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  1. Donne tra guerra totale, guerra civile e occupazione tedesca

    A partire dalla pubblicazione di “Una guerra civile” di Pavone, come si è già ricordato, si è aperto in Italia un interessante dibattito che riguardava la possibilità o meno di definire la Repubblica sociale italiana un regime collaborazionista. Pavone, com’è noto, ha ribadito che per la Rsi tale categoria non è del tutto adatta. Egli ha ritenuto infatti che si possa parlare di regimi collaborazionisti per quei governi creati e asserviti all’occupante tedesco, fondati sui fascismi locali che da soli non avevano avuto la forza di prendere il potere. Per l’Italia invece, dove il fascismo aveva conquistato e mantenuto il potere per un ventennio, la parte finale di quell’esperienza, non poteva considerarsi, secondo Pavone, un mero collaborazionismo <150. Marco Palla, durante il convegno Bellunese del 1988, criticava invece l’utilizzo, a suo avviso generalista, della categoria di guerra civile, fuorviante per il caso italiano, ritenendo invece più utile analizzare il periodo 1943-1945 in Italia sotto la lente della categoria di collaborazionismo, che avrebbe permesso, secondo lo studioso, anche un approccio comparativo con le altre esperienze europee <151. Mi sembra utile, per sviluppare il dibattito, inserire la distinzione tra relazioni italo-italiane e quelle italo-tedesche, prendendo a prestito la distinzione che Stanley Hoffmann suggerisce per il caso francese tra relazioni franco-francesi e quelle franco-tedesche <152. Se le relazioni italo-italiane riconducono maggiormente alla categoria di guerra civile, le seconde invece rinviano alla collaborazione con le forze occupanti. Personalmente ritengo però che per comprendere la vicenda della Rsi e dei e delle fasciste repubblicane non possa essere utilizzata un’unica categoria di analisi ma, allineandomi con gli studi degli ultimi vent’anni sulla guerra in Italia, ritengo piuttosto che debbano esserne prese in considerazione diverse – quelle di guerra totale, di guerra civile, di lotta per la sopravvivenza, di occupazione tedesca, di guerra ai civili, di guerra alle donne, e anche, come vedremo, di guerra tra i generi – che da sole non esauriscono il fenomeno, ma che insieme contribuiscono a spiegarlo e a renderne la complessità. Pur utilizzando dunque il termine “collaborazionismo”, si deve precisare che non si vuole compiere una trasposizione automatica di un capo di reato in categoria storiografica. Piuttosto il suo utilizzo rimanda a una definizione di comodo, che riunisca sotto un’unica etichetta una serie di profili ed esperienze che risultano essere, come vedremo, molto diverse tra loro.
    Se infatti i processi per collaborazionismo da una parte descrivono le scelte delle fasciste repubblicane, ideologicamente convinte, mosse dalla volontà di sostenere la linea politica e militare dei tedeschi, d’altra parte essi evidenziano soprattutto l’esperienza delle donne per così dire “comuni” e della popolazione durante la guerra. Una guerra che ebbe i caratteri totali in cui vennero meno i confini tra dentro e fuori, tra pubblico e privato, e dunque comportò il coinvolgimento diretto dei e delle civili nelle dinamiche belliche, provocandone spesso una scelta di parte <153. Emerge quindi, dall’analisi dei fascicoli processuali, una sorta di storia della società in guerra, in cui possono essere analizzati i comportamenti delle donne, le loro scelte di campo quotidiane, le relazioni che intesserono con i protagonisti della guerra, dettate dalla fede alla religione civile a cui erano state educate per vent’anni, ma anche dalle contingenze della guerra, dalla paura, dall’opportunismo, dalla volontà di sopravvivere o di arricchirsi, dall’aderenza o dalla ribellione ai contesti familiari.
    Dalla lettura delle carte processuali sono quindi emerse esperienze diversificate rispetto allo stereotipo dell’ausiliaria delineato nel capitolo precedente. Innanzitutto bisogna sottolineare che la stessa categoria delle ausiliarie risulta ben più sfaccettata e complessa rispetto all’immagine restituita dal regolamento del Saf [Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana] e dalla pubblicistica saloina, e si possono individuare casi di quelle ausiliarie che non si limitarono alle mansioni previste ufficialmente. Come già ricordato precedentemente, nonostante gli sforzi delle istituzioni della Rsi di normalizzarne le attività, le ausiliarie chiesero e spesso ricoprirono ruoli diversi da quelli previsti dal Regolamento, limitate all’ambito dell’assistenza, della propaganda, delle mansioni di ufficio. Molte, come vedremo nei paragrafi successivi, pur vestendo la divisa da ausiliaria, fecero parte dei sistemi informativi tedeschi o vennero arruolate negli Uffici politici investigativi; altre affiancarono alle mansioni ufficiali un’attività delatoria più o meno consapevole; altre ancora chiesero e ottennero di essere arruolate in prima linea, di imbracciare le armi, partecipando a rastrellamenti o assistendo a interrogatori negli uffici di brigate nere e di altri corpi della Rsi impiegati nella lotta antipartigiana.
    Dai documenti emergono poi, oltre alle esperienze delle ausiliarie, atteggiamenti di “collaborazione” con il nemico, tedeschi occupanti o fascisti repubblicani, che si discostano e niente hanno a che vedere col Saf che, come ricorda Maura Firmani, “non può essere rappresentativo di tutta la militanza femminile” <154. Se si guarda infatti oltre il Saf e lo stereotipo dell’ausiliaria, si possono scorgere profili diversi: quelli delle delatrici, definizione che a sua volta, come vedremo, apre a profili distinti; quelli che Dianella Gagliani ha chiamato delle “irregolari”, rastrellatrici e torturatrici; quelli delle donne che collaborarono per fini economici o quelli di coloro che si avvicinarono al nemico “per amore” o per motivi privati legati alla sopravvivenza e alla vita quotidiana durante la guerra.
    Le istituzioni della Rsi, nonostante gli sforzi di centralizzazione, furono incapaci di controllare la periferia, e dunque nelle realtà locali proliferarono fenomeni ed esperienze diverse, non autorizzate ufficialmente dal regime anche se spesso celatamente tollerate. La storia della Rsi infatti non è solo la storia delle sue istituzioni centrali e delle sue direttive, ma anche delle vicende degli organismi locali, talvolta dipendenti da singole personalità, che sfuggirono spesso al controllo delle autorità. Il proliferare di bande autonome e di fenomeni di “collaborazionismo” femminile eterodossi rispetto al modello del Saf sono quindi da considerare due facce della medesima questione: la debolezza della Rsi e la sua anarchica “policrazia” <155. Diversi infatti sono i fascicoli a carico di donne che parteciparono a rastrellamenti, a sevizie e torture, a omicidi, a plotoni di esecuzione. Le storie di queste donne prendono
    forma e maggiore significato e importanza nell’intreccio con le vicende locali e se inserite all’interno delle storie che coinvolgono le bande autonome di cui fecero parte insieme a protagonisti, uomini, di maggiore rilievo politico-militare. Difficile infatti pensare che donne che frequentavano le caserme della banda Carità o della banda Koch e, come vedremo, assistevano agli interrogatori e alle azioni punitive, non avessero una comunità di intenti con i loro compagni uomini. D’altra parte l’emergere di tali figure devono essere ricondotte anche al clima di corruzione, di disfacimento morale e di estremizzazione della violenza che caratterizzò gli ultimi anni della guerra e agevolò la diffusione di veri e propri casi di criminalità.
    La varietà, la complessità e la «liquidità» delle esperienze femminili che emergono dagli atti processuali hanno reso difficoltosa la costruzione di categorie dai confini netti e definiti. I profili personali sono difficilmente catalogabili in una tipologia senza che essi debordino nelle altre: ogni esperienza individuale racchiude infatti tratti comuni a tipologie diverse. Tuttavia per non cadere nel racconto della tranche de vie, pur non componendo una tipologia vera e propria, si è tentato di definire una morfologia fluida basata su tre elementi di analisi: quello delle attività svolte, quello delle motivazioni della scelta <156 e quello del grado di relazione con gli occupanti e gli altri protagonisti della guerra. Se finora gli studi, come quello di Francesca Alberico e Annalisa Carlotti, rispettivamente condotti sulla base delle fonti orali e della memorialistica, o anche quello di Roberta Cairoli, hanno indagato le esperienze delle donne della Rsi secondo le attività che avevano svolto nel biennio 1943-1945 e le motivazioni che avevano provocato la loro scelta di campo <157, mi è sembrato interessante introdurre un terzo elemento di analisi, che è quello del grado di relazione con tedeschi e fascisti, mutuato dalla ricerca di Annette Warring. Questa studiosa, analizzando il caso delle donne danesi e dei figli nati dalle loro relazioni con i tedeschi occupanti, ha infatti proposto una tipologia sulla base del carattere della fraternizzazione con i tedeschi. Secondo la sua classificazione, sono stati definiti cinque modelli: le prostitute, le donne che hanno una relazione sentimentale con un solo tedesco, coloro che frequentano pubblicamente e in gruppo gli occupanti, coloro che lavorano a favore dei tedeschi, le donne filo-tedesche sostenitrici dell’ideologia nazista <158. Tale criterio apre un nuovo orizzonte di studio sul tema, suggerendo l’esistenza di una serie di atteggiamenti e comportamenti complessi che rinviano a relazioni tra occupanti e occupati diverse dal binomio vittima-carnefice. D’altra parte si deve tenere presente che in Italia la presenza della Rsi e vent’anni di regime comportano una sostanziale differenza rispetto al caso danese e le donne entrano in contatto non solo con gli occupanti, ma anche con i fascisti repubblicani e con i partigiani. Per comprendere appieno le esperienze delle donne italiane deve essere effettuata dunque, come già ricordato, un’operazione di contestualizzazione multipla delle vicende personali all’interno delle categorie dell’occupazione tedesca, della guerra civile, della guerra totale, della guerra ai civili, ma anche all’interno delle dinamiche delle relazioni di genere <159. Non è possibile infatti interpretare i gesti delle donne se non nell’intersezione tra queste diverse scale di lettura, attraverso cui viene delineata la complessità dell’universo femminile “collaborazionista”, e più in generale dell’universo femminile durante la guerra.
    [NOTE]
    150 C. Pavone, Una guerra civile, cit.
    151 M. Palla, Guerra civile o collaborazionismo?, in M. Legnani, F. Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, cit., pp. 83-98.
    152 S. Hoffmann, Collaborationism in France during World War II, «The Journal of Modern History», vol. 40, n. 3, septembre 1968, pp. 375-395.
    153 Sul tema della scelta si rimanda alle lucide pagine di C. Pavone, Una guerra civile, cit., pp. 3-62, in particolare sulla scelta dei fascisti, si vedano le pp. 36-41.
    154 M. Firmani, Per la patria a qualsiasi prezzo, cit., p. 136.
    155 M. Griner parla per esempio del policentrismo degli organismi di polizia, che sfuggono al controllo delle autorità centrali saloine, in riferimento in particolare alla banda Carità e alla banda Koch, cfr. M. Griner, La banda “Koch”, cit, pp. 38-45.
    156 Bisogna comunque ricordare che la fonte giudiziaria ha dei grossi limiti nel rivelare le motivazioni della scelta, poiché le ammissioni delle imputate durante gli interrogatori sono sottoposte alle esigenze difensive, e dunque sono carte che devono essere lette in controluce e con grande cautela.
    157 F. Alberico, Ausiliarie di Salò, cit.; A. Carlotti, La memorialistica della Rsi, cit.
    158 Cfr. A. Warring, Tyskerpiger. Under besœttelse og retsopgǿr (Donne dei tedeschi durante l’occupazione e punizione nel dopoguerra), Gyldendal, Kǿbenhavn, 1994. Si veda inoltre, Ead., Identità nazionale, genere e sessualità, «Storia e problemi contemporanei», n. 24, 1999; Ead., Intimate and sexual relations, in R. Gildea, O. Wieviorka, A. Warring (a cura di), Surviving Hitler and Mussolini. Daily life in occupied Europe, Oxford, Berg, 2006; Ead., Aimer l’ennemi au Danemark, in F. Rouquet, F. Virgili, D. Voldman (a cura di), Amours, guerres et sexualité. 1914-1945, Gallimard, Paris, 2007.
    159 Sull’occupazione tedesca cfr. L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca,cit.; sulla categoria di guerra civile, cfr. C. Pavone, Una guerra civile, cit.; sulla guerra totale, cfr. G. Gribaudi, Guerra totale, cit.
    Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

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  2. Ostaggi dei tedeschi a Sacile

    Sacile (PN). Foto: Stefano Travasci.Fonte: Wikipedia

    [n.d.r.: quelle che seguono sono alcune pagine del diario di fra Benvenuto Grava, arrestato durante un rastrellamento tedesco a Motta di Livenza (TV) nel settembre 1944]
    Ad un tratto il convoglio si ferma e l’autocarro che conduceva me caracolla per una frenata robustissima. Al fianco nostro passa una piccola macchina mimetizzata, sulla quale, fra gli altri, siede l’ufficiale che aveva prelevato me a Motta. L’ufficiale scende e con due soldati entra verso il recinto della predetta chiesa, mentre gli altri si disperdono per i vigneti, riempiendo i loro elmetti di uva e di mele. Qualche vecchietta compare sul limite dell’orto con un piatto di uva che viene ricevuto senza tanti ringraziamenti. Dopo cinque minuti ecco comparire un prete di statura più che media, bello, liscio, rotondo, roseo, a fianco del mio autocarro. Lo saluto ed egli, inconscio della sorte che stava per toccargli, domandava, rispondeva, parlava con alcuni preti della macchina più vicina. Furono brevissime parole perché l’ufficiale lo interruppe e gli intimò di salire. Senza salutare alcuno, anch’egli si vide portare via senza sapere il perché e per quale destinazione. La macchina riprese la corsa verso S. Vito al Tagliamento.
    In queste ore di angoscia, i due signori che erano con me, Tonussi e Bertacco, dal loro parlare non dimostravano eccessiva apprensione e si facevano coraggio. Non nascondo che io ascoltavo volentieri le loro ottimistiche congetture e per qualche breve attimo mi sentivo un altro, ma poi ripiombavo in tristissime e sconvolgenti previsioni. Corri e corri, l’autocarro si fermò in piazza a S. Vito al Tagliamento e sostò per circa mezz’ora. Fui riconosciuto da qualche persona che non ardì avvicinarsi. La popolazione attonita ci guardava, ci compassionava, ma passava al largo. I soldati, almeno in parte, scesero ed entrarono presso i fruttivendoli dove pagando si portarono via ogni ben di Dio. I trenta minuti passarono. Nel frattempo mi ricordai del caro Santuario di Madonna di Rosa, del superiore e dei religiosi che colà si trovavano. Mi preoccupò fortemente il timore che, passando di là, non succedesse ciò che era successo a me a Motta.
    Costruivo la scena prima che avvenisse. Ripartimmo.
    Appena fuori porta Udine, l’autocarro, invece di proseguire dritto, girò immediatamente a sinistra, infilando la strada per Casarsa. Un nuovo e immenso polverone ci coperse del tutto, e il mio abito, da qualche giorno lavato e stirato, non ebbe più colore. Giunti a Casarsa, un po’ lentamente attraversammo il passaggio a livello, ripiegammo a sinistra sulla strada nazionale Pontebbana e via per Pordenone. Ebbi un momento di sollievo (se una circostanza simile poteva sollevare), ed allora dissi a me stesso: non a Udine, ma a Sacile. Se sulle altre strade l’autocarro correva molto, qui era diventato addirittura un bolide. Via via raggiungemmo e sorpassammo Pordenone, ed ecco Sacile. Lungo il percorso di circa 60 km la colonna dei cinque autocarri si era un po’ spezzata di modo che a un certo momento ci fecero fermare aspettando che il complesso di macchine si ricomponesse. A colonna riunita, tutti i civili e sacerdoti (e in quel momento ne scoprii più di quanti immaginassi) fummo fatti scendere per essere riuniti in due soli autocarri, sui quali ripigliammo la corsa per un paio di minuti. Quindi a destinazione… Dietro ordine preciso tutti scendemmo, ci sistemarono per quattro e ci fecero entrare per il portone di una caserma che, da quanto seppi dopo, era la sede del distretto militare di Sacile. Nel primo cortile fummo disposti a due a due, in due complessi, l’uno di fronte all’altro. Eravamo un misto di civili e preti in attesa. Dinnanzi a noi alcune guardie di finanza italiane, che ci guardavano ma non battevano ciglio: un tenente, un maresciallo e parecchi soldati tedeschi, armatissimi.
    Da ricordare che i nostri rastrellatori erano scomparsi ancor sulla strada. Quell’ambiente, quelle facce nuove, quelle disposizioni, la chiusura fragorosa del portone d’ingresso, produssero in ciascuno di noi un nuovo momento di terrore. Furono scelti quattro individui da Oderzo e portati verso il muro di fronte a noi. Siccome pareva fossero indiziati per partigiani, una manovra simile provocò nelle nostre menti le più nere previsioni: fucilazione immediata? come esempio per tutti? I quattro scoppiarono in pianto e si adattarono. Dopo qualche minuto furono accompagnati in una stanza da soli.
    Tutti noi poi fummo divisi in due gruppi di uguale numero. Il primo composto di 20 individui qualificati per sacerdoti, religiosi, medici, farmacisti, avvocati e grandi commercianti. Il secondo di gente non altrettanto qualificata. Alla prima compagnia appartenni anch’io. I primi furono avviati immediatamente ad una camerata a trenta metri dal corpo di guardia. I secondi in una camerata poco distante da noi, ma completamente separata. Entrammo accompagnati da un maresciallo e da alcune sentinelle. L’ambiente avrà avuto lo spazio di circa sette metri per quattro, altezza tre e cinquanta. Tre finestre grandi, alle quali non si arrivava se non salendo su un tavolone. Pavimento di cemento. Una tavola appoggiata alla parete. Un po’ di paglia per terra, due sgabelli tipo corpo di guardia. Era tutto. Ci guardammo in faccia. Ognuno lentamente, nella strettezza del luogo, in una specie di tranquillità, giacché eravamo completamente soli, incominciò la strana storia della propria cattura. In tutti c’era la medesima persuasione che si trattasse di qualche giorno e non di più. Dai primi contatti verbali con Mons. Visintin, abate di Oderzo, si comincia a capire qualche cosa della nostra posizione in questa circostanza: ostaggi! Possibile! Che centriamo?! Quel vocabolo “ostaggi” divenne fortemente indicativo, tanto che per qualche giorno occupò la mente di ognuno e divenne l’unico oggetto dei discorsi.
    Ostaggi! Intanto, con un certo impegno, ognuno dispose la propria paglia abbozzando la propria cuccia. Di fronte a me il Comm. Levada, avvocato di Oderzo <158. Assestati alla meno peggio, ci accorgemmo di essere tutti bianchi per la polvere; ci sedemmo sulla paglia a commentare la situazione. Mancavano spazzole, non c’erano pettini. E i servizi? E per lavarsi? Avevamo estremo bisogno di lavarci ma… e il sapone? E più che tutto i servizi? Rilievi che affioravano subito, tanto più che si trattava di persone distinte.
    Dopo mezz’ora la porta si aprì e la sentinella con voce un po’ bonaria disse: – – Gabinetto? Volere gabinetto? Tutti rispondemmo in coro un sì interessato e prolungato. – Avanti gabinetto, riprese il soldato. Questo luogo tanto importante era vicinissimo alla nostra stanza; aveva un rubinetto di acqua potabile, due water chiusi da porte che sotto lasciavano uno spazio libero di almeno 20 centimetri per facilitare il lavaggio dell’ambiente. Alle due pareti d’entrata due orinatoi per parte. Tutto questo rose e fiori. Ma l’interessante ero lo stato in cui si presentavano questi angoli così necessari. Erano tanto sudici che non si sapeva dove posare i piedi. Un orrore! Un odore pestifero!
    Lo si fece capire e il giorno dopo venne sufficientemente rimediato. Intanto, con la scusa del gabinetto e della pulizia, abbiamo avuto una parvenza di libertà per circa tre quarti d’ora; però sempre nel corridoio.
    Nel frattempo si avvicinarono qualche soldato italiano di finanza, qualche maresciallo di detta caserma, i quali, per l’assenza del comandante tedesco, in presenza delle guardie si sono intrattenuti con noi, si fecero conoscere, ci promisero qualche favore e ci imbottirono di buone parole: un giorno, due giorni, poi tutti a casa. Interrogatorio semplice, visita dei documenti, poi… libertà. – Hanno sempre fatto così, altrettanto faranno con voi, non dubitate, non preoccupatevi -. Di costoro che si avvicinavano furtivamente tengo a mente un maresciallo piccolo che aveva tanta cordialità ma, per una certa frequenza con noi, per il suo continuo rovescio di buone parole, passò sulla bocca di tutti per un chiacchierone e non più. A me però diede una coperta e un po’ di pane bianco, dato che mi feci conoscere per malato. Per questo gli serbai e gli serbo tanta gratitudine. Un altro brigadiere di finanza mi fece un’ottima impressione, e così un soldato di Mogliano Veneto che mi comprò un po’ di uva. Terminata l’operazione pulizia, fummo pregati di rientrare nella nostra stanza.
    Che senso vedere tante persone distinte, tanti sacerdoti guardati e seguiti dalle guardie armate! Che senso sentir chiudere il catenaccio della porta, veder scendere la luce dall’alto! Dio mio! Erano le ore 20 circa e… la cena? Non si mangia? Nessuno aveva portato con sé qualche cosa che avesse potuto supplire almeno per la prima sera; anzi, qualcuno non aveva assaggiato nulla tutto il giorno. L’affare si faceva serio. Dopo un po’ si chiamò la guardia che venne subito e gli si chiese se avessero pensato qualche cosa per noi in quella sera. La sua risposta fu: “Langsam, aine moment.” Richiuse… e tutti: “Speriamo!” Tra il difficile convincersi della nuova situazione drammatica, tra i ragionamenti che ancora parevano insulsi, quindi senza costrutto, tra un sospiro e l’altro, si fece buio. Venne accesa la lampada di mezzo ma… la fame batteva. Anche la stanchezza era enorme, però non accasciante, almeno per quella sera, giacché la novità del fatto aveva caricato ognuno di un tale nervosismo che non permetteva neppure agli organi materiali di ricercare un po’ di riposo. Ad un tratto Mons. Visintin, dal suo angolo particolare, alzò la voce e chiese per cortesia un po’ di silenzio. Tutti tacquero e si volsero automaticamente verso di lui. L’ho ancora presente. Un omone grande e grosso, sebbene non grossissimo, reso voluminoso dalla veste talare, dalle braccia alzate e tese in avanti in atto di ottenere attenzione. – Sentite, sentite, – disse, – noi qui, ringraziando Iddio, ci conosciamo tutti o quasi tutti. Certamente siamo tutti cristiani e spero anche praticanti. A quest’ora circa, ogni sera, noi eravamo nelle nostre case accanto ai nostri cari e, giova crederlo, nella maggioranza delle nostre famiglie si recitava il S. Rosario. Per questo voglio dirvi la mia proposta. Sentite, sentite! Vi dispiacerebbe che noi per quel po’ di sere che ci tengono qui in prigione, lontano dai nostri cari, recitassimo a quest’ora il Rosario in onore della Madonna perché nella sua materna bontà si degni di venirci in aiuto in un momento tanto difficile? – Tutti risposero un sì interessato ma spontaneo e caloroso. – Ed allora, riprese Mons. Visintin, non perdiamo il tempo e, fin da questa sera, accaparriamoci il materno aiuto della Madonna con la recita del Rosario. – Deus in auditorium meum intende. – Domine…
    Chi aveva la corona in tasca la estrasse, chi non l’aveva pregò lo stesso. Tutti in quel quartino d’ora mantennero un comportamento edificante e non solo in quella sera ma anche nelle altre. La maggioranza in piedi, qualche sacerdote in ginocchio, tutti rispondevano con accorata fiducia. Da tenere presente che Monsignore da uomo pratico com’era, per non stancare troppo i detenuti, diceva 7 o 8 Ave Maria per ogni decina. Terminato il Rosario, un De Profundis per le anime purganti e una Salve Regina per i nostri cari e per quelli che si interessavano di noi. La recita di quella preghiera serale in quell’oscurità, sotto l’incubo dei pensieri più tristi, al termine di una giornata tra le più strane e penose della vita di ognuno, sembrava l’espressione di una fede illuminata che tutti avevano ma che non tutti, fino ad allora, sentivano ugualmente. Occhi fissi, visi preoccupati, sospiri prolungati!
    Per tutti, mai come in quella sera e durante quel Santo Rosario, le relazioni con i propri congiunti lontani sono state più affettuose e più strette. Mai nella fantasia di ognuno era apparsa tanto bella e adorabile la propria casa, mai tanto preziosi i propri figlioli, tanto bella e buona la propria moglie! Terminata la preghiera tornò alla ribalta il pensiero del mangiare e più che il pensiero del mangiare, la fame. Tutti si chiedevano se per la prima sera i nostri nuovi padroni non avessero voluto farci assaggiare la loro bontà e generosità.
    Ore 21. Poi le 21 e 30! Insomma si pensava che non ci fosse altro da fare che adagiarsi sulla paglia, calmi e più o meno placidi. Era caldo, zanzare in numero infinito, che i tedeschi chiamavano sthucas o moschitos. Alle 22 il catenaccio della stanza ruppe stranamente il silenzio; si aprì la porta, entrarono due soldati portando una marmitta: era la cena. Il cuoco era austriaco, sui quarant’anni, tipo assai buffo, il quale sapeva qualche cosa di italiano. Gli piaceva molto il vino e le sigarette, ma più il vino. Era grasso, con un faccione da scena, con due occhietti piccoli ma vivi. Piatti, scodelle, cucchiai?… In tutto quattro o cinque coperchi di gavette con neanche altrettanti cucchiai. Ci apprestammo a servirci per turno, si capisce, senza possibilità di lavare l’un per l’altro queste lussuose posate e stoviglie. Così si vide sorseggiare un po’ di brodo Mons. Visintin e tutti gli altri. Però per la prima sera e forse per ripagarci degli spaventi avuti e dell’ora tarda ci diedero anche una buona porzione di carne, un po’ dura, ma carne. Alla distribuzione erano presenti le sentinelle. Grazie a Dio per quella sera nessuno sarebbe più morto di fame.
    Fatta una fumata – chi aveva sigari, chi sigarette – si affievolì la conversazione che momentaneamente si era riaccesa. Uno dei più alti fra gli ostaggi abbrunò la luce e definitivamente ci coricammo sulla paglia preziosa. Ogni tanto affiorava qualche lamento, qualche ricordo, qualche espressione di timore dalle labbra di qualcuno. Vennero le 23, le 24, l’una , le due, … ma di oltre venti persone, una sola riuscì a dormire veramente sodo, il Dott. Sordoni di Oderzo, il quale ad un certo momento cominciò a russare e non la smise, con l’invidia di tutti, fino al mattino. Il Cav. Segati di Ponte di Piave iniziò la serie delle sue notti disteso sul tavolone di mezzo con la valigia per cuscino.
    16 settembre [1944]
    Due novità inattese ci scombussolarono buonora. In Sacile era stato arrestato un capo partigiano, già maresciallo della medesima caserma. L’indomani in piazza, davanti a tutta la popolazione, doveva venire impiccato. Lascio immaginare l’impressione che fece in tutti noi, detenuti come ostaggi, tale notizia antelucana! I tristi presentimenti della sera precedente furono confermati. E qui in quest’occasione bisognerebbe che io descrivessi il pessimismo ad oltranza e contagioso dimostrato dai dottori Pellegrini e Sordoni. Qualche cosa di inaudito, di indicibile, di disastroso addirittura… La seconda novità, amara, specie per noi sacerdoti: la privazione della S. Messa e della Comunione. Mons. Visintin aveva chiesto al Comandante di poter celebrare ma aveva avuto per risposta che Dio è dappertutto perciò non era necessario. Nove sacerdoti e un chierico, Don Matteo Visintin, nipote del Monsignore, e tanta buona gente priva di messa e di comunione! Quanto dolore in tutti! Che delusione! – Tenteremo di nuovo, disse Mons. Visintin. Chiese rapporto col comandante una volta, più volte, ma nonostante le buone parole di un maresciallo e di alcuni subalterni, Mons. Visintin non venne mai ricevuto. Pazienza! Sabato 16 settembre, prima giornata di prigione. Con questa novità eravamo tutti storditi ed amareggiati all’estremo! Si pensava per lo meno che da un momento all’altro ci avessero chiamati per presentare i documenti e per venire interrogati… chissà su che cosa… ma nulla. Qualche soldato vedendo la nostra pena ci diceva: “oggi, domani, casa tutti”. Qualche altro: “fra due, tre giorni vi libereremo tutti”. Qualche altro ancora: “forse vi condurranno a Vittorio Veneto per essere interrogati”. – A piedi? – “Eh sì, a piedi!” Ogni tanto, oltre che nella mente di ognuno, affiorava anche nei discorsi l’argomento del disgraziato partigiano che all’indomani doveva venire impiccato. Qualcuno ripeteva: “che bella domenica domani! Forse faranno assistere anche noi a tale operazione. Mio Dio, che spavento!”. Inaspettatamente ci capitò in prigione Mons. Sandro, Arciprete di Motta di Livenza, con P. Paolino Visentin, mio Vicario nel Convento di Motta di Livenza. Entrarono di nascosto o in che forma non lo so. So solo che con loro non scambiai neppure dieci parole ed erano già usciti. Perché? Persuasione di tutti: temevano di subire la nostra medesima sorte. All’una ci viene portato un po’ di brodo con un bel pezzo di formaggio grana. Alcuni chiesero, e fu permesso, che venisse loro portato del pane e del vino. In mattinata furono iniziate le visite dei famigliari dei detenuti. Si incominciò a parlare con loro da quella finestra che, come dissi, per raggiungerla era necessario salire sul tavolone di mezzo e ancora su una seggiola. Più di uno però lo fece con profitto. Per quel mezzo si ebbero le prime impressioni di ciò che potessero pensare le nostre famiglie e i nostri paesi della nostra situazione.
    [NOTA]
    158 L’avvocato Aurelio Girardini, nell’annuario del martirio del patriota Giovanni, incaricò proprio l’avvocato opitergino Antonio Levada di tenere il discorso durante l’inaugurazione della lapide in memoria del figlio, che è tutt’oggi affissa sulla parete della villa in viale Madonna. Il discorso è stato poi stampato in un libretto a cura della famiglia. Alcune copie sono conservate nell’Archivio Aurelio Girardini a Motta di Livenza (Tv).
    Davide Drusian, Il diario di fra Benvenuto Grava e altre testimonianze inedite sull’occupazione nazifascista a Motta di Livenza (TV), Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2021-2022

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