grazie alla newsletter di Desirée Bela-Lobedde
Oggi traduco questa lettera scritta da Chris Lambert per Harper’s Bazaar e pubblicata nel giugno 2020, quando l’omicidio di George Floyd era ancora impresso nella nostra mente e moltə si chiedevano cosa fare. Anche se sono passati quasi tre anni, il testo della lettera è ancora attuale, purtroppo, ed è per questo che oggi ve ne propongo la traduzione, per invitarvi a riflettere su di esso.
I bianchi non possono tacere, dice Chris Lambert, in questo appello all’autoeducazione e alla responsabilità condivisa.
Vedo molte persone – persone che rispetto, che amo, che stimo – dire che non si sentono istruite, che non conoscono molte persone nere, che vogliono essere di supporto ma hanno paura di dire la cosa sbagliata, che non sanno come aiutare, come realizzare il cambiamento che deve essere fatto.
Potrei soffermarmi su cosa significhi essere neri, ma non è questo il momento. È il momento di chiarire il fatto più importante e semplice: non è necessario conoscere le persone nere per capire il cambiamento che deve essere fatto.
Sì, conoscere una cultura aiuta se si vuole parlare di essa, ma non è necessario parlare per la cultura nera; si deve parlare della cultura bianca. Non dovete per forza marciare, scrivere cartelli, ribellarvi; dovete solo non stare in silenzio, e per fare questo dovete conoscere voi stessə.
Non è l’essere nerə a dover essere compreso per permettere all’uguaglianza di progredire.
Quello che dovete capire è perché permettete che l’uguaglianza venga impedita.
Quello che dovete capire è perché restate in silenzio, perché non siete alleatə, perché permettete la nostra oppressione e persecuzione.
Dovete capire che, sebbene queste sembrino parole esagerate e azioni cui non potreste mai prendere parte – cose che provengono da stati e tempi diversi – pure vi coinvolgono. Sono parole grosse e, sebbene ad oggi se ne parli perché l’ennesima persona nera è stata giustiziata, per la maggior parte di noi queste parole significano invece vivere una vita mortifera con mille ferite.
Dovete capire che quando ve lo diciamo e voi non ascoltate o non fate nulla, diventate letteralmente un pezzo consistente del problema. Le decisioni che mantengono i gruppi minoritari in minoranza sono prese dalla maggioranza. Noi siamo la minoranza. Dobbiamo gridare più forte per essere ascoltatə. Quindi, quando la nostra voce vi raggiunge e voi la ignorate, diventate la definizione stessa del problema.
Dovete capire che anche in questo momento, mentre leggete questo testo, ci saranno persone bianche che mi chiamano amico e che non hanno letto fino a qui perché non è un loro problema – persone che hanno già girato pagina, sono passate oltre, perché queste parole sono scomode, inopportune.
Ve l’abbiamo detto per tutta la vita. Anche se non ne avete mai parlato con una persona di colore, ve l’abbiamo detto e voi lo sapete.
Voi sapete che riceviamo un trattamento ingiusto: dal pubblico in strada, dalla dirigenza in sala riunioni, dalla stessa legge che dovrebbe essere lì per proteggerci e servirci. Noi. Voi e io.
Lo sapete perché ve lo abbiamo detto. Ma quando non otteniamo la nostra giusta parte, la nostra uguaglianza, voi tacete.
Sapete che veniamo giudicatə. Siamo giudicatə per le cose che abbiamo: i vestiti che indossiamo, il cibo che mangiamo, le auto che guidiamo. Siamo giudicati per quello che siamo: i nostri muscoli, i nostri sederi, i nostri peni, i nostri capelli. Siamo giudicati per le cose che facciamo: il modo in cui lavoriamo, il modo in cui parliamo, il modo in cui camminiamo, il modo in cui protestiamo.
Laddove queste cose vi fanno comodo, vi soddisfano, laddove potete gustare l’esibizione della nostra nerezza, esse sono tollerate, celebrate: sono Beyoncé, o Ian Wright.
Se non sono tollerate, sono Meghan Markle e Raheem Sterling.
E queste cose le sapete perché avvengono sotto gli occhi di tuttə.
Scrivete voi i giornali che diffamano queste persone? Che premono così tanto, che arrivano così in alto, da spingere il nipote della regina d’Inghilterra a lasciare il Paese con moglie e figlio. No, non li scrivete voi in prima persona, ma voi boicottate questi giornali? Chiedete allə vostrə amicə perché li sostengono? Parlate contro la nostra denigrazione a tavola durante il pranzo della domenica o con le vostre azioni?
No, non ne parlate.
Vi presentate di fronte a una nazione e parlate di “deportare prima, appellarsi poi”? Vi riferite alle persone nere piccole come “ne****ta” o “ne****to”? No, non lo fate. Ma boicottate queste persone? Vi schierate in solidarietà contro il razzismo esplicito con cui sono salite al potere, e contro tutto ciò che questo significa? Parlate con lə vostrə amicə della scorrettezza di tutto questo, dell’ingiustizia di cui siete testimonə?
No, non ne parlate.
Non avete alcuna remora a votare per un gruppo [di politici] che parla di noi come di persone senza valore, di integrazioni indegne, di tassi di criminalità; un gruppo che ha minacciato di deportare le nostre madri e i nostri padri per cercare di ottenere qualche voto in più da coloro che pensano che probabilmente ci sono già abbastanza persone nere qui, come se fossimo un problema di popolazione da controllare.
Ignorate queste cose perché vi fa comodo. Ignorate il problema perché vi disturba, vi dà fastidio.
In questo modo diventate il problema, la sua incarnazione, la sua linfa vitale. La disuguaglianza persiste perché la maggioranza permette che accada.
Può darsi che voi boicottiate queste cose. Forse avete assunto posizioni. Ma così come dire “non tutti gli uomini” non vale niente finché non c’è parità di trattamento di genere, non vale niente nemmeno in questo caso essere solo un faro isolato di uguaglianza.
Perché conoscete qualcunə che è là fuori a parlare di noi: dei “loro simili”, di come “se non gli piace perché non se ne vanno”, di come “questo paese non è razzista perché guardate questi individui non bianchi con lavori e soldi importanti.”
Non è necessario essere razzisti per essere complici della mancanza di progresso. Basta permettere l’ignoranza che alimenta il razzismo quando la si vede. Il silenzio tra pari è il fattore che favorisce tutte le ingiustizie. Lo è sempre stato e sempre lo sarà.
Non è necessario essere neri per sapere come aiutare.
Non è necessario essere qualcunə per capire la sua situazione. Siamo esseri umani: abbiamo il dono dell’empatia, di un innato senso di giustizia.
Non devo essere una donna per capire che le donne hanno diritto alla parità di retribuzione. Non devo essere gay per capire che le persone omosessuali hanno il diritto di amare chi vogliono.
Però bisogna essere nerə per capire che ho il diritto di non essere giudicatə o perseguitatə?
Di nuovo: sì, è utile conoscere una cultura se si vuole parlare di essa; ma non siete invitatə a parlare per la cultura nera, bensì della cultura bianca. Nessuno vi chiede di marciare, di scrivere cartelli. Non c’è bisogno di diventare espertə di cultura; è sufficiente non stare in silenzio.
Smettete di fingere che non ci sia un problema solo perché non vi riguarda. Perché così facendo siete anche voi il problema.
Potrei approfondire il tema di cosa significhi essere nero; ma siamo mortə, stancə e sfinitə, esaustə di dover dare spiegazioni del cazzo.
Non discuterò del mio diritto di esistere senza pregiudizi. Non ammorbidirò ciò che sono per paura che lo attribuiate a un ‘essere nero’ che non comprendete. Non perdonerò i vostri errori perché “non ne sapete niente”.
Non c’è bisogno di saperne di più, perché lo sapete già. O lo sapete e non ve ne preoccupate abbastanza, oppure lo sapete e non ci pensate, ma lo sapete.
E siamo statə anche sufficientemente pazientə. La nostra oppressione non è qualcosa che si scopre di nuovo ogni giorno: è qualcosa che abbiamo ereditato generazione dopo generazione dopo generazione dopo generazione.
Non ereditiamo l’oppressione dai nostri genitori, ma dal vostro silenzio.
https://epentesi.wordpress.com/2023/04/13/lettera-alle-mie-amicizie-bianche/
#antirazzismo