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Virginia Tonelli, partigiana friulana, martire della Resistenza, medaglia d’oro alla memoria
La prima biografia riguardante la lotta partigiana nella Destra Tagliamento è un’opera di Mario Lizzero, uno dei più importanti dirigenti politici della sinistra friulana, che fu commissario di tutte le formazioni partigiane garibaldine del Friuli, dedicata alla figura di Virginia Tonelli “Luisa” <172. Questo testo narra la vita di Virginia Tonelli dalla nascita fino alla morte nella risiera di S. Sabba, campo di sterminio nazista, situato a Trieste.
Virginia Tonelli, nata a Castelnuovo nel 1903, dopo l’adolescenza trascorsa nel paese nativo, si trasferisce per lavoro a Venezia, dove svolge la professione d’infermiera in un ospedale per bambini handicappati. Nel 1933 emigra in Francia, dove rimane fino al 1943; dal ritorno in Italia entra nella Resistenza organizzando i Gruppi di Difesa della Donna, gruppi di donne che supportano i partigiani, con mansioni sanitarie e di propaganda, oltre a curare i collegamenti fra i vari reparti partigiani. “Luisa” è attiva nella lotta di liberazione, fino al suo arresto, a Trieste nel settembre 1944; dopo la carcerazione nel carcere triestino fu trasferita alla risiera di S. Sabba dove fu uccisa il 29 settembre 1944.
Il racconto della vita di Virginia Tonelli comincia dalla descrizione della sua famiglia e della situazione economica della stessa. L’autore afferma che dopo lo scoppio della prima guerra mondiale in Friuli era quasi impossibile trovare cibo e quindi la famiglia Tonelli dovette affrontare lunghi viaggi per il proprio sostentamento; secondo Lizzero le fatiche dell’infanzia lasciarono tracce, sia nel fisico sia nella formazione morale di “Luisa” <173. L’autore descrive, in uno dei primi capitoli del testo, l’antifascismo a Castelnuovo e nella zona dello spilimberghese, citando gli antifascisti condannati dal tribunale speciale. Questa parte del testo è utile per capire l’ambiente in cui è cresciuta Virginia Tonelli e l’influenza che ebbe nella sua scelta resistenziale <174. Mario Lizzero ricostruisce attentamente gli anni in cui “Luisa” visse in Francia, descrivendolo come un periodo di difficoltà economiche e di intensa attività politica <175. La fonte principale usata dall’autore per raccontare il periodo trascorso da Virginia Tonelli in Francia è un volume scritto da G. Pajetta sull’emigrazione antifascista in Francia, “Douce France”, nel quale sono citati molti esponenti del PCI che entrarono in contatto con “Luisa”. Nel testo per chiarire ulteriormente il ruolo svolto da Virginia Tonelli in Francia è riportata una testimonianza di Ange Onesti, membro dello stato maggiore dei Franc Tireurs Partisans, organizzazione attiva in Francia in azioni di sabotaggio e guerriglia, che la conobbe a Tolone, il quale afferma che essa svolse attività molteplici nella regione in cui abitava: partecipava al trasporto delle armi e munizioni usate dalla Resistenza francese e inoltre partecipava all’attività politica delle donne e dirigeva l’opera di solidarietà verso i compagni incarcerati. <176
Nella seconda parte del testo è raccontato il periodo in cui Virginia Tonelli operò nella Resistenza italiana, dal suo rientro in Italia nel maggio 1943 fino all’arresto nel settembre 1944; l’autore descrive la sua attività di staffetta fra il comando garibaldino del monte Ciaurlec, nelle Prealpi della Destra Tagliamento, e la federazione friulana del PCI e all’interno dei Gruppi di Difesa della Donna e inoltre riporta ricordi di partigiane che la conobbero, le quali testimoniano il suo impegno e le sue qualità <177. Nell’ultima parte del testo Mario Lizzero parla della Risiera di S. Sabba, luogo in cui morì “Luisa”, spiegando le motivazioni che portarono alla creazione di un campo di sterminio a Trieste e facendo una stima delle persone che vi furono uccise <178. In appendice al testo sono riportate le motivazioni che portarono alla concessione della medaglia d’oro alla memoria a Virginia Tonelli e i versi del poeta Tito Maniacco presenti sulla sua lapide <179.
Dedicato alla figura di “Luisa” è anche un volume scritto nel 2000 da Ines Domenicali, ricercatrice dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di liberazione, nel quale la storia di Virginia Tonelli, come affermato dall’autrice, è inserita nel contesto più ampio della partecipazione femminile al movimento resistenziale friulano <180; nella presentazione del testo, l’allora assessore alla cultura del comune di Pordenone, Luigi Gandi, afferma che quest’opera vuole essere un riconoscimento alle donne che con le loro azioni contribuirono alla conquista di diritti e valori che hanno fondato la Repubblica Italiana <181. Nilde Jotti, nella prefazione, oltre a parlare delle particolari difficoltà che vi furono nella Resistenza friulana, dovute all’annessione del Friuli al Reich, si sofferma sull’importanza dell’apporto delle donne nella Resistenza: inoltre afferma che la lotta di liberazione fu un movimento di popolo che unì ceti e classi prima di allora divisi, facendo in modo che uomini e donne di idee diverse si confrontassero <182. L’autrice, nel primo capitolo, racconta gli anni trascorsi da Virginia Tonelli a Castelnuovo, descrivendo la situazione sociale nel paese dopo la nascita del fascismo e lo svilupparsi del movimento antifascista e inoltre vi è un quadro più generale della situazione nella Destra Tagliamento e sono analizzati alcuni episodi di resistenza al fascismo nel pordenonese <183. Nel testo è descritto il periodo passato da Luisa in Francia, analizzando la sua attività nella Resistenza francese, e si accenna alla situazione politica in Francia dopo l’occupazione di parte del paese a opera dell’esercito tedesco <184. La parte più dettagliata del testo riguarda il periodo che va dal rientro in Italia di Virginia Tonelli, alla fine del 1942, fino al suo arresto nel settembre 1944. L’autrice descrive l’evolversi della situazione nella lotta di liberazione nella Destra Tagliamento e al contempo analizza l’opera compiuta da Virginia Tonelli nel curare i collegamenti fra i reparti partigiani e nel coordinare le donne necessarie come apporto al movimento partigiano. <185
Nel capitolo finale del testo, l’autrice parla degli ultimi giorni della vita di “Luisa”, raccontando come fu arrestata e successivamente uccisa nel campo di sterminio della Risiera di S. Sabba; l’autrice afferma che Virginia Tonelli fu determinata nel percorrere una scelta di vita maturata da ragazza <186. In appendice sono riportati documenti riguardanti l’attività di Virginia Tonelli e un elenco di donne, della provincia di Udine e dell’odierna provincia di Pordenone, cadute durante la lotta partigiana <187.
[NOTE]
172 MARIO LIZZERO, Virginia Tonelli “Luisa”. Partigiana, a cura del comitato regionale dell’A.N.P.I. del Friuli Venezia Giulia, Tricesimo, 1972.
173 Ivi, pp. 8-9
174 Ivi, p. 13-17
175 Ivi, pp. 18-23
176 Ivi, pp. 23
177 Ivi, pp. 25- 39
178 I) vi, pp. 44-49
179 Ivi, p. 55
180 INES DOMENICALI, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Il Poligrafo, Padova, 2000
181 Ivi, p. 7
182 Ivi, pp. 9-10
183 Ivi, pp.25-42
184 Ivi, pp. 36-42
185 Ivi, p. 65
186 Ivi, pp. 91-95
187 Ivi, p. 91-95
Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007Se Natalia Beltrame in Italia rimane staccata dall’organizzazione, Virginia Tonelli, di Castelnuovo del Friuli, passa per l’esperienza dell’emigrazione in Francia, dove entra nell’apparato del Pcd’i e partecipa alla resistenza francese. Rientrata in Italia nel 1942 per incarico del partito, è una delle organizzatrici della Resistenza friulana, con Regina Franceschino. Arrestata nell’estate 1944 durante una missione a Trieste, scompare nel lager nazista della Risiera di San Sabba <218.
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[NOTA]
218 LIZZERO, Mario, Virginia Tonelli “Luisa” partigiana, Tricesimo, Comitato Regionale Anpi Friuli-Venezia Giulia, 1972; DOMENICALI, Ines, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Padova, Il Poligrafo, 2000. Sulla funzione dirigente di Tonelli e Franceschino nella Resistenza, cfr. la testimonianza di Rosina Cantoni in: TESSITORI, Luigi, I ricordi di Giulia, cit.
Gian Luigi Bettoli, Novecento friulano antagonista. Genesi e sviluppo di un movimento operaio di frontiera: dal primo al secondo dopoguerra, Friuli Occidentale. La storia, le storie, Pordenone, 2006 -
Donne tra guerra totale, guerra civile e occupazione tedesca
A partire dalla pubblicazione di “Una guerra civile” di Pavone, come si è già ricordato, si è aperto in Italia un interessante dibattito che riguardava la possibilità o meno di definire la Repubblica sociale italiana un regime collaborazionista. Pavone, com’è noto, ha ribadito che per la Rsi tale categoria non è del tutto adatta. Egli ha ritenuto infatti che si possa parlare di regimi collaborazionisti per quei governi creati e asserviti all’occupante tedesco, fondati sui fascismi locali che da soli non avevano avuto la forza di prendere il potere. Per l’Italia invece, dove il fascismo aveva conquistato e mantenuto il potere per un ventennio, la parte finale di quell’esperienza, non poteva considerarsi, secondo Pavone, un mero collaborazionismo <150. Marco Palla, durante il convegno Bellunese del 1988, criticava invece l’utilizzo, a suo avviso generalista, della categoria di guerra civile, fuorviante per il caso italiano, ritenendo invece più utile analizzare il periodo 1943-1945 in Italia sotto la lente della categoria di collaborazionismo, che avrebbe permesso, secondo lo studioso, anche un approccio comparativo con le altre esperienze europee <151. Mi sembra utile, per sviluppare il dibattito, inserire la distinzione tra relazioni italo-italiane e quelle italo-tedesche, prendendo a prestito la distinzione che Stanley Hoffmann suggerisce per il caso francese tra relazioni franco-francesi e quelle franco-tedesche <152. Se le relazioni italo-italiane riconducono maggiormente alla categoria di guerra civile, le seconde invece rinviano alla collaborazione con le forze occupanti. Personalmente ritengo però che per comprendere la vicenda della Rsi e dei e delle fasciste repubblicane non possa essere utilizzata un’unica categoria di analisi ma, allineandomi con gli studi degli ultimi vent’anni sulla guerra in Italia, ritengo piuttosto che debbano esserne prese in considerazione diverse – quelle di guerra totale, di guerra civile, di lotta per la sopravvivenza, di occupazione tedesca, di guerra ai civili, di guerra alle donne, e anche, come vedremo, di guerra tra i generi – che da sole non esauriscono il fenomeno, ma che insieme contribuiscono a spiegarlo e a renderne la complessità. Pur utilizzando dunque il termine “collaborazionismo”, si deve precisare che non si vuole compiere una trasposizione automatica di un capo di reato in categoria storiografica. Piuttosto il suo utilizzo rimanda a una definizione di comodo, che riunisca sotto un’unica etichetta una serie di profili ed esperienze che risultano essere, come vedremo, molto diverse tra loro.
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Se infatti i processi per collaborazionismo da una parte descrivono le scelte delle fasciste repubblicane, ideologicamente convinte, mosse dalla volontà di sostenere la linea politica e militare dei tedeschi, d’altra parte essi evidenziano soprattutto l’esperienza delle donne per così dire “comuni” e della popolazione durante la guerra. Una guerra che ebbe i caratteri totali in cui vennero meno i confini tra dentro e fuori, tra pubblico e privato, e dunque comportò il coinvolgimento diretto dei e delle civili nelle dinamiche belliche, provocandone spesso una scelta di parte <153. Emerge quindi, dall’analisi dei fascicoli processuali, una sorta di storia della società in guerra, in cui possono essere analizzati i comportamenti delle donne, le loro scelte di campo quotidiane, le relazioni che intesserono con i protagonisti della guerra, dettate dalla fede alla religione civile a cui erano state educate per vent’anni, ma anche dalle contingenze della guerra, dalla paura, dall’opportunismo, dalla volontà di sopravvivere o di arricchirsi, dall’aderenza o dalla ribellione ai contesti familiari.
Dalla lettura delle carte processuali sono quindi emerse esperienze diversificate rispetto allo stereotipo dell’ausiliaria delineato nel capitolo precedente. Innanzitutto bisogna sottolineare che la stessa categoria delle ausiliarie risulta ben più sfaccettata e complessa rispetto all’immagine restituita dal regolamento del Saf [Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana] e dalla pubblicistica saloina, e si possono individuare casi di quelle ausiliarie che non si limitarono alle mansioni previste ufficialmente. Come già ricordato precedentemente, nonostante gli sforzi delle istituzioni della Rsi di normalizzarne le attività, le ausiliarie chiesero e spesso ricoprirono ruoli diversi da quelli previsti dal Regolamento, limitate all’ambito dell’assistenza, della propaganda, delle mansioni di ufficio. Molte, come vedremo nei paragrafi successivi, pur vestendo la divisa da ausiliaria, fecero parte dei sistemi informativi tedeschi o vennero arruolate negli Uffici politici investigativi; altre affiancarono alle mansioni ufficiali un’attività delatoria più o meno consapevole; altre ancora chiesero e ottennero di essere arruolate in prima linea, di imbracciare le armi, partecipando a rastrellamenti o assistendo a interrogatori negli uffici di brigate nere e di altri corpi della Rsi impiegati nella lotta antipartigiana.
Dai documenti emergono poi, oltre alle esperienze delle ausiliarie, atteggiamenti di “collaborazione” con il nemico, tedeschi occupanti o fascisti repubblicani, che si discostano e niente hanno a che vedere col Saf che, come ricorda Maura Firmani, “non può essere rappresentativo di tutta la militanza femminile” <154. Se si guarda infatti oltre il Saf e lo stereotipo dell’ausiliaria, si possono scorgere profili diversi: quelli delle delatrici, definizione che a sua volta, come vedremo, apre a profili distinti; quelli che Dianella Gagliani ha chiamato delle “irregolari”, rastrellatrici e torturatrici; quelli delle donne che collaborarono per fini economici o quelli di coloro che si avvicinarono al nemico “per amore” o per motivi privati legati alla sopravvivenza e alla vita quotidiana durante la guerra.
Le istituzioni della Rsi, nonostante gli sforzi di centralizzazione, furono incapaci di controllare la periferia, e dunque nelle realtà locali proliferarono fenomeni ed esperienze diverse, non autorizzate ufficialmente dal regime anche se spesso celatamente tollerate. La storia della Rsi infatti non è solo la storia delle sue istituzioni centrali e delle sue direttive, ma anche delle vicende degli organismi locali, talvolta dipendenti da singole personalità, che sfuggirono spesso al controllo delle autorità. Il proliferare di bande autonome e di fenomeni di “collaborazionismo” femminile eterodossi rispetto al modello del Saf sono quindi da considerare due facce della medesima questione: la debolezza della Rsi e la sua anarchica “policrazia” <155. Diversi infatti sono i fascicoli a carico di donne che parteciparono a rastrellamenti, a sevizie e torture, a omicidi, a plotoni di esecuzione. Le storie di queste donne prendono
forma e maggiore significato e importanza nell’intreccio con le vicende locali e se inserite all’interno delle storie che coinvolgono le bande autonome di cui fecero parte insieme a protagonisti, uomini, di maggiore rilievo politico-militare. Difficile infatti pensare che donne che frequentavano le caserme della banda Carità o della banda Koch e, come vedremo, assistevano agli interrogatori e alle azioni punitive, non avessero una comunità di intenti con i loro compagni uomini. D’altra parte l’emergere di tali figure devono essere ricondotte anche al clima di corruzione, di disfacimento morale e di estremizzazione della violenza che caratterizzò gli ultimi anni della guerra e agevolò la diffusione di veri e propri casi di criminalità.
La varietà, la complessità e la «liquidità» delle esperienze femminili che emergono dagli atti processuali hanno reso difficoltosa la costruzione di categorie dai confini netti e definiti. I profili personali sono difficilmente catalogabili in una tipologia senza che essi debordino nelle altre: ogni esperienza individuale racchiude infatti tratti comuni a tipologie diverse. Tuttavia per non cadere nel racconto della tranche de vie, pur non componendo una tipologia vera e propria, si è tentato di definire una morfologia fluida basata su tre elementi di analisi: quello delle attività svolte, quello delle motivazioni della scelta <156 e quello del grado di relazione con gli occupanti e gli altri protagonisti della guerra. Se finora gli studi, come quello di Francesca Alberico e Annalisa Carlotti, rispettivamente condotti sulla base delle fonti orali e della memorialistica, o anche quello di Roberta Cairoli, hanno indagato le esperienze delle donne della Rsi secondo le attività che avevano svolto nel biennio 1943-1945 e le motivazioni che avevano provocato la loro scelta di campo <157, mi è sembrato interessante introdurre un terzo elemento di analisi, che è quello del grado di relazione con tedeschi e fascisti, mutuato dalla ricerca di Annette Warring. Questa studiosa, analizzando il caso delle donne danesi e dei figli nati dalle loro relazioni con i tedeschi occupanti, ha infatti proposto una tipologia sulla base del carattere della fraternizzazione con i tedeschi. Secondo la sua classificazione, sono stati definiti cinque modelli: le prostitute, le donne che hanno una relazione sentimentale con un solo tedesco, coloro che frequentano pubblicamente e in gruppo gli occupanti, coloro che lavorano a favore dei tedeschi, le donne filo-tedesche sostenitrici dell’ideologia nazista <158. Tale criterio apre un nuovo orizzonte di studio sul tema, suggerendo l’esistenza di una serie di atteggiamenti e comportamenti complessi che rinviano a relazioni tra occupanti e occupati diverse dal binomio vittima-carnefice. D’altra parte si deve tenere presente che in Italia la presenza della Rsi e vent’anni di regime comportano una sostanziale differenza rispetto al caso danese e le donne entrano in contatto non solo con gli occupanti, ma anche con i fascisti repubblicani e con i partigiani. Per comprendere appieno le esperienze delle donne italiane deve essere effettuata dunque, come già ricordato, un’operazione di contestualizzazione multipla delle vicende personali all’interno delle categorie dell’occupazione tedesca, della guerra civile, della guerra totale, della guerra ai civili, ma anche all’interno delle dinamiche delle relazioni di genere <159. Non è possibile infatti interpretare i gesti delle donne se non nell’intersezione tra queste diverse scale di lettura, attraverso cui viene delineata la complessità dell’universo femminile “collaborazionista”, e più in generale dell’universo femminile durante la guerra.
[NOTE]
150 C. Pavone, Una guerra civile, cit.
151 M. Palla, Guerra civile o collaborazionismo?, in M. Legnani, F. Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, cit., pp. 83-98.
152 S. Hoffmann, Collaborationism in France during World War II, «The Journal of Modern History», vol. 40, n. 3, septembre 1968, pp. 375-395.
153 Sul tema della scelta si rimanda alle lucide pagine di C. Pavone, Una guerra civile, cit., pp. 3-62, in particolare sulla scelta dei fascisti, si vedano le pp. 36-41.
154 M. Firmani, Per la patria a qualsiasi prezzo, cit., p. 136.
155 M. Griner parla per esempio del policentrismo degli organismi di polizia, che sfuggono al controllo delle autorità centrali saloine, in riferimento in particolare alla banda Carità e alla banda Koch, cfr. M. Griner, La banda “Koch”, cit, pp. 38-45.
156 Bisogna comunque ricordare che la fonte giudiziaria ha dei grossi limiti nel rivelare le motivazioni della scelta, poiché le ammissioni delle imputate durante gli interrogatori sono sottoposte alle esigenze difensive, e dunque sono carte che devono essere lette in controluce e con grande cautela.
157 F. Alberico, Ausiliarie di Salò, cit.; A. Carlotti, La memorialistica della Rsi, cit.
158 Cfr. A. Warring, Tyskerpiger. Under besœttelse og retsopgǿr (Donne dei tedeschi durante l’occupazione e punizione nel dopoguerra), Gyldendal, Kǿbenhavn, 1994. Si veda inoltre, Ead., Identità nazionale, genere e sessualità, «Storia e problemi contemporanei», n. 24, 1999; Ead., Intimate and sexual relations, in R. Gildea, O. Wieviorka, A. Warring (a cura di), Surviving Hitler and Mussolini. Daily life in occupied Europe, Oxford, Berg, 2006; Ead., Aimer l’ennemi au Danemark, in F. Rouquet, F. Virgili, D. Voldman (a cura di), Amours, guerres et sexualité. 1914-1945, Gallimard, Paris, 2007.
159 Sull’occupazione tedesca cfr. L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca,cit.; sulla categoria di guerra civile, cfr. C. Pavone, Una guerra civile, cit.; sulla guerra totale, cfr. G. Gribaudi, Guerra totale, cit.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 -
In questi giorni vacanziferi confesso di aver fatto poco o nullo esercizio, ed ora, riprendendo gli studi già si sentono le conseguenze. Avrei voluto pubblicare l'intera registrazione di questo brano, ma mi serviranno ancora diversi giorni per arrivare a dei risultati decenti, ed ecco allora un piccolo assaggio della leggerissima sessione di studio di oggi.
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