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Scientists Use AI To Supercharge Ultrafast Laser Simulations by More Than 250x
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Donne tra guerra totale, guerra civile e occupazione tedesca
A partire dalla pubblicazione di “Una guerra civile” di Pavone, come si è già ricordato, si è aperto in Italia un interessante dibattito che riguardava la possibilità o meno di definire la Repubblica sociale italiana un regime collaborazionista. Pavone, com’è noto, ha ribadito che per la Rsi tale categoria non è del tutto adatta. Egli ha ritenuto infatti che si possa parlare di regimi collaborazionisti per quei governi creati e asserviti all’occupante tedesco, fondati sui fascismi locali che da soli non avevano avuto la forza di prendere il potere. Per l’Italia invece, dove il fascismo aveva conquistato e mantenuto il potere per un ventennio, la parte finale di quell’esperienza, non poteva considerarsi, secondo Pavone, un mero collaborazionismo <150. Marco Palla, durante il convegno Bellunese del 1988, criticava invece l’utilizzo, a suo avviso generalista, della categoria di guerra civile, fuorviante per il caso italiano, ritenendo invece più utile analizzare il periodo 1943-1945 in Italia sotto la lente della categoria di collaborazionismo, che avrebbe permesso, secondo lo studioso, anche un approccio comparativo con le altre esperienze europee <151. Mi sembra utile, per sviluppare il dibattito, inserire la distinzione tra relazioni italo-italiane e quelle italo-tedesche, prendendo a prestito la distinzione che Stanley Hoffmann suggerisce per il caso francese tra relazioni franco-francesi e quelle franco-tedesche <152. Se le relazioni italo-italiane riconducono maggiormente alla categoria di guerra civile, le seconde invece rinviano alla collaborazione con le forze occupanti. Personalmente ritengo però che per comprendere la vicenda della Rsi e dei e delle fasciste repubblicane non possa essere utilizzata un’unica categoria di analisi ma, allineandomi con gli studi degli ultimi vent’anni sulla guerra in Italia, ritengo piuttosto che debbano esserne prese in considerazione diverse – quelle di guerra totale, di guerra civile, di lotta per la sopravvivenza, di occupazione tedesca, di guerra ai civili, di guerra alle donne, e anche, come vedremo, di guerra tra i generi – che da sole non esauriscono il fenomeno, ma che insieme contribuiscono a spiegarlo e a renderne la complessità. Pur utilizzando dunque il termine “collaborazionismo”, si deve precisare che non si vuole compiere una trasposizione automatica di un capo di reato in categoria storiografica. Piuttosto il suo utilizzo rimanda a una definizione di comodo, che riunisca sotto un’unica etichetta una serie di profili ed esperienze che risultano essere, come vedremo, molto diverse tra loro.
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Se infatti i processi per collaborazionismo da una parte descrivono le scelte delle fasciste repubblicane, ideologicamente convinte, mosse dalla volontà di sostenere la linea politica e militare dei tedeschi, d’altra parte essi evidenziano soprattutto l’esperienza delle donne per così dire “comuni” e della popolazione durante la guerra. Una guerra che ebbe i caratteri totali in cui vennero meno i confini tra dentro e fuori, tra pubblico e privato, e dunque comportò il coinvolgimento diretto dei e delle civili nelle dinamiche belliche, provocandone spesso una scelta di parte <153. Emerge quindi, dall’analisi dei fascicoli processuali, una sorta di storia della società in guerra, in cui possono essere analizzati i comportamenti delle donne, le loro scelte di campo quotidiane, le relazioni che intesserono con i protagonisti della guerra, dettate dalla fede alla religione civile a cui erano state educate per vent’anni, ma anche dalle contingenze della guerra, dalla paura, dall’opportunismo, dalla volontà di sopravvivere o di arricchirsi, dall’aderenza o dalla ribellione ai contesti familiari.
Dalla lettura delle carte processuali sono quindi emerse esperienze diversificate rispetto allo stereotipo dell’ausiliaria delineato nel capitolo precedente. Innanzitutto bisogna sottolineare che la stessa categoria delle ausiliarie risulta ben più sfaccettata e complessa rispetto all’immagine restituita dal regolamento del Saf [Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana] e dalla pubblicistica saloina, e si possono individuare casi di quelle ausiliarie che non si limitarono alle mansioni previste ufficialmente. Come già ricordato precedentemente, nonostante gli sforzi delle istituzioni della Rsi di normalizzarne le attività, le ausiliarie chiesero e spesso ricoprirono ruoli diversi da quelli previsti dal Regolamento, limitate all’ambito dell’assistenza, della propaganda, delle mansioni di ufficio. Molte, come vedremo nei paragrafi successivi, pur vestendo la divisa da ausiliaria, fecero parte dei sistemi informativi tedeschi o vennero arruolate negli Uffici politici investigativi; altre affiancarono alle mansioni ufficiali un’attività delatoria più o meno consapevole; altre ancora chiesero e ottennero di essere arruolate in prima linea, di imbracciare le armi, partecipando a rastrellamenti o assistendo a interrogatori negli uffici di brigate nere e di altri corpi della Rsi impiegati nella lotta antipartigiana.
Dai documenti emergono poi, oltre alle esperienze delle ausiliarie, atteggiamenti di “collaborazione” con il nemico, tedeschi occupanti o fascisti repubblicani, che si discostano e niente hanno a che vedere col Saf che, come ricorda Maura Firmani, “non può essere rappresentativo di tutta la militanza femminile” <154. Se si guarda infatti oltre il Saf e lo stereotipo dell’ausiliaria, si possono scorgere profili diversi: quelli delle delatrici, definizione che a sua volta, come vedremo, apre a profili distinti; quelli che Dianella Gagliani ha chiamato delle “irregolari”, rastrellatrici e torturatrici; quelli delle donne che collaborarono per fini economici o quelli di coloro che si avvicinarono al nemico “per amore” o per motivi privati legati alla sopravvivenza e alla vita quotidiana durante la guerra.
Le istituzioni della Rsi, nonostante gli sforzi di centralizzazione, furono incapaci di controllare la periferia, e dunque nelle realtà locali proliferarono fenomeni ed esperienze diverse, non autorizzate ufficialmente dal regime anche se spesso celatamente tollerate. La storia della Rsi infatti non è solo la storia delle sue istituzioni centrali e delle sue direttive, ma anche delle vicende degli organismi locali, talvolta dipendenti da singole personalità, che sfuggirono spesso al controllo delle autorità. Il proliferare di bande autonome e di fenomeni di “collaborazionismo” femminile eterodossi rispetto al modello del Saf sono quindi da considerare due facce della medesima questione: la debolezza della Rsi e la sua anarchica “policrazia” <155. Diversi infatti sono i fascicoli a carico di donne che parteciparono a rastrellamenti, a sevizie e torture, a omicidi, a plotoni di esecuzione. Le storie di queste donne prendono
forma e maggiore significato e importanza nell’intreccio con le vicende locali e se inserite all’interno delle storie che coinvolgono le bande autonome di cui fecero parte insieme a protagonisti, uomini, di maggiore rilievo politico-militare. Difficile infatti pensare che donne che frequentavano le caserme della banda Carità o della banda Koch e, come vedremo, assistevano agli interrogatori e alle azioni punitive, non avessero una comunità di intenti con i loro compagni uomini. D’altra parte l’emergere di tali figure devono essere ricondotte anche al clima di corruzione, di disfacimento morale e di estremizzazione della violenza che caratterizzò gli ultimi anni della guerra e agevolò la diffusione di veri e propri casi di criminalità.
La varietà, la complessità e la «liquidità» delle esperienze femminili che emergono dagli atti processuali hanno reso difficoltosa la costruzione di categorie dai confini netti e definiti. I profili personali sono difficilmente catalogabili in una tipologia senza che essi debordino nelle altre: ogni esperienza individuale racchiude infatti tratti comuni a tipologie diverse. Tuttavia per non cadere nel racconto della tranche de vie, pur non componendo una tipologia vera e propria, si è tentato di definire una morfologia fluida basata su tre elementi di analisi: quello delle attività svolte, quello delle motivazioni della scelta <156 e quello del grado di relazione con gli occupanti e gli altri protagonisti della guerra. Se finora gli studi, come quello di Francesca Alberico e Annalisa Carlotti, rispettivamente condotti sulla base delle fonti orali e della memorialistica, o anche quello di Roberta Cairoli, hanno indagato le esperienze delle donne della Rsi secondo le attività che avevano svolto nel biennio 1943-1945 e le motivazioni che avevano provocato la loro scelta di campo <157, mi è sembrato interessante introdurre un terzo elemento di analisi, che è quello del grado di relazione con tedeschi e fascisti, mutuato dalla ricerca di Annette Warring. Questa studiosa, analizzando il caso delle donne danesi e dei figli nati dalle loro relazioni con i tedeschi occupanti, ha infatti proposto una tipologia sulla base del carattere della fraternizzazione con i tedeschi. Secondo la sua classificazione, sono stati definiti cinque modelli: le prostitute, le donne che hanno una relazione sentimentale con un solo tedesco, coloro che frequentano pubblicamente e in gruppo gli occupanti, coloro che lavorano a favore dei tedeschi, le donne filo-tedesche sostenitrici dell’ideologia nazista <158. Tale criterio apre un nuovo orizzonte di studio sul tema, suggerendo l’esistenza di una serie di atteggiamenti e comportamenti complessi che rinviano a relazioni tra occupanti e occupati diverse dal binomio vittima-carnefice. D’altra parte si deve tenere presente che in Italia la presenza della Rsi e vent’anni di regime comportano una sostanziale differenza rispetto al caso danese e le donne entrano in contatto non solo con gli occupanti, ma anche con i fascisti repubblicani e con i partigiani. Per comprendere appieno le esperienze delle donne italiane deve essere effettuata dunque, come già ricordato, un’operazione di contestualizzazione multipla delle vicende personali all’interno delle categorie dell’occupazione tedesca, della guerra civile, della guerra totale, della guerra ai civili, ma anche all’interno delle dinamiche delle relazioni di genere <159. Non è possibile infatti interpretare i gesti delle donne se non nell’intersezione tra queste diverse scale di lettura, attraverso cui viene delineata la complessità dell’universo femminile “collaborazionista”, e più in generale dell’universo femminile durante la guerra.
[NOTE]
150 C. Pavone, Una guerra civile, cit.
151 M. Palla, Guerra civile o collaborazionismo?, in M. Legnani, F. Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, cit., pp. 83-98.
152 S. Hoffmann, Collaborationism in France during World War II, «The Journal of Modern History», vol. 40, n. 3, septembre 1968, pp. 375-395.
153 Sul tema della scelta si rimanda alle lucide pagine di C. Pavone, Una guerra civile, cit., pp. 3-62, in particolare sulla scelta dei fascisti, si vedano le pp. 36-41.
154 M. Firmani, Per la patria a qualsiasi prezzo, cit., p. 136.
155 M. Griner parla per esempio del policentrismo degli organismi di polizia, che sfuggono al controllo delle autorità centrali saloine, in riferimento in particolare alla banda Carità e alla banda Koch, cfr. M. Griner, La banda “Koch”, cit, pp. 38-45.
156 Bisogna comunque ricordare che la fonte giudiziaria ha dei grossi limiti nel rivelare le motivazioni della scelta, poiché le ammissioni delle imputate durante gli interrogatori sono sottoposte alle esigenze difensive, e dunque sono carte che devono essere lette in controluce e con grande cautela.
157 F. Alberico, Ausiliarie di Salò, cit.; A. Carlotti, La memorialistica della Rsi, cit.
158 Cfr. A. Warring, Tyskerpiger. Under besœttelse og retsopgǿr (Donne dei tedeschi durante l’occupazione e punizione nel dopoguerra), Gyldendal, Kǿbenhavn, 1994. Si veda inoltre, Ead., Identità nazionale, genere e sessualità, «Storia e problemi contemporanei», n. 24, 1999; Ead., Intimate and sexual relations, in R. Gildea, O. Wieviorka, A. Warring (a cura di), Surviving Hitler and Mussolini. Daily life in occupied Europe, Oxford, Berg, 2006; Ead., Aimer l’ennemi au Danemark, in F. Rouquet, F. Virgili, D. Voldman (a cura di), Amours, guerres et sexualité. 1914-1945, Gallimard, Paris, 2007.
159 Sull’occupazione tedesca cfr. L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca,cit.; sulla categoria di guerra civile, cfr. C. Pavone, Una guerra civile, cit.; sulla guerra totale, cfr. G. Gribaudi, Guerra totale, cit.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 -
Si spostavano verso la Garfagnana lanciando bombe a mano oltre ogni siepe https://bigarella.wordpress.com/2026/02/06/si-spostavano-verso-la-garfagnana-lanciando-bombe-a-mano-oltre-ogni-siepe/ #1944, #Alleati, #Aprile, #Aviolanci, #Fascisti, #Fivizzano, #GiorgioGimelli, #Guerra, #LaSpezia, #Liguria, #Lunigiana, #Maggio, #Massa-Carrara, #Partigiani, #Province, #Rastrellamento, #Resistenza, #Spie, #Tedeschi, #Toscana
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Si spostavano verso la Garfagnana lanciando bombe a mano oltre ogni siepe
I primi successi nella attività dello spionaggio nemico in montagna si erano potuti registrare non solo in occasione del rastrellamento di Pasqua [1944] in III Zona – effettuato con una precisione che testimoniava la presenza di abili informatori all’interno dello schieramento partigiano – ma anche in altre zone della Liguria, nello stesso mese di aprile.
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Nella zona dipendente dal Comitato Militare di La Spezia, ad esempio, due agenti nemici – presentatisi in formazione quali latori di un ordine di esecuzione emanato da un inesistente C.L.N. – erano riusciti a sobillare un gruppo di uomini del reparto partigiano dislocato a Sassalbo, sopra Fivizzano [n.d.r.: provincia di Massa-Carrara in Toscana], ottenendo l’uccisione del comandante e lo scioglimento del reparto stesso (1).
Essi erano riusciti là dove pochi giorni prima aveva fallito una colonna di Camicie Nere e di G.N.R., proveniente da Carrara, il cui attacco la formazione aveva respinto sotto Collegnago.
In quella zona si recarono, il 23 aprile, due membri del C.M. spezzino – Jacopini e Matazzoni (2) – per entrare in contatto con una banda operante nell’Argenia, presso la quale contavano di incontrare l’R.T. Domenico Azzari (Candiani) che pur essendo stato paracadutato troppo lontano dalla località assegnatagli dagli Alleati aveva ugualmente cominciato a richiedere aviolanci a favore di quel reparto (3).
In quel periodo, i partigiani (4) avevano provveduto a disarmare il posto di blocco del Cerreto, ad impedire la consegna del bestiame all’ammasso bandito dai fascisti e ad effettuare alcuni attacchi improvvisi a pattuglie ed a colonne nemiche (5).
L’uccisione di due militi nel corso di una di queste azioni fornì al Comando germanico il pretesto per un grande rastrellamento, il primo che investiva l’alta Lunigiana (6).
Preceduto dalla affissione in tutti i paesi della zona del proclama diramato in quei giorni dal maresciallo Kesselring (7), l’attacco ebbe inizio la sera del 4 maggio: le precise notizie messe a disposizione del Comando tedesco dalle due stesse spie che per incarico della prefettura di Massa si erano infilfrate nella banda di Sassalbo, avevano enormemente facilitato la elaborazione di un dettagliato piano di rastrellamento.
Esso prevedeva la convergenza nella zona di 3 colonne – circa 2.000 uomini tra G.N.R., Camicie Nere, X Mas e tedeschi – provenienti rispettivamente da Massa, da La Spezia e da Reggio; il concentramento del grosso delle truppe a Fivizzano doveva far credere che il paese costituisse la base di partenza per l’unica direttrice di attacco su Mommio [n.d.r.: frazione collinare del comune di Fivizzano], dove era dislocato il campo partigiano. Invece, contemporaneamente al movimento della colonna da Fivizzano, un’altra colonna doveva muovere nella notte attraverso il Cerreto per giungere ai fianchi e alle spalle dello schieramento partigiano.
Il dispositivo non diede i risultati attesi solo perché la seconda colonna iniziò il fuoco senza attendere che la prima colonna completasse l’accerchiamento del campo: questo consentì alla maggior parte degli uomini della banda di mettersi in salvo.
Tuttavia il nemico insistette per quattro giorni operando con intenti punitivi sulle popolazioni e rastrellando sistematicamente la zona dalla valle del Rosaro all’alta valle dell’Aulella, da Sassalbo a Giuncugnano, dal Cerreto al passo dei Carpinelli: oltre cento case bruciate (8), decine di contadini e di pastori uccisi, migliaia di capi di bestiame massacrati o razziati, lungo tutto il percorso dei reparti che lentamente si spostavano verso la Garfagnana lanciando bombe a mano oltre ogni siepe, indirizzando il fuoco dei loro mortai su ogni villaggio e su ogni bosco, sparando raffiche lungo ogni sentiero (9).
Più che un’azione anti-partigiana questa fu soprattutto una sanguinosa azione di rappresaglia contro le popolazioni inermi: pochissimi furono infatti i partigiani caduti nel rastrel[amento, a paragone delle vittime civili (10).
Non si può escludere che l’estensione, la durata e la forza di questo rastrellamento – indubbiamente sproporzionato alla entità delle forze partigiane presenti in zona – fossero già in relazione con le intenzioni germaniche di installare a Fivizzano, come poco dopo avvenne, una importante sede di Comando sulla linea gotica (11).
[NOTE]
(l) Si trattava del partigiano RENZO, uomo coraggioso e stimato dalle popolazioni; l’episodio si può spiegare solo se si considera la confusione che ancora prevaleva nel periodo in cui avvenne. Cfr. in merito “CANTA IL GALLO” ediz. Il Gallo di Renato Jacopini a pag. 32-33.
(2) Matazzoni, tenente pilota in S.P.E., arrestato nel giugno ’44, morì nel campo di concentramento in Germania
(3) La missione iniziale di Candiani – sottuffiiale di Marina in S.P.E. – era stata quella di operare fra Firenze e l’Appennino toscano per conto delle formazioni di quella zona .
(4) Il reparto era inizialmente composto di una cinquantina dì uomini – di cui almeno 30 erano ex prigionieri di guerra britannici, francesi, sovietici, sudanesi e persino indiani – ed era in contatto con un piccolo nucleo guidato da due ufficiali britannici “WILLIAM” e “TERRY” stabilitisi a Castelletto, frazione di Giuncugnano.
(5) La formazione di Mommio aveva ricevuto anche un lancio – la notte del 22 aprile – che era però andato quasi tutto disperso.
(6) Jacopini (op. citata a pag. 39) paragona questo rastrellamento ad una vera e propria azione di linea: per il raggio e la durata, più che per i risultati militari raggiunti.
(7) Testo del proclama affiso a Fivizzano e nel circondario: «Il comandante supremo delle forze armate germaniche proclama: Chiunque sia trovato in possesso di armi ed esplosivi non denunciati al più vicino Comando tedesco, sia fucilato. Chiunque dia alloggio a partigiani, o li protegga, o li soccorra di abiti, cibo o armi, sia fucilato. Chiunque sia a conoscenza di un gruppo di ribelli o anche di un solo ribelle e non ne dia notizia al Comando più vicino, sia fucilato. Chiunque dia al nemico o ai partigiani notizie sulla dislocazione di comandi tedeschi o di installazioni militari, sia fucilato. Ogni villaggio in cui sia provata la presenza di partigiani o nel quale siano avvenuti attacchi contro soldati tedeschi o italiani, o nel quale siano avvenuti tentativi di sabotaggio a depositi di guerra, sia raso al suolo. Inoltre siano fucilati tutti gli abitanti maschi del villaggio, di età superiore ai 18 anni. Le donne e i bambini saranno internati nei campi di lavoro».
(8) Solo a Mommio, 70 delle 72 case furono bruciate.
(9) Testim. Jacopini.
(10) I caduti partigiani accertati furono non più di 6: i due fratelli Bertolucci uccisi in uno scontro con una pattuglia della Decima a Regnano, un partigiano isolato sorpreso ed ucciso a Sermezzana e altri 3 – sorpresi dal rastrellamento nel bosco di Caugliano – i cui cadaveri furono esposti sulla piazza di Fivizzano a scopo dimostrativo.
(11) Quando, in aprile, nel paese era stato affisso il manifesto di Mussolini che invitava gli sbandati a presentarsi entro il 25 maggio, mani ignote avevano risposto scrivendo sul manifesto stesso il ritornello di una canzone allora in voga: «vieni, c’è una strada nel bosco» (cfr. Jacopini op. citata).
Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria. Volume II, Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 1969, pp. 145-148 -
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Antifascisti cattolici arrestati tra Milano e Lecco a primavera 1944
Mentre sull’orizzonte politico si stavano profilando tali importanti cambiamenti, la lotta, in Lombardia, nella primavera del 1944, era nel pieno del suo “suo corso” <655 e si stava ulteriormente inasprendo.
Il 26 aprile venivano arrestati Carlo Bianchi e Teresio Olivelli, due antifascisti cattolici collegati al Cln di Milano e ispiratori del foglio clandestino «Il Ribelle». La loro cattura era stata dovuta alla delazione di un conoscente, il medico Giuseppe Jannello che, frequentatore come Bianchi della Fuci, era stato fermato dalla polizia lo stesso giorno. Durante un interrogatorio in carcere, il dottore aveva ceduto a seguito di quello che avrebbe più tardi definito un “atto di viltà”, del quale avrebbe chiesto venia <656. Sottoposto alle pressioni degli inquirenti, che minacciavano ritorsioni contro la madre malata, si era piegato a confessare i nomi dei responsabili del giornale di ispirazione cattolica. I fatti sono stati minutamente ricostruiti dalla figlia di Carlo Bianchi, Carla Bianchi Iacono, la quale, in “Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana”, ha scritto che Giuseppe Jannello, nel tardo pomeriggio del 26 aprile, sotto costrizione, aveva telefonato all’abitazione di Via Villoresi (n.24), di proprietà dell’ingegner Bianchi, chiedendogli un appuntamento urgente in Piazza San Babila per la mattina successiva alle 12.30. Contestualmente, Jannello lo aveva invitato a condurre con sé anche Teresio Olivelli, suo ospite – come prima di lui Jerzi Sas Kulczycki – nonché fondatore con Luigi Masini e Carlo Basile delle Fiamme Verdi. I due amici, recatisi all’incontro, erano stati arrestati dai militi dell’Ufficio Politico Investigativo, comandati dal “dottor Ugo”, ed erano stati ristretti nel VI° raggio del carcere di San Vittore, rispettivamente nella cella n.19 e n.142, con l’accusa di propaganda a mezzo de «Il Ribelle». A una settimana dall’arresto, due funzionari dell’Ufficio speciale di polizia – dipendenti di quello stesso Luca Ostèria – avevano bussato alla porta dell’abitazione di Bianchi per procedere a una perquisizione: gli inquirenti speravano di trovare in casa sua ulteriori prove d’accusa, ma erano riusciti a sequestrare solo volantini della Fuci. Bianchi e Olivelli, tenuti rigorosamente separati l’uno dall’altro per più di venti giorni, avevano scovato ugualmente un modo per comunicare. A dimostrazione dei contatti intercorsi tra i due amici, c’era il primo messaggio, fatto recapitare da Bianchi alla propria famiglia, che portava sul retro uno scritto di Olivelli. Non solo: Bianchi era riuscito addirittura a incontrare “[Agostino] Gracchi” in una situazione del tutto eccezionale: “Ho potuto perfino fare una scappatina nella cella di Gracchi [Olivelli] (è stato arrestato insieme a me) e abbiamo fatto una chiacchierata molto utile: vi saluta tanto anche lui, dice che i suoi non sanno ancora niente, di non avvertirli però per evitar loro il dolore, se mai venissero a cercarlo da voi preparate suo padre
con bei modi e ditegli tutto. La sua posizione non è grave per ora, e spero se la cavi con poco” <657. Il 9 giugno i due prigionieri sarebbero stati condotti nel campo di Fossoli, da dove Bianchi non avrebbe mai più fatto ritorno e Olivelli sarebbe stato deportato prima a Bolzano, poi a Hersbruck, per morire in quel campo di concentramento tedesco il 17 gennaio del 1945.
Anche il gruppo del Cln di Lecco e quello della missione americana dell’Oss sarebbero caduti nel mese di maggio nella rete dei nazifascisti e portati il 9 giugno a Fossoli, insieme ad alcuni membri dell’organizzazione Reseaux Rex e ai militari del Vai detenuti a San Vittore.
Una “domenica mattina” <658, a Maggianico, nell’abitazione di Giulio Alonzi, si era presentato da solo Antonio Colombo, uno dei suoi collaboratori lecchesi (insieme a Franco Minonzio, impiegato presso la ditta Badoni, e Luigi Frigerio, detto “Signur” <659, meglio conosciuto come il “Cristo” <660). Colombo aveva avvertito Alonzi che due russi, ex prigionieri, lo aspettavano in casa di gente amica, al Garabuso, sopra Acquate. Inforcate le biciclette, Colombo e Alonzi erano giunti a villa Ongania, di proprietà delle sorelle Villa (Caterina, detta “Rina”, Angela, Erminia e Carlotta), dove avevano trovato, “in compagnia del Frigerio” <661, i due russi. Erano così venuti a sapere da questi della
disponibilità, manifestata da una cinquantina di loro connazionali impiegati alla Todt a Milano, a far parte di una formazione partigiana e a “trasportare a Lecco un certo quantitativo di esplosivo e di bombe a mano” <662. Si erano infine congedati dai russi in attesa di prendere una decisione a riguardo. A loro parere, gli ex prigionieri in questione avrebbero dovuto raggiungere la città auspicabilmente “a scaglioni di sei per volta per ragioni di opportunità” <663. Pensando che il capo naturale della costituenda formazione non potesse che essere Voislav Zaric <664, un sottufficiale serbo, ex-prigioniero delle truppe italiane, a capo di un piccolo raggruppamento di dieci uomini, prevalentemente serbi e croati, attivo nell’alta Valle Brembana e in Val Taleggio, Alonzi si era fatto combinare con lui un appuntamento da Mario Colombo, il sarto antifascista di Zogno, che faceva per quella zona “da trait d’union del Comitato” <665. Zaric era rimasto entusiasta all’idea di poter ingrossare le fila della sua formazione onde “fare qualche azione nella valle” <666. Di qui la programmazione di una riunione da tenersi in casa Villa per il successivo 12 maggio, allo scopo di “concretare le modalità per mettere in salvo gli ex prigionieri” <667. All’incontro sarebbero stati presenti anche i tre paracadutisti della missione radio clandestina americana, lanciati dall’Oss in Val Brembana alcune settimane prima: Emanuele Carioni, Piero Briacca, e l’italo-americano Louis Biagioni. Questi ultimi, però, assistettero “casualmente alla riunione perché erano solo ospiti dalle Villa, tanto che non avrebbero preso parte “alle […] trattative e agli accordi” <668. Louis Biagioni, newyorkese di nascita, era stato formato in America, “a Sioux Falls S. Dakota” <669, come radiotelegrafista. Spinto dal “desiderio di curiosità e dell’avventura”, aveva accettato sin dal 1942 di entrare nell’Oss, “senza sapere precisamente quali scopi e lavori” ne sarebbero derivati “per una tale appartenenza” <670. Sbarcato a Palermo, dopo due settimane di addestramento alla radio trasmittente e ricevente, era stato trasferito a Brindisi, dove era rimasto per quattro mesi, fino alla partenza per l’Italia del Nord, avvenuta ai primi di aprile 1944. Emanuele Carioni, suo compagno di missione, era un ragazzo di soli ventidue anni, alto e biondo, nativo di Misano di Gera d’Adda. Egli aveva frequentato il corso allievi ufficiali di complemento a Nocera e ne era uscito con il grado di sottotenente. Chiamato alle armi, il 27 febbraio 1941 aveva prestato servizio presso il 24° Reggimento artiglieria Piacenza. Inviato poi in forza del 184° Reggimento di artiglieria “Nembo” in Albania, aveva avuto modo di verificare lì la politica sconsiderata del fascismo. Era stato proprio in Francia, in Jugoslavia, in Grecia, in Russia che, a fronte delle efferatezze perpetrate dal regime nazifascista, molti soldati italiani avevano conosciuto la guerra partigiana. Già nel giugno 1942, scrivendo una lettera alla sorella Ersilia dal fronte jugoslavo, Emanuele si esprimeva in questo modo: “da un momento all’altro noi potremo dover guardare a questa bandiera che sventola come al simbolo di un nemico. Tutto ciò non mi sgomenta e con calma penso alla casa, alla Patria lontana. Ti dico questo non per drammatizzare le cose, ma perché tu sappia quale sarà la mia linea di condotta nel caso che tali eventi dovessero succedere” <671.
[…] I guai per i protagonisti della vicenda erano ormai “maturati”. I russi si sarebbero in breve rivelati spie, con il conseguente collasso dell’intera rete clandestina che aveva avuto base a villa Ongania. Il 17 maggio sera erano a casa delle Villa, oltre a Emanuele e Louis, “undici partigiani” che poi sarebbero risultati nazifascisti. “Tra questi c’erano spie della SS tedesca”, avrebbe ricordato Caterina Villa in una memoria depositata oggi presso l’archivio dell’Anpi di Lecco: “Mirko e Boris e Resmini, quest’ultimo spia italiana al servizio dei tedeschi al comando SS di Bergamo” <688. E così, mentre il giovedì 18 mattina Mirko aveva accompagnato Emanuele Carioni per Milano e lì lo aveva fatto arrestare con Maria Prestini, contestualmente Sandro Turba, presentatosi in casa di Colombo, lo aveva avvertito che presso le donne erano sopraggiunti “alcuni individui da convogliare verso la montagna […] accompagnati dal Boris” <689. Giunto sul posto, Antonio non aveva però trovato la persona indicata, ma un triestino del tutto sconosciuto. Non sapendo come regolarsi, era tornato indietro, pregando le sorelle di ricontattarlo all’arrivo del russo. Di sera, ricevuta la telefonata, era così tornato in casa delle Villa dove il Boris <690, in compagnia di Mirko, gli aveva comunicato l’arrivo a Lecco di un camion con armi e munizioni diretto in Val Taleggio. I due russi, mentre si accingevano, insieme a Colombo, a recarsi in città, si erano qualificati di fronte all’uomo come agenti della polizia tedesca e lo avevano fatto arrestare. All’alba del 19 tedeschi delle SS, guidati dai due russi, dopo aver iniziato una sparatoria, avevano poi preso nella rete l’americano Louis, e le sorelle Rina, Erminia e Carlotta. Si erano salvati Angela, che era a Barzio, e Pietro Briacca, mentre era rimasta piantonata ad Acquate l’anziana madre delle Villa la quale, malata,
era stata costretta a lasciare l’abitazione <691. Ha raccontato Alonzi poi circa la conseguente cattura di Voislav Zaric e di Candida Offredi: “Avvenne che una sera Antonio fu chiamato al Garabuso e arrivato al Caleotto, lo arrestarono. Poi i tedeschi arrestarono le tre sorelle Villa Ongania e si insediarono nella loro casa. Arrivò Zaric e la partigiana di collegamento, Candida [Offredi]. Presi anche loro. Antonio riuscì a farmi sapere che dovevo filare subito. […] Tutti finirono a Fossoli. Zaric e le donne furono poi mandati in un lager. Zaric passò per il Cellulare e in una cella del Quinto raggio aveva graffito il suo nome sui muri, più e più volte. In quella cella finii anch’io più tardi e i graffiti mi ricordarono tante cose” <692. Boris e Mirko, che avevano condotto le SS tedesche al Garabuso, si erano insediati in casa delle donne in attesa dell’arrivo di Zaric e della Offredi, sua accompagnatrice; solo Alonzi si sarebbe salvato, avvertito all’ultimo momento da Colombo. Emanuele Carioni, entrando il 19 maggio nel portone della Casa circondariale, con sua grande sorpresa, si era trovato così davanti l’amico Louis, ivi tradotto dalle guardie. Emanuele “era un po’ pallido come eravamo tutti noi presi in quella retata” – avrebbe ricordato Biagioni -, a causa del pensiero “della sorte che ci aspettava. Ci demmo uno sguardo di incoraggiamento, ma non si poté parlare” <693.
[NOTE]
655 Una lotta nel suo corso: così Ragghianti aveva suggerito di intitolare la raccolta di saggi pubblicati da Neri Pozza Editore nel 1954.
656 “Il dottor Jannello sarebbe poi liberato il 10 giugno, giorno successivo all’invio del gruppo de «Il Ribelle» al campo di Fossoli. Il suo tradimento era stato premiato con la libertà. La lettera scritta da Jannello il 28 maggio con la confessione del suo atto di viltà non è reperibile. Il suo contenuto però trova conferma nell’intervista rilasciata dalla prof. Nina Kaucisvili il 25 gennaio 1995: “[…]. Secondo la Kaucisvili, Jannello appena uscito dal carcere, verso la fine di giugno, si recò a una riunione della Fuci, raccontò tutto chiedendo perdono e giustificandosi dicendo che non si era reso conto della gravità di ciò che aveva fatto. Don Ghetti in seguito invitò tutti a evitarlo perché lo riteneva un elemento pericoloso per l’organizzazione”. C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, Milano, Morcelliana 1998, pp. 125-6.
657 C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, cit., p. 130.
658 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
659 ibidem.
660 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni e di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
661 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2. Si veda anche G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
662 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
663 ibidem.
664 Voilsav Zaric era stato catturato a Lubiana nel 1941 dalle truppe italiane, inviato a Gorizia, in Sardegna e poi nel campo per prigionieri di guerra della Grumellina (n.62) a Bergamo da dove era evaso il 10 settembre con altri slavi sulle montagne vicine.
665 Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, in copia. Archivio privato famiglia Carioni.
666 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
667 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
668 Verbale di interrogatorio di Zaric Voislav. Archivio privato famiglia Carioni.
669 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
670 ibidem.
671 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942. Archivio privato famiglia Carioni.
688 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
689 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
690 Era Boris un ragazzo di 24 anni, “piccolo, naso dritto, capelli bruni, occhi chiari”, mentre il suo compagno, Mirco, di 30, detto “il biondino”, “piccolo, biondo, occhi chiari, naso normale”. Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, Archivio privato famiglia Carioni.
91 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
692 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, pp. 79.
693 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942, Archivio privato famiglia Carioni.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023#1944 #Acquate #alleati #antifascisti #Bergamo #Brembana #CarloBianchi #cattolici #EmanueleCarioni #ex #fascisti #FiammeVerdi #FrancescaBaldini #Garabuso #GiulioAlonzi #guerra #IlRibelle #Lecco #Lombardia #LouisBiagioni #LucaOsteria #maggio #Milano #missione #OSS #partigiani #prigionieri #province #ReseauxRex #Resistenza #russi #sorelle #spie #Taleggio #tedeschi #TeresioOlivelli #VAI #Valle #VillaOngania
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SPIE acquires Voets & Donkers in the Netherlands, strengthening its position in industrial refrigeration technology and air handling systems https://www.byteseu.com/1320087/ #AirTreatmentSystems #FoodProcessing #Netherlands #PeterDonkers #SPIE
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