Aprile #brigata #CesareBattisti #fascisti #Intra #LucaBuscato #partigiani #PianNava #provincia #Resistenza #SandraGilardelli #staffetta #tedeschi #Verbania #VerbanoCusioOssola
  3. ✊ CONVOY TO CUBA — BRIGADA 1° DE MAYO

    Dopo il Convoy di marzo, torniamo a Cuba per portare la solidarietà in Oriente e partecipare al grande corteo de La Habana.

    Dal 21-04-26 al 03-05-2026, spesa massima €1300 compreso volo

    Scopri come unirti al seguente link:
    telegra.ph/Solidariet%C3%A0-CU

    #cuba #cubaPorLaVida #freedom #freecuba #aprile #maggio

  4. 𝐴𝑝𝑟𝑖𝑙𝑒 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑐𝑟𝑢𝑑𝑒𝑙𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑚𝑒𝑠𝑖: 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎
    𝐿𝑖𝑙𝑙𝑎̀ 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎, 𝑚𝑒𝑠𝑐𝑜𝑙𝑎
    𝑅𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑜 𝑒 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖𝑜, 𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑙𝑎
    𝐿𝑒 𝑠𝑜𝑝𝑖𝑡𝑒 𝑟𝑎𝑑𝑖𝑐𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑝𝑖𝑜𝑔𝑔𝑖𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎𝑣𝑒𝑟𝑖𝑙𝑒.

    T. S. Eliot, The Waste Land
    Traduzione di Mario Praz

    #poesia #aprile #Eliot #TSEliot

  5. Aprile è il mese più crudele; fa nascere
    i lillà dalla terra addormentata, e mescola
    memoria e desideri … cctm.website/t-s-eliot-aprile/

    T. S. Eliot

    da La Terra desolata, Einaudi, 1963

    #aprile #tseliot #poesia #cctmwebsite #anoipiaceleggere #leggere

  6. Si spostavano verso la Garfagnana lanciando bombe a mano oltre ogni siepe

    I primi successi nella attività dello spionaggio nemico in montagna si erano potuti registrare non solo in occasione del rastrellamento di Pasqua [1944] in III Zona – effettuato con una precisione che testimoniava la presenza di abili informatori all’interno dello schieramento partigiano – ma anche in altre zone della Liguria, nello stesso mese di aprile.
    Nella zona dipendente dal Comitato Militare di La Spezia, ad esempio, due agenti nemici – presentatisi in formazione quali latori di un ordine di esecuzione emanato da un inesistente C.L.N. – erano riusciti a sobillare un gruppo di uomini del reparto partigiano dislocato a Sassalbo, sopra Fivizzano [n.d.r.: provincia di Massa-Carrara in Toscana], ottenendo l’uccisione del comandante e lo scioglimento del reparto stesso (1).
    Essi erano riusciti là dove pochi giorni prima aveva fallito una colonna di Camicie Nere e di G.N.R., proveniente da Carrara, il cui attacco la formazione aveva respinto sotto Collegnago.
    In quella zona si recarono, il 23 aprile, due membri del C.M. spezzino – Jacopini e Matazzoni (2) – per entrare in contatto con una banda operante nell’Argenia, presso la quale contavano di incontrare l’R.T. Domenico Azzari (Candiani) che pur essendo stato paracadutato troppo lontano dalla località assegnatagli dagli Alleati aveva ugualmente cominciato a richiedere aviolanci a favore di quel reparto (3).
    In quel periodo, i partigiani (4) avevano provveduto a disarmare il posto di blocco del Cerreto, ad impedire la consegna del bestiame all’ammasso bandito dai fascisti e ad effettuare alcuni attacchi improvvisi a pattuglie ed a colonne nemiche (5).
    L’uccisione di due militi nel corso di una di queste azioni fornì al Comando germanico il pretesto per un grande rastrellamento, il primo che investiva l’alta Lunigiana (6).
    Preceduto dalla affissione in tutti i paesi della zona del proclama diramato in quei giorni dal maresciallo Kesselring (7), l’attacco ebbe inizio la sera del 4 maggio: le precise notizie messe a disposizione del Comando tedesco dalle due stesse spie che per incarico della prefettura di Massa si erano infilfrate nella banda di Sassalbo, avevano enormemente facilitato la elaborazione di un dettagliato piano di rastrellamento.
    Esso prevedeva la convergenza nella zona di 3 colonne – circa 2.000 uomini tra G.N.R., Camicie Nere, X Mas e tedeschi – provenienti rispettivamente da Massa, da La Spezia e da Reggio; il concentramento del grosso delle truppe a Fivizzano doveva far credere che il paese costituisse la base di partenza per l’unica direttrice di attacco su Mommio [n.d.r.: frazione collinare del comune di Fivizzano], dove era dislocato il campo partigiano. Invece, contemporaneamente al movimento della colonna da Fivizzano, un’altra colonna doveva muovere nella notte attraverso il Cerreto per giungere ai fianchi e alle spalle dello schieramento partigiano.
    Il dispositivo non diede i risultati attesi solo perché la seconda colonna iniziò il fuoco senza attendere che la prima colonna completasse l’accerchiamento del campo: questo consentì alla maggior parte degli uomini della banda di mettersi in salvo.
    Tuttavia il nemico insistette per quattro giorni operando con intenti punitivi sulle popolazioni e rastrellando sistematicamente la zona dalla valle del Rosaro all’alta valle dell’Aulella, da Sassalbo a Giuncugnano, dal Cerreto al passo dei Carpinelli: oltre cento case bruciate (8), decine di contadini e di pastori uccisi, migliaia di capi di bestiame massacrati o razziati, lungo tutto il percorso dei reparti che lentamente si spostavano verso la Garfagnana lanciando bombe a mano oltre ogni siepe, indirizzando il fuoco dei loro mortai su ogni villaggio e su ogni bosco, sparando raffiche lungo ogni sentiero (9).
    Più che un’azione anti-partigiana questa fu soprattutto una sanguinosa azione di rappresaglia contro le popolazioni inermi: pochissimi furono infatti i partigiani caduti nel rastrel[amento, a paragone delle vittime civili (10).
    Non si può escludere che l’estensione, la durata e la forza di questo rastrellamento – indubbiamente sproporzionato alla entità delle forze partigiane presenti in zona – fossero già in relazione con le intenzioni germaniche di installare a Fivizzano, come poco dopo avvenne, una importante sede di Comando sulla linea gotica (11).
    [NOTE]
    (l) Si trattava del partigiano RENZO, uomo coraggioso e stimato dalle popolazioni; l’episodio si può spiegare solo se si considera la confusione che ancora prevaleva nel periodo in cui avvenne. Cfr. in merito “CANTA IL GALLO” ediz. Il Gallo di Renato Jacopini a pag. 32-33.
    (2) Matazzoni, tenente pilota in S.P.E., arrestato nel giugno ’44, morì nel campo di concentramento in Germania
    (3) La missione iniziale di Candiani – sottuffiiale di Marina in S.P.E. – era stata quella di operare fra Firenze e l’Appennino toscano per conto delle formazioni di quella zona .
    (4) Il reparto era inizialmente composto di una cinquantina dì uomini – di cui almeno 30 erano ex prigionieri di guerra britannici, francesi, sovietici, sudanesi e persino indiani – ed era in contatto con un piccolo nucleo guidato da due ufficiali britannici “WILLIAM” e “TERRY” stabilitisi a Castelletto, frazione di Giuncugnano.
    (5) La formazione di Mommio aveva ricevuto anche un lancio – la notte del 22 aprile – che era però andato quasi tutto disperso.
    (6) Jacopini (op. citata a pag. 39) paragona questo rastrellamento ad una vera e propria azione di linea: per il raggio e la durata, più che per i risultati militari raggiunti.
    (7) Testo del proclama affiso a Fivizzano e nel circondario: «Il comandante supremo delle forze armate germaniche proclama: Chiunque sia trovato in possesso di armi ed esplosivi non denunciati al più vicino Comando tedesco, sia fucilato. Chiunque dia alloggio a partigiani, o li protegga, o li soccorra di abiti, cibo o armi, sia fucilato. Chiunque sia a conoscenza di un gruppo di ribelli o anche di un solo ribelle e non ne dia notizia al Comando più vicino, sia fucilato. Chiunque dia al nemico o ai partigiani notizie sulla dislocazione di comandi tedeschi o di installazioni militari, sia fucilato. Ogni villaggio in cui sia provata la presenza di partigiani o nel quale siano avvenuti attacchi contro soldati tedeschi o italiani, o nel quale siano avvenuti tentativi di sabotaggio a depositi di guerra, sia raso al suolo. Inoltre siano fucilati tutti gli abitanti maschi del villaggio, di età superiore ai 18 anni. Le donne e i bambini saranno internati nei campi di lavoro».
    (8) Solo a Mommio, 70 delle 72 case furono bruciate.
    (9) Testim. Jacopini.
    (10) I caduti partigiani accertati furono non più di 6: i due fratelli Bertolucci uccisi in uno scontro con una pattuglia della Decima a Regnano, un partigiano isolato sorpreso ed ucciso a Sermezzana e altri 3 – sorpresi dal rastrellamento nel bosco di Caugliano – i cui cadaveri furono esposti sulla piazza di Fivizzano a scopo dimostrativo.
    (11) Quando, in aprile, nel paese era stato affisso il manifesto di Mussolini che invitava gli sbandati a presentarsi entro il 25 maggio, mani ignote avevano risposto scrivendo sul manifesto stesso il ritornello di una canzone allora in voga: «vieni, c’è una strada nel bosco» (cfr. Jacopini op. citata).
    Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria. Volume II, Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 1969, pp. 145-148

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  7. La tempestiva azione del Gruppo Marina consentì di salvaguardare molte delle opere della Marina

    La Marina fu anche protagonista nella liberazione di Venezia. Il 28 aprile il Gruppo Marina, che faceva capo al contrammiraglio Franco Zannoni, appartenente al Comitato Centrale Militare, alle dipendenze del C.L.N., entrò in azione sin dall’alba in concorso con le squadre dei gruppi dei partiti inquadrate per sestiere, riunite sotto il comando del capitano di corvetta Carlo Zanchi. Furono occupate le caserme San Daniele e Sanguinetti, l’ex comando della Marina Repubblicana, vari uffici distaccati, il circolo ufficiali, i Cantieri A.C.N.I.L. e Celli, il Magazzino viveri di San Biagio. Il Gruppo attaccò a mano armata l’Arsenale, disperdendo con il fuoco delle armi gli ultimi residui centri di resistenza del forte reparto della Marina tedesca che aveva protetto la fuga del comando tedesco dell’Arsenale. Fu lanciato un ultimatum che prevedeva che i tedeschi lasciassero l’Arsenale entro le 16, senza attuare il piano distruttivo previsto e senza far saltare la polveriera della Certosa. Poco prima dell’ora di scadenza fu alzata la bandiera nazionale sui pennoni delle torri e il capitano di vascello Rosario Viola, per delega del C.L.N., assunse il comando temporaneo dell’Arsenale, nominando il colonnello delle Armi Navali Alberto Gerundo direttore di Marinarmi e il tenente colonnello del Genio Navale Alfio Denaro, direttore di Maricost. La tempestiva azione del Gruppo Marina consentì di salvaguardare molte delle opere della Marina; l’Arsenale, in particolare i macchinari e i bacini, aveva già subito notevoli danni a opera dei tedeschi. Gli oltre trecento uomini della X MAS, con i loro ufficiali e l’armamento al completo, si asserragliarono nella caserma Sant’Elena; dovettero essere condotte lunghe trattative poiché essi richiedevano salvacondotti che li mettessero al sicuro dall’azione dei partigiani; cosa che il C.L.N. non voleva dare. Fu necessario un ultimatum dato il 29 per arrivare alla resa, che si svolse il 30, in concomitanza con l’arrivo dei reparti dell’Esercito regolare, dei commando alleati e degli NP della Marina. Grazie all’arrivo dei commando il Gruppo Marina di Lido poté procedere all’occupazione delle principali batterie, che fino ad allora avevano minacciato di aprire il fuoco sulla città, al disarmo del personale della Difesa e alla cattura dei numerosi mezzi della Marina Repubblicana, compresa una motosilurante.
    Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale, Anno XXIX, 2015, Editore Ministero della Difesa

    L’ultima fase dell’azione partigiana a Venezia si intensificò nel mese di aprile del 1945, dopo che il 10 aprile le forze alleate avevano attaccato la Linea Gotica. A Venezia, ancora una volta, si ripresenta una situazione unica per gli spazi e le modalità con cui si svolse l’Insurrezione. L’obiettivo comune era quello di preservare la città nel suo complesso, nel suo patrimonio storico e artistico, nel suo patrimonio archivistico legato alle amministrazioni e ai ministeri fascisti, nel patrimonio industriale di Porto Marghera <230. L’andamento iniziale dell’insurrezione fu quindi lento, parziale, anche per timore delle rappresaglie e dell’isolamento di cui Venezia godeva rispetto al fronte militare di terra. In seguito, tra il 25 e 26 aprile, il moto insurrezionale si fece più forte, grazie ad un più convinto intervento della popolazione locale. Ancora fondamentale fu la rivolta dei detenuti che si tenne nel carcere di Santa Maria Maggiore il 26 aprile del 1945, e le insurrezioni operaie che si ebbero in molte fabbriche di Marghera. Nella notte del 27 aprile i volontari dei GAP e delle brigate cittadine riuscirono ad occupare la caserma di San Zaccaria <231. Solo agli inizi di maggio furono isolate e sconfitte le ultime cellule di fascisti che ancora presidiano i punti strategici o le caserme, come accadde con la X MAS a Sant’Elena <232, l’8 maggio del 1945. In questo clima avvenne quindi la mediazione con le forze tedesche grazie alla partecipazione, come mediatore, del patriarca Piazza, che non era mai stato vicino alla resistenza <233. L’intervento del patriarca come responsabile delle trattative fu promosso, oltre che per salvaguardare la città e i cittadini, anche per interessi politici di arginamento delle forze partigiane più a sinistra. Questo episodio fece discutere molti aderenti alla resistenza già all’epoca <234. Il 28 aprile, in Piazza San Marco, mentre le truppe alleate entravano in città, una grande manifestazione fece sventolare nel cielo il tricolore. Venezia era libera, la guerra era terminata.
    [NOTE]
    230 ERNESTO BRUNETTA, La lotta armata: spontaneità e organizzazione, in GIANNANTONIO PALADINI, MAURIZIO REBERSCHAK, GIUSEPPE TATTARA (a cura di), La Resistenza nel Veneziano, Università di Venezia, Istituto Veneto per la Storia della Resistenza, Venezia, 1985, p. 437.
    231 Ivi, p. 439.
    232 Ivi, p. 438.
    233 MAURIZIO REBERSCHAK, I cattolici veneti tra fascismo e antifascismo, in EMILIO FRANZINA (a cura di), Movimento cattolico e sviluppo capitalistico, atti della giornata di studi (Venezia, 1974), Marsilio, Venezia, Padova, 1974
    234 GIULIO BOBBO, La lotta resistenziale a Venezia, in GIULIA ALBANESE, MARCO BORGHI (a cura di) Memoria resistente: la lotta partigiana a Venezia e provincia nel ricordo dei protagonisti, Istituto veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, Nuova Dimensione, Venezia, Portogruaro, 2005, p. 234
    Francesco Donola, Armando Pizzinato: pittore partigiano, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023

    In quasi tutte le parrocchie, comunque, si verificarono scontri armati, più o meno accaniti, tra le parti: «I tedeschi parevano furie scatenate; sparavano in tutte le direzioni; si temeva quasi una rappresaglia»; a Noale, però, la nutrita sparatoria ingaggiata dai fuggitivi, col timore di un’imboscata, non ebbe risposta e «fu assicurato alle staffette tedesche libero il passaggio e così il paese non ebbe a soffrire alcun danno per la ritirata» <492. A quanto riportato dalle cronistorie, comunque, furono scongiurati tragici spargimenti di sangue e, all’arrivo degli alleati, il 30 aprile, il bilancio era di qualche caduto, in entrambi gli schieramenti, e qualche prigioniero tedesco arresosi. Fortunatamente, l’unico episodio di “rappresaglia” nei confronti della popolazione, si risolse, a Peseggia [frazione del comune di Scorzè, in provincia di Venezia], da parte di alcune SS, nell’atto di chiudere a chiave nel campanile, un gruppo di ostaggi. Nulla di paragonabile alle decine di vittime che, con il proprio corpo, protessero la ritirata nazifascista lungo quel tristemente famoso percorso, rievocato da Egidio Ceccato in “Il sangue e la memoria” <493. A differenza di quanto accadde in alcune parrocchie in corrispondenza di altri eventi significativi, quali, ad esempio, la caduta di Mussolini, questa volta, i curati non poterono esimersi dal celebrare con «festoso scampanio» <494 l’avvenuta liberazione, facendo da sfondo allo sventolio di bandiere e fazzoletti con il quale la popolazione dava sfogo al proprio entusiasmo.
    […] I contenuti di un volantino del C.L.N., rinvenuto fra gli incartamenti della prefettura repubblicana veneziana per l’anno 1945, fanno presagire il subitaneo riaffiorare delle contrapposizioni ideologiche in concomitanza con il volgere al termine della parentesi resistenziale e, di conseguenza di quella che fu, senza giri di parole, rassegnata convivenza e forzata collaborazione; i «corvi neri» “che un giorno si sono inchinati al fascismo e ne hanno incensato i capi e le loro opere tentano ora di spacciare la falsa moneta del loro patriottismo per usare della vostra opera e del vostro sacrificio […]. Stanno ancora col piede sui due piatti della bilancia, pronti ad abbandonarvi e negare se il vento dovesse cambiare direzione. Lavorano nel silenzio e nel mistero per non rilevare ora la loro identità. […] continuano la loro trama diretti da un papa già fascista, ora filo-inglese, domani ancora fascista se gli avvenimenti e l’interesse dovesse consigliarli [sic] di mutare bandiera”. All’esortazione «Diffidate dei preti!», seguivano i capisaldi della polemica anticlericale, ossia le accuse rivolte al clero di tenere i fedeli lontani dalla cultura «in stato di ignoranza, di inferiorità, perché non scopriate le loro menzogne per dominarvi con l’oscurantismo e la paura. […] Siate uomini e non schiavi della sottana nera» [27 gennaio 1945] <498.
    [NOTE]
    498 ACS, cit., cat. K42, b. 50, fasc. 92, «Venezia. Attività del clero».
    492 Don E. Neso, Cronaca relativa alla parrocchia di Noale. Dicembre 1943-Giugno 1945, op. cit., p. 3.
    493 E. Ceccato, Il sangue e la memoria, op. cit.
    Daiana Menti, Il clero del Miranese dall’inizio del Novecento alla seconda guerra mondiale nelle sue relazioni con le pubbliche autorità, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2012-2013

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  8. Il vescovo di Triste e la strage tedesca di Opicina

    La rappresaglia messa in atto il 3 aprile fu effettuata il giorno successivo all’attentato del pomeriggio del 2 aprile. La lista dei destinati alla fucilazione doveva quindi essere già pronta nella notte tra il 2 e il 3 aprile visto che all’alba del 3 fu fatto, in carcere, l’appello dei condannati.
    Tra le poche informazioni raccolte attorno alla fucilazione interessante è la reazione del Vescovo di Trieste Antonio Santin. Avuta notizia della condanna a morte degli ostaggi per l’attentato al cinema di Opicina, il vescovo, alle 5 del mattino, tentò di raggiunge l’altopiano in macchina, sperando di arrivare prima dell’esecuzione. Arrivato a Opicina si fece guidare dal parroco don Andrea Zini sino al poligono di tiro. Giunse, però, troppo tardi, quando la condanna era già stata eseguita e i cadaveri erano stati già portati via dal luogo dell’eccidio. <93 Tra le carte dell’Archivio della Diocesi di Trieste è stato ritrovato un fascicolo su Opicina <94 che ci può aiutare a fare chiarezza su quali furono le reazioni da parte degli organi ufficiali tedeschi e italiani all’attentato. Il 4 aprile l’Ortskommandantur <95 di Villa Opicina emise il seguente comunicato alla popolazione della frazione triestina: “Per ordine delle autorità militari tedesche, la popolazione di Opicina deve fare luce entro 8 giorni sull’attentato. Tutte le indicazioni devono essere presentate per iscritto o personalmente alla Ortskommandantur. E’ assicurata la più totale discrezione da parte delle autorità militari tedesche. E’ nell’interesse della stessa popolazione contribuire all’accertamento del colpevole. Il termine è fissato per il 12.4.44. Il presente ordine dovrà essere comunicato immediatamente attraverso le autorità Comunali (Consiglio Comunale) e le autorità religiose”. <96
    L’ordine delle autorità militari di Opicina era chiaro, ma tardivo rispetto alla punizione dell’attentato. La reazione del vescovo Santin non si fece certo attendere: egli scrisse subito una lettera all’Ortskommandantur di Opicina, una al Comando della Wehrmacht nell’OZAK ed infine una terza al Podestà Cesare Pagnini. “Prego cortesemente codesto Ortskommandantur di disporre che l’ordine dato alla popolazione per le ricerche intorno all’attentato nel cinematografo sia comunicato in altro modo non potendo codesto parroco eseguire personalmente quanto viene disposto sulla lettera di questi (lettera del 4 aprile 44). La ragione è la seguente. Fino ad oggi nella nostra regione furono uccisi ben tredici
    sacerdoti, ed anche recentemente i partigiani hanno portato via un parroco. Essi sono continuamente minacciati di morte. Sono diligentemente controllati in tutto quello che fanno e dicono, e tutto ciò che sembrare ostile a loro è motivo per decidere della loro sorte. Quanto viene chiesto al vecchio parroco di Opicina sarebbe interpretato certamente in questo senso e ne potrebbe andare della sua vita. Ecco perché io stesso ho disposto che in Chiesa non avvenga la chiesta pubblicazione” <97. La paura del vescovo di non compromettere il suo parroco non era giustificata, in quanto il vecchio don Zini era ben voluto dalla popolazione locale. È chiaro che si tratta di un tentativo di evitare di compromettere l’autorità religiosa, facendosi da tramite tra la popolazione e le autorità tedesche in questo particolare momento di violenza. Le parole scritte per il Comando della Wehrmacht sembrano più interessate alle sorti della popolazione di Opicina: “[…] Come vescovo della Diocesi, mentre deploro nel modo più deciso il proditorio attentato di Villa Opicina, non posso non esprimere il mio dolore per l’uccisione di tanti miei diocesani che certamente, se erano in carcere, non avevano commesso il fatto. Tanto più viva è la mia sofferenza in quanto, come promesso, non fu accordata loro l’assistenza religiosa, diritto sacro del quale nessuno può essere privato. La popolazione fu invitata a fornire indicazioni sopra gli autori dell’attentato, minacciando severe misure militari se entro 8 giorni non fosse fatta luce sullo stesso. Pesa così su quella povera gente un incubo proprio durante questi giorni santi. E siccome gli autori si saranno
    probabilmente eclissati, e, sia la mancata conoscenza degli stessi, sia il terrore largamente diffuso dai partigiani, impediranno che vi siano rivelazioni di qualche importanza, così si teme il peggio per la povera popolazione. […] io chiedo vivamente a codesto Comando di voler desistere da simili misure. La punizione già data è tale, che ulteriori provvedimenti, salvo che non si raggiungano i veri autori, desterebbero oltre che immensa pena anche l’indignazione di tutta la regione” <98.
    La popolazione aveva già subito una punizione dura ed esemplare, non si doveva andare oltre. Il vescovo chiude la lettera con un’ultima analisi dei fatti accaduti: “E’ solo la giustizia che viene accettata da ognuno, comunque egli senta, e placa gli animi; ed è essa il segno chiaro della grandezza di un popolo. Il terrore, anche come reazione, ottiene solo effetti molto effimeri e spinge ancor di più gli animi alla disperazione e quindi verso la zona della violenza”. <99
    Santin vuole cercare di bloccare un’escalation di violenza all’interno della zona cittadina, per evitare gli orrori che ben conosce nel resto del territorio della sua Diocesi (vedi l’Istria soprattutto). Sullo stesso tono la lettera al podestà: «non posso non deplorare una reazione che colpisce un tale numero di innocenti di quel delitto. Tali sistemi introdotti non so come e non so da chi negli usi di questa guerra gettano una luce ben fusca sopra la nostra generazione». <100 Quali dovessero essere le severe misure militari nei riguardi della borgata nessuno lo sapeva con precisione, si temeva la distruzione delle case e la deportazione in Germania, stessa sorte accaduta ai paesi di Comeno e Rifembergo qualche mese prima (fatti ben conosciuti da Santin). Alla richiesta di un intervento deciso presso le autorità tedesche per impedire ulteriori violenze, rispose il podestà alla vigilia del termine dell’ultimatum: “Ho fatto quanto stava in me per evitare ulteriori dolori alla gente di Poggioreale del Carso. Ho scritto una lettera al Comandante di Brigata delle SS barone von Malsen-Pockau esprimendo che le rappresaglie si fermassero alle 70 fucilazioni e dicendomi convinto che il rispetto alle leggi e agli ordini delle superiori Autorità troverà sempre conferma in questa zona e che un atto di clemenza potrà avere gli stessi o migliori risultati di un atti di repressione sulla popolazione, poiché ritengo che il pericolo sia esterno e che queste popolazioni debbano essere considerate vittime e non complici degli atti di terrore”.
    […] Scaduto l’ultimatum tedesco non ci furono altre rappresaglie nella borgata di Opicina anche se, come conferma il 21 aprile il Prefetto di Trieste in un comunicato al Ministero degli Interni della Repubblica di Salò, i colpevoli non furono individuati: “Si comunica [che] le locali autorità germaniche, in seguito all’attentato terroristico compiuto nel cinematografo di Poggioreale del Carso che provocava la morte di alcuni militari germanici, ha proceduto, per rappresaglia, all’esecuzione di 70 banditi comunisti, già detenuti. I responsabili dell’attentato finora non risulta siano stati identificati. Inoltre il Supremo Commissario per la Zona d’Operazioni Litorale Adriatico, con ordinanza del 2 corr., ha ordinato lo “stato di guerra” per la frazione di Poggioreale del Carso” <104.
    Due giorni dopo però, un’altra esplosione sconvolse la città di Trieste e i suoi cittadini.
    [NOTE]
    93 G. Botteri, Antonio Santin Trieste 1943-45, Udine 1963, p. 41. Si tratta del giorno 4 aprile sicuramente.
    94 ADTS, fasc. 317/1944 Opicina.
    95 L’Ortskommandantur era il Comando di presidio locale della Wehrmacht.
    96 ivi, Ortskommandantur Villa Opicina den, 4. April 1944.
    97 ivi, minuta della lettera del vescovo Santin indirizzata alla Ortskommandantur di Opicina, del 4 aprile 1944.
    98 ivi, minuta della lettera del vescovo Santin indirizzata al Comando della Wehrmacht della Zona d’operazione Litorale Adriatico, del 5 aprile 1944.
    99 ivi.
    100 ivi, minuta della lettera del vescovo Santin al Podestà di Trieste, del 5 aprile 1944.
    104 ARS, AS 1829, dok. 1016. Per «stato di guerra» si intendeva una situazione di controllo totale della borgata e sui suoi cittadini. Una situazione che poteva portare ad arresti preventivi indiscriminati, alla requisizione di intere zone ritenute importanti ai fini della difesa delle forze di occupazione. Secondo il racconto del Prefetto Coceani, fu grazie al suo intervento presso il Comandante di Brigata, il barone von Mahlzen (comandante della Polizia per la Provincia di Trieste) che furono scongiurate altre rappresaglie nella frazione. Cfr: B. Coceani, Mussolini, Hitler, Tito cit., p.116
    Giorgio Liuzzi, La politica di repressione tedesca nel Litorale Adriatico (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, 2004

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  9. Le pattuglie tedesche ispezionavano ogni angolo della capitale

    “Attorno a questo lavorio c’era il consenso, anzi la complicità della popolazione: oneste famigliole borghesi, umili case operaie, ospitavano, sfamavano chi era costretto ogni notte a cambiar domicilio, tenevano in serbo carte pericolose; impiegati, funzionari fornivano informazioni, tessere, bolli, documenti falsi; fornai facevano il pane per gruppi di patrioti, trattorie sfamavano celatamente gente braccata, chirurghi aprivan la pancia a malati immaginari, monacelle di clausura accoglievano ebrei e renitenti alla leva, sacerdoti trasmettevano messaggi segreti in confessionale. […]. Ci accomunava l’attesa per tutti uguale, l’angoscia per tutti uguale di un male vicino, nostro o di persone care, la speranza ferma contro quel limite, il giorno della liberazione; al di là del quale non ci raffigurava nulla, solo una gran luce entro cui tutto sarebbe stato facile, il pensare, l’operare, il lasciare passare gli anni” <72.
    Borghesi, studenti, donne cercarono in ogni modo di contribuire con gesti di ribellione verso gli invasori e di solidarietà verso gli oppressi, correndo enormi rischi per la propria incolumità e per quella dei propri familiari. Le pattuglie tedesche ispezionavano ogni angolo della capitale, si trovavano a pochi metri l’una dalle altre, con fucili spianati e camionette pronte a caricare gli oppositori, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, e come ci è stato raccontato dai protagonisti di quegli anni drammatici. Il coprifuoco fu istituito alle ore 17, le retate divennero più frequenti, così come le ruberie: eppure, clandestinamente, la rete di aiuto divenne sempre più fitta. Si cercava di procurare una maggiore quantità di materie prime, come ad esempio ortaggi o animali, per sfamare i fuggitivi, i ripostigli delle case vennero dotati di nascondigli improvvisati. Frequente divenne l’uso della loro carta annonaria <73, di cui i clandestini erano ovviamente privi, per poter prendere razioni di cibo da condividere con loro: esibendo questo documento nominale era possibile rivolgersi a venditori autorizzati e acquistare prodotti alimentari. I fuggiaschi iniziarono ad affluire in numero sempre più considerevole anche dalle campagne, in primis da quelle abruzzesi e ciociare. La situazione divenne ancora più critica: non c’erano più ferrovie, ed erano saltate tutte le linee di comunicazione, gas e luce, le riserve di cibo erano sempre più scarse e i prezzi degli alimenti era salito in maniera esorbitante, soprattutto pane, pasta, farina e olio. Nessuno pensava di fare qualcosa di speciale, tutti si rimboccavano le mani per rendere meno arduo il sopravvivere quotidiano, come abbiamo visto. Portare medicine ai feriti, ospitare fuggiaschi, ricercati ed ebrei, condividere cibo: ciascuno nel proprio (grande) piccolo, trascorse i mesi dell’occupazione attuando una forma di resistenza, armata e non. La Roma di quei mesi è stata sempre più spesso descritta con tre parole: fame, freddo, paura.
    Fame, problema quotidiano a cui cercavano di provvedere le donne, spesso iniziando una fila interminabile all’alba, per poter almeno comprare le razioni di cibo utili a sfamare la propria famiglia. e quante volte, all’arrivo del proprio turno, i forni si scoprivano vuoti: nacquero da questa situazione gli assalti, con immediate fucilazioni per le donne che se ne erano rese protagoniste. Il freddo accompagnò tutto il periodo dell’occupazione, senza contare che i continui furti dei tedeschi negavano alla popolazione non solo di poter sfruttare le proprie risorse alimentari, ma anche l’uso di stufette e beni di prima necessità, per sopravvivere alle intemperie. Paura. Ma su questo non credo sia necessario spendere parole per spiegarne il perché.
    […] Dopo 272 giorni di sofferenze, violenze e privazioni, il 4 giugno 1944 Roma venne liberata dagli Alleati. Ma, nel mese di maggio, visse forse la fase più drammatica della sua occupazione: i tedeschi intensificarono i controlli e i divieti divennero più stringenti, con l’obiettivo di intimorire le bande partigiane, mettendole nella condizione di rinunciare a qualsiasi rappresaglia, evitando così l’insurrezione. Così non fu, Roma continuò a essere divisa in zone controllate militarmente da gruppi del Cnl. Coordinati fino a quel momento da una giunta con a capo Giorgio Amendola, Sandro Pertini e Riccardo Bauer e organizzati con radio, staffette e pattuglie, i partigiani compirono vere e proprie azioni militari per reagire all’occupazione. In quei giorni di maggio tutti questi gruppi vennero posti sotto il comando del capitano Roberto Bencivenga, in contatto con i comandi alleati che fornivano armi e organizzavano azioni di disturbo alle colonne tedesche, sabotaggi ai mezzi e alle linee di trasporto e alle vie di comunicazione più usate: strade e telefoni in primis. Inoltre, divenne più attiva la partecipazione della popolazione, turbata dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, dopo la deportazione degli ebrei nell’ottobre precedente.
    Nel frattempo, gli eserciti alleati si avvicinarono a Roma, dopo aver rotto la linea Gustav, un sistema di fortificazioni eretto dai tedeschi verso il fronte abruzzese, e aver superato le montagne di Gaeta e Terracina. Anzio e la Casilina furono le prime zone in cui giunsero e immediatamente partì l’ordine del generale Albert Kesselring di battere in ritirata, per attirare gli Alleati lungo la linea gotica (il sistema di fortificazioni costruito nella parte settentrionale della penisola), e cercando nel frattempo di limitare le perdite tra i propri uomini. Il 27 maggio iniziò la ritirata, con i tedeschi che comunque difesero le vie di Roma, per consentire a tutti i militari di attraversare la città e dirigersi verso nord. Sulla Casilina si ebbe lo scontro più duro, con i tedeschi che resistettero per cinque giorni, salvo poi dover cedere agli attacchi degli angloamericani, che si aprirono così la strada per Roma il 1° giugno. Strada che, come abbiamo visto, era ormai priva delle principali linee di comunicazione: si chiese quindi ai romani di fare uno sforzo per cercare di rendere praticabili i pochi impianti non andati distrutti. Squadre armate di cittadini risposero all’appello mettendosi a lavoro: la collaborazione con gli Alleati divenne sempre più simbiotica.
    Il 3 giugno i tedeschi abbandonarono definitivamente la capitale; il pomeriggio del 4, la Quinta divisione dell’esercito americano, guidata dal generale Mark Clarck entrò a Roma attraverso le strade provenienti da sud. Ma i tedeschi, prima di abbandonare definitivamente la città, compirono un’ultima strage, l’eccidio de la Storta, una località sulla via Cassia, in cui vennero trucidati gli ultimi prigionieri di via Tasso: 14 persone, 12 italiani, un inglese e un polacco, tra cui sindacalisti, partigiani ed ex ufficiali. Roma comunque era ufficialmente di nuovo libera: gli angloamericani furono accolti con giubilo, mentre Ivanoe Bonomi venne convocato in Campidoglio e nominato nuovo Presidente del Consiglio, a seguito di un incontro con i rappresentanti delle Nazioni Unite. Persone di ogni fede e partito si recarono sotto la finestra di papa Pio XII in piazza San Pietro, inneggiando al suo nome e ringraziandolo per quanto fatto nei lunghi mesi di occupazione. Il re Vittorio Emanuele III mantenne fede ai patti stipulati nei mesi precedenti con la corrente antifascista, ritirandosi a vita privata: la questione monarchica venne rimandata al dopoguerra, nel frattempo il figlio Umberto ottenne la luogotenenza.
    Pochi mesi dopo i fatti raccontati, si procedette all’apertura delle cave sull’Ardeatina, e a una prima identificazione dei cadaveri sepolti nella fossa comune. Un’immagine che rimanda a ciò che era a quel punto Roma: libera dagli occupanti, ma non dai propri fantasmi. E con un futuro da (ri)costruire con una parola d’ordine: libertà.
    [NOTE]
    72 Monelli, Roma 1943, cit., p. 339.
    73 Ribattezzata dai romani come “tessera della fame”.
    Cristiana Di Cocco, L’occupazione tedesca di Roma. Il diario di Giulio Di Legge, Roma TrePress, 2023

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  10. Notizie importanti ce le dà Radio Bari

    Con l’avvenuto riconoscimento della delegazione ciellenistica di Lugano Mc Caffery aveva così perentoriamente chiesto a Pizzoni l’esautorazione di A.G. Damiani e la nomina di un suo sostituto per la parte militare. Per la persona da destinare a tale incarico l’inglese aveva fatto esplicitamente il nome di Stucchi, conosciuto in occasione della recente missione. Discussa la questione in sede di Clnai, in assenza di Parri, i delegati dei partiti si erano accordati per interpellare “Federici” tramite Giorgio Marzola, “Olivieri”. D’altra parte, sulla nomina di Stucchi si erano pronunciate positivamente varie forze politiche, che l’avevano usata come mezzo per indebolire i comunisti e per riservare ai socialisti, nel dopoguerra, un ruolo di mediatori. L’allontanamento di Stucchi era poi consigliato anche da ragioni di prudenza: egli era stato in contatto con molti degli arrestati di via Andreani e di via Borgonuovo, ma soprattutto con Galileo Vercesi, espondente per i democristiani del Cm. Egli era di fatto schedato, se è vero che Antonio Gambacorti Passerini, già all’inizio dell’anno [1944], da San Vittore, dov’era recluso, aveva fatto pervenire alla moglie Nina un biglietto clandestino diretto all’amico: “Di’ a Gibi di andarsene subito” <636. Stucchi sarebbe venuto a sapere solo dopo la fine della guerra che, durante gli interrogatori, la polizia carceraria chiedeva ai detenuti se lo conoscevano. Fu così che, passate le consegne a Guido Mosna, suo sostituto nel Cmai, e abbandonata la “grigia e travagliata vita di Milano” <637, egli sarebbe partito il 23 aprile alla volta della Svizzera.
    Dai nuovi colpi inferti alla Resistenza alla costituzione del Cvl
    Nel frattempo, al di là dell’affaire Damiani, che sarebbe durato più di un mese, la situazione politica del Paese era giunta a un punto di svolta. Ivanoe Bonomi, presidente del Cln centrale, dimessosi il precedente 24 marzo 1944 a causa di contrasti sorti tra i partiti di sinistra e quelli di destra, il 7 aprile aveva annotato sul suo Diario: “Quel voto [del Congresso di Bari, nda] aveva avuto un effetto notevole. Aveva collocato Badoglio in un cul di sacco. Egli non poteva fare un vero e proprio Gabinetto politico per il rifiuto dei partiti antifascisti a parteciparvi. Non poteva né avanzare, né ritirarsi. In tale situazione è giunto miracolosamente da plaghe lontane un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo, che si è accostato a Badoglio e lo ha tratto in salvo. Il cavaliere è venuto dalla Russia ed è Palmiro Togliatti (alias Ercoli) […] Il pensiero di Togliatti è semplice, rettilineo, convincente […] La mossa di Togliatti ha avuto effetti risolutivi. Se i comunisti vanno con Badoglio, come possono restare in disparte i liberali di Croce, i democristiani di Rodinò e così, via via, tutti gli altri?” <638
    Il 27 marzo, infatti, quasi contestualmente, il leader del Pci, Palmiro Togliatti, nome di battaglia “Ercoli”, partito dalla Russia e transitato per Il Cairo e per Algeri, era giunto in Italia dove aveva dato, con la famosa “svolta di Salerno”, un nuovo indirizzo all’atteggiamento del suo partito verso il governo Badoglio e la monarchia. Togliatti aveva proposto la più ampia collaborazione di tutte le forze politiche, compreso il re, la cui sorte sarebbe stata discussa alla fine del conflitto. Alla costituzione di un nuovo governo democratico di guerra e di unità nazionale, il Pci aveva posto tre condizioni: la prima, che non si rompesse l’unità delle forze democratiche e liberali antifasciste, ma che, anzi, questa unità si estendesse e si rafforzasse; la seconda, che al popolo italiano venisse garantita, nel modo più solenne, a liberazione avvenuta, un’Assemblea nazionale costituente; la terza, che il nuovo governo democratico si formasse sulla base di un preciso programma di guerra per lo schiacciamento degli invasori e per la liquidazione del fascismo. Con estremo realismo Togliatti aveva parlato davanti ai militanti comunisti della Federazione di Napoli: “A queste condizioni siamo disposti a ignorare tutti gli altri problemi o a rinviarli; sulla base di queste condizioni ci sembra che possa essere realizzata la più ampia unità di forze nazionali per la guerra […] <639. Queste indicazioni, legate al riconoscimento del nuovo governo da parte della Russia, avevano spiazzato del tutto i partiti ciellenistici. L’8 aprile Bonomi riportava tra i suoi appunti le “doglianze e le critiche” provocate dalla svolta nel mondo politico, paragonandole a quelle che avevano “formato la sostanza dei dibattiti” <640 e che lo avevano costretto, due settimane prima, a dare le dimissioni dal Comitato di Liberazione. Annotava: “Se durante quei dibattiti io avessi proposto ciò che Togliatti ha fatto accettare […] io sarei stato cacciato dal mio posto. Proprio vero che in politica i fatti sono quelli che si incaricano di far giustizia delle passioni del momento” <641.
    L’area degli antifascisti cattolici aveva accolto invece le proposte di “Ercoli” in modo positivo. Aveva scritto il giornalista Carlo Trabucco alla data dell’11 aprile: “Notizie importanti ce le dà Radio Bari. Infatti le dichiarazioni dell’esponente massimo del Comunismo in Italia, Palmiro Togliatti, sono di una liberalità che perfino sconcerta. Togliatti ci porge un piatto sul quale si trova in bella mostra la completa libertà di culto e il rispetto della Religione Cattolica. Pare di sognare. Perché 25 anni or sono il comunismo italiano e il padre suo, il socialismo, non hanno formulato la stessa proposizione? Perché negavano patria ed esercito, religione e morale? Non sarebbe nato il fascismo e la vita italiana avrebbe avuto altro corso. Perché il comunismo italiano acquistasse il buon senso di cui dà prova oggi per bocca di Togliatti, ci sono voluti 20 anni di tirannia e questo spaventoso bagno di sangue. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, noi vogliamo prendere in parola Togliatti e aspettarlo a suo tempo al traguardo delle realizzazioni pratiche” <642.
    Le proposte, invece, erano state guardate come un inaccettabile voltafaccia dagli azionisti, rimasti da tempo amareggiati e delusi dalle manovre di Badoglio, tendenti a soffocare l’opinione pubblica antifascista e a far rimanere il re su quel trono che egli stesso aveva disonorato. Scriveva in una lettera clandestina Parri ad Alberto Damiani, “Tito”, e ad Adolfo Tino, “Vesuvio”, il 16 aprile: “dopo tanto lavoro nostro e specie di Tito, la situazione sia pol. sia mil. del Nord Italia è totalmente ignorata, come dimostra anche il colpo di scena Ercoli” <643. Per rimarcare con maggiore incisività le proprie posizioni, il PdA pubblicava il 18 sul suo organo di stampa «Italia Libera» un articolo intitolato Esordio pericoloso, in cui venivano messi in luce alcuni errori che avevano turbato l’entusiasmo e la fede nella lotta: “Le deficienti impostazioni politiche nell’Italia meridionale, rese evidenti dal Congresso di Bari, le mene del governo Badoglio, le oscillazioni di qualche altro partito di Roma, il discorso di Churchill, rude e aspro e ingiusto per la democrazia, le sottigliezze politiche dell’Unione Sovietica, hanno dato agli avvenimenti un corso assai diverso da quello che il Paese aveva il diritto di attendersi. L’iniziativa Togliatti, se avesse tenuto conto di tutti i più complessi e delicati fattori politici in gioco, avrebbe potuto ancora salvare la situazione e preservare le ragioni e l’avvenire della democrazia” <644.
    [NOTE]
    636 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 266.
    637 ivi, p. 309.
    638 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1940),, Garzanti, Milano 1947, pp. 175-6.
    639 P. Togliatti, Il discorso, in A. Capurso (a cura di), I discorsi che hanno cambiato l’Italia. Da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni, Mondadori, Milano 2008, pp. 170-1.
    640 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno…, cit., p. 178.
    641 ibidem.
    642 Carlo Trabucco, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca, Borla, Torino 1954, p. 218.
    643 Insmli, Maurizio a Tito e Vesuvio, 16/IV ’44, fondo Damiani, b. 1, f. 3.
    644 Insmli, Esordio pericoloso, in «Italia Libera», 18/4/1944, in fondo Damiani, b. 1, f. 7.
    Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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  11. Il 1° maggio 1945 a Belluno fu un giorno di sangue

    Belluno: la chiesa di San Liberale. Fonte: Wikiloc

    […] La ritirata tedesca e la resistenza partigiana
    A fine aprile 1945, la strada tra Belluno e Ponte nelle Alpi era percorsa da un flusso continuo di truppe tedesche in fuga verso il Cadore. Il Battaglione partigiano “Palman”, comandato da Francesco Del Vesco detto “Macario”, operava nella zona tra San Liberale e Safforze. Il 25 aprile, nei pressi di Andreane, i partigiani attaccarono una colonna motorizzata tedesca, infliggendo gravi perdite. Da quel momento si aprì una fase di scontri quasi continui, culminata in una battaglia nel centro di Fiammoi, dove persino le donne del paese parteciparono attivamente respingendo l’avanzata nemica.
    Il 21 aprile 1945 a Giamosa, frazione del comune di Belluno, viene fermato dai tedeschi un partigiano (sul cui nome non c’è certezza) che, trovato in possesso di un caricatore, viene fucilato sul posto.
    Il 30 aprile 1945 le operazioni insurrezionali attorno a Belluno sono in pieno svolgimento. Fin dal mattino i partigiani attaccano il presidio tedesco di Castion (Belluno), che oppone una dura resistenza. I tedeschi prendono molti ostaggi in paese, incendiano diversi edifici, costringono il parroco a togliere il tricolore dal campanile della chiesa e saccheggiano la canonica, oltre a molte case. Infine uccidono, forse perché scambiato per partigiano, un uomo malato di mente che si trovava sulla loro strada.
    Quella mattina (30 aprile 1945) i partigiani della zona di Bolzano Bellunese (Belluno) fanno prigionieri 25 tedeschi in ritirata che avevano trovato alloggio in una stalla a Travazzoi (Belluno). I tedeschi, però, informati del fatto, inviano rinforzi per liberare i compagni. Durante le operazioni viene ucciso Mario Mares e ferito un altro uomo.
    La situazione era ormai esplosiva: le strade erano intasate da soldati tedeschi allo sbando. Quella notte, il “Palman” ingaggiò nuovi combattimenti. Alle prime luci del 1° maggio, con gli Alleati ormai vicini, i tedeschi iniziarono a scatenare rappresaglie violente sulla popolazione.
    L’ira cieca dei nazisti sui civili
    Il 1° maggio fu un giorno di sangue. A San Pietro in Campo, i tedeschi, in ritirata e sotto pressione sia dalle forze partigiane sia dalle avanguardie alleate, reagirono con ferocia contro la popolazione civile. La strada che da Belluno porta a Ponte nelle Alpi, diventata una delle principali vie di fuga, si trasformò anche in un teatro di stragi.
    Per garantirsi il passaggio, i soldati tedeschi iniziarono a prendere civili come ostaggi, con l’obiettivo di usarli come scudi umani. Tra questi, a San Pietro in Campo, cercarono di prelevare Lino Fistarol e il figlio Gino. La moglie e madre, Luigia Rossa, si oppose disperatamente: si aggrappò ai suoi congiunti per impedirne la cattura. I soldati, innervositi, tentarono di strapparla con la forza. La picchiarono brutalmente con i calci dei fucili e, infine, fucilarono tutti e tre davanti alla loro casa. Luigia Rossa aveva già visto morire un cognato nei giorni precedenti.
    Alla Rossa, poche ore dopo, vennero uccise altre persone. I tentativi dei tedeschi di entrare a Fiammoi vennero invece respinti: la popolazione, affiancata dai partigiani, oppose una resistenza decisa. Si scatenò una vera battaglia in cui persero la vita Fiori Sala, Marino Schiocchet (ricordato nella chiesetta di San Matteo a Sala), Antonio Brino “Italo” e Antonio Pampanin “Rapido”. Il comandante del battaglione Palman, Francesco Del Vesco “Macario”, fu gravemente ferito e morì il 14 maggio all’ospedale di Belluno.
    L’eccidio di Porta Feltre (ora Piazzale Marconi) a Belluno
    Il 1° Maggio 1945 anche Piazzale Marconi a Belluno, registrò delle vittime a causa della furia nazista, in particolare sette partigiani che tentarono di bloccare una colonna corazzata tedesca. I nomi di questi caduti sono Pietro Poletto (Peter), Ardeo De Vivo (Mimi), Oscar Pisciutta (Paolo), Sergio Salomon (Dax), Renato Sottomani (Venerdì), Bruno Tormen (Mario) e Giovanni Sommavilla (Squalet).
    Un’ultima minaccia e la risposta alleata
    I tedeschi, messi alle strette, arrivarono a prendere in ostaggio donne, bambini, anziani e persino il parroco di Cusighe, usandoli come scudi umani per aprirsi un varco verso il Cadore. Di fronte al rifiuto dei comandi partigiani di lasciarli passare, minacciarono di bombardare Belluno con cannoni da 80 mm puntati sulla città.
    Fu solo grazie alla mediazione tra il comando della zona “Piave” e la missione inglese “Simia”, guidata dal maggiore Tilman, che si decise di richiedere un intervento aereo alleato. Otto cacciabombardieri si alzarono in volo e colpirono la colonna tedesca: l’inferno si scatenò sulla strada. I tedeschi superstiti fuggirono verso il monte Serva, ma vennero infine sopraffatti dalle truppe partigiane.
    Una liberazione pagata a caro prezzo
    Il 1° maggio 1945 si concluse così con un misto di vittoria e lutto. Belluno e l’Oltrardo furono finalmente liberi, ma il prezzo fu altissimo: vite spezzate, famiglie distrutte, ferite ancora aperte. L’episodio è ricordato anche nel libro “Polenta e sassi” di Emilio Sarzi Amadè, che racconta con crudezza la battaglia finale e la ferocia della ritirata tedesca:
    “… quando il battaglione di Macario ha visto i carri armati americani che venivano su da Ponte nelle Alpi si è lanciato all’attacco della colonna tedesca che era sulla strada, e i carri armati sono tornati indietro e i tedeschi hanno sparato con un fuoco d’inferno e hanno fatto fuori una dozzina di uomini e adesso Macario è pieno di pallottole, e poi hanno fucilato dei civili vicino alla strada”.
    Il 2 maggio 1945 i tedeschi in ritirata presso Salce (Belluno) uccidono Amorino Cassol.
    Sempre il 2 maggio 1945 giunge ad Orzes, frazione di Belluno, una colonna tedesca in ritardo rispetto alle altre in ritirata. I soldati sparano sui passanti e ne feriscono due. Luigi Merlin viene ricoverato in ospedale ma muore per l’infezione alla ferita il 5 maggio 1945.
    Oggi, a distanza di ottant’anni, è fondamentale non dimenticare.
    Quelle giornate tragiche e valorose raccontano la forza di una popolazione che ha resistito all’orrore e ha combattuto per la libertà, anche a costo della vita.
    Michele Sacchet, 1° Maggio 1945: a Belluno l’ultimo sangue prima della libertà, Gruppo Alpini Salce, 1 maggio 2025

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  12. Il rapporto Italia-Stati Uniti sulla crisi del ’60 è stato in gran parte trascurato dalla storiografia

    Alla luce delle posizioni assunte sia da Tambroni – incline a formare un monocolore “socchiuso” a destra e a sinistra – che dai suoi ipotetici sostenitori, sempre più perplessi, iniziava a perdere colpi il progetto di transizione al centro-sinistra. Da segnalare poi la posizione assolutamente contraria all’apertura delle gerarchie ecclesiastiche <79. Unico possibile rimedio sembrava essere la presentazione di un programma in parte favorevole ai socialisti, o comunque in grado di ottenerne l’astensione. Andava in questa direzione lo schema per il discorso del neopresidente intitolato “Spunti per un programma”. Redatto da Francesco Cosentino, consigliere giuridico del presidente della Repubblica, lo schema non venne seguito in maniera pedissequa. Anzi, proprio sui punti nevralgici che avrebbero potuto edulcorare la posizione socialista, come la nazionalizzazione delle industrie elettriche e il problema della scuola,
    Tambroni non tenne conto dei consigli della coppia Gronchi-Cosentino <80. Così, il politico marchigiano incassò la fiducia della Dc e del Msi, che riuscì a portare a compimento la propria strategia legalitaria.
    La storiografia sul tema è ancora piuttosto scarsa, ed è stata spesso ostaggio di letture politico-partitiche, peraltro suffragate da una non soddisfacente base documentaria. I primi studi <81 – dal 1960 al 1968 – hanno insistito sulla mobilitazione antifascista di massa e sullo scontro frontale contro il “clerico-fascismo”. Tali lavori, in larga misura, hanno mitizzato la spontaneità dei giovani, riducendo la loro irrequietezza ad una battaglia squisitamente politica. Questa prima tornata di ricerche influenzò la produzione storiografica degli anni ’70 e ’80. Con una certa continuità è emerso il sospetto delle tentazioni golpiste di Tambroni <82. Tra gli studi di questo periodo, Baget Bozzo si è distinto per una posizione critica verso la guida comunista delle manifestazioni <83. A trent’anni dai fatti, ha cominciato a farsi largo una lettura non più solamente politica, ma in grado di allargare l’orizzonte ai cambiamenti sociali e ad altri aspetti a lungo trascurati, come la violenza dei dimostranti e le testimonianze di diversa origine <84.
    Il rapporto Italia-Stati Uniti sulla crisi del ’60 è stato in gran parte trascurato dalla storiografia <85, tuttavia il comportamento di Tambroni, che tentò di rilanciare il condizionamento del conflitto bipolare sulla politica italiana, <86 impone un’attenzione ben maggiore. L’incarico, come ha ricordato Nuti, non fu accolto dall’ambasciata con particolare soddisfazione, soprattutto per la vicinanza di Tambroni a Gronchi <87. «Nel breve periodo – ha scritto Zellerbach – non c’era motivo di preoccuparsi, visto che la cooperazione con gli Usa e con la Nato non sarà molto diversa da quella di Segni». Addirittura le prospettive sulla politica estera italiana venivano definite «eccellenti». Tuttavia la scelta non era giudicata «una soluzione felice». Tra i maggiori pericoli legati al nuovo esecutivo c’erano la possibilità di altre «scorribande» neutraliste in politica estera e l’opportunismo del nuovo capo del Governo. Nello stesso tempo la solidarietà di Gronchi, a cui erano legati il futuro e la stabilità del governo, era tutt’altro che assicurata. <88
    A fronte della nuova maggioranza, furono immediate le dimissioni dei ministri della sinistra democristiana Bo, Sullo e Pastore. Poi seguì un tentativo – fallito – di Fanfani, che rispecchiava lo stato di confusione in cui versava la Dc, più volte rilevata dagli osservatori statunitensi. Alla fine di aprile Gronchi invitò Tambroni a completare la procedura e presentarsi al Senato. La direzione Dc approvava e l’ampia maggioranza democristiana confermava il nuovo, tormentato governo. Commentando l’investitura, i funzionari di via Veneto [ambasciata americana] non erano in grado di stimare le probabilità che l’esecutivo arrivasse all’estate. Il presidente del Consiglio, in una formula efficace e sintetica, veniva descritto come un uomo «temuto da molti, ma di cui nessuno si fidava» <89.
    Tambroni, da par suo, considerava il plauso americano un fattore non secondario per la durata del suo governo. Fu Francesco Cosentino – segretario generale della Camera e consigliere legale di Gronchi – a “sponsorizzare” il governo, ma dall’ambasciata capirono subito l’intento di «far sentire agli Usa qualche parola buona su Tambroni». Pur giudicando Cosentino un contatto utile, rimanevano perplessità sui suoi commenti che talvolta «sapevano di autoritarismo» <90.
    Ad accrescere le perplessità americane contribuiva la posizione, assai più allarmista, del ramo analitico della Central Intelligence Agency. Un rapporto parla di un «ritorno dei fascisti praticamente in tutti i campi». Lo stato «anarchico» della politica italiana offriva ai neofascisti due possibilità di intervento: un colpo di stato per prevenire l’apertura ai socialisti, o il tentativo di influenzare la Dc da posizioni democratiche. «Sebbene la ricerca della rispettabilità – si legge – li renda all’inizio alleati poco costosi, potrebbero poi domandare un quid pro quo, per esempio il coinvolgimento nell’occupazione di certe posizioni-chiave del governo e una politica estera più nazionalistica». In questo caso, ammonivano gli analisti dell’Intelligence, era probabile uno spostamento dell’opinione pubblica italiana verso l’estrema sinistra <91.
    Tra le preoccupazioni dei servizi segreti, a differenza di quanto scrivevano da Roma, prevaleva il timore di derive autoritarie. Un governo orientato a destra, con ogni probabilità, non sarebbe riuscito a rimanere in carica se non ricorrendo a mezzi illegali. Nonostante mancassero prove di attività golpiste, Tambroni veniva etichettato «il più grande e abile opportunista d’Italia». E l’estrema destra preoccupava per «l’irrequietezza e la crescente capacità di farsi valere». Comunque, qualsiasi presa del potere a destra richiedeva «l’eliminazione o la neutralizzazione del presidente Gronchi» <92. Inoltre il grosso della Dc e altri elementi di centro si sarebbero spostati all’opposizione con la sinistra. Non era escluso, infine, il coinvolgimento di un presunto “Gruppo per la difesa della Repubblica”, che includeva Pacciardi, Giannini, Pella, Romualdi e Gedda, a sostegno di Tambroni <93. Il rapporto si riferiva al convegno organizzato il 26 maggio dal Centro Luigi Sturzo sul tema “La liberazione dal socialcomunismo”.
    In questo senso, la preoccupazione nei confronti di Tambroni – a nostro avviso eccessiva – induceva a pensare ad un’attiva rete di contatti per salvaguardare il governo, al punto da considerare un convegno come il punto di partenza per una prova di forza autoritaria. Peraltro, all’incontro promosso dal Centro Sturzo, partecipò anche una figura di sicura fede democratica e antifascista come Enzo Giacchero, già vice-comandante partigiano in Piemonte e prefetto della Liberazione <94. Forze conservatrici di varia estrazione, pur schierandosi contro l’apertura a sinistra, erano ben lontane dall’elaborare un piano organico in difesa del governo. L’Italia del 1960, in altri termini, era ben più complessa e articolata di come poteva apparire.
    In aprile ci furono alcuni scontri a Livorno. Secondo le ricostruzioni desumibili dagli atti parlamentari, alla base dei disordini ci sarebbero state provocazioni reciproche da parte di paracadutisti delle forze armate e civili. Il missino Romualdi parlava di «squadre di teppisti aiutati da gente facinorosa, da tempo sobillata dal partito comunista e socialista» che avrebbero assalito una decina di paracadutisti <95. A sinistra, invece, gli incidenti venivano imputati alle forze armate. Cantando inni di guerra, i paracadutisti «provocavano ed assalivano gruppi di civili» <96. Sia l’ambasciata romana che il consolato di Firenze seguirono attentamente gli scontri.
    Diversi elementi sarebbero tornati su più vasta scala in agitazioni successive, tra cui quella di Genova. Secondo Francesco Di Lorenzo – prefetto di Livorno ed emblema della permanenza di funzionari fascisti a quindici anni dalla Liberazione <97 – il dato più evidente era l’età estremamente bassa dei manifestanti e l’unico rimedio contro i comunisti era «l’impiego della nuda forza». Molti ufficiali e carabinieri, inoltre, rimasero «sbalorditi dall’organizzazione e dalla disciplina dei rivoltosi». Tuttavia, l’impressione destata dalla forza comunista non aveva avuto un impatto positivo su gran parte della popolazione, preoccupata più che altro delle devastazioni ai negozi e alle automobili. Azioni di questo genere creavano una forbice tra i frequenti discorsi sulla distensione e i comportamenti – in direzione opposta – degli attivisti <98. Emergeva una certa ambiguità all’interno del Pci. Era una frattura importante tra il partito legalitario e la massa di giovani rivoluzionari che volevano portare fino in fondo la lotta proletaria <99.
    [NOTE]
    79 P. Di Loreto, La stagione del centrismo, cit., pp. 355-360; P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 360. Si veda anche Italian political scene (Memorandum of conversation with Cardinal Siri, Archbishop of Genoa), R. Joyce (Consul General, Genoa) to the Department of State, May 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-2360.
    80 La vicenda è stata ricostruita da G. Cavera, Il Ministero Tambroni, primo «governo del Presidente», cit. In appendice l’autore riporta lo schema di Cosentino. Si vedano i discorsi alla Camera del 4 e dell’8 aprile 1960, AP, CdD, III legislatura, Discussioni, Seduta del 4 aprile 1960, pp. 13423-13431 e Seduta dell’8 aprile 1960, pp. 13648-13651. Si veda P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit., p. 364.
    81 A. Parodi, Le giornate di Genova, Editori Riuniti, Roma, 1960; F. Gandolfi, A Genova non si passa, Avanti!, Milano, 1960; R. Nicolai, Reggio Emilia 7 luglio 1960, Editori Riuniti, Roma, 1960; G. Bigi, I fatti del 7 luglio, Tecnostampa, Reggio Emilia, 1960; P.G. Murgia, Il luglio 1960, Sugar, Milano, 1968.
    82 G. Mammarella, L’Italia dopo il fascismo, 1943-1968, Il Mulino, Bologna, 1970; N. Kogan, L’Italia del dopoguerra. Storia politica dal 1945 al 1966, Laterza, Roma-Bari, 1974; P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1989.
    83 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit.
    84 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo. Il luglio 1960 e la nascita del centrosinistra, Il Mulino, Bologna, 1990; E. Santarelli, Il governo Tambroni e il luglio 1960, «Italia contemporanea», marzo 1991, n. 182; G. Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta, Donzelli, Roma, 1996. C. Bermani, L’antifascismo del luglio ’60, in Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Odradek, Roma, 1997, pp. 141-263; P. Cooke, Luglio 1960: Tambroni e la repressione fallita, Teti, Milano, 2000; G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit.; A. Baldoni, Due volte Genova. Luglio 1960 – luglio 2001: fatti, misfatti, verità nascoste, Vallecchi, Firenze, 2004. Si veda anche A. Carioti, De Lorenzo e Moro, la strana coppia contro Tambroni, «Corriere della Sera», 26 marzo 2004.
    85 Se ne sono in parte occupati solo Nuti e Gentiloni Silveri, si vedano L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 285-299; U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-sinistra 1958-1965, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 49-58.
    86 Si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 368. Significativo è il fatto che Murgia, citando un editoriale del «New York Times», scrive che «sembra uscito dall’ufficio stampa di Tambroni», si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 139. Sfogliando «L’Unità» e «Il Secolo d’Italia» del luglio 1960 si trova una selezione degli editoriali di molti quotidiani stranieri. Naturalmente la stampa internazionale veniva usata per avvalorare la tesi dell’aggressione da parte delle forze dell’ordine o della provocazione di piazza. Era comunque indicativo dell’attenzione rivolta a quanto scrivevano all’estero per comprovare le proprie idee.
    87 L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 288.
    88 Si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 288-289.
    89 Telegram 3999, J. Zellerbach to the Secretary of State, May 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-660.
    90 Memo of conversation with Francesco Cosentino, Secretary General of the Chamber and Gronchi’s legal adviser, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, May 11, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-1660. Si veda U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera, cit., pp. 53-54; L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 292. Documento parzialmente pubblicato in Così parlò Cosentino, «L’Espresso», 28 luglio 1995, pp. 68-69.
    91 Neo-fascists in postwar Italy, CIA, Current Intelligence Weekly Summary, May 12, 1960, http://www.foia.cia.gov
    92 The Italian Political Crisis, A. Smith (Acting Chairman, Office of National Estimates) to the Director of Central Intelligence, May 17, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60. Il riassunto è pubblicato in FRUS, 1958-1960, vol. VII, pt. 2, p. 598.
    93 Il leader Gedda avrebbe annunciato «oggi siamo uniti nel pensiero, domani lo saremo nell’azione», Erosion of italian democracy, CIA, Current Intelligence Weekly Review, June 23, 1960, http://www.foia.cia.gov
    94 Si veda D. D’Urso, Enzo Giacchero, storia di un uomo, «Asti contemporanea», n. 11, p. 239, http://www.israt.it/asticontemporanea/asticontemporanea11/urso.pdf
    95 Dopo l’aggressione contro i paracadutisti i sobillatori bolscevichi cercano un alibi, «Il Secolo d’Italia», 23 aprile 1960; Dalli al parà, ivi.
    96 Per gli interventi in Aula si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta del 5 maggio 1960, pp. 13701-13796.
    97 Di Lorenzo rimpiangeva i tempi di Mussolini, «quando i poteri del Prefetto non erano limitati da tante assurdità democratiche [democratic nonsense]», si veda Communist involvments in Livorno riots confirmed, M. Cootes (American Consul General) to the Department of State, May 6, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/5-660.
    98 Communist involvments in Livorno riots confirmed, cit. Per una posizione critica nei confronti dei paracadutisti, del Prefetto e del Ministero degli Interni si veda F. Dentice, Livorno: non cercate la donna, «L’Espresso», 1 maggio 1960, pp. 6-7; G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., p. 171.
    99 Utili suggestioni in R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, vol. V (1950-1975), Savelli, Roma, 1979, pp. 23-28, citato in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 54-55.
    Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

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  13. Partigiani stranieri in Val Taleggio

    Uno scorcio di Val Taleggio (BG) – Fonte: Mapio.net

    Nei primi mesi del 1944 l’iniziativa più rilevante in Val Taleggio è rappresentata dal sorgere di una nuova formazione [partigiana] composta di ex prigionieri. Essa è capeggiata da un serbo, Zaric Boislau, e nelle fonti archivistiche viene indicata col nome di “Legione Straniera”. La formazione è collegata agli organismi clandestini lecchesi, si occupa di organizzare il transito degli ex prigionieri, degli ebrei e dei politici verso la Svizzera, ma soprattutto tenta di prendere contatto e di coordinare i gruppi di ex prigionieri dislocati nella bergamasca. La documentazione esistente lascia l’impressione che il gruppo, pur riconoscendo la necessità di uno stretto collegamento con i centri resistenziali italiani, volesse garantire agli stranieri rimasti in zona un’ampia autonomia di movimento.
    In marzo, aprile la “Legione Straniera” aveva un suo distaccamento a Pizzino (15/20 uomini) ed era collegata con tutti gruppi di ex prigionieri esistenti in valle (a Vedeseta, Olda, ecc.). Non pare di dover sottovalutare l’importanza della “Legione Straniera”; essa infatti riscuoteva la fiducia degli alleati al punto che il 3 aprile poté ricevere un primo aviolancio (parzialmente intercettato dai fascisti) e più tardi, ai primi di maggio, accolse la missione “Emanuele” (2 maggio) accompagnata da un lancio di armi, munizioni e generi di equipaggiamento.
    La formazione inoltre era temuta dai fascisti che già dal gennaio/febbraio 1944 cercano di indebolirla e, di screditarne l’operato presso i valligiani. Organizzano una banda di falsi partigiani, la “Banda Thoinsovich”, col compito di snidare ex prigionieri, renitenti e disertori traendoli in inganno. L’iniziativa ottiene qualche risultato nella zona della Val Brembana, ma non è in grado di incidere in modo profondo in Val Taleggio. Qui la “Legione straniera” raccoglie il consenso anche di alcuni giovani del luogo, che in precedenza erano collegati ai gruppi di “Penna Nera”. L’espansione del gruppo raggiunge il culmine a maggio, dopo il lancio della missione alleata. In questa fase i collegamenti con i centri resistenziali lecchesi e milanesi sembrano più organici e si cominciano a progettare azioni a vasto respiro probabilmente ben collegate anche con i comandi alleati. E’ quando i vari progetti di intervento cominciano ad essere elaborati che i fascisti scoprono la rete e decidono di reprimerla con la massima decisione. Quello che temono è la possibilità che essa sfrutti a proprio vantaggio una particolare situazione creatasi allora nella bergamasca dopo l’annuncio dell’apparizione della Madonna alle Ghiaie di Bonate; anzi paventano una stretta connessione tra questo episodio che provoca lo spostamento di enormi masse di cittadini verso Bonate (e verso Ponte S. Pietro dove c’è un campo d’aviazione), e la notizia di un’azione combinata tra partigiani ed alleati volta a colpire in profondità le retrovie nazifasciste. (11)
    Si badi che è proprio di quei giorni la ripresa dell’iniziativa angloamericana sulla linea Gustav, con il superamento di Cassino e con il successivo inizio dell’offensiva sul fronte di Nettuno. Così per la terza volta (se si escludono le provocazioni della “Banda Thonsovich”) la Val Taleggio deve registrare la brutale presenza delle truppe nazifasciste. L’azione è preceduta da un’accurata opera di infiltrazione che favorisce l’esito positivo dell’azione repressiva nazifascista. Il 19 maggio i tedeschi riescono a mettere le mani sull’organizzazione. Arrestati i capi ed un buon numero di esponenti del movimento, la “Legione Straniera” si sbanda e la rete clandestina subisce gravi contraccolpi specie nel lecchese. Nuovamente le forze nazifasciste riescono a colpire con estrema tempestività togliendo di mezzo un’organizzazione che trovava ampi consensi, ancor prima che essa cominci a diventare davvero pericolosa.
    Ancora una volta la repressione nazifascista richiama la popolazione della Val Taleggio ai suoi calcoli, alle preoccupazioni, al timore di essere coinvolta direttamente, di vedersi intaccati i miseri mezzi di sopravvivenza, alla cautela nell’elargire la propria generosa solidarietà. Di quello che era stata la “Legione Straniera” a fine maggio resta ben poco. C’è chi (Cleto Baroni) assume temporaneamente la guida dei gruppi sparsi nelle baite e si sforza di tenerli collegati. Ma siamo a fine maggio e molte cose stanno cambiando.
    Gli alleati avanzano e la convinzione che s’avvicini la fine delle ostilità dilaga. Il 25 maggio scade il bando di richiamo alle armi rivolto a tutte le classi fino a quel momento precettate, con risultati penosi. I giovani invece di rispondere alla chiamata di Salò prendono la via della montagna. Roma non tarderà a cadere. Nel mondo fascista l’aria che tira è quella della disfatta.
    Nella provincia di Bergamo sia le organizzazioni clandestine centrali che quelle periferiche riprendono fiato, ma il CLN non è ancora in grado di esercitare un’influenza diretta sulle formazioni partigiane che vanno riorganizzandosi rapidamente. Chi vuol combattere o comunque organizzarsi a volte si sente frenato dall’esclusivismo di talune formazioni politiche clandestine altre volte esprime riserve preconcette contro ogni forma di presenza politica nella lotta di liberazione, ma non pertanto rinuncia a muoversi. Faticosamente si apre la strada il processo unitario.
    Tra marzo e maggio si stabiliscono scambi fruttiferi tra “Penna Nera” (scomparso dalla scena nell’inverno) e gli uomini che promuoveranno nella zona di Villa d’Almè la costituzione di gruppi destinati ad aderire all’organizzazione delle Fiamme Verdi. Non è poi impossibile che, mentre in Val Taleggio si consuma l’esperienza della “Legione straniera”, Penna Nera tenga vivi i contatti con il gruppetto dei suoi fedelissimi guidati da Guglielmo (G. Locatelli). A fine maggio comunque questo gruppetto e lo stesso Penna Nera diventano in Val Taleggio il nuovo punto di aggregazione. Cleto e i superstiti della “Legione Straniera” si uniscono agli uomini di “Penna Nera”; quest’ultimo si impegna a provvedere ai loro rifornimenti e all’armamento ottenendo un lancio degli alleati ed inviando un comandante all’altezza della situazione.
    All’inizio di giugno, in previsione del lancio, gli organizzatori delle Fiamme Verdi di Villa d’Almè (don Milesi e N. Mazzolà che però è su posizioni abbastanza differenziate da quelle del primo), d’accordo con Penna Nera, inviano in Val Taleggio Rino (G. Locatelli): dovrà ricevere il lancio e prendere il comando dei gruppi della Val Taleggio, cui si unirà con i suoi 15 (circa) uomini. Non a caso dunque il nuovo raggruppamento viene talvolta individuato col nome di “Fiamme Verdi della Val Taleggio”, ma si deve osservare che i tre gruppi fino al lancio tendono a conservare la loro autonomia; Cleto e gli ex prigionieri, Guglielmo e i valligiani, Rino e le sue Fiamme Verdi sono per ora uniti quasi
    esclusivamente dalla previsione del lancio. Penna Nera d’altro canto non si sforza di favorire un processo di reale fusione dei gruppi. La sua visione, improntata ad un’estrema cautela, lo porta a non prendere in seria considerazione l’ipotesi di creare una vera e propria unità operativa partigiana. Egli vanta di essere stato riconosciuto dal comando superiore delle Fiamme Verdi quale comandante delle forze operanti in Valle Imagna, Brembilla e Taleggio, ma, tutto sommato, è convinto che le “bande della montagna” non possano svolgere che un ruolo subalterno nella resistenza: quello di procacciare armi allestendo e proteggendo i campi di lancio e quello di costituire una sorta di retrofronte sicuro per altri partigiani costretti ad allontanarsi dalla loro zona di operazioni. Dalle sue memorie poi traspare una concezione militare della lotta partigiana che non tien conto delle esigenze della guerriglia, ma piuttosto di quelle di una guerra di posizione. Se non esclude di portare gli uomini al combattimento, però ritiene che prima sia necessario attrezzare di adeguate difese la valle e di dotare i reparti di un armamento che li renda in grado di sopportare ogni
    attacco e di difendere i paesi. Prepararsi dunque, ma intanto aspettare, è questa la sua linea di condotta ed è anche la ragione per la quale, dopo l’aviolancio del 13 giugno, egli verrà progressivamente emarginato. L’uomo che invece assume dopo il suo arrivo in valle, una posizione di primo piano, per la sua capacità d’iniziativa e per la sua dinamicità, è Rino (G. Locatelli). Egli di fatto si troverà a svolgere la funzione di comandante effettivo di un raggruppamento di uomini che si aggirava ai primi di giugno sulle 30/40 unità.
    [NOTA]
    (11) Archivio privato Micheletti – Brescia notiziari GNR. 3/6/1944: “Nella notte di venerdì 19 maggio, aerei nemici avrebbero lanciato, per mezzo di paracadute, armi pesanti, mitragliatrici e mortai con relative munizioni in località Pizzino, Vedeseta, Olda, Taleggio G [….] nelle giornate di domenica 21 e 22 sarebbero stati lanciati paracadutisti col compito di costruire una testa di ponte, dopo aver occupato di forza il campo d’aviazione di Ponte S. Pietro nelle vicinanze di Bergamo; (…) i gruppi di Pizzino, Vedeseta, Olda e Taleggio dovevano, in concomitanza, agire a viva forza su Lecco, impadronirsene ed accorrere su Bergamo in contatto con Ponte S. Pietro. L’azione principale, cioè quella dell’occupazione del campo d’aviazione di Ponte S. Pietro, sarebbe stata facilitata da un avvenimento che si ha ragione di credere diabolicamente escogitato. Infatti, nella città di Bergamo e nella provincia si era diffusa la voce di una miracolosa bambina, la quale, nelle vicinanze di Ponte S. Pietro, aveva avuto una visione celestiale con l’apparizione della Madonna che le indirizzava sul campo un raggio solare. Si può immaginare con quanta rapidità questa notizia passò di bocca in bocca e l’impressione dei bergamaschi notoriamente attaccati alla chiesa. La notizia dell’apparizione della Madonna assunse infatti proporzioni enormi e, dopo i primi annunci di miracoli avvenuti per guarigioni improvvise il concorso della gente sul posto divenne plebiscitario. La prima apparizione sarebbe avvenuta il 19 e, a detta della bambina, si sarebbe ripetuta nei giorni 20, 21 e 22. Specie nella giornata del 21 si sarebbe improvvisamente oscurato il cielo e sarebbe apparsa la Madonna col raggio di sole. La strana coincidenza delle date ha indotto le SS ad agire immediatamente, poiché erano state intuite le precise intenzioni dell’avversario, il quale, artatamente aveva manifestato intenzioni di operazioni con paracadutisti verso Premeno (Como) al fine di indirizzare colà le forze e permettere quindi ai gruppi di Vedeseta, Olda, Taleggio e Pizzino di agire su Lecco, mentre i paracadutisti avrebbero agito sul campo di aviazione di Ponte S. Pietro. Bisognava quindi prevenire e stroncare sul nascere la azione con rapidità fulminea, altrimenti il nemico sarebbe riuscito nel suo intento, perché l’affluenza della popolazione nelle adiacenze del campo di aviazione di Ponte S. Pietro era enorme, si calcola circa 100.000 persone. Se si pensa alla congestione delle strade principali e secondarie, si ha un’idea delle difficoltà che avrebbero incontrato le eventuali forze inviate a rintuzzare un lancio di paracadutisti i quali, invece, avrebbero avuto tutta la possibilità di attestarsi […..]
    Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976 qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

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  14. Ma la stampa resistenziale savonese contava altresì su un certo numero di testate di carattere più limitato e settoriale

    Un lettera indirizzata dal Centro alla Federazione Comunista di Savona il 2 gennaio 1945. Fonte: Fondazione Gramsci

    Fu proprio all’inizio di aprile [1945] che il locale Comando di Sottozona [Savona] ricevette finalmente la qualifica ufficiale di Comando di Zona <1, pur avendone svolto tutte le mansioni fin dall’estate precedente. Ormai forte dell’appoggio di decine di volontari giovani e meno giovani tra cui molte donne, l’organismo che da mesi guidava la Resistenza in gran parte della provincia in un primo tempo aveva reso conto del proprio operato alla Delegazione ligure delle Brigate d’Assalto Garibaldi, poi, quando la situazione politica fu meglio definita, al CLN provinciale e al relativo Comitato militare <2. In aprile alla testa del Comando della Seconda Zona ligure si trovava il colonnello “Carlo Testa” (Rosario Zinnari), che aveva “Penna” (Guido Caruzzo, destinato a sostituire “Enrico” al comando della divisione “Bevilacqua”) quale vice; commissario era “Marcello” (Vincenzo Mistrangelo) poi rimpiazzato da “Renna” (Armando Botta), proveniente dalla “Bevilacqua”, in contemporanea con la sostituzione del comandante “Enrico”; capo di stato maggiore era “Ernesto” (Edoardo Zerbino) ed intendente l’abile “Tullio” (Federico Torresan), che grazie all’aiuto di numerosi collaboratori era stato in grado di far pervenire qualcosa ai partigiani anche nei momenti più neri. Tra gli ispettori del Comando di Zona spiccava il nome di Giovanni Gilardi “Andrea” <3, che dopo lo scioglimento formale (31 marzo) della Delegazione ligure delle Brigate Garibaldi in seguito al riconoscimento del Corpo Volontari della Libertà quale esercito unitario della Resistenza <4 rappresentava gli occhi e le orecchie del PCI a Savona.
    Sempre in aprile il CLN, che aveva molto patito a causa degli arresti di Speranza, Bruzzone e Allegri, era composto dall’avv. Arnaldo Pessano per il Partito Repubblicano, dal dott. Leopoldo Fabretti per la DC, dal dott. Emilio Lagorio per il PCI, da Giovanni Clerico per il PSIUP, Erodiade Polano per il Partito d’Azione ed Ercole Luciano per il Partito Liberale. Il repubblicano Antonio Zauli manteneva come sempre la carica di segretario <5.
    Quanto alla divisione SAP “Gramsci”, essa aveva raggiunto il suo schieramento definitivo: otto brigate per ben oltre un migliaio di volontari. Il problema della cronica carenza di armi aveva indotto i comandanti sapisti a creare durante l’inverno in seno ad ogni brigata delle “squadre di punta” dotate del massimo volume di fuoco disponibile ed in grado di agire militarmente per procurare altre armi, mentre altre squadre più o meno disarmate si dedicavano a compiti di collegamento e propaganda <6. Le azioni sapiste tra marzo e aprile non si erano discostate dagli schemi consueti: lanci di bombe a mano contro le sedi del PFR e delle polizie fasciste, minacce, disarmi. Tuttavia la sera del 5 aprile l’organizzazione subì la grave perdita dell’ispettore di divisione “Maurizio”, l’operaio Carlo Aschero. Dopo uno scontro nell’abitato di Vado costato la vita a due “marò” “Maurizio” venne bloccato da alcuni brigatisti neri che, perquisitolo, gli trovarono addosso delle munizioni. Secondo le testimonianze, Aschero avrebbe detto: “Sono un partigiano. Se volete ammazzarmi fatelo subito”. I fascisti non si fecero pregare due volte, e restarono a vigilarne il cadavere per tre giorni in attesa che qualcuno lo reclamasse <7. Come tutti gli eventi in qualche misura epici della lotta di liberazione, anche la fine dignitosa dell’operaio sapista Carlo Aschero fu debitamente pubblicizzata, oltre che dal tam-tam popolare, anche dalla stampa resistenziale di cui proprio le SAP curavano la diffusione in collaborazione con i Gruppi di Difesa della Donna e il Fronte della Gioventù.
    Vale la pena di soffermarsi un attimo per una panoramica di questi fogli clandestini. Su tutti emergevano gli organi nazionali del PCI, vale a dire “L’Unità” edizione savonese e “La Nostra Lotta”, che, molto diffusi nelle fabbriche del capoluogo e tra i sapisti, costituirono per molti, già sordi alla propaganda di regime, una sorta di abbecedario dell’educazione politica destinato a segnarne il pensiero e lo stile di vita negli anni a venire. Indubbiamente positivo fu il ruolo rivestito dall’”Unità” nello spingere alla compattezza del fronte antifascista, sia pure per i noti motivi tattici del momento. Ai primi di aprile il quotidiano comunista pubblicò un appello della Federazione savonese del PCI che recitava: “Tutte le forze antifasciste e progressive devono essere unite nella lotta, al di sopra di ogni partito politico, di ogni fede religiosa. Ognuno senta che è giunta l’ora suprema in cui il popolo italiano è chiamato a combattere per il suo onore, per la sua dignità, per la liberazione e la libertà del paese, per riscattare l’Italia dall’ignominia in cui il fascismo la ha gettata” <8. Si noti l’ecumenismo paradossalmente simile a quello dei vani appelli fascisti all’unità patriottica contro l’invasione angloamericana.
    Ma la stampa resistenziale savonese contava altresì su un certo numero di testate di carattere più limitato e settoriale. Il lettore clandestino, sapista, partigiano o civile che fosse, poteva così trovarsi tra le mani la “Voce dei Giovani”, organo del FdG che usciva abbastanza regolarmente da un anno e raggiungeva le sei pagine ciclostilate, fitte di appelli alla ribellione; “Noi Donne”, scritto e pubblicato dalle resistenti dei GDD e specificamente dedicato al pubblico femminile (del quale si stimolavano a dovere gli istinti affettivi verso fratelli, figli, mariti e fidanzati alla macchia per spingerlo all’azione); “Savona Proletaria”, battagliero portabandiera della riottosa classe operaia locale; “Il Volontario della Libertà”, opera dei garibaldini imperiesi e savonesi e diffuso in tutti i distaccamenti, il cui primo numero risaliva a luglio; il già citato “Noi Venturi”, curato dal distaccamento “Revetria” con l’aiuto del FdG e delle donne di Calizzano, e che aveva ripreso le pubblicazioni dopo i rastrellamenti; “Pioggia e Fango”, il settimanale della Sesta Brigata “Nino Bixio”; “Il Solco”, periodico destinato ai contadini, senza il cui aiuto, non va dimenticato, i partigiani non avrebbero potuto resistere. Un foglio di maggiore spessore culturale era “Democrazia”, redatto e ciclostilato da professionisti ed intellettuali antifascisti del capoluogo; non mancavano inoltre apporti delle vicine formazioni genovesi e piemontesi, come “Il Partigiano”, organo dei resistenti della Sesta zona ligure (Genova), che raggiungeva talvolta i reparti dislocati a levante di Savona, o “Il Tricolore”, giornale della Sesta Divisione Garibaldi Langhe, diffuso in Val Bormida <9.
    Da parte nazifascista non ci si poteva più fare illusioni sull’andamento della guerra. Sintomi di disgregazione dell’apparato repubblicano erano in qualche modo percettibili, anche se meno evidenti di quanto ci si potesse aspettare; tra i militari, alcuni ripresero le trattative con i partigiani, ed altri le intavolarono. Anche le diserzioni aumentavano, ma la maggioranza dei “marò” di Farina avrebbe tenuto duro fino alla fine. Particolare stupore desta ancor oggi la disciplina dei tedeschi, se si tiene conto che all’inizio di aprile i russi erano sull’Oder e gli americani a Francoforte sul Meno; mentre il loro Paese veniva conquistato dal nemico, essi si preparavano non già a rientrarvi per l’estrema difesa, bensì ad un metodico ripiegamento sulla linea Ticino-Po come previsto dal piano Kuenstlicher Nebel. Inoltre, tale ritirata non sarebbe dovuta avvenire che in caso di sfondamento delle linee da parte alleata: la Wehrmacht non aveva alcuna intenzione di lasciare il Nord Italia di propria iniziativa. Si poneva comunque il problema di “ripulire” le retrovie per consentire il ripiegamento, e le numerose e drastiche azioni militari volte a questo scopo spiegano le pesanti perdite subite dalle unità partigiane più esposte, in particolare gli autonomi della divisione “Fumagalli”, che minacciavano le vie di fuga verso il Piemonte. Tuttavia c’era ancora chi non si rassegnava a lasciare il Savonese: erano elementi locali (brigatisti neri, poliziotti, funzionari del PFR e della RSI) che speravano di resistere fino all’arrivo degli americani, dai quali potevano attendersi un trattamento umano. A spalleggiare questo sentimento strisciante si aggiunse lo stesso comandante della divisione “San Marco”, il generale Amilcare Farina, che in quei giorni propose alle massime autorità della Repubblica Sociale di creare una ridotta da difendere ad oltranza nella zona compresa entro la linea Arenzano-Tiglieto-Acqui Terme-Ceva-Albenga: guarda caso l’area difesa dalla “San Marco”. La proposta, certamente dettata dalla volontà di mettersi in mostra piuttosto che dal buonsenso militare, venne subito rigettata in favore di quella, appena un po’ meno peregrina, della “ridotta valtellinese” perorata da Pavolini e dal suo entourage detto “il Granducato di Toscana”. Dopotutto la Valtellina confinava con la neutrale Svizzera, dove molti fascisti previdenti avevano depositato le ricchezze accumulate e talora inviato le famiglie: a questi scopi la zona di Savona sembrò decisamente inadatta. Resta comunque il fatto che Farina mostrava di avere verso i suoi sottoposti una fiducia che alla fine, complice il clima da caccia all’uomo, non si dimostrò mal riposta.
    [NOTE]
    1 M. Calvo, op. cit., p. 363.
    2 G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 741.
    3 M. Calvo, op. cit., pp. 364 e 366.
    4 Le Brigate Garibaldi…cit., vol. III, pp. 552 – 553. Anche la qualifica di “commissario politico” era stata sostituita da quella, politicamente più neutra, di “commissario di guerra”: vedi G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p.779.
    5 R. Badarello – E. De Vincenzi, op. cit., p. 286.
    6 G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 341.
    7 Cfr. R. Badarello – E. De Vincenzi, op. cit., p. 272 e G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 352.
    8 G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 352.
    9 Ibidem, ed. 1985, vol. II, p. 352.
    Stefano d’Adamo, Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure (’43-’45), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000

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  15. A Bologna, dal maggio 1944 la lotta crebbe

    Con gli scioperi di marzo [1944] ci fu in tutta la regione [l’Emilia Romagna] un’ulteriore saldatura tra la città e la campagna, perché portarono avanti istanze che appartenevano anche alla popolazione contadina e la coinvolsero.
    Dal punto di vista nazionale gli scioperi rappresentarono il tentativo di unire lotte sociali e lotta armata, oltre a permettere l’affermarsi del Partito Comunista come forza trainante di entrambe. <170
    Si possono notare infatti numerose differenze tra l’andamento degli scioperi nelle altre grandi città italiane, come Milano, Torino o Genova, e quelli dell’Emilia Romagna: se nel resto d’Italia i Gap erano in progressivo declino dopo un inverno denso di azioni e furono in grado di offrire solo una minima difesa alle masse operaie in sciopero, al contrario, in Emilia Romagna gli scioperi e l’azione partigiana a sostegno rappresentarono la prima fase di una penetrazione capillare all’interno della società. <171
    Ovviamente, questa collaborazione tra campagne e movimento resistenziale non nacque dal nulla ma dipese dal particolare contesto socio-economico della zona: i bassi salari, la disoccupazione, la chiamata alle armi dei giovani (che determinava una mancanza di manodopera), i conferimenti agli ammassi, le violenze e i rastrellamenti furono senza dubbio alcuni dei fattori che determinarono lo scoppio della lotta sociale. <172
    Inoltre, un altro dei fattori determinanti per l’ingrossarsi delle fila partigiane furono senza alcun dubbio i vari bandi fascisti per il reclutamento, o gli appelli agli sbandati che sarebbero stati perdonati se fossero tornati a casa entro il 25 maggio. Notizie chiare e affidabili sull’effettiva risposta dei giovani a questi appelli non fu mai data, basti pensare che nel Notiziario della GNR del 28 maggio vi era scritto che si erano presentati in città solo otto sbandati. Probabilmente il numero fu maggiore a Bologna così come in altre città italiane, spinti probabilmente dalla paura di rappresaglie contro le proprie famiglie, salvo poi tornare dopo poco tempo presso le proprie formazioni di montagna, spesso anche con le armi. L’esito tutt’altro che positivo dei bandi inoltre creò problemi all’interno dello stesso fascismo repubblicano, acuendo la tensione tra partito ed esercito, accelerando così il progetto di Pavolini della militarizzazione del partito e la costituzione delle “bande nere”. <173
    A Bologna, dal maggio 1944 la lotta crebbe e vi erano anche più attacchi al giorno: a quelli contro i militari fascisti e nazisti continuano ad affiancarsi le azioni di sabotaggio delle vie di comunicazione e di rifornimento verso il fronte, quindi attacchi alle linee ferroviarie, attentati contro i camion di rifornimenti tedeschi, attacchi dinamitardi contro i tralicci dell’alta tensione. <174
    Inoltre, una volta decaduti gli ultimatum e gli appelli fascisti, che tra l’altro furono seguiti da appelli partigiani agli sbandati, alla polizia ausiliaria, ai carabinieri ma persino ai soldati tedeschi, cessò ogni distinzione, da parte partigiana, tra i diversi gradi di responsabilità, cosicché poi dal giugno le proporzioni della guerriglia crebbero a dismisura, aiutate anche dalla crescente sfiducia che la popolazione aveva nei confronti del governo fascista repubblicano. <175
    A inizio estate la brigata era costituita, tra città e provincia, da sei distaccamenti: Bologna “Temporale” comandato da Nazzareno Gentilucci (Nerone) e da Lorenzo Ugolini (Naldi); Anzola Emilia (Tarzan) comandato prima da Vittorio Bolognini e poi da Sugano Melchiorri; Medicina comandato da Mario Melega (Ciccio), da Vittorio Gombi (Libero) e poi da Giuseppe Bacchilega (Drago); quello di Castel Maggiore comandato da Franco Franchini (Romagna) e infine da Arrigo Pioppi (Bill); il distaccamento di Castenaso comandato da Carlo Malaguti (Nino) e poi da Oddone Sangiorgi (Monello); quello d’Imola, il Ruscello, comandato da Dante Pelliconi (Ragno). <176
    Anche a Modena in primavera vi era una situazione di grande fermento: nell’aprile ’44 avvennero varie azioni contro infrastrutture o contro militi fascisti, come l’uccisione di un membro della GNR l’8 aprile, mentre tornava in caserma.
    Sul finire di aprile e l’inizio di maggio vi fu un intensificarsi di azioni di sabotaggio ad opera dei Gap modenesi, che rese necessari nuovi servizi di vigilanza da parte delle istituzioni locali; a questo scopo vennero utilizzati anche i civili. Infatti, già da tempo, il comando tedesco aveva iniziato a imporre delle pene pecuniarie ai comuni in cui avvenivano sabotaggi, nonostante questi non avessero alcun modo di mettere in piedi un servizio di sorveglianza tale da impedirli. <177
    Il 29 aprile, invece, fallì un tentato attacco al bar del teatro comunale di Carpi, ritrovo di fascisti, e furono arrestati due giovani gappisti, giustiziati poi a Bologna l’11 giugno. <178
    Dalla seconda metà di maggio, e così per tutto giugno, si verificò un ulteriore aumento del numero di attentati e sabotaggi nel modenese. Il questore nella sua relazione affermò che nel solo mese di giugno furono compiuti ben dodici attacchi contro le linee telefoniche e telegrafiche della pianura, tra i quali possiamo ricordare quelli, particolarmente riusciti, del 6 e 8 giugno, il primo a Soliera e il secondo nei dintorni di Modena. <179
    Quest’intensa attività da parte del gappismo modenese, nonostante non avesse ancora raggiunto il proprio massimo sviluppo, mise in allarme le autorità tedesche e fasciste: per prevenire le azioni partigiane in città, dal 5 giugno furono organizzati posti di blocco su undici strade tramite le quali si poteva entrare nel capoluogo. <180
    [NOTE]
    170 S. Peli, La Resistenza in Italia cit., p.61.
    171 C. Lusuardi, Gappisti di pianura cit., p. 58.
    172 Ibidem.
    173 L. Bergonzini, La svastica a Bologna cit., p.107.
    174 M. De Micheli, 7a GAP cit., p. 98.
    175 L. Bergonzini, La svastica a Bologna cit., p.109.
    176 https://www.storiaememoriadibologna.it/7a-brigata-gap-garibaldi-gianni-19-organizzazione consultato il 03/06/2021 h. 18:07
    177 C. Lusuardi, Gappisti di pianura cit., pp. 59-60
    178 C. Silingardi e M. Montanari, Storia e memoria della Resistenza modenese cit., p. 68.
    179 C. Lusuardi, Gappisti di pianura cit., pp. 60-61.
    180 C. Silingardi, Una provincia partigiana cit., p. 318.
    Marco Prosperi, Il detonatore della lotta armata: origini e sviluppo del gappismo, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2020-2021

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  16. Il 30 marzo 1944 le SS italiane arrivano a Cumiana

    A None, in provincia di Torino, il marchese Cordero di Pamparato viene coinvolto nella sua prima azione da quando è salito con i partigiani (Guido Quazza ne data l’arrivo il 15 marzo nonostante lo sviluppo dell’azione il 8 marzo) <34 tentando di effettuare un colpo alla Todt in un magazzino pieno di munizioni e materiali utili per reggere l’inverno <35.
    È lo stesso tenente ad addestrare i 21 uomini scelti per la missione: tra questi il giavenese Ugo Giai Merlera, futuro comandante della ‘Campana’.
    L’azione non ottiene i risultati sperati: i tedeschi, probabilmente allertati da una spia, rispondono al fuoco; cadono quattro uomini tra l’8 e i giorni successivi, numerosi sono i feriti che, insieme ai superstiti, battono in ritirata e sanciscono il fallimento dell’azione.
    Il processo di Torino, le condanne a morte
    Il processo di Torino, svoltosi a partire dal 2 aprile 1944, coinvolge due figure importanti per la Val Sangone, seppur non entrambe direttamente coinvolte con il territorio: Giuseppe Perotti e Silvio Geuna. Giuseppe Perotti, classe 1895, residente in provincia di Cuneo, è descritto come “uno dei capi più attivi ed intelligenti della organizzazione militare dei partigiani” <36; coordinatore del CmrP, è arrestato il 31 marzo. Assieme a lui è arrestato Silvio Geuna, classe 1903, tenente di complemento degli alpini, descritto da Valdo Fusi come un “giovane con barba e baffi neri, piccolino, vispo, occhi che bucano, atletico” <37. È uno degli organizzatori delle bande cattoliche nelle montagne di Cumiana; seppur non inserita all’interno del contesto della Divisione Autonoma Val Sangone, la Banda Cattolica di Geuna funge come rifugio ai bandi di reclutamento imposti da Salò, reclutando, fin dagli esordi, un considerevole numero di sbandati: anticomunista, “i risultati della Banda Cattolica sono pressoché ininfluenti nel panorama più vasto di quelle formazioni che nello stesso settore Chisone-Sangone si oppongono ai tedeschi.” <38
    Essi appartengono all’organismo che sostituisce il generale Operti (e il maggiore Torchio, suo inviato in valle): il Comitato Militare Regionale Piemonte, che sblocca l’impasse data dall’attesismo di Operti e imprime alla guerra partigiana una caratteristica di lotta senza alcun compromesso o armistizio con gli occupanti e i loro collaboratori.
    Sul banco degli imputati finiscono 15 antifascisti: il collegio, presieduto dal generale Umberto Rossi <39 si esprime su quattro imputazioni: attentati all’integrità della Repubblica Sociale Italiana, favore ad operazioni del nemico, promozione di insurrezione armata e concorso in atti di guerra civile ostacolando la pubblica difesa. Il processo, seguito da Mussolini in persona, intende rievocare i fasti del Tribunale speciale durante il ventennio fascista <40: è un processo istruito dai fascisti che reclamano anche il possesso dei detenuti al carcere ‘Le Nuove’ di Torino; uno degli imputati, il professor Paolo Braccini si stupisce di come, per la portata degli imputati, essi non confluiscono nel braccio del carcere gestito dai tedeschi <41.
    Il processo contro “Perotti ed altri” <42 si conclude con la condanna a morte per Perotti ed altri 7 imputati, l’ergastolo per Geuna ed altri 3 mentre due sono assolti ed uno condannato a due anni.
    Il generale, prima di morire, scrive l’ultima lettera alla moglie in cui cita ripetutamente i figli; così si rivolge a lei qualche ora prima di morire, il 5 aprile del 1944, al poligono del Martinetto di Torino, per mano di un plotone della Guardia Nazionale Repubblicana: “L’unico testamento spirituale che lascio a te ed ai miei figli adorati è di affrontare con serena sicurezza le avversità della vita adoperandosi in modo perché la propria coscienza possa sempre dire che ha fatto tutto il possibile. Se il risultato sarà buono compiacersene con modestia; se sarà cattivo trovare sempre la forza di riprendere con buona lena senza lasciarsi abbattere e senza chiamare in causa il destino. Anche le azioni che ci sono nocive hanno una loro ragione di essere e noi dobbiamo accettarle come una dura ma indispensabile necessità”. <43
    L’eccidio di Cumiana
    Cumiana, nel 1936, è un piccolo borgo agricolo di quasi 5000 abitanti il cui svuotamento progressivo è dovuto dalla progressiva crescita dell’industria a discapito del settore primario. <44
    A Cumiana operano sia le brigate valsangonesi sia quelle della Val Chisone, comandate dall’alpino Maggiorino Marcellin oltre alla già citata, seppur ridotta, Banda Cattolica comandata da Silvio Geuna.
    Dal racconto di don Felice Pozzo <45 i partigiani scendono dalle montagne armati in Cumiana già dal febbraio 1944 <46. In un borgo in cui i partigiani svolgono azioni nel centro abitato manca una figura mediatoria: il podestà di Cumiana, Giuseppe Durando, si trasferisce a Torino lasciando i civili in balia degli scontri tra nazifascisti e partigiani. La casa del podestà, abitata da un genitore, è oggetto il 10 marzo di razzie da parte dei partigiani, che prelevano merce di diversa tipologia <47.
    Il 30 marzo le SS italiane arrivano a Cumiana <48, rastrellano 79 uomini in età di leva, li portano a Torino, li interrogano. Alcuni vengono deportati, alcuni rispediti in valle, altri rimangono a disposizione dei tedeschi. Due giorni prima i tedeschi arrestano altri 5 cumianesi accusati di connivenza con i partigiani <49.
    Il 30 le SS sono ancora nel paese quando subiscono un attacco dei partigiani della ‘De Vitis’ che catturano 32 SS italiane e due sottufficiali tedeschi, uccidono un milite e ne feriscono 18 <50 ma lasciano sul terreno due partigiani: ad uno di questi, Lillo Moncada, viene successivamente dedicata una brigata valsangonese.
    I prigionieri vengono dirottati su Forno di Coazze mentre dopo qualche ora in paese giungono numerosi reparti di repubblichini e di nazisti: i tedeschi catturano 158 uomini; il naturale ruolo svolto da Zanolli a Giaveno non viene svolto da Durando a Cumiana: le trattative sono intavolate dal medico cumianese Ferrero insieme a don Pozzo <51.
    Quando le trattative si sbloccano l’ordine di esecuzione è eseguito per 58 uomini, 7 dei quali si salvano: di questi 51 nessuno risulta combattente nelle file partigiane, il più giovane è nato nel 1927 e il più anziano nel 1874.
    La strage, secondo l’Atlante delle Stragi Nazifasciste si sviluppa su due momenti: nel primo i condannati vengono mitragliati in gruppi da tre per sette turni <52, successivamente il gruppo degli ostaggi si ribella costringendo le SS di guardia a sparare. Il motivo scatenante della rivolta dei condannati è la vista del cadavere di un ostaggio <53 che scatena in loro ribellione di fronte a morte certa.
    Il giorno dopo riaprono le trattative per il rilascio degli ostaggi delle SS e dei 100 cumianesi ancora prigionieri dei tedeschi: l’accordo riesce, i 34 SS sono liberati in mattinata, nella serata sono liberati i 100 cumianesi. Il generale Hansen, dopo l’eccidio, promette al comandante Nicoletta che Cumiana verrà risparmiata per i prossimi mesi di conflitto, il cardinale Fossati promette a don Pozzo massima tempestività nel caso di nuove minacce per i cumianesi <54.
    [NOTE]
    34 Quazza G. La Resistenza Italiana: Appunti e Documenti. Giappichelli; 1966. p 173
    35 Comello M., Martoglio G., Covo Di Banditi: Resistenza a Cumiana tra Cronaca e Storia. Alzani; 1998. p 61
    36 Rapporto della Questura di Torino contro i membri del Comitato militare piemontese in Archivio Istoreto, fondo Isrp. Fondi originari: Prima sezione [IT-C00-FD17369] foglio 2
    37 Fusi V., Galante Garrone A., Fiori Rossi al Martinetto: Il Processo di Torino: Aprile 1944. Mursia; 1975. p. 46
    38 Comello M, Martoglio G. Covo Di Banditi : Resistenza a Cumiana tra Cronaca e Storia. Alzani; 1998. p. 35
    39 MEM https://www.memora.piemonte.it/beni/regpie_cabe/930494 consultato il 16 02 24
    40 Battaglia R. Storia Della Resistenza Italiana : 8 Settembre 1943-25 Aprile 1945. Einaudi; 1963. p 291
    41 Fusi V., Galante Garrone A., Fiori Rossi al Martinetto: Il Processo di Torino: Aprile 1944. Mursia; 1975. p 86
    42 MEM https://www.memora.piemonte.it/beni/regpie_cabe/930494
    43 Malvezzi P., Mann T., Pirelli G., Lettere dei Condannati a Morte della Resistenza Europea. 4. Einaudi; 2006 p 508
    44 Comello M., Martoglio G., Covo di Banditi, cit. p 20
    45 Don Felice Pozzo (1904-1956) parroco a Cumiana
    46 Florio M., Resistenza e Liberazione nella Provincia Di Torino (1943-’45). Gribaudo; 1993. p 338
    47 Comello M., Martoglio G., Covo di Banditi, cit. p 55
    48 Rende Francesco, ‘Mario Greco e la resistenza in Val Sangone’ tesi di laurea AA 2016-2017 relatore prof. Mauro Forno p 30
    49 Comello M., Martoglio, G. Covo di Banditi, cit p 73
    50 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1000 consultato il 19 02 24
    51 Oliva G., Quazza G. La Resistenza, cit. pp 170 171
    52 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1000 consultato il 19 02 24
    53 Oliva G., Quazza G., La Resistenza alle Porte di Torino. F. Angeli; 2004. p 175
    54 Florio M., Resistenza e Liberazione, cit. p340
    Alessandro Busetta, La resistenza in Val Sangone e la divisione Campana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2022-2023

    La mattina del 1° aprile [1944] a Cumiana i partigiani attaccano alcuni reparti delle SS italiane, giunte in paese il giorno prima. Colte di sorpresa, queste lasciano sul campo un morto e diciotto feriti, mentre trentadue militi e due sottufficiali vengono presi prigionieri dai partigiani. Alle 14 dello stesso giorno uomini delle SS italiane e della Wehrmacht partono in rastrellamento. Cumiana viene occupata da tedeschi e repubblicani provenienti da Torino e da Pinerolo. In questo primo giorno tutti gli uomini presenti – circa centocinquanta – vengono rastrellati e portati al Collegio salesiano mentre le case da cui i partigiani hanno sparato sono incendiate. I tedeschi chiedono la restituzione dei prigionieri pena la fucilazione degli ostaggi. Il 2 aprile il tenente della Wehrmacht Renninger dà l’ultimatum: entro le 18 del 3 aprile i prigionieri devono essere liberati. Quando però gli ambasciatori tornano a Cumiana per comunicare l’esito positivo delle trattative, l’ordine è già stato eseguito. Cinquantuno dei cinquantotto uomini prelevati sono stati fucilati (secondo alcune fonti alle 14, secondo altre alle 16) dietro la cascina Riva d’Acaia che si trova appena fuori dal paese. Sembra che uccisi i primi ventuno (sette gruppi in fila per tre mitragliati da un sottoufficiale tedesco che i testimoni descrivono ubriaco), gli altri tentino la fuga e siano trucidati. Ne sopravvivono per ragioni diverse sette. Il 4 aprile i comandanti partigiani della Val Sangone consegnano i prigionieri al generale Hansen. Il giorno dopo termina l’operazione. Negli anni Novanta il giornalista di Repubblica Alberto Custodero avvia un’inchiesta sull’eccidio, individua in Renninger il responsabile della strage e lo intervista: nel 1999 il procuratore militare di Torino Pier Paolo Rivello e il magistrato Paolo Scafi aprono un procedimento penale a suo carico. Il processo viene interrotto a causa della morte per infarto di Renninger, che si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda.
    Barbara Berruti, Episodio di Cumiana, 03.04.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

    #1944 #AlessandroBusetta #Aprile #BarbaraBerruti #Chisone #CMRP #ComitatoMilitareRegionalePiemonte #Cumiana #fascisti #GiuseppePerotti #GNR #italiane #Martinetto #marzo #partigiani #Piemonte #Sangone #SilvioGeuna #SS #strage #tedeschi #Torino #Valle

  17. Domanda:
    come possiamo in #Italia festeggiare il #25 #Aprile
    giorno della Liberazione dal > nazi #Fascismo
    avendo un #Governo #Fascista ?
    ...

  18. Il cielo del mese: aprile e la Luna di primavera

    https://edu.inaf.it/rubriche/il-cielo-del-mese/aprile-luna-primavera/

    Andiamo alla scoperta delle costellazioni di primavera con una guida d’eccezione: la Luna!

    #aprile #costellazioni #ilCieloDelMese #Luna

  19. A Castelnovo, frazione di Isola Vicentina, si era formato un gruppo di antifascisti

    Bruno Viola era orgoglioso di poter dare il suo contributo economico alla famiglia, anche se la preoccupazione che la polveriera [n.d.r.: della S.A.R.E.B – con sede sociale a Genova – a Montecchio Precalcino (VI)] potesse essere oggetto di bombardamento era costante. Era infatti cominciata la seconda guerra mondiale. Tali preoccupazioni non erano del tutto infondate. Il 26 dicembre 1943 vi fu un primo sabotaggio ma soprattutto l’11 febbraio del 1945 sei aerei P47 degli alleati bombardarono la città e la polveriera, senza fortunatamente causare morti.
    Compiuti diciotto anni, nel 1942, si arruolò volontario in marina. Interrogati i fratelli sul perché di questa sua scelta, mi hanno risposto che fu probabilmente consigliato dai professori della scuola che frequentava, che in quegli anni avevano una grossa influenza sulle scelte lavorative dei giovani.
    Presso l’Archivio di Stato di Vicenza ho trovato copia dei certificati riguardanti la visita di leva. Un primo documento, con data 29 luglio 1942, lo dichiara abile e arruolato. Un secondo documento, prodotto dalla Capitaneria di porto di Venezia ci dà maggiori informazioni.
    Viola Bruno, numero di matricola 73281, domiciliato in via Roma 33, aveva occhi castani, capelli castani lisci, colorito roseo e dentatura sana. Era alto 1 metro e 66 cm e non presentava segni particolari. Era iscritto nelle liste di leva di mare del Compartimento marittimo di Venezia e alla domanda se sapesse leggere e scrivere si risponde positivamente. Inoltre si nota che sapeva nuotare e vogare.
    Fu arruolato volontario nel C.R.E.M. (Corpo dei Reali Equipaggi Marittimi), denominazione introdotta nel 1926 per distinguere gli allievi delle scuole di Marina da quelli della Regia Aeronautica. Esistevano tre istituti di formazione della marina, a La Spezia, a Pola e a Venezia. In seguito al referendum che decretò la nascita della Repubblica italiana, la sigla C.R.E.M mutò in C.E.M.M. (Corpo Equipaggi Militari Marittimi). Ancora si nota come il suo servizio militare durò dal 6 ottobre 1942 all’8 settembre 1943, meno di un anno.
    Fu inviato a La Spezia, dove c’era un’importante base navale. Qui alla preparazione sulle navi affiancò la preparazione quale radiotelegrafista ed era in procinto di prendere il brevetto.
    In questo periodo non tornò mai a casa in licenza.

    Bruno Viola, a destra, con la divisa da marinaio. Fonte: Francesco Corniani, op. cit. infra Bruno Viola, il primo da destra, insieme al comandante della sua sezione. Fonte: Francesco Corniani, op. cit. infra Sul retro della fotografia Bruno scriveva: “22-5-43 Ricordo della mia Sezione delle Scuole C.R.E.M” e poi “W i futuri marinai d’ Italia”. Fonte: Francesco Corniani, op. cit. infra

    Tornò a Vicenza in seguito alla situazione di disgregazione provocata nelle forze armate dall’armistizio siglato nel settembre del 1943. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 le tre scuole di marina cessarono di esistere. Sempre nel foglio matricolare si legge che Bruno Viola viene dichiarato “sbandato in territorio nazionale” per il periodo che va dal 9 settembre 1943 al 31 gennaio 1944.
    Preso il treno, a Vicenza si ricongiunse con il papà che lavorava lì vicino e che lo riaccompagnò a casa sul palo della bicicletta.
    Come nel resto d’Italia, anche a Caldogno la situazione era difficile. Bruno era conosciuto perché più volte si era rifiutato di partecipare alle manifestazioni fasciste e ai raduni. A Caldogno i tedeschi avevano installato un ospedale ed erano guidati dal tenente colonnello medico dottor Maue.
    Non accettò inviti e pressioni ad arruolarsi e preferì vivere in disparte e nascosto per non essere portato come prigioniero in Germania. Con lui si formò un gruppo di amici, anche essi fermi nella decisione di non arruolarsi nell’esercito repubblichino e di ignorare i bandi di chiamata alle armi.
    Vennero inoltre a sapere che a Castelnovo, frazione di Isola Vicentina, da cui dista due chilometri e mezzo, e circa 5 da Caldogno, in una zona montuosa ricca di boschi e nascondigli (località Guizza) si era formato un gruppo di persone, renitenti alla leva, che stavano organizzando l’opposizione a fascisti e nazisti. Del gruppo di 12 persone che dovevano partire insieme a lui, Bruno Viola si ritrovò solo il giorno della partenza. Se non fu un tradimento, poco mancò.
    La mamma di Bruno insisteva perché non partisse. Anche uno zio tentò di dissuaderlo. A tal proposito la sorella di Bruno, Rosina, mi ha detto che questo zio, fratello del papà, aveva una casa proprio a Castelnovo. Era una casa grande, con molti bambini, e in più aveva una mansarda, una di quelle senza scale, alla quale si può acceder solamente attraverso una botola. Si diceva certo che lì Bruno sarebbe stato al sicuro e che nessuno sarebbe venuto a cercarlo.
    Ma Bruno aveva deciso ed era irremovibile nella sua scelta. Sono particolari come questi a indurmi a riflettere su quanta coscienza, quanto coraggio, quanta convinzione animavano Bruno e come lui tutti i partigiani che in quei drammatici momenti scelsero la via meno facile, la via delle montagne, invece di rinunciare a lottare. E questo mi sprona ulteriormente nel cercare di rendere loro onore con questa mia tesi. Perché la storia di Bruno non è solo la sua, ma anche di altri giovani e meno giovani che come lui si sacrificarono per l’ideale della libertà e della giustizia.
    Così nel febbraio del 1944, accompagnato dalla sorella Rosina, lasciò in lacrime la madre e raggiunto Castelnovo congedò anche la sorella. “Torna a casa” le disse. Rosina rispose:”Come, così sola, di notte?” e Bruno : “Sì, è giusto così.”
    Dal primo giorno di febbraio del 1944 alla data della morte, 12 agosto 1944, gli viene riconosciuta la qualifica di partigiano combattente, ai sensi del DD.LL 21/8/45 n°518 (decreto legislativo luogotenenziale che regola il riconoscimento delle qualifiche dei partigiani). In questo periodo gli viene attribuita la qualifica di comandante nucleo (sergente) per il periodo che va dal 15 maggio del 1944 al 14 giugno dello stesso anno e la qualifica, sempre per il 1944, del grado di comandante di squadra (sergente maggiore) per i giorni che vanno dal 15 giugno alla sua morte.
    Con il gruppo della Guizza rimase poco tempo, perché non ci si trovava bene. C’ erano difficoltà nei rapporti, nei rifornimenti di armi, viveri e vestiti e le azioni faticavano ad avviarsi.
    Inoltre, come mi ha raccontato la sorella, Bruno le disse che quel gruppo si dedicava frequentemente alla razzia di maiali, mucche e pecore. Una notte mandò a chiamare la zia, quella che si era offerta di ospitarlo a casa sua a Castelnovo perché disse che doveva parlarle. Bruno doveva riferirle che lui non voleva stare con quella compagnia di Castelnovo, poiché tutte le notti erano in giro a rubare (mucche, maiali, lana di pecore).”Io non sono venuto a fare il partigiano per andare a rubare” le disse.
    Così dopo circa venti giorni Bruno tornò a casa e comunicò alla famiglia l’intenzione di volersi aggregare ad un altro reparto. In quel periodo Bruno tornò a casa sei o sette volte.
    Nascosto dall’oscurità, evitava di entrare dalla porta principale ma bussava alle finestre sul retro, che davano sui campi. Dava molta importanza alla pulizia personale, cosicché una delle prime cose che faceva, appena rientrato tra le mura domestiche, era quella di lavarsi, trascurando perfino il cibo.
    Mandava a letto i fratelli più piccoli e restava solo con la mamma e la sorella più grande, Rosina, a parlare. E ogni volta la mamma lo implorava perché restasse a casa. Coscienziosamente non dormiva in casa ma con il fratello Sante, che lavorava in un negozio di ferramenta, dormiva nei campi, per la paura di essere sorpreso nel sonno e senza possibilità di fuga dai fascisti. Ripartiva la mattina presto e prima di lasciare la casa si faceva dare dalla mamma biancheria pulita. L’ultima volta che tornò a casa fu la prima settimana di luglio.
    Per ricostruire adesso le mosse dell’ex marinaio dobbiamo affidarci alle testimonianze dei suoi compagni di avventure. Bruno è presente in molte situazioni differenti.
    “Nel luglio del 1944 sulle colline tra Gambugliano e Torreselle (poco distante da Castelnovo, nda) c’era già una pattuglia comandata dal “Negro” che non faceva parte del distaccamento del “Tar”. <128
    Proprio di questo gruppo faceva parte Viola, che era dunque un “uomo” di Luigi Faccin “Negro”.
    I nomi delle persone appartenenti al gruppo di “Negro” insieme a Viola, che diventerà il vicecomandante e a cui sarà affidato il gruppo a Malga Zonta in assenza di Faccin, sono: Castini Isidoro “Achille”, comandante della seconda pattuglia, nato a Malo il 25/11/1926, Cecchetto Mario “Sasso”, Gambugliano 2.5.1925, Zordan Severino “Bastardo”(che perse un fratello, Domenico, a Malga Zonta) nato il 1925. Inoltre: “Abele” Dall’Ava, De Vicari Giocondo (morto a Malga Zonta), Zandenego Aldo, Fortuna Baldo, “Tigre”, “Canaglia”, Cecchetto Giovanni, Zaupa Luigi “Picchiatello”, Barbieri Marcello “Elica” morto a Malga Zonta, Ceolato “Russo”, Tessaro Giovanni, morto a Malga Zonta, Bertoldi Guglielmo “Mirco”, “Alpino” di Monte Magrè.
    In quelle zone operavano numerosi partigiani: “Erano bande abbastanza numerose, ottimamente comandate da capi come il Tar, il Tigre, il Negro; teoricamente inquadrate in grosse formazioni riconosciute, ma in realtà largamente autonome…” <129
    Proprio la massiccia presenza di uomini fu motivo di contrasto tra alcuni di loro. In particolare nasceranno delle incomprensioni, come vedremo, tra Ferruccio Manea “Tar”, il “Negro” e Bruno Viola.
    Luigi Meneghello nel suo romanzo della Resistenza, “I piccoli maestri”, parla del “Tar” e anche del “Negro”, che incontrò anche di persona. Così ci parla di Luigi Faccin: “A Torreselle c’era un reparto soggetto all’imperium del Tar, ma con molta autonomia. Il capo era un ometto con la testa grossa che si chiamava il Negro; aveva le gambe corte e storte, i modi semplici e franchi, e una certa vitalità sparsa sul viso e nel corpiciattolo.” <130
    Un altro aspetto interessante ci viene raccontato da Severino Oliviero: egli faceva parte di un gruppo partigiano di Malga Campetto, operante a Marana, nel comune di Crespadoro. “Ricordo che a Marana abbiamo trovato pure Viola il “Marinaio” e gli uomini di “Marte” di Schio.” <131
    Ai primi di aprile il suo gruppo si sposta a Monte Magrè. Continua poi Oliviero: “Verso la fine di luglio ci siamo aggregati al “Negro” che ci ha proposto di salire a Malga Zonta. Però non siamo arrivati a Malga Zonta, per un grande rastrellamento in corso. Così, nella nostra zona di operazioni di Monte Magrè, si è andato formando il “Battaglione Lampo” della brigata garibaldina “Martiri Val Leogra” in memoria di Bruno Viola “il Marinaio” caduto a Malga Zonta, chiamato anche Lampo.” <132
    È questa una testimonianza importante, perché ci dà due informazioni preziose. La prima è che Bruno Viola veniva chiamato dai suoi compagni di lotta anche “Lampo”. La seconda è che in suo nome nacque un battaglione partigiano, guidato da Eugenio Narciso Rigo detto “Pantera”. Ritengo sia giusto quindi associare sempre a Bruno lo pseudonimo di “Lampo” oltre a quello di “Marinaio”, anche se più spesso io riporto solo il secondo.
    Ferruccio Manea “Tar” fu una figura molto importante della Resistenza vicentina. Nella “Garemi” guidava la brigata “Ismene”. Uomo di grande coraggio e autorità, la sua storia dai tratti quasi leggendari è ottimamente raccontata da una recente pubblicazione di Patrizia Greco. <133
    Come abbiamo visto e come vedremo “Tar” e “Lampo/Marinaio” incrociarono spesso le loro strade. Di Bruno Viola “Tar” diceva: “Il Marinaio era un bravo giovane che non aveva paura…con lui ho avuto anche discussioni violente, ma riconosceva i torti e collaborava.” <134
    [NOTE]
    128 Gruppo Cinque, Quaderni della Resistenza. Schio, volume 8, Edizioni Gruppo Cinque, Schio, 1978, pag. 425
    129 Luigi Meneghello, I piccoli maestri, Rizzoli Editore, Milano, 1976, pag. 230
    130 Luigi Meneghello, op. cit, pag. 234
    131 Severino Oliviero, in Mario Faggion, Gianni Ghirardini, Norberto Unziani “Boby”, Malga Campetto nella storia della Brigata Garemi, OdeonlibriIsmos, Schio, 1989, pag. 109
    132 ibidem
    133 Patrizia Greco, Nome di di battaglia Tar. Biografia resistenziale di Ferruccio Manea, comandante della brigata Ismene, Cierre edizioni, Verona, 2010
    134 Sergio Fortuna – Gianni Refosco, Tempo di guerra Castelgomberto: avvenimenti e protagonisti del secondo conflitto mondiale e della Resistenza, Odeonlibri Ismos, Castelgomberto, 2001, pag. 105
    Francesco Corniani, Un marinaio in montagna. Storia di Bruno Viola e dell’eccidio di Malga Zonta, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno accademico 2009-2010

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  20. Tra il 21 aprile e il 2 maggio 1945 si consumò, come sostiene Peli, l’ultimo atto della Resistenza

    Peli riporta un importante incontro che si ebbe tra il 10 e il 19 dicembre 1944, tra alcuni autorevoli inviati del Comitato di Liberazione Alta Italia (Clnai) e i responsabili della Number I Special Force inglese a Monopoli e successivamente a Roma con gli americani dell’Oss (Office of Strategic Services). Fu la prima volta che avvenne un incontro di questo genere, infatti Ferruccio Parri lo definirà “un momento culminante nella storia politica del movimento di liberazione”. Ma dovettero passare ancora altri giorni perché il governo Bonomi, senza troppo entusiasmo, firmasse un accordo col quale si delegava il Clnai a rappresentarlo nella lotta che i patrioti stavano impegnando contro tedeschi e fascisti nell’Italia non ancora liberata. In cambio però, il Clnai accettò di agire come delegato del governo italiano, sola autorità legittima in quella parte dell’Italia che sarebbe stata poi restituita al Governo italiano dal Governo militare alleato. Oltre a ciò, l’accordo prevedeva un appoggio finanziario pari a 160 milioni mensili. Inoltre, sarebbe stata la prima volta che venivano riconosciuti a livello ufficiale il valore e la funzione nazionale e unitaria dell’insurrezione partigiana. Un successo di grande importanza, che tuttavia si univa a una forte delusione, rispetto alla speranza di ottenere quella piena investitura dei poteri di governo mancata fino a quel momento: il riconoscimento del Cvl come parte integrante dell’esercito italiano <50.
    Nel frattempo, il terribile secondo inverno volgeva a termine e “la crisi invernale” sembrava essere superata.
    La terza fase della guerra partigiana: dalla “pianurizzazione” all’insurrezione
    Battaglia individua nella “pianurizzazione” la svolta per il superamento della seconda “crisi invernale”. Per lo storico romano la sua più alta espressione è rappresentata nella battaglia di Ravenna (4 dicembre 1944). I partigiani trovarono scampo ai rastrellamenti, giungendo sulle colline e poi spargendosi, come in tanti rivi, nella pianura padana, arrivando quasi alle porte della città. Battaglia sostiene che il fenomeno di discesa verso il basso sarebbe nato come movimento spontaneo di massa, non escludendo l’altro aspetto del problema, che tale manovra fosse stata già intuita o prevista nei suoi sviluppi da chi aveva il compito di guidare i partigiani su piano locale e nazionale. Dell’importanza di una espansione del movimento partigiano in pianura si sarebbe già trovata traccia negli atti del Cvl; seguono poi anche le direttive del Partito comunista annunciate nella “Conferenza dei Triumvirati insurrezionali” . A contestare Battaglia è Santo Peli <51 affermando che, nonostante non ci sia una linea interpretativa univoca circa i comportamenti di montanari e contadini, è sufficientemente provato che alla fine del ciclo di rastrellamenti dell’autunno ’44-’45 la ferocia dispiegata dai nazi-fascisti, pur non riuscendo a distruggere completamente le bande, riuscì però a minarne profondamente i legami di solidarietà e di fiducia, che in circostanze meno avverse, avevano caratterizzato l’atteggiamento dei civili verso i partigiani. Per questo Peli sostiene che in questa “stasi invernale”, la pianurizzazione, cioè il portare in pianura buona parte di ciò che restava dell’esercito partigiano, sarebbe stata una scelta obbligata <52. A questo punto, oltre ad affermare che sicuramente i tanti rastrellamenti avrebbero in qualche modo incrinato quel legame iniziale di solidarietà tra i montanari e i partigiani, si deve del resto riconoscere, accanto all’aspetto militare, la necessità politica di questa nuova strategia: l’inserimento dei partigiani in pianura per prevenire il rischio dell’isolamento in montagna. Questo è testimoniato da Secchia, il quale afferma che tale spostamento sarebbe stato dettato dalla necessità scaturita dall’andamento della guerra partigiana. Era necessario, dunque, trasferire i partigiani il più vicino ai centri urbani per prepararli all’ultima fase della guerra resistenziale: l’insurrezione finale <53. Ormai il problema all’ordine del giorno, come scrive Peli, era quello dei tempi e dei modi della ritirata tedesca e dell’imminente liberazione dell’intero territorio nazionale <54. Battaglia ricorda come in questa occasione fu messo a punto il piano della difesa degli stabilimenti industriali, considerati patrimoni nazionali. L’attuazione di questa manovra fu affidata alle mani degli operai, organizzati nelle squadre dei Sap (Squadre d’Azione Patriottica) che avrebbero dovuto occupare dall’interno le fabbriche al momento dell’insurrezione <55 e tutto ciò, sottolinea Peli, sarebbe dovuto avvenire prima dell’arrivo delle truppe anglo-americane. Proprio gli Alleati, infatti, erano tra quelli che guardavano con un misto di preoccupazione e di insofferenza al progetto dell’insurrezione, restando infatti favorevoli a un intervento partigiano solo ove esso risultasse militarmente più utile e politicamente meno pericoloso. Tali preoccupazioni sarebbero emerse anche in un documento della “Number I Special Force”, in cui si evidenziavano i timori che i comunisti si stessero preparando a prendere il potere con la forza nel momento in cui i tedeschi sarebbero stati cacciati dagli Alleati. Le preoccupazioni di una possibile insurrezione toccavano anche le più alte cariche ecclesiastiche, che vedevano ancora nel comunismo il loro peggior nemico <56.
    A questo punto, il Partito comunista, come documenta Secchia, fu costretto a cautelarsi di fronte a queste manovre attesiste messe in atto dalle forze conservatrici: il giorno 10 aprile 1945 la Direzione del Pci diramò la “direttiva n. 16” per l’Alta Italia occupata: «L’ora dell’attacco finale è scoccata. Con le presenti direttive si richiamano tutte le nostre organizzazioni a estendere l’azione insurrezionale, a seconda delle possibilità ed opportunità locali, al più gran numero di categorie delle città e delle campagne. In questa fase risolutiva della lotta insurrezionale è da prevedersi una intensificazione inaudita e sfacciata di tutte le manovre tendenti a sabotare, a impedire l’insurrezione e soprattutto il movimento insurrezionale popolare. Ogni disposizione contraria all’orientamento insurrezionale del movimento patriottico dev’essere sempre e con la più grande energia respinta dai nostri compagni, da qualunque parte essa provenga. Ma se nonostante tutti i nostri sforzi non riuscissimo, in simili casi, a dissuadere i nostri amici e alleati, noi dobbiamo fare anche da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze possibili ed agendo sempre però in nome del CLN e sul piano politico dell’unione di tutte le forze popolari e nazionali per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti, e mettendo bene in chiaro che con la nostra attività non ci proponiamo affatto degli scopi o degli obiettivi di parte. Queste sono le precise direttive che noi diamo a tutte le nostre organizzazioni, a tutti i nostri compagni in questo momento decisivo per l’insurrezione nazionale. Che tutti siano consci delle grandi responsabilità politiche e morali che pesano in questo momento sul nostro partito nell’Italia ancora occupata dai nazifascisti; che tutti siano decisi a dare tutti se stessi per affrontare degnamente questa responsabilità, e per portare il nostro popolo all’insurrezione vittoriosa ed alla libertà» <57.
    Tra il 21 aprile e il 2 maggio 1945 si consumò, come sostiene Peli, l’ultimo atto della Resistenza. Il 25 aprile fu la data scelta per ricordare l’insurrezione finale <58: una data di gioia e di festa per gli italiani che avevano combattuto o comunque si erano schierati per la democrazia e la libertà. Emersero invece, come ribadisce Battaglia, le preoccupazioni dei fascisti e dei tedeschi, che avrebbero voluto ottenere le migliori condizioni possibili di resa, ma il Cln fu intransigente e confermò la resa incondizionata; Mussolini reagì minacciando di fare di Milano “una nuova Stalingrado” <59. Di fondamentale importanza appare la testimonianza di Secchia, che documenta la riunione tenuta all’arcivescovado di Milano, con la presenza del cardinale Schuster, a cui parteciparono da una parte Mussolini, Graziani, Zerbino e Barracu e dall’altra i rappresentanti del Clnai (Lombardi, Cadorna, Pertini, Sereni e Valiani). Mussolini avrebbe chiesto un’ora di tempo, ma poi avrebbe lasciato l’arcivescovado e non sarebbe più tornato: travestito da tedesco avrebbe cercato di fuggire da Milano. Venne catturato e giustiziato a Dongo dalla 52^ Brigata Garibaldi, comandata da Walter Audisio, su indicazione di Luigi Longo, che affermò: «È da tempo che il popolo italiano ha pronunciato la sentenza, non si tratta che eseguirla». <60
    [NOTE]
    50 Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Torino, 2015 (I ed. 2006), pp.130-134.
    51 Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, 1964 (I ed. 1953), pp.540-542.
    52 Santo Peli, op. cit., pp.124-126.
    53 Pietro Secchia, Il partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943–1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, Milano, 1973, pp.623-625.
    54 Santo Peli, op. cit., pp.150-152.
    55 Roberto Battaglia, op. cit., pp.606-610.
    56 Santo Peli, op. cit., pp.155-158.
    57 Pietro Secchia, op. cit., pp.1010-1011.
    58 Santo Peli, op. cit., pp.168-170.
    59 Roberto Battaglia, op. cit., pp.645-646.
    60 Pietro Secchia, op. cit., pp.1050-1052.
    Marco Cerotto, Il ruolo del Pci dalla Resistenza alla Costituzione repubblicana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2016-2017

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  21. Precedentemente ai fatti avvenuti il 16 marzo 1978, a più riprese Aldo Moro sembrò preoccuparsi di una possibile situazione o evento che avrebbe potuto colpire il mondo politico. Il leader democristiano disse di temere gesti clamorosi che le Br avrebbero potuto compiere a danno di qualificati esponenti della Democrazia cristiana. Emersero inoltre le inquietudini dello statista verso le azioni dei Servizi segreti occidentali e della Cia. Il dirigente democristiano Giovanni Galloni testimonierà di un dialogo avuto con Moro due mesi prima del suo rapimento. “La cosa di cui sono molto preoccupato è questa: io so che i Servizi Segreti americano ed israeliano hanno degli infiltrati nelle Brigate rosse, però questi servizi non ci hanno mai fatto comunicazione ai nostri servizi o allo Stato, perché certamente le loro indicazioni potrebbero essere utili per la ricerca dei covi” <225.
    Inoltre Moro ricevette diverse minacce scritte dalle Brigate rosse, sia nella sua abitazione che nel suo ufficio di via Savoia. Ne parlò Pecorelli nell’articolo “Moro era stato minacciato dalle Brigate rosse”, sottolineando come tutti, compreso le guardie del corpo del politico, fossero preoccupati. Secondo il giornalista tutti tranne lo Stato. Aldo Moro aveva informato dell’arrivo di questi messaggi intimidatori gli uffici competenti. Ma, a quanto risulta, all’informazione non è stata data alcuna importanza. I risultati si sono visti il 16 marzo in via Fani. Chi invece si era preoccupato dei messaggi delle Br è stato il povero Oreste Leonardi, il sottoufficiale che da quindici anni tutelava l’incolumità di Aldo Moro. Quasi mosso da un oscuro presentimento, il Leonardi, la mattina del 16 marzo, aveva raddoppiato l’abituale dotazione di proiettili per la sua pistola. Purtroppo le Br non gli hanno dato il tempo di servirsene <226.
    «Osservatore politico» per la trattativa.
    Nella fase iniziale del rapimento Moro, Carmine Pecorelli si pronunciò in favore della fermezza di Stato ma, dall’inizio dell’aprile 1978, cominciò a scrivere numerosi articoli in favore della possibile trattativa con i terroristi. Con l’articolo “In nome del popolo: trattare…” infatti, il giornalista aprì la strada al partito della trattativa. Questo cambio di posizione sarebbe avvenuto successivamente alla lettera dello statista a Cossiga <227. “Al termine di affannose consultazioni, la segreteria democristiana ha deciso di non trattare con le Brigate rosse lo scambio del presidente Moro […]. Aldo Moro sarà sacrificato sull’altare della ragion di Stato. Di quale Stato? Incapace di amministrare la giustizia, incapace di difendere i cittadini, incapace di punire i disonesti e speculatori, incapace di offrire prospettive al Paese, privo di autorità di ordine e di morale, questo Stato oggi si tiene in piedi solo rinnovando il macabro rituale del sacrificio umano” <228.
    Pecorelli si domandò per quale ragione gli stessi uomini politici, che si congratularono con la Dc tedesca per aver trattato con il «Movimento 2 giugno» riguardo il rapimento Peter Lorenz e gli stessi che si indignarono nei confronti della Repubblica Federale Tedesca per non aver voluto trattare con i terroristi palestinesi nell’attentato di Palma De Maiorca <229, fossero assolutamente contrari alla trattativa per Moro. “Quelli stessi che oggi hanno rifiutato di salvare la vita a Moro, sono gli stessi che ieri inveivano contro la Germania e contro Israele rei di non voler trattare con i terroristi palestinesi; sono gli stessi che hanno plaudito alla Dc tedesca disposta a trattare per Lorenz. Perché allora non trattare per Moro? A chi giova non trattare? La decisione di non trattare è iniqua e inopportuna, ispirata da una logica perversa e suicida. Non accettando le trattative, la Dc s’è detta indifferente alla sorte di Moro. Che succederà se le Br non dovessero restituire il loro legittimo capo ai democristiani?” <230
    Nell’articolo del 18 aprile 1978 «Osservatore politico» scrisse riguardo alla lettera del prigioniero per la moglie Eleonora, intercettata dalla polizia l’8 aprile e consegnata alla signora Moro. Pecorelli precisò d’aver preso visione di questa lettera prima del Viminale e della Procura, dimostrandolo in tale articolo. Sebbene il testo integrale venne pubblicato da «Op» solo il 13 giugno 1978, fu chiaro che il giornalista ne prese visione ben prima, probabilmente grazie ai numerosi contatti con la P2, i servizi segreti ed il Viminale <231. “Innanzitutto dobbiamo precisare che le lettere di Moro alla famiglia sono quattro, perché se è vero che il postino delle Br ha bussato solo tre volte alla porta del prof. Rana, l’ultima ha recapitato due messaggi di Moro. La lettera più importante è proprio questa. È scritta con una penna a biro su due fogli, con qualche cancellatura e qualche ripetizione. Sul suo contenuto nulla è trapelato, perché il prof. Rana non l’ha mostrata a nessuno, recapitandola personalmente alla moglie di Moro. Ciò significa che il testo non è ancora stato visto né al Viminale né alla Procura. Per un doveroso rispetto per il dolore dei familiari, evitiamo di riferire particolari che riguardano un dramma tutto loro. Ma il nostro dovere professionale ci obbliga a sottolineare le parti politiche della lettera di Moro, quelle relative alle accuse all’interno del gruppo dirigente democristiano” <232. Dunque il giornalista visionò la lettera prima del dovuto e lo ammise tacitamente continuando a rivelarne i contenuti del prigioniero riguardo le soluzioni politiche. La necessità della trattativa, lo scambio di prigionieri, ma soprattutto citando la frase «il mio sangue ricadrà sulle teste di Cossiga e Zaccagnini» <233. “Noi, unica vera voce controcorrente nel coro della stampa italiana, abbiamo detto subito che bisognava trattare. Ci risulta che la nostra tesi è stata discussa a lungo nel corso di un vertice del Viminale. Poi, chissà perché, è stata lasciata cadere. Si fosse almeno cominciato a trattare, il presidente Moro non si sarebbe sentito abbandonato al suo destino, il Paese non avrebbe dovuto assistere al reciproco crucifige dei suoi massimi rappresentanti istituzionali. Che succederà adesso? Si sente ripetere dal solito coro dei giornalisti che c’è il pericolo che Moro riveli alle Br segreti di stato. Non prendiamoci in giro. Questo non è uno Stato che ha segreti da custodire. Il pericolo vero è che Moro riveli segreti di uomini politici e partiti. Il processo Lockheed è appena cominciato: che potrebbe accadere se rivelasse alle Br l’identità dell’Antilope nazionale <234? O l’elenco dei 554 conti svizzeri degli amici di Michele Sindona?” <235
    Nell’articolo “Cade Cossiga, cade Zaccagnini…e dopo?” del 18 aprile 1978 Pecorelli analizzò l’accusa rivolta da Moro nei confronti del collega Emilio Taviani, considerandola un atto di viltà verso un uomo ormai privo di potere. “Moro ha definito Taviani un «teppista di Stato». Taviani è da tempo un pezzo da museo, un cadavere nell’armadio politico italiano, prendersela con lui significa voler fare il maramaldo. In passato, quando era ancora un uomo di potere, dalle pagine dell’agenzia Op, abbiamo più volte duramente polemizzato con il ministro genovese, rimproverandogli d’essere stato il primo affossatore dell’ordine pubblico sostenendo che in Italia esiste un solo terrorismo: quello nero” <236.
    L’articolo fu in riferimento al comunicato numero cinque, recapitato dalle Brigate rosse intorno alle 17.20 del 10 aprile 1978, con allegato ad esso un una fotocopia del manoscritto di Moro su Emilio Taviani. “L’interrogatorio del prigioniero prosegue e, come abbiamo già detto, ci aiuta validamente a capire le linee antiproletarie, le trame sanguinarie e terroristiche che si sono dipanate nel nostro paese, ad individuare con esattezza le responsabilità dei vari boss democristiani, le loro complicità, i loro protettori internazionali, gli equilibri di potere che sono stati alla base trent’anni di regime Dc. L’informazione e la memoria di Aldo Moro non fanno certo difetto ora che deve rispondere davanti a un tribunale del popolo. Mentre confermiamo che tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che saprà utilizzarlo opportunamente, anticipiamo le dichiarazioni che il prigioniero Moro sta facendo, quella parziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani” <237.
    Attraverso il documento Taviani, Aldo Moro sviluppò delle motivazioni atte a giustificare una trattativa con le Brigate rosse attraverso lo scambio di prigionieri politici e mosse una forte critica nei confronti del politico Taviani attraverso la ricostruzione della sua carriera. Moro accusava il collega d’essere «andato in giro» per tutte le correnti, portandovi la sua indubbia efficienza ed una grande spregiudicatezza; d’aver avuto una condotta poco lineare, per le sue alleanze con il Msi e successivamente con il Pci; per essere sempre stato influenzato dagli ambienti americani e per aver avuto forti contatti con essi, ma soprattutto per la sua amicizia con l’ex direttore del Sid, Eugenio
    Henke. Il documento oltre ad avere un valore rilevante dal punto di vista storico, considerato parte del memoriale Moro, rivela dei possibili messaggi tra le righe lanciati dal prigioniero al partito ed al mondo politico. Soltanto al termine della guerra fredda, infatti, si sarebbe venuto a sapere che Taviani, nel suo periodo al ministero della Difesa e quando il suo capo di gabinetto fu proprio Henke, fu il fondatore dell’organizzazione segreta Stay-behind. Tale struttura venne costituita con l’unico scopo di difesa in caso d’invasione sovietica, o nell’eventuale possibilità che il comunismo dilagasse in Europa. L’appendice italiana di questa organizzazione, chiamata Gladio, era conosciuta solo da un manipolo di uomini ai vertici dello Stato <238. Dunque il fatto che la prima pagina degli interrogatori di Moro divulgata attaccasse proprio il fondatore di Stay-behind, scosse notevolmente questi uomini politici. Pecorelli non poteva saperlo, non cogliendo la frase di Moro: «vi è forse, nel tener duro contro di me, un’indicazione americana o tedesca?».
    Cinque giorni dopo, il 15 aprile 1978, il comunicato numero sei delle Br rivelò la conclusione dell’interrogatorio e l’inevitabile condanna a morte del prigioniero. “Le Brigate rosse, mediante il solito volantino, annunziano che il «processo» ad Aldo Moro è terminato e che «l’imputato» è stato condannato a morte. La stampa commenta in maniera pressoché uniforme, si fa quadrato intorno alle istituzioni in pericolo, si ribadisce la necessità del non cedimento -benché non appaia ben chiaro su cosa eventualmente si dovrebbe cedere, dal momento che a tutt’oggi il tribunale del popolo non adombra neppure l’alternativa alla condanna” <239.
    [NOTE]
    225 Aldo Moro da FLAMIGNI, Le Idi di marzo, p. 264.
    226 Moro era stato minacciato dalle Brigate rosse, «Osservatore politico», 4 aprile 1978.
    227 Aldo Moro da FLAMIGNI, Le Idi di marzo, p. 265.
    228 In nome del popolo: Trattare…, «Osservatore politico», 4 aprile 1978.
    229 In questo articolo Pecorelli si riferisce al rapimento del politico Peter Lorenz, dell’Unione Cristiano Democratica, rapito nel 1975 e dell’attentato ad opera del gruppo terroristico tedesco Rote Armee Fraktion del 13 ottobre 1977 a Palma di Maiorca, dove un gruppo di quattro terroristi palestinesi dirottò un Boeing 737 della Lufthansa, prendendo in ostaggio novantuno persone. La RAF pretese la liberazione dei propri capi in cambio della vita degli ostaggi dell’aereo e dell’industriale tedesco Schleyer. Il governo tedesco non si piegò al ricatto dei terroristi ed il 17 ottobre, con un’azione di forza, assaltò l’aereo uccidendo 3 terroristi e liberando gli ostaggi.
    230 In nome del popolo: Trattare…, «Osservatore politico», 4 aprile 1978.
    231 «Pecorelli aveva contatti con il sostituto procuratore Luciano Infelisi, titolare dell’inchiesta», FLAMIGNI, Le Idi di marzo, p. 272.
    232 La lettera segreta di Moro. Uno spettro s’aggira per i corridoi repubblicani, «Osservatore politico», 18 aprile 1978.
    233 «Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro», FLAMIGNI, Le Idi di marzo, p. 272.
    234 Il politico italiano primo beneficiario delle tangenti nello scandalo Lockheed era coperto da pseudonimo «Antelope Cobbler», Ibidem.
    235 La lettera segreta di Moro. Uno spettro s’aggira per i corridoi repubblicani, «Osservatore politico», 18 aprile 1978.
    236 Cade Cossiga, cade Zaccagnini…e poi?, Ibidem.
    237 Comunicato numero cinque, GOTOR, Il memoriale della repubblica, Einaudi, Torino 2011, p. 6.
    238 Emilio Taviani, Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Aldo Moro, Giuseppe Saragat, Ugo La Malfa, Luigi Longo, Ivi, p. 22.
    239 Diario dell’irreale assoluto. Sabato 15 aprile: la condanna, «Osservatore politico», 25 aprile 1978.
    Giacomo Fiorini, Penne di piombo: il giornalismo d’assalto di Carmine Pecorelli, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2012-2013

    https://bigarella.wordpress.com/2024/11/05/attraverso-il-documento-taviani-aldo-moro-sviluppo-delle-motivazioni-atte-a-giustificare-una-trattativa-con-le-brigate-rosse-attraverso-lo-scambio-di-prigionieri-politici/

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  22. Il travaglio che caratterizzò la nascita e il funzionamento dell’OSS/V Army Detachment, descritto nel capitolo terzo del presente lavoro, è, altresì, testimoniato dallo straordinario avvicendarsi di numerosi ufficiali che, dopo il primo, Donald Downes, che fu un civile, si susseguirono al comando di tale unità. Infatti, dopo appena tre settimane dallo sbarco di Salerno, giunse a Maiori il colonnello Ellery Huntington Jr. <29, già capo della Sezione dello Special Operations (SO) dell’OSS a Washington, insieme con il generale Donovan, il quale annunciò la nomina del primo quale Commanding Officer in pectore dell’OSS/V Army Detachment, al posto di Donald Downes. In quello stesso tempo, il neonato Distaccamento dell’OSS presso la V Armata fu assegnato al servizio della 23ª Brigata Armata britannica <30, per la quale svolse il medesimo tipo di lavoro già prestato per gli americani Rangers. Sennonché, neanche il colonnello Huntington rivestì un incarico duraturo. Infatti, di lì a poco, emersero tensioni di natura eminentemente politica con il parallelo organismo britannico del SOE, che lo accusò di appoggiare le forze antimonarchiche della politica italiana, dal momento che, come noto, mentre gli agenti britannici erano per la maggior parte filomonarchici, al contrario, molti componenti dell’OSS non lo erano affatto ovvero erano di chiaro orientamento antimonarchico e, talora, apertamente antibritannico. Sul punto è univoca la testimonianza del capitano Max Corvo che ha evidenziato le conflittualità politiche con cui il neocomandante dell’unità dell’OSS presso la V Armata dovette confrontarsi, tanto da indursi a compilare un rapporto “personale e riservato” del 17 novembre 1943 al generale Donovan, in cui si denunciavano le interferenze di parte britannica con le attività dell’OSS aggregato alla V Armata <31.
    Nel frattempo le relazioni tra il servizio d’informazioni britannico e quello della 5ª Armata erano diventate molto tese. Molto dipendeva dall’atteggiamento antibritannico di Bourgoin e Pacatte, i quali avrebbero dovuto segnalare le loro attività di reclutamento tra le forze armate italiane, oramai disintegrate, all’ufficio di controllo militare che era affidato agli inglesi. C’era poi un certo risentimento dovuto al fatto che i britannici simpatizzavano per la monarchia, mentre Tompkins e Craveri erano antimonarchici militanti. Quando assunse il comando il Colonnello Ellery Huntington si trovò in mezzo ad un fuoco incrociato “[…] All’insaputa di Huntington, Peter Tompkins e alcuni altri elementi ai suoi ordini facevano un tipo di politica che non piaceva né agli inglesi né ad alcuni degli ufficiali italiani che erano in contatto con l’OSS. Questi ufficiali erano offesi dalle pesanti critiche mosse al governo Badoglio […]”.
    Alla fine di novembre [1943], quando Huntington lasciò il distaccamento della 5ª Armata, l’OSS aveva pochi risultati da vantare <32. Il susseguirsi di colonnelli ai vertici del distaccamento la cui sede era stata, intanto, fissata a San Leucio, Caserta, vicino al Palazzo Reale fu, altresì, la punta dell’iceberg di un clima di generale disagio dovuto a dissidi e competizioni intestine, oltre che, come sopra delineato, con il SI, tanto che, come ha raccontato il capitano Cagiati, questi fu addirittura “indottrinato” a diffidare della lealtà e competenza del nuovo Commander in Chief. “Poco prima della partenza da Salerno, il comando del nostro distaccamento passò alla 23ª British Armored Brigade che ci ordinò di proseguire il medesimo tipo di lavoro che avevamo svolto per i Rangers. A quel tempo era arrivato il Colonnello Huntington al quale il Generale Donovan aveva previamente conferito l’incarico di CO [Commanding Officer, nda] in “pectore”, circostanza che lo stesso Donovan annunciò a Mr. Downes e alla V Armata […] La mia posizione si fece così estremamente complicata. Infatti, nonostante la precedente esperienza, ancora credevo che la Sezione italiana del SI avrebbe portato a compimento il suo originario compito e a me stesso erano stati previamente impiantati notevoli dubbi circa l’onestà e la competenza del Colonnello Huntington. Fu così che credetti che la cosa migliore da fare fosse spiegare la mia posizione a chiare lettere, inclusi i miei dubbi. Egli s’imbatté in quello che dovette essere stato un discorso piuttosto scioccante con considerevole calma ed espresse la speranza, che più tardi sarebbe stata appagata, che io lavorassi usando per lui almeno la medesima lealtà che avevo prima mostrato di avere per i suoi nemici siculo-americani [sic]. Da questo momento, noi avemmo a disposizione uno scheletro di organizzazione e un nucleo di agenti italiani apparentemente affidabili al fine di compiere missioni di breve raggio” <33.
    Pertanto, Donovan dovette sollevare anche quest’ultimo dal comando della nuova unità dell’OSS aggregata alla V armata e sostituirlo con uno dei suoi migliori funzionari, graduato a West Point, già vicepresidente della Borsa di New York, il colonnello John Haskell <34. Anche costui, però, si ritrovò ben presto catapultato nel bel mezzo di una situazione molto confusa e complessa da gestire, dove agenti simpatizzanti per la monarchia italiana e altri monarchici convinti si rifiutarono di lavorare insieme e, pertanto, già all’inizio di dicembre – “proprio quando stava iniziando a fare un po’ di ordine” <35 – lasciò il Quartier Generale dell’OSS a San Leucio, investito da Donovan di un altro e più
    prestigioso incarico, quello di comandante della missione dell’OSS a Mosca. Gli successe, così, il “mite” colonnello John Reutershan, “persona simpatica ma inefficiente”, il quale affidò al maggiore John Roller, un capace dirigente, la direzione dell’OSS presso la V Armata <36. Secondo la testimonianza di Corvo, il colonnello Reutershan fu un militare mediocre, non preparato al lavoro d’intelligence in Italia, della quale non sapeva quasi nulla, che finì per tollerare lo stato di accesa conflittualità tra le Sezioni italiane dell’OSS e la sostanziale anarchia operativa in cui versava il Distaccamento dell’OSS aggregato alla V Armata <37.
    In questa situazione anche il colonnello Reutershan non resistette a lungo alla guida dell’OSS/V Army Detachment e, nell’aprile 1944, fu sostituito dal colonnello Clifton Carter <38, militare di carriera, anch’egli graduato all’Accademia di West Point, il quale fu l’ultimo comandante che la nuova Sezione ebbe, prima del suo riordino definitivo avvenuto nell’agosto 1944. Fin dall’inizio della sua costituzione, l’OSS/V Army Detachment dovette coordinare il proprio lavoro d’intelligence con le esigenze operative della V Armata cui era aggregato e, a tal fine, apparve delicato il reclutamento di agenti che, inizialmente, avvenne “by ear” e, poi, nelle more dell’avanzata alleata verso Napoli, mediante l’instaurazione di contatti con vari gruppi politici antifascisti che si rivelarono disponibili a fornire agenti affidabili da reclutare al servizio delle forze alleate in Italia.
    […] A quell’epoca la sede dell’Official Headquarters fu trasferita da Algeri a San Leucio, Caserta, nella vecchia base operativa dell’OSS/5th Army Detachment. Il lavoro di reclutamento di agenti, che sarebbe poi continuato durante il periodo dell’avanzata alleata verso Anzio, non fu, peraltro, l’unico compito delle strutture dell’OSS in Italia. I primi contatti con i partigiani italiani furono, in particolare, funzionali alle fondamentali attività di raccolta d’informazioni segrete, sabotaggio delle linee nemiche, organizzazione e conduzione di operazioni speciali in quella parte del territorio italiano ancora occupata dal nemico nazifascista, spesso a sostegno della V Armata, man mano che questa avanzava lungo la parte settentrionale della penisola. In tal senso, i primi contatti con la Resistenza in Italia furono volti, principalmente, alla creazione di una capillare rete d’intelligence oltre le linee nemiche.
    [NOTE]
    29 L’agente dell’OSS Peter Tompkins lo ricordava quale un uomo “molto piacevole”, ancorché “non parlasse una sola parola d’italiano e ancor meno capisse d’intelligence”. R.H. Smith, The secret History of America’s first Central Intelligence Agency cit., p. 91.
    30 La 23rd Armoured British Brigade, formata come 23th Army Tank Brigade, allo scoppio della seconda guerra mondiale, prese parte alla campagna di Sicilia, aggregata ad altre formazioni militari. Durante l’operazione Avalanche, solo la 40th Divisione RTR, aggregata alla 46th Infantry Division, partecipò allo sbarco di Salerno. La 23th Armoured Brigade assunse il comando di varie unità sia britanniche sia americane durante il pesante contrattacco tedesco dal 12 al 14 settembre Durante l’occupazione di Napoli e sino alla sua liberazione, continuò a comandare unità sia britanniche sia americane. Dall’ottobre 1943, la 23th Armoured Brigade si consolidò ancora una volta, unendo a sé il X Corps alla Left Wing della V Armata Americana e prendendo parte alla battaglia dalla linea del Volturno alla “linea Gustav”.
    31 Relazione del Colonnello Huntington a Donovan del 17 novembre 1943 sulle “Interferenze con le attività dell’OSS”, in M. Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani cit., nt. 14, p. 191.
    32 M. Corvo, Ivi, pp. 187-191.
    33 «Shortly before the breakout from Salerno, command of our section passed to the 23rd British Armored Brigade who requested the continuance of the same kind of service that we had provided for the Rangers. By this time Colonel Huntington had arrived, and General Donovan, who had previously carried his appointment as C.O. “in pectore”, announced it to Mr. Downes and to the 5th Army. The results of this have also been fully covered in other reports. My own position thus became extremely complicated. In spite of previous experience I still believed that Italian SI would carry out their original commitment and I had been previously indoctrinated with considerable doubts as to Colonel Huntington’s honesty and experience. I consequently felt the best thing to do was to explain my position in plain words, including may doubts. He met what must have been a rather shocking speech with considerable calm and expressed his hope, which was later fulfilled , that I would work for him with at least the same loyalty as I previously had for his American – Sicilian enemies.» A. Cagiati, Italian Activities January 1943-June 1945 cit., pp. 9 e 10.
    34 Il fratello di John, Joe, era stato appena nominato capo del SO di Londra, mentre il padre era stato comandante di Donovan nella prima guerra mondiale, direttore dei programmi di aiuto americano in Russia nel 1920 e, in quello stesso tempo, candidato democratico a Governatore Luogotenente di New York. Dopo la guerra, John Haskell fu capo della missione del Piano Marshall in Svezia nel 1948-1949; quindi Consigliere USA nella NATO negli anni 1955-60 e, infine, rappresentante della Bankers Trust Company negli anni ‘60-‘68. R.H. Smith, The secret History of America’s first Central Intelligence Agency cit., pp.94-95.
    35 R.H. Smith, Ivi, p. 95.
    36 P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., p. 66.
    37 M. Corvo, La campagna d’Italia dei servizi segreti americani cit., p. 222.
    38 Questa l’immagine poco edificante che P. Tompkins ha lasciato del colonnello Clifton Carter: “un nuovo colonnello […] assegnato lì perché incapace di comandare truppe di linea (…) Non parlava l’italiano, non era esperto di spionaggio, era un grande ammiratore di Badoglio e degli ufficialetti di stampo monarchico con buon accento inglese […] Un ispettore dell’OSS disse di Carter: “Non ha mai avuto pretese di compiere qualcosa. Non voleva imbrogliare nessuno, come facevano altri, ma non sapeva fare il comandante””. A Roma, il colonnello Carter portò con sé come suo vice il tenente colonnello Andrew J. Torielli, che, a suo dire, era l’uomo con l’ego “più grande del mondo”. P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., pp. 141, 404.
    Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012

    Se l’aiuto italiano offerto agli alleati in campo militare si rivelò nel complesso limitato, ben più cospicua fu l’assistenza prestata ai servizi di intelligence sia inglesi (SOE) che americani (OSS), che si avvalevano di una preziosa rete di informatori e agenti reclutati in loco <459, oppure agli uffici preposti alla propaganda di guerra (Political Warfare Executive nel Regno Unito e Office of War Information negli USA); del resto, un buon sabotaggio delle comunicazioni nemiche avrebbe danneggiato le città italiane con minori danni dei bombardamenti <460.
    In un annesso alla bozza del piano di Avalanche datato 17 agosto 1943, illustrante le modalità di uso coordinato delle forze di terra, di aria e di mare sia britanniche che statunitensi nell’area di Salerno, era anticipato che per le comunicazioni tra le unità alleate sarebbe stato utilizzato il sistema telefonico civile esistente e sarebbero stati impiegati gli addetti locali considerati idonei per l’assistenza nella determinazione dell’ampiezza e delle direzioni dei cavi nonché nell’attivazione di ogni attrezzatura automatica disponibile: «It is anticipated that the existing civilian telephone system will be utilized. Suitable civilian employees of the system will be employed in order to assist in determining the size and routes of various cables and the operation of any automatic equipment that is available» <461.
    Non mancavano neppure collaborazioni tra gli alleati e i gruppi resistenziali italiani, oggetto di considerevole attenzione da parte della storiografia del dopoguerra, con il ritorno della sinistra socialista e comunista sulla scena politica dopo la dittatura fascista. Innanzitutto va precisato che non esisteva in quel frangente e in quella porzione del territorio nazionale un movimento partigiano politicamente orientato e organizzato né tanto meno un’ampia resistenza armata; a prevalere nei centri meridionali era invece una volontà pre-politica di resistenza alla guerra ovvero il rifiuto degli abitanti di accettare passivamente le richieste sempre più esorbitanti dei soldati tedeschi (ciò si manifestava, ad esempio, nella sottrazione di risorse, alimentari e non, o nel sabotaggio dietro le linee di fortificazione e difesa germaniche per i cui lavori di costruzione si attingeva alla popolazione locale come manodopera coatta per evitare di distogliere troppi militari dalla prima linea) <462.
    Nell’ambito della bibliografia più recente, approfondendo i rapporti degli anglo-americani con il movimento partigiano in Italia, Piffer ha messo in evidenza, da un lato, la scarsa importanza attribuita dagli alleati alla Resistenza italiana sotto il profilo militare mentre, dall’altro, il prevalere di considerazioni di natura politica e ideologica. Per quanto concerne la percezione delle unità partigiane operanti nell’Italia occupata, gli alleati avrebbero avuto una condotta intenzionalmente discriminatoria nei confronti delle formazioni di sinistra, cercando in tutti i modi di ostacolarne la crescita e impedirne il rafforzamento (queste ultime, più organizzate e politicamente pericolose, avrebbero ricevuto una quantità minore di rifornimenti rispetto alle altre) <463. In quest’ambito, i servizi di intelligence alleati ebbero un atteggiamento duplice. Alcuni sostenevano la linea di evitare accuratamente ogni collaborazione con la Resistenza di ispirazione comunista; altri invece (come il maggiore Peter Tompkins e il capitano Max Corvo) privilegiarono i rapporti con la Resistenza democratica, giungendo a creare un vero e proprio nuovo servizio segreto italiano che sostenesse il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale): nacque così nel novembre 1943, a Napoli, l’Organizzazione per la Resistenza Italiana (ORI), posta al comando di Raimondo Craveri, genero di Benedetto Croce <464. Quindi, malgrado una iniziale diffidenza, gli alleati si convinsero infine della necessità di collaborare con i movimenti antifascisti per una serie di vantaggi, quali la possibilità di reclutare spie e informatori o stabilire punti di appoggio territoriali <465. Di conseguenza, i servizi segreti anglo-americani sostennero, foraggiarono e fomentarono i gruppi di resistenza presenti nei territori ancora occupati, al fine di sfruttarli per favorire e coadiuvare le operazioni militari decise dall’alto comando interalleato <466.
    In ciò consistette prevalentemente il contributo della popolazione civile, stretta tra i due eserciti in combattimento, al processo di riscatto nazionale italiano nei territori investiti dalla guerra <467.
    [NOTE]
    459 Spie e agenti segreti erano preziosi in tempo di guerra per le loro funzioni di sabotatori e infiltrati nelle reti nemiche, e molti italiani lavorarono al servizio dell’intelligence alleata. Solo il SOE, che era alle dipendenze del Ministry of Economic Warfare, al suo picco aveva reclutato circa 10.000 uomini e 3.200 donne (anch’esse lavoravano per i servizi di intelligence), in appoggio alla lotta di liberazione contro il nazismo in Europa. In Italia, l’organizzazione specializzata nella raccolta di informazioni a supporto di attività di spionaggio (azioni offensive) e controspionaggio (azioni difensive, come la caccia alle spie) era il SIM (Servizio Informazioni Militare), fondato nel 1925 e attivo anche nel secondo conflitto mondiale e nella guerra di liberazione (1943-45). Il SIM collaborò, oltre che con il SOE, con il Secret Intelligence Service (SIS), agenzia di spionaggio per l’estero della Gran Bretagna, nota più comunemente come MI6 (Military Intelligence – Section 6); tra le personalità più note che lavorarono nel SIS, ricordiamo Ian Fleming, futuro creatore di James Bond. Una sezione SIM faceva parte anche dell’OSS.
    460 NA, London, UK, Most Secret (from Admiralty to Prime Minister), 16 September 1943, «in Operation Avalanche – Allied landings at Salerno», September-October 1943, AIR 8/1314.
    461 NA, London, UK, Annex 6 to Outline Plan “Avalanche”, 17 August 1943, in «Operation Avalanche: Outline plan for 5th US Army», August 1943, WO 204/6805.
    462 Cfr. Giovanni Cerchia e Giuseppe Pardini (a cura di), L’Italia spezzata: guerra e linea Gustav in Molise, ESI, 2008, in «Meridione: Sud e Nord nel mondo», 2008, n. 1, p. 79. Sollevazioni spontanee contro l’occupante tedesco si erano avute a Napoli e ad Acerra; tuttavia le rivolte popolari in funzione antitedesca in Campania e in generale nelle città meridionali erano dovute non tanto a una convinta adesione ideologica all’antifascismo quanto alla più concreta necessità di salvaguardare l’esistenza materiale dei cittadini. Dall’assenza di una matura coscienza politica in senso antinazista discende la difficoltà di inserire tale narrazione nell’epopea della lotta partigiana, sviluppatasi prevalentemente nell’Italia centro-settentrionale (cfr. ivi, p. 81).
    63 Cfr. T. Piffer, Gli Alleati e la resistenza italiana, Il Mulino, Bologna, 2010, pp. 135-140 e pp. 180-184.
    464 Si veda: F. Craveri, La Campagna d’Italia e i servizi segreti. La storia dell’ORI (1943-45), La Pietra, Milano, 1980.
    465 Cfr. R. Battaglia, I risultati della Resistenza nei suoi rapporti con gli alleati, «Il movimento di liberazione in Italia», 1958, nn. 52-53, pp. 159-172). Non si dimentichi che la partecipazione di cellule comuniste fu cruciale per il successo dell’offensiva finale lanciata dagli alleati nel Nord Italia nell’aprile 1945.
    466 Cfr. Glen Yeadon e John Hawkins, The Nazi Hydra in America: Suppressed History of a Century. Wall Street and the Rise of the Fourth Reich, Baker & Taylor, Canada, 2008, p. 237.
    467 Contemporaneamente, anche la Sardegna venne liberata dai tedeschi mentre la Corsica venne evacuata grazie all’arrivo di unità francesi aggiuntive a sostegno delle energiche azioni dei patrioti corsi. In confronto, agli occhi degli alleati il popolo italiano sembrava fare molto meno per contribuire a cacciare il nemico fuori dall’Italia (NA, London, UK, Most Secret (from Algiers to HQ Etousa), 21 September 1943, in «Operation Avalanche – Allied landings at Salerno», September-October 1943, AIR 8/1314).
    Maria Vittoria Albini, Lo sbarco di Salerno nella seconda guerra mondiale dalla prospettiva alleata, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia – Viterbo, 2015

    Intanto la base dell’OSS di Brindisi, anche grazie alla sua lontananza dai centri di pressione militare e strategica divenne il punto di riferimento di ogni attività dei servizi segreti americani in Italia e nel Mediterraneo. In particolare, il Comando del SI controllava le comunicazioni radio con Algeri, Napoli e Palermo. Brindisi fu, inoltre, la base di partenza di varie missioni d’intelligence strategica dirette nei Balcani e nell’Europa centrale, nonché scalo tecnico per il personale e i rifornimenti dell’unità dell’OSS presso la V Armata e gli Operational Groups (OG) che, al comando del colonnello Livermore e con l’assistenza del SI, stavano incrementando le loro attività nell’Italia occupata <22.
    Il rinnovo dei servizi segreti
    Nel febbraio del 1944, il Quartier Generale dell’OSS di Algeri, dovendo accollarsi una gamma sempre maggiore di compiti, estese la sua giurisdizione su un’area geografica più ampia, sino a ricomprendere la base di Bari, competente per i Balcani e l’Europa centrale <23.
    [NOTE]
    22 Può, a tal proposito, essere utile scattare la fotografia delle missioni dell’OSS in Italia programmate per il periodo in esame e, in particolare, nei mesi di febbraio e marzo 1944. A) per l’Intelligence SI – North Italy, furono programmate le missioni d’intelligence GUAVA (Regione dei Laghi in Lombardia); APRICOT (Lago Maggiore – Piemonte), ORANGE (Alpi Franco Italiane), CITRON (BALDWIN); le missioni per la costituzione di una rete d’intelligence, PRUNE (Bologna e Ravenna); GRAPE (Milano), APPLE I (La Spezia); B) l’OSS – Allied Armies Italy (AAI) inviò le missioni d’intelligence, RAISIN (Valli di Comacchio), LEMON (Venezia) e LOCUST (Isola di Gorgona); ICEBERG (Isola di Gorgona); BANANA (Bologna e Firenze); PLUM (Trieste); PEAR (Venezia, Padova e Treviso); YOUNGSTOWN (Genova); APPLE II. In collaborazione con la V Armata, furono programmate le seguenti operazioni del SI e del SO con finalità varie: RICHMOND IV (Firenze); SHARK (Operazione via mare segretissima); RICHMOND V (Udine e Brennero); CAT (intorno all’area Visso, vicino Perugia); GOAT (Grosseto); GARDENIA II (Roma); ANZIO BEACHHEAD (Italia Centrale). L. Mercuri (a cura di), Documenti sull’Italia della seconda guerra mondiale 1943-1945 cit., pp. 86 e ss. Si confronti anche la testimonianza di Max Corvo, La Campagna dei servizi segreti americani cit., pp. 220 e ss. nonché di Ennio Tassinari, membro dell’Organizzazione della Resistenza Italiana (ORI), che collaborò con l’OSS e, in particolare, il SI e il suo capo operativo Corvo. E. Tassinari, Un “americano” nella Resistenza cit., pp. 37 e ss.
    23 La base dell’OSS di Bari fu istituita alla fine di settembre 1943 per governare l’infiltrazione per la raccolta di informazioni strategiche in Yugoslavia e Albania. Nell’aprile 1944, l’AFHQ si spostò da Algeri a Caserta e la giurisdizione del Quartier Generale dell’OSS di Algeri si ampliò con la conseguenza che la base dell’OSS di Bari fu attratta dalla giurisdizione de Il Cairo a quella di Algeri. Per notizie sulle funzioni della base di Bari e i suoi rapporti con il Quartier Generale di Algeri nel periodo settembre 1943-aprile 1944, si veda il rapporto senza data Change in Cairo – Bari relations, fondato su una serie di memoranda del colonnello Lada Mocarski. Change in Cairo – Bari relations, in National Archives and Records Administration, College Park, MD (NARA), R.G. 226, E. 210, B. 73.
    Michaela Sapio, Op. cit.

    https://collasgarba.wordpress.com/2024/10/16/si-denunciavano-le-interferenze-di-parte-britannica-con-le-attivita-delloss-aggregato-alla-v-armata/

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