Nel 1985, all’interno di un volume sulla Resistenza nel pordenonese, è stato pubblicato un saggio di Vannes Chiandotto che si occupa del ruolo svolto dai partiti politici, dal settembre 1943 alla liberazione <74.
Nella prima parte del testo, Vannes Chiandotto analizza la situazione politica nazionale e parla della nascita del C.L.N. (comitato di liberazione nazionale); quest’organismo, nato dopo l’annuncio dell’armistizio, aveva il compito di dirigere e coordinare la lotta di liberazione delle formazioni partigiane nei territori da loro occupati <75.
La situazione nel pordenonese è analizzata a partire dall’8 settembre; l’autore afferma che nei primi giorni di settembre del 1943 la presenza tedesca nel territorio non era ancora consolidata e questo ha permesso la riuscita di azioni contro i treni che dovevano portare i soldati italiani nei campi di concentramento <76.
L’autore descrive i compiti del C.L.N. e i problemi che dovette affrontare sia di ordine civile che militare e inoltre cita coloro che lo componevano <77.
Nell’ultima parte del testo sono descritte le trattative fra il comando tedesco e il C.L.N. che portarono alla liberazione di Pordenone e inoltre sono analizzati i problemi della prima giunta comunale postbellica, che dovette affrontare molte difficoltà soprattutto legate alla disoccupazione, dovuta al ritorno dei militari. <78
Nel 1995 viene pubblicato un volume, scritto da Arturo Zambon, nel quale l’autore descrive un periodo della sua vita che va dall’8 settembre 1943 alla liberazione; Zambon, con il suo racconto, vuole fare chiarezza su avvenimenti che si svolsero in Valcolvera e Valcellina, di cui fu protagonista. Degli argomenti trattati in questo testo si sono occupate molte ricostruzioni storiche, prima fra tutte quella di Mario Candotti, ma queste, secondo l’autore, si sono basate su fonti che a volte si sono rivelate generiche <79.
Il racconto comincia dall’8 settembre, quando Zambon era militare a Bressanone; dopo l’armistizio fu imprigionato e fuggì per non essere deportato in Germania <80. Questa parte del testo fa capire il dramma dei militari italiani che, da un giorno all’altro, si sono trovati nemici degli ex alleati tedeschi. Zambon parla del suo lavoro alla Todt, una volta ritornato a casa, e spiega che i tedeschi istituirono questi campi di lavoro per evitare la tensione sociale <81; inoltre racconta di come approfittò del suo ruolo nella Todt per portare in montagna ogni cosa utile alla causa partigiana <82. Questa parte è molto importante perché fa capire che, nell’attività partigiana, c’erano una serie di difficoltà non solo di tipo militare ma anche organizzativo.
In questo libro è spiegato molto chiaramente cosa spinse molte persone ad entrare nella Resistenza: l’occupazione del territorio italiano, la privazione delle libertà più elementari e le privazioni dovute alla guerra <83.
Un capitolo di questo volume è dedicato all’unificazione delle brigate osovana e garibaldina avvenuta in Valcellina ed è affermato che su questo argomento si è molto parlato, anche a sproposito; l’autore ritiene di poter portare una valida testimonianza in quanto protagonista dei fatti e per aver operato, all’interno del comando, con autorevoli esponenti del movimento partigiano <84; Zambon cita il saggio di Mario Candotti, apparso nel numero 10 di Storia Contemporanea in Friuli, per obiettare ad alcune affermazioni. Candotti scrive che la brigata unificata è nata per iniziativa di elementi partigiani di formazione G.A.P. e dei quadri politici del C.L.N. di pianura e che per la fine del comando unificato fu determinante il grande rastrellamento nemico effettuato congiuntamente da reparti tedeschi, repubblichini e della Decima Mas. In questo testo invece si afferma che l’unificazione avvenne grazie alle brigate, garibaldina e osovana, che si unirono per dar vita alla brigata unificata e che la fine della stessa fu dovuta alla mancanza di vettovagliamento, armi, munizioni. Zambon, assicura che ci fu un’iniziale diffidenza fra osovani e garibaldini per le diverse idee politiche, ma questa fu superata subito quando subentrò amicizia e fiducia tra i partigiani. Inoltre, afferma che l’unificazione fu necessaria perché i vari distaccamenti coprivano una zona molto ampia e se non erano coordinati potevano compiere errori di tattica militare e non essere efficaci nell’affrontare gli attacchi nemici <85. L’autore afferma anche che la guerra partigiana doveva essere condotta da reparti con poco organico, per favorire l’effetto sorpresa negli attacchi, al contrario nella lotta partigiana si sono creati reparti sempre più grandi i quali, secondo Zambon, occuparono zone troppo vaste impossibili da mantenere libere <86.
Un altro tema affrontato in questo libro è la giustizia partigiana; l’autore afferma che le formazioni partigiane hanno eseguito, in certe situazioni, arresti e punizioni esemplari, non sempre giustificati, portando a situazioni d’attrito con la popolazione e per questo era stato istituito dalla brigata unificata “Ippolito Nievo A” un tribunale che doveva esaminare i casi di prigionieri tedeschi o repubblichini e di persone compromesse col fascismo per evitare i soprusi <87.
Questo testo è una fonte importante per la storia della Resistenza nella Destra Tagliamento, in quanto scritto da un importante esponente osovano, che ha vissuto in prima persona alcuni degli avvenimenti più importanti della lotta di liberazione.
[NOTE]
74 Vannes Chiandotto, IL C.L.N. e i partiti politici nella Resistenza del pordenonese in Antifascismo e Resistenza nel Friuli occidentale, edizioni della provincia di Pordenone, Pordenone, 1985
75 Ivi, pp. 119-122
76 Ivi, p. 122
77 Ivi, pp. 124-129
78 Ivi, pp. 130-133
79 Arturo Zambon, Valcellina e Valcolvera 1944-1945, Uomini e Luoghi, Arti grafiche friulane, Tavagnacco, 1995, pp. 17
80 Ivi, pp. 7-17
81 Ivi, p. 19
82 Ivi, pp. 27-34
83 Ivi, p. 27
84 Ivi, p. 36
85 Ivi, p. 37
Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007
Le due zone libere che interessano maggiormente questo lavoro di ricerca sono quelle che si costituirono all’inizio dell’estate del 1944 in territorio Friulano, sino ad allora escluso dalle grandi operazioni di rastrellamento e alle conseguenti violenze sui civili. La zona libera della Carnia comprendeva l’intero territorio carnico e le quattro valli della montagna pordenonese, la Val Cellina, la Val Medusa, la Val Tramontina e la Val d’Arzino.
[…] La risposta delle forze di occupazione tedesche al contrattacco partigiano si concretizza in un inasprimento delle persecuzioni e delle rappresaglie allo scopo di reclutare personale (anche con la forza), di mantenere libere le retrovie, e nel tentativo di garantirsi in particolare il controllo della regione di collegamento con i Balcani e dove il pericolo di sbarco alleato cresce sempre di più.
[…] Nella primavera-estate del 1944 il movimento partigiano in Carnia e nelle valli del pordenonese aveva raggiunto una notevole consistenza, raggiungendo complessivamente il numero di 9 Brigate (18 battaglioni della Garibaldi e 13 della Osoppo) per un totale di circa 6.000 uomini. Obiettivo principale doveva essere quello di liberare una vasta zona carnica ai confini con la provincia di Belluno a est e con l’Austria a nord, allo scopo di isolare da quella parte le forze tedesche del Litorale, tagliando loro le comunicazioni Villa Santina – passo Mauria – Comelico e Tolmezzo – Timau – Monte Croce Carnico, ovvero i due valichi di nord-ovest <16. I continui attacchi ai presidi e ai reparti nemici da parte dei partigiani avevano costretto i tedeschi, non senza molte sofferenze per la popolazione, a rinchiudersi nei grossi centri della pedemontana e a Tolmezzo. Molti dei Comuni della «zona libera» sono ricordati proprio per la dura sorte che subirono durante questa lotta: da Forni di Sotto a Bordano, sino a Barcis. Nomi tristemente famosi per violenze ed incendi indiscriminati, da parte dei tedeschi nel tentativo di arginare l’avanzata delle formazioni partigiane.
[…] Barcis fu sicuramente uno dei centri più colpiti dalla furia nazista durante l’occupazione; il paese della Valcellina, abitato da poco più di 1.000 abitanti, subì ben sei rastrellamenti da parte delle forze di occupazione, prima della sua totale distruzione <20. Strategicamente la Valcellina assieme alla Valle del Vajont rappresentavano una importante via di comunicazione tra il Veneto (la vallata del Piave) e la pianura friulana. Le valli circondate dalle alte catene dei monti, isolate dalle zone circostanti, erano percorse da una unica strada, la statale 251, Portogruaro-Pordenone-Maniago-Longarone. Barcis, che si trovava proprio lungo questa arteria principale in una ampia conca, nell’estate del 1944 costituì una specie di «distretto militare» partigiano, una sorta di centro di raccolta e coordinamento per la vallata. Il territorio infatti divenne sede di gruppi partigiani già nel novembre del 1943, ma sino al 1944 non si riuscì ad organizzare una vera e propria resistenza contro le truppe di occupazione. I tedeschi consci dell’importanza strategica della zona colpirono la valle con ripetute azioni di rastrellamento e a volte con azioni terroristiche, come nel caso di Barcis.
Il 26 giugno 1944 avvenne il primo rastrellamento ad opera di soldati tedeschi provenienti da Pordenone <21. Durante l’operazione ci furono numerosi arresti e 5 di questi prigionieri furono poi deportati in Germania. Sempre in quella occasione, racconta il parroco, «Il colonnello Slybens <22, comandante la piazza di Pordenone, minacciò il parroco, concludendo che per ogni eventuale incidente tra patrioti e tedeschi, la responsabilità sarebbe caduta su di lui» <23. Il 29 luglio 1944 avviene il secondo rastrellamento, questa volta, secondo le testimonianze, ad opera delle sole SS. Il terzo rastrellamento fu molto più terribile dei due precedenti: «Il giorno 10 agosto 1944 in paese i partigiani sono all’opera», quando un carro armato tedesco in perlustrazione scivola in un fossato. I partigiani sparano sul carro e uccidono l’equipaggio sopravvissuto all’impatto. Quel giorno i tedeschi persero un carro e ben 5 uomini. Il fatto mise in allarme le forze partigiane della zona. Si temeva infatti una rappresaglia da parte delle forze tedesche. Il servizio informazioni del CLN di Maniago metteva tutti in guardia e fu così che vennero rinforzati tutti i reparti all’imboccatura della conca di Barcis. La puntata offensiva dei tedeschi non si fece attendere, l’11 agosto forze tedesche e repubblichine <24, valutate attorno ai 300-400 uomini, aggirò le postazioni partigiane e si riversarono sulla conca di Barcis. I tedeschi trovarono il paese completamente abbandonato dalla popolazione, che temendo rappresaglie era fuggita sulle montagne circostanti. Dopo essersi dati al saccheggio gli occupanti diedero alle fiamme 25 abitazioni <25. «Il parroco fu costretto a seguire il comandante nella rappresaglia. Davanti ai suoi occhi vide ardere ben 25 case. A colpi di cannone furono fatte saltare le stalle della periferia del paese (unico rimedio per sopravvivere)» <26. Mentre le unità tedesche ripiegarono, furono nuovamente attaccate e subirono altre perdite.
Un mese dopo, l’11 settembre si svolse il quarto rastrellamento, «il più feroce ed implacabile», dalle parole del parroco. L’attacco tedesco faceva parte marginalmente di una più vasta operazione (dall’8 al 15 settembre) tendente a scardinare ed eliminare la zona partigiana che si era insediata nel bosco del Cansiglio, occupata da alcuni mesi dalla Divisione Garibaldi «Nino Nannetti». Il 9 settembre le truppe tedesche e unità italiane penetrarono nella Valcellina per impedire una eventuale fuga in questa zona dei partigiani attaccati presso il Cansiglio <27. La colonna tedesca avanzò lungo la statale 251, quando arrivata quasi all’ultima galleria prima della conca di Barcis, fu improvvisamente battuta dal fuoco partigiano. I soldati costretti a ritirarsi si rifugiarono dentro una delle gallerie (la galleria della «Pina») della strada lasciando dietro di sé molti morti. Accerchiati dalla bande partigiane, furono bloccati nella galleria per circa due giorni, sino all’arrivo dei rinforzi. L’11 settembre i partigiani per non rischiare di essere a loro volta accerchiati dovettero sganciarsi e lasciare la via libera alle truppe tedesche «inferocite»: “Per il paese di Barcis la sorte era ormai decisa. La popolazione, presa dal panico e dalla paura abbandonò nella totalità il paese. Vecchi, giovani, uomini e donne si allontanarono come al solito, ma con maggiore cautela. […] Il parroco venne avvertito da alcune donne che era intenzione del comandante tedesco di ucciderlo, poiché lui era l’unico responsabile. Fuggì per 20 giorni sui monti”. <28 Intanto l’ira nemica si sfogò sul paese deserto, incendiandolo. «Fu un rogo spaventoso: 180 case e 100 stalle furono divorate dalle fiamme, lasciando l’intera popolazione senza alcun riparo» <29. Quel giorno morirono due civili, sorpresi all’imboccatura della Val di Varma e ritenuti partigiani perché stavano scappando, vennero portati a Barcis, trucidati e poi buttati nelle fiamme <30. Il giorno seguente la rappresaglia veniva completata con l’incendio delle borgate periferiche di Barcis, tra cui Molassa. È certa la partecipazione a questa operazione solo del LW.Sich.Rgt. “Italien” e del LW.Jäger-Btl.z.b.V. 731.
Il 10 ottobre 1944 ci fu il 5° rastrellamento con nuove rappresaglie, dove i partigiani ebbero la peggio e furono costretti ad allontanarsi per molto tempo dalla zona. Si tratta delle operazioni tedesche legate alla distruzione della «zona libera della Carnia». “Si giunse al 27 novembre 1944. L’inverno proibiva ogni velleità. Si trattava di morire tra i monti o tra i ruderi del nostro paese. Fu preferita la seconda scelta. In questo giorno iniziò il 6° rastrellamento. Il parroco radunò i più ardimentosi e si portò incontro al nemico assieme ad un forte gruppo di parrocchiani. Si presentò ad uno dei comandanti. Pregò e scongiurò. Fu duramente trattato e insultato. Ma alla fine si ebbe pietà: la situazione cominciò a migliorare”. <32
L’inverno passò finalmente tranquillo sino a giungere alla liberazione. Alla fine il parroco contò i danni di guerra: “I danni causati dalle forze armate tedesche furono ingenti: quasi tutti gli edifici del paese distrutti compresi quelli pubblici. Furono distrutte case 186, stalle 120, case danneggiate 7. Morirono in parrocchia durante i rastrellamenti ed incendi 4, feriti 22, deportati 2, imprigionati 10. Vennero fucilati 3 persone. La chiesa i tedeschi tentarono di incendiarla, ma non riuscendovi entrarono e distrussero ogni cosa”. <33
[NOTE]
16 G. Santanera, Il quarantaquattro a Forni, Udine, 1965, p. 17.
20 Sulle vicende di Barcis cfr.: AORF, P1, 3 Barcis; A. Colonnello (a cura di), 1944 Dies Irae. Valcellina. L’incendio nazista di Barcis, Comune di Barcis, 2003; M. Candotti, La lotta partigiana in Valcellina, in «Storia Contemporanea in Friuli», nr. 10, IFSML-UD, 1979, pp. 34-50; La resistenza in Valcellina, in «Il Movimento di Liberazione in Friuli», nr. 1, IFSML-UD, 1971, 158-180; AA. VV., Lotta Partigiana, Maniago, 1946; G. Colonnello, Guerra di Liberazione cit., pp. 171-176.
21 Altre fonti parlano del giorno 3 giugno, cfr.: A. Colonnello, Guerra di Liberazione cit., p. 172.
22 In realtà si tratta del Major Schliben Platzkommandant di Pordenone che dall’estate del 1944 fu anche responsabile del distretto aereoportuale di tutto l’OZAK, doveva quindi controllare tutta l’organizzazione terrestre e dei servizi di supporto della Lufwaffe nel territorio.
23 AORF, Cartella V, fasc. 34, Risposte di Parroci e Curati della Diocesi di Concordia (PN) a questionario loro spedito il 12 maggio 1945 sulle attività, le molestie e i danni subiti dalle parrocchie nel periodo della guerra. Comune di Barcis, scritto da Par. Sac. Giovanni Battista Marin, 18 agosto 1945.
24 Non si è riusciti con precisione a sapere quali unità parteciparono all’incursione in Valcellina; alcune fonti parlano di unità provenienti da Maniaco e Montereale Valcellina, il parroco sostenne poi di essere stato interrogato quel giorno dall’ufficiale comandante delle SS di Tauriano di Spilimbergo.
Tra le unità tedesche è certa la presenza di uno dei reparti della Luftwaffe: il LW.Ausb.-u.-Ers.Kp.z.b.V. 3, cfr.: BA-MA, Msg 175/169.
25 AA. VV., Lotta Partigiana, Maniago, 1946, p. 17.
26 AORF, Cartella V, fasc. 34, Barcis cit.
27 Sull’operazione cfr.: M. Candotti, La lotta partigiana in Valcellina cit., p. 58-60; La resistenza in Valcellina cit., pp. 167-170.
28 AORF, Cartella V, fasc. 34, Barcis cit.
29 La resistenza in Valcellina cit., p. 175.
30 AA. VV., Lotta partigiana cit., p. 17. I due civili erano: Giuseppe De Luca, 8.7.1887, e Angelo Malattia, 25.5.1895. I due corpi furono ritrovati in un sottoportico di Barcis, in via Dante Alighieri nr. 60.
31 BA, R 70 Italien/29, foglio 38; BA-MA, Msg 175/169. Non si sa di preciso che ruolo abbiano ricoperto queste due unità durante l’occupazione; dalle ricerche effettuate dallo storico Di Giusto, il LW.Jäger-Btl.z.b.V. 7 ebbe delle perdite presso Barcis tra il 7 e il 9 settembre del 1944: cfr.: S. Di Giusto, Operationszone Adriatisches Küstenland cit., p. 523.
32 AORF, Cartella V, fasc. 34, Barcis cit.
33 Ibidem.
Giorgio Liuzzi, La politica di repressione tedesca nel Litorale Adriatico (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, 2004
https://collasgarba.wordpress.com/2024/09/27/il-26-giugno-1944-avvenne-il-primo-rastrellamento-ad-opera-di-soldati-tedeschi-provenienti-da-pordenone/
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