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#sciopero — Public Fediverse posts

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  1. AGGRESSIONE A UN SINDACALISTA IN SCIOPERO A PRATO

    Stamani Arturo, sindacalista SUDD Cobas, è stato preso a pugni e calci dal padrone della Stamperia Mix mentre era davanti ai cancelli con i lavoratori in sciopero per due stipendi non pagati.

    È questa la realtà di un sistema che pretende silenzio, obbedienza e lavoro gratis. Quando gli operai si organizzano, scioperano, rivendicano salario e dignità, la risposta diventa intimidazione e violenza.

    La risposta è in piazza.

    ORE 18:00
    VIA GALCIANESE 93,PRATO - DAVANTI A STAMPERIA MIX

    Il diritto di sciopero non si tocca.

    #prato #sciopero #cobas

  2. AGGRESSIONE A UN SINDACALISTA IN SCIOPERO A PRATO

    Stamani Arturo, sindacalista SUDD Cobas, è stato preso a pugni e calci dal padrone della Stamperia Mix mentre era davanti ai cancelli con i lavoratori in sciopero per due stipendi non pagati.

    È questa la realtà di un sistema che pretende silenzio, obbedienza e lavoro gratis. Quando gli operai si organizzano, scioperano, rivendicano salario e dignità, la risposta diventa intimidazione e violenza.

    La risposta è in piazza.

    ORE 18:00
    VIA GALCIANESE 93,PRATO - DAVANTI A STAMPERIA MIX

    Il diritto di sciopero non si tocca.

    #prato #sciopero #cobas

  3. AGGRESSIONE A UN SINDACALISTA IN SCIOPERO A PRATO

    Stamani Arturo, sindacalista SUDD Cobas, è stato preso a pugni e calci dal padrone della Stamperia Mix mentre era davanti ai cancelli con i lavoratori in sciopero per due stipendi non pagati.

    È questa la realtà di un sistema che pretende silenzio, obbedienza e lavoro gratis. Quando gli operai si organizzano, scioperano, rivendicano salario e dignità, la risposta diventa intimidazione e violenza.

    La risposta è in piazza.

    ORE 18:00
    VIA GALCIANESE 93,PRATO - DAVANTI A STAMPERIA MIX

    Il diritto di sciopero non si tocca.

    #prato #sciopero #cobas

  4. Gerarchi repubblichini a Torino agli inizi del 1944

    Avevamo lasciato la descrizione della federazione di Torino, alle prese con lo scioglimento della squadra “Muti”, autonomamente gestita dalla “generazione storica” dello squadrismo torinese, con conseguenze luttuose per gli stessi comandanti squadristi. La successiva contrapposizione violenta con le strutture tradizionali dello Stato aveva portato, dopo l’aggressione all’aula del tribunale di Torino all’intervento del capo della provincia Zerbino, che nel novembre del ’43 si era presentato come tutore delle prerogative del suo ufficio. Tra l’inverno e la primavera del ’44, in considerazione della continuazione dei cicli di rastrellamento germanici e fascisti, nella provincia ed in generale in
    Piemonte, Solaro appare come fortemente attivo nel difendere le prerogative del proprio ruolo, anche in relazione alla difesa dell’ordine pubblico, unita, in una provincia che accoglieva più di 200.000 operai al confronto con gli scioperi del marzo del ’44 e con la strategia, ambigua e autonoma, degli industriali della città <489. Abbiamo in tal senso fatto riferimento alla contrapposizione evidente tra Solaro e “suoi” sostenitori in federazione e i settori dirigenziali dell’industria torinese, indirettamente più vicini alla compagine squadristica originaria del PFR torinese, almeno in alcuni dei suoi rappresentanti. Ad essi, i fascisti repubblicani unirono una vemente vis polemica contro l’altro “potere” provinciale e cittadino, la Chiesa, con particolare attenzione alle sue strutture inferiori, viste generalmente come conniventi delle bande partigiane, qualora la parrocchia avesse compreso al suo interno aree effettivamente segnate da un’estesaa presenza ribellistica.
    Come abbiamo visto nel caso di Padova e di Milano, le autorità apicali della gerarchia ecclesiastica tentarono per tutti i 600 giorni di intervenire nei difficoltosi equilibri del policentrismo repubblicano. Un’intromissione che veniva “sdegnosamente” rigettata e contrastata dalla compagine “intransigente” che a Torino faceva capo a Solaro, sin dall’autunno del ’43. Così ad esempio Lorenzo Tealdy, caporedattore e futuro direttore del settimanale della federazione, “La Riscossa”, si esprimeva nei confronti dei parroci della provincia: “La Patria, in quest’ora grave, tragica, dolorante, chiede alla gioventù il tributo delle sue energie (…) c’è la gioventù che brancola nel buio e non sa decidersi (…) se servire la Patria in pericolo, oppure lasciarla allo sbaraglio di chi l’ha tradita (…) La fede che impararono sulle ginocchia materne e nella loro chiesa parrocchiale, ricorda loro: è giunto il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare. Ma poi una, molte voci lo assordano, dicendogli: fuggi, tradisci! (…) Basterebbe a quel momento un’autorevole parola del parroco per scuoterlo, per farlo riflettere (…) Ma il parroco – forse perché spera ancora nella realizzazione di una ripetuta libertà badogliana, dimenticando che durante essa, a rivoli, ingrossatisi a torrente, il bolscevismo si preparava a scendere in Italia e a sommergere la famiglia – tace. Ogni sacerdote che dice ad un giovane: non ti presentare, pone volontariamente “fuori dalla legge” un giovane che disonora sé stesso (…) Sacerdoti di Cristo, la Patria, l’Italia chiama pure voi (…).” <490 Nelle contingenze critiche della prima chiamata dei coscritti della Repubblica, Tealdy – uomo non legato direttamente all’esperienza squadrista, pur essendo nato nel 1897 – interpretava l’atteggiamento attendista o, più semplicemente, legato a dinamiche ed equilibri particolari dell’area parrocchiale dei sacerdoti, come tradimento <491.
    Un atteggiamento che si ripeté a Torino da parte di Solaro, nella primavera successiva, quando il successo dello sciopero rafforzò l’interpretazione di “estraneità” della federazione fascista <492, rispetto alla comunità cittadina e provinciale del Torinese <493. Qui gli arresti furono migliaia ed i deportati più di 400, a differenza di Milano <494. Adduci, riprendendo Chevallard <495, afferma infatti che fu proprio dal marzo del ’44 che la contrapposizione tra cittadinanza e intransigenza fascista si andò a rafforzare; anche a causa delle impressioni di quest’ultima che interpretava l’atteggiamento operaio come puro e semplice tradimento della svolta “sociale” della RSI <496. È in questa fase che nelle dinamiche di potere interne alla provincia, la GNR, comandata dal console Gaetano Spallone, sembrava aderire pienamente all’intransigenza del federale, in contrapposizione diretta con il questore di Torino Rendina, già incontrato, come obiettivo “preferito” degli strali della polemica di Solaro contro l’attendismo e l’a-fascismo provinciale. Il “giovane” commissario federale, al quale spesso venne imputata la mancata partecipazione alla fase squadrista “storica”, ricoprì volontariamente un ruolo segnato dalla partecipazione personale alla repressione dell’antifascismo. All’inizio del febbraio del ’44, fu Solaro a incentivare una repressione dura e spietata rispetto ai comuni della Val Pellice, investiti da un ciclo di rastrellamenti italo-tedeschi, che probabilmente videro la partecipazione anche dei militi di Spallone <497.
    Dal tardo inverno del’44, gli uomini di Solaro si videro tuttavia inseriti in un contrasto sempre più evidente con il capo della provincia Zerbino, caratterizzato dalla competizione tra autorità per quanto riguardava la responsabilità della repressione, come in altri casi già descritti, e le modalità attraverso le quali l’azione antiribellistica doveva esser condotta. Zerbino, già prefetto di Spalato tra 1941 e 1942, inviò la seguente comunicazione a Mussolini, che oltre a riconnettere la “cultura della violenza” e quella propriamente strategico-militare alle azioni di controguerriglia guidate in Dalmazia, introduce le motivazioni che portarono al contrasto con Solaro. “È cosa ben nota che le bande debbano esser combattute da altre “bande”: siam riusciti in Croazia ad opporre (…) i Cetnici (…) ai partigiani <498 (…). Non vi è quindi ragione per non tentare di valersi dello stesso mezzo in Italia, facendo concorrere all’eliminazione del banditismo vero e proprio, elementi che (…) sembrano essere contrari a tutte quelle forme di attività ribellistica che contrastano con gli interessi degli italiani”. <499 La strategia di Zerbino in questa fase andava quindi a conformarsi come all’insegna del compromesso con le cosiddette “bande autonome” slegate cioè dai partiti politici “rossi” e generalmente della sinistra ciellenistica; in tal senso è da notare la piena comprensione dei “partigiani” nella categoria di “anti-nazione” ed in generale di “nemico”, “degli interessi” della patria. Il caso più noto, anche perché vedeva direttamente le forze armate tedesche partecipare alle trattative con i partigiani, fu il tentato abboccamento con le bande del maggiore Enrico Martini, il comandante “Mauri” <500. Nella provincia di Torino, con un progetto che vedeva la “benedizione” del duce per il suo avviamento, paiono esser state portate avanti per alcune settimane anche le negoziazioni con il generale Operti, già incontrato nel paragrafo sulle conseguenze dell’otto settembre. In un appunto inviato a Mussolini il 20 febbraio, Zerbino confermò di aver aderito alla scelta di continuare le trattative, per quanto si lagnasse degli scomposti interventi di altre autorità, nello stesso “affare diplomatico”; in tal senso il prefetto imputava il rallentamento delle negoziazione ad ufficiali della Guardia, incaricati dal sottosegretario Barracu di intervenire nelle trattative <501.
    Una confusione di autorità ed interessi contrapposti che è sostanzialmente una delle peculiari caratteristiche della Repubblica e nella quale la federazione non esitò ad inserirsi. All’intervento diretto e personale in zona di operazioni <502, Solaro unì un contegno particolare, indirizzato da una parte a contrastare l’opposizione “interna” alla propria federazione, dall’altra a porsi in maniera autonoma e con una posizione ben definita nella strategia di repressione del partigianato piemontese e torinese. Solaro in una comunicazione a Tamburini segnala le criticità proprie dell’attività politica del fascismo in provincia, con una forte attenzione al problema della sicurezza delle singole personalità fasciste <503. Pur apprezzando l’opera della GNR e dei camerati germanici, Solaro appare critico verso le impostazioni compromissorie nei confronti delle bande partigiane. Pur non facendo un diretto riferimento alle trattative con Operti o Mauri, nella sua carica di commissario federale e di delegato del PFR per il Piemonte <504, Solaro si diceva fortemente contrario al portare avanti qualsiasi trattativa con i ribelli, soprattutto in un periodo in cui le azioni antifasciste avevano ripreso con forza a colpire le personalità sottoposte al federale <505. Inoltre le trattative con il generale Operti sembrarono in quel momento accrescere a dismisura alcuni traffici illeciti di denaro, sottratto, secondo alcune testimonianze del dopoguerra, alle casse della IV armata, gli ammanchi milionari delle quali probabilmente finirono negli uffici dell’UPI di Torino, guidato dal maggiore Serloreti e dal suo comandante, il colonnello Cabras <506. Solaro fece anche riferimento ad un accordo diretto tra segreteria del PFR e federazione di Torino, sia in relazione alla creazione del battaglione ausiliario, preposto alla difesa dei comuni della provincia più “esposti” all’attività delle bande <507, sia per la sopravvivenza del servizio investigativo del maresciallo Ferraris. In particolar modo tra il febbraio e la fine del marzo del ’44, Solaro appare impegnato nel difendere l’attività dell’ufficio di informazioni federale, guidato da quello che il commissario definiva un “ottimo fascista” di fronte al capo della polizia Tamburini, teoricamente diretto superiore del questore Rendina.
    [NOTE]
    489 AA. VV. La città delle fabbriche, (a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea), 2003, pubblicazione on-line consultabile (in data marzo 22 febbraio 2017) sul sito http://www.istoreto.it/to38-45_industria/pdf/citta_industria.pdf .
    490 Poche parole ai parroci, in “La Riscossa” del 16 dicembre 1943, citato in Adduci, Gli altri, op. cit. p. 164.
    491 Accusa ricambiata con una certa “freddezza” da parte del vescovo Fossati, cfr. Lazzero, Le Brigate nere, op. cit. p. 109, La Resistenza alle porte di Torino, F. Angeli, Milano, 1989, p. 202.
    492 Sul concetto di estraneità, che come vedremo si tramuterà in “alterità” e aperta ostilità contro l’intera popolazione provinciale si rinvia a Adduci, Gli altri, passim.
    493 G. Oliva, La Resistenza… op. cit., pp. 147-156, in particolare, il paragrafo La scoperta della politica.
    494 C. Dellavalle, Lotte operaie, Torino, in Bertolo, E. Brunetta, op. cit. p. 235.
    495 Chevallard, op. cit. pp. 220, l’autore parla di “tradimento” degli operi, interpretato dai fascisti repubblicani, in conseguenza del manifesto rifiuto della Socializzazione d’Impresa.
    496 Adduci, Gli altri, op. cit. p. 179.
    497 Ivi, pp. 165, 166, Chevallard, op. cit. p. 121, mancano tuttavia dati precisi sull’azione e l’effettiva influenza di Solaro sulle 14 fucilazioni finali, a cui si aggiunsero decine di case incendiate nei comuni di Villar e Torre Pellice.
    498 “Partigiani” è in questo senso utilizzato in maniera dispregiativa, come da uso comune, nel Ventennio. Potrebbe essere interessante il fatto che, anche nella schiera dell’antifascismo, almeno in quello democristiano, il termine venga utilizzato con simile significato, Sturzo, da Washington, disse sul finire del marzo del ’45, che sarebbe stato meglio chiamarli patriots piuttosto di partisans, per le loro doti di combattimento e per i loro ideali politici, cfr. relazione dell’OSS su Don Sturzo, residente a Brooklin, New York, del 20 marzo 1945, in NARA Rg. 226, e. A1 106, b. 26, Italy general, records of the NY Secret Intelligence Branch, f. 113.
    499 Relazione s.d. ma dell’inizio di febbraio del ’44, di Zerbino a Mussolini, probabilmente inviata dopo l’incontro del 3 febbraio 1944, a Gargnano tra i due. In ACS, SPD, CR, RSI, b. 8, f. Torino.
    500 Klinkhammer, L’occupazione, op. cit. pp. 386-389, Adduci, Gli altri, op. cit. pp. 153, 154. Nel luglio seguente, il generale Tensfeld fa riferimento ad un’operazione di avvicinamento, tentata da “Mauri” verso le forze nazifasciste, per una sorta di “tregua d’armi” nell’area di Cuneo, nella quale, il maggiore avrebbe ricoperto il ruolo di “tutore dell’ordine”. Tensfeld in proposito vuole evitare di dare eccessiva “importanza” al comandante partigiano, in relazione all’incontro tra Graziani e Tensfeld del 5 luglio 1944, in ACS, SPD, CR, RSI, b. 31, f. 238, sf. 7, Graziani.
    501 Appunto per il duce del 20 febbraio 1944, in NARA, Rg. 226, e. 174, b. 22, f. 151. Le trattative andranno comunque ad essere bloccate successivamente.
    502 Nella zona del generale Raffaele Operti, ad esempio, Solaro figura tra i comandanti di un plotone di esecuzione che portò alla morte di 3 antifascisti a San Maurizio Canavese: probabilmente il reparto, pur facendo riferimento alla GNR, doveva essere formato dai militi del “battaglione ausiliare” della Guardia, sorto dopo lo scioglimento della “Muti”, cfr. http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1039 , visitato il 5 giugno 1917. Solaro avrebbe guidato alcune azioni in provincia anche dopo il marzo del ’44, cfr. comunicazione di Solaro a Olo Nunzi della segreteria di Pavolini del 24 maggio 1944, in ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3, doc. cit.
    503 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3.
    504 Solaro fu investito del ruolo il 10 aprile 1944, cfr. Adduci, Gli altri, op. cit. p. 203.
    505 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3. Doc. cit. punto 5°.
    506 Allegra, op. cit. pp. 158-161, in riferimento al doppiogiochista Bernocco, definiti dalla CAS di Torino “intimo di Serloreti”.
    507 La stessa GNR in questo periodo soffre deficit gravi di organico come attestato nella comunicazione al prefetto Zerbino del generale Raffaele Castriota, Ispettore regionale della Guardia, che il 7 aprile 1944, riferisce l’impossibilità di collocare un distaccamento a Ciriè, in ASTO, G. P. b. 148/1, f. 2402 Elenco Ufficiali o militari presentatisi, 1944.
    Jacopo Calussi, Fascismo repubblicano e violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, 2018

    #1943 #1944 #autonomi #autunno #EnricoMartini #fascisti #febbraio #federazione #GaetanoSpallone #GiuseppeSolaro #GNR #industriali #JacopoCalussi #marzo #Mauri #operai #PaoloZerbino #partigiani #Pfr #Piemonte #repressione #repubblichini #RSI #sciopero #tedeschi #Torino
  5. Gerarchi repubblichini a Torino agli inizi del 1944

    Avevamo lasciato la descrizione della federazione di Torino, alle prese con lo scioglimento della squadra “Muti”, autonomamente gestita dalla “generazione storica” dello squadrismo torinese, con conseguenze luttuose per gli stessi comandanti squadristi. La successiva contrapposizione violenta con le strutture tradizionali dello Stato aveva portato, dopo l’aggressione all’aula del tribunale di Torino all’intervento del capo della provincia Zerbino, che nel novembre del ’43 si era presentato come tutore delle prerogative del suo ufficio. Tra l’inverno e la primavera del ’44, in considerazione della continuazione dei cicli di rastrellamento germanici e fascisti, nella provincia ed in generale in
    Piemonte, Solaro appare come fortemente attivo nel difendere le prerogative del proprio ruolo, anche in relazione alla difesa dell’ordine pubblico, unita, in una provincia che accoglieva più di 200.000 operai al confronto con gli scioperi del marzo del ’44 e con la strategia, ambigua e autonoma, degli industriali della città <489. Abbiamo in tal senso fatto riferimento alla contrapposizione evidente tra Solaro e “suoi” sostenitori in federazione e i settori dirigenziali dell’industria torinese, indirettamente più vicini alla compagine squadristica originaria del PFR torinese, almeno in alcuni dei suoi rappresentanti. Ad essi, i fascisti repubblicani unirono una vemente vis polemica contro l’altro “potere” provinciale e cittadino, la Chiesa, con particolare attenzione alle sue strutture inferiori, viste generalmente come conniventi delle bande partigiane, qualora la parrocchia avesse compreso al suo interno aree effettivamente segnate da un’estesaa presenza ribellistica.
    Come abbiamo visto nel caso di Padova e di Milano, le autorità apicali della gerarchia ecclesiastica tentarono per tutti i 600 giorni di intervenire nei difficoltosi equilibri del policentrismo repubblicano. Un’intromissione che veniva “sdegnosamente” rigettata e contrastata dalla compagine “intransigente” che a Torino faceva capo a Solaro, sin dall’autunno del ’43. Così ad esempio Lorenzo Tealdy, caporedattore e futuro direttore del settimanale della federazione, “La Riscossa”, si esprimeva nei confronti dei parroci della provincia: “La Patria, in quest’ora grave, tragica, dolorante, chiede alla gioventù il tributo delle sue energie (…) c’è la gioventù che brancola nel buio e non sa decidersi (…) se servire la Patria in pericolo, oppure lasciarla allo sbaraglio di chi l’ha tradita (…) La fede che impararono sulle ginocchia materne e nella loro chiesa parrocchiale, ricorda loro: è giunto il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare. Ma poi una, molte voci lo assordano, dicendogli: fuggi, tradisci! (…) Basterebbe a quel momento un’autorevole parola del parroco per scuoterlo, per farlo riflettere (…) Ma il parroco – forse perché spera ancora nella realizzazione di una ripetuta libertà badogliana, dimenticando che durante essa, a rivoli, ingrossatisi a torrente, il bolscevismo si preparava a scendere in Italia e a sommergere la famiglia – tace. Ogni sacerdote che dice ad un giovane: non ti presentare, pone volontariamente “fuori dalla legge” un giovane che disonora sé stesso (…) Sacerdoti di Cristo, la Patria, l’Italia chiama pure voi (…).” <490 Nelle contingenze critiche della prima chiamata dei coscritti della Repubblica, Tealdy – uomo non legato direttamente all’esperienza squadrista, pur essendo nato nel 1897 – interpretava l’atteggiamento attendista o, più semplicemente, legato a dinamiche ed equilibri particolari dell’area parrocchiale dei sacerdoti, come tradimento <491.
    Un atteggiamento che si ripeté a Torino da parte di Solaro, nella primavera successiva, quando il successo dello sciopero rafforzò l’interpretazione di “estraneità” della federazione fascista <492, rispetto alla comunità cittadina e provinciale del Torinese <493. Qui gli arresti furono migliaia ed i deportati più di 400, a differenza di Milano <494. Adduci, riprendendo Chevallard <495, afferma infatti che fu proprio dal marzo del ’44 che la contrapposizione tra cittadinanza e intransigenza fascista si andò a rafforzare; anche a causa delle impressioni di quest’ultima che interpretava l’atteggiamento operaio come puro e semplice tradimento della svolta “sociale” della RSI <496. È in questa fase che nelle dinamiche di potere interne alla provincia, la GNR, comandata dal console Gaetano Spallone, sembrava aderire pienamente all’intransigenza del federale, in contrapposizione diretta con il questore di Torino Rendina, già incontrato, come obiettivo “preferito” degli strali della polemica di Solaro contro l’attendismo e l’a-fascismo provinciale. Il “giovane” commissario federale, al quale spesso venne imputata la mancata partecipazione alla fase squadrista “storica”, ricoprì volontariamente un ruolo segnato dalla partecipazione personale alla repressione dell’antifascismo. All’inizio del febbraio del ’44, fu Solaro a incentivare una repressione dura e spietata rispetto ai comuni della Val Pellice, investiti da un ciclo di rastrellamenti italo-tedeschi, che probabilmente videro la partecipazione anche dei militi di Spallone <497.
    Dal tardo inverno del’44, gli uomini di Solaro si videro tuttavia inseriti in un contrasto sempre più evidente con il capo della provincia Zerbino, caratterizzato dalla competizione tra autorità per quanto riguardava la responsabilità della repressione, come in altri casi già descritti, e le modalità attraverso le quali l’azione antiribellistica doveva esser condotta. Zerbino, già prefetto di Spalato tra 1941 e 1942, inviò la seguente comunicazione a Mussolini, che oltre a riconnettere la “cultura della violenza” e quella propriamente strategico-militare alle azioni di controguerriglia guidate in Dalmazia, introduce le motivazioni che portarono al contrasto con Solaro. “È cosa ben nota che le bande debbano esser combattute da altre “bande”: siam riusciti in Croazia ad opporre (…) i Cetnici (…) ai partigiani <498 (…). Non vi è quindi ragione per non tentare di valersi dello stesso mezzo in Italia, facendo concorrere all’eliminazione del banditismo vero e proprio, elementi che (…) sembrano essere contrari a tutte quelle forme di attività ribellistica che contrastano con gli interessi degli italiani”. <499 La strategia di Zerbino in questa fase andava quindi a conformarsi come all’insegna del compromesso con le cosiddette “bande autonome” slegate cioè dai partiti politici “rossi” e generalmente della sinistra ciellenistica; in tal senso è da notare la piena comprensione dei “partigiani” nella categoria di “anti-nazione” ed in generale di “nemico”, “degli interessi” della patria. Il caso più noto, anche perché vedeva direttamente le forze armate tedesche partecipare alle trattative con i partigiani, fu il tentato abboccamento con le bande del maggiore Enrico Martini, il comandante “Mauri” <500. Nella provincia di Torino, con un progetto che vedeva la “benedizione” del duce per il suo avviamento, paiono esser state portate avanti per alcune settimane anche le negoziazioni con il generale Operti, già incontrato nel paragrafo sulle conseguenze dell’otto settembre. In un appunto inviato a Mussolini il 20 febbraio, Zerbino confermò di aver aderito alla scelta di continuare le trattative, per quanto si lagnasse degli scomposti interventi di altre autorità, nello stesso “affare diplomatico”; in tal senso il prefetto imputava il rallentamento delle negoziazione ad ufficiali della Guardia, incaricati dal sottosegretario Barracu di intervenire nelle trattative <501.
    Una confusione di autorità ed interessi contrapposti che è sostanzialmente una delle peculiari caratteristiche della Repubblica e nella quale la federazione non esitò ad inserirsi. All’intervento diretto e personale in zona di operazioni <502, Solaro unì un contegno particolare, indirizzato da una parte a contrastare l’opposizione “interna” alla propria federazione, dall’altra a porsi in maniera autonoma e con una posizione ben definita nella strategia di repressione del partigianato piemontese e torinese. Solaro in una comunicazione a Tamburini segnala le criticità proprie dell’attività politica del fascismo in provincia, con una forte attenzione al problema della sicurezza delle singole personalità fasciste <503. Pur apprezzando l’opera della GNR e dei camerati germanici, Solaro appare critico verso le impostazioni compromissorie nei confronti delle bande partigiane. Pur non facendo un diretto riferimento alle trattative con Operti o Mauri, nella sua carica di commissario federale e di delegato del PFR per il Piemonte <504, Solaro si diceva fortemente contrario al portare avanti qualsiasi trattativa con i ribelli, soprattutto in un periodo in cui le azioni antifasciste avevano ripreso con forza a colpire le personalità sottoposte al federale <505. Inoltre le trattative con il generale Operti sembrarono in quel momento accrescere a dismisura alcuni traffici illeciti di denaro, sottratto, secondo alcune testimonianze del dopoguerra, alle casse della IV armata, gli ammanchi milionari delle quali probabilmente finirono negli uffici dell’UPI di Torino, guidato dal maggiore Serloreti e dal suo comandante, il colonnello Cabras <506. Solaro fece anche riferimento ad un accordo diretto tra segreteria del PFR e federazione di Torino, sia in relazione alla creazione del battaglione ausiliario, preposto alla difesa dei comuni della provincia più “esposti” all’attività delle bande <507, sia per la sopravvivenza del servizio investigativo del maresciallo Ferraris. In particolar modo tra il febbraio e la fine del marzo del ’44, Solaro appare impegnato nel difendere l’attività dell’ufficio di informazioni federale, guidato da quello che il commissario definiva un “ottimo fascista” di fronte al capo della polizia Tamburini, teoricamente diretto superiore del questore Rendina.
    [NOTE]
    489 AA. VV. La città delle fabbriche, (a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea), 2003, pubblicazione on-line consultabile (in data marzo 22 febbraio 2017) sul sito http://www.istoreto.it/to38-45_industria/pdf/citta_industria.pdf .
    490 Poche parole ai parroci, in “La Riscossa” del 16 dicembre 1943, citato in Adduci, Gli altri, op. cit. p. 164.
    491 Accusa ricambiata con una certa “freddezza” da parte del vescovo Fossati, cfr. Lazzero, Le Brigate nere, op. cit. p. 109, La Resistenza alle porte di Torino, F. Angeli, Milano, 1989, p. 202.
    492 Sul concetto di estraneità, che come vedremo si tramuterà in “alterità” e aperta ostilità contro l’intera popolazione provinciale si rinvia a Adduci, Gli altri, passim.
    493 G. Oliva, La Resistenza… op. cit., pp. 147-156, in particolare, il paragrafo La scoperta della politica.
    494 C. Dellavalle, Lotte operaie, Torino, in Bertolo, E. Brunetta, op. cit. p. 235.
    495 Chevallard, op. cit. pp. 220, l’autore parla di “tradimento” degli operi, interpretato dai fascisti repubblicani, in conseguenza del manifesto rifiuto della Socializzazione d’Impresa.
    496 Adduci, Gli altri, op. cit. p. 179.
    497 Ivi, pp. 165, 166, Chevallard, op. cit. p. 121, mancano tuttavia dati precisi sull’azione e l’effettiva influenza di Solaro sulle 14 fucilazioni finali, a cui si aggiunsero decine di case incendiate nei comuni di Villar e Torre Pellice.
    498 “Partigiani” è in questo senso utilizzato in maniera dispregiativa, come da uso comune, nel Ventennio. Potrebbe essere interessante il fatto che, anche nella schiera dell’antifascismo, almeno in quello democristiano, il termine venga utilizzato con simile significato, Sturzo, da Washington, disse sul finire del marzo del ’45, che sarebbe stato meglio chiamarli patriots piuttosto di partisans, per le loro doti di combattimento e per i loro ideali politici, cfr. relazione dell’OSS su Don Sturzo, residente a Brooklin, New York, del 20 marzo 1945, in NARA Rg. 226, e. A1 106, b. 26, Italy general, records of the NY Secret Intelligence Branch, f. 113.
    499 Relazione s.d. ma dell’inizio di febbraio del ’44, di Zerbino a Mussolini, probabilmente inviata dopo l’incontro del 3 febbraio 1944, a Gargnano tra i due. In ACS, SPD, CR, RSI, b. 8, f. Torino.
    500 Klinkhammer, L’occupazione, op. cit. pp. 386-389, Adduci, Gli altri, op. cit. pp. 153, 154. Nel luglio seguente, il generale Tensfeld fa riferimento ad un’operazione di avvicinamento, tentata da “Mauri” verso le forze nazifasciste, per una sorta di “tregua d’armi” nell’area di Cuneo, nella quale, il maggiore avrebbe ricoperto il ruolo di “tutore dell’ordine”. Tensfeld in proposito vuole evitare di dare eccessiva “importanza” al comandante partigiano, in relazione all’incontro tra Graziani e Tensfeld del 5 luglio 1944, in ACS, SPD, CR, RSI, b. 31, f. 238, sf. 7, Graziani.
    501 Appunto per il duce del 20 febbraio 1944, in NARA, Rg. 226, e. 174, b. 22, f. 151. Le trattative andranno comunque ad essere bloccate successivamente.
    502 Nella zona del generale Raffaele Operti, ad esempio, Solaro figura tra i comandanti di un plotone di esecuzione che portò alla morte di 3 antifascisti a San Maurizio Canavese: probabilmente il reparto, pur facendo riferimento alla GNR, doveva essere formato dai militi del “battaglione ausiliare” della Guardia, sorto dopo lo scioglimento della “Muti”, cfr. http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1039 , visitato il 5 giugno 1917. Solaro avrebbe guidato alcune azioni in provincia anche dopo il marzo del ’44, cfr. comunicazione di Solaro a Olo Nunzi della segreteria di Pavolini del 24 maggio 1944, in ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3, doc. cit.
    503 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3.
    504 Solaro fu investito del ruolo il 10 aprile 1944, cfr. Adduci, Gli altri, op. cit. p. 203.
    505 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3. Doc. cit. punto 5°.
    506 Allegra, op. cit. pp. 158-161, in riferimento al doppiogiochista Bernocco, definiti dalla CAS di Torino “intimo di Serloreti”.
    507 La stessa GNR in questo periodo soffre deficit gravi di organico come attestato nella comunicazione al prefetto Zerbino del generale Raffaele Castriota, Ispettore regionale della Guardia, che il 7 aprile 1944, riferisce l’impossibilità di collocare un distaccamento a Ciriè, in ASTO, G. P. b. 148/1, f. 2402 Elenco Ufficiali o militari presentatisi, 1944.
    Jacopo Calussi, Fascismo repubblicano e violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, 2018

    #1943 #1944 #autonomi #autunno #EnricoMartini #fascisti #febbraio #federazione #GaetanoSpallone #GiuseppeSolaro #GNR #industriali #JacopoCalussi #marzo #Mauri #operai #PaoloZerbino #partigiani #Pfr #Piemonte #repressione #repubblichini #RSI #sciopero #tedeschi #Torino
  6. Lo sciopero del capitale ha avuto particolare intensità negli anni 1963, 1968 e 1969

    Michele Salvati, oltre al calo degli investimenti, ci segnala anche l’esportazione di capitali come manifestazione dello “sciopero del capitale”. Tale fenomeno ha avuto particolare intensità negli anni 1963, 1968 e 1969. Il 1963 fu caratterizzato da un saldo negativo nella bilancia dei pagamenti economica dovuto sia al saldo delle partite correnti, sia al saldo dei movimenti di capitale, già negativo nel 1962. La manovra restrittiva attuata dalla banca centrale riuscì nell’intento di riportare in positivo il saldo della bilancia commerciale, mentre i movimenti di capitali furono caratterizzati da un significativo deflusso sino al 1972. Al saldo positivo del 1964 contribuì il prestito del fondo monetario internazionale, ma già dal 1965 la bilancia dei pagamenti presentò saldi dei movimenti di capitali negativi, in particolare nel biennio 1968‐69 caratterizzato da una forte esportazione di capitali (Tabella 9). Il deflusso di capitali verso l’estero assunse spesso la forma di esportazione illegale di banconote. Come si può vedere nella Tabella 10 le rimesse di banconote italiane dall’estero contribuirono in maniera cospicua alla determinazione del saldo negativo dei movimenti di capitali, in particolare negli anni 1962‐64 e 1968‐69. Negli stessi anni più del 90% di queste banconote proveniva dalla Svizzera (Tabella 11).
    Una parte cospicua dei capitali esportati si dirigeva verso la Svizzera, in primo luogo, o verso Liechtenstein e Lussemburgo, tutti paesi nei quali vigeva un sistema fiscale favorevole alle società finanziarie (si veda il capitolo precedente). Buona parte di questi capitali uscivano dall’Italia per rientrarvi “estero‐vestiti”. A dimostrazione di questo si considerino gli investimenti diretti esteri in Italia negli stessi anni. La grande maggioranza di questi investimenti proveniva proprio da tre paesi: Svizzera, Liechtenstein e Lussemburgo (Tabella 12). Andando poi a verificare i settori nei quali questi investimenti furono diretti si scopre che a essere maggiormente interessate furono le società finanziarie e quelle immobiliari. Anche nei settori della chimica e della meccanica i capitali provenienti dai tre paesi erano cospicui, ma la differenza rispetto agli investimenti diretti provenienti dagli altri paesi più contenuta (Tabella 13).
    Le rimesse di banconote italiane aumentarono considerevolmente nel 1962 e ulteriormente nel 1963, in concomitanza con l’introduzione dell’imposta cedolare. Al fine di ridurre l’incidenza dell’imposta ed evitare l’accertamento divenne per molti conveniente intestare i titoli a nominativi esteri mediante il sistema dell’esportazione non autorizzata di banconote. Nel febbraio 1964 fu modificato il regime della cedolare con l’introduzione della possibilità di optare per una ritenuta a titolo d’imposta (cedolare “secca”). In tal modo venne meno la convenienza a trasferire all’estero il possesso dei titoli e si ridusse, come si può vedere nella Tabella 10, il deflusso di banconote. Nel 1967 si invertì nuovamente la tendenza a seguito dell’ulteriore modifica al regime della cedolare che abolì la cedolare “secca” favorendo l’intestazione dei titoli a nominativi esteri <260. Secondo un’analisi indicativa compiuta dalla Banca d’Italia, riportata nella Tabella 14, i fattori fiscali ed istituzionali furono la principale causa del deflusso di capitali tra il 1962 e il 1969.
    […] Le modificazioni intervenute nella struttura finanziaria delle imprese italiane negli anni ’60 e ’70 costituiscono un argomento ampiamente dibattuto <261. Già l’indagine di Filippi e Zanetti <262, relativa alle 200 maggiori società industriali italiane del periodo 1958‐63, documentava una progressiva erosione della quota dell’autofinanziamento e del capitale di rischio. La quota di autofinanziamento coprì più della metà del fabbisogno nel biennio 1958‐59 per scendere a un terzo nel 1963. Alla drastica riduzione della capacità di produrre i mezzi necessari al finanziamento, da mettere peraltro in relazione anche all’aumento dei costi dovuto al cosiddetto “slittamento salariale”, le imprese
    risposero in un primo momento con un aumento delle emissioni di azioni, in particolare nel 1960 e nel 1961, per poi passare nel 1963 ad un più massiccio ricorso all’indebitamento, pari a quasi due terzi del totale dei finanziamenti (Tabella 15). Anche il gruppo di 90 società quotate censito da Mediobanca negli anni 1960‐65, pure nella diversità del campione mostra la stessa tendenza alla riduzione progressiva dell’autofinanziamento e un maggiore ricorso all’indebitamento (Tabella 16). Le aziende, deteriorate nei loro conti economici, si videro costrette a ricorrere ulteriormente al credito anche nel quinquennio successivo. Come si vede nella Tabella 17, che illustra un altro campione censito da Mediobanca comprensivo di 520 società, su 12,8 miliardi di incremento del passivo nel periodo 1966‐70, solo il 10,5% fu costituito da mezzi propri. Peraltro anche sul fronte dell’indebitamento ci fu un deterioramento poiché aumentarono i debiti a breve molto più di quelli a medio e lungo termine.
    Il campione realizzato dalla Banca d’Italia, comprendente 219 società manifatturiere, ha il vantaggio di prendere in considerazione un periodo più lungo, vale a dire gli anni 1958‐73. Anche in questo caso si evidenzia una contrazione del capitale di rischio in rapporto alle altre voci che compongono la struttura contabile del passivo delle aziende considerate (Figura 1). In questo caso la diminuzione della percentuale del capitale di rischio si concentra all’inizio e alla fine del periodo considerato, mentre nella parte centrale, cioè durante gli anni 1964‐69, la situazione rimane stabile. Si potrebbe pensare che le società quotate potessero fare maggiore ricorso all’aumento di capitale e pertanto siano riuscite a mantenere una struttura finanziaria più solida, ma i dati elaborati dalla Banca d’Italia relativamente alla struttura del capitale di 59 società manifatturiere quotate, tra gli anni 1962 e 1973, ci inducono a trarre
    tutt’altre conclusioni. Anche tenendo conto di una rivalutazione dei cespiti patrimoniali, come ipotizzato dalla banca centrale (Tabella 18), le 59 società si trovano in una situazione finanziaria più compromessa rispetto al precedente campione delle 219.
    Analoghe considerazioni si possono trarre sulla base di un altro campione considerato dalla Banca centrale, comprendente 413 società manifatturiere tra gli anni 1962 e 1973. Contrariamente al campione della Figura 1, ma come per le 59 società quotate, la percentuale del capitale di rischio diminuisce progressivamente in tutto il periodo considerato, dimezzandosi. Tutte le altre voci aumentano, ma è l’indebitamento a breve termine a registrare l’incremento maggiore (Tabella 19). Giorgio Pivato contesta il presunto peggioramento della struttura finanziaria delle imprese italiane negli anni 1964‐69, ritenendo non corretto considerare solo la somma di capitale versato e riserve tra i mezzi propri. Includendo nella somma gli ammortamenti, la variazione sarebbe stata modesta. Un consistente cambiamento nel rapporto tra mezzi propri e indebitamento vi sarebbe stato, ma nel corso del tempo, dagli anni ’30 agli anni ’60. La struttura finanziaria che ne derivò appare comunque all’autore fortemente inadeguata a garantire lo sviluppo degli investimenti, limitato dalle sfavorevoli condizioni del mercato finanziario <263.
    Il problema del finanziamento si lega anche alla questione della concentrazione. Secondo alcuni le fusioni e le acquisizioni realizzate negli anni ’60 sarebbero state insufficienti, nonostante la legislazione incentivante <264, peraltro introdotta in tutti i paesi europei <265, e inadeguate a raggiungere quegli standard di efficienza e presenza sul mercato tali da non porre il paese in una condizione di marginalità nel contesto europeo <266. Carducci individua tre sottoperiodi: 1958‐69; 1961‐65; 1966‐71. Nel primo vi sarebbe stata assenza di incorporazioni, nel secondo il fenomeno fu poco pronunciato, mentre il terzo fu caratterizzato da una forte concentrazione, legata “verosimilmente al più difficile equilibrio tra costi e ricavi delle imprese minori ed alla situazione di sottoquotazione del mercato azionario, che ha reso conveniente l’espansione della capacità produttiva delle grandi imprese mediante l’acquisizione di impianti già esistenti”. Carducci nota la similarità tra il ricorso al mercato da parte delle grandi società private e l’investimento azionario da parte delle stesse. Le emissioni sarebbero servite a ridurre i rischi della gestione, finanziando sia la diversificazione dei rischi, sia l’acquisizione di aziende operanti negli stessi settori senza porre problemi di riallocazione di risorse interne. L’impresa pubblica avrebbe avuto minore necessità di ricorrere al mercato grazie ad un maggiore ricorso all’indebitamento ma anche all’autofinanziamento, grazie ad un pay‐out ratio meno elevato nell’impresa pubblica che in quella privata (16% dei profitti lordi contro il 21). <267
    Secondo Alfredo Macchiati solo sul finire degli anni ’70, tra il 1978 e il 1980 si sarebbe verificato un miglioramento della situazione finanziaria delle imprese. Precedentemente l’inflazione non avrebbe prodotto una svalutazione dei debiti tale da determinare “guadagni da inflazione”. Macchiati contesta anche la tesi secondo la quale negli anni ’70 l’impresa italiana si sarebbe finanziata in maniera esigua tramite il capitale di rischio <268, fatta eccezione per la raccolta tramite la borsa. L’aumento di capitale sarebbe consistito pertanto nell’apporto diretto da parte dei gruppi di controllo (esterni all’industria) e non in una raccolta di risparmio presso il pubblico <269.
    I campioni di società sopra illustrati non sono, al meno ai fini della mia ricerca, esaustivi. Non solo per le conclusioni non univoche cui conducono ma anche per la dimensione temporale, a volte ridotta, o per l’eccessiva estensione, essendo riferiti a imprese sia pubbliche che private e di varie dimensioni. Ritengo più opportuno considerare i cambiamenti intervenuti nella grande impresa privata per diverse ragioni: è più sensibile di quella pubblica alle dinamiche fiscali; non può far ricorso all’aumento dei fondi di dotazione; ha più facile accesso al mercato dei capitali rispetto alle imprese minori. Ritengo che circoscrivere l’indagine alla grande impresa privata sia anche più utile ai fini di una valutazione, che sarà oggetto dei prossimi capitoli, della visione che la classe politica dell’epoca aveva del capitalismo italiano. A rischio di produrre l’ennesima statistica documentante il deterioramento della struttura finanziaria dell’impresa italiana e a rischio di non scoprire nulla di nuovo rispetto a quanto già detto, ho deciso di verificare per gli anni 1958‐72 l’evoluzione del passivo delle 97 società per azioni industriali italiane più grandi per fatturato nel 1969.
    [NOTE]
    261 Si vedano tra gli altri: AA. VV., Il finanziamento delle imprese, Atti del convegno del centro di prevenzione e difesa sociale, Giuffrè, Milano 1977; AA. VV., Struttura finanziaria e politica economica in Italia, Franco Angeli, Milano 1976; Balducci R., Capitale finanziario e struttura industriale, in Vicarelli F. (a c. di), Capitale industriale e capitale finanziario: il caso italiano, Il mulino, Bologna 1979; Barca F., Compromesso senza riforme nel capitalismo italiano, in Barca F. (a c. di), Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra a oggi, Donzelli, Roma 1997; Barca L., Manghetti G., L’Italia delle banche, Editori Riuniti, Roma 1976; Bernabè F., Struttura finanziaria e politica economica in Italia, Franco Angeli, Milano, 1976; Cesarini F., Struttura finanziaria, sistema creditizio e allocamento delle risorse in Italia, Il Mulino, Bologna 1976; Colajanni N., Riconversione, grande impresa, partecipazioni statali, Feltrinelli, Milano 1976; Ente Einaudi, Ricerca sul sistema creditizio, Roma 1976; Nota Carli sul capital di rischio in Italia, in “Mondo Economico”, n. 8, 1 marzo 1975, p. 30; Vicarelli F. (a c. di), Capitale industriale e capitale finanziario, Il Mulino, Bologna 1979; Zecchi S., “Squilibri” e strutture finanziarie nell’industria manifatturiera italiana – Un commento, in “Moneta e Credito”, settembre 1975.
    262 Filippi E., Zanetti G., Finanza e sviluppo nella grande industria italiana, Franco Angeli, Milano 1965.
    263 Pivato G., Le strutture patrimoniali nell’industria italiana, Giuffré, Milano 1971.
    264 Decreto‐legge 18 marzo 1965 n. 170, con scadenza rinnovata dalla Legge 17 febbraio 1968 n. 57 e dal Decreto‐legge 27 agosto 1970 n. 621.
    265 Roelans J. Y., Régimes Fiscaux Applicables aux Fusions de Sociétés, Bruxelles 1970.
    266 Scognamiglio C., Mercato dei capitali, borse valori e finanziamento delle imprese, Franco Angeli, Milano 1974, pp. 73‐77; Ricardi F., Un problema per l’Italia: non diventare marginali nei confronti del mercato finanziario unificato europeo, in “Mondo Economico”, 20 marzo 1971.
    267 Carducci G., Le imprese industriali italiane negli anni 1961 1972: un’analisi attraverso i bilanci delle società per azioni, in “Moneta e Credito”, n. 3, 1973, p. 233‐247. Carducci ha utilizzato i dati relativi ad un gruppo di 423 società italiane dell’industria manifatturiera nel periodo 1958‐71 censite dalla Banca d’Italia nella Relazione Annuale (anni 1965‐72).
    268 Tra i sostenitori Monti M., Cesarini F., Scognamiglio F., Il sistema creditizio e finanziario italiano, in Relazione della Commissione di studio istituita dal Ministero del Tesoro, Poligrafico della Stato, Roma 1982; Cesarini F., Sistema bancario e offerta di capitale di rischio in Italia, in Lamfalussy A., I mercati finanziari europei, Torino, Einaudi 1972; Ciocca P., Gli investimenti delle imprese e le strutture finanziarie in Carli G. (a c. di), Sviluppo economico e strutture finanziarie in Italia, Il Mulino, Boogna 1977.
    269 Macchiati A., Il finanziamento delle imprese industriali in Italia, Il Mulino, Bologna 1985. Posizioni simili sono presenti in: Balducci R., Capitale finanziario e struttura industriale, in Vicarelli F., (a c. di), Capitale industriale e capitale finanziario: il caso italiano, Il Mulino, Bologna 1979; Ragazzi G., Teoria dei mercati dei capitali e concentrazione della proprietà delle imprese, in “Moneta e Credito”, n. 1, 1975, pp. 56‐80.
    Diego Marenot, Politiche fiscali e finanziamento d’impresa (1962-1974), Tesi di dottorato, Università commerciale L. Bocconi – Milano, 2010

    #1958 #1963 #1968 #1969 #ammortamenti #azionario #Banca #capitali #cedolare #chimica #concentrazione #credito #DiegoMarenot #esportazione #estero #finanziamenti #finanziarie #fisco #immobiliari #imprese #industria #investimenti #Italia #manifatturiere #mercato #rischi #rischio #sciopero #società
  7. Il blocco durerà dalle 5 a mezzanotte. Circa 445 voli in arrivo e in partenza sono stati cancellati.

    #Sciopero #voli #Berlino

    ilmitte.com/2026/03/sciopero-a

  8. Fermare i treni delle armi. Logistica militare: presidi e blocchi a Livorno e Pisa
    Giovedì 12 marzo è stata un’importante giornata di lotta contro la guerra e la logistica militare in Toscana. Mezzi militari
    umanitanova.org/fermare-i-tren
    #2026 #Articoli #DallItalia #InEvidenza #numero_9 #antimilitarismo #armi #BoicottaLaGuerra #EconomiaDiGuerra #Livorno #logistica #militarismo #pisa #sciopero #toscana #treni #usb

  9. Stretta sugli scioperi, Italia bocciata dal Comitato europeo dei diritti sociali: tre violazioni della normativa Ue.
    Troppe limitazioni al diritto di sciopero, tre violazioni della Carta sociale europea.
    Il provvedimento arriva dopo tre anni in cui il governo ha usato la precettazione come strumento ordinario di gestione del conflitto sindacale.

    lanotiziagiornale.it/stretta-s

    #DirittiSociali #Precettazione #Sciopero #Sindacato #Usb #Politica #Salvini #Lega #GovernoMeloni

  10. Come Assemblea Corpi e Terra, il nostro #sciopero è #transfemminista antagonista e PERMANENTE. Non si ferma all’ #8marzo e diventa pratica di vita quotidiana. Ribadiamo la necessità di esserci con i nostri corpi nelle piazze, nelle strade e ovunque ci sia un grido di libertà, costruendo comunità e spazi attraversabili.

    Lottiamo contro le gabbie attuando una politica #antispecista perché rivendichiamo per il corpo di tuttɜ la piena autodeterminazione. Boicottiamo ogni prodotto e azienda che finanzi guerre e genocidi.

    Vogliamo praticare un cambio di paradigma che disegni un modo di vivere alternativo, e per questo manteniamo le nostre pratiche tutti i giorni.

    Contrastiamo ogni singola discriminazione con lo stesso approccio: per questo il nostro sciopero è permanente!

    assembleacorpieterra.net/2026/

    #corpieterra #nudm #nonunadimeno

  11. Come Assemblea Corpi e Terra, il nostro #sciopero è #transfemminista antagonista e PERMANENTE. Non si ferma all’ #8marzo e diventa pratica di vita quotidiana. Ribadiamo la necessità di esserci con i nostri corpi nelle piazze, nelle strade e ovunque ci sia un grido di libertà, costruendo comunità e spazi attraversabili.

    Lottiamo contro le gabbie attuando una politica #antispecista perché rivendichiamo per il corpo di tuttɜ la piena autodeterminazione. Boicottiamo ogni prodotto e azienda che finanzi guerre e genocidi.

    Vogliamo praticare un cambio di paradigma che disegni un modo di vivere alternativo, e per questo manteniamo le nostre pratiche tutti i giorni.

    Contrastiamo ogni singola discriminazione con lo stesso approccio: per questo il nostro sciopero è permanente!

    assembleacorpieterra.net/2026/

    #corpieterra #nudm #nonunadimeno

  12. Le Nostre Vite Valgono - Noi Scioperiamo

    Italia, lunedì 9 marzo alle ore 00:00 CET

    APPELLO ALLA GIORNATA DI LOTTA E MOBILITAZIONE DELL'8 MARZO E ALLO SCIOPERO TRANSFEMMINISTA DEL 9 MARZO

    Quest'anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l'8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione.

    Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l'invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta.
    Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise.

    Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l'attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell'ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo.

    L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə.
    La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica.

    L'autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante.

    Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale.
    Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre.
    La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell'estrattivismo sui territori.
    La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi.

    Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta.
    Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. "Sicurezza" che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate.
    L'uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l'ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell'ordine (che sono ancora senza numeri identificativi).
    La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell'esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l'agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi.
    Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l'autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori.
    Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme.

    La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte.
    Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l'obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie.
    E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere.

    Scioperiamo perché senza consenso è stupro.
    Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura.
    Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un'economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite.
    Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato.
    Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell'ordine ma un'educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio.
    Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro.
    Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura - siano essi autogestiti o all'interno dei servizi di sanità pubblica - che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale.
    Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə.
    Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate.
    Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione.
    Scioperiamo per l'autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre.
    Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra.
    LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!

    roma.convoca.la/event/le-nostr

  13. Le Nostre Vite Valgono - Noi Scioperiamo

    Italia, lunedì 9 marzo alle ore 00:00 CET

    APPELLO ALLA GIORNATA DI LOTTA E MOBILITAZIONE DELL'8 MARZO E ALLO SCIOPERO TRANSFEMMINISTA DEL 9 MARZO

    Quest'anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l'8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione.

    Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l'invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta.
    Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise.

    Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l'attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell'ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo.

    L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə.
    La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica.

    L'autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante.

    Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale.
    Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre.
    La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell'estrattivismo sui territori.
    La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi.

    Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta.
    Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. "Sicurezza" che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate.
    L'uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l'ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell'ordine (che sono ancora senza numeri identificativi).
    La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell'esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l'agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi.
    Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l'autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori.
    Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme.

    La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte.
    Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l'obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie.
    E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere.

    Scioperiamo perché senza consenso è stupro.
    Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura.
    Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un'economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite.
    Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato.
    Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell'ordine ma un'educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio.
    Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro.
    Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura - siano essi autogestiti o all'interno dei servizi di sanità pubblica - che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale.
    Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə.
    Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate.
    Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione.
    Scioperiamo per l'autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre.
    Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra.
    LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!

    roma.convoca.la/event/le-nostr

  14. Giochi preziosi. Proteggere le Olimpiadi e reprimere gli scioperi
    Non solo un’enorme speculazione e una nuova occasione di scempio ambientale. Le Olimpiadi attaccano anche il diritto di sciopero. All'inizio di dicembre infatti la Commissione d
    umanitanova.org/giochi-prezios
    #2026 #Analisi #Articoli #DallItalia #numero_3 #governo #LotteSindacali #Milano #olimpiadi #RepressioneAntisindacale #scioperi #sciopero #sindacati #sindacato

  15. Giochi preziosi. Proteggere le Olimpiadi e reprimere gli scioperi
    Non solo un’enorme speculazione e una nuova occasione di scempio ambientale. Le Olimpiadi attaccano anche il diritto di sciopero. All'inizio di dicembre infatti la Commissione d
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    #2026 #Analisi #Articoli #DallItalia #numero_3 #governo #LotteSindacali #Milano #olimpiadi #RepressioneAntisindacale #scioperi #sciopero #sindacati #sindacato

  16. Scioperi, i giudici bocciano (ancora) Salvini sulla precettazione.
    Accolto ricorso Cgil e Uil.

    Il provvedimento è stato giudicato “non congruamente motivato” e il ricorso è stato accolto, con la conseguente condanna del ministero al pagamento delle spese.

    ilfattoquotidiano.it/2026/01/2

    #Sciopero #Sindacati #Cgil #Uil #Salvini #MatteoSalvini

  17. La guerra interna si intensifica. Sulle 32 denunce per il blocco del porto di Ravenna
    In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del
    umanitanova.org/la-guerra-inte
    #2025 #Comunicati #DallItalia #InEvidenza #antimilitarismo #BoicottaLaGuerra #denunce #Guerra #ravenna #repressione #sciopero #ScioperoGenerale