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#partigiani — Public Fediverse posts

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  1. Il nostro amico Fabrizio, figlio del fratello di Ugo Forno, ci segnala la petizione per chiedere l'installazione di una fontanella nel luogo di sosta della ciclabile accanto al ponte intitolato allo zio, che impedì ai soldati nazisti in ritirata da Roma di distruggere il ponte ferroviario che attraversa il fiume.
    it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Forno
    Si firma qui openpetition.eu/it/petition/on
    E questo è il luogo
    opentouchmap.org/?lat=41.94211
    Se volete, firmate e fate girare.
    Grazie
    #ugoforno #ciclabile #partigiani

  2. Il nostro amico Fabrizio, figlio del fratello di Ugo Forno, ci segnala la petizione per chiedere l'installazione di una fontanella nel luogo di sosta della ciclabile accanto al ponte intitolato allo zio, che impedì ai soldati nazisti in ritirata da Roma di distruggere il ponte ferroviario che attraversa il fiume.
    it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Forno
    Si firma qui openpetition.eu/it/petition/on
    E questo è il luogo
    opentouchmap.org/?lat=41.94211
    Se volete, firmate e fate girare.
    Grazie
    #ugoforno #ciclabile #partigiani

  3. Buon anniversario a tutti!

    Anche a quelli che non riescono a pronunciare certe parole senza vergognarsi e soprattutto oggi siedono nelle istituzioni proprio grazie alle vite e al valore dei #partigiani e della #resistenza

    Ora e SEMPRE #Antifascista 🇮🇹

    #anniversarioliberazione #25aprile #festadellaliberazione

  4. Buon anniversario a tutti!

    Anche a quelli che non riescono a pronunciare certe parole senza vergognarsi e soprattutto oggi siedono nelle istituzioni proprio grazie alle vite e al valore dei #partigiani e della #resistenza

    Ora e SEMPRE #Antifascista 🇮🇹

    #anniversarioliberazione #25aprile #festadellaliberazione

  5. 25 Aprile con APE Milano

    Sabato 25 aprile, dalle 12:00 alle 16:00, presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3, Milano; e anche online, su ape-alveare.it/ape-milano/

    Ci sono giorni in cui camminare non è solo camminare. Il 25 aprile è uno di quelli. Non perché qualcuno lo abbia stabilito, ma perché la storia lo ha fatto diventare tale: un giorno in cui le persone scendono in strada sapendo che non lo fanno solo per sé.

    APE Milano esiste da oltre cento anni. Quando Carlo Ferretti e i primi apeini costruivano l’Associazione Proletaria Escursionisti al congresso fondativo di Palazzo Marino nel 1921, e poi sui sentieri, sulle guglie della Grigna, nelle tendopoli ai Piani Resinelli, camminare in montagna insieme era già un gesto politico: ritemprare il corpo e la mente, condividere il tempo libero fuori dalle fabbriche alienanti, combattere l’alcolismo. Poi vennero le leggi fascistissime, gli arresti ai Piani Resinelli, il carcere a San Vittore.

    Pierino Vitali, apeino di Lecco, attraversò il lago di Como su una barca, con un sacco da montagna e duemila lire, verso la Svizzera prima, verso la Valle d’Aosta poi, dove si unì alla Resistenza e fu fucilato nel novembre del 1944.

    In questi ultimi quindici anni APE Milano è tornata a essere una piccola comunità di escursionisti. Non siamo eredi di niente, non portiamo vessilli. Ma quella postura, camminare per stare insieme, stare insieme per cambiare qualcosa, ci appartiene ancora.

    Quest’anno il 25 aprile lo passiamo così.

    Al mattino saremo sparsi in città per diversi momenti e iniziative, non ultimo il giro delle lapidi del quartiere Isola, per ritrovarci tutte e tutti insieme alle 12 a Piano Terra per il pranzo sociale. Nel pomeriggio cammineremo, insieme ad Audrey ANPI, dall’Isola a Porta Venezia, per avvicinarci al corteo.

    Cammineremo nella città che abbiamo attraversato in febbraio insieme a una foresta di larici tagliati a Cortina per costruire una pista da bob.

    Cammineremo anche con un pensiero a Piazza Santo Stefano, che sabato scorso con bambine, bambini e genitori abbiamo riempito di giochi e letture per dire, insieme ad altre iniziative e manifestazioni, che in questa città nessuno è straniero, nessuna è illegale, mentre a poche centinaia di metri si radunava chi pensa il contrario, richiamando idee e posture che non tramontano mai.

    Il 25 aprile non è una risposta. È una domanda che si ripete e si rinnova ogni anno. Noi cerchiamo di porcela rimanendo in cammino, passo dopo passo, per rimanere vigili e tenere vivi gli anticorpi.

    La giornata non finirà col corteo. Chi vorrà continuare ci ritroverà in Corvetto, al Parco Alessandrini, per la diciannovesima edizione di Partigiani in ogni quartiere (POQ): musica e parole nel quartiere popolare attraversato a febbraio dal corteo contro le Olimpiadi insostenibili. Dalle 18.30, ingresso libero.

    Vi aspettiamo in cammino!

    APE Milano

    La mattina del 25 aprile 1945 il CLNAI proclama l’insurrezione e lo sciopero generale che porteranno alla Liberazione della città di Milano. Da allora, ogni 25 Aprile, si festeggia dunque la primavera Antifascista che ha emancipato il Paese dall’oppressione nazi-fascista.
    Il nostro 25 aprile comincia il 17 giugno 1921, con la nascita degli Arditi del Popolo e attraversa con le Formazioni di difesa proletaria le barricate di Parma dell’agosto 1922.
    Il nostro 25 Aprile nutre la Colonna Ascaso e le Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola.
    Il nostro 25 Aprile raccoglie il testimone dell’opposizione al regime che matura al confino come nei sabotaggi alla guerra, al razzismo e al capitale.
    Il nostro 25 Aprile riscopre l’afflato di democrazia avanzata delle “zone libere”, le ventuno Repubbliche Partigiane d’Alpe e d’Appennino.
    Il nostro 25 Aprile non è nostro perché intimamente internazionalista: lo puoi riconoscere in Francia e Cile, in Grecia e Argentina.
    Il nostro 25 Aprile tracima la proclamazione della Repubblica, lo puoi ritrovare l’ultimo giorno di giugno del 1960 in Piazza de Ferrari a Genova, né dimentica le vittime del neofascismo, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna.
    Il nostro 25 Aprile rifiuta la guerra, il militarismo e gli imperialismi di qualunque colore.
    Il nostro è un 25 Aprile disarmante.

    Volantino APEino del 2022

    #montagna #liberazione #partigiani #Resistenza

  6. 25 Aprile con APE Milano

    Sabato 25 aprile, dalle 12:00 alle 16:00, presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3, Milano; e anche online, su ape-alveare.it/ape-milano/

    Ci sono giorni in cui camminare non è solo camminare. Il 25 aprile è uno di quelli. Non perché qualcuno lo abbia stabilito, ma perché la storia lo ha fatto diventare tale: un giorno in cui le persone scendono in strada sapendo che non lo fanno solo per sé.

    APE Milano esiste da oltre cento anni. Quando Carlo Ferretti e i primi apeini costruivano l’Associazione Proletaria Escursionisti al congresso fondativo di Palazzo Marino nel 1921, e poi sui sentieri, sulle guglie della Grigna, nelle tendopoli ai Piani Resinelli, camminare in montagna insieme era già un gesto politico: ritemprare il corpo e la mente, condividere il tempo libero fuori dalle fabbriche alienanti, combattere l’alcolismo. Poi vennero le leggi fascistissime, gli arresti ai Piani Resinelli, il carcere a San Vittore.

    Pierino Vitali, apeino di Lecco, attraversò il lago di Como su una barca, con un sacco da montagna e duemila lire, verso la Svizzera prima, verso la Valle d’Aosta poi, dove si unì alla Resistenza e fu fucilato nel novembre del 1944.

    In questi ultimi quindici anni APE Milano è tornata a essere una piccola comunità di escursionisti. Non siamo eredi di niente, non portiamo vessilli. Ma quella postura, camminare per stare insieme, stare insieme per cambiare qualcosa, ci appartiene ancora.

    Quest’anno il 25 aprile lo passiamo così.

    Al mattino saremo sparsi in città per diversi momenti e iniziative, non ultimo il giro delle lapidi del quartiere Isola, per ritrovarci tutte e tutti insieme alle 12 a Piano Terra per il pranzo sociale. Nel pomeriggio cammineremo, insieme ad Audrey ANPI, dall’Isola a Porta Venezia, per avvicinarci al corteo.

    Cammineremo nella città che abbiamo attraversato in febbraio insieme a una foresta di larici tagliati a Cortina per costruire una pista da bob.

    Cammineremo anche con un pensiero a Piazza Santo Stefano, che sabato scorso con bambine, bambini e genitori abbiamo riempito di giochi e letture per dire, insieme ad altre iniziative e manifestazioni, che in questa città nessuno è straniero, nessuna è illegale, mentre a poche centinaia di metri si radunava chi pensa il contrario, richiamando idee e posture che non tramontano mai.

    Il 25 aprile non è una risposta. È una domanda che si ripete e si rinnova ogni anno. Noi cerchiamo di porcela rimanendo in cammino, passo dopo passo, per rimanere vigili e tenere vivi gli anticorpi.

    La giornata non finirà col corteo. Chi vorrà continuare ci ritroverà in Corvetto, al Parco Alessandrini, per la diciannovesima edizione di Partigiani in ogni quartiere (POQ): musica e parole nel quartiere popolare attraversato a febbraio dal corteo contro le Olimpiadi insostenibili. Dalle 18.30, ingresso libero.

    Vi aspettiamo in cammino!

    APE Milano

    La mattina del 25 aprile 1945 il CLNAI proclama l’insurrezione e lo sciopero generale che porteranno alla Liberazione della città di Milano. Da allora, ogni 25 Aprile, si festeggia dunque la primavera Antifascista che ha emancipato il Paese dall’oppressione nazi-fascista.
    Il nostro 25 aprile comincia il 17 giugno 1921, con la nascita degli Arditi del Popolo e attraversa con le Formazioni di difesa proletaria le barricate di Parma dell’agosto 1922.
    Il nostro 25 Aprile nutre la Colonna Ascaso e le Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola.
    Il nostro 25 Aprile raccoglie il testimone dell’opposizione al regime che matura al confino come nei sabotaggi alla guerra, al razzismo e al capitale.
    Il nostro 25 Aprile riscopre l’afflato di democrazia avanzata delle “zone libere”, le ventuno Repubbliche Partigiane d’Alpe e d’Appennino.
    Il nostro 25 Aprile non è nostro perché intimamente internazionalista: lo puoi riconoscere in Francia e Cile, in Grecia e Argentina.
    Il nostro 25 Aprile tracima la proclamazione della Repubblica, lo puoi ritrovare l’ultimo giorno di giugno del 1960 in Piazza de Ferrari a Genova, né dimentica le vittime del neofascismo, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna.
    Il nostro 25 Aprile rifiuta la guerra, il militarismo e gli imperialismi di qualunque colore.
    Il nostro è un 25 Aprile disarmante.

    Volantino APEino del 2022

    #montagna #liberazione #partigiani #Resistenza

  7. 25 Aprile con APE Milano

    Sabato 25 aprile, dalle 12:00 alle 16:00, presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3, Milano; e anche online, su ape-alveare.it/ape-milano/

    Ci sono giorni in cui camminare non è solo camminare. Il 25 aprile è uno di quelli. Non perché qualcuno lo abbia stabilito, ma perché la storia lo ha fatto diventare tale: un giorno in cui le persone scendono in strada sapendo che non lo fanno solo per sé.

    APE Milano esiste da oltre cento anni. Quando Carlo Ferretti e i primi apeini costruivano l’Associazione Proletaria Escursionisti al congresso fondativo di Palazzo Marino nel 1921, e poi sui sentieri, sulle guglie della Grigna, nelle tendopoli ai Piani Resinelli, camminare in montagna insieme era già un gesto politico: ritemprare il corpo e la mente, condividere il tempo libero fuori dalle fabbriche alienanti, combattere l’alcolismo. Poi vennero le leggi fascistissime, gli arresti ai Piani Resinelli, il carcere a San Vittore.

    Pierino Vitali, apeino di Lecco, attraversò il lago di Como su una barca, con un sacco da montagna e duemila lire, verso la Svizzera prima, verso la Valle d’Aosta poi, dove si unì alla Resistenza e fu fucilato nel novembre del 1944.

    In questi ultimi quindici anni APE Milano è tornata a essere una piccola comunità di escursionisti. Non siamo eredi di niente, non portiamo vessilli. Ma quella postura, camminare per stare insieme, stare insieme per cambiare qualcosa, ci appartiene ancora.

    Quest’anno il 25 aprile lo passiamo così.

    Al mattino saremo sparsi in città per diversi momenti e iniziative, non ultimo il giro delle lapidi del quartiere Isola, per ritrovarci tutte e tutti insieme alle 12 a Piano Terra per il pranzo sociale. Nel pomeriggio cammineremo, insieme ad Audrey ANPI, dall’Isola a Porta Venezia, per avvicinarci al corteo.

    Cammineremo nella città che abbiamo attraversato in febbraio insieme a una foresta di larici tagliati a Cortina per costruire una pista da bob.

    Cammineremo anche con un pensiero a Piazza Santo Stefano, che sabato scorso con bambine, bambini e genitori abbiamo riempito di giochi e letture per dire, insieme ad altre iniziative e manifestazioni, che in questa città nessuno è straniero, nessuna è illegale, mentre a poche centinaia di metri si radunava chi pensa il contrario, richiamando idee e posture che non tramontano mai.

    Il 25 aprile non è una risposta. È una domanda che si ripete e si rinnova ogni anno. Noi cerchiamo di porcela rimanendo in cammino, passo dopo passo, per rimanere vigili e tenere vivi gli anticorpi.

    La giornata non finirà col corteo. Chi vorrà continuare ci ritroverà in Corvetto, al Parco Alessandrini, per la diciannovesima edizione di Partigiani in ogni quartiere (POQ): musica e parole nel quartiere popolare attraversato a febbraio dal corteo contro le Olimpiadi insostenibili. Dalle 18.30, ingresso libero.

    Vi aspettiamo in cammino!

    APE Milano

    La mattina del 25 aprile 1945 il CLNAI proclama l’insurrezione e lo sciopero generale che porteranno alla Liberazione della città di Milano. Da allora, ogni 25 Aprile, si festeggia dunque la primavera Antifascista che ha emancipato il Paese dall’oppressione nazi-fascista.
    Il nostro 25 aprile comincia il 17 giugno 1921, con la nascita degli Arditi del Popolo e attraversa con le Formazioni di difesa proletaria le barricate di Parma dell’agosto 1922.
    Il nostro 25 Aprile nutre la Colonna Ascaso e le Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola.
    Il nostro 25 Aprile raccoglie il testimone dell’opposizione al regime che matura al confino come nei sabotaggi alla guerra, al razzismo e al capitale.
    Il nostro 25 Aprile riscopre l’afflato di democrazia avanzata delle “zone libere”, le ventuno Repubbliche Partigiane d’Alpe e d’Appennino.
    Il nostro 25 Aprile non è nostro perché intimamente internazionalista: lo puoi riconoscere in Francia e Cile, in Grecia e Argentina.
    Il nostro 25 Aprile tracima la proclamazione della Repubblica, lo puoi ritrovare l’ultimo giorno di giugno del 1960 in Piazza de Ferrari a Genova, né dimentica le vittime del neofascismo, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna.
    Il nostro 25 Aprile rifiuta la guerra, il militarismo e gli imperialismi di qualunque colore.
    Il nostro è un 25 Aprile disarmante.

    Volantino APEino del 2022

    #liberazione #Resistenza #partigiani #montagna

  8. 25 Aprile con APE Milano

    Sabato 25 aprile, dalle 12:00 alle 16:00, presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3, Milano; e anche online, su ape-alveare.it/ape-milano/

    Ci sono giorni in cui camminare non è solo camminare. Il 25 aprile è uno di quelli. Non perché qualcuno lo abbia stabilito, ma perché la storia lo ha fatto diventare tale: un giorno in cui le persone scendono in strada sapendo che non lo fanno solo per sé.

    APE Milano esiste da oltre cento anni. Quando Carlo Ferretti e i primi apeini costruivano l’Associazione Proletaria Escursionisti al congresso fondativo di Palazzo Marino nel 1921, e poi sui sentieri, sulle guglie della Grigna, nelle tendopoli ai Piani Resinelli, camminare in montagna insieme era già un gesto politico: ritemprare il corpo e la mente, condividere il tempo libero fuori dalle fabbriche alienanti, combattere l’alcolismo. Poi vennero le leggi fascistissime, gli arresti ai Piani Resinelli, il carcere a San Vittore.

    Pierino Vitali, apeino di Lecco, attraversò il lago di Como su una barca, con un sacco da montagna e duemila lire, verso la Svizzera prima, verso la Valle d’Aosta poi, dove si unì alla Resistenza e fu fucilato nel novembre del 1944.

    In questi ultimi quindici anni APE Milano è tornata a essere una piccola comunità di escursionisti. Non siamo eredi di niente, non portiamo vessilli. Ma quella postura, camminare per stare insieme, stare insieme per cambiare qualcosa, ci appartiene ancora.

    Quest’anno il 25 aprile lo passiamo così.

    Al mattino saremo sparsi in città per diversi momenti e iniziative, non ultimo il giro delle lapidi del quartiere Isola, per ritrovarci tutte e tutti insieme alle 12 a Piano Terra per il pranzo sociale. Nel pomeriggio cammineremo, insieme ad Audrey ANPI, dall’Isola a Porta Venezia, per avvicinarci al corteo.

    Cammineremo nella città che abbiamo attraversato in febbraio insieme a una foresta di larici tagliati a Cortina per costruire una pista da bob.

    Cammineremo anche con un pensiero a Piazza Santo Stefano, che sabato scorso con bambine, bambini e genitori abbiamo riempito di giochi e letture per dire, insieme ad altre iniziative e manifestazioni, che in questa città nessuno è straniero, nessuna è illegale, mentre a poche centinaia di metri si radunava chi pensa il contrario, richiamando idee e posture che non tramontano mai.

    Il 25 aprile non è una risposta. È una domanda che si ripete e si rinnova ogni anno. Noi cerchiamo di porcela rimanendo in cammino, passo dopo passo, per rimanere vigili e tenere vivi gli anticorpi.

    La giornata non finirà col corteo. Chi vorrà continuare ci ritroverà in Corvetto, al Parco Alessandrini, per la diciannovesima edizione di Partigiani in ogni quartiere (POQ): musica e parole nel quartiere popolare attraversato a febbraio dal corteo contro le Olimpiadi insostenibili. Dalle 18.30, ingresso libero.

    Vi aspettiamo in cammino!

    APE Milano

    La mattina del 25 aprile 1945 il CLNAI proclama l’insurrezione e lo sciopero generale che porteranno alla Liberazione della città di Milano. Da allora, ogni 25 Aprile, si festeggia dunque la primavera Antifascista che ha emancipato il Paese dall’oppressione nazi-fascista.
    Il nostro 25 aprile comincia il 17 giugno 1921, con la nascita degli Arditi del Popolo e attraversa con le Formazioni di difesa proletaria le barricate di Parma dell’agosto 1922.
    Il nostro 25 Aprile nutre la Colonna Ascaso e le Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola.
    Il nostro 25 Aprile raccoglie il testimone dell’opposizione al regime che matura al confino come nei sabotaggi alla guerra, al razzismo e al capitale.
    Il nostro 25 Aprile riscopre l’afflato di democrazia avanzata delle “zone libere”, le ventuno Repubbliche Partigiane d’Alpe e d’Appennino.
    Il nostro 25 Aprile non è nostro perché intimamente internazionalista: lo puoi riconoscere in Francia e Cile, in Grecia e Argentina.
    Il nostro 25 Aprile tracima la proclamazione della Repubblica, lo puoi ritrovare l’ultimo giorno di giugno del 1960 in Piazza de Ferrari a Genova, né dimentica le vittime del neofascismo, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna.
    Il nostro 25 Aprile rifiuta la guerra, il militarismo e gli imperialismi di qualunque colore.
    Il nostro è un 25 Aprile disarmante.

    Volantino APEino del 2022

    #liberazione #Resistenza #partigiani #montagna

  9. Tra i boschi dell’Appennino ligure si è consumato il più sanguinoso eccidio contro i #partigiani combattenti in Italia. Un rastrellamento nazifascista che, tra fucilazioni sommarie e deportazioni nei lager, spezzò centinaia di vite, quasi tutte giovanissime.
    Perché ricordare oggi? Perché quelle pietre non parlano solo di morte, ma di una scelta, quella di una generazione che ha sacri...
    liberopensiero.eu/15/04/2026/d

  10. 🌹 I PARTIGIANI DELLA PACE - presentazione del libro 🌹

    Giovedì 16 aprile, dalle 21:00 alle 23:00, presso Biblioteca Chiesa Rossa, via Domenico Savio, 3, Milano

    ANPI Stadera - Gratosoglio e Emergency Volontari Zona 5 vi invitano alla presentazione del libro

    🌹 I PARTIGIANI DELLA PACE 🌹

    Ne parlano Marco Sannella, storico della resistenza, con Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, autori del libro.

    Vi aspettiamo giovedì 16 aprile 2026 alle 21

    ingresso libero

    #BibliotecaChiesaRossa #CoordinamentoMilanoSudControLaGuerraEIlRiarmo #EmergencyZona5 #pace #partigiani #AnpiStaderaGratosoglio #25Aprile

  11. 25 Aprile con APE Milano

    Sabato 25 aprile, dalle 12:00 alle 16:00, presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3, Milano; e anche online, su ape-alveare.it/ape-milano/

    Come ogni anno ci diamo appuntamento dalle 12.30 a Piano Terra per un pranzo conviviale con le realtà e le persone che animano il nostro rifugio urbano: porta con te, da mangiare e da bere, quello che ti piacerebbe trovare in tavola.

    Dopo pranzo muoveremo insieme, con una passeggiata partigiana per tutte le età, in direzione della manifestazione cittadina.

    Sin dalla mattina alcun* di noi animeranno le iniziative nei quartieri e al campo della gloria. Anche in Isola si terrà il consueto giro delle targhe partigiane.

    La mattina del 25 aprile 1945 il CLNAI proclama l’insurrezione e lo sciopero generale che porteranno alla Liberazione della città di Milano. Da allora, ogni 25 Aprile, si festeggia dunque la primavera Antifascista che ha emancipato il Paese dall’oppressione nazi-fascista.
    Il nostro 25 aprile comincia il 17 giugno 1921, con la nascita degli Arditi del Popolo e attraversa con le Formazioni di difesa proletaria le barricate di Parma dell’agosto 1922.
    Il nostro 25 Aprile nutre la Colonna Ascaso e le Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola.
    Il nostro 25 Aprile raccoglie il testimone dell’opposizione al regime che matura al confino come nei sabotaggi alla guerra, al razzismo e al capitale.
    Il nostro 25 Aprile riscopre l’afflato di democrazia avanzata delle “zone libere”, le ventuno Repubbliche Partigiane d’Alpe e d’Appennino.
    Il nostro 25 Aprile non è nostro perché intimamente internazionalista: lo puoi riconoscere in Francia e Cile, in Grecia e Argentina.
    Il nostro 25 Aprile tracima la proclamazione della Repubblica, lo puoi ritrovare l’ultimo giorno di giugno del 1960 in Piazza de Ferrari a Genova, né dimentica le vittime del neofascismo, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna.
    Il nostro 25 Aprile rifiuta la guerra, il militarismo e gli imperialismi di qualunque colore.
    Il nostro è un 25 Aprile disarmante.

    Volantino APEino del 2022

    #Resistenza #partigiani #montagna #liberazione

  12. 25 Aprile con APE Milano

    Sabato 25 aprile, dalle 12:00 alle 16:00, presso Piano Terra, via Federico Confalonieri 3, Milano; e anche online, su ape-alveare.it/ape-milano/

    Come ogni anno ci diamo appuntamento dalle 12.30 a Piano Terra per un pranzo conviviale con le realtà e le persone che animano il nostro rifugio urbano: porta con te, da mangiare e da bere, quello che ti piacerebbe trovare in tavola.

    Dopo pranzo muoveremo insieme, con una passeggiata partigiana per tutte le età, in direzione della manifestazione cittadina.

    Sin dalla mattina alcun* di noi animeranno le iniziative nei quartieri e al campo della gloria. Anche in Isola si terrà il consueto giro delle targhe partigiane.

    La mattina del 25 aprile 1945 il CLNAI proclama l’insurrezione e lo sciopero generale che porteranno alla Liberazione della città di Milano. Da allora, ogni 25 Aprile, si festeggia dunque la primavera Antifascista che ha emancipato il Paese dall’oppressione nazi-fascista.
    Il nostro 25 aprile comincia il 17 giugno 1921, con la nascita degli Arditi del Popolo e attraversa con le Formazioni di difesa proletaria le barricate di Parma dell’agosto 1922.
    Il nostro 25 Aprile nutre la Colonna Ascaso e le Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola.
    Il nostro 25 Aprile raccoglie il testimone dell’opposizione al regime che matura al confino come nei sabotaggi alla guerra, al razzismo e al capitale.
    Il nostro 25 Aprile riscopre l’afflato di democrazia avanzata delle “zone libere”, le ventuno Repubbliche Partigiane d’Alpe e d’Appennino.
    Il nostro 25 Aprile non è nostro perché intimamente internazionalista: lo puoi riconoscere in Francia e Cile, in Grecia e Argentina.
    Il nostro 25 Aprile tracima la proclamazione della Repubblica, lo puoi ritrovare l’ultimo giorno di giugno del 1960 in Piazza de Ferrari a Genova, né dimentica le vittime del neofascismo, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna.
    Il nostro 25 Aprile rifiuta la guerra, il militarismo e gli imperialismi di qualunque colore.
    Il nostro è un 25 Aprile disarmante.

    Volantino APEino del 2022

    #Resistenza #partigiani #montagna #liberazione

  13. Paolo Malaguti: “Sui sentieri partigiani rivendico l’insegnabilità della disobbedienza”

    Lo scrittore-insegnante pedala sul Monte Grappa per ricordare che la Resistenza non è solo delle vittime, ma dei combattenti

    valise.chapril.org/s/nXHmBL47p

    Un'intervista all'autore del libro su Tuttolibri
    #Resistenza #partigiani #storia #memoria #bici #disobbedienza #letture #scuola #montagna

    @scuola
    @lindasartini
    @macfranc
    @libri
    @FIABSegrateCiclabile
    @lgsp
    @maupao

  14. Paolo Malaguti: “Sui sentieri partigiani rivendico l’insegnabilità della disobbedienza”

    Lo scrittore-insegnante pedala sul Monte Grappa per ricordare che la Resistenza non è solo delle vittime, ma dei combattenti

    valise.chapril.org/s/nXHmBL47p

    Un'intervista all'autore del libro su Tuttolibri
    #Resistenza #partigiani #storia #memoria #bici #disobbedienza #letture #scuola #montagna

    @scuola
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    @libri
    @FIABSegrateCiclabile
    @lgsp
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  15. La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa

    Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

    Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
    Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
    La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
    pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
    [NOTE]
    (8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
    (9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
    (10) CPV – C 51
    11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
    (12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
    (13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
    (14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
    (15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
    (16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
    Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

    #1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X

  16. La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa

    Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit Bergamo

    Dal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
    Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
    La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
    pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
    [NOTE]
    (8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
    (9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
    (10) CPV – C 51
    11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
    (12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
    (13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
    (14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
    (15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
    (16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
    Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

    #1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X

  17. La tempestiva azione del Gruppo Marina consentì di salvaguardare molte delle opere della Marina

    La Marina fu anche protagonista nella liberazione di Venezia. Il 28 aprile il Gruppo Marina, che faceva capo al contrammiraglio Franco Zannoni, appartenente al Comitato Centrale Militare, alle dipendenze del C.L.N., entrò in azione sin dall’alba in concorso con le squadre dei gruppi dei partiti inquadrate per sestiere, riunite sotto il comando del capitano di corvetta Carlo Zanchi. Furono occupate le caserme San Daniele e Sanguinetti, l’ex comando della Marina Repubblicana, vari uffici distaccati, il circolo ufficiali, i Cantieri A.C.N.I.L. e Celli, il Magazzino viveri di San Biagio. Il Gruppo attaccò a mano armata l’Arsenale, disperdendo con il fuoco delle armi gli ultimi residui centri di resistenza del forte reparto della Marina tedesca che aveva protetto la fuga del comando tedesco dell’Arsenale. Fu lanciato un ultimatum che prevedeva che i tedeschi lasciassero l’Arsenale entro le 16, senza attuare il piano distruttivo previsto e senza far saltare la polveriera della Certosa. Poco prima dell’ora di scadenza fu alzata la bandiera nazionale sui pennoni delle torri e il capitano di vascello Rosario Viola, per delega del C.L.N., assunse il comando temporaneo dell’Arsenale, nominando il colonnello delle Armi Navali Alberto Gerundo direttore di Marinarmi e il tenente colonnello del Genio Navale Alfio Denaro, direttore di Maricost. La tempestiva azione del Gruppo Marina consentì di salvaguardare molte delle opere della Marina; l’Arsenale, in particolare i macchinari e i bacini, aveva già subito notevoli danni a opera dei tedeschi. Gli oltre trecento uomini della X MAS, con i loro ufficiali e l’armamento al completo, si asserragliarono nella caserma Sant’Elena; dovettero essere condotte lunghe trattative poiché essi richiedevano salvacondotti che li mettessero al sicuro dall’azione dei partigiani; cosa che il C.L.N. non voleva dare. Fu necessario un ultimatum dato il 29 per arrivare alla resa, che si svolse il 30, in concomitanza con l’arrivo dei reparti dell’Esercito regolare, dei commando alleati e degli NP della Marina. Grazie all’arrivo dei commando il Gruppo Marina di Lido poté procedere all’occupazione delle principali batterie, che fino ad allora avevano minacciato di aprire il fuoco sulla città, al disarmo del personale della Difesa e alla cattura dei numerosi mezzi della Marina Repubblicana, compresa una motosilurante.
    Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale, Anno XXIX, 2015, Editore Ministero della Difesa

    L’ultima fase dell’azione partigiana a Venezia si intensificò nel mese di aprile del 1945, dopo che il 10 aprile le forze alleate avevano attaccato la Linea Gotica. A Venezia, ancora una volta, si ripresenta una situazione unica per gli spazi e le modalità con cui si svolse l’Insurrezione. L’obiettivo comune era quello di preservare la città nel suo complesso, nel suo patrimonio storico e artistico, nel suo patrimonio archivistico legato alle amministrazioni e ai ministeri fascisti, nel patrimonio industriale di Porto Marghera <230. L’andamento iniziale dell’insurrezione fu quindi lento, parziale, anche per timore delle rappresaglie e dell’isolamento di cui Venezia godeva rispetto al fronte militare di terra. In seguito, tra il 25 e 26 aprile, il moto insurrezionale si fece più forte, grazie ad un più convinto intervento della popolazione locale. Ancora fondamentale fu la rivolta dei detenuti che si tenne nel carcere di Santa Maria Maggiore il 26 aprile del 1945, e le insurrezioni operaie che si ebbero in molte fabbriche di Marghera. Nella notte del 27 aprile i volontari dei GAP e delle brigate cittadine riuscirono ad occupare la caserma di San Zaccaria <231. Solo agli inizi di maggio furono isolate e sconfitte le ultime cellule di fascisti che ancora presidiano i punti strategici o le caserme, come accadde con la X MAS a Sant’Elena <232, l’8 maggio del 1945. In questo clima avvenne quindi la mediazione con le forze tedesche grazie alla partecipazione, come mediatore, del patriarca Piazza, che non era mai stato vicino alla resistenza <233. L’intervento del patriarca come responsabile delle trattative fu promosso, oltre che per salvaguardare la città e i cittadini, anche per interessi politici di arginamento delle forze partigiane più a sinistra. Questo episodio fece discutere molti aderenti alla resistenza già all’epoca <234. Il 28 aprile, in Piazza San Marco, mentre le truppe alleate entravano in città, una grande manifestazione fece sventolare nel cielo il tricolore. Venezia era libera, la guerra era terminata.
    [NOTE]
    230 ERNESTO BRUNETTA, La lotta armata: spontaneità e organizzazione, in GIANNANTONIO PALADINI, MAURIZIO REBERSCHAK, GIUSEPPE TATTARA (a cura di), La Resistenza nel Veneziano, Università di Venezia, Istituto Veneto per la Storia della Resistenza, Venezia, 1985, p. 437.
    231 Ivi, p. 439.
    232 Ivi, p. 438.
    233 MAURIZIO REBERSCHAK, I cattolici veneti tra fascismo e antifascismo, in EMILIO FRANZINA (a cura di), Movimento cattolico e sviluppo capitalistico, atti della giornata di studi (Venezia, 1974), Marsilio, Venezia, Padova, 1974
    234 GIULIO BOBBO, La lotta resistenziale a Venezia, in GIULIA ALBANESE, MARCO BORGHI (a cura di) Memoria resistente: la lotta partigiana a Venezia e provincia nel ricordo dei protagonisti, Istituto veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, Nuova Dimensione, Venezia, Portogruaro, 2005, p. 234
    Francesco Donola, Armando Pizzinato: pittore partigiano, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023

    In quasi tutte le parrocchie, comunque, si verificarono scontri armati, più o meno accaniti, tra le parti: «I tedeschi parevano furie scatenate; sparavano in tutte le direzioni; si temeva quasi una rappresaglia»; a Noale, però, la nutrita sparatoria ingaggiata dai fuggitivi, col timore di un’imboscata, non ebbe risposta e «fu assicurato alle staffette tedesche libero il passaggio e così il paese non ebbe a soffrire alcun danno per la ritirata» <492. A quanto riportato dalle cronistorie, comunque, furono scongiurati tragici spargimenti di sangue e, all’arrivo degli alleati, il 30 aprile, il bilancio era di qualche caduto, in entrambi gli schieramenti, e qualche prigioniero tedesco arresosi. Fortunatamente, l’unico episodio di “rappresaglia” nei confronti della popolazione, si risolse, a Peseggia [frazione del comune di Scorzè, in provincia di Venezia], da parte di alcune SS, nell’atto di chiudere a chiave nel campanile, un gruppo di ostaggi. Nulla di paragonabile alle decine di vittime che, con il proprio corpo, protessero la ritirata nazifascista lungo quel tristemente famoso percorso, rievocato da Egidio Ceccato in “Il sangue e la memoria” <493. A differenza di quanto accadde in alcune parrocchie in corrispondenza di altri eventi significativi, quali, ad esempio, la caduta di Mussolini, questa volta, i curati non poterono esimersi dal celebrare con «festoso scampanio» <494 l’avvenuta liberazione, facendo da sfondo allo sventolio di bandiere e fazzoletti con il quale la popolazione dava sfogo al proprio entusiasmo.
    […] I contenuti di un volantino del C.L.N., rinvenuto fra gli incartamenti della prefettura repubblicana veneziana per l’anno 1945, fanno presagire il subitaneo riaffiorare delle contrapposizioni ideologiche in concomitanza con il volgere al termine della parentesi resistenziale e, di conseguenza di quella che fu, senza giri di parole, rassegnata convivenza e forzata collaborazione; i «corvi neri» “che un giorno si sono inchinati al fascismo e ne hanno incensato i capi e le loro opere tentano ora di spacciare la falsa moneta del loro patriottismo per usare della vostra opera e del vostro sacrificio […]. Stanno ancora col piede sui due piatti della bilancia, pronti ad abbandonarvi e negare se il vento dovesse cambiare direzione. Lavorano nel silenzio e nel mistero per non rilevare ora la loro identità. […] continuano la loro trama diretti da un papa già fascista, ora filo-inglese, domani ancora fascista se gli avvenimenti e l’interesse dovesse consigliarli [sic] di mutare bandiera”. All’esortazione «Diffidate dei preti!», seguivano i capisaldi della polemica anticlericale, ossia le accuse rivolte al clero di tenere i fedeli lontani dalla cultura «in stato di ignoranza, di inferiorità, perché non scopriate le loro menzogne per dominarvi con l’oscurantismo e la paura. […] Siate uomini e non schiavi della sottana nera» [27 gennaio 1945] <498.
    [NOTE]
    498 ACS, cit., cat. K42, b. 50, fasc. 92, «Venezia. Attività del clero».
    492 Don E. Neso, Cronaca relativa alla parrocchia di Noale. Dicembre 1943-Giugno 1945, op. cit., p. 3.
    493 E. Ceccato, Il sangue e la memoria, op. cit.
    Daiana Menti, Il clero del Miranese dall’inizio del Novecento alla seconda guerra mondiale nelle sue relazioni con le pubbliche autorità, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2012-2013

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  18. 🧵 La resistenza partigiana bielorussa: cyber-attacchi, sabotaggi e la lotta contro il regime di Lukašenka e la guerra russa in Ucraina
    valigiablu.it/resistenza-bielo

    #bielorussia #lukashenko #partigiani

  19. 🧵 La resistenza partigiana bielorussa: cyber-attacchi, sabotaggi e la lotta contro il regime di Lukašenka e la guerra russa in Ucraina
    valigiablu.it/resistenza-bielo

    #bielorussia #lukashenko #partigiani

  20. Notizie importanti ce le dà Radio Bari

    Con l’avvenuto riconoscimento della delegazione ciellenistica di Lugano Mc Caffery aveva così perentoriamente chiesto a Pizzoni l’esautorazione di A.G. Damiani e la nomina di un suo sostituto per la parte militare. Per la persona da destinare a tale incarico l’inglese aveva fatto esplicitamente il nome di Stucchi, conosciuto in occasione della recente missione. Discussa la questione in sede di Clnai, in assenza di Parri, i delegati dei partiti si erano accordati per interpellare “Federici” tramite Giorgio Marzola, “Olivieri”. D’altra parte, sulla nomina di Stucchi si erano pronunciate positivamente varie forze politiche, che l’avevano usata come mezzo per indebolire i comunisti e per riservare ai socialisti, nel dopoguerra, un ruolo di mediatori. L’allontanamento di Stucchi era poi consigliato anche da ragioni di prudenza: egli era stato in contatto con molti degli arrestati di via Andreani e di via Borgonuovo, ma soprattutto con Galileo Vercesi, espondente per i democristiani del Cm. Egli era di fatto schedato, se è vero che Antonio Gambacorti Passerini, già all’inizio dell’anno [1944], da San Vittore, dov’era recluso, aveva fatto pervenire alla moglie Nina un biglietto clandestino diretto all’amico: “Di’ a Gibi di andarsene subito” <636. Stucchi sarebbe venuto a sapere solo dopo la fine della guerra che, durante gli interrogatori, la polizia carceraria chiedeva ai detenuti se lo conoscevano. Fu così che, passate le consegne a Guido Mosna, suo sostituto nel Cmai, e abbandonata la “grigia e travagliata vita di Milano” <637, egli sarebbe partito il 23 aprile alla volta della Svizzera.
    Dai nuovi colpi inferti alla Resistenza alla costituzione del Cvl
    Nel frattempo, al di là dell’affaire Damiani, che sarebbe durato più di un mese, la situazione politica del Paese era giunta a un punto di svolta. Ivanoe Bonomi, presidente del Cln centrale, dimessosi il precedente 24 marzo 1944 a causa di contrasti sorti tra i partiti di sinistra e quelli di destra, il 7 aprile aveva annotato sul suo Diario: “Quel voto [del Congresso di Bari, nda] aveva avuto un effetto notevole. Aveva collocato Badoglio in un cul di sacco. Egli non poteva fare un vero e proprio Gabinetto politico per il rifiuto dei partiti antifascisti a parteciparvi. Non poteva né avanzare, né ritirarsi. In tale situazione è giunto miracolosamente da plaghe lontane un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo, che si è accostato a Badoglio e lo ha tratto in salvo. Il cavaliere è venuto dalla Russia ed è Palmiro Togliatti (alias Ercoli) […] Il pensiero di Togliatti è semplice, rettilineo, convincente […] La mossa di Togliatti ha avuto effetti risolutivi. Se i comunisti vanno con Badoglio, come possono restare in disparte i liberali di Croce, i democristiani di Rodinò e così, via via, tutti gli altri?” <638
    Il 27 marzo, infatti, quasi contestualmente, il leader del Pci, Palmiro Togliatti, nome di battaglia “Ercoli”, partito dalla Russia e transitato per Il Cairo e per Algeri, era giunto in Italia dove aveva dato, con la famosa “svolta di Salerno”, un nuovo indirizzo all’atteggiamento del suo partito verso il governo Badoglio e la monarchia. Togliatti aveva proposto la più ampia collaborazione di tutte le forze politiche, compreso il re, la cui sorte sarebbe stata discussa alla fine del conflitto. Alla costituzione di un nuovo governo democratico di guerra e di unità nazionale, il Pci aveva posto tre condizioni: la prima, che non si rompesse l’unità delle forze democratiche e liberali antifasciste, ma che, anzi, questa unità si estendesse e si rafforzasse; la seconda, che al popolo italiano venisse garantita, nel modo più solenne, a liberazione avvenuta, un’Assemblea nazionale costituente; la terza, che il nuovo governo democratico si formasse sulla base di un preciso programma di guerra per lo schiacciamento degli invasori e per la liquidazione del fascismo. Con estremo realismo Togliatti aveva parlato davanti ai militanti comunisti della Federazione di Napoli: “A queste condizioni siamo disposti a ignorare tutti gli altri problemi o a rinviarli; sulla base di queste condizioni ci sembra che possa essere realizzata la più ampia unità di forze nazionali per la guerra […] <639. Queste indicazioni, legate al riconoscimento del nuovo governo da parte della Russia, avevano spiazzato del tutto i partiti ciellenistici. L’8 aprile Bonomi riportava tra i suoi appunti le “doglianze e le critiche” provocate dalla svolta nel mondo politico, paragonandole a quelle che avevano “formato la sostanza dei dibattiti” <640 e che lo avevano costretto, due settimane prima, a dare le dimissioni dal Comitato di Liberazione. Annotava: “Se durante quei dibattiti io avessi proposto ciò che Togliatti ha fatto accettare […] io sarei stato cacciato dal mio posto. Proprio vero che in politica i fatti sono quelli che si incaricano di far giustizia delle passioni del momento” <641.
    L’area degli antifascisti cattolici aveva accolto invece le proposte di “Ercoli” in modo positivo. Aveva scritto il giornalista Carlo Trabucco alla data dell’11 aprile: “Notizie importanti ce le dà Radio Bari. Infatti le dichiarazioni dell’esponente massimo del Comunismo in Italia, Palmiro Togliatti, sono di una liberalità che perfino sconcerta. Togliatti ci porge un piatto sul quale si trova in bella mostra la completa libertà di culto e il rispetto della Religione Cattolica. Pare di sognare. Perché 25 anni or sono il comunismo italiano e il padre suo, il socialismo, non hanno formulato la stessa proposizione? Perché negavano patria ed esercito, religione e morale? Non sarebbe nato il fascismo e la vita italiana avrebbe avuto altro corso. Perché il comunismo italiano acquistasse il buon senso di cui dà prova oggi per bocca di Togliatti, ci sono voluti 20 anni di tirannia e questo spaventoso bagno di sangue. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, noi vogliamo prendere in parola Togliatti e aspettarlo a suo tempo al traguardo delle realizzazioni pratiche” <642.
    Le proposte, invece, erano state guardate come un inaccettabile voltafaccia dagli azionisti, rimasti da tempo amareggiati e delusi dalle manovre di Badoglio, tendenti a soffocare l’opinione pubblica antifascista e a far rimanere il re su quel trono che egli stesso aveva disonorato. Scriveva in una lettera clandestina Parri ad Alberto Damiani, “Tito”, e ad Adolfo Tino, “Vesuvio”, il 16 aprile: “dopo tanto lavoro nostro e specie di Tito, la situazione sia pol. sia mil. del Nord Italia è totalmente ignorata, come dimostra anche il colpo di scena Ercoli” <643. Per rimarcare con maggiore incisività le proprie posizioni, il PdA pubblicava il 18 sul suo organo di stampa «Italia Libera» un articolo intitolato Esordio pericoloso, in cui venivano messi in luce alcuni errori che avevano turbato l’entusiasmo e la fede nella lotta: “Le deficienti impostazioni politiche nell’Italia meridionale, rese evidenti dal Congresso di Bari, le mene del governo Badoglio, le oscillazioni di qualche altro partito di Roma, il discorso di Churchill, rude e aspro e ingiusto per la democrazia, le sottigliezze politiche dell’Unione Sovietica, hanno dato agli avvenimenti un corso assai diverso da quello che il Paese aveva il diritto di attendersi. L’iniziativa Togliatti, se avesse tenuto conto di tutti i più complessi e delicati fattori politici in gioco, avrebbe potuto ancora salvare la situazione e preservare le ragioni e l’avvenire della democrazia” <644.
    [NOTE]
    636 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 266.
    637 ivi, p. 309.
    638 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1940),, Garzanti, Milano 1947, pp. 175-6.
    639 P. Togliatti, Il discorso, in A. Capurso (a cura di), I discorsi che hanno cambiato l’Italia. Da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni, Mondadori, Milano 2008, pp. 170-1.
    640 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno…, cit., p. 178.
    641 ibidem.
    642 Carlo Trabucco, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca, Borla, Torino 1954, p. 218.
    643 Insmli, Maurizio a Tito e Vesuvio, 16/IV ’44, fondo Damiani, b. 1, f. 3.
    644 Insmli, Esordio pericoloso, in «Italia Libera», 18/4/1944, in fondo Damiani, b. 1, f. 7.
    Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

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  21. Il 1° maggio 1945 a Belluno fu un giorno di sangue

    Belluno: la chiesa di San Liberale. Fonte: Wikiloc

    […] La ritirata tedesca e la resistenza partigiana
    A fine aprile 1945, la strada tra Belluno e Ponte nelle Alpi era percorsa da un flusso continuo di truppe tedesche in fuga verso il Cadore. Il Battaglione partigiano “Palman”, comandato da Francesco Del Vesco detto “Macario”, operava nella zona tra San Liberale e Safforze. Il 25 aprile, nei pressi di Andreane, i partigiani attaccarono una colonna motorizzata tedesca, infliggendo gravi perdite. Da quel momento si aprì una fase di scontri quasi continui, culminata in una battaglia nel centro di Fiammoi, dove persino le donne del paese parteciparono attivamente respingendo l’avanzata nemica.
    Il 21 aprile 1945 a Giamosa, frazione del comune di Belluno, viene fermato dai tedeschi un partigiano (sul cui nome non c’è certezza) che, trovato in possesso di un caricatore, viene fucilato sul posto.
    Il 30 aprile 1945 le operazioni insurrezionali attorno a Belluno sono in pieno svolgimento. Fin dal mattino i partigiani attaccano il presidio tedesco di Castion (Belluno), che oppone una dura resistenza. I tedeschi prendono molti ostaggi in paese, incendiano diversi edifici, costringono il parroco a togliere il tricolore dal campanile della chiesa e saccheggiano la canonica, oltre a molte case. Infine uccidono, forse perché scambiato per partigiano, un uomo malato di mente che si trovava sulla loro strada.
    Quella mattina (30 aprile 1945) i partigiani della zona di Bolzano Bellunese (Belluno) fanno prigionieri 25 tedeschi in ritirata che avevano trovato alloggio in una stalla a Travazzoi (Belluno). I tedeschi, però, informati del fatto, inviano rinforzi per liberare i compagni. Durante le operazioni viene ucciso Mario Mares e ferito un altro uomo.
    La situazione era ormai esplosiva: le strade erano intasate da soldati tedeschi allo sbando. Quella notte, il “Palman” ingaggiò nuovi combattimenti. Alle prime luci del 1° maggio, con gli Alleati ormai vicini, i tedeschi iniziarono a scatenare rappresaglie violente sulla popolazione.
    L’ira cieca dei nazisti sui civili
    Il 1° maggio fu un giorno di sangue. A San Pietro in Campo, i tedeschi, in ritirata e sotto pressione sia dalle forze partigiane sia dalle avanguardie alleate, reagirono con ferocia contro la popolazione civile. La strada che da Belluno porta a Ponte nelle Alpi, diventata una delle principali vie di fuga, si trasformò anche in un teatro di stragi.
    Per garantirsi il passaggio, i soldati tedeschi iniziarono a prendere civili come ostaggi, con l’obiettivo di usarli come scudi umani. Tra questi, a San Pietro in Campo, cercarono di prelevare Lino Fistarol e il figlio Gino. La moglie e madre, Luigia Rossa, si oppose disperatamente: si aggrappò ai suoi congiunti per impedirne la cattura. I soldati, innervositi, tentarono di strapparla con la forza. La picchiarono brutalmente con i calci dei fucili e, infine, fucilarono tutti e tre davanti alla loro casa. Luigia Rossa aveva già visto morire un cognato nei giorni precedenti.
    Alla Rossa, poche ore dopo, vennero uccise altre persone. I tentativi dei tedeschi di entrare a Fiammoi vennero invece respinti: la popolazione, affiancata dai partigiani, oppose una resistenza decisa. Si scatenò una vera battaglia in cui persero la vita Fiori Sala, Marino Schiocchet (ricordato nella chiesetta di San Matteo a Sala), Antonio Brino “Italo” e Antonio Pampanin “Rapido”. Il comandante del battaglione Palman, Francesco Del Vesco “Macario”, fu gravemente ferito e morì il 14 maggio all’ospedale di Belluno.
    L’eccidio di Porta Feltre (ora Piazzale Marconi) a Belluno
    Il 1° Maggio 1945 anche Piazzale Marconi a Belluno, registrò delle vittime a causa della furia nazista, in particolare sette partigiani che tentarono di bloccare una colonna corazzata tedesca. I nomi di questi caduti sono Pietro Poletto (Peter), Ardeo De Vivo (Mimi), Oscar Pisciutta (Paolo), Sergio Salomon (Dax), Renato Sottomani (Venerdì), Bruno Tormen (Mario) e Giovanni Sommavilla (Squalet).
    Un’ultima minaccia e la risposta alleata
    I tedeschi, messi alle strette, arrivarono a prendere in ostaggio donne, bambini, anziani e persino il parroco di Cusighe, usandoli come scudi umani per aprirsi un varco verso il Cadore. Di fronte al rifiuto dei comandi partigiani di lasciarli passare, minacciarono di bombardare Belluno con cannoni da 80 mm puntati sulla città.
    Fu solo grazie alla mediazione tra il comando della zona “Piave” e la missione inglese “Simia”, guidata dal maggiore Tilman, che si decise di richiedere un intervento aereo alleato. Otto cacciabombardieri si alzarono in volo e colpirono la colonna tedesca: l’inferno si scatenò sulla strada. I tedeschi superstiti fuggirono verso il monte Serva, ma vennero infine sopraffatti dalle truppe partigiane.
    Una liberazione pagata a caro prezzo
    Il 1° maggio 1945 si concluse così con un misto di vittoria e lutto. Belluno e l’Oltrardo furono finalmente liberi, ma il prezzo fu altissimo: vite spezzate, famiglie distrutte, ferite ancora aperte. L’episodio è ricordato anche nel libro “Polenta e sassi” di Emilio Sarzi Amadè, che racconta con crudezza la battaglia finale e la ferocia della ritirata tedesca:
    “… quando il battaglione di Macario ha visto i carri armati americani che venivano su da Ponte nelle Alpi si è lanciato all’attacco della colonna tedesca che era sulla strada, e i carri armati sono tornati indietro e i tedeschi hanno sparato con un fuoco d’inferno e hanno fatto fuori una dozzina di uomini e adesso Macario è pieno di pallottole, e poi hanno fucilato dei civili vicino alla strada”.
    Il 2 maggio 1945 i tedeschi in ritirata presso Salce (Belluno) uccidono Amorino Cassol.
    Sempre il 2 maggio 1945 giunge ad Orzes, frazione di Belluno, una colonna tedesca in ritardo rispetto alle altre in ritirata. I soldati sparano sui passanti e ne feriscono due. Luigi Merlin viene ricoverato in ospedale ma muore per l’infezione alla ferita il 5 maggio 1945.
    Oggi, a distanza di ottant’anni, è fondamentale non dimenticare.
    Quelle giornate tragiche e valorose raccontano la forza di una popolazione che ha resistito all’orrore e ha combattuto per la libertà, anche a costo della vita.
    Michele Sacchet, 1° Maggio 1945: a Belluno l’ultimo sangue prima della libertà, Gruppo Alpini Salce, 1 maggio 2025

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  22. Era la prima volta che a Napoli si levava sulle onde della radio una voce libera

    La BBC, con Radio Londra fu un’importante voce fuori dal coro nel panorama italiano a causa della privazione della libertà di espressione; è innegabile che essa divenne un sostegno per il morale degli italiani.
    Tuttavia, la grande differenza rispetto ai primi anni di guerra è che non fu più l’unica fonte alternativa di informazioni per i civili italiani, considerato che esistevano altre radio antifasciste clandestine.
    Fra i primi effetti concreti dello sbarco degli alleati in Sicilia si ebbe, infatti, l’apparizione della prima voce dell’Italia liberata: Radio Palermo, che trasmise prevalentemente comunicati dei comandi alleati. Dopo di essa ebbe subito successo Radio Bari, una vera e propria fonte di controinformazione, in concorrenza con Radio Londra.
    «L’Italia combatte! Questa trasmissione è dedicata ai patrioti italiani che lottano contro i tedeschi».
    Un altro esempio fu quello di Radio Libertà, un canale radio italiano (Biella) gestito dai partigiani a partire dal 1944, solamente rivolto al pubblico, quindi con una funzione non direttamente militare. L’inizio delle trasmissioni era scandito dalle prime dieci note del canto popolare Fischia il vento, eseguite alla chitarra, seguito dalla voce del annunciatore:
    «Radio libertà, libera voce dei volontari della libertà».
    Le trasmissioni comprendevano una gamma abbastanza differenziata di testi: editoriali su argomenti vari, bollettini di guerra partigiani, lettere di familiari o partigiani, brani musicali.
    Particolare fu, infine, il caso di Radio Sardegna, un’altra delle prime stazioni liberate e in assoluto la prima ad aver annunciato la fine della guerra: il 7 maggio 1945. Alle 14/14.15, uno dei marconisti della radio, Quintino Ralli, intercettò la trasmissione di una radio militare di Algeri nella quale si parlava della resa dei tedeschi.
    Chiamò il direttore Amerigo Gomez, il quale, sentito anche lui l’annuncio, corse nella cabina di trasmissione assieme all’annunciatore Antonello Muroni e annunciò:
    «La guerra è finita… la guerra è finita! A voi che ascoltate, la guerra è finita!».
    Quell’annuncio non era stato ancora diramato da nessun’altra radio; Radio Londra ne darà testimonianza solo venti minuti più tardi.
    Amanda Antonini, Il potere della comunicazione tra regime e resistenza, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, 2018

    Alla prima esperienza di Radio Palermo, con un palinsesto tripartito fra americani, inglesi e italiani, in grado di coprire nove ore e mezza di trasmissioni libere – benché sottoposte al controllo alleato – era infatti seguita l’esperienza di Radio Bari, ancor più autonoma della stazione precedente. Le trasmissioni baresi erano in parte debitrici dell’innovativo apporto di Radio Palermo e del suo direttore Mikhail Kamenetzky, un ebreo russo già noto come Ugo Stille, fuggito negli Stati Uniti e rientrato in Italia come sergente del PWB, dopo aver maturato esperienze giornalistiche al di là dell’Atlantico: <15 “Alla radio – avrebbe detto il direttore – usate sempre frasi semplici e chiare. Ripetete il soggetto. Le ripetizioni sono noiose sulla carta stampata, ma agli ascoltatori radiofonici non importa che tu ti ripeta, e le ripetizioni gli impediscono di perdere il filo”. <16
    Ancor più indicativo del suo metodo di lavoro è però un altro singolare episodio, riportato dal figlio Alexander Stille. Informato direttamente da Salvatore Riotta, uno degli ex redattori di Radio Palermo personalmente assunti dal padre, Alexander scrive che in una fase del conflitto in cui per gli alleati ogni cosa stava andando a gonfie vele, Kamenetzky avrebbe ordinato a Riotta di trovargli qualche brutta notizia. Alle perplessità del giovane sottoposto, che disse timidamente di essere certo che stesse andando tutto bene, pare che il direttore avesse risposto così: “Per vent’anni gli italiani sono stati immersi fino al collo nella propaganda, sentendosi dire ogni giorno che tutto andava a meraviglia. Se adesso gli diciamo che stiamo vincendo su tutti i fronti, non ci crederanno. Se invece cominciamo con qualche brutta notizia, forse riusciranno a credere a qualcosa di ciò che viene dopo”.
    Resosi conto della profonda sensibilità giornalistica del suo superiore, a Riotta non restò che scovare un «dispaccio d’agenzia» che parlasse di un sottomarino americano affondato, chissà come, in qualche angolo remoto del Pacifico. <17
    IV. IL RADIODRAMMA
    Se la direzione palermitana di Kamenetzky si era dimostrata piuttosto attenta alle esigenze e alla psicologia dei radioascoltatori, facendo scuola per chi, come La Capria, avrebbe tratto ispirazione dal suo intuito giornalistico, la direzione barese del già citato Greenlees si sarebbe spinta ben oltre questo segno, dando finalmente voce al popolo italiano e valorizzandone il contributo alla lotta di liberazione nazionale, come si evince anche da alcune dichiarazioni dello stesso Greenlees: “Come direttore della radio io credetti fosse mio dovere di insistere che i programmi fossero obbiettivi ed accurati, e che i commenti politici potessero essere l’espressione libera di uomini politici antifascisti. La guerra che stavano combattendo era una guerra contro il fascismo e quindi, dopo un ventennio di censura politica spietata, era importante creare, nei limiti del possibile, una piattaforma libera alla radio […]. Avevamo incoraggiato, per esempio, la trasmissione del programma «L’Italia combatte», che fu originariamente una mia idea, e che fu preparato per la maggior parte dall’ufficio stampa e diretto da Alba De Cespedes; fu un programma eccellente al fine di incoraggiare i partigiani a combattere contro gli occupanti tedeschi”. <18
    Accanto al notiziario di guerra che spalleggiava la Resistenza, va citato un altro programma utile alla lotta partigiana dall’inequivocabile titolo di “Spie al muro”, nel quale si smascheravano pubblicamente gli agenti assoldati dall’Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo. <19
    Oltre a Piccone Stella e alla De Cespedes (nota agli ascoltatori come “Clorinda”), fra gli assistenti di Greenlees, duramente apostrofati dai colleghi dell’EIAR come i «venduti» di Radio Vergogna, spicca la figura del regista Anton Giulio Majano (nome di battaglia “Zollo”), per cui La Capria avrebbe scritto, in seguito, diversi radiodrammi e che già allora incominciava a sperimentare l’innovativa arte del fonomontaggio, destinata a ricevere, anni dopo, le attenzioni della rivista «Filodrammatica»: “Molti radioamatori scrivevano chiedendo stupiti come fosse stata possibile la realizzazione di simili trasmissioni in cui si moltiplicavano dozzine di voci, risonanze ambientali differenti, in cui prendevano parte vari complessi orchestrali, cori cantati, ritmati o parlati, in cui si destavano rumori ed effetti acustici mai uditi precedentemente. Il fatto è più semplice di quanto sembri: la sera di gala, in cui venivano effettuate queste trasmissioni, si montava il film radiofonico in cabina di regia; numerosissime incisioni originali si alternavano con precisione cronometrica e col ritmo voluto alle voci dirette degli attori presenti in auditorio”. <20
    Un lavoro del genere, la cui riuscita dipendeva dalla perfetta combinazione fra registrazioni e recitazione dal vivo, necessitava evidentemente di un accurato lavoro di sceneggiatura e richiedeva altresì una certa padronanza del mezzo:
    “Il testo veniva innanzitutto ridotto per la radio (se non era già di per se stesso un lavoro scritto in funzione del mezzo radiofonico) e poi suddiviso in tante “inquadrature”, “scene”, “sottofondi”; ogni battuta, poi, a sua volta, veniva postillata con segni che ne specificavano il valore spaziale ed espressivo (risonanza, echi, piano fonico, ecc.)”. <21
    Solo le scene che presentavano maggiori difficoltà di esecuzione venivano registrate anzitempo, così che, al momento del missaggio, il regista potesse scegliere quali mandare in onda, non senza il puntiglio di catalogare i dischi di vetro a 33 giri su cui tali scene erano state riversate. Tanto dispendio di energie poteva essere sostenuto con una frequenza che oscillava dalle tre alle sei volte al mese, in occasione di appositi eventi radiofonici noti con il prestigioso nome di «serate di gala», antesignane di una formula vincente che non mancherà di essere trasmessa ai successori di Radio Bari e, in seguito, anche in Rai, dove un ascoltatore attento di nome La Capria avrebbe riproposto quelle serate speciali in chiave letteraria.
    V. RADIO NAPOLI
    Quando, nel febbraio del ’44, l’avanzata delle truppe angloamericane renderà necessario l’abbandono del capoluogo pugliese, il «centro di gravità» della propaganda antifascista avanzerà insieme a quei soldati, spingendo molti dei collaboratori di Radio Bari a seguirli nel loro trasferimento a Napoli. <22
    In anticipo sul loro arrivo in città, dopo una breve fuga a Tramonti, sulla costiera amalfitana, per entrare tra le fila degli alleati, Ghirelli – che da questi era stato respinto – torna in città per accudire la madre, sola ed affamata, consapevole di essere diventato «amaramente estraneo all’epopea» della Storia. <23 Dopo aver lavorato come manovale al porto della Submarine Base inglese, un incontro fortuito con un ingegnere conosciuto ai tempi dell’Umberto I gli procura un posto alla Royal Navy Barracks, la caserma della Marina dove egli imparerà a fare i conti con il sistema inglese, destreggiandosi fra once, pence, libbre, galloni e pollici.
    Con l’arrivo della primavera, tra il mese di febbraio e il mese di marzo, il suo nome viene segnalato ad Edoardo Antòn, uno scrittore romano di teatro che, sorpreso dall’armistizio sull’Isola di Capri, si era messo a dirigere le trasmissioni culturali di Radio Napoli insieme ad Ettore Giannini, un giovane regista affermatosi grazie a uno «scoop radiofonico» paragonabile a quello famoso di Welles «sullo sbarco dei marziani»: <24 “Parecchi di noi furono reclutati individualmente ma, lavorando gomito a gomito, finimmo per creare un ufficio di trasmissioni propagandistiche e artistiche […]”. <25
    Inizialmente assunto come interprete, Ghirelli sarà uno dei primi candidati ad aver risposto al persuasivo richiamo della radio, un polo culturale insolito e in cerca di voci fresche e brillanti per le sue trasmissioni, non solo fra i napoletani ma pure fra gli esuli ebrei e i confinati politici: “Antòn mi imbarcò – scriverà Ghirelli – l’8 maggio del 1944 a Radio Napoli insieme con quattro miei carissimi amici di cui in seguito si è sentito parecchio parlare: Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi, Maurizio Barendson e Achille Millo, ai quali poco dopo se ne unì qualcun altro come Raffaele La Capria, Luigi Compagnone ed Enrico Cernia”. <26
    Quel gruppo, con «molte lacune e molte integrazioni», avrebbe lavorato alla radio per un periodo di appena «diciotto mesi», anche se alcuni di loro – fra cui Giglio e lo stesso Ghirelli – si sarebbero allontanati già in inverno. <27
    Non sarà sfuggita l’eccezionalità del «compromesso» al quale giunse il mezzo radiofonico (non solo a Napoli), che chiamava a raccolta davanti ai suoi microfoni «comunisti ed ex ragazzi del Guf», alcuni dei quali, alla caduta del Duce, si erano ritrovati a combattere insieme dallo stesso lato della barricata. <28
    Quella mancanza di uniformità non riguardò, tuttavia, soltanto il lignaggio politico. Secondo la divertita ricostruzione di Arnoldo Foà, l’attore a cui venne affidata l’edizione napoletana de “L’Italia combatte”, che tenne a battesimo – peraltro – anche Moravia e la Morante, le prime voci della radio furono scrupolosamente selezionate con il «metodo più empirico» che si potesse immaginare, giungendo ad esiti alquanto curiosi: “Mister Rehm, un giornalista americano, preposto alla direzione della radio sorgente, si mise a contatto con i giornalisti dei già defunti ed immobilizzati organi della stampa locale; li convocò un pomeriggio a Egiziaca a Pizzofalcone assieme ad altri elementi profughi, studenti o altro, e fece leggere un pezzo di giornale a ciascuno di loro. Non capiva quasi una parola di italiano, ma si sentì in grado di giudicare le migliori pronunce. Fu così che aleggiò sul golfo per diverso tempo la più bella raccolta di dialetti che mai antenna avesse trasmesso”. <29
    La varietà di accenti non fu l’unica nota fuori posto a dare un respiro amatoriale a quelle prime trasmissioni, perché accanto alla “esse” sibilante dell’ultimo venuto e all’improvvisa raucedine del consumato veterano, non poteva mancare il tragicomico inciampo linguistico che non avrebbe risparmiato – assicura Foà, nemmeno in seguito, al tempo della Rai – alcun tipo di annunciatore: “Qualche volta le papere chiamano le papere. È capitato a me, sempre a Napoli, dire: «Non fiù pù», invece di «non fu più». Correggendomi scandii: «Non fu pù». Credo che la più bella sia quella che Corrado Mantoni (da tutti conosciuto solo come Corrado) disse alla presentazione di un concerto alla Rai: «Ascolterete ora la valcacata delle Walkirie» – si corresse immediatamente con: «Pardon, la cavalcacata delle Walkirie!». <30
    VI. SEZIONE PROSA
    Quelle voci imperfette ma piene di entusiasmo, fra cui quella ancora silenziosa di La Capria, si troveranno quotidianamente in un caotico appartamento di corso Umberto I, all’angolo con piazza Borsa, al terzo piano del palazzo della Singer. Per quanto neppure la luce di mezzogiorno riuscisse a riabilitare «la limitatezza e la povertà degli arredi», sempre invasi da un armamentario di «telescriventi, ciclostili, registratori e dictaphones», sarà sufficiente il cestello delle notizie, in «sali-scendi» dal Centro informazioni del PWB al piano di sotto, a dare vita ai nuovi uffici di Radio Napoli, dove albergava – avrebbe scritto Longanesi nel suo diario – anche «molta agitazione e indolenza, molto apparente tecnicismo americano e arruffio napoletano». <31  Accanto alla stanzetta in cui sostavano indistintamente annunciatori, dattilografe, collaboratori e passanti incuriositi dalla luce rossa della messa in onda, si apriva un monolocale con un tavolo, due sedie e perfino un «tavolino da manicure», che chissà come era capitato da quelle parti. Sull’unica porta che dava accesso a quel luogo era affisso un «cartone bianco», della misura di una «scatola da scarpe», che diceva semplicemente “Sezione Prosa”. <32
    Riguardo al nome che i curatori delle trasmissioni culturali si erano dati per distinguersi dai colleghi del Giornale radio, ormai raggiunti anche da Piccone Stella, ci resta una vecchia dichiarazione che Ghirelli consegnò alle pagine di «Qui Radio Napoli», un numero unico scritto con un linguaggio tanto «sulfureo» quanto significativo: “Sezione Prosa, veramente è un nome recente. È il nome che si è deciso di dare ai programmi artistici o come diavolo si possono chiamare i programmi in cui ci sono parole – non però di notiziario o di commento – parole in una certa armonia, cioè appunto prosa. Il lavoro, qui, si è organizzato solo col tempo. Il primo vero titolare dei programmi artistici è stato lo spirito democratico, la fiducia avventurosa e cosciente di pochi intellettuali italiani e di alcuni soldati americani e inglesi”. <33
    Lo stile acerbo e sfrontato di Ghirelli non nasconde la soddisfazione di essere riuscito a dare una svolta decisiva alla propria carriera, saltando dal grigiore opaco del registro contabile alle tinte cromate dell’apparecchio radiofonico, con la stupefatta rapidità che di norma accompagna solo una favolosa storia di riscatto: “Io sbucai dall’oscura tetraggine della caserma al Mandracchio, entro le stanze illuminate del palazzo Singer, al Rettifilo, dove la Radio alleata era in gran parte trasferita dal primo studio di Pizzofalcone. Ci arrivai sporco e stordito come un topo ma, dopo poche settimane, avevo riacquistato già quasi per intero la spavalda sicurezza dei miei vent’anni, la duttilità del mio ceto sociale, la fredda determinazione di un successo che mi era dovuto per tutti gli anni di pena durati prima”. <34
    Anche se quello a Radio Napoli fu per La Capria un periodo di mezzo, durante il quale imparare quanto più possibile dagli amici maggiormente coinvolti, per Ghirelli si trattò di una vera e propria rinascita, con la quale incominceranno – nella memoria del giornalista – «i mesi più belli» della sua vita, animati dalle «illusioni più impetuose» e soprattutto dalla «sbalorditiva coincidenza» tra sogni e realtà: “Fu un delirio, impastato di ideali soldi sesso intelligenza libertà potere, come se di colpo – al posto della vecchia macchina dello Stato, sgangherata e corrotta – ci fosse un congegno nuovo, lucente, lubrificato sul quale, finalmente, noi giovani potessimo mettere le mani, non per abusarne o per accumulare ricchezza, ma per diffondere intorno a noi – nella città, nelle strade, nel Sud, tra i poveri e i dannati – una speranza luminosa come l’aurora boreale”. <35
    VII. PROVE TECNICHE DI TRASMISSIONE
    A irradiare speranza fra i vicoli di Napoli era stata la prima rudimentale trasmittente di Monte di Dio, una radio da campo messa a punto dal direttore George Rehm per sopperire alla perdita della stazione di Villanova, sulla collina di Posillipo, completamente distrutta dal sabotaggio dei tedeschi: “L’uccellino della radio tornò così a cinguettare il 15 ottobre del ’43 e fu quello davvero un gran giorno per i napoletani che appresero le più recenti notizie finalmente da accenti di casa propria, quasi si trattasse di amici andati a bussare alla porta della loro dimora per una familiare chiacchierata”. <36
    Per essere precisi, l’intervento di Rehm dovrà attendere qualche giorno prima di consentire un’adeguata ricezione delle onde di via Egiziaca, perché nonostante gli impianti fossero stati ripristinati da quel sergente venuto dal Connecticut, la nuova emittente «non fu subito captabile nella città, ancora priva di energia elettrica»: “Sapevo – scriverà una redattrice – che la relativa potenza della emittente napoletana e soprattutto l’ostacolo delle montagne non avrebbero consentito alle trasmissioni di toccare la mia città; nondimeno, […] credevo davvero nel potere della voce, nella forza delle parole. Ora me le figuravo come fili sottili capaci di raggiungere e di mitigare solitudini e sofferenze; me le auguravo così forti da infondere fiducia e coraggio ai lontani, da trasmettere loro il senso di solidarietà che poteva venire da una città ferita dalle più dure violenze della guerra”. <37
    L’inaugurazione delle trasmissioni di Radio Napoli, introdotte dalle prime note dell’Inno di Mameli (non ancora eletto inno nazionale), verrà così ricordata da Grazia Rattazzi Gambelli, una delle poche voci femminili all’interno di una redazione stupita che una madre di famiglia preferisse affannarsi dietro un mestiere “da uomo”, invece di abbracciare docilmente un «più normale destino di donna»: “A volte, in anticipo sull’ora della trasmissione, mi fermavo volentieri sulla soglia della Sezione Prosa, dove era possibile gratificarsi delle conversazioni puntuali e delle divagazioni eclettiche di Compagnone, Ghirelli, e compagni in quel loro tono, caustico e fervido insieme, che rigenerava i dati dell’esperienza e della cultura in fulminante antiretorica e in ipotesi costruttive per il vacuum economico che ci fronteggiava «fuori». Mi piaceva ascoltarli, ammiravo la loro preparazione, mi stupiva la loro sicurezza; e un poco li invidiavo […]. Avevo altri problemi pressanti oltre quelli della collettività! modesti, certo, ma non per questo meno urgenti e vitali”. <38
    Al di là dell’iniziale penuria di elettricità menzionata dalla Gambelli, anche altrove permarranno alcuni limiti di ordine tecnico. Per dimostrare che la radio non era più il mezzo di comunicazione di massa sdoganato dal fascismo, basterà fornire qualche dato: nel ’42, l’Italia disponeva di 34 trasmettitori a onda media e di 11 trasmettitori a onda corta, mentre all’atto della liberazione soltanto 13 di questi risultavano effettivamente funzionanti, con una dislocazione tale da impedire una copertura adeguata alle esigenze del Paese. <39 Simili restrizioni non riusciranno però a spegnere la «vitalità animalesca» di un apparecchio sul quale si erano riversati i desideri e le aspettative di ascoltatori sempre più partecipi e incuriositi. <40
    Inoltre, la ricezione di Radio Napoli migliorerà sensibilmente non appena le sue emissioni si appoggeranno agli «impianti mastodontici» di Radio Bari, concepiti da Mussolini per diffondere la propaganda «anti-inglese» nei paesi arabi, ma impiegati dalle autorità del PWB e dai democratici italiani per portare la «voce della libertà» fino alle Alpi: <41 “Era la prima volta che – scriverà Ghirelli – a Napoli si levava sulle onde della radio una voce libera che chiamava a raccolta i giovani, i lavoratori, le donne, i sindacalisti per mobilitarli contro il nazifascismo, come dicevamo allora un po’ enfaticamente, ma soprattutto per indurli a partecipare alla vita pubblica, sociale, culturale, alla ricostruzione della città dilaniata dalla guerra, al recupero delle sue straordinarie tradizioni”. <42
    VIII. PALINSESTO
    Al culmine della sua attività, non solo Radio Napoli informava gli italiani continuando ad offrire trasmissioni già collaudate dall’emittente barese, come il Giornale radio, “L’Italia combatte” o “Spie al muro”, ma inaugurava rubriche inedite, appositamente studiate dalla nuova redazione, alle quali lavorarono anche La Capria, Ghirelli e molti dei vecchi amici del periodo pre-bellico: “Preparavamo trasmissioni che, adesso, forse ci farebbero sorridere ma che allora ci parevano, forse erano, belle come un discorso di Lincoln o una poesia di Majakowski. Alla sera aiutavamo Arnoldo Foà a leggere il giornale radio e «Italia combatte» […]; ma di giorno inventavamo cento rubriche divertenti, stimolanti, provocatorie, chiamando a raccolta tutta la gente onesta di Napoli e del Sud per proporre una revisione integrale di tutto il nostro modo di vita: matrimonio, famiglia, scuola, esercito, proprietà, codice”. <43
    Fra queste, restano nella memoria: il “Programma per la donna italiana”, a cura della Gambelli, che sollecitava la partecipazione delle ascoltatrici per corrispondenza; “Colpevoli”, in cui si processavano virtualmente tutti i profittatori dell’umanità, inclusi i responsabili della guerra fascista; “Pionieri”, una specie di excursus da Socrate a De Gaulle, dedicato – stando al ricordo di Compagnone – ai grandi interpreti della libertà e della democrazia; “Stella bianca”, una rivista satirica firmata da Longanesi e diretta da Soldati, che affidava all’eclettico Steno il compito di scimmiottare la voce militaresca del Duce con il tono scanzonato dell’improvvisazione; la rubrica “Frasi di scrittori”, alla quale era riservato uno spazio il venerdì; gli appuntamenti con il «radio-teatro», assegnati puntualmente alla domenica sera; e infine gli speciali di “Conosciamo le Nazioni Unite”, trasmissioni deputate a favorire l’avvicinamento fra italiani e alleati, a cui deve aver contribuito anche La Capria, dando «un respiro più drammatico» alle sue puntate. <44 Si noti che con l’espressione “Nazioni Unite” non si intendeva quella che poi sarebbe stata l’ONU, ma l’alleanza angloamericana. Compito della rubrica era infatti quello di far conoscere il mondo anglo-americano agli italiani, al di là delle barriere linguistiche e dell’influenza della propaganda anti-britannica e  anti-americana a lungo condotta dal fascismo. Un mondo che La Capria aveva imparato a conoscere in guerra, leggendo e traducendo testi dall’inglese, e che ora offriva con entusiasmo agli altri domandando, come già fece Vittorini: «Che ve ne sembra?». <45
    Di fatto, la ricchezza delle nuove rubriche è il risultato della proficua riorganizzazione editoriale conosciuta da Radio Napoli sotto la direzione di Elvio Sadun, un biologo ebreo livornese fuggito dall’Italia nel ’38 per salvarsi dalla «minaccia delle leggi razziali», combattendo accanto agli americani fino a riscoprirsi, infine, quale energico successore alla poltrona di Rehm: <46 “È giunto dall’Algeria il nuovo direttore, un italiano, ora cittadino e soldato americano. Occhi patetici, naso aquilino, capelli ricciuti e unti. Stringe la mano con due dita, finge di aver molto da fare e parla dei problemi della radio come di questioni teologiche”. <47
    Sulle tavole della legge del nuovo direttore – che Longanesi si diletterà a prendere di mira nel suo diario – figurava l’impiego di un linguaggio asciutto e immediato, in grado di essere compreso, senza fraintendimenti, da qualunque ascoltatore. Una lezione che gli era stata impartita dagli anchormen del giornalismo statunitense, e alla quale i suoi redattori più zelanti proveranno ad attingere in seconda battuta: “C’era ovviamente molta retorica, molta ingenuità (ancora e sempre) in quell’atteggiamento, ma la passione civile era autentica e insieme all’impegno politico si accendeva in noi l’entusiasmo per un lavoro che non era rassegnato o burocratico, coinvolgendoci giorno per giorno e mettendo alla prova il nostro talento. La sorte ci stava offrendo la preziosa occasione di imparare il mestiere dagli americani, maestri dell’arte di comunicare notizie, idee, fantasie con la più essenziale chiarezza”. <48
    La redazione di Radio Napoli rappresentò quindi un eccezionale «laboratorio» dove a ciascun autore è stata offerta la possibilità di coltivare per sé un peculiare talento, che avrebbe fornito a tutti – a detta di Ghirelli – la spinta necessaria per emergere professionalmente dagli abissi dell’anonimato: <49 “I miei articoli di giornale, i romanzi di La Capria, i film di Rosi, le commedie di Patroni Griffi nacquero allora, in quegli uffici, in quelle discussioni, in quei programmi. Ci sprofondavamo dentro come l’equipaggio di un sommergibile, in un’atmosfera surriscaldata, artificiale, pazzesca, in una tensione che ci faceva perdere il sonno e ci esaltava, isolandoci anche dalla pena atroce della città”. <50
    La direzione di Sadun contribuì indubbiamente ad apportare «una visione ottimistica dell’America» senza i trucchi della propaganda, ma scegliendo casomai di applicare i «metodi del positive Thinking» al mezzo radiofonico, allo stesso modo con cui si percorreva, ogni giorno, la strada dissestata che portava agli uffici della Sezione Prosa: <51 “Camminavo molto in quel periodo ma ciò, se inaspriva l’appetito, mi facilitava la concentrazione […]. Era comunque una lunga strada, anche per le frequenti deviazioni dovute ai cumuli di macerie, alle demolizioni e alle minacce di crolli”.
    È chiaro che la Gambelli guardasse a quel percorso accidentato come all’unica via per raggiungere la felicità, a dispetto del rumore della «sfabbricatura» sotto i piedi che, al contrario, avrebbe scoraggiato anche il sognatore più ottimista, costringendolo ad allontanare dalla mente un pensiero tanto «enfatico» e propositivo. <52
    IX. PARTENZA
    Presto, i redattori di Radio Napoli avrebbero imboccato una deviazione che li avrebbe condotti al di là del territorio campano, perché il fronte di guerra si sarebbe spostato più a nord, dopo la liberazione della capitale da parte alleata: “Tutti gli intellettuali scappati al Sud tornavano a Roma, lasciando noi ragazzi soli con i burocrati della vecchia EIAR e con i prefetti di Bonomi. Fui assalito dal terrore di ripiombare nella Napoli perbene di prima della guerra, in piena restaurazione, con tutti i dottori, gli ingegneri, gli avvocati tornati al loro posto, i salotti di via dei Mille riaperti, le sale da concerto gremite di sordi, le pasticcerie affollate alla domenica, i generali del Re a palazzo Salerno, i principi e i baroni al Casino dell’Unione, i figli di papà al Circolo del Tennis”. <53
    Nella «melanconica prospettiva» di assistere al ritorno della vecchia guardia dell’EIAR, decisa a riappropriarsi dei posti occupati fino all’epurazione antifascista, Giglio e Ghirelli decidono di evadere dalla città per «respirare un po’ di aria pulita». <54
    Dopo aver chiesto agli americani di essere trasferiti ad Altopascio, una zona di operazioni in Toscana, i due si uniscono all’Unità Mobile Radiofonica 15: “Mentre io e Tommaso seguivamo la Quinta Armata del generale Clark, alcuni amici come La Capria e Patroni Griffi si trasferivano a Roma liberata e altri, come Rosi e Compagna, tornavano a Napoli dalle regioni dove erano stati sorpresi dall’armistizio. I ragazzi di via Chiaia erano cresciuti e seguivano ciascuno il proprio destino, sempre accomunati tuttavia da una illimitata fiducia nella vita, un solare ottimismo che si è tradotto in una notevole capacità creativa, più forte naturalmente in alcuni di noi […]”. <55
    La parentesi campestre di Giglio e Ghirelli si concluderà nel mese di aprile, con lo sfondamento della linea Gotica che avrebbe permesso loro di insediarsi al Nord, come giornalisti della redazione milanese de «l’Unità». <56
    Prima di raggiungere il capoluogo lombardo, in occasione di una breve permanenza a Bologna, Ghirelli avrebbe ancora documentato ai microfoni di piazza San Martino la «drammatica fucilazione» di Mussolini e la fine della seconda guerra mondiale, affiancato da un giovane e sconosciuto Enzo Biagi. <57
    Due notizie di indiscutibile rilevanza storica che dovettero sembrargli relativamente importanti, se rapportate alle vicende della sua febbrile esistenza.

    [NOTE]
    15 Si veda ROSI, Io lo chiamo cinematografo, cit., pp. 34-35, dove il regista sostiene che, dopo la parentesi di Radio Palermo, Kamenetzky si sarebbe trasferito a Napoli diventando subito «amico di tutti» e, in seguito, anche di sua moglie Giancarla Mandelli, al punto che «quando era a Roma, ormai direttore del “Corriere della Sera”», egli avrebbe dormito da loro «invece che andare in albergo».
    16 ALEXANDER STILLE, The Force of Things. A Marriage in War and Peace (2013); trad. di Stefania Cherchi: La forza delle cose. Un matrimonio di guerra e pace tra Europa e America, Garzanti, Milano 2013, pp. 199-200. Si veda GIANNI RIOTTA, Le cose che ho imparato. Storie, incontri ed esperienze che mi hanno insegnato a vivere, Mondadori, Milano 2011, p. 129.
    17 STILLE, La forza delle cose, cit., p. 200.
    18 IAN GREENLEES, Radio Bari 1943-1944, in Inghilterra e Italia nel ’900. Atti del Convegno di Bagni di Lucca. Ottobre 1972, La Nuova Italia, Firenze 1973, pp. 229-50: 242-43 e 244.
    19 Per la trascrizione di alcune trasmissioni de L’Italia combatte e di Spie al muro, si veda MONTELEONE, La radio italiana nel periodo fascista, cit., pp. 382-87.
    20 ALBERTO PERRINI, Questa è la voce dell’Italia: Qui Radio-Bari!, «Filodrammatica», 2:3 (1946), pp. 4-5.
    21 Ivi, p. 5.
    22 ISOLA, Cari amici vicini e lontani, cit., p. 36.
    23 ANTONIO GHIRELLI, Noi del ’45, «Nord e Sud», n.s., 17:121 (1970), pp. 101-12: 104.
    24 GHIRELLI, Una bella storia, cit., p. 31. Ci si riferisce qui alla trasmissione The Mercury Theatre On Air e, in particolare, all’adattamento radiofonico di The War of the Worlds di H.G. Wells andato in onda il 30 ottobre 1938.
    25 GHIRELLI, Un’altra Napoli, cit. pp. 138-39.
    26 GHIRELLI, Una bella storia, cit., p. 32. A questi si aggiungono, fra gli altri, anche i nomi di Giglio e dei transfughi romani Leo Longanesi, Mario Soldati e Stefano Vanzina (alias Steno).
    27 GHIRELLI, Un’altra Napoli, cit. pp. 138-39; GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., p. 282.
    28 ORESTE DEL BUONO, Voci dal Vesuvio, «La Stampa», 9 settembre 1993, p. 5.
    29 ARNOLDO FOÀ, Una voce di uomini liberi: Radio-Napoli, «Filodrammatica», 2:7-8 (1946), p. 3. Si riproduce il testo emendato da refusi tipografici evidenti.
    30 ARNOLDO FOÀ, Recitare. I miei primi sessant’anni di teatro, Gremese, Roma 1998, p. 96.
    31 ISOLA, Cari amici vicini e lontani, cit., p. 38; LEO LONGANESI, [Napoli,] 20 dicembre [1943], in Parliamo dell’elefante. Frammenti di un diario (1947), introduzione di Pierluigi Battista, Longanesi, Milano 2005, p. 154.
    32 GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., p. 292; ISOLA, Cari amici vicini e lontani, cit., p. 38.
    33 GHIRELLI, Noi del ’45, cit., p. 106.
    34 Ivi, p. 105.
    35 Ibid.
    36 RENATO RIBAUD, Una fantastica avventura, Arte Tipografica, Napoli 1997, p. 53.
    37 GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., pp. 282 e 285.
    38 Ivi, p. 294.
    39 Si veda FREQUENZA, Il microfono per corrispondenza, «RC», 23:5 (1946), p. 2. Si veda anche FRANCO MONTELEONE, La ricostruzione della rete radiofonica, in Storia della RAI, cit., pp. 75-94.
    40 GHIRELLI, Noi del ’45, cit., p. 105.
    41 ANTONIO GHIRELLI, Radio Napoli, «Quaderno di COMUNICazione», 2011-2012, pp. 33-37: 35.
    42 GHIRELLI, Un’altra Napoli, cit., p. 139.
    43 GHIRELLI, Noi del ’45, cit., pp. 105-6.
    44 Ivi, p. 106. Si vedano l’es. di palinsesto e la testimonianza di Compagnone in appendice a GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., pp. 298-99. Si veda anche FOÀ, Radio-Napoli, cit., pp. 3-4.
    45 Il riferimento è a WILLIAM SAROYAN, Che ve ne sembra dell’America?, trad. di Elio Vittorini, Mondadori, Milano 1940, antologia che ebbe molta influenza sull’A. Si veda infra p. 147.
    46 GHIRELLI, Una bella storia, cit., p. 33. In LA CAPRIA, Il boogie-woogie, cit., p. 56, l’A. attribuisce la direzione dell’emittente napoletana a Kamenetzky che, in effetti, si trovava in città in quel periodo. Anche Rosi lo fa, rispondendo alle domande di ENZO SICILIANO, Ma tu che libri hai letto?, Gremese, Roma 1991, p. 68. Altri sono concordi nel ritenere che quel ruolo spettò prima a Rehm e poi a Sadun: si veda, in proposito, ISOLA, Cari amici vicini e lontani, cit., p. 37. Secondo DIEGO LIBRANDO, Il jazz a Napoli: dal dopoguerra agli anni Sessanta, Guida, Napoli 2004, p. 34, nota 32, la direzione della «sezione spettacoli del PWB» sarebbe stata invece condivisa da Kamenetzky e Sadun.
    47 LONGANESI, [Napoli,] 20 dicembre [1943], cit., p. 154.
    48 GHIRELLI, Un’altra Napoli, cit., p. 139.
    49 GHIRELLI, Una bella storia, cit., p. 33.
    50 GHIRELLI, Noi del ’45, cit., p. 107.
    51 GAMBELLI, Una donna a Radio Napoli, cit., pp. 296-97.
    52 Ivi, p. 291.
    Luca Federico, L’apprendistato letterario di Raffaele La Capria, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, 2020 

    Ma ormai il destino di Radio Bari era segnato: l’avanzata angloamericana rendeva necessario abbandonare il capoluogo pugliese e spostare in avanti il centro di gravità della propaganda radiofonica verso Radio Napoli. Ma mentre Radio Bari era giunta praticamente intatta in mano agli alleati, quest’ultima stazione aveva subito forti danni dai tedeschi in ritirata, che avevano fatto saltare buona parte delle apparecchiature e il traliccio metallico dell’antenna. Fortunatamente, alcuni tecnici avevano fatto in tempo a nascondere il materiale di scorta e a disinnescare il tritolo posto sotto i gruppi generatori di corrente continua. Su questa base esigua era stato possibile già il 15 ottobre 1943 riprendere le trasmissioni come Radio Napoli Nazioni Unite dalle 19 alle 22.30, grazie agli americani del maggiore George Rehm, primo direttore della sede, che misero a disposizione una radio da campo <44; le trasmissioni, introdotte  dalle prime note dell’Inno di Mameli, non giunsero però nelle case napoletane, perché quella sera mancava in città proprio l’energia elettrica. Per migliorare la struttura tecnica, fu poi approntato un ripetitore di un solo kw di potenza a Monte di Dio, che ampliò il raggio d’ascolto. Piano piano l’orario di trasmissione venne anticipato alle 12 e quindi, definitivamente dalle 6 del mattino alle 24. Radio Napoli, che in un primo tempo aveva affiancato, rilanciando nell’etere i programmi di Radio Bari, era ormai pronta ad accogliere quel gruppo. L’ordine di trasferirsi nel capoluogo partenopeo giunse a Greenlees nel febbraio 1944: a Napoli, sotto il diretto controllo degli Americani della V armata agli ordini del generale Clark, già operava un gruppo nutrito di antifascisti fra cui spiccavano Rosellina Balbi, Maurizio Barendson, Carlo Criscio, Luigi Compagnone, Vincenzo Dattilo, Clara Falconi, Antonio Ghirelli, Ettore Giannini, Tommaso Giglio, Vezio Murialdi, Carlo Pennetti, Michele Prisco, Domenico Rea, Paolo Ricci, Ruggiero Romano, Francesco Rosi, Giuseppe Vorluni e Stefano Vanzina (Steno), da poco arrivato da Roma con Leo Longanesi e Mario Soldati <45. In tempi successivi a questi si aggiunsero Aldo Giuffré e Samy Fayad con funzioni di annunciatori, mentre nella sezione prosa, oltre ai già ricordati Steno e Longanesi, operavano il commediografo Edoardo Anton e Mino Maccari. A Napoli, si trovava anche Ugo Stille, proveniente da Palermo: ma il vero animatore di quella breve esperienza fu il successore di Rehm, il livornese Elvio H. Sadun, un ebreo fuggito nel 1938 negli Usa, dove aveva maturato solide esperienze di giornalismo radiofonico in una stazione newyorkese.
    «È giunto dall’Algeria – avrebbe appuntato nel suo diario Longanesi – il nuovo direttore, un italiano, ora cittadino e soldato americano. Occhi patetici, naso aquilino, capelli ricciuti e unti. Stringe la mano con due dita, finge di aver molto da fare e parla dei problemi della radio come di questioni teologiche» <46.
    Il salveminiano Sadun condivideva la responsabilità con l’ufficiale americano di origine siciliana Ravotto e con Harry Fornari, in un’atmosfera fortemente spoliticizzata rispetto a Radio Bari. La sede era stata spo stata da Pizzofalcone a Palazzo Singer in Corso Umberto, al cui terzo piano una diecina di apparecchi radio erano in continuo contatto con le stazioni radio più importanti: a queste prime apparecchiature si aggiunsero ben presto telescriventi, ciclostili, registratori e dictaphones in un clima molto particolare: «Negli uffici – è sempre Longanesi la fonte – molta agitazione e indolenza, molto apparente tecnicismo americano e arruffio napoletano» <41. Ciò permise di prolungare sino alla liberazione di Roma (4 giugno 1944) la vita di Italia combatte, a cui si aggiunsero altre trasmissioni come I pionieri, Stella bianca e I colpevoli. Quest’ultima ripeteva la denuncia di Spie al muro, allargata ai ritratti dei maggiori gerarchi fascisti, mentre I pionieri disegnavano il profilo biografico di personaggi della democrazia italiana prefascista. Il carattere educativo e didascalico di queste due trasmissioni segnalava il cambiamento verificatosi da Bari a Napoli e il diverso grado di autonomia goduto dalle due redazioni, nel quadro di un sempre più accentuato positive thinking imposto dagli Americani.
    Stella bianca – secondo Monteleone dovuta principalmente alla penna di Longanesi e di Soldati <48 – era invece una rivista satirica, che divenne in breve assai popolare: vi recitavano, fra gli altri, Carlo Giuffré, Peppino Patroni Griffi, Achille Millo e lo stesso Rosi, tutti personaggi destinati ad un ruolo di primo piano nel mondo dello spettacolo. Fra scenette e couplets, si inneggiava all’american way of life e alla rinata democrazia: Steno imitava la voce di Mussolini. Era una risposta umoristica e anche un po’ qualunquista alle ristrettezze del momento, ma fu il veicolo di penetrazione dei nuovi concetti in strati popolari poco propensi alla seriosità dei conversatori (Alberto Moravia   ebbe il suo battesimo radiofonico in quest’ambito) o di trasmissioni come Conosciamo le Nazioni Unite, esplicitamente destinate a favorire l’avvicinamento e la conoscenza fra italiani e alleati. Non mancava una trasmissione femminile, Programma per la donna italiana, condotta da Grazia Rattazzi Gambelli, dal dicembre 1943 annunciatrice della stazione di Pizzofalcone con lo pseudonimo Grazia di Torino. Nonostante le difficoltà del momento la magia del microfono permise
    «subito» il saldarsi di forme immediate di collaborazione fra la giovane e inesperta conduttrice e il pubblico più vasto: «mi aiutarono le ascoltatrici con la loro partecipazione attraverso la corrispondenza, proponendomi argomenti, interessi, curiosità e problemi. Si instaurò così abbastanza rapidamente un rapporto corale a coinvolgere le ascoltatrici anche tra loro in iniziative concrete di carattere umano e sociale e culturale, e nel contempo arricchendo il nostro programma di riflessi e notizie di momenti associativi femminili, concretamente interessati alla vasta e complessa problematica napoletana». <49
    In una realtà urbana dominata dal contraddittorio e «vorace riappropriarsi umano dei sapori elementari della vita», la radio non si sottrasse all’impegno di intervenire sui problemi più scottanti del vivere quotidiano: primo fra tutti quello dell’igiene pubblica. Nella Napoli «terra di conquista», offesa e degradata, di cui Malaparte ha disegnato un affresco drammatico e penetrante nella Pelle, il colonnello Charles Poletti, governatore alleato di Napoli, tenne, ad esempio, una serie di lezioni sul grave problema dell’igiene pubblica.
    Le trasmissioni musicali accoppiavano le melodie napoletane delle orchestre Colonnese e Capese o dei complessi Calace, Michele Parise e Amedeo Pariante (un vero divo popolare, vincitore di un concorso nazionale Eiar nel 1941), allo swing dei complessi più in voga oltreoceano come Nelson Eddy, Larry Adler, Oscar Levante John Healy. Ribalta preferita fu il programma La Voce dei giovani, che aveva subito alcune interessanti trasformazioni nel clima di generale depoliticizzazione delle rubriche, giungendo appunto a proporre per la prima volta al pubblico italiano saggi di una produzione culturale nuova e strettamente legata alla moderna industria del divertimento e del consumo. <50  
    Fu anche pubblicato il foglio settimanale Qui, radio Napoli per rafforzare il rapporto quotidiano con il pubblico più vasto. Tuttavia, questa eccitante esperienza fu assai breve: per Radio Napoli e per i Napoletani fu una parentesi di poco meno di sei mesi, ma assai importante, prima di ripiombare in una posizione di seconda fila all’indomani della riattivazione di Radio Roma e della trasformazione dell’Eiar in Rai, quando gli americani avrebbero riaffidato ai vecchi tecnici fascisti la direzione delle sedi liberate. Un gruppo di questi giovani rimase a Napoli e continuò a collaborare alle produzioni locali, ma in clima di sempre più sottolineata restaurazione, che giunse a chiamare alla direzione di Radio Napoli il ben noto radiocronista fascista Franco Cremascoli. È tuttavia assai difficile stabilire una forma di gerarchia fra queste prime voci nazionali e le emittenti internazionali, che la sera facevano raccogliere attorno ai più diversi apparecchi interessati e curiosi, magari con una coperta addosso per attutire i rumori udibili dall’esterno e evitare la curiosità, quella sì pericolosa, del capocaseggiato nell’Italia ancora occupata. Com’è naturale non è possibile disporre di dati statistici riguardanti l’ascolto durante la Resistenza; anche le informazioni desumibili dalla stampa circa gli arresti per ascolto clandestino non specificano mai l’emittente incriminata. <51
    [NOTE]
    44 Su Radio Napoli in generale le notizie sono disperse nella bibliografia  generale già citata e non è sufficiente il tentativo di sintesi di Umberto Franzese, La Radio a Napoli dalle origini alle emittenti libere, Napoli, [1984], passim.
    45 Utile la memoria di Grazia Rattazzi Gambelli, Una donna a Radio Napoli, in Alle radici del nostro presente. Napoli e la Campania dal fascismo alla Repubblica (1943-1946), Napoli, 1986, p. 281-300.
    46 Cfr. Leo Longanesi, Parliamo dell’elefante. Frammenti di un diario, Milano, 1947, p. 218.
    47 Ivi, p. 219.
    48 V.  Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione…, cit., p. 180.
    49 Cfr. Grazia Rattazzi Gambelli, Una donna a Radio Napoli…, cit., p. 287. Una serie di testi pronunciati da uno dei collaboratori di Radio Napoli in Carlo Criscio, Un cuore alla radio 1943-44, Napoli, 1954.
    50 Per un’idea della grande articolazione dei programmi presentati basta riprodurre il palinsesto di una giornata radiofonica tipo: «Notizie : ore 7-8-10-12-13-14- 16-17-20-23.30-24 Notiziario napoletano: ore 11 Notiziario Italia liberata: ore 16 Ritrasmissioni: Radio Londra ore 8.30-9.30-20.30 Voce dell’America: ore 13.15-21.30 Commenti : ore 10.10-13.15-16.10-20.15-00.15 Programmi musicale e di varietà: Ore 7.15 Musica mattutina – 7.30 Buongiorno – 7.45 Dolci melodie – 8.15 Canzoni d’Italia – 8.45 Musica operettistica – 9.00 Orchestra Esperia – 9.45 Cantante della strada – 10.15 Musiche e canti delle Nazioni Unite – 10.30 Musica sinfonica – 11.15 Racconti e novelle celebri – 11.30 L’Ora del soldato – 12.15 Musica per tutti – 12.30 Programma della donna italiana – 12.45 Personaggi del jazz – 13.30 Serenate e valzer – 14.10 Artisti celebri – 14.25 Andiamo al concerto – 16.15 Marciando – 16.30 Concerto vocale e strumentale: Ciucci-Miranda-Adami – 17.15 Musica varia – 17.30 Programma per i piccoli – 17.45 Il libro della danza – 18.15 Programma per i prigionieri da New York – 18.30 Mandolinista Maria Calace – 18.45 Notiziario in lingua francese – 19.00 Il quarto d’ora dei lavoratori – 19.15 Lezione d’inglese – 19.30 Balliamo – 20.45 Radiofollie – 21.15 Grandi autori – 21.45 Incredibile ma vero – 22.15 Musica moderna – 22.30 L’Italia combatte – 23.00 Il compositore della settimana: Mozart –  23.35 Ora romantica – 00.30 Complessi jazz  [ivi, p. 288-9].
    51 A proposito di gerarchie d’ascolto, è interessante citare un documento sequestrato ad un antifascista dalla polizia, in cui non si faceva differenze, così come non la facevano gli ascoltatori: «Nell’Italia occupata dai germanici ci si lamenta spesso che le notizie sull’Italia liberata dagli angloamericani sono scarse e poco precise, perché in fondo non si può far conto che sulle trasmissioni di Radio Bari e di Radio Londra: le ultime sono troppo vaghe e portano soprattutto notizie a carattere militare, mentre le prime, che difficilmente si possono captare, sono più importanti, perché si occupano in primo luogo dei problemi italiani, ma non così numerose da accontentare tutti» [cfr. Riservato a Mussolini…, cit., p. 15].
    Gianni Isola, Il microfono conteso. La guerra delle onde nella lotta di liberazione nazionale (1943-1945) in Mélanges de l’école française de Rome, Italie et Méditerranée, tome 108, n°1. 1996. pp. 83-124

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  23. Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese

    Mi sono soffermato molto sull’aspetto internazionale e sul legame con gli ambienti della NATO che ha avuto la strategia della tensione; adesso voglio invece approfondire il fronte interno, parlando delle responsabilità degli attori dello stato e ripercorrendo brevemente la storia post-bellica dei servizi segreti, per analizzare il ruolo che hanno avuto nella strategia della tensione. Nel primo capitolo ci sono molti riferimenti a ciò che è stato il depistaggio praticato dai servizi segreti italiani, benché spesso manipolati da quelli anglo-americani. L’azione di depistaggio ha avuto la finalità di distogliere l’attenzione dalle forze eversive di destra (quelle effettivamente colpevoli degli attentati), cercando di far ricadere la colpa delle stragi sui gruppi extraparlamentari di sinistra. L’atto di nascondere le trame eversive rappresenta di per sé un reato e una colpa molto gravi, ancor più grave è coadiuvare la strategia e operare per il proseguo di essa. Ciò nonostante essa, non ha preso forma in seno a gruppi eversivi nascosti e segreti, ma questi sono stati un mezzo con il quale attori di tutt’altro contesto hanno ricercato un fine. Un fine che riguardava la stabilità di una forma di governo, la quale garantisse ai partiti di centro (la Dc su tutti) la continuità sulla determinazione dell’indirizzo politico dell’Italia.
    L’implicazione delle istituzioni dello Stato rimanda a un argomento molto importante e delicato che ho già accennato nel primo capitolo: la continuità tra Stato fascista e Repubblica democratica. D’altronde, ciò ha significato l’assegnazione di esecutori materiali del regime a posizioni di vertice nel nuovo Stato. Pochissimi vennero condannati a morte; le detenzioni, anche di chi si era macchiato di crimini contro il popolo italiano stesso, furono molto brevi. Cito nuovamente il libro dello storico Davide Conti, Gli uomini di Mussolini (2017), che fa una panoramica precisa della situazione: «”Se c’era un’istituzione che l’8 settembre si era dissolta in modo sfacciato e insieme tragico di fronte agli occhi di tutti gli italiani, questa era l’esercito”. La rotta del regio esercito e lo sbando totale delle truppe in Africa, nei Balcani, in Russia fino all’abbandono simbolico della capitale, lasciata in balia dei tedeschi dopo la fuga del re e dei massimi vertici militari, avrebbero dovuto costituire la premessa storica, politica e istituzionale per una cesura irriducibile tra l’eredità dello Stato sabaudo e la nascita della Repubblica democratica. Al contrario, proprio in questa leva nevralgica della ricostruzione istituzionale si verificò un visibile fenomeno di convergenza: degli apparati del regno del Sud a conduzione monarchica; delle gerarchie militari che avevano guidato tutte le guerre fasciste del Ventennio; di elementi dell’esercito della Repubblica sociale. La composizione, dapprima relativa e poi progressivamente sempre più organica, di questo blocco continuista determinò un assetto interno alle istituzioni in grado di indirizzare scelte, linee politiche, procedure legislative e amministrative ostili all’avvio di un processo di sostanziale rinnovamento dello Stato» <101. Effettivamente un auspicabile rinnovamento non c’è stato. Nonostante il notevole ampliamento della libertà, come sottolinea l’articolo 13 della Costituzione italiana, e altri vari elementi di discontinuità, il fatto di essere governato da una classe dirigente organica rispetto al Ventennio ha in parte reciso questa libertà del popolo italiano. Come la libertà di quelle persone di andare in una banca, prendere un treno, o trovarsi in piazza per una manifestazione senza rischiare la propria vita.
    Manlio Milani, sopravvissuto alla strage di piazza della Loggia, nella quale perse la moglie, scrive nella sua testimonianza che la condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, gli ordinovisti veneti autori della strage, ha in qualche modo riconciliato i familiari delle vittime con le regole democratiche. La volontà e l’obiettivo di chi studia e chi scrive a riguardo del periodo stragista è una riconciliazione dell’intero paese. «Ma è doveroso domandarsi: a quali condizioni e con quali modalità l’attuale frattura tra verità giudiziaria, verità storica e coscienza collettiva può essere ricomposta? Non di certo attraverso le annuali “commemorazioni” di rito delle tragedie del terrorismo. In realtà una “memoria” degna di questo nome, fondativa di un’autentica operazione di giustizia verso le vittime, i loro familiari e il Paese intero, non può andare disgiunta dal sommo valore della verità, o almeno, più umilmente, da quei frammenti di verità che la ricostruzione storica elaborata dai saggi ospitati in questo volume ci pare sia in grado di offrire oggi alla consapevolezza e alla sensibilità degli studiosi, dei rappresentanti delle istituzioni e della collettività. La ricordata sentenza di condanna di Maggi e Tramonte è per molti versi un documento di eccezionale valore, su cui è necessario meditare perché stabilisce con esemplare chiarezza che “lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […] individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo di progetti eversivi della destra estrema, ed hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche» <102.
    Del ruolo dei servizi segreti italiani ho parlato spesso, l’implicazione è evidente; si può dire che non depone a loro vantaggio il fatto che gli archivi dei centri territoriali del SID, in particolare di quello di Padova, una città chiave per le ragioni che conosciamo, siano stati distrutti a metà degli anni Ottanta. Stando a quanto ha dichiarato il maggiore Giuseppe Bottallo, ciò è dipeso da un ordine dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI (ex SID) <103. Questo tipo di decisione alimenta la tesi del totale coinvolgimento nelle trame dei decenni precedenti, inoltre lascia spazio a supposizioni di vario genere. Per esempio, che cosa si sarebbe ulteriormente scoperto se gli archivi del SID fossero rimasti intatti? E ancora, c’è chi a livello politico ha fatto pressioni affinché gli archivi venissero distrutti? Sicuramente le informazioni contenute negli archivi avrebbero danneggiato ulteriormente l’immagine di determinati personaggi; forse sarebbero uscite nuove verità. Quello che sappiamo però è già parecchio e ci permette di tracciare un breve quadro storico dei Servizi segreti, ma occorre procedere passo per passo.
    Per ripercorrere le tappe del Servizio segreto italiano, occorre tornare ai primi anni successivi alla caduta del fascismo. Ho parlato in precedenza di James Angleton, membro della CIA, il quale trascorse molti anni a Roma. Un’operazione effettuata da James Angleton fu, come vedremo, il recupero del poderoso archivio della polizia segreta fascista grazie all’aiuto del commissario di polizia Federico Umberto D’Amato. Ma tra le prime vi fu, molto importante da sottolineare, l’operazione effettuata il 30 aprile 1945 a Milano, dove Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese. Poi lo accompagnò a Roma sotto la sua personale protezione, assicurandogli un destino sicuramente più benevolo di quello che gli sarebbe stato riservato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale e anche un futuro di avventure reazionarie. A fargli da assistente fu proprio D’Amato, il quale venne da subito ben visto da Angleton che lo giudicava un volenteroso apprendista. L’agente CIA chiarì, in parole semplici, che dopo la sconfitta del fascismo il nuovo nemico era il comunismo. Per combatterlo è sicuramente utile allearsi con i fascisti, il nemico di prima, che non chiede altro <104. Angleton e i suoi agenti, fecero un colpo sensazionale visti gli effetti che esso provocò nei decenni successivi nel nostro paese: «tra la fine del 1944 e l’inizio del 1946, riciclarono nei propri apparati la rete dell’OVRA fascista <105, impossessandosi del poderoso archivio allestito durante il Ventennio». Questo avrebbe portato a un lungo gioco di ricatti e intossicazione della vita pubblica, rivelandosi decisivo per le vicende interne del nostro paese. «Insieme a spezzoni del vecchio Battaglione 808 dei carabinieri, infatti, quel colpo avrebbe anche partorito una sorta di cabina di regìa della strategia della tensione, tra la fine degli anni Sessanta e buona parte dei Settanta del Novecento; il famigerato Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, diretto per lungo tempo da Federico Umberto D’Amato. E fu proprio lui, D’Amato, all’epoca già alle dirette dipendenze di James Jesus, a condurre in porto quella che passò agli annali come l’”Operazione Leto”, Guido Leto, il potentissimo capo dell’OVRA» <106. D’Amato ebbe il compito, affidatogli da Angleton, di prendere contatti con alcuni elementi della polizia politica della Repubblica sociale italiana. Tra questi c’era Guido Leto, che dopo gli incontri segreti con D’Amato, si consegnò al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Leto entrò successivamente in contatto con alcuni rappresentanti del Governo Militare Alleato (GMA) al Nord, ovvero due militari dei servizi britannici, il maggiore Harris e il capitano Baker, indicando loro l’ubicazione degli archivi dell’OVRA. «Mentre tutti credevano che i capi della polizia fascista fossero agli arresti e in attesa di un processo, a sorpresa i due ufficiali inglesi decisero di collocare Leto in “libertà condizionata”, affidandogli “per conto del GMA” addirittura la “custodia degli archivi integrali”, con tutti i documenti raccolti durante il Ventennio e nel breve periodo della Rsi» <107. Quando da Roma ci si accorse che qualcosa non andava, venne emesso un mandato di cattura nei confronti di Leto da parte di Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e nuovo alto commissario per le sanzioni contro il fascismo. Questa decisione provocò forti malumori nell’intelligence americana, la consegna del capo dell’OVRA alle autorità italiane portò a reazioni molto dure da parte della sede romana dell’OSS. «E non è azzardato ipotizzare che dietro ci fosse proprio lo zampino di Angleton. Il Servizio segreto Usa temeva un eventuale processo ai vertici della polizia fascista. […] l’OSS temeva che da un eventuale processo pubblico emergessero i legami che americani e inglesi avevano coltivato durante il Ventennio con gerarchi fascisti e l’alta burocrazia dello Stato; e che fossero scoperte le reti spionistiche angloamericane all’interno del regime» <108. Questo passaggio riassume bene due aspetti fondamentali legati alla strategia della tensione: l’ingerenza dei Servizi segreti americani e britannici, già ben nota e approfondita; e la responsabilità dello Stato italiano in quanto non riuscì a prendere una netta distanza dal periodo fascista, anzi ne incarnò vari aspetti.
    [NOTE]
    101 D. Conti, Gli uomini di Mussolini, op cit., p. 189.
    102 C. Fumian, A. Ventrone (a cura di), Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa, op cit., p. 9.
    103 A. Ventrone, La strategia della paura, op cit., p. 253.
    104 Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere, Roma, Newton Compton editori s.r.l., 2012
    105 Polizia segreta dell’Italia fascista. Compito dell’OVRA era la vigilanza e la repressione di organizzazioni sovversive, che tramassero contro lo Stato.
    106 M. J. Cereghino, G. Fasanella, Le menti del doppio stato, op cit., pp. 57-58.
    107 Ivi, p. 59
    108 Ivi, p. 59-60.
    Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020

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  24. ALLE FRONDE DEI SALICI

    15 VITE PER LA LIBERTÀ
    Milano - Piazzale Loreto, 10 Agosto 1944

    Tra le 5.45 e le 6.10 del 10 agosto 1944, su ordine del Comando militare nazista di Milano, un plotone di repubblichini, fucilò 15 antifascisti e partigiani italiani. Erano uomini, patrioti, accomunati dal desiderio di libertà.

    Un libro e un podcast ispirato a quel libro raccontano la loro storia :
    nilocram.eu/edu/alle_fronde_sa il libro è a cura di Roberto Cenati e Antonio Quatela, ANPI Milano.

    Il podcast, in 8 puntate disponibili su Open Spotify è realizzato da radio Nolo con la collaborazione della sezione ANPI 10 agosto 1944: open.spotify.com/show/2Qoz1eTJ

    #PiazzaleLoreto #Milano #resistenza #ANPI #partigiani #storia #memoria #letture #podcast

    @scuola
    @milano
    @maupao
    @alephoto85 @lindasartini
    @macfranc

  25. Oggi Val di Non-Svizzera via Tonale, Aprica, Valtellina, Lugano. Con fermata a Dongo per celebrare i partigiani che arrestarono Mussolini.

    #moto #partigiani #Dongo #resistenza #viaggi

  26. Il Comandante partigiano “Amedeo” catturato e fucilato

    Il 26 gennaio 1945 una delazione fu fatale al Comandante “Amedeo” ed a cinque suoi compagni. Le cause che portarono alla loro cattura furono diverse.
    Tra il 24 ed il 25 gennaio 1945 i Battaglioni Nuotatori Paracadutisti e Sagittario della Decima Mas organizzarono insieme un rastrellamento contro la ricostituita Mazzini. I primi, sfruttando l’abbondante nevicata, attaccarono a sorpresa il gruppo del bolognese “Gianni” (Primo Cavicchi) e del mestrino “Danton” nei pressi di un bivacco nella zona di Pianezze di Miane, perdendo 13 uomini (tra i quali il Sergente Vincenzo Aniparides), ma uccidendo “Danton” ed un altro partigiano; i secondi, beneficiando delle informazioni di una staffetta, che si faceva chiamare “l’Americana” e che era stata arrestata dal Battaglione Nuotatori Paracadutisti, compirono un rastrellamento a Premaor di Miane; dove, in una stalla, erano nascosti quattro partigiani armati <146.
    Sulla base di quanto affermano la storiografia resistenziale e le deposizioni dei fascisti processati dalla Corte d’Assise straordinaria di Treviso, la cattura di Marino Zanella (Amedeo) e della sua staffetta Salvatore Pontieri (Totonno) non fu frutto di un piano organizzato, ma avvenne in modo del tutto casuale. Le nipoti di “Amedeo” ritengono, invece, che l’arresto dello zio sia stato tutt’altro che fortuito, visto che la Brigata Mazzini continuò ad essere il principale obiettivo delle rappresaglie fasciste anche dopo il rastrellamento del Cansiglio. Hanno inoltre sostenuto che la discesa a valle di “Amedeo” avvenne con un motivo ben preciso: la notte del 23 gennaio 1945 il Comandante della Mazzini si recò a Guia di Valdobbiadene per assistere la partoriente cognata Assunta De Rui. Quest’ultima, infatti, dopo il rastrellamento di Segusino, trascorse circa un mese in montagna con i partigiani e, successivamente, grazie ad un accordo tra Curzio Frare (Attilio) ed il parroco di Guia, venne ospitata insieme alla figlia presso l’abitazione di tre benestanti signore di quel paese. Infine, il 24 o il 25 gennaio 1945, prima di ritornare in montagna, “Amedeo” doveva recarsi ad un incontro concordato con il macellaio di Miane Giuseppe Bortolini: accordo che prevedeva il pagamento di una somma di 135.000 lire, in cambio di un rifornimento di carne per la Brigata Mazzini.
    È possibile che “l’Americana” – di lì a poco giustiziata dai partigiani – o chi per essa, al corrente dei piani di Marino Zanella, vuoi per ricevere un elevato compenso alimentare ed economico, vuoi per motivazioni di altro genere, avesse informato i fascisti; i quali, dopo aver arrestato i quattro partigiani, intercettarono anche “Amedeo” e la sua staffetta “Totonno” lungo la strada tra Miane e Follina.
    Anche il fatto che gli uomini della Decima Mas non sapessero di avere tra le mani il Comandante della Mazzini, ricercato politico fin dagli anni ’30, appare una ricostruzione poco convincente. Potrebbe anche essere vero che, a causa di un atto di ingenuità di “Amedeo”, l’arresto fosse avvenuto in modo inaspettato e che i militi che lo intercettarono non avessero riconosciuto il prigioniero, ma appena fu condotto nelle carceri del Municipio di Pieve di Soligo e, visti i segni delle pesanti torture che furono trovati sul suo corpo dai familiari, non è ragionevole pensare che i vertici del Battaglione Sagittario (il vicecomandante Tenente Angelo Rossellini ed i Sottotenenti Alfredo Bonichi ed Aldo Grosso) non fossero ben consapevoli di aver ottenuto un successo strategico fondamentale.
    Venendo ai fatti, dopo un violento interrogatorio e la condanna a morte senza processo, attorno alle ore 11 del 26 gennaio 1945 (venerdì) i sei partigiani, assistiti da monsignor Domenico Martini, locale arciprete, furono fucilati tre alla volta sul lato nord-est del muro di cinta del cimitero di Pieve di Soligo, dove, ancor oggi, si trovano una scultura bronzea realizzata da Augusto Murer ed una lapide che ricorda il loro sacrificio. All’interno del cimitero, in tempi più recenti, è stato realizzato un grande monumento in onore dei sei caduti, del vicecomandante “Cirillo” e delle vittime pievigine del nazifascismo.
    Elenco dei partigiani giustiziati con Marino Zanella (Amedeo) <147: 1. Antonio Bortolini (Bepi), nato a Miane il 6 gennaio 1922, partigiano combattente dal 18 ottobre 1943; 2. Salvatore Pontieri (Totonno), nato a Savelli di Crotone l’11 dicembre 1922; 3. Giovanni Possamai (Lavaredo/Ravanello), nato a Mura di Cison di Valmarino l’11 giugno 1922, soldato di Fanteria; 4. Leone Sasso (Resistere), nato a Cison di Valmarino il 6 gennaio 1894, in precedenza Alpino del 7° Reggimento Alpini di Belluno; 5. Maurizio Violini (Mario/Violini), nato a Sassari il 5 novembre 1910 e residente a Valmareno di Follina, Carabiniere.
    Lo stesso giorno della fucilazione, opponendosi alla presa di posizione del Comando del Battaglione Sagittario di scavare una fossa comune per far passare sotto silenzio la vicenda, l’arciprete di Pieve di Soligo contattò i familiari delle vittime; cosicché, nei giorni seguenti, le salme furono trasferite e sepolte nella rispettive parrocchie.
    Il 1° febbraio 1945 la Brigata Mazzini riservò al suo Comandante una partecipata cerimonia funebre a Segusino; dove, dimenticato o sconosciuto ai più, riposa ancor oggi nella tomba di famiglia <148.
    Negli anni successivi alla fine della guerra, i dirigenti provinciali del Pci organizzarono delle cerimonie pubbliche in occasione degli anniversari dalla morte del fondatore della Brigata Mazzini, ma, nel contesto della Guerra Fredda e della lunga contrapposizione tra i blocchi americano e sovietico, la Democrazia Cristiana (Dc) ed il clero misero in cattiva luce la figura di Marino Zanella, facendolo passare alla storia come colui che era «autore di più di 500 condanne capitali, eseguite nelle nostre montagne» e che «con la sua propaganda, più a suon di denaro, ha attecchito nelle teste di un gruppo, fortunatamente esiguo, di giovinotti e di ragazze della stessa risma» <149. Al contempo, nonostante fosse già stata molto danneggiata, non ci furono remore nel mettere in difficoltà la famiglia Zanella con le più varie offese; trascurando il fatto che, seppur durante la liberazione e la “resa dei conti” le opportunità fossero state all’ordine del giorno, i familiari di “Amedeo” non vollero trarne alcun beneficio, preferendo il perdono all’immorale arricchimento dell’ultim’ora <150.
    I responsabili del plurimo omicidio di Pieve di Soligo furono processati dalla sezione speciale della Corte d’Assise di Treviso. La sentenza del 13 luglio 1946 ebbe il seguente esito: Angelo Rossellini fu condannato all’ergastolo ed alla confisca a favore dello Stato di tutti i beni di sua proprietà, poiché ideatore e primo esecutore della rappresaglia; Aldo Grosso alla pena di 15 anni di reclusione per la sua partecipazione diretta al fatto; Alfredo Bonichi fu assolto per amnistia. Rossellini e Grosso furono inoltre condannati all’interdizione perpetua dai pubblici uffici ed al pagamento delle spese processuali. Nei successivi gradi di giudizio furono entrambi assolti: Grosso dalla Corte di Cassazione con sentenza del 1° aprile 1948, Rossellini dalla Corte di Assise di Appello di Venezia il 27 maggio 1953, nonostante pendessero su di loro le accuse di omicidio aggravato e continuato e di collaborazionismo <151.
    Di certo, in tempi brevi prevalse la pace, ma non avrebbe dovuto essere questa la soluzione migliore per ottenerla: chiudere gli occhi non sempre aiuta a dimenticare.
    [NOTE]
    146 ACASREC, b. 57, Archivio CRV, f. Documenti vari schedati, sf. Relazione sull’attività militare svolta dalle Brigate della Divisione “N. Nannetti” dal mese di dicembre 1943 al mese di maggio 1945; Albo nazionale caduti e dispersi della RSI, edizione aggiornata per l’anno 2015; AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini e altri, Procedimento penale a carico di Rossellini Angelo e altri, pp. 12-13; BIZZI, Il cammino di un popolo, vol. II, cit., pp. 151-153; MAISTRELLO, La Decima Mas in provincia di Treviso, cit., pp. 55-59; MASIN, La lotta di liberazione nel Quartier del Piave, cit., pp. 144-145; SERENA, I fantasmi del Cansiglio, cit., pp. 41-42.
    147 AISRVV, II sez., b. 64, f. 3 sf. 1 Pratiche per pensioni di guerra, doc. 18, 88, 89, 96, 114; Archivio della Parrocchia di Miane, Registro dei morti; ASCM, b. Anno 1946 – Pratiche dalla 1a alla 4a, f. II (Elenco partigiani e caduti partigiani), sf. Bortolini Antonio, in particolare vedi: atto di notorietà del 1° luglio 1946.
    148 Archivio della Parrocchia di Segusino, Registro dei morti (1936-1961), anno 1945; ASDPd, b. Guerra 1940-1945: Relazioni parrocchiali, f. Vicariato di Quero, sf. Parrocchia di Segusino, Relazione di don Agostino Giacomelli, s.d. (senza data); AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini ed altri, Procedimento penale a carico di Rossellini Angelo e altri, a p. 22 la deposizione di monsignor Domenico Martini, alle pp. 24-27 le deposizioni dei Sottotenenti Alfredo Bonichi ed Aldo Grosso.
    149 ASDPd, b. Guerra 1940-1945: Relazioni parrocchiali, f. Vicariato di Quero, sf. Parrocchia di Segusino, Relazione di don Agostino Giacomelli, senza data.
    150 Testimonianze di Fiorentina e di Silvana Zanella, 6 febbraio e 7 marzo 2015.
    151 AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini ed altri, Procedimento penale del luglio 1946 e sentenze successive; in particolare si veda la sentenza n. 46 del 13 luglio 1946.
    Luca Nardi, Storie di guerra: Valdobbiadene e dintorni dal gennaio 1944 all’eccidio del maggio 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, 2016

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  27. Oggi 80 anni fa, l'Italia è stata liberata dall'occupazione nazifascista grazie alla Resistenza dei Partigiani e degli Alleati.
    80 years ago today, Italy was free from the Nazi-fascist occupation thanks to the Resistance of the Partisans and the Allies.
    VIVA L'ITALIA !

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  28. Solo negli anni '80 cominciò a testimoniare pubblicamente le violenze subite nei lager nazisti.
    "Prima non riuscivo. Non arrivavo alla fine, mi prendeva la crisi. Ce l'ho fatta grazie anche all'aiuto della nuova generazione di storici. Per me la cosa più importante è che i giovani riescano a capire quanto dolore porta quando uno odia" disse.
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  29. I #fascisti sono stati complici dei #nazisti nei rastrellamenti e nelle deportazioni verso i campi di concentramento. I #partigiani hanno combattuto i nazisti ei fascisti per liberare questo Paese. La #storia è semplice, basta studiarla.