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  1. Virginia Tonelli, partigiana friulana, martire della Resistenza, medaglia d’oro alla memoria

    La prima biografia riguardante la lotta partigiana nella Destra Tagliamento è un’opera di Mario Lizzero, uno dei più importanti dirigenti politici della sinistra friulana, che fu commissario di tutte le formazioni partigiane garibaldine del Friuli, dedicata alla figura di Virginia Tonelli “Luisa” <172. Questo testo narra la vita di Virginia Tonelli dalla nascita fino alla morte nella risiera di S. Sabba, campo di sterminio nazista, situato a Trieste.
    Virginia Tonelli, nata a Castelnuovo nel 1903, dopo l’adolescenza trascorsa nel paese nativo, si trasferisce per lavoro a Venezia, dove svolge la professione d’infermiera in un ospedale per bambini handicappati. Nel 1933 emigra in Francia, dove rimane fino al 1943; dal ritorno in Italia entra nella Resistenza organizzando i Gruppi di Difesa della Donna, gruppi di donne che supportano i partigiani, con mansioni sanitarie e di propaganda, oltre a curare i collegamenti fra i vari reparti partigiani. “Luisa” è attiva nella lotta di liberazione, fino al suo arresto, a Trieste nel settembre 1944; dopo la carcerazione nel carcere triestino fu trasferita alla risiera di S. Sabba dove fu uccisa il 29 settembre 1944.
    Il racconto della vita di Virginia Tonelli comincia dalla descrizione della sua famiglia e della situazione economica della stessa. L’autore afferma che dopo lo scoppio della prima guerra mondiale in Friuli era quasi impossibile trovare cibo e quindi la famiglia Tonelli dovette affrontare lunghi viaggi per il proprio sostentamento; secondo Lizzero le fatiche dell’infanzia lasciarono tracce, sia nel fisico sia nella formazione morale di “Luisa” <173. L’autore descrive, in uno dei primi capitoli del testo, l’antifascismo a Castelnuovo e nella zona dello spilimberghese, citando gli antifascisti condannati dal tribunale speciale. Questa parte del testo è utile per capire l’ambiente in cui è cresciuta Virginia Tonelli e l’influenza che ebbe nella sua scelta resistenziale <174. Mario Lizzero ricostruisce attentamente gli anni in cui “Luisa” visse in Francia, descrivendolo come un periodo di difficoltà economiche e di intensa attività politica <175. La fonte principale usata dall’autore per raccontare il periodo trascorso da Virginia Tonelli in Francia è un volume scritto da G. Pajetta sull’emigrazione antifascista in Francia, “Douce France”, nel quale sono citati molti esponenti del PCI che entrarono in contatto con “Luisa”. Nel testo per chiarire ulteriormente il ruolo svolto da Virginia Tonelli in Francia è riportata una testimonianza di Ange Onesti, membro dello stato maggiore dei Franc Tireurs Partisans, organizzazione attiva in Francia in azioni di sabotaggio e guerriglia, che la conobbe a Tolone, il quale afferma che essa svolse attività molteplici nella regione in cui abitava: partecipava al trasporto delle armi e munizioni usate dalla Resistenza francese e inoltre partecipava all’attività politica delle donne e dirigeva l’opera di solidarietà verso i compagni incarcerati. <176
    Nella seconda parte del testo è raccontato il periodo in cui Virginia Tonelli operò nella Resistenza italiana, dal suo rientro in Italia nel maggio 1943 fino all’arresto nel settembre 1944; l’autore descrive la sua attività di staffetta fra il comando garibaldino del monte Ciaurlec, nelle Prealpi della Destra Tagliamento, e la federazione friulana del PCI e all’interno dei Gruppi di Difesa della Donna e inoltre riporta ricordi di partigiane che la conobbero, le quali testimoniano il suo impegno e le sue qualità <177. Nell’ultima parte del testo Mario Lizzero parla della Risiera di S. Sabba, luogo in cui morì “Luisa”, spiegando le motivazioni che portarono alla creazione di un campo di sterminio a Trieste e facendo una stima delle persone che vi furono uccise <178. In appendice al testo sono riportate le motivazioni che portarono alla concessione della medaglia d’oro alla memoria a Virginia Tonelli e i versi del poeta Tito Maniacco presenti sulla sua lapide <179.
    Dedicato alla figura di “Luisa” è anche un volume scritto nel 2000 da Ines Domenicali, ricercatrice dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di liberazione, nel quale la storia di Virginia Tonelli, come affermato dall’autrice, è inserita nel contesto più ampio della partecipazione femminile al movimento resistenziale friulano <180; nella presentazione del testo, l’allora assessore alla cultura del comune di Pordenone, Luigi Gandi, afferma che quest’opera vuole essere un riconoscimento alle donne che con le loro azioni contribuirono alla conquista di diritti e valori che hanno fondato la Repubblica Italiana <181. Nilde Jotti, nella prefazione, oltre a parlare delle particolari difficoltà che vi furono nella Resistenza friulana, dovute all’annessione del Friuli al Reich, si sofferma sull’importanza dell’apporto delle donne nella Resistenza: inoltre afferma che la lotta di liberazione fu un movimento di popolo che unì ceti e classi prima di allora divisi, facendo in modo che uomini e donne di idee diverse si confrontassero <182. L’autrice, nel primo capitolo, racconta gli anni trascorsi da Virginia Tonelli a Castelnuovo, descrivendo la situazione sociale nel paese dopo la nascita del fascismo e lo svilupparsi del movimento antifascista e inoltre vi è un quadro più generale della situazione nella Destra Tagliamento e sono analizzati alcuni episodi di resistenza al fascismo nel pordenonese <183. Nel testo è descritto il periodo passato da Luisa in Francia, analizzando la sua attività nella Resistenza francese, e si accenna alla situazione politica in Francia dopo l’occupazione di parte del paese a opera dell’esercito tedesco <184. La parte più dettagliata del testo riguarda il periodo che va dal rientro in Italia di Virginia Tonelli, alla fine del 1942, fino al suo arresto nel settembre 1944. L’autrice descrive l’evolversi della situazione nella lotta di liberazione nella Destra Tagliamento e al contempo analizza l’opera compiuta da Virginia Tonelli nel curare i collegamenti fra i reparti partigiani e nel coordinare le donne necessarie come apporto al movimento partigiano. <185
    Nel capitolo finale del testo, l’autrice parla degli ultimi giorni della vita di “Luisa”, raccontando come fu arrestata e successivamente uccisa nel campo di sterminio della Risiera di S. Sabba; l’autrice afferma che Virginia Tonelli fu determinata nel percorrere una scelta di vita maturata da ragazza <186. In appendice sono riportati documenti riguardanti l’attività di Virginia Tonelli e un elenco di donne, della provincia di Udine e dell’odierna provincia di Pordenone, cadute durante la lotta partigiana <187.
    [NOTE]
    172 MARIO LIZZERO, Virginia Tonelli “Luisa”. Partigiana, a cura del comitato regionale dell’A.N.P.I. del Friuli Venezia Giulia, Tricesimo, 1972.
    173 Ivi, pp. 8-9
    174 Ivi, p. 13-17
    175 Ivi, pp. 18-23
    176 Ivi, pp. 23
    177 Ivi, pp. 25- 39
    178 I) vi, pp. 44-49
    179 Ivi, p. 55
    180 INES DOMENICALI, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Il Poligrafo, Padova, 2000
    181 Ivi, p. 7
    182 Ivi, pp. 9-10
    183 Ivi, pp.25-42
    184 Ivi, pp. 36-42
    185 Ivi, p. 65
    186 Ivi, pp. 91-95
    187 Ivi, p. 91-95
    Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

    Se Natalia Beltrame in Italia rimane staccata dall’organizzazione, Virginia Tonelli, di Castelnuovo del Friuli, passa per l’esperienza dell’emigrazione in Francia, dove entra nell’apparato del Pcd’i e partecipa alla resistenza francese. Rientrata in Italia nel 1942 per incarico del partito, è una delle organizzatrici della Resistenza friulana, con Regina Franceschino. Arrestata nell’estate 1944 durante una missione a Trieste, scompare nel lager nazista della Risiera di San Sabba <218.
    [NOTA]
    218 LIZZERO, Mario, Virginia Tonelli “Luisa” partigiana, Tricesimo, Comitato Regionale Anpi Friuli-Venezia Giulia, 1972; DOMENICALI, Ines, “Oscura parlò, convinse, lottò”. Virginia Tonelli medaglia d’oro della Resistenza friulana, Padova, Il Poligrafo, 2000. Sulla funzione dirigente di Tonelli e Franceschino nella Resistenza, cfr. la testimonianza di Rosina Cantoni in: TESSITORI, Luigi, I ricordi di Giulia, cit.
    Gian Luigi Bettoli, Novecento friulano antagonista. Genesi e sviluppo di un movimento operaio di frontiera: dal primo al secondo dopoguerra, Friuli Occidentale. La storia, le storie, Pordenone, 2006

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  2. Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago

    Nel 1997 è pubblicato un volume di Bruno Steffè, avente lo scopo di dare una visione complessiva degli eventi bellici nel territorio della provincia di Pordenone <88. Questo lavoro riguarda la lotta partigiana nella zona montana delle Prealpi Carniche, nelle vallate dell’Arzino, del Meduna, del Cellina, e nella pianura, tra i fiumi Tagliamento e Livenza. L’autore ha usato documenti originali, riportandone i tratti essenziali, scegliendoli tra le posizioni più diverse. In questo volume si afferma che in alcune opere sulla Resistenza, furono usate, per parzialità ideologiche, certe forzature nelle descrizioni degli eventi; Steffè afferma che è una forzatura definire la guerra di liberazione guerra di popolo perché è stata combattuta da una minoranza della popolazione, anche se formata essenzialmente dal ceto popolare. Nella prima parte dell’opera l’autore parla del periodo dall’8 settembre 1943 all’inizio della guerra partigiana; descrive l’inizio dell’attività osovana e garibaldina. <89 Per quanto riguarda gli osovani descrive molto accuratamente le varie componenti: i militari, il clero e i partiti d’ispirazione cattolica; Steffè afferma che l’opera del clero fu molto importante nella conduzione della Osoppo e che alcuni sacerdoti delinearono la necessità politica della lotta armata contro i tedeschi <90. L’attività garibaldina è fatta risalire dall’autore all’attività antifascista, documentata sin dall’inizio del fascismo <91. Nel testo sono riportati i diari delle formazioni partigiane, nei quali sono annotati, giorno per giorno, i principali eventi militari; i diari fanno capire il grande lavoro svolto dai partigiani e la sua importanza per la lotta contro il nazifascismo. L’autore analizza, oltre ai problemi militari, i problemi organizzativi: la sicurezza nella clandestinità, la propaganda e i collegamenti fra i vari reparti e l’approvvigionamento; queste descrizioni danno un’idea della varietà di problematiche che i partigiani dovevano affrontare <92. Una parte molto interessante del testo è quella in cui si parla dell’influenza degli eventi bellici degli alleati, perché spiega lo stretto rapporto che c’era fra l’avanzata dell’esercito alleato e l’evolversi della situazione partigiana. Nell’ultima parte del testo l’autore descrive le azioni svolte dai reparti garibaldini e osovani di pianura nell’ultimo periodo della guerra di liberazione. Steffè riporta i diari operativi delle brigate garibaldine di pianura inserite nella divisione “Mario Modotti Destra Tagliamento”, premettendo che i diari furono redatti a guerra conclusa basandosi sul ricordo dei partigiani e quindi contengono imprecisioni, e una relazione del maggio 1945 redatta da “Leonida” per quanto riguarda l’attività osovana. Queste fonti fanno capire la capillarità dell’azione partigiana e anche quanto fu alto il numero dei caduti fino agli ultimi giorni della Resistenza <93. Questo testo dà un quadro complessivo della situazione nella Destra Tagliamento fino alla Liberazione e spiega i principali eventi in modo dettagliato senza prendere una posizione di parte.
    Nel 2000 è pubblicato un saggio di Pier Paolo Brescancin, direttore scientifico dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Vittoriese, che si occupa del movimento partigiano nel pordenonese dalla nascita fino alla liberazione <94. Brescancin suddivide i gruppi di resistenti in due categorie, quelli nati spontaneamente per iniziativa di giovani ufficiali subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e quelli nati per iniziativa di formazioni politiche, fra le quali l’autore definisce il partito comunista il più attivo. Fra i gruppi spontanei sono citati quello nato per iniziativa di Pietro Maset, già ufficiale degli alpini, che operava fra Sacile e la Valcellina, quello di Mario Dal Fabbro, già sottotenente della caserma Slataper di Sacile, operante fra Cordignano e Caneva e quello di Piero Biasin che aiutò a fuggire molti militari della caserma Slataper e della caserma Fiore di Pordenone; inoltre l’autore ricorda le figure del maggiore Attilio Beltrame “Martini” che organizzò le formazioni Osoppo di Pianura, il capitano Franco Martelli “Ferrini”, che sarà capo di stato maggiore della brigata unificata “Ippolito Nievo B” e il generale Costantino Cavarzerani che organizzò gruppi di Resistenza a Stevenà di Caneva <95. Fra i gruppi nati per iniziativa di forze politiche, l’autore cita la formazione Ferdiani, attiva in Val Mesazzo e i battaglioni Pisacane e Garibaldi che si trovavano nel monte Ciaurlec, nati nel gennaio 1944 e i distaccamenti Bixio, Mazzini 2°, Gramsci e Buzzi, nati, per iniziativa di Mario Modotti “Tribuno” e di Giulio Contin “Riccardo”, nel febbraio-marzo dello stesso anno <96, espressione del partito comunista e le formazioni Osoppo nate da un’operazione congiunta del Partito d’Azione e della Democrazia Cristiana che assorbirono le formazioni spontanee di ex ufficiali. <97 Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago e le caserme della guardia di finanza di Malnisio e Montereale Valcellina, avvenuti nel giugno del 1944; queste azioni, secondo Brescancin, fanno capire che il movimento partigiano è in crescita e vuole sottrarre ai nazifascisti il controllo del territorio. <98 L’autore spiega le relazioni fra l’evolversi della situazione a livello nazionale e locale, spiegando come l’andamento bellico degli alleati abbia influito sulla creazione delle zone libere, sui grandi rastrellamenti di fine estate 1944 e sulla Liberazione <99, riuscendo così a dare un quadro d’insieme più chiaro degli eventi principali.
    Nel 2002, è pubblicato un volume di Renzo Biondo, nel quale, l’autore si pone l’obbiettivo di raccontare la vita quotidiana dei partigiani, la nascita delle formazioni e le motivazioni che hanno spinto i giovani accorsi sulle montagne. <100 Renzo Biondo col contributo di vecchi protagonisti ha raccontato vicende che altrimenti sarebbero andate dimenticate. Nella premessa l’autore mette in relazione il cambiamento del clima politico con la percezione degli avvenimenti passati; afferma che storici revisionisti smantellano i fondamentali sulla genesi della democrazia in Italia, rivalutando chi combatté per la repubblica di Salò. Renzo Biondo prende una posizione chiara affermando che la Resistenza fu una scelta di civiltà, fra libertà e servitù, fra nazismo e democrazia, fra campi di sterminio e parità di tutti i cittadini. <101 Nel testo c’è un capitolo in cui vengono descritti i luoghi dove operarono la brigata Osoppo e la Garibaldi Friuli; soprattutto è descritta la zona occidentale della Zona libera delle Prealpi Carniche, dove operò la V^ brigata “Osoppo” che insieme a battaglioni garibaldini diede vita alla Brigata mista “Ippolito Nievo”; questa descrizione aiuta a capire l’importanza ai fini bellici della zona, in quanto si trovava in una posizione strategica e per questo motivo i tedeschi si impegnarono per liberarla dalla presenza partigiana. Per Biondo, le tesi revisioniste secondo cui l’apporto partigiano alla vittoria alleata della guerra fu esiguo, sono smontate dal fatto che i tedeschi inviarono delle nuove divisioni modernamente equipaggiate nelle zone dove si trovavano i presidi partigiani; inoltre
    il proclama di Kesserling, comandante in capo delle forze tedesche in Italia, che dà ordini su come comportarsi contro le bande armate, fa capire che i partigiani erano temuti dagli avversari. <102 Biondo esprime un giudizio sulla Xmas, reparto collaborazionista, affermando che giustificarli in confronto ad altri reparti repubblichini è un falso storico, in quanto hanno compiuto efferati episodi di violenza e omicidi di massa. <103 La Xmas voleva creare un solco fra garibaldini e osovani in quanto questi ultimi non volevano l’invasione degli jugoslavi, ma l’antifascismo, comune alle due formazioni partigiane, era più forte di ciò che poteva dividerle. <104 E’ spiegato dall’autore che i tedeschi nella zona denominata “Litorale Adriatico”, che controllavano direttamente, non amavano la presenza di reparti fascisti e per avvalorare questa sua affermazione afferma che i tedeschi preferirono, per occupare la Carnia, inviare i cosacchi. <105 Biondo afferma che gli autori che hanno scritto prima di lui sulla brigata mista “Ippolito Nievo” non chiariscono come sia nata e come fu possibile che in Valcellina sia riuscita quell’integrazione che altrove non fu possibile, e afferma che il merito è stato dei tre capi, Maso, Tribuno e Riccardo, che sono riusciti a mantenere la brigata mista grazie al loro prestigio e alla loro esperienza. <106 Nella seconda e terza parte del testo ci sono testimonianze che raccontano le motivazioni che spinsero i giovani alla lotta e ricordi di partigiani sulle loro esperienze nella Resistenza; molto interessante e la testimonianza di Giuseppe Torresin, che racconta com’era vista la resistenza dai giovani di Grizzo [Frazione del comune di Montereale Valcellina (PN)] e il loro apporto alla guerra di liberazione all’interno della V^ brigata Osoppo. <107 Questo volume da un quadro completo del periodo della Resistenza
    analizzando i fatti e descrivendo i principali protagonisti.
    [NOTE]
    88 Bruno Steffè, La guerra di Liberazione nel territorio della provincia di Pordenone 1943- 1945, Edizioni ETS, Pisa, 1997, p. 10
    89 Ivi, pp. 19- 46
    90 Ivi, pp. 19- 31
    91 Ivi, pp. 33- 35
    92 Ivi, pp. 89- 103
    93 Ivi, pp. 209- 262
    94 Pier Paolo Brescancin, Le formazioni partigiane nel pordenonese in Il pordenonese dalla resistenza alla repubblica, Istituto Provinciale di storia del Movimento di liberazione e dell’Età Contemporanea, Pordenone, 2000
    95 Ivi, p. 75
    96 Ivi, p. 76
    97 Ivi p. 76
    98 Ivi, p. 78
    99 Ivi, pp.80- 91
    100 Renzo Biondo, Il verde, il rosso, il bianco. La V^ brigata Osoppo e la brigata osovano-garibaldina “Ippolito Nievo”, CLEUP, Padova, 2002, p. 13.
    101 Ivi, p. 19.
    102 Ivi, p. 59.
    103 Ivi, p. 61
    104 Ivi, p. 62
    105 Ivi, p. 65
    106 Ivi, p. 78
    107 Ivi, pp. 157-196.
    Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

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  3. Nel 1985, all’interno di un volume sulla Resistenza nel pordenonese, è stato pubblicato un saggio di Vannes Chiandotto che si occupa del ruolo svolto dai partiti politici, dal settembre 1943 alla liberazione <74.
    Nella prima parte del testo, Vannes Chiandotto analizza la situazione politica nazionale e parla della nascita del C.L.N. (comitato di liberazione nazionale); quest’organismo, nato dopo l’annuncio dell’armistizio, aveva il compito di dirigere e coordinare la lotta di liberazione delle formazioni partigiane nei territori da loro occupati <75.
    La situazione nel pordenonese è analizzata a partire dall’8 settembre; l’autore afferma che nei primi giorni di settembre del 1943 la presenza tedesca nel territorio non era ancora consolidata e questo ha permesso la riuscita di azioni contro i treni che dovevano portare i soldati italiani nei campi di concentramento <76.
    L’autore descrive i compiti del C.L.N. e i problemi che dovette affrontare sia di ordine civile che militare e inoltre cita coloro che lo componevano <77.
    Nell’ultima parte del testo sono descritte le trattative fra il comando tedesco e il C.L.N. che portarono alla liberazione di Pordenone e inoltre sono analizzati i problemi della prima giunta comunale postbellica, che dovette affrontare molte difficoltà soprattutto legate alla disoccupazione, dovuta al ritorno dei militari. <78
    Nel 1995 viene pubblicato un volume, scritto da Arturo Zambon, nel quale l’autore descrive un periodo della sua vita che va dall’8 settembre 1943 alla liberazione; Zambon, con il suo racconto, vuole fare chiarezza su avvenimenti che si svolsero in Valcolvera e Valcellina, di cui fu protagonista. Degli argomenti trattati in questo testo si sono occupate molte ricostruzioni storiche, prima fra tutte quella di Mario Candotti, ma queste, secondo l’autore, si sono basate su fonti che a volte si sono rivelate generiche <79.
    Il racconto comincia dall’8 settembre, quando Zambon era militare a Bressanone; dopo l’armistizio fu imprigionato e fuggì per non essere deportato in Germania <80. Questa parte del testo fa capire il dramma dei militari italiani che, da un giorno all’altro, si sono trovati nemici degli ex alleati tedeschi. Zambon parla del suo lavoro alla Todt, una volta ritornato a casa, e spiega che i tedeschi istituirono questi campi di lavoro per evitare la tensione sociale <81; inoltre racconta di come approfittò del suo ruolo nella Todt per portare in montagna ogni cosa utile alla causa partigiana <82. Questa parte è molto importante perché fa capire che, nell’attività partigiana, c’erano una serie di difficoltà non solo di tipo militare ma anche organizzativo.
    In questo libro è spiegato molto chiaramente cosa spinse molte persone ad entrare nella Resistenza: l’occupazione del territorio italiano, la privazione delle libertà più elementari e le privazioni dovute alla guerra <83.
    Un capitolo di questo volume è dedicato all’unificazione delle brigate osovana e garibaldina avvenuta in Valcellina ed è affermato che su questo argomento si è molto parlato, anche a sproposito; l’autore ritiene di poter portare una valida testimonianza in quanto protagonista dei fatti e per aver operato, all’interno del comando, con autorevoli esponenti del movimento partigiano <84; Zambon cita il saggio di Mario Candotti, apparso nel numero 10 di Storia Contemporanea in Friuli, per obiettare ad alcune affermazioni. Candotti scrive che la brigata unificata è nata per iniziativa di elementi partigiani di formazione G.A.P. e dei quadri politici del C.L.N. di pianura e che per la fine del comando unificato fu determinante il grande rastrellamento nemico effettuato congiuntamente da reparti tedeschi, repubblichini e della Decima Mas. In questo testo invece si afferma che l’unificazione avvenne grazie alle brigate, garibaldina e osovana, che si unirono per dar vita alla brigata unificata e che la fine della stessa fu dovuta alla mancanza di vettovagliamento, armi, munizioni. Zambon, assicura che ci fu un’iniziale diffidenza fra osovani e garibaldini per le diverse idee politiche, ma questa fu superata subito quando subentrò amicizia e fiducia tra i partigiani. Inoltre, afferma che l’unificazione fu necessaria perché i vari distaccamenti coprivano una zona molto ampia e se non erano coordinati potevano compiere errori di tattica militare e non essere efficaci nell’affrontare gli attacchi nemici <85. L’autore afferma anche che la guerra partigiana doveva essere condotta da reparti con poco organico, per favorire l’effetto sorpresa negli attacchi, al contrario nella lotta partigiana si sono creati reparti sempre più grandi i quali, secondo Zambon, occuparono zone troppo vaste impossibili da mantenere libere <86.
    Un altro tema affrontato in questo libro è la giustizia partigiana; l’autore afferma che le formazioni partigiane hanno eseguito, in certe situazioni, arresti e punizioni esemplari, non sempre giustificati, portando a situazioni d’attrito con la popolazione e per questo era stato istituito dalla brigata unificata “Ippolito Nievo A” un tribunale che doveva esaminare i casi di prigionieri tedeschi o repubblichini e di persone compromesse col fascismo per evitare i soprusi <87.
    Questo testo è una fonte importante per la storia della Resistenza nella Destra Tagliamento, in quanto scritto da un importante esponente osovano, che ha vissuto in prima persona alcuni degli avvenimenti più importanti della lotta di liberazione.
    [NOTE]
    74 Vannes Chiandotto, IL C.L.N. e i partiti politici nella Resistenza del pordenonese in Antifascismo e Resistenza nel Friuli occidentale, edizioni della provincia di Pordenone, Pordenone, 1985
    75 Ivi, pp. 119-122
    76 Ivi, p. 122
    77 Ivi, pp. 124-129
    78 Ivi, pp. 130-133
    79 Arturo Zambon, Valcellina e Valcolvera 1944-1945, Uomini e Luoghi, Arti grafiche friulane, Tavagnacco, 1995, pp. 17
    80 Ivi, pp. 7-17
    81 Ivi, p. 19
    82 Ivi, pp. 27-34
    83 Ivi, p. 27
    84 Ivi, p. 36
    85 Ivi, p. 37
    Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

    Le due zone libere che interessano maggiormente questo lavoro di ricerca sono quelle che si costituirono all’inizio dell’estate del 1944 in territorio Friulano, sino ad allora escluso dalle grandi operazioni di rastrellamento e alle conseguenti violenze sui civili. La zona libera della Carnia comprendeva l’intero territorio carnico e le quattro valli della montagna pordenonese, la Val Cellina, la Val Medusa, la Val Tramontina e la Val d’Arzino.
    […] La risposta delle forze di occupazione tedesche al contrattacco partigiano si concretizza in un inasprimento delle persecuzioni e delle rappresaglie allo scopo di reclutare personale (anche con la forza), di mantenere libere le retrovie, e nel tentativo di garantirsi in particolare il controllo della regione di collegamento con i Balcani e dove il pericolo di sbarco alleato cresce sempre di più.
    […] Nella primavera-estate del 1944 il movimento partigiano in Carnia e nelle valli del pordenonese aveva raggiunto una notevole consistenza, raggiungendo complessivamente il numero di 9 Brigate (18 battaglioni della Garibaldi e 13 della Osoppo) per un totale di circa 6.000 uomini. Obiettivo principale doveva essere quello di liberare una vasta zona carnica ai confini con la provincia di Belluno a est e con l’Austria a nord, allo scopo di isolare da quella parte le forze tedesche del Litorale, tagliando loro le comunicazioni Villa Santina – passo Mauria – Comelico e Tolmezzo – Timau – Monte Croce Carnico, ovvero i due valichi di nord-ovest <16. I continui attacchi ai presidi e ai reparti nemici da parte dei partigiani avevano costretto i tedeschi, non senza molte sofferenze per la popolazione, a rinchiudersi nei grossi centri della pedemontana e a Tolmezzo. Molti dei Comuni della «zona libera» sono ricordati proprio per la dura sorte che subirono durante questa lotta: da Forni di Sotto a Bordano, sino a Barcis. Nomi tristemente famosi per violenze ed incendi indiscriminati, da parte dei tedeschi nel tentativo di arginare l’avanzata delle formazioni partigiane.
    […] Barcis fu sicuramente uno dei centri più colpiti dalla furia nazista durante l’occupazione; il paese della Valcellina, abitato da poco più di 1.000 abitanti, subì ben sei rastrellamenti da parte delle forze di occupazione, prima della sua totale distruzione <20. Strategicamente la Valcellina assieme alla Valle del Vajont rappresentavano una importante via di comunicazione tra il Veneto (la vallata del Piave) e la pianura friulana. Le valli circondate dalle alte catene dei monti, isolate dalle zone circostanti, erano percorse da una unica strada, la statale 251, Portogruaro-Pordenone-Maniago-Longarone. Barcis, che si trovava proprio lungo questa arteria principale in una ampia conca, nell’estate del 1944 costituì una specie di «distretto militare» partigiano, una sorta di centro di raccolta e coordinamento per la vallata. Il territorio infatti divenne sede di gruppi partigiani già nel novembre del 1943, ma sino al 1944 non si riuscì ad organizzare una vera e propria resistenza contro le truppe di occupazione. I tedeschi consci dell’importanza strategica della zona colpirono la valle con ripetute azioni di rastrellamento e a volte con azioni terroristiche, come nel caso di Barcis.
    Il 26 giugno 1944 avvenne il primo rastrellamento ad opera di soldati tedeschi provenienti da Pordenone <21. Durante l’operazione ci furono numerosi arresti e 5 di questi prigionieri furono poi deportati in Germania. Sempre in quella occasione, racconta il parroco, «Il colonnello Slybens <22, comandante la piazza di Pordenone, minacciò il parroco, concludendo che per ogni eventuale incidente tra patrioti e tedeschi, la responsabilità sarebbe caduta su di lui» <23. Il 29 luglio 1944 avviene il secondo rastrellamento, questa volta, secondo le testimonianze, ad opera delle sole SS. Il terzo rastrellamento fu molto più terribile dei due precedenti: «Il giorno 10 agosto 1944 in paese i partigiani sono all’opera», quando un carro armato tedesco in perlustrazione scivola in un fossato. I partigiani sparano sul carro e uccidono l’equipaggio sopravvissuto all’impatto. Quel giorno i tedeschi persero un carro e ben 5 uomini. Il fatto mise in allarme le forze partigiane della zona. Si temeva infatti una rappresaglia da parte delle forze tedesche. Il servizio informazioni del CLN di Maniago metteva tutti in guardia e fu così che vennero rinforzati tutti i reparti all’imboccatura della conca di Barcis. La puntata offensiva dei tedeschi non si fece attendere, l’11 agosto forze tedesche e repubblichine <24, valutate attorno ai 300-400 uomini, aggirò le postazioni partigiane e si riversarono sulla conca di Barcis. I tedeschi trovarono il paese completamente abbandonato dalla popolazione, che temendo rappresaglie era fuggita sulle montagne circostanti. Dopo essersi dati al saccheggio gli occupanti diedero alle fiamme 25 abitazioni <25. «Il parroco fu costretto a seguire il comandante nella rappresaglia. Davanti ai suoi occhi vide ardere ben 25 case. A colpi di cannone furono fatte saltare le stalle della periferia del paese (unico rimedio per sopravvivere)» <26. Mentre le unità tedesche ripiegarono, furono nuovamente attaccate e subirono altre perdite.
    Un mese dopo, l’11 settembre si svolse il quarto rastrellamento, «il più feroce ed implacabile», dalle parole del parroco. L’attacco tedesco faceva parte marginalmente di una più vasta operazione (dall’8 al 15 settembre) tendente a scardinare ed eliminare la zona partigiana che si era insediata nel bosco del Cansiglio, occupata da alcuni mesi dalla Divisione Garibaldi «Nino Nannetti». Il 9 settembre le truppe tedesche e unità italiane penetrarono nella Valcellina per impedire una eventuale fuga in questa zona dei partigiani attaccati presso il Cansiglio <27. La colonna tedesca avanzò lungo la statale 251, quando arrivata quasi all’ultima galleria prima della conca di Barcis, fu improvvisamente battuta dal fuoco partigiano. I soldati costretti a ritirarsi si rifugiarono dentro una delle gallerie (la galleria della «Pina») della strada lasciando dietro di sé molti morti. Accerchiati dalla bande partigiane, furono bloccati nella galleria per circa due giorni, sino all’arrivo dei rinforzi. L’11 settembre i partigiani per non rischiare di essere a loro volta accerchiati dovettero sganciarsi e lasciare la via libera alle truppe tedesche «inferocite»: “Per il paese di Barcis la sorte era ormai decisa. La popolazione, presa dal panico e dalla paura abbandonò nella totalità il paese. Vecchi, giovani, uomini e donne si allontanarono come al solito, ma con maggiore cautela. […] Il parroco venne avvertito da alcune donne che era intenzione del comandante tedesco di ucciderlo, poiché lui era l’unico responsabile. Fuggì per 20 giorni sui monti”. <28 Intanto l’ira nemica si sfogò sul paese deserto, incendiandolo. «Fu un rogo spaventoso: 180 case e 100 stalle furono divorate dalle fiamme, lasciando l’intera popolazione senza alcun riparo» <29. Quel giorno morirono due civili, sorpresi all’imboccatura della Val di Varma e ritenuti partigiani perché stavano scappando, vennero portati a Barcis, trucidati e poi buttati nelle fiamme <30. Il giorno seguente la rappresaglia veniva completata con l’incendio delle borgate periferiche di Barcis, tra cui Molassa. È certa la partecipazione a questa operazione solo del LW.Sich.Rgt. “Italien” e del LW.Jäger-Btl.z.b.V. 731.
    Il 10 ottobre 1944 ci fu il 5° rastrellamento con nuove rappresaglie, dove i partigiani ebbero la peggio e furono costretti ad allontanarsi per molto tempo dalla zona. Si tratta delle operazioni tedesche legate alla distruzione della «zona libera della Carnia». “Si giunse al 27 novembre 1944. L’inverno proibiva ogni velleità. Si trattava di morire tra i monti o tra i ruderi del nostro paese. Fu preferita la seconda scelta. In questo giorno iniziò il 6° rastrellamento. Il parroco radunò i più ardimentosi e si portò incontro al nemico assieme ad un forte gruppo di parrocchiani. Si presentò ad uno dei comandanti. Pregò e scongiurò. Fu duramente trattato e insultato. Ma alla fine si ebbe pietà: la situazione cominciò a migliorare”. <32
    L’inverno passò finalmente tranquillo sino a giungere alla liberazione. Alla fine il parroco contò i danni di guerra: “I danni causati dalle forze armate tedesche furono ingenti: quasi tutti gli edifici del paese distrutti compresi quelli pubblici. Furono distrutte case 186, stalle 120, case danneggiate 7. Morirono in parrocchia durante i rastrellamenti ed incendi 4, feriti 22, deportati 2, imprigionati 10. Vennero fucilati 3 persone. La chiesa i tedeschi tentarono di incendiarla, ma non riuscendovi entrarono e distrussero ogni cosa”. <33
    [NOTE]
    16 G. Santanera, Il quarantaquattro a Forni, Udine, 1965, p. 17.
    20 Sulle vicende di Barcis cfr.: AORF, P1, 3 Barcis; A. Colonnello (a cura di), 1944 Dies Irae. Valcellina. L’incendio nazista di Barcis, Comune di Barcis, 2003; M. Candotti, La lotta partigiana in Valcellina, in «Storia Contemporanea in Friuli», nr. 10, IFSML-UD, 1979, pp. 34-50; La resistenza in Valcellina, in «Il Movimento di Liberazione in Friuli», nr. 1, IFSML-UD, 1971, 158-180; AA. VV., Lotta Partigiana, Maniago, 1946; G. Colonnello, Guerra di Liberazione cit., pp. 171-176.
    21 Altre fonti parlano del giorno 3 giugno, cfr.: A. Colonnello, Guerra di Liberazione cit., p. 172.
    22 In realtà si tratta del Major Schliben Platzkommandant di Pordenone che dall’estate del 1944 fu anche responsabile del distretto aereoportuale di tutto l’OZAK, doveva quindi controllare tutta l’organizzazione terrestre e dei servizi di supporto della Lufwaffe nel territorio.
    23 AORF, Cartella V, fasc. 34, Risposte di Parroci e Curati della Diocesi di Concordia (PN) a questionario loro spedito il 12 maggio 1945 sulle attività, le molestie e i danni subiti dalle parrocchie nel periodo della guerra. Comune di Barcis, scritto da Par. Sac. Giovanni Battista Marin, 18 agosto 1945.
    24 Non si è riusciti con precisione a sapere quali unità parteciparono all’incursione in Valcellina; alcune fonti parlano di unità provenienti da Maniaco e Montereale Valcellina, il parroco sostenne poi di essere stato interrogato quel giorno dall’ufficiale comandante delle SS di Tauriano di Spilimbergo.
    Tra le unità tedesche è certa la presenza di uno dei reparti della Luftwaffe: il LW.Ausb.-u.-Ers.Kp.z.b.V. 3, cfr.: BA-MA, Msg 175/169.
    25 AA. VV., Lotta Partigiana, Maniago, 1946, p. 17.
    26 AORF, Cartella V, fasc. 34, Barcis cit.
    27 Sull’operazione cfr.: M. Candotti, La lotta partigiana in Valcellina cit., p. 58-60; La resistenza in Valcellina cit., pp. 167-170.
    28 AORF, Cartella V, fasc. 34, Barcis cit.
    29 La resistenza in Valcellina cit., p. 175.
    30 AA. VV., Lotta partigiana cit., p. 17. I due civili erano: Giuseppe De Luca, 8.7.1887, e Angelo Malattia, 25.5.1895. I due corpi furono ritrovati in un sottoportico di Barcis, in via Dante Alighieri nr. 60.
    31 BA, R 70 Italien/29, foglio 38; BA-MA, Msg 175/169. Non si sa di preciso che ruolo abbiano ricoperto queste due unità durante l’occupazione; dalle ricerche effettuate dallo storico Di Giusto, il LW.Jäger-Btl.z.b.V. 7 ebbe delle perdite presso Barcis tra il 7 e il 9 settembre del 1944: cfr.: S. Di Giusto, Operationszone Adriatisches Küstenland cit., p. 523.
    32 AORF, Cartella V, fasc. 34, Barcis cit.
    33 Ibidem.
    Giorgio Liuzzi, La politica di repressione tedesca nel Litorale Adriatico (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, 2004

    https://collasgarba.wordpress.com/2024/09/27/il-26-giugno-1944-avvenne-il-primo-rastrellamento-ad-opera-di-soldati-tedeschi-provenienti-da-pordenone/

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  4. Barcis. Fonte: Wikipedia

    Sempre di Giampaolo Gallo è uno studio di carattere generale sulla Resistenza in Friuli pubblicato nel 1989 <64.
    Per G. Gallo la guerra di liberazione non è stata un fenomeno di élite, di una minoranza esigua, per lui è stata una guerra di popolo <65, in quanto fra coloro che hanno fatto parte della resistenza include chiunque abbia aiutato i partigiani fornendo loro vestiario, viveri, ricovero e gli abitanti di Barcis e Subit, paesi più volte incendiati dai tedeschi, che tuttavia non hanno mai negato un aiuto ai partigiani. L’autore ammette episodi di ostilità e insofferenza ma assicura che senza l’appoggio di gran parte dei cittadini non ci sarebbe stata la lotta armata. <66
    In questo testo è affermato che la nascita della Resistenza in Italia, unico caso in un paese fascista, è frutto di un processo storico lungo e complesso; sono analizzati dall’autore i presupposti della lotta armata fra i quali l’opposizione alla dittatura nei vent’anni precedenti il 1943, compiuta dai vari partiti antifascisti, e il malcontento delle masse popolari. <67
    Nel testo è affermato che la lotta armata non può nascere come movimento istintivo, ma che soltanto i partiti grazie alla loro organizzazione e a quadri addestrati riescono a portare la Resistenza fino allo scontro armato. <68
    Gallo afferma che il Movimento di Liberazione jugoslavo, iniziato dopo l’invasione italo-tedesca della penisola balcanica, ha costituito per gli antifascisti italiani e soprattutto per i comunisti, un punto di riferimento, uno stimolo morale e politico, un esempio operativo che fu raccolto dagli antifascisti friulani e tramite questi da tutta la Resistenza italiana. <69
    L’autore sostiene che per i comunisti, i socialisti e gli azionisti il passaggio dall’opposizione politica alla guerriglia fu naturale mentre per i cattolici comportò una totale revisione delle precedenti posizioni <70: i papi Ratti e Pacelli, l’episcopato e la maggioranza dei fedeli erano stati favorevoli al fascismo in chiave anticomunista ma dopo la legislazione razziale del regime e l’entrata in guerra dell’Italia i rapporti cambiarono.
    Questo testo ripercorre i fatti più importanti della lotta partigiana, dalla formazione dei primi gruppi alla liberazione, descrivendo le azioni militari e analizzando il ruolo svolto dai partiti nella creazione dei primi battaglioni e durante tutto il periodo della Resistenza.
    L’autore, parlando dell’espansione del movimento partigiano nell’estate 1944, descrive le zone in cui si svolsero le principali azioni ed elenca i battaglioni che vi operarono e i loro comandanti. <71
    Per quanto riguarda i rastrellamenti dell’autunno-inverno 1944-1945, Gallo descrive le principali battaglie per la difesa della zona libera raccontando le difficoltà che ebbero i partigiani, per l’inferiorità numerica e la scarsità di munizioni e le perdite che subirono. <72
    L’autore descrive l’operato del gruppo Brigate Destra Tagliamento, composto da garibaldini, che si formò a partire dal febbraio 1945, e delle forze osovane, che si riorganizzano a partire da marzo. Le forze garibaldine, a partire dal 26 aprile eliminarono i presidi tedeschi di Cordenons, S. Vito e Azzano mentre le forze osovane liberarono i comuni della Destra Tagliamento ai confini con la provincia di Venezia. Garibaldini e osovani il 29 aprile convergono su Pordenone occupandola il giorno successivo <73.
    Questo volume parla della Resistenza analizzando tutte le sue componenti dando così un quadro completo del fenomeno sia dal punto di vista militare che politico.
    [NOTE]
    64 Giampaolo Gallo, La Resistenza in Friuli 1943-1945, IFSML, Udine, 1989
    65 Ivi, p. 12
    66 Ivi, p. 12
    67 Ivi, p. 13
    68 Ivi, p. 13
    69 Ivi, p. 22
    70 Ivi, p. 47
    71 Ivi, pp.105-120
    72 Ivi, pp. 185-197
    73 Ivi, p. 237-243
    Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

    https://collasgarba.wordpress.com/2024/09/13/lesempio-jugoslavo-fu-raccolto-dagli-antifascisti-friulani/

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  5. Il castello Ceconi a Pielungo, Frazione del comune di Vito d’Asio (PN). Foto di Iaroslav Dubyk su Google

    Un testo molto importante per capire i rapporti fra le diverse componenti del movimento partigiano, è un saggio di Giampaolo Gallo, pubblicato nel 1977; questo saggio è un’analisi politica in cui si analizzano le differenze fra garibaldini e osovani e come si svilupparono i rapporti fra i partiti che componevano la Osoppo.
    L’autore afferma che il rastrellamento di Pielungo [n.d.r.: frazione del comune di Vito d’Asio (PN)] del 19 luglio 1944, contro il comando della brigata Osoppo, fu modesto dal punto di vista militare ma che i fatti che ne scaturirono permettono di capire aspetti dei problemi interni della Resistenza friulana. <55
    I due partiti principali che componevano la Osoppo erano Democrazia Cristiana e Partito d’Azione; quest’ultimo aveva una corrente socialista aperta ad una stretta collaborazione con il Pci e i garibaldini ma ebbe la meglio la corrente democratico-liberale che accettava una posizione subalterna alla Dc. <56.
    Giampaolo Gallo giudica il comportamento della Garibaldi sempre misurato e politicamente corretto ed afferma che i garibaldini volevano un’unificazione delle brigate per poter potenziare la lotta contro i tedeschi, ma erano osteggiati in questo dai democristiani, che temevano di perdere il comando della brigata Osoppo <57.
    L’autore afferma che i rapporti fra garibaldini e osovani non furono buoni perché i due movimenti avevano idee diverse su come riedificare l’Italia; i comunisti avrebbero voluto creare, dopo la sconfitta del fascismo, una democrazia socialmente avanzata, mentre i moderati volevano tornare alla situazione politica antecedente il fascismo <58.
    Nel testo si afferma che nonostante tutti i problemi, all’interno della Resistenza friulana ci fu sempre una lotta implacabile contro i tedeschi e i fascisti, piena di tribolazioni e pericoli <59.
    Prima di parlare della crisi di Pielungo, Gallo descrive la zona in cui avvennero i fatti e inoltre descrive i dirigenti della brigata e come erano dislocati i diversi battaglioni. <60
    Gallo descrive i fatti di Pielungo ma soprattutto le ripercussioni politiche che quest’ultimi causarono.
    Il 19 luglio alle 6.30 una colonna di tedeschi e fascisti giunge a Pielungo, superando due posti di blocco, e si dirige verso il castello Ceconi, sede del comando della brigata Osoppo. In quest’azione i tedeschi portano via molto materiale bellico e liberano dei loro commilitoni. Inoltre saccheggiarono il paese e incendiano alcune case.
    Quest’episodio, secondo l’autore, dimostra la disorganizzazione della brigata e l’incapacità del comando. <61
    Questa tesi è avvalorata da una relazione di Spartaco, rappresentante del partito d’azione, in cui si parla della situazione della brigata Osoppo, in qui i dirigenti sono accusati di non aver dato una corretta impostazione politico- militare alla brigata; Spartaco afferma che la situazione politica è peggiore di quella militare, che nella brigata non si vuole sentir parlare di politica e si fomenta l’anticomunismo <62.
    Oltre alla relazione di Spartaco, che era diretta ai compagni di partito, l’autore cita un rapporto fatto al C.L.N. e al C.R.V. dal Comando Brigata Garibaldi contro il comando Osoppo, al quale veniva mossa l’accusa di non aver capito la necessità politico-militare di unificare il comando <63.
    La crisi di Pielungo e il conseguente dibattito fra le formazioni partigiane fa emergere i rapporti fra organi militari e politici, all’interno della Resistenza, e soprattutto aiuta a conoscere le scelte dei partiti sia per quanto riguarda la lotta antifascista che per le prospettive politiche per il futuro.
    [NOTE]
    55 GIAMPAOLO GALLO, La crisi di Pielungo in Storia contemporanea in Friuli n° 8, IFSML, Udine, 1979, p. 76
    56 Ivi, p. 77
    57 Ivi, pp. 76- 77
    58 Ivi, p. 78
    59 Ivi, p. 79
    60 Ivi, p. 81
    61 Ivi, p. 82
    62 Ivi, pp. 86- 87
    63 Ivi, pp. 87- 90
    Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007

    https://collasgarba.wordpress.com/2024/08/29/quando-iniziarono-i-dissapori-tra-i-partigiani-della-garibaldi-e-quelli-della-osoppo/

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