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  1. Nella polemica alla Consulta, Parri contrastò dunque la ben nota tesi crociana del «fascismo-parentesi»

    La Commissione dei 75 concluse i propri lavori il 12 gennaio 1947; il 4 marzo successivo ebbe inizio la discussione generale in aula sul progetto di Costituzione. Essa si concluse il 22 dicembre 1947. Si trattò del dibattito più lungo che mai si sia svolto in un assemblea rappresentativa italiana (ben 170 sedute). Si analizzerà qui la discussione generalissima o preliminare <43 che occupò 8 sedute (dal 4 al 12 marzo 1947) e che, come si è già detto, risulta particolarmente interessante ai fini del nostro tema di ricerca. Prima di entrare nel vivo degli interventi appare tuttavia necessario ricordare la ben nota polemica che si svolse alla Consulta nazionale tra l’allora presidente del Consiglio Ferruccio Parri e Benedetto Croce tra il settembre e l’ottobre del 1945 <44. Ciò al fine di far comprendere quanto fosse profonda la natura del dissidio sulla democrazia in seno alla classe dirigente antifascista.
    La polemica tra Croce e Parri
    Il 25 settembre si insediò la Consulta e il giorno successivo Ferruccio Parri, che dal giugno era capo del governo, si presentò davanti ad essa per una specie di esposizione programmatica.
    “Ora voi vedete” – disse Parri nella parte finale del suo discorso <45 – “il momento psicologico politico. Vi è una marea incomposta di malcontento che sale contro il governo, contro il regime dei partiti, ed è un fenomeno di cui non ci si deve meravigliare, perché è un fenomeno naturale della situazione italiana, con tante miserie e tanti dolori e tante inquietudini ed un così diffuso stato di insicurezza, ed aggiungiamo di interessi travolti dall’antifascismo. Aggiungiamo i delusi, gli spostati, gli avventurieri; e mettiamo in conto lo spirito di rancore e di vendetta dei colpiti, talché assistiamo a un processo di inversione per cui i rei finiscono per giudicare i giudici […]. Questo deve allarmare? Io non credo. Alla propaganda rispondiamo con la propaganda, e l’avventura, se tentasse la sorte, troverebbe una decisa risposta. Ma quello che vi deve interessare di fronte a questa situazione di incertezza e che più vi deve stare a cuore è quella che io chiamo la causa democratica. Tenete presente: da noi la democrazia è praticamente appena agli inizi. Io non so, non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo. […]. Democratico ha un significato preciso, direi tecnico. Quelli erano regimi che possiamo definire e ritenere liberali”.
    Interrotto da innumerevoli grida di protesta, il presidente del Consiglio constatava amareggiato: «Questi incidenti dimostrano come sia difficile pensare ad un regime democratico e quanta strada ci rimanga ancora da compiere, prima che si realizzi una vera sensibilità democratica nella vita politica italiana» <46.
    Il giorno dopo Benedetto Croce, quasi a confermare queste malinconiche parole di Parri, dichiarò di voler «ribattere nettamente un giudizio storico» che aveva destato «non tanto scandalo quanto stupore». «Egli ha detto – proseguiva Croce <47 – che già prima del fascismo l’Italia non aveva avuto governi democratici. Ma questa asserzione urta in flagrante contrasto col fatto che l’Italia, dal 1860 al 1922, è stata uno dei paesi democratici d’Europa, e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa alla democrazia». Croce, dopo aver tracciato quindi una sintesi dei progressi compiuti dall’Italia, anche sul piano sociale, affermava: «Democrazia senza dubbio liberale come ogni verace democrazia, perché se il liberalismo senza democrazia langue privo di materia e di stimolo, la democrazia a sua volta, senza l’osservanza del sistema e del metodo liberale si perverte e si corrompe ed apre la via alle dittature e ai dispotismi».
    Le parole di Parri manifestavano dunque la consapevolezza del fallimento della democrazia italiana e ed esprimevano l’esigenza di un ripensamento critico e di un superamento del passato. Croce sottolineava invece il necessario legame fra libertà e democrazia, e accentuava il motivo della continuità col passato. Nell’ottica liberale del filosofo napoletano la democrazia veniva infatti concepita come un progresso oggettivo, economico e sociale, da cui era di fatto esclusa la soggettiva componente della partecipazione popolare.
    Da questo dibattito alla Consulta, che ebbe un largo seguito sulla stampa del tempo, qualche nuovo elemento emerse. In difesa di Parri si schierarono «l’Unità» comunista, l’«Avanti» socialista e «La voce repubblicana», ma con motivazioni assai diverse: mentre i due primi con vario accento e tono sottolinearono il carattere di «classe» dell’Italia liberale idealizzata da Croce, il giornale repubblicano mise l’accento sul carattere antidemocratico dello Stato liberale e dello stesso Statuto albertino, spostando cioè l’attenzione su problemi di natura istituzionale. Solo il «Risorgimento liberale» polemizzò con Croce, anche il democristiano «Il Popolo» sostenne infatti Parri <48.
    Pur nella differenza dei toni, vi è insomma nella stampa che interpreta gli orientamenti dei partiti popolari, l’accenno ad un nuovo elemento della democrazia, la quale non può essere soltanto una garanzia di libertà e di esercizio dei diritti politici ma deve diventare anche esercizio attivo di diritti sociali <49; si avvertiva l’esigenza che quei diritti sociali, che nel periodo delle due guerre si erano sviluppati anche e soprattutto nei regimi totalitari di massa come strumento di consenso, avessero pieno diritto di cittadinanza nella nuova democrazia italiana <50.
    Parri, nella sua replica, trasportò verso il futuro l’ideale di democrazia, accentuando cioè l’elemento «prescrittivo» della stessa: “Alla qualifica di democrazia, alla qualifica di democratico, io annetto connotati politici determinati che non riconosco in atto neppure oggi. Oggi abbiamo una volontà democratica, e sia volontà e non velleità, non un regime, non un costume democratico” <51.
    Il chiarimento non soddisfece Croce che alzò ulteriormente i toni della polemica mediante un richiamo, certamente improprio se riferito all’esponente azionista, ma rivelatore delle sue preoccupazioni politiche, ad una nuova e temuta accezione di democrazia: “Temo che qui il Parri sia sotto l’influsso dell’uso sovietico, che si cerca di promuovere in Italia e in tutto il mondo, della parola «democrazia», nel senso precisamente opposto a quello di libertà, cioè come sinonimo di dittatura o di avviamento di queste cose” <52.
    Le ingiustificate accuse di filosovietismo rivolte da Croce a Parri, sono tuttavia comprensibili alla luce del clima politico di quei momenti. Che l’Italia fosse sul punto di precipitare nel baratro di una nuova dittatura (questa volta «rossa») parve a molti una certezza durante i mesi del governo Parri. Sembrava essere infatti giunta al potere nel giugno 1945 l’Italia partigiana <53, quella che, inebriata dal 25 aprile, reclamava a gran voce di godere i naturali frutti di quella vittoria; attendeva cioè la realizzazione delle ostentate promesse di giustizia sociale, di creazione di un «nuovo ordine» in cui, con il fascismo, fosse scacciata la sua potente alleata, quell’alta borghesia che proprio in quei giorni, nella fabbriche e nei gangli vitali dello Stato, viveva la sua «grande paura», vittima designata, si credeva del «vento del nord» <54.
    Croce si fece dunque portavoce della diffusa preoccupazione di un esito rivoluzionario della crisi italiana, di uno spostamento a sinistra del delicato equilibrio raggiunto nel compromesso istituzionale di Salerno dell’aprile 1944 fra i partiti del Cln e la monarchia, e, all’interno del Cln, fra i sei partiti che ne facevano parte. La concezione crociana <55 della democrazia era dunque destinata a giocare in favore della continuità monarchica, del ritorno al vecchio ordinamento, della salvaguardia dei rapporti di classe tradizionali. Era indubbiamente la meno idonea ad esprimere una cultura adeguata alla fase di fondazione, o rifondazione, della democrazia. E toccò infatti a Croce assumere nel dopoguerra, in ragione del suo grande prestigio e dell’opera svolta sul terreno culturale in senso antifascista, una sorta di rappresentanza ideale del vecchio liberalismo italiano: a lui si guardava come al naturale punto di riferimento per la ricostituzione di una forza politica autenticamente liberale <56. Nella polemica alla Consulta, Parri contrastò dunque la ben nota tesi crociana del «fascismo-parentesi», opponendovi la gobbettiana concezione del regime di Mussolini come «autobiografia della nazione», ossia come rivelazione palese di tutti i mali preesistenti <57.
    [NOTE]
    43 Per un sintetico ma efficace commento di questa importante discussione si rinvia a AA.VV, (a cura di), Storia del Parlamento italiano, Vol. XIII, D. Novacco (a cura di), Dalla paralisi fascista al rinnovamento democratico, Palermo, Flaccovio, 1969. pp. 343-364.
    44 Studiata da S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979. A tal proposito si veda anche P. Pombeni, Il peso del passato. Storia d’Italia e strategie costituzionali all’Assemblea Costituente, in G. Miccoli, G. Neppi Modona, P. Pombeni (a cura di), La grande cesura. La memoria della guerra e della resistenza nella vita europea del dopoguerra, Bologna, il Mulino, 2001, pp. 391-393. Sulla questione ancora P. Pombeni, in Fondazione o rifondazione della democrazia?, in C. Franceschini, S. Guerrieri, G. Monina (a cura di), Le idee costituzionali della Resistenza: atti del convegno di studi, Roma 19, 20 e 21 ottobre 1995, Roma, Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, 1997. La polemica tra Croce e Parri è citata da P. Pombeni, anche in I nodi della stabilizzazione politica in Italia e in Germania (1945-1948), in G.E. Rusconi, H. Woller, Italia e Germania. 1945-2000, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 244-245.
    45 F. Parri, Scritti 1915-1975, (a cura di E. Collotti, G. Rochat, G. Solaro Pelazza, P. Speziale), Feltrinelli, 1976, pp. 192-193.
    46 Ibidem, p. 193
    47 S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 106-107.
    48 Per una sintetica ricostruzione del dibattito che si ebbe sulla stampa in merito a questa vicenda si rinvia nuovamente a S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 108-111 e anche a P. Scoppola, La repubblica dei partiti, Bologna, il Mulino, 1997, p. 52.
    49 Sull’inserimento del concetto di «cittadinanza sociale» nel costituzionalismo liberale si rinvia alla celeberrima opera di T.H. Marshall, Class, Citizenship and social development, New York, Anchor Books, 1965; tr. it., Roma-Bari, Laterza, 2002 (a cura di S. Mezzadra). A tal proposito si veda anche P. Pombeni, La legittimazione del benessere: nuovi parametri di legittimazione in Europa dopo la seconda guerra mondiale, in P. Pombeni (a cura di), Crisi, legittimazione, consenso, Bologna, il Mulino, 2003. Per un’ampia panoramica sulla genesi e sullo sviluppo dello Stato sociale si rinvia a G.A. Ritter, Storia dello Stato sociale, Roma-Bari, Laterza, 1996; particolarmente interessante risulta la prefazione di P. Pombeni. Sulla questione nuovamente P. Pombeni, La democrazia del benessere. Riflessioni preliminari sui parametri della legittimazione politica nell’Europa del secondo dopoguerra, in «Contemporanea. Rivista di Storia dell’Ottocento e del Novecento», IV (2001), pp.17-43
    50 A tal proposito P. Scoppola, La costituzione italiana fra democrazia e diritti sociali, in G. Neppi Modona (a cura di), Cinquant’anni di Repubblica italiana, Torino, Einaudi, 1996, pp. 125 ss.
    51 Ibidem, p. 114.
    52 Ivi.
    53 Per il fondamentale ruolo svolto da Parri nell’organizzazione della Resistenza si rinvia a F. Parri, Scritti 1915-1975, (a cura di E. Collotti, G. Rochat, G. Solaro Pelazza, P. Speziale), Feltrinelli, 1976, pp. 23-25, e più approfonditamente a S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, Einaudi, pp. 15-54.
    54 Sulle polemiche nei confronti dell’esecutivo Parri successivamente definito da Croce addirittura come «il governo della seconda marcia su Roma» (come ricorda Giulio Andreotti, nel suo Concerto a sei voci, storia segreta di una crisi, Roma, Edizioni della bussola, 1945, p. 89) e sull’inconsistenza di un reale pericolo rivoluzionario in quei frangenti si rinvia a S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 98-107. Su come la rivoluzione socialista non fosse nei programmi nemmeno di Togliatti si rinvia a P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Torino, G. Einaudi, 1990 (in particolare il vol. VII, La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo).
    55 Sulle concezioni politiche e filosofiche di Benedetto Croce si rinvia all’interessante saggio di M. Maggi, Croce filosofo politico, in B. Croce, Discorsi parlamentari, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 13-53.
    56 Su questi aspetti e sui vani tentativi di V.E. Orlando di creare un partito liberale in grado di attrarre «i voti di tutti quegli italiani i quali non sono né comunisti, né socialisti, né democristiani» si rinvia a P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 95-99.
    57 Il giudizio di Piero Gobetti in La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Torino, Einaudi, 1964, pp. 49-50.
    Gabriele Galli, Politica della memoria e gestione del consenso nei due dopoguerra in Italia e Francia: due dibattiti parlamentari a confronto, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2009

    #1945 #1946 #anticomunismo #BenedettoCroce #Consulta #democrazia #fascismo #FerruccioParri #GabrieleGalli #liberalismo #nazionale #parentesi #polemica #settembre #teoria
  2. Nella polemica alla Consulta, Parri contrastò dunque la ben nota tesi crociana del «fascismo-parentesi»

    La Commissione dei 75 concluse i propri lavori il 12 gennaio 1947; il 4 marzo successivo ebbe inizio la discussione generale in aula sul progetto di Costituzione. Essa si concluse il 22 dicembre 1947. Si trattò del dibattito più lungo che mai si sia svolto in un assemblea rappresentativa italiana (ben 170 sedute). Si analizzerà qui la discussione generalissima o preliminare <43 che occupò 8 sedute (dal 4 al 12 marzo 1947) e che, come si è già detto, risulta particolarmente interessante ai fini del nostro tema di ricerca. Prima di entrare nel vivo degli interventi appare tuttavia necessario ricordare la ben nota polemica che si svolse alla Consulta nazionale tra l’allora presidente del Consiglio Ferruccio Parri e Benedetto Croce tra il settembre e l’ottobre del 1945 <44. Ciò al fine di far comprendere quanto fosse profonda la natura del dissidio sulla democrazia in seno alla classe dirigente antifascista.
    La polemica tra Croce e Parri
    Il 25 settembre si insediò la Consulta e il giorno successivo Ferruccio Parri, che dal giugno era capo del governo, si presentò davanti ad essa per una specie di esposizione programmatica.
    “Ora voi vedete” – disse Parri nella parte finale del suo discorso <45 – “il momento psicologico politico. Vi è una marea incomposta di malcontento che sale contro il governo, contro il regime dei partiti, ed è un fenomeno di cui non ci si deve meravigliare, perché è un fenomeno naturale della situazione italiana, con tante miserie e tanti dolori e tante inquietudini ed un così diffuso stato di insicurezza, ed aggiungiamo di interessi travolti dall’antifascismo. Aggiungiamo i delusi, gli spostati, gli avventurieri; e mettiamo in conto lo spirito di rancore e di vendetta dei colpiti, talché assistiamo a un processo di inversione per cui i rei finiscono per giudicare i giudici […]. Questo deve allarmare? Io non credo. Alla propaganda rispondiamo con la propaganda, e l’avventura, se tentasse la sorte, troverebbe una decisa risposta. Ma quello che vi deve interessare di fronte a questa situazione di incertezza e che più vi deve stare a cuore è quella che io chiamo la causa democratica. Tenete presente: da noi la democrazia è praticamente appena agli inizi. Io non so, non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo. […]. Democratico ha un significato preciso, direi tecnico. Quelli erano regimi che possiamo definire e ritenere liberali”.
    Interrotto da innumerevoli grida di protesta, il presidente del Consiglio constatava amareggiato: «Questi incidenti dimostrano come sia difficile pensare ad un regime democratico e quanta strada ci rimanga ancora da compiere, prima che si realizzi una vera sensibilità democratica nella vita politica italiana» <46.
    Il giorno dopo Benedetto Croce, quasi a confermare queste malinconiche parole di Parri, dichiarò di voler «ribattere nettamente un giudizio storico» che aveva destato «non tanto scandalo quanto stupore». «Egli ha detto – proseguiva Croce <47 – che già prima del fascismo l’Italia non aveva avuto governi democratici. Ma questa asserzione urta in flagrante contrasto col fatto che l’Italia, dal 1860 al 1922, è stata uno dei paesi democratici d’Europa, e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa alla democrazia». Croce, dopo aver tracciato quindi una sintesi dei progressi compiuti dall’Italia, anche sul piano sociale, affermava: «Democrazia senza dubbio liberale come ogni verace democrazia, perché se il liberalismo senza democrazia langue privo di materia e di stimolo, la democrazia a sua volta, senza l’osservanza del sistema e del metodo liberale si perverte e si corrompe ed apre la via alle dittature e ai dispotismi».
    Le parole di Parri manifestavano dunque la consapevolezza del fallimento della democrazia italiana e ed esprimevano l’esigenza di un ripensamento critico e di un superamento del passato. Croce sottolineava invece il necessario legame fra libertà e democrazia, e accentuava il motivo della continuità col passato. Nell’ottica liberale del filosofo napoletano la democrazia veniva infatti concepita come un progresso oggettivo, economico e sociale, da cui era di fatto esclusa la soggettiva componente della partecipazione popolare.
    Da questo dibattito alla Consulta, che ebbe un largo seguito sulla stampa del tempo, qualche nuovo elemento emerse. In difesa di Parri si schierarono «l’Unità» comunista, l’«Avanti» socialista e «La voce repubblicana», ma con motivazioni assai diverse: mentre i due primi con vario accento e tono sottolinearono il carattere di «classe» dell’Italia liberale idealizzata da Croce, il giornale repubblicano mise l’accento sul carattere antidemocratico dello Stato liberale e dello stesso Statuto albertino, spostando cioè l’attenzione su problemi di natura istituzionale. Solo il «Risorgimento liberale» polemizzò con Croce, anche il democristiano «Il Popolo» sostenne infatti Parri <48.
    Pur nella differenza dei toni, vi è insomma nella stampa che interpreta gli orientamenti dei partiti popolari, l’accenno ad un nuovo elemento della democrazia, la quale non può essere soltanto una garanzia di libertà e di esercizio dei diritti politici ma deve diventare anche esercizio attivo di diritti sociali <49; si avvertiva l’esigenza che quei diritti sociali, che nel periodo delle due guerre si erano sviluppati anche e soprattutto nei regimi totalitari di massa come strumento di consenso, avessero pieno diritto di cittadinanza nella nuova democrazia italiana <50.
    Parri, nella sua replica, trasportò verso il futuro l’ideale di democrazia, accentuando cioè l’elemento «prescrittivo» della stessa: “Alla qualifica di democrazia, alla qualifica di democratico, io annetto connotati politici determinati che non riconosco in atto neppure oggi. Oggi abbiamo una volontà democratica, e sia volontà e non velleità, non un regime, non un costume democratico” <51.
    Il chiarimento non soddisfece Croce che alzò ulteriormente i toni della polemica mediante un richiamo, certamente improprio se riferito all’esponente azionista, ma rivelatore delle sue preoccupazioni politiche, ad una nuova e temuta accezione di democrazia: “Temo che qui il Parri sia sotto l’influsso dell’uso sovietico, che si cerca di promuovere in Italia e in tutto il mondo, della parola «democrazia», nel senso precisamente opposto a quello di libertà, cioè come sinonimo di dittatura o di avviamento di queste cose” <52.
    Le ingiustificate accuse di filosovietismo rivolte da Croce a Parri, sono tuttavia comprensibili alla luce del clima politico di quei momenti. Che l’Italia fosse sul punto di precipitare nel baratro di una nuova dittatura (questa volta «rossa») parve a molti una certezza durante i mesi del governo Parri. Sembrava essere infatti giunta al potere nel giugno 1945 l’Italia partigiana <53, quella che, inebriata dal 25 aprile, reclamava a gran voce di godere i naturali frutti di quella vittoria; attendeva cioè la realizzazione delle ostentate promesse di giustizia sociale, di creazione di un «nuovo ordine» in cui, con il fascismo, fosse scacciata la sua potente alleata, quell’alta borghesia che proprio in quei giorni, nella fabbriche e nei gangli vitali dello Stato, viveva la sua «grande paura», vittima designata, si credeva del «vento del nord» <54.
    Croce si fece dunque portavoce della diffusa preoccupazione di un esito rivoluzionario della crisi italiana, di uno spostamento a sinistra del delicato equilibrio raggiunto nel compromesso istituzionale di Salerno dell’aprile 1944 fra i partiti del Cln e la monarchia, e, all’interno del Cln, fra i sei partiti che ne facevano parte. La concezione crociana <55 della democrazia era dunque destinata a giocare in favore della continuità monarchica, del ritorno al vecchio ordinamento, della salvaguardia dei rapporti di classe tradizionali. Era indubbiamente la meno idonea ad esprimere una cultura adeguata alla fase di fondazione, o rifondazione, della democrazia. E toccò infatti a Croce assumere nel dopoguerra, in ragione del suo grande prestigio e dell’opera svolta sul terreno culturale in senso antifascista, una sorta di rappresentanza ideale del vecchio liberalismo italiano: a lui si guardava come al naturale punto di riferimento per la ricostituzione di una forza politica autenticamente liberale <56. Nella polemica alla Consulta, Parri contrastò dunque la ben nota tesi crociana del «fascismo-parentesi», opponendovi la gobbettiana concezione del regime di Mussolini come «autobiografia della nazione», ossia come rivelazione palese di tutti i mali preesistenti <57.
    [NOTE]
    43 Per un sintetico ma efficace commento di questa importante discussione si rinvia a AA.VV, (a cura di), Storia del Parlamento italiano, Vol. XIII, D. Novacco (a cura di), Dalla paralisi fascista al rinnovamento democratico, Palermo, Flaccovio, 1969. pp. 343-364.
    44 Studiata da S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979. A tal proposito si veda anche P. Pombeni, Il peso del passato. Storia d’Italia e strategie costituzionali all’Assemblea Costituente, in G. Miccoli, G. Neppi Modona, P. Pombeni (a cura di), La grande cesura. La memoria della guerra e della resistenza nella vita europea del dopoguerra, Bologna, il Mulino, 2001, pp. 391-393. Sulla questione ancora P. Pombeni, in Fondazione o rifondazione della democrazia?, in C. Franceschini, S. Guerrieri, G. Monina (a cura di), Le idee costituzionali della Resistenza: atti del convegno di studi, Roma 19, 20 e 21 ottobre 1995, Roma, Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, 1997. La polemica tra Croce e Parri è citata da P. Pombeni, anche in I nodi della stabilizzazione politica in Italia e in Germania (1945-1948), in G.E. Rusconi, H. Woller, Italia e Germania. 1945-2000, Bologna, il Mulino, 2005, pp. 244-245.
    45 F. Parri, Scritti 1915-1975, (a cura di E. Collotti, G. Rochat, G. Solaro Pelazza, P. Speziale), Feltrinelli, 1976, pp. 192-193.
    46 Ibidem, p. 193
    47 S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 106-107.
    48 Per una sintetica ricostruzione del dibattito che si ebbe sulla stampa in merito a questa vicenda si rinvia nuovamente a S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 108-111 e anche a P. Scoppola, La repubblica dei partiti, Bologna, il Mulino, 1997, p. 52.
    49 Sull’inserimento del concetto di «cittadinanza sociale» nel costituzionalismo liberale si rinvia alla celeberrima opera di T.H. Marshall, Class, Citizenship and social development, New York, Anchor Books, 1965; tr. it., Roma-Bari, Laterza, 2002 (a cura di S. Mezzadra). A tal proposito si veda anche P. Pombeni, La legittimazione del benessere: nuovi parametri di legittimazione in Europa dopo la seconda guerra mondiale, in P. Pombeni (a cura di), Crisi, legittimazione, consenso, Bologna, il Mulino, 2003. Per un’ampia panoramica sulla genesi e sullo sviluppo dello Stato sociale si rinvia a G.A. Ritter, Storia dello Stato sociale, Roma-Bari, Laterza, 1996; particolarmente interessante risulta la prefazione di P. Pombeni. Sulla questione nuovamente P. Pombeni, La democrazia del benessere. Riflessioni preliminari sui parametri della legittimazione politica nell’Europa del secondo dopoguerra, in «Contemporanea. Rivista di Storia dell’Ottocento e del Novecento», IV (2001), pp.17-43
    50 A tal proposito P. Scoppola, La costituzione italiana fra democrazia e diritti sociali, in G. Neppi Modona (a cura di), Cinquant’anni di Repubblica italiana, Torino, Einaudi, 1996, pp. 125 ss.
    51 Ibidem, p. 114.
    52 Ivi.
    53 Per il fondamentale ruolo svolto da Parri nell’organizzazione della Resistenza si rinvia a F. Parri, Scritti 1915-1975, (a cura di E. Collotti, G. Rochat, G. Solaro Pelazza, P. Speziale), Feltrinelli, 1976, pp. 23-25, e più approfonditamente a S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, Einaudi, pp. 15-54.
    54 Sulle polemiche nei confronti dell’esecutivo Parri successivamente definito da Croce addirittura come «il governo della seconda marcia su Roma» (come ricorda Giulio Andreotti, nel suo Concerto a sei voci, storia segreta di una crisi, Roma, Edizioni della bussola, 1945, p. 89) e sull’inconsistenza di un reale pericolo rivoluzionario in quei frangenti si rinvia a S. Setta, Croce, il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 98-107. Su come la rivoluzione socialista non fosse nei programmi nemmeno di Togliatti si rinvia a P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Torino, G. Einaudi, 1990 (in particolare il vol. VII, La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo).
    55 Sulle concezioni politiche e filosofiche di Benedetto Croce si rinvia all’interessante saggio di M. Maggi, Croce filosofo politico, in B. Croce, Discorsi parlamentari, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 13-53.
    56 Su questi aspetti e sui vani tentativi di V.E. Orlando di creare un partito liberale in grado di attrarre «i voti di tutti quegli italiani i quali non sono né comunisti, né socialisti, né democristiani» si rinvia a P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 95-99.
    57 Il giudizio di Piero Gobetti in La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Torino, Einaudi, 1964, pp. 49-50.
    Gabriele Galli, Politica della memoria e gestione del consenso nei due dopoguerra in Italia e Francia: due dibattiti parlamentari a confronto, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2009

    #1945 #1946 #anticomunismo #BenedettoCroce #Consulta #democrazia #fascismo #FerruccioParri #GabrieleGalli #liberalismo #nazionale #parentesi #polemica #settembre #teoria
  3. Virginia Tonelli, partigiana friulana, martire della Resistenza, medaglia d’oro alla memoria

    La prima biografia riguardante la lotta partigiana nella Destra Tagliamento è un’opera di Mario Lizzero, uno dei più importanti dirigenti politici della sinistra friulana, che fu commissario di tutte le formazioni partigiane garibaldine del Friuli, dedicata alla figura di Virginia Tonelli “Luisa” <172. Questo testo narra la vita di Virginia Tonelli dalla nascita fino alla morte nella risiera di S. Sabba, campo di sterminio nazista, situato a Trieste.
    Virginia Tonelli, nata a Castelnuovo nel 1903, dopo l’adolescenza trascorsa nel paese nativo, si trasferisce per lavoro a Venezia, dove svolge la professione d’infermiera in un ospedale per bambini handicappati. Nel 1933 emigra in Francia, dove rimane fino al 1943; dal ritorno in Italia entra nella Resistenza organizzando i Gruppi di Difesa della Donna, gruppi di donne che supportano i partigiani, con mansioni sanitarie e di propaganda, oltre a curare i collegamenti fra i vari reparti partigiani. “Luisa” è attiva nella lotta di liberazione, fino al suo arresto, a Trieste nel settembre 1944; dopo la carcerazione nel carcere triestino fu trasferita alla risiera di S. Sabba dove fu uccisa il 29 settembre 1944.
    Il racconto della vita di Virginia Tonelli comincia dalla descrizione della sua famiglia e della situazione economica della stessa. L’autore afferma che dopo lo scoppio della prima guerra mondiale in Friuli era quasi impossibile trovare cibo e quindi la famiglia Tonelli dovette affrontare lunghi viaggi per il proprio sostentamento; secondo Lizzero le fatiche dell’infanzia lasciarono tracce, sia nel fisico sia nella formazione morale di “Luisa” <173. L’autore descrive, in uno dei primi capitoli del testo, l’antifascismo a Castelnuovo e nella zona dello spilimberghese, citando gli antifascisti condannati dal tribunale speciale. Questa parte del testo è utile per capire l’ambiente in cui è cresciuta Virginia Tonelli e l’influenza che ebbe nella sua scelta resistenziale <174. Mario Lizzero ricostruisce attentamente gli anni in cui “Luisa” visse in Francia, descrivendolo come un periodo di difficoltà economiche e di intensa attività politica <175. La fonte principale usata dall’autore per raccontare il periodo trascorso da Virginia Tonelli in Francia è un volume scritto da G. Pajetta sull’emigrazione antifascista in Francia, “Douce France”, nel quale sono citati molti esponenti del PCI che entrarono in contatto con “Luisa”. Nel testo per chiarire ulteriormente il ruolo svolto da Virginia Tonelli in Francia è riportata una testimonianza di Ange Onesti, membro dello stato maggiore dei Franc Tireurs Partisans, organizzazione attiva in Francia in azioni di sabotaggio e guerriglia, che la conobbe a Tolone, il quale afferma che essa svolse attività molteplici nella regione in cui abitava: partecipava al trasporto delle armi e munizioni usate dalla Resistenza francese e inoltre partecipava all’attività politica delle donne e dirigeva l’opera di solidarietà verso i compagni incarcerati. <176
    Nella seconda parte del testo è raccontato il periodo in cui Virginia Tonelli operò nella Resistenza italiana, dal suo rientro in Italia nel maggio 1943 fino all’arresto nel settembre 1944; l’autore descrive la sua attività di staffetta fra il comando garibaldino del monte Ciaurlec, nelle Prealpi della Destra Tagliamento, e la federazione friulana del PCI e all’interno dei Gruppi di Difesa della Donna e inoltre riporta ricordi di partigiane che la conobbero, le quali testimoniano il suo impegno e le sue qualità <177. Nell’ultima parte del testo Mario Lizzero parla della Risiera di S. Sabba, luogo in cui morì “Luisa”, spiegando le motivazioni che portarono alla creazione di un campo di sterminio a Trieste e facendo una stima delle persone che vi furono uccise <178. In appendice al testo sono riportate le motivazioni che portarono alla concessione della medaglia d’oro alla memoria a Virginia Tonelli e i versi del poeta Tito Maniacco presenti sulla sua lapide <179.
    Dedicato alla figura di “Luisa” è anche un volume scritto nel 2000 da Ines Domenicali, ricercatrice dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di liberazione, nel quale la storia di Virginia Tonelli, come affermato dall’autrice, è inserita nel contesto più ampio della partecipazione femminile al movimento resistenziale friulano <180; nella presentazione del testo, l’allora assessore alla cultura del comune di Pordenone, Luigi Gandi, afferma che quest’opera vuole essere un riconoscimento alle donne che con le loro azioni contribuirono alla conquista di diritti e valori che hanno fondato la Repubblica Italiana <181. Nilde Jotti, nella prefazione, oltre a parlare delle particolari difficoltà che vi furono nella Resistenza friulana, dovute all’annessione del Friuli al Reich, si sofferma sull’importanza dell’apporto delle donne nella Resistenza: inoltre afferma che la lotta di liberazione fu un movimento di popolo che unì ceti e classi prima di allora divisi, facendo in modo che uomini e donne di idee diverse si confrontassero <182. L’autrice, nel primo capitolo, racconta gli anni trascorsi da Virginia Tonelli a Castelnuovo, descrivendo la situazione sociale nel paese dopo la nascita del fascismo e lo svilupparsi del movimento antifascista e inoltre vi è un quadro più generale della situazione nella Destra Tagliamento e sono analizzati alcuni episodi di resistenza al fascismo nel pordenonese <183. Nel testo è descritto il periodo passato da Luisa in Francia, analizzando la sua attività nella Resistenza francese, e si accenna alla situazione politica in Francia dopo l’occupazione di parte del paese a opera dell’esercito tedesco <184. La parte più dettagliata del testo riguarda il periodo che va dal rientro in Italia di Virginia Tonelli, alla fine del 1942, fino al suo arresto nel settembre 1944. L’autrice descrive l’evolversi della situazione nella lotta di liberazione nella Destra Tagliamento e al contempo analizza l’opera compiuta da Virginia Tonelli nel curare i collegamenti fra i reparti partigiani e nel coordinare le donne necessarie come apporto al movimento partigiano. <185
    Nel capitolo finale del testo, l’autrice parla degli ultimi giorni della vita di “Luisa”, raccontando come fu arrestata e successivamente uccisa nel campo di sterminio della Risiera di S. Sabba; l’autrice afferma che Virginia Tonelli fu determinata nel percorrere una scelta di vita maturata da ragazza <186. In appendice sono riportati documenti riguardanti l’attività di Virginia Tonelli e un elenco di donne, della provincia di Udine e dell’odierna provincia di Pordenone, cadute durante la lotta partigiana <187.
    [NOTE]
    172 MARIO LIZZERO, Virginia Tonelli “Luisa”. Partigiana, a cura del comitato regionale dell’A.N.P.I. del Friuli Venezia Giulia, Tricesimo, 1972.
    173 Ivi, pp. 8-9
    174 Ivi, p. 13-17
    175 Ivi, pp. 18-23
    176 Ivi, pp. 23
    177 Ivi, pp. 25- 39
    178 I) vi, pp. 44-49
    179 Ivi, p. 55
    180 INES DOMENICALI, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Il Poligrafo, Padova, 2000
    181 Ivi, p. 7
    182 Ivi, pp. 9-10
    183 Ivi, pp.25-42
    184 Ivi, pp. 36-42
    185 Ivi, p. 65
    186 Ivi, pp. 91-95
    187 Ivi, p. 91-95
    Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

    Se Natalia Beltrame in Italia rimane staccata dall’organizzazione, Virginia Tonelli, di Castelnuovo del Friuli, passa per l’esperienza dell’emigrazione in Francia, dove entra nell’apparato del Pcd’i e partecipa alla resistenza francese. Rientrata in Italia nel 1942 per incarico del partito, è una delle organizzatrici della Resistenza friulana, con Regina Franceschino. Arrestata nell’estate 1944 durante una missione a Trieste, scompare nel lager nazista della Risiera di San Sabba <218.
    [NOTA]
    218 LIZZERO, Mario, Virginia Tonelli “Luisa” partigiana, Tricesimo, Comitato Regionale Anpi Friuli-Venezia Giulia, 1972; DOMENICALI, Ines, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Padova, Il Poligrafo, 2000. Sulla funzione dirigente di Tonelli e Franceschino nella Resistenza, cfr. la testimonianza di Rosina Cantoni in: TESSITORI, Luigi, I ricordi di Giulia, cit.
    Gian Luigi Bettoli, Novecento friulano antagonista. Genesi e sviluppo di un movimento operaio di frontiera: dal primo al secondo dopoguerra, Friuli Occidentale. La storia, le storie, Pordenone, 2006

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  4. Ostaggi dei tedeschi a Sacile

    Sacile (PN). Foto: Stefano Travasci.Fonte: Wikipedia

    [n.d.r.: quelle che seguono sono alcune pagine del diario di fra Benvenuto Grava, arrestato durante un rastrellamento tedesco a Motta di Livenza (TV) nel settembre 1944]
    Ad un tratto il convoglio si ferma e l’autocarro che conduceva me caracolla per una frenata robustissima. Al fianco nostro passa una piccola macchina mimetizzata, sulla quale, fra gli altri, siede l’ufficiale che aveva prelevato me a Motta. L’ufficiale scende e con due soldati entra verso il recinto della predetta chiesa, mentre gli altri si disperdono per i vigneti, riempiendo i loro elmetti di uva e di mele. Qualche vecchietta compare sul limite dell’orto con un piatto di uva che viene ricevuto senza tanti ringraziamenti. Dopo cinque minuti ecco comparire un prete di statura più che media, bello, liscio, rotondo, roseo, a fianco del mio autocarro. Lo saluto ed egli, inconscio della sorte che stava per toccargli, domandava, rispondeva, parlava con alcuni preti della macchina più vicina. Furono brevissime parole perché l’ufficiale lo interruppe e gli intimò di salire. Senza salutare alcuno, anch’egli si vide portare via senza sapere il perché e per quale destinazione. La macchina riprese la corsa verso S. Vito al Tagliamento.
    In queste ore di angoscia, i due signori che erano con me, Tonussi e Bertacco, dal loro parlare non dimostravano eccessiva apprensione e si facevano coraggio. Non nascondo che io ascoltavo volentieri le loro ottimistiche congetture e per qualche breve attimo mi sentivo un altro, ma poi ripiombavo in tristissime e sconvolgenti previsioni. Corri e corri, l’autocarro si fermò in piazza a S. Vito al Tagliamento e sostò per circa mezz’ora. Fui riconosciuto da qualche persona che non ardì avvicinarsi. La popolazione attonita ci guardava, ci compassionava, ma passava al largo. I soldati, almeno in parte, scesero ed entrarono presso i fruttivendoli dove pagando si portarono via ogni ben di Dio. I trenta minuti passarono. Nel frattempo mi ricordai del caro Santuario di Madonna di Rosa, del superiore e dei religiosi che colà si trovavano. Mi preoccupò fortemente il timore che, passando di là, non succedesse ciò che era successo a me a Motta.
    Costruivo la scena prima che avvenisse. Ripartimmo.
    Appena fuori porta Udine, l’autocarro, invece di proseguire dritto, girò immediatamente a sinistra, infilando la strada per Casarsa. Un nuovo e immenso polverone ci coperse del tutto, e il mio abito, da qualche giorno lavato e stirato, non ebbe più colore. Giunti a Casarsa, un po’ lentamente attraversammo il passaggio a livello, ripiegammo a sinistra sulla strada nazionale Pontebbana e via per Pordenone. Ebbi un momento di sollievo (se una circostanza simile poteva sollevare), ed allora dissi a me stesso: non a Udine, ma a Sacile. Se sulle altre strade l’autocarro correva molto, qui era diventato addirittura un bolide. Via via raggiungemmo e sorpassammo Pordenone, ed ecco Sacile. Lungo il percorso di circa 60 km la colonna dei cinque autocarri si era un po’ spezzata di modo che a un certo momento ci fecero fermare aspettando che il complesso di macchine si ricomponesse. A colonna riunita, tutti i civili e sacerdoti (e in quel momento ne scoprii più di quanti immaginassi) fummo fatti scendere per essere riuniti in due soli autocarri, sui quali ripigliammo la corsa per un paio di minuti. Quindi a destinazione… Dietro ordine preciso tutti scendemmo, ci sistemarono per quattro e ci fecero entrare per il portone di una caserma che, da quanto seppi dopo, era la sede del distretto militare di Sacile. Nel primo cortile fummo disposti a due a due, in due complessi, l’uno di fronte all’altro. Eravamo un misto di civili e preti in attesa. Dinnanzi a noi alcune guardie di finanza italiane, che ci guardavano ma non battevano ciglio: un tenente, un maresciallo e parecchi soldati tedeschi, armatissimi.
    Da ricordare che i nostri rastrellatori erano scomparsi ancor sulla strada. Quell’ambiente, quelle facce nuove, quelle disposizioni, la chiusura fragorosa del portone d’ingresso, produssero in ciascuno di noi un nuovo momento di terrore. Furono scelti quattro individui da Oderzo e portati verso il muro di fronte a noi. Siccome pareva fossero indiziati per partigiani, una manovra simile provocò nelle nostre menti le più nere previsioni: fucilazione immediata? come esempio per tutti? I quattro scoppiarono in pianto e si adattarono. Dopo qualche minuto furono accompagnati in una stanza da soli.
    Tutti noi poi fummo divisi in due gruppi di uguale numero. Il primo composto di 20 individui qualificati per sacerdoti, religiosi, medici, farmacisti, avvocati e grandi commercianti. Il secondo di gente non altrettanto qualificata. Alla prima compagnia appartenni anch’io. I primi furono avviati immediatamente ad una camerata a trenta metri dal corpo di guardia. I secondi in una camerata poco distante da noi, ma completamente separata. Entrammo accompagnati da un maresciallo e da alcune sentinelle. L’ambiente avrà avuto lo spazio di circa sette metri per quattro, altezza tre e cinquanta. Tre finestre grandi, alle quali non si arrivava se non salendo su un tavolone. Pavimento di cemento. Una tavola appoggiata alla parete. Un po’ di paglia per terra, due sgabelli tipo corpo di guardia. Era tutto. Ci guardammo in faccia. Ognuno lentamente, nella strettezza del luogo, in una specie di tranquillità, giacché eravamo completamente soli, incominciò la strana storia della propria cattura. In tutti c’era la medesima persuasione che si trattasse di qualche giorno e non di più. Dai primi contatti verbali con Mons. Visintin, abate di Oderzo, si comincia a capire qualche cosa della nostra posizione in questa circostanza: ostaggi! Possibile! Che centriamo?! Quel vocabolo “ostaggi” divenne fortemente indicativo, tanto che per qualche giorno occupò la mente di ognuno e divenne l’unico oggetto dei discorsi.
    Ostaggi! Intanto, con un certo impegno, ognuno dispose la propria paglia abbozzando la propria cuccia. Di fronte a me il Comm. Levada, avvocato di Oderzo <158. Assestati alla meno peggio, ci accorgemmo di essere tutti bianchi per la polvere; ci sedemmo sulla paglia a commentare la situazione. Mancavano spazzole, non c’erano pettini. E i servizi? E per lavarsi? Avevamo estremo bisogno di lavarci ma… e il sapone? E più che tutto i servizi? Rilievi che affioravano subito, tanto più che si trattava di persone distinte.
    Dopo mezz’ora la porta si aprì e la sentinella con voce un po’ bonaria disse: – – Gabinetto? Volere gabinetto? Tutti rispondemmo in coro un sì interessato e prolungato. – Avanti gabinetto, riprese il soldato. Questo luogo tanto importante era vicinissimo alla nostra stanza; aveva un rubinetto di acqua potabile, due water chiusi da porte che sotto lasciavano uno spazio libero di almeno 20 centimetri per facilitare il lavaggio dell’ambiente. Alle due pareti d’entrata due orinatoi per parte. Tutto questo rose e fiori. Ma l’interessante ero lo stato in cui si presentavano questi angoli così necessari. Erano tanto sudici che non si sapeva dove posare i piedi. Un orrore! Un odore pestifero!
    Lo si fece capire e il giorno dopo venne sufficientemente rimediato. Intanto, con la scusa del gabinetto e della pulizia, abbiamo avuto una parvenza di libertà per circa tre quarti d’ora; però sempre nel corridoio.
    Nel frattempo si avvicinarono qualche soldato italiano di finanza, qualche maresciallo di detta caserma, i quali, per l’assenza del comandante tedesco, in presenza delle guardie si sono intrattenuti con noi, si fecero conoscere, ci promisero qualche favore e ci imbottirono di buone parole: un giorno, due giorni, poi tutti a casa. Interrogatorio semplice, visita dei documenti, poi… libertà. – Hanno sempre fatto così, altrettanto faranno con voi, non dubitate, non preoccupatevi -. Di costoro che si avvicinavano furtivamente tengo a mente un maresciallo piccolo che aveva tanta cordialità ma, per una certa frequenza con noi, per il suo continuo rovescio di buone parole, passò sulla bocca di tutti per un chiacchierone e non più. A me però diede una coperta e un po’ di pane bianco, dato che mi feci conoscere per malato. Per questo gli serbai e gli serbo tanta gratitudine. Un altro brigadiere di finanza mi fece un’ottima impressione, e così un soldato di Mogliano Veneto che mi comprò un po’ di uva. Terminata l’operazione pulizia, fummo pregati di rientrare nella nostra stanza.
    Che senso vedere tante persone distinte, tanti sacerdoti guardati e seguiti dalle guardie armate! Che senso sentir chiudere il catenaccio della porta, veder scendere la luce dall’alto! Dio mio! Erano le ore 20 circa e… la cena? Non si mangia? Nessuno aveva portato con sé qualche cosa che avesse potuto supplire almeno per la prima sera; anzi, qualcuno non aveva assaggiato nulla tutto il giorno. L’affare si faceva serio. Dopo un po’ si chiamò la guardia che venne subito e gli si chiese se avessero pensato qualche cosa per noi in quella sera. La sua risposta fu: “Langsam, aine moment.” Richiuse… e tutti: “Speriamo!” Tra il difficile convincersi della nuova situazione drammatica, tra i ragionamenti che ancora parevano insulsi, quindi senza costrutto, tra un sospiro e l’altro, si fece buio. Venne accesa la lampada di mezzo ma… la fame batteva. Anche la stanchezza era enorme, però non accasciante, almeno per quella sera, giacché la novità del fatto aveva caricato ognuno di un tale nervosismo che non permetteva neppure agli organi materiali di ricercare un po’ di riposo. Ad un tratto Mons. Visintin, dal suo angolo particolare, alzò la voce e chiese per cortesia un po’ di silenzio. Tutti tacquero e si volsero automaticamente verso di lui. L’ho ancora presente. Un omone grande e grosso, sebbene non grossissimo, reso voluminoso dalla veste talare, dalle braccia alzate e tese in avanti in atto di ottenere attenzione. – Sentite, sentite, – disse, – noi qui, ringraziando Iddio, ci conosciamo tutti o quasi tutti. Certamente siamo tutti cristiani e spero anche praticanti. A quest’ora circa, ogni sera, noi eravamo nelle nostre case accanto ai nostri cari e, giova crederlo, nella maggioranza delle nostre famiglie si recitava il S. Rosario. Per questo voglio dirvi la mia proposta. Sentite, sentite! Vi dispiacerebbe che noi per quel po’ di sere che ci tengono qui in prigione, lontano dai nostri cari, recitassimo a quest’ora il Rosario in onore della Madonna perché nella sua materna bontà si degni di venirci in aiuto in un momento tanto difficile? – Tutti risposero un sì interessato ma spontaneo e caloroso. – Ed allora, riprese Mons. Visintin, non perdiamo il tempo e, fin da questa sera, accaparriamoci il materno aiuto della Madonna con la recita del Rosario. – Deus in auditorium meum intende. – Domine…
    Chi aveva la corona in tasca la estrasse, chi non l’aveva pregò lo stesso. Tutti in quel quartino d’ora mantennero un comportamento edificante e non solo in quella sera ma anche nelle altre. La maggioranza in piedi, qualche sacerdote in ginocchio, tutti rispondevano con accorata fiducia. Da tenere presente che Monsignore da uomo pratico com’era, per non stancare troppo i detenuti, diceva 7 o 8 Ave Maria per ogni decina. Terminato il Rosario, un De Profundis per le anime purganti e una Salve Regina per i nostri cari e per quelli che si interessavano di noi. La recita di quella preghiera serale in quell’oscurità, sotto l’incubo dei pensieri più tristi, al termine di una giornata tra le più strane e penose della vita di ognuno, sembrava l’espressione di una fede illuminata che tutti avevano ma che non tutti, fino ad allora, sentivano ugualmente. Occhi fissi, visi preoccupati, sospiri prolungati!
    Per tutti, mai come in quella sera e durante quel Santo Rosario, le relazioni con i propri congiunti lontani sono state più affettuose e più strette. Mai nella fantasia di ognuno era apparsa tanto bella e adorabile la propria casa, mai tanto preziosi i propri figlioli, tanto bella e buona la propria moglie! Terminata la preghiera tornò alla ribalta il pensiero del mangiare e più che il pensiero del mangiare, la fame. Tutti si chiedevano se per la prima sera i nostri nuovi padroni non avessero voluto farci assaggiare la loro bontà e generosità.
    Ore 21. Poi le 21 e 30! Insomma si pensava che non ci fosse altro da fare che adagiarsi sulla paglia, calmi e più o meno placidi. Era caldo, zanzare in numero infinito, che i tedeschi chiamavano sthucas o moschitos. Alle 22 il catenaccio della stanza ruppe stranamente il silenzio; si aprì la porta, entrarono due soldati portando una marmitta: era la cena. Il cuoco era austriaco, sui quarant’anni, tipo assai buffo, il quale sapeva qualche cosa di italiano. Gli piaceva molto il vino e le sigarette, ma più il vino. Era grasso, con un faccione da scena, con due occhietti piccoli ma vivi. Piatti, scodelle, cucchiai?… In tutto quattro o cinque coperchi di gavette con neanche altrettanti cucchiai. Ci apprestammo a servirci per turno, si capisce, senza possibilità di lavare l’un per l’altro queste lussuose posate e stoviglie. Così si vide sorseggiare un po’ di brodo Mons. Visintin e tutti gli altri. Però per la prima sera e forse per ripagarci degli spaventi avuti e dell’ora tarda ci diedero anche una buona porzione di carne, un po’ dura, ma carne. Alla distribuzione erano presenti le sentinelle. Grazie a Dio per quella sera nessuno sarebbe più morto di fame.
    Fatta una fumata – chi aveva sigari, chi sigarette – si affievolì la conversazione che momentaneamente si era riaccesa. Uno dei più alti fra gli ostaggi abbrunò la luce e definitivamente ci coricammo sulla paglia preziosa. Ogni tanto affiorava qualche lamento, qualche ricordo, qualche espressione di timore dalle labbra di qualcuno. Vennero le 23, le 24, l’una , le due, … ma di oltre venti persone, una sola riuscì a dormire veramente sodo, il Dott. Sordoni di Oderzo, il quale ad un certo momento cominciò a russare e non la smise, con l’invidia di tutti, fino al mattino. Il Cav. Segati di Ponte di Piave iniziò la serie delle sue notti disteso sul tavolone di mezzo con la valigia per cuscino.
    16 settembre [1944]
    Due novità inattese ci scombussolarono buonora. In Sacile era stato arrestato un capo partigiano, già maresciallo della medesima caserma. L’indomani in piazza, davanti a tutta la popolazione, doveva venire impiccato. Lascio immaginare l’impressione che fece in tutti noi, detenuti come ostaggi, tale notizia antelucana! I tristi presentimenti della sera precedente furono confermati. E qui in quest’occasione bisognerebbe che io descrivessi il pessimismo ad oltranza e contagioso dimostrato dai dottori Pellegrini e Sordoni. Qualche cosa di inaudito, di indicibile, di disastroso addirittura… La seconda novità, amara, specie per noi sacerdoti: la privazione della S. Messa e della Comunione. Mons. Visintin aveva chiesto al Comandante di poter celebrare ma aveva avuto per risposta che Dio è dappertutto perciò non era necessario. Nove sacerdoti e un chierico, Don Matteo Visintin, nipote del Monsignore, e tanta buona gente priva di messa e di comunione! Quanto dolore in tutti! Che delusione! – Tenteremo di nuovo, disse Mons. Visintin. Chiese rapporto col comandante una volta, più volte, ma nonostante le buone parole di un maresciallo e di alcuni subalterni, Mons. Visintin non venne mai ricevuto. Pazienza! Sabato 16 settembre, prima giornata di prigione. Con questa novità eravamo tutti storditi ed amareggiati all’estremo! Si pensava per lo meno che da un momento all’altro ci avessero chiamati per presentare i documenti e per venire interrogati… chissà su che cosa… ma nulla. Qualche soldato vedendo la nostra pena ci diceva: “oggi, domani, casa tutti”. Qualche altro: “fra due, tre giorni vi libereremo tutti”. Qualche altro ancora: “forse vi condurranno a Vittorio Veneto per essere interrogati”. – A piedi? – “Eh sì, a piedi!” Ogni tanto, oltre che nella mente di ognuno, affiorava anche nei discorsi l’argomento del disgraziato partigiano che all’indomani doveva venire impiccato. Qualcuno ripeteva: “che bella domenica domani! Forse faranno assistere anche noi a tale operazione. Mio Dio, che spavento!”. Inaspettatamente ci capitò in prigione Mons. Sandro, Arciprete di Motta di Livenza, con P. Paolino Visentin, mio Vicario nel Convento di Motta di Livenza. Entrarono di nascosto o in che forma non lo so. So solo che con loro non scambiai neppure dieci parole ed erano già usciti. Perché? Persuasione di tutti: temevano di subire la nostra medesima sorte. All’una ci viene portato un po’ di brodo con un bel pezzo di formaggio grana. Alcuni chiesero, e fu permesso, che venisse loro portato del pane e del vino. In mattinata furono iniziate le visite dei famigliari dei detenuti. Si incominciò a parlare con loro da quella finestra che, come dissi, per raggiungerla era necessario salire sul tavolone di mezzo e ancora su una seggiola. Più di uno però lo fece con profitto. Per quel mezzo si ebbero le prime impressioni di ciò che potessero pensare le nostre famiglie e i nostri paesi della nostra situazione.
    [NOTA]
    158 L’avvocato Aurelio Girardini, nell’annuario del martirio del patriota Giovanni, incaricò proprio l’avvocato opitergino Antonio Levada di tenere il discorso durante l’inaugurazione della lapide in memoria del figlio, che è tutt’oggi affissa sulla parete della villa in viale Madonna. Il discorso è stato poi stampato in un libretto a cura della famiglia. Alcune copie sono conservate nell’Archivio Aurelio Girardini a Motta di Livenza (Tv).
    Davide Drusian, Il diario di fra Benvenuto Grava e altre testimonianze inedite sull’occupazione nazifascista a Motta di Livenza (TV), Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2021-2022

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  5. Igino Giordani promuove anche il neonato partito clandestino della Democrazia Cristiana

    Nel 1943, per non cedere ad un atteggiamento diffuso di “cristiano in pensione”, Igino Giordani, messa al riparo la famiglia a Capranica Prenestina, mantiene la sua residenza per lo più a Roma, dove in settembre assiste all’entrata dei tedeschi. <204 A trattenerlo nella capitale è il desiderio di proseguire la militanza antifascista. Comincia infatti «un intenso periodo di attività clandestina nei locali della parrocchia del Cristo Re, per invito di padre Zambetti, il quale si preoccupava di formare nuovi dirigenti cattolici, che potessero entrare in campo politico con la fine della guerra». <205 In particolare, Giordani offre il suo contributo tenendo dei corsi di formazione negli incontri del “Martedì culturale” che vedono riuniti personaggi come Spataro, La Pira, Petrilli, e molti giovani, contattati tramite circolari distribuite segretamente. I suoi interventi sono incentrati sulla dottrina sociale della Chiesa, cui si dedica con proficua dedizione. Infatti, in quegli anni vedono la luce “Le Encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII” (1942), e i quattro volumi poi riuniti col titolo “Messaggio sociale del cristianesimo” (1935-1947). <206
    Attraverso questi e altri incarichi, ad esempio quello di relatore ai convegni dei laureati cattolici, <207 Giordani dà un contributo notevole alla formazione della futura classe intellettuale dell’Italia post-fascista. <208 Aderisce e promuove anche il neonato partito clandestino della Democrazia Cristiana, <209 anche se guarda con preoccupazione tanto a un partito unico di cattolici quanto alla scelta di inserire nel nome del partito l’attributo di cristiano. Monsignor Montini lo dissuade da queste perplessità. <210 L’amicizia con il futuro Paolo VI risale ai primi anni Trenta ed è documentata da diverse lettere, biglietti e cartoline, in gran parte di natura personale e dal tono semplice
    e familiare. <211 Il rapporto di stima reciproca e stretta collaborazione si approfondisce ulteriormente nel 1944, quando Giordani accetta la proposta di dirigere «Il Quotidiano», il nuovo giornale dell’A.C.I. [Azione Cattolica]. Grazie all’interessamento di Montini, ottiene per diversi mesi l’aspettativa dal lavoro alla Biblioteca Vaticana, per potersi dedicare all’attività giornalistica: «Tornare all’apostolato diretto, alla lotta di idee, era quello che più desideravo, sicché accettai [l’incarico] con entusiasmo e smobilitai il mio cervello di bibliotecario per attrezzarlo da giornalista». <212 Prima ancora di assumerne la direzione (nel maggio del 1944), Giordani partecipa alle riunioni indette dall’A.C. per decidere le sorti de «L’Avvenire», che sarebbe stato sostituito da «Il Quotidiano». <213 Si espone in prima persona contro chi afferma che una nuova testata possa risultare d’intralcio a «Il Popolo» e a «L’Osservatore Romano»; redige una nota intitolata “Per un quotidiano nazionale d’Azione Cattolica”, per delinearne l’opera di «pacificazione e ricostruzione», di «recupero dalla distruzione di ideologie e di conflitti», di «conquista dei cittadini alla Chiesa e trasmissione del pensiero cristiano alla società». <214 Nella stessa nota, Giordani ribadisce un concetto ricorrente in molti suoi scritti: la necessità di un cristianesimo “integrale”. Con l’esortazione a «vivere integralmente la vita soprannaturale», Giordani – nota Casella – palesa definitivamente i suoi intenti: egli parla non «in quanto cattolico», cioè come esponente significativo del mondo cattolico, ma «da cattolico», da semplice cristiano che si rivolge ad altri cristiani. <215 Il suo “integralismo” non mira affatto a una riduzione del potere politico-religioso nelle mani della Chiesa, al contrario egli lotta per la distinzione dei due poteri, e al tempo stesso per il riconoscimento della superiore importanza dei valori morali, validi tanto nel campo spirituale che nel temporale.
    Sinteticamente si può dire che «Il Quotidiano» di Giordani si propone di aiutare “l’uomo contemporaneo” a prendere coscienza della sua dignità di figlio di Dio e di promuovere la sua partecipazione attiva nel processo di ricostruzione del Paese. Per far questo, l’accento è costantemente posto sulla necessità di un recupero spirituale e morale dell’uomo: «la moralizzazione della vita privata e pubblica» è, infatti, «al centro degli scritti politici di Giordani fin dai giorni del P.P.I.», <216 quindi di ‘Rivolta cattolica’, degli articoli apparsi su «Parte Guelfa» e su «Il Popolo» di Donati.
    Il 17 settembre, Giordani annuncia a don Luigi Sturzo l’inizio della sua nuova missione giornalistica: “Come io sia pervenuto alla direzione di esso Dio solo lo sa. Io bramavo tornare alla politica: tutti questi anni avevo tenuto viva una fiammella coi miei scritti. Ma uomini ed eventi mi hanno spinto qui: e forse anche da qui del bene si può fare”. <217 Sturzo gli risponde qualche tempo dopo, il 21 dicembre, per spronarlo in questo incarico: “penso che fa opera utilissima fra i cattolici, abituandoli a pensare da cattolici, da italiani e da democratici. […] Il Signore esige che coloro che difendono i principi lo facciano non solo con convinzione, ma col sacrificio dei loro interessi, sia personali che collettivi”. <218
    Proprio per discutere le posizioni del giornale, il direttore chiede un’udienza privata con Pio XII. <219 Dal “Diario inglese” si conosce la data, 9 novembre 1944, e il clima familiare del colloquio. D’altra parte Giordani ha già avuto vari incontri personali col pontefice, che l’anno seguente lo riceve insieme a tutto il personale del giornale: in tutto un centinaio di persone, compresi alcuni familiari. <220 In una lettera a don Giuseppe De Luca <221 del successivo 5 ottobre, <222 Giordani racconta dell’incoraggiamento ricevuto dal santo Padre a proseguire nell’opera «di formazione politica al di sopra e al di fuori dei partiti, per inserire in essi il fermento del Vangelo. Esso vuole elevare la massa a popolo e il popolo a Chiesa, con un’opera di moralizzazione assidua». <223 Inizia in questo periodo la collaborazione di Piero Bargellini al giornale. <224
    [NOTE]
    204 A seguito dell’armistizio di Cassibile (3 settembre 1943), con cui il governo Badoglio dichiara la resa degli Alleati. Giordani ricorda l’invasione tedesca in GIORDANI, Memorie, cit., p. 102.
    205 GIORDANO, L’impegno politico, cit., p. 115.
    206 Ibid., pp. 115-16. I due lavori di Giordani, cui si fa riferimento, sono i già citati: I. GIORDANI, Le Encicliche sociali dei Papi. Da Pio IX a Pio XII, Studium, Roma, 19564 [1942] e ID., Il messaggio sociale del cristianesimo, Città Nuova, Roma 20019 [1958].
    207 G. SPATARO, I democratici cristiani dalla dittatura alla Repubblica, Mondadori, Milano 1968, p. 330.
    208 R. MORO, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937), Il Mulino, Bologna 1979, p. 82.
    209 SPATARO, I democratici cristiani, cit., p. 359.
    210 GIORDANI, Memorie, cit., pp. 103-104. Giovanni Battista Montini (1897-1978), aderisce alla F.U.C.I. nel 1919, ordinato sacerdote nel 1920, studia come diplomatico per la Segreteria di Stato della Santa Sede. Nel 1923 papa Pio XI lo invia come nunzio a Varsavia, ma rientra dopo pochi mesi per collaborare alla Segreteria di Stato; nel 1937 viene nominato sostituto e lavora al fianco del Segretario di Stato Eugenio Pacelli. Nel 1939, alla morte di Pio XI, il cardinale Pacelli diviene papa Pio XII. Montini, nominato pro-segretario di Stato nel 1944, si adopera all’assistenza dei rifugiati, specialmente ebrei. Arcivescovo di Milano dal 1954. Diviene papa nel 1963 col nome di Paolo VI. La bibliografia su di lui è abbondante, dunque si preferisce indicare all’occorrenza i volumi consultati.
    211 La corrispondenza è conservata in AIG I, 4.2 e comprende sia le lettere del periodo in cui Montini lavora presso la Segreteria di Stato Vaticano, sia quelle da arcivescovo di Milano, sia infine quelle degli anni del pontificato. Per maggiori informazioni si rimanda al Cap. II.VI, n. 476.
    212 GIORDANI, Memorie, cit., p. 104.
    213 «L’Avvenire» a partire dal 1933 è l’edizione romana de «L’Avvenire d’Italia», ma alla vigilia della liberazione di Roma, per le sue compromissioni con il fascismo, deve – secondo alcuni, tra cui Vittorino Veronese, Giulio Andreotti e lo stesso Giordani – essere sostituito da una nuova testata. Cfr. su questo tema: M. CASELLA, «Il Quotidiano» diretto da Igino Giordani (1944-1946), in SORGI, Politica e morale, cit., pp. 287-316: 287-88.
    214 Per un’accurata documentazione sulla nascita e lo sviluppo de «Il Quotidiano» e per il contributo fondamentale ad esso offerto da Giordani, cfr. GIORDANO, L’impegno politico, cit., pp. 125-46 e CASELLA, «Il Quotidiano», cit., pp. 287-316. La nota programmatica è proposta in forma integrale in M. CASELLA, L’Azione cattolica alla caduta del Fascismo. Attività e progetti per il dopoguerra (1942-1945), Studium, Roma 1984, pp. 167-68.
    215 CASELLA, «Il Quotidiano», cit., pp. 287-316: 295.
    216 Ibid., p. 298.
    217 Lettera di Giordani a Sturzo, 17 settembre 1944: AIG I, 16.3, 36, poi in GIORDANI – STURZO, Un ponte, cit., p. 103. Si aggiunge un dato di carattere interessante: molte lettere di Sturzo a Giordani vengono pubblicate da quest’ultimo su «Il Quotidiano».
    218 Lettera di Sturzo a Giordani, 21 dicembre 1944: AIG I, 16.1, 19. Poi in volume: GIORDANI – STURZO, Un ponte, cit., pp. 104-105.
    219 Per comprendere il clima di tensione e le polemiche sorte intorno a «Il Quotidiano» e al suo direttore in quei primi mesi, è stato utile analizzare un promemoria datato 5 settembre, dello stesso Giordani. Egli difende la sua testata da cinque principali accuse: di lasciar trasparire tendenze di sinistra; di non rispecchiare la serenità di un giornale cattolico; di essere diretto da un repubblicano; di nuocere la campagna politica della DC e di non giovare alla formazione e alla rappresentanza dei cattolici. E conclude: «Nel nostro lavoro occorre slancio, e questo è possibile solo se la fiducia dei superiori ci spalleggia. Per essa si è fatto un giornale, giudicato da molti il migliore della Capitale […], iniziando con una povertà di mezzi che era vera indigenza: in redazione […] si è tentato di farci finire togliendoci la corrente elettrica» (Promemoria dattiloscritto di Giordani, 5 settembre 1944, in AIG I, 22a.5.2, 1).
    220 Dal Diario inglese risultano sicure le date del 4 aprile 1939, dell’8 luglio 1940, e del 5 ottobre 1941. Infine, l’udienza con tutti i collaboratori de «Il Quotidiano» risale al 12 agosto 1945.
    221 Giuseppe De Luca (1898-1962), sacerdote romano dal 1921, cappellano a San Pietro in Vincoli fino al 1948. È noto per la sua attività di letterato, editore e attento filologo. Sulla sua figura si vedano: AA.VV., Don Giuseppe De Luca. Ricordi e testimonianze, a c. di M. PICCHI, Morcelliana, Brescia 1963; AA.VV., Don Giuseppe De Luca et l’abbé Henri Bremond (1929-1933). «De L’Histoire littéraire du sentiment réligieux en France» à l’ «Archivio italiano per la storia della pietà» d’aprés des documents inédits, a c. di H. BERNARD MAÎTRE – R. GUARNIERI, Roma 1963; C. DIONISOTTI, Ricordo di don Giuseppe De Luca, in «Italia medievale e umanistica», IV (1961), pp. 327-39; I. COLOSIO, Don Giuseppe De Luca storico della spiritualità, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1962; G. ANTONIAZZI, Don Giuseppe De Luca e una nuova scienza. La storia della pietà, «Studi cattolici», XII (1968), pp. 606-17; D. CANTIMORI, In ricordo di don Giuseppe De Luca, in Storici e storia, Einaudi, Torino 1971, pp. 386-96; R. GUARNIERI, Don Giuseppe De Luca tra cronaca e storia (1898-1962), in AA. VV., Modernismo, fascismo, comunismo, a c. di G. ROSSINI, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 249-362; L. MANGONI, Aspetti della cultura cattolica sotto il fascismo: la rivista «Il Frontespizio», ibid., pp. 363-417; R. DE FELICE, Alcune lettere di mons. Giuseppe De Luca a Giuseppe Bottai, ibid., pp. 419-51; La storia della pietà: fonti e metodi di ricerca, Seminario di studio all’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa (Vicenza, 31 maggio – 2 giugno 1976), con la partecipazione di M. VOVELLE, A. ZAMBARBIERI, L. BILLANOVICH, F. SALIMBENI, P. PAMPALONI, A. TURCHINI, A. GAMBASIN, G. DE ROSA; Bremond-De Luca, «Ricerche di storia sociale e religiosa», XXVIII (1985), con interventi di G. CRACCO, G. DE ROSA, E. GOICHOT, L. MANGONI, M. PICCHI, E. POULAT, T. TESSITORE, L. BILLANOVICH; R. GUARNIERI, De Luca Giuseppe, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia (1860-1995), vol. II, I protagonisti, cit., pp. 171-78; V. LEMBO, Don Giuseppe De Luca a vent’anni dalla morte, Meridionale, Villa San Giovanni 1985; L. MANGONI, In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca: il mondo cattolico e la cultura italiana del Novecento, Einaudi, Torino 1989; G. DE ROSA, De Luca Giuseppe, in DBI, vol. XXXVIII, 1990, cit., pp. 353-59 [consultabile al sito internet: http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-de-luca_ (Dizionario-Biografico) / (ult. cons: 15-04-12)]; AA.VV., Don Giuseppe De Luca e la cultura italiana del Novecento, Atti del Convegno di studio nel centenario della nascita (Roma, 22-24 ottobre 1998), a c. di P. VIAN, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2001.
    222 In merito al rapporto con Giordani, si sa che dal 1925 i due collaborano al «Davide», il periodico di Giuseppe Gorgerino, molto vicino a Gobetti. De Luca, poi, conosce l’esperienza di «Parte Guelfa» e, pur non partecipando, la commenta con Papini. Frequenta la Biblioteca Vaticana negli anni in cui Giordani vi è impiegato; e con questi collabora alla terza pagina de «Il Popolo» di Sturzo. Al 1930 risale la prima lettera tra i due: il carteggio, di cui già si è citato qualche pezzo, non è voluminoso (24 lettere di Giordani e 6 di De Luca), ma offre informazioni rilevanti, soprattutto in merito ad amicizie comuni, ad esempio con Bargellini per «Il Frontespizio» e con Minelli per la Morcelliana; e per collaborazioni condivise, tra cui si ricorda quelle per «L’Avvenire d’Italia» e per «L’Osservatore Romano» (De Luca vi scrive in qualità di archivista della Congregazione per la Chiesa Orientale). Nel 1942, il lucano dà vita alla casa editrice Edizioni di Storia e Letteratura, quindi il carteggio tende a diradarsi, anche se Giordani non cessa di invitare l’amico a comporre articoli per le imprese che via via dirige. L’ultima lettera dell’editore romano è del settembre 1961, poco prima della morte. In essa egli riconosce la differenza tra la scrittura di Giordani, tutta apostolato, e la sua, un calvario da cui non ha tratto gioie. Sul profondo rapporto che lega Giordani a De Luca, si veda: MANGONI, In partibus infidelium, cit., ad passim. La corrispondenza intercorsa col sacerdote è descritta, anche con numerose citazioni, da CASELLA, Cultura politica e socialità, cit., pp. 67-70 e integralmente pubblicata da DE MARCO, Igino Giordani e don Giuseppe De Luca, in SORGI, Politica e morale, cit., pp. 125-41. De Marco ha il merito di ricostruire con efficacia la relazione tra i due, che egli vorrebbe far risalire al 1925 e che termina a causa della morte prematura del sacerdote nel 1962.
    223 Lettera di Giordani a De Luca, 5 ottobre 1945: AIG I, 44.3, 27. Poi, in volume: SORGI, Politica e morale, cit., pp. 156-57.
    224 Piero Bargellini (1897-1980), scrittore e politico fiorentino. Inizia la sua carriera come maestro di scuola, avendo l’abilitazione magistrale. Mentre svolge l’attività didattica, fonda nel 1929 «Il Frontespizio», rivista di cultura cattolica e apologetica. Quindi, necessitando di buone penne, scrive la sua prima lettera a Giordani, per invitarlo a collaborare (lettera del 1 novembre 1929, in AIG I, 43.1, 3). Di qui nasce un intenso scambio di collaborazioni, per cui Bargellini ricambia con articoli per «Fides», prima, e per «Il Quotidiano», poi. I due non condividono le stesse idee politiche, legandosi Bargellini al fascismo. Ciò nonostante il rispetto reciproco non viene a mancare. La relazione amichevole si rafforza quando, nel dopoguerra, il fiorentino aderisce alla D.C. e affianca La Pira per una riedificazione della sua città, di cui diviene sindaco negli anni Sessanta, trovandosi ad affrontare l’immane catastrofe
    dell’alluvione. Il carteggio, che dagli anni Trenta ripercorre la vita dei due uomini di cultura fino alla morte (avvenuta per entrambi nel 1980), è conservato in AIG I, 43.1. Essendo estremamente significativo anche per tratteggiare il profilo di Giordani, viene presentato e commentato in queste pagine (Appendice II). Per notizie biografiche più approfondite su Bargellini si veda: R. BERTACCHINI, “Piero Bargellini”, in DBI, cit., vol. XXXIV, 1988, pp. 252-54 [consultabile all’indirizzo elettronico: http://www.treccani.it/enciclopedia/piero-bargellini_(Dizionario Biografico)/ (ult. cons: 06-05-12)]. Manca, invece, un’opera biografica esaustiva sull’autore. Un profilo essenziale si ricava da: C. FUSERO, Bargellini, Vallecchi, Firenze 1949; offre qualche spunto interessante il libro di P.F. LISTRI, Tutto Bargellini: L’uomo, lo scrittore, il sindaco, Nardini, Firenze 1989, che in appendice riporta la bibliografia completa delle opere di Bargellini. Si veda anche la voce “Bargellini Piero” in Dizionario generale degli autori italiani contemporanei, vol. I, Vallecchi, Firenze 1974; E. BALDUCCI, voce “Bargellini, Piero” in Dizionario della letteratura mondiale del Novecento, Paoline, Roma 1980; e il profilo tracciato da L. BEDESCHI in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia (1860-1995), vol. III/1, Le figure rappresentative, cit., pp. 55-56. Molto di lui si conosce dalla pubblicazione delle lettere con Betocchi, Bo, De Luca e Papini.
    Carla Pagliarulo, I. Giordani, uomo di lettere e di cultura, e l’ideale di un «cristianesimo integrale»: alcuni carteggi indediti, Tesi di dottorato, Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano, Anno accademico 2011-2012

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  6. I nazisti istituirono la Zona d’operazioni delle Prealpi

    Con le date del 25 luglio e dell’8 settembre 1943, la questione alto-atesina entrò in una fase nuova, radicalmente diversa sia per quel che concerneva la situazione in Alto Adige sia sotto il profilo dei rapporti italo-tedeschi. La caduta di Mussolini fu da sorgente a una rivendicazione territoriale da risolvere in modo totalitario e definitivo. Le reazioni di Hitler furono tali che «se il terzo Reich avesse vinto la guerra, le frontiere italiane sarebbero ridiventate quelle del 1914» <63 e, riferendosi al Trentino-Alto Adige e alla Venezia Giulia, avrebbe dichiarato che «per lo meno questo tradimento (dell’Italia come firmataria dell’armistizio dell’8 settembre) sarà servito a farci riprendere due belle province tedesche» <64. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre le forze armate tedesche, Deusche Wehrmacht, fluirono lungo le vallate dell’Alto Adige, e vennero accolte festosamente dalla popolazione allogena, imbevuta, grazie soprattutto alla massiccia propaganda nazista, di pangermanesimo. Il 12 settembre, subito dopo l’armistizio, furono dettate le disposizioni per l’organizzazione politica e militare dell’Italia: Hitler stabiliva che, dal «territorio occupato», fossero staccate ed erette a «zone di operazione» le province di Bolzano, Trento e Belluno (sotto il nome di Alpenvorland) e di Udine, Gorizia e Trieste (sotto il nome di Adriatisches Küstenland). Si stabilì che queste fossero sottoposte a due Alti commissari nella carica di Gauleiter (Commissario supremo) scelti nelle persone di Franz Hofer a Innsbruck e Friedrich Rainer a Klagenfur <65.
    Nonostante la decisione del Duce di porsi a capo della RSI e di continuare la guerra a fianco della Germania, per Hitler era ormai scontato che l’Italia avrebbe dovuto pagare duramente il suo «tradimento» <66. Vani furono, infatti, i tentativi da parte di Mussolini di evitare una completa estromissione dell’autorità fascista nella zone delle Prealpi, proprio per il fatto stesso che Hitler considerasse ormai il Duce privo di un avvenire politico <67.
    L’istituzione dell’Operationszone Alpenvorland, ovvero la Zona d’operazione delle Prealpi (acronimo OZAV), avviò una campagna che mise al bando gli elementi di origine italiana, interdicendo loro qualsiasi attività ed iniziativa: vennero sostituiti tutti i funzionari delle amministrazioni civili con elementi di indubbia fede nazista; si annullarono le opzioni del ’39 a favore dell’Italia mentre contemporaneamente aveva inizio un lento ma continuo rientro degli optanti che si erano trasferiti in Germania; le forze di polizia locali, coadiuvate da una guardia civica (Sondor Ordnung Dienst), costituirono in realtà un rigido mezzo di controllo e di oppressione per le popolazioni italiane: rastrellamenti e perquisizioni nelle case private paralizzavano la vita degli italiani, soprattutto dei militari rifugiatisi nelle abitazioni e sulle montagne; Hofer emanò un decreto in cui stabilì l’obbligo di prestare servizio militare alle forze naziste di giovani altoatesini delle classi del ’24-’25 senza riguardo per l’appartenenza etnica; non mancò la sopraffazione tedesca nel campo delle comunicazioni: sulla stampa locale riaffiorò la propaganda nazista della «Grande Germania» che prese il posto delle pubblicazioni quotidiane italiane <68; fu imposto il tedesco come lingua non solo nelle amministrazioni pubbliche ma anche nella vita privata. Questo era «il Regno di Hofer», così amaramente denominato da Mussolini <69.
    Nell’incontro di Klessheim, nell’aprile del ’44, Mussolini sollevò la questione delle due «zone di operazione» ricevendo da Hitler generiche spiegazioni e vaghe assicurazioni. Fu proprio dopo questo incontro che Franz Hofer ritenne giunto il momento di un nuovo «giro di vite» in Alto Adige. In un «Appunto per il Duce» datato 12 maggio 1944 si legge: «Dopo il recente colloquio Mussolini-Hitler in quasi tutti i paesi dell’Alto Adige le scritte italiane sono sparite. Prima dell’incontro le scritte erano bilingue: italiana e tedesca» <70. La discriminazione del gruppo linguistico italiano fece sì che molti membri, anche ex-fascisti, entrassero a far parte delle organizzazioni di lotta contro l’oppressione nazista. Il regime di oppressione e di persecuzione antitaliana costrinse all’emigrazione dall’Alto Adige circa 50 mila italiani. Pertanto, all’atto della liberazione, la fisionomia demografica della regione atesina risultò profondamente ad artificiosamente alterata rispetto alla situazione legale quale era al 25 luglio 1943 <71.
    [NOTE]
    62 Nello stesso giorno in cui Mastromattei, prefetto di Bolzano, prova a smentire la leggenda siciliana, Micheal Gamper, canonico interno al DV, pubblica un articolo il quale recitava: “Attraverso gli usci, che solcano oggi i contadini, sono passati i nostri antenati e gli antenati dei nostri antenati e rappresentano carne della nostra carne, sangue del nostro sangue. Le sue parole hanno sicuramente un impatto sulla popolazione che però è spaventata: se tutti se ne vanno, cosa faremo qui da soli in balia dei fascisti? In particolare molti anziani vedono i figli determinati a partire e temono di essere abbandonati”. L. Gruber, Eredità, RizzoliBur, Milano, 2012, (pp. 358)
    63 E. Dollman, op. cit. , (pp.123)
    64 E.F. Moellhausen, La carta perdente, Memorie diplomatiche (25 luglio 1943-2 maggio 1945), Roma, 1948 (pp. 390). Secondo Moellhausen Hitler nel ’43-’45 ingannava freddamente il suo socio (Mussolini) e aveva concesso nelle due regioni «pieni poteri» e «carta bianca» ai Gaulaiter di Innsbruck e di Klagenfurt, Franz Hofer e Friedrich Rainer, «con l’unica restrizione di salvare un poco le apparenze».
    65 R. De Felice, op. cit., (pp.203-204)
    66 Un respiro di sollievo lo ebbe Goebbels il quale annotava soddisfatto: «il Führer è felicissimo di poter ancora incontrarsi presto con il Duce. Parlando coi Gaulaiter Hofer e Rainer ha detto, tuttavia, che la nostra politica nei confronti dell’Italia non deve essere mutata. Ne sono lietissimo. Avevo già temuto che la ricomparsa del Duce potesse mutare le cose. Sembra invece che il Führer sia determinato a persistere nella durezza». J. Goebbels, op.cit., (pp.600)
    67 J. Goebbels, op. cit. , (pp.626-627)
    68 Il giornale locale «La provincia di Bolzano» venne soppresso e sostituito con il «Bozner Tagesblatt». Riguardo ai giornali italiani ufficialmente potevano essere introdotti solo il «Corriere della sera» e «Il regime fascista», che,
    peraltro, erano quasi sempre introvabili. R. De Felice, op. cit. , (pp.220)
    69 R. De Felice, op. cit., (pp.219)
    70 G. Buffarini-Guidi, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini-Guidi dal 1938 al 1945, Milano, 1970, (pp. 157s.)
    71 R. De Felice, La questione dell’Alto Adige, Documento n.10, Relazione sulla situazione in Alto Adige redatta nell’estate 1945 dallo Stato Maggiore del R. Esercito (pp. 130-131)
    Claudia Cioffi, La dialettica partitica per la risoluzione della questione altoatesina. Dalla firma del Trattato di Saint-Germain-en-Laye alla formulazione del Primo Statuto di Autonomia Regionale, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2014-2015

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  7. I nazisti istituirono la Zona d’operazioni delle Prealpi

    Con le date del 25 luglio e dell’8 settembre 1943, la questione alto-atesina entrò in una fase nuova, radicalmente diversa sia per quel che concerneva la situazione in Alto Adige sia sotto il profilo dei rapporti italo-tedeschi. La caduta di Mussolini fu da sorgente a una rivendicazione territoriale da risolvere in modo totalitario e definitivo. Le reazioni di Hitler furono tali che «se il terzo Reich avesse vinto la guerra, le frontiere italiane sarebbero ridiventate quelle del 1914» <63 e, riferendosi al Trentino-Alto Adige e alla Venezia Giulia, avrebbe dichiarato che «per lo meno questo tradimento (dell’Italia come firmataria dell’armistizio dell’8 settembre) sarà servito a farci riprendere due belle province tedesche» <64. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre le forze armate tedesche, Deusche Wehrmacht, fluirono lungo le vallate dell’Alto Adige, e vennero accolte festosamente dalla popolazione allogena, imbevuta, grazie soprattutto alla massiccia propaganda nazista, di pangermanesimo. Il 12 settembre, subito dopo l’armistizio, furono dettate le disposizioni per l’organizzazione politica e militare dell’Italia: Hitler stabiliva che, dal «territorio occupato», fossero staccate ed erette a «zone di operazione» le province di Bolzano, Trento e Belluno (sotto il nome di Alpenvorland) e di Udine, Gorizia e Trieste (sotto il nome di Adriatisches Küstenland). Si stabilì che queste fossero sottoposte a due Alti commissari nella carica di Gauleiter (Commissario supremo) scelti nelle persone di Franz Hofer a Innsbruck e Friedrich Rainer a Klagenfur <65.
    Nonostante la decisione del Duce di porsi a capo della RSI e di continuare la guerra a fianco della Germania, per Hitler era ormai scontato che l’Italia avrebbe dovuto pagare duramente il suo «tradimento» <66. Vani furono, infatti, i tentativi da parte di Mussolini di evitare una completa estromissione dell’autorità fascista nella zone delle Prealpi, proprio per il fatto stesso che Hitler considerasse ormai il Duce privo di un avvenire politico <67.
    L’istituzione dell’Operationszone Alpenvorland, ovvero la Zona d’operazione delle Prealpi (acronimo OZAV), avviò una campagna che mise al bando gli elementi di origine italiana, interdicendo loro qualsiasi attività ed iniziativa: vennero sostituiti tutti i funzionari delle amministrazioni civili con elementi di indubbia fede nazista; si annullarono le opzioni del ’39 a favore dell’Italia mentre contemporaneamente aveva inizio un lento ma continuo rientro degli optanti che si erano trasferiti in Germania; le forze di polizia locali, coadiuvate da una guardia civica (Sondor Ordnung Dienst), costituirono in realtà un rigido mezzo di controllo e di oppressione per le popolazioni italiane: rastrellamenti e perquisizioni nelle case private paralizzavano la vita degli italiani, soprattutto dei militari rifugiatisi nelle abitazioni e sulle montagne; Hofer emanò un decreto in cui stabilì l’obbligo di prestare servizio militare alle forze naziste di giovani altoatesini delle classi del ’24-’25 senza riguardo per l’appartenenza etnica; non mancò la sopraffazione tedesca nel campo delle comunicazioni: sulla stampa locale riaffiorò la propaganda nazista della «Grande Germania» che prese il posto delle pubblicazioni quotidiane italiane <68; fu imposto il tedesco come lingua non solo nelle amministrazioni pubbliche ma anche nella vita privata. Questo era «il Regno di Hofer», così amaramente denominato da Mussolini <69.
    Nell’incontro di Klessheim, nell’aprile del ’44, Mussolini sollevò la questione delle due «zone di operazione» ricevendo da Hitler generiche spiegazioni e vaghe assicurazioni. Fu proprio dopo questo incontro che Franz Hofer ritenne giunto il momento di un nuovo «giro di vite» in Alto Adige. In un «Appunto per il Duce» datato 12 maggio 1944 si legge: «Dopo il recente colloquio Mussolini-Hitler in quasi tutti i paesi dell’Alto Adige le scritte italiane sono sparite. Prima dell’incontro le scritte erano bilingue: italiana e tedesca» <70. La discriminazione del gruppo linguistico italiano fece sì che molti membri, anche ex-fascisti, entrassero a far parte delle organizzazioni di lotta contro l’oppressione nazista. Il regime di oppressione e di persecuzione antitaliana costrinse all’emigrazione dall’Alto Adige circa 50 mila italiani. Pertanto, all’atto della liberazione, la fisionomia demografica della regione atesina risultò profondamente ad artificiosamente alterata rispetto alla situazione legale quale era al 25 luglio 1943 <71.
    [NOTE]
    62 Nello stesso giorno in cui Mastromattei, prefetto di Bolzano, prova a smentire la leggenda siciliana, Micheal Gamper, canonico interno al DV, pubblica un articolo il quale recitava: “Attraverso gli usci, che solcano oggi i contadini, sono passati i nostri antenati e gli antenati dei nostri antenati e rappresentano carne della nostra carne, sangue del nostro sangue. Le sue parole hanno sicuramente un impatto sulla popolazione che però è spaventata: se tutti se ne vanno, cosa faremo qui da soli in balia dei fascisti? In particolare molti anziani vedono i figli determinati a partire e temono di essere abbandonati”. L. Gruber, Eredità, RizzoliBur, Milano, 2012, (pp. 358)
    63 E. Dollman, op. cit. , (pp.123)
    64 E.F. Moellhausen, La carta perdente, Memorie diplomatiche (25 luglio 1943-2 maggio 1945), Roma, 1948 (pp. 390). Secondo Moellhausen Hitler nel ’43-’45 ingannava freddamente il suo socio (Mussolini) e aveva concesso nelle due regioni «pieni poteri» e «carta bianca» ai Gaulaiter di Innsbruck e di Klagenfurt, Franz Hofer e Friedrich Rainer, «con l’unica restrizione di salvare un poco le apparenze».
    65 R. De Felice, op. cit., (pp.203-204)
    66 Un respiro di sollievo lo ebbe Goebbels il quale annotava soddisfatto: «il Führer è felicissimo di poter ancora incontrarsi presto con il Duce. Parlando coi Gaulaiter Hofer e Rainer ha detto, tuttavia, che la nostra politica nei confronti dell’Italia non deve essere mutata. Ne sono lietissimo. Avevo già temuto che la ricomparsa del Duce potesse mutare le cose. Sembra invece che il Führer sia determinato a persistere nella durezza». J. Goebbels, op.cit., (pp.600)
    67 J. Goebbels, op. cit. , (pp.626-627)
    68 Il giornale locale «La provincia di Bolzano» venne soppresso e sostituito con il «Bozner Tagesblatt». Riguardo ai giornali italiani ufficialmente potevano essere introdotti solo il «Corriere della sera» e «Il regime fascista», che,
    peraltro, erano quasi sempre introvabili. R. De Felice, op. cit. , (pp.220)
    69 R. De Felice, op. cit., (pp.219)
    70 G. Buffarini-Guidi, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini-Guidi dal 1938 al 1945, Milano, 1970, (pp. 157s.)
    71 R. De Felice, La questione dell’Alto Adige, Documento n.10, Relazione sulla situazione in Alto Adige redatta nell’estate 1945 dallo Stato Maggiore del R. Esercito (pp. 130-131)
    Claudia Cioffi, La dialettica partitica per la risoluzione della questione altoatesina. Dalla firma del Trattato di Saint-Germain-en-Laye alla formulazione del Primo Statuto di Autonomia Regionale, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2014-2015

    #1943 #Alpenvorland #AltoAdige #Bolzano #ClaudiaCioffi #fascisti #FranzHofer #guerra #Mussolini #OZAV #RSI #settembre #tedeschi #Wehrmacht
  8. I nazisti istituirono la Zona d’operazioni delle Prealpi

    Con le date del 25 luglio e dell’8 settembre 1943, la questione alto-atesina entrò in una fase nuova, radicalmente diversa sia per quel che concerneva la situazione in Alto Adige sia sotto il profilo dei rapporti italo-tedeschi. La caduta di Mussolini fu da sorgente a una rivendicazione territoriale da risolvere in modo totalitario e definitivo. Le reazioni di Hitler furono tali che «se il terzo Reich avesse vinto la guerra, le frontiere italiane sarebbero ridiventate quelle del 1914» <63 e, riferendosi al Trentino-Alto Adige e alla Venezia Giulia, avrebbe dichiarato che «per lo meno questo tradimento (dell’Italia come firmataria dell’armistizio dell’8 settembre) sarà servito a farci riprendere due belle province tedesche» <64. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre le forze armate tedesche, Deusche Wehrmacht, fluirono lungo le vallate dell’Alto Adige, e vennero accolte festosamente dalla popolazione allogena, imbevuta, grazie soprattutto alla massiccia propaganda nazista, di pangermanesimo. Il 12 settembre, subito dopo l’armistizio, furono dettate le disposizioni per l’organizzazione politica e militare dell’Italia: Hitler stabiliva che, dal «territorio occupato», fossero staccate ed erette a «zone di operazione» le province di Bolzano, Trento e Belluno (sotto il nome di Alpenvorland) e di Udine, Gorizia e Trieste (sotto il nome di Adriatisches Küstenland). Si stabilì che queste fossero sottoposte a due Alti commissari nella carica di Gauleiter (Commissario supremo) scelti nelle persone di Franz Hofer a Innsbruck e Friedrich Rainer a Klagenfur <65.
    Nonostante la decisione del Duce di porsi a capo della RSI e di continuare la guerra a fianco della Germania, per Hitler era ormai scontato che l’Italia avrebbe dovuto pagare duramente il suo «tradimento» <66. Vani furono, infatti, i tentativi da parte di Mussolini di evitare una completa estromissione dell’autorità fascista nella zone delle Prealpi, proprio per il fatto stesso che Hitler considerasse ormai il Duce privo di un avvenire politico <67.
    L’istituzione dell’Operationszone Alpenvorland, ovvero la Zona d’operazione delle Prealpi (acronimo OZAV), avviò una campagna che mise al bando gli elementi di origine italiana, interdicendo loro qualsiasi attività ed iniziativa: vennero sostituiti tutti i funzionari delle amministrazioni civili con elementi di indubbia fede nazista; si annullarono le opzioni del ’39 a favore dell’Italia mentre contemporaneamente aveva inizio un lento ma continuo rientro degli optanti che si erano trasferiti in Germania; le forze di polizia locali, coadiuvate da una guardia civica (Sondor Ordnung Dienst), costituirono in realtà un rigido mezzo di controllo e di oppressione per le popolazioni italiane: rastrellamenti e perquisizioni nelle case private paralizzavano la vita degli italiani, soprattutto dei militari rifugiatisi nelle abitazioni e sulle montagne; Hofer emanò un decreto in cui stabilì l’obbligo di prestare servizio militare alle forze naziste di giovani altoatesini delle classi del ’24-’25 senza riguardo per l’appartenenza etnica; non mancò la sopraffazione tedesca nel campo delle comunicazioni: sulla stampa locale riaffiorò la propaganda nazista della «Grande Germania» che prese il posto delle pubblicazioni quotidiane italiane <68; fu imposto il tedesco come lingua non solo nelle amministrazioni pubbliche ma anche nella vita privata. Questo era «il Regno di Hofer», così amaramente denominato da Mussolini <69.
    Nell’incontro di Klessheim, nell’aprile del ’44, Mussolini sollevò la questione delle due «zone di operazione» ricevendo da Hitler generiche spiegazioni e vaghe assicurazioni. Fu proprio dopo questo incontro che Franz Hofer ritenne giunto il momento di un nuovo «giro di vite» in Alto Adige. In un «Appunto per il Duce» datato 12 maggio 1944 si legge: «Dopo il recente colloquio Mussolini-Hitler in quasi tutti i paesi dell’Alto Adige le scritte italiane sono sparite. Prima dell’incontro le scritte erano bilingue: italiana e tedesca» <70. La discriminazione del gruppo linguistico italiano fece sì che molti membri, anche ex-fascisti, entrassero a far parte delle organizzazioni di lotta contro l’oppressione nazista. Il regime di oppressione e di persecuzione antitaliana costrinse all’emigrazione dall’Alto Adige circa 50 mila italiani. Pertanto, all’atto della liberazione, la fisionomia demografica della regione atesina risultò profondamente ad artificiosamente alterata rispetto alla situazione legale quale era al 25 luglio 1943 <71.
    [NOTE]
    62 Nello stesso giorno in cui Mastromattei, prefetto di Bolzano, prova a smentire la leggenda siciliana, Micheal Gamper, canonico interno al DV, pubblica un articolo il quale recitava: “Attraverso gli usci, che solcano oggi i contadini, sono passati i nostri antenati e gli antenati dei nostri antenati e rappresentano carne della nostra carne, sangue del nostro sangue. Le sue parole hanno sicuramente un impatto sulla popolazione che però è spaventata: se tutti se ne vanno, cosa faremo qui da soli in balia dei fascisti? In particolare molti anziani vedono i figli determinati a partire e temono di essere abbandonati”. L. Gruber, Eredità, RizzoliBur, Milano, 2012, (pp. 358)
    63 E. Dollman, op. cit. , (pp.123)
    64 E.F. Moellhausen, La carta perdente, Memorie diplomatiche (25 luglio 1943-2 maggio 1945), Roma, 1948 (pp. 390). Secondo Moellhausen Hitler nel ’43-’45 ingannava freddamente il suo socio (Mussolini) e aveva concesso nelle due regioni «pieni poteri» e «carta bianca» ai Gaulaiter di Innsbruck e di Klagenfurt, Franz Hofer e Friedrich Rainer, «con l’unica restrizione di salvare un poco le apparenze».
    65 R. De Felice, op. cit., (pp.203-204)
    66 Un respiro di sollievo lo ebbe Goebbels il quale annotava soddisfatto: «il Führer è felicissimo di poter ancora incontrarsi presto con il Duce. Parlando coi Gaulaiter Hofer e Rainer ha detto, tuttavia, che la nostra politica nei confronti dell’Italia non deve essere mutata. Ne sono lietissimo. Avevo già temuto che la ricomparsa del Duce potesse mutare le cose. Sembra invece che il Führer sia determinato a persistere nella durezza». J. Goebbels, op.cit., (pp.600)
    67 J. Goebbels, op. cit. , (pp.626-627)
    68 Il giornale locale «La provincia di Bolzano» venne soppresso e sostituito con il «Bozner Tagesblatt». Riguardo ai giornali italiani ufficialmente potevano essere introdotti solo il «Corriere della sera» e «Il regime fascista», che,
    peraltro, erano quasi sempre introvabili. R. De Felice, op. cit. , (pp.220)
    69 R. De Felice, op. cit., (pp.219)
    70 G. Buffarini-Guidi, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini-Guidi dal 1938 al 1945, Milano, 1970, (pp. 157s.)
    71 R. De Felice, La questione dell’Alto Adige, Documento n.10, Relazione sulla situazione in Alto Adige redatta nell’estate 1945 dallo Stato Maggiore del R. Esercito (pp. 130-131)
    Claudia Cioffi, La dialettica partitica per la risoluzione della questione altoatesina. Dalla firma del Trattato di Saint-Germain-en-Laye alla formulazione del Primo Statuto di Autonomia Regionale, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2014-2015

    #1943 #Alpenvorland #AltoAdige #Bolzano #ClaudiaCioffi #fascisti #FranzHofer #guerra #Mussolini #OZAV #RSI #settembre #tedeschi #Wehrmacht
  9. I nazisti istituirono la Zona d’operazioni delle Prealpi

    Con le date del 25 luglio e dell’8 settembre 1943, la questione alto-atesina entrò in una fase nuova, radicalmente diversa sia per quel che concerneva la situazione in Alto Adige sia sotto il profilo dei rapporti italo-tedeschi. La caduta di Mussolini fu da sorgente a una rivendicazione territoriale da risolvere in modo totalitario e definitivo. Le reazioni di Hitler furono tali che «se il terzo Reich avesse vinto la guerra, le frontiere italiane sarebbero ridiventate quelle del 1914» <63 e, riferendosi al Trentino-Alto Adige e alla Venezia Giulia, avrebbe dichiarato che «per lo meno questo tradimento (dell’Italia come firmataria dell’armistizio dell’8 settembre) sarà servito a farci riprendere due belle province tedesche» <64. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre le forze armate tedesche, Deusche Wehrmacht, fluirono lungo le vallate dell’Alto Adige, e vennero accolte festosamente dalla popolazione allogena, imbevuta, grazie soprattutto alla massiccia propaganda nazista, di pangermanesimo. Il 12 settembre, subito dopo l’armistizio, furono dettate le disposizioni per l’organizzazione politica e militare dell’Italia: Hitler stabiliva che, dal «territorio occupato», fossero staccate ed erette a «zone di operazione» le province di Bolzano, Trento e Belluno (sotto il nome di Alpenvorland) e di Udine, Gorizia e Trieste (sotto il nome di Adriatisches Küstenland). Si stabilì che queste fossero sottoposte a due Alti commissari nella carica di Gauleiter (Commissario supremo) scelti nelle persone di Franz Hofer a Innsbruck e Friedrich Rainer a Klagenfur <65.
    Nonostante la decisione del Duce di porsi a capo della RSI e di continuare la guerra a fianco della Germania, per Hitler era ormai scontato che l’Italia avrebbe dovuto pagare duramente il suo «tradimento» <66. Vani furono, infatti, i tentativi da parte di Mussolini di evitare una completa estromissione dell’autorità fascista nella zone delle Prealpi, proprio per il fatto stesso che Hitler considerasse ormai il Duce privo di un avvenire politico <67.
    L’istituzione dell’Operationszone Alpenvorland, ovvero la Zona d’operazione delle Prealpi (acronimo OZAV), avviò una campagna che mise al bando gli elementi di origine italiana, interdicendo loro qualsiasi attività ed iniziativa: vennero sostituiti tutti i funzionari delle amministrazioni civili con elementi di indubbia fede nazista; si annullarono le opzioni del ’39 a favore dell’Italia mentre contemporaneamente aveva inizio un lento ma continuo rientro degli optanti che si erano trasferiti in Germania; le forze di polizia locali, coadiuvate da una guardia civica (Sondor Ordnung Dienst), costituirono in realtà un rigido mezzo di controllo e di oppressione per le popolazioni italiane: rastrellamenti e perquisizioni nelle case private paralizzavano la vita degli italiani, soprattutto dei militari rifugiatisi nelle abitazioni e sulle montagne; Hofer emanò un decreto in cui stabilì l’obbligo di prestare servizio militare alle forze naziste di giovani altoatesini delle classi del ’24-’25 senza riguardo per l’appartenenza etnica; non mancò la sopraffazione tedesca nel campo delle comunicazioni: sulla stampa locale riaffiorò la propaganda nazista della «Grande Germania» che prese il posto delle pubblicazioni quotidiane italiane <68; fu imposto il tedesco come lingua non solo nelle amministrazioni pubbliche ma anche nella vita privata. Questo era «il Regno di Hofer», così amaramente denominato da Mussolini <69.
    Nell’incontro di Klessheim, nell’aprile del ’44, Mussolini sollevò la questione delle due «zone di operazione» ricevendo da Hitler generiche spiegazioni e vaghe assicurazioni. Fu proprio dopo questo incontro che Franz Hofer ritenne giunto il momento di un nuovo «giro di vite» in Alto Adige. In un «Appunto per il Duce» datato 12 maggio 1944 si legge: «Dopo il recente colloquio Mussolini-Hitler in quasi tutti i paesi dell’Alto Adige le scritte italiane sono sparite. Prima dell’incontro le scritte erano bilingue: italiana e tedesca» <70. La discriminazione del gruppo linguistico italiano fece sì che molti membri, anche ex-fascisti, entrassero a far parte delle organizzazioni di lotta contro l’oppressione nazista. Il regime di oppressione e di persecuzione antitaliana costrinse all’emigrazione dall’Alto Adige circa 50 mila italiani. Pertanto, all’atto della liberazione, la fisionomia demografica della regione atesina risultò profondamente ad artificiosamente alterata rispetto alla situazione legale quale era al 25 luglio 1943 <71.
    [NOTE]
    62 Nello stesso giorno in cui Mastromattei, prefetto di Bolzano, prova a smentire la leggenda siciliana, Micheal Gamper, canonico interno al DV, pubblica un articolo il quale recitava: “Attraverso gli usci, che solcano oggi i contadini, sono passati i nostri antenati e gli antenati dei nostri antenati e rappresentano carne della nostra carne, sangue del nostro sangue. Le sue parole hanno sicuramente un impatto sulla popolazione che però è spaventata: se tutti se ne vanno, cosa faremo qui da soli in balia dei fascisti? In particolare molti anziani vedono i figli determinati a partire e temono di essere abbandonati”. L. Gruber, Eredità, RizzoliBur, Milano, 2012, (pp. 358)
    63 E. Dollman, op. cit. , (pp.123)
    64 E.F. Moellhausen, La carta perdente, Memorie diplomatiche (25 luglio 1943-2 maggio 1945), Roma, 1948 (pp. 390). Secondo Moellhausen Hitler nel ’43-’45 ingannava freddamente il suo socio (Mussolini) e aveva concesso nelle due regioni «pieni poteri» e «carta bianca» ai Gaulaiter di Innsbruck e di Klagenfurt, Franz Hofer e Friedrich Rainer, «con l’unica restrizione di salvare un poco le apparenze».
    65 R. De Felice, op. cit., (pp.203-204)
    66 Un respiro di sollievo lo ebbe Goebbels il quale annotava soddisfatto: «il Führer è felicissimo di poter ancora incontrarsi presto con il Duce. Parlando coi Gaulaiter Hofer e Rainer ha detto, tuttavia, che la nostra politica nei confronti dell’Italia non deve essere mutata. Ne sono lietissimo. Avevo già temuto che la ricomparsa del Duce potesse mutare le cose. Sembra invece che il Führer sia determinato a persistere nella durezza». J. Goebbels, op.cit., (pp.600)
    67 J. Goebbels, op. cit. , (pp.626-627)
    68 Il giornale locale «La provincia di Bolzano» venne soppresso e sostituito con il «Bozner Tagesblatt». Riguardo ai giornali italiani ufficialmente potevano essere introdotti solo il «Corriere della sera» e «Il regime fascista», che,
    peraltro, erano quasi sempre introvabili. R. De Felice, op. cit. , (pp.220)
    69 R. De Felice, op. cit., (pp.219)
    70 G. Buffarini-Guidi, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini-Guidi dal 1938 al 1945, Milano, 1970, (pp. 157s.)
    71 R. De Felice, La questione dell’Alto Adige, Documento n.10, Relazione sulla situazione in Alto Adige redatta nell’estate 1945 dallo Stato Maggiore del R. Esercito (pp. 130-131)
    Claudia Cioffi, La dialettica partitica per la risoluzione della questione altoatesina. Dalla firma del Trattato di Saint-Germain-en-Laye alla formulazione del Primo Statuto di Autonomia Regionale, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2014-2015

    #1943 #Alpenvorland #AltoAdige #Bolzano #ClaudiaCioffi #fascisti #FranzHofer #guerra #Mussolini #OZAV #RSI #settembre #tedeschi #Wehrmacht
  10. Rinaldo Benigni è la prima vittima dellʼoccupazione tedesca di Rimini

    9 – 13 SETTEMBRE: Comincia lʼoccupazione militare tedesca, da parte della 65^ Divisione di fanteria che si installa appunto tra Ravenna e Rimini. Viene imposto il coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino. Dopo lʼinvio delle prime pattuglie, giunte nella piazza centrale oggi dei Tre Martiri, il grosso delle truppe tedesche occupa le caserme Giulio Cesare e Castelfidardo. Il 13 gli occupanti entrano nellʼaeroporto di Miramare. Alcuni ufficiali del regio esercito rimangono al loro posto attendendo lʼarrivo dei tedeschi; tra questi il capitano Ugo Ughi, che sarà poi nominato commissario prefettizio di Rimini. In questi giorni diversi militari barattano le divise e le armi in cambio di abiti
    civili per fuggire; i civili entrano nelle caserme vuote e vi prelevano armi. Ughi ed altri ufficiali consegnano materiale dellʼesercito agli istituti ospedalieri e di ricovero, ed allʼAiuto materno (2). Il primo comandante tedesco della piazza di Rimini è il maggiore Kurt Weddigen.
    10 SETTEMBRE: A Forlì si tiene una riunione del PCI con attivisti provenienti da tutta la provincia che devono rientrare in clandestinità. Si discute la formazione di bande armate per la lotta contro lʼoccupazione tedesca; viene deciso anche un appello unitario agli altri partiti antifascisti. Lo stesso giorno nel santarcangiolese, sulle due rive del Marecchia, nascono i primi gruppi armati. I tenenti Werter Manduchi e Edvino Casadei a Casale di SantʼErmete, ed il repubblicano Primo Bellettini a Santarcangelo, in collegamento tra loro, riuniscono alcuni militari sbandati con lʼintento di costituire bande “dʼazione”.
    12 SETTEMBRE: Proclama del feldmaresciallo Albert Kesselring, attraverso la Prefettura di Forlì, contro i sabotaggi, gli scioperi, lʼinsubordinazione di ufficiali e soldati dellʼesercito regio (3). Sui bandi, affissi in tutta la provincia, nella notte vengono apposte strisce di carta con stampate scritte antifasciste. Lo stesso giorno alcuni fascisti (tra questi anche coloro che erano stati incarcerati in agosto, come Perindo Buratti) si riuniscono con esponenti del Fronte Antifascista in casa di Gualtiero Frontali, in Via Bonsi 45 (4). Il Fronte è stato contattato per un patto di pacificazione che eviti azioni contro i tedeschi. Per i fascisti sono presenti, oltre a Frontali, Paolo Tacchi, Giuseppe Pauselli, Perindo Buratti, Albini; per il Fronte sono presenti Giuseppe Babbi, Dario Celli, Gomberto Bordoni, Isaia Pagliarani, Celestino Giuliani, Ghinelli, Adamo Toni (5). Dopo questo primo contatto, che non si conclude col patto proposto, non si avranno più incontri, sia per lʼostilità dei tedeschi, sia per lʼabbandono della proposta da parte dei fascisti seguendo direttive pervenute dalla segreteria nazionale repubblicana, sia infine per la volontà politica delle opposizioni non tutte disposte a pacificarsi con i fascisti. Su questi incontri il Fronte infatti si era trovato diviso al suo interno, con la dissociazione aperta dei comunisti non disposti ad avallare simili tentativi di patteggiamento, che infatti saranno davvero pochi in tutta la provincia (6), uno a Rimini ed un altro a Santarcangelo che vedremo.
    METAʼ SETTEMBRE: I tedeschi procedono allʼoccupazione militare di tutto il circondario. I militari italiani ed i loro ufficiali sono fuggiti; alcuni di essi però continuano nella raccolta delle armi e si riuniscono per studiare la possibilità di una qualche forma di resistenza alle truppe dʼoccupazione germaniche. In una riunione dentro la canonica di San Fortunato partecipano il comandante della “Castelfidardo”, il colonnello Guido Dalè, e il capitano Alberico Borghesi dello stesso 26° artiglieria. Questi ufficiali coordinano anche lʼasportazione di armi, carburante e vario materiale dallʼaeroporto di Miramare. Altre requisizioni avvengono a Cattolica per opera di civili e carabinieri che riescono a raccogliere 24 cassette di nastri per mitragliatrici, moschetti, bombe a mano, materiale che in seguito sarà affondato al largo. Viene assalita la polveriera dellʼartiglieria, a Spadarolo, con le armi nascoste e distrutte a San Leo (7). Azioni come queste di Spadarolo sono dirette da ufficiali come Giuliani, lʼaccademista Carlo Capanna (allora cadetto dellʼAccademia aeronautica di Forlì ed in seguito comandante partigiano col nome di “Oberdan”), Salvatore Lepore, Marcello Fantini, il sergente maggiore Pandolfini. Anche il sottotenente Angelo Galluzzi cerca di recuperare armi presso il battaglione costiero nel quale presta servizio, ma si trova di fronte allʼopposizione del comandante filotedesco Terzo Severi. Galluzzi allora si rivolge al silos di armi presso il porto ed al tiro a volo dove riesce a prelevare alcuni fucili, munizioni e bombe a mano che porta in Valmarecchia insieme ad alcuni civili come Demos Bonini. Tutte queste armi, salvo quelle distrutte (8), serviranno poi per i primi nuclei resistenti che si formeranno sulle colline in Valmarecchia ed in città. Inizia la fuga dei giovani in montagna per i primi tentativi, spontanei e ancora poco organizzati, di costituzione di bande resistenti. Ufficiali e civili pensano di organizzare una banda partigiana armata sulle colline attorno a Montefiore Conca (9), ma devono desistere ben presto, ripiegando chi sulla costituzione di formazioni in zone più impervie, come lʼalta Valmarecchia, chi su agili squadre per le azioni di sabotaggio distribuite in pianura ed in città. Si scatena intanto la repressione tedesca contro i militari del regio esercito in fuga ed i civili sorpresi nelle caserme. Uno di questi, Rinaldo Benigni viene fucilato: è la prima vittima dellʼoccupazione in città.
    16 SETTEMBRE: Viene fondato il Fascio repubblicano riminese. Tra gli organizzatori Paolo Tacchi, Perindo Buratti, Giuffrida Platania, Cesare Frontali, Pilade Antimi Clari, Mario Mosca, Aurelio Parisio, Raffaellini, Giuseppe Vinzio. Lʼatto costitutivo avviene in casa di Frontali, uno dei tre triunviri insieme a Tacchi e Buratti. Nei giorni seguenti vengono fondati i fasci anche nel resto del Circondario. Lo stesso giorno si insedia il nuovo Consiglio Grande e Generale sammarinese, liberamente eletto il 5 settembre.
    FINE SETTEMBRE: Si costituisce una sorta di primo CLN a Viserba [frazione del comune di Rimini] con alcuni esponenti di vari partiti e diversi comunisti. Viene organizzata anche una squadra dʼazione, guidata da Alessandro Ghelfi e dal tenente Paolo Sobrero, armata con i fucili dei soldati in fuga e le bombe fabbricate dai fratelli Sobrero. A Bellaria vengono nascosti 38 ebrei fuggiti dalla Jugoslavia; li aiuta monsignor Emilio Pasolini che trova come luogo di rifugio la pensione di Ezio Giorgetti e riesce a farli proteggere dal maresciallo dei carabinieri Osman Carugno. Dopo alcuni giorni gli ebrei vengono spostati dalla costa a San Mauro Pascoli, nascosti nella tenuta Torlonia, e quindi fatti riparare a San Marino (10). I militari che non sono rientrati alle loro case proseguono nella raccolta delle armi da inviare in montagna. Carlo Capanna, con altri ufficiali e soldati, si rifugia a Montebello. Il tenente Celestino Giuliani, con Pietro Arpesella, tenta di asportare armi dalle caserme dei carabinieri di Rimini e Riccione, quindi porta in salvo il colonnello Guido Dalè a Brescia e si rifugia nelle Marche, nellʼalta vallata del Foglia. Nella stessa zona sono riparati Angelo Galluzzi col fratello, il sottotenente Giuseppe Galluzzi ed il maggiore Giuseppe DallʼAglio. Molti militari del battaglione costiero (quasi tutti i 300 effettivi) vengono aiutati a disertare dagli antifascisti di Viserba; un centinaio di questi si rifugerà sulle montagne forlivesi insieme a diversi prigionieri alleati riusciti a fuggire dai campi di reclusione dopo lʼarmistizio (11). Dopo il breve periodo di relativa libertà di stampa, tornano i manifesti ed i volantini antifascisti ed ora anche antitedeschi, affissi di nascosto. La tipografia Cavalli di Morciano si distingue nella preparazione di materiale clandestino, compresa la pubblicazione di un giornalino che incita alla lotta antifascista. Altro materiale è stampato a San Marino. A Rimini, in un locale di viale Regina Margherita, nei pressi dellʼalbergo Stella Polare, si scrivono volantini contro la guerra, riprodotti col ciclostile di Guerrino Succi e distribuiti poi in tutta la Romagna con le staffette. A Santarcangelo avviene un secondo episodio di patteggiamento tra fascisti e oppositori: viene firmato un documento con cui gli antifascisti si impegnano, per la tranquillità del paese, a non svolgere alcuna attività politica in cambio della non persecuzione da parte del locale Fascio. Il patto non verrà assolutamente rispettato (12), anzi proprio Santarcangelo sarà uno dei centri principali della lotta di liberazione nel circondario riminese. Con lʼoccupazione tedesca già conclusa in diversi prendono coscienza della necessità di una lotta anche armata contro il nuovo nemico. Si tratta di una esigenza che però nel Riminese non è ancora pienamente sentita dai civili compresi i comunisti, effettivamente dominati da un certo attendismo, come ricorda “Pietro Mauri” nella sua relazione (riprodotta nel primo volume de Lʼ8a. brigata Garibaldi nella resistenza, da pag. 33 a pag. 103). Sono invece i soldati e gli ufficiali del dissolto esercito regio a capire immediatamente lʼurgenza di una resistenza combattente e ad organizzarla, accogliendo lʼappello di Badoglio a difendere la legalità del nuovo governo. Questi militari hanno guidato la raccolta di armi dalle caserme e dalle polveriere, hanno sottratto materiali e munizioni ai tedeschi, diversi di loro si stanno riunendo per preparare una difesa armata contro gli invasori e più tardi saranno una componente importante della nostra Resistenza, soprattutto sui monti dove parteciperanno alla guerra di liberazione con numerose azioni di disturbo ai presidi e alle linee militari tedesche. Fin da questo inizio dʼautunno 1943 nella zona si stanno lentamente costituendo alcuni gruppi o “bande”. Tra le prime formazioni solo quella di Viserba (con il tenente Paolo Sobrero e Alessandro Ghelfi come animatori), e pochi altri sparuti nuclei di antifascisti sorti spontaneamente, sono formate anche con civili mentre in massima parte risultano costituite da militari, di carriera e di complemento, presenti tanto in pianura (come quella di Werter Manduchi a Santarcangelo), quanto nella Valmarecchia dove nascono le bande di Carlo Capanna, Celestino Giuliani e Angelo Galluzzi. Per tutta la prima fase della lotta di liberazione nazionale, tra la fine di settembre e lʼinverno, a Rimini a differenza che nel Forlivese i civili in larga parte non possono dirsi organizzati militarmente. In questo periodo solo il partito Comunista si pone concretamente (anche se con divisioni interne e lentamente sul piano organizzativo) la questione militare.
    [NOTE]
    (2) La relazione di un ufficiale, il tenente Raffaele Montella, datata 7 dicembre 1944, si apre proprio con il trasferimento da Miramare a San Leo del suo reggimento dʼartiglieria, il 110°, tra il 10 e lʼ11 settembre (probabilmente non si trattava di un reggimento ma di un reparto interno al 26° regg. di artiglieria citato nella precedente nota). Nei mesi successivi Montella, che sarà uno degli organizzatori del gruppo di resistenza “Mazzini”, effettuerà “ripetuti viaggi” con un trattore per asportare armi e munizioni del reggimento (la relazione è in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940 – 1945, Fano 1997, pp. 133-134). Ugo Ughi nelle sue memorie chiama questi prelievi di armi e materiali “saccheggi”, ma le relazioni dei militari che diverranno poi comandanti di squadre SAP, parlano di raccolta di armi concordata spesso con gli ufficiali comandanti delle caserme allo scopo di sottrarle ai tedeschi; per lo stesso motivo alcune dovranno essere poi distrutte. Le razzie dei tedeschi e la stessa richiesta di restituzione delle coperte e di altro materiale dato dai militari riminesi (ed anche da Ughi) agli Istituti Caritativi, richiesta ricordata proprio nel memoriale del prossimo commissario straordinario, saranno al contrario la rappresentazione della logica di rapina delle truppe germaniche di occupazione, questo sì un saccheggio che nellʼanno successivo diventerà pesante in tutto il riminese con le massicce requisizioni di derrate alimentari e animali vivi, di biciclette e macchinari vari. Le razzie sono ancora ricordate dai civili intervistati per il volume di M. CASADEI, Non passava mai! Settembre 1944: il fronte di guerra a San Clemente, Riccione 2001; in una di queste: nellʼestate 1944 i tedeschi “ogni tanto ammazzavano i maiali e gli animali che prendevano in giro […] per dare da mangiare ai cavalli andavano a rubare il fieno dei contadini. Passavano con le mucche che avevano preso nel pesarese e cercavano gli uomini per guidarle fino a Rimini” (p. 56), e mucche erano prelevate anche nelle nostre campagne (si veda alle pp. 118 e seg.). Il GAP al quale appartenevano i “Tre Martiri”, arrestati nellʼagosto del 1944, era dotato di armi ed esplosivo presi nelle caserme riminesi in questi giorni di settembre 1943. Uno di questi “saccheggi” è descritto nella autobiografia di Silvano LISI, Il partigiano “Bardan”. Memorie di un giovane ribelle (1943- 1948), Istituto Storico della Resistenza, Rimini 2004, pp. 40-43.
    (3) Dal giorno dopo il prefetto, Floriano Gianmichele, emette ordinanze sulla disciplina annonaria e bancaria, il 14 contro lʼuso e il possesso di armi. In seguito verranno emessi proclami sia tedeschi che repubblichini per il rientro dei soldati italiani nelle caserme. Lʼautorità militare germanica sta già sostituendo lʼautorità civile italiana in molti campi.
    (4) Alcuni autori datano lʼincontro tra fascisti ed antifascisti al 12 settembre (è il caso di Amedeo Montemaggi), altri lo collocano prima (Decio Mercanti non lo data con precisione ma sembra lo faccia risalire addirittura a fine agosto), altri ancora lo spostano ai primi di ottobre (come Guido Nozzoli). Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi, nel loro Resistenza in Romagna, a p. 117, datano lʼincontro di Rimini (ed il documento di “pacificazione” firmato a Santarcangelo) nel settembre, precisando che il 5 ottobre verranno date istruzioni, da parte fascista, per interrompere tali contatti.
    (5) Secondo alcuni autori prima citati, il tentativo di pacificazione sarebbe nato dal desiderio dei fascisti di trovare un accordo sul reciproco rispetto tra loro e gli antifascisti, e sullʼevitare rappresaglie tedesche. Guido Nozzoli, nella sua testimonianza a Bruno Ghigi (La guerra a Rimini, cit., p. 211) così racconta lʼepisodio: “giusto in quel periodo, cioè verso i primi di ottobre ʼ43, il fascismo rinascente tentò una sconcertante operazione che ancor oggi non capisco come avesse potuto trovare udienza in una parte del CLN […] Tacchi […] chiede di incontrarsi con il locale Comitato di Liberazione [… al colloquio] per quel che ne so, pur dichiarandosi certo della sconfitta, Tacchi disse che il Fascio sarebbe stato ricostruito in ogni caso, con o senza il suo assenso, con la differenza che lui, conoscendo Rimini e i riminesi, avrebbe potuto far da mediatore con i tedeschi, impedendo rappresaglie e interventi troppo pesanti ai danni della popolazione, mentre un segretario venuto da fuori non avrebbe avuto certamente simili preoccupazioni”. Sul comitato che partecipò agli incontri con i fascisti si vedano le considerazioni fatte nella nota (16) del capitolo precedente.
    (6) Lʼadesione a questi tentativi di pacificazione, limitata ad alcuni antifascisti e del tutto improduttiva, dimostrava la debolezza della preparazione politica di alcuni e lʼingenuità di altri che, di fronte alla novità costituita dallʼavvenuta occupazione tedesca, prestarono credito ad un fascismo che malgrado il destino di subalternità al nazismo riteneva di poter rinascere ritornando sulle posizioni repubblicane e movimentiste “della prima ora”. In questo equivoco cadde anche una parte del PCI se è vero che in casa di Gualtiero Frontali ci andarono esponenti importanti come Isaia Pagliarani e Adamo Toni; il partito censurò in seguito questi compagni: “La Federazione clandestina del P.C. giudicò severamente il principio di un patto di concordia che portava al tradimento degli ideali antifascisti, e allontanò quelli che avevano partecipato da posizione di dirigenti”, scrive Decio Mercanti in Primi passi, cit., p. 34.
    (7) Lʼepisodio di Spadarolo è ricordato da Giorgio Amati nella sua testimonianza a Ghigi in La guerra a Rimini, pp. 224-225. Carlo Capanna in seguito sarà il comandante di una formazione autonoma in Valmarecchia col nome di battaglia di “Oberdan”, e si guadagnerà una medaglia dʼargento al valor militare. A San Leo, nella seconda metà di settembre, si sposta il colonnello Guido Dalè con diversi ufficiali e da li conferma la licenza illimitata a tutto il 26° reggimento dʼartiglieria. In questo drammatico autunno diversi antifascisti dovettero fuggire dalla zona. Era il caso di Egidio Renzi che da San Giovanni in Marignano cercò rifugio a Roma; nella primavera successiva verrà arrestato, incarcerato a Regina Coeli e quindi il 24 marzo fucilato presso le Fosse Ardeatine. In tutto il riminese lʼoccupazione militare tedesca era vista con preoccupazione dalla popolazione e questo forte timore puntualmente entrava nelle lettere intercettate dalla censura; il 30 ottobre una donna di Montefiore scriveva ai figli: “… anche qua ci sono i tedeschi che fanno dei brutti scherzi; che a Rimini e a Riccione vanno dentro in quelle case portano via tutto […] e in più portano via anche gli uomini. Lʼaltro giorno sono venuti anche a Montefiore sono andati nella sacca e si sono messi a sparare lassù in alto …” (S. PIVATO, Sentimenti e quotidianità in una provincia in guerra, cit., p. 114). E ancora: “… sono arrivati a S.Arcangelo unʼinfinità di tedeschi con moltissimi ufficiali, in unʼora hanno fatto sgomberare le scuole, lʼasilo e tutti i posti abitati dagli sfollati …” (ivi, p. 115).
    (8) Notizie dettagliate sul recupero delle armi sono in alcune relazioni di comandanti SAP e GAP, in particolare di Giuliani, Galluzzi e Monti, pubblicate nel citato Guerra e resistenza a Rimini.
    (9) A Montefiore Conca si recano Nozzoli, Arpesella, Quondamatteo, Galluzzi, Gianni Benzi, Giovanni Sesto Menghi, Ezio Pedrini, Mario Porcellini. Montefiore è scelta come base per una banda partigiana senza tenere conto della facilità di accesso nonché della vicinanza al mare e ad importanti linee di comunicazione; dopo il sopralluogo viene abbandonata ogni ipotesi di banda armata sulle basse colline riminesi.
    (10) P. GRASSI – F. SUCCI, Cattolici riminesi, in “Il Ponte” 9 febbraio 1986. Per questo episodio lʼalbergatore Ezio Giorgetti ed il maresciallo Osman Oscar Carugno riceveranno onorificenze dallo Stato dʼIsraele. Ai primi di ottobre un gruppo di otto bellariesi dà vita ad una sezione del partito nazionale fascista che in poco tempo arriverà a contare una settantina di associati (testimonianza di Guerrino Caldiroli in: M. FOSCHI, Torneremo a riveder le stelle …. Tin bota, La Stamperia, Rimini 1995, p. 42 e segg.).
    (11) I primi nuclei di partigiani in montagna saranno costituiti proprio da militari dellʼesercito in dissolvimento dopo lʼ8 settembre, e da prigionieri anglo-americani, russi, slavi, polacchi, come ricordano i testi scritti sulla brigata partigiana romagnola. Molti di questi militari provenivano proprio dalle caserme del Riminese, o da qui transitavano per essere avviati ai monti, attraverso la valle del Marecchia e quella dellʼUso. Si veda anche la già citata relazione Montella in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione, p. 133. Ad aiutare i militari a fuggire in montagna cʼerano quegli esponenti del movimento laburista che durante lʼestate abbiamo visto lavorare per il ritorno alla democrazia; liberal-socialisti e comunisti in questo momento puntano proprio sulla nascita di gruppi armati, aiutando i soldati a fuggire o inviando propri militanti in montagna.
    (12) Mentre a Rimini la pacificazione non venne formalizzata, a Santarcangelo gli antifascisti firmarono un documento di reciproco rispetto con i repubblichini. Anche cinque comunisti firmarono il patto e per questo verranno espulsi dal partito (S. FLAMIGNI – L. MARZOCCHI, Resistenza in Romagna, cit., p. 117). Il PCI clandestino si rendeva conto della gravità di questi episodi; lʼispettore “Giulio” in un rapporto descriveva la situazione del partito a Rimini come poco incoraggiante, e riteneva che esso, dopo tali patteggiamenti, fosse “debole politicamente e poco energico” (citato in: R. TUTONE, Sindacato e lotte sociali, p. 74).
    Maurizio Casadei, La Resistenza nel Riminese. Una cronologia ragionata, Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini, 2005

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  11. In Australia, un ragazzo di 12 anni è deceduto dopo essere stato attaccato da uno squalo nel porto di Sydney. #Settembre

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  12. L’8 settembre 1943 e i prigionieri alleati in Italia

    Il testo dell’armistizio “breve” fu firmato il 3 settembre a Cassibile, nei pressi di Siracusa, dal generale Giuseppe Castellano e dal generale statunitense Walter Bedell Smith, a nome rispettivamente di Badoglio e di Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo.
    […] Il «Promemoria n. 1», nonostante il totale silenzio che avvolgeva tutto quanto riguardasse la firma dell’armistizio, al punto e) recitava: «Prigionieri britannici. Impedire che cadano in mano tedesca. Poiché non è possibile difendere efficacemente tutti i campi, si potranno anche lasciare in libertà i prigionieri bianchi, trattenendo in ogni modo quelli di colore. Potrà anche essere facilitato l’esodo in Svizzera, o verso l’Italia meridionale, per la costiera adriatica. I prigionieri addetti a lavori potranno anche essere trattenuti, con abito borghese, purché fuori della linea di ritirata dei tedeschi. Ai prigionieri liberati dovranno, a momento opportuno, essere distribuiti viveri di riserva e date indicazioni sulla direzione da prendere».
    […] In questo contesto, maturava in Italia quella che lo storico Carlo Spartaco Capogreco avrebbe chiamato l’epopea dei POWs [militari alleati prigionieri di guerra]. Quanto le disposizioni previste dal «Promemoria 1» avessero raggiunto i campi di prigionia «è impossibile sapere, ma certamente, se li raggiunsero, furono ampiamente ignorate», osserva Adrian Gilbert. Col senno di poi, possiamo affermare che difficilmente il promemoria fu trasmesso lungo tutta la catena dei comandi.
    […] Con l’annuncio dell’armistizio, molti campi vennero abbandonati dagli ufficiali di guardia abbastanza rapidamente, senza lasciare disposizioni sul destino dei loro prigionieri: «Dopo l’8 settembre – avrebbe raccontato anni dopo il sergente maggiore Renato Moro, interprete dei prigionieri greci al PG 62 di Grumello del Piano (Bergamo) – mi alzo alla mattina, guardo fuori dalla finestra e vedo che non c’era più nessun ufficiale. Erano tutti scappati. Ho fatto aprire i cancelli del campo e i prigionieri se ne sono andati dirigendosi verso Como»
    […] In altri campi, dove c’erano comandanti fascisti, questi cercarono di ritardare la liberazione; i campi PG 5 di Gavi e PG 52 di Chiavari, ad esempio, rimasero chiusi per volere dei comandanti italiani fino all’arrivo dei tedeschi, che ne deportarono i POWs. Ci furono invece campi in cui il responsabile italiano stesso organizzò la fuga dei prigionieri e li sostenne, come ad esempio il PG 120 di Cetona, il PG 107 di Torvisosa, il PG 78/1 di Acquafredda.
    Quanto stava avvenendo andava a intrecciarsi e veniva complicato anche dalla direttiva trasmessa qualche mese prima (ufficialmente al 7 giugno 1943) da Londra, in previsione di una resa italiana senza occupazione tedesca: “Stay put and keep fit – state fermi e tenetevi in forma”. Era lo “Stay put Order” (P/W 87190), che stabiliva espressamente: «Nell’eventualità di un’invasione alleata dell’Italia, gli ufficiali in comando dei campi di concentramento si assicureranno che i prigionieri di guerra rimangano dentro il campo. È concessa autorità a tutti gli ufficiali in comando di adottare le necessarie sanzioni disciplinari al fine di impedire ai singoli prigionieri di guerra di tentare di ricongiungersi con le proprie unità». Messo a punto dal MI9, forse su suggerimento del generale Bernard Law Montgomery (ma non è stato dimostrato), l’ordine era stato diramato tra giugno e luglio dalla BBC, criptato nel codice UK, attraverso il popolare programma “Radio Padre” del reverendo Ronnie Wright. Era convenuto che, quando le trasmissioni iniziavano col saluto “Good evening, Forces”, esse celassero comunicazioni importanti; i prigionieri le captavano con i rudimentali apparecchi radio autocostruiti. L’ordine era sconosciuto allo stesso War Cabinet britannico e a Winston Churchill, il quale, in prossimità dell’invasione della Penisola, aveva ordinato al generale Harold Alexander di salvare i prigionieri. Lo Stay put Order non venne mai abrogato, neppure di fronte al disastro seguito alla resa italiana, e di fatto contribuì a consegnare ai tedeschi migliaia di POWs i cui SBO (Senior British Officers) o SBNCO (Senior British Non Commissioned Officers) si rifiutarono di disattenderlo. Gli Alleati non si aspettavano in Italia una crisi quale quella che si verificò con l’armistizio, né l’occupazione repentina e violenta del territorio da parte dei tedeschi. Era inoltre forte la loro preoccupazione per un’eventuale immediata liberazione di quasi 80.000 prigionieri, di cui non conoscevano esattamente la collocazione e che avrebbero potuto rallentare la loro avanzata, fungere da scudi umani per i tedeschi durante gli attacchi, complicare ulteriormente le operazioni d’artiglieria in direzione di villaggi, case, stalle e campagne che sarebbero state disseminate di uomini delle Allied Forces. Dell’ordine non si trova traccia negli archivi del War Office «forse distrutto da qualcuno che non voleva essere collegato all’errore. Non si potrà mai conoscere la verità su chi sia stato responsabile della creazione di uno degli indicibili scandali della seconda guerra mondiale». Certo è che lo “Stay put Order” andò ad aggiungersi alla mancanza di disposizioni adeguate da parte delle autorità italiane e accrebbe rischi e incertezza per i POWs distribuiti nei campi. Ci fu anche il caso di prigionieri che, pur potendolo fare, non fuggirono a causa del fenomeno della gefangenitis, la debilitazione psicologica dovuta al doppio trauma della cattura e della prolungata detenzione, che li ridusse all’inerzia e alla catatonia.
    Il 21 settembre, illustrando alla camera dei Comuni la situazione sui vari fronti della guerra, Churchill spiegava: “C’erano quasi 70.000 prigionieri di guerra britannici e oltre 25.000 prigionieri greci e jugoslavi in mani italiane. Fin dal primissimo momento della caduta di Mussolini, abbiamo detto chiaramente al Governo italiano e al Re che noi consideravamo la liberazione di questi prigionieri e il loro ritorno a casa prima e indispensabile condizione per qualsiasi relazione tra noi e qualsivoglia Governo italiano e questo, naturalmente, è pienamente indicato nei termini della resa. Tuttavia, molti di questi prigionieri nel nord Italia e altri nell’Italia centro-meridionale potrebbero essere caduti in mano ai tedeschi. Vista la confusione esistente in Italia, che soltanto i nostri eserciti potranno chiarire, non dispongo di informazioni precise da fornire oggi all’Assemblea. Il Governo italiano, tuttavia, ha ordinato la liberazione di tutti i prigionieri alleati sotto il proprio controllo e non dubito che questi verranno soccorsi dalla popolazione in mezzo alla quale si stanno disperdendo, a dispetto delle minacce tedesche di punizioni rivolte a tutti gli italiani che mostrassero questo tipo di comune umanità. In tutte queste questioni stiamo agendo con la massima attenzione e serietà e tutto ciò che è in potere umano verrà fatto. Tutto, però, dipende dal movimento degli eserciti nelle prossime settimane.”
    Su 80.000 uomini prigionieri nei campi italiani , dati attendibili permettono di stabilire che circa 50.000 furono presi dai tedeschi (o nei campi da cui essi non si mossero o in cui vennero trattenuti, oppure ricatturati durante la loro fuga) entro il dicembre 1943 e inviati negli Stalag in Germania o in Polonia; circa 30.000 rimasero in libertà e si dispersero sul territorio dove, in moltissimi, vennero aiutati spontaneamente dalla popolazione, dalle prime forme di organizzazione che si andavano formando tra la gente, quando non addirittura dai proprietari delle aziende per cui lavoravano prima dell’armistizio. Osserva Absalom: «La società italiana, nonostante i vent’anni di ‘stato totalitario’, si dimostrò una fonte prolifica di uomini e donne pronti ad affrontare i rischi di un comportamento anticonformista». Entro la fine del 1943, di fatto, qualche migliaio di POWs (soprattutto di quelli in prigionia a sud del Po, che venne rapidamente presidiato dai nazifascisti) riuscì a raggiungere il fronte Sud e a riunirsi ai propri comandi, mentre molti altri riuscirono, attraverso i passaggi più disparati, a guadagnare la Svizzera, dove vennero internati. Sottolinea Adriano Bazzocco: «Questa categoria di profughi beneficiò di un trattamento di favore perché ammessa da subito senza riserve. Già pochi giorni dopo l’armistizio, l’ambasciata britannica aveva ricevuto dal ministro degli esteri elvetico Pilet-Golaz rassicurazioni sull’accoglienza dei militari inglesi in fuga. Al di là delle considerazioni legate allo statuto del prigioniero di guerra in base al diritto internazionale vigente, l’ammissione senza riserve degli ex prigionieri alleati va inquadrata anche nell’ambito delle forti pressioni politiche ed economiche esercitate in quel momento dagli Alleati sulla Svizzera per sottrarla alla sfera d’influenza nazista». Poiché tutte le frontiere erano controllate dai tedeschi e il governo svizzero non consentiva l’uscita dal paese in aereo neppure agli ufficiali di grado superiore, gli ex POWs poterono tornare in patria soltanto quando furono liberati i territori francesi confinanti, nell’estate 1944.
    In Italia, il sostegno fornito da tante persone fu incredibile ed encomiabile: «Si poteva fare affidamento sugli italiani per ottenere aiuto, non in cambio di denaro o perché sperassero di ottenere prestigio, – dichiarò l’ambasciatore britannico, Sir Noel Charles, a fine conflitto – ma per pura solidarietà e, ben presto, amicizia». Nessuno se l’aspettava.
    Claretta Coda, A strange alliance. L’inattesa alleanza della gente di Castiglione Torinese con 126 prigionieri di guerra inglesi del campo PG 112/4 di Gassino, Città metropolitana di Torino, 2021

    All’armistizio, ciò che accadde nei campi italiani dipese da una serie di fattori, a partire dalla loro collocazione geografica, ma anche dall’atteggiamento di detentori e detenuti. <73 Il forte di Gavi venne occupato dai tedeschi già il 9 settembre; a quanto pare, tre sentinelle italiane vennero uccise, mentre il comandante, il col. Moscatelli, e il resto del suo personale furono fatti prigionieri e deportati (qualcuno, forse, riuscì a scappare). I prigionieri finirono quasi tutti in Germania. <74 Il campo di lavoro di Novara fu abbandonato dalle sentinelle italiane l’11 settembre. Diversi prigionieri riuscirono a raggiungere la Svizzera. <75 Absalom attesta numerose fughe anche dal campo di lavoro di Vercelli e dai suoi numerosi distaccamenti. In uno di questi, il 106/2 di Tronzano Vercellese, «il sottufficiale italiano in comando disse che avrebbe sparato a tutti coloro che avessero tentato la fuga», e allora «i prigionieri minacciarono di “catturare tutte le guardie” e poi abbatterono la recinzione e si dispersero». <76 Fughe si verificarono anche dal campo e dai distaccamenti di Torino, ma pure in questo caso in maniera non sistematica e non sempre coronate da successo, anche per mancanza di aiuti locali. <77 Le guardie permisero ai prigionieri di allontanarsi dal campo lombardo di Grumello del Piano e dai suoi distaccamenti. <78 Tuttavia, la gran parte dei fuggitivi fu ripresa dai tedeschi nel giro di poche ore. Il vicino ospedale di Bergamo visse, invece, una situazione particolare, dato che all’armistizio ospitava solo soldati in partenza per il rimpatrio.
    [NOTE]
    73 Nell’analisi che segue mancano, a causa del silenzio delle fonti in merito, informazioni sui campi di Avio, Bologna OARE e Prato Isarco e sull’ospedale di Lucca.
    74 TNA, WO 224/106, Capt. Trippi, «Report no. 5 on Prisoners of War Camp no. 5», 16 settembre 1943, p. 6. Secondo Jack Tooes, che riuscì a scappare, Gavi fu occupata dai tedeschi il 12 settembre, dopo che il comandante italiano «aveva consegnat[o i prigionieri] ai tedeschi che li caricarono su camion e poi su carri bestiame, dai quali molti riuscirono a fuggire prima di raggiungere il Passo del Brennero» (Absalom, L’alleanza inattesa, p. 139). Secondo Tenconi il campo fu occupato, «con, tra l’altro, il concorso determinante degli italiani», il 10 settembre: Tenconi, Nelle mani di Mussolini, p. 61. Lo studioso scrive che la maggior parte degli ex prigionieri di Gavi finì poi a Colditz.
    75 TNA, WO 224/179, DPW, «Summary of present information concerning prisoners of war in Italy», 7 ottobre 1943.
    76 Absalom, L’alleanza inattesa, p. 140. V. anche le pp. 75 e 156.
    77 Ivi, pp. 112, 122 n. 29, 125.
    78 TNA, WO 224/179, DPW, «Summary of present information concerning prisoners of war in Italy», 7 ottobre 1943. Cfr. di nuovo anche Absalom, L’alleanza inattesa, pp. 99, 133 e 136.
    Isabella Insolvibile, I prigionieri alleati in Italia. 1940-1943, Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno accademico 2019-2020

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  13. 6 e 7 settembre 2025.
    Partecipazione del gruppo rievocatori "Monte Sei Busi" e di numerosi altri gruppi provenienti da tutta Europa alla grande rievocazione organizzata dal Museo di Meux.

    6th and 7th september 2025.
    The reenactor group "Monte Sei Busi" together with other groups from all Europe partecipated in the great reenactment organized by the Great War Musem in Meux.

    #ww1 #greatwar #war #meux #history #2025 #settembre #september #museum #war #guerra #reenaction #rievocatori #francia

  14. 6 e 7 settembre 2025.
    Partecipazione del gruppo rievocatori "Monte Sei Busi" e di numerosi altri gruppi provenienti da tutta Europa alla grande rievocazione organizzata dal Museo di Meux.

    6th and 7th september 2025.
    The reenactor group "Monte Sei Busi" together with other groups from all Europe partecipated in the great reenactment organized by the Great War Musem in Meux.

    #ww1 #greatwar #war #meux #history #2025 #settembre #september #museum #war #guerra #reenaction #rievocatori #francia

  15. 6 e 7 settembre 2025.
    Partecipazione del gruppo rievocatori "Monte Sei Busi" e di numerosi altri gruppi provenienti da tutta Europa alla grande rievocazione organizzata dal Museo di Meux.

    6th and 7th september 2025.
    The reenactor group "Monte Sei Busi" together with other groups from all Europe partecipated in the great reenactment organized by the Great War Musem in Meux.

    #ww1 #greatwar #war #meux #history #2025 #settembre #september #museum #war #guerra #reenaction #rievocatori #francia

  16. 6 e 7 settembre 2025.
    Partecipazione del gruppo rievocatori "Monte Sei Busi" e di numerosi altri gruppi provenienti da tutta Europa alla grande rievocazione organizzata dal Museo di Meux.

    6th and 7th september 2025.
    The reenactor group "Monte Sei Busi" together with other groups from all Europe partecipated in the great reenactment organized by the Great War Musem in Meux.

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  17. 6 e 7 settembre 2025.
    Partecipazione del gruppo rievocatori "Monte Sei Busi" e di numerosi altri gruppi provenienti da tutta Europa alla grande rievocazione organizzata dal Museo di Meux.

    6th and 7th september 2025.
    The reenactor group "Monte Sei Busi" together with other groups from all Europe partecipated in the great reenactment organized by the Great War Musem in Meux.

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  18. Ma mentre scrivo spara sempre un cannone in lontananza

    Dunque, sono rimaste due scelte per il popolo italiano: essere collaborazionista o resistente, come il parroco vicentino Don Luigi Rondin esplica nel suo diario: “Il Duce è stato liberato dalla prigionia, con un colpo di mano da parte dei tedeschi, ed ora si trova in Germania. I giornali, ormai al servizio dei tedeschi, danno il grande annuncio e si notano le prime conseguenze di questa liberazione: i fascisti si riorganizzano e dimostrano propositi feroci. Grande avvicendamento di cariche pubbliche che portano una vera babele ed approfondiscono nel cuore di tutti una avversione profonda per questo partito al quale si addossa tutta la responsabilità della guerra. Figure abbiette di traditori conducono i tedeschi a far man bassa negli ammassi e nei negozi: sembra la giustizia di Dio che gravi su questa povera Italia. […] Circolano voci insistenti che si siano costituite bande armate clandestine, per preparare una difesa”. <240
    Tale situazione catastrofica è presente anche nel diario decespedesiano: «Ma è troppo doloroso per chi era avvezza solo alle vittorie – almeno militari – del proprio paese, vedere i soldati fuggire, gli ufficiali consegnare le armi, e nelle strade circolare da padroni soldati stranieri e prepotenti» <241. In una lettera indirizzata alla madre nel 1944 la scrittrice riporta per un’altra volta lo sconvolgimento panoramico della capitale devastata dei tedeschi: «Dopo l’armistizio la città di Roma, fu in preda al più grande disordine per l’invasione tedesca: i giornali ti avranno resa edotta delle loro barbarie. E quello che i giornali scrivono è una pallida idea della realtà. Andavano attorno prendendo gli uomini per portarli con loro a lavorare o deportarli in Germania» <242.
    La calamità che grava sul Paese suscita in de Céspedes una tensione morale che le dà coraggio di non tacere più, decide di fronteggiare tutto insieme al suo compagno: «Sto in casa, chiusa. Ma decisa a non vivere di sorda ostilità soltanto. Se chiederanno il proprio parere dirlo. E non tremare più, non nascondersi. S’odono colpi sparare forte, la casa trema. E Franco ed io siamo così vicini, così decisi. Non importa come e dove, ma a testa alta. Anche questo, anche la guerra, anche le privazioni, le umiliazioni sopportate insieme, spalla a spalla sono leggere» <243. Rinasce poi in quel caos bellico la voglia di proseguire nel suo romanzo, nonostante si trattasse di un progetto incompiuto fino alla scomparsa della scrittrice: «Voglio riprendere stasera dopo una settimana di pausa – l’armistizio, l’invasione, questa pena profonda e irrequieta – il romanzo cubano. Che gran voglia, malgrado tutto di scrivere, di lavorare!» <244.
    Da Roma a Bari: la fuga, il rifugio e «la decisione di traversare le linee, il passaggio rischioso, la libertà»
    La decisione di abbandonare Roma sorge in Alba e Franco per due motivi: il primo è dovuto all’insopportabilità psicologica della scrittrice causata dalla gran confusione nella capitale. Annota così nel diario: “Il cerchio dei tedeschi si stringe sempre di più. L’aria è irrespirabile, si vive nel terrore. Per qualunque ordine inadempiuto la pena di fucilazione. Oh, scapparsene a piedi per le montagne, come Kira di Noi vivi! I bambini, qua sotto, sul piazzale delle Muse giocano alla guerra. È difficile, per gli esseri ragionati, pensare ad altro, c’è bisogno di un lavoro meccanico, forse stanno bene gli operai nelle officine, che debbono girare una vite per ore. E tuttavia avrei tanta voglia di lavorare. C’è un invito dappertutto. Nel sole, nel colore del Tevere, azzurro e morbido sotto le mie finestre. Ma mentre scrivo spara sempre un cannone in lontananza”. <245
    La seconda ragione si presenta più pratica, data l’impossibilità di proseguire nel proprio lavoro per Alba e Franco: «Siamo incerti per la mia sorte, per la sorte di Franco, lui non può tornare al suo lavoro, è impossibile» <246. Come accennato prima, de Céspedes spiega alla madre in una corrispondenza familiare la necessità della loro fuga da Roma: a lei stessa, considerata antifascista per il suo romanzo “Nessuno torna indietro”, viene tolta la tessera pochi giorni prima del crollo della dittatura. Insomma, dato il suo inconciliabile rapporto con l’autorità fascista, deve lasciare la capitale per sottrarsi alla persecuzione e in quanto a Bounous, invece, siccome è ufficiale del Ministero degli
    Affari esteri, dopo l’armistizio, è costretto a scegliere di essere il collaborazionista del regime nazifascista o di essere fedele del governo del Re. Se avesse scelto il governo del Re, avrebbe affrontato la minaccia di morte.
    La data di partenza, come documenta la corrispondenza familiare <247 è il 23 settembre 1943: “Io ero disperata all’idea che potessero prendere Franco e lui desiderava non collaborare con i nazisti. Perciò – benché tutto ci trattenesse a Roma segnatamente le carte dell’annullamento che avremmo dovuto avere pochi giorni dopo, per poterci sposare finalmente – siamo fuggiti, in poche ore, insieme con quella mia cuginetta mezzo cubana Barbara del Castillo, la quale nel frattempo ha sposato un italiano. Anche lui era giovane, ufficiale, e temeva d’essere preso. Fuggimmo con una valigia ciascuno credendo di rimaner fuori, pochi giorni che Roma sarebbe stata presto liberata. (Questo fu il 23 settembre, più di 7 mesi fa!) Tutta la mia bellissima casa smontata e affidata alla mia fedele Maria, tutti i miei vestiti, i miei libri, oggetti d’arte, di grande valore, tappeti, argenteria, ecc.: tutto, insomma”. <248
    Ovviamente la scrittrice è troppo ottimista nel prevedere la permanenza fuori Roma, l’esercito degli Alleati temporeggia nel Sud Italia e non raggiunge Roma prima del giugno del 1944. Così, de Céspedes e Bounous avviano la loro vera avventura in Abruzzo, in attesa di attraversare le linee per raggiungere poi l’Italia liberata degli Alleati.
    Arrivano il 28 settembre in Abruzzo nel paesino Casoli dove si trattengono fino al 12 ottobre: «Un paese accucchiato [sic] su una rocca, tutto fatto di bianchi e grigi, sormontati da un [sic] torre merlata, alto come una bandiera. Sembra uno dei paesi che i santi portano sul piatto dorato, nel palmo della mano. Straducce da paese come piace a me, con quell’odore nei negozi che mi ricorda l’infanzia» <249. La scrittrice si distende nell’atmosfera pacifica di Casoli e si gode la bellezza dell’Abruzzo: «C’è in me una possibilità innata di intendere subito i paesi, subito trovarmi a fiato con loro, sì da conoscere immediatamente il segreto sapore di ogni regione. Dappertutto sto bene adesso sono già a contatto con l’Abruzzo, mi pare di conoscere la spinta che ha mosso D’Annunzio e Michetti. […] È un mondo che mi affascina, è qui che i miei personaggi trovano vita» <250.
    Presto, la tranquillità di Casoli viene infranta dall’incursione aerea dei tedeschi, la scrittrice è di nuovo in preda al terrore: «Sveglia alle 7 stamani, sotto gli aerei che passavano, timore, bombe vicine. La pacifica quiete di questi giorni, di questo ritorno a me stessa è guastata da questo timore!» <251.
    L’insicurezza e la precarietà dei primi giorni da profuga non arrestano la volontà di scrivere di de Céspedes né modificare la sua abitudine di proporsi continuamente le nuove considerazioni. Presa dalla propria vena poetica, la scrittrice ragiona sul «rapporto tra realtà oggettiva e soggettiva nonché la possibilità per il romance di sopravvivere al cospetto dei drammatici avvenimenti di una storia in fieri di cui tutti e tutte si sentivano attori e testimoni» <252, come lei commenta nel diario: “Ho molta voglia di scrivere, gran voglia di scrivere. Il romanzo, il racconto per N[uova] Antologia, il pezzo sugli aeroplani. Mi piace viaggiar sola, e scrivere quando viaggio sola. Lo scrittore inventa, arricchisce, soprattutto descrive le cose come le vede lui, non come le vedono tutti. Ha detto Wilder <253 che solo i santi e i poeti capiscono un poco, qualche volta, la vita. Ma scrivere di quel che s’è visto con un testimone, è difficile. Bisognerebbe che questi non leggesse mai. Altrimenti sembra già d’immaginare i suoi occhi ironici: non era veramente così, questi scrittori sono esagerati, senza capire che era così soltanto, lui non lo vedeva”. <254
    Il diario tace dal 7 ottobre e ricomincia il 12 ottobre quando de Céspedes è ormai a Torricella, dopo la fuga con le tre sorelle Ricci <255, riparata nella capanna di Maria Tilli. Franco è malato («È la festa di Franco. È malato. Qui, accanto a me, rosso in viso, con 39° di febbre» <256). Essendo la data in cui Alba avrebbe firmato le carte dell’annullamento del primo matrimonio, la scrittrice si rincresce di dover rinunciare all’opportunità di sposare Franco: «A quest’ora i giudici sono andati già a letto, anche gli avvocati sono andati già a letto poveracci, avranno detto, oppure meno male: ma qualcosa è deciso e noi non lo sappiamo, non lo sapremo che tra un mese forse» <257. Tuttavia, non può apprendere quello che succede fuori del paesetto: «Le comunicazioni sono interrotte, Roma è lontanissima, solo a piedi si può andare e venire da Roma: tanti anni di progresso, treni, elettrotreni, littorine, e oggi, ecco di nuovo si vedono viaggiatori a dorso d’asino, arrivare in paese, sospinti dalla guerra, impauriti dalla guerra, sfuggenti con visi pavidi ai manifesti e alle ordinanze» <258.
    Trovatasi in condizioni materiali di estrema povertà, la scrittrice riflette sulla vita benestante che possedeva a Roma prima della fuga, si sente inadeguata a questo modo di vivere così facile: «Penso a via Duse, spesso, e tutto quanto è nella mia casa, comodità, preziosità, letto rosa, giornata di nervi, insomma, tutto mi sembra ingiustificato, immeritato, la vera vita è questa che altra gente simile a noi patisce, senza sapere com’è fatta la vita più facile e comoda» <259.
    Il contatto con la realtà rurale d’Abruzzo sprona de Céspedes alle nuove invenzioni letterarie, sembra che non esaurisca mai quella sua ardente voglia di osservare, di scrivere e di raccontare: «Inesauribile voglia di scrivere» <260. Nel frattempo, presta molta attenzione alle donne, spesso disgraziate e spregiate, che aveva conosciuto durante la sua permanenza da esule.
    [NOTE]
    239 Don Luigi Rondin, Diario 1931-1948, Vicenza, Neri Pozza, 1994, cit., pp. 310-311.
    240 Ibid.
    241 Alba de Céspedes, Diario, 15 settembre 1943, ore 22, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 192.
    242 Lettera di Alba de Céspedes a Laura Bertini, Napoli, 7 maggio 1944 (FAeAM, FAdC, 1.3.1, serie “Corrispondenza”, sottoserie “Familiare”).
    243 Alba de Céspedes, Diario, 15 settembre 1943, ore 22, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 192.
    244 Ivi, p. 193.
    245 Alba de Céspedes, Diario, 17 settembre [1943], ore 11, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 194.
    246 Ibid.
    247 Lettera di Alba de Céspedes a Laura Bertini, Napoli, 7 maggio 1944 ((FAeAM, FAdC, 1.3.1, serie “Corrispondenza”, sottoserie “Familiare”).
    248 Ibid.
    249 Alba de Céspedes, Diario, Casoli, 28 settembre [1943], ore 13, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 195.
    250 Ivi, p. 196.
    251 Alba de Céspedes, Diario, 6 ottobre [1943], ore 17, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 199.
    252 Lucia De Crescenzio, La necessità della scrittura. Alba de Céspedes tra Radio Bari e «Mercurio» (1943-1948), cit., p. 43.
    253 Thornton Niven Wilder, nato a Madison 17 aprile 1897, è stato un drammaturgo e scrittore statunitense vincitore di tre premi Pulitzer: uno per il romanzo Il ponte di San Luis Rey e due per il teatro inoltre ottenne il National Book Award per L’ottavo giorno (The Eight Day) nel 1968.
    254 Alba de Céspedes, Diario, 6 ottobre [1943], ore 17, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 199.
    255 Sono Maddalena, Francesca e Annunziata Ricci.
    256 Alba de Céspedes, Diario, Torricella, 12 ottobre 1943, ore 23, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 200.
    257 Ibid.
    258 Ibid.
    259 Alba de Céspedes, Diario, 12 ottobre 1943, ore 23, Torricella, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 201.
    260 Ibid.
    Yuan Yao, La libertà e l’amore sono illusioni? Impegni e tentativi di Alba de Céspedes per la Resistenza civile e la costruzione della nuova cultura italiana del secondo dopoguerra, Tesi di dottorato, Università Ca’ Foscari – Venezia, 2023

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  19. A #settembre si riprendono i progetti accantonati prima delle ferie. Ho disegnato una #maglietta che spero essere di buon auspicio, per non cadere nuovamente nella trappola della procrastinazione e riuscire a concludere qualcosa entro fine anno.
    tee-rex.it/meglio-fatto-che-pe

  20. A #settembre si riprendono i progetti accantonati prima delle ferie. Ho disegnato una #maglietta che spero essere di buon auspicio, per non cadere nuovamente nella trappola della procrastinazione e riuscire a concludere qualcosa entro fine anno.
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  22. A #settembre si riprendono i progetti accantonati prima delle ferie. Ho disegnato una #maglietta che spero essere di buon auspicio, per non cadere nuovamente nella trappola della procrastinazione e riuscire a concludere qualcosa entro fine anno.
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