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#fascisti — Public Fediverse posts

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  1. Una memoria sull’occupazione italiana di Lissa

    Il podestà di Lissa e le scelte di appartenenza in guerra
    Per affrontare la questione dell’identità italiana in Dalmazia nel Novecento bisogna fare riferimento ad un’esperienza collettiva fondamentale: le relazioni dei dalmati italiani con il fascismo negli anni dell’occupazione italiana (1941-1943). Tale questione, che non a caso emerge presto nella narrazione di Lorenzo, si intreccia con il tema del delicato, talvolta controverso, posizionamento politico dei dalmati italiani. La problematicità della relazione tra italianità e fascismo è trattata anche nella letteratura dell’esilio giuliano-fiumano-dalmata (autobiografie, racconti, poesie di esuli dalmati italiani <14). La narrazione di Lorenzo ricalca, in modo talora creativo, altre volte reificante, alcuni pattern della memoria collettiva degli esuli dalmati italiani, e che svelano un certo ordine condiviso del ricordo. Lorenzo tratta il rapporto tra dalmati italiani e fascismo attraverso la descrizione di suo padre e l’evoluzione del suo comportamento. L’autore introduce la figura del padre subito dopo lo sbarco dell’esercito italiano, evento prologo delle tragiche circostanze al cuore della sua ingiunzione autobiografica. Il padre è descritto come uomo retto, rispettabile rappresentante della comunità, profondamente attaccato ad entrambe le sponde dell’Adriatico: a Lissa, in quanto membro di una famiglia lì residente da secoli, e all’Italia, verso cui nutre sentimenti di patriottismo. La multipla appartenenza è parte dell’identità del padre, che scivola quasi in elemento iconico nella narrazione: questo assetto identitario diventa problematico nell’incontro-scontro con il fascismo. Lorenzo descrive lo sgretolarsi di alcune certezze e ideali del padre nello smarrimento, delusione e confusione di fronte al fascismo che lo costringe a ri-orientarsi internamente e socialmente (“conobbe il fascismo che inizialmente identificava con l’Italia, e i lati negativi di quel regime”). Il podestà esperisce la disillusione nell’osservare la distanza tra le rappresentazioni ideali dell’Italia, in cui inizialmente rientrava il fascismo, e le pratiche di violenza nonché un’ideologia “non corrispondenti alle proprie concezioni di vita e umanità”. Nel contatto con i fascisti, il padre rivela sempre di più la sua identità locale totale: figlio dell’isola, padre della comunità e compagno dei lissani. Il padre di Lorenzo viene deposto dall’incarico di podestà assegnatogli dai militari per il suo rifiuto di aderire all’ideologia fascista, scegliendo di occupardi dei suoi “compatrioti”. A seguito di questa presa di posizione politica l’ex-podestà, scrive Lorenzo, tornerà alla sua vita normale “in piena armonia” con i suoi compaesani. La consapevolezza della natura del regime fascista, che porta il padre a rifiutarne codici e retoriche, deve essere stato l’esito di un complesso percorso cognitivo-emozionale qui solo tratteggiato dall’autore. Questo episodio è interessante per la gestalt che il padre sperimenta a partire da elementi socioculturali cui Lorenzo assegna un valore importante: la lingua e la cultura italiana, la secolare presenza della famiglia sull’isola, l’armonia con i compaesani, la religione e l’etica. L’agency del padre di Lorenzo è uno dei possibili esiti dell’incontro/scontro degli italiani di Dalmazia con il fascismo. La crisi di identità scatenata dal fascismo fu esperienza comune tra i dalmati italiani delusi nello scoprire l’erronea identificazione del fascismo con il mondo italiano. Per Lorenzo tanti di essi non furono fascisti, sebbene tale fu la cristallizzazione dello stereotipo del ricordo trasmessa nel successivo discorso politico jugoslavo (e italiano). Si può dunque dire che il percorso di riconfigurazione identitaria del padre di Lorenzo sia paradigmatica di un percorso collettivo. Inoltre, negli equilibri sociali del tempo il padre di Lorenzo era la massima autorità familiare, come ricordano tra gli altri Lorenzo, sua sorella Enza e la cugina Mariella da me intervistate. A livello comunitario, il padre possiede un’autorevolezza mancante all’autoritario generale Petrossi, incarnando l’autorità e la tradizione derivanti anche dal suo appartenere alla nobiltà locale. I dalmati italiani e italofoni erano spesso detentori di posizioni politiche e sociali influenti, e tale situazione era comune nella società dalmata fino alla prima metà del Novecento. Il podestà-padre rappresenta dunque anche una classe, un ordine e una tradizione che si dissolveranno con la seconda guerra mondiale; una tradizione anche cattolica, rimpiazzata (ufficialmente) dagli ideali comunisti. La figura del padre descritta da Lorenzo assurge pertanto a simbolo di una memoria individuale, familiare e collettiva, a rappresentante di un mondo di lì a poco in via di dissoluzione.
    La scoperta del nemico tra violenze e disordini
    “Jamnicki [medico originario di Mostar, Bosnia, cognato di Lorenzo] fu tenuto in osservazione da parte del fascista Petrossi che lo sospettava di appartenere a gruppi di oppositori. Sentimmo a quel tempo parlare per la prima volta di partigiani, di comunisti, di nemici degli occupanti, organizzati militarmente e decisi a combattere l’invasore […] l’atmosfera politica si faceva più pesante. I partigiani jugoslavi, occulti e misteriosi per noi ragazzi, riscuotevano sempre più la fiducia della popolazione di fede croata. Si cominciava già all’inizio del 1942 a sentire un’atmosfera pesante. La gente era diventata più apertamente ostile agli occupanti italiani e, di conseguenza, a noi residenti. Non so se fu l’arrivo di questo Petrossi, fascista sfegatato e violento, a creare questo stato di cose o se invece possano essere attribuite a una generale organizzazione di quella che fu la resistenza jugoslava. Fatto sta che l’aria che tirava era opprimente e creava disagio e sempre maggiore isolamento degli italiani. […] Il Petrossi intanto sempre più zelante e sospettoso di tutti, anche degli italiani, adottava metodi sempre più violenti e spesso atroci […] l’ossessione della presenza degli invisibili partigiani creava una situazione di ostilità verso gli italiani da parte della popolazione e di massima tensione tra i militari italiani. Imperversava, in particolare, il fascista Petrossi che indagava e torturava anche le donne quando sospettava che potessero collaborare con questo misterioso nemico di cui si sentiva la presenza e che era tuttavia inafferrabile. Non ci furono conflitti a fuoco con l’esercito italiano. Nessuno dei militari occupanti fu colpito. Nessun morto, nessun ferito italiano. Il Petrossi, esasperato dalla presenza di questa forza occulta che stava sempre più organizzandosi, era alla ricerca di collaboratori per assumere informazioni sulla identità dei ribelli jugoslavi. In questa fase, mentre non vi furono vittime italiane, i partigiani tenevano sotto controllo la popolazione, isolando gli italiani e creando una sorta di terrore nella stessa popolazione jugoslava che volevano ostile e decisa a lottare contro il nemico” (pp. 52-53).
    Lorenzo descrive l’infiammarsi del clima locale nel 1942. Entrano nella sua consapevolezza di bambino figure del mondo adulto, nuove categorie di alterità e nemico come i partigiani “occulti e misteriosi”. L’autore analizza le differenze tra l’esercito italiano e i partigiani in termini di efficacia strategica e potenza: se i militari italiani sono presenze visibili e visibilmente ostili nella loro cieca ferocia, i partigiani sono invece invisibili presenze nella boscaglia <15, minacciose al punto da scatenare i controlli ossessivi dell’esercito italiano. Per la piccola comunità lissana, stretta tra due fuochi, inizia il terrore: “Due episodi contribuirono a determinare il sempre crescente terrore in tutti i lissani. Uno fu l’aggressione e l’uccisione di un giovane jugoslavo [Ivo Lucich Rocchi]. Era un giovane jugoslavo di circa vent’anni e fu massacrato nel cortile della sua casa, situato nella strada che porta alla chiesa di Santo Spirito. È facile immaginare la sensazione che provocò questo episodio nella piccola comunità lissana. Perché fu ucciso questo giovane, tra l’altro corteggiatore di mia sorella Enza, giocatore di calcio, da me ammirato nella squadra di Lissa come difensore? È difficile rispondere a questa domanda. Egli era jugoslavo, fiero della sua appartenenza a quel gruppo e non risulta che abbia collaborato con gli italiani verso i quali non nutriva certo simpatie. Forse il suo assassinio fu determinato dal non aver aderito e partecipato alla lotta partigiana. Fatto sta che questo agguato suscitò un’enorme impressione nel paese. Terrorizzata era la popolazione jugoslava che prese sempre più le distanze dagli italiani […] L’episodio determinò un sentimento di paura, anzi di terrore, in quanto ogni vicino, ogni amico, ogni persona poteva essere un omicida occulto […] gli italiani presero atto che stava nascendo una resistenza e un tentativo di controllo totale sulla popolazione civile. I partigiani erano animati da sentimenti di patriottismo e di ribellione verso il nemico che invadeva la loro patria ed agivano non direttamente contro i militari italiani, forse anche per il timore di feroci rappresaglie, ma puntando sulla solidarietà della popolazione. […] il metodo, collaudato ampiamente dalla esperienza stalinista, mirava dunque non tanto, nell’immediato, all’esercito italiano, che ne uscì completamente indenne, ma a creare un’atmosfera di terrore verso coloro, pochi per la verità, che non si adeguavano ad isolare il nemico. In quest’ottica, ma i motivi restarono segreti, fu massacrato a martellate in testa un commerciante di generi di abbigliamento molto noto nell’isola. Fu trovato, nel suo negozio posto sulla strada a destra in fondo alla Klapaviza in una pozza di sangue con il cranio sfracellato. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’assassinio e tuttavia, non avendo la minima collaborazione dei vicini, come era ovvio, le autorità italiane presero atto di questa azione senza mai identificare gli autori del delitto. Questo secondo episodio, come si può ben immaginare, creò nella popolazione il terrore e l’incubo di poter essere in qualsiasi occasione vittima di simili aggressioni ad opera di ignoti e di imprendibili gruppi di azioni. Ma mentre i militari italiani se ne stavano chiusi nelle loro caserme e non venivano attaccati dalle forze nemiche, nella nostra piccola comunità italiana la vita tranquilla e serena dell’epoca anteriore all’occupazione venne completamente sconvolta. […] la paura si era diffusa tra di noi così intensamente che si stava il più possibile rintanati in casa, specie al calar del sole”.
    Le aggressioni verso i locali aumentano i timori dei lissani di poter essere le prossime vittime di fascisti o partigiani. Questi, dice Lorenzo, gradualmente riusciranno ad ottenere la solidarietà dei lissani, mentre gli autoctoni italiani inizieranno ad essere percepiti come vicini al nemico fascista. In questo passaggio assistiamo all’innesto violento di categorie di alterità e nemico che divisero la comunità nel 1943. Inizia ad articolarsi il discorso sociale sul chi è la vittima e chi il colpevole implicita nella narrazione comunitaria dell’isola come paradiso decaduto. L’immaginario di un’idilliaca Lissa pre-bellica in cui regnerà armonia e pace nell’innocenza dei lissani fino all’arrivo dei nemici invasori è un modulo di base della narrazione del ricordo comunitario. La rielaborazione della memoria locale, sulla base dei dati raccolti, arriva oggi ad un verdetto collettivo di colpevolezza di tutti gli invasori, i collusi e i traditori della comunità. “L’ostilità della popolazione, anch’essa impaurita dalla efferatezza dei due attentati a due loro connazionali e compaesani, si manifestò in un triste e doloroso evento che colpì la mia famiglia. Era morta a circa vent’anni, mia sorella Ada a seguito del parto. […] Il clima di odio che dilagava verso gli italiani si manifestò in maniera palese ed evidente proprio in questa tragica e luttuosa occasione. Gli addetti al trasporto della salma al cimitero del Prirovo si rifiutarono di svolgere il loro compito per dimostrare la loro ostilità verso gli italiani. Il problema non era di poco conto perché, aldilà del dispiacere di vedere persone che, sebbene fosse da secoli che vivevano nell’isola in armonia con tutti gli altri, per motivi essenzialmente politici, si rifiutavano di provvedere, per ordine di un potere occulto, a compiere questo gesto pietoso, si trattava di risolvere praticamente la questione. Perché questo rifiuto del personale addetto al trasporto della salma? Ordine dei partigiani o spontaneo diniego per adeguarsi alle loro direttive di mostrarsi ostili verso tutto ciò che era italiano? Era difficile rispondere a questa domanda ed ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, mi chiedo cosa determinò questo rifiuto. Ada era una creatura dolce e di grande umanità […] fu questo dunque un gesto di natura politica. […] comunque il problema pratico doveva essere in qualche modo risolto. E fu mio cognato Ante Jamnicki a trovare la soluzione […] si risolse così questa dolorosa situazione, forse unica nella storia di Lissa, che lascia un’ombra di inciviltà sulle persone che la organizzarono e la attuarono […] tanto più è inspiegabile questo atteggiamento, se si considera che il popolo di Lissa era cristiano e cattolico osservante e che la pietà verso i morti costituisce un principio universalmente osservato”. L’episodio dimostra comunque come la situazione stava precipitando tragicamente. Il conflitto tra esercito e partigiani si traduce in assalti, rappresaglie e omicidi di civili, portando allo sconquasso della comunità. Il rifiuto degli addetti di seppellire la salma della sorella Ada è per Lorenzo un evento traumatico sintomatico del clima di guerra, un episodio che apre anche una riflessione sulla fede e le pratiche religiose nella comunità, nella difficoltà di trovare senso agli orrori di guerra e al disengagment morale <16. Oscillando tra descrizioni di situazioni di estrema crudeltà e scenari di intimo dolore, l’autore racconta di come la guerra abbia saputo sconvolgere le ordinarie dimensioni di vita e morte, dove le precedenti certezze di valori, pratiche e rituali non potevano più essere garantite. La narrazione autobiografica, a tal fine, “dal momento che trasforma in testo un vissuto, è un potente strumento di riordino e di produzione di senso” (Fabre 2000: 280). “Il clima di paura e ostilità lo sentivano in particolare le mie sorelle Enza ed Elena che, essendo maestre, furono dall’inizio dell’occupazione incaricate dell’insegnamento alle scuole elementari frequentate da bambini jugoslavi di lingua e nazionalità […] ovviamente le direttive dell’autorità italiana erano nel senso di italianizzare per quanto possibile questi ragazzi. Non fu facile per loro attuare queste direttive […] noi, i pochi italiani con alle spalle secoli di partecipazione alla vita di Lissa, sentivamo questa situazione di estremo disagio”. (p. 60)
    [NOTE]
    14 Le memorie degli esuli compongono un nutrito corpo di scritture del sé gravitante attorno ad associazioni, comunità e centri di ricerche, diffusi in particolare nel Nord-Est italiano, impegnati nello studio e diffusione di una storiografia, letteratura e sociologia sulla questione dell’esodo e del confine adriatico. Negli eventi, studi, associazioni di interesse vengono prodotte e diffuse determinate narrazioni e rappresentazioni culturali sull’italianità e identità dalmata (cfr. Parte II).
    15 È il tema del simbolismo culturale del bosco come spazio archetipico di liminalità, pericolo, fuori dalla cultura (Ballinger 2003).
    16 Ballinger ha rintracciato nel contesto istriano una connessione tra violenza fisica e terrore psicologico che caratterizzerebbe una certa narrativa unificata tra gli esuli. Non è possibile, nei limiti di questo studio, indagare sulle ragioni psicologiche e culturali alla base del tipo di “risposta narrativa” data all’esperienza traumatica, rispetto ad un’altra. Si può però riflettere sulla dimensione antropologica della violenza che, afferma Dei, “irrompe nel nucleo più profondo dell’ordine culturale, lo colpisce nelle sue stesse basi: si imprime indelebilmente nei luoghi domestici, ferisce relazioni personali costitutive della soggettività, rende impossibile proseguire con una vita sociale basata sugli stessi normali sentimenti di sicurezza, protezione reciproca, rispetto e dignità” (2005: 34).
    Evelyne van Heck, Identità dalmata al confine. Narrazioni, memorie e immaginari a Lissa e a Spalato, Tesi di dottorato, “Sapienza” Università di Roma, Anno accademico 2013-2014

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  2. Una memoria sull’occupazione italiana di Lissa

    Lissa, Isola di Lissa, Croazia. Fonte: Wikipedia

    Il podestà di Lissa e le scelte di appartenenza in guerra
    Per affrontare la questione dell’identità italiana in Dalmazia nel Novecento bisogna fare riferimento ad un’esperienza collettiva fondamentale: le relazioni dei dalmati italiani con il fascismo negli anni dell’occupazione italiana (1941-1943). Tale questione, che non a caso emerge presto nella narrazione di Lorenzo, si intreccia con il tema del delicato, talvolta controverso, posizionamento politico dei dalmati italiani. La problematicità della relazione tra italianità e fascismo è trattata anche nella letteratura dell’esilio giuliano-fiumano-dalmata (autobiografie, racconti, poesie di esuli dalmati italiani <14). La narrazione di Lorenzo ricalca, in modo talora creativo, altre volte reificante, alcuni pattern della memoria collettiva degli esuli dalmati italiani, e che svelano un certo ordine condiviso del ricordo. Lorenzo tratta il rapporto tra dalmati italiani e fascismo attraverso la descrizione di suo padre e l’evoluzione del suo comportamento. L’autore introduce la figura del padre subito dopo lo sbarco dell’esercito italiano, evento prologo delle tragiche circostanze al cuore della sua ingiunzione autobiografica. Il padre è descritto come uomo retto, rispettabile rappresentante della comunità, profondamente attaccato ad entrambe le sponde dell’Adriatico: a Lissa, in quanto membro di una famiglia lì residente da secoli, e all’Italia, verso cui nutre sentimenti di patriottismo. La multipla appartenenza è parte dell’identità del padre, che scivola quasi in elemento iconico nella narrazione: questo assetto identitario diventa problematico nell’incontro-scontro con il fascismo. Lorenzo descrive lo sgretolarsi di alcune certezze e ideali del padre nello smarrimento, delusione e confusione di fronte al fascismo che lo costringe a ri-orientarsi internamente e socialmente (“conobbe il fascismo che inizialmente identificava con l’Italia, e i lati negativi di quel regime”). Il podestà esperisce la disillusione nell’osservare la distanza tra le rappresentazioni ideali dell’Italia, in cui inizialmente rientrava il fascismo, e le pratiche di violenza nonché un’ideologia “non corrispondenti alle proprie concezioni di vita e umanità”. Nel contatto con i fascisti, il padre rivela sempre di più la sua identità locale totale: figlio dell’isola, padre della comunità e compagno dei lissani. Il padre di Lorenzo viene deposto dall’incarico di podestà assegnatogli dai militari per il suo rifiuto di aderire all’ideologia fascista, scegliendo di occupardi dei suoi “compatrioti”. A seguito di questa presa di posizione politica l’ex-podestà, scrive Lorenzo, tornerà alla sua vita normale “in piena armonia” con i suoi compaesani. La consapevolezza della natura del regime fascista, che porta il padre a rifiutarne codici e retoriche, deve essere stato l’esito di un complesso percorso cognitivo-emozionale qui solo tratteggiato dall’autore. Questo episodio è interessante per la gestalt che il padre sperimenta a partire da elementi socioculturali cui Lorenzo assegna un valore importante: la lingua e la cultura italiana, la secolare presenza della famiglia sull’isola, l’armonia con i compaesani, la religione e l’etica. L’agency del padre di Lorenzo è uno dei possibili esiti dell’incontro/scontro degli italiani di Dalmazia con il fascismo. La crisi di identità scatenata dal fascismo fu esperienza comune tra i dalmati italiani delusi nello scoprire l’erronea identificazione del fascismo con il mondo italiano. Per Lorenzo tanti di essi non furono fascisti, sebbene tale fu la cristallizzazione dello stereotipo del ricordo trasmessa nel successivo discorso politico jugoslavo (e italiano). Si può dunque dire che il percorso di riconfigurazione identitaria del padre di Lorenzo sia paradigmatica di un percorso collettivo. Inoltre, negli equilibri sociali del tempo il padre di Lorenzo era la massima autorità familiare, come ricordano tra gli altri Lorenzo, sua sorella Enza e la cugina Mariella da me intervistate. A livello comunitario, il padre possiede un’autorevolezza mancante all’autoritario generale Petrossi, incarnando l’autorità e la tradizione derivanti anche dal suo appartenere alla nobiltà locale. I dalmati italiani e italofoni erano spesso detentori di posizioni politiche e sociali influenti, e tale situazione era comune nella società dalmata fino alla prima metà del Novecento. Il podestà-padre rappresenta dunque anche una classe, un ordine e una tradizione che si dissolveranno con la seconda guerra mondiale; una tradizione anche cattolica, rimpiazzata (ufficialmente) dagli ideali comunisti. La figura del padre descritta da Lorenzo assurge pertanto a simbolo di una memoria individuale, familiare e collettiva, a rappresentante di un mondo di lì a poco in via di dissoluzione.
    La scoperta del nemico tra violenze e disordini
    “Jamnicki [medico originario di Mostar, Bosnia, cognato di Lorenzo] fu tenuto in osservazione da parte del fascista Petrossi che lo sospettava di appartenere a gruppi di oppositori. Sentimmo a quel tempo parlare per la prima volta di partigiani, di comunisti, di nemici degli occupanti, organizzati militarmente e decisi a combattere l’invasore […] l’atmosfera politica si faceva più pesante. I partigiani jugoslavi, occulti e misteriosi per noi ragazzi, riscuotevano sempre più la fiducia della popolazione di fede croata. Si cominciava già all’inizio del 1942 a sentire un’atmosfera pesante. La gente era diventata più apertamente ostile agli occupanti italiani e, di conseguenza, a noi residenti. Non so se fu l’arrivo di questo Petrossi, fascista sfegatato e violento, a creare questo stato di cose o se invece possano essere attribuite a una generale organizzazione di quella che fu la resistenza jugoslava. Fatto sta che l’aria che tirava era opprimente e creava disagio e sempre maggiore isolamento degli italiani. […] Il Petrossi intanto sempre più zelante e sospettoso di tutti, anche degli italiani, adottava metodi sempre più violenti e spesso atroci […] l’ossessione della presenza degli invisibili partigiani creava una situazione di ostilità verso gli italiani da parte della popolazione e di massima tensione tra i militari italiani. Imperversava, in particolare, il fascista Petrossi che indagava e torturava anche le donne quando sospettava che potessero collaborare con questo misterioso nemico di cui si sentiva la presenza e che era tuttavia inafferrabile. Non ci furono conflitti a fuoco con l’esercito italiano. Nessuno dei militari occupanti fu colpito. Nessun morto, nessun ferito italiano. Il Petrossi, esasperato dalla presenza di questa forza occulta che stava sempre più organizzandosi, era alla ricerca di collaboratori per assumere informazioni sulla identità dei ribelli jugoslavi. In questa fase, mentre non vi furono vittime italiane, i partigiani tenevano sotto controllo la popolazione, isolando gli italiani e creando una sorta di terrore nella stessa popolazione jugoslava che volevano ostile e decisa a lottare contro il nemico” (pp. 52-53).
    Lorenzo descrive l’infiammarsi del clima locale nel 1942. Entrano nella sua consapevolezza di bambino figure del mondo adulto, nuove categorie di alterità e nemico come i partigiani “occulti e misteriosi”. L’autore analizza le differenze tra l’esercito italiano e i partigiani in termini di efficacia strategica e potenza: se i militari italiani sono presenze visibili e visibilmente ostili nella loro cieca ferocia, i partigiani sono invece invisibili presenze nella boscaglia <15, minacciose al punto da scatenare i controlli ossessivi dell’esercito italiano. Per la piccola comunità lissana, stretta tra due fuochi, inizia il terrore: “Due episodi contribuirono a determinare il sempre crescente terrore in tutti i lissani. Uno fu l’aggressione e l’uccisione di un giovane jugoslavo [Ivo Lucich Rocchi]. Era un giovane jugoslavo di circa vent’anni e fu massacrato nel cortile della sua casa, situato nella strada che porta alla chiesa di Santo Spirito. È facile immaginare la sensazione che provocò questo episodio nella piccola comunità lissana. Perché fu ucciso questo giovane, tra l’altro corteggiatore di mia sorella Enza, giocatore di calcio, da me ammirato nella squadra di Lissa come difensore? È difficile rispondere a questa domanda. Egli era jugoslavo, fiero della sua appartenenza a quel gruppo e non risulta che abbia collaborato con gli italiani verso i quali non nutriva certo simpatie. Forse il suo assassinio fu determinato dal non aver aderito e partecipato alla lotta partigiana. Fatto sta che questo agguato suscitò un’enorme impressione nel paese. Terrorizzata era la popolazione jugoslava che prese sempre più le distanze dagli italiani […] L’episodio determinò un sentimento di paura, anzi di terrore, in quanto ogni vicino, ogni amico, ogni persona poteva essere un omicida occulto […] gli italiani presero atto che stava nascendo una resistenza e un tentativo di controllo totale sulla popolazione civile. I partigiani erano animati da sentimenti di patriottismo e di ribellione verso il nemico che invadeva la loro patria ed agivano non direttamente contro i militari italiani, forse anche per il timore di feroci rappresaglie, ma puntando sulla solidarietà della popolazione. […] il metodo, collaudato ampiamente dalla esperienza stalinista, mirava dunque non tanto, nell’immediato, all’esercito italiano, che ne uscì completamente indenne, ma a creare un’atmosfera di terrore verso coloro, pochi per la verità, che non si adeguavano ad isolare il nemico. In quest’ottica, ma i motivi restarono segreti, fu massacrato a martellate in testa un commerciante di generi di abbigliamento molto noto nell’isola. Fu trovato, nel suo negozio posto sulla strada a destra in fondo alla Klapaviza in una pozza di sangue con il cranio sfracellato. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’assassinio e tuttavia, non avendo la minima collaborazione dei vicini, come era ovvio, le autorità italiane presero atto di questa azione senza mai identificare gli autori del delitto. Questo secondo episodio, come si può ben immaginare, creò nella popolazione il terrore e l’incubo di poter essere in qualsiasi occasione vittima di simili aggressioni ad opera di ignoti e di imprendibili gruppi di azioni. Ma mentre i militari italiani se ne stavano chiusi nelle loro caserme e non venivano attaccati dalle forze nemiche, nella nostra piccola comunità italiana la vita tranquilla e serena dell’epoca anteriore all’occupazione venne completamente sconvolta. […] la paura si era diffusa tra di noi così intensamente che si stava il più possibile rintanati in casa, specie al calar del sole”.
    Le aggressioni verso i locali aumentano i timori dei lissani di poter essere le prossime vittime di fascisti o partigiani. Questi, dice Lorenzo, gradualmente riusciranno ad ottenere la solidarietà dei lissani, mentre gli autoctoni italiani inizieranno ad essere percepiti come vicini al nemico fascista. In questo passaggio assistiamo all’innesto violento di categorie di alterità e nemico che divisero la comunità nel 1943. Inizia ad articolarsi il discorso sociale sul chi è la vittima e chi il colpevole implicita nella narrazione comunitaria dell’isola come paradiso decaduto. L’immaginario di un’idilliaca Lissa pre-bellica in cui regnerà armonia e pace nell’innocenza dei lissani fino all’arrivo dei nemici invasori è un modulo di base della narrazione del ricordo comunitario. La rielaborazione della memoria locale, sulla base dei dati raccolti, arriva oggi ad un verdetto collettivo di colpevolezza di tutti gli invasori, i collusi e i traditori della comunità. “L’ostilità della popolazione, anch’essa impaurita dalla efferatezza dei due attentati a due loro connazionali e compaesani, si manifestò in un triste e doloroso evento che colpì la mia famiglia. Era morta a circa vent’anni, mia sorella Ada a seguito del parto. […] Il clima di odio che dilagava verso gli italiani si manifestò in maniera palese ed evidente proprio in questa tragica e luttuosa occasione. Gli addetti al trasporto della salma al cimitero del Prirovo si rifiutarono di svolgere il loro compito per dimostrare la loro ostilità verso gli italiani. Il problema non era di poco conto perché, aldilà del dispiacere di vedere persone che, sebbene fosse da secoli che vivevano nell’isola in armonia con tutti gli altri, per motivi essenzialmente politici, si rifiutavano di provvedere, per ordine di un potere occulto, a compiere questo gesto pietoso, si trattava di risolvere praticamente la questione. Perché questo rifiuto del personale addetto al trasporto della salma? Ordine dei partigiani o spontaneo diniego per adeguarsi alle loro direttive di mostrarsi ostili verso tutto ciò che era italiano? Era difficile rispondere a questa domanda ed ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, mi chiedo cosa determinò questo rifiuto. Ada era una creatura dolce e di grande umanità […] fu questo dunque un gesto di natura politica. […] comunque il problema pratico doveva essere in qualche modo risolto. E fu mio cognato Ante Jamnicki a trovare la soluzione […] si risolse così questa dolorosa situazione, forse unica nella storia di Lissa, che lascia un’ombra di inciviltà sulle persone che la organizzarono e la attuarono […] tanto più è inspiegabile questo atteggiamento, se si considera che il popolo di Lissa era cristiano e cattolico osservante e che la pietà verso i morti costituisce un principio universalmente osservato”. L’episodio dimostra comunque come la situazione stava precipitando tragicamente. Il conflitto tra esercito e partigiani si traduce in assalti, rappresaglie e omicidi di civili, portando allo sconquasso della comunità. Il rifiuto degli addetti di seppellire la salma della sorella Ada è per Lorenzo un evento traumatico sintomatico del clima di guerra, un episodio che apre anche una riflessione sulla fede e le pratiche religiose nella comunità, nella difficoltà di trovare senso agli orrori di guerra e al disengagment morale <16. Oscillando tra descrizioni di situazioni di estrema crudeltà e scenari di intimo dolore, l’autore racconta di come la guerra abbia saputo sconvolgere le ordinarie dimensioni di vita e morte, dove le precedenti certezze di valori, pratiche e rituali non potevano più essere garantite. La narrazione autobiografica, a tal fine, “dal momento che trasforma in testo un vissuto, è un potente strumento di riordino e di produzione di senso” (Fabre 2000: 280). “Il clima di paura e ostilità lo sentivano in particolare le mie sorelle Enza ed Elena che, essendo maestre, furono dall’inizio dell’occupazione incaricate dell’insegnamento alle scuole elementari frequentate da bambini jugoslavi di lingua e nazionalità […] ovviamente le direttive dell’autorità italiana erano nel senso di italianizzare per quanto possibile questi ragazzi. Non fu facile per loro attuare queste direttive […] noi, i pochi italiani con alle spalle secoli di partecipazione alla vita di Lissa, sentivamo questa situazione di estremo disagio”. (p. 60)
    [NOTE]
    14 Le memorie degli esuli compongono un nutrito corpo di scritture del sé gravitante attorno ad associazioni, comunità e centri di ricerche, diffusi in particolare nel Nord-Est italiano, impegnati nello studio e diffusione di una storiografia, letteratura e sociologia sulla questione dell’esodo e del confine adriatico. Negli eventi, studi, associazioni di interesse vengono prodotte e diffuse determinate narrazioni e rappresentazioni culturali sull’italianità e identità dalmata (cfr. Parte II).
    15 È il tema del simbolismo culturale del bosco come spazio archetipico di liminalità, pericolo, fuori dalla cultura (Ballinger 2003).
    16 Ballinger ha rintracciato nel contesto istriano una connessione tra violenza fisica e terrore psicologico che caratterizzerebbe una certa narrativa unificata tra gli esuli. Non è possibile, nei limiti di questo studio, indagare sulle ragioni psicologiche e culturali alla base del tipo di “risposta narrativa” data all’esperienza traumatica, rispetto ad un’altra. Si può però riflettere sulla dimensione antropologica della violenza che, afferma Dei, “irrompe nel nucleo più profondo dell’ordine culturale, lo colpisce nelle sue stesse basi: si imprime indelebilmente nei luoghi domestici, ferisce relazioni personali costitutive della soggettività, rende impossibile proseguire con una vita sociale basata sugli stessi normali sentimenti di sicurezza, protezione reciproca, rispetto e dignità” (2005: 34).
    Evelyne van Heck, Identità dalmata al confine. Narrazioni, memorie e immaginari a Lissa e a Spalato, Tesi di dottorato, “Sapienza” Università di Roma, Anno accademico 2013-2014

    #1941 #1942 #1943 #attentati #croati #Dalmazia #esercito #EvelyneVanHeck #fascisti #italiano #jugoslavi #Lissa #memoria #occupazione #partigiani #podestà #regio #tedeschi
  3. L’imputata fu assunta nel negozio come interprete

    Fonte: Nicoletta Moccia, Op. cit. infra

    La vicenda di questa giovane donna [Sara ČuČek] proveniente dalla Slovenia, accomuna un po’ la situazione di molte ragazze straniere che, iniziata una relazione con un italiano, cercano nella casa della famiglia del loro compagno un luogo di appoggio per allontanarsi dalla propria terra, ma soprattutto per vivere liberamente senza il rispetto degli ideali della famiglia ospitante. È un male comune che nasce dalla volontà di essere liberi, senza regole e di rincorrere la ricchezza. Sara ČuČek, di soli ventitré anni, viene fermata il 28 aprile 1945 con l’accusa di aver svolto opera di delazione ai danni di appartenenti a gruppi patriottici, collaborando con le SS e provocando l’arresto e l’internamento di alcuni giovani, di cui due fucilati e altri morti nei campi tedeschi <192. Dopo solo due giorni, presso il II distaccamento della III brigata, viene sottoposta ad interrogatorio durante il quale dichiara: “Conoscendo che mio fratello prestava servizio con la SS Tedesca – ho saputo che la spia ad alcuni patrioti e precisamente quelli di casa Sormani sgominati sopra, fu fatta da mio fratello. Perché avevo questionato, non parlavo più con mio fratello: egli abitava, dopo un po’ di tempo, presso l’Albergo Regina ed io presso l’Albergo Centrale, non occupato da Tedeschi. Mi sono interessata tramite il Seppi di occupare mio fratello. Mio fratello si spacciò per patriotta [sic] e, appreso i segreti, fece arrestare alcuni giovani” <193. In realtà la III brigata Gap di Via Longhi n. 13 a Milano era a conoscenza dell’attività di collaborazionista della giovane slovena, legata, comunque, ad un uomo delle SS; dall’altro canto suo fratello, pur essendo stato alle dipendenze dell’albergo Regina, era stato ucciso dai tedeschi, in quanto aveva l’abitudine, durante le requisizioni, di rubare merce. La sua morte avvenne in Viale Padova a Milano nel novembre 1944 <194. La ČuČek era ritenuta responsabile dell’arresto del fratello del suo ex fidanzato e di altri giovanissimi ragazzi facenti parte di un piccolo gruppo antifascista <195.
    Il 30 giugno 1945 l’imputata produce un’istanza alla Procura Generale presso la Corte d’Assise Straordinaria di Milano, in quanto, avendo partorito da pochi giorni un bambino, chiede che sia sollecitata la definizione del suo processo. L’ambiente è sovraffollato e non idoneo per un neonato; né ella è responsabile di alcun reato e riuscirà a dimostrare, nel corso del processo, la sua innocenza <196.
    Il primo interrogatorio avviene il 13 luglio 1945. L’imputata ricostruisce brevemente la sua vicenda. Arrivata in Italia il 16 settembre 1943, aveva alloggiato presso la casa del suo fidanzato Franco Sormani, ufficiale dell’esercito, allora internato in Germania. Suo fratello Artaserse era nella organizzazione Speer (simile alla Todt), ma appena in Italia l’aveva abbandonata. Questi era entrato a lavorare quale interprete nell’albero Regina: qui si era recata per parlare con lui e non per compiere delazioni. Non era a conoscenza del ruolo svolto dal fratello nella sede delle SS, in quanto, per un dissidio, non abitavano più insieme sin dai primi di aprile 1944. Non aveva avuto alcuna relazione intima con il Sepi, un ufficiale delle SS, che aveva una camera presso l’albergo Centrale, dove ella aveva preso domicilio <197. La situazione diventa sicuramente complicata dal momento in cui Guido Carito, il 30 luglio 1945, presenta denuncia presso l’ufficio di polizia del Palazzo di Giustizia di Milano. Suo figlio, Massimo Carito, aveva avuto la sfortuna di conoscere Sara, perché frequentava casa Sormani, in qualità di amico e compagno di scuola del figlio più piccolo, Giuseppe, di 17 anni. La giovane donna, come riferisce il denunciante, venne successivamente allontanata da casa Sormani poichè era entrata in relazione con le SS tedesche. Forse per vendetta, tramite suo fratello Artaserse, fece arrestare molte persone del gruppo di antifascisti che frequentava casa Sormani, tra cui Giuseppe Sormani e Massimo Carito, che hanno pagato con la vita la delazione fatta dai ČuČek <198. Sempre in fase istruttoria, durante l’interrogatorio di Guido Carito, lo stesso fa presente che nel giugno del 1944 fu arrestato per antifascismo e portato all’albergo Regina dove ebbe modo di incrociare Artaserse, fratello dell’imputata. Qui seppe che quest’ultimo, prima dell’arresto di suo figlio Massimo, aveva telefonato a casa per avere conferma della presenza dello stesso. Trova deplorevole che la donna, sapendo che sarebbe stato arrestato Giuseppe Sormani, non abbia cercato di avvisare la famiglia <199.
    A tale denuncia fa seguito quella presentata, sempre presso l’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia di Milano, di Elena Sormani, la quale dichiara di aver accolto Sara nella sua abitazione il 12 settembre 1943 quale fidanzata del figlio Lanfranco che, dopo l’8 settembre, trovandosi nel territorio di Lubiana, era stato tratto prigioniero dai tedeschi. La giovane aveva avuto paura di rimanere in quei luoghi a causa di eventuali ritorsioni. Successivamente, nel marzo 1944, arrivò il fratello Artaserse, il quale cercava notizie della sorella: forse per impietosire la famiglia Sormani, aveva dichiarato di essere fuggito dal gruppo Speer di Peschiera e di essere ricercato dai tedeschi. Venne comunque accolto. Il 22 maggio 1944 Sara ebbe una violenta discussione con il marito di Elena Sormani e venne cacciata dall’abitazione. Seppe poi che la stessa aveva intrecciato una relazione con un militare delle SS, il quale si era prodigato per far assumere Artaserse presso l’albergo Regina. Purtroppo, durante la loro permanenza, il fratello aveva fatto in modo di entrare nel piccolo gruppo giovanile del Partito d’Azione costituito da Giuseppe Sormani e da altri giovani. Ella crede che per vendetta abbia denunciato tutti i componenti tra cui il suo figliolo morto di stenti in un campo di sterminio il 24 maggio 1945 <200.
    Alle precedenti due denunce, si affianca quella di Luigi Pontarili presentata il 3 agosto 1945 contro la ČuČek all’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia. Le sue dichiarazioni confermano pienamente le precedenti accuse, sottolineando che nel febbraio 1944 il fratello Artaserse disertò il corpo Speer per motivi di contrabbando e raggiunse la sorella a Milano, dove rimase ospite di casa Sormani. Per rassicurare tutti, diceva che era un membro legato ai partigiani di Tito e mostrava un distintivo che in realtà apparteneva al gruppo dei volontari della Speer. Allontanata da casa Sormani nel maggio 1944, l’imputata prese alloggio presso l’albergo Centrale. Nel giugno dello stesso anno iniziarono gli arresti, le uccisioni e le deportazioni <201.
    Nella deposizione di Natalina Conta si apprende che Sara, aspettando un bambino, era stata condotta da un tedesco presso la sua abitazione, dove era rimasta da gennaio ad aprile 1945. L’imputata versava in condizioni non buone e aveva necessità di cure <202. Luigi Pontiroli, interrogato nel settembre 1945, è uno di coloro i quali avevano fatto parte del piccolo gruppo di antifascisti frequentatori di casa Sormani. Come gli altri, aveva conosciuto l’imputata e suo fratello Artaserse. I due erano ospitati in quella casa. Artaserse riuscì ad introdursi nella piccola organizzazione giovanile antifascista, con la volontà di conoscere le persone e le azioni programmate. Sara cercò in tutti i modi di far capire che condivideva pienamente la causa antifascista, poiché la sua famiglia era perseguitata, cosa che si dimostrò poi non vera. Fu proprio dopo maggio 1944 che 15 tra giovani e anziani dell’organizzazione, tra cui il Pontiroli, vennero arrestati e deportati. Di questi, due furono fucilati ad Aurano <203. I due fratelli si separarono alla fine di luglio 1944, quando ormai tutto il gruppo era stato arrestato. Egli suppone che sia stata l’imputata ad istigare Artaserse nel commettere la delazione, in quanto doveva molto a Sepi, membro delle SS <204. Romilde Fabris nel suo interrogatorio dichiarò che tra luglio e agosto 1944 l’imputata fu assunta nel negozio come interprete, giacché il parrucchiere era frequentato da molte signore tedesche. Si trovava in Foro Bonaparte 74. Prima Sara ČuČek lo frequentava come cliente, poi, caduta in disgrazia, aveva chiesto di lavorare. Spesso il fratello Artaserse vi entrava in divisa e armato: aveva iniziato una relazione con un’altra lavorante, tanto da giungere poi al matrimonio <205. Maria Martinelli, direttrice dell’albergo Giulio Cesare in Via Rovello 10 a Milano, ricostruisce brevemente il modo in cui l’imputata aveva conosciuto Robert Sepi nella primavera del 1944. L’imputata si era recata nel suo albergo dove aveva avuto un lungo colloquio con un uomo, che aveva promesso di trovare un lavoro per il fratello Artaserse. Successivamente la ČuČek aveva conosciuto Robert Sepi per puro caso all’interno del suo albergo. L’imputata tornò varie volte, stringendo amicizia con questi e iniziandolo a frequentare. Vestiva in modo più che decoroso. Quando il fratello fu ucciso dai tedeschi, Sara non frequentò più quell’albergo <206.
    La pubblica udienza fissata per il 15 gennaio 1946 vede sfilare tutti coloro i quali avevano presentato denuncia formale o che erano stati interpellati durante l’istruttoria. Non vi sono assolutamente delle contraddizioni rispetto alla prima fase, anzi tutto viene perfettamente confermato. L’unica novità proviene dall’interrogatorio di Guido Trezzi, il quale è convinto di essere stato denunciato dall’imputata e per questo di aver trascorso 11 mesi in un campo di concentramento. Aggiunge di aver scattato delle foto con Artaserse e di averle poi ritirate presso l’albergo Regina, dove aveva incrociato l’imputata, fornendole il numero telefonico del suo ufficio. Subito dopo avvenne il sopralluogo e il successivo arresto. Elena Sormani, madre di Franco, colui che era stato il fidanzato dell’imputata, e di Giuseppe, successivamente morto a Flossembürg, dichiara che all’arrivo nella sua casa Sara aveva portato con sé molti pezzi di corredo oltre a una copiosa collezione di francobolli e di monete antiche.
    La Corte d’Assise Speciale, II Sezione Penale, in data 15 gennaio 1946, in base all’art. 479 cpp assolve l’imputata per insufficienza di prove.
    [NOTE]
    192 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, b. 26, fasc. 439; CAS Milano 1946, Sentenze, vol. 5, sent. 27.
    193 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, cit., f. 30 bis istruttoria.
    194 Ivi, f. 28 istruttoria.
    195 Ivi, f. 26 istruttoria.
    196 Ivi, f. 25 istruttoria.
    197 Ivi, f. 1 istruttoria.
    198 Ivi, ff. 17-18 istruttoria.
    199 Ivi, f. 7 istruttoria.
    200 Ivi, ff. 19-20 istruttoria.
    201 Ivi, ff. 14-15 istruttoria. I nomi dei caduti e dei catturati sono i seguenti: Giuseppe Sormani (morto a Flossenbürg); Massimo Carito (morto a Flossenbürg); Tonoli (o Tonolli) di cui non si hanno notizie; Antonio Maria Colombo (ucciso ad Aurano nel 1944); Tommaso Pessina (ucciso ad Aurano nel 1944); Carlo Trezzi (11 mesi di campo di concentramento in Germania); Bruno Rebecchi e Luigi Pontiroli (11 mesi di vita alla macchia). Sembra che per ogni persona arrestata l’imputata abbia percepito la somma di L. 2.800. Una targa in memoria di Antonio Maria Colombo si trova una in Via Tiraboschi n. 2 a Milano; l’altra dedicata a Tommaso Pessina e Giuseppe Sormani in Via Tiraboschi n. 6 sempre a Milano: si tratta delle rispettive abitazioni dei giovani antifascisti.
    202 Ivi, f. 11 istruttoria.
    203 Aurano è attualmente in provincia di Verbania.
    204 ASMi, Fascicolo processuale, cit., ff. 9-10 istruttoria.
    205 Ivi, f. 8 istruttoria.
    206 Ivi, f. 6 istruttoria.
    Nicoletta Moccia, Bene e male comune tra storia e filosofia. Le donne collaborazioniste processate a Milano dal 1945 al 1947, Tesi di dottorato, Università degli Studi dell’Insubria – Varese, Anno Accademico 2015-2016

    #1943 #1944 #1945 #1946 #assoluzione #Cas #collaborazionista #delazione #denunce #donna #epurazione #fascisti #Milano #NicolettaMoccia #partigiani #processo #Resistenza #SaraČuČek #tedeschi
  4. L’imputata fu assunta nel negozio come interprete

    Fonte: Nicoletta Moccia, Op. cit. infra

    La vicenda di questa giovane donna [Sara ČuČek] proveniente dalla Slovenia, accomuna un po’ la situazione di molte ragazze straniere che, iniziata una relazione con un italiano, cercano nella casa della famiglia del loro compagno un luogo di appoggio per allontanarsi dalla propria terra, ma soprattutto per vivere liberamente senza il rispetto degli ideali della famiglia ospitante. È un male comune che nasce dalla volontà di essere liberi, senza regole e di rincorrere la ricchezza. Sara ČuČek, di soli ventitré anni, viene fermata il 28 aprile 1945 con l’accusa di aver svolto opera di delazione ai danni di appartenenti a gruppi patriottici, collaborando con le SS e provocando l’arresto e l’internamento di alcuni giovani, di cui due fucilati e altri morti nei campi tedeschi <192. Dopo solo due giorni, presso il II distaccamento della III brigata, viene sottoposta ad interrogatorio durante il quale dichiara: “Conoscendo che mio fratello prestava servizio con la SS Tedesca – ho saputo che la spia ad alcuni patrioti e precisamente quelli di casa Sormani sgominati sopra, fu fatta da mio fratello. Perché avevo questionato, non parlavo più con mio fratello: egli abitava, dopo un po’ di tempo, presso l’Albergo Regina ed io presso l’Albergo Centrale, non occupato da Tedeschi. Mi sono interessata tramite il Seppi di occupare mio fratello. Mio fratello si spacciò per patriotta [sic] e, appreso i segreti, fece arrestare alcuni giovani” <193. In realtà la III brigata Gap di Via Longhi n. 13 a Milano era a conoscenza dell’attività di collaborazionista della giovane slovena, legata, comunque, ad un uomo delle SS; dall’altro canto suo fratello, pur essendo stato alle dipendenze dell’albergo Regina, era stato ucciso dai tedeschi, in quanto aveva l’abitudine, durante le requisizioni, di rubare merce. La sua morte avvenne in Viale Padova a Milano nel novembre 1944 <194. La ČuČek era ritenuta responsabile dell’arresto del fratello del suo ex fidanzato e di altri giovanissimi ragazzi facenti parte di un piccolo gruppo antifascista <195.
    Il 30 giugno 1945 l’imputata produce un’istanza alla Procura Generale presso la Corte d’Assise Straordinaria di Milano, in quanto, avendo partorito da pochi giorni un bambino, chiede che sia sollecitata la definizione del suo processo. L’ambiente è sovraffollato e non idoneo per un neonato; né ella è responsabile di alcun reato e riuscirà a dimostrare, nel corso del processo, la sua innocenza <196.
    Il primo interrogatorio avviene il 13 luglio 1945. L’imputata ricostruisce brevemente la sua vicenda. Arrivata in Italia il 16 settembre 1943, aveva alloggiato presso la casa del suo fidanzato Franco Sormani, ufficiale dell’esercito, allora internato in Germania. Suo fratello Artaserse era nella organizzazione Speer (simile alla Todt), ma appena in Italia l’aveva abbandonata. Questi era entrato a lavorare quale interprete nell’albero Regina: qui si era recata per parlare con lui e non per compiere delazioni. Non era a conoscenza del ruolo svolto dal fratello nella sede delle SS, in quanto, per un dissidio, non abitavano più insieme sin dai primi di aprile 1944. Non aveva avuto alcuna relazione intima con il Sepi, un ufficiale delle SS, che aveva una camera presso l’albergo Centrale, dove ella aveva preso domicilio <197. La situazione diventa sicuramente complicata dal momento in cui Guido Carito, il 30 luglio 1945, presenta denuncia presso l’ufficio di polizia del Palazzo di Giustizia di Milano. Suo figlio, Massimo Carito, aveva avuto la sfortuna di conoscere Sara, perché frequentava casa Sormani, in qualità di amico e compagno di scuola del figlio più piccolo, Giuseppe, di 17 anni. La giovane donna, come riferisce il denunciante, venne successivamente allontanata da casa Sormani poichè era entrata in relazione con le SS tedesche. Forse per vendetta, tramite suo fratello Artaserse, fece arrestare molte persone del gruppo di antifascisti che frequentava casa Sormani, tra cui Giuseppe Sormani e Massimo Carito, che hanno pagato con la vita la delazione fatta dai ČuČek <198. Sempre in fase istruttoria, durante l’interrogatorio di Guido Carito, lo stesso fa presente che nel giugno del 1944 fu arrestato per antifascismo e portato all’albergo Regina dove ebbe modo di incrociare Artaserse, fratello dell’imputata. Qui seppe che quest’ultimo, prima dell’arresto di suo figlio Massimo, aveva telefonato a casa per avere conferma della presenza dello stesso. Trova deplorevole che la donna, sapendo che sarebbe stato arrestato Giuseppe Sormani, non abbia cercato di avvisare la famiglia <199.
    A tale denuncia fa seguito quella presentata, sempre presso l’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia di Milano, di Elena Sormani, la quale dichiara di aver accolto Sara nella sua abitazione il 12 settembre 1943 quale fidanzata del figlio Lanfranco che, dopo l’8 settembre, trovandosi nel territorio di Lubiana, era stato tratto prigioniero dai tedeschi. La giovane aveva avuto paura di rimanere in quei luoghi a causa di eventuali ritorsioni. Successivamente, nel marzo 1944, arrivò il fratello Artaserse, il quale cercava notizie della sorella: forse per impietosire la famiglia Sormani, aveva dichiarato di essere fuggito dal gruppo Speer di Peschiera e di essere ricercato dai tedeschi. Venne comunque accolto. Il 22 maggio 1944 Sara ebbe una violenta discussione con il marito di Elena Sormani e venne cacciata dall’abitazione. Seppe poi che la stessa aveva intrecciato una relazione con un militare delle SS, il quale si era prodigato per far assumere Artaserse presso l’albergo Regina. Purtroppo, durante la loro permanenza, il fratello aveva fatto in modo di entrare nel piccolo gruppo giovanile del Partito d’Azione costituito da Giuseppe Sormani e da altri giovani. Ella crede che per vendetta abbia denunciato tutti i componenti tra cui il suo figliolo morto di stenti in un campo di sterminio il 24 maggio 1945 <200.
    Alle precedenti due denunce, si affianca quella di Luigi Pontarili presentata il 3 agosto 1945 contro la ČuČek all’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia. Le sue dichiarazioni confermano pienamente le precedenti accuse, sottolineando che nel febbraio 1944 il fratello Artaserse disertò il corpo Speer per motivi di contrabbando e raggiunse la sorella a Milano, dove rimase ospite di casa Sormani. Per rassicurare tutti, diceva che era un membro legato ai partigiani di Tito e mostrava un distintivo che in realtà apparteneva al gruppo dei volontari della Speer. Allontanata da casa Sormani nel maggio 1944, l’imputata prese alloggio presso l’albergo Centrale. Nel giugno dello stesso anno iniziarono gli arresti, le uccisioni e le deportazioni <201.
    Nella deposizione di Natalina Conta si apprende che Sara, aspettando un bambino, era stata condotta da un tedesco presso la sua abitazione, dove era rimasta da gennaio ad aprile 1945. L’imputata versava in condizioni non buone e aveva necessità di cure <202. Luigi Pontiroli, interrogato nel settembre 1945, è uno di coloro i quali avevano fatto parte del piccolo gruppo di antifascisti frequentatori di casa Sormani. Come gli altri, aveva conosciuto l’imputata e suo fratello Artaserse. I due erano ospitati in quella casa. Artaserse riuscì ad introdursi nella piccola organizzazione giovanile antifascista, con la volontà di conoscere le persone e le azioni programmate. Sara cercò in tutti i modi di far capire che condivideva pienamente la causa antifascista, poiché la sua famiglia era perseguitata, cosa che si dimostrò poi non vera. Fu proprio dopo maggio 1944 che 15 tra giovani e anziani dell’organizzazione, tra cui il Pontiroli, vennero arrestati e deportati. Di questi, due furono fucilati ad Aurano <203. I due fratelli si separarono alla fine di luglio 1944, quando ormai tutto il gruppo era stato arrestato. Egli suppone che sia stata l’imputata ad istigare Artaserse nel commettere la delazione, in quanto doveva molto a Sepi, membro delle SS <204. Romilde Fabris nel suo interrogatorio dichiarò che tra luglio e agosto 1944 l’imputata fu assunta nel negozio come interprete, giacché il parrucchiere era frequentato da molte signore tedesche. Si trovava in Foro Bonaparte 74. Prima Sara ČuČek lo frequentava come cliente, poi, caduta in disgrazia, aveva chiesto di lavorare. Spesso il fratello Artaserse vi entrava in divisa e armato: aveva iniziato una relazione con un’altra lavorante, tanto da giungere poi al matrimonio <205. Maria Martinelli, direttrice dell’albergo Giulio Cesare in Via Rovello 10 a Milano, ricostruisce brevemente il modo in cui l’imputata aveva conosciuto Robert Sepi nella primavera del 1944. L’imputata si era recata nel suo albergo dove aveva avuto un lungo colloquio con un uomo, che aveva promesso di trovare un lavoro per il fratello Artaserse. Successivamente la ČuČek aveva conosciuto Robert Sepi per puro caso all’interno del suo albergo. L’imputata tornò varie volte, stringendo amicizia con questi e iniziandolo a frequentare. Vestiva in modo più che decoroso. Quando il fratello fu ucciso dai tedeschi, Sara non frequentò più quell’albergo <206.
    La pubblica udienza fissata per il 15 gennaio 1946 vede sfilare tutti coloro i quali avevano presentato denuncia formale o che erano stati interpellati durante l’istruttoria. Non vi sono assolutamente delle contraddizioni rispetto alla prima fase, anzi tutto viene perfettamente confermato. L’unica novità proviene dall’interrogatorio di Guido Trezzi, il quale è convinto di essere stato denunciato dall’imputata e per questo di aver trascorso 11 mesi in un campo di concentramento. Aggiunge di aver scattato delle foto con Artaserse e di averle poi ritirate presso l’albergo Regina, dove aveva incrociato l’imputata, fornendole il numero telefonico del suo ufficio. Subito dopo avvenne il sopralluogo e il successivo arresto. Elena Sormani, madre di Franco, colui che era stato il fidanzato dell’imputata, e di Giuseppe, successivamente morto a Flossembürg, dichiara che all’arrivo nella sua casa Sara aveva portato con sé molti pezzi di corredo oltre a una copiosa collezione di francobolli e di monete antiche.
    La Corte d’Assise Speciale, II Sezione Penale, in data 15 gennaio 1946, in base all’art. 479 cpp assolve l’imputata per insufficienza di prove.
    [NOTE]
    192 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, b. 26, fasc. 439; CAS Milano 1946, Sentenze, vol. 5, sent. 27.
    193 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, cit., f. 30 bis istruttoria.
    194 Ivi, f. 28 istruttoria.
    195 Ivi, f. 26 istruttoria.
    196 Ivi, f. 25 istruttoria.
    197 Ivi, f. 1 istruttoria.
    198 Ivi, ff. 17-18 istruttoria.
    199 Ivi, f. 7 istruttoria.
    200 Ivi, ff. 19-20 istruttoria.
    201 Ivi, ff. 14-15 istruttoria. I nomi dei caduti e dei catturati sono i seguenti: Giuseppe Sormani (morto a Flossenbürg); Massimo Carito (morto a Flossenbürg); Tonoli (o Tonolli) di cui non si hanno notizie; Antonio Maria Colombo (ucciso ad Aurano nel 1944); Tommaso Pessina (ucciso ad Aurano nel 1944); Carlo Trezzi (11 mesi di campo di concentramento in Germania); Bruno Rebecchi e Luigi Pontiroli (11 mesi di vita alla macchia). Sembra che per ogni persona arrestata l’imputata abbia percepito la somma di L. 2.800. Una targa in memoria di Antonio Maria Colombo si trova una in Via Tiraboschi n. 2 a Milano; l’altra dedicata a Tommaso Pessina e Giuseppe Sormani in Via Tiraboschi n. 6 sempre a Milano: si tratta delle rispettive abitazioni dei giovani antifascisti.
    202 Ivi, f. 11 istruttoria.
    203 Aurano è attualmente in provincia di Verbania.
    204 ASMi, Fascicolo processuale, cit., ff. 9-10 istruttoria.
    205 Ivi, f. 8 istruttoria.
    206 Ivi, f. 6 istruttoria.
    Nicoletta Moccia, Bene e male comune tra storia e filosofia. Le donne collaborazioniste processate a Milano dal 1945 al 1947, Tesi di dottorato, Università degli Studi dell’Insubria – Varese, Anno Accademico 2015-2016

    #1943 #1944 #1945 #1946 #assoluzione #Cas #collaborazionista #delazione #denunce #donna #epurazione #fascisti #Milano #NicolettaMoccia #partigiani #processo #Resistenza #SaraČuČek #tedeschi
  5. Nella Milano appena liberata il partigiano Vittorini fondava la rivista «Politecnico»

    Fonte: http://www.gonnelli.it

    All’alba del 26 aprile 1945, nel clima di ritrovata libertà che succede al crollo del regime, si assiste a una straordinaria fioritura di iniziative editoriali. La stampa reagisce alle coercizioni a cui è stata precedentemente sottoposta e manifesta in un’esplosione di testate giornalistiche la volontà di comprendere uno scenario molto più articolato di quanto l’informazione ufficiale non abbia lasciato intendere negli anni precedenti. In Italia si ricompongono le schegge di un percorso storico che ha lasciato dietro di sé distruzioni belliche e traumi collettivi, e in tale processo il giornalismo riveste un ruolo certamente non secondario. All’indomani della Liberazione, pur nella penuria di mezzi e di rifornimenti, soltanto a Milano, con la stessa produttività che si registra in altri centri urbani della penisola, escono «l’Unità», «Avanti!», «L’Italia libera», «Il Popolo», il «Giornale lombardo», nell’ambito di una rinascita dell’informazione alla quale concorrono diverse tipologie di periodici. Alla proliferazione dei quotidiani, infatti, per altro ancora legati ad un assetto grafico tradizionale, con lunghi testi ingabbiati in una rigida verticalità, si affianca la pubblicazione di settimanali, spesso simili nel formato e nei contenuti allo stile dei quotidiani ma promotori di un impiego originale delle immagini. Tra i rotocalchi illustrati, meritano senz’altro una menzione «L’Europeo» di Arrigo Benedetti, «Tempo nuovo» (poi «Tempo», nel recupero della denominazione che il giornale presentava prima della guerra), «Oggi». L’impiego della fotografia proposto da tali riviste mostra declinazioni differenti – «L’Europeo» delega i suoi tratti distintivi alle immagini isolate, crude, qualche volta violente; «Tempo» elabora i prodromi del fototesto giornalistico, affidando alle immagini il ‘racconto’ degli avvenimenti; «Oggi» prova a interpretare i gusti dei lettori facendo perno sulla fotografia intimista – ma tutte concorrono a una nuova definizione della cultura dell’immagine negli anni dell’immediato dopoguerra. <1
    In questo contesto, la parabola breve ma ardente del «Politecnico», settimanale e poi mensile di cultura contemporanea, trova una peculiare possibilità di espressione. Pubblicata a Milano per Einaudi, diretta da Elio Vittorini tra il 1945 e il 1947, la rivista con i suoi trentanove fascicoli scardina i baluardi più stantii della comunicazione giornalistica e, con atteggiamento estremamente ricettivo, ritrae la realtà composita, caotica, contraddittoria di quello scorcio di secolo.
    […] All’indomani della Liberazione, che, come sappiamo, coglie un Vittorini reduce dalla reclusione nel carcere di San Vittore per aver organizzato un comizio il 25 luglio 1943, giorno della caduta di Mussolini, e dall’esperienza della fuga nel Sacro Monte di Varese, dove, identificato dalla polizia tedesca, si rifugia per nascondersi, lo scrittore porta avanti l’impiego presso «l’Unità» divenendone redattore capo. <25 Interessante, a tal proposito, appare il ricordo che di quel periodo ha lasciato Gian Carlo Pajetta: “«L’Unità» di Milano lo ebbe, dopo la Liberazione, primo redattore capo. Nessuno di noi sapeva ancora bene che cosa fosse e che cosa dovesse fare un redattore capo. Non certo Vittorini, a cui non venne in mente di poter dire di no […]. Ma erano tempo quelli – li ricordiamo con commozione, per lui e per noi – nei quali se avessimo detto a Vittorini che bisognava condurre un tram, la cosa gli sarebbe sembrata quasi naturale, comunque gli sarebbe parso impossibile non provarcisi, non farlo. Erano, del resto, i tempi nei quali il giovane critico letterario Mario Alicata faceva l’assessore alla Nettezza Urbana del comune di Roma, dimostrando di poter diventare quello che diventò poi, un dirigente politico”. <26
    La rievocazione dell’esponente del PCI restituisce il ritratto dell’impetuoso candore con cui Vittorini vive e assume su di sé le impellenze del reale; si tratta di un’immediatezza e di una riorganizzazione in presa diretta degli intenti ideologici e culturali che lo stesso Vittorini riecheggerà in riferimento all’esperienza partigiana: “La notte stessa che i tedeschi entravano in città ero con dei compagni in una casa per metà crollata. Qualcuno mi passò un arnese dicendomi che era il mio fucile e che avrei dovuto trovare il modo di portarlo fuori città. Mi diede anche una borsa piena di caricatori. Io non avevo mai avuto un fucile tra le mani, non avevo fatto il servizio militare e ignoravo persino come si carica una rivoltella. Non risposi niente ad ogni modo. Avvolsi di carta il fucile […] e lo portai attraverso gli sbarramenti dei tedeschi che occupavano la città fino alla stazione ferroviaria di Milano-Certosa”. <27
    Sotto i colpi della lotta resistenziale la robusta tempra dell’intellettuale Vittorini è già forgiata e, dopo il 25 aprile, pronta a convogliare gli interventi a carattere letterario, figurativo, politico, prima disseminati lungo un reticolo di sedi, in un un’unica rivista di sua creazione, «Il Politecnico. Settimanale di cultura contemporanea».
    [NOTE]
    1 Per una panoramica sulla stampa periodica italiana e sui giornali illustrati del dopoguerra cfr. F. Contorbia (a cura di), Giornalismo italiano 1939-1968, Milano, Mondadori (I Meridiani), 2009, v. III, pp. XI-LV; U. Lucas, T. Agliani, La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia, Torino, Einaudi, 2015, pp. 159-193; A. Russo, Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno, Torino, Einaudi, 2011, pp. 48-66.
    25 Il 7 giugno 1945 Elio Vittorini informa il fratello Ugo: «I compagni mi hanno messo all’“Unità” come redattore capo» (AP, p. 3).
    26 G.C. Pajetta, Anche un militante, «Il Ponte», XXIX, nn. 7-8, luglio-agosto 1973, p. 1076.
    27 E. Vittorini, Della mia vita fino a oggi, cit., p. 513. Sulle testimonianze dell’autore circa la sua esperienza resistenziale cfr. anche la lettera a Ernest Hemingway del 8 marzo 1948, Milano, AP, pp. 226-227.
    Corinne Pontillo, Il «Politecnico». Progetto e storia di una narrazione visiva, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Catania, Anno Accademico 2017-2018

    #1945 #CorinnePontillo #ElioVittorini #fascisti #guerra #lUnità #Milano #partigiani #Politecnico #Resistenza #tedeschi
  6. Nella Milano appena liberata il partigiano Vittorini fondava la rivista «Politecnico»

    Fonte: http://www.gonnelli.it

    All’alba del 26 aprile 1945, nel clima di ritrovata libertà che succede al crollo del regime, si assiste a una straordinaria fioritura di iniziative editoriali. La stampa reagisce alle coercizioni a cui è stata precedentemente sottoposta e manifesta in un’esplosione di testate giornalistiche la volontà di comprendere uno scenario molto più articolato di quanto l’informazione ufficiale non abbia lasciato intendere negli anni precedenti. In Italia si ricompongono le schegge di un percorso storico che ha lasciato dietro di sé distruzioni belliche e traumi collettivi, e in tale processo il giornalismo riveste un ruolo certamente non secondario. All’indomani della Liberazione, pur nella penuria di mezzi e di rifornimenti, soltanto a Milano, con la stessa produttività che si registra in altri centri urbani della penisola, escono «l’Unità», «Avanti!», «L’Italia libera», «Il Popolo», il «Giornale lombardo», nell’ambito di una rinascita dell’informazione alla quale concorrono diverse tipologie di periodici. Alla proliferazione dei quotidiani, infatti, per altro ancora legati ad un assetto grafico tradizionale, con lunghi testi ingabbiati in una rigida verticalità, si affianca la pubblicazione di settimanali, spesso simili nel formato e nei contenuti allo stile dei quotidiani ma promotori di un impiego originale delle immagini. Tra i rotocalchi illustrati, meritano senz’altro una menzione «L’Europeo» di Arrigo Benedetti, «Tempo nuovo» (poi «Tempo», nel recupero della denominazione che il giornale presentava prima della guerra), «Oggi». L’impiego della fotografia proposto da tali riviste mostra declinazioni differenti – «L’Europeo» delega i suoi tratti distintivi alle immagini isolate, crude, qualche volta violente; «Tempo» elabora i prodromi del fototesto giornalistico, affidando alle immagini il ‘racconto’ degli avvenimenti; «Oggi» prova a interpretare i gusti dei lettori facendo perno sulla fotografia intimista – ma tutte concorrono a una nuova definizione della cultura dell’immagine negli anni dell’immediato dopoguerra. <1
    In questo contesto, la parabola breve ma ardente del «Politecnico», settimanale e poi mensile di cultura contemporanea, trova una peculiare possibilità di espressione. Pubblicata a Milano per Einaudi, diretta da Elio Vittorini tra il 1945 e il 1947, la rivista con i suoi trentanove fascicoli scardina i baluardi più stantii della comunicazione giornalistica e, con atteggiamento estremamente ricettivo, ritrae la realtà composita, caotica, contraddittoria di quello scorcio di secolo.
    […] All’indomani della Liberazione, che, come sappiamo, coglie un Vittorini reduce dalla reclusione nel carcere di San Vittore per aver organizzato un comizio il 25 luglio 1943, giorno della caduta di Mussolini, e dall’esperienza della fuga nel Sacro Monte di Varese, dove, identificato dalla polizia tedesca, si rifugia per nascondersi, lo scrittore porta avanti l’impiego presso «l’Unità» divenendone redattore capo. <25 Interessante, a tal proposito, appare il ricordo che di quel periodo ha lasciato Gian Carlo Pajetta: “«L’Unità» di Milano lo ebbe, dopo la Liberazione, primo redattore capo. Nessuno di noi sapeva ancora bene che cosa fosse e che cosa dovesse fare un redattore capo. Non certo Vittorini, a cui non venne in mente di poter dire di no […]. Ma erano tempo quelli – li ricordiamo con commozione, per lui e per noi – nei quali se avessimo detto a Vittorini che bisognava condurre un tram, la cosa gli sarebbe sembrata quasi naturale, comunque gli sarebbe parso impossibile non provarcisi, non farlo. Erano, del resto, i tempi nei quali il giovane critico letterario Mario Alicata faceva l’assessore alla Nettezza Urbana del comune di Roma, dimostrando di poter diventare quello che diventò poi, un dirigente politico”. <26
    La rievocazione dell’esponente del PCI restituisce il ritratto dell’impetuoso candore con cui Vittorini vive e assume su di sé le impellenze del reale; si tratta di un’immediatezza e di una riorganizzazione in presa diretta degli intenti ideologici e culturali che lo stesso Vittorini riecheggerà in riferimento all’esperienza partigiana: “La notte stessa che i tedeschi entravano in città ero con dei compagni in una casa per metà crollata. Qualcuno mi passò un arnese dicendomi che era il mio fucile e che avrei dovuto trovare il modo di portarlo fuori città. Mi diede anche una borsa piena di caricatori. Io non avevo mai avuto un fucile tra le mani, non avevo fatto il servizio militare e ignoravo persino come si carica una rivoltella. Non risposi niente ad ogni modo. Avvolsi di carta il fucile […] e lo portai attraverso gli sbarramenti dei tedeschi che occupavano la città fino alla stazione ferroviaria di Milano-Certosa”. <27
    Sotto i colpi della lotta resistenziale la robusta tempra dell’intellettuale Vittorini è già forgiata e, dopo il 25 aprile, pronta a convogliare gli interventi a carattere letterario, figurativo, politico, prima disseminati lungo un reticolo di sedi, in un un’unica rivista di sua creazione, «Il Politecnico. Settimanale di cultura contemporanea».
    [NOTE]
    1 Per una panoramica sulla stampa periodica italiana e sui giornali illustrati del dopoguerra cfr. F. Contorbia (a cura di), Giornalismo italiano 1939-1968, Milano, Mondadori (I Meridiani), 2009, v. III, pp. XI-LV; U. Lucas, T. Agliani, La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia, Torino, Einaudi, 2015, pp. 159-193; A. Russo, Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno, Torino, Einaudi, 2011, pp. 48-66.
    25 Il 7 giugno 1945 Elio Vittorini informa il fratello Ugo: «I compagni mi hanno messo all’“Unità” come redattore capo» (AP, p. 3).
    26 G.C. Pajetta, Anche un militante, «Il Ponte», XXIX, nn. 7-8, luglio-agosto 1973, p. 1076.
    27 E. Vittorini, Della mia vita fino a oggi, cit., p. 513. Sulle testimonianze dell’autore circa la sua esperienza resistenziale cfr. anche la lettera a Ernest Hemingway del 8 marzo 1948, Milano, AP, pp. 226-227.
    Corinne Pontillo, Il «Politecnico». Progetto e storia di una narrazione visiva, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Catania, Anno Accademico 2017-2018

    #1945 #CorinnePontillo #ElioVittorini #fascisti #guerra #lUnità #Milano #partigiani #Politecnico #Resistenza #tedeschi
  7. Verbania fu liberata il 24 aprile

    Verbania (VCO). Foto: Giovanni Dall’Orto. Fonte: Wikipedia

    La testimonianza di Sandra Gilardelli
    […] Mi parla poi di come passò anche al ruolo di staffetta, in quanto venne incaricata in diversi frangenti di trasportare dei messaggi. Sandra ricorda come in un primo momento si muovesse di soppiatto: ‘Solo di notte o al mattino presto, perché gli altri di questo villaggio erano miei amici, ma non lo sapevo’. In seguito però, venuta a conoscenza di questo dettaglio, prese a spostarsi anche durante il giorno, pur sempre prestando particolare attenzione. Più nel dettaglio, doveva affrontare un viaggio particolarmente rischioso: utilizzando il treno, doveva portare delle buste chiuse – probabilmente contenenti notizie, messaggi e altre informazioni – dal comando di montagna di Premeno fino a quello a valle del CLN di Verbania. Questo viaggio però significava correre dei rischi elevati: “Un giorno sono venuti su i fascisti a fare una perquisizione e han detto “tirate fuori tutto quello che avete nella borsa”, e io ho tirato fuori tutto, ho preso la lettera e l’ho tenuta in mano così (fa il gesto di tenere la lettera sollevata all’altezza della testa). Loro han guardato e han detto “va bene chiudi pure”, io ho preso la lettera e l’ho rimessa dentro. Davanti a me c’era una mia amica, che era una ragazzina minore di me che io però mi portavo sempre dietro per non girare sola, e se l’avessero guardata in faccia avrebbero capito che avevo fatto qualcosa che non andava, perché era pallida, e invece è andata bene” (ridendo).
    Sandra precisa che oltre a questo compito e quello di assistente del medico, realizzò non solo indumenti per i partigiani impegnati nei combattimenti, ma anche delle bende da utilizzare sui feriti, perché le avevano terminate, anche qui con dei modi molto originali: ‘Abbiamo accorciato tutte le lenzuola, ho coinvolto anche le donne di casa, e l’abbiamo fatto bollire e poi ho fatto tutti i pacchettini’. Lei stessa riconosce come non ebbe un compito ben definito nella lotta partigiana e che si trovò ad improvvisare in numerose situazioni: ‘La parola che mi suonava nella testa era arrangiati, questo mi dicevano i miei comandanti’.
    L’episodio della lettera ha attratto la mia attenzione, per cui le domando se in quel periodo di quasi due anni ci fossero stati degli episodi che le erano rimasti impressi. Mi risponde in maniera affermativa, narrandomi un episodio in particolare: ‘C’era da portare una persona che minacciava la peritonite in ospedale, perciò sono andata in ospedale a chiedere, al direttore che era uno del CLN, di mandar su la lettiga, lui mi ha detto “senti la lettiga te la do però io non ho benzina, vai a nome mio dagli Albertini e loro <2 ce l’hanno senz’altro, fatti dare una tanica di benzina”. E io sono andata per entrare in Intra, c’è un torrente e ci sono due ponti, uno in sasso e l’altro in ferro, e io stavo passando da quello in sasso e c’era la guardia fascista, ed era uno della Muti , che era uno dei peggiori. (3 Mi ferma e mi dice “fuori i documenti”, io avevo ancora la carta d’identità che era quella del Re, perché la carta d’identità della Repubblica di Salò non l’avevo fatta, e lui me l’ha stracciata. E questo diceva “ti porto dal mio comandante”. Il comandante della Muti era un essere proprio…e le donne che sono state portate in quella caserma o sono uscite malconce o non sono proprio uscite. Nell’altro ponte c’erano quelli della X Mas, ora la X Mas erano fascisti, però meno feroci di quelli della Muti. E allora un ufficiale della X Mas vede la scena e si avvicina, chiede e il fascistello dice “adesso le sto portando in caserma da noi a parlare con il comandante”. Quello della X Mas dice “no, adesso ci penso io”. Lì hanno litigato, poi quello della X Mas era un ufficiale e quell’altro no, e strada facendo l’ufficiale ci dice “vi porto dal mio comandante”. E strada facendo gli chiedo “perché tu hai fatto questo?”, lui dice “perché ho visto due ragazze che mi hanno ricordato le mie sorelle, e siccome so che il mio comandante è meno feroce del loro”. Infatti ci ha portato dal comandante e quando ha bussato è entrato, io ho visto appoggiate alla scrivania del comandante due ragazze che conoscevo e loro conoscevano me, e mi dico è finita, e invece hanno fatto di non conoscermi e io lo stesso. E questo ragazzo che ci aveva portato dice “queste ragazze hanno bisogno della benzina per un malato”, io avevo detto che venivo da un paese che era a 2 chilometri, non potevo dire che venivo da Pian Nava, perché era il paese dei partigiani. E il comandante diceva “tu conosci queste ragazze?” E questo giovane ufficiale ha detto “Sì, sì, le conosco, rispondo io di loro”. Questa cosa mi ha meravigliato molto’. Sandra ultima questa storia raccontandomi che poi la benzina non tornò più a prenderla e che fortunatamente la peritonite non si verificò, per cui il pericolo era scampato. Infine, aggiunge che al termine del conflitto riuscì, tramite il suo comandante, a rintracciare l’ufficiale membro della X Mas che garantì per lei – lui difatti le aveva rivelato il suo cognome – e riuscirono a farlo liberare di prigione. Devo ammettere che questa storia mi lascia abbastanza sorpreso sul momento, perché poche volte nella storiografia ufficiale si parla di episodi del genere, che fanno riflettere sul fatto che anche nella brutalità del conflitto, vi siano dei momenti di umanità.
    Questa sua esperienza mi porta a domandarle se vi siano stati dei momenti apparentemente difficili che l’abbiano spinta a dei ripensamenti. Ancora una volta la sua risposta è netta: ‘Ripensamenti no, l’unico momento in cui mi sono un po’ spaventata è quando il fascista mi ha detto che mi portava nella sua caserma’. Questo mi ha ulteriormente testimoniato che, nonostante i rischi, la partecipazione alla Resistenza era qualcosa di naturale e inevitabile per lei. Riguardo a questa mia domanda ribadirà un’altra volta di essere stata molto fortunata, un aspetto che è ritornato varie volte durante il suo racconto, considerando comunque che in questi frangenti anche la fortuna giocava un ruolo fondamentale.
    Il nostro discorso si sposta su quello che fu il clima all’interno della Resistenza, in particolare ne approfitto per chiederle com’era il rapporto tra loro partigiani. La sua risposta è ancora una volta molto ampia, che mi offre spunti di riflessione in merito a varie tematiche: ‘Era una cosa che mi sono portata dentro tutta la vita, perché c’era una fratellanza, una… io facevo parte della Brigata Alpina Cesare Battisti, che non aveva colore politico, c’era dentro di tutto, c’erano comunisti, socialisti… tutto, c’era dentro perfino un monarchico. Per cui non ho avuto problemi, eravamo amici e c’era soprattutto un rispetto reciproco che io vorrei trovarlo ancora, adesso che non c’è più’.
    Continuando a percorrere la sua storia, arriviamo alla fine della guerra. Sandra mi spiega che Verbania non fu liberata nel giorno riconosciuto poi come data simbolo della Liberazione, cioè il 25 aprile, bensì il giorno precedente, il 24 aprile. Tuttavia, già nella notte del 23 aprile si percepiva che la fine del conflitto era vicina, in quanto ricorda che i fascisti e i nazisti ormai si stavano ritirando e i suoi compagni partigiani l’avevano avvisata di prepararsi la mattina del 24 aprile per scendere verso Verbania e procedere alla Liberazione della città. Su questa giornata Sandra ricorda: ‘Alla mattina alle otto precise, c’era il trenino che è arrivato a Pian Nava, che si è fermato, lì c’eran su tutti i partigiani, a Pian Nava non si era mai fatto vivo nessuno c’eran fuori tutti, eran tutti partigiani. E io sono salita su questo trenino e mi sono trovata in mano, e questa è una cosa che fa ridere sempre tutti ma è vera, una rosa rossa, che io ho preso, ho tenuto e l’ho ancora adesso, perché l’ho tenuta con me, ma non so chi me l’abbia data’.
    Intuisco molto facilmente dal suo tono di voce l’entusiasmo per la fine della guerra, e anche un velo di commozione nel ricordare quello che fu un momento impresso in maniera indelebile nei suoi ricordi.
    [NOTE]
    2 Un’industria, attiva ancora oggi a Intra, che produce feltro.
    3 Si fa riferimento alla Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, milizia paramilitare attiva tra il 1943 e il 1945 nella Repubblica sociale italiana.
    Luca Buscato, Donne e Resistenza: contributo storico e costruzione della memoria collettiva, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2024-2025

    #1943 #1944 #1945 #alpina #Aprile #brigata #CesareBattisti #fascisti #Intra #LucaBuscato #partigiani #PianNava #provincia #Resistenza #SandraGilardelli #staffetta #tedeschi #Verbania #VerbanoCusioOssola
  8. Verbania fu liberata il 24 aprile

    Verbania (VCO). Foto: Giovanni Dall’Orto. Fonte: Wikipedia

    La testimonianza di Sandra Gilardelli
    […] Mi parla poi di come passò anche al ruolo di staffetta, in quanto venne incaricata in diversi frangenti di trasportare dei messaggi. Sandra ricorda come in un primo momento si muovesse di soppiatto: ‘Solo di notte o al mattino presto, perché gli altri di questo villaggio erano miei amici, ma non lo sapevo’. In seguito però, venuta a conoscenza di questo dettaglio, prese a spostarsi anche durante il giorno, pur sempre prestando particolare attenzione. Più nel dettaglio, doveva affrontare un viaggio particolarmente rischioso: utilizzando il treno, doveva portare delle buste chiuse – probabilmente contenenti notizie, messaggi e altre informazioni – dal comando di montagna di Premeno fino a quello a valle del CLN di Verbania. Questo viaggio però significava correre dei rischi elevati: “Un giorno sono venuti su i fascisti a fare una perquisizione e han detto “tirate fuori tutto quello che avete nella borsa”, e io ho tirato fuori tutto, ho preso la lettera e l’ho tenuta in mano così (fa il gesto di tenere la lettera sollevata all’altezza della testa). Loro han guardato e han detto “va bene chiudi pure”, io ho preso la lettera e l’ho rimessa dentro. Davanti a me c’era una mia amica, che era una ragazzina minore di me che io però mi portavo sempre dietro per non girare sola, e se l’avessero guardata in faccia avrebbero capito che avevo fatto qualcosa che non andava, perché era pallida, e invece è andata bene” (ridendo).
    Sandra precisa che oltre a questo compito e quello di assistente del medico, realizzò non solo indumenti per i partigiani impegnati nei combattimenti, ma anche delle bende da utilizzare sui feriti, perché le avevano terminate, anche qui con dei modi molto originali: ‘Abbiamo accorciato tutte le lenzuola, ho coinvolto anche le donne di casa, e l’abbiamo fatto bollire e poi ho fatto tutti i pacchettini’. Lei stessa riconosce come non ebbe un compito ben definito nella lotta partigiana e che si trovò ad improvvisare in numerose situazioni: ‘La parola che mi suonava nella testa era arrangiati, questo mi dicevano i miei comandanti’.
    L’episodio della lettera ha attratto la mia attenzione, per cui le domando se in quel periodo di quasi due anni ci fossero stati degli episodi che le erano rimasti impressi. Mi risponde in maniera affermativa, narrandomi un episodio in particolare: ‘C’era da portare una persona che minacciava la peritonite in ospedale, perciò sono andata in ospedale a chiedere, al direttore che era uno del CLN, di mandar su la lettiga, lui mi ha detto “senti la lettiga te la do però io non ho benzina, vai a nome mio dagli Albertini e loro <2 ce l’hanno senz’altro, fatti dare una tanica di benzina”. E io sono andata per entrare in Intra, c’è un torrente e ci sono due ponti, uno in sasso e l’altro in ferro, e io stavo passando da quello in sasso e c’era la guardia fascista, ed era uno della Muti , che era uno dei peggiori. ❤ Mi ferma e mi dice “fuori i documenti”, io avevo ancora la carta d’identità che era quella del Re, perché la carta d’identità della Repubblica di Salò non l’avevo fatta, e lui me l’ha stracciata. E questo diceva “ti porto dal mio comandante”. Il comandante della Muti era un essere proprio…e le donne che sono state portate in quella caserma o sono uscite malconce o non sono proprio uscite. Nell’altro ponte c’erano quelli della X Mas, ora la X Mas erano fascisti, però meno feroci di quelli della Muti. E allora un ufficiale della X Mas vede la scena e si avvicina, chiede e il fascistello dice “adesso le sto portando in caserma da noi a parlare con il comandante”. Quello della X Mas dice “no, adesso ci penso io”. Lì hanno litigato, poi quello della X Mas era un ufficiale e quell’altro no, e strada facendo l’ufficiale ci dice “vi porto dal mio comandante”. E strada facendo gli chiedo “perché tu hai fatto questo?”, lui dice “perché ho visto due ragazze che mi hanno ricordato le mie sorelle, e siccome so che il mio comandante è meno feroce del loro”. Infatti ci ha portato dal comandante e quando ha bussato è entrato, io ho visto appoggiate alla scrivania del comandante due ragazze che conoscevo e loro conoscevano me, e mi dico è finita, e invece hanno fatto di non conoscermi e io lo stesso. E questo ragazzo che ci aveva portato dice “queste ragazze hanno bisogno della benzina per un malato”, io avevo detto che venivo da un paese che era a 2 chilometri, non potevo dire che venivo da Pian Nava, perché era il paese dei partigiani. E il comandante diceva “tu conosci queste ragazze?” E questo giovane ufficiale ha detto “Sì, sì, le conosco, rispondo io di loro”. Questa cosa mi ha meravigliato molto’. Sandra ultima questa storia raccontandomi che poi la benzina non tornò più a prenderla e che fortunatamente la peritonite non si verificò, per cui il pericolo era scampato. Infine, aggiunge che al termine del conflitto riuscì, tramite il suo comandante, a rintracciare l’ufficiale membro della X Mas che garantì per lei – lui difatti le aveva rivelato il suo cognome – e riuscirono a farlo liberare di prigione. Devo ammettere che questa storia mi lascia abbastanza sorpreso sul momento, perché poche volte nella storiografia ufficiale si parla di episodi del genere, che fanno riflettere sul fatto che anche nella brutalità del conflitto, vi siano dei momenti di umanità.
    Questa sua esperienza mi porta a domandarle se vi siano stati dei momenti apparentemente difficili che l’abbiano spinta a dei ripensamenti. Ancora una volta la sua risposta è netta: ‘Ripensamenti no, l’unico momento in cui mi sono un po’ spaventata è quando il fascista mi ha detto che mi portava nella sua caserma’. Questo mi ha ulteriormente testimoniato che, nonostante i rischi, la partecipazione alla Resistenza era qualcosa di naturale e inevitabile per lei. Riguardo a questa mia domanda ribadirà un’altra volta di essere stata molto fortunata, un aspetto che è ritornato varie volte durante il suo racconto, considerando comunque che in questi frangenti anche la fortuna giocava un ruolo fondamentale.
    Il nostro discorso si sposta su quello che fu il clima all’interno della Resistenza, in particolare ne approfitto per chiederle com’era il rapporto tra loro partigiani. La sua risposta è ancora una volta molto ampia, che mi offre spunti di riflessione in merito a varie tematiche: ‘Era una cosa che mi sono portata dentro tutta la vita, perché c’era una fratellanza, una… io facevo parte della Brigata Alpina Cesare Battisti, che non aveva colore politico, c’era dentro di tutto, c’erano comunisti, socialisti… tutto, c’era dentro perfino un monarchico. Per cui non ho avuto problemi, eravamo amici e c’era soprattutto un rispetto reciproco che io vorrei trovarlo ancora, adesso che non c’è più’.
    Continuando a percorrere la sua storia, arriviamo alla fine della guerra. Sandra mi spiega che Verbania non fu liberata nel giorno riconosciuto poi come data simbolo della Liberazione, cioè il 25 aprile, bensì il giorno precedente, il 24 aprile. Tuttavia, già nella notte del 23 aprile si percepiva che la fine del conflitto era vicina, in quanto ricorda che i fascisti e i nazisti ormai si stavano ritirando e i suoi compagni partigiani l’avevano avvisata di prepararsi la mattina del 24 aprile per scendere verso Verbania e procedere alla Liberazione della città. Su questa giornata Sandra ricorda: ‘Alla mattina alle otto precise, c’era il trenino che è arrivato a Pian Nava, che si è fermato, lì c’eran su tutti i partigiani, a Pian Nava non si era mai fatto vivo nessuno c’eran fuori tutti, eran tutti partigiani. E io sono salita su questo trenino e mi sono trovata in mano, e questa è una cosa che fa ridere sempre tutti ma è vera, una rosa rossa, che io ho preso, ho tenuto e l’ho ancora adesso, perché l’ho tenuta con me, ma non so chi me l’abbia data’.
    Intuisco molto facilmente dal suo tono di voce l’entusiasmo per la fine della guerra, e anche un velo di commozione nel ricordare quello che fu un momento impresso in maniera indelebile nei suoi ricordi.
    [NOTE]
    2 Un’industria, attiva ancora oggi a Intra, che produce feltro.
    3 Si fa riferimento alla Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, milizia paramilitare attiva tra il 1943 e il 1945 nella Repubblica sociale italiana.
    Luca Buscato, Donne e Resistenza: contributo storico e costruzione della memoria collettiva, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2024-2025

    #1943 #1944 #1945 #alpina #Aprile #brigata #CesareBattisti #fascisti #Intra #LucaBuscato #partigiani #PianNava #provincia #Resistenza #SandraGilardelli #staffetta #tedeschi #Verbania #VerbanoCusioOssola
  9. Gerarchi repubblichini a Torino agli inizi del 1944

    Avevamo lasciato la descrizione della federazione di Torino, alle prese con lo scioglimento della squadra “Muti”, autonomamente gestita dalla “generazione storica” dello squadrismo torinese, con conseguenze luttuose per gli stessi comandanti squadristi. La successiva contrapposizione violenta con le strutture tradizionali dello Stato aveva portato, dopo l’aggressione all’aula del tribunale di Torino all’intervento del capo della provincia Zerbino, che nel novembre del ’43 si era presentato come tutore delle prerogative del suo ufficio. Tra l’inverno e la primavera del ’44, in considerazione della continuazione dei cicli di rastrellamento germanici e fascisti, nella provincia ed in generale in
    Piemonte, Solaro appare come fortemente attivo nel difendere le prerogative del proprio ruolo, anche in relazione alla difesa dell’ordine pubblico, unita, in una provincia che accoglieva più di 200.000 operai al confronto con gli scioperi del marzo del ’44 e con la strategia, ambigua e autonoma, degli industriali della città <489. Abbiamo in tal senso fatto riferimento alla contrapposizione evidente tra Solaro e “suoi” sostenitori in federazione e i settori dirigenziali dell’industria torinese, indirettamente più vicini alla compagine squadristica originaria del PFR torinese, almeno in alcuni dei suoi rappresentanti. Ad essi, i fascisti repubblicani unirono una vemente vis polemica contro l’altro “potere” provinciale e cittadino, la Chiesa, con particolare attenzione alle sue strutture inferiori, viste generalmente come conniventi delle bande partigiane, qualora la parrocchia avesse compreso al suo interno aree effettivamente segnate da un’estesaa presenza ribellistica.
    Come abbiamo visto nel caso di Padova e di Milano, le autorità apicali della gerarchia ecclesiastica tentarono per tutti i 600 giorni di intervenire nei difficoltosi equilibri del policentrismo repubblicano. Un’intromissione che veniva “sdegnosamente” rigettata e contrastata dalla compagine “intransigente” che a Torino faceva capo a Solaro, sin dall’autunno del ’43. Così ad esempio Lorenzo Tealdy, caporedattore e futuro direttore del settimanale della federazione, “La Riscossa”, si esprimeva nei confronti dei parroci della provincia: “La Patria, in quest’ora grave, tragica, dolorante, chiede alla gioventù il tributo delle sue energie (…) c’è la gioventù che brancola nel buio e non sa decidersi (…) se servire la Patria in pericolo, oppure lasciarla allo sbaraglio di chi l’ha tradita (…) La fede che impararono sulle ginocchia materne e nella loro chiesa parrocchiale, ricorda loro: è giunto il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare. Ma poi una, molte voci lo assordano, dicendogli: fuggi, tradisci! (…) Basterebbe a quel momento un’autorevole parola del parroco per scuoterlo, per farlo riflettere (…) Ma il parroco – forse perché spera ancora nella realizzazione di una ripetuta libertà badogliana, dimenticando che durante essa, a rivoli, ingrossatisi a torrente, il bolscevismo si preparava a scendere in Italia e a sommergere la famiglia – tace. Ogni sacerdote che dice ad un giovane: non ti presentare, pone volontariamente “fuori dalla legge” un giovane che disonora sé stesso (…) Sacerdoti di Cristo, la Patria, l’Italia chiama pure voi (…).” <490 Nelle contingenze critiche della prima chiamata dei coscritti della Repubblica, Tealdy – uomo non legato direttamente all’esperienza squadrista, pur essendo nato nel 1897 – interpretava l’atteggiamento attendista o, più semplicemente, legato a dinamiche ed equilibri particolari dell’area parrocchiale dei sacerdoti, come tradimento <491.
    Un atteggiamento che si ripeté a Torino da parte di Solaro, nella primavera successiva, quando il successo dello sciopero rafforzò l’interpretazione di “estraneità” della federazione fascista <492, rispetto alla comunità cittadina e provinciale del Torinese <493. Qui gli arresti furono migliaia ed i deportati più di 400, a differenza di Milano <494. Adduci, riprendendo Chevallard <495, afferma infatti che fu proprio dal marzo del ’44 che la contrapposizione tra cittadinanza e intransigenza fascista si andò a rafforzare; anche a causa delle impressioni di quest’ultima che interpretava l’atteggiamento operaio come puro e semplice tradimento della svolta “sociale” della RSI <496. È in questa fase che nelle dinamiche di potere interne alla provincia, la GNR, comandata dal console Gaetano Spallone, sembrava aderire pienamente all’intransigenza del federale, in contrapposizione diretta con il questore di Torino Rendina, già incontrato, come obiettivo “preferito” degli strali della polemica di Solaro contro l’attendismo e l’a-fascismo provinciale. Il “giovane” commissario federale, al quale spesso venne imputata la mancata partecipazione alla fase squadrista “storica”, ricoprì volontariamente un ruolo segnato dalla partecipazione personale alla repressione dell’antifascismo. All’inizio del febbraio del ’44, fu Solaro a incentivare una repressione dura e spietata rispetto ai comuni della Val Pellice, investiti da un ciclo di rastrellamenti italo-tedeschi, che probabilmente videro la partecipazione anche dei militi di Spallone <497.
    Dal tardo inverno del’44, gli uomini di Solaro si videro tuttavia inseriti in un contrasto sempre più evidente con il capo della provincia Zerbino, caratterizzato dalla competizione tra autorità per quanto riguardava la responsabilità della repressione, come in altri casi già descritti, e le modalità attraverso le quali l’azione antiribellistica doveva esser condotta. Zerbino, già prefetto di Spalato tra 1941 e 1942, inviò la seguente comunicazione a Mussolini, che oltre a riconnettere la “cultura della violenza” e quella propriamente strategico-militare alle azioni di controguerriglia guidate in Dalmazia, introduce le motivazioni che portarono al contrasto con Solaro. “È cosa ben nota che le bande debbano esser combattute da altre “bande”: siam riusciti in Croazia ad opporre (…) i Cetnici (…) ai partigiani <498 (…). Non vi è quindi ragione per non tentare di valersi dello stesso mezzo in Italia, facendo concorrere all’eliminazione del banditismo vero e proprio, elementi che (…) sembrano essere contrari a tutte quelle forme di attività ribellistica che contrastano con gli interessi degli italiani”. <499 La strategia di Zerbino in questa fase andava quindi a conformarsi come all’insegna del compromesso con le cosiddette “bande autonome” slegate cioè dai partiti politici “rossi” e generalmente della sinistra ciellenistica; in tal senso è da notare la piena comprensione dei “partigiani” nella categoria di “anti-nazione” ed in generale di “nemico”, “degli interessi” della patria. Il caso più noto, anche perché vedeva direttamente le forze armate tedesche partecipare alle trattative con i partigiani, fu il tentato abboccamento con le bande del maggiore Enrico Martini, il comandante “Mauri” <500. Nella provincia di Torino, con un progetto che vedeva la “benedizione” del duce per il suo avviamento, paiono esser state portate avanti per alcune settimane anche le negoziazioni con il generale Operti, già incontrato nel paragrafo sulle conseguenze dell’otto settembre. In un appunto inviato a Mussolini il 20 febbraio, Zerbino confermò di aver aderito alla scelta di continuare le trattative, per quanto si lagnasse degli scomposti interventi di altre autorità, nello stesso “affare diplomatico”; in tal senso il prefetto imputava il rallentamento delle negoziazione ad ufficiali della Guardia, incaricati dal sottosegretario Barracu di intervenire nelle trattative <501.
    Una confusione di autorità ed interessi contrapposti che è sostanzialmente una delle peculiari caratteristiche della Repubblica e nella quale la federazione non esitò ad inserirsi. All’intervento diretto e personale in zona di operazioni <502, Solaro unì un contegno particolare, indirizzato da una parte a contrastare l’opposizione “interna” alla propria federazione, dall’altra a porsi in maniera autonoma e con una posizione ben definita nella strategia di repressione del partigianato piemontese e torinese. Solaro in una comunicazione a Tamburini segnala le criticità proprie dell’attività politica del fascismo in provincia, con una forte attenzione al problema della sicurezza delle singole personalità fasciste <503. Pur apprezzando l’opera della GNR e dei camerati germanici, Solaro appare critico verso le impostazioni compromissorie nei confronti delle bande partigiane. Pur non facendo un diretto riferimento alle trattative con Operti o Mauri, nella sua carica di commissario federale e di delegato del PFR per il Piemonte <504, Solaro si diceva fortemente contrario al portare avanti qualsiasi trattativa con i ribelli, soprattutto in un periodo in cui le azioni antifasciste avevano ripreso con forza a colpire le personalità sottoposte al federale <505. Inoltre le trattative con il generale Operti sembrarono in quel momento accrescere a dismisura alcuni traffici illeciti di denaro, sottratto, secondo alcune testimonianze del dopoguerra, alle casse della IV armata, gli ammanchi milionari delle quali probabilmente finirono negli uffici dell’UPI di Torino, guidato dal maggiore Serloreti e dal suo comandante, il colonnello Cabras <506. Solaro fece anche riferimento ad un accordo diretto tra segreteria del PFR e federazione di Torino, sia in relazione alla creazione del battaglione ausiliario, preposto alla difesa dei comuni della provincia più “esposti” all’attività delle bande <507, sia per la sopravvivenza del servizio investigativo del maresciallo Ferraris. In particolar modo tra il febbraio e la fine del marzo del ’44, Solaro appare impegnato nel difendere l’attività dell’ufficio di informazioni federale, guidato da quello che il commissario definiva un “ottimo fascista” di fronte al capo della polizia Tamburini, teoricamente diretto superiore del questore Rendina.
    [NOTE]
    489 AA. VV. La città delle fabbriche, (a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea), 2003, pubblicazione on-line consultabile (in data marzo 22 febbraio 2017) sul sito http://www.istoreto.it/to38-45_industria/pdf/citta_industria.pdf .
    490 Poche parole ai parroci, in “La Riscossa” del 16 dicembre 1943, citato in Adduci, Gli altri, op. cit. p. 164.
    491 Accusa ricambiata con una certa “freddezza” da parte del vescovo Fossati, cfr. Lazzero, Le Brigate nere, op. cit. p. 109, La Resistenza alle porte di Torino, F. Angeli, Milano, 1989, p. 202.
    492 Sul concetto di estraneità, che come vedremo si tramuterà in “alterità” e aperta ostilità contro l’intera popolazione provinciale si rinvia a Adduci, Gli altri, passim.
    493 G. Oliva, La Resistenza… op. cit., pp. 147-156, in particolare, il paragrafo La scoperta della politica.
    494 C. Dellavalle, Lotte operaie, Torino, in Bertolo, E. Brunetta, op. cit. p. 235.
    495 Chevallard, op. cit. pp. 220, l’autore parla di “tradimento” degli operi, interpretato dai fascisti repubblicani, in conseguenza del manifesto rifiuto della Socializzazione d’Impresa.
    496 Adduci, Gli altri, op. cit. p. 179.
    497 Ivi, pp. 165, 166, Chevallard, op. cit. p. 121, mancano tuttavia dati precisi sull’azione e l’effettiva influenza di Solaro sulle 14 fucilazioni finali, a cui si aggiunsero decine di case incendiate nei comuni di Villar e Torre Pellice.
    498 “Partigiani” è in questo senso utilizzato in maniera dispregiativa, come da uso comune, nel Ventennio. Potrebbe essere interessante il fatto che, anche nella schiera dell’antifascismo, almeno in quello democristiano, il termine venga utilizzato con simile significato, Sturzo, da Washington, disse sul finire del marzo del ’45, che sarebbe stato meglio chiamarli patriots piuttosto di partisans, per le loro doti di combattimento e per i loro ideali politici, cfr. relazione dell’OSS su Don Sturzo, residente a Brooklin, New York, del 20 marzo 1945, in NARA Rg. 226, e. A1 106, b. 26, Italy general, records of the NY Secret Intelligence Branch, f. 113.
    499 Relazione s.d. ma dell’inizio di febbraio del ’44, di Zerbino a Mussolini, probabilmente inviata dopo l’incontro del 3 febbraio 1944, a Gargnano tra i due. In ACS, SPD, CR, RSI, b. 8, f. Torino.
    500 Klinkhammer, L’occupazione, op. cit. pp. 386-389, Adduci, Gli altri, op. cit. pp. 153, 154. Nel luglio seguente, il generale Tensfeld fa riferimento ad un’operazione di avvicinamento, tentata da “Mauri” verso le forze nazifasciste, per una sorta di “tregua d’armi” nell’area di Cuneo, nella quale, il maggiore avrebbe ricoperto il ruolo di “tutore dell’ordine”. Tensfeld in proposito vuole evitare di dare eccessiva “importanza” al comandante partigiano, in relazione all’incontro tra Graziani e Tensfeld del 5 luglio 1944, in ACS, SPD, CR, RSI, b. 31, f. 238, sf. 7, Graziani.
    501 Appunto per il duce del 20 febbraio 1944, in NARA, Rg. 226, e. 174, b. 22, f. 151. Le trattative andranno comunque ad essere bloccate successivamente.
    502 Nella zona del generale Raffaele Operti, ad esempio, Solaro figura tra i comandanti di un plotone di esecuzione che portò alla morte di 3 antifascisti a San Maurizio Canavese: probabilmente il reparto, pur facendo riferimento alla GNR, doveva essere formato dai militi del “battaglione ausiliare” della Guardia, sorto dopo lo scioglimento della “Muti”, cfr. http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1039 , visitato il 5 giugno 1917. Solaro avrebbe guidato alcune azioni in provincia anche dopo il marzo del ’44, cfr. comunicazione di Solaro a Olo Nunzi della segreteria di Pavolini del 24 maggio 1944, in ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3, doc. cit.
    503 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3.
    504 Solaro fu investito del ruolo il 10 aprile 1944, cfr. Adduci, Gli altri, op. cit. p. 203.
    505 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3. Doc. cit. punto 5°.
    506 Allegra, op. cit. pp. 158-161, in riferimento al doppiogiochista Bernocco, definiti dalla CAS di Torino “intimo di Serloreti”.
    507 La stessa GNR in questo periodo soffre deficit gravi di organico come attestato nella comunicazione al prefetto Zerbino del generale Raffaele Castriota, Ispettore regionale della Guardia, che il 7 aprile 1944, riferisce l’impossibilità di collocare un distaccamento a Ciriè, in ASTO, G. P. b. 148/1, f. 2402 Elenco Ufficiali o militari presentatisi, 1944.
    Jacopo Calussi, Fascismo repubblicano e violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, 2018

    #1943 #1944 #autonomi #autunno #EnricoMartini #fascisti #febbraio #federazione #GaetanoSpallone #GiuseppeSolaro #GNR #industriali #JacopoCalussi #marzo #Mauri #operai #PaoloZerbino #partigiani #Pfr #Piemonte #repressione #repubblichini #RSI #sciopero #tedeschi #Torino
  10. Gerarchi repubblichini a Torino agli inizi del 1944

    Avevamo lasciato la descrizione della federazione di Torino, alle prese con lo scioglimento della squadra “Muti”, autonomamente gestita dalla “generazione storica” dello squadrismo torinese, con conseguenze luttuose per gli stessi comandanti squadristi. La successiva contrapposizione violenta con le strutture tradizionali dello Stato aveva portato, dopo l’aggressione all’aula del tribunale di Torino all’intervento del capo della provincia Zerbino, che nel novembre del ’43 si era presentato come tutore delle prerogative del suo ufficio. Tra l’inverno e la primavera del ’44, in considerazione della continuazione dei cicli di rastrellamento germanici e fascisti, nella provincia ed in generale in
    Piemonte, Solaro appare come fortemente attivo nel difendere le prerogative del proprio ruolo, anche in relazione alla difesa dell’ordine pubblico, unita, in una provincia che accoglieva più di 200.000 operai al confronto con gli scioperi del marzo del ’44 e con la strategia, ambigua e autonoma, degli industriali della città <489. Abbiamo in tal senso fatto riferimento alla contrapposizione evidente tra Solaro e “suoi” sostenitori in federazione e i settori dirigenziali dell’industria torinese, indirettamente più vicini alla compagine squadristica originaria del PFR torinese, almeno in alcuni dei suoi rappresentanti. Ad essi, i fascisti repubblicani unirono una vemente vis polemica contro l’altro “potere” provinciale e cittadino, la Chiesa, con particolare attenzione alle sue strutture inferiori, viste generalmente come conniventi delle bande partigiane, qualora la parrocchia avesse compreso al suo interno aree effettivamente segnate da un’estesaa presenza ribellistica.
    Come abbiamo visto nel caso di Padova e di Milano, le autorità apicali della gerarchia ecclesiastica tentarono per tutti i 600 giorni di intervenire nei difficoltosi equilibri del policentrismo repubblicano. Un’intromissione che veniva “sdegnosamente” rigettata e contrastata dalla compagine “intransigente” che a Torino faceva capo a Solaro, sin dall’autunno del ’43. Così ad esempio Lorenzo Tealdy, caporedattore e futuro direttore del settimanale della federazione, “La Riscossa”, si esprimeva nei confronti dei parroci della provincia: “La Patria, in quest’ora grave, tragica, dolorante, chiede alla gioventù il tributo delle sue energie (…) c’è la gioventù che brancola nel buio e non sa decidersi (…) se servire la Patria in pericolo, oppure lasciarla allo sbaraglio di chi l’ha tradita (…) La fede che impararono sulle ginocchia materne e nella loro chiesa parrocchiale, ricorda loro: è giunto il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare. Ma poi una, molte voci lo assordano, dicendogli: fuggi, tradisci! (…) Basterebbe a quel momento un’autorevole parola del parroco per scuoterlo, per farlo riflettere (…) Ma il parroco – forse perché spera ancora nella realizzazione di una ripetuta libertà badogliana, dimenticando che durante essa, a rivoli, ingrossatisi a torrente, il bolscevismo si preparava a scendere in Italia e a sommergere la famiglia – tace. Ogni sacerdote che dice ad un giovane: non ti presentare, pone volontariamente “fuori dalla legge” un giovane che disonora sé stesso (…) Sacerdoti di Cristo, la Patria, l’Italia chiama pure voi (…).” <490 Nelle contingenze critiche della prima chiamata dei coscritti della Repubblica, Tealdy – uomo non legato direttamente all’esperienza squadrista, pur essendo nato nel 1897 – interpretava l’atteggiamento attendista o, più semplicemente, legato a dinamiche ed equilibri particolari dell’area parrocchiale dei sacerdoti, come tradimento <491.
    Un atteggiamento che si ripeté a Torino da parte di Solaro, nella primavera successiva, quando il successo dello sciopero rafforzò l’interpretazione di “estraneità” della federazione fascista <492, rispetto alla comunità cittadina e provinciale del Torinese <493. Qui gli arresti furono migliaia ed i deportati più di 400, a differenza di Milano <494. Adduci, riprendendo Chevallard <495, afferma infatti che fu proprio dal marzo del ’44 che la contrapposizione tra cittadinanza e intransigenza fascista si andò a rafforzare; anche a causa delle impressioni di quest’ultima che interpretava l’atteggiamento operaio come puro e semplice tradimento della svolta “sociale” della RSI <496. È in questa fase che nelle dinamiche di potere interne alla provincia, la GNR, comandata dal console Gaetano Spallone, sembrava aderire pienamente all’intransigenza del federale, in contrapposizione diretta con il questore di Torino Rendina, già incontrato, come obiettivo “preferito” degli strali della polemica di Solaro contro l’attendismo e l’a-fascismo provinciale. Il “giovane” commissario federale, al quale spesso venne imputata la mancata partecipazione alla fase squadrista “storica”, ricoprì volontariamente un ruolo segnato dalla partecipazione personale alla repressione dell’antifascismo. All’inizio del febbraio del ’44, fu Solaro a incentivare una repressione dura e spietata rispetto ai comuni della Val Pellice, investiti da un ciclo di rastrellamenti italo-tedeschi, che probabilmente videro la partecipazione anche dei militi di Spallone <497.
    Dal tardo inverno del’44, gli uomini di Solaro si videro tuttavia inseriti in un contrasto sempre più evidente con il capo della provincia Zerbino, caratterizzato dalla competizione tra autorità per quanto riguardava la responsabilità della repressione, come in altri casi già descritti, e le modalità attraverso le quali l’azione antiribellistica doveva esser condotta. Zerbino, già prefetto di Spalato tra 1941 e 1942, inviò la seguente comunicazione a Mussolini, che oltre a riconnettere la “cultura della violenza” e quella propriamente strategico-militare alle azioni di controguerriglia guidate in Dalmazia, introduce le motivazioni che portarono al contrasto con Solaro. “È cosa ben nota che le bande debbano esser combattute da altre “bande”: siam riusciti in Croazia ad opporre (…) i Cetnici (…) ai partigiani <498 (…). Non vi è quindi ragione per non tentare di valersi dello stesso mezzo in Italia, facendo concorrere all’eliminazione del banditismo vero e proprio, elementi che (…) sembrano essere contrari a tutte quelle forme di attività ribellistica che contrastano con gli interessi degli italiani”. <499 La strategia di Zerbino in questa fase andava quindi a conformarsi come all’insegna del compromesso con le cosiddette “bande autonome” slegate cioè dai partiti politici “rossi” e generalmente della sinistra ciellenistica; in tal senso è da notare la piena comprensione dei “partigiani” nella categoria di “anti-nazione” ed in generale di “nemico”, “degli interessi” della patria. Il caso più noto, anche perché vedeva direttamente le forze armate tedesche partecipare alle trattative con i partigiani, fu il tentato abboccamento con le bande del maggiore Enrico Martini, il comandante “Mauri” <500. Nella provincia di Torino, con un progetto che vedeva la “benedizione” del duce per il suo avviamento, paiono esser state portate avanti per alcune settimane anche le negoziazioni con il generale Operti, già incontrato nel paragrafo sulle conseguenze dell’otto settembre. In un appunto inviato a Mussolini il 20 febbraio, Zerbino confermò di aver aderito alla scelta di continuare le trattative, per quanto si lagnasse degli scomposti interventi di altre autorità, nello stesso “affare diplomatico”; in tal senso il prefetto imputava il rallentamento delle negoziazione ad ufficiali della Guardia, incaricati dal sottosegretario Barracu di intervenire nelle trattative <501.
    Una confusione di autorità ed interessi contrapposti che è sostanzialmente una delle peculiari caratteristiche della Repubblica e nella quale la federazione non esitò ad inserirsi. All’intervento diretto e personale in zona di operazioni <502, Solaro unì un contegno particolare, indirizzato da una parte a contrastare l’opposizione “interna” alla propria federazione, dall’altra a porsi in maniera autonoma e con una posizione ben definita nella strategia di repressione del partigianato piemontese e torinese. Solaro in una comunicazione a Tamburini segnala le criticità proprie dell’attività politica del fascismo in provincia, con una forte attenzione al problema della sicurezza delle singole personalità fasciste <503. Pur apprezzando l’opera della GNR e dei camerati germanici, Solaro appare critico verso le impostazioni compromissorie nei confronti delle bande partigiane. Pur non facendo un diretto riferimento alle trattative con Operti o Mauri, nella sua carica di commissario federale e di delegato del PFR per il Piemonte <504, Solaro si diceva fortemente contrario al portare avanti qualsiasi trattativa con i ribelli, soprattutto in un periodo in cui le azioni antifasciste avevano ripreso con forza a colpire le personalità sottoposte al federale <505. Inoltre le trattative con il generale Operti sembrarono in quel momento accrescere a dismisura alcuni traffici illeciti di denaro, sottratto, secondo alcune testimonianze del dopoguerra, alle casse della IV armata, gli ammanchi milionari delle quali probabilmente finirono negli uffici dell’UPI di Torino, guidato dal maggiore Serloreti e dal suo comandante, il colonnello Cabras <506. Solaro fece anche riferimento ad un accordo diretto tra segreteria del PFR e federazione di Torino, sia in relazione alla creazione del battaglione ausiliario, preposto alla difesa dei comuni della provincia più “esposti” all’attività delle bande <507, sia per la sopravvivenza del servizio investigativo del maresciallo Ferraris. In particolar modo tra il febbraio e la fine del marzo del ’44, Solaro appare impegnato nel difendere l’attività dell’ufficio di informazioni federale, guidato da quello che il commissario definiva un “ottimo fascista” di fronte al capo della polizia Tamburini, teoricamente diretto superiore del questore Rendina.
    [NOTE]
    489 AA. VV. La città delle fabbriche, (a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea), 2003, pubblicazione on-line consultabile (in data marzo 22 febbraio 2017) sul sito http://www.istoreto.it/to38-45_industria/pdf/citta_industria.pdf .
    490 Poche parole ai parroci, in “La Riscossa” del 16 dicembre 1943, citato in Adduci, Gli altri, op. cit. p. 164.
    491 Accusa ricambiata con una certa “freddezza” da parte del vescovo Fossati, cfr. Lazzero, Le Brigate nere, op. cit. p. 109, La Resistenza alle porte di Torino, F. Angeli, Milano, 1989, p. 202.
    492 Sul concetto di estraneità, che come vedremo si tramuterà in “alterità” e aperta ostilità contro l’intera popolazione provinciale si rinvia a Adduci, Gli altri, passim.
    493 G. Oliva, La Resistenza… op. cit., pp. 147-156, in particolare, il paragrafo La scoperta della politica.
    494 C. Dellavalle, Lotte operaie, Torino, in Bertolo, E. Brunetta, op. cit. p. 235.
    495 Chevallard, op. cit. pp. 220, l’autore parla di “tradimento” degli operi, interpretato dai fascisti repubblicani, in conseguenza del manifesto rifiuto della Socializzazione d’Impresa.
    496 Adduci, Gli altri, op. cit. p. 179.
    497 Ivi, pp. 165, 166, Chevallard, op. cit. p. 121, mancano tuttavia dati precisi sull’azione e l’effettiva influenza di Solaro sulle 14 fucilazioni finali, a cui si aggiunsero decine di case incendiate nei comuni di Villar e Torre Pellice.
    498 “Partigiani” è in questo senso utilizzato in maniera dispregiativa, come da uso comune, nel Ventennio. Potrebbe essere interessante il fatto che, anche nella schiera dell’antifascismo, almeno in quello democristiano, il termine venga utilizzato con simile significato, Sturzo, da Washington, disse sul finire del marzo del ’45, che sarebbe stato meglio chiamarli patriots piuttosto di partisans, per le loro doti di combattimento e per i loro ideali politici, cfr. relazione dell’OSS su Don Sturzo, residente a Brooklin, New York, del 20 marzo 1945, in NARA Rg. 226, e. A1 106, b. 26, Italy general, records of the NY Secret Intelligence Branch, f. 113.
    499 Relazione s.d. ma dell’inizio di febbraio del ’44, di Zerbino a Mussolini, probabilmente inviata dopo l’incontro del 3 febbraio 1944, a Gargnano tra i due. In ACS, SPD, CR, RSI, b. 8, f. Torino.
    500 Klinkhammer, L’occupazione, op. cit. pp. 386-389, Adduci, Gli altri, op. cit. pp. 153, 154. Nel luglio seguente, il generale Tensfeld fa riferimento ad un’operazione di avvicinamento, tentata da “Mauri” verso le forze nazifasciste, per una sorta di “tregua d’armi” nell’area di Cuneo, nella quale, il maggiore avrebbe ricoperto il ruolo di “tutore dell’ordine”. Tensfeld in proposito vuole evitare di dare eccessiva “importanza” al comandante partigiano, in relazione all’incontro tra Graziani e Tensfeld del 5 luglio 1944, in ACS, SPD, CR, RSI, b. 31, f. 238, sf. 7, Graziani.
    501 Appunto per il duce del 20 febbraio 1944, in NARA, Rg. 226, e. 174, b. 22, f. 151. Le trattative andranno comunque ad essere bloccate successivamente.
    502 Nella zona del generale Raffaele Operti, ad esempio, Solaro figura tra i comandanti di un plotone di esecuzione che portò alla morte di 3 antifascisti a San Maurizio Canavese: probabilmente il reparto, pur facendo riferimento alla GNR, doveva essere formato dai militi del “battaglione ausiliare” della Guardia, sorto dopo lo scioglimento della “Muti”, cfr. http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1039 , visitato il 5 giugno 1917. Solaro avrebbe guidato alcune azioni in provincia anche dopo il marzo del ’44, cfr. comunicazione di Solaro a Olo Nunzi della segreteria di Pavolini del 24 maggio 1944, in ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3, doc. cit.
    503 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3.
    504 Solaro fu investito del ruolo il 10 aprile 1944, cfr. Adduci, Gli altri, op. cit. p. 203.
    505 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3. Doc. cit. punto 5°.
    506 Allegra, op. cit. pp. 158-161, in riferimento al doppiogiochista Bernocco, definiti dalla CAS di Torino “intimo di Serloreti”.
    507 La stessa GNR in questo periodo soffre deficit gravi di organico come attestato nella comunicazione al prefetto Zerbino del generale Raffaele Castriota, Ispettore regionale della Guardia, che il 7 aprile 1944, riferisce l’impossibilità di collocare un distaccamento a Ciriè, in ASTO, G. P. b. 148/1, f. 2402 Elenco Ufficiali o militari presentatisi, 1944.
    Jacopo Calussi, Fascismo repubblicano e violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, 2018

    #1943 #1944 #autonomi #autunno #EnricoMartini #fascisti #febbraio #federazione #GaetanoSpallone #GiuseppeSolaro #GNR #industriali #JacopoCalussi #marzo #Mauri #operai #PaoloZerbino #partigiani #Pfr #Piemonte #repressione #repubblichini #RSI #sciopero #tedeschi #Torino
  11. RE: mastodon.uno/@valeriorenzi/116

    Una sala piena di gente normale (fosse ancora vivo il mi' poro zio Giovanni di Montecatini, fiero carabiniere di destra eppur brava persona, son sicura sarebbe andato anche lui) che ascolta rapita, e anche un po' annoiata che qui è tutto normale ormai, come deportare la gente solo per il colore di pelle o il cognome sia la soluzione per tornare ai bei tempi che (mai) furono.
    #vannacci #remigrazione #fascisti #politica @attualita

  12. RE: mastodon.uno/@valeriorenzi/116

    Una sala piena di gente normale (fosse ancora vivo il mi' poro zio Giovanni di Montecatini, fiero carabiniere di destra eppur brava persona, son sicura sarebbe andato anche lui) che ascolta rapita, e anche un po' annoiata che qui è tutto normale ormai, come deportare la gente solo per il colore di pelle o il cognome sia la soluzione per tornare ai bei tempi che (mai) furono.
    #vannacci #remigrazione #fascisti #politica @attualita

  13. RE: mastodon.uno/@valeriorenzi/116

    Una sala piena di gente normale (fosse ancora vivo il mi' poro zio Giovanni di Montecatini, fiero carabiniere di destra eppur brava persona, son sicura sarebbe andato anche lui) che ascolta rapita, e anche un po' annoiata che qui è tutto normale ormai, come deportare la gente solo per il colore di pelle o il cognome sia la soluzione per tornare ai bei tempi che (mai) furono.
    #vannacci #remigrazione #fascisti #politica @attualita

  14. RE: mastodon.uno/@valeriorenzi/116

    Una sala piena di gente normale (fosse ancora vivo il mi' poro zio Giovanni di Montecatini, fiero carabiniere di destra eppur brava persona, son sicura sarebbe andato anche lui) che ascolta rapita, e anche un po' annoiata che qui è tutto normale ormai, come deportare la gente solo per il colore di pelle o il cognome sia la soluzione per tornare ai bei tempi che (mai) furono.
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  15. RE: mastodon.uno/@valeriorenzi/116

    Una sala piena di gente normale (fosse ancora vivo il mi' poro zio Giovanni di Montecatini, fiero carabiniere di destra eppur brava persona, son sicura sarebbe andato anche lui) che ascolta rapita, e anche un po' annoiata che qui è tutto normale ormai, come deportare la gente solo per il colore di pelle o il cognome sia la soluzione per tornare ai bei tempi che (mai) furono.
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  16. POST SERIO.
    STIAMO ANDANDO DI BENE IN MEGLIO,
    POI GIUDICATE VOI.
    Non siamo arrabbiati abbastanza.
    Quest'uomo è passato dall'abusare bambini insieme all' altro compare Jeff a estinguere le etnie.
    Diciamo che non siamo proprio al sicuro, eh.
    #lamiapersonaleopinione
    #truth
    #america
    #fascisti

  17. CW: Politica

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  20. Virginia Tonelli, partigiana friulana, martire della Resistenza, medaglia d’oro alla memoria

    La prima biografia riguardante la lotta partigiana nella Destra Tagliamento è un’opera di Mario Lizzero, uno dei più importanti dirigenti politici della sinistra friulana, che fu commissario di tutte le formazioni partigiane garibaldine del Friuli, dedicata alla figura di Virginia Tonelli “Luisa” <172. Questo testo narra la vita di Virginia Tonelli dalla nascita fino alla morte nella risiera di S. Sabba, campo di sterminio nazista, situato a Trieste.
    Virginia Tonelli, nata a Castelnuovo nel 1903, dopo l’adolescenza trascorsa nel paese nativo, si trasferisce per lavoro a Venezia, dove svolge la professione d’infermiera in un ospedale per bambini handicappati. Nel 1933 emigra in Francia, dove rimane fino al 1943; dal ritorno in Italia entra nella Resistenza organizzando i Gruppi di Difesa della Donna, gruppi di donne che supportano i partigiani, con mansioni sanitarie e di propaganda, oltre a curare i collegamenti fra i vari reparti partigiani. “Luisa” è attiva nella lotta di liberazione, fino al suo arresto, a Trieste nel settembre 1944; dopo la carcerazione nel carcere triestino fu trasferita alla risiera di S. Sabba dove fu uccisa il 29 settembre 1944.
    Il racconto della vita di Virginia Tonelli comincia dalla descrizione della sua famiglia e della situazione economica della stessa. L’autore afferma che dopo lo scoppio della prima guerra mondiale in Friuli era quasi impossibile trovare cibo e quindi la famiglia Tonelli dovette affrontare lunghi viaggi per il proprio sostentamento; secondo Lizzero le fatiche dell’infanzia lasciarono tracce, sia nel fisico sia nella formazione morale di “Luisa” <173. L’autore descrive, in uno dei primi capitoli del testo, l’antifascismo a Castelnuovo e nella zona dello spilimberghese, citando gli antifascisti condannati dal tribunale speciale. Questa parte del testo è utile per capire l’ambiente in cui è cresciuta Virginia Tonelli e l’influenza che ebbe nella sua scelta resistenziale <174. Mario Lizzero ricostruisce attentamente gli anni in cui “Luisa” visse in Francia, descrivendolo come un periodo di difficoltà economiche e di intensa attività politica <175. La fonte principale usata dall’autore per raccontare il periodo trascorso da Virginia Tonelli in Francia è un volume scritto da G. Pajetta sull’emigrazione antifascista in Francia, “Douce France”, nel quale sono citati molti esponenti del PCI che entrarono in contatto con “Luisa”. Nel testo per chiarire ulteriormente il ruolo svolto da Virginia Tonelli in Francia è riportata una testimonianza di Ange Onesti, membro dello stato maggiore dei Franc Tireurs Partisans, organizzazione attiva in Francia in azioni di sabotaggio e guerriglia, che la conobbe a Tolone, il quale afferma che essa svolse attività molteplici nella regione in cui abitava: partecipava al trasporto delle armi e munizioni usate dalla Resistenza francese e inoltre partecipava all’attività politica delle donne e dirigeva l’opera di solidarietà verso i compagni incarcerati. <176
    Nella seconda parte del testo è raccontato il periodo in cui Virginia Tonelli operò nella Resistenza italiana, dal suo rientro in Italia nel maggio 1943 fino all’arresto nel settembre 1944; l’autore descrive la sua attività di staffetta fra il comando garibaldino del monte Ciaurlec, nelle Prealpi della Destra Tagliamento, e la federazione friulana del PCI e all’interno dei Gruppi di Difesa della Donna e inoltre riporta ricordi di partigiane che la conobbero, le quali testimoniano il suo impegno e le sue qualità <177. Nell’ultima parte del testo Mario Lizzero parla della Risiera di S. Sabba, luogo in cui morì “Luisa”, spiegando le motivazioni che portarono alla creazione di un campo di sterminio a Trieste e facendo una stima delle persone che vi furono uccise <178. In appendice al testo sono riportate le motivazioni che portarono alla concessione della medaglia d’oro alla memoria a Virginia Tonelli e i versi del poeta Tito Maniacco presenti sulla sua lapide <179.
    Dedicato alla figura di “Luisa” è anche un volume scritto nel 2000 da Ines Domenicali, ricercatrice dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di liberazione, nel quale la storia di Virginia Tonelli, come affermato dall’autrice, è inserita nel contesto più ampio della partecipazione femminile al movimento resistenziale friulano <180; nella presentazione del testo, l’allora assessore alla cultura del comune di Pordenone, Luigi Gandi, afferma che quest’opera vuole essere un riconoscimento alle donne che con le loro azioni contribuirono alla conquista di diritti e valori che hanno fondato la Repubblica Italiana <181. Nilde Jotti, nella prefazione, oltre a parlare delle particolari difficoltà che vi furono nella Resistenza friulana, dovute all’annessione del Friuli al Reich, si sofferma sull’importanza dell’apporto delle donne nella Resistenza: inoltre afferma che la lotta di liberazione fu un movimento di popolo che unì ceti e classi prima di allora divisi, facendo in modo che uomini e donne di idee diverse si confrontassero <182. L’autrice, nel primo capitolo, racconta gli anni trascorsi da Virginia Tonelli a Castelnuovo, descrivendo la situazione sociale nel paese dopo la nascita del fascismo e lo svilupparsi del movimento antifascista e inoltre vi è un quadro più generale della situazione nella Destra Tagliamento e sono analizzati alcuni episodi di resistenza al fascismo nel pordenonese <183. Nel testo è descritto il periodo passato da Luisa in Francia, analizzando la sua attività nella Resistenza francese, e si accenna alla situazione politica in Francia dopo l’occupazione di parte del paese a opera dell’esercito tedesco <184. La parte più dettagliata del testo riguarda il periodo che va dal rientro in Italia di Virginia Tonelli, alla fine del 1942, fino al suo arresto nel settembre 1944. L’autrice descrive l’evolversi della situazione nella lotta di liberazione nella Destra Tagliamento e al contempo analizza l’opera compiuta da Virginia Tonelli nel curare i collegamenti fra i reparti partigiani e nel coordinare le donne necessarie come apporto al movimento partigiano. <185
    Nel capitolo finale del testo, l’autrice parla degli ultimi giorni della vita di “Luisa”, raccontando come fu arrestata e successivamente uccisa nel campo di sterminio della Risiera di S. Sabba; l’autrice afferma che Virginia Tonelli fu determinata nel percorrere una scelta di vita maturata da ragazza <186. In appendice sono riportati documenti riguardanti l’attività di Virginia Tonelli e un elenco di donne, della provincia di Udine e dell’odierna provincia di Pordenone, cadute durante la lotta partigiana <187.
    [NOTE]
    172 MARIO LIZZERO, Virginia Tonelli “Luisa”. Partigiana, a cura del comitato regionale dell’A.N.P.I. del Friuli Venezia Giulia, Tricesimo, 1972.
    173 Ivi, pp. 8-9
    174 Ivi, p. 13-17
    175 Ivi, pp. 18-23
    176 Ivi, pp. 23
    177 Ivi, pp. 25- 39
    178 I) vi, pp. 44-49
    179 Ivi, p. 55
    180 INES DOMENICALI, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Il Poligrafo, Padova, 2000
    181 Ivi, p. 7
    182 Ivi, pp. 9-10
    183 Ivi, pp.25-42
    184 Ivi, pp. 36-42
    185 Ivi, p. 65
    186 Ivi, pp. 91-95
    187 Ivi, p. 91-95
    Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

    Se Natalia Beltrame in Italia rimane staccata dall’organizzazione, Virginia Tonelli, di Castelnuovo del Friuli, passa per l’esperienza dell’emigrazione in Francia, dove entra nell’apparato del Pcd’i e partecipa alla resistenza francese. Rientrata in Italia nel 1942 per incarico del partito, è una delle organizzatrici della Resistenza friulana, con Regina Franceschino. Arrestata nell’estate 1944 durante una missione a Trieste, scompare nel lager nazista della Risiera di San Sabba <218.
    [NOTA]
    218 LIZZERO, Mario, Virginia Tonelli “Luisa” partigiana, Tricesimo, Comitato Regionale Anpi Friuli-Venezia Giulia, 1972; DOMENICALI, Ines, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Padova, Il Poligrafo, 2000. Sulla funzione dirigente di Tonelli e Franceschino nella Resistenza, cfr. la testimonianza di Rosina Cantoni in: TESSITORI, Luigi, I ricordi di Giulia, cit.
    Gian Luigi Bettoli, Novecento friulano antagonista. Genesi e sviluppo di un movimento operaio di frontiera: dal primo al secondo dopoguerra, Friuli Occidentale. La storia, le storie, Pordenone, 2006

    #1943 #1944 #AndreaBortolin #CastelnuovoDelFriuliPN #destra #donna #esecuzione #fascisti #Francia #ftp #GianLuigiBettoli #guerra #Luisa #MarioLizzero #medaglia #oro #partigiani #Pordenone #provincia #Resistenza #RisieraSanSabba #settembre #Spilimbergo #staffetta #Tagliamento #tedeschi #Tolone #Trieste #VirginiaTonelli
  21. Donne tra guerra totale, guerra civile e occupazione tedesca

    A partire dalla pubblicazione di “Una guerra civile” di Pavone, come si è già ricordato, si è aperto in Italia un interessante dibattito che riguardava la possibilità o meno di definire la Repubblica sociale italiana un regime collaborazionista. Pavone, com’è noto, ha ribadito che per la Rsi tale categoria non è del tutto adatta. Egli ha ritenuto infatti che si possa parlare di regimi collaborazionisti per quei governi creati e asserviti all’occupante tedesco, fondati sui fascismi locali che da soli non avevano avuto la forza di prendere il potere. Per l’Italia invece, dove il fascismo aveva conquistato e mantenuto il potere per un ventennio, la parte finale di quell’esperienza, non poteva considerarsi, secondo Pavone, un mero collaborazionismo <150. Marco Palla, durante il convegno Bellunese del 1988, criticava invece l’utilizzo, a suo avviso generalista, della categoria di guerra civile, fuorviante per il caso italiano, ritenendo invece più utile analizzare il periodo 1943-1945 in Italia sotto la lente della categoria di collaborazionismo, che avrebbe permesso, secondo lo studioso, anche un approccio comparativo con le altre esperienze europee <151. Mi sembra utile, per sviluppare il dibattito, inserire la distinzione tra relazioni italo-italiane e quelle italo-tedesche, prendendo a prestito la distinzione che Stanley Hoffmann suggerisce per il caso francese tra relazioni franco-francesi e quelle franco-tedesche <152. Se le relazioni italo-italiane riconducono maggiormente alla categoria di guerra civile, le seconde invece rinviano alla collaborazione con le forze occupanti. Personalmente ritengo però che per comprendere la vicenda della Rsi e dei e delle fasciste repubblicane non possa essere utilizzata un’unica categoria di analisi ma, allineandomi con gli studi degli ultimi vent’anni sulla guerra in Italia, ritengo piuttosto che debbano esserne prese in considerazione diverse – quelle di guerra totale, di guerra civile, di lotta per la sopravvivenza, di occupazione tedesca, di guerra ai civili, di guerra alle donne, e anche, come vedremo, di guerra tra i generi – che da sole non esauriscono il fenomeno, ma che insieme contribuiscono a spiegarlo e a renderne la complessità. Pur utilizzando dunque il termine “collaborazionismo”, si deve precisare che non si vuole compiere una trasposizione automatica di un capo di reato in categoria storiografica. Piuttosto il suo utilizzo rimanda a una definizione di comodo, che riunisca sotto un’unica etichetta una serie di profili ed esperienze che risultano essere, come vedremo, molto diverse tra loro.
    Se infatti i processi per collaborazionismo da una parte descrivono le scelte delle fasciste repubblicane, ideologicamente convinte, mosse dalla volontà di sostenere la linea politica e militare dei tedeschi, d’altra parte essi evidenziano soprattutto l’esperienza delle donne per così dire “comuni” e della popolazione durante la guerra. Una guerra che ebbe i caratteri totali in cui vennero meno i confini tra dentro e fuori, tra pubblico e privato, e dunque comportò il coinvolgimento diretto dei e delle civili nelle dinamiche belliche, provocandone spesso una scelta di parte <153. Emerge quindi, dall’analisi dei fascicoli processuali, una sorta di storia della società in guerra, in cui possono essere analizzati i comportamenti delle donne, le loro scelte di campo quotidiane, le relazioni che intesserono con i protagonisti della guerra, dettate dalla fede alla religione civile a cui erano state educate per vent’anni, ma anche dalle contingenze della guerra, dalla paura, dall’opportunismo, dalla volontà di sopravvivere o di arricchirsi, dall’aderenza o dalla ribellione ai contesti familiari.
    Dalla lettura delle carte processuali sono quindi emerse esperienze diversificate rispetto allo stereotipo dell’ausiliaria delineato nel capitolo precedente. Innanzitutto bisogna sottolineare che la stessa categoria delle ausiliarie risulta ben più sfaccettata e complessa rispetto all’immagine restituita dal regolamento del Saf [Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana] e dalla pubblicistica saloina, e si possono individuare casi di quelle ausiliarie che non si limitarono alle mansioni previste ufficialmente. Come già ricordato precedentemente, nonostante gli sforzi delle istituzioni della Rsi di normalizzarne le attività, le ausiliarie chiesero e spesso ricoprirono ruoli diversi da quelli previsti dal Regolamento, limitate all’ambito dell’assistenza, della propaganda, delle mansioni di ufficio. Molte, come vedremo nei paragrafi successivi, pur vestendo la divisa da ausiliaria, fecero parte dei sistemi informativi tedeschi o vennero arruolate negli Uffici politici investigativi; altre affiancarono alle mansioni ufficiali un’attività delatoria più o meno consapevole; altre ancora chiesero e ottennero di essere arruolate in prima linea, di imbracciare le armi, partecipando a rastrellamenti o assistendo a interrogatori negli uffici di brigate nere e di altri corpi della Rsi impiegati nella lotta antipartigiana.
    Dai documenti emergono poi, oltre alle esperienze delle ausiliarie, atteggiamenti di “collaborazione” con il nemico, tedeschi occupanti o fascisti repubblicani, che si discostano e niente hanno a che vedere col Saf che, come ricorda Maura Firmani, “non può essere rappresentativo di tutta la militanza femminile” <154. Se si guarda infatti oltre il Saf e lo stereotipo dell’ausiliaria, si possono scorgere profili diversi: quelli delle delatrici, definizione che a sua volta, come vedremo, apre a profili distinti; quelli che Dianella Gagliani ha chiamato delle “irregolari”, rastrellatrici e torturatrici; quelli delle donne che collaborarono per fini economici o quelli di coloro che si avvicinarono al nemico “per amore” o per motivi privati legati alla sopravvivenza e alla vita quotidiana durante la guerra.
    Le istituzioni della Rsi, nonostante gli sforzi di centralizzazione, furono incapaci di controllare la periferia, e dunque nelle realtà locali proliferarono fenomeni ed esperienze diverse, non autorizzate ufficialmente dal regime anche se spesso celatamente tollerate. La storia della Rsi infatti non è solo la storia delle sue istituzioni centrali e delle sue direttive, ma anche delle vicende degli organismi locali, talvolta dipendenti da singole personalità, che sfuggirono spesso al controllo delle autorità. Il proliferare di bande autonome e di fenomeni di “collaborazionismo” femminile eterodossi rispetto al modello del Saf sono quindi da considerare due facce della medesima questione: la debolezza della Rsi e la sua anarchica “policrazia” <155. Diversi infatti sono i fascicoli a carico di donne che parteciparono a rastrellamenti, a sevizie e torture, a omicidi, a plotoni di esecuzione. Le storie di queste donne prendono
    forma e maggiore significato e importanza nell’intreccio con le vicende locali e se inserite all’interno delle storie che coinvolgono le bande autonome di cui fecero parte insieme a protagonisti, uomini, di maggiore rilievo politico-militare. Difficile infatti pensare che donne che frequentavano le caserme della banda Carità o della banda Koch e, come vedremo, assistevano agli interrogatori e alle azioni punitive, non avessero una comunità di intenti con i loro compagni uomini. D’altra parte l’emergere di tali figure devono essere ricondotte anche al clima di corruzione, di disfacimento morale e di estremizzazione della violenza che caratterizzò gli ultimi anni della guerra e agevolò la diffusione di veri e propri casi di criminalità.
    La varietà, la complessità e la «liquidità» delle esperienze femminili che emergono dagli atti processuali hanno reso difficoltosa la costruzione di categorie dai confini netti e definiti. I profili personali sono difficilmente catalogabili in una tipologia senza che essi debordino nelle altre: ogni esperienza individuale racchiude infatti tratti comuni a tipologie diverse. Tuttavia per non cadere nel racconto della tranche de vie, pur non componendo una tipologia vera e propria, si è tentato di definire una morfologia fluida basata su tre elementi di analisi: quello delle attività svolte, quello delle motivazioni della scelta <156 e quello del grado di relazione con gli occupanti e gli altri protagonisti della guerra. Se finora gli studi, come quello di Francesca Alberico e Annalisa Carlotti, rispettivamente condotti sulla base delle fonti orali e della memorialistica, o anche quello di Roberta Cairoli, hanno indagato le esperienze delle donne della Rsi secondo le attività che avevano svolto nel biennio 1943-1945 e le motivazioni che avevano provocato la loro scelta di campo <157, mi è sembrato interessante introdurre un terzo elemento di analisi, che è quello del grado di relazione con tedeschi e fascisti, mutuato dalla ricerca di Annette Warring. Questa studiosa, analizzando il caso delle donne danesi e dei figli nati dalle loro relazioni con i tedeschi occupanti, ha infatti proposto una tipologia sulla base del carattere della fraternizzazione con i tedeschi. Secondo la sua classificazione, sono stati definiti cinque modelli: le prostitute, le donne che hanno una relazione sentimentale con un solo tedesco, coloro che frequentano pubblicamente e in gruppo gli occupanti, coloro che lavorano a favore dei tedeschi, le donne filo-tedesche sostenitrici dell’ideologia nazista <158. Tale criterio apre un nuovo orizzonte di studio sul tema, suggerendo l’esistenza di una serie di atteggiamenti e comportamenti complessi che rinviano a relazioni tra occupanti e occupati diverse dal binomio vittima-carnefice. D’altra parte si deve tenere presente che in Italia la presenza della Rsi e vent’anni di regime comportano una sostanziale differenza rispetto al caso danese e le donne entrano in contatto non solo con gli occupanti, ma anche con i fascisti repubblicani e con i partigiani. Per comprendere appieno le esperienze delle donne italiane deve essere effettuata dunque, come già ricordato, un’operazione di contestualizzazione multipla delle vicende personali all’interno delle categorie dell’occupazione tedesca, della guerra civile, della guerra totale, della guerra ai civili, ma anche all’interno delle dinamiche delle relazioni di genere <159. Non è possibile infatti interpretare i gesti delle donne se non nell’intersezione tra queste diverse scale di lettura, attraverso cui viene delineata la complessità dell’universo femminile “collaborazionista”, e più in generale dell’universo femminile durante la guerra.
    [NOTE]
    150 C. Pavone, Una guerra civile, cit.
    151 M. Palla, Guerra civile o collaborazionismo?, in M. Legnani, F. Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, cit., pp. 83-98.
    152 S. Hoffmann, Collaborationism in France during World War II, «The Journal of Modern History», vol. 40, n. 3, septembre 1968, pp. 375-395.
    153 Sul tema della scelta si rimanda alle lucide pagine di C. Pavone, Una guerra civile, cit., pp. 3-62, in particolare sulla scelta dei fascisti, si vedano le pp. 36-41.
    154 M. Firmani, Per la patria a qualsiasi prezzo, cit., p. 136.
    155 M. Griner parla per esempio del policentrismo degli organismi di polizia, che sfuggono al controllo delle autorità centrali saloine, in riferimento in particolare alla banda Carità e alla banda Koch, cfr. M. Griner, La banda “Koch”, cit, pp. 38-45.
    156 Bisogna comunque ricordare che la fonte giudiziaria ha dei grossi limiti nel rivelare le motivazioni della scelta, poiché le ammissioni delle imputate durante gli interrogatori sono sottoposte alle esigenze difensive, e dunque sono carte che devono essere lette in controluce e con grande cautela.
    157 F. Alberico, Ausiliarie di Salò, cit.; A. Carlotti, La memorialistica della Rsi, cit.
    158 Cfr. A. Warring, Tyskerpiger. Under besœttelse og retsopgǿr (Donne dei tedeschi durante l’occupazione e punizione nel dopoguerra), Gyldendal, Kǿbenhavn, 1994. Si veda inoltre, Ead., Identità nazionale, genere e sessualità, «Storia e problemi contemporanei», n. 24, 1999; Ead., Intimate and sexual relations, in R. Gildea, O. Wieviorka, A. Warring (a cura di), Surviving Hitler and Mussolini. Daily life in occupied Europe, Oxford, Berg, 2006; Ead., Aimer l’ennemi au Danemark, in F. Rouquet, F. Virgili, D. Voldman (a cura di), Amours, guerres et sexualité. 1914-1945, Gallimard, Paris, 2007.
    159 Sull’occupazione tedesca cfr. L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca,cit.; sulla categoria di guerra civile, cfr. C. Pavone, Una guerra civile, cit.; sulla guerra totale, cfr. G. Gribaudi, Guerra totale, cit.
    Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

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  22. Ostaggi dei tedeschi a Sacile

    Sacile (PN). Foto: Stefano Travasci.Fonte: Wikipedia

    [n.d.r.: quelle che seguono sono alcune pagine del diario di fra Benvenuto Grava, arrestato durante un rastrellamento tedesco a Motta di Livenza (TV) nel settembre 1944]
    Ad un tratto il convoglio si ferma e l’autocarro che conduceva me caracolla per una frenata robustissima. Al fianco nostro passa una piccola macchina mimetizzata, sulla quale, fra gli altri, siede l’ufficiale che aveva prelevato me a Motta. L’ufficiale scende e con due soldati entra verso il recinto della predetta chiesa, mentre gli altri si disperdono per i vigneti, riempiendo i loro elmetti di uva e di mele. Qualche vecchietta compare sul limite dell’orto con un piatto di uva che viene ricevuto senza tanti ringraziamenti. Dopo cinque minuti ecco comparire un prete di statura più che media, bello, liscio, rotondo, roseo, a fianco del mio autocarro. Lo saluto ed egli, inconscio della sorte che stava per toccargli, domandava, rispondeva, parlava con alcuni preti della macchina più vicina. Furono brevissime parole perché l’ufficiale lo interruppe e gli intimò di salire. Senza salutare alcuno, anch’egli si vide portare via senza sapere il perché e per quale destinazione. La macchina riprese la corsa verso S. Vito al Tagliamento.
    In queste ore di angoscia, i due signori che erano con me, Tonussi e Bertacco, dal loro parlare non dimostravano eccessiva apprensione e si facevano coraggio. Non nascondo che io ascoltavo volentieri le loro ottimistiche congetture e per qualche breve attimo mi sentivo un altro, ma poi ripiombavo in tristissime e sconvolgenti previsioni. Corri e corri, l’autocarro si fermò in piazza a S. Vito al Tagliamento e sostò per circa mezz’ora. Fui riconosciuto da qualche persona che non ardì avvicinarsi. La popolazione attonita ci guardava, ci compassionava, ma passava al largo. I soldati, almeno in parte, scesero ed entrarono presso i fruttivendoli dove pagando si portarono via ogni ben di Dio. I trenta minuti passarono. Nel frattempo mi ricordai del caro Santuario di Madonna di Rosa, del superiore e dei religiosi che colà si trovavano. Mi preoccupò fortemente il timore che, passando di là, non succedesse ciò che era successo a me a Motta.
    Costruivo la scena prima che avvenisse. Ripartimmo.
    Appena fuori porta Udine, l’autocarro, invece di proseguire dritto, girò immediatamente a sinistra, infilando la strada per Casarsa. Un nuovo e immenso polverone ci coperse del tutto, e il mio abito, da qualche giorno lavato e stirato, non ebbe più colore. Giunti a Casarsa, un po’ lentamente attraversammo il passaggio a livello, ripiegammo a sinistra sulla strada nazionale Pontebbana e via per Pordenone. Ebbi un momento di sollievo (se una circostanza simile poteva sollevare), ed allora dissi a me stesso: non a Udine, ma a Sacile. Se sulle altre strade l’autocarro correva molto, qui era diventato addirittura un bolide. Via via raggiungemmo e sorpassammo Pordenone, ed ecco Sacile. Lungo il percorso di circa 60 km la colonna dei cinque autocarri si era un po’ spezzata di modo che a un certo momento ci fecero fermare aspettando che il complesso di macchine si ricomponesse. A colonna riunita, tutti i civili e sacerdoti (e in quel momento ne scoprii più di quanti immaginassi) fummo fatti scendere per essere riuniti in due soli autocarri, sui quali ripigliammo la corsa per un paio di minuti. Quindi a destinazione… Dietro ordine preciso tutti scendemmo, ci sistemarono per quattro e ci fecero entrare per il portone di una caserma che, da quanto seppi dopo, era la sede del distretto militare di Sacile. Nel primo cortile fummo disposti a due a due, in due complessi, l’uno di fronte all’altro. Eravamo un misto di civili e preti in attesa. Dinnanzi a noi alcune guardie di finanza italiane, che ci guardavano ma non battevano ciglio: un tenente, un maresciallo e parecchi soldati tedeschi, armatissimi.
    Da ricordare che i nostri rastrellatori erano scomparsi ancor sulla strada. Quell’ambiente, quelle facce nuove, quelle disposizioni, la chiusura fragorosa del portone d’ingresso, produssero in ciascuno di noi un nuovo momento di terrore. Furono scelti quattro individui da Oderzo e portati verso il muro di fronte a noi. Siccome pareva fossero indiziati per partigiani, una manovra simile provocò nelle nostre menti le più nere previsioni: fucilazione immediata? come esempio per tutti? I quattro scoppiarono in pianto e si adattarono. Dopo qualche minuto furono accompagnati in una stanza da soli.
    Tutti noi poi fummo divisi in due gruppi di uguale numero. Il primo composto di 20 individui qualificati per sacerdoti, religiosi, medici, farmacisti, avvocati e grandi commercianti. Il secondo di gente non altrettanto qualificata. Alla prima compagnia appartenni anch’io. I primi furono avviati immediatamente ad una camerata a trenta metri dal corpo di guardia. I secondi in una camerata poco distante da noi, ma completamente separata. Entrammo accompagnati da un maresciallo e da alcune sentinelle. L’ambiente avrà avuto lo spazio di circa sette metri per quattro, altezza tre e cinquanta. Tre finestre grandi, alle quali non si arrivava se non salendo su un tavolone. Pavimento di cemento. Una tavola appoggiata alla parete. Un po’ di paglia per terra, due sgabelli tipo corpo di guardia. Era tutto. Ci guardammo in faccia. Ognuno lentamente, nella strettezza del luogo, in una specie di tranquillità, giacché eravamo completamente soli, incominciò la strana storia della propria cattura. In tutti c’era la medesima persuasione che si trattasse di qualche giorno e non di più. Dai primi contatti verbali con Mons. Visintin, abate di Oderzo, si comincia a capire qualche cosa della nostra posizione in questa circostanza: ostaggi! Possibile! Che centriamo?! Quel vocabolo “ostaggi” divenne fortemente indicativo, tanto che per qualche giorno occupò la mente di ognuno e divenne l’unico oggetto dei discorsi.
    Ostaggi! Intanto, con un certo impegno, ognuno dispose la propria paglia abbozzando la propria cuccia. Di fronte a me il Comm. Levada, avvocato di Oderzo <158. Assestati alla meno peggio, ci accorgemmo di essere tutti bianchi per la polvere; ci sedemmo sulla paglia a commentare la situazione. Mancavano spazzole, non c’erano pettini. E i servizi? E per lavarsi? Avevamo estremo bisogno di lavarci ma… e il sapone? E più che tutto i servizi? Rilievi che affioravano subito, tanto più che si trattava di persone distinte.
    Dopo mezz’ora la porta si aprì e la sentinella con voce un po’ bonaria disse: – – Gabinetto? Volere gabinetto? Tutti rispondemmo in coro un sì interessato e prolungato. – Avanti gabinetto, riprese il soldato. Questo luogo tanto importante era vicinissimo alla nostra stanza; aveva un rubinetto di acqua potabile, due water chiusi da porte che sotto lasciavano uno spazio libero di almeno 20 centimetri per facilitare il lavaggio dell’ambiente. Alle due pareti d’entrata due orinatoi per parte. Tutto questo rose e fiori. Ma l’interessante ero lo stato in cui si presentavano questi angoli così necessari. Erano tanto sudici che non si sapeva dove posare i piedi. Un orrore! Un odore pestifero!
    Lo si fece capire e il giorno dopo venne sufficientemente rimediato. Intanto, con la scusa del gabinetto e della pulizia, abbiamo avuto una parvenza di libertà per circa tre quarti d’ora; però sempre nel corridoio.
    Nel frattempo si avvicinarono qualche soldato italiano di finanza, qualche maresciallo di detta caserma, i quali, per l’assenza del comandante tedesco, in presenza delle guardie si sono intrattenuti con noi, si fecero conoscere, ci promisero qualche favore e ci imbottirono di buone parole: un giorno, due giorni, poi tutti a casa. Interrogatorio semplice, visita dei documenti, poi… libertà. – Hanno sempre fatto così, altrettanto faranno con voi, non dubitate, non preoccupatevi -. Di costoro che si avvicinavano furtivamente tengo a mente un maresciallo piccolo che aveva tanta cordialità ma, per una certa frequenza con noi, per il suo continuo rovescio di buone parole, passò sulla bocca di tutti per un chiacchierone e non più. A me però diede una coperta e un po’ di pane bianco, dato che mi feci conoscere per malato. Per questo gli serbai e gli serbo tanta gratitudine. Un altro brigadiere di finanza mi fece un’ottima impressione, e così un soldato di Mogliano Veneto che mi comprò un po’ di uva. Terminata l’operazione pulizia, fummo pregati di rientrare nella nostra stanza.
    Che senso vedere tante persone distinte, tanti sacerdoti guardati e seguiti dalle guardie armate! Che senso sentir chiudere il catenaccio della porta, veder scendere la luce dall’alto! Dio mio! Erano le ore 20 circa e… la cena? Non si mangia? Nessuno aveva portato con sé qualche cosa che avesse potuto supplire almeno per la prima sera; anzi, qualcuno non aveva assaggiato nulla tutto il giorno. L’affare si faceva serio. Dopo un po’ si chiamò la guardia che venne subito e gli si chiese se avessero pensato qualche cosa per noi in quella sera. La sua risposta fu: “Langsam, aine moment.” Richiuse… e tutti: “Speriamo!” Tra il difficile convincersi della nuova situazione drammatica, tra i ragionamenti che ancora parevano insulsi, quindi senza costrutto, tra un sospiro e l’altro, si fece buio. Venne accesa la lampada di mezzo ma… la fame batteva. Anche la stanchezza era enorme, però non accasciante, almeno per quella sera, giacché la novità del fatto aveva caricato ognuno di un tale nervosismo che non permetteva neppure agli organi materiali di ricercare un po’ di riposo. Ad un tratto Mons. Visintin, dal suo angolo particolare, alzò la voce e chiese per cortesia un po’ di silenzio. Tutti tacquero e si volsero automaticamente verso di lui. L’ho ancora presente. Un omone grande e grosso, sebbene non grossissimo, reso voluminoso dalla veste talare, dalle braccia alzate e tese in avanti in atto di ottenere attenzione. – Sentite, sentite, – disse, – noi qui, ringraziando Iddio, ci conosciamo tutti o quasi tutti. Certamente siamo tutti cristiani e spero anche praticanti. A quest’ora circa, ogni sera, noi eravamo nelle nostre case accanto ai nostri cari e, giova crederlo, nella maggioranza delle nostre famiglie si recitava il S. Rosario. Per questo voglio dirvi la mia proposta. Sentite, sentite! Vi dispiacerebbe che noi per quel po’ di sere che ci tengono qui in prigione, lontano dai nostri cari, recitassimo a quest’ora il Rosario in onore della Madonna perché nella sua materna bontà si degni di venirci in aiuto in un momento tanto difficile? – Tutti risposero un sì interessato ma spontaneo e caloroso. – Ed allora, riprese Mons. Visintin, non perdiamo il tempo e, fin da questa sera, accaparriamoci il materno aiuto della Madonna con la recita del Rosario. – Deus in auditorium meum intende. – Domine…
    Chi aveva la corona in tasca la estrasse, chi non l’aveva pregò lo stesso. Tutti in quel quartino d’ora mantennero un comportamento edificante e non solo in quella sera ma anche nelle altre. La maggioranza in piedi, qualche sacerdote in ginocchio, tutti rispondevano con accorata fiducia. Da tenere presente che Monsignore da uomo pratico com’era, per non stancare troppo i detenuti, diceva 7 o 8 Ave Maria per ogni decina. Terminato il Rosario, un De Profundis per le anime purganti e una Salve Regina per i nostri cari e per quelli che si interessavano di noi. La recita di quella preghiera serale in quell’oscurità, sotto l’incubo dei pensieri più tristi, al termine di una giornata tra le più strane e penose della vita di ognuno, sembrava l’espressione di una fede illuminata che tutti avevano ma che non tutti, fino ad allora, sentivano ugualmente. Occhi fissi, visi preoccupati, sospiri prolungati!
    Per tutti, mai come in quella sera e durante quel Santo Rosario, le relazioni con i propri congiunti lontani sono state più affettuose e più strette. Mai nella fantasia di ognuno era apparsa tanto bella e adorabile la propria casa, mai tanto preziosi i propri figlioli, tanto bella e buona la propria moglie! Terminata la preghiera tornò alla ribalta il pensiero del mangiare e più che il pensiero del mangiare, la fame. Tutti si chiedevano se per la prima sera i nostri nuovi padroni non avessero voluto farci assaggiare la loro bontà e generosità.
    Ore 21. Poi le 21 e 30! Insomma si pensava che non ci fosse altro da fare che adagiarsi sulla paglia, calmi e più o meno placidi. Era caldo, zanzare in numero infinito, che i tedeschi chiamavano sthucas o moschitos. Alle 22 il catenaccio della stanza ruppe stranamente il silenzio; si aprì la porta, entrarono due soldati portando una marmitta: era la cena. Il cuoco era austriaco, sui quarant’anni, tipo assai buffo, il quale sapeva qualche cosa di italiano. Gli piaceva molto il vino e le sigarette, ma più il vino. Era grasso, con un faccione da scena, con due occhietti piccoli ma vivi. Piatti, scodelle, cucchiai?… In tutto quattro o cinque coperchi di gavette con neanche altrettanti cucchiai. Ci apprestammo a servirci per turno, si capisce, senza possibilità di lavare l’un per l’altro queste lussuose posate e stoviglie. Così si vide sorseggiare un po’ di brodo Mons. Visintin e tutti gli altri. Però per la prima sera e forse per ripagarci degli spaventi avuti e dell’ora tarda ci diedero anche una buona porzione di carne, un po’ dura, ma carne. Alla distribuzione erano presenti le sentinelle. Grazie a Dio per quella sera nessuno sarebbe più morto di fame.
    Fatta una fumata – chi aveva sigari, chi sigarette – si affievolì la conversazione che momentaneamente si era riaccesa. Uno dei più alti fra gli ostaggi abbrunò la luce e definitivamente ci coricammo sulla paglia preziosa. Ogni tanto affiorava qualche lamento, qualche ricordo, qualche espressione di timore dalle labbra di qualcuno. Vennero le 23, le 24, l’una , le due, … ma di oltre venti persone, una sola riuscì a dormire veramente sodo, il Dott. Sordoni di Oderzo, il quale ad un certo momento cominciò a russare e non la smise, con l’invidia di tutti, fino al mattino. Il Cav. Segati di Ponte di Piave iniziò la serie delle sue notti disteso sul tavolone di mezzo con la valigia per cuscino.
    16 settembre [1944]
    Due novità inattese ci scombussolarono buonora. In Sacile era stato arrestato un capo partigiano, già maresciallo della medesima caserma. L’indomani in piazza, davanti a tutta la popolazione, doveva venire impiccato. Lascio immaginare l’impressione che fece in tutti noi, detenuti come ostaggi, tale notizia antelucana! I tristi presentimenti della sera precedente furono confermati. E qui in quest’occasione bisognerebbe che io descrivessi il pessimismo ad oltranza e contagioso dimostrato dai dottori Pellegrini e Sordoni. Qualche cosa di inaudito, di indicibile, di disastroso addirittura… La seconda novità, amara, specie per noi sacerdoti: la privazione della S. Messa e della Comunione. Mons. Visintin aveva chiesto al Comandante di poter celebrare ma aveva avuto per risposta che Dio è dappertutto perciò non era necessario. Nove sacerdoti e un chierico, Don Matteo Visintin, nipote del Monsignore, e tanta buona gente priva di messa e di comunione! Quanto dolore in tutti! Che delusione! – Tenteremo di nuovo, disse Mons. Visintin. Chiese rapporto col comandante una volta, più volte, ma nonostante le buone parole di un maresciallo e di alcuni subalterni, Mons. Visintin non venne mai ricevuto. Pazienza! Sabato 16 settembre, prima giornata di prigione. Con questa novità eravamo tutti storditi ed amareggiati all’estremo! Si pensava per lo meno che da un momento all’altro ci avessero chiamati per presentare i documenti e per venire interrogati… chissà su che cosa… ma nulla. Qualche soldato vedendo la nostra pena ci diceva: “oggi, domani, casa tutti”. Qualche altro: “fra due, tre giorni vi libereremo tutti”. Qualche altro ancora: “forse vi condurranno a Vittorio Veneto per essere interrogati”. – A piedi? – “Eh sì, a piedi!” Ogni tanto, oltre che nella mente di ognuno, affiorava anche nei discorsi l’argomento del disgraziato partigiano che all’indomani doveva venire impiccato. Qualcuno ripeteva: “che bella domenica domani! Forse faranno assistere anche noi a tale operazione. Mio Dio, che spavento!”. Inaspettatamente ci capitò in prigione Mons. Sandro, Arciprete di Motta di Livenza, con P. Paolino Visentin, mio Vicario nel Convento di Motta di Livenza. Entrarono di nascosto o in che forma non lo so. So solo che con loro non scambiai neppure dieci parole ed erano già usciti. Perché? Persuasione di tutti: temevano di subire la nostra medesima sorte. All’una ci viene portato un po’ di brodo con un bel pezzo di formaggio grana. Alcuni chiesero, e fu permesso, che venisse loro portato del pane e del vino. In mattinata furono iniziate le visite dei famigliari dei detenuti. Si incominciò a parlare con loro da quella finestra che, come dissi, per raggiungerla era necessario salire sul tavolone di mezzo e ancora su una seggiola. Più di uno però lo fece con profitto. Per quel mezzo si ebbero le prime impressioni di ciò che potessero pensare le nostre famiglie e i nostri paesi della nostra situazione.
    [NOTA]
    158 L’avvocato Aurelio Girardini, nell’annuario del martirio del patriota Giovanni, incaricò proprio l’avvocato opitergino Antonio Levada di tenere il discorso durante l’inaugurazione della lapide in memoria del figlio, che è tutt’oggi affissa sulla parete della villa in viale Madonna. Il discorso è stato poi stampato in un libretto a cura della famiglia. Alcune copie sono conservate nell’Archivio Aurelio Girardini a Motta di Livenza (Tv).
    Davide Drusian, Il diario di fra Benvenuto Grava e altre testimonianze inedite sull’occupazione nazifascista a Motta di Livenza (TV), Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2021-2022

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  23. Igino Giordani promuove anche il neonato partito clandestino della Democrazia Cristiana

    Nel 1943, per non cedere ad un atteggiamento diffuso di “cristiano in pensione”, Igino Giordani, messa al riparo la famiglia a Capranica Prenestina, mantiene la sua residenza per lo più a Roma, dove in settembre assiste all’entrata dei tedeschi. <204 A trattenerlo nella capitale è il desiderio di proseguire la militanza antifascista. Comincia infatti «un intenso periodo di attività clandestina nei locali della parrocchia del Cristo Re, per invito di padre Zambetti, il quale si preoccupava di formare nuovi dirigenti cattolici, che potessero entrare in campo politico con la fine della guerra». <205 In particolare, Giordani offre il suo contributo tenendo dei corsi di formazione negli incontri del “Martedì culturale” che vedono riuniti personaggi come Spataro, La Pira, Petrilli, e molti giovani, contattati tramite circolari distribuite segretamente. I suoi interventi sono incentrati sulla dottrina sociale della Chiesa, cui si dedica con proficua dedizione. Infatti, in quegli anni vedono la luce “Le Encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII” (1942), e i quattro volumi poi riuniti col titolo “Messaggio sociale del cristianesimo” (1935-1947). <206
    Attraverso questi e altri incarichi, ad esempio quello di relatore ai convegni dei laureati cattolici, <207 Giordani dà un contributo notevole alla formazione della futura classe intellettuale dell’Italia post-fascista. <208 Aderisce e promuove anche il neonato partito clandestino della Democrazia Cristiana, <209 anche se guarda con preoccupazione tanto a un partito unico di cattolici quanto alla scelta di inserire nel nome del partito l’attributo di cristiano. Monsignor Montini lo dissuade da queste perplessità. <210 L’amicizia con il futuro Paolo VI risale ai primi anni Trenta ed è documentata da diverse lettere, biglietti e cartoline, in gran parte di natura personale e dal tono semplice
    e familiare. <211 Il rapporto di stima reciproca e stretta collaborazione si approfondisce ulteriormente nel 1944, quando Giordani accetta la proposta di dirigere «Il Quotidiano», il nuovo giornale dell’A.C.I. [Azione Cattolica]. Grazie all’interessamento di Montini, ottiene per diversi mesi l’aspettativa dal lavoro alla Biblioteca Vaticana, per potersi dedicare all’attività giornalistica: «Tornare all’apostolato diretto, alla lotta di idee, era quello che più desideravo, sicché accettai [l’incarico] con entusiasmo e smobilitai il mio cervello di bibliotecario per attrezzarlo da giornalista». <212 Prima ancora di assumerne la direzione (nel maggio del 1944), Giordani partecipa alle riunioni indette dall’A.C. per decidere le sorti de «L’Avvenire», che sarebbe stato sostituito da «Il Quotidiano». <213 Si espone in prima persona contro chi afferma che una nuova testata possa risultare d’intralcio a «Il Popolo» e a «L’Osservatore Romano»; redige una nota intitolata “Per un quotidiano nazionale d’Azione Cattolica”, per delinearne l’opera di «pacificazione e ricostruzione», di «recupero dalla distruzione di ideologie e di conflitti», di «conquista dei cittadini alla Chiesa e trasmissione del pensiero cristiano alla società». <214 Nella stessa nota, Giordani ribadisce un concetto ricorrente in molti suoi scritti: la necessità di un cristianesimo “integrale”. Con l’esortazione a «vivere integralmente la vita soprannaturale», Giordani – nota Casella – palesa definitivamente i suoi intenti: egli parla non «in quanto cattolico», cioè come esponente significativo del mondo cattolico, ma «da cattolico», da semplice cristiano che si rivolge ad altri cristiani. <215 Il suo “integralismo” non mira affatto a una riduzione del potere politico-religioso nelle mani della Chiesa, al contrario egli lotta per la distinzione dei due poteri, e al tempo stesso per il riconoscimento della superiore importanza dei valori morali, validi tanto nel campo spirituale che nel temporale.
    Sinteticamente si può dire che «Il Quotidiano» di Giordani si propone di aiutare “l’uomo contemporaneo” a prendere coscienza della sua dignità di figlio di Dio e di promuovere la sua partecipazione attiva nel processo di ricostruzione del Paese. Per far questo, l’accento è costantemente posto sulla necessità di un recupero spirituale e morale dell’uomo: «la moralizzazione della vita privata e pubblica» è, infatti, «al centro degli scritti politici di Giordani fin dai giorni del P.P.I.», <216 quindi di ‘Rivolta cattolica’, degli articoli apparsi su «Parte Guelfa» e su «Il Popolo» di Donati.
    Il 17 settembre, Giordani annuncia a don Luigi Sturzo l’inizio della sua nuova missione giornalistica: “Come io sia pervenuto alla direzione di esso Dio solo lo sa. Io bramavo tornare alla politica: tutti questi anni avevo tenuto viva una fiammella coi miei scritti. Ma uomini ed eventi mi hanno spinto qui: e forse anche da qui del bene si può fare”. <217 Sturzo gli risponde qualche tempo dopo, il 21 dicembre, per spronarlo in questo incarico: “penso che fa opera utilissima fra i cattolici, abituandoli a pensare da cattolici, da italiani e da democratici. […] Il Signore esige che coloro che difendono i principi lo facciano non solo con convinzione, ma col sacrificio dei loro interessi, sia personali che collettivi”. <218
    Proprio per discutere le posizioni del giornale, il direttore chiede un’udienza privata con Pio XII. <219 Dal “Diario inglese” si conosce la data, 9 novembre 1944, e il clima familiare del colloquio. D’altra parte Giordani ha già avuto vari incontri personali col pontefice, che l’anno seguente lo riceve insieme a tutto il personale del giornale: in tutto un centinaio di persone, compresi alcuni familiari. <220 In una lettera a don Giuseppe De Luca <221 del successivo 5 ottobre, <222 Giordani racconta dell’incoraggiamento ricevuto dal santo Padre a proseguire nell’opera «di formazione politica al di sopra e al di fuori dei partiti, per inserire in essi il fermento del Vangelo. Esso vuole elevare la massa a popolo e il popolo a Chiesa, con un’opera di moralizzazione assidua». <223 Inizia in questo periodo la collaborazione di Piero Bargellini al giornale. <224
    [NOTE]
    204 A seguito dell’armistizio di Cassibile (3 settembre 1943), con cui il governo Badoglio dichiara la resa degli Alleati. Giordani ricorda l’invasione tedesca in GIORDANI, Memorie, cit., p. 102.
    205 GIORDANO, L’impegno politico, cit., p. 115.
    206 Ibid., pp. 115-16. I due lavori di Giordani, cui si fa riferimento, sono i già citati: I. GIORDANI, Le Encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII, Studium, Roma, 19564 [1942] e ID., Il messaggio sociale del cristianesimo, Città Nuova, Roma 20019 [1958].
    207 G. SPATARO, I democratici cristiani dalla dittatura alla Repubblica, Mondadori, Milano 1968, p. 330.
    208 R. MORO, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937), Il Mulino, Bologna 1979, p. 82.
    209 SPATARO, I democratici cristiani, cit., p. 359.
    210 GIORDANI, Memorie, cit., pp. 103-104. Giovanni Battista Montini (1897-1978), aderisce alla F.U.C.I. nel 1919, ordinato sacerdote nel 1920, studia come diplomatico per la Segreteria di Stato della Santa Sede. Nel 1923 papa Pio XI lo invia come nunzio a Varsavia, ma rientra dopo pochi mesi per collaborare alla Segreteria di Stato; nel 1937 viene nominato sostituto e lavora al fianco del Segretario di Stato Eugenio Pacelli. Nel 1939, alla morte di Pio XI, il cardinale Pacelli diviene papa Pio XII. Montini, nominato pro-segretario di Stato nel 1944, si adopera all’assistenza dei rifugiati, specialmente ebrei. Arcivescovo di Milano dal 1954. Diviene papa nel 1963 col nome di Paolo VI. La bibliografia su di lui è abbondante, dunque si preferisce indicare all’occorrenza i volumi consultati.
    211 La corrispondenza è conservata in AIG I, 4.2 e comprende sia le lettere del periodo in cui Montini lavora presso la Segreteria di Stato Vaticano, sia quelle da arcivescovo di Milano, sia infine quelle degli anni del pontificato. Per maggiori informazioni si rimanda al Cap. II.VI, n. 476.
    212 GIORDANI, Memorie, cit., p. 104.
    213 «L’Avvenire» a partire dal 1933 è l’edizione romana de «L’Avvenire d’Italia», ma alla vigilia della liberazione di Roma, per le sue compromissioni con il fascismo, deve – secondo alcuni, tra cui Vittorino Veronese, Giulio Andreotti e lo stesso Giordani – essere sostituito da una nuova testata. Cfr. su questo tema: M. CASELLA, «Il Quotidiano» diretto da Igino Giordani (1944-1946), in SORGI, Politica e morale, cit., pp. 287-316: 287-88.
    214 Per un’accurata documentazione sulla nascita e lo sviluppo de «Il Quotidiano» e per il contributo fondamentale ad esso offerto da Giordani, cfr. GIORDANO, L’impegno politico, cit., pp. 125-46 e CASELLA, «Il Quotidiano», cit., pp. 287-316. La nota programmatica è proposta in forma integrale in M. CASELLA, L’Azione cattolica alla caduta del Fascismo. Attività e progetti per il dopoguerra (1942-1945), Studium, Roma 1984, pp. 167-68.
    215 CASELLA, «Il Quotidiano», cit., pp. 287-316: 295.
    216 Ibid., p. 298.
    217 Lettera di Giordani a Sturzo, 17 settembre 1944: AIG I, 16.3, 36, poi in GIORDANI – STURZO, Un ponte, cit., p. 103. Si aggiunge un dato di carattere interessante: molte lettere di Sturzo a Giordani vengono pubblicate da quest’ultimo su «Il Quotidiano».
    218 Lettera di Sturzo a Giordani, 21 dicembre 1944: AIG I, 16.1, 19. Poi in volume: GIORDANI – STURZO, Un ponte, cit., pp. 104-105.
    219 Per comprendere il clima di tensione e le polemiche sorte intorno a «Il Quotidiano» e al suo direttore in quei primi mesi, è stato utile analizzare un promemoria datato 5 settembre, dello stesso Giordani. Egli difende la sua testata da cinque principali accuse: di lasciar trasparire tendenze di sinistra; di non rispecchiare la serenità di un giornale cattolico; di essere diretto da un repubblicano; di nuocere la campagna politica della DC e di non giovare alla formazione e alla rappresentanza dei cattolici. E conclude: «Nel nostro lavoro occorre slancio, e questo è possibile solo se la fiducia dei superiori ci spalleggia. Per essa si è fatto un giornale, giudicato da molti il migliore della Capitale […], iniziando con una povertà di mezzi che era vera indigenza: in redazione […] si è tentato di farci finire togliendoci la corrente elettrica» (Promemoria dattiloscritto di Giordani, 5 settembre 1944, in AIG I, 22a.5.2, 1).
    220 Dal Diario inglese risultano sicure le date del 4 aprile 1939, dell’8 luglio 1940, e del 5 ottobre 1941. Infine, l’udienza con tutti i collaboratori de «Il Quotidiano» risale al 12 agosto 1945.
    221 Giuseppe De Luca (1898-1962), sacerdote romano dal 1921, cappellano a San Pietro in Vincoli fino al 1948. È noto per la sua attività di letterato, editore e attento filologo. Sulla sua figura si vedano: AA.VV., Don Giuseppe De Luca. Ricordi e testimonianze, a c. di M. PICCHI, Morcelliana, Brescia 1963; AA.VV., Don Giuseppe De Luca et l’abbé Henri Bremond (1929-1933). «De L’Histoire littéraire du sentiment réligieux en France» à l’ «Archivio italiano per la storia della pietà» d’aprés des documents inédits, a c. di H. BERNARD MAÎTRE – R. GUARNIERI, Roma 1963; C. DIONISOTTI, Ricordo di don Giuseppe De Luca, in «Italia medievale e umanistica», IV (1961), pp. 327-39; I. COLOSIO, Don Giuseppe De Luca storico della spiritualità, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1962; G. ANTONIAZZI, Don Giuseppe De Luca e una nuova scienza. La storia della pietà, «Studi cattolici», XII (1968), pp. 606-17; D. CANTIMORI, In ricordo di don Giuseppe De Luca, in Storici e storia, Einaudi, Torino 1971, pp. 386-96; R. GUARNIERI, Don Giuseppe De Luca tra cronaca e storia (1898-1962), in AA. VV., Modernismo, fascismo, comunismo, a c. di G. ROSSINI, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 249-362; L. MANGONI, Aspetti della cultura cattolica sotto il fascismo: la rivista «Il Frontespizio», ibid., pp. 363-417; R. DE FELICE, Alcune lettere di mons. Giuseppe De Luca a Giuseppe Bottai, ibid., pp. 419-51; La storia della pietà: fonti e metodi di ricerca, Seminario di studio all’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa (Vicenza, 31 maggio – 2 giugno 1976), con la partecipazione di M. VOVELLE, A. ZAMBARBIERI, L. BILLANOVICH, F. SALIMBENI, P. PAMPALONI, A. TURCHINI, A. GAMBASIN, G. DE ROSA; Bremond-De Luca, «Ricerche di storia sociale e religiosa», XXVIII (1985), con interventi di G. CRACCO, G. DE ROSA, E. GOICHOT, L. MANGONI, M. PICCHI, E. POULAT, T. TESSITORE, L. BILLANOVICH; R. GUARNIERI, De Luca Giuseppe, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia (1860-1995), vol. II, I protagonisti, cit., pp. 171-78; V. LEMBO, Don Giuseppe De Luca a vent’anni dalla morte, Meridionale, Villa San Giovanni 1985; L. MANGONI, In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca: il mondo cattolico e la cultura italiana del Novecento, Einaudi, Torino 1989; G. DE ROSA, De Luca Giuseppe, in DBI, vol. XXXVIII, 1990, cit., pp. 353-59 [consultabile al sito internet: http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-de-luca_ (Dizionario-Biografico) / (ult. cons: 15-04-12)]; AA.VV., Don Giuseppe De Luca e la cultura italiana del Novecento, Atti del Convegno di studio nel centenario della nascita (Roma, 22-24 ottobre 1998), a c. di P. VIAN, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001.
    222 In merito al rapporto con Giordani, si sa che dal 1925 i due collaborano al «Davide», il periodico di Giuseppe Gorgerino, molto vicino a Gobetti. De Luca, poi, conosce l’esperienza di «Parte Guelfa» e, pur non partecipando, la commenta con Papini. Frequenta la Biblioteca Vaticana negli anni in cui Giordani vi è impiegato; e con questi collabora alla terza pagina de «Il Popolo» di Sturzo. Al 1930 risale la prima lettera tra i due: il carteggio, di cui già si è citato qualche pezzo, non è voluminoso (24 lettere di Giordani e 6 di De Luca), ma offre informazioni rilevanti, soprattutto in merito ad amicizie comuni, ad esempio con Bargellini per «Il Frontespizio» e con Minelli per la Morcelliana; e per collaborazioni condivise, tra cui si ricorda quelle per «L’Avvenire d’Italia» e per «L’Osservatore Romano» (De Luca vi scrive in qualità di archivista della Congregazione per la Chiesa Orientale). Nel 1942, il lucano dà vita alla casa editrice Edizioni di Storia e Letteratura, quindi il carteggio tende a diradarsi, anche se Giordani non cessa di invitare l’amico a comporre articoli per le imprese che via via dirige. L’ultima lettera dell’editore romano è del settembre 1961, poco prima della morte. In essa egli riconosce la differenza tra la scrittura di Giordani, tutta apostolato, e la sua, un calvario da cui non ha tratto gioie. Sul profondo rapporto che lega Giordani a De Luca, si veda: MANGONI, In partibus infidelium, cit., ad passim. La corrispondenza intercorsa col sacerdote è descritta, anche con numerose citazioni, da CASELLA, Cultura politica e socialità, cit., pp. 67-70 e integralmente pubblicata da DE MARCO, Igino Giordani e don Giuseppe De Luca, in SORGI, Politica e morale, cit., pp. 125-41. De Marco ha il merito di ricostruire con efficacia la relazione tra i due, che egli vorrebbe far risalire al 1925 e che termina a causa della morte prematura del sacerdote nel 1962.
    223 Lettera di Giordani a De Luca, 5 ottobre 1945: AIG I, 44.3, 27. Poi, in volume: SORGI, Politica e morale, cit., pp. 156-57.
    224 Piero Bargellini (1897-1980), scrittore e politico fiorentino. Inizia la sua carriera come maestro di scuola, avendo l’abilitazione magistrale. Mentre svolge l’attività didattica, fonda nel 1929 «Il Frontespizio», rivista di cultura cattolica e apologetica. Quindi, necessitando di buone penne, scrive la sua prima lettera a Giordani, per invitarlo a collaborare (lettera del 1 novembre 1929, in AIG I, 43.1, 3). Di qui nasce un intenso scambio di collaborazioni, per cui Bargellini ricambia con articoli per «Fides», prima, e per «Il Quotidiano», poi. I due non condividono le stesse idee politiche, legandosi Bargellini al fascismo. Ciò nonostante il rispetto reciproco non viene a mancare. La relazione amichevole si rafforza quando, nel dopoguerra, il fiorentino aderisce alla D.C. e affianca La Pira per una riedificazione della sua città, di cui diviene sindaco negli anni Sessanta, trovandosi ad affrontare l’immane catastrofe
    dell’alluvione. Il carteggio, che dagli anni Trenta ripercorre la vita dei due uomini di cultura fino alla morte (avvenuta per entrambi nel 1980), è conservato in AIG I, 43.1. Essendo estremamente significativo anche per tratteggiare il profilo di Giordani, viene presentato e commentato in queste pagine (Appendice II). Per notizie biografiche più approfondite su Bargellini si veda: R. BERTACCHINI, “Piero Bargellini”, in DBI, cit., vol. XXXIV, 1988, pp. 252-54 [consultabile all’indirizzo elettronico: http://www.treccani.it/enciclopedia/piero-bargellini_(Dizionario Biografico)/ (ult. cons: 06-05-12)]. Manca, invece, un’opera biografica esaustiva sull’autore. Un profilo essenziale si ricava da: C. FUSERO, Bargellini, Vallecchi, Firenze 1949; offre qualche spunto interessante il libro di P.F. LISTRI, Tutto Bargellini: L’uomo, lo scrittore, il sindaco, Nardini, Firenze 1989, che in appendice riporta la bibliografia completa delle opere di Bargellini. Si veda anche la voce “Bargellini Piero” in Dizionario generale degli autori italiani contemporanei, vol. I, Vallecchi, Firenze 1974; E. BALDUCCI, voce “Bargellini, Piero” in Dizionario della letteratura mondiale del Novecento, Paoline, Roma 1980; e il profilo tracciato da L. BEDESCHI in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia (1860-1995), vol. III/1, Le figure rappresentative, cit., pp. 55-56. Molto di lui si conosce dalla pubblicazione delle lettere con Betocchi, Bo, De Luca e Papini.
    Carla Pagliarulo, I. Giordani, uomo di lettere e di cultura, e l’ideale di un «cristianesimo integrale»: alcuni carteggi indediti, Tesi di dottorato, Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano, Anno accademico 2011-2012

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  24. Anche uomini di una missione Oss fucilati dai nazisti al Cibeno

    La famiglia di Emanuele Carioni, originaria di Misano di Gera d’Adda in provincia di Bergamo, proprio a due passi da Caravaggio, abitava al “grande” mulino. Il padre di Emanuele e prima di lui il nonno e lo zio lo gestivano e ne curavano l’attività. Emanuele era il primogenito; dopo di lui c’erano due sorelle, Ersilia e Anna Caterina.
    […] Frequenta il Corso Allievi Ufficiali di complemento d’Artiglieria a Nocera Inferiore e con i gradi di Tenente viene inviato al Colle di Tenda e successivamente in Albania. Il suo temperamento gioviale, cordiale, fraterno con i suoi soldati non è molto ben accettato dai superiori, motivo che lo induce a chiedere di frequentare il corso di paracadutista. Segue il corso a Tarquinia, lo supera e presso la base di Decimomannu in Sardegna ottiene il suo primo incarico, interrotto dalla notizia dell’armistizio dell’8 settembre, il giorno della scelta.
    […] Un sacerdote riesce a procurare un aereo ad Emanuele e ai suoi amici, col quale riescono ad atterrare in Sicilia: da qui, non senza difficoltà, raggiungono Brindisi e poi su, verso il Nord. Il 28 dicembre dello stesso anno aderisce all’organizzazione americana OSS (Office of Strategic Service): qui conosce un pari grado americano, Louis Biagioni, che gli si lega di fraterna amicizia, che proseguirà anche dopo la morte di Emanuele, attraverso lettere e testimonianze alla sua famiglia. Nella primavera del ’44 gli viene affidata la missione “Emanuele”: è paracadutato sulle montagne orobiche, sopra San Giovanni Bianco, con l’ordine di raggiungere la zona di Barzio per collaborare con i partigiani. È
    il prologo della tragedia che si sta per compiere. Il lancio va male, la radio è persa e gli uomini costretti a nascondersi. Sono in tre: Emanuele Carioni, Piero Briacca e l’italo americano Louis Biagioni. Due sorelle, Rina e Luciana Villa, li ospitano nella loro casa; escono solo per andare in montagna dai partigiani e per le riunioni a cui partecipano, fra gli altri, Antonio Colombo, Franco Minonzio e Luigi Frigerio, che condivideranno il destino di Emanuele, fucilati anch’essi il 12 luglio. Una sera, con altri partigiani, chiedono rifugio a casa Villa due russi che, con credenziali persuasive sulla loro identità, si spacciano per prigionieri di guerra evasi; solo in seguito si scoprirà essere spie delle SS. Una mattina uno dei due accompagna Emanuele a Milano per conferire con l’organizzazione, ma lo conduce nelle mani dei tedeschi, che lo arrestano e lo portano a San Vittore. A Lecco sono arrestati anche gli altri.
    Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Uomini, nomi, memoria. Fossoli 12 luglio 1944, Edizioni APM, Carpi, 2004

    Sempre il 19 maggio 1944 <694 sarebbero stati presi anche Franco Minonzio e Luigi Frigerio. Minonzio, il giorno precedente, mentre era diretto all’Ospedale Militare di Lecco per visitare un conoscente, aveva incontrato per strada Sandro Turba, suo “vecchio amico”, il quale lo aveva pregato di aiutare lui, e di riflesso le Villa, ad accompagnare gli sbandati ospitati in casa loro “fino a Passata oppure a Vedezeta Morterone (Como) presso un certo Bellingardi” <695. Franco, per anni a capo delle guide alpinistiche della zona, aveva accondisceso ad offrire soccorso ma, giunto al fondo valle del monte Resegone, si era dovuto fermare perché “ammalato ad una gamba” <696. Aveva così chiesto al fratello Giuseppe, di ventitré anni, di procedere oltre ed era tornato a casa. Il giorno successivo, mentre si trovava sul posto di lavoro, “alle 18” <697 era stato catturato. Tra i capi d’accusa quello di un “movimento di somme constatate attraverso appunti e libretti” che egli, sotto interrogatorio, avrebbe giustificato come frutto dell’“amministrazione del Dopolavoro Antonio Badoni” <698 e come ricavato della vendita della sua quota di comproprietario della ditta Insubbia <699.
    Anche Antonio Fugazza era stato attirato nella rete. L’uomo, frequentando l’ufficio del genero Giovanni Zampieron, ubicato nella casa milanese della signora Maria Prestini, cugina delle Villa, aveva lì conosciuto i due paracadutisti Carioni e Biagioni. Alla richiesta di questi di un luogo sicuro dove occultare le armi, Fugazza aveva suggerito di sotterrarle nel giardino annesso alla sua casa di via Filippo Carcano (n.10). Presso tale abitazione, ai primi di maggio, si era così recato, come da accordi, Piero Briacca, il terzo membro della missione, per depositare nel terreno la valigia contenente “cinque rivoltelle con le munizioni per le stesse, due fucili vecchi smontati, senza munizioni e quattro
    baionette arrugginite” <700. Fugazza era stato poi scoperto a ospitare a casa sua una famiglia di ebrei. Sequestrati dagli agenti i documenti, anche gli armamenti erano stati rinvenuti nel giardino e l’uomo, di conseguenza, portato in carcere. Scriveva Luca Ostèria: “18 maggio 1944. Le SS di Bergamo (ten. Lang Fritz) procedettero a numerosi arresti nella zona di Lecco e di Milano, contro patrioti e persone appartenenti al Cln. Tale operazione fu aperta da due confidenti di nome Mirko e Boris. Tutto l’incartamento venne da me chiesto al capitano Saevecke. Fu possibile circoscrivere l’operazione evitando l’arresto di altre numerose persone tra le quali il noto Giulio Alonzi, Boeri Enzo e il col. Faila del centro mutilati di Milano. Delle 23 persone arrestate dalle SS di Bergamo ne vennero liberate 14″. <701.
    Immatricolati a San Vittore, gli amici Emanuele Carioni e Louis Biagioni erano stati assegnati a due celle di isolamento vicine, il primo alla n.88, il secondo alla n.95. Ciascuno cercava di scorgere dalle feritoie l’altro nel momento in cui veniva chiamato per gli interrogatori. Aperte un giorno le porte dei locali antistanti, Emanuele, visto Louis, gli aveva fatto scherzosamente il segno “che si andava a finire alla fucilazione” <702 e così i due amici si erano abbandonati a una lunga, liberatoria risata. Corrotta una guardia per mezzo di soldi, Carioni aveva poi trovato, nei successivi giorni, modo di ospitare, per qualche minuto, l’amico nella sua cella. Al momento dell’incontro Emanuele e Louis si erano abbracciati e avevano pianto “come bambini”, cercando, nel poco tempo a disposizione, di concordare una linea difensiva. Emanuele aveva messo Louis al corrente del fatto che, interrogato dal “dott. Ugo”, egli aveva ricevuto da questi rassicurazioni e lo stesso Louis, durante gli interrogatori, aveva avanzato con coraggio a Ostèria la richiesta di uscire dall’isolamento per essere messo in cella con l’amico, richiesta che dopo poco era stata soddisfatta: “Il tempo passava molto più presto per me e per lui. Io gli insegnavo canzoni americane e lui mi insegnava quelle italiane. Si trovava sempre qualche cosa da leggere e quando non si leggeva si raccontavano storie. Io gli parlavo della vita in America e lui dell’Italia. Gli chiedevo tante volte se sarebbe venuto in America e lui mi diceva che c’era troppo da fare in Italia. Tante volte mentre si mangiava a mezzogiorno si scoppiava a ridere e non [ci] si fermava fino a che le parti ci facevano male dal ridere. Emanuele l’avevano messo a lavorare come scopino e io a un altro mestiere che non ricordo. Ogni tanto il dott. Ugo ci chiamava dicendoci come andavano le cose e offrendoci sigarette. Un giorno mi chiamò e poi fece venire anche Emanuele quando gli dissi che non ci credevo a quel che mi aveva detto ci disse che per noi non c’era più molto pericolo e che non saremmo stati fucilati. Avevamo poca fiducia nelle sue parole quando ci fece sapere che faceva di tutto per farci restare in carcere e di non farci andare in un campo di concentramento. Sapevamo che in campo di concentramento saremmo stati i primi a essere fucilati per rappresaglia”. <703.
    Annibale Carioni, padre di Emanuele, si era recato di corsa a Milano in prigione per visitare il figlio e ci era riuscito “alcune volte” <704. “Stai tranquillo”, gli aveva detto Emanuele “con bontà e con convinzione”; “mamma non lasciarla venire, si spaventerebbe; ti prego di non tentare nulla: io sono calmo e non verrò mai meno al mio dovere” <705. Il ragazzo aveva manifestato solo il dispiacere per la presenza in quel luogo di tanti suoi compagni di sventura e il desiderio di poter riprendere, quanto prima, la lotta interrotta. A San Vittore era riuscito a mettersi in contatto anche con le sorelle Villa a cui avrebbe scritto una lettera, andata purtroppo perduta: “Seguo gli avvenimenti di fuori su una carta disegnata su un muro con un pezzo di legno; sono bene informato di tutto. Però il più delle volte penso. Mi preoccupo soprattutto che voi vi diate troppo pensiero e siate in ansia riguardo alla mia situazione presente. Sono sicuro che tutto finirà bene e presto. Sono convinto di aver agito per un ideale giusto, quale di combattere il male: per impedire che l’Italia fosse trascinata nel baratro della rovina completa da pochi disonesti. Questa mia fede vi sia di conforto <706. Anche Biagioni sarebbe riuscito a mandare alle sorelle Villa dalla cella un biglietto: “Passo il tempo pitturando la mia stanza da letto con qualcosa che portano al mattino e che chiamano caffè… Mi dovete scusare se io sono stato una delle cause perché vi trovate qui. Non mi scorderò mai del bene che avete fatto e del vostro sacrificio. Se il destino permetterà che ritorni in America, non mi stancherò di parlare di voi e di tanta altra buona gente che ho trovato in Italia”. <707. Emanuele sarebbe rimasto fedele al suo giuramento di non tradire mai sé stesso. Dopo aver subito torture, finito a Fossoli come Biagioni, sarebbe per sempre stato diviso dall’amico Louis. Quest’ultimo, liberato dopo una lunga esperienza di detenzione nei campi tedeschi, avrebbe fatto fortunosamente ritorno in America. A Emanuele, Antonio Colombo, Franco Minonzio, Luigi Frigerio, Lino Ciceri e Antonio Fugazza il ritorno sarebbe per sempre stato negato. Come Napoleone Tirale, Antonio Gambacorti Passerini, Giovanni Barbera, Arturo Martinelli, Galileo Vercesi, Brenno Cavallari, Luigi Ferrighi, Ubaldo Panceri, Jerzi Sas Kulczycki, Ernesto Celada, Armando Di Pietro, Renato Mancini, Carlo Bianchi, i sei partigiani del gruppo di Lecco, vicini alle sorelle Villa, sarebbero morti nella strage di Cibeno compiuta dai nazifascisti – poco dopo l’omicidio di Poldo Gasparotto – il 12 luglio 1944 a pochi chilometri dal campo di Fossoli.
    [NOTE]
    694 La data dell’arresto di Franco Minonzio è confermata anche da don Giovanni Ticozzi, suo amico. Si veda don G. Ticozzi, frammenti di vita, Ettore Bertolozzi, Lecco 1959, p. 44.
    695 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
    696 ibidem.
    697 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
    698 ibidem.
    699 ibidem.
    700 Insmli, Verbale di interrogatorio di Fugazza Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
    701 Insmli, fondo Osteria, b. 1.
    02 Lettera di Louis Biagioni a Ersilia Carioni, 25 febbraio 1946. Archivio privato famiglia Carioni.
    703 ibidem.
    704 All’Eccel. Ministero della guerra, Misano d’Adda, 30-5-49, Archivio privato famiglia Carioni. Egli avrebbe subìto, a causa dell’operato del figlio, “una forma di persecuzione” da parte del podestà del suo paese.
    705 ibidem.
    706 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 81.
    707 ibidem.
    Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

    All’alba del 12 luglio 1944, 69 internati nel campo di concentramento per politici di Fossoli sono portati in tre gruppi al Poligono di tiro di Cibeno e lì 67 saranno fucilati mentre due riusciranno a fuggire. La barbara azione è fatta per rappresaglia verso l’uccisione a Genova di 7 militari tedeschi, così si dice nella sentenza letta poco prima dell’uccisione. Una motivazione che mostra però troppe incongruenze rispetto l’ usuale strategia messa in campo dai nazifascisti in circostanze simili: di tempo, perché l’attentato ai militari tedeschi avviene molti giorni prima; di luogo, perché gli episodi coinvolgono due comunità molto distanti tra loro; di scopo, perché si fa di tutto per occultare la strage, la violenza e i corpi dei giustiziati non sono esibiti, ma caparbiamente occultati.
    Marzia Luppi, Dieci anni dopo, Prefazione a Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Op. cit.

    E proprio durante una permanenza negli Stati Uniti Gustavo Gnecchi andò a cercare e ritrovare, nell’immensa metropoli di New York, il parà italo americano Louis Biagioni, lanciato in missione segreta nel 1944 lungo la cresta montana tra il lecchese e le Orobie. Biagioni aveva trovato rifugio nella casa al Garabuso di Acquate delle quattro sorelle “garibaldine” Villa, Venne poi catturato dai tedeschi e finì in campo di prigionia, rientrando in USA a guerra finita. Biagioni non era più stato in Italia, pur mantenendo corrispondenza con le sorelle Villa che ricordava con grande riconoscenza come coraggiose protagoniste della lotta per la libertà […]
    A.B., Lecco: Gustavo Gnecchi incontrò a New York il parà Biagioni, “nascosto” dalle sorelle Villa, Leccoonline, 21 aprile 2017

    […] la fonte è Luca Osteria, alias «dottor Ugo Modesti», il personaggio cui si è già accennato e che, insieme a uno degli agenti ai suoi ordini, rientrerà indirettamente nella nostra storia per essere stato il più prezioso, e per diversi mesi produttivo, collaboratore italiano di Saevecke dal settembre 1943 al febbraio 1945. Ex marinaio, per diciassette anni al servizio dell’Ovra, Osteria rivela un vero talento per la provocazione riuscendo nel ventennio a mandare in galera parecchi antifascisti e, in tempo di guerra, a gabbare l’intelligence inglese facendole credere di essere entrata in contatto con un’organizzazione antifascista che in realtà, sotto la sua direzione, le passa solo informazioni inconsistenti e fa invece cadere in trappola diversi agenti britannici. Da qui il credito iniziale presso i tedeschi cosicché, quando il citato commissario Panoli lo segnala a Saevecke come l’esperto dell’Ovra che fa per lui, gli si spalancano le porte del Regina e da quel momento comincia una strettissima cooperazione. Nel corso del 1944 avrà un attacco di resipiscenza e inizierà il doppio gioco in favore della Resistenza, o più probabilmente di sé stesso, riuscendo a convincere della onestà dei suoi moventi anche Parri, ma non completamente i servizi inglesi né Leo Valiani né Enzo Boeri, responsabile della sezione controspionaggio del Comando generale Corpo volontari della Libertà. Personaggio sicuramente sfaccettato e difficile da decifrare, indubitabilmente scaltro e rotto ad ogni astuzia del bieco mestiere esercitato per anni, nel dopoguerra si darà arie da poliziotto infallibile attribuendosi anche il merito di aver salvato centinaia di resistenti, la maggior parte dei quali nomi che contano e di cui conserverà un meticoloso elenco. Nel febbraio 1945, quando sente il cerchio stringerglisi sempre più dappresso, si reca a Berna dal responsabile dei servizi britannici, McCaffery, ma, nonostante la sua offerta a collaborare, viene narcotizzato e trasportato nell’Italia meridionale dove rimane «in condizione di semiprigioniero» fino alla conclusione del conflitto. All’epoca dell’inchiesta dell’Aned vive a Genova, la sua città natale, ma, benché certamente depositario di molti retroscena, non gli verrà richiesta nessuna testimonianza: il passato di provocatore fascista e la tardiva e troppo sospetta conversione al fronte antifascista fanno di lui un elemento del quale diffidare, in più corre voce sia anche in contatto con l’Oas, l’organizzazione terrorista dell’estrema destra francese che si è opposta con ogni mezzo all’indipendenza algerina.
    Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano. I crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo, DATANEWS Editrice, 1998

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