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Donne tra guerra totale, guerra civile e occupazione tedesca
A partire dalla pubblicazione di “Una guerra civile” di Pavone, come si è già ricordato, si è aperto in Italia un interessante dibattito che riguardava la possibilità o meno di definire la Repubblica sociale italiana un regime collaborazionista. Pavone, com’è noto, ha ribadito che per la Rsi tale categoria non è del tutto adatta. Egli ha ritenuto infatti che si possa parlare di regimi collaborazionisti per quei governi creati e asserviti all’occupante tedesco, fondati sui fascismi locali che da soli non avevano avuto la forza di prendere il potere. Per l’Italia invece, dove il fascismo aveva conquistato e mantenuto il potere per un ventennio, la parte finale di quell’esperienza, non poteva considerarsi, secondo Pavone, un mero collaborazionismo <150. Marco Palla, durante il convegno Bellunese del 1988, criticava invece l’utilizzo, a suo avviso generalista, della categoria di guerra civile, fuorviante per il caso italiano, ritenendo invece più utile analizzare il periodo 1943-1945 in Italia sotto la lente della categoria di collaborazionismo, che avrebbe permesso, secondo lo studioso, anche un approccio comparativo con le altre esperienze europee <151. Mi sembra utile, per sviluppare il dibattito, inserire la distinzione tra relazioni italo-italiane e quelle italo-tedesche, prendendo a prestito la distinzione che Stanley Hoffmann suggerisce per il caso francese tra relazioni franco-francesi e quelle franco-tedesche <152. Se le relazioni italo-italiane riconducono maggiormente alla categoria di guerra civile, le seconde invece rinviano alla collaborazione con le forze occupanti. Personalmente ritengo però che per comprendere la vicenda della Rsi e dei e delle fasciste repubblicane non possa essere utilizzata un’unica categoria di analisi ma, allineandomi con gli studi degli ultimi vent’anni sulla guerra in Italia, ritengo piuttosto che debbano esserne prese in considerazione diverse – quelle di guerra totale, di guerra civile, di lotta per la sopravvivenza, di occupazione tedesca, di guerra ai civili, di guerra alle donne, e anche, come vedremo, di guerra tra i generi – che da sole non esauriscono il fenomeno, ma che insieme contribuiscono a spiegarlo e a renderne la complessità. Pur utilizzando dunque il termine “collaborazionismo”, si deve precisare che non si vuole compiere una trasposizione automatica di un capo di reato in categoria storiografica. Piuttosto il suo utilizzo rimanda a una definizione di comodo, che riunisca sotto un’unica etichetta una serie di profili ed esperienze che risultano essere, come vedremo, molto diverse tra loro.
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Se infatti i processi per collaborazionismo da una parte descrivono le scelte delle fasciste repubblicane, ideologicamente convinte, mosse dalla volontà di sostenere la linea politica e militare dei tedeschi, d’altra parte essi evidenziano soprattutto l’esperienza delle donne per così dire “comuni” e della popolazione durante la guerra. Una guerra che ebbe i caratteri totali in cui vennero meno i confini tra dentro e fuori, tra pubblico e privato, e dunque comportò il coinvolgimento diretto dei e delle civili nelle dinamiche belliche, provocandone spesso una scelta di parte <153. Emerge quindi, dall’analisi dei fascicoli processuali, una sorta di storia della società in guerra, in cui possono essere analizzati i comportamenti delle donne, le loro scelte di campo quotidiane, le relazioni che intesserono con i protagonisti della guerra, dettate dalla fede alla religione civile a cui erano state educate per vent’anni, ma anche dalle contingenze della guerra, dalla paura, dall’opportunismo, dalla volontà di sopravvivere o di arricchirsi, dall’aderenza o dalla ribellione ai contesti familiari.
Dalla lettura delle carte processuali sono quindi emerse esperienze diversificate rispetto allo stereotipo dell’ausiliaria delineato nel capitolo precedente. Innanzitutto bisogna sottolineare che la stessa categoria delle ausiliarie risulta ben più sfaccettata e complessa rispetto all’immagine restituita dal regolamento del Saf [Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana] e dalla pubblicistica saloina, e si possono individuare casi di quelle ausiliarie che non si limitarono alle mansioni previste ufficialmente. Come già ricordato precedentemente, nonostante gli sforzi delle istituzioni della Rsi di normalizzarne le attività, le ausiliarie chiesero e spesso ricoprirono ruoli diversi da quelli previsti dal Regolamento, limitate all’ambito dell’assistenza, della propaganda, delle mansioni di ufficio. Molte, come vedremo nei paragrafi successivi, pur vestendo la divisa da ausiliaria, fecero parte dei sistemi informativi tedeschi o vennero arruolate negli Uffici politici investigativi; altre affiancarono alle mansioni ufficiali un’attività delatoria più o meno consapevole; altre ancora chiesero e ottennero di essere arruolate in prima linea, di imbracciare le armi, partecipando a rastrellamenti o assistendo a interrogatori negli uffici di brigate nere e di altri corpi della Rsi impiegati nella lotta antipartigiana.
Dai documenti emergono poi, oltre alle esperienze delle ausiliarie, atteggiamenti di “collaborazione” con il nemico, tedeschi occupanti o fascisti repubblicani, che si discostano e niente hanno a che vedere col Saf che, come ricorda Maura Firmani, “non può essere rappresentativo di tutta la militanza femminile” <154. Se si guarda infatti oltre il Saf e lo stereotipo dell’ausiliaria, si possono scorgere profili diversi: quelli delle delatrici, definizione che a sua volta, come vedremo, apre a profili distinti; quelli che Dianella Gagliani ha chiamato delle “irregolari”, rastrellatrici e torturatrici; quelli delle donne che collaborarono per fini economici o quelli di coloro che si avvicinarono al nemico “per amore” o per motivi privati legati alla sopravvivenza e alla vita quotidiana durante la guerra.
Le istituzioni della Rsi, nonostante gli sforzi di centralizzazione, furono incapaci di controllare la periferia, e dunque nelle realtà locali proliferarono fenomeni ed esperienze diverse, non autorizzate ufficialmente dal regime anche se spesso celatamente tollerate. La storia della Rsi infatti non è solo la storia delle sue istituzioni centrali e delle sue direttive, ma anche delle vicende degli organismi locali, talvolta dipendenti da singole personalità, che sfuggirono spesso al controllo delle autorità. Il proliferare di bande autonome e di fenomeni di “collaborazionismo” femminile eterodossi rispetto al modello del Saf sono quindi da considerare due facce della medesima questione: la debolezza della Rsi e la sua anarchica “policrazia” <155. Diversi infatti sono i fascicoli a carico di donne che parteciparono a rastrellamenti, a sevizie e torture, a omicidi, a plotoni di esecuzione. Le storie di queste donne prendono
forma e maggiore significato e importanza nell’intreccio con le vicende locali e se inserite all’interno delle storie che coinvolgono le bande autonome di cui fecero parte insieme a protagonisti, uomini, di maggiore rilievo politico-militare. Difficile infatti pensare che donne che frequentavano le caserme della banda Carità o della banda Koch e, come vedremo, assistevano agli interrogatori e alle azioni punitive, non avessero una comunità di intenti con i loro compagni uomini. D’altra parte l’emergere di tali figure devono essere ricondotte anche al clima di corruzione, di disfacimento morale e di estremizzazione della violenza che caratterizzò gli ultimi anni della guerra e agevolò la diffusione di veri e propri casi di criminalità.
La varietà, la complessità e la «liquidità» delle esperienze femminili che emergono dagli atti processuali hanno reso difficoltosa la costruzione di categorie dai confini netti e definiti. I profili personali sono difficilmente catalogabili in una tipologia senza che essi debordino nelle altre: ogni esperienza individuale racchiude infatti tratti comuni a tipologie diverse. Tuttavia per non cadere nel racconto della tranche de vie, pur non componendo una tipologia vera e propria, si è tentato di definire una morfologia fluida basata su tre elementi di analisi: quello delle attività svolte, quello delle motivazioni della scelta <156 e quello del grado di relazione con gli occupanti e gli altri protagonisti della guerra. Se finora gli studi, come quello di Francesca Alberico e Annalisa Carlotti, rispettivamente condotti sulla base delle fonti orali e della memorialistica, o anche quello di Roberta Cairoli, hanno indagato le esperienze delle donne della Rsi secondo le attività che avevano svolto nel biennio 1943-1945 e le motivazioni che avevano provocato la loro scelta di campo <157, mi è sembrato interessante introdurre un terzo elemento di analisi, che è quello del grado di relazione con tedeschi e fascisti, mutuato dalla ricerca di Annette Warring. Questa studiosa, analizzando il caso delle donne danesi e dei figli nati dalle loro relazioni con i tedeschi occupanti, ha infatti proposto una tipologia sulla base del carattere della fraternizzazione con i tedeschi. Secondo la sua classificazione, sono stati definiti cinque modelli: le prostitute, le donne che hanno una relazione sentimentale con un solo tedesco, coloro che frequentano pubblicamente e in gruppo gli occupanti, coloro che lavorano a favore dei tedeschi, le donne filo-tedesche sostenitrici dell’ideologia nazista <158. Tale criterio apre un nuovo orizzonte di studio sul tema, suggerendo l’esistenza di una serie di atteggiamenti e comportamenti complessi che rinviano a relazioni tra occupanti e occupati diverse dal binomio vittima-carnefice. D’altra parte si deve tenere presente che in Italia la presenza della Rsi e vent’anni di regime comportano una sostanziale differenza rispetto al caso danese e le donne entrano in contatto non solo con gli occupanti, ma anche con i fascisti repubblicani e con i partigiani. Per comprendere appieno le esperienze delle donne italiane deve essere effettuata dunque, come già ricordato, un’operazione di contestualizzazione multipla delle vicende personali all’interno delle categorie dell’occupazione tedesca, della guerra civile, della guerra totale, della guerra ai civili, ma anche all’interno delle dinamiche delle relazioni di genere <159. Non è possibile infatti interpretare i gesti delle donne se non nell’intersezione tra queste diverse scale di lettura, attraverso cui viene delineata la complessità dell’universo femminile “collaborazionista”, e più in generale dell’universo femminile durante la guerra.
[NOTE]
150 C. Pavone, Una guerra civile, cit.
151 M. Palla, Guerra civile o collaborazionismo?, in M. Legnani, F. Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, cit., pp. 83-98.
152 S. Hoffmann, Collaborationism in France during World War II, «The Journal of Modern History», vol. 40, n. 3, septembre 1968, pp. 375-395.
153 Sul tema della scelta si rimanda alle lucide pagine di C. Pavone, Una guerra civile, cit., pp. 3-62, in particolare sulla scelta dei fascisti, si vedano le pp. 36-41.
154 M. Firmani, Per la patria a qualsiasi prezzo, cit., p. 136.
155 M. Griner parla per esempio del policentrismo degli organismi di polizia, che sfuggono al controllo delle autorità centrali saloine, in riferimento in particolare alla banda Carità e alla banda Koch, cfr. M. Griner, La banda “Koch”, cit, pp. 38-45.
156 Bisogna comunque ricordare che la fonte giudiziaria ha dei grossi limiti nel rivelare le motivazioni della scelta, poiché le ammissioni delle imputate durante gli interrogatori sono sottoposte alle esigenze difensive, e dunque sono carte che devono essere lette in controluce e con grande cautela.
157 F. Alberico, Ausiliarie di Salò, cit.; A. Carlotti, La memorialistica della Rsi, cit.
158 Cfr. A. Warring, Tyskerpiger. Under besœttelse og retsopgǿr (Donne dei tedeschi durante l’occupazione e punizione nel dopoguerra), Gyldendal, Kǿbenhavn, 1994. Si veda inoltre, Ead., Identità nazionale, genere e sessualità, «Storia e problemi contemporanei», n. 24, 1999; Ead., Intimate and sexual relations, in R. Gildea, O. Wieviorka, A. Warring (a cura di), Surviving Hitler and Mussolini. Daily life in occupied Europe, Oxford, Berg, 2006; Ead., Aimer l’ennemi au Danemark, in F. Rouquet, F. Virgili, D. Voldman (a cura di), Amours, guerres et sexualité. 1914-1945, Gallimard, Paris, 2007.
159 Sull’occupazione tedesca cfr. L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca,cit.; sulla categoria di guerra civile, cfr. C. Pavone, Una guerra civile, cit.; sulla guerra totale, cfr. G. Gribaudi, Guerra totale, cit.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 -
L’opera propagandistica delle donne venne reputata ancora più importante nella Repubblica Sociale
La concezione fascista della donna risente, dalle origini al suo tramonto, delle sue due componenti fondamentali, quella nazionalista-conservatrice e quella movimentista-vitalistica. Da queste due anime scaturisce un ideale della femminilità che non è monolitico, ma ambivalente e può essere definito nel trinomio “madre-sposa-cittadina”. A questo proposito Victoria De Grazia ha parlato di bifrontismo, sostenendo che le donne durante il Ventennio si trovarono costantemente in bilico tra due poli: “come riproduttrici della razza, le donne dovevano incarnare i ruoli tradizionali, essere stoiche, silenziose, e sempre disponibili; come cittadine e patriote, dovevano essere moderne, cioè combattive, presenti sulla scena pubblica e pronte alla chiamata” <59.
Se infatti per il regime fascista la donna rimane fondamentalmente “sposa e madre esemplare”, in linea soprattutto con la politica demografica del ventennio, a partire dagli anni Trenta, nel periodo sanzionista e nell’imminenza della costruzione dell’impero, viene esaltato maggiormente il ruolo della “cittadina”, una donna che partecipa attivamente alla vita della nazione e che si ispira alla figura della domina romana, punto di riferimento saldo e sicuro della famiglia, ma piena di energia e d’orgoglio per la Patria <60.
Nel quadro della realizzazione della Nazione militare, anche per le donne si prospettano quindi interventi più attivi e partecipati: Mussolini sottolinea il compito della donna nel contesto di una mobilitazione civile, quello cioè di educatrice e di dispensatrice di principi etico – formativi del cittadino-soldato, e affida per la prima volta ai Fasci Femminili un uso più esteso dei mezzi di propaganda, tramite i Comitati per l’organizzazione della resistenza interna. Alcune voci prendono posizione a favore di un’educazione militare da impartire alle donne, come per esempio quella di Wanda Gorjux, secondo la quale alla giovane italiana doveva essere elargita una “educazione militare, cioè un’educazione che le consent[isse] di prendere il suo posto attivo, di adempiere il suo compito, di assolvere la propria funzione in una nazione militarizzata” <61.
Un’educazione militare pertanto si realizza sia nei corsi organizzati dall’Unpa, per la difesa antiaerea, ma soprattutto durante i corsi per la preparazione delle donne alla vita coloniale, in cui vengono addestrate per la prima volta anche all’uso delle armi per scopo difensivo <2.
È però soprattutto a partire dall’entrata in guerra, quando l’intera popolazione viene chiamata a stringersi “totalitariamente” compatta intorno al partito-regime, che inizia ad essere valorizzato il contributo femminile alla vita della nazione in armi <63. Mussolini è infatti consapevole che la mobilitazione delle donne costituisce una risorsa cospicua su cui poter contare e, in un discorso del 2 dicembre 1942, in una riunione plenaria delle commissioni legislative della Camera dei fasci e delle corporazioni, definisce le donne “la grande, inesauribile riserva vitale e morale della Nazione” <64. Viene però ribadito che la mobilitazione femminile, in questa fase della guerra, risulta prettamente una mobilitazione civile: i settori in cui le donne vengono maggiormente impiegate sono infatti quelli dell’assistenza, per un presunto atavico codice muliebre che porterebbe le donne a dedicarsi alle opere solidaristico-umanitarie, e quello della propaganda.
Non emergono infatti nella pubblicistica fascista le voci, certo isolate, di donne che chiedono di prendere parte più attiva e armata a fianco dei soldati <65, come per esempio quella di Fanny Dini, aviatrice e paracadutista, che chiede ripetutamente a Mussolini di essere impiegata in operazioni belliche, come scrive per esempio in due lettere:
“[…] una donna potrebbe rendere servigi assai più importanti di un uomo, in quanto sfuggirebbe all’attenzione del nemico.
[…] Compiti di guerra e di pace, le missioni più rischiose, gli incarichi più delicati, tutto sarà compiuto secondo i vostri ordini. Ho una salute ottima, so adoperare un’arma, so sopportare senza danni disagi e privazioni, posso fare tutto quello che volete. La gioia suprema sarebbe quella di dare la mia vita per la Vostra Vittoria, ma se il privilegio non mi sarà riserbato, lasciate che almeno lavori per la Vostra Vittoria” <66.
Le fonti ufficiali e la stampa riconoscono invece alle donne la sola potenzialità di infondere incoraggiamento o scoramento: esse sono considerate le responsabili del morale dei combattenti e del fronte interno, che doveva essere mantenuto “alla temperatura più idonea per infiammare e sorreggere il fronte di combattimento” <67.
In una sorta di memorandum anche il partito evidenziava l’importanza dell’opera propagandistica delle donne, sottolineando il loro fondamentale ruolo, “sia perché in tempo di guerra la massa lavoratrice è prevalentemente femminile, sia per la forza di persuasione che dalla donna si propaga all’ambiente che la circonda”. Venivano poi passati in rassegna i doveri della donna italiana, che si riteneva non potessero esaurirsi nei compiti famigliari e domestici, ricordando che “si tratta anche di saper parlare e qui ci rivolgiamo soprattutto a voi donne colte e intelligenti, animate di fede e di forza persuasiva che, ovunque, nelle vostre case come nei salotti delle amiche, nelle scuole e negli stabilimenti, per le vie e i negozi, potete compiere una benintesa propaganda. Si tratta soltanto di affermare sempre e dovunque la nostra incrollabile fiducia nei combattenti e nella vittoria, si tratta di parlare forte, di parlare chiaro, oserei dire inesorabilmente a tutti gli uomini e tutte le donne che in quest’ora non sono all’altezza della situazione […].” <68
La medesima retorica che esaltava le virtù materne e muliebri delle donne, pronte a sacrificarsi, a spronare e a donare i corpi dei propri mariti e dei propri figli per la patria, era già stata diffusa durante la mobilitazione per la Prima guerra mondiale in tutti i paesi europei: “Women of Britain say – Go!” proclamava per esempio un famoso manifesto inglese del War Office, accompagnato dall’immagine di una donna contornata dai figli, in stoica attesa di fronte alla finestra <69.
L’opera propagandistica delle donne viene reputata ancora più importante in seguito all’8 settembre e alla costituzione del governo fascista repubblicano. Esso aveva individuato nel progetto di ricostituzione dell’esercito uno degli obbiettivi principali del risorto fascismo, indicato infatti sia tra i cinque ordini costitutivi della Rsi nell’annuncio alla radio tedesca del 15 settembre, sia nel discorso del 18 settembre trasmesso da radio Monaco <70. La presenza dell’alleato-occupante poneva infatti i fascisti repubblicani di fronte al problema di riacquisire autorità e credibilità, di riscattarsi in seguito al presunto tradimento del re e di Badoglio, di presentarsi come alleati fedeli ma al tempo stesso autonomi. Ricostruire un esercito “nazionale e apolitico”, secondo il piano di Graziani <71, avrebbe infatti conferito piena legittimità alla Rsi e avrebbe ristabilito un ruolo più paritario nei confronti dei tedeschi, dimostrando da un lato la legittimità e la vitalità come nuovo stato, e dall’altro provandone il radicamento e la tenuta tra la popolazione italiana. Si presentavano però difficoltà evidenti per il reclutamento, visto che le truppe del regio esercito erano state catturate dalla Wehrmacht e, con l’eccezione di alcuni reparti che accettarono di schierarsi incondizionatamente con i tedeschi, erano state avviate nei lager nazisti come internati militari <72. A partire dal novembre ’43 venivano quindi emanati una serie di bandi di leva, che inizialmente riportano un successo molto dubbio e in seguito si trasformano in un vero e proprio fallimento. In un appunto per Graziani in data 12 dicembre il Capo di Stato Maggiore infatti informava: “Risultati chiamata alle armi (classi 1924-1925) a tutto il 12 dicembre 1943: reclute 44400, volontari 6000. Si presume che si possa giungere a 75000 reclute poiché ancora non è stata iniziata la chiamata nelle regioni militari: Abruzzi, Venezia Giulia. I distretti di Como, Mantova, Arezzo, Pisa e Livorno devono completare la chiamata. Limitatissima l’affluenza delle reclute nel Lazio e nell’Umbria (meno del 10%). Percentuale presumibile di presentazione circa 40%” <73.
Anche da Genova, nel notiziario della Gnr del 15 gennaio 1944, veniva segnalato che alla data del 6 gennaio soltanto il 10% delle reclute si era presentato alle armi <74. Il susseguirsi di bandi di arruolamento, dal novembre 1943 fino al cosiddetto bando Graziani del 18 febbraio 1944, che stabiliva la pena di morte per i renitenti e i disertori, indicava dunque il fallimento del reclutamento volontario fascista: in molte zone dell’Italia occupata vengono adottati mezzi coercitivi per richiamare gli sbandati, dando spesso vita a una vera e propria “caccia ai renitenti”. Veniva per esempio riportato nei notiziari della Gnr da Vicenza già il 28 dicembre 1943: “Nell’ambiente militare, per ciò che riguarda la presentazione dei giovani delle classi attualmente richiamate, dopo attiva opera di convincimento e dopo alcune azioni di rastrellamento di giovani e prelevamento dei loro familiari, si è raggiunta la cifra di 1500 reclute” <75.
[NOTE]
59 Cfr. V. De Grazia, Le donne nel regime fascista cit., p. 204.
60 M. Fraddosio, La donna e la guerra cit., p. 1107.
61 W. Gorjux, Nazione militare, «Il giornale della donna», 20 gennaio 1935, cit. in H. Dittrich-Johansen, Le «militi dell’idea» cit., p. 195.
62 Sui nuovi compiti della donna fascista nella fase coloniale si veda il paragrafo dedicato in M. Fraddosio, La donna e la guerra cit.; si veda anche B. Spadaro, Intrepide massaie. Genere, imperialismo e totalitarismo nella preparazione coloniale femminile durante il fascismo (1937-1943), «Contemporanea», n. 1, 2010, pp. 27-52; Ead., Corpi coloniali. Uomini e donne in Libia tra le due guerre mondiali, in http://www.cdlstoria.unina.it/storiche/Relazione_Spadaro.pdf , consultato il 15 luglio 2013; Ead., Una colonia italiana. Incontri, memorie e rappresentazioni tra Italia e Libia, Firenze, Le monnier, 2013.
63 H. Dittrich-Johansen, Le «militi dell’idea» cit., p. 201.
64 La notizia è riportata in «Il popolo d’Italia», 3 dicembre 1942, cit. in M. Fraddosio, La donna e la guerra cit., p. 1155.
65 Concordano su questo punto sia Fraddosio che Dittrich-Johansen, Cfr. M. Fraddosio, La donna e la guerra cit., p. 1161; H. Dittrich-Johansen, Le militi dell’idea cit., p. 206.
66 Acs, Spd, Co, b. 15067, Fanny Dini a Mussolini, 3 giugno 1939 e Ivi, 20 febbraio 1940, cit. in H. Dittrich-Johansen, Le militi dell’idea cit., p. 207.
67 Cit. in M. Fraddosio, La donna e la guerra cit., p. 1148.
68 Diana, La donna italiana e la guerra, Roma, a cura dell’Ufficio stampa e propaganda del Pnf, 1941, cit. in H. Dittrich-Johansen, Le militi dell’idea cit., p. 211-212.
69 Il manifesto è pubblicato in M. R. Higonnet [et al…] (a cura di), Behind the lines, cit., p. 210; sulla mobilitazione femminile durante la Prima Guerra mondiale, si veda, Ibidem; F. Thébaud, La Grande Guerra cit.
70 R. De Felice, Mussolini l’alleato. La guerra civile 1943-1945, Torino, Einaudi, 1997, pp. 345-348.
71 In contrasto invece con Renato Ricci, che sosteneva la necessità di una struttura destinata a inquadrare le forze su base volontaria e politica. Sul dibattito per la creazione dell’esercito, cfr. G. Pansa, L‟esercito di Salò nei rapporti riservati della guardia nazionale repubblicana, Milano, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, 1969, pp. 13-17. Sull’importanza delle memorie di Graziani nella costruzione del mito dell’esercito apolitico, cfr. F. Germinario, Modelli di memorialistica, in S. Bugiardini (a cura di), Violenza, tragedia e memoria della Repubblica sociale italiana, Roma, Carocci, 2006.
72 Sugli Imi, i maggiori lavori si devono a due studiosi tedeschi, cfr. G. Hammermann, Gli internati militari italiani in Germania. 1943-1945, Bologna, Il Mulino, 2004; G. Schreiber, I militari internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Roma, Ufficio storico Stato Maggiore dell’Esercito, 1992.
73 Cit. in G. Bocca, La repubblica di Mussolini, Milano, Mondadori, 1994, p. 68.
74 Notiziario del 19 gennaio 1944, in http://www.notiziarignr.it/calendario/visualizza.asp?anno=1944&mese=01&giorno=19&pagina=13 , p. 13.
75 Notiziario della Gnr del 28 dicembre 1943, in
http://www.notiziarignr.it/calendario/visualizza.asp?anno=1943&mese=12&giorno=28&pagina=2 , p. 2. Anche segnalazioni successive informavano che “la maggior parte dei giovani [era] stata fatta presentare con mezzi coercitivi”. Cfr. notiziario della Gnr del 26 gennaio 1944, notizie da Verona, in
http://www.notiziarignr.it/calendario/visualizza.asp?anno=1944&mese=01&giorno=26&pagina=2 , p. 2; notiziario dell’8 marzo 1944, notizie da Aosta, in
http://www.notiziarignr.it/calendario/visualizza.asp?anno=1944&mese=03&giorno=08 , p. 1.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013#1943 #1944 #donne #fascisti #FrancescaGori #guerra #madre #partigiani #propaganda #razza #riproduttrici #RSI #Salò #sposa #tedeschi #Ventennio