#partigiani — Public Fediverse posts
Live and recent posts from across the Fediverse tagged #partigiani, aggregated by home.social.
-
Una memoria sull'occupazione italiana di Lissa https://bigarella.wordpress.com/2026/05/23/una-memoria-sulloccupazione-italiana-di-lissa/ #1941, #1942, #1943, #Attentati, #Croati, #Dalmazia, #Esercito, #EvelyneVanHeck, #Fascisti, #Italiano, #Jugoslavi, #Lissa, #Memoria, #Occupazione, #Partigiani, #Podestà, #Regio, #Tedeschi
-
Una memoria sull’occupazione italiana di Lissa
Il podestà di Lissa e le scelte di appartenenza in guerra
#1941 #1942 #1943 #attentati #croati #Dalmazia #esercito #EvelyneVanHeck #fascisti #italiano #jugoslavi #Lissa #memoria #occupazione #partigiani #podestà #regio #tedeschi
Per affrontare la questione dell’identità italiana in Dalmazia nel Novecento bisogna fare riferimento ad un’esperienza collettiva fondamentale: le relazioni dei dalmati italiani con il fascismo negli anni dell’occupazione italiana (1941-1943). Tale questione, che non a caso emerge presto nella narrazione di Lorenzo, si intreccia con il tema del delicato, talvolta controverso, posizionamento politico dei dalmati italiani. La problematicità della relazione tra italianità e fascismo è trattata anche nella letteratura dell’esilio giuliano-fiumano-dalmata (autobiografie, racconti, poesie di esuli dalmati italiani <14). La narrazione di Lorenzo ricalca, in modo talora creativo, altre volte reificante, alcuni pattern della memoria collettiva degli esuli dalmati italiani, e che svelano un certo ordine condiviso del ricordo. Lorenzo tratta il rapporto tra dalmati italiani e fascismo attraverso la descrizione di suo padre e l’evoluzione del suo comportamento. L’autore introduce la figura del padre subito dopo lo sbarco dell’esercito italiano, evento prologo delle tragiche circostanze al cuore della sua ingiunzione autobiografica. Il padre è descritto come uomo retto, rispettabile rappresentante della comunità, profondamente attaccato ad entrambe le sponde dell’Adriatico: a Lissa, in quanto membro di una famiglia lì residente da secoli, e all’Italia, verso cui nutre sentimenti di patriottismo. La multipla appartenenza è parte dell’identità del padre, che scivola quasi in elemento iconico nella narrazione: questo assetto identitario diventa problematico nell’incontro-scontro con il fascismo. Lorenzo descrive lo sgretolarsi di alcune certezze e ideali del padre nello smarrimento, delusione e confusione di fronte al fascismo che lo costringe a ri-orientarsi internamente e socialmente (“conobbe il fascismo che inizialmente identificava con l’Italia, e i lati negativi di quel regime”). Il podestà esperisce la disillusione nell’osservare la distanza tra le rappresentazioni ideali dell’Italia, in cui inizialmente rientrava il fascismo, e le pratiche di violenza nonché un’ideologia “non corrispondenti alle proprie concezioni di vita e umanità”. Nel contatto con i fascisti, il padre rivela sempre di più la sua identità locale totale: figlio dell’isola, padre della comunità e compagno dei lissani. Il padre di Lorenzo viene deposto dall’incarico di podestà assegnatogli dai militari per il suo rifiuto di aderire all’ideologia fascista, scegliendo di occupardi dei suoi “compatrioti”. A seguito di questa presa di posizione politica l’ex-podestà, scrive Lorenzo, tornerà alla sua vita normale “in piena armonia” con i suoi compaesani. La consapevolezza della natura del regime fascista, che porta il padre a rifiutarne codici e retoriche, deve essere stato l’esito di un complesso percorso cognitivo-emozionale qui solo tratteggiato dall’autore. Questo episodio è interessante per la gestalt che il padre sperimenta a partire da elementi socioculturali cui Lorenzo assegna un valore importante: la lingua e la cultura italiana, la secolare presenza della famiglia sull’isola, l’armonia con i compaesani, la religione e l’etica. L’agency del padre di Lorenzo è uno dei possibili esiti dell’incontro/scontro degli italiani di Dalmazia con il fascismo. La crisi di identità scatenata dal fascismo fu esperienza comune tra i dalmati italiani delusi nello scoprire l’erronea identificazione del fascismo con il mondo italiano. Per Lorenzo tanti di essi non furono fascisti, sebbene tale fu la cristallizzazione dello stereotipo del ricordo trasmessa nel successivo discorso politico jugoslavo (e italiano). Si può dunque dire che il percorso di riconfigurazione identitaria del padre di Lorenzo sia paradigmatica di un percorso collettivo. Inoltre, negli equilibri sociali del tempo il padre di Lorenzo era la massima autorità familiare, come ricordano tra gli altri Lorenzo, sua sorella Enza e la cugina Mariella da me intervistate. A livello comunitario, il padre possiede un’autorevolezza mancante all’autoritario generale Petrossi, incarnando l’autorità e la tradizione derivanti anche dal suo appartenere alla nobiltà locale. I dalmati italiani e italofoni erano spesso detentori di posizioni politiche e sociali influenti, e tale situazione era comune nella società dalmata fino alla prima metà del Novecento. Il podestà-padre rappresenta dunque anche una classe, un ordine e una tradizione che si dissolveranno con la seconda guerra mondiale; una tradizione anche cattolica, rimpiazzata (ufficialmente) dagli ideali comunisti. La figura del padre descritta da Lorenzo assurge pertanto a simbolo di una memoria individuale, familiare e collettiva, a rappresentante di un mondo di lì a poco in via di dissoluzione.
La scoperta del nemico tra violenze e disordini
“Jamnicki [medico originario di Mostar, Bosnia, cognato di Lorenzo] fu tenuto in osservazione da parte del fascista Petrossi che lo sospettava di appartenere a gruppi di oppositori. Sentimmo a quel tempo parlare per la prima volta di partigiani, di comunisti, di nemici degli occupanti, organizzati militarmente e decisi a combattere l’invasore […] l’atmosfera politica si faceva più pesante. I partigiani jugoslavi, occulti e misteriosi per noi ragazzi, riscuotevano sempre più la fiducia della popolazione di fede croata. Si cominciava già all’inizio del 1942 a sentire un’atmosfera pesante. La gente era diventata più apertamente ostile agli occupanti italiani e, di conseguenza, a noi residenti. Non so se fu l’arrivo di questo Petrossi, fascista sfegatato e violento, a creare questo stato di cose o se invece possano essere attribuite a una generale organizzazione di quella che fu la resistenza jugoslava. Fatto sta che l’aria che tirava era opprimente e creava disagio e sempre maggiore isolamento degli italiani. […] Il Petrossi intanto sempre più zelante e sospettoso di tutti, anche degli italiani, adottava metodi sempre più violenti e spesso atroci […] l’ossessione della presenza degli invisibili partigiani creava una situazione di ostilità verso gli italiani da parte della popolazione e di massima tensione tra i militari italiani. Imperversava, in particolare, il fascista Petrossi che indagava e torturava anche le donne quando sospettava che potessero collaborare con questo misterioso nemico di cui si sentiva la presenza e che era tuttavia inafferrabile. Non ci furono conflitti a fuoco con l’esercito italiano. Nessuno dei militari occupanti fu colpito. Nessun morto, nessun ferito italiano. Il Petrossi, esasperato dalla presenza di questa forza occulta che stava sempre più organizzandosi, era alla ricerca di collaboratori per assumere informazioni sulla identità dei ribelli jugoslavi. In questa fase, mentre non vi furono vittime italiane, i partigiani tenevano sotto controllo la popolazione, isolando gli italiani e creando una sorta di terrore nella stessa popolazione jugoslava che volevano ostile e decisa a lottare contro il nemico” (pp. 52-53).
Lorenzo descrive l’infiammarsi del clima locale nel 1942. Entrano nella sua consapevolezza di bambino figure del mondo adulto, nuove categorie di alterità e nemico come i partigiani “occulti e misteriosi”. L’autore analizza le differenze tra l’esercito italiano e i partigiani in termini di efficacia strategica e potenza: se i militari italiani sono presenze visibili e visibilmente ostili nella loro cieca ferocia, i partigiani sono invece invisibili presenze nella boscaglia <15, minacciose al punto da scatenare i controlli ossessivi dell’esercito italiano. Per la piccola comunità lissana, stretta tra due fuochi, inizia il terrore: “Due episodi contribuirono a determinare il sempre crescente terrore in tutti i lissani. Uno fu l’aggressione e l’uccisione di un giovane jugoslavo [Ivo Lucich Rocchi]. Era un giovane jugoslavo di circa vent’anni e fu massacrato nel cortile della sua casa, situato nella strada che porta alla chiesa di Santo Spirito. È facile immaginare la sensazione che provocò questo episodio nella piccola comunità lissana. Perché fu ucciso questo giovane, tra l’altro corteggiatore di mia sorella Enza, giocatore di calcio, da me ammirato nella squadra di Lissa come difensore? È difficile rispondere a questa domanda. Egli era jugoslavo, fiero della sua appartenenza a quel gruppo e non risulta che abbia collaborato con gli italiani verso i quali non nutriva certo simpatie. Forse il suo assassinio fu determinato dal non aver aderito e partecipato alla lotta partigiana. Fatto sta che questo agguato suscitò un’enorme impressione nel paese. Terrorizzata era la popolazione jugoslava che prese sempre più le distanze dagli italiani […] L’episodio determinò un sentimento di paura, anzi di terrore, in quanto ogni vicino, ogni amico, ogni persona poteva essere un omicida occulto […] gli italiani presero atto che stava nascendo una resistenza e un tentativo di controllo totale sulla popolazione civile. I partigiani erano animati da sentimenti di patriottismo e di ribellione verso il nemico che invadeva la loro patria ed agivano non direttamente contro i militari italiani, forse anche per il timore di feroci rappresaglie, ma puntando sulla solidarietà della popolazione. […] il metodo, collaudato ampiamente dalla esperienza stalinista, mirava dunque non tanto, nell’immediato, all’esercito italiano, che ne uscì completamente indenne, ma a creare un’atmosfera di terrore verso coloro, pochi per la verità, che non si adeguavano ad isolare il nemico. In quest’ottica, ma i motivi restarono segreti, fu massacrato a martellate in testa un commerciante di generi di abbigliamento molto noto nell’isola. Fu trovato, nel suo negozio posto sulla strada a destra in fondo alla Klapaviza in una pozza di sangue con il cranio sfracellato. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’assassinio e tuttavia, non avendo la minima collaborazione dei vicini, come era ovvio, le autorità italiane presero atto di questa azione senza mai identificare gli autori del delitto. Questo secondo episodio, come si può ben immaginare, creò nella popolazione il terrore e l’incubo di poter essere in qualsiasi occasione vittima di simili aggressioni ad opera di ignoti e di imprendibili gruppi di azioni. Ma mentre i militari italiani se ne stavano chiusi nelle loro caserme e non venivano attaccati dalle forze nemiche, nella nostra piccola comunità italiana la vita tranquilla e serena dell’epoca anteriore all’occupazione venne completamente sconvolta. […] la paura si era diffusa tra di noi così intensamente che si stava il più possibile rintanati in casa, specie al calar del sole”.
Le aggressioni verso i locali aumentano i timori dei lissani di poter essere le prossime vittime di fascisti o partigiani. Questi, dice Lorenzo, gradualmente riusciranno ad ottenere la solidarietà dei lissani, mentre gli autoctoni italiani inizieranno ad essere percepiti come vicini al nemico fascista. In questo passaggio assistiamo all’innesto violento di categorie di alterità e nemico che divisero la comunità nel 1943. Inizia ad articolarsi il discorso sociale sul chi è la vittima e chi il colpevole implicita nella narrazione comunitaria dell’isola come paradiso decaduto. L’immaginario di un’idilliaca Lissa pre-bellica in cui regnerà armonia e pace nell’innocenza dei lissani fino all’arrivo dei nemici invasori è un modulo di base della narrazione del ricordo comunitario. La rielaborazione della memoria locale, sulla base dei dati raccolti, arriva oggi ad un verdetto collettivo di colpevolezza di tutti gli invasori, i collusi e i traditori della comunità. “L’ostilità della popolazione, anch’essa impaurita dalla efferatezza dei due attentati a due loro connazionali e compaesani, si manifestò in un triste e doloroso evento che colpì la mia famiglia. Era morta a circa vent’anni, mia sorella Ada a seguito del parto. […] Il clima di odio che dilagava verso gli italiani si manifestò in maniera palese ed evidente proprio in questa tragica e luttuosa occasione. Gli addetti al trasporto della salma al cimitero del Prirovo si rifiutarono di svolgere il loro compito per dimostrare la loro ostilità verso gli italiani. Il problema non era di poco conto perché, aldilà del dispiacere di vedere persone che, sebbene fosse da secoli che vivevano nell’isola in armonia con tutti gli altri, per motivi essenzialmente politici, si rifiutavano di provvedere, per ordine di un potere occulto, a compiere questo gesto pietoso, si trattava di risolvere praticamente la questione. Perché questo rifiuto del personale addetto al trasporto della salma? Ordine dei partigiani o spontaneo diniego per adeguarsi alle loro direttive di mostrarsi ostili verso tutto ciò che era italiano? Era difficile rispondere a questa domanda ed ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, mi chiedo cosa determinò questo rifiuto. Ada era una creatura dolce e di grande umanità […] fu questo dunque un gesto di natura politica. […] comunque il problema pratico doveva essere in qualche modo risolto. E fu mio cognato Ante Jamnicki a trovare la soluzione […] si risolse così questa dolorosa situazione, forse unica nella storia di Lissa, che lascia un’ombra di inciviltà sulle persone che la organizzarono e la attuarono […] tanto più è inspiegabile questo atteggiamento, se si considera che il popolo di Lissa era cristiano e cattolico osservante e che la pietà verso i morti costituisce un principio universalmente osservato”. L’episodio dimostra comunque come la situazione stava precipitando tragicamente. Il conflitto tra esercito e partigiani si traduce in assalti, rappresaglie e omicidi di civili, portando allo sconquasso della comunità. Il rifiuto degli addetti di seppellire la salma della sorella Ada è per Lorenzo un evento traumatico sintomatico del clima di guerra, un episodio che apre anche una riflessione sulla fede e le pratiche religiose nella comunità, nella difficoltà di trovare senso agli orrori di guerra e al disengagment morale <16. Oscillando tra descrizioni di situazioni di estrema crudeltà e scenari di intimo dolore, l’autore racconta di come la guerra abbia saputo sconvolgere le ordinarie dimensioni di vita e morte, dove le precedenti certezze di valori, pratiche e rituali non potevano più essere garantite. La narrazione autobiografica, a tal fine, “dal momento che trasforma in testo un vissuto, è un potente strumento di riordino e di produzione di senso” (Fabre 2000: 280). “Il clima di paura e ostilità lo sentivano in particolare le mie sorelle Enza ed Elena che, essendo maestre, furono dall’inizio dell’occupazione incaricate dell’insegnamento alle scuole elementari frequentate da bambini jugoslavi di lingua e nazionalità […] ovviamente le direttive dell’autorità italiana erano nel senso di italianizzare per quanto possibile questi ragazzi. Non fu facile per loro attuare queste direttive […] noi, i pochi italiani con alle spalle secoli di partecipazione alla vita di Lissa, sentivamo questa situazione di estremo disagio”. (p. 60)
[NOTE]
14 Le memorie degli esuli compongono un nutrito corpo di scritture del sé gravitante attorno ad associazioni, comunità e centri di ricerche, diffusi in particolare nel Nord-Est italiano, impegnati nello studio e diffusione di una storiografia, letteratura e sociologia sulla questione dell’esodo e del confine adriatico. Negli eventi, studi, associazioni di interesse vengono prodotte e diffuse determinate narrazioni e rappresentazioni culturali sull’italianità e identità dalmata (cfr. Parte II).
15 È il tema del simbolismo culturale del bosco come spazio archetipico di liminalità, pericolo, fuori dalla cultura (Ballinger 2003).
16 Ballinger ha rintracciato nel contesto istriano una connessione tra violenza fisica e terrore psicologico che caratterizzerebbe una certa narrativa unificata tra gli esuli. Non è possibile, nei limiti di questo studio, indagare sulle ragioni psicologiche e culturali alla base del tipo di “risposta narrativa” data all’esperienza traumatica, rispetto ad un’altra. Si può però riflettere sulla dimensione antropologica della violenza che, afferma Dei, “irrompe nel nucleo più profondo dell’ordine culturale, lo colpisce nelle sue stesse basi: si imprime indelebilmente nei luoghi domestici, ferisce relazioni personali costitutive della soggettività, rende impossibile proseguire con una vita sociale basata sugli stessi normali sentimenti di sicurezza, protezione reciproca, rispetto e dignità” (2005: 34).
Evelyne van Heck, Identità dalmata al confine. Narrazioni, memorie e immaginari a Lissa e a Spalato, Tesi di dottorato, “Sapienza” Università di Roma, Anno accademico 2013-2014 -
Una memoria sull’occupazione italiana di Lissa
Lissa, Isola di Lissa, Croazia. Fonte: WikipediaIl podestà di Lissa e le scelte di appartenenza in guerra
#1941 #1942 #1943 #attentati #croati #Dalmazia #esercito #EvelyneVanHeck #fascisti #italiano #jugoslavi #Lissa #memoria #occupazione #partigiani #podestà #regio #tedeschi
Per affrontare la questione dell’identità italiana in Dalmazia nel Novecento bisogna fare riferimento ad un’esperienza collettiva fondamentale: le relazioni dei dalmati italiani con il fascismo negli anni dell’occupazione italiana (1941-1943). Tale questione, che non a caso emerge presto nella narrazione di Lorenzo, si intreccia con il tema del delicato, talvolta controverso, posizionamento politico dei dalmati italiani. La problematicità della relazione tra italianità e fascismo è trattata anche nella letteratura dell’esilio giuliano-fiumano-dalmata (autobiografie, racconti, poesie di esuli dalmati italiani <14). La narrazione di Lorenzo ricalca, in modo talora creativo, altre volte reificante, alcuni pattern della memoria collettiva degli esuli dalmati italiani, e che svelano un certo ordine condiviso del ricordo. Lorenzo tratta il rapporto tra dalmati italiani e fascismo attraverso la descrizione di suo padre e l’evoluzione del suo comportamento. L’autore introduce la figura del padre subito dopo lo sbarco dell’esercito italiano, evento prologo delle tragiche circostanze al cuore della sua ingiunzione autobiografica. Il padre è descritto come uomo retto, rispettabile rappresentante della comunità, profondamente attaccato ad entrambe le sponde dell’Adriatico: a Lissa, in quanto membro di una famiglia lì residente da secoli, e all’Italia, verso cui nutre sentimenti di patriottismo. La multipla appartenenza è parte dell’identità del padre, che scivola quasi in elemento iconico nella narrazione: questo assetto identitario diventa problematico nell’incontro-scontro con il fascismo. Lorenzo descrive lo sgretolarsi di alcune certezze e ideali del padre nello smarrimento, delusione e confusione di fronte al fascismo che lo costringe a ri-orientarsi internamente e socialmente (“conobbe il fascismo che inizialmente identificava con l’Italia, e i lati negativi di quel regime”). Il podestà esperisce la disillusione nell’osservare la distanza tra le rappresentazioni ideali dell’Italia, in cui inizialmente rientrava il fascismo, e le pratiche di violenza nonché un’ideologia “non corrispondenti alle proprie concezioni di vita e umanità”. Nel contatto con i fascisti, il padre rivela sempre di più la sua identità locale totale: figlio dell’isola, padre della comunità e compagno dei lissani. Il padre di Lorenzo viene deposto dall’incarico di podestà assegnatogli dai militari per il suo rifiuto di aderire all’ideologia fascista, scegliendo di occupardi dei suoi “compatrioti”. A seguito di questa presa di posizione politica l’ex-podestà, scrive Lorenzo, tornerà alla sua vita normale “in piena armonia” con i suoi compaesani. La consapevolezza della natura del regime fascista, che porta il padre a rifiutarne codici e retoriche, deve essere stato l’esito di un complesso percorso cognitivo-emozionale qui solo tratteggiato dall’autore. Questo episodio è interessante per la gestalt che il padre sperimenta a partire da elementi socioculturali cui Lorenzo assegna un valore importante: la lingua e la cultura italiana, la secolare presenza della famiglia sull’isola, l’armonia con i compaesani, la religione e l’etica. L’agency del padre di Lorenzo è uno dei possibili esiti dell’incontro/scontro degli italiani di Dalmazia con il fascismo. La crisi di identità scatenata dal fascismo fu esperienza comune tra i dalmati italiani delusi nello scoprire l’erronea identificazione del fascismo con il mondo italiano. Per Lorenzo tanti di essi non furono fascisti, sebbene tale fu la cristallizzazione dello stereotipo del ricordo trasmessa nel successivo discorso politico jugoslavo (e italiano). Si può dunque dire che il percorso di riconfigurazione identitaria del padre di Lorenzo sia paradigmatica di un percorso collettivo. Inoltre, negli equilibri sociali del tempo il padre di Lorenzo era la massima autorità familiare, come ricordano tra gli altri Lorenzo, sua sorella Enza e la cugina Mariella da me intervistate. A livello comunitario, il padre possiede un’autorevolezza mancante all’autoritario generale Petrossi, incarnando l’autorità e la tradizione derivanti anche dal suo appartenere alla nobiltà locale. I dalmati italiani e italofoni erano spesso detentori di posizioni politiche e sociali influenti, e tale situazione era comune nella società dalmata fino alla prima metà del Novecento. Il podestà-padre rappresenta dunque anche una classe, un ordine e una tradizione che si dissolveranno con la seconda guerra mondiale; una tradizione anche cattolica, rimpiazzata (ufficialmente) dagli ideali comunisti. La figura del padre descritta da Lorenzo assurge pertanto a simbolo di una memoria individuale, familiare e collettiva, a rappresentante di un mondo di lì a poco in via di dissoluzione.
La scoperta del nemico tra violenze e disordini
“Jamnicki [medico originario di Mostar, Bosnia, cognato di Lorenzo] fu tenuto in osservazione da parte del fascista Petrossi che lo sospettava di appartenere a gruppi di oppositori. Sentimmo a quel tempo parlare per la prima volta di partigiani, di comunisti, di nemici degli occupanti, organizzati militarmente e decisi a combattere l’invasore […] l’atmosfera politica si faceva più pesante. I partigiani jugoslavi, occulti e misteriosi per noi ragazzi, riscuotevano sempre più la fiducia della popolazione di fede croata. Si cominciava già all’inizio del 1942 a sentire un’atmosfera pesante. La gente era diventata più apertamente ostile agli occupanti italiani e, di conseguenza, a noi residenti. Non so se fu l’arrivo di questo Petrossi, fascista sfegatato e violento, a creare questo stato di cose o se invece possano essere attribuite a una generale organizzazione di quella che fu la resistenza jugoslava. Fatto sta che l’aria che tirava era opprimente e creava disagio e sempre maggiore isolamento degli italiani. […] Il Petrossi intanto sempre più zelante e sospettoso di tutti, anche degli italiani, adottava metodi sempre più violenti e spesso atroci […] l’ossessione della presenza degli invisibili partigiani creava una situazione di ostilità verso gli italiani da parte della popolazione e di massima tensione tra i militari italiani. Imperversava, in particolare, il fascista Petrossi che indagava e torturava anche le donne quando sospettava che potessero collaborare con questo misterioso nemico di cui si sentiva la presenza e che era tuttavia inafferrabile. Non ci furono conflitti a fuoco con l’esercito italiano. Nessuno dei militari occupanti fu colpito. Nessun morto, nessun ferito italiano. Il Petrossi, esasperato dalla presenza di questa forza occulta che stava sempre più organizzandosi, era alla ricerca di collaboratori per assumere informazioni sulla identità dei ribelli jugoslavi. In questa fase, mentre non vi furono vittime italiane, i partigiani tenevano sotto controllo la popolazione, isolando gli italiani e creando una sorta di terrore nella stessa popolazione jugoslava che volevano ostile e decisa a lottare contro il nemico” (pp. 52-53).
Lorenzo descrive l’infiammarsi del clima locale nel 1942. Entrano nella sua consapevolezza di bambino figure del mondo adulto, nuove categorie di alterità e nemico come i partigiani “occulti e misteriosi”. L’autore analizza le differenze tra l’esercito italiano e i partigiani in termini di efficacia strategica e potenza: se i militari italiani sono presenze visibili e visibilmente ostili nella loro cieca ferocia, i partigiani sono invece invisibili presenze nella boscaglia <15, minacciose al punto da scatenare i controlli ossessivi dell’esercito italiano. Per la piccola comunità lissana, stretta tra due fuochi, inizia il terrore: “Due episodi contribuirono a determinare il sempre crescente terrore in tutti i lissani. Uno fu l’aggressione e l’uccisione di un giovane jugoslavo [Ivo Lucich Rocchi]. Era un giovane jugoslavo di circa vent’anni e fu massacrato nel cortile della sua casa, situato nella strada che porta alla chiesa di Santo Spirito. È facile immaginare la sensazione che provocò questo episodio nella piccola comunità lissana. Perché fu ucciso questo giovane, tra l’altro corteggiatore di mia sorella Enza, giocatore di calcio, da me ammirato nella squadra di Lissa come difensore? È difficile rispondere a questa domanda. Egli era jugoslavo, fiero della sua appartenenza a quel gruppo e non risulta che abbia collaborato con gli italiani verso i quali non nutriva certo simpatie. Forse il suo assassinio fu determinato dal non aver aderito e partecipato alla lotta partigiana. Fatto sta che questo agguato suscitò un’enorme impressione nel paese. Terrorizzata era la popolazione jugoslava che prese sempre più le distanze dagli italiani […] L’episodio determinò un sentimento di paura, anzi di terrore, in quanto ogni vicino, ogni amico, ogni persona poteva essere un omicida occulto […] gli italiani presero atto che stava nascendo una resistenza e un tentativo di controllo totale sulla popolazione civile. I partigiani erano animati da sentimenti di patriottismo e di ribellione verso il nemico che invadeva la loro patria ed agivano non direttamente contro i militari italiani, forse anche per il timore di feroci rappresaglie, ma puntando sulla solidarietà della popolazione. […] il metodo, collaudato ampiamente dalla esperienza stalinista, mirava dunque non tanto, nell’immediato, all’esercito italiano, che ne uscì completamente indenne, ma a creare un’atmosfera di terrore verso coloro, pochi per la verità, che non si adeguavano ad isolare il nemico. In quest’ottica, ma i motivi restarono segreti, fu massacrato a martellate in testa un commerciante di generi di abbigliamento molto noto nell’isola. Fu trovato, nel suo negozio posto sulla strada a destra in fondo alla Klapaviza in una pozza di sangue con il cranio sfracellato. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’assassinio e tuttavia, non avendo la minima collaborazione dei vicini, come era ovvio, le autorità italiane presero atto di questa azione senza mai identificare gli autori del delitto. Questo secondo episodio, come si può ben immaginare, creò nella popolazione il terrore e l’incubo di poter essere in qualsiasi occasione vittima di simili aggressioni ad opera di ignoti e di imprendibili gruppi di azioni. Ma mentre i militari italiani se ne stavano chiusi nelle loro caserme e non venivano attaccati dalle forze nemiche, nella nostra piccola comunità italiana la vita tranquilla e serena dell’epoca anteriore all’occupazione venne completamente sconvolta. […] la paura si era diffusa tra di noi così intensamente che si stava il più possibile rintanati in casa, specie al calar del sole”.
Le aggressioni verso i locali aumentano i timori dei lissani di poter essere le prossime vittime di fascisti o partigiani. Questi, dice Lorenzo, gradualmente riusciranno ad ottenere la solidarietà dei lissani, mentre gli autoctoni italiani inizieranno ad essere percepiti come vicini al nemico fascista. In questo passaggio assistiamo all’innesto violento di categorie di alterità e nemico che divisero la comunità nel 1943. Inizia ad articolarsi il discorso sociale sul chi è la vittima e chi il colpevole implicita nella narrazione comunitaria dell’isola come paradiso decaduto. L’immaginario di un’idilliaca Lissa pre-bellica in cui regnerà armonia e pace nell’innocenza dei lissani fino all’arrivo dei nemici invasori è un modulo di base della narrazione del ricordo comunitario. La rielaborazione della memoria locale, sulla base dei dati raccolti, arriva oggi ad un verdetto collettivo di colpevolezza di tutti gli invasori, i collusi e i traditori della comunità. “L’ostilità della popolazione, anch’essa impaurita dalla efferatezza dei due attentati a due loro connazionali e compaesani, si manifestò in un triste e doloroso evento che colpì la mia famiglia. Era morta a circa vent’anni, mia sorella Ada a seguito del parto. […] Il clima di odio che dilagava verso gli italiani si manifestò in maniera palese ed evidente proprio in questa tragica e luttuosa occasione. Gli addetti al trasporto della salma al cimitero del Prirovo si rifiutarono di svolgere il loro compito per dimostrare la loro ostilità verso gli italiani. Il problema non era di poco conto perché, aldilà del dispiacere di vedere persone che, sebbene fosse da secoli che vivevano nell’isola in armonia con tutti gli altri, per motivi essenzialmente politici, si rifiutavano di provvedere, per ordine di un potere occulto, a compiere questo gesto pietoso, si trattava di risolvere praticamente la questione. Perché questo rifiuto del personale addetto al trasporto della salma? Ordine dei partigiani o spontaneo diniego per adeguarsi alle loro direttive di mostrarsi ostili verso tutto ciò che era italiano? Era difficile rispondere a questa domanda ed ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, mi chiedo cosa determinò questo rifiuto. Ada era una creatura dolce e di grande umanità […] fu questo dunque un gesto di natura politica. […] comunque il problema pratico doveva essere in qualche modo risolto. E fu mio cognato Ante Jamnicki a trovare la soluzione […] si risolse così questa dolorosa situazione, forse unica nella storia di Lissa, che lascia un’ombra di inciviltà sulle persone che la organizzarono e la attuarono […] tanto più è inspiegabile questo atteggiamento, se si considera che il popolo di Lissa era cristiano e cattolico osservante e che la pietà verso i morti costituisce un principio universalmente osservato”. L’episodio dimostra comunque come la situazione stava precipitando tragicamente. Il conflitto tra esercito e partigiani si traduce in assalti, rappresaglie e omicidi di civili, portando allo sconquasso della comunità. Il rifiuto degli addetti di seppellire la salma della sorella Ada è per Lorenzo un evento traumatico sintomatico del clima di guerra, un episodio che apre anche una riflessione sulla fede e le pratiche religiose nella comunità, nella difficoltà di trovare senso agli orrori di guerra e al disengagment morale <16. Oscillando tra descrizioni di situazioni di estrema crudeltà e scenari di intimo dolore, l’autore racconta di come la guerra abbia saputo sconvolgere le ordinarie dimensioni di vita e morte, dove le precedenti certezze di valori, pratiche e rituali non potevano più essere garantite. La narrazione autobiografica, a tal fine, “dal momento che trasforma in testo un vissuto, è un potente strumento di riordino e di produzione di senso” (Fabre 2000: 280). “Il clima di paura e ostilità lo sentivano in particolare le mie sorelle Enza ed Elena che, essendo maestre, furono dall’inizio dell’occupazione incaricate dell’insegnamento alle scuole elementari frequentate da bambini jugoslavi di lingua e nazionalità […] ovviamente le direttive dell’autorità italiana erano nel senso di italianizzare per quanto possibile questi ragazzi. Non fu facile per loro attuare queste direttive […] noi, i pochi italiani con alle spalle secoli di partecipazione alla vita di Lissa, sentivamo questa situazione di estremo disagio”. (p. 60)
[NOTE]
14 Le memorie degli esuli compongono un nutrito corpo di scritture del sé gravitante attorno ad associazioni, comunità e centri di ricerche, diffusi in particolare nel Nord-Est italiano, impegnati nello studio e diffusione di una storiografia, letteratura e sociologia sulla questione dell’esodo e del confine adriatico. Negli eventi, studi, associazioni di interesse vengono prodotte e diffuse determinate narrazioni e rappresentazioni culturali sull’italianità e identità dalmata (cfr. Parte II).
15 È il tema del simbolismo culturale del bosco come spazio archetipico di liminalità, pericolo, fuori dalla cultura (Ballinger 2003).
16 Ballinger ha rintracciato nel contesto istriano una connessione tra violenza fisica e terrore psicologico che caratterizzerebbe una certa narrativa unificata tra gli esuli. Non è possibile, nei limiti di questo studio, indagare sulle ragioni psicologiche e culturali alla base del tipo di “risposta narrativa” data all’esperienza traumatica, rispetto ad un’altra. Si può però riflettere sulla dimensione antropologica della violenza che, afferma Dei, “irrompe nel nucleo più profondo dell’ordine culturale, lo colpisce nelle sue stesse basi: si imprime indelebilmente nei luoghi domestici, ferisce relazioni personali costitutive della soggettività, rende impossibile proseguire con una vita sociale basata sugli stessi normali sentimenti di sicurezza, protezione reciproca, rispetto e dignità” (2005: 34).
Evelyne van Heck, Identità dalmata al confine. Narrazioni, memorie e immaginari a Lissa e a Spalato, Tesi di dottorato, “Sapienza” Università di Roma, Anno accademico 2013-2014 -
Realizzando il mio cartone in occasione della Festa della Liberazione del 25 Aprile.
#25aprile #festadellaliberazione #antifa #oggi #today #liberation #liberationday #italia #italy #history #partigiani #resistenza #photo #mastodon #mastodonitalia #mastodonsocial #attualità #attuality #social #painting #arte #art #manifest #manifestation #democracy #democrazia #pace #peace #freedome #libertà #uguaglianza #equality
-
Realizzando il mio cartone in occasione della Festa della Liberazione del 25 Aprile.
#25aprile #festadellaliberazione #antifa #oggi #today #liberation #liberationday #italia #italy #history #partigiani #resistenza #photo #mastodon #mastodonitalia #mastodonsocial #attualità #attuality #social #painting #arte #art #manifest #manifestation #democracy #democrazia #pace #peace #freedome #libertà #uguaglianza #equality
-
Gerarchi repubblichini a Torino agli inizi del 1944
Avevamo lasciato la descrizione della federazione di Torino, alle prese con lo scioglimento della squadra “Muti”, autonomamente gestita dalla “generazione storica” dello squadrismo torinese, con conseguenze luttuose per gli stessi comandanti squadristi. La successiva contrapposizione violenta con le strutture tradizionali dello Stato aveva portato, dopo l’aggressione all’aula del tribunale di Torino all’intervento del capo della provincia Zerbino, che nel novembre del ’43 si era presentato come tutore delle prerogative del suo ufficio. Tra l’inverno e la primavera del ’44, in considerazione della continuazione dei cicli di rastrellamento germanici e fascisti, nella provincia ed in generale in
#1943 #1944 #autonomi #autunno #EnricoMartini #fascisti #febbraio #federazione #GaetanoSpallone #GiuseppeSolaro #GNR #industriali #JacopoCalussi #marzo #Mauri #operai #PaoloZerbino #partigiani #Pfr #Piemonte #repressione #repubblichini #RSI #sciopero #tedeschi #Torino
Piemonte, Solaro appare come fortemente attivo nel difendere le prerogative del proprio ruolo, anche in relazione alla difesa dell’ordine pubblico, unita, in una provincia che accoglieva più di 200.000 operai al confronto con gli scioperi del marzo del ’44 e con la strategia, ambigua e autonoma, degli industriali della città <489. Abbiamo in tal senso fatto riferimento alla contrapposizione evidente tra Solaro e “suoi” sostenitori in federazione e i settori dirigenziali dell’industria torinese, indirettamente più vicini alla compagine squadristica originaria del PFR torinese, almeno in alcuni dei suoi rappresentanti. Ad essi, i fascisti repubblicani unirono una vemente vis polemica contro l’altro “potere” provinciale e cittadino, la Chiesa, con particolare attenzione alle sue strutture inferiori, viste generalmente come conniventi delle bande partigiane, qualora la parrocchia avesse compreso al suo interno aree effettivamente segnate da un’estesaa presenza ribellistica.
Come abbiamo visto nel caso di Padova e di Milano, le autorità apicali della gerarchia ecclesiastica tentarono per tutti i 600 giorni di intervenire nei difficoltosi equilibri del policentrismo repubblicano. Un’intromissione che veniva “sdegnosamente” rigettata e contrastata dalla compagine “intransigente” che a Torino faceva capo a Solaro, sin dall’autunno del ’43. Così ad esempio Lorenzo Tealdy, caporedattore e futuro direttore del settimanale della federazione, “La Riscossa”, si esprimeva nei confronti dei parroci della provincia: “La Patria, in quest’ora grave, tragica, dolorante, chiede alla gioventù il tributo delle sue energie (…) c’è la gioventù che brancola nel buio e non sa decidersi (…) se servire la Patria in pericolo, oppure lasciarla allo sbaraglio di chi l’ha tradita (…) La fede che impararono sulle ginocchia materne e nella loro chiesa parrocchiale, ricorda loro: è giunto il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare. Ma poi una, molte voci lo assordano, dicendogli: fuggi, tradisci! (…) Basterebbe a quel momento un’autorevole parola del parroco per scuoterlo, per farlo riflettere (…) Ma il parroco – forse perché spera ancora nella realizzazione di una ripetuta libertà badogliana, dimenticando che durante essa, a rivoli, ingrossatisi a torrente, il bolscevismo si preparava a scendere in Italia e a sommergere la famiglia – tace. Ogni sacerdote che dice ad un giovane: non ti presentare, pone volontariamente “fuori dalla legge” un giovane che disonora sé stesso (…) Sacerdoti di Cristo, la Patria, l’Italia chiama pure voi (…).” <490 Nelle contingenze critiche della prima chiamata dei coscritti della Repubblica, Tealdy – uomo non legato direttamente all’esperienza squadrista, pur essendo nato nel 1897 – interpretava l’atteggiamento attendista o, più semplicemente, legato a dinamiche ed equilibri particolari dell’area parrocchiale dei sacerdoti, come tradimento <491.
Un atteggiamento che si ripeté a Torino da parte di Solaro, nella primavera successiva, quando il successo dello sciopero rafforzò l’interpretazione di “estraneità” della federazione fascista <492, rispetto alla comunità cittadina e provinciale del Torinese <493. Qui gli arresti furono migliaia ed i deportati più di 400, a differenza di Milano <494. Adduci, riprendendo Chevallard <495, afferma infatti che fu proprio dal marzo del ’44 che la contrapposizione tra cittadinanza e intransigenza fascista si andò a rafforzare; anche a causa delle impressioni di quest’ultima che interpretava l’atteggiamento operaio come puro e semplice tradimento della svolta “sociale” della RSI <496. È in questa fase che nelle dinamiche di potere interne alla provincia, la GNR, comandata dal console Gaetano Spallone, sembrava aderire pienamente all’intransigenza del federale, in contrapposizione diretta con il questore di Torino Rendina, già incontrato, come obiettivo “preferito” degli strali della polemica di Solaro contro l’attendismo e l’a-fascismo provinciale. Il “giovane” commissario federale, al quale spesso venne imputata la mancata partecipazione alla fase squadrista “storica”, ricoprì volontariamente un ruolo segnato dalla partecipazione personale alla repressione dell’antifascismo. All’inizio del febbraio del ’44, fu Solaro a incentivare una repressione dura e spietata rispetto ai comuni della Val Pellice, investiti da un ciclo di rastrellamenti italo-tedeschi, che probabilmente videro la partecipazione anche dei militi di Spallone <497.
Dal tardo inverno del’44, gli uomini di Solaro si videro tuttavia inseriti in un contrasto sempre più evidente con il capo della provincia Zerbino, caratterizzato dalla competizione tra autorità per quanto riguardava la responsabilità della repressione, come in altri casi già descritti, e le modalità attraverso le quali l’azione antiribellistica doveva esser condotta. Zerbino, già prefetto di Spalato tra 1941 e 1942, inviò la seguente comunicazione a Mussolini, che oltre a riconnettere la “cultura della violenza” e quella propriamente strategico-militare alle azioni di controguerriglia guidate in Dalmazia, introduce le motivazioni che portarono al contrasto con Solaro. “È cosa ben nota che le bande debbano esser combattute da altre “bande”: siam riusciti in Croazia ad opporre (…) i Cetnici (…) ai partigiani <498 (…). Non vi è quindi ragione per non tentare di valersi dello stesso mezzo in Italia, facendo concorrere all’eliminazione del banditismo vero e proprio, elementi che (…) sembrano essere contrari a tutte quelle forme di attività ribellistica che contrastano con gli interessi degli italiani”. <499 La strategia di Zerbino in questa fase andava quindi a conformarsi come all’insegna del compromesso con le cosiddette “bande autonome” slegate cioè dai partiti politici “rossi” e generalmente della sinistra ciellenistica; in tal senso è da notare la piena comprensione dei “partigiani” nella categoria di “anti-nazione” ed in generale di “nemico”, “degli interessi” della patria. Il caso più noto, anche perché vedeva direttamente le forze armate tedesche partecipare alle trattative con i partigiani, fu il tentato abboccamento con le bande del maggiore Enrico Martini, il comandante “Mauri” <500. Nella provincia di Torino, con un progetto che vedeva la “benedizione” del duce per il suo avviamento, paiono esser state portate avanti per alcune settimane anche le negoziazioni con il generale Operti, già incontrato nel paragrafo sulle conseguenze dell’otto settembre. In un appunto inviato a Mussolini il 20 febbraio, Zerbino confermò di aver aderito alla scelta di continuare le trattative, per quanto si lagnasse degli scomposti interventi di altre autorità, nello stesso “affare diplomatico”; in tal senso il prefetto imputava il rallentamento delle negoziazione ad ufficiali della Guardia, incaricati dal sottosegretario Barracu di intervenire nelle trattative <501.
Una confusione di autorità ed interessi contrapposti che è sostanzialmente una delle peculiari caratteristiche della Repubblica e nella quale la federazione non esitò ad inserirsi. All’intervento diretto e personale in zona di operazioni <502, Solaro unì un contegno particolare, indirizzato da una parte a contrastare l’opposizione “interna” alla propria federazione, dall’altra a porsi in maniera autonoma e con una posizione ben definita nella strategia di repressione del partigianato piemontese e torinese. Solaro in una comunicazione a Tamburini segnala le criticità proprie dell’attività politica del fascismo in provincia, con una forte attenzione al problema della sicurezza delle singole personalità fasciste <503. Pur apprezzando l’opera della GNR e dei camerati germanici, Solaro appare critico verso le impostazioni compromissorie nei confronti delle bande partigiane. Pur non facendo un diretto riferimento alle trattative con Operti o Mauri, nella sua carica di commissario federale e di delegato del PFR per il Piemonte <504, Solaro si diceva fortemente contrario al portare avanti qualsiasi trattativa con i ribelli, soprattutto in un periodo in cui le azioni antifasciste avevano ripreso con forza a colpire le personalità sottoposte al federale <505. Inoltre le trattative con il generale Operti sembrarono in quel momento accrescere a dismisura alcuni traffici illeciti di denaro, sottratto, secondo alcune testimonianze del dopoguerra, alle casse della IV armata, gli ammanchi milionari delle quali probabilmente finirono negli uffici dell’UPI di Torino, guidato dal maggiore Serloreti e dal suo comandante, il colonnello Cabras <506. Solaro fece anche riferimento ad un accordo diretto tra segreteria del PFR e federazione di Torino, sia in relazione alla creazione del battaglione ausiliario, preposto alla difesa dei comuni della provincia più “esposti” all’attività delle bande <507, sia per la sopravvivenza del servizio investigativo del maresciallo Ferraris. In particolar modo tra il febbraio e la fine del marzo del ’44, Solaro appare impegnato nel difendere l’attività dell’ufficio di informazioni federale, guidato da quello che il commissario definiva un “ottimo fascista” di fronte al capo della polizia Tamburini, teoricamente diretto superiore del questore Rendina.
[NOTE]
489 AA. VV. La città delle fabbriche, (a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea), 2003, pubblicazione on-line consultabile (in data marzo 22 febbraio 2017) sul sito http://www.istoreto.it/to38-45_industria/pdf/citta_industria.pdf .
490 Poche parole ai parroci, in “La Riscossa” del 16 dicembre 1943, citato in Adduci, Gli altri, op. cit. p. 164.
491 Accusa ricambiata con una certa “freddezza” da parte del vescovo Fossati, cfr. Lazzero, Le Brigate nere, op. cit. p. 109, La Resistenza alle porte di Torino, F. Angeli, Milano, 1989, p. 202.
492 Sul concetto di estraneità, che come vedremo si tramuterà in “alterità” e aperta ostilità contro l’intera popolazione provinciale si rinvia a Adduci, Gli altri, passim.
493 G. Oliva, La Resistenza… op. cit., pp. 147-156, in particolare, il paragrafo La scoperta della politica.
494 C. Dellavalle, Lotte operaie, Torino, in Bertolo, E. Brunetta, op. cit. p. 235.
495 Chevallard, op. cit. pp. 220, l’autore parla di “tradimento” degli operi, interpretato dai fascisti repubblicani, in conseguenza del manifesto rifiuto della Socializzazione d’Impresa.
496 Adduci, Gli altri, op. cit. p. 179.
497 Ivi, pp. 165, 166, Chevallard, op. cit. p. 121, mancano tuttavia dati precisi sull’azione e l’effettiva influenza di Solaro sulle 14 fucilazioni finali, a cui si aggiunsero decine di case incendiate nei comuni di Villar e Torre Pellice.
498 “Partigiani” è in questo senso utilizzato in maniera dispregiativa, come da uso comune, nel Ventennio. Potrebbe essere interessante il fatto che, anche nella schiera dell’antifascismo, almeno in quello democristiano, il termine venga utilizzato con simile significato, Sturzo, da Washington, disse sul finire del marzo del ’45, che sarebbe stato meglio chiamarli patriots piuttosto di partisans, per le loro doti di combattimento e per i loro ideali politici, cfr. relazione dell’OSS su Don Sturzo, residente a Brooklin, New York, del 20 marzo 1945, in NARA Rg. 226, e. A1 106, b. 26, Italy general, records of the NY Secret Intelligence Branch, f. 113.
499 Relazione s.d. ma dell’inizio di febbraio del ’44, di Zerbino a Mussolini, probabilmente inviata dopo l’incontro del 3 febbraio 1944, a Gargnano tra i due. In ACS, SPD, CR, RSI, b. 8, f. Torino.
500 Klinkhammer, L’occupazione, op. cit. pp. 386-389, Adduci, Gli altri, op. cit. pp. 153, 154. Nel luglio seguente, il generale Tensfeld fa riferimento ad un’operazione di avvicinamento, tentata da “Mauri” verso le forze nazifasciste, per una sorta di “tregua d’armi” nell’area di Cuneo, nella quale, il maggiore avrebbe ricoperto il ruolo di “tutore dell’ordine”. Tensfeld in proposito vuole evitare di dare eccessiva “importanza” al comandante partigiano, in relazione all’incontro tra Graziani e Tensfeld del 5 luglio 1944, in ACS, SPD, CR, RSI, b. 31, f. 238, sf. 7, Graziani.
501 Appunto per il duce del 20 febbraio 1944, in NARA, Rg. 226, e. 174, b. 22, f. 151. Le trattative andranno comunque ad essere bloccate successivamente.
502 Nella zona del generale Raffaele Operti, ad esempio, Solaro figura tra i comandanti di un plotone di esecuzione che portò alla morte di 3 antifascisti a San Maurizio Canavese: probabilmente il reparto, pur facendo riferimento alla GNR, doveva essere formato dai militi del “battaglione ausiliare” della Guardia, sorto dopo lo scioglimento della “Muti”, cfr. http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1039 , visitato il 5 giugno 1917. Solaro avrebbe guidato alcune azioni in provincia anche dopo il marzo del ’44, cfr. comunicazione di Solaro a Olo Nunzi della segreteria di Pavolini del 24 maggio 1944, in ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3, doc. cit.
503 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3.
504 Solaro fu investito del ruolo il 10 aprile 1944, cfr. Adduci, Gli altri, op. cit. p. 203.
505 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3. Doc. cit. punto 5°.
506 Allegra, op. cit. pp. 158-161, in riferimento al doppiogiochista Bernocco, definiti dalla CAS di Torino “intimo di Serloreti”.
507 La stessa GNR in questo periodo soffre deficit gravi di organico come attestato nella comunicazione al prefetto Zerbino del generale Raffaele Castriota, Ispettore regionale della Guardia, che il 7 aprile 1944, riferisce l’impossibilità di collocare un distaccamento a Ciriè, in ASTO, G. P. b. 148/1, f. 2402 Elenco Ufficiali o militari presentatisi, 1944.
Jacopo Calussi, Fascismo repubblicano e violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, 2018 -
Gerarchi repubblichini a Torino agli inizi del 1944
Avevamo lasciato la descrizione della federazione di Torino, alle prese con lo scioglimento della squadra “Muti”, autonomamente gestita dalla “generazione storica” dello squadrismo torinese, con conseguenze luttuose per gli stessi comandanti squadristi. La successiva contrapposizione violenta con le strutture tradizionali dello Stato aveva portato, dopo l’aggressione all’aula del tribunale di Torino all’intervento del capo della provincia Zerbino, che nel novembre del ’43 si era presentato come tutore delle prerogative del suo ufficio. Tra l’inverno e la primavera del ’44, in considerazione della continuazione dei cicli di rastrellamento germanici e fascisti, nella provincia ed in generale in
#1943 #1944 #autonomi #autunno #EnricoMartini #fascisti #febbraio #federazione #GaetanoSpallone #GiuseppeSolaro #GNR #industriali #JacopoCalussi #marzo #Mauri #operai #PaoloZerbino #partigiani #Pfr #Piemonte #repressione #repubblichini #RSI #sciopero #tedeschi #Torino
Piemonte, Solaro appare come fortemente attivo nel difendere le prerogative del proprio ruolo, anche in relazione alla difesa dell’ordine pubblico, unita, in una provincia che accoglieva più di 200.000 operai al confronto con gli scioperi del marzo del ’44 e con la strategia, ambigua e autonoma, degli industriali della città <489. Abbiamo in tal senso fatto riferimento alla contrapposizione evidente tra Solaro e “suoi” sostenitori in federazione e i settori dirigenziali dell’industria torinese, indirettamente più vicini alla compagine squadristica originaria del PFR torinese, almeno in alcuni dei suoi rappresentanti. Ad essi, i fascisti repubblicani unirono una vemente vis polemica contro l’altro “potere” provinciale e cittadino, la Chiesa, con particolare attenzione alle sue strutture inferiori, viste generalmente come conniventi delle bande partigiane, qualora la parrocchia avesse compreso al suo interno aree effettivamente segnate da un’estesaa presenza ribellistica.
Come abbiamo visto nel caso di Padova e di Milano, le autorità apicali della gerarchia ecclesiastica tentarono per tutti i 600 giorni di intervenire nei difficoltosi equilibri del policentrismo repubblicano. Un’intromissione che veniva “sdegnosamente” rigettata e contrastata dalla compagine “intransigente” che a Torino faceva capo a Solaro, sin dall’autunno del ’43. Così ad esempio Lorenzo Tealdy, caporedattore e futuro direttore del settimanale della federazione, “La Riscossa”, si esprimeva nei confronti dei parroci della provincia: “La Patria, in quest’ora grave, tragica, dolorante, chiede alla gioventù il tributo delle sue energie (…) c’è la gioventù che brancola nel buio e non sa decidersi (…) se servire la Patria in pericolo, oppure lasciarla allo sbaraglio di chi l’ha tradita (…) La fede che impararono sulle ginocchia materne e nella loro chiesa parrocchiale, ricorda loro: è giunto il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare. Ma poi una, molte voci lo assordano, dicendogli: fuggi, tradisci! (…) Basterebbe a quel momento un’autorevole parola del parroco per scuoterlo, per farlo riflettere (…) Ma il parroco – forse perché spera ancora nella realizzazione di una ripetuta libertà badogliana, dimenticando che durante essa, a rivoli, ingrossatisi a torrente, il bolscevismo si preparava a scendere in Italia e a sommergere la famiglia – tace. Ogni sacerdote che dice ad un giovane: non ti presentare, pone volontariamente “fuori dalla legge” un giovane che disonora sé stesso (…) Sacerdoti di Cristo, la Patria, l’Italia chiama pure voi (…).” <490 Nelle contingenze critiche della prima chiamata dei coscritti della Repubblica, Tealdy – uomo non legato direttamente all’esperienza squadrista, pur essendo nato nel 1897 – interpretava l’atteggiamento attendista o, più semplicemente, legato a dinamiche ed equilibri particolari dell’area parrocchiale dei sacerdoti, come tradimento <491.
Un atteggiamento che si ripeté a Torino da parte di Solaro, nella primavera successiva, quando il successo dello sciopero rafforzò l’interpretazione di “estraneità” della federazione fascista <492, rispetto alla comunità cittadina e provinciale del Torinese <493. Qui gli arresti furono migliaia ed i deportati più di 400, a differenza di Milano <494. Adduci, riprendendo Chevallard <495, afferma infatti che fu proprio dal marzo del ’44 che la contrapposizione tra cittadinanza e intransigenza fascista si andò a rafforzare; anche a causa delle impressioni di quest’ultima che interpretava l’atteggiamento operaio come puro e semplice tradimento della svolta “sociale” della RSI <496. È in questa fase che nelle dinamiche di potere interne alla provincia, la GNR, comandata dal console Gaetano Spallone, sembrava aderire pienamente all’intransigenza del federale, in contrapposizione diretta con il questore di Torino Rendina, già incontrato, come obiettivo “preferito” degli strali della polemica di Solaro contro l’attendismo e l’a-fascismo provinciale. Il “giovane” commissario federale, al quale spesso venne imputata la mancata partecipazione alla fase squadrista “storica”, ricoprì volontariamente un ruolo segnato dalla partecipazione personale alla repressione dell’antifascismo. All’inizio del febbraio del ’44, fu Solaro a incentivare una repressione dura e spietata rispetto ai comuni della Val Pellice, investiti da un ciclo di rastrellamenti italo-tedeschi, che probabilmente videro la partecipazione anche dei militi di Spallone <497.
Dal tardo inverno del’44, gli uomini di Solaro si videro tuttavia inseriti in un contrasto sempre più evidente con il capo della provincia Zerbino, caratterizzato dalla competizione tra autorità per quanto riguardava la responsabilità della repressione, come in altri casi già descritti, e le modalità attraverso le quali l’azione antiribellistica doveva esser condotta. Zerbino, già prefetto di Spalato tra 1941 e 1942, inviò la seguente comunicazione a Mussolini, che oltre a riconnettere la “cultura della violenza” e quella propriamente strategico-militare alle azioni di controguerriglia guidate in Dalmazia, introduce le motivazioni che portarono al contrasto con Solaro. “È cosa ben nota che le bande debbano esser combattute da altre “bande”: siam riusciti in Croazia ad opporre (…) i Cetnici (…) ai partigiani <498 (…). Non vi è quindi ragione per non tentare di valersi dello stesso mezzo in Italia, facendo concorrere all’eliminazione del banditismo vero e proprio, elementi che (…) sembrano essere contrari a tutte quelle forme di attività ribellistica che contrastano con gli interessi degli italiani”. <499 La strategia di Zerbino in questa fase andava quindi a conformarsi come all’insegna del compromesso con le cosiddette “bande autonome” slegate cioè dai partiti politici “rossi” e generalmente della sinistra ciellenistica; in tal senso è da notare la piena comprensione dei “partigiani” nella categoria di “anti-nazione” ed in generale di “nemico”, “degli interessi” della patria. Il caso più noto, anche perché vedeva direttamente le forze armate tedesche partecipare alle trattative con i partigiani, fu il tentato abboccamento con le bande del maggiore Enrico Martini, il comandante “Mauri” <500. Nella provincia di Torino, con un progetto che vedeva la “benedizione” del duce per il suo avviamento, paiono esser state portate avanti per alcune settimane anche le negoziazioni con il generale Operti, già incontrato nel paragrafo sulle conseguenze dell’otto settembre. In un appunto inviato a Mussolini il 20 febbraio, Zerbino confermò di aver aderito alla scelta di continuare le trattative, per quanto si lagnasse degli scomposti interventi di altre autorità, nello stesso “affare diplomatico”; in tal senso il prefetto imputava il rallentamento delle negoziazione ad ufficiali della Guardia, incaricati dal sottosegretario Barracu di intervenire nelle trattative <501.
Una confusione di autorità ed interessi contrapposti che è sostanzialmente una delle peculiari caratteristiche della Repubblica e nella quale la federazione non esitò ad inserirsi. All’intervento diretto e personale in zona di operazioni <502, Solaro unì un contegno particolare, indirizzato da una parte a contrastare l’opposizione “interna” alla propria federazione, dall’altra a porsi in maniera autonoma e con una posizione ben definita nella strategia di repressione del partigianato piemontese e torinese. Solaro in una comunicazione a Tamburini segnala le criticità proprie dell’attività politica del fascismo in provincia, con una forte attenzione al problema della sicurezza delle singole personalità fasciste <503. Pur apprezzando l’opera della GNR e dei camerati germanici, Solaro appare critico verso le impostazioni compromissorie nei confronti delle bande partigiane. Pur non facendo un diretto riferimento alle trattative con Operti o Mauri, nella sua carica di commissario federale e di delegato del PFR per il Piemonte <504, Solaro si diceva fortemente contrario al portare avanti qualsiasi trattativa con i ribelli, soprattutto in un periodo in cui le azioni antifasciste avevano ripreso con forza a colpire le personalità sottoposte al federale <505. Inoltre le trattative con il generale Operti sembrarono in quel momento accrescere a dismisura alcuni traffici illeciti di denaro, sottratto, secondo alcune testimonianze del dopoguerra, alle casse della IV armata, gli ammanchi milionari delle quali probabilmente finirono negli uffici dell’UPI di Torino, guidato dal maggiore Serloreti e dal suo comandante, il colonnello Cabras <506. Solaro fece anche riferimento ad un accordo diretto tra segreteria del PFR e federazione di Torino, sia in relazione alla creazione del battaglione ausiliario, preposto alla difesa dei comuni della provincia più “esposti” all’attività delle bande <507, sia per la sopravvivenza del servizio investigativo del maresciallo Ferraris. In particolar modo tra il febbraio e la fine del marzo del ’44, Solaro appare impegnato nel difendere l’attività dell’ufficio di informazioni federale, guidato da quello che il commissario definiva un “ottimo fascista” di fronte al capo della polizia Tamburini, teoricamente diretto superiore del questore Rendina.
[NOTE]
489 AA. VV. La città delle fabbriche, (a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea), 2003, pubblicazione on-line consultabile (in data marzo 22 febbraio 2017) sul sito http://www.istoreto.it/to38-45_industria/pdf/citta_industria.pdf .
490 Poche parole ai parroci, in “La Riscossa” del 16 dicembre 1943, citato in Adduci, Gli altri, op. cit. p. 164.
491 Accusa ricambiata con una certa “freddezza” da parte del vescovo Fossati, cfr. Lazzero, Le Brigate nere, op. cit. p. 109, La Resistenza alle porte di Torino, F. Angeli, Milano, 1989, p. 202.
492 Sul concetto di estraneità, che come vedremo si tramuterà in “alterità” e aperta ostilità contro l’intera popolazione provinciale si rinvia a Adduci, Gli altri, passim.
493 G. Oliva, La Resistenza… op. cit., pp. 147-156, in particolare, il paragrafo La scoperta della politica.
494 C. Dellavalle, Lotte operaie, Torino, in Bertolo, E. Brunetta, op. cit. p. 235.
495 Chevallard, op. cit. pp. 220, l’autore parla di “tradimento” degli operi, interpretato dai fascisti repubblicani, in conseguenza del manifesto rifiuto della Socializzazione d’Impresa.
496 Adduci, Gli altri, op. cit. p. 179.
497 Ivi, pp. 165, 166, Chevallard, op. cit. p. 121, mancano tuttavia dati precisi sull’azione e l’effettiva influenza di Solaro sulle 14 fucilazioni finali, a cui si aggiunsero decine di case incendiate nei comuni di Villar e Torre Pellice.
498 “Partigiani” è in questo senso utilizzato in maniera dispregiativa, come da uso comune, nel Ventennio. Potrebbe essere interessante il fatto che, anche nella schiera dell’antifascismo, almeno in quello democristiano, il termine venga utilizzato con simile significato, Sturzo, da Washington, disse sul finire del marzo del ’45, che sarebbe stato meglio chiamarli patriots piuttosto di partisans, per le loro doti di combattimento e per i loro ideali politici, cfr. relazione dell’OSS su Don Sturzo, residente a Brooklin, New York, del 20 marzo 1945, in NARA Rg. 226, e. A1 106, b. 26, Italy general, records of the NY Secret Intelligence Branch, f. 113.
499 Relazione s.d. ma dell’inizio di febbraio del ’44, di Zerbino a Mussolini, probabilmente inviata dopo l’incontro del 3 febbraio 1944, a Gargnano tra i due. In ACS, SPD, CR, RSI, b. 8, f. Torino.
500 Klinkhammer, L’occupazione, op. cit. pp. 386-389, Adduci, Gli altri, op. cit. pp. 153, 154. Nel luglio seguente, il generale Tensfeld fa riferimento ad un’operazione di avvicinamento, tentata da “Mauri” verso le forze nazifasciste, per una sorta di “tregua d’armi” nell’area di Cuneo, nella quale, il maggiore avrebbe ricoperto il ruolo di “tutore dell’ordine”. Tensfeld in proposito vuole evitare di dare eccessiva “importanza” al comandante partigiano, in relazione all’incontro tra Graziani e Tensfeld del 5 luglio 1944, in ACS, SPD, CR, RSI, b. 31, f. 238, sf. 7, Graziani.
501 Appunto per il duce del 20 febbraio 1944, in NARA, Rg. 226, e. 174, b. 22, f. 151. Le trattative andranno comunque ad essere bloccate successivamente.
502 Nella zona del generale Raffaele Operti, ad esempio, Solaro figura tra i comandanti di un plotone di esecuzione che portò alla morte di 3 antifascisti a San Maurizio Canavese: probabilmente il reparto, pur facendo riferimento alla GNR, doveva essere formato dai militi del “battaglione ausiliare” della Guardia, sorto dopo lo scioglimento della “Muti”, cfr. http://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1039 , visitato il 5 giugno 1917. Solaro avrebbe guidato alcune azioni in provincia anche dopo il marzo del ’44, cfr. comunicazione di Solaro a Olo Nunzi della segreteria di Pavolini del 24 maggio 1944, in ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3, doc. cit.
503 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3.
504 Solaro fu investito del ruolo il 10 aprile 1944, cfr. Adduci, Gli altri, op. cit. p. 203.
505 ACS, RSI, PFR, b. 2, f. 4, sf. 3. Doc. cit. punto 5°.
506 Allegra, op. cit. pp. 158-161, in riferimento al doppiogiochista Bernocco, definiti dalla CAS di Torino “intimo di Serloreti”.
507 La stessa GNR in questo periodo soffre deficit gravi di organico come attestato nella comunicazione al prefetto Zerbino del generale Raffaele Castriota, Ispettore regionale della Guardia, che il 7 aprile 1944, riferisce l’impossibilità di collocare un distaccamento a Ciriè, in ASTO, G. P. b. 148/1, f. 2402 Elenco Ufficiali o militari presentatisi, 1944.
Jacopo Calussi, Fascismo repubblicano e violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, 2018 -
Prendeva forma la Repubblica Partigiana della Carnia e dell'Alto Friuli https://collasgarba.wordpress.com/2026/04/18/prendeva-forma-la-repubblica-partigiana-della-carnia-e-dellalto-friuli/ #1944, #Alto, #Carnia, #CeciliaCasanova, #Cosacchi, #Diario, #Donne, #Fascisti, #Friuli, #Guerra, #NorinaCanciani, #Partigiani, #Repubblica, #Resistenza, #Tedeschi, #Tolmezzo(UD), #Udine
-
🌹 I PARTIGIANI DELLA PACE - presentazione del libro 🌹
Giovedì 16 aprile, dalle 21:00 alle 23:00, presso Biblioteca Chiesa Rossa, via Domenico Savio, 3, Milano
ANPI Stadera - Gratosoglio e Emergency Volontari Zona 5 vi invitano alla presentazione del libro
🌹 I PARTIGIANI DELLA PACE 🌹
Ne parlano Marco Sannella, storico della resistenza, con Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, autori del libro.
Vi aspettiamo giovedì 16 aprile 2026 alle 21
ingresso libero
#BibliotecaChiesaRossa #CoordinamentoMilanoSudControLaGuerraEIlRiarmo #EmergencyZona5 #pace #partigiani #AnpiStaderaGratosoglio #25Aprile
-
Il dipartimento di Stato era preoccupato per la presenza di ministri comunisti https://collasgarba.wordpress.com/2026/04/04/il-dipartimento-di-stato-era-preoccupato-per-la-presenza-di-ministri-comunisti/ #1945, #1946, #AFHQ, #Alleati, #Anticomunismo, #Cambio, #Clandestini, #CLN, #Comunisti, #Controspionaggio, #Dice, #Dicembre, #Fascisti, #Gennaio, #Giugno, #Governo, #Industriali, #Italia, #JamesAngleton, #Ministri, #Neofascisti, #OSS, #Partigiani, #Resistenza, #SiriaGuerrieri, #StatiUniti, #Tedeschi
-
Il dipartimento di Stato era preoccupato per la presenza di ministri comunisti https://collasgarba.wordpress.com/2026/04/04/il-dipartimento-di-stato-era-preoccupato-per-la-presenza-di-ministri-comunisti/ #1945, #1946, #AFHQ, #Alleati, #Anticomunismo, #Cambio, #Clandestini, #CLN, #Comunisti, #Controspionaggio, #Dice, #Dicembre, #Fascisti, #Gennaio, #Giugno, #Governo, #Industriali, #Italia, #JamesAngleton, #Ministri, #Neofascisti, #OSS, #Partigiani, #Resistenza, #SiriaGuerrieri, #StatiUniti, #Tedeschi
-
Bacciagaluppi era stato messo in contatto con il Cln milanese dall’amico Ermanno Bartellini https://condamina.wordpress.com/2026/04/04/bacciagaluppi-era-stato-messo-in-contatto-con-il-cln-milanese-dallamico-ermanno-bartellini/ #1943, #Alleati, #Angloamericani, #Antifascisti, #Autunno, #Campi, #Clandestinità, #CLN, #Comitati, #Ebrei, #ErmannoBartellini, #Ex, #Fascisti, #FerruccioParri, #FrancescaBaldini, #GiuseppeBacciagaluppi, #Lombardia, #Milano, #Militari, #Partigiani, #Partiti, #Prigionieri, #Svizzera, #Tedeschi
-
Anche uomini di una missione Oss fucilati dai nazisti al Cibeno
La famiglia di Emanuele Carioni, originaria di Misano di Gera d’Adda in provincia di Bergamo, proprio a due passi da Caravaggio, abitava al “grande” mulino. Il padre di Emanuele e prima di lui il nonno e lo zio lo gestivano e ne curavano l’attività. Emanuele era il primogenito; dopo di lui c’erano due sorelle, Ersilia e Anna Caterina.
[…] Frequenta il Corso Allievi Ufficiali di complemento d’Artiglieria a Nocera Inferiore e con i gradi di Tenente viene inviato al Colle di Tenda e successivamente in Albania. Il suo temperamento gioviale, cordiale, fraterno con i suoi soldati non è molto ben accettato dai superiori, motivo che lo induce a chiedere di frequentare il corso di paracadutista. Segue il corso a Tarquinia, lo supera e presso la base di Decimomannu in Sardegna ottiene il suo primo incarico, interrotto dalla notizia dell’armistizio dell’8 settembre, il giorno della scelta.
[…] Un sacerdote riesce a procurare un aereo ad Emanuele e ai suoi amici, col quale riescono ad atterrare in Sicilia: da qui, non senza difficoltà, raggiungono Brindisi e poi su, verso il Nord. Il 28 dicembre dello stesso anno aderisce all’organizzazione americana OSS (Office of Strategic Service): qui conosce un pari grado americano, Louis Biagioni, che gli si lega di fraterna amicizia, che proseguirà anche dopo la morte di Emanuele, attraverso lettere e testimonianze alla sua famiglia. Nella primavera del ’44 gli viene affidata la missione “Emanuele”: è paracadutato sulle montagne orobiche, sopra San Giovanni Bianco, con l’ordine di raggiungere la zona di Barzio per collaborare con i partigiani. È
il prologo della tragedia che si sta per compiere. Il lancio va male, la radio è persa e gli uomini costretti a nascondersi. Sono in tre: Emanuele Carioni, Piero Briacca e l’italo americano Louis Biagioni. Due sorelle, Rina e Luciana Villa, li ospitano nella loro casa; escono solo per andare in montagna dai partigiani e per le riunioni a cui partecipano, fra gli altri, Antonio Colombo, Franco Minonzio e Luigi Frigerio, che condivideranno il destino di Emanuele, fucilati anch’essi il 12 luglio. Una sera, con altri partigiani, chiedono rifugio a casa Villa due russi che, con credenziali persuasive sulla loro identità, si spacciano per prigionieri di guerra evasi; solo in seguito si scoprirà essere spie delle SS. Una mattina uno dei due accompagna Emanuele a Milano per conferire con l’organizzazione, ma lo conduce nelle mani dei tedeschi, che lo arrestano e lo portano a San Vittore. A Lecco sono arrestati anche gli altri.
Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Uomini, nomi, memoria. Fossoli 12 luglio 1944, Edizioni APM, Carpi, 2004Sempre il 19 maggio 1944 <694 sarebbero stati presi anche Franco Minonzio e Luigi Frigerio. Minonzio, il giorno precedente, mentre era diretto all’Ospedale Militare di Lecco per visitare un conoscente, aveva incontrato per strada Sandro Turba, suo “vecchio amico”, il quale lo aveva pregato di aiutare lui, e di riflesso le Villa, ad accompagnare gli sbandati ospitati in casa loro “fino a Passata oppure a Vedezeta Morterone (Como) presso un certo Bellingardi” <695. Franco, per anni a capo delle guide alpinistiche della zona, aveva accondisceso ad offrire soccorso ma, giunto al fondo valle del monte Resegone, si era dovuto fermare perché “ammalato ad una gamba” <696. Aveva così chiesto al fratello Giuseppe, di ventitré anni, di procedere oltre ed era tornato a casa. Il giorno successivo, mentre si trovava sul posto di lavoro, “alle 18” <697 era stato catturato. Tra i capi d’accusa quello di un “movimento di somme constatate attraverso appunti e libretti” che egli, sotto interrogatorio, avrebbe giustificato come frutto dell’“amministrazione del Dopolavoro Antonio Badoni” <698 e come ricavato della vendita della sua quota di comproprietario della ditta Insubbia <699.
Anche Antonio Fugazza era stato attirato nella rete. L’uomo, frequentando l’ufficio del genero Giovanni Zampieron, ubicato nella casa milanese della signora Maria Prestini, cugina delle Villa, aveva lì conosciuto i due paracadutisti Carioni e Biagioni. Alla richiesta di questi di un luogo sicuro dove occultare le armi, Fugazza aveva suggerito di sotterrarle nel giardino annesso alla sua casa di via Filippo Carcano (n.10). Presso tale abitazione, ai primi di maggio, si era così recato, come da accordi, Piero Briacca, il terzo membro della missione, per depositare nel terreno la valigia contenente “cinque rivoltelle con le munizioni per le stesse, due fucili vecchi smontati, senza munizioni e quattro
baionette arrugginite” <700. Fugazza era stato poi scoperto a ospitare a casa sua una famiglia di ebrei. Sequestrati dagli agenti i documenti, anche gli armamenti erano stati rinvenuti nel giardino e l’uomo, di conseguenza, portato in carcere. Scriveva Luca Ostèria: “18 maggio 1944. Le SS di Bergamo (ten. Lang Fritz) procedettero a numerosi arresti nella zona di Lecco e di Milano, contro patrioti e persone appartenenti al Cln. Tale operazione fu aperta da due confidenti di nome Mirko e Boris. Tutto l’incartamento venne da me chiesto al capitano Saevecke. Fu possibile circoscrivere l’operazione evitando l’arresto di altre numerose persone tra le quali il noto Giulio Alonzi, Boeri Enzo e il col. Faila del centro mutilati di Milano. Delle 23 persone arrestate dalle SS di Bergamo ne vennero liberate 14″. <701.
Immatricolati a San Vittore, gli amici Emanuele Carioni e Louis Biagioni erano stati assegnati a due celle di isolamento vicine, il primo alla n.88, il secondo alla n.95. Ciascuno cercava di scorgere dalle feritoie l’altro nel momento in cui veniva chiamato per gli interrogatori. Aperte un giorno le porte dei locali antistanti, Emanuele, visto Louis, gli aveva fatto scherzosamente il segno “che si andava a finire alla fucilazione” <702 e così i due amici si erano abbandonati a una lunga, liberatoria risata. Corrotta una guardia per mezzo di soldi, Carioni aveva poi trovato, nei successivi giorni, modo di ospitare, per qualche minuto, l’amico nella sua cella. Al momento dell’incontro Emanuele e Louis si erano abbracciati e avevano pianto “come bambini”, cercando, nel poco tempo a disposizione, di concordare una linea difensiva. Emanuele aveva messo Louis al corrente del fatto che, interrogato dal “dott. Ugo”, egli aveva ricevuto da questi rassicurazioni e lo stesso Louis, durante gli interrogatori, aveva avanzato con coraggio a Ostèria la richiesta di uscire dall’isolamento per essere messo in cella con l’amico, richiesta che dopo poco era stata soddisfatta: “Il tempo passava molto più presto per me e per lui. Io gli insegnavo canzoni americane e lui mi insegnava quelle italiane. Si trovava sempre qualche cosa da leggere e quando non si leggeva si raccontavano storie. Io gli parlavo della vita in America e lui dell’Italia. Gli chiedevo tante volte se sarebbe venuto in America e lui mi diceva che c’era troppo da fare in Italia. Tante volte mentre si mangiava a mezzogiorno si scoppiava a ridere e non [ci] si fermava fino a che le parti ci facevano male dal ridere. Emanuele l’avevano messo a lavorare come scopino e io a un altro mestiere che non ricordo. Ogni tanto il dott. Ugo ci chiamava dicendoci come andavano le cose e offrendoci sigarette. Un giorno mi chiamò e poi fece venire anche Emanuele quando gli dissi che non ci credevo a quel che mi aveva detto ci disse che per noi non c’era più molto pericolo e che non saremmo stati fucilati. Avevamo poca fiducia nelle sue parole quando ci fece sapere che faceva di tutto per farci restare in carcere e di non farci andare in un campo di concentramento. Sapevamo che in campo di concentramento saremmo stati i primi a essere fucilati per rappresaglia”. <703.
Annibale Carioni, padre di Emanuele, si era recato di corsa a Milano in prigione per visitare il figlio e ci era riuscito “alcune volte” <704. “Stai tranquillo”, gli aveva detto Emanuele “con bontà e con convinzione”; “mamma non lasciarla venire, si spaventerebbe; ti prego di non tentare nulla: io sono calmo e non verrò mai meno al mio dovere” <705. Il ragazzo aveva manifestato solo il dispiacere per la presenza in quel luogo di tanti suoi compagni di sventura e il desiderio di poter riprendere, quanto prima, la lotta interrotta. A San Vittore era riuscito a mettersi in contatto anche con le sorelle Villa a cui avrebbe scritto una lettera, andata purtroppo perduta: “Seguo gli avvenimenti di fuori su una carta disegnata su un muro con un pezzo di legno; sono bene informato di tutto. Però il più delle volte penso. Mi preoccupo soprattutto che voi vi diate troppo pensiero e siate in ansia riguardo alla mia situazione presente. Sono sicuro che tutto finirà bene e presto. Sono convinto di aver agito per un ideale giusto, quale di combattere il male: per impedire che l’Italia fosse trascinata nel baratro della rovina completa da pochi disonesti. Questa mia fede vi sia di conforto <706. Anche Biagioni sarebbe riuscito a mandare alle sorelle Villa dalla cella un biglietto: “Passo il tempo pitturando la mia stanza da letto con qualcosa che portano al mattino e che chiamano caffè… Mi dovete scusare se io sono stato una delle cause perché vi trovate qui. Non mi scorderò mai del bene che avete fatto e del vostro sacrificio. Se il destino permetterà che ritorni in America, non mi stancherò di parlare di voi e di tanta altra buona gente che ho trovato in Italia”. <707. Emanuele sarebbe rimasto fedele al suo giuramento di non tradire mai sé stesso. Dopo aver subito torture, finito a Fossoli come Biagioni, sarebbe per sempre stato diviso dall’amico Louis. Quest’ultimo, liberato dopo una lunga esperienza di detenzione nei campi tedeschi, avrebbe fatto fortunosamente ritorno in America. A Emanuele, Antonio Colombo, Franco Minonzio, Luigi Frigerio, Lino Ciceri e Antonio Fugazza il ritorno sarebbe per sempre stato negato. Come Napoleone Tirale, Antonio Gambacorti Passerini, Giovanni Barbera, Arturo Martinelli, Galileo Vercesi, Brenno Cavallari, Luigi Ferrighi, Ubaldo Panceri, Jerzi Sas Kulczycki, Ernesto Celada, Armando Di Pietro, Renato Mancini, Carlo Bianchi, i sei partigiani del gruppo di Lecco, vicini alle sorelle Villa, sarebbero morti nella strage di Cibeno compiuta dai nazifascisti – poco dopo l’omicidio di Poldo Gasparotto – il 12 luglio 1944 a pochi chilometri dal campo di Fossoli.
[NOTE]
694 La data dell’arresto di Franco Minonzio è confermata anche da don Giovanni Ticozzi, suo amico. Si veda don G. Ticozzi, frammenti di vita, Ettore Bertolozzi, Lecco 1959, p. 44.
695 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
696 ibidem.
697 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
698 ibidem.
699 ibidem.
700 Insmli, Verbale di interrogatorio di Fugazza Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
701 Insmli, fondo Osteria, b. 1.
02 Lettera di Louis Biagioni a Ersilia Carioni, 25 febbraio 1946. Archivio privato famiglia Carioni.
703 ibidem.
704 All’Eccel. Ministero della guerra, Misano d’Adda, 30-5-49, Archivio privato famiglia Carioni. Egli avrebbe subìto, a causa dell’operato del figlio, “una forma di persecuzione” da parte del podestà del suo paese.
705 ibidem.
706 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 81.
707 ibidem.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023All’alba del 12 luglio 1944, 69 internati nel campo di concentramento per politici di Fossoli sono portati in tre gruppi al Poligono di tiro di Cibeno e lì 67 saranno fucilati mentre due riusciranno a fuggire. La barbara azione è fatta per rappresaglia verso l’uccisione a Genova di 7 militari tedeschi, così si dice nella sentenza letta poco prima dell’uccisione. Una motivazione che mostra però troppe incongruenze rispetto l’ usuale strategia messa in campo dai nazifascisti in circostanze simili: di tempo, perché l’attentato ai militari tedeschi avviene molti giorni prima; di luogo, perché gli episodi coinvolgono due comunità molto distanti tra loro; di scopo, perché si fa di tutto per occultare la strage, la violenza e i corpi dei giustiziati non sono esibiti, ma caparbiamente occultati.
Marzia Luppi, Dieci anni dopo, Prefazione a Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Op. cit.E proprio durante una permanenza negli Stati Uniti Gustavo Gnecchi andò a cercare e ritrovare, nell’immensa metropoli di New York, il parà italo americano Louis Biagioni, lanciato in missione segreta nel 1944 lungo la cresta montana tra il lecchese e le Orobie. Biagioni aveva trovato rifugio nella casa al Garabuso di Acquate delle quattro sorelle “garibaldine” Villa, Venne poi catturato dai tedeschi e finì in campo di prigionia, rientrando in USA a guerra finita. Biagioni non era più stato in Italia, pur mantenendo corrispondenza con le sorelle Villa che ricordava con grande riconoscenza come coraggiose protagoniste della lotta per la libertà […]
A.B., Lecco: Gustavo Gnecchi incontrò a New York il parà Biagioni, “nascosto” dalle sorelle Villa, Leccoonline, 21 aprile 2017[…] la fonte è Luca Osteria, alias «dottor Ugo Modesti», il personaggio cui si è già accennato e che, insieme a uno degli agenti ai suoi ordini, rientrerà indirettamente nella nostra storia per essere stato il più prezioso, e per diversi mesi produttivo, collaboratore italiano di Saevecke dal settembre 1943 al febbraio 1945. Ex marinaio, per diciassette anni al servizio dell’Ovra, Osteria rivela un vero talento per la provocazione riuscendo nel ventennio a mandare in galera parecchi antifascisti e, in tempo di guerra, a gabbare l’intelligence inglese facendole credere di essere entrata in contatto con un’organizzazione antifascista che in realtà, sotto la sua direzione, le passa solo informazioni inconsistenti e fa invece cadere in trappola diversi agenti britannici. Da qui il credito iniziale presso i tedeschi cosicché, quando il citato commissario Panoli lo segnala a Saevecke come l’esperto dell’Ovra che fa per lui, gli si spalancano le porte del Regina e da quel momento comincia una strettissima cooperazione. Nel corso del 1944 avrà un attacco di resipiscenza e inizierà il doppio gioco in favore della Resistenza, o più probabilmente di sé stesso, riuscendo a convincere della onestà dei suoi moventi anche Parri, ma non completamente i servizi inglesi né Leo Valiani né Enzo Boeri, responsabile della sezione controspionaggio del Comando generale Corpo volontari della Libertà. Personaggio sicuramente sfaccettato e difficile da decifrare, indubitabilmente scaltro e rotto ad ogni astuzia del bieco mestiere esercitato per anni, nel dopoguerra si darà arie da poliziotto infallibile attribuendosi anche il merito di aver salvato centinaia di resistenti, la maggior parte dei quali nomi che contano e di cui conserverà un meticoloso elenco. Nel febbraio 1945, quando sente il cerchio stringerglisi sempre più dappresso, si reca a Berna dal responsabile dei servizi britannici, McCaffery, ma, nonostante la sua offerta a collaborare, viene narcotizzato e trasportato nell’Italia meridionale dove rimane «in condizione di semiprigioniero» fino alla conclusione del conflitto. All’epoca dell’inchiesta dell’Aned vive a Genova, la sua città natale, ma, benché certamente depositario di molti retroscena, non gli verrà richiesta nessuna testimonianza: il passato di provocatore fascista e la tardiva e troppo sospetta conversione al fronte antifascista fanno di lui un elemento del quale diffidare, in più corre voce sia anche in contatto con l’Oas, l’organizzazione terrorista dell’estrema destra francese che si è opposta con ogni mezzo all’indipendenza algerina.
#12 #1944 #AnnaMariaOri #AntonioFugazza #arresti #Bergamo #campo #CarlaBianchiIacono #Cibeno #Como #ebrei #Emanuele #EmanueleCarioni #fascisti #Fossoli #FrancescaBaldini #FrancoMinonzio #guerra #Lecco #Lombardia #LouisBiagioni #LucaOstèria #LucaOsteria #luglio #LuigiBorgomaneri #maggio #MarziaLuppi #MetellaMontanari #Milano #missione #nazisti #OSS #paracadutista #partigiani #province #Resistenza #strage #tedeschi #TheodorSaevecke
Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano. I crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo, DATANEWS Editrice, 1998 -
Lettere di militari e censura fascista nel 1944 in provincia di Lucca https://collasgarba.wordpress.com/2026/03/16/lettere-di-militari-e-censura-fascista-nel-1944-in-provincia-di-lucca/ #1944, #1945, #Censura, #CLN, #EmanueleVenchi, #Fascisti, #FerdinandoMaggiordomo, #Finanzieri, #ForteDeiMarmi(LU), #Garfagnana, #GNR, #Gotica, #Guerra, #Lettere, #Leva, #Linea, #Lucca, #MontecatiniValDiCecina(PI), #Partigiani, #Renitenza, #Resistenza, #RSI, #Seravezza(LU), #Tedeschi, #Toscana
-
La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa
Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit BergamoDal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
[NOTE]
(8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
(9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
(10) CPV – C 51
11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
(12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
(13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
(14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
(15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
(16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu#1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X
-
La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa
Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit BergamoDal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
[NOTE]
(8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
(9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
(10) CPV – C 51
11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
(12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
(13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
(14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
(15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
(16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu#1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X
-
La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa
Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit BergamoDal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
[NOTE]
(8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
(9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
(10) CPV – C 51
11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
(12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
(13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
(14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
(15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
(16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu#1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X
-
La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa
Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit BergamoDal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
[NOTE]
(8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
(9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
(10) CPV – C 51
11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
(12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
(13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
(14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
(15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
(16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu#1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X
-
La X brigata partigiana rimane a Cespedosio fino alla metà di luglio circa
Una vista dal rifugio Cespedosio. Fonte: Visit BergamoDal canto suo anche il comando della 40^ brigata Garibaldi “Matteotti” operante in Valsassina e Valtellina tenta di ristabilire i contatti. Ma l’impresa fallisce. In data 25 luglio 1944, Al, comandante del fronte sud della 40^, deve dichiarare che, malgrado gli sforzi: “con il distaccamento di Val Taleggio non è stato possibile il contatto. Pare che questo sia inquadrato nella brigata bergamasca. Ad ogni modo cercheremo i comandanti, ora irreperibili, definendo la loro posizione.” (8) Sembra strano che il comando partigiano della Valsassina non riesca a rintracciare Gastone [Gastone Nulli] e i suoi; tanto più che i partigiani della Valsassina, avendo avuto modo di aiutare gli uomini della X quando questi si trovavano alla capanna Castelli, potevano conoscerne il nuovo rifugio. Ma le difficoltà del momento spiegano molte cose e tra le altre anche questo inconveniente. Non si può comunque evitare di riflettere sulle voci raccolte da Al a proposito dell’inquadramento della formazione taleggina nella brigata bergamasca. Il PCI bergamasco e la 40^ Matteotti sono dunque le organizzazioni che cercano di allacciare rapporti col gruppo di Gastone. E si può notare un certo qual legame tra le due iniziative nell’unica matrice politica da cui entrambi dipendono, ma il legame appare abbastanza tenue: sono solo voci quelle che Al raccoglie a proposito dell’inquadramento della X tra le formazioni di un partito che allora spendeva molte delle proprie energie per costituire un’efficiente brigata garibaldina in terra orobica. I collegamenti clandestini sono lacunosi anche all’interno delle forze garibaldine e non c’è quindi da stupirsi che le informazioni pervenute ad Al diano per certo ciò che invece è per ora solo una speranza. La documentazione tace completamente sugli esiti della menzionata missione di Alberto a S. Pellegrino, invece, per quel che concerne la presa di contatto del PCI di Bergamo con Gastone, ci fornisce qualche utile, anche se debole, spunto. Si può così affermare che, di fronte alla richiesta di instaurare rapporti organici con i comunisti bergamaschi, Gastone oppone un sostanziale rifiuto, motivandolo con l’esistenza di precedenti collegamenti con organizzazioni milanesi del PCI: “Fidandomi delle assicurazioni di Dario (9), rifiutai di aderire a formazioni dipendenti dagli organi di Bergamo” (10) osserva Gastone e precisa di aver mantenuto tale orientamento fino alla cattura di Dario(ottobre 1944?). Come è noto, Dario riscuote la fiducia di talune organizzazioni comuniste milanesi e torna quindi comodo a Gastone scaricare su di lui le responsabilità della mancata collaborazione con il PCI di Bergamo; ma proprio qui sta la debolezza della sua asserzione, infatti, come si potrà constatare, non esisteva alcun antagonismo tra comunisti milanesi e bergamaschi in relazione ai gruppi della Val Taleggio. Semmai esisteva in quel momento una sfasatura di ordine informativo che presto verrà colmata. D’altra parte non è possibile sostenere che Gastone rifiuti categoricamente ogni rapporto con Bergamo. Al contrario, per quanto concerne le Fiamme Verdi, ne promuove la ricerca e dal PCI provinciale accetta senza esitazioni gli aiuti almeno fino a quando non furono ristabiliti i precedenti contatti con Milano.
Così delineata, la questione presenta una sua logica (11) che diventa particolarmente evidente se si ricorda l’insistenza di Gastone nel proclamare la volontà di mantenere alla formazione un “pieno carattere apolitico” ed a se stesso l’indipendenza dal “PCI come partito”. Egli infatti dispone di una formazione i cui uomini tendenzialmente fanno capo a due organismi molto diversi tra loro (le Fiamme Verdi ed il PCI milanese), senza contare quelli che si considerano completamente autonomi. Il problema di tenerli uniti può dunque dipendere dalla capacità del comandante di evitare influenze troppo dirette e condizionamenti che spostino l’asse d’equilibrio a favore degli uni o degli altri. Così egli lascia cadere i contatti con il PCI di Bergamo e molto probabilmente anche quelli con le Fiamme Verdi (12); insiste sulla propria autonomia e non rinuncia a soddisfare le richieste di uomini (come Dario) che gli erano stati vicini fin dalla fine di maggio, perché in ogni caso i legami che essi ristabiliscono pongono in essere un collegamento con comandi superiori che sono lontani e solo difficilmente potranno, influire in modo decisivo sull’andamento del gruppo. La linea di condotta di Gastone dunque si può efficacemente sintetizzare fin da ora in questi termini: unità nell’autonomia, due fattori destinati a pesare costantemente ma in modo diverso in tutta l’attività dei gruppi partigiani taleggini.
La X rimane a Cespedosio [n.d.r.: frazione del comune di Camerata Cornello (BG] fino alla metà di luglio circa. Sono giorni duri, mitigati solo dal clima estivo. Gli uomini dormono all’addiaccio, si accontentano di mangiare polenta e formaggio; criticano il loro comandante perché non condivide la loro vita (13), ma tutti quasi indistintamente ne subiscono l’ascendente. Verificano lo sforzo del comando di riorganizzare le formazioni, (14) ma soprattutto registrano la solidarietà della popolazione che spontaneamente contribuisce come può al loro vettovagliamento. Superate le più gravi difficoltà, ristrutturata la formazione, Gastone trasferisce gli uomini alla Castelli anche se i problemi alimentari non sono risolti, anche se il mancato chiarimento con gli organi di Bergamo provocherà un rinvio nel tempo dell’inquadramento della X nelle formazioni garibaldine o comunque nel movimento partigiano organizzato. Nella seconda metà di luglio il gruppo ritorna alla capanna Castelli. Gli uomini sono poco più di una cinquantina (15). Le armi sono sufficienti ma scarseggiano le munizioni. Un rapporto fascista, sempre riferito a fine luglio, inizio agosto, li segnala a “Cima di Piazzo-Pizzo Racimonti (leggi passo Baciamorti)- Venturosa-Taleggio-Pizzino e Vedeseta”. (16) Dalla base alla Castelli infatti venivano effettuati spostamenti nella zona per provvedere alle necessità della formazione e, a quanto
pare, alcuni partigiani con il comandante si erano stabiliti nelle frazioni del comune di Taleggio allora prive del benché minimo presidio fascista. Fino agli ultimi giorni di luglio a all’inizio di agosto comunque non è pensabile che la formazione si sia abbassata verso i paesi della Val Taleggio.
[NOTE]
(8) MCL – 40^ brigata Matteotti, com; fronte sud, 25/7/44
(9) Purtroppo di Dario si sa ben poco e non è quindi possibile determinare la qualità della sua influenza su Gastone. Gastone sostiene che gli fu presentato a Milano come “membro di un comitato” dalla signorina Lella Pizzo d’Ambrosio il 23/5/44, cioè poco prima che entrambi prendessero la via della montagna. Romolo (non meglio identificato) funge da collegamento tra il gruppo milanese e Dario. Anch’egli era in contatto con la d’Ambrosio, anzi entrambi abitavano a Milano in via Lambrate 13 e insieme furono arrestati nel febbraio ’45 dai tedeschi; dopo di allora non si sa più nulla di Romolo, mentre della d’Ambrosio Gastone parla come d una delatrice che per salvare la pelle si era rassegnata a far da amante agli ufficiali tedeschi. Quanto a Dario, le sue tracce si perdono dopo il settembre del 1944, mese in cui svolse funzioni di commissario nella 86^. In quel periodo si registrò una notevole tensione tra lui e Gastone
(10) CPV – C 51
11) Ci sono stati vari tentativi di spiegare la logica che guida l’operato di Gastone fin da questa fase e nella maggior parte dei casi essi adombrano il sospetto del tradimento. Più esplicita delle altre è l’ipotesi di P. Pallini (Penna Nera) che considera l’azione di Gastone in Val Taleggio alla stregua di quella di un agente provocatore assoldato ai fascisti e perciò rifiuta di credere all’autenticità dei suoi contatti con organizzazioni milanesi. Secondo il Pallini, Gastone avrebbe vantato rapporti con un misterioso”comitato Tito” risultato poi sconosciuto alle indagini del comando delle Fiamme Verdi; ma non si può dimenticare che, malgrado le riserve, fu proprio il comando delle FFVV ad autorizzare Pallini ad intavolare buone relazioni con Gastone. Questa ipotesi a nostro avviso non è attendibile: l) perché chi teneva i contatti con Milano non era Gastone, ma Dario 2) perché a partire da agosto la formazione sarà visitata ripetutamente da scrupolosi ispettori del PCI che non misero mai in discussione né l’esistenza né l’autenticità dei collegamenti con Milano 3) Perché si può affermare che la stessa denominazione del gruppo rimanda a una formazione milanese: La X brigata, (una di cui si sa pochissimo e su cui non esiste alcuno studio).
(12) Questa affermazione si fonda sulla assoluta carenza di documenti per il periodo in questione; l’unico elemento concreto è la citata missione di Alberto a S. Pellegrino per ricollegarsi al col. Richetti; sondaggi precisi al riguardo hanno consentito di chiarire che la cosa non ebbe seguito, ma si tratta di testimonianze orali e comunque non è escluso che si potessero riallacciare rapporti per altra via
(13) Egli vive in camere d’affitto o in albergo con la madre ed effettua spese considerate futili incidendo così pesantemente sul già, tanto magro bilancio del gruppo.
(14) Nel periodo di Cespedosio e comunque in luglio sono vari i tentativi di riorganizzare la formazione anche sotto il profilo finanziario e alimentare. La gente della zona collabora come può facendo in modo che i partigiani trovino al loro giungere a Cespedosio sacchi di farina (la famiglia Redondi e Benetto di S. Giovanni Bianco si segnalano in questi aiuti spontanei), ma lo stato di abbandono in cui si trovano gli uomini e l’incertezza dei contatti col centro inducono il comando a cercare di risolvere questo problema di propria iniziativa. Si tenta così di riattivare il canale finanziario di G. Cima, che però risponderà positivamente solo dopo l’adesione di Gastone alla II divisione; anche qualche altro borghese benestante viene interpellato allo scopo e la X ne ottiene una certa collaborazione (si leggano i nomi dei contattati: A. Pesenti, G. Milesi, M. Gianati di Piazza B., A. Mismetti e si ricordino le succulente riscossioni effettuate alla banca di Olmo al Brembo). Questa linea diverge da quella comuniste che temeva un eventuale condizionamento delle formazioni da parte dei benestanti. La X però si muove con noncuranza su questa strada, forse anche per rafforzare in questo modo la propria autonomia dai centri politici clandestini.
(15) Secondo alcune fonti tra la fine di giugno e la metà di luglio il numero è cresciuto a 90 unità, ma la cifra è esagerata. Gli informatori fascisti danno una cifra più attendibile (e si tenga conto che il loro rapporto si riferisce alla metà di luglio-inizio agosto): 50/60 uomini. In effetti ai 30/35 sfuggiti al rastrellamento di fine giugno, vanno aggiunti i circa 15 del gruppo Paganoni, alcuni sbandati nascosti nelle baite della zona (sia presso Camerata Cornello che in Val Taleggio). Al totale va però tolto il gruppetto del Canadese che si allontana all’inizio di luglio.
(16) ISML – Bg. 5 L 1/2269
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976, qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu#1944 #agosto #Bergamo #brigata #CamerataCornelloBG #Cespedosio #comunista #fascisti #FiammeVerdi #GastoneNulli #guerra #Lombardia #luglio #MariaGraziaCalderoli #Matteotti #partigiani #partito #provincia #Resistenza #SanPellegrinoTermeBG #Taleggio #tedeschi #Val #Valsassina #Valtellina #X
-
Rinaldo Benigni è la prima vittima dellʼoccupazione tedesca di Rimini
9 – 13 SETTEMBRE: Comincia lʼoccupazione militare tedesca, da parte della 65^ Divisione di fanteria che si installa appunto tra Ravenna e Rimini. Viene imposto il coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino. Dopo lʼinvio delle prime pattuglie, giunte nella piazza centrale oggi dei Tre Martiri, il grosso delle truppe tedesche occupa le caserme Giulio Cesare e Castelfidardo. Il 13 gli occupanti entrano nellʼaeroporto di Miramare. Alcuni ufficiali del regio esercito rimangono al loro posto attendendo lʼarrivo dei tedeschi; tra questi il capitano Ugo Ughi, che sarà poi nominato commissario prefettizio di Rimini. In questi giorni diversi militari barattano le divise e le armi in cambio di abiti
civili per fuggire; i civili entrano nelle caserme vuote e vi prelevano armi. Ughi ed altri ufficiali consegnano materiale dellʼesercito agli istituti ospedalieri e di ricovero, ed allʼAiuto materno (2). Il primo comandante tedesco della piazza di Rimini è il maggiore Kurt Weddigen.
10 SETTEMBRE: A Forlì si tiene una riunione del PCI con attivisti provenienti da tutta la provincia che devono rientrare in clandestinità. Si discute la formazione di bande armate per la lotta contro lʼoccupazione tedesca; viene deciso anche un appello unitario agli altri partiti antifascisti. Lo stesso giorno nel santarcangiolese, sulle due rive del Marecchia, nascono i primi gruppi armati. I tenenti Werter Manduchi e Edvino Casadei a Casale di SantʼErmete, ed il repubblicano Primo Bellettini a Santarcangelo, in collegamento tra loro, riuniscono alcuni militari sbandati con lʼintento di costituire bande “dʼazione”.
12 SETTEMBRE: Proclama del feldmaresciallo Albert Kesselring, attraverso la Prefettura di Forlì, contro i sabotaggi, gli scioperi, lʼinsubordinazione di ufficiali e soldati dellʼesercito regio (3). Sui bandi, affissi in tutta la provincia, nella notte vengono apposte strisce di carta con stampate scritte antifasciste. Lo stesso giorno alcuni fascisti (tra questi anche coloro che erano stati incarcerati in agosto, come Perindo Buratti) si riuniscono con esponenti del Fronte Antifascista in casa di Gualtiero Frontali, in Via Bonsi 45 (4). Il Fronte è stato contattato per un patto di pacificazione che eviti azioni contro i tedeschi. Per i fascisti sono presenti, oltre a Frontali, Paolo Tacchi, Giuseppe Pauselli, Perindo Buratti, Albini; per il Fronte sono presenti Giuseppe Babbi, Dario Celli, Gomberto Bordoni, Isaia Pagliarani, Celestino Giuliani, Ghinelli, Adamo Toni (5). Dopo questo primo contatto, che non si conclude col patto proposto, non si avranno più incontri, sia per lʼostilità dei tedeschi, sia per lʼabbandono della proposta da parte dei fascisti seguendo direttive pervenute dalla segreteria nazionale repubblicana, sia infine per la volontà politica delle opposizioni non tutte disposte a pacificarsi con i fascisti. Su questi incontri il Fronte infatti si era trovato diviso al suo interno, con la dissociazione aperta dei comunisti non disposti ad avallare simili tentativi di patteggiamento, che infatti saranno davvero pochi in tutta la provincia (6), uno a Rimini ed un altro a Santarcangelo che vedremo.
METAʼ SETTEMBRE: I tedeschi procedono allʼoccupazione militare di tutto il circondario. I militari italiani ed i loro ufficiali sono fuggiti; alcuni di essi però continuano nella raccolta delle armi e si riuniscono per studiare la possibilità di una qualche forma di resistenza alle truppe dʼoccupazione germaniche. In una riunione dentro la canonica di San Fortunato partecipano il comandante della “Castelfidardo”, il colonnello Guido Dalè, e il capitano Alberico Borghesi dello stesso 26° artiglieria. Questi ufficiali coordinano anche lʼasportazione di armi, carburante e vario materiale dallʼaeroporto di Miramare. Altre requisizioni avvengono a Cattolica per opera di civili e carabinieri che riescono a raccogliere 24 cassette di nastri per mitragliatrici, moschetti, bombe a mano, materiale che in seguito sarà affondato al largo. Viene assalita la polveriera dellʼartiglieria, a Spadarolo, con le armi nascoste e distrutte a San Leo (7). Azioni come queste di Spadarolo sono dirette da ufficiali come Giuliani, lʼaccademista Carlo Capanna (allora cadetto dellʼAccademia aeronautica di Forlì ed in seguito comandante partigiano col nome di “Oberdan”), Salvatore Lepore, Marcello Fantini, il sergente maggiore Pandolfini. Anche il sottotenente Angelo Galluzzi cerca di recuperare armi presso il battaglione costiero nel quale presta servizio, ma si trova di fronte allʼopposizione del comandante filotedesco Terzo Severi. Galluzzi allora si rivolge al silos di armi presso il porto ed al tiro a volo dove riesce a prelevare alcuni fucili, munizioni e bombe a mano che porta in Valmarecchia insieme ad alcuni civili come Demos Bonini. Tutte queste armi, salvo quelle distrutte (8), serviranno poi per i primi nuclei resistenti che si formeranno sulle colline in Valmarecchia ed in città. Inizia la fuga dei giovani in montagna per i primi tentativi, spontanei e ancora poco organizzati, di costituzione di bande resistenti. Ufficiali e civili pensano di organizzare una banda partigiana armata sulle colline attorno a Montefiore Conca (9), ma devono desistere ben presto, ripiegando chi sulla costituzione di formazioni in zone più impervie, come lʼalta Valmarecchia, chi su agili squadre per le azioni di sabotaggio distribuite in pianura ed in città. Si scatena intanto la repressione tedesca contro i militari del regio esercito in fuga ed i civili sorpresi nelle caserme. Uno di questi, Rinaldo Benigni viene fucilato: è la prima vittima dellʼoccupazione in città.
16 SETTEMBRE: Viene fondato il Fascio repubblicano riminese. Tra gli organizzatori Paolo Tacchi, Perindo Buratti, Giuffrida Platania, Cesare Frontali, Pilade Antimi Clari, Mario Mosca, Aurelio Parisio, Raffaellini, Giuseppe Vinzio. Lʼatto costitutivo avviene in casa di Frontali, uno dei tre triunviri insieme a Tacchi e Buratti. Nei giorni seguenti vengono fondati i fasci anche nel resto del Circondario. Lo stesso giorno si insedia il nuovo Consiglio Grande e Generale sammarinese, liberamente eletto il 5 settembre.
FINE SETTEMBRE: Si costituisce una sorta di primo CLN a Viserba [frazione del comune di Rimini] con alcuni esponenti di vari partiti e diversi comunisti. Viene organizzata anche una squadra dʼazione, guidata da Alessandro Ghelfi e dal tenente Paolo Sobrero, armata con i fucili dei soldati in fuga e le bombe fabbricate dai fratelli Sobrero. A Bellaria vengono nascosti 38 ebrei fuggiti dalla Jugoslavia; li aiuta monsignor Emilio Pasolini che trova come luogo di rifugio la pensione di Ezio Giorgetti e riesce a farli proteggere dal maresciallo dei carabinieri Osman Carugno. Dopo alcuni giorni gli ebrei vengono spostati dalla costa a San Mauro Pascoli, nascosti nella tenuta Torlonia, e quindi fatti riparare a San Marino (10). I militari che non sono rientrati alle loro case proseguono nella raccolta delle armi da inviare in montagna. Carlo Capanna, con altri ufficiali e soldati, si rifugia a Montebello. Il tenente Celestino Giuliani, con Pietro Arpesella, tenta di asportare armi dalle caserme dei carabinieri di Rimini e Riccione, quindi porta in salvo il colonnello Guido Dalè a Brescia e si rifugia nelle Marche, nellʼalta vallata del Foglia. Nella stessa zona sono riparati Angelo Galluzzi col fratello, il sottotenente Giuseppe Galluzzi ed il maggiore Giuseppe DallʼAglio. Molti militari del battaglione costiero (quasi tutti i 300 effettivi) vengono aiutati a disertare dagli antifascisti di Viserba; un centinaio di questi si rifugerà sulle montagne forlivesi insieme a diversi prigionieri alleati riusciti a fuggire dai campi di reclusione dopo lʼarmistizio (11). Dopo il breve periodo di relativa libertà di stampa, tornano i manifesti ed i volantini antifascisti ed ora anche antitedeschi, affissi di nascosto. La tipografia Cavalli di Morciano si distingue nella preparazione di materiale clandestino, compresa la pubblicazione di un giornalino che incita alla lotta antifascista. Altro materiale è stampato a San Marino. A Rimini, in un locale di viale Regina Margherita, nei pressi dellʼalbergo Stella Polare, si scrivono volantini contro la guerra, riprodotti col ciclostile di Guerrino Succi e distribuiti poi in tutta la Romagna con le staffette. A Santarcangelo avviene un secondo episodio di patteggiamento tra fascisti e oppositori: viene firmato un documento con cui gli antifascisti si impegnano, per la tranquillità del paese, a non svolgere alcuna attività politica in cambio della non persecuzione da parte del locale Fascio. Il patto non verrà assolutamente rispettato (12), anzi proprio Santarcangelo sarà uno dei centri principali della lotta di liberazione nel circondario riminese. Con lʼoccupazione tedesca già conclusa in diversi prendono coscienza della necessità di una lotta anche armata contro il nuovo nemico. Si tratta di una esigenza che però nel Riminese non è ancora pienamente sentita dai civili compresi i comunisti, effettivamente dominati da un certo attendismo, come ricorda “Pietro Mauri” nella sua relazione (riprodotta nel primo volume de Lʼ8a. brigata Garibaldi nella resistenza, da pag. 33 a pag. 103). Sono invece i soldati e gli ufficiali del dissolto esercito regio a capire immediatamente lʼurgenza di una resistenza combattente e ad organizzarla, accogliendo lʼappello di Badoglio a difendere la legalità del nuovo governo. Questi militari hanno guidato la raccolta di armi dalle caserme e dalle polveriere, hanno sottratto materiali e munizioni ai tedeschi, diversi di loro si stanno riunendo per preparare una difesa armata contro gli invasori e più tardi saranno una componente importante della nostra Resistenza, soprattutto sui monti dove parteciperanno alla guerra di liberazione con numerose azioni di disturbo ai presidi e alle linee militari tedesche. Fin da questo inizio dʼautunno 1943 nella zona si stanno lentamente costituendo alcuni gruppi o “bande”. Tra le prime formazioni solo quella di Viserba (con il tenente Paolo Sobrero e Alessandro Ghelfi come animatori), e pochi altri sparuti nuclei di antifascisti sorti spontaneamente, sono formate anche con civili mentre in massima parte risultano costituite da militari, di carriera e di complemento, presenti tanto in pianura (come quella di Werter Manduchi a Santarcangelo), quanto nella Valmarecchia dove nascono le bande di Carlo Capanna, Celestino Giuliani e Angelo Galluzzi. Per tutta la prima fase della lotta di liberazione nazionale, tra la fine di settembre e lʼinverno, a Rimini a differenza che nel Forlivese i civili in larga parte non possono dirsi organizzati militarmente. In questo periodo solo il partito Comunista si pone concretamente (anche se con divisioni interne e lentamente sul piano organizzativo) la questione militare.
[NOTE]
(2) La relazione di un ufficiale, il tenente Raffaele Montella, datata 7 dicembre 1944, si apre proprio con il trasferimento da Miramare a San Leo del suo reggimento dʼartiglieria, il 110°, tra il 10 e lʼ11 settembre (probabilmente non si trattava di un reggimento ma di un reparto interno al 26° regg. di artiglieria citato nella precedente nota). Nei mesi successivi Montella, che sarà uno degli organizzatori del gruppo di resistenza “Mazzini”, effettuerà “ripetuti viaggi” con un trattore per asportare armi e munizioni del reggimento (la relazione è in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940 – 1945, Fano 1997, pp. 133-134). Ugo Ughi nelle sue memorie chiama questi prelievi di armi e materiali “saccheggi”, ma le relazioni dei militari che diverranno poi comandanti di squadre SAP, parlano di raccolta di armi concordata spesso con gli ufficiali comandanti delle caserme allo scopo di sottrarle ai tedeschi; per lo stesso motivo alcune dovranno essere poi distrutte. Le razzie dei tedeschi e la stessa richiesta di restituzione delle coperte e di altro materiale dato dai militari riminesi (ed anche da Ughi) agli Istituti Caritativi, richiesta ricordata proprio nel memoriale del prossimo commissario straordinario, saranno al contrario la rappresentazione della logica di rapina delle truppe germaniche di occupazione, questo sì un saccheggio che nellʼanno successivo diventerà pesante in tutto il riminese con le massicce requisizioni di derrate alimentari e animali vivi, di biciclette e macchinari vari. Le razzie sono ancora ricordate dai civili intervistati per il volume di M. CASADEI, Non passava mai! Settembre 1944: il fronte di guerra a San Clemente, Riccione 2001; in una di queste: nellʼestate 1944 i tedeschi “ogni tanto ammazzavano i maiali e gli animali che prendevano in giro […] per dare da mangiare ai cavalli andavano a rubare il fieno dei contadini. Passavano con le mucche che avevano preso nel pesarese e cercavano gli uomini per guidarle fino a Rimini” (p. 56), e mucche erano prelevate anche nelle nostre campagne (si veda alle pp. 118 e seg.). Il GAP al quale appartenevano i “Tre Martiri”, arrestati nellʼagosto del 1944, era dotato di armi ed esplosivo presi nelle caserme riminesi in questi giorni di settembre 1943. Uno di questi “saccheggi” è descritto nella autobiografia di Silvano LISI, Il partigiano “Bardan”. Memorie di un giovane ribelle (1943- 1948), Istituto Storico della Resistenza, Rimini 2004, pp. 40-43.
(3) Dal giorno dopo il prefetto, Floriano Gianmichele, emette ordinanze sulla disciplina annonaria e bancaria, il 14 contro lʼuso e il possesso di armi. In seguito verranno emessi proclami sia tedeschi che repubblichini per il rientro dei soldati italiani nelle caserme. Lʼautorità militare germanica sta già sostituendo lʼautorità civile italiana in molti campi.
(4) Alcuni autori datano lʼincontro tra fascisti ed antifascisti al 12 settembre (è il caso di Amedeo Montemaggi), altri lo collocano prima (Decio Mercanti non lo data con precisione ma sembra lo faccia risalire addirittura a fine agosto), altri ancora lo spostano ai primi di ottobre (come Guido Nozzoli). Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi, nel loro Resistenza in Romagna, a p. 117, datano lʼincontro di Rimini (ed il documento di “pacificazione” firmato a Santarcangelo) nel settembre, precisando che il 5 ottobre verranno date istruzioni, da parte fascista, per interrompere tali contatti.
(5) Secondo alcuni autori prima citati, il tentativo di pacificazione sarebbe nato dal desiderio dei fascisti di trovare un accordo sul reciproco rispetto tra loro e gli antifascisti, e sullʼevitare rappresaglie tedesche. Guido Nozzoli, nella sua testimonianza a Bruno Ghigi (La guerra a Rimini, cit., p. 211) così racconta lʼepisodio: “giusto in quel periodo, cioè verso i primi di ottobre ʼ43, il fascismo rinascente tentò una sconcertante operazione che ancor oggi non capisco come avesse potuto trovare udienza in una parte del CLN […] Tacchi […] chiede di incontrarsi con il locale Comitato di Liberazione [… al colloquio] per quel che ne so, pur dichiarandosi certo della sconfitta, Tacchi disse che il Fascio sarebbe stato ricostruito in ogni caso, con o senza il suo assenso, con la differenza che lui, conoscendo Rimini e i riminesi, avrebbe potuto far da mediatore con i tedeschi, impedendo rappresaglie e interventi troppo pesanti ai danni della popolazione, mentre un segretario venuto da fuori non avrebbe avuto certamente simili preoccupazioni”. Sul comitato che partecipò agli incontri con i fascisti si vedano le considerazioni fatte nella nota (16) del capitolo precedente.
(6) Lʼadesione a questi tentativi di pacificazione, limitata ad alcuni antifascisti e del tutto improduttiva, dimostrava la debolezza della preparazione politica di alcuni e lʼingenuità di altri che, di fronte alla novità costituita dallʼavvenuta occupazione tedesca, prestarono credito ad un fascismo che malgrado il destino di subalternità al nazismo riteneva di poter rinascere ritornando sulle posizioni repubblicane e movimentiste “della prima ora”. In questo equivoco cadde anche una parte del PCI se è vero che in casa di Gualtiero Frontali ci andarono esponenti importanti come Isaia Pagliarani e Adamo Toni; il partito censurò in seguito questi compagni: “La Federazione clandestina del P.C. giudicò severamente il principio di un patto di concordia che portava al tradimento degli ideali antifascisti, e allontanò quelli che avevano partecipato da posizione di dirigenti”, scrive Decio Mercanti in Primi passi, cit., p. 34.
(7) Lʼepisodio di Spadarolo è ricordato da Giorgio Amati nella sua testimonianza a Ghigi in La guerra a Rimini, pp. 224-225. Carlo Capanna in seguito sarà il comandante di una formazione autonoma in Valmarecchia col nome di battaglia di “Oberdan”, e si guadagnerà una medaglia dʼargento al valor militare. A San Leo, nella seconda metà di settembre, si sposta il colonnello Guido Dalè con diversi ufficiali e da li conferma la licenza illimitata a tutto il 26° reggimento dʼartiglieria. In questo drammatico autunno diversi antifascisti dovettero fuggire dalla zona. Era il caso di Egidio Renzi che da San Giovanni in Marignano cercò rifugio a Roma; nella primavera successiva verrà arrestato, incarcerato a Regina Coeli e quindi il 24 marzo fucilato presso le Fosse Ardeatine. In tutto il riminese lʼoccupazione militare tedesca era vista con preoccupazione dalla popolazione e questo forte timore puntualmente entrava nelle lettere intercettate dalla censura; il 30 ottobre una donna di Montefiore scriveva ai figli: “… anche qua ci sono i tedeschi che fanno dei brutti scherzi; che a Rimini e a Riccione vanno dentro in quelle case portano via tutto […] e in più portano via anche gli uomini. Lʼaltro giorno sono venuti anche a Montefiore sono andati nella sacca e si sono messi a sparare lassù in alto …” (S. PIVATO, Sentimenti e quotidianità in una provincia in guerra, cit., p. 114). E ancora: “… sono arrivati a S.Arcangelo unʼinfinità di tedeschi con moltissimi ufficiali, in unʼora hanno fatto sgomberare le scuole, lʼasilo e tutti i posti abitati dagli sfollati …” (ivi, p. 115).
(8) Notizie dettagliate sul recupero delle armi sono in alcune relazioni di comandanti SAP e GAP, in particolare di Giuliani, Galluzzi e Monti, pubblicate nel citato Guerra e resistenza a Rimini.
(9) A Montefiore Conca si recano Nozzoli, Arpesella, Quondamatteo, Galluzzi, Gianni Benzi, Giovanni Sesto Menghi, Ezio Pedrini, Mario Porcellini. Montefiore è scelta come base per una banda partigiana senza tenere conto della facilità di accesso nonché della vicinanza al mare e ad importanti linee di comunicazione; dopo il sopralluogo viene abbandonata ogni ipotesi di banda armata sulle basse colline riminesi.
(10) P. GRASSI – F. SUCCI, Cattolici riminesi, in “Il Ponte” 9 febbraio 1986. Per questo episodio lʼalbergatore Ezio Giorgetti ed il maresciallo Osman Oscar Carugno riceveranno onorificenze dallo Stato dʼIsraele. Ai primi di ottobre un gruppo di otto bellariesi dà vita ad una sezione del partito nazionale fascista che in poco tempo arriverà a contare una settantina di associati (testimonianza di Guerrino Caldiroli in: M. FOSCHI, Torneremo a riveder le stelle …. Tin bota, La Stamperia, Rimini 1995, p. 42 e segg.).
(11) I primi nuclei di partigiani in montagna saranno costituiti proprio da militari dellʼesercito in dissolvimento dopo lʼ8 settembre, e da prigionieri anglo-americani, russi, slavi, polacchi, come ricordano i testi scritti sulla brigata partigiana romagnola. Molti di questi militari provenivano proprio dalle caserme del Riminese, o da qui transitavano per essere avviati ai monti, attraverso la valle del Marecchia e quella dellʼUso. Si veda anche la già citata relazione Montella in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione, p. 133. Ad aiutare i militari a fuggire in montagna cʼerano quegli esponenti del movimento laburista che durante lʼestate abbiamo visto lavorare per il ritorno alla democrazia; liberal-socialisti e comunisti in questo momento puntano proprio sulla nascita di gruppi armati, aiutando i soldati a fuggire o inviando propri militanti in montagna.
(12) Mentre a Rimini la pacificazione non venne formalizzata, a Santarcangelo gli antifascisti firmarono un documento di reciproco rispetto con i repubblichini. Anche cinque comunisti firmarono il patto e per questo verranno espulsi dal partito (S. FLAMIGNI – L. MARZOCCHI, Resistenza in Romagna, cit., p. 117). Il PCI clandestino si rendeva conto della gravità di questi episodi; lʼispettore “Giulio” in un rapporto descriveva la situazione del partito a Rimini come poco incoraggiante, e riteneva che esso, dopo tali patteggiamenti, fosse “debole politicamente e poco energico” (citato in: R. TUTONE, Sindacato e lotte sociali, p. 74).
Maurizio Casadei, La Resistenza nel Riminese. Una cronologia ragionata, Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini, 2005#10 #12 #13 #1943 #alleati #antifascista #attendismo #CLN #comunisti #ebrei #ex #fascisti #Forlì #fronte #fucilazione #fuga #guerra #MaurizioCasadei #militari #MontefioreConcaRN #partigiani #prigionieri #provincia #Ravenna #Resistenza #riminese #Rimini #RinaldoBenigni #Romagna #SanMarino #SantarcangeloDiRomagnaRN #settembre #tedeschi #Valmarecchia #Viserba
-
La tempestiva azione del Gruppo Marina consentì di salvaguardare molte delle opere della Marina
La Marina fu anche protagonista nella liberazione di Venezia. Il 28 aprile il Gruppo Marina, che faceva capo al contrammiraglio Franco Zannoni, appartenente al Comitato Centrale Militare, alle dipendenze del C.L.N., entrò in azione sin dall’alba in concorso con le squadre dei gruppi dei partiti inquadrate per sestiere, riunite sotto il comando del capitano di corvetta Carlo Zanchi. Furono occupate le caserme San Daniele e Sanguinetti, l’ex comando della Marina Repubblicana, vari uffici distaccati, il circolo ufficiali, i Cantieri A.C.N.I.L. e Celli, il Magazzino viveri di San Biagio. Il Gruppo attaccò a mano armata l’Arsenale, disperdendo con il fuoco delle armi gli ultimi residui centri di resistenza del forte reparto della Marina tedesca che aveva protetto la fuga del comando tedesco dell’Arsenale. Fu lanciato un ultimatum che prevedeva che i tedeschi lasciassero l’Arsenale entro le 16, senza attuare il piano distruttivo previsto e senza far saltare la polveriera della Certosa. Poco prima dell’ora di scadenza fu alzata la bandiera nazionale sui pennoni delle torri e il capitano di vascello Rosario Viola, per delega del C.L.N., assunse il comando temporaneo dell’Arsenale, nominando il colonnello delle Armi Navali Alberto Gerundo direttore di Marinarmi e il tenente colonnello del Genio Navale Alfio Denaro, direttore di Maricost. La tempestiva azione del Gruppo Marina consentì di salvaguardare molte delle opere della Marina; l’Arsenale, in particolare i macchinari e i bacini, aveva già subito notevoli danni a opera dei tedeschi. Gli oltre trecento uomini della X MAS, con i loro ufficiali e l’armamento al completo, si asserragliarono nella caserma Sant’Elena; dovettero essere condotte lunghe trattative poiché essi richiedevano salvacondotti che li mettessero al sicuro dall’azione dei partigiani; cosa che il C.L.N. non voleva dare. Fu necessario un ultimatum dato il 29 per arrivare alla resa, che si svolse il 30, in concomitanza con l’arrivo dei reparti dell’Esercito regolare, dei commando alleati e degli NP della Marina. Grazie all’arrivo dei commando il Gruppo Marina di Lido poté procedere all’occupazione delle principali batterie, che fino ad allora avevano minacciato di aprire il fuoco sulla città, al disarmo del personale della Difesa e alla cattura dei numerosi mezzi della Marina Repubblicana, compresa una motosilurante.
Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale, Anno XXIX, 2015, Editore Ministero della DifesaL’ultima fase dell’azione partigiana a Venezia si intensificò nel mese di aprile del 1945, dopo che il 10 aprile le forze alleate avevano attaccato la Linea Gotica. A Venezia, ancora una volta, si ripresenta una situazione unica per gli spazi e le modalità con cui si svolse l’Insurrezione. L’obiettivo comune era quello di preservare la città nel suo complesso, nel suo patrimonio storico e artistico, nel suo patrimonio archivistico legato alle amministrazioni e ai ministeri fascisti, nel patrimonio industriale di Porto Marghera <230. L’andamento iniziale dell’insurrezione fu quindi lento, parziale, anche per timore delle rappresaglie e dell’isolamento di cui Venezia godeva rispetto al fronte militare di terra. In seguito, tra il 25 e 26 aprile, il moto insurrezionale si fece più forte, grazie ad un più convinto intervento della popolazione locale. Ancora fondamentale fu la rivolta dei detenuti che si tenne nel carcere di Santa Maria Maggiore il 26 aprile del 1945, e le insurrezioni operaie che si ebbero in molte fabbriche di Marghera. Nella notte del 27 aprile i volontari dei GAP e delle brigate cittadine riuscirono ad occupare la caserma di San Zaccaria <231. Solo agli inizi di maggio furono isolate e sconfitte le ultime cellule di fascisti che ancora presidiano i punti strategici o le caserme, come accadde con la X MAS a Sant’Elena <232, l’8 maggio del 1945. In questo clima avvenne quindi la mediazione con le forze tedesche grazie alla partecipazione, come mediatore, del patriarca Piazza, che non era mai stato vicino alla resistenza <233. L’intervento del patriarca come responsabile delle trattative fu promosso, oltre che per salvaguardare la città e i cittadini, anche per interessi politici di arginamento delle forze partigiane più a sinistra. Questo episodio fece discutere molti aderenti alla resistenza già all’epoca <234. Il 28 aprile, in Piazza San Marco, mentre le truppe alleate entravano in città, una grande manifestazione fece sventolare nel cielo il tricolore. Venezia era libera, la guerra era terminata.
[NOTE]
230 ERNESTO BRUNETTA, La lotta armata: spontaneità e organizzazione, in GIANNANTONIO PALADINI, MAURIZIO REBERSCHAK, GIUSEPPE TATTARA (a cura di), La Resistenza nel Veneziano, Università di Venezia, Istituto Veneto per la Storia della Resistenza, Venezia, 1985, p. 437.
231 Ivi, p. 439.
232 Ivi, p. 438.
233 MAURIZIO REBERSCHAK, I cattolici veneti tra fascismo e antifascismo, in EMILIO FRANZINA (a cura di), Movimento cattolico e sviluppo capitalistico, atti della giornata di studi (Venezia, 1974), Marsilio, Venezia, Padova, 1974
234 GIULIO BOBBO, La lotta resistenziale a Venezia, in GIULIA ALBANESE, MARCO BORGHI (a cura di) Memoria resistente: la lotta partigiana a Venezia e provincia nel ricordo dei protagonisti, Istituto veneziano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, Nuova Dimensione, Venezia, Portogruaro, 2005, p. 234
Francesco Donola, Armando Pizzinato: pittore partigiano, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023In quasi tutte le parrocchie, comunque, si verificarono scontri armati, più o meno accaniti, tra le parti: «I tedeschi parevano furie scatenate; sparavano in tutte le direzioni; si temeva quasi una rappresaglia»; a Noale, però, la nutrita sparatoria ingaggiata dai fuggitivi, col timore di un’imboscata, non ebbe risposta e «fu assicurato alle staffette tedesche libero il passaggio e così il paese non ebbe a soffrire alcun danno per la ritirata» <492. A quanto riportato dalle cronistorie, comunque, furono scongiurati tragici spargimenti di sangue e, all’arrivo degli alleati, il 30 aprile, il bilancio era di qualche caduto, in entrambi gli schieramenti, e qualche prigioniero tedesco arresosi. Fortunatamente, l’unico episodio di “rappresaglia” nei confronti della popolazione, si risolse, a Peseggia [frazione del comune di Scorzè, in provincia di Venezia], da parte di alcune SS, nell’atto di chiudere a chiave nel campanile, un gruppo di ostaggi. Nulla di paragonabile alle decine di vittime che, con il proprio corpo, protessero la ritirata nazifascista lungo quel tristemente famoso percorso, rievocato da Egidio Ceccato in “Il sangue e la memoria” <493. A differenza di quanto accadde in alcune parrocchie in corrispondenza di altri eventi significativi, quali, ad esempio, la caduta di Mussolini, questa volta, i curati non poterono esimersi dal celebrare con «festoso scampanio» <494 l’avvenuta liberazione, facendo da sfondo allo sventolio di bandiere e fazzoletti con il quale la popolazione dava sfogo al proprio entusiasmo.
[…] I contenuti di un volantino del C.L.N., rinvenuto fra gli incartamenti della prefettura repubblicana veneziana per l’anno 1945, fanno presagire il subitaneo riaffiorare delle contrapposizioni ideologiche in concomitanza con il volgere al termine della parentesi resistenziale e, di conseguenza di quella che fu, senza giri di parole, rassegnata convivenza e forzata collaborazione; i «corvi neri» “che un giorno si sono inchinati al fascismo e ne hanno incensato i capi e le loro opere tentano ora di spacciare la falsa moneta del loro patriottismo per usare della vostra opera e del vostro sacrificio […]. Stanno ancora col piede sui due piatti della bilancia, pronti ad abbandonarvi e negare se il vento dovesse cambiare direzione. Lavorano nel silenzio e nel mistero per non rilevare ora la loro identità. […] continuano la loro trama diretti da un papa già fascista, ora filo-inglese, domani ancora fascista se gli avvenimenti e l’interesse dovesse consigliarli [sic] di mutare bandiera”. All’esortazione «Diffidate dei preti!», seguivano i capisaldi della polemica anticlericale, ossia le accuse rivolte al clero di tenere i fedeli lontani dalla cultura «in stato di ignoranza, di inferiorità, perché non scopriate le loro menzogne per dominarvi con l’oscurantismo e la paura. […] Siate uomini e non schiavi della sottana nera» [27 gennaio 1945] <498.
[NOTE]
498 ACS, cit., cat. K42, b. 50, fasc. 92, «Venezia. Attività del clero».
492 Don E. Neso, Cronaca relativa alla parrocchia di Noale. Dicembre 1943-Giugno 1945, op. cit., p. 3.
493 E. Ceccato, Il sangue e la memoria, op. cit.
Daiana Menti, Il clero del Miranese dall’inizio del Novecento alla seconda guerra mondiale nelle sue relazioni con le pubbliche autorità, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2012-2013#1945 #aprile #Città #clero #CLN #curati #DaianaMenti #fascisti #FrancescoDonola #frazione #GiulianoManzari #Liberazione #maggio #Marina #Militare #MiranoVE_ #NoaleVE_ #parroci #partigiani #provincia #Resistenza #ScorzèVE_ #tedeschi #Venezia
-
Stragi nazifasciste in Val Sangone a maggio 1944
Le stragi di Pinasca, San Giorio e Sant’Antonino
Le perdite partigiane non si fermano all’arrestarsi del rastrellamento: i tedeschi continuano a mietere vittime fino al 18 maggio 1944: il primo episodio a Castelnuovo di Pinasca dove 12 partigiani (9 dei quali conosciuti, secondo Sonzini, 8 secondo l’ASN, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia) vengono fucilati dopo esser stati torturati. Le vittime, secondo l’ASN <64 sono Fiorini Nunzio, Issoglio Eraldo, Cattaneo Luigi, Bricarello Mario, Perino Romolo, Perino Severino, Pesando Vittorino, 5 ignoti: Cataldo Russo secondo Sonzini) più 4 ignoti <65.
A San Giorio i partigiani fucilati sono 5, tutti riconosciuti e operanti nelle bande della Val Sangone, due dei quali nativi di paesi appartenenti alla Valle (Coazze e Volvera) Del Martino Aurelio,Governato Vincenzo, Martoglio Valerio, Morello Pietro e Staorengo Giuseppe <66
La strage di Sant’Antonino, perpetrata <67 due giorni dopo, si inserisce nel medesimo contesto di terrore che i nazisti lasciano in Val Sangone attraverso la fucilazione di 17 ostaggi partigiani presi prigionieri durante il rastrellamento e tenuti prigionieri nella scuola elementare del piccolo paese al confine con la Val Susa. A cadere sono partigiani militanti sia nelle brigate valsangonesi sia nelle brigate valsusine; una coppia di fratelli, i Nissardi, giungono abbracciati al luogo dell’esecuzione <68. I rimanenti prigionieri, circa la stessa cifra dei giustiziati, vengono portati a Torino e poi deportati in Germania: questo l’elenco <69 delle vittime: Barella Romano, Cartei Nello, Chicco Giorgio, Cumiano Nicola, Fagiano Luigi, Grosso Nicola, Guglielmino Angelo, Leschiera Elio, Maritano Felice, Nissardi Gino, Nissardi Angelo, Priano Armando, Richiero Francesco, Righi Giuseppe, Servino Giovanni, Spinello Cesare e Vanni Bruno.
La strage di Forno
La strage di Forno [n.d.r.: in località borgata Ferria, del comune di Coazze (TO)], perpetrata il 16 maggio, presenta delle caratteristiche diverse rispetto alle esecuzioni sopra citate; i condannati non vengono giustiziati attraverso un colpo alla nuca o attraverso la fucilazione ma attraverso il lento e sofferente dissanguamento provocato da un fitto mitragliamento alle gambe tale da provocare una lenta e interminabile agonia. I condannati vengono vegliati costantemente da guardie armate per scoraggiare i civili dal prestare le cure ai condannati moribondi e sofferenti. Sono 26 i giustiziati, 7 ignoti; tutti combattenti in bande valsangonesi; 10 nella ‘Nicoletta’, 7 nella ‘Sergio’, uno nella ‘Nino-Carlo’ e uno nella ‘Genio’ <70. Questo l’elenco <71 dei martiri: Armando Pierino, Berruti Giuseppe, Dall’Oca Roberto, De Marchi Antonio, Galetto Aldo, Gaviati Guido, Guglielmi Giuseppe, Lipari Biagio, Mazzeo Salvatore, Medico Riccardo, Mingozzi Lamberto, Pasquale Nicola, Pavone Umberto, Ramo
Tornani Cesare, Riccarelli Ugo, Rolla Francesco, Ruffinatti Renato, Sibona Luigi, Stefanon Ettore Bruno, Vanni Curzio, Zaccarelli Anselmo, Zeglioli Luigi, Zuin Albano. Ignoti n 7.
L’allora sedicenne Maria Teresa Usseglio Mattiet ricorda di quell’episodio: “quando c’è stata la strage a Forno di Coazze avevo 16 anni, siamo andate noi ragazze con la signora Mimi Teppati a vedere cosa era rimasto, cercavamo di trovare segni distintivi, qualche oggetto particolare, oppure tagliavamo qualche pezzo di stoffa dai vestiti per far riconoscere i corpi dei ragazzi alle madri” <72.
L’assurda storia dell’eccidio di Forno si contraddistingue, dunque, per il sadismo e la crudeltà degli aguzzini e per le inenarrabili sofferenze che 26 ragazzi patiscono fino alla fine della loro lunga agonia.
Dopo l’operazione Habicht: altri 42 martiri
L’operazione Habicht termina il 18 maggio: a operazione finita, il 19 maggio, elementi della banda ‘Genio’ comandati dal partigiano Rinaldo Baratta <73 sparano e uccidono due ufficiali della Flak in transito sulla strada del Colle Braida. <74 Una settimana dopo, il 26 maggio, 31 partigiani vengono prelevati dal carcere ‘Le Nuove’ di Torino dove sono reclusi dal rastrellamento avvenuto la settimana precedente, accorpati ad altri dieci giovani partigiani rastrellati in valle, divisi in quattro gruppi e giustiziati. <75-76
Episodio di Giaveno: 11 fucilati <77
Baudino Ugo, Belletti Carlo, Bruno Carlo, Groppo Mario, Marocco Giovanni, Marconetto Giorgio, Marconetto Pietro, Medici Giovanni, Moine Andrea, Peticchio Salvatore <78 e Virano Vincenzo
Episodio di Valgioie: 10 fucilati <79
Bogiatto Giuseppe, Folis Domenico, Franco Ugo, Galetto Mario, Grisoglio Giovanni, Goffi Mario, Morra Giovanni, Nepote Terenzio, Perino Aldo e Ronco Angelo
Episodio di Coazze: 10 fucilati <80
Barral Severino, Bert Gioachino, Galeazzo Giorgio, Guastalla Romano, Mora Attilio, Quattrocolo Sergio, Remogna Leo, Silvestri Angelo, Storero Giuseppe e Vaira Giuseppe
Episodio della Bonaria: 11 fucilati <81
Cavallero Agostino, Ceresero Ugo, Cottini Renato, Romagnoli Brusa, Teobaldo Gatto Corinno, Gentili Orfeo, Maroncelli Giovanni, Rosso Giuseppe, Marocco Ugo, Serra Vittorio e Ravelli Attilio. I 42 martiri non provengono dalla sola Val Sangone: 19 nominativi su 42 trovati <82 del database Istoreto risultano provenire da vallate diverse; la maggior parte dalla Val Sangone, poi Chisone, Susa e Pellice. Anche l’orientamento politico non risulta conforme; accanto ai partigiani militanti nelle bande apolitiche della Val Sangone compaiono militi della banda Cattolica della Val Chisone, giellini e garibaldini.
La scia di sangue che i nazisti seminano in Val Sangone si conclude con altri partigiani giustiziati o deportati e con case distrutte dagli incendi o dai bombardamenti.
[NOTE]
64 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=983
65 Sonzini M. Abbracciati per sempre: Il rastrellamento del Maggio ’44 in Val Sangone e l’eccidio della Fossa Comune di Forno di Coazze. Gribaudo; 2004. p 55
66 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1038
67 La targa commemorativa presso Sant’Antonino di Susa reca la data 12/05 mentre l’ASN reca la data del 13
68 Sonzini M. Abbracciati per sempre, cit p 63
69 L’elenco, tratto da ASN coincide con quello contenuto nella targa commemorativa del comune di Sant’Antonino di Susa contenuta in https://www.comune.santantoninodisusa.to.it/it-it/appuntamenti/commemorazione-dell-eccidio-dei-17-martiri-in-via-abegg-68575-1-099dd53baee533c0b33208dccb2842d#; entrambi consultati il 21/02/24
70 Comunità montana Val Sangone. Ricordi ed immagini della Resistenza in Val Sangone, Tipografia commerciale; 1998, p 67
71 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1004
72 Intervista a Maria Teresa Usseglio Mattiet (n. 1928) al sottoscritto, rilasciata telefonicamente il 9/01/24
73 Fornello M., La Resistenza in Val Sangone, Tesi datt. Universit., 1962, p 73
74 ASN https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=2252
75 Il database dell’Atlante delle stragi nazifasciste non contiene gli episodi di Coazze e Bonaria, per cui l’unico testimone considerato è Sonzini, le cui informazioni sono in parte confrontate e tratte da Fornello, 1962, vengono citati prima gli episodi di Valgioie e Giaveno che dispone di confronto tra Atlante e Sonzini
76 I nomi delle vittime sono comunque stati riportati in relazione alle lapidi apposte sui luoghi delle fucilazioni visionate in loco
77 Così come riportato sulla lapide apposta in piazza Molines, a Giaveno
78 Nominativo comparso in piazza Molines ma non nell’Atlante che porta i partigiani giustiziati a 42 anziché 41
79 Elenco tratto dall’Atlante delle Stragi Nazifasciste poiché la lapide posta a Valgioie non presenta i nomi dei partigiani deceduti
80 Elenco tratto da lapide posta in loco in via XXV aprile a Coazze
81 Così come riportato sulla lapide commemorativa in strada Colle Braida.
82 Compilando le voci ‘data caduto’ e ‘provincia’ inserendo la data del 26/05/1944 e la provincia di Torino
Alessandro Busetta, La resistenza in Val Sangone e la divisione Campana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2022-2023#17 #18 #1944 #AlessandroBusetta #CoazzeTO_ #CumianaTO_ #GiavenoTO_ #guerra #maggio #naziste #partigiani #Piemonte #provincia #Resistenza #Sangone #stragi #Susa #tedeschi #Torino
-
I tedeschi avanzarono per le direttrici Pigna-Langan
Il centro urbano di Pigna (IM) visto da un’altura di CastelvittorioLa collaborazione civili-partigiani, che si concretizzò tante volte nel corso della lotta di Liberazione, fu determinante nei primi giorni di luglio 1944 a Castelvittorio (IM). Il paese rientrava nell’ambito di una vasta operazione di rastrellamento dei tedeschi, che tentarono in questo caso con ingenti mezzi lo sfondamento delle linee partigiane nel tentativo di creare una grande sacca in cui chiudere tutte le formazioni garibaldine e privarle, in tal modo, d’ogni via di fuga verso i territori piemontesi. Il 2 luglio i nazisti requisirono la preziosa farina, suscitando una reazione d’orgoglio in numerosi abitanti, che, come ricordava il parroco don Caprile, imbracciarono le armi con la parola d’ordine di difendere il paese. Iniziata la sparatoria, per circa 5 ore borghesi, armati di fucili di ogni specie, resistettero ad un contingente tedesco ben armato. Il giorno dopo il nemico trovò gli abitanti intenzionati a dare di nuovo battaglia. Erano schierate fianco a fianco più generazioni del paese. Tra i più maturi vi erano Mario Tucin [Mario Alberti, nato a Castelvittorio, classe 1896], Giuan Grigiun [anche Tumelin, Giovanni Orengo, nato a Castelvittorio, classe 1890], l’Acidu [Giuseppe Verrando, nato a Castelvittorio, classe 1886] e U Sociu [Giuseppe Caviglia, nato a Castelvittorio, classe 1892, morto il 16 dicembre a Castelvittorio in seguito a malattia contratta in servizio], buoni montanari, per lo più sulla cinquantina o sulla sessantina e vecchi combattenti dell’altra guerra mondiale, tutti tiratori infallibili per la loro lunga esperienza di cacciatori. Infine, i tedeschi se ne andarono, anche se gli abitanti di Castelvittorio furono tristemente consapevoli che quelli avrebbero fatto ritorno, come in effetti accadde nel mese di ottobre dello stesso anno.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999Vittò [n.d.r.: anche Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo] assunse il comando della V Brigata.
“Il raduno a Cima Marta del mese di luglio [1944] aveva maturato molte situazioni. Vittò aveva potuto vagliare i suoi uomini e capì che era giunto il momento di una organizzazione efficace dettata dalla esperienza di tante battaglie. Si profilava indispensabile l’unità di comando e il coordinamento delle singole azioni per un risultato non solo migliore, ma veramente fruttuoso, meta di una preparazione e di una azione, che erano il risultato di un piano previsto e preparato. L’incontro di tutti i comandanti delle bande aveva portato ad un colloquio realista e sincero. Innegabilmente tutti gli uomini di Vittò riconoscevano in lui il Comandante, la guida, l’incitatore, il personaggio capace di incentrare il sogno comune e l’esecutore riconosciuto di progetti e di azioni. Si studiò la possibilità di una organizzazione con quadri precisi e con una circoscrizione territoriale ben definita, autonoma, sotto il suo comando. Tutti riconoscevano in lui il capo, l’organizzatore, la guida ed attendevano da lui ordini precisi con dichiarazione di obbedienza e di fidata collaborazione. […] Vittò in quella circostanza realizzava in pieno il suo sogno. Seppe stringere intorno a sé tutti i suoi uomini e soprattutto seppe dare fiducia a tutti i comandanti dei distaccamenti. Anche gli ufficiali di Triora, del gruppo di Zoli, che non volevano essere legati a nessuno, compresero le intenzioni serie di Vittò, che galvanizzavano tutti i suoi uomini, ed aderirono incondizionatamente al movimento partigiano”. <38
Tornando al 3 luglio [1944], in seguito agli scontri avvenuti a Rocchetta Nervina e a Castelvittorio, i tedeschi si diressero verso Langan. Il loro intento era quello di accerchiare tutte le forze garibaldine della val Nervia e della valle Argentina. La linea difensiva partigiana era praticamente costituita dalla IV e dalla V Brigata. A quel punto Vittò chiamò a raccolta tutti i comandanti dei vari distaccamenti e comunicò loro che era in corso un grande rastrellamento da parte delle forze nemiche. Fece presente l’ingente impiego di uomini e di armi <39 da parte dei nazifascisti, fermamente intenzionati a mettere la parola fine sul movimento partigiano della zona. Nel corso della riunione, il comandante Ivano chiese a tutti di esprimere il loro parere sulle misure da adottare. Quasi tutti concordarono sulla necessità di dar vita a uno sganciamento momentaneo dalle posizioni per fare in modo che il nemico non riuscisse a mettere in atto la sua tattica. A quel punto Vittò diede disposizione di ripiegare dietro Langan [n.d.r.: nel comune di Castelvittorio (IM)], verso colle Melosa e Cima Marta. I tedeschi avanzarono per le direttrici Pigna-Langan, Loreto-Triora, Drego-Andagna e Taggia-Badalucco-Molini di Triora. Vittò comandava il reparto formato da circa 150 uomini che si trovava sulla linea difensiva di Carmo Langan e si estendeva dal valico della rotabile Pigna-Molini fino a Carmo Binelli, per una lunghezza di circa un chilometro e mezzo.
[NOTE]
38 Ermando Micheletto (Dal diario di “Domino nero”), La V Brigata d’assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”, Edizioni Micheletto, Arma di Taggia, 1973, pagg. 152-153.
39 Oltre alle armi pesanti e ai mortai, furono impiegati anche i cannoni.
Romano Lupi, Vittò. Giuseppe Vittorio Guglielmo, Quaderni sanremesi, Sanremo, 2011, pp. 141,142Infatti il 4 e il 5 luglio 1944 l’avanzata tedesca riprese e si concluse.
Non avevano deciso per quel tempo un rastrellamento fino agli alti monti. Considerata la situazione, Leo [Vittorio Curlo], non conoscendo l’esatta posizione dei luoghi che portavano a Cima Marta, dove era stato stabilito il raduno, preferì ripiegare su Melosa, Belenda, Goletta, Gerbontina. Passò quindi in Valle Argentina, arrivò sino a Verdeggia e puntò deciso verso Piaggia [Frazione di Briga Alta, in provincia di Cuneo]. Aveva così potuto constatare la percorribilità delle zone. Gli giunse subito la notizia del ritiro dei tedeschi e ritornò. Con lui, tra gli altri, ricordo che c’erano Panatum, Seccatore, Ormea. don Ermando Micheletto, La V Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975#1944 #CarmoLangan #CastelvittorioIM_ #fascisti #GiuseppeVittorioGuglielmo #luglio #partigiani #PignaIM_ #RomanoLupi #tedeschi #Vittò
-
Antifascisti cattolici arrestati tra Milano e Lecco a primavera 1944
Mentre sull’orizzonte politico si stavano profilando tali importanti cambiamenti, la lotta, in Lombardia, nella primavera del 1944, era nel pieno del suo “suo corso” <655 e si stava ulteriormente inasprendo.
Il 26 aprile venivano arrestati Carlo Bianchi e Teresio Olivelli, due antifascisti cattolici collegati al Cln di Milano e ispiratori del foglio clandestino «Il Ribelle». La loro cattura era stata dovuta alla delazione di un conoscente, il medico Giuseppe Jannello che, frequentatore come Bianchi della Fuci, era stato fermato dalla polizia lo stesso giorno. Durante un interrogatorio in carcere, il dottore aveva ceduto a seguito di quello che avrebbe più tardi definito un “atto di viltà”, del quale avrebbe chiesto venia <656. Sottoposto alle pressioni degli inquirenti, che minacciavano ritorsioni contro la madre malata, si era piegato a confessare i nomi dei responsabili del giornale di ispirazione cattolica. I fatti sono stati minutamente ricostruiti dalla figlia di Carlo Bianchi, Carla Bianchi Iacono, la quale, in “Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana”, ha scritto che Giuseppe Jannello, nel tardo pomeriggio del 26 aprile, sotto costrizione, aveva telefonato all’abitazione di Via Villoresi (n.24), di proprietà dell’ingegner Bianchi, chiedendogli un appuntamento urgente in Piazza San Babila per la mattina successiva alle 12.30. Contestualmente, Jannello lo aveva invitato a condurre con sé anche Teresio Olivelli, suo ospite – come prima di lui Jerzi Sas Kulczycki – nonché fondatore con Luigi Masini e Carlo Basile delle Fiamme Verdi. I due amici, recatisi all’incontro, erano stati arrestati dai militi dell’Ufficio Politico Investigativo, comandati dal “dottor Ugo”, ed erano stati ristretti nel VI° raggio del carcere di San Vittore, rispettivamente nella cella n.19 e n.142, con l’accusa di propaganda a mezzo de «Il Ribelle». A una settimana dall’arresto, due funzionari dell’Ufficio speciale di polizia – dipendenti di quello stesso Luca Ostèria – avevano bussato alla porta dell’abitazione di Bianchi per procedere a una perquisizione: gli inquirenti speravano di trovare in casa sua ulteriori prove d’accusa, ma erano riusciti a sequestrare solo volantini della Fuci. Bianchi e Olivelli, tenuti rigorosamente separati l’uno dall’altro per più di venti giorni, avevano scovato ugualmente un modo per comunicare. A dimostrazione dei contatti intercorsi tra i due amici, c’era il primo messaggio, fatto recapitare da Bianchi alla propria famiglia, che portava sul retro uno scritto di Olivelli. Non solo: Bianchi era riuscito addirittura a incontrare “[Agostino] Gracchi” in una situazione del tutto eccezionale: “Ho potuto perfino fare una scappatina nella cella di Gracchi [Olivelli] (è stato arrestato insieme a me) e abbiamo fatto una chiacchierata molto utile: vi saluta tanto anche lui, dice che i suoi non sanno ancora niente, di non avvertirli però per evitar loro il dolore, se mai venissero a cercarlo da voi preparate suo padre
con bei modi e ditegli tutto. La sua posizione non è grave per ora, e spero se la cavi con poco” <657. Il 9 giugno i due prigionieri sarebbero stati condotti nel campo di Fossoli, da dove Bianchi non avrebbe mai più fatto ritorno e Olivelli sarebbe stato deportato prima a Bolzano, poi a Hersbruck, per morire in quel campo di concentramento tedesco il 17 gennaio del 1945.
Anche il gruppo del Cln di Lecco e quello della missione americana dell’Oss sarebbero caduti nel mese di maggio nella rete dei nazifascisti e portati il 9 giugno a Fossoli, insieme ad alcuni membri dell’organizzazione Reseaux Rex e ai militari del Vai detenuti a San Vittore.
Una “domenica mattina” <658, a Maggianico, nell’abitazione di Giulio Alonzi, si era presentato da solo Antonio Colombo, uno dei suoi collaboratori lecchesi (insieme a Franco Minonzio, impiegato presso la ditta Badoni, e Luigi Frigerio, detto “Signur” <659, meglio conosciuto come il “Cristo” <660). Colombo aveva avvertito Alonzi che due russi, ex prigionieri, lo aspettavano in casa di gente amica, al Garabuso, sopra Acquate. Inforcate le biciclette, Colombo e Alonzi erano giunti a villa Ongania, di proprietà delle sorelle Villa (Caterina, detta “Rina”, Angela, Erminia e Carlotta), dove avevano trovato, “in compagnia del Frigerio” <661, i due russi. Erano così venuti a sapere da questi della
disponibilità, manifestata da una cinquantina di loro connazionali impiegati alla Todt a Milano, a far parte di una formazione partigiana e a “trasportare a Lecco un certo quantitativo di esplosivo e di bombe a mano” <662. Si erano infine congedati dai russi in attesa di prendere una decisione a riguardo. A loro parere, gli ex prigionieri in questione avrebbero dovuto raggiungere la città auspicabilmente “a scaglioni di sei per volta per ragioni di opportunità” <663. Pensando che il capo naturale della costituenda formazione non potesse che essere Voislav Zaric <664, un sottufficiale serbo, ex-prigioniero delle truppe italiane, a capo di un piccolo raggruppamento di dieci uomini, prevalentemente serbi e croati, attivo nell’alta Valle Brembana e in Val Taleggio, Alonzi si era fatto combinare con lui un appuntamento da Mario Colombo, il sarto antifascista di Zogno, che faceva per quella zona “da trait d’union del Comitato” <665. Zaric era rimasto entusiasta all’idea di poter ingrossare le fila della sua formazione onde “fare qualche azione nella valle” <666. Di qui la programmazione di una riunione da tenersi in casa Villa per il successivo 12 maggio, allo scopo di “concretare le modalità per mettere in salvo gli ex prigionieri” <667. All’incontro sarebbero stati presenti anche i tre paracadutisti della missione radio clandestina americana, lanciati dall’Oss in Val Brembana alcune settimane prima: Emanuele Carioni, Piero Briacca, e l’italo-americano Louis Biagioni. Questi ultimi, però, assistettero “casualmente alla riunione perché erano solo ospiti dalle Villa, tanto che non avrebbero preso parte “alle […] trattative e agli accordi” <668. Louis Biagioni, newyorkese di nascita, era stato formato in America, “a Sioux Falls S. Dakota” <669, come radiotelegrafista. Spinto dal “desiderio di curiosità e dell’avventura”, aveva accettato sin dal 1942 di entrare nell’Oss, “senza sapere precisamente quali scopi e lavori” ne sarebbero derivati “per una tale appartenenza” <670. Sbarcato a Palermo, dopo due settimane di addestramento alla radio trasmittente e ricevente, era stato trasferito a Brindisi, dove era rimasto per quattro mesi, fino alla partenza per l’Italia del Nord, avvenuta ai primi di aprile 1944. Emanuele Carioni, suo compagno di missione, era un ragazzo di soli ventidue anni, alto e biondo, nativo di Misano di Gera d’Adda. Egli aveva frequentato il corso allievi ufficiali di complemento a Nocera e ne era uscito con il grado di sottotenente. Chiamato alle armi, il 27 febbraio 1941 aveva prestato servizio presso il 24° Reggimento artiglieria Piacenza. Inviato poi in forza del 184° Reggimento di artiglieria “Nembo” in Albania, aveva avuto modo di verificare lì la politica sconsiderata del fascismo. Era stato proprio in Francia, in Jugoslavia, in Grecia, in Russia che, a fronte delle efferatezze perpetrate dal regime nazifascista, molti soldati italiani avevano conosciuto la guerra partigiana. Già nel giugno 1942, scrivendo una lettera alla sorella Ersilia dal fronte jugoslavo, Emanuele si esprimeva in questo modo: “da un momento all’altro noi potremo dover guardare a questa bandiera che sventola come al simbolo di un nemico. Tutto ciò non mi sgomenta e con calma penso alla casa, alla Patria lontana. Ti dico questo non per drammatizzare le cose, ma perché tu sappia quale sarà la mia linea di condotta nel caso che tali eventi dovessero succedere” <671.
[…] I guai per i protagonisti della vicenda erano ormai “maturati”. I russi si sarebbero in breve rivelati spie, con il conseguente collasso dell’intera rete clandestina che aveva avuto base a villa Ongania. Il 17 maggio sera erano a casa delle Villa, oltre a Emanuele e Louis, “undici partigiani” che poi sarebbero risultati nazifascisti. “Tra questi c’erano spie della SS tedesca”, avrebbe ricordato Caterina Villa in una memoria depositata oggi presso l’archivio dell’Anpi di Lecco: “Mirko e Boris e Resmini, quest’ultimo spia italiana al servizio dei tedeschi al comando SS di Bergamo” <688. E così, mentre il giovedì 18 mattina Mirko aveva accompagnato Emanuele Carioni per Milano e lì lo aveva fatto arrestare con Maria Prestini, contestualmente Sandro Turba, presentatosi in casa di Colombo, lo aveva avvertito che presso le donne erano sopraggiunti “alcuni individui da convogliare verso la montagna […] accompagnati dal Boris” <689. Giunto sul posto, Antonio non aveva però trovato la persona indicata, ma un triestino del tutto sconosciuto. Non sapendo come regolarsi, era tornato indietro, pregando le sorelle di ricontattarlo all’arrivo del russo. Di sera, ricevuta la telefonata, era così tornato in casa delle Villa dove il Boris <690, in compagnia di Mirko, gli aveva comunicato l’arrivo a Lecco di un camion con armi e munizioni diretto in Val Taleggio. I due russi, mentre si accingevano, insieme a Colombo, a recarsi in città, si erano qualificati di fronte all’uomo come agenti della polizia tedesca e lo avevano fatto arrestare. All’alba del 19 tedeschi delle SS, guidati dai due russi, dopo aver iniziato una sparatoria, avevano poi preso nella rete l’americano Louis, e le sorelle Rina, Erminia e Carlotta. Si erano salvati Angela, che era a Barzio, e Pietro Briacca, mentre era rimasta piantonata ad Acquate l’anziana madre delle Villa la quale, malata,
era stata costretta a lasciare l’abitazione <691. Ha raccontato Alonzi poi circa la conseguente cattura di Voislav Zaric e di Candida Offredi: “Avvenne che una sera Antonio fu chiamato al Garabuso e arrivato al Caleotto, lo arrestarono. Poi i tedeschi arrestarono le tre sorelle Villa Ongania e si insediarono nella loro casa. Arrivò Zaric e la partigiana di collegamento, Candida [Offredi]. Presi anche loro. Antonio riuscì a farmi sapere che dovevo filare subito. […] Tutti finirono a Fossoli. Zaric e le donne furono poi mandati in un lager. Zaric passò per il Cellulare e in una cella del Quinto raggio aveva graffito il suo nome sui muri, più e più volte. In quella cella finii anch’io più tardi e i graffiti mi ricordarono tante cose” <692. Boris e Mirko, che avevano condotto le SS tedesche al Garabuso, si erano insediati in casa delle donne in attesa dell’arrivo di Zaric e della Offredi, sua accompagnatrice; solo Alonzi si sarebbe salvato, avvertito all’ultimo momento da Colombo. Emanuele Carioni, entrando il 19 maggio nel portone della Casa circondariale, con sua grande sorpresa, si era trovato così davanti l’amico Louis, ivi tradotto dalle guardie. Emanuele “era un po’ pallido come eravamo tutti noi presi in quella retata” – avrebbe ricordato Biagioni -, a causa del pensiero “della sorte che ci aspettava. Ci demmo uno sguardo di incoraggiamento, ma non si poté parlare” <693.
[NOTE]
655 Una lotta nel suo corso: così Ragghianti aveva suggerito di intitolare la raccolta di saggi pubblicati da Neri Pozza Editore nel 1954.
656 “Il dottor Jannello sarebbe poi liberato il 10 giugno, giorno successivo all’invio del gruppo de «Il Ribelle» al campo di Fossoli. Il suo tradimento era stato premiato con la libertà. La lettera scritta da Jannello il 28 maggio con la confessione del suo atto di viltà non è reperibile. Il suo contenuto però trova conferma nell’intervista rilasciata dalla prof. Nina Kaucisvili il 25 gennaio 1995: “[…]. Secondo la Kaucisvili, Jannello appena uscito dal carcere, verso la fine di giugno, si recò a una riunione della Fuci, raccontò tutto chiedendo perdono e giustificandosi dicendo che non si era reso conto della gravità di ciò che aveva fatto. Don Ghetti in seguito invitò tutti a evitarlo perché lo riteneva un elemento pericoloso per l’organizzazione”. C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, Milano, Morcelliana 1998, pp. 125-6.
657 C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, cit., p. 130.
658 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
659 ibidem.
660 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni e di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
661 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2. Si veda anche G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
662 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
663 ibidem.
664 Voilsav Zaric era stato catturato a Lubiana nel 1941 dalle truppe italiane, inviato a Gorizia, in Sardegna e poi nel campo per prigionieri di guerra della Grumellina (n.62) a Bergamo da dove era evaso il 10 settembre con altri slavi sulle montagne vicine.
665 Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, in copia. Archivio privato famiglia Carioni.
666 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
667 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
668 Verbale di interrogatorio di Zaric Voislav. Archivio privato famiglia Carioni.
669 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
670 ibidem.
671 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942. Archivio privato famiglia Carioni.
688 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
689 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
690 Era Boris un ragazzo di 24 anni, “piccolo, naso dritto, capelli bruni, occhi chiari”, mentre il suo compagno, Mirco, di 30, detto “il biondino”, “piccolo, biondo, occhi chiari, naso normale”. Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, Archivio privato famiglia Carioni.
91 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
692 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, pp. 79.
693 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942, Archivio privato famiglia Carioni.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023#1944 #Acquate #alleati #antifascisti #Bergamo #Brembana #CarloBianchi #cattolici #EmanueleCarioni #ex #fascisti #FiammeVerdi #FrancescaBaldini #Garabuso #GiulioAlonzi #guerra #IlRibelle #Lecco #Lombardia #LouisBiagioni #LucaOsteria #maggio #Milano #missione #OSS #partigiani #prigionieri #province #ReseauxRex #Resistenza #russi #sorelle #spie #Taleggio #tedeschi #TeresioOlivelli #VAI #Valle #VillaOngania
-
Nei giorni successivi la formazione partigiana passa al comando di Stefano Carabalona
Rocchetta Nervina (IM): uno scorcioArturo Borfiga portò 12 russi al Dst. di Leo e un’altra volta un mulo con 2 mitragliatrici, di cui aveva infilato le canne nei pantaloni. Leo sgozzò l’ufficiale repubblichino che dai pressi del cimitero di Camporosso faceva sparare su Rocchetta Nervina. Quando a Vallecrosia il giorno del suo ferimento aprì la porta agli uomini dell’UPI era riuscito a mettere la mano sulla pistola del nemico, deviando il colpo partito nella colluttazione. Stefano “Leo” Carabalona era nato a Rocchetta Nervina (IM) il 10 gennaio del 1918. Dopo aver conseguito la maturità classica a Mondovì (CN), nell’imminenza della guerra fu chiamato alle armi ed inviato a Pola presso l’allora esistente scuola allievi ufficiali di complemento dei bersaglieri. Quale sottotenente dei bersaglieri partecipò alla campagna di Albania ed alla guerra in Grecia, dove venne decorato con una medaglia di bronzo al V.M. Promosso per merito straordinario tenente ed infine ferito più volte in combattimento, in seguito alle lesioni riportate nell’ultima delle ferite (schegge all’occhio sinistro) venne rimpatriato a Firenze presso l’ospedale militare. Congedato al termine della convalescenza, tornò a Rocchetta Nervina, ma nel 1941 in vista della campagna di Russia si arruolò volontario quale ufficiale di fanteria ed assegnato alla divisione celere “Legnano”. Rientrò in Italia a piedi con pochi superstiti della compagnia di cui era comandante. Nel 1943 si sottrasse alla chiamata della R.S.I.: per vendetta fu incendiata la casa di famiglia in Rocchetta Nervina, ma fortuite circostanze impedirono al fuoco di propagarsi e la casa si salvò. Sono rimaste sul pavimento di una stanza, visibili a tutt’oggi, le tracce di quelle fiamme. Massimo Carabalona, figlio di Stefano Carabalona, email del 23 dicembre 2021
Nella Valle Nervia alcuni ufficiali cercarono rifugio e sicurezza a Rocchetta Nervina, dove il tenente Stefano Carabalona [“Leo“], residente in loco, cercava di organizzare gli sbandati e di procurare il maggior numero di armi possibili. don Ermando Micheletto, La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
L’8° distaccamento giunge a Rocchetta Nervina verso il 20 giugno [1944]. È comandato da Alfredo Blengino (Spartaco) che il giorno 23 dello stesso mese, lancia un proclama alla popolazione del paese ringraziandola per la solita buona accoglienza fatta ai partigiani ed invitandola ad appoggiare, nella maggior misura possibile, l’azione di chi combatte per la libertà […] Gli uomini della formazione ammontano ad una ventina, ma, in pochi giorni, il numero degli effettivi è pressocchè raddoppiato mentre viene notevolmente migliorata l’organizzazione del distaccamento. L’armamento consiste in fucili e moschetti. L’8° distaccamento opera nella Val Roja, procurando notevoli difficoltà al traffico delle truppe nazi-fasciste. Nei giorni successivi la formazione passa al comando di Stefano Carabalona (Leo) che si trova subito impegnato in un durissimo combattimento.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) – Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, p. 154[…] il mese di luglio si aprì con un rastrellamento tedesco a largo raggio, essenzialmente rivolto verso Rocchetta Nervina (IM), Castelvittorio, Molini di Triora e Langan.
La difesa di Rocchetta Nervina, che si protrasse dal 1° al 4 luglio 1944, ebbe luogo soprattutto ad opera dell’8° Distaccamento della IX^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Felice Cascione”, che da circa una settimana era attestato nel paese. […] Per alcune ore il combattimento si protrasse con alterne vicende ed alle 12 i nazifascisti si ritirarono, accusando la perdita di un centinaio di uomini.
La difesa del paese venne fiaccata il giorno successivo, 4 luglio 1944, ad opera di 800 uomini di truppa che, occupato il paese, lo saccheggiarono. Alla sera rimase sul selciato un ingente numero di vittime.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999Ma il tedesco pagò ben caro il suo successo, perché non meno di 180 uomini furono messi fuori combattimento… Fra coloro che maggiomente si distinsero sono da ricordare il vecchio “Notu” che, benché fosse rimasto ferito due volte, continuò a lottare fino all’esaurimento delle sue munizioni, Longo [Antonio Rossi], Falce [G.B. Basso], Colombo, Filatri [Gennaro Luisito Filatro, nato il 24 giugno 1917 a Civita (CS), già sergente maggiore del Regio Esercito, ufficiale addetto alle operazioni di distaccamento, passò poi in Francia al seguito di Carabalona], il giovanissimo Arturo [Arturo Borfiga] ed il prode Lilli [Fulvio Vicàri], che doveva più tardi immolare la sua giovane esistenza per la causa della liberazione.
Stefano Carabalona (Leo) in Mario Mascia, L’epopea dell’esercito scalzo, A.L.I.S., 1946, ristampa del 1975 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di ImperiaIl rastrellamento di luglio [1944] da parte dei nazifascisti non fu lungo. ll Comandante Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo] aveva ordinato ed organizzato una ritirata di emergenza e dava ordini precisi ai vari comandanti dei distaccamenti di attendere i suoi ordini. Radunò lo Stato Maggiore e studiò nei minimi particolari un attacco alla caserma di Pigna (IM)
[…] Il distaccamento di Stefano Leo Carabalona [poco tempo dopo comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] dalla parte di Rocchetta Nervina (IM), con Lolli [Giuseppe Longo, poco tempo dopo vice comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato], doveva vegliare con i suoi uomini la strada Dolceacqua-Pigna.
don Ermando Micheletto, Op. cit.Verso la fine d’agosto 1944, in concomitanza con l’avanzata degli eserciti alleati sbarcati in Provenza, la V^ Brigata Garibaldi, forte ormai di oltre 950 uomini, iniziò un’azione convergente su Pigna, tenuta da un centinaio di militi repubblicani e centro delle difese nazi-fasciste della zona di montagna… In quei giorni si distinsero i distaccamenti di Gino (Gino Napolitano), di Leo (Stefano Carabalona), e di Moscone [Basilio Mosconi]. Alla fine il nemico rinunciò a difendere le sue posizioni di Pigna: evacuò il paese e si ritirò su posizioni più arretrate (Isolabona – Dolceacqua), abbandonando nella fuga precipitosa armi e munizioni che furono recuperate dai nostri e che andarono ad arricchire l’esiguo armamento di cui la brigata era provvista. Venne occupata Pigna, dove si stabilì il comando dei partigiani, si nominò un’amministrazione provvisoria e si provvide a munire la difesa della zona sia per poter riprendere gli attacchi verso la costa ed in direzione del fronte francese che si andava spostando verso est, sia per far fronte ad eventuali contrattacchi nemici. Infatti il I° distaccamento prese posizione su Passo Muratone alla destra dello schieramento per impedire puntate provenienti da Saorge (Francia); il V° distaccamento, al comando di Leo, occupò la stessa Pigna, posta al centro dello schieramento, distaccando una squadra di venti uomini a Gola di Gouta a guardia della strada. […] A Pigna, nel frattempo, era giunta una missionecomposta, di numerosi ufficiali “alleati”, accompagnati da un corrispondente di guerra canadese.
La missione studiata la zona, avrebbe dovuto proseguire per la Francia passando attraverso le maglie delle linee tedesche fra Gramondo e Sospel.
Mario Mascia, Op. cit.Durante il periodo di attesa a PIGNA il comandante dei Partigiani della zona noto come LEO ci parlò della possibilità di passare in FRANCIA in barca da VENTIMIGLIA e suggerì di inviare uno dei suoi uomini sulla costa per fare delle indagini… I pescatori ci portarono vogando, senza ulteriori incidenti, in 3 ore e mezza a Monte Carlo [Monaco Principato] dove sbarcammo [quindi, approssimativamente alle ore 4 del 9 ottobre 1944, data in ogni caso indicata da Brooks Richards, Secret Flotillas, Vol. II, Paperback, 2013] e ci arrendemmo alla guarnigione F.F.I. La mattina seguente guidammo fino a Nizza e facemmo rapporto al Maggiore H. GUNN delle Forze Speciali … A Nizza informammo il Colonnello BLYTHE del quartier generale della task force della settima armata americana…
capitano G. K. Long, artista di guerra, documento britannico Mission FlapAd ogni modo presi contatto con Leo, che era appunto sbarcato in Francia in quel tempo… [parole del capitano Robert Bentley, ufficiale alleato di collegamento con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] Mario Mascia, Op. cit.
Il maresciallo Reiter fece accompagnare da due agenti in borghese la staffetta Irene [in questa versione dei fatti la persona, costretta dai nazisti a fare da esca per attirare in trappola i due partigiani] verso la casa di Vallecrosia, dove “Leo” e “Rosina” [Luciano Mannini], ignari, aspettavano il ritorno di chi li aveva traditi [in altre versioni della narrazione di questo tragico evento emerge, invece, una casuale scoperta di collegamenti clandestini da parte degli apparati nazisti di controllo] …
“Leo” [responsabile, al momento cui si riferisce la presente testimonianza, dell’Ufficio Informazioni Militari della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”] restò gravemente ferito [era il giorno 8 febbraio 1945]. Ma anche i due agenti nemici versarono in fin di vita. “Leo” e “Rosina” fuggirono per vie diverse eludendo anche il successivo rastrellamento tedesco. “Leo” trovò rifugio nella clinica Moro sulla via Romana, dove venne medicato ma non ricoverato. Il partigiano Lotti, probabilmente avvisato da “Rosina”, o non so come, avvisò il nostro CLN di Bordighera che “un agente americano” era stato ferito e si trovava alla clinica Moro. Insieme a Renzo Biancheri “U Longu”, prelevammo “Leo” dalla Clinica Moro [n.d.r.: che era stata trasferita dal 2 gennaio 1944 a Villa Poggio Ponente di Vallecrosia] e lo portammo all’ospedale di Bordighera. Riuscimmo a ricoverarlo con un tragico stratagemma. Per i ricoveri con ferita i medici dovevano dichiarare se la ferita era stata causata da scheggia di bomba o da colpo d’arma da fuoco. All’ospedale “Leo” venne curato da due medici che conoscevo bene, il dr. Giribaldi e il dr. Gabetti, e assistito dalla caposala, infermiera Eva Pasini. Il dr. Gabetti mi disse che difficilmente “Leo” sarebbe sopravvissuto e che quindi conveniva ricoverarlo come “ferito da colpo d’arma da fuoco” e non rischiare la vita quando la polizia fascista avesse preso conoscenza del referto. Così fu fatto: “Leo” fu ricoverato e gli vennero prestate le prime cure. La Pasini mi prese da parte e mi disse che “Leo” si sarebbe potuto salvare; e che se non era morto fino ad allora sarebbe potuto sopravvivere e a quel piìunto avrebbe dovuto subire l’inevitabile interrogatorio dei nazifascisti. Il pericolo era grave e serio: “Leo” era a conoscenza di importanti particolari della struttura dei servizi di informazione. Io e Renzo Biancheri, “Rensu u Longu”, accompagnammo “Leo” giù per le scale dell’ospedale e sulla canna della mia bicicletta lo portai a casa di Renzo, dove lo nascondemmo in cantina.
Avvisammo il dr. De Paolis, che si prese cura di “Leo”: lo curai con delle flebo che gli iniettavo nelle cosce perché non ero capace di infilare l’ago nel braccio.
All’interno del CLN il fatto suscitò scalpore e innestò una approfondita discussione, che evidenziò la urgente necessità di cautelarsi con le forze alleate della vicina Francia per una maggior collaborazione e soprattutto coordinamento. Curammo “Leo” come era possibile, ma le sue condizioni permanevano critiche. Con il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia predisponemmo una barca per il trasporto in Francia. Il Gruppo Sbarchi era stato creato dal nostro CLN, che mi incaricò ufficialmente, con tanto di credenziali dell’Alto Comando, di rappresentare la Resistenza Italiana presso il comando alleato e di coordinare le loro azioni alle nostre esigenze. Alla sera convenuta imbarcammo “Leo” e Luciano “Rosina” Mannini; con Renzo “U Longu” [Biancheri] iniziammo a remare verso la costa francese. Il dr. De Paolis, viste le condizioni ormai gravi di “Leo”, mi aveva incaricato di iniettargli una fiala di adrenalina: con questa adrenalina in corpo “Leo” affrontò il viaggio. Giungemmo nel porto di Monaco, dove fummo subito presi in consegna dalle sentinelle algerine e portati all’Hotel de Paris, sede del comando francese. Riuscimmo a far ricoverare “Leo” a Nizza, ma per il resto insistetti non poco per contattare il comando inglese o quello americano, che erano gli autori della missione in Italia di “Leo”. Renzo ”Stienca” Rossi in Gruppo Sbarchi Vallecrosia, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia <Comune di Vallecrosia (IM) – Provincia di Imperia – Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)> di Giuseppe Mac Fiorucci]26 febbraio 1945 – Dal C.L.N. di Bordighera, prot. n° 2 al comandante Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] – Informava che il Comitato era entrato in contatto con il garibaldino Leo [Stefano Carabalona, già comandante di distaccamento partigiano e protagonista di eroici episodi, quali il suo contributo alla valorosa, ancorché vana difesa di Rocchetta Nervina (IM) e di Pigna (IM); artefice del ritorno da Ventimiglia (IM) via mare, con l’intervento finale di Giulio “Corsaro/Caronte” Pedretti e di Pasquale Pirata Corradi (detto anche Pascalin), ma con l’aiuto di molte altre persone, alle loro fila di alcuni ufficiali della missione alleata Flap; responsabile, al momento cui si riferisce la presente testimonianza, della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] del Secret Service [OSS statunitense] inviato a Vallecrosia dagli americani per avere notizie sulla 28^ linea; che Leo era poi stato ferito da agenti dell’U.P.I. [Ufficio Politico Investigativo della Repubblica di Salò] in seguito a una delazione del suo radiotelegrafista; che Leo era riuscito a fuggire dall’ospedale di Bordighera; che era stato prelevato da uomini del C.L.N. e ricoverato in luogo segreto in attesa di essere trasferito in Francia; che Leo aveva riferito di essere passato il 10 dicembre 1944 in Francia, che Leo aveva scritto una lettera, allegata al documento in parola, per il comandante Curto, lettera in cui Leo aveva scritto: “Era mia intenzione di recarmi presso di te per poterti dire qualche cosa che interessava sia te personalmente, sia il complesso di tutta la Divisione [II^ Divisione “Felice Cascione”]. Io sono partito per la Francia il 10 dicembre; giunto colà presi contatto con il Comando Americano di Nizza con il quale già ero in relazione da circa due mesi; presi pure contatto con il capitano inglese Bentley, il quale volle sapere da me vita e miracoli di tutti i capi: io dissi il più poco possibile e per quello che riguardava il colore politico andai coi piedi di piombo. In quei giorni prese contatto con il Comando Inglese il dott. Kanheman il quale si sbottonò facendo 53 profili per iscritto di tutti i capi dell’allora Divisione “F. Cascione”. Appena io sentii le sue bellicose intenzioni, da buon garibaldino, lo incontrai e misi in luce a lui e a quanti erano con lui (gli altri erano bravi figlioli e furono subito d’accordo con me) quanto di poco simpatico stessero facendo. D’allora stetti più in guardia. In ogni modo so con precisione che di parecchi capi ha dato giudizi un po’ avventati di Simon [Carlo Farini, Ispettore Generale al Comando Operativo della I^ Zona Liguria], Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, comandante della II^ Divisione], Orsini [Agostino Bramè, commissario della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione] ed altri. Insomma ho creduto bene che tu sappia che questo signore si è presentato agli inglesi come l’anima e il cervello della Divisione, critico di tutto e di tutti, tu stesso non escluso. Io e Lolly [Giuseppe Longo, vice comandante della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato] in compenso abbiamo scritto parecchio sulla 2a Divisione Garibaldina e sul suo comandante e sono convinto che chiunque leggerà quelle modeste righe di modesti eroismi non potrà che meravigliarsi. I francesi parlano sovente di occupare fino a S.Remo, e siccome hanno sul fronte qualche battaglione potrebbero anche farlo; ad evitare ciò basterebbe l’occupazione fatta Mezz’ora prima dai garibaldini. Noi avevamo a che fare con gli americani che comandano questo fronte. Per conto mio, sono molto migliori degli inglesi, con noi poi vanno molto d’accordo. Giorni fa è arrivato in Francia il fratello di Kanheman (il fratello maggiore è andato a Roma) il quale dev’essere andato in Francia per dire agli inglesi che qui il patriottismo è divenuto banditismo, ecc… Ti prego di dire a Vittò che mi tenga sempre presente come suo garibaldino perché tutto il lavoro che faccio, l’ho fatto e lo continuerò a fare come Garibaldino della 2a Divisione Garibaldi. Io tornerò in Francia fra una decina di giorni anche perché la mia ferita me lo impone (non sono riusciti a prendermi, però mi hanno ferito allo stomaco) e se sia tu o Simon o qualche altro vuol darmi qualche incarico sarò ben lieto di rendermi utile Ti saluto caramente tuo Leo” . 10 marzo 1945 – Dal CLN di Sanremo, prot. n° 410, al CLN di Bordighera – Invitava ad “intrattenere maggiori rapporti tra i due Comitati, mediante staffette che portino notizie riguardanti movimenti di truppa e segnalino eventuali bombardamenti”. Segnalava che il Comando Operativo della I^ Zona Liguria desiderava inviare alcuni documenti in Francia tramite “Leo” [Stefano Carabalona, che, ferito, dal 5 marzo era già stato portato in salvo in Costa Azzurra] e di conseguenza chiedeva la data in cui fosse stato disponibile “Leo”. Comunicava che 6 uomini dovevano varcare il confine. 12 marzo 1945 – Dal CLN di Sanremo, prot. n° 424, a “Capitano Roberta” [Robert Bentley, capitano del SOE britannico, ufficiale di collegamento alleato con i partigiani della I^ Zona Operativa Liguria] – Comunicava che… quel giorno stesso il CLN di Bordighera aveva avvertito che “Leo” e “Rosina” [Luciano Mannini], accompagnati da altri due partigiani [Renzo Biancheri e Renzo Rossi], erano, nella notte tra il 5 ed il 6 marzo partiti per la Francia; che “Leo” era sempre ferito; che il suo passaggio in Francia era stato affrettato. Da documenti IsrecIm in Rocco Fava,Op. cit.
#1943 #1944 #1945 #alleati #BordigheraIM_ #dicembre #fascisti #febbraio #Francia #giugno #Gruppo #Leo #luglio #marzo #Monaco #Nizza #partigiani #PignaIM_ #Resistenza #RocchettaNervinaIM_ #RoccoFava #Sbarchi #StefanoCarabalona #tedeschi #VallecrosiaIM_
-
Le pattuglie tedesche ispezionavano ogni angolo della capitale
“Attorno a questo lavorio c’era il consenso, anzi la complicità della popolazione: oneste famigliole borghesi, umili case operaie, ospitavano, sfamavano chi era costretto ogni notte a cambiar domicilio, tenevano in serbo carte pericolose; impiegati, funzionari fornivano informazioni, tessere, bolli, documenti falsi; fornai facevano il pane per gruppi di patrioti, trattorie sfamavano celatamente gente braccata, chirurghi aprivan la pancia a malati immaginari, monacelle di clausura accoglievano ebrei e renitenti alla leva, sacerdoti trasmettevano messaggi segreti in confessionale. […]. Ci accomunava l’attesa per tutti uguale, l’angoscia per tutti uguale di un male vicino, nostro o di persone care, la speranza ferma contro quel limite, il giorno della liberazione; al di là del quale non ci raffigurava nulla, solo una gran luce entro cui tutto sarebbe stato facile, il pensare, l’operare, il lasciare passare gli anni” <72.
Borghesi, studenti, donne cercarono in ogni modo di contribuire con gesti di ribellione verso gli invasori e di solidarietà verso gli oppressi, correndo enormi rischi per la propria incolumità e per quella dei propri familiari. Le pattuglie tedesche ispezionavano ogni angolo della capitale, si trovavano a pochi metri l’una dalle altre, con fucili spianati e camionette pronte a caricare gli oppositori, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, e come ci è stato raccontato dai protagonisti di quegli anni drammatici. Il coprifuoco fu istituito alle ore 17, le retate divennero più frequenti, così come le ruberie: eppure, clandestinamente, la rete di aiuto divenne sempre più fitta. Si cercava di procurare una maggiore quantità di materie prime, come ad esempio ortaggi o animali, per sfamare i fuggitivi, i ripostigli delle case vennero dotati di nascondigli improvvisati. Frequente divenne l’uso della loro carta annonaria <73, di cui i clandestini erano ovviamente privi, per poter prendere razioni di cibo da condividere con loro: esibendo questo documento nominale era possibile rivolgersi a venditori autorizzati e acquistare prodotti alimentari. I fuggiaschi iniziarono ad affluire in numero sempre più considerevole anche dalle campagne, in primis da quelle abruzzesi e ciociare. La situazione divenne ancora più critica: non c’erano più ferrovie, ed erano saltate tutte le linee di comunicazione, gas e luce, le riserve di cibo erano sempre più scarse e i prezzi degli alimenti era salito in maniera esorbitante, soprattutto pane, pasta, farina e olio. Nessuno pensava di fare qualcosa di speciale, tutti si rimboccavano le mani per rendere meno arduo il sopravvivere quotidiano, come abbiamo visto. Portare medicine ai feriti, ospitare fuggiaschi, ricercati ed ebrei, condividere cibo: ciascuno nel proprio (grande) piccolo, trascorse i mesi dell’occupazione attuando una forma di resistenza, armata e non. La Roma di quei mesi è stata sempre più spesso descritta con tre parole: fame, freddo, paura.
Fame, problema quotidiano a cui cercavano di provvedere le donne, spesso iniziando una fila interminabile all’alba, per poter almeno comprare le razioni di cibo utili a sfamare la propria famiglia. e quante volte, all’arrivo del proprio turno, i forni si scoprivano vuoti: nacquero da questa situazione gli assalti, con immediate fucilazioni per le donne che se ne erano rese protagoniste. Il freddo accompagnò tutto il periodo dell’occupazione, senza contare che i continui furti dei tedeschi negavano alla popolazione non solo di poter sfruttare le proprie risorse alimentari, ma anche l’uso di stufette e beni di prima necessità, per sopravvivere alle intemperie. Paura. Ma su questo non credo sia necessario spendere parole per spiegarne il perché.
[…] Dopo 272 giorni di sofferenze, violenze e privazioni, il 4 giugno 1944 Roma venne liberata dagli Alleati. Ma, nel mese di maggio, visse forse la fase più drammatica della sua occupazione: i tedeschi intensificarono i controlli e i divieti divennero più stringenti, con l’obiettivo di intimorire le bande partigiane, mettendole nella condizione di rinunciare a qualsiasi rappresaglia, evitando così l’insurrezione. Così non fu, Roma continuò a essere divisa in zone controllate militarmente da gruppi del Cnl. Coordinati fino a quel momento da una giunta con a capo Giorgio Amendola, Sandro Pertini e Riccardo Bauer e organizzati con radio, staffette e pattuglie, i partigiani compirono vere e proprie azioni militari per reagire all’occupazione. In quei giorni di maggio tutti questi gruppi vennero posti sotto il comando del capitano Roberto Bencivenga, in contatto con i comandi alleati che fornivano armi e organizzavano azioni di disturbo alle colonne tedesche, sabotaggi ai mezzi e alle linee di trasporto e alle vie di comunicazione più usate: strade e telefoni in primis. Inoltre, divenne più attiva la partecipazione della popolazione, turbata dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, dopo la deportazione degli ebrei nell’ottobre precedente.
Nel frattempo, gli eserciti alleati si avvicinarono a Roma, dopo aver rotto la linea Gustav, un sistema di fortificazioni eretto dai tedeschi verso il fronte abruzzese, e aver superato le montagne di Gaeta e Terracina. Anzio e la Casilina furono le prime zone in cui giunsero e immediatamente partì l’ordine del generale Albert Kesselring di battere in ritirata, per attirare gli Alleati lungo la linea gotica (il sistema di fortificazioni costruito nella parte settentrionale della penisola), e cercando nel frattempo di limitare le perdite tra i propri uomini. Il 27 maggio iniziò la ritirata, con i tedeschi che comunque difesero le vie di Roma, per consentire a tutti i militari di attraversare la città e dirigersi verso nord. Sulla Casilina si ebbe lo scontro più duro, con i tedeschi che resistettero per cinque giorni, salvo poi dover cedere agli attacchi degli angloamericani, che si aprirono così la strada per Roma il 1° giugno. Strada che, come abbiamo visto, era ormai priva delle principali linee di comunicazione: si chiese quindi ai romani di fare uno sforzo per cercare di rendere praticabili i pochi impianti non andati distrutti. Squadre armate di cittadini risposero all’appello mettendosi a lavoro: la collaborazione con gli Alleati divenne sempre più simbiotica.
Il 3 giugno i tedeschi abbandonarono definitivamente la capitale; il pomeriggio del 4, la Quinta divisione dell’esercito americano, guidata dal generale Mark Clarck entrò a Roma attraverso le strade provenienti da sud. Ma i tedeschi, prima di abbandonare definitivamente la città, compirono un’ultima strage, l’eccidio de la Storta, una località sulla via Cassia, in cui vennero trucidati gli ultimi prigionieri di via Tasso: 14 persone, 12 italiani, un inglese e un polacco, tra cui sindacalisti, partigiani ed ex ufficiali. Roma comunque era ufficialmente di nuovo libera: gli angloamericani furono accolti con giubilo, mentre Ivanoe Bonomi venne convocato in Campidoglio e nominato nuovo Presidente del Consiglio, a seguito di un incontro con i rappresentanti delle Nazioni Unite. Persone di ogni fede e partito si recarono sotto la finestra di papa Pio XII in piazza San Pietro, inneggiando al suo nome e ringraziandolo per quanto fatto nei lunghi mesi di occupazione. Il re Vittorio Emanuele III mantenne fede ai patti stipulati nei mesi precedenti con la corrente antifascista, ritirandosi a vita privata: la questione monarchica venne rimandata al dopoguerra, nel frattempo il figlio Umberto ottenne la luogotenenza.
Pochi mesi dopo i fatti raccontati, si procedette all’apertura delle cave sull’Ardeatina, e a una prima identificazione dei cadaveri sepolti nella fossa comune. Un’immagine che rimanda a ciò che era a quel punto Roma: libera dagli occupanti, ma non dai propri fantasmi. E con un futuro da (ri)costruire con una parola d’ordine: libertà.
[NOTE]
72 Monelli, Roma 1943, cit., p. 339.
73 Ribattezzata dai romani come “tessera della fame”.
Cristiana Di Cocco, L’occupazione tedesca di Roma. Il diario di Giulio Di Legge, Roma TrePress, 2023#1943 #1944 #alleati #aprile #clandestini #CristianaDiCocco #ebrei #fame #fascisti #freddo #fuggiaschi #giugo #Liberazione #maggio #marzo #novembre #partigiani #paura #rappresagle #Resistenza #roma #tedeschi
-
Notizie importanti ce le dà Radio Bari
Con l’avvenuto riconoscimento della delegazione ciellenistica di Lugano Mc Caffery aveva così perentoriamente chiesto a Pizzoni l’esautorazione di A.G. Damiani e la nomina di un suo sostituto per la parte militare. Per la persona da destinare a tale incarico l’inglese aveva fatto esplicitamente il nome di Stucchi, conosciuto in occasione della recente missione. Discussa la questione in sede di Clnai, in assenza di Parri, i delegati dei partiti si erano accordati per interpellare “Federici” tramite Giorgio Marzola, “Olivieri”. D’altra parte, sulla nomina di Stucchi si erano pronunciate positivamente varie forze politiche, che l’avevano usata come mezzo per indebolire i comunisti e per riservare ai socialisti, nel dopoguerra, un ruolo di mediatori. L’allontanamento di Stucchi era poi consigliato anche da ragioni di prudenza: egli era stato in contatto con molti degli arrestati di via Andreani e di via Borgonuovo, ma soprattutto con Galileo Vercesi, espondente per i democristiani del Cm. Egli era di fatto schedato, se è vero che Antonio Gambacorti Passerini, già all’inizio dell’anno [1944], da San Vittore, dov’era recluso, aveva fatto pervenire alla moglie Nina un biglietto clandestino diretto all’amico: “Di’ a Gibi di andarsene subito” <636. Stucchi sarebbe venuto a sapere solo dopo la fine della guerra che, durante gli interrogatori, la polizia carceraria chiedeva ai detenuti se lo conoscevano. Fu così che, passate le consegne a Guido Mosna, suo sostituto nel Cmai, e abbandonata la “grigia e travagliata vita di Milano” <637, egli sarebbe partito il 23 aprile alla volta della Svizzera.
Dai nuovi colpi inferti alla Resistenza alla costituzione del Cvl
Nel frattempo, al di là dell’affaire Damiani, che sarebbe durato più di un mese, la situazione politica del Paese era giunta a un punto di svolta. Ivanoe Bonomi, presidente del Cln centrale, dimessosi il precedente 24 marzo 1944 a causa di contrasti sorti tra i partiti di sinistra e quelli di destra, il 7 aprile aveva annotato sul suo Diario: “Quel voto [del Congresso di Bari, nda] aveva avuto un effetto notevole. Aveva collocato Badoglio in un cul di sacco. Egli non poteva fare un vero e proprio Gabinetto politico per il rifiuto dei partiti antifascisti a parteciparvi. Non poteva né avanzare, né ritirarsi. In tale situazione è giunto miracolosamente da plaghe lontane un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo, che si è accostato a Badoglio e lo ha tratto in salvo. Il cavaliere è venuto dalla Russia ed è Palmiro Togliatti (alias Ercoli) […] Il pensiero di Togliatti è semplice, rettilineo, convincente […] La mossa di Togliatti ha avuto effetti risolutivi. Se i comunisti vanno con Badoglio, come possono restare in disparte i liberali di Croce, i democristiani di Rodinò e così, via via, tutti gli altri?” <638
Il 27 marzo, infatti, quasi contestualmente, il leader del Pci, Palmiro Togliatti, nome di battaglia “Ercoli”, partito dalla Russia e transitato per Il Cairo e per Algeri, era giunto in Italia dove aveva dato, con la famosa “svolta di Salerno”, un nuovo indirizzo all’atteggiamento del suo partito verso il governo Badoglio e la monarchia. Togliatti aveva proposto la più ampia collaborazione di tutte le forze politiche, compreso il re, la cui sorte sarebbe stata discussa alla fine del conflitto. Alla costituzione di un nuovo governo democratico di guerra e di unità nazionale, il Pci aveva posto tre condizioni: la prima, che non si rompesse l’unità delle forze democratiche e liberali antifasciste, ma che, anzi, questa unità si estendesse e si rafforzasse; la seconda, che al popolo italiano venisse garantita, nel modo più solenne, a liberazione avvenuta, un’Assemblea nazionale costituente; la terza, che il nuovo governo democratico si formasse sulla base di un preciso programma di guerra per lo schiacciamento degli invasori e per la liquidazione del fascismo. Con estremo realismo Togliatti aveva parlato davanti ai militanti comunisti della Federazione di Napoli: “A queste condizioni siamo disposti a ignorare tutti gli altri problemi o a rinviarli; sulla base di queste condizioni ci sembra che possa essere realizzata la più ampia unità di forze nazionali per la guerra […] <639. Queste indicazioni, legate al riconoscimento del nuovo governo da parte della Russia, avevano spiazzato del tutto i partiti ciellenistici. L’8 aprile Bonomi riportava tra i suoi appunti le “doglianze e le critiche” provocate dalla svolta nel mondo politico, paragonandole a quelle che avevano “formato la sostanza dei dibattiti” <640 e che lo avevano costretto, due settimane prima, a dare le dimissioni dal Comitato di Liberazione. Annotava: “Se durante quei dibattiti io avessi proposto ciò che Togliatti ha fatto accettare […] io sarei stato cacciato dal mio posto. Proprio vero che in politica i fatti sono quelli che si incaricano di far giustizia delle passioni del momento” <641.
L’area degli antifascisti cattolici aveva accolto invece le proposte di “Ercoli” in modo positivo. Aveva scritto il giornalista Carlo Trabucco alla data dell’11 aprile: “Notizie importanti ce le dà Radio Bari. Infatti le dichiarazioni dell’esponente massimo del Comunismo in Italia, Palmiro Togliatti, sono di una liberalità che perfino sconcerta. Togliatti ci porge un piatto sul quale si trova in bella mostra la completa libertà di culto e il rispetto della Religione Cattolica. Pare di sognare. Perché 25 anni or sono il comunismo italiano e il padre suo, il socialismo, non hanno formulato la stessa proposizione? Perché negavano patria ed esercito, religione e morale? Non sarebbe nato il fascismo e la vita italiana avrebbe avuto altro corso. Perché il comunismo italiano acquistasse il buon senso di cui dà prova oggi per bocca di Togliatti, ci sono voluti 20 anni di tirannia e questo spaventoso bagno di sangue. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, noi vogliamo prendere in parola Togliatti e aspettarlo a suo tempo al traguardo delle realizzazioni pratiche” <642.
Le proposte, invece, erano state guardate come un inaccettabile voltafaccia dagli azionisti, rimasti da tempo amareggiati e delusi dalle manovre di Badoglio, tendenti a soffocare l’opinione pubblica antifascista e a far rimanere il re su quel trono che egli stesso aveva disonorato. Scriveva in una lettera clandestina Parri ad Alberto Damiani, “Tito”, e ad Adolfo Tino, “Vesuvio”, il 16 aprile: “dopo tanto lavoro nostro e specie di Tito, la situazione sia pol. sia mil. del Nord Italia è totalmente ignorata, come dimostra anche il colpo di scena Ercoli” <643. Per rimarcare con maggiore incisività le proprie posizioni, il PdA pubblicava il 18 sul suo organo di stampa «Italia Libera» un articolo intitolato Esordio pericoloso, in cui venivano messi in luce alcuni errori che avevano turbato l’entusiasmo e la fede nella lotta: “Le deficienti impostazioni politiche nell’Italia meridionale, rese evidenti dal Congresso di Bari, le mene del governo Badoglio, le oscillazioni di qualche altro partito di Roma, il discorso di Churchill, rude e aspro e ingiusto per la democrazia, le sottigliezze politiche dell’Unione Sovietica, hanno dato agli avvenimenti un corso assai diverso da quello che il Paese aveva il diritto di attendersi. L’iniziativa Togliatti, se avesse tenuto conto di tutti i più complessi e delicati fattori politici in gioco, avrebbe potuto ancora salvare la situazione e preservare le ragioni e l’avvenire della democrazia” <644.
[NOTE]
636 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 266.
637 ivi, p. 309.
638 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1940),, Garzanti, Milano 1947, pp. 175-6.
639 P. Togliatti, Il discorso, in A. Capurso (a cura di), I discorsi che hanno cambiato l’Italia. Da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni, Mondadori, Milano 2008, pp. 170-1.
640 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno…, cit., p. 178.
641 ibidem.
642 Carlo Trabucco, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca, Borla, Torino 1954, p. 218.
643 Insmli, Maurizio a Tito e Vesuvio, 16/IV ’44, fondo Damiani, b. 1, f. 3.
644 Insmli, Esordio pericoloso, in «Italia Libera», 18/4/1944, in fondo Damiani, b. 1, f. 7.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023#1944 #alleati #Aprile #Badoglio #Bari #Bonomi #CLN #fascisti #FerruccioParri #FrancescaBaldini #guerra #JohnMcCaffery #marzo #partigiani #PCI #PdA #radio #Resistenza #Salerno #Stucchi #svolta #tedeschi #Togliatti
-
Notizie importanti ce le dà Radio Bari
Con l’avvenuto riconoscimento della delegazione ciellenistica di Lugano Mc Caffery aveva così perentoriamente chiesto a Pizzoni l’esautorazione di A.G. Damiani e la nomina di un suo sostituto per la parte militare. Per la persona da destinare a tale incarico l’inglese aveva fatto esplicitamente il nome di Stucchi, conosciuto in occasione della recente missione. Discussa la questione in sede di Clnai, in assenza di Parri, i delegati dei partiti si erano accordati per interpellare “Federici” tramite Giorgio Marzola, “Olivieri”. D’altra parte, sulla nomina di Stucchi si erano pronunciate positivamente varie forze politiche, che l’avevano usata come mezzo per indebolire i comunisti e per riservare ai socialisti, nel dopoguerra, un ruolo di mediatori. L’allontanamento di Stucchi era poi consigliato anche da ragioni di prudenza: egli era stato in contatto con molti degli arrestati di via Andreani e di via Borgonuovo, ma soprattutto con Galileo Vercesi, espondente per i democristiani del Cm. Egli era di fatto schedato, se è vero che Antonio Gambacorti Passerini, già all’inizio dell’anno [1944], da San Vittore, dov’era recluso, aveva fatto pervenire alla moglie Nina un biglietto clandestino diretto all’amico: “Di’ a Gibi di andarsene subito” <636. Stucchi sarebbe venuto a sapere solo dopo la fine della guerra che, durante gli interrogatori, la polizia carceraria chiedeva ai detenuti se lo conoscevano. Fu così che, passate le consegne a Guido Mosna, suo sostituto nel Cmai, e abbandonata la “grigia e travagliata vita di Milano” <637, egli sarebbe partito il 23 aprile alla volta della Svizzera.
Dai nuovi colpi inferti alla Resistenza alla costituzione del Cvl
Nel frattempo, al di là dell’affaire Damiani, che sarebbe durato più di un mese, la situazione politica del Paese era giunta a un punto di svolta. Ivanoe Bonomi, presidente del Cln centrale, dimessosi il precedente 24 marzo 1944 a causa di contrasti sorti tra i partiti di sinistra e quelli di destra, il 7 aprile aveva annotato sul suo Diario: “Quel voto [del Congresso di Bari, nda] aveva avuto un effetto notevole. Aveva collocato Badoglio in un cul di sacco. Egli non poteva fare un vero e proprio Gabinetto politico per il rifiuto dei partiti antifascisti a parteciparvi. Non poteva né avanzare, né ritirarsi. In tale situazione è giunto miracolosamente da plaghe lontane un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo, che si è accostato a Badoglio e lo ha tratto in salvo. Il cavaliere è venuto dalla Russia ed è Palmiro Togliatti (alias Ercoli) […] Il pensiero di Togliatti è semplice, rettilineo, convincente […] La mossa di Togliatti ha avuto effetti risolutivi. Se i comunisti vanno con Badoglio, come possono restare in disparte i liberali di Croce, i democristiani di Rodinò e così, via via, tutti gli altri?” <638
Il 27 marzo, infatti, quasi contestualmente, il leader del Pci, Palmiro Togliatti, nome di battaglia “Ercoli”, partito dalla Russia e transitato per Il Cairo e per Algeri, era giunto in Italia dove aveva dato, con la famosa “svolta di Salerno”, un nuovo indirizzo all’atteggiamento del suo partito verso il governo Badoglio e la monarchia. Togliatti aveva proposto la più ampia collaborazione di tutte le forze politiche, compreso il re, la cui sorte sarebbe stata discussa alla fine del conflitto. Alla costituzione di un nuovo governo democratico di guerra e di unità nazionale, il Pci aveva posto tre condizioni: la prima, che non si rompesse l’unità delle forze democratiche e liberali antifasciste, ma che, anzi, questa unità si estendesse e si rafforzasse; la seconda, che al popolo italiano venisse garantita, nel modo più solenne, a liberazione avvenuta, un’Assemblea nazionale costituente; la terza, che il nuovo governo democratico si formasse sulla base di un preciso programma di guerra per lo schiacciamento degli invasori e per la liquidazione del fascismo. Con estremo realismo Togliatti aveva parlato davanti ai militanti comunisti della Federazione di Napoli: “A queste condizioni siamo disposti a ignorare tutti gli altri problemi o a rinviarli; sulla base di queste condizioni ci sembra che possa essere realizzata la più ampia unità di forze nazionali per la guerra […] <639. Queste indicazioni, legate al riconoscimento del nuovo governo da parte della Russia, avevano spiazzato del tutto i partiti ciellenistici. L’8 aprile Bonomi riportava tra i suoi appunti le “doglianze e le critiche” provocate dalla svolta nel mondo politico, paragonandole a quelle che avevano “formato la sostanza dei dibattiti” <640 e che lo avevano costretto, due settimane prima, a dare le dimissioni dal Comitato di Liberazione. Annotava: “Se durante quei dibattiti io avessi proposto ciò che Togliatti ha fatto accettare […] io sarei stato cacciato dal mio posto. Proprio vero che in politica i fatti sono quelli che si incaricano di far giustizia delle passioni del momento” <641.
L’area degli antifascisti cattolici aveva accolto invece le proposte di “Ercoli” in modo positivo. Aveva scritto il giornalista Carlo Trabucco alla data dell’11 aprile: “Notizie importanti ce le dà Radio Bari. Infatti le dichiarazioni dell’esponente massimo del Comunismo in Italia, Palmiro Togliatti, sono di una liberalità che perfino sconcerta. Togliatti ci porge un piatto sul quale si trova in bella mostra la completa libertà di culto e il rispetto della Religione Cattolica. Pare di sognare. Perché 25 anni or sono il comunismo italiano e il padre suo, il socialismo, non hanno formulato la stessa proposizione? Perché negavano patria ed esercito, religione e morale? Non sarebbe nato il fascismo e la vita italiana avrebbe avuto altro corso. Perché il comunismo italiano acquistasse il buon senso di cui dà prova oggi per bocca di Togliatti, ci sono voluti 20 anni di tirannia e questo spaventoso bagno di sangue. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, noi vogliamo prendere in parola Togliatti e aspettarlo a suo tempo al traguardo delle realizzazioni pratiche” <642.
Le proposte, invece, erano state guardate come un inaccettabile voltafaccia dagli azionisti, rimasti da tempo amareggiati e delusi dalle manovre di Badoglio, tendenti a soffocare l’opinione pubblica antifascista e a far rimanere il re su quel trono che egli stesso aveva disonorato. Scriveva in una lettera clandestina Parri ad Alberto Damiani, “Tito”, e ad Adolfo Tino, “Vesuvio”, il 16 aprile: “dopo tanto lavoro nostro e specie di Tito, la situazione sia pol. sia mil. del Nord Italia è totalmente ignorata, come dimostra anche il colpo di scena Ercoli” <643. Per rimarcare con maggiore incisività le proprie posizioni, il PdA pubblicava il 18 sul suo organo di stampa «Italia Libera» un articolo intitolato Esordio pericoloso, in cui venivano messi in luce alcuni errori che avevano turbato l’entusiasmo e la fede nella lotta: “Le deficienti impostazioni politiche nell’Italia meridionale, rese evidenti dal Congresso di Bari, le mene del governo Badoglio, le oscillazioni di qualche altro partito di Roma, il discorso di Churchill, rude e aspro e ingiusto per la democrazia, le sottigliezze politiche dell’Unione Sovietica, hanno dato agli avvenimenti un corso assai diverso da quello che il Paese aveva il diritto di attendersi. L’iniziativa Togliatti, se avesse tenuto conto di tutti i più complessi e delicati fattori politici in gioco, avrebbe potuto ancora salvare la situazione e preservare le ragioni e l’avvenire della democrazia” <644.
[NOTE]
636 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 266.
637 ivi, p. 309.
638 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1940),, Garzanti, Milano 1947, pp. 175-6.
639 P. Togliatti, Il discorso, in A. Capurso (a cura di), I discorsi che hanno cambiato l’Italia. Da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni, Mondadori, Milano 2008, pp. 170-1.
640 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno…, cit., p. 178.
641 ibidem.
642 Carlo Trabucco, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca, Borla, Torino 1954, p. 218.
643 Insmli, Maurizio a Tito e Vesuvio, 16/IV ’44, fondo Damiani, b. 1, f. 3.
644 Insmli, Esordio pericoloso, in «Italia Libera», 18/4/1944, in fondo Damiani, b. 1, f. 7.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023#1944 #alleati #Aprile #Badoglio #Bari #Bonomi #CLN #fascisti #FerruccioParri #FrancescaBaldini #guerra #JohnMcCaffery #marzo #partigiani #PCI #PdA #radio #Resistenza #Salerno #Stucchi #svolta #tedeschi #Togliatti
-
Notizie importanti ce le dà Radio Bari
Con l’avvenuto riconoscimento della delegazione ciellenistica di Lugano Mc Caffery aveva così perentoriamente chiesto a Pizzoni l’esautorazione di A.G. Damiani e la nomina di un suo sostituto per la parte militare. Per la persona da destinare a tale incarico l’inglese aveva fatto esplicitamente il nome di Stucchi, conosciuto in occasione della recente missione. Discussa la questione in sede di Clnai, in assenza di Parri, i delegati dei partiti si erano accordati per interpellare “Federici” tramite Giorgio Marzola, “Olivieri”. D’altra parte, sulla nomina di Stucchi si erano pronunciate positivamente varie forze politiche, che l’avevano usata come mezzo per indebolire i comunisti e per riservare ai socialisti, nel dopoguerra, un ruolo di mediatori. L’allontanamento di Stucchi era poi consigliato anche da ragioni di prudenza: egli era stato in contatto con molti degli arrestati di via Andreani e di via Borgonuovo, ma soprattutto con Galileo Vercesi, espondente per i democristiani del Cm. Egli era di fatto schedato, se è vero che Antonio Gambacorti Passerini, già all’inizio dell’anno [1944], da San Vittore, dov’era recluso, aveva fatto pervenire alla moglie Nina un biglietto clandestino diretto all’amico: “Di’ a Gibi di andarsene subito” <636. Stucchi sarebbe venuto a sapere solo dopo la fine della guerra che, durante gli interrogatori, la polizia carceraria chiedeva ai detenuti se lo conoscevano. Fu così che, passate le consegne a Guido Mosna, suo sostituto nel Cmai, e abbandonata la “grigia e travagliata vita di Milano” <637, egli sarebbe partito il 23 aprile alla volta della Svizzera.
Dai nuovi colpi inferti alla Resistenza alla costituzione del Cvl
Nel frattempo, al di là dell’affaire Damiani, che sarebbe durato più di un mese, la situazione politica del Paese era giunta a un punto di svolta. Ivanoe Bonomi, presidente del Cln centrale, dimessosi il precedente 24 marzo 1944 a causa di contrasti sorti tra i partiti di sinistra e quelli di destra, il 7 aprile aveva annotato sul suo Diario: “Quel voto [del Congresso di Bari, nda] aveva avuto un effetto notevole. Aveva collocato Badoglio in un cul di sacco. Egli non poteva fare un vero e proprio Gabinetto politico per il rifiuto dei partiti antifascisti a parteciparvi. Non poteva né avanzare, né ritirarsi. In tale situazione è giunto miracolosamente da plaghe lontane un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo, che si è accostato a Badoglio e lo ha tratto in salvo. Il cavaliere è venuto dalla Russia ed è Palmiro Togliatti (alias Ercoli) […] Il pensiero di Togliatti è semplice, rettilineo, convincente […] La mossa di Togliatti ha avuto effetti risolutivi. Se i comunisti vanno con Badoglio, come possono restare in disparte i liberali di Croce, i democristiani di Rodinò e così, via via, tutti gli altri?” <638
Il 27 marzo, infatti, quasi contestualmente, il leader del Pci, Palmiro Togliatti, nome di battaglia “Ercoli”, partito dalla Russia e transitato per Il Cairo e per Algeri, era giunto in Italia dove aveva dato, con la famosa “svolta di Salerno”, un nuovo indirizzo all’atteggiamento del suo partito verso il governo Badoglio e la monarchia. Togliatti aveva proposto la più ampia collaborazione di tutte le forze politiche, compreso il re, la cui sorte sarebbe stata discussa alla fine del conflitto. Alla costituzione di un nuovo governo democratico di guerra e di unità nazionale, il Pci aveva posto tre condizioni: la prima, che non si rompesse l’unità delle forze democratiche e liberali antifasciste, ma che, anzi, questa unità si estendesse e si rafforzasse; la seconda, che al popolo italiano venisse garantita, nel modo più solenne, a liberazione avvenuta, un’Assemblea nazionale costituente; la terza, che il nuovo governo democratico si formasse sulla base di un preciso programma di guerra per lo schiacciamento degli invasori e per la liquidazione del fascismo. Con estremo realismo Togliatti aveva parlato davanti ai militanti comunisti della Federazione di Napoli: “A queste condizioni siamo disposti a ignorare tutti gli altri problemi o a rinviarli; sulla base di queste condizioni ci sembra che possa essere realizzata la più ampia unità di forze nazionali per la guerra […] <639. Queste indicazioni, legate al riconoscimento del nuovo governo da parte della Russia, avevano spiazzato del tutto i partiti ciellenistici. L’8 aprile Bonomi riportava tra i suoi appunti le “doglianze e le critiche” provocate dalla svolta nel mondo politico, paragonandole a quelle che avevano “formato la sostanza dei dibattiti” <640 e che lo avevano costretto, due settimane prima, a dare le dimissioni dal Comitato di Liberazione. Annotava: “Se durante quei dibattiti io avessi proposto ciò che Togliatti ha fatto accettare […] io sarei stato cacciato dal mio posto. Proprio vero che in politica i fatti sono quelli che si incaricano di far giustizia delle passioni del momento” <641.
L’area degli antifascisti cattolici aveva accolto invece le proposte di “Ercoli” in modo positivo. Aveva scritto il giornalista Carlo Trabucco alla data dell’11 aprile: “Notizie importanti ce le dà Radio Bari. Infatti le dichiarazioni dell’esponente massimo del Comunismo in Italia, Palmiro Togliatti, sono di una liberalità che perfino sconcerta. Togliatti ci porge un piatto sul quale si trova in bella mostra la completa libertà di culto e il rispetto della Religione Cattolica. Pare di sognare. Perché 25 anni or sono il comunismo italiano e il padre suo, il socialismo, non hanno formulato la stessa proposizione? Perché negavano patria ed esercito, religione e morale? Non sarebbe nato il fascismo e la vita italiana avrebbe avuto altro corso. Perché il comunismo italiano acquistasse il buon senso di cui dà prova oggi per bocca di Togliatti, ci sono voluti 20 anni di tirannia e questo spaventoso bagno di sangue. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, noi vogliamo prendere in parola Togliatti e aspettarlo a suo tempo al traguardo delle realizzazioni pratiche” <642.
Le proposte, invece, erano state guardate come un inaccettabile voltafaccia dagli azionisti, rimasti da tempo amareggiati e delusi dalle manovre di Badoglio, tendenti a soffocare l’opinione pubblica antifascista e a far rimanere il re su quel trono che egli stesso aveva disonorato. Scriveva in una lettera clandestina Parri ad Alberto Damiani, “Tito”, e ad Adolfo Tino, “Vesuvio”, il 16 aprile: “dopo tanto lavoro nostro e specie di Tito, la situazione sia pol. sia mil. del Nord Italia è totalmente ignorata, come dimostra anche il colpo di scena Ercoli” <643. Per rimarcare con maggiore incisività le proprie posizioni, il PdA pubblicava il 18 sul suo organo di stampa «Italia Libera» un articolo intitolato Esordio pericoloso, in cui venivano messi in luce alcuni errori che avevano turbato l’entusiasmo e la fede nella lotta: “Le deficienti impostazioni politiche nell’Italia meridionale, rese evidenti dal Congresso di Bari, le mene del governo Badoglio, le oscillazioni di qualche altro partito di Roma, il discorso di Churchill, rude e aspro e ingiusto per la democrazia, le sottigliezze politiche dell’Unione Sovietica, hanno dato agli avvenimenti un corso assai diverso da quello che il Paese aveva il diritto di attendersi. L’iniziativa Togliatti, se avesse tenuto conto di tutti i più complessi e delicati fattori politici in gioco, avrebbe potuto ancora salvare la situazione e preservare le ragioni e l’avvenire della democrazia” <644.
[NOTE]
636 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 266.
637 ivi, p. 309.
638 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1940),, Garzanti, Milano 1947, pp. 175-6.
639 P. Togliatti, Il discorso, in A. Capurso (a cura di), I discorsi che hanno cambiato l’Italia. Da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni, Mondadori, Milano 2008, pp. 170-1.
640 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno…, cit., p. 178.
641 ibidem.
642 Carlo Trabucco, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca, Borla, Torino 1954, p. 218.
643 Insmli, Maurizio a Tito e Vesuvio, 16/IV ’44, fondo Damiani, b. 1, f. 3.
644 Insmli, Esordio pericoloso, in «Italia Libera», 18/4/1944, in fondo Damiani, b. 1, f. 7.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023#1944 #alleati #Aprile #Badoglio #Bari #Bonomi #CLN #fascisti #FerruccioParri #FrancescaBaldini #guerra #JohnMcCaffery #marzo #partigiani #PCI #PdA #radio #Resistenza #Salerno #Stucchi #svolta #tedeschi #Togliatti
-
Notizie importanti ce le dà Radio Bari
Con l’avvenuto riconoscimento della delegazione ciellenistica di Lugano Mc Caffery aveva così perentoriamente chiesto a Pizzoni l’esautorazione di A.G. Damiani e la nomina di un suo sostituto per la parte militare. Per la persona da destinare a tale incarico l’inglese aveva fatto esplicitamente il nome di Stucchi, conosciuto in occasione della recente missione. Discussa la questione in sede di Clnai, in assenza di Parri, i delegati dei partiti si erano accordati per interpellare “Federici” tramite Giorgio Marzola, “Olivieri”. D’altra parte, sulla nomina di Stucchi si erano pronunciate positivamente varie forze politiche, che l’avevano usata come mezzo per indebolire i comunisti e per riservare ai socialisti, nel dopoguerra, un ruolo di mediatori. L’allontanamento di Stucchi era poi consigliato anche da ragioni di prudenza: egli era stato in contatto con molti degli arrestati di via Andreani e di via Borgonuovo, ma soprattutto con Galileo Vercesi, espondente per i democristiani del Cm. Egli era di fatto schedato, se è vero che Antonio Gambacorti Passerini, già all’inizio dell’anno [1944], da San Vittore, dov’era recluso, aveva fatto pervenire alla moglie Nina un biglietto clandestino diretto all’amico: “Di’ a Gibi di andarsene subito” <636. Stucchi sarebbe venuto a sapere solo dopo la fine della guerra che, durante gli interrogatori, la polizia carceraria chiedeva ai detenuti se lo conoscevano. Fu così che, passate le consegne a Guido Mosna, suo sostituto nel Cmai, e abbandonata la “grigia e travagliata vita di Milano” <637, egli sarebbe partito il 23 aprile alla volta della Svizzera.
Dai nuovi colpi inferti alla Resistenza alla costituzione del Cvl
Nel frattempo, al di là dell’affaire Damiani, che sarebbe durato più di un mese, la situazione politica del Paese era giunta a un punto di svolta. Ivanoe Bonomi, presidente del Cln centrale, dimessosi il precedente 24 marzo 1944 a causa di contrasti sorti tra i partiti di sinistra e quelli di destra, il 7 aprile aveva annotato sul suo Diario: “Quel voto [del Congresso di Bari, nda] aveva avuto un effetto notevole. Aveva collocato Badoglio in un cul di sacco. Egli non poteva fare un vero e proprio Gabinetto politico per il rifiuto dei partiti antifascisti a parteciparvi. Non poteva né avanzare, né ritirarsi. In tale situazione è giunto miracolosamente da plaghe lontane un cavaliere portentoso, un Lohengrin redivivo, che si è accostato a Badoglio e lo ha tratto in salvo. Il cavaliere è venuto dalla Russia ed è Palmiro Togliatti (alias Ercoli) […] Il pensiero di Togliatti è semplice, rettilineo, convincente […] La mossa di Togliatti ha avuto effetti risolutivi. Se i comunisti vanno con Badoglio, come possono restare in disparte i liberali di Croce, i democristiani di Rodinò e così, via via, tutti gli altri?” <638
Il 27 marzo, infatti, quasi contestualmente, il leader del Pci, Palmiro Togliatti, nome di battaglia “Ercoli”, partito dalla Russia e transitato per Il Cairo e per Algeri, era giunto in Italia dove aveva dato, con la famosa “svolta di Salerno”, un nuovo indirizzo all’atteggiamento del suo partito verso il governo Badoglio e la monarchia. Togliatti aveva proposto la più ampia collaborazione di tutte le forze politiche, compreso il re, la cui sorte sarebbe stata discussa alla fine del conflitto. Alla costituzione di un nuovo governo democratico di guerra e di unità nazionale, il Pci aveva posto tre condizioni: la prima, che non si rompesse l’unità delle forze democratiche e liberali antifasciste, ma che, anzi, questa unità si estendesse e si rafforzasse; la seconda, che al popolo italiano venisse garantita, nel modo più solenne, a liberazione avvenuta, un’Assemblea nazionale costituente; la terza, che il nuovo governo democratico si formasse sulla base di un preciso programma di guerra per lo schiacciamento degli invasori e per la liquidazione del fascismo. Con estremo realismo Togliatti aveva parlato davanti ai militanti comunisti della Federazione di Napoli: “A queste condizioni siamo disposti a ignorare tutti gli altri problemi o a rinviarli; sulla base di queste condizioni ci sembra che possa essere realizzata la più ampia unità di forze nazionali per la guerra […] <639. Queste indicazioni, legate al riconoscimento del nuovo governo da parte della Russia, avevano spiazzato del tutto i partiti ciellenistici. L’8 aprile Bonomi riportava tra i suoi appunti le “doglianze e le critiche” provocate dalla svolta nel mondo politico, paragonandole a quelle che avevano “formato la sostanza dei dibattiti” <640 e che lo avevano costretto, due settimane prima, a dare le dimissioni dal Comitato di Liberazione. Annotava: “Se durante quei dibattiti io avessi proposto ciò che Togliatti ha fatto accettare […] io sarei stato cacciato dal mio posto. Proprio vero che in politica i fatti sono quelli che si incaricano di far giustizia delle passioni del momento” <641.
L’area degli antifascisti cattolici aveva accolto invece le proposte di “Ercoli” in modo positivo. Aveva scritto il giornalista Carlo Trabucco alla data dell’11 aprile: “Notizie importanti ce le dà Radio Bari. Infatti le dichiarazioni dell’esponente massimo del Comunismo in Italia, Palmiro Togliatti, sono di una liberalità che perfino sconcerta. Togliatti ci porge un piatto sul quale si trova in bella mostra la completa libertà di culto e il rispetto della Religione Cattolica. Pare di sognare. Perché 25 anni or sono il comunismo italiano e il padre suo, il socialismo, non hanno formulato la stessa proposizione? Perché negavano patria ed esercito, religione e morale? Non sarebbe nato il fascismo e la vita italiana avrebbe avuto altro corso. Perché il comunismo italiano acquistasse il buon senso di cui dà prova oggi per bocca di Togliatti, ci sono voluti 20 anni di tirannia e questo spaventoso bagno di sangue. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, noi vogliamo prendere in parola Togliatti e aspettarlo a suo tempo al traguardo delle realizzazioni pratiche” <642.
Le proposte, invece, erano state guardate come un inaccettabile voltafaccia dagli azionisti, rimasti da tempo amareggiati e delusi dalle manovre di Badoglio, tendenti a soffocare l’opinione pubblica antifascista e a far rimanere il re su quel trono che egli stesso aveva disonorato. Scriveva in una lettera clandestina Parri ad Alberto Damiani, “Tito”, e ad Adolfo Tino, “Vesuvio”, il 16 aprile: “dopo tanto lavoro nostro e specie di Tito, la situazione sia pol. sia mil. del Nord Italia è totalmente ignorata, come dimostra anche il colpo di scena Ercoli” <643. Per rimarcare con maggiore incisività le proprie posizioni, il PdA pubblicava il 18 sul suo organo di stampa «Italia Libera» un articolo intitolato Esordio pericoloso, in cui venivano messi in luce alcuni errori che avevano turbato l’entusiasmo e la fede nella lotta: “Le deficienti impostazioni politiche nell’Italia meridionale, rese evidenti dal Congresso di Bari, le mene del governo Badoglio, le oscillazioni di qualche altro partito di Roma, il discorso di Churchill, rude e aspro e ingiusto per la democrazia, le sottigliezze politiche dell’Unione Sovietica, hanno dato agli avvenimenti un corso assai diverso da quello che il Paese aveva il diritto di attendersi. L’iniziativa Togliatti, se avesse tenuto conto di tutti i più complessi e delicati fattori politici in gioco, avrebbe potuto ancora salvare la situazione e preservare le ragioni e l’avvenire della democrazia” <644.
[NOTE]
636 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 266.
637 ivi, p. 309.
638 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1940),, Garzanti, Milano 1947, pp. 175-6.
639 P. Togliatti, Il discorso, in A. Capurso (a cura di), I discorsi che hanno cambiato l’Italia. Da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni, Mondadori, Milano 2008, pp. 170-1.
640 Ivanoe Bonomi, Diario di un anno…, cit., p. 178.
641 ibidem.
642 Carlo Trabucco, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell’occupazione tedesca, Borla, Torino 1954, p. 218.
643 Insmli, Maurizio a Tito e Vesuvio, 16/IV ’44, fondo Damiani, b. 1, f. 3.
644 Insmli, Esordio pericoloso, in «Italia Libera», 18/4/1944, in fondo Damiani, b. 1, f. 7.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023#1944 #alleati #Aprile #Badoglio #Bari #Bonomi #CLN #fascisti #FerruccioParri #FrancescaBaldini #guerra #JohnMcCaffery #marzo #partigiani #PCI #PdA #radio #Resistenza #Salerno #Stucchi #svolta #tedeschi #Togliatti
-
Il PCI solidarizzava con i Vietcong, ripensando alla Resistenza in Italia
Contro l’idea del ‘tradimento’ degli ideali resistenziali e la concezione rivoluzionaria e classista della Resistenza portata avanti dai movimenti (e da alcune frange del partito, per la verità), il PCI oppose (e ripropose) una narrazione della Resistenza entro la cornice togliattiana della svolta di Salerno: una Resistenza interclassista e democratica, fortemente ancorata al concetto di ‘popolo’, legata semanticamente a quello di ‘nazione’, costruita discorsivamente sull’unione delle diverse componenti sociali e politiche del paese (quelle progressiste, ovviamente) <20. In occasione del ventennale della Resistenza, il 25 aprile del 1965, si invocava una «nuova unità operaia e democratica» , mentre l’anno seguente un giovane Achille Occhetto, dal 1963 segretario della federazione giovanile, parlava <21 della Resistenza nei termini di «vittoria del popolo» e «guerra di popolo». Contro la ‘Resistenza rossa’ si scagliò anche Paolo Spriano <22, opponendo la «verità storica» alla formula coniata dal movimento studentesco. E la verità (neanche a dirlo) risiedeva proprio nell’elemento popolare: «quando si vuole adoperare la formula ‘ci fu una sola Resistenza e fu Resistenza proletaria’, si dice cosa non vera: non vera nella realtà, poiché alla Resistenza parteciparono forze sociali e politiche diverse, non vera neppure nelle intenzioni comuniste, nella piattaforma che i comunisti le davano. […] La Resistenza che è culminata nell’insurrezione al Nord, fu un grande sommovimento di popolo, fu vittoriosa, anche perché il PCI, che tanta parte ebbe nel suscitarlo, intese profondamente questo carattere unitario, nel quale la classe operaia assunse una funzione di direzione, una funzione positiva, nazionale nuova». <23
Sarebbe certamente tedioso fare un elenco delle centinaia di articoli e le decine di pubblicazioni sulla Resistenza che uscirono intorno alla metà degli anni settanta, soprattutto per il trentennale, nel 1975, ma è opportuno semmai metterne in luce alcuni aspetti. Tra questi, vale la pena ricordare il ruolo importante assunto dal discorso sul Vietnam. Tra la metà degli anni sessanta e la metà del decennio successivo, infatti, ‘popolo’ e ‘Resistenza’ si trovarono con altissima frequenza sullo stesso asse discorsivo della narrazione delle lotte del popolo vietnamita contro l’imperialismo statunitense. «Ha diritto il popolo del Viet Nam del Sud a essere indipendente e libero e unito anche se questo turberà ‘l’equilibrio’ a sfavore dell’imperialismo americano nel sud-est asiatico?», chiedeva retoricamente Mario Alicata ai lettori de l’Unità nei giorni dell’evacuazione di Hanoi nel luglio del 1966. E ancora: «Ha diritto l’imperialismo americano a massacrare impunemente un popolo, a trascinare il mondo verso un conflitto generalizzato, per opporsi all’inarrestabile marcia dei popoli verso la loro indipendenza nazionale, sol perché in alcuni paesi tale bandiera è stretta nel pugno in primo luogo dai comunisti?». <24
In generale, sulla stampa di partito, la semantizzazione del discorso sul Vietnam si basava sul alcuni fondamentali assunti: l’eroismo del popolo vietnamita <25, la sua forza <26, il suo coraggio <27, la sua unità <28, la sua volontà <29, il suo sacrificio <30, la sua conseguente invincibilità <31; la rappresentazione biblica del re Davide contro il gigante Golia <32; la denuncia del genocidio di un popolo e di una ‘guerra sporca’ <34; il collegamento locale/globale, tra la lotta del popolo vietnamita e la lotta dei popoli del mondo (tra cui quello italiano) <35; il discorso sulla ‘guerra di popolo’ <36; la congiunzione spirituale tra la Resistenza del popolo italiano e la resistenza del popolo vietnamita. Ciò che collegava narrativamente i due popoli era proprio la vitalità degli ideali resistenziali. Nel ventennale della Resistenza italiana, nel 1965, Enrico Berlinguer spiegava, in un articolo su l’Unità dal titolo evocativo, “La Resistenza oggi”, che l’attualità della lotta partigiana era data da «ciò che [avveniva] nel mondo», e cioè «l’attacco barbaro che gli americani [stavano conducendo] contro il popolo del Viet Nam», e «ciò che [accadeva] in Italia» contemporaneamente, ossia «un’offensiva padronale e un’involuzione politica che [mettevano] in causa le conquiste fondamentali delle classi lavoratrici e le prospettive stesse di un’avanzata del nostro regime democratico». Perciò, concludeva, non era retorico l’appello che aveva fatto Longo «perché l’Italia della Resistenza [fosse] tutta, moralmente, politicamente, e in tutte le forme concrete che si renderanno necessarie, con la Resistenza del popolo del Viet Nam». <37
È presente in questo passo un nodo fondamentale del pensiero e della politica berlingueriana, poi anche base discorsiva del ‘compromesso storico’. In Italia, come in altre parti del mondo per certi aspetti affini, la possibilità di scivolamento nella crisi istituzionale, cioè di un’involuzione politica e di un rovesciamento delle conquiste democratiche a opera di forze reazionarie sempre presenti nel tessuto sociale, gettava un’ombra perenne sul paese.
È a partire dagli anni sessanta, dunque, che l’idea della crisi era entrata in sordina nel discorso del partito. Il XII congresso, svoltosi a Bologna tra l’8 e il 15 febbraio del 1969, rilevando l’approssimarsi della conclusione dell’esperimento del centrosinistra, aveva sottolineato la necessità di una «nuova maggioranza di forze laiche e cattoliche» che fosse «espressione politica dell’aggregazione di un nuovo ‘blocco politico’ di classi e ceti sociali». Ma se inizialmente la crisi era concettualizzata eminentemente come fenomeno <38 politico, in seguito, nel corso degli anni settanta e con i primi segnali di recessione, fu sempre più spesso presentata anche come questione economica. Il XIII congresso, infatti, tenutosi a Milano tra il 13 e il 17 marzo del 1972, registrava lo stato di crisi politico-economica in cui versava il paese, che si era generato grazie alle storture di una crescita non (o mal) regolamentata. Un episodio drammatico come la strage di piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, aveva nel frattempo concorso a rafforzare gli scenari più bui <39. Per «isolare e per battere il fascismo», aveva scritto Alessandro Natta su Rinascita del luglio 1973, occorreva «una politica capace di risolvere in termini di libertà, giustizia, di progresso i problemi delle masse popolari» attraverso un «incremento di libertà e di giustizia» e l’«espansione della partecipazione e del controllo popolare». <40
[NOTE]
20 Bassi, “Una guerra semantica”. Si veda la figura n. 21, Carlo Levi, “25 aprile”, l’Unità, XL, 113 (25 aprile 1963), in appendice iconografica. Nell’illustrazione era scritto: «Se per la prima volta noi ci incontrammo insieme nella nuova coscienza di lotta e di rivolta, nel sangue, nell’azione sbocciata come un fiore, questo nuovo valore, questa è la Resistenza. Se questo primo seme comune, sotterrato negli anni, ha germogliato nuovo a un luglio di popolo per l’oggi, per il dopo, questa è la Resistenza».
21 “A venti anni dalla gloriosa insurrezione nazionale del 25 aprile. Trionfino gli ideali della Resistenza con una nuova unità operaia e democratica”, l’Unità, XLII, 113 (25 aprile 1965).
22 Achille Occhetto, “Andare avanti”, l’Unità, XLIII, 113 (25 aprile 1966).
23 Paolo Spriano, “Ancora sull’antifascismo tra i giovani. ‘Resistenza rossa’?”, l’Unità, XLVIII, 139 (23 maggio 1971).
24 Mario Alicata, “Il mondo a una svolta”, l’Unità, XLIII, 178 (24 luglio 1966).
25 Si parlava, per esempio, di «eroica lotta del popolo vietnamita, m.d.b., “Esaltante incontro di massa con le donne vietnamite”, l’Unità, XLIX, 299 (1° ottobre 1972), o di «eroici combattenti per la libertà», “Gli USA rispettino i patti!”, l’Unità, XLIX, 299 (1° novembre 1972).
26 “Un crimine immane che non ha piegato il Vietnam. Il martirio di un popolo”, l’Unità, L, 23 (24 gennaio 1973).
27 L’articolo “Hanoi: senza il sabotaggio di Nixon oggi nel Vietnam ci sarebbe la pace”, l’Unità, XLIX, 299 (1° novembre 1972) parlava per esempio di «lotta coraggiosa del popolo vietnamita».
28 Per esempio, in “Il Vietnam della tempesta”, l’Unità, XLV, 33 (3 febbraio 1968) si parlava di «un intero popolo» e di «lotta di tutto un popolo».
29 Per esempio: «il nemico non ha spezzato la volontà dell’eroico popolo del Vietnam», “‘Libertà e unità della Patria’ scopo della lotta del Vietnam”, l’Unità, L, 1 (2 gennaio 1973); «rafforzano il popolo vietnamita nella sua determinazione di combattere e vincere», “Continua la lotta e la vigilanza dei popoli mentre riprendono gli incontri di Parigi”, l’Unità, L, 1 (2 gennaio 1973).
30 Si parlava sovente di «popolo martoriato», “Gli USA rispettino i patti!”, l’Unità, XLIX, 299 (1° novembre 1972); di «sacrificio del popolo del Vietnam» e ancora di «popolo martoriato», “Manifestazioni e iniziative in tutta Italia”, l’Unità, XLIX, 350 (22 dicembre 1972).
31 Per esempio: «[Nixon] vuole sterminare tutto un popolo, ma il popolo vietnamita è come la terra, che sempre fa rinascere i suoi germogli e la vita», “Le donne protagoniste dell’esaltante manifestazione al Flaminio. Da ogni quartiere, da ogni comune per le loro sorelle del Vietnam”, l’Unità, XLIX, 299 (1° ottobre 1972).
32 Si vedano: «Oggi lo stesso popolo tiene testa, in condizioni di incredibile sproporzione di forza e con un incredibile coraggio, alla più grande potenza industriale del mondo, alla più avanzata tecnologia militare» “Il Vietnam della tempesta”, l’Unità, XLV, 33 (3 febbraio 1968); «La più potente e feroce macchina di guerra del mondo non è riuscita a soffocare la voce di libertà e indipendenza di un piccolo popolo», “I bombardamenti sono cessati. Ora si deve conquistare la pace”, l’Unità, XLV, 294 (2 novembre 1968).
33 Erano frequenti le espressioni come «barbaro genocidio», “Chi sono i Vietcong’”, l’Unità, XLV, 33 (3 febbraio 1968), o «barbaro massacro», “Manifestazioni e iniziative in tutta Italia”, l’Unità, XLIX, 350 (22 dicembre 1972).
34 Per esempio: “Alla notizia dell’accordo che pone fine alla sporca guerra nel Vietnam emozione ed entusiasmo in tutta Italia”, l’Unità, L, 24 (25 gennaio 1973).
35 Si diceva per esempio: «Una data storica che segna la vittoria dell’eroico popolo del Vietnam e di tutte le forze democratiche e di pace del mondo intero», “Accordo di pace. Continui la mobilitazione e la vigilanza”, l’Unità, L, 23 (24 gennaio 1973). Si veda anche “Una storica vittoria dell’eroico Vietnam e di tutti i popoli del mondo”, l’Unità, L, 24 (25 gennaio 1973).
36 «È la guerra di popolo che si sviluppa. Oggi colpisce il nemico più forte che mai, e non isolatamente, ma su tutto l’arco del fronte interno che risulta tutto in movimento, scompaginato da un’iniziativa militare e politica che rivela non solo uno slancio eroico inimmaginabile ma una linea politica robusta, nazionale, legata alle masse, profondamente connaturata con le esigenze di libertà e indipendenza tradizionali del popolo vietnamita», “No all’aggressione”, l’Unità, XLV, 33 (3 febbraio 1968). Sullo stesso numero, a pagina 8 e a caratteri cubitali: “Generazioni di vietnamiti in lotta per la libertà e l’indipendenza contro gli stranieri. Una guerra di popolo”, l’Unità, XLV, 33 (3 febbraio 1968).
37 Enrico Berlinguer, “La Resistenza oggi”, l’Unità, XLII, 113 (25 aprile 1965).
38 Alberto Cecchi (ed.), Storia del PCI attraverso i congressi (Roma: Newton Compton, 1977), pp. 321-322.
39 Dalla metà degli anni settanta, peraltro, il discorso sulla Resistenza (e sul popolo) risentirono del clima complicato dalla tensione sociale. Per esempio, nel giugno 1974 Arrigo Boldrini scriveva: «La risposta inequivocabile che la schiacciante maggioranza del popolo italiano ha dato al terrorismo degli squadristi neri contiene anche una indicazione che occorre cogliere in tutto il suo significato: gli ideali della Resistenza che furono a base del patto costituzionale e della nascita della Repubblica debbono permeare profondamente l’azione di ferma difesa dell’ordine democratico e debbono ispirare tutta la nostra vita sociale», “La Resistenza e le Forze armate”, l’Unità, LI, 150 (2 giugno 1974).
40 Alessandro Natta, “Per un modo nuovo di governare”, Rinascita, XXX, 27 (6 luglio, 1973)
Giulia Bassi, Parole che mobilitano. Il concetto di ‘popolo’ tra storia politica e semantica storica nel partito comunista italiano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2015-2016#1963 #1965 #1968 #1972 #1973 #GiuliaBassi #guerra #Liberazione #lotta #partigiani #PCI #popolo #Resistenza #Vietcong #Vietnam
-
Ma mentre scrivo spara sempre un cannone in lontananza
Dunque, sono rimaste due scelte per il popolo italiano: essere collaborazionista o resistente, come il parroco vicentino Don Luigi Rondin esplica nel suo diario: “Il Duce è stato liberato dalla prigionia, con un colpo di mano da parte dei tedeschi, ed ora si trova in Germania. I giornali, ormai al servizio dei tedeschi, danno il grande annuncio e si notano le prime conseguenze di questa liberazione: i fascisti si riorganizzano e dimostrano propositi feroci. Grande avvicendamento di cariche pubbliche che portano una vera babele ed approfondiscono nel cuore di tutti una avversione profonda per questo partito al quale si addossa tutta la responsabilità della guerra. Figure abbiette di traditori conducono i tedeschi a far man bassa negli ammassi e nei negozi: sembra la giustizia di Dio che gravi su questa povera Italia. […] Circolano voci insistenti che si siano costituite bande armate clandestine, per preparare una difesa”. <240
Tale situazione catastrofica è presente anche nel diario decespedesiano: «Ma è troppo doloroso per chi era avvezza solo alle vittorie – almeno militari – del proprio paese, vedere i soldati fuggire, gli ufficiali consegnare le armi, e nelle strade circolare da padroni soldati stranieri e prepotenti» <241. In una lettera indirizzata alla madre nel 1944 la scrittrice riporta per un’altra volta lo sconvolgimento panoramico della capitale devastata dei tedeschi: «Dopo l’armistizio la città di Roma, fu in preda al più grande disordine per l’invasione tedesca: i giornali ti avranno resa edotta delle loro barbarie. E quello che i giornali scrivono è una pallida idea della realtà. Andavano attorno prendendo gli uomini per portarli con loro a lavorare o deportarli in Germania» <242.
La calamità che grava sul Paese suscita in de Céspedes una tensione morale che le dà coraggio di non tacere più, decide di fronteggiare tutto insieme al suo compagno: «Sto in casa, chiusa. Ma decisa a non vivere di sorda ostilità soltanto. Se chiederanno il proprio parere dirlo. E non tremare più, non nascondersi. S’odono colpi sparare forte, la casa trema. E Franco ed io siamo così vicini, così decisi. Non importa come e dove, ma a testa alta. Anche questo, anche la guerra, anche le privazioni, le umiliazioni sopportate insieme, spalla a spalla sono leggere» <243. Rinasce poi in quel caos bellico la voglia di proseguire nel suo romanzo, nonostante si trattasse di un progetto incompiuto fino alla scomparsa della scrittrice: «Voglio riprendere stasera dopo una settimana di pausa – l’armistizio, l’invasione, questa pena profonda e irrequieta – il romanzo cubano. Che gran voglia, malgrado tutto di scrivere, di lavorare!» <244.
Da Roma a Bari: la fuga, il rifugio e «la decisione di traversare le linee, il passaggio rischioso, la libertà»
La decisione di abbandonare Roma sorge in Alba e Franco per due motivi: il primo è dovuto all’insopportabilità psicologica della scrittrice causata dalla gran confusione nella capitale. Annota così nel diario: “Il cerchio dei tedeschi si stringe sempre di più. L’aria è irrespirabile, si vive nel terrore. Per qualunque ordine inadempiuto la pena di fucilazione. Oh, scapparsene a piedi per le montagne, come Kira di Noi vivi! I bambini, qua sotto, sul piazzale delle Muse giocano alla guerra. È difficile, per gli esseri ragionati, pensare ad altro, c’è bisogno di un lavoro meccanico, forse stanno bene gli operai nelle officine, che debbono girare una vite per ore. E tuttavia avrei tanta voglia di lavorare. C’è un invito dappertutto. Nel sole, nel colore del Tevere, azzurro e morbido sotto le mie finestre. Ma mentre scrivo spara sempre un cannone in lontananza”. <245
La seconda ragione si presenta più pratica, data l’impossibilità di proseguire nel proprio lavoro per Alba e Franco: «Siamo incerti per la mia sorte, per la sorte di Franco, lui non può tornare al suo lavoro, è impossibile» <246. Come accennato prima, de Céspedes spiega alla madre in una corrispondenza familiare la necessità della loro fuga da Roma: a lei stessa, considerata antifascista per il suo romanzo “Nessuno torna indietro”, viene tolta la tessera pochi giorni prima del crollo della dittatura. Insomma, dato il suo inconciliabile rapporto con l’autorità fascista, deve lasciare la capitale per sottrarsi alla persecuzione e in quanto a Bounous, invece, siccome è ufficiale del Ministero degli
Affari esteri, dopo l’armistizio, è costretto a scegliere di essere il collaborazionista del regime nazifascista o di essere fedele del governo del Re. Se avesse scelto il governo del Re, avrebbe affrontato la minaccia di morte.
La data di partenza, come documenta la corrispondenza familiare <247 è il 23 settembre 1943: “Io ero disperata all’idea che potessero prendere Franco e lui desiderava non collaborare con i nazisti. Perciò – benché tutto ci trattenesse a Roma segnatamente le carte dell’annullamento che avremmo dovuto avere pochi giorni dopo, per poterci sposare finalmente – siamo fuggiti, in poche ore, insieme con quella mia cuginetta mezzo cubana Barbara del Castillo, la quale nel frattempo ha sposato un italiano. Anche lui era giovane, ufficiale, e temeva d’essere preso. Fuggimmo con una valigia ciascuno credendo di rimaner fuori, pochi giorni che Roma sarebbe stata presto liberata. (Questo fu il 23 settembre, più di 7 mesi fa!) Tutta la mia bellissima casa smontata e affidata alla mia fedele Maria, tutti i miei vestiti, i miei libri, oggetti d’arte, di grande valore, tappeti, argenteria, ecc.: tutto, insomma”. <248
Ovviamente la scrittrice è troppo ottimista nel prevedere la permanenza fuori Roma, l’esercito degli Alleati temporeggia nel Sud Italia e non raggiunge Roma prima del giugno del 1944. Così, de Céspedes e Bounous avviano la loro vera avventura in Abruzzo, in attesa di attraversare le linee per raggiungere poi l’Italia liberata degli Alleati.
Arrivano il 28 settembre in Abruzzo nel paesino Casoli dove si trattengono fino al 12 ottobre: «Un paese accucchiato [sic] su una rocca, tutto fatto di bianchi e grigi, sormontati da un [sic] torre merlata, alto come una bandiera. Sembra uno dei paesi che i santi portano sul piatto dorato, nel palmo della mano. Straducce da paese come piace a me, con quell’odore nei negozi che mi ricorda l’infanzia» <249. La scrittrice si distende nell’atmosfera pacifica di Casoli e si gode la bellezza dell’Abruzzo: «C’è in me una possibilità innata di intendere subito i paesi, subito trovarmi a fiato con loro, sì da conoscere immediatamente il segreto sapore di ogni regione. Dappertutto sto bene adesso sono già a contatto con l’Abruzzo, mi pare di conoscere la spinta che ha mosso D’Annunzio e Michetti. […] È un mondo che mi affascina, è qui che i miei personaggi trovano vita» <250.
Presto, la tranquillità di Casoli viene infranta dall’incursione aerea dei tedeschi, la scrittrice è di nuovo in preda al terrore: «Sveglia alle 7 stamani, sotto gli aerei che passavano, timore, bombe vicine. La pacifica quiete di questi giorni, di questo ritorno a me stessa è guastata da questo timore!» <251.
L’insicurezza e la precarietà dei primi giorni da profuga non arrestano la volontà di scrivere di de Céspedes né modificare la sua abitudine di proporsi continuamente le nuove considerazioni. Presa dalla propria vena poetica, la scrittrice ragiona sul «rapporto tra realtà oggettiva e soggettiva nonché la possibilità per il romance di sopravvivere al cospetto dei drammatici avvenimenti di una storia in fieri di cui tutti e tutte si sentivano attori e testimoni» <252, come lei commenta nel diario: “Ho molta voglia di scrivere, gran voglia di scrivere. Il romanzo, il racconto per N[uova] Antologia, il pezzo sugli aeroplani. Mi piace viaggiar sola, e scrivere quando viaggio sola. Lo scrittore inventa, arricchisce, soprattutto descrive le cose come le vede lui, non come le vedono tutti. Ha detto Wilder <253 che solo i santi e i poeti capiscono un poco, qualche volta, la vita. Ma scrivere di quel che s’è visto con un testimone, è difficile. Bisognerebbe che questi non leggesse mai. Altrimenti sembra già d’immaginare i suoi occhi ironici: non era veramente così, questi scrittori sono esagerati, senza capire che era così soltanto, lui non lo vedeva”. <254
Il diario tace dal 7 ottobre e ricomincia il 12 ottobre quando de Céspedes è ormai a Torricella, dopo la fuga con le tre sorelle Ricci <255, riparata nella capanna di Maria Tilli. Franco è malato («È la festa di Franco. È malato. Qui, accanto a me, rosso in viso, con 39° di febbre» <256). Essendo la data in cui Alba avrebbe firmato le carte dell’annullamento del primo matrimonio, la scrittrice si rincresce di dover rinunciare all’opportunità di sposare Franco: «A quest’ora i giudici sono andati già a letto, anche gli avvocati sono andati già a letto poveracci, avranno detto, oppure meno male: ma qualcosa è deciso e noi non lo sappiamo, non lo sapremo che tra un mese forse» <257. Tuttavia, non può apprendere quello che succede fuori del paesetto: «Le comunicazioni sono interrotte, Roma è lontanissima, solo a piedi si può andare e venire da Roma: tanti anni di progresso, treni, elettrotreni, littorine, e oggi, ecco di nuovo si vedono viaggiatori a dorso d’asino, arrivare in paese, sospinti dalla guerra, impauriti dalla guerra, sfuggenti con visi pavidi ai manifesti e alle ordinanze» <258.
Trovatasi in condizioni materiali di estrema povertà, la scrittrice riflette sulla vita benestante che possedeva a Roma prima della fuga, si sente inadeguata a questo modo di vivere così facile: «Penso a via Duse, spesso, e tutto quanto è nella mia casa, comodità, preziosità, letto rosa, giornata di nervi, insomma, tutto mi sembra ingiustificato, immeritato, la vera vita è questa che altra gente simile a noi patisce, senza sapere com’è fatta la vita più facile e comoda» <259.
Il contatto con la realtà rurale d’Abruzzo sprona de Céspedes alle nuove invenzioni letterarie, sembra che non esaurisca mai quella sua ardente voglia di osservare, di scrivere e di raccontare: «Inesauribile voglia di scrivere» <260. Nel frattempo, presta molta attenzione alle donne, spesso disgraziate e spregiate, che aveva conosciuto durante la sua permanenza da esule.
[NOTE]
239 Don Luigi Rondin, Diario 1931-1948, Vicenza, Neri Pozza, 1994, cit., pp. 310-311.
240 Ibid.
241 Alba de Céspedes, Diario, 15 settembre 1943, ore 22, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 192.
242 Lettera di Alba de Céspedes a Laura Bertini, Napoli, 7 maggio 1944 (FAeAM, FAdC, 1.3.1, serie “Corrispondenza”, sottoserie “Familiare”).
243 Alba de Céspedes, Diario, 15 settembre 1943, ore 22, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 192.
244 Ivi, p. 193.
245 Alba de Céspedes, Diario, 17 settembre [1943], ore 11, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 194.
246 Ibid.
247 Lettera di Alba de Céspedes a Laura Bertini, Napoli, 7 maggio 1944 ((FAeAM, FAdC, 1.3.1, serie “Corrispondenza”, sottoserie “Familiare”).
248 Ibid.
249 Alba de Céspedes, Diario, Casoli, 28 settembre [1943], ore 13, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 195.
250 Ivi, p. 196.
251 Alba de Céspedes, Diario, 6 ottobre [1943], ore 17, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 199.
252 Lucia De Crescenzio, La necessità della scrittura. Alba de Céspedes tra Radio Bari e «Mercurio» (1943-1948), cit., p. 43.
253 Thornton Niven Wilder, nato a Madison 17 aprile 1897, è stato un drammaturgo e scrittore statunitense vincitore di tre premi Pulitzer: uno per il romanzo Il ponte di San Luis Rey e due per il teatro inoltre ottenne il National Book Award per L’ottavo giorno (The Eight Day) nel 1968.
254 Alba de Céspedes, Diario, 6 ottobre [1943], ore 17, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 199.
255 Sono Maddalena, Francesca e Annunziata Ricci.
256 Alba de Céspedes, Diario, Torricella, 12 ottobre 1943, ore 23, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 200.
257 Ibid.
258 Ibid.
259 Alba de Céspedes, Diario, 12 ottobre 1943, ore 23, Torricella, in Laura Di Nicola, Diari di guerra di Alba de Céspedes, cit., p. 201.
260 Ibid.
Yuan Yao, La libertà e l’amore sono illusioni? Impegni e tentativi di Alba de Céspedes per la Resistenza civile e la costruzione della nuova cultura italiana del secondo dopoguerra, Tesi di dottorato, Università Ca’ Foscari – Venezia, 2023#1943 #Abruzzo #AlbaDeCéspedes #diario #fascisti #guerra #ottobre #partigiani #Roma #settembre #tedeschi #YuanYao
-
Il 1° maggio 1945 a Belluno fu un giorno di sangue
Belluno: la chiesa di San Liberale. Fonte: Wikiloc[…] La ritirata tedesca e la resistenza partigiana
A fine aprile 1945, la strada tra Belluno e Ponte nelle Alpi era percorsa da un flusso continuo di truppe tedesche in fuga verso il Cadore. Il Battaglione partigiano “Palman”, comandato da Francesco Del Vesco detto “Macario”, operava nella zona tra San Liberale e Safforze. Il 25 aprile, nei pressi di Andreane, i partigiani attaccarono una colonna motorizzata tedesca, infliggendo gravi perdite. Da quel momento si aprì una fase di scontri quasi continui, culminata in una battaglia nel centro di Fiammoi, dove persino le donne del paese parteciparono attivamente respingendo l’avanzata nemica.
Il 21 aprile 1945 a Giamosa, frazione del comune di Belluno, viene fermato dai tedeschi un partigiano (sul cui nome non c’è certezza) che, trovato in possesso di un caricatore, viene fucilato sul posto.
Il 30 aprile 1945 le operazioni insurrezionali attorno a Belluno sono in pieno svolgimento. Fin dal mattino i partigiani attaccano il presidio tedesco di Castion (Belluno), che oppone una dura resistenza. I tedeschi prendono molti ostaggi in paese, incendiano diversi edifici, costringono il parroco a togliere il tricolore dal campanile della chiesa e saccheggiano la canonica, oltre a molte case. Infine uccidono, forse perché scambiato per partigiano, un uomo malato di mente che si trovava sulla loro strada.
Quella mattina (30 aprile 1945) i partigiani della zona di Bolzano Bellunese (Belluno) fanno prigionieri 25 tedeschi in ritirata che avevano trovato alloggio in una stalla a Travazzoi (Belluno). I tedeschi, però, informati del fatto, inviano rinforzi per liberare i compagni. Durante le operazioni viene ucciso Mario Mares e ferito un altro uomo.
La situazione era ormai esplosiva: le strade erano intasate da soldati tedeschi allo sbando. Quella notte, il “Palman” ingaggiò nuovi combattimenti. Alle prime luci del 1° maggio, con gli Alleati ormai vicini, i tedeschi iniziarono a scatenare rappresaglie violente sulla popolazione.
L’ira cieca dei nazisti sui civili
Il 1° maggio fu un giorno di sangue. A San Pietro in Campo, i tedeschi, in ritirata e sotto pressione sia dalle forze partigiane sia dalle avanguardie alleate, reagirono con ferocia contro la popolazione civile. La strada che da Belluno porta a Ponte nelle Alpi, diventata una delle principali vie di fuga, si trasformò anche in un teatro di stragi.
Per garantirsi il passaggio, i soldati tedeschi iniziarono a prendere civili come ostaggi, con l’obiettivo di usarli come scudi umani. Tra questi, a San Pietro in Campo, cercarono di prelevare Lino Fistarol e il figlio Gino. La moglie e madre, Luigia Rossa, si oppose disperatamente: si aggrappò ai suoi congiunti per impedirne la cattura. I soldati, innervositi, tentarono di strapparla con la forza. La picchiarono brutalmente con i calci dei fucili e, infine, fucilarono tutti e tre davanti alla loro casa. Luigia Rossa aveva già visto morire un cognato nei giorni precedenti.
Alla Rossa, poche ore dopo, vennero uccise altre persone. I tentativi dei tedeschi di entrare a Fiammoi vennero invece respinti: la popolazione, affiancata dai partigiani, oppose una resistenza decisa. Si scatenò una vera battaglia in cui persero la vita Fiori Sala, Marino Schiocchet (ricordato nella chiesetta di San Matteo a Sala), Antonio Brino “Italo” e Antonio Pampanin “Rapido”. Il comandante del battaglione Palman, Francesco Del Vesco “Macario”, fu gravemente ferito e morì il 14 maggio all’ospedale di Belluno.
L’eccidio di Porta Feltre (ora Piazzale Marconi) a Belluno
Il 1° Maggio 1945 anche Piazzale Marconi a Belluno, registrò delle vittime a causa della furia nazista, in particolare sette partigiani che tentarono di bloccare una colonna corazzata tedesca. I nomi di questi caduti sono Pietro Poletto (Peter), Ardeo De Vivo (Mimi), Oscar Pisciutta (Paolo), Sergio Salomon (Dax), Renato Sottomani (Venerdì), Bruno Tormen (Mario) e Giovanni Sommavilla (Squalet).
Un’ultima minaccia e la risposta alleata
I tedeschi, messi alle strette, arrivarono a prendere in ostaggio donne, bambini, anziani e persino il parroco di Cusighe, usandoli come scudi umani per aprirsi un varco verso il Cadore. Di fronte al rifiuto dei comandi partigiani di lasciarli passare, minacciarono di bombardare Belluno con cannoni da 80 mm puntati sulla città.
Fu solo grazie alla mediazione tra il comando della zona “Piave” e la missione inglese “Simia”, guidata dal maggiore Tilman, che si decise di richiedere un intervento aereo alleato. Otto cacciabombardieri si alzarono in volo e colpirono la colonna tedesca: l’inferno si scatenò sulla strada. I tedeschi superstiti fuggirono verso il monte Serva, ma vennero infine sopraffatti dalle truppe partigiane.
Una liberazione pagata a caro prezzo
Il 1° maggio 1945 si concluse così con un misto di vittoria e lutto. Belluno e l’Oltrardo furono finalmente liberi, ma il prezzo fu altissimo: vite spezzate, famiglie distrutte, ferite ancora aperte. L’episodio è ricordato anche nel libro “Polenta e sassi” di Emilio Sarzi Amadè, che racconta con crudezza la battaglia finale e la ferocia della ritirata tedesca:
“… quando il battaglione di Macario ha visto i carri armati americani che venivano su da Ponte nelle Alpi si è lanciato all’attacco della colonna tedesca che era sulla strada, e i carri armati sono tornati indietro e i tedeschi hanno sparato con un fuoco d’inferno e hanno fatto fuori una dozzina di uomini e adesso Macario è pieno di pallottole, e poi hanno fucilato dei civili vicino alla strada”.
Il 2 maggio 1945 i tedeschi in ritirata presso Salce (Belluno) uccidono Amorino Cassol.
Sempre il 2 maggio 1945 giunge ad Orzes, frazione di Belluno, una colonna tedesca in ritardo rispetto alle altre in ritirata. I soldati sparano sui passanti e ne feriscono due. Luigi Merlin viene ricoverato in ospedale ma muore per l’infezione alla ferita il 5 maggio 1945.
Oggi, a distanza di ottant’anni, è fondamentale non dimenticare.
Quelle giornate tragiche e valorose raccontano la forza di una popolazione che ha resistito all’orrore e ha combattuto per la libertà, anche a costo della vita.
Michele Sacchet, 1° Maggio 1945: a Belluno l’ultimo sangue prima della libertà, Gruppo Alpini Salce, 1 maggio 2025#1 #1945 #21 #30 #alleati #aprile #Belluno #chiesa #fascisti #Fiammoi #frazioni #fuga #Giamosa #gruppoalpinisalce #guerra #maggio #MicheleSacchet #partigiani #Resistenza #ritirata #Safforze #SanLiberale #SanPietroInCampo #stragi #tedeschi
-
Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese
Mi sono soffermato molto sull’aspetto internazionale e sul legame con gli ambienti della NATO che ha avuto la strategia della tensione; adesso voglio invece approfondire il fronte interno, parlando delle responsabilità degli attori dello stato e ripercorrendo brevemente la storia post-bellica dei servizi segreti, per analizzare il ruolo che hanno avuto nella strategia della tensione. Nel primo capitolo ci sono molti riferimenti a ciò che è stato il depistaggio praticato dai servizi segreti italiani, benché spesso manipolati da quelli anglo-americani. L’azione di depistaggio ha avuto la finalità di distogliere l’attenzione dalle forze eversive di destra (quelle effettivamente colpevoli degli attentati), cercando di far ricadere la colpa delle stragi sui gruppi extraparlamentari di sinistra. L’atto di nascondere le trame eversive rappresenta di per sé un reato e una colpa molto gravi, ancor più grave è coadiuvare la strategia e operare per il proseguo di essa. Ciò nonostante essa, non ha preso forma in seno a gruppi eversivi nascosti e segreti, ma questi sono stati un mezzo con il quale attori di tutt’altro contesto hanno ricercato un fine. Un fine che riguardava la stabilità di una forma di governo, la quale garantisse ai partiti di centro (la Dc su tutti) la continuità sulla determinazione dell’indirizzo politico dell’Italia.
L’implicazione delle istituzioni dello Stato rimanda a un argomento molto importante e delicato che ho già accennato nel primo capitolo: la continuità tra Stato fascista e Repubblica democratica. D’altronde, ciò ha significato l’assegnazione di esecutori materiali del regime a posizioni di vertice nel nuovo Stato. Pochissimi vennero condannati a morte; le detenzioni, anche di chi si era macchiato di crimini contro il popolo italiano stesso, furono molto brevi. Cito nuovamente il libro dello storico Davide Conti, Gli uomini di Mussolini (2017), che fa una panoramica precisa della situazione: «”Se c’era un’istituzione che l’8 settembre si era dissolta in modo sfacciato e insieme tragico di fronte agli occhi di tutti gli italiani, questa era l’esercito”. La rotta del regio esercito e lo sbando totale delle truppe in Africa, nei Balcani, in Russia fino all’abbandono simbolico della capitale, lasciata in balia dei tedeschi dopo la fuga del re e dei massimi vertici militari, avrebbero dovuto costituire la premessa storica, politica e istituzionale per una cesura irriducibile tra l’eredità dello Stato sabaudo e la nascita della Repubblica democratica. Al contrario, proprio in questa leva nevralgica della ricostruzione istituzionale si verificò un visibile fenomeno di convergenza: degli apparati del regno del Sud a conduzione monarchica; delle gerarchie militari che avevano guidato tutte le guerre fasciste del Ventennio; di elementi dell’esercito della Repubblica sociale. La composizione, dapprima relativa e poi progressivamente sempre più organica, di questo blocco continuista determinò un assetto interno alle istituzioni in grado di indirizzare scelte, linee politiche, procedure legislative e amministrative ostili all’avvio di un processo di sostanziale rinnovamento dello Stato» <101. Effettivamente un auspicabile rinnovamento non c’è stato. Nonostante il notevole ampliamento della libertà, come sottolinea l’articolo 13 della Costituzione italiana, e altri vari elementi di discontinuità, il fatto di essere governato da una classe dirigente organica rispetto al Ventennio ha in parte reciso questa libertà del popolo italiano. Come la libertà di quelle persone di andare in una banca, prendere un treno, o trovarsi in piazza per una manifestazione senza rischiare la propria vita.
Manlio Milani, sopravvissuto alla strage di piazza della Loggia, nella quale perse la moglie, scrive nella sua testimonianza che la condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, gli ordinovisti veneti autori della strage, ha in qualche modo riconciliato i familiari delle vittime con le regole democratiche. La volontà e l’obiettivo di chi studia e chi scrive a riguardo del periodo stragista è una riconciliazione dell’intero paese. «Ma è doveroso domandarsi: a quali condizioni e con quali modalità l’attuale frattura tra verità giudiziaria, verità storica e coscienza collettiva può essere ricomposta? Non di certo attraverso le annuali “commemorazioni” di rito delle tragedie del terrorismo. In realtà una “memoria” degna di questo nome, fondativa di un’autentica operazione di giustizia verso le vittime, i loro familiari e il Paese intero, non può andare disgiunta dal sommo valore della verità, o almeno, più umilmente, da quei frammenti di verità che la ricostruzione storica elaborata dai saggi ospitati in questo volume ci pare sia in grado di offrire oggi alla consapevolezza e alla sensibilità degli studiosi, dei rappresentanti delle istituzioni e della collettività. La ricordata sentenza di condanna di Maggi e Tramonte è per molti versi un documento di eccezionale valore, su cui è necessario meditare perché stabilisce con esemplare chiarezza che “lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […] individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo di progetti eversivi della destra estrema, ed hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche» <102.
Del ruolo dei servizi segreti italiani ho parlato spesso, l’implicazione è evidente; si può dire che non depone a loro vantaggio il fatto che gli archivi dei centri territoriali del SID, in particolare di quello di Padova, una città chiave per le ragioni che conosciamo, siano stati distrutti a metà degli anni Ottanta. Stando a quanto ha dichiarato il maggiore Giuseppe Bottallo, ciò è dipeso da un ordine dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI (ex SID) <103. Questo tipo di decisione alimenta la tesi del totale coinvolgimento nelle trame dei decenni precedenti, inoltre lascia spazio a supposizioni di vario genere. Per esempio, che cosa si sarebbe ulteriormente scoperto se gli archivi del SID fossero rimasti intatti? E ancora, c’è chi a livello politico ha fatto pressioni affinché gli archivi venissero distrutti? Sicuramente le informazioni contenute negli archivi avrebbero danneggiato ulteriormente l’immagine di determinati personaggi; forse sarebbero uscite nuove verità. Quello che sappiamo però è già parecchio e ci permette di tracciare un breve quadro storico dei Servizi segreti, ma occorre procedere passo per passo.
Per ripercorrere le tappe del Servizio segreto italiano, occorre tornare ai primi anni successivi alla caduta del fascismo. Ho parlato in precedenza di James Angleton, membro della CIA, il quale trascorse molti anni a Roma. Un’operazione effettuata da James Angleton fu, come vedremo, il recupero del poderoso archivio della polizia segreta fascista grazie all’aiuto del commissario di polizia Federico Umberto D’Amato. Ma tra le prime vi fu, molto importante da sottolineare, l’operazione effettuata il 30 aprile 1945 a Milano, dove Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese. Poi lo accompagnò a Roma sotto la sua personale protezione, assicurandogli un destino sicuramente più benevolo di quello che gli sarebbe stato riservato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale e anche un futuro di avventure reazionarie. A fargli da assistente fu proprio D’Amato, il quale venne da subito ben visto da Angleton che lo giudicava un volenteroso apprendista. L’agente CIA chiarì, in parole semplici, che dopo la sconfitta del fascismo il nuovo nemico era il comunismo. Per combatterlo è sicuramente utile allearsi con i fascisti, il nemico di prima, che non chiede altro <104. Angleton e i suoi agenti, fecero un colpo sensazionale visti gli effetti che esso provocò nei decenni successivi nel nostro paese: «tra la fine del 1944 e l’inizio del 1946, riciclarono nei propri apparati la rete dell’OVRA fascista <105, impossessandosi del poderoso archivio allestito durante il Ventennio». Questo avrebbe portato a un lungo gioco di ricatti e intossicazione della vita pubblica, rivelandosi decisivo per le vicende interne del nostro paese. «Insieme a spezzoni del vecchio Battaglione 808 dei carabinieri, infatti, quel colpo avrebbe anche partorito una sorta di cabina di regìa della strategia della tensione, tra la fine degli anni Sessanta e buona parte dei Settanta del Novecento; il famigerato Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, diretto per lungo tempo da Federico Umberto D’Amato. E fu proprio lui, D’Amato, all’epoca già alle dirette dipendenze di James Jesus, a condurre in porto quella che passò agli annali come l’”Operazione Leto”, Guido Leto, il potentissimo capo dell’OVRA» <106. D’Amato ebbe il compito, affidatogli da Angleton, di prendere contatti con alcuni elementi della polizia politica della Repubblica sociale italiana. Tra questi c’era Guido Leto, che dopo gli incontri segreti con D’Amato, si consegnò al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Leto entrò successivamente in contatto con alcuni rappresentanti del Governo Militare Alleato (GMA) al Nord, ovvero due militari dei servizi britannici, il maggiore Harris e il capitano Baker, indicando loro l’ubicazione degli archivi dell’OVRA. «Mentre tutti credevano che i capi della polizia fascista fossero agli arresti e in attesa di un processo, a sorpresa i due ufficiali inglesi decisero di collocare Leto in “libertà condizionata”, affidandogli “per conto del GMA” addirittura la “custodia degli archivi integrali”, con tutti i documenti raccolti durante il Ventennio e nel breve periodo della Rsi» <107. Quando da Roma ci si accorse che qualcosa non andava, venne emesso un mandato di cattura nei confronti di Leto da parte di Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e nuovo alto commissario per le sanzioni contro il fascismo. Questa decisione provocò forti malumori nell’intelligence americana, la consegna del capo dell’OVRA alle autorità italiane portò a reazioni molto dure da parte della sede romana dell’OSS. «E non è azzardato ipotizzare che dietro ci fosse proprio lo zampino di Angleton. Il Servizio segreto Usa temeva un eventuale processo ai vertici della polizia fascista. […] l’OSS temeva che da un eventuale processo pubblico emergessero i legami che americani e inglesi avevano coltivato durante il Ventennio con gerarchi fascisti e l’alta burocrazia dello Stato; e che fossero scoperte le reti spionistiche angloamericane all’interno del regime» <108. Questo passaggio riassume bene due aspetti fondamentali legati alla strategia della tensione: l’ingerenza dei Servizi segreti americani e britannici, già ben nota e approfondita; e la responsabilità dello Stato italiano in quanto non riuscì a prendere una netta distanza dal periodo fascista, anzi ne incarnò vari aspetti.
[NOTE]
101 D. Conti, Gli uomini di Mussolini, op cit., p. 189.
102 C. Fumian, A. Ventrone (a cura di), Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa, op cit., p. 9.
103 A. Ventrone, La strategia della paura, op cit., p. 253.
104 Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere, Roma, Newton Compton editori s.r.l., 2012
105 Polizia segreta dell’Italia fascista. Compito dell’OVRA era la vigilanza e la repressione di organizzazioni sovversive, che tramassero contro lo Stato.
106 M. J. Cereghino, G. Fasanella, Le menti del doppio stato, op cit., pp. 57-58.
107 Ivi, p. 59
108 Ivi, p. 59-60.
Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020#1945 #1946 #1947 #1948 #americani #anticomunismo #depistaggio #destra #eversione #fascisti #FedericoUmbertoDAmato #italiani #JamesAngleton #JunioValerioBorghese #Mas #nero #OSS #OVRA #partigiani #PietroMenichetti #polizia #Repubblica #Resistenza #segreti #servizi #Sid #strategia #tedeschi #tensione #terrorismo #X
-
In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni di soldati tedeschi rimase contenuto
I documenti ancora disponibili negli archivi hanno permesso un’analisi sistematica [n.d.r.: relativa ai disertori dell’esercito tedesco in Italia] solamente per la 10ª armata tedesca. Anche in questo caso però le informazioni non coprono tutto l’arco di tempo in cui l’armata fu presente in Italia, ed è presumibile che i dati riportati rappresentino per difetto, più che per eccesso la reale consistenza numerica (a causa ad esempio di fattori come la mancanza, il ritardo o ancora la perdita delle segnalazioni).
Si può comunque ritenere che il fenomeno abbia avuto una dimensione limitata, se rapportato al milione di soldati circa dell’esercito tedesco che furono presenti tra il 1943 e il 1945 in Italia <619. Qui i soldati della Wehrmacht si trovavano in un paese straniero, circostanza questa che di per sé poteva rappresentare un deterrente per i disertori, per un’insieme di motivi che andavano dalle difficoltà linguistiche alle conoscenze geografiche insufficienti, alla presenza di formazioni partigiane e alleate.
Appare cosi corretto affermare che gli episodi di diserzione dei soldati non furono in grado di costituire un rilevante pericolo per la tenuta delle forze militari della Germania in Italia; ciò sembra confermare il giudizio espresso da Carlo Gentile, secondo il quale: “Fino al crollo del Terzo Reich le truppe tedesche presenti in Italia non andarono soggette a tendenze disgregative degne di nota, per cui nel marzo del 1945 le autorità della Wehrmacht poterono rinunciare per buone ragioni a instaurare un sistema di repressione interna simile a quello messo in atto nel territorio del Reich per punire i disertori e i disfattisti […] In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni rimase contenuto” <620.
Diversi furono comunque i provvedimenti assunti per contrastare gli episodi di diserzione; esemplificative sono in tal senso le azioni dei reparti di polizia militare e degli altri reparti di disciplina dell’esercito tedesco.
Già nell’autunno del 1943 in un interrogatorio alleato si fece menzione della presenza nella zona di Napoli di un Jägerbattaillon il cui compito principale era il mantenimento dell’ordine tra i soldati tedeschi. Alcuni militari trovati in abiti civili, erano stati uccisi dal battaglione, mentre si riferiva che altri soldati scaricavano nell’aria le loro munizioni, così da poter finger di aver esaurito i proiettili e di aver combattuto fino all’ultimo nel caso di un loro arresto <621.
Come ricorda lo stesso Gentile inoltre nei primi mesi estivi del 1944 venne inviato in Italia un reggimento di Feldjäger, adibito alla repressione della diserzione <622.
Nella primavera del 1945 si procedette a organizzare delle linee di controllo, che dovevano servire per evitare che i soldati si intrattenessero nelle retrovie o commettessero atti di indisciplina <623. Ancora ad inizio aprile il comandante supremo del gruppo d’armate C (Oberbefehlshaber Südwest), in una sua comunicazione dai toni chiaramente propagandistici e destinata a essere diffusa tra i soldati, affermava come coloro i quali erano passati nelle fila dell’esercito angloamericano venivano considerati come “ehrlose Verräter”, traditori senza onore. La circolare riportava infatti quanto avevano riferito alcuni soldati al loro ritorno in Germania, ovvero che non appena avevano terminato di fornire informazioni di carattere militare erano stati trattati non più come normali prigionieri di guerra, ma senza alcun rispetto ed onore, con livelli minimi di assistenza e non adeguati alle norme internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra, proprio perché disertori <624.
Osservando le cifre di quanti tra i fuggitivi vennero ricatturati appare però come tali tentativi furono piuttosto limitati nella loro efficacia. In tal senso va fatta una considerazione anche sull’operato dei tribunali militari tedeschi e sull’efficacia del loro modus operandi. I procedimenti penali che vennero condotti nei confronti dei disertori intendevano non solo punire i colpevoli, ma tramite l’esemplarità rappresentata dalle condanne a morte anche dissuadere il resto dei soldati da questo tipo di comportamenti.
Erano però molti anche coloro i quali, colpevoli di reati minori, proprio per evitare le conseguenze di un eventuale condanna sceglievano di fuggire e abbandonare le formazioni, rendendosi però così a loro volta colpevoli di diserzione, così come emerge anche da alcuni casi presentati nel IV capitolo <625. Dai procedimenti penali dei tribunali emergono gli sforzi che questi attuarono per individuare e giudicare i comportamenti ritenuti contrari alla disciplina militare da parte dei soldati. Nei casi di diserzione alcuni elementi (la falsificazione dei documenti, l’abbandono della divisa e l’utilizzo di abiti civili, il contatto con le formazioni partigiane, l’aiuto ottenuto da persone esterne) venivano valutati dai giudici come dettagli che testimoniavano la volontà degli accusati di allontanarsi in maniera definitiva dalla propria unità. L’assenza, in alcuni casi, di queste aggravanti era invece sottolineata nelle arringhe dei difensori per mettere in risalto al contrario le buone intenzione degli imputati.
Ancora sulla base dei dati presentati nel III capitolo emerge come la maggior parte di coloro i quali si resero colpevoli di diserzione o di essersi allontanati dalle proprie formazioni non fossero nati in Germania ma provenissero invece da “paesi dell’Est”, reclutati spesso forzatamente, da persone appartenenti alla “Deutsche Volksliste III” o ancora da austriaci, jugoslavi, francesi. Ne è una conferma anche il fatto che, nei dati presentati nelle tabelle del terzo capitolo, il maggior numero di diserzioni è attribuibile alla 5ª Gebirgs-Division e alla 44ª Infanterie-Division, composte proprio da soldati di origine austriaca e slovacca, nei confronti dei quali particolarmente attiva era la propaganda partigiana.
Un’ulteriore conferma arriva anche dalla preponderante presenza di questi soldati all’interno delle bande partigiane italiane, rispetto ai loro camerati germanici; si deve però ricordare come questi gruppi etnici rappresentassero una minoranza nel numero complessivo dei soldati della Wehrmacht, che si dimostrarono invece pronti a combattere fino agli ultimi giorni di guerra. A simili risultati, per quanto riguarda i disertori dell’esercito tedesco passati a combattere con le formazioni partigiane nella provincia di Parma è giunto anche Marco Minardi, come abbiamo visto nel paragrafo conclusivo del III capitolo.
Come emerge dagli interrogatori condotti dagli alleati, i timori che i soldati tedeschi nutrivano per la propria sorte e per quella della Germania, che in caso di sconfitta si riteneva potesse andare incontro a distruzione materiale e culturale, rappresentarono un fattore di forza (insieme all’indottrinamento ideologico, alla propaganda e alla repressione interna) <626 dell’esercito nazista, anche quando la disfatta appariva ormai inevitabile.
Le fonti alleate riportavano anche come le classi di soldati più giovani e quelle più anziane apparivano quelle dal morale più basso durante la guerra <627. Sarebbero però necessarie ulteriori ricerche per ricostruire con più precisione i profili biografici di un più ampio numero di disertori, per valutare l’esistenza o meno di una relazione tra la frequenza degli episodi di diserzione e l’impiego che venne fatto in guerra delle divisioni dalle quali essi provenivano. Ciò ci permetterebbe di mettere in relazione le scelte di quanti disertarono con, ad esempio, alcuni dei risultati raggiunti da Carlo Gentile, il quale individuava in alcuni fattori, come la giovane età dei soldati, un elemento chiave negli episodi di violenza di cui si resero responsabili alcune formazioni, rivalutando al contrario l’incidenza dell’“Osterfahrung”. È possibile rintracciare un’incidenza di questi due aspetti anche per quanto riguarda i casi di diserzione? Appaiono comunque corrette le considerazioni espresse da Ziemann, già richiamate nell’introduzione e che emergono dall’analisi di diversi studi, secondo le quali le motivazioni politiche in senso stretto rappresentavano solo in un ridotto numero di casi l’elemento decisivo che spingeva alla diserzione i soldati <628. Ciò appare naturale per quanto emerge dai documenti dei tribunali militari, nei quali gli imputati intendevano dissimulare le loro reali intenzioni, adducendo scuse e presentando delle giustificazioni ai loro comportamenti, per poter in qualche modo rendere meno pesante la loro condanna. Altri elementi apparivano così più decisivi nella scelta della diserzione, come le
preoccupazioni per la propria famiglia, la volontà di avere del tempo libero, le relazioni sentimentali. In alcuni casi emerge anche dai casi presentati in questa tesi come diffusi fossero i casi di quanti intendevano sottrarsi alla giustizia militare, prendendo la decisione di fuggire. I dati riportati nelle tabelle a conclusione del III capitolo non permettono di distinguere tra quanti, dopo aver disertato, si consegnarono agli alleati e quanti invece ai partigiani. È però necessario ricordare come entrare in contatto con gli alleati rappresentasse senza dubbio una circostanza più favorevole rispetto al consegnarsi alle formazioni partigiane e che offriva maggiori garanzie, quali la possibilità di essere trattati come prigionieri, di non dover continuare a combattere e di tornare alle proprie famiglie.
Allo stesso modo Ziemann affermava che non erano conosciute le cifre e i motivi di quanti decisero di consegnarsi agli alleati in Italia <629. Circa le loro scelte emerge però dagli interrogatori alleati e da quelli fatti dai partigiani come, tra le motivazioni che venivano espresse, più frequenti fossero quelle di natura politica, legate all’opposizione al regime nazista. Anche in questo caso è però necessario interrogarsi sulla genuinità di tali confessioni, che non poterono non essere condizionate dalla situazione in cui vennero rilasciate.
Ad influenzare il fenomeno della diserzione furono anche alcune valutazioni di carattere “militare” come il fattore della ritirata continua, spesso in condizione di caos, che favorì così la fuga dei soldati, la perdita di fiducia nella vittoria, la supremazia aerea degli alleati. A rendere possibile, o perlomeno più semplice da realizzare e con maggiori possibilità di successo, l’abbandono della propria formazione, potevano però anche essere le favorevoli condizioni meteorologiche o il trovarsi in un ambiente adatto a nascondersi o a ricevere aiuto da attori esterni (popolazione, formazioni alleate, strutture religiose); al contrario, questi elementi potevano anche trasformarsi in fattori di dissuasione. Ciò trova conferma anche nei dati che vedono per l’Italia nell’estate-autunno del 1944 e negli ultimi mesi di guerra nella primavera del 1945 i periodi in cui si verificarono la maggiore parte dei casi di diserzione. Per l’estate del ’44 questi dati si possono spiegare sia in riferimento alla ritirata disordinata delle armate tedesche che ebbe luogo tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, conseguente allo sfondamento della linea Gustav e alla presa di Roma da parte degli alleati, sia con la crescita di attività delle formazioni partigiane, che causò il dilagare tra i soldati tedeschi di una sorta di “psicosi delle bande” <630.
Per quanto riguarda la primavera del 1945 un fattore decisivo fu invece rappresentato dalla consapevolezza sempre crescente che la guerra stava per terminare. Di conseguenza la presenza di disertori fu più alta nelle formazioni partigiane che operavano nelle regioni dove il fronte di guerra si fermò più a lungo e dove la presenza di militari della Wehrmacht fu maggiore (Emilia Romagna, Toscana, ma anche Piemonte e Veneto).
Un’analisi del fenomeno della diserzione nei vari fronti sui quali l’esercito tedesco fu impegnato deve necessariamente tenere conto di questi diversi fattori (temporali, ambientali, politici). Nei primi anni di guerra i successi tedeschi, la fiducia nella vittoria, ma anche la minaccia rappresentata dal movimento partigiano rappresentarono un motivo di coesione per le forze armate tedesche, sul fronte orientale così come in Africa. Soprattutto a partire dalla metà del 1944 però, con il crollo del gruppo d’armate Mitte, l’avanzata sovietica verso la Germania e lo sbarco alleato in Francia, divenne chiaro che la guerra sarebbe terminata con una sconfitta, che l’esercito alleato e quello sovietico erano militarmente superiori e che la fuga rappresentava una buona possibilità, per i soldati, di poter sfuggire ai combattimenti e tornare a casa, nonostante questo significasse sfidare la giustizia militare o un periodo di prigionia <631.
[NOTE]
619 Carlo Gentile, I tedeschi e la guerra ai civili in Italia, in Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino (a cura di), Zone di guerra, cit., p. 131.
620 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 391-392.
621 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch I.N.C., Subject: Weekly Reports on P/W’s, 14/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
622 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., p. 138.
623 BA-MA, RH 19-X/47. Si veda anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, p. 285.
624 Der Oberbefehlshaber Südwest (Oberkommando Heeresgruppe C), Betr: Behandlung deutscher Überläufer in anglo-amerikanischer Kriegsgefangenschaft, 03/04/1945, BA-MA, RH 19X/47.
625 Rimane comunque ancora da valutare, come anche Ziemann osservava, quale fosse l’effettiva capacità deterrente, all’interno delle truppe, rappresentata dalle condanne a morte e da altri tipi di punizioni, Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., pp. 599-600.
626 Thomas Kühne, Gruppenkohäsion und Kameradschaftsmythos, cit.
627 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch, Subject: Morale interrogations of German prisoners. Weekly report, 23/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
628 In tal senso anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, cit., p. 268.
629 Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., p. 597.
630 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 136-146.
631 Cfr. Manfred Messerschmidt, Die Wehrmachtjustiz, cit., p. 161 e ssg. Qui è offerta anche un’analisi comparativa del numero dei reati documentati per quanto riguarda l’esercito tedesco, quello giapponese, americano, inglese, francese e sovietico. Per la partecipazione di soldati tedeschi ai movimenti di resistenza europei anche Gerhard Paul, Die verschwanden einfach nachts, cit.
Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017#1943 #1944 #1945 #44ªInfanterieDivision #5ªGebirgsDivision #alleati #austriaci #disertori #fascisti #Feldjäger #FrancescoCorniani #francesi #interrogatori #Italia #jugoslavi #partigiani #repressione #Resistenza #tedeschi #tribunali #Wehrmacht
-
Ho conosciuto il maggiore Temple, che era sceso in paracadute nelle Langhe
Il maggiore Temple e Enrico Martini (Mauri). Fonte: Casa della Memoria di Vinchio cit. infraNell’estate del 1944 le Langhe sono, di fatto, controllate dai partigiani: Mauri forma due divisioni autonome, la prima comandata da Mario Bogliolo e la seconda da Poli, mentre Nanni organizza i suoi uomini nella VI divisione Garibaldi.
Attorno a Canelli agisce la 78° brigata Garibaldi di Primo Rocca e nell’acquese opera la 79° brigata garibaldina di Pietro Minetti Mancini.
È la grande stagione della Resistenza, quando l’avanzata alleata dal Sud e la crescente forza dei partigiani diffondo l’illusione che la guerra possa vittoriosamente finire prima dell’inverno.
Mentre i garibaldini danno vita a esperienze di autogoverno democratico locale in molti centri delle Langhe, Mauri progetta e realizza l’occupazione di Alba, che avviene il 10 ottobre. […] La prima missione alleata che giunge nelle Langhe è quella comandata dal Maggiore Neville Lawrence Darewski detto Temple.
Nato a Londra il 21 maggio 1914, figlio del compositore di origine polacca Herman Darewski e dell’attrice Madge Temple, ufficiale del Royal Army Ordnance Corps dal marzo 1940, il Maggiore è il responsabile del nucleo SOE destinato al Piemonte. Paracadutato ad Igliano, nell’Alta Langa il 7 agosto 1944, Temple incontra a Torino i vertici della Resistenza piemontese e compie ricognizioni operative nelle valli cuneesi.
Al suo ritorno nelle Langhe si attiva con Piero Balbo Poli per costruire un piccolo aeroporto partigiano a Vesime.
Nella tarda estate del 1944, il Maggiore Darewski [Temple] venne paracadutato tra i partigiani, in quel momento organizzati in due formazioni, una comandata da Mauri (Autonomi) e una comandata da Nanni (Garibaldini) […].
Tra i vari compiti svolti, […] il Maggiore organizzò i partigiani, pianificò aiuti aerei e lanci e costruì una pista di atterraggio per i Lysander a Vesime a Val Bormida di Millesio.
Casa della Memoria della Resistenza e della Deportazione di VinchioUna volta in Langa, Mauri non tardò a riavere in pugno la situazione. Già il 6 agosto accolse la Missione paracadutata del maggiore inglese “Temple” (che si spostò poi al Pino di Baracco e sulla Tura, dove avvennero numerosi aviolanci di materiali raccolti e smistati dal distaccamento di Beppe Milano, un tenente fariglianese esperto e volitivo, reduce di Russia e allora capo di un gruppo di bravi ragazzi di Mondovì e dintorni, fra i quali saliva spesso don Beppe Bruno).
Una pista d’atterraggio e decollo per altre missioni alleate e per l’invio di feriti in ospedali in zone dell’Italia già liberata fu realizzata nel cuore della Langa, a Vesime. Dalla val Ellero partirono [n.d.r.: con uno dei tre gruppi in cui si divise, per rientrare facendo un’ultima tappa a Pigna in provincia di Imperia nelle linee alleate, la Missione Flap] , a fine settembre, il professore villanovese Giovanni Bessone e l’avv. Augusto Astengo per riferire, dopo un viaggio molto avventuroso, al Governo legittimo la situazione del sud Piemonte.Trovarono parecchie diffidenze; ma Bessone riuscì a infilarci, di suo, un sollecito al principe Umberto perché si trasferisse al Nord.
Redazione, Mondovì e il Monregalese in lotta per la libertà, Unione Monregalese, 21 aprile 2015Nell’agosto ’44 erano attive ben 4 missioni italiane, con 13 agenti italiani; 9 missioni britanniche con 16 agenti britannici; 13 italiani in missioni britanniche. In Piemonte, le comandava il maggiore “Temple”, missione “Flap”. Cfr. M. BERRETTINI, op. cit., p. 38. “Temple” (Neville Darewsky), classe 1914, ufficiale dell’esercito inglese, morì il 15 novembre 1944 in un incidente a Marsaglia (CN). Era stato paracadutato tra le formazioni di Mauri il 6-7 agosto 1944. Ebbe importanti incontri con il Cmrp; a lui si deve l’idea della costruzione dell’aeroporto di Vesime (AT); qui giunsero Stevens e Ballard, gli ufficiali dello Soe che lo sostituirono.
Marilena Vittone, “Neve” e gli altri. Missioni inglesi e Organizzazione Franchi a Crescentino, in “l’impegno”, n. 2, dicembre 2016, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in ValsesiaIl 20 ottobre 1944 il comandante Nino Siccardi “Curto” con la scorta di 5 partigiani tornò momentaneamente ad Upega per procedere alla messa in salvo anche dei patrioti feriti che là erano rimasti.
[…] Nei primi giorni di permanenza a Fontane avvenne l’incontro tra “Curto” ed il maggiore inglese Temple (Darewski): “Curto” chiese un consistente aiuto militare per le sue formazioni: la riunione si concluse, tuttavia, con un nulla di fatto.
Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell’Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio – 30 Aprile 1945) – Tomo I, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 1998-1999Ho conosciuto il maggiore Temple, capo della missione delle Special Forces presso le formazioni autonome Mauri; era sceso il 7 agosto 1944 in paracadute sul campo di Igliano nelle Langhe. L’ho visto, per la prima volta, poco dopo il suo arrivo, nel castello di Ciglié dove si era sistemato con la sua missione e dove io avevo la mia base quando mi recavo presso le formazioni Mauri.
Già nel gennaio precedente avevo avuto modo di apprezzare l’efficenza della collaborazione tra gli Alleati e le formazioni partigiane italiane; è di quell’epoca il mio ansioso ascolto di radio Londra che doveva preannunciare, con la frase convenuta: «Arrivano i capitani», il lancio di materiale alla formazione autonoma del capitano Cosa nell’alta valle Pesio a quota 1800 metri; avevo visto i famosi Sten e l’esplosivo plastico che dalla valle portavo a Cuneo, distante una ventina di chilometri, con i relativi detonatori e micce, per essere destinato ai gruppi di sabotatori a Torino.
Ma l’arrivo del maggiore Temple rappresentava qualcosa di più: era arrivato tra noi un ambasciatore e un addetto militare del governo inglese e degli Alleati, era il riconoscimento ufficiale e tangibile della legittimità della nostra lotta; con lui diventavamo cobelligeranti.
Il maggiore Temple sentì profondamente – e ce ne fece sentire partecipi – questa nostra legittimazione: tutta la sua, purtroppo breve, presenza tra di noi fu improntata dalla consapevolezza di trovarsi tra amici, di essere un soldato tra soldati e un uomo tra uomini.
Io lo ricordo così a Ciglié: robusto ma agile, bruno di capelli e abbronzato, sotto i grossi occhiali gli occhi brillanti ed espressivi, di temperamento cordiale e comunicativo, sempre allegro. Ha già conosciuto, nel corso di diverse sue missioni, i partigiani di altre nazioni e sa come farsi voler bene. Non parla perfettamente l’italiano ma si fa capire e capisce e intuisce tutto. A Ciglié, nel momenti liberi, simpatizza con tutti, inventa il “toto-Liberazione”, lanciando una moneta per aria e scommettendo al gioco di testa e croce. A me consegna metà biglietto da dieci lire (che conservo ancora) quale eventuale mezzo di riconoscimento nei messaggi. Amava guidare le automobili, anche l’autoblinda che il tenente Ippolito aveva catturato ai tedeschi. Con Mauri raggiunse, dopo una settimana dal suo arrivo, le formazioni della valle Pesio e da lì le formazioni Giustizia e libertà in valle Stura e nelle valli Grana e Gesso; a Demonte e a Valdieri conosce e si fa conoscere dai comandanti e dai rappresentanti politici.
Ha grande considerazione per il CLN piemontese; ciò lo induce ad affrontare un avventuroso viaggio a Torino, dove conosce, tra il 28 ottobre e il 4 novembre 1944, tutti gli esponenti dei partiti e delle formazioni militari della Resistenza, nonché importanti esponenti della industria torinese.
In breve tempo ha conquistato la stima, l’ammirazione, la simpatia di tutti, compresi gli esponenti delle formazioni Garibaldi.
Ma arrivano momenti tristi e dolorosi.
Alla sera del 12 novembre 1944 i nazifascisti iniziano un attacco – grande per vastità e territorio e per mezzi impiegati – nelle Langhe dove, in pieno giorno, era stato paracadutato ai partigiani molto materiale bellico, ma purtroppo non i cannoni che Temple aveva chiesto. Il giorno 15 Ciglié rischia l’accerchiamento e la missione inglese al completo sale su un camioncino, di quelli che hanno il cassone scoperto; in cabina l’autista e l’interprete; io, Temple e gli inglesi, tutti in divisa, seduti sul materiale nel cassone scoperto.
Ci dirigiamo a Marsaglia, sentiamo scoppiare le bombe da mortaio sempre più vicine: i nemici avevano sfondato le nostre linee di difesa in più punti. A Marsaglia Temple aveva alcune cose da sbrigare; salta giù dal camion e va al magazzino della prima divisione Langhe. Quando esce viene trattenuto a lungo da un comandante partigiano; noi sul camion l’aspettiamo, ansiosi di ripartire; attorno non c’era più nessuno.
Erano circa le dieci del mattino. Il nostro camion era fermo all’angolo di uno spiazzo, sulla nostra sinistra un muro a secco, poco più avanti iniziava una stretta stradina che, in discesa, curvava per uscire dal paese. Lo richiamiamo parecchie volte, siamo impazienti a causa delle esplosioni sempre più vicine. Il camion inizia a muoversi lentamente e Temple, che era atletico e agile pur nella sua robustezza, correndo raggiunge la fiancata sinistra del cassone. Si aggrappa con le mani al bordo e cerca di spiccare un salto verso l’interno.
Restò appeso a mezz’aria davanti alla ruota posteriore e non poté più muoversi.
L’autista era stato costretto a spostarsi a sinistra, verso il muro a secco, poiché dalla parte opposta stava sopraggiungendo dalla curva contromano un carro trainato da buoi con un carico di paglia.
Temple rimane schiacciato tra il muro e la fiancata del camion, fece due giri su se stesso e cadde a terra.
Nel mio ricordo, rivedo i suoi occhi sbarrati dal dolore.
Lo portammo a Murazzano; l’ospedale e l’intero paese erano nel caos, stavano evacuando i feriti. Temple chiede notizie sulla battaglia in corso a Mauri, il quale ci offre un’automobile per proseguire per l’ospedale di Cortemilia, località decentrata e più sicura.
Temple stava male, era grave; «Lussia – così mi chiamava – ho sete» erano le sue uniche parole; ogni tanto ci fermavamo a riempire la bottiglia di acqua.
All’ospedale di Cortemilia fecero di tutto per salvarlo, ma nonostante le cure, alle ore 14 dello stesso giorno 15 novembre 1944 cessò di vivere per emorragia interna.
La sua salma fu trasferita al Sud con lo stesso aereo, sceso al campo di Vesime (che lui aveva ideato e voluto). L’aereo aveva trasportato tra di noi la nuova missione inglese del colonnello Stevens e del maggiore Ballard, che parteciparono alla liberazione del Piemonte.
Lucia Boetto Testori, La missione Temple nelle Langhe in AA.VV., No. 1 Special Force nella Resistenza italiana. Vol. I, Atti del convegno di studio tenutosi a Bologna, 28-30 aprile 1987, sotto gli auspici dell’Università di Bologna, nell’ambito delle celebrazioni per il IX centenario, FIAP – Editrice Clueb Bologna, 1990#12 #1944 #agosto #alleati #autonomi #badogliani #EnricoMartini #fascisti #Flap #Graibaldi #Langhe #LuciaBoettoTestori #maggiore #MarilenaVittone #MarsagliaCN_ #Mauri #missione #NevilleLawrenceDarewski #novembre #ottobre #partigiani #Piemonte #PignaIM_ #Resistenza #RoccoFava #SOE #SpecialForces #tedeschi #Temple #VesimeAT_
-
Uno dei difetti principali delle formazioni partigiane in Cadore era l’ossessivo mantenimento di posizioni fisse
Processed By eBay with ImageMagick, z1.1.0. ||A3A settembre [1944] tutte le brigate aumentarono la frequenza delle loro scorribande, nel tentativo di isolare il Centro Cadore, la Val d’Ansiei ed il Comelico, impedendo la penetrazione del territorio da parte dei mezzi corazzati tedeschi, che battevano in ritirata. Le più significative azioni di questo periodo furono l’attacco al presidio tedesco sul monte Tudaio da parte di un gruppo della Oberdan in data 3 settembre 1944, il brillamento di un ponte sulla strada statale n. 51 denominata «Cavallera» il 4 settembre, l’attentato ad una pattuglia tedesca presso il ponte sul Rio Rin a Lozzo di Cadore il 6 settembre <134, l’imboscata ad un autocarro nel paese di Vallesina il 9 settembre, la conflagrazione tramite esplosivo di un ponte sul fiume Ansiei nello stesso giorno e la demolizione del ponte che collegava il paese di Venas a quello di Cibiana il 10 settembre <135. A complicare le cose sopraggiunsero alcune divergenze tra la Brigata carnica Osoppo e la Brigata Cadore. La prima voleva intensificare le azioni per dar luogo ad una strenua lotta contro l’invasore, la seconda invece voleva evitare le interferenze di altri nuclei partigiani sulla propria zona e lo stesso «Garbin» si mobilitò affinché fossero rispettati i territori di competenza delle singole brigate. Gli eventi precipitarono quando, il mattino del 20 settembre, alcuni partigiani della Osoppo, spararono diversi colpi di mitraglia contro l’edificio della scuola elementare di Pelos, sede del comando tedesco. Nello stesso tempo Alessandro Gallo si trovava a Lozzo per ricevere delle informazioni e dei documenti da un «gappista» della base di Pieve. Quando sentì gli spari, temendo una feroce ritorsione tedesca contro il paese, si portò con quattro compagni nella zona della «Curva dei Sindaci» presso la periferia di Lozzo. Qui attese per ore l’avvento del «gappista», ma poiché esso tardava, decise di tendere un agguato contro tre camion tedeschi che transitavano nella strada verso Domegge. Le bombe lanciate da Alessandro Gallo e dagli altri partigiani danneggiarono solo il primo dei tre automezzi, permettendo ai soldati degli altri due di reagire tempestivamente. Incalzati dal fuoco tedesco i partigiani si diedero alla fuga: il «Garbin» venne braccato ed ammazzato insieme a due dei suoi fedeli compagni <136, in località «Ceraia», mentre alla strage sopravvissero Arturo Fornasier «Volpe» e Giuseppe De Col «Carlo». I corpi dei caduti vennero allineati sulla scarpata adiacente alla strada e vennero dati alle fiamme i fienili circostanti <137. Il giorno successivo, per scongiurare il pericolo di ulteriori attacchi di guerriglia, i tedeschi abbandonarono i presidi di S. Caterina ad Auronzo e del Comelico e ripiegarono in quel di Pieve. Ma un gruppo della Calvi colpì presso Ponte Nuovo una pattuglia tedesca uccidendo due militi e ferendone gravemente altri cinque <138. Di conseguenza il 22 settembre i tedeschi effettuarono un rastrellamento a Calalzo ed arrestarono numerosi operai della fabbrica «Lozza», che vennero portati nella gendarmeria di Tai di Cadore per essere sottoposti ad interrogatorio <139. A Lozzo il panico si diffuse tra gli abitanti, di cui gran parte si nascose nell’altopiano di Pian Dei Buoi, sopra il paese, mentre il parroco don
Pietro Costantini celebrava in segreto le esequie dei tre partigiani caduti in battaglia due giorni prima <140. Molti uomini furono catturati e nel paese di Lorenzago solo l’intervento del parroco don Sesto Da Pra <141 impedì che i partigiani del luogo venissero estromessi dal paese da parte della popolazione terrorizzata dall’idea di subire la violenza tedesca. Per scongiurare ogni possibile ritorsione egli si recò personalmente al Comando delle SS di Tai, per convincere gli ufficiali che la colpa degli attentati recenti era da addossare a gruppi di partigiani titini <142.
Nel frattempo la prematura scomparsa di Gallo provocò i primi disappunti tra il Cln e la Brigata Calvi, che all’improvviso venne abbandonata a sé stessa e fu costretta a recuperarsi i viveri con le requisizioni forzate, malviste dalla gente già ampiamente provata dalla miseria derivata dalla guerra. Alla fine di settembre, i prigionieri tedeschi detenuti nella «Caserma di Sora Crepa» e a Pian Dei Buoi vennero trasportati presso il Passo della Mauria e furono scortati da un contingente della Osoppo fino a Forni Di Sopra; tuttavia per evitare ulteriori rappresaglie tedesche essi vennero presto rilasciati e fecero ritorno al Comando di Tai <143. Iniziò così, per i volontari cadorini, un periodo di sconforto e di profonda crisi organizzativa.
Uno dei difetti principali delle formazioni partigiane in Cadore era l’ossessivo mantenimento di posizioni fisse, che permetteva al nemico di accerchiare facilmente ogni loro dispiegamento grazie anche alla mancanza di armi e di un adeguato addestramento <144. Nell’autunno del ’44 anche gli alleati incontrarono alcune avversità e rallentarono la loro avanzata ed i tedeschi ebbero la possibilità di concentrare le proprie forze contro i partigiani. L’assenza di collegamenti tra alleati e partigiani era una grave carenza che poteva causare la distruzione dell’intero impianto della Resistenza, soprattutto nel momento in cui i tedeschi erano fortemente intenzionati a riprendere il possesso dei punti strategici in Veneto ed in Friuli. Per schiacciare le forze partigiane definitivamente il Comandante Supremo della zona Sud Ovest Albert Kesselring ordinò «una settimana di lotta» dall’8 al 14 ottobre del 1944 contro ogni banda di ribelli <145. Per far fronte alla situazione che stava degenerando, i vertici della Nannetti stabilirono una ristrutturazione di tutte le formazioni in piccoli nuclei più facilmente gestibili. Tuttavia la scarsità di vivande, la paura di rastrellamenti tedeschi, l’atteggiamento attendista del Cln, contribuirono ad indebolire ulteriormente le fila partigiane. Il 18 ottobre infatti, senza incontrare ostacolo alcuno, diverse truppe tedesche, provenienti dalla Carnia, invasero il Cadore attraversando il Passo della Mauria. Il 20 ottobre, la Brigata Calvi, impotente dinnanzi all’inesorabile avanzata del nemico fu costretta ad ordinare l’ennesimo frazionamento dei battaglioni in compagnie di quattro o cinque uomini con il compito di avvicendarsi ai propri paesi ed alle rispettive famiglie <146. Ai primi di novembre il Comando della Calvi fu affidato a Carlo Orler, detto «Alberto» ed a Severino Rizzardi, chiamato «Tigre <147». Dopo questo riassetto ed il frazionamento della Brigata, la maggior parte dei partigiani si aggregarono alla Todt <148 di Termine di Cadore su cui i tedeschi mantenevano un diretto controllo. Nel contempo i tedeschi ritornarono a Pelos ed ordinarono la costruzione di un nuovo ponte che collegasse il paese a Lozzo, da ultimare in appena quindici giorni. Furono ripresi i rastrellamenti nei paesi di Domegge <149, Laggio, Vigo, Calalzo ed Auronzo, molti fienili vennero bruciati e gli uomini validi e celibi vennero deportati nel campo di concentramento di Bolzano. Il 13 novembre, da Radio Londra, venne trasmesso il messaggio radiofonico «Alexander» nel quale si decretava il termine delle operazioni di sfondamento della «Linea Gotica» da parte dell’esercito alleato a causa dell’arrivo dell’inverno. Cosicché nascondere e nascondersi divenne l’unico imperativo dei partigiani della Calvi. Nonostante l’estrema accortezza che essi manifestarono nel darsi alla macchia non fu possibile evitare la cattura di alcuni patrioti per mano tedesca. Il 30 novembre infatti, nei comuni di Vigo, Lorenzago e Lozzo di Cadore, un rastrellamento portò al sequestro di Celestino Da Rin «Lune», di Galliano Ronzon «Marat», di Roberta Martini, di Vincenzo Calligaro e di Terenzio Baldovin. Tra questi Calligaro e Baldovin furono deportati al campo di Bolzano, ma solamente Terenzio finì in Germania dove perì nel campo di Obertraubling <150. Nella prima settimana di dicembre, le ultime forze partigiane scesero a valle e si mescolarono alla popolazione anche il presidio del rifugio «Tita Barba» venne abbandonato. Alla smobilitazione delle truppe di patrioti corrispose una continua caccia all’uomo da parte dei servizi di polizia tedesca, che portò all’arresto di Mario Chioccola, Direttore delle Scuole di Avviamento e di Innocente Anzutti, entrambi membri del Cln dei paesi dell’Oltrepiave <151. Fu solo con l’avvento della primavera che si riprese l’attività di Resistenza ad Auronzo, nel massiccio delle Marmarole ed in Comelico.
[NOTE]
134 A causa di questo attentato il 7 settembre 1944 vi fu una reazione tedesca contro il paese di Lozzo. A riguardo, nelle memorie dell’allora parroco di Lozzo don Pietro Costantini si leggono le seguenti parole: «Alle ore 16, mentre il Parroco è in chiesa parrocchiale intento alle confessioni dei fanciulli, che si preparano alla festa della Madonna, una pattuglia di tedeschi si ferma davanti alla chiesa ed incomincia a sparare. Grande panico. Il Parroco tratta con i tedeschi, riesce a portare i fanciulli all’Asilo infantile e li affida alle Suore. Durante la sparatoria rimangono feriti Calligaro Achille Capo, Laguna Marco a Col e Marta Raffaele. Per fortuna le ferite non sono gravi». Cit. da don
Pietro Costantini, La nostra Chiesa, Lozzo di Cadore, 1969, p. 17.
135 Si veda Musizza e De Donà, Guerra e Resistenza in Cadore,, pp. 186-197.
136 I caduti oltre al «Garbin» furono Alfredo Piccin detto «Mingi» di Domegge e Giovanni Valentini «Lilli» di Arona. Si veda la fotografia della croce commemorativa posta sul luogo della strage riportata in Appendici, documenti e fotografie, ivi p. 167. Cfr. Fornasier, Il nonno racconta, pp. 71-72.
137 Cfr. Musizza e De Dona, Guerra e resistenza in Cadore, pp. 236-238.
138 Ibidem, pp. 240-245.
139 Il giorno successivo continuarono gli scontri tra i soldati tedeschi ed i partigiani. Di questi eventi nel diario di don Pietro Costantini sotto l’indicazione della data del 23 settembre 1944 si legge: «Combattimenti fra partigiani e tedeschi in comune di Domegge, fino a S. Anna dove un partigiano del Comelico è trovato cadavere, sotto un fienile.» Cit. da don Pietro Costantini, La nostra Chiesa, p. 18.
140 Riguardo all’attentato del 20 settembre nelle memorie di don Pietro Costantini, datate 20 settembre 1944, si legge: «Tre partigiani uccisi sui campi di “Ceraia”. È ucciso anche il capo “Garbin”. Il medico recatosi a constatare la morte trova nelle loro tasche “Notes” con nominativi ed indicazioni che fortunatamente non giungono in mano a tedeschi. Nuova sparatoria per le vie del paese. Nessun ferito, ma molta paura. Corre voce che si farà una rappresaglia sul paese. La gente s’affretta a mettere in salvo le cose più importanti. Anche gli ammalati sono portati fuori di casa e sistemati nei fienili di “Le Spesse” e “Naro”. Il caso più pietoso è quello di Da Pra Colò Maria ved. Baldovin Stefin che non può muoversi dal letto. È caricata su di un carro e trasportata, quasi agonizzante, in un fienile.” Cit. da don Pietro Costantini, La nostra Chiesa, p.18. Inoltre in una busta che reca la didascalia Foto: partigiani uccisi dalla SS. Tedesca in località “Ceraia” sett. 1944, custodita presso l’Archivio della parrocchia di S. Lorenzo Martire di Lozzo di Cadore c’è la seguente annotazione: “Partigiani uccisi dalle S.S. tedesche in località “Ceraia” il giorno 20.9.1944 in uno scontro provocato dai partigiani stessi, non si sa bene a quale scopo, quando si tenga presente che i partigiani erano in cinque e i tedeschi erano circa un centinaio ed occupavano due automezzi equipaggiati a guerra.” Il documento porta la firma del parroco don Pietro Costantini, nel retro c’è l’elenco dei partigiani caduti con i rispettivi nomi di battaglia e la dicitura “il giorno 20 sett. 1944, dei cinque partigiani sopravvissero due soltanto.” Nella busta ci sono le foto dei corpi dei caduti e la copia di una circolare del comune di Lozzo in cui si legge: “Il giorno 20 settembre 1944 alle ore 14:30 circa sono morti in località “Ceraia” di questo Comune tre individui sconosciuti (partigiani) di sesso maschile, uno dell’apparente età di anni 35 e gli altri due di anni 30, in seguito a ferite di arma da fuoco (mitragliatrice) sparata da soldati delle Forze Armate Germaniche. Il cadavere dei medesimi fu trasportato nel cimitero di Lorenzago, dopo il funerale eseguito a Lozzo. Lozzo di Cadore, 21 settembre 1944; l’Ufficiale dello Stato Civile Delegato.» La busta e le foto suddette sono riportati in Appendici, documenti e fotografie, ivi pp.168-171. Si veda anche serie 9, Protocolli 1840-1950, busta 124, fasc.1, Registro di protocollo 1944 1° gen.- 1945 lug.11, p. 164, in Archivio comunale di Lozzo di Cadore, dove si legge: «Si registra il rinvenimento di 3 cadaveri di partigiani morti in località Ceraia il 20 corr. Alle 14:30. Salme trasportate poi a Lorenzago”. Cfr. Anche serie 23, busta 1013, fasc. 7, categoria XV, Sicurezza pubblica, classi 1°, Stato civile, dove si legge: “Il 22 settembre i tre corpi dei partigiani di Ceraia furono portati a Lorenzago dopo il controllo del medico Amadori».
141 Aleardo Sesto Da Pra «Pocchiesa» nacque a Lozzo di Cadore il 31 maggio 1909 alle ore 22:00, da Lorenzo e Bartolomea Lovarini, penultimo di sette fratelli: Grazioso, Gaetano, Giovanni, Mario, Celio e Delio. Egli venne ordinato sacerdote il 6 luglio 1936 e fu cooperatore ecclesiastico a Pieve di Zoldo, a Santo Stefano e a Lorenzago di Cadore. Nel novembre del 1943 divenne titolare della parrocchia di Lorenzago. Morì il 16 febbraio 2000 presso l’ospedale di Pieve di Cadore. Si veda Marco D’Ambros (a cura di), Don Sesto Da Pra, un parroco amico del Papa, Grafica Sanvitese, San Vito di Cadore (Bl), I Edizione, luglio 2010, pp. 7-8.
142 Si veda Musizza e De Donà, Guerra e Resistenza in Cadore, pp. 245-249.
143 Ibidem, pp. 254-258.
144 Cfr. Vendramini, Aspetti militari della resistenza bellunese e veneta. Tra ricerca e testimonianza, pp. 85-86.
145 Si veda Musizza e De Donà, Guerra e Resistenza in Cadore, p.263.
146 Ibidem, pp. 268-271.
147 Ibidem, p. 279.
148 L’Organizzazione Todt o «Ot» era un’impresa di costruzioni addetta all’allestimento di fortificazioni attivata dal Reich, essa prese il nome dal suo fondatore Fritz Todt, che ne rimase a capo fino all’8 febbraio 1942 quando perì in un incidente aereo, poi venne sostituito da Albert Speer. Ibidem, p. 280.
149 Qui, i due partigiani Renato De Bernardo «Ivan» e Duilio Cian vennero impiccati il 25 ottobre 1944. Cfr. Ibidem, p. 298-299.
150 Ibidem, pp. 321-323.
Vittorio Lora, Terenzio Baldovin e Lozzo di Cadore. Public history e stratificazioni della memoria in una comunità di montagna, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno accademico 2011-2012#1944 #AlessandroGallo #alleati #AuronzoDiCadoreBL_ #Belluno #brigata #Cadore #Calvi #CarloOrler #Carnia #CLN #fascisti #Friuli #LorenzagoDiCadoreBL_ #LozzoDiCadoreBL_ #Nannetti #novembre #Osoppo #partigiani #provincia #rastrellamento #Resistenza #settembre #SeverinoRizzardi #tedeschi #TerenzioBaldovin #titini #VittorioLora
-
Partigiani stranieri in Val Taleggio
Uno scorcio di Val Taleggio (BG) – Fonte: Mapio.netNei primi mesi del 1944 l’iniziativa più rilevante in Val Taleggio è rappresentata dal sorgere di una nuova formazione [partigiana] composta di ex prigionieri. Essa è capeggiata da un serbo, Zaric Boislau, e nelle fonti archivistiche viene indicata col nome di “Legione Straniera”. La formazione è collegata agli organismi clandestini lecchesi, si occupa di organizzare il transito degli ex prigionieri, degli ebrei e dei politici verso la Svizzera, ma soprattutto tenta di prendere contatto e di coordinare i gruppi di ex prigionieri dislocati nella bergamasca. La documentazione esistente lascia l’impressione che il gruppo, pur riconoscendo la necessità di uno stretto collegamento con i centri resistenziali italiani, volesse garantire agli stranieri rimasti in zona un’ampia autonomia di movimento.
In marzo, aprile la “Legione Straniera” aveva un suo distaccamento a Pizzino (15/20 uomini) ed era collegata con tutti gruppi di ex prigionieri esistenti in valle (a Vedeseta, Olda, ecc.). Non pare di dover sottovalutare l’importanza della “Legione Straniera”; essa infatti riscuoteva la fiducia degli alleati al punto che il 3 aprile poté ricevere un primo aviolancio (parzialmente intercettato dai fascisti) e più tardi, ai primi di maggio, accolse la missione “Emanuele” (2 maggio) accompagnata da un lancio di armi, munizioni e generi di equipaggiamento.
La formazione inoltre era temuta dai fascisti che già dal gennaio/febbraio 1944 cercano di indebolirla e, di screditarne l’operato presso i valligiani. Organizzano una banda di falsi partigiani, la “Banda Thoinsovich”, col compito di snidare ex prigionieri, renitenti e disertori traendoli in inganno. L’iniziativa ottiene qualche risultato nella zona della Val Brembana, ma non è in grado di incidere in modo profondo in Val Taleggio. Qui la “Legione straniera” raccoglie il consenso anche di alcuni giovani del luogo, che in precedenza erano collegati ai gruppi di “Penna Nera”. L’espansione del gruppo raggiunge il culmine a maggio, dopo il lancio della missione alleata. In questa fase i collegamenti con i centri resistenziali lecchesi e milanesi sembrano più organici e si cominciano a progettare azioni a vasto respiro probabilmente ben collegate anche con i comandi alleati. E’ quando i vari progetti di intervento cominciano ad essere elaborati che i fascisti scoprono la rete e decidono di reprimerla con la massima decisione. Quello che temono è la possibilità che essa sfrutti a proprio vantaggio una particolare situazione creatasi allora nella bergamasca dopo l’annuncio dell’apparizione della Madonna alle Ghiaie di Bonate; anzi paventano una stretta connessione tra questo episodio che provoca lo spostamento di enormi masse di cittadini verso Bonate (e verso Ponte S. Pietro dove c’è un campo d’aviazione), e la notizia di un’azione combinata tra partigiani ed alleati volta a colpire in profondità le retrovie nazifasciste. (11)
Si badi che è proprio di quei giorni la ripresa dell’iniziativa angloamericana sulla linea Gustav, con il superamento di Cassino e con il successivo inizio dell’offensiva sul fronte di Nettuno. Così per la terza volta (se si escludono le provocazioni della “Banda Thonsovich”) la Val Taleggio deve registrare la brutale presenza delle truppe nazifasciste. L’azione è preceduta da un’accurata opera di infiltrazione che favorisce l’esito positivo dell’azione repressiva nazifascista. Il 19 maggio i tedeschi riescono a mettere le mani sull’organizzazione. Arrestati i capi ed un buon numero di esponenti del movimento, la “Legione Straniera” si sbanda e la rete clandestina subisce gravi contraccolpi specie nel lecchese. Nuovamente le forze nazifasciste riescono a colpire con estrema tempestività togliendo di mezzo un’organizzazione che trovava ampi consensi, ancor prima che essa cominci a diventare davvero pericolosa.
Ancora una volta la repressione nazifascista richiama la popolazione della Val Taleggio ai suoi calcoli, alle preoccupazioni, al timore di essere coinvolta direttamente, di vedersi intaccati i miseri mezzi di sopravvivenza, alla cautela nell’elargire la propria generosa solidarietà. Di quello che era stata la “Legione Straniera” a fine maggio resta ben poco. C’è chi (Cleto Baroni) assume temporaneamente la guida dei gruppi sparsi nelle baite e si sforza di tenerli collegati. Ma siamo a fine maggio e molte cose stanno cambiando.
Gli alleati avanzano e la convinzione che s’avvicini la fine delle ostilità dilaga. Il 25 maggio scade il bando di richiamo alle armi rivolto a tutte le classi fino a quel momento precettate, con risultati penosi. I giovani invece di rispondere alla chiamata di Salò prendono la via della montagna. Roma non tarderà a cadere. Nel mondo fascista l’aria che tira è quella della disfatta.
Nella provincia di Bergamo sia le organizzazioni clandestine centrali che quelle periferiche riprendono fiato, ma il CLN non è ancora in grado di esercitare un’influenza diretta sulle formazioni partigiane che vanno riorganizzandosi rapidamente. Chi vuol combattere o comunque organizzarsi a volte si sente frenato dall’esclusivismo di talune formazioni politiche clandestine altre volte esprime riserve preconcette contro ogni forma di presenza politica nella lotta di liberazione, ma non pertanto rinuncia a muoversi. Faticosamente si apre la strada il processo unitario.
Tra marzo e maggio si stabiliscono scambi fruttiferi tra “Penna Nera” (scomparso dalla scena nell’inverno) e gli uomini che promuoveranno nella zona di Villa d’Almè la costituzione di gruppi destinati ad aderire all’organizzazione delle Fiamme Verdi. Non è poi impossibile che, mentre in Val Taleggio si consuma l’esperienza della “Legione straniera”, Penna Nera tenga vivi i contatti con il gruppetto dei suoi fedelissimi guidati da Guglielmo (G. Locatelli). A fine maggio comunque questo gruppetto e lo stesso Penna Nera diventano in Val Taleggio il nuovo punto di aggregazione. Cleto e i superstiti della “Legione Straniera” si uniscono agli uomini di “Penna Nera”; quest’ultimo si impegna a provvedere ai loro rifornimenti e all’armamento ottenendo un lancio degli alleati ed inviando un comandante all’altezza della situazione.
All’inizio di giugno, in previsione del lancio, gli organizzatori delle Fiamme Verdi di Villa d’Almè (don Milesi e N. Mazzolà che però è su posizioni abbastanza differenziate da quelle del primo), d’accordo con Penna Nera, inviano in Val Taleggio Rino (G. Locatelli): dovrà ricevere il lancio e prendere il comando dei gruppi della Val Taleggio, cui si unirà con i suoi 15 (circa) uomini. Non a caso dunque il nuovo raggruppamento viene talvolta individuato col nome di “Fiamme Verdi della Val Taleggio”, ma si deve osservare che i tre gruppi fino al lancio tendono a conservare la loro autonomia; Cleto e gli ex prigionieri, Guglielmo e i valligiani, Rino e le sue Fiamme Verdi sono per ora uniti quasi
esclusivamente dalla previsione del lancio. Penna Nera d’altro canto non si sforza di favorire un processo di reale fusione dei gruppi. La sua visione, improntata ad un’estrema cautela, lo porta a non prendere in seria considerazione l’ipotesi di creare una vera e propria unità operativa partigiana. Egli vanta di essere stato riconosciuto dal comando superiore delle Fiamme Verdi quale comandante delle forze operanti in Valle Imagna, Brembilla e Taleggio, ma, tutto sommato, è convinto che le “bande della montagna” non possano svolgere che un ruolo subalterno nella resistenza: quello di procacciare armi allestendo e proteggendo i campi di lancio e quello di costituire una sorta di retrofronte sicuro per altri partigiani costretti ad allontanarsi dalla loro zona di operazioni. Dalle sue memorie poi traspare una concezione militare della lotta partigiana che non tien conto delle esigenze della guerriglia, ma piuttosto di quelle di una guerra di posizione. Se non esclude di portare gli uomini al combattimento, però ritiene che prima sia necessario attrezzare di adeguate difese la valle e di dotare i reparti di un armamento che li renda in grado di sopportare ogni
attacco e di difendere i paesi. Prepararsi dunque, ma intanto aspettare, è questa la sua linea di condotta ed è anche la ragione per la quale, dopo l’aviolancio del 13 giugno, egli verrà progressivamente emarginato. L’uomo che invece assume dopo il suo arrivo in valle, una posizione di primo piano, per la sua capacità d’iniziativa e per la sua dinamicità, è Rino (G. Locatelli). Egli di fatto si troverà a svolgere la funzione di comandante effettivo di un raggruppamento di uomini che si aggirava ai primi di giugno sulle 30/40 unità.
[NOTA]
(11) Archivio privato Micheletti – Brescia notiziari GNR. 3/6/1944: “Nella notte di venerdì 19 maggio, aerei nemici avrebbero lanciato, per mezzo di paracadute, armi pesanti, mitragliatrici e mortai con relative munizioni in località Pizzino, Vedeseta, Olda, Taleggio G [….] nelle giornate di domenica 21 e 22 sarebbero stati lanciati paracadutisti col compito di costruire una testa di ponte, dopo aver occupato di forza il campo d’aviazione di Ponte S. Pietro nelle vicinanze di Bergamo; (…) i gruppi di Pizzino, Vedeseta, Olda e Taleggio dovevano, in concomitanza, agire a viva forza su Lecco, impadronirsene ed accorrere su Bergamo in contatto con Ponte S. Pietro. L’azione principale, cioè quella dell’occupazione del campo d’aviazione di Ponte S. Pietro, sarebbe stata facilitata da un avvenimento che si ha ragione di credere diabolicamente escogitato. Infatti, nella città di Bergamo e nella provincia si era diffusa la voce di una miracolosa bambina, la quale, nelle vicinanze di Ponte S. Pietro, aveva avuto una visione celestiale con l’apparizione della Madonna che le indirizzava sul campo un raggio solare. Si può immaginare con quanta rapidità questa notizia passò di bocca in bocca e l’impressione dei bergamaschi notoriamente attaccati alla chiesa. La notizia dell’apparizione della Madonna assunse infatti proporzioni enormi e, dopo i primi annunci di miracoli avvenuti per guarigioni improvvise il concorso della gente sul posto divenne plebiscitario. La prima apparizione sarebbe avvenuta il 19 e, a detta della bambina, si sarebbe ripetuta nei giorni 20, 21 e 22. Specie nella giornata del 21 si sarebbe improvvisamente oscurato il cielo e sarebbe apparsa la Madonna col raggio di sole. La strana coincidenza delle date ha indotto le SS ad agire immediatamente, poiché erano state intuite le precise intenzioni dell’avversario, il quale, artatamente aveva manifestato intenzioni di operazioni con paracadutisti verso Premeno (Como) al fine di indirizzare colà le forze e permettere quindi ai gruppi di Vedeseta, Olda, Taleggio e Pizzino di agire su Lecco, mentre i paracadutisti avrebbero agito sul campo di aviazione di Ponte S. Pietro. Bisognava quindi prevenire e stroncare sul nascere la azione con rapidità fulminea, altrimenti il nemico sarebbe riuscito nel suo intento, perché l’affluenza della popolazione nelle adiacenze del campo di aviazione di Ponte S. Pietro era enorme, si calcola circa 100.000 persone. Se si pensa alla congestione delle strade principali e secondarie, si ha un’idea delle difficoltà che avrebbero incontrato le eventuali forze inviate a rintuzzare un lancio di paracadutisti i quali, invece, avrebbero avuto tutta la possibilità di attestarsi […..]
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976 qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu#1944 #alleati #apparizione #Aprile #aviolanci #Bergamo #Bonate #Brembana #Brembilla #CletoBaroni #CLN #ebrei #ex #falsi #fascisti #Fiamme #Frazione #Ghiaie #giugno #Imagna #Lecco #legione #Lombardia #Madonna #maggio #MariaGraziaCalderoli #marzo #nera #partigiani #Penna #Pizzino #PizzinoBG_ #prigionieri #province #Straniera #Svizzera #tedeschi #Verdi #ZaricBoislau
-
Alcuni tedeschi provenienti da Fontanelle raggiunsero il luogo nel quale i partigiani stampavano i manifesti
Fu così che il tipografo fu trasferito definitivamente in montagna il 16 marzo ’45. Di questo fatto dà testimonianza un documento presente nell’ASREV <282 che segnala l’avvenuto trasferimento del tipografo prima nominato dalla propria abitazione di Costa di Vittorio Veneto alla stamperia.
L’attività era svolta esclusivamente di notte fino alle prime ore del mattino a ritmi serrati. Durante il giorno i partigiani addetti alla stampa si spostavano di circa 300 metri nei pressi di una fornace di calce. Vicino a questa era stato predisposto un rifugio ricavato direttamente nella parete della montagna. Questo veniva regolarmente ricoperto di foglie e arbusti per essere meglio mimetizzato e nascosto da sguardi indiscreti. L’opera necessitava però di un continuo via vai di persone, sia per la continua entrata ed uscita di materiale e di volantini, quanto per la frequente necessità di riparazioni delle quali abbisognavano le macchine intensivamente utilizzate.
Da diverse informative conservate presso l’AIVSREC apprendiamo che per garantire tale flusso di materiale e informazioni tra Treviso e Vittorio Veneto fu attivato un ‘contatto’ presso Conegliano. Da uno di questi documenti si legge: “Preghiamo […] il compagno Orel di organizzare un rapido servizio di collegamento con Treviso in quanto questo Comando conta molto che i manifestini giungano fino a Treviso con rapidità e tempestività.” <283
Il 12 marzo Antonio Rustìa (Orel) risponde che “Il collegamento con Treviso funziona da circa 2 mesi ed è rapidissimo, la posta appena arriva viene smistata dal sottoscritto ed in giornata arriva a Treviso”. <284 Orel però non si occupò soltanto del servizio di smistamento delle informazioni e della stampa tra Vittorio Veneto e Treviso, ma garantì che la stamperia di Montaner [Frazione del comune di Sarmede (TV)] fosse rifornita della carta e dell’inchiostro necessari. A fronte della stessa informativa del 7 marzo della Divisione “Nannetti”, in cui si specifica anche di procurare carta, inchiostro e tutti i materiali utili alla stampa, Orel aveva risposto già l’11 marzo che “In merito al rifornimento della carta e materiale per stampa, preciso che nella zona si trovano oltre 300 qli di carta occultata e a disposizione della divisione. La carta si trova presso famiglie contadine fuori Conegliano e può essere prelevata in qualsiasi momento. […] Potete contare largamente sulle giacenze qui esistenti”. <285 Oltre a queste informazioni, Antonio Rustìa ne fornisce altre sullo stato delle aziende tipografiche della zona che “non lavorano da parecchio tempo [e i cui] macchinari sono stati smontati e in parte messi al sicuro”. <286 Successivamente, il 12 marzo, Orel comunicava alla stamperia che al “solito posto” si trovavano “una piccola tranciatrice per carta e due vasi di inchiostro che [cancellato: mi] procurai direttamente a Treviso”. <287 I riferimenti lasciati da Orel chiariscono come tra Treviso e Conegliano ci si servisse di un servizio molto rapido, in grado di trasportare oggetti pesanti e voluminosi. In un post scriptum della stessa comunicazione vi è poi una notizia molto interessante: attraverso il compagno Buosi verranno inviati in montagna 3 quintali di carta già tagliata grazie al “solito camionista”.
Quindi per i trasporti del materiale, troppo gravosi per le staffette, l’organizzazione aveva a disposizione un camioncino. Un altro riferimento ad un camion lo si trova nelle carte di Bruna Fregonese, la quale racconta che “Bepi e la Teresa, quando andavano con la cariola al mercato della frutta per fare gli acquisti, quando ancora la città dormiva, portavano a volte fra le casse vuote qualcuna che vuota non era, ma piena di armi e materiale bellico in genere, “procurato” dai nostri GAP, e lo passavano a quelli che, fra la verdura, con il camioncino, lo portavano verso le nostre montagne.” <288
Con ogni probabilità “quello” che teneva i collegamenti con l’autocarro era il padre di Attilio Tonon. <289 Nella testimonianza lasciata da Attilio a Ives Bizzi apprendiamo che: “Hanno anche raccolto delle armi che venivano portate a Vittorio Veneto in vari modi ma particolarmente, come ricordava Pietro dal Pozzo, mascherandole sotto le cassette di frutta e verdura di mio padre che veniva a rifornirsi con il camioncino a Treviso”. <290 Quindi, probabilmente, il “camioncino” del padre di Tonon faceva da spola tra Treviso e le “montagne” trasportando carta e inchiostro oltre alle armi.
Questi elementi testimonierebbero che per il materiale, al di là dei lanci ricevuti, il Vittoriese dipendesse da Treviso, città nella quale erano di fondamentale importanza i contatti con Carrer e la tipografia Zoppelli. Questa necessità nacque probabilmente dopo il disimpegno delle tipografie della pedemontana e gli arresti patiti dal CLN vittoriese.
Oltre a carta e inchiostro, la tipografia partigiana aveva però altre necessità. L’intensità con la quale fu utilizzato il ciclostile portarono lo stesso a guastarsi almeno due volte. A proposito di questi problemi, si fa riferimento a due documenti di comunicazione interna. In questi si fanno presenti le necessità della sezione di propaganda. Nel primo, <291 datato all’11 marzo 1945, si chiede che si procurino dei telai, già richiesti e non ancora ricevuti. La seconda richiesta, <292 datata al 16 aprile 1945, riguarda invece la riparazione di due rulli presso la tipografia Bellavitis di Sacile. I messaggi sono perentori riguardo alla celerità che si debba tenere nel fornire i pezzi. Infatti la mancanza di una sola delle componenti necessarie alla stampa obbligava i resistenti a sospendere l’intera attività. Ma il via vai di persone, materiale e pezzi di ricambio presso la tipografia di Montaner non passò inosservato. Accadde che, verso la fine di marzo, alcuni tedeschi provenienti da Fontanelle raggiungessero il luogo nel quale i partigiani stampavano i manifesti. La precisione con la quale i soldati raggiunsero la zona dove era situato il nascondiglio fa pensare ad una delazione di qualche spia. La metodicità con la quale veniva occultato il rifugio, unitamente alla scrupolosa attenzione nel condurre il lavoro esclusivamente di notte, permise agli addetti stampa di non essere scoperti dai nemici. Nella perlustrazione, i tedeschi passarono molto vicino al nascondiglio tanto che è lo stesso Domenico Favero a ricordare: “ne udimmo il tramestio e le indecifrabili parole, ma non fummo scoperti”. <293
Come già ricordato, la necessità di stampare in montagna era strettamente vincolata all’impossibilità di condurre le stesse operazioni in pianura. La stamperia di montagna infatti continuò a svolgere i propri incarichi fino alla Liberazione, quando ci si poté servire della tipografia Armellini di Vittorio Veneto.
[NOTE]
282 ASREV, busta 10, fasc. d: GNR Vittorio Veneto – 6ˆSq. … ai Comandi superiori. Segnalazione di prelevamento da parte partigiana del tipografo Giacomini Giuseppe 22 marzo 1945.
283 AIVSREC, sez. I, busta 40, fasc. 4-1. oggetto: servizio collegamento, 7 marzo 1945.
284 AIVSREC, sez. I, busta 40, fasc. 4-2, oggetto: stampa, 12 marzo 1945.
285 AIVSREC, sez. I, busta 40, fasc. 4-2, oggetto: materiale per stampa, 11 marzo 1945.
286 Ibidem.
287 AIVSREC, sez. I, busta 40, fasc. 4-2, oggetto: stampa, 12 marzo 1945.
288 B. Fregonese, Le carte di Bruna, op. cit., p. 70. Di questa attività si trova notizia anche in Silvio Fabion, Storie d’eroi semplici, S.l., Cieffegi Litografia, 2006, p. 40.
289 Attilio Tonon era commissario politico del Gruppo Brigate “Vittorio Veneto”.
290 ACSP, Achivio Ives Bizzi, intervista ad Attilio Tonon.
291 ASREV, busta 10, fasc.d: Dal Comm. Div N.N. e dall’addetto stampa a Buosi (c/o CLN VV) Richiesta di vario materiale necessario al servizio di stampa del 11 marzo 1945.
292 ASREV, busta 10, fasc. d: Dall’addetto stampa al CLN di Sacile. Invio rulli da riparare del 16 aprile 1945.
293 Testimonianza di Domenico Favero a Pier Paolo Brescacin del 20 aprile 2000.
Giuliano Casagrande, Le parole della Resistenza. La propaganda partigiana nel Trevigiano, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2012-2013#1945 #AntonioRustìa #BrunaFregonese #carta #ciclostile #clandestina #ConeglianoTV_ #divisione #fascisti #frazione #GAp #GiulianoCasagrande #guerra #inchiostro #manifestini #marzo #Montaner #Nannetti #nascondiglio #Orel #partigiani #Resistenza #SarmedeTV_ #stampa #tedeschi #tipografia #Treviso #Veneto #VittorioVenetoTV_
-
Sul processo a Kesselring
L’esame del processo contro Kesselring è interessante per la ricostruzione del meccanismo del terrore messo in atto dalle truppe tedesche in Italia dopo l’8 settembre 1943, di cui ha parlato Battini. Durante le prime tre settimane del processo, ci si occupò dell’esame delle prove addotte per le due imputazioni, dell’interrogatorio dell’imputato e dell’escussione dei testimoni. Fra questi ultimi, ventuno furono convocati dalla difesa e nove dall’accusa. Un ruolo determinante ebbero tre testimoni dell’accusa: il tenente colonnello A.P. Scotland, un ufficiale dello spionaggio dell’esercito britannico che si era infiltrato nelle truppe tedesche, Herbert Kappler e il giudice militare dell’esercito tedesco, Hans Keller. Scotland aveva interrogato Kesselring e raccolto le sue deposizioni durante la sua prigionia a Londra. Questi atti costituirono le prove decisive per l’incriminazione dell’imputato, il quale – ricordiamo – il 6 maggio fu ritenuto colpevole di entrambi i capi d’imputazione e condannato a morte per fucilazione. Vediamo dall’analisi della sentenza come Battini sia arrivato a concludere che «la responsabilità diretta del comandante supremo era stata provata in modo incontrovertibile e la condanna fu inevitabile» <422.
Al processo, Scotland mise in luce che gli ordini emanati dal comando dell’esercito tedesco in Italia, in particolare quelli del 17 giugno e del 1° luglio, avevano contribuito a scatenare una controguerriglia condotta «con la massima violenza anche contro donne e bambini» <423, dando così avvio «a tutti gli eccessi contro i civili a cui si sarebbero abbandonati i comandanti subalterni» <424. Scotland sottolineò inoltre che, per un ordine del Comando supremo della Wehrmacht del 1° maggio 1944 inviato dal maresciallo Keitel, fossero stati affidati a Kesselring l’autorità suprema sulle operazioni antipartigiane, il comando sulle forze delle SS e della polizia dipendenti dal generale Wolff e la supervisione del coordinamento territoriale delle linee di comunicazione con le retrovie, conferito allo stesso Wolff. Le operazioni antipartigiane, affidate al comando delle SS, sarebbero state coordinate da Wolff in collaborazione con il quartier generale di Kesselring, a cui spettava l’approvazione di qualsiasi piano di attacco. Lo schema tratteggiato da Scotland trovò conferma nella testimonianza del colonnello Beelitz, che era stato primo ufficiale dello staff generale di Kesselring. Anch’egli ammise che dal 1° maggio al generale Wolff fu ordinato di seguire gli ordini di Kesslering, a capo dell’Oberkommando Sud West (Comando supremo del fronte sud-ovest), per quanto riguardava la guerra partigiana. Beelitz documentò l’esistenza di collegamenti fra il comando dell’esercito e quello delle SS, che avevano permesso a Kesselring di essere costantemente informato sulle operazioni antipartigiane condotte da Wolff. L’importanza di tali testimonianze è stata sottolineata da Battini:
“Si aprì così l’interrogativo su quanto Kesselring avesse effettivamente conosciuto delle efferate attività di alcune unità delle Waffen SS poste direttamente agli ordini di Berlino – ad esempio la XVI Panzerdivision SS, la divisione SS Hermann Göering e la divisione cosacca di Debes – le quali si erano rese responsabili di alcuni dei massacri più feroci, da S. Anna di Stazzema a Marzabotto. Venne così provata l’ipotesi che le SS furono effettivamente subordinate alla Wehrmacht nelle operazioni contro i partigiani e contro le popolazioni civili”. <425
Lo stesso Kappler danneggiò il feldmaresciallo, dichiarando di aver detto esplicitamente a Kesselring di avere in custodia persone imputate di reati punibili con la pena di morte e non ancora condannate a morte. Fu quest’ultimo a ritenere necessario eseguire immediatamente l’ordine di rappresaglia imposto da Hitler. La testimonianza di Kappler contrastava con quella del giudice militare Hans Keller, il quale però non riuscì a trovare prove a suo favore. Questi, sebbene sostenesse di aver emanato l’obbligo per tutti i battaglioni di dotarsi di corti marziali sul campo, dovette ammettere che tali corti non avevano gli strumenti per poter operare effettivamente. Egli non riuscì nemmeno a provare l’esistenza di direttive per lo svolgimento di regolari processi ai partigiani catturati e ai civili sospettati di collaborare con loro. Il comando non aveva proposto, evidentemente, alcuna misura garantistica: nessuna esecuzione di civili era stata preceduta da un processo. Il testimone finì così per compromettere la posizione dell’imputato e ammise che l’ordine di Kesselring del 17 giugno 1944 che garantiva protezione a qualsiasi ufficiale che si fosse reso responsabile di eccessi nelle stragi «sarebbe risultato ambiguo e avrebbe potuto essere frainteso» <426, soprattutto nelle mani di un giovane ufficiale.
Kesselring si difese sostenendo che gli ordini da lui emanati si spiegavano con la difficile situazione in cui l’esercito tedesco, dopo la caduta di Roma del 4 giorno 1944, si era trovato ad agire, costretto alla ritirata, tormentata dai bombardamenti aerei alleati e dagli attacchi dei partigiani. Le sue dichiarazioni dimostrarono però che in quelle difficoltà egli maturò un atteggiamento di rancore verso l’esercito e il popolo italiano, che sarebbe stato poi alla base della sua politica di occupazione. Baldissara e Pezzino hanno messo ben in luce come questo rancore si sia riversato sulla popolazione civile, provocando stragi di inermi:
“Questa insistenza sulla minaccia partigiana […] era la spia di una preoccupazione reale per l’attività della guerriglia sul terreno propriamente militare, inscritta però in un latente e ampiamente condiviso giudizio di disprezzo e totale repulsa per qualsivoglia forma di guerra irregolare. Un disprezzo che non poteva non rovesciarsi sui componenti delle formazioni partigiane e sulle popolazioni che si ritenevano collaterali a esse, e che non poteva non costituire il presupposto della sottrazione di innocenza ai civili – donne e bambini inermi – e dunque della giustificazione stessa del massacro, sia durante (per coloro che lo compivano) sia dopo (per coloro che lo giudicavano)”. <427
Sebbene Kesselring inizialmente provasse ad addossare la colpa delle stragi senza limiti alle autorità fasciste della RSI, dovette poi ammettere che qualche atrocità era stata commessa anche da parte tedesca. Kesselring si contraddisse durante il processo, poiché da una parte affermava che i propri ordini avessero rispettato il diritto di guerra, dall’altra attribuì la causa delle stragi al caos in cui era precipitato l’esercito, che avrebbe rallentato il sistema di comunicazione. I documenti, invece, dimostravano che gli ordini emanati da Kesselring non avevano rispettato affatto procedure regolari secondo il diritto di guerra. Ne è una prova anche il fatto che Kesselring solamente alla fine dell’estate del 1944 aveva istituito tribunali militari sul campo mentre, l’8 febbraio 1945, aveva stabilito che le decisioni sarebbero state prese solo dalle corti marziali. In realtà Kesselring, sin dalla fine del 1943, aveva ordinato di utilizzare non solo le misure tradizionali della controguerriglia ma tutti i mezzi a disposizione, perfino l’uccisione indiscriminata di civili sospettati di collaborazione, garantendo una protezione speciale a chi non fosse passato attraverso un procedimento giudiziario sul campo. Il colonnello Halse gli contestò allora il testo dell’ordine del 1° luglio 1944: «Una quota della popolazione maschile dell’area (infestata dai partigiani) verrà arrestata e, nel caso del prodursi di atti di violenza questi stessi uomini saranno uccisi» <428. A quel punto, Kesselring, incalzato dalle domande del colonnello, arrivò a sostenere che «anche i civili innocenti sterminati come ostaggi erano stati uccisi perché comunque colpevoli di “non aver per tempo preso le distanze dai partigiani”» <429.
Un’altra ammissione, sulla falsariga della precedente, che il feldmaresciallo fece durante l’interrogatorio, sarebbe stata determinante per l’esito del processo. Kesselring infatti affermò: «nelle aree infestate o occupate dai partigiani la popolazione combatteva al loro fianco o collaborava con essi, volontariamente o no. L’esercito fu allora costretto a considerare la popolazione alla stregua dei partigiani» <430. Come ha sottolineato Battini, l’imputato offriva così una prova della criminosità dei suoi ordini, «introducendo un’artificiosa distinzione tra la popolazione delle “aree infestate” dai partigiani, che poteva essere rastrellata, deportata e anche “giustiziata” nel caso di attacchi ripetuti, e le rappresaglie contro i partigiani combattenti, i quali potevano essere eliminati in qualsiasi circostanza senza il rispetto delle regole del diritto di guerra» <431. A quel punto, il presidente del tribunale ribatté che in entrambi i casi si era trattato di massacri indiscriminati, contrari alle norme belliche e che quindi tale distinzione non aveva alcun valore. Sebbene le convenzioni belliche non riconoscessero ai civili il diritto di insorgere contro l’occupante, quest’ultimo era chiamato al rispetto delle loro vite. Senza una regolare inchiesta che provasse la colpevolezza dei civili, essi rimanevano innocenti e la rappresaglia risultava completamente illegittima. Per questo, era stato illegale uccidere sia civili innocenti che ostaggi: in entrambi i casi si era trattato di assassinio e non di legittima rappresaglia.
In questo senso fu particolarmente significativo un altro passaggio del processo, la seduta del 14 marzo, nella quale Kesselring spiegò cosa intendesse per «zone partigiane»: parti di territorio in cui «tutta intera la popolazione condivideva lo stesso obiettivo [dei partigiani] e perciò io potevo supporre quasi con certezza che chiunque fosse stato estratto da questo gruppo di persone […] appartenesse ai partigiani e che alcuni di essi fossero dei capibanda»432. Ciò implicava che gli abitanti di zone nelle quali si fossero verificati episodi di guerriglia fossero considerati di per sé dei partigiani e che quindi fosse riservato loro lo stesso trattamento repressivo. Nel caso di episodi di insorgenza, veniva dunque sancita una condizione di colpevolezza collettiva: i civili non potevano non sapere e avrebbe dovuto collaborare con l’occupante, dunque, in caso contrario, la punizione collettiva nei loro confronti senza indagine né processo era giustificata. Come hanno sottolineato Baldissara e Pezzino, «la fonte di legittimazione della violenza e del ricorso alla rappresaglia contro i civili stava dunque nel presentare come illegittima e immorale la guerra partigiana, addirittura nell’assumerla – forzando l’interpretazione delle convezioni internazionali – alla stregua di un crimine di guerra ai danni dell’esercito regolare» <433.
Per concludere, è interessante prendere in esame un ultimo documento, il “Report on German reprisals for partisan activity in Italy”, il rapporto generale steso dagli inglesi sui risultati delle indagini da loro compiute sulle stragi di civili commesse in Italia, che l’11 di agosto del 1945 veniva inviato dal Quartier generale alleato al sottosegretario di Stato britannico del War Office. Questo rappresentava la sintesi delle investigazioni britanniche e mostra come gli inglesi fossero arrivati a comprendere la sistematicità del meccanismo terrorista praticato dai tedeschi contro le popolazioni civili. Il report collegava infatti le rappresaglie tedesche all’attività partigiana e sottolineava il complesso sistema di ordini che aveva scatenato le violenze contro la popolazione civile. Secondo i britannici, che erano entrati in possesso della documentazione del quartier generale di Kesselring, a causa delle preoccupazioni tedesche per l’intensificarsi dell’attività partigiana nell’estate 1944, «un vero e proprio sistema di ordini aveva fondato e incoraggiato la fase più intensa di azioni contro i civili» <434. Un messaggio telegrafato del 1° maggio 1944 inviato dal feldmaresciallo Keitel, capo dell’OKW, Oberkommando der Wehrmacht (Comando supremo delle forze armate) a Kesselring risolveva così il problema della ripartizione di competenze fra SS e forze armate: al generale comandante in capo del settore sud-ovest era attribuito il comando supremo delle operazioni contro i partigiani in Italia. Al comandante supremo delle SS e della polizia, Karl Wolff, spettava dunque la responsabilità operativa delle operazioni lontane dal fronte, ma egli doveva seguire i principi guida stabiliti da Kesselring, che assunse perciò il comando della lotta alle bande partigiane in Italia, e operare sotto di lui. Gli ordini di Kesselring erano quindi trasmessi ai vari livelli gerarchici per dare indicazioni sulle misure da adottare. Anche nel report si faceva riferimento agli ordini del 17 giugno 1944 e del 1° luglio dello stesso anno, che – come abbiamo visto sopra – sono stati citati durante il processo a dimostrazione del fatto che Kesselring aveva incoraggiato una vera e propria controguerriglia contro i civili. Il rapporto britannico concludeva che le «rappresaglie non erano state compiute per ordine di comandanti di singole formazioni ed unità tedesche, ma erano esempi di una campagna organizzata diretta dal Quartier Generale del feldmaresciallo Kesselring» <435.
Questo rapporto inglese ci offre anche indicazioni sul giudizio dei britannici nei confronti della guerra partigiana, poiché affermava che «nessuna obiezione potesse essere avanzata per l’uccisione di partigiani durante le operazioni e nella maggior parte dei casi per la loro esecuzione dopo la cattura» <436. A ragione di ciò, veniva utilizzata un’argomentazione che già abbiamo trovato: «è senza dubbio vero che molti erano camuffati con uniformi tedesche o non avevano segni distintivi o uniformi dalle quali potessero essere riconosciuti» <437. Si riteneva inoltre che potesse essere giustificata nel diritto internazionale e consuetudinario la presa di ostaggi come misura per prevenire attacchi ostili, ma che tale non potesse essere la cattura casuale di uomini innocenti e la loro uccisione al di fuori di ogni regola come rappresaglia. L’uccisione di anziani, donne e bambini era comunque «assolutamente indifendibile» <438.
La rilevanza di questo documento è dunque duplice poiché, da una parte, mostra come i britannici fossero perfettamente a conoscenza della gerarchia dei comandi tedeschi e del sistema degli ordini che faceva capo a Kesselring e che aveva originato una controguerriglia contro le bande partigiane e le popolazioni civili e, dall’altra, è prova dello scetticismo dei britannici verso la guerra partigiana, «della quale peraltro gli Alleati avevano ampiamente usufruito, e che avevano anzi incoraggiato sia con inviti al combattimento, sia con i lanci di materiale e di armi, ma che essi stessi giudicavano alla fine del conflitto, contraria alle norme del diritto internazionale di guerra» <439. Lo scetticismo verso la forma della guerra partigiana, diffuso – come abbiamo visto – anche nella cultura di guerra britannica, assunse però nel caso delle truppe tedesche aspetti molto più radicali.
Nella cultura della guerra nazista, alla rappresentazione fortemente negativa della guerriglia si aggiunsero anche altri fattori ideologici, come il risentimento verso gli italiani «traditori» e la dimensione razziale del nazismo, che spiegano perché le forze tedesche, soprattutto le formazioni più ideologizzate, arrivarono a compiere tali violenze. La disumanizzazione del nemico portò ad abbassare «la soglia dell’inibizione a colpire gli inermi» <440. Il coinvolgimento nel conflitto dei civili si inscriveva in un contesto di guerra totale, condotta con un grande dispiego di mezzi e uomini e con armamenti di grande capacità distruttiva. Era comunque la guerra partigiana il fattore principale che provocava il ricorso terroristico alla violenza contro i civili. Da una parte, per la difficile situazione in cui si trovava l’esercito tedesco in continua ritirata, il quale non riusciva a sopportare la costante condizione di insicurezza alle proprie spalle. In questo senso, il meccanismo del terrore suppliva a queste difficoltà e alla mancanza di uomini per il controllo del territorio e diventava parte delle tattiche dell’esercito. Dall’altra, «nella difficoltà di individuare e contrastare adeguatamente i combattenti irregolari, di differenziare […] l’abitante dal “bandito” […], i civili si trasformano essi stessi in partigiani: non nel senso che siano – neppure nella percezione tedesca – nella loro totalità effettivamente dei combattenti, […] ma che nelle rappresentazione delle forze d’occupazione i profili del civile e del partigiano tendono viepiù a sovrapporsi e coincidere» <441.
Possiamo concludere che alcune riflessioni giuridiche maturate all’interno del dibattito dei giuristi sul processo di Norimberga, come la questione della responsabilità individuale e dell’obbedienza agli ordini dei superiori, trovarono una sorta di applicazione nelle forme della giustizia assunte nei tribunali militari italiani. Giuristi come Nuvolone e Vassalli avevano ben colto infatti la rilevanza di tali questioni. Il primo si era addentrato in un’analisi dei vari livelli di responsabilità che la riflessione sull’obbedienza agli ordini superiori comportava. È interessante notare che nella casistica analizzata da Nuvolone troviamo dei riferimenti precisi al cosiddetto mandante specifico, il quale è ravvisabile negli uomini a capo di un’amministrazione militare. Questa categoria di persone, la quale rispecchiava proprio il ruolo dei militari tedeschi giudicati in Italia, era – a parere del giurista – pienamente responsabile dei crimini compiuti, sebbene questi le fossero stati ordinati da un superiore. Potremmo dire che lo stesso principio giuridico era stato applicato dal Tribunale militare di Bologna, affermando che, se anche Reder avesse ricevuto ordini superiori, avrebbe dovuto rifiutarsi di compiere atti che costituivano manifestatamente reato. Ciò non era avvenuto invece per il processo a Kappler, nel quale l’obbedienza a un ordine era stata considerata un’esimente. Il passo avanti fatto dal tribunale bolognese, messo in luce anche dal già menzionato Ago, aveva dunque accolto le riflessioni di quei giuristi come Nuvolone e Vassalli che ritenevano che un ordine illegittimo non potesse valere come giustificazione di una condotta criminale.
[NOTE]
422 Battini, Peccati di memoria cit., p. 88.
423 Atti del processo, cit. in Ivi, p. 77.
424 Ibidem.
425 Battini, Peccati di memoria cit., p. 80.
426 Atti del processo, cit. in Ivi, p. 78.
427 Baldissara e Pezzino, Il massacro cit., p. 418.
428 Cit. in Battini, Peccati di memoria cit., p. 83.
429 Battini, Peccati di memoria cit., p. 84.
430 Atti del processo in Battini, Peccati di memoria cit., p. 81.
431 Battini, Peccati di memoria cit., p. 81.
432 Atti del processo in Baldissara e Pezzino, Il massacro cit., p. 419.
433 Baldissara e Pezzino, Il massacro cit., p.420.
434 De Paolis e Pezzino, La difficile giustizia cit., p. 19.
435 Cit. in De Paolis e Pezzino, La difficile giustizia cit., p. 20.
436 De Paolis e Pezzino, La difficile giustizia cit., p. 20-21.
437 Ivi, p. 21.
438 Ibidem.
439 Ibidem.
440 Ivi, p. 421.
441 De Paolis e Pezzino, La difficile giustizia cit., p. 419.
Claudia Nieddu, Il dibattito in Italia sui criminali di guerra (1945-1951), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno accademico 2017-2018#1943 #1944 #1945 #ClaudiaNieddu #controguerriglia #crimini #fascisti #guerra #Kesselring #nazisti #ordini #partigiani #processo #rappresaglie #SS #stragi #tedeschi #Wehrmacht
-
Il partigiano è l’alleato automatico di un contadino che non vuole più saperne della disciplina annonaria
La guerra di liberazione è vista dai contadini come la prima guerra nazionale e alla quale hanno partecipato come volontari. Loro sono stati gli artefici della “Resistenza civile”, con la messa in atto di forme antiche di solidarietà della comunità, con le coperture logistiche nei confronti dei partigiani e con sotterfugi per contrastare l’occupante. Sia con l’importante ruolo svolto dalle donne come “staffette”. Aiuti materiali sotto forma di cibo, vestiti donati agli sbandati dell’esercito italiano dopo l’8 settembre, e agli ex prigionieri di guerra alleati sfuggiti ai campi di concentramento. Tutte forme di aiuti e lotta “clandestina” adottati per contrastare il nazi-fascismo e che contribuirono “a ridare il senso di una dignità ritrovata a una nazione umiliata” (Nesti A., 1995).
Infatti, come è scritto nell’introduzione del libro della partigiana Renata Viganò del 1949 “L’Agnese va a morire” “….migliaia di operai, di contadini che non credevano di poter avere una funzione determinate alla vita nazionale, e trovandosi nella lotta, a poco a poco videro formarsi in loro un nuovo spirito di responsabilità, un’attitudine a decidere sul destino proprio e altrui, una capacità politica legata alle situazioni concrete che via via si presentavano loro. Questo è stato il miracolo della Resistenza, questo è il miracolo che si ripete ogni volta che il popolo sviluppa un’iniziativa, assume la responsabilità del suo avvenire”.
L’apporto dato dagli agricoltori alla lotta di liberazione è stato molto ampio e importante, sia in termini di lotta armata con molti contadini che con la renitenza alla leva partecipano e formarono gruppi partigiani, ma soprattutto con la lotta passiva tramite l’aiuto dato ai gruppi di ribelli e con il contrasto alle attività dei nazi-fascisti, come con la mancata consegna di cibo agli ammassi.
Il celebre partigiano e giornalista Giorgio Bocca ne la “Storia dell’Italia partigiana” (1980) fa una distinzione fra la partecipazione contadina alla resistenza per la provenienza stessa dei contadini, fra montagne e pianura. “I contadini di montagna sono spettatori di prima fila di quello che accade, la loro coscienza politica è embrionale, eppure il loro appoggio è anche politico: la ribellione che aiutano è ostile a quel potere che sta laggiù nella città della pianura, che arriva nelle valli solo per riscuotere le tasse, per imporre le leve militari; ora per uccidere. Contro questo potere si stabilisce la difesa comune dell’omertà, i montanari coprono i ribelli con il loro silenzio, se salgono i tedeschi e chiedono di una località fingono di non capire, indicano la via sbagliata. I fascisti e i tedeschi sono degli sconosciuti, degli stranieri; quando vengono è solo per bruciare, per rubare, per uccidere, per minacciare”.
Alla fine del 1943, come ricordato sempre da Bocca, c’era il problema di riuscire a coinvolgere i contadini della pianura Padana ad appoggiare la lotta al nazi-fascismo. In tal senso fu fondamentale l’apporto dato ai gruppi Comunisti dal “clero povero” dai preti di campagna e dalle formazioni di Giustizia e Libertà che si fanno promotori della resistenza armata, “Togliendo i contadini padani dal lungo sonno e dalla diffidenza”, difatti, “L’inizio della lotta è lento e circospetto: i contadini sono cauti, né sanno rinunciare a una loro rivincita. Costretti a un lavoro faticoso, esclusi dalla cultura dell’Italia cittadina, umiliati dal suo disprezzo, considerati degli italiani di seconda categoria, ora possono imporre alle città affamate i prezzi del mercato nero. Il mondo contadino è ostile al fascismo per sicure ragioni di classe; ma anche gli interessi egoistici e l’anarchia favoriscono la prima alleanza con la ribellione.
Il partigiano è l’alleato automatico di un contadino che non vuole più saperne della disciplina annonaria; la presenza partigiana gli serve a scoraggiare i controllori e a ingannarli: «Il grano? Me lo hanno preso i ribelli. Le bestie?
Le hanno portate in montagna». I ribelli armati del ’43 sono quattromila in tutta l’Italia, il problema della loro annona è, in pratica, inesistente per il mondo contadino; e poi il ribellismo è volontario, non toglie d’autorità braccia alle campagne, consente partecipazioni temporanee. Gli interessi egoistici del mondo contadino esistono, dureranno per tutta la guerra partigiana, sono gli egoismi insopprimibili della condizione contadina”.
Il rapporto tra partigiani e contadini comunque era ambivalente, non sempre poteva essere ottimale e idilliaco. D’altro canto però la popolazione civile era però quella che subiva le rappresaglie nazi-fasciste in risposta alle azioni dei ribelli. Spesso poi i contadini aiutavano i partigiani per paura, non perché erano entusiasti di loro, e questi potevano essere anche visti come usurpatori, di cibo e risorse, alla stregua dei nazisti e dei repubblichini (Residori S., 2005).
Un esempio di collaborazione attiva e di vantaggio reciproco tra contadini e partigiani è quello che si verificò nel Mugello quando i partigiani incoraggiavano l’evasione dall’ammasso obbligatorio del cibo. Avevano escogitato un sistema per raggirare le autorità addette alla raccolta per gli ammassi, riuscendo addirittura a portare a vantaggio loro e dei contadini l’odioso provvedimento. Requisivano, in accordo con i contadini, parte del grano, rilasciando una ricevuta del CLN, per mostrare alle autorità che i partigiani avevano requisito il raccolto. Nella ricevuta era scritta una quantità maggiore di quanto effettivamente era stato preso dai partigiani, la differenza rimaneva ai produttori che quindi ne risultavano avvantaggiati ed allo stesso tempo aiutavano la Resistenza. Inoltre, i partigiani compivano azioni per rubare nei depositi e poi ripartivano in piazza quanto sottratto agli ammassi. La metà veniva dato ai contadini, un quarto agli sfollati delle città e altrettanto rimaneva agli stessi partigiani per il loro sostentamento (De Simonis P., 1995).
La resistenza non riguardò solamente il centro-nord d’Italia, bensì, anche se scarsamente documentata, fu presente anche nel Mezzogiorno. Anche in questo caso i movimenti di lotta erano molto eterogenei e comprendevano giovani, uomini, donne, borghesi e contadini, in una sorta di “guerra di popolo” e di riscatto. Infatti, oltre ad essere condotte contro il regime fascista prima e i tedeschi poi, andarono anche contro il blocco agrario latifondista che era ancora egemone al Sud. Queste rivolte contadine iniziarono, infatti, già nel 1942 in risposta alle violenze squadriste e si intensificarono dopo lo sbarco degli alleati; poi si ricollegarono alle lotte che nel dopoguerra contribuirono a far promuovere la riforma agraria e quindi furono la premessa di quella trasformazione irreversibile della società agricola meridionale. Questo nonostante il tentativo di restaurazione del blocco agrario latifondista da parte del movimento separatista che era molto forte nell’immediato dopoguerra e connesso alla mafia che era economicamente legata alla cerealicoltura, al contrabbando del grano ed appunto al ceto latifondista (Chianese G., 2000).
Oltre a questi episodi di lotta del mezzogiorno, è importante sottolineare il contributo che diedero le popolazioni del sud Italia alla Resistenza combattuta al Centro Nord. Difatti lo storico Monti nell’immediato dopoguerra stima, presumibilmente al rialzo, che le formazioni partigiane erano composte almeno per un 40% da “uomini del Mezzogiorno”, soprattutto soldati che dopo l’8 settembre in gran parte scelsero di scappare in montagna e di partecipare alla guerra di liberazione (Monti A. 1952).
Gianluca Parodi, Alla ricerca della sostenibilità: lo sviluppo dell’agricoltura dall’Unità d’Italia alla green economy, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2013#1943 #1944 #1945 #agrari #alleati #ammasso #annona #cibo #contadini #ex #fascisti #GianlucaParodi #guerra #latifondo #partigiani #prigionieri #requisizioni #Resistenza #sfollati #Sud #tedeschi
-
Inseguito dai tedeschi riuscii a nascondermi rannichiandomi dietro una roccia
Buggio, Frazione del comune di Pigna (IM)Pagasempre [n.d.r.: Arnolfo Ravetti, in seguito capo di Stato Maggiore della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”], che doveva far parte del gruppo di Fragola-Doria [n.d.r.: Armando Izzo, comandante, poco tempo dopo i fatti qui narrati, della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni”], era riuscito a scappare dal campanile [n.d.r.: della Chiesa Parrocchiale di Pigna] e a raggiungere il gruppo di retroguardia [n.d.r.: l’autore non mette date, ma qui dovrebbe trattarsi del 10 ottobre 1944, quando la Repubblica Partigiana di Pigna era ormai caduta e la maggior parte dei patrioti combattenti imperiesi, non solo quelli attestati in Alta Val Nervia, ma anche coloro del resto della provincia, si erano ormai avviati, per sfuggire ai rastrellamenti nazifascisti, verso Fontane in Piemonte, in quella che è rimasta nella storia come un’epica ritirata strategica]. È lui, il testimone oculare dei fatti che sto per narrare.
«Stavo per raggiungere il gruppo di Fragola-Doria, dopo aver visto dall’alto del campanile i vari gruppi dirigersi verso Langan. Erano riusciti a sganciarsi bene ed il ripiegamento avveniva con ordine, anche merito mio che sparavo dal campanile e del gruppo di Fragola-Doria che compiva eccellentemente il compito di retroguardia».
«Hai visto il gruppo di Carabalona? [n.d.r.: Stefano “Leo” Carabalona, già comandante di Distaccamenti, era di lì a diventare capo della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato a Nizza]».
«L’ho visto dirigersi verso il cimitero e scomparve alla mia vista».
«Continua nella tua narrazione».
«Inseguito dai tedeschi riuscii a nascondermi rannichiandomi dietro una roccia e vidi Fragola-Doria, che ad una curva sul ciglio di un dirupo si era fermato, aveva fatto un passo indietro per caricare il mitra e mettersi in migliore posizione di tiro, ma aveva messo un piede in fallo, mentre una raffica mi parve l’avesse colpito, e precipitò nel burrone sottostante. Eravamo presso la Madonna di Passoscio. Quando lo andai a prelevare, alcuni giorni dopo, mi disse che era stato ferito e nel rotolare, ridotto all’inazione, non sapeva orientarsi anche perchè aveva rotto gli occhiali. Due ausiliari tedeschi, probabilmente polacchi o cecoslovacchi, lo avevano raggiunto in fondo alla scarpata e lo avevano piantonato in attesa di ordini dal loro comandante, sulla sua sorte. Era stordito, dolorante, esausto, quasi semincosciente e gli pareva di udire i nazisti che gli chiedevano di portarli con lui perchè volevano farsi partigiani. Ma il loro comportamento dichiarò le loro intenzioni. Lo abbandonarono lasciandogli la pistola e la borsa con le carte topografiche».
Intanto Pagasempre, rimasto solo, all’alba, dopo aver passato la notte al riparo degli alberi, si avviava verso Buggio. Sentiva sopra, verso il Torraggio, le mitragliatrici, che lui pensava fossero di Moscone [n.d.r.: Basilio Mosconi, comandante di un Distaccamento, poi comandante del II° Battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata], attestate all’incrocio della strada militare del Torraggio, verso Pietravecchia, che respingevano i tedeschi.
Giunto a Spegli fu accolto da alcuni carbonari, dove incontrò il maggiore Zoroddu, con la moglie e le due bambine.
Era stato un pastore, un suo conoscente che lo aveva guidato là, ritenendo la posizione sufficientemente sicura. Fu quello stesso pastore che nei giorni successivi li avvertiva delle posizioni dei tedeschi, e di aver visto i partigiani camminare con passo normale e ben affardellati verso Langan, da diverse strade.
Rimanevano però nei dintorni di Pigna e di Castelvittorio molti uomini sbandati ed il rastrellamento nazista insisteva. Bisognava abbandonare la zona.
Zoroddu e Pagasempre decisero di raggiungere alcune campagne di Castelvittorio, dove il maggiore contava degli amici. Con prudenza il gruppo viaggiava di buon mattino e la sera, per non essere visti. Raggiunsero Gordale.
Qui li raggiunse il partigiano Ammiraglio (Rebaudo Stefano) ad annunciare che Fragola-Doria era stato raccolto da un pastore, in cattive condizioni di salute. Rivolgendosi in particolare a Pagasempre. lo pregava di organizzare un suo recupero. Fu un abitante di Castelvittorio, il paese degli uomini generosi, che si prestò, col suo mulo ad andare a prendere Fragola-Doria. Lo trovarono in vere condizioni pietose. Ciò che più lo affliggeva era il non aver più gli occhiali. Aveva una larga ferita alla coscia destra ed era in suppurazione.
Riprende Fragola-Doria:
«Le ragazze che mi assistevano, mi portarono dei libri, da leggere, di Nino Salvaneschi. La notizia che io fossi lì si sparse. Devo ancora narrare un episodio che denotava il mio stato febbrile. Le ragazze mi portavano delle fette di pane biscottato all’olio e me le mandava la madre di Ammiraglio, un nostro partigiano. Nel mio rifugio vi erano dei grossi topi ed una notte ebbi l’impressione che mi volessero aggredire. Per allontanarli presi un pane e lo scaraventai contro di loro. Ho visto che i topi si erano precipitati su quel pane. Allora ho capito che i topi sentivano l’odore del pane condito impastato con l’olio. In quella grotta sentivo dei dolori acuti in tutto il corpo. Pagasempre seppe del mio rifugio e venne con dei muli e mi portò dove lui si trovava, in Gordale, dove fui visitato e curato dal dottore Prof. Moro, che mi disse: “Tu fisicamente ora sei guarito, ma sei ridotto a sole ossa. Devi curarti”. Mi curarono Pagasempre ed il maggiore Zoroddu ed altri partigiani che non avevano seguito gli altri in Piemonte».
A conferma di questo continua Pagasempre.
«Fu il Prof. Moro di Castelvittorio che si prestò a medicare e a curare Fragola-Doria. Egli, da una narrazione del tempo, era stato, dopo l’abbandono dei due ausiliari tedeschi, per qualche giorno immobile. Solo la notte si trascinava attorno in cerca di castagne per cibarsi. Gli occorse un mese per guarire».
Rio Gordale
In Gordale si radunarono molti sbandati e formarono il distaccamento del tenente Lilli [Fulvio Vicàri, medaglia d’argento alla memoria], ma non avevano mezzi di sussistenza, né collegamenti con il grosso delle forze avviate verso il Piemonte.
I tedeschi avevano occupato tutta la zona e bisognava stare in guardia.
Il maggiore Zoroddu incarica Pagasempre di recarsi a Poggio di Sanremo con un biglietto di presentazione per i signori Nino Ghersi e Corrado Mancini, facenti parte del C.L.N. onde avere mezzi di sussistenza. Altro scopo della missione
era di procurare gli occhiali a Fragola-Doria.
Il viaggio fu lungo e non privo di avventure, degno di un racconto a parte. Ecco il suo racconto:
« Giunto a Poggio e fattomi riconoscere, mi portarono in una casa di campagna sopra il campo sportivo di Sanremo. Stetti tre giorni. Mi consegnarono gli occhiali per Fragola-Doria ed una forte somma di danaro da consegnare a Zoroddu. Giunto a Gordale, con quello che avevo portato, l’esistenza divenne più umana. Comperammo un vitello per sfamare il distaccamento e farina e pane. Curammo Fragola-Doria che con una alimentazione buona si rimise in forze. I tedeschi si erano accorti dell’esistenza del gruppo di Gordale. Lo aveva comunicato un tale di Castevittorio, che aveva osservato un ufficiale tedesco che teneva puntato un cannocchiale sul luogo. I tedeschi a Pigna e a Castelvittorio erano molti, ma anche i partigiani di Castevittorio erano rimasti sul luogo ed avevano rafforzato il distaccamento, tenendosi sbandati ma ben collegati. I tedeschi, per la sempre misteriosa voce di informatori prezzolati, sapevano che a Gordale viveva Zoroddu, che essi credevano il capo dei partigiani della zona ed erano anche a conoscenza che Fragola-Doria era ferito. Inoltre sapevano che il dott. prof. Moro curava i feriti partigiani e lo ricercavano. Partì da Castelvittorio una spedizione tedesca. I partigiani di Gordale fecero in tempo a rintanarsi. Lilli non aveva voluto seguirli e fu scoperto una mattina con la sua donna. Si salvò per aver lanciato alcune bombe a mano e fuggì con alcuni dei suoi uomini.
Per ritorsione i tedeschi catturarono tredici persone trovate nei campi a lavorare. Vi erano tra essi donne e bambini. Il parroco del luogo, Don Aldo Caprile, si offerse vittima per loro, ma i tedeschi fucilarono [3 dicembre 1944] i tredici, senza pietà, su un costone sopra il paese».
don Ermando Micheletto, La V ^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 199-202#10 #1944 #3 #alleati #ArmandoIzzo #Buggio #CastelvittorioIM_ #dicembre #donErmandoMicheletto #fascisti #FulvioVicàri #Lilli #ottobre #Pagasempre #partigiani #PignaIM_ #Resistenza #StefanoLeoCarabalona #tedeschi
-
Inseguito dai tedeschi riuscii a nascondermi rannichiandomi dietro una roccia
Buggio, Frazione del comune di Pigna (IM)Pagasempre [n.d.r.: Arnolfo Ravetti, in seguito capo di Stato Maggiore della V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” della II^ Divisione “Felice Cascione”], che doveva far parte del gruppo di Fragola-Doria [n.d.r.: Armando Izzo, comandante, poco tempo dopo i fatti qui narrati, della V^ Brigata “Luigi Nuvoloni”], era riuscito a scappare dal campanile [n.d.r.: della Chiesa Parrocchiale di Pigna] e a raggiungere il gruppo di retroguardia [n.d.r.: l’autore non mette date, ma qui dovrebbe trattarsi del 10 ottobre 1944, quando la Repubblica Partigiana di Pigna era ormai caduta e la maggior parte dei patrioti combattenti imperiesi, non solo quelli attestati in Alta Val Nervia, ma anche coloro del resto della provincia, si erano ormai avviati, per sfuggire ai rastrellamenti nazifascisti, verso Fontane in Piemonte, in quella che è rimasta nella storia come un’epica ritirata strategica]. È lui, il testimone oculare dei fatti che sto per narrare.
«Stavo per raggiungere il gruppo di Fragola-Doria, dopo aver visto dall’alto del campanile i vari gruppi dirigersi verso Langan. Erano riusciti a sganciarsi bene ed il ripiegamento avveniva con ordine, anche merito mio che sparavo dal campanile e del gruppo di Fragola-Doria che compiva eccellentemente il compito di retroguardia».
«Hai visto il gruppo di Carabalona? [n.d.r.: Stefano “Leo” Carabalona, già comandante di Distaccamenti, era di lì a diventare capo della Missione Militare (dei Partigiani Garibaldini) presso il Comando Alleato a Nizza]».
«L’ho visto dirigersi verso il cimitero e scomparve alla mia vista».
«Continua nella tua narrazione».
«Inseguito dai tedeschi riuscii a nascondermi rannichiandomi dietro una roccia e vidi Fragola-Doria, che ad una curva sul ciglio di un dirupo si era fermato, aveva fatto un passo indietro per caricare il mitra e mettersi in migliore posizione di tiro, ma aveva messo un piede in fallo, mentre una raffica mi parve l’avesse colpito, e precipitò nel burrone sottostante. Eravamo presso la Madonna di Passoscio. Quando lo andai a prelevare, alcuni giorni dopo, mi disse che era stato ferito e nel rotolare, ridotto all’inazione, non sapeva orientarsi anche perchè aveva rotto gli occhiali. Due ausiliari tedeschi, probabilmente polacchi o cecoslovacchi, lo avevano raggiunto in fondo alla scarpata e lo avevano piantonato in attesa di ordini dal loro comandante, sulla sua sorte. Era stordito, dolorante, esausto, quasi semincosciente e gli pareva di udire i nazisti che gli chiedevano di portarli con lui perchè volevano farsi partigiani. Ma il loro comportamento dichiarò le loro intenzioni. Lo abbandonarono lasciandogli la pistola e la borsa con le carte topografiche».
Intanto Pagasempre, rimasto solo, all’alba, dopo aver passato la notte al riparo degli alberi, si avviava verso Buggio. Sentiva sopra, verso il Torraggio, le mitragliatrici, che lui pensava fossero di Moscone [n.d.r.: Basilio Mosconi, comandante di un Distaccamento, poi comandante del II° Battaglione “Marco Dino Rossi” della V^ Brigata], attestate all’incrocio della strada militare del Torraggio, verso Pietravecchia, che respingevano i tedeschi.
Giunto a Spegli fu accolto da alcuni carbonari, dove incontrò il maggiore Zoroddu, con la moglie e le due bambine.
Era stato un pastore, un suo conoscente che lo aveva guidato là, ritenendo la posizione sufficientemente sicura. Fu quello stesso pastore che nei giorni successivi li avvertiva delle posizioni dei tedeschi, e di aver visto i partigiani camminare con passo normale e ben affardellati verso Langan, da diverse strade.
Rimanevano però nei dintorni di Pigna e di Castelvittorio molti uomini sbandati ed il rastrellamento nazista insisteva. Bisognava abbandonare la zona.
Zoroddu e Pagasempre decisero di raggiungere alcune campagne di Castelvittorio, dove il maggiore contava degli amici. Con prudenza il gruppo viaggiava di buon mattino e la sera, per non essere visti. Raggiunsero Gordale.
Qui li raggiunse il partigiano Ammiraglio (Rebaudo Stefano) ad annunciare che Fragola-Doria era stato raccolto da un pastore, in cattive condizioni di salute. Rivolgendosi in particolare a Pagasempre. lo pregava di organizzare un suo recupero. Fu un abitante di Castelvittorio, il paese degli uomini generosi, che si prestò, col suo mulo ad andare a prendere Fragola-Doria. Lo trovarono in vere condizioni pietose. Ciò che più lo affliggeva era il non aver più gli occhiali. Aveva una larga ferita alla coscia destra ed era in suppurazione.
Riprende Fragola-Doria:
«Le ragazze che mi assistevano, mi portarono dei libri, da leggere, di Nino Salvaneschi. La notizia che io fossi lì si sparse. Devo ancora narrare un episodio che denotava il mio stato febbrile. Le ragazze mi portavano delle fette di pane biscottato all’olio e me le mandava la madre di Ammiraglio, un nostro partigiano. Nel mio rifugio vi erano dei grossi topi ed una notte ebbi l’impressione che mi volessero aggredire. Per allontanarli presi un pane e lo scaraventai contro di loro. Ho visto che i topi si erano precipitati su quel pane. Allora ho capito che i topi sentivano l’odore del pane condito impastato con l’olio. In quella grotta sentivo dei dolori acuti in tutto il corpo. Pagasempre seppe del mio rifugio e venne con dei muli e mi portò dove lui si trovava, in Gordale, dove fui visitato e curato dal dottore Prof. Moro, che mi disse: “Tu fisicamente ora sei guarito, ma sei ridotto a sole ossa. Devi curarti”. Mi curarono Pagasempre ed il maggiore Zoroddu ed altri partigiani che non avevano seguito gli altri in Piemonte».
A conferma di questo continua Pagasempre.
«Fu il Prof. Moro di Castelvittorio che si prestò a medicare e a curare Fragola-Doria. Egli, da una narrazione del tempo, era stato, dopo l’abbandono dei due ausiliari tedeschi, per qualche giorno immobile. Solo la notte si trascinava attorno in cerca di castagne per cibarsi. Gli occorse un mese per guarire».
Rio Gordale
In Gordale si radunarono molti sbandati e formarono il distaccamento del tenente Lilli [Fulvio Vicàri, medaglia d’argento alla memoria], ma non avevano mezzi di sussistenza, né collegamenti con il grosso delle forze avviate verso il Piemonte.
I tedeschi avevano occupato tutta la zona e bisognava stare in guardia.
Il maggiore Zoroddu incarica Pagasempre di recarsi a Poggio di Sanremo con un biglietto di presentazione per i signori Nino Ghersi e Corrado Mancini, facenti parte del C.L.N. onde avere mezzi di sussistenza. Altro scopo della missione
era di procurare gli occhiali a Fragola-Doria.
Il viaggio fu lungo e non privo di avventure, degno di un racconto a parte. Ecco il suo racconto:
« Giunto a Poggio e fattomi riconoscere, mi portarono in una casa di campagna sopra il campo sportivo di Sanremo. Stetti tre giorni. Mi consegnarono gli occhiali per Fragola-Doria ed una forte somma di danaro da consegnare a Zoroddu. Giunto a Gordale, con quello che avevo portato, l’esistenza divenne più umana. Comperammo un vitello per sfamare il distaccamento e farina e pane. Curammo Fragola-Doria che con una alimentazione buona si rimise in forze. I tedeschi si erano accorti dell’esistenza del gruppo di Gordale. Lo aveva comunicato un tale di Castevittorio, che aveva osservato un ufficiale tedesco che teneva puntato un cannocchiale sul luogo. I tedeschi a Pigna e a Castelvittorio erano molti, ma anche i partigiani di Castevittorio erano rimasti sul luogo ed avevano rafforzato il distaccamento, tenendosi sbandati ma ben collegati. I tedeschi, per la sempre misteriosa voce di informatori prezzolati, sapevano che a Gordale viveva Zoroddu, che essi credevano il capo dei partigiani della zona ed erano anche a conoscenza che Fragola-Doria era ferito. Inoltre sapevano che il dott. prof. Moro curava i feriti partigiani e lo ricercavano. Partì da Castelvittorio una spedizione tedesca. I partigiani di Gordale fecero in tempo a rintanarsi. Lilli non aveva voluto seguirli e fu scoperto una mattina con la sua donna. Si salvò per aver lanciato alcune bombe a mano e fuggì con alcuni dei suoi uomini.
Per ritorsione i tedeschi catturarono tredici persone trovate nei campi a lavorare. Vi erano tra essi donne e bambini. Il parroco del luogo, Don Aldo Caprile, si offerse vittima per loro, ma i tedeschi fucilarono [3 dicembre 1944] i tredici, senza pietà, su un costone sopra il paese».
don Ermando Micheletto, La V ^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di “Domino nero” – Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975, pp. 199-202#10 #1944 #3 #alleati #ArmandoIzzo #Buggio #CastelvittorioIM_ #dicembre #donErmandoMicheletto #fascisti #FulvioVicàri #Lilli #ottobre #Pagasempre #partigiani #PignaIM_ #Resistenza #StefanoLeoCarabalona #tedeschi
-
Il Comandante partigiano “Amedeo” catturato e fucilato
Il 26 gennaio 1945 una delazione fu fatale al Comandante “Amedeo” ed a cinque suoi compagni. Le cause che portarono alla loro cattura furono diverse.
Tra il 24 ed il 25 gennaio 1945 i Battaglioni Nuotatori Paracadutisti e Sagittario della Decima Mas organizzarono insieme un rastrellamento contro la ricostituita Mazzini. I primi, sfruttando l’abbondante nevicata, attaccarono a sorpresa il gruppo del bolognese “Gianni” (Primo Cavicchi) e del mestrino “Danton” nei pressi di un bivacco nella zona di Pianezze di Miane, perdendo 13 uomini (tra i quali il Sergente Vincenzo Aniparides), ma uccidendo “Danton” ed un altro partigiano; i secondi, beneficiando delle informazioni di una staffetta, che si faceva chiamare “l’Americana” e che era stata arrestata dal Battaglione Nuotatori Paracadutisti, compirono un rastrellamento a Premaor di Miane; dove, in una stalla, erano nascosti quattro partigiani armati <146.
Sulla base di quanto affermano la storiografia resistenziale e le deposizioni dei fascisti processati dalla Corte d’Assise straordinaria di Treviso, la cattura di Marino Zanella (Amedeo) e della sua staffetta Salvatore Pontieri (Totonno) non fu frutto di un piano organizzato, ma avvenne in modo del tutto casuale. Le nipoti di “Amedeo” ritengono, invece, che l’arresto dello zio sia stato tutt’altro che fortuito, visto che la Brigata Mazzini continuò ad essere il principale obiettivo delle rappresaglie fasciste anche dopo il rastrellamento del Cansiglio. Hanno inoltre sostenuto che la discesa a valle di “Amedeo” avvenne con un motivo ben preciso: la notte del 23 gennaio 1945 il Comandante della Mazzini si recò a Guia di Valdobbiadene per assistere la partoriente cognata Assunta De Rui. Quest’ultima, infatti, dopo il rastrellamento di Segusino, trascorse circa un mese in montagna con i partigiani e, successivamente, grazie ad un accordo tra Curzio Frare (Attilio) ed il parroco di Guia, venne ospitata insieme alla figlia presso l’abitazione di tre benestanti signore di quel paese. Infine, il 24 o il 25 gennaio 1945, prima di ritornare in montagna, “Amedeo” doveva recarsi ad un incontro concordato con il macellaio di Miane Giuseppe Bortolini: accordo che prevedeva il pagamento di una somma di 135.000 lire, in cambio di un rifornimento di carne per la Brigata Mazzini.
È possibile che “l’Americana” – di lì a poco giustiziata dai partigiani – o chi per essa, al corrente dei piani di Marino Zanella, vuoi per ricevere un elevato compenso alimentare ed economico, vuoi per motivazioni di altro genere, avesse informato i fascisti; i quali, dopo aver arrestato i quattro partigiani, intercettarono anche “Amedeo” e la sua staffetta “Totonno” lungo la strada tra Miane e Follina.
Anche il fatto che gli uomini della Decima Mas non sapessero di avere tra le mani il Comandante della Mazzini, ricercato politico fin dagli anni ’30, appare una ricostruzione poco convincente. Potrebbe anche essere vero che, a causa di un atto di ingenuità di “Amedeo”, l’arresto fosse avvenuto in modo inaspettato e che i militi che lo intercettarono non avessero riconosciuto il prigioniero, ma appena fu condotto nelle carceri del Municipio di Pieve di Soligo e, visti i segni delle pesanti torture che furono trovati sul suo corpo dai familiari, non è ragionevole pensare che i vertici del Battaglione Sagittario (il vicecomandante Tenente Angelo Rossellini ed i Sottotenenti Alfredo Bonichi ed Aldo Grosso) non fossero ben consapevoli di aver ottenuto un successo strategico fondamentale.
Venendo ai fatti, dopo un violento interrogatorio e la condanna a morte senza processo, attorno alle ore 11 del 26 gennaio 1945 (venerdì) i sei partigiani, assistiti da monsignor Domenico Martini, locale arciprete, furono fucilati tre alla volta sul lato nord-est del muro di cinta del cimitero di Pieve di Soligo, dove, ancor oggi, si trovano una scultura bronzea realizzata da Augusto Murer ed una lapide che ricorda il loro sacrificio. All’interno del cimitero, in tempi più recenti, è stato realizzato un grande monumento in onore dei sei caduti, del vicecomandante “Cirillo” e delle vittime pievigine del nazifascismo.
Elenco dei partigiani giustiziati con Marino Zanella (Amedeo) <147: 1. Antonio Bortolini (Bepi), nato a Miane il 6 gennaio 1922, partigiano combattente dal 18 ottobre 1943; 2. Salvatore Pontieri (Totonno), nato a Savelli di Crotone l’11 dicembre 1922; 3. Giovanni Possamai (Lavaredo/Ravanello), nato a Mura di Cison di Valmarino l’11 giugno 1922, soldato di Fanteria; 4. Leone Sasso (Resistere), nato a Cison di Valmarino il 6 gennaio 1894, in precedenza Alpino del 7° Reggimento Alpini di Belluno; 5. Maurizio Violini (Mario/Violini), nato a Sassari il 5 novembre 1910 e residente a Valmareno di Follina, Carabiniere.
Lo stesso giorno della fucilazione, opponendosi alla presa di posizione del Comando del Battaglione Sagittario di scavare una fossa comune per far passare sotto silenzio la vicenda, l’arciprete di Pieve di Soligo contattò i familiari delle vittime; cosicché, nei giorni seguenti, le salme furono trasferite e sepolte nella rispettive parrocchie.
Il 1° febbraio 1945 la Brigata Mazzini riservò al suo Comandante una partecipata cerimonia funebre a Segusino; dove, dimenticato o sconosciuto ai più, riposa ancor oggi nella tomba di famiglia <148.
Negli anni successivi alla fine della guerra, i dirigenti provinciali del Pci organizzarono delle cerimonie pubbliche in occasione degli anniversari dalla morte del fondatore della Brigata Mazzini, ma, nel contesto della Guerra Fredda e della lunga contrapposizione tra i blocchi americano e sovietico, la Democrazia Cristiana (Dc) ed il clero misero in cattiva luce la figura di Marino Zanella, facendolo passare alla storia come colui che era «autore di più di 500 condanne capitali, eseguite nelle nostre montagne» e che «con la sua propaganda, più a suon di denaro, ha attecchito nelle teste di un gruppo, fortunatamente esiguo, di giovinotti e di ragazze della stessa risma» <149. Al contempo, nonostante fosse già stata molto danneggiata, non ci furono remore nel mettere in difficoltà la famiglia Zanella con le più varie offese; trascurando il fatto che, seppur durante la liberazione e la “resa dei conti” le opportunità fossero state all’ordine del giorno, i familiari di “Amedeo” non vollero trarne alcun beneficio, preferendo il perdono all’immorale arricchimento dell’ultim’ora <150.
I responsabili del plurimo omicidio di Pieve di Soligo furono processati dalla sezione speciale della Corte d’Assise di Treviso. La sentenza del 13 luglio 1946 ebbe il seguente esito: Angelo Rossellini fu condannato all’ergastolo ed alla confisca a favore dello Stato di tutti i beni di sua proprietà, poiché ideatore e primo esecutore della rappresaglia; Aldo Grosso alla pena di 15 anni di reclusione per la sua partecipazione diretta al fatto; Alfredo Bonichi fu assolto per amnistia. Rossellini e Grosso furono inoltre condannati all’interdizione perpetua dai pubblici uffici ed al pagamento delle spese processuali. Nei successivi gradi di giudizio furono entrambi assolti: Grosso dalla Corte di Cassazione con sentenza del 1° aprile 1948, Rossellini dalla Corte di Assise di Appello di Venezia il 27 maggio 1953, nonostante pendessero su di loro le accuse di omicidio aggravato e continuato e di collaborazionismo <151.
Di certo, in tempi brevi prevalse la pace, ma non avrebbe dovuto essere questa la soluzione migliore per ottenerla: chiudere gli occhi non sempre aiuta a dimenticare.
[NOTE]
146 ACASREC, b. 57, Archivio CRV, f. Documenti vari schedati, sf. Relazione sull’attività militare svolta dalle Brigate della Divisione “N. Nannetti” dal mese di dicembre 1943 al mese di maggio 1945; Albo nazionale caduti e dispersi della RSI, edizione aggiornata per l’anno 2015; AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini e altri, Procedimento penale a carico di Rossellini Angelo e altri, pp. 12-13; BIZZI, Il cammino di un popolo, vol. II, cit., pp. 151-153; MAISTRELLO, La Decima Mas in provincia di Treviso, cit., pp. 55-59; MASIN, La lotta di liberazione nel Quartier del Piave, cit., pp. 144-145; SERENA, I fantasmi del Cansiglio, cit., pp. 41-42.
147 AISRVV, II sez., b. 64, f. 3 sf. 1 Pratiche per pensioni di guerra, doc. 18, 88, 89, 96, 114; Archivio della Parrocchia di Miane, Registro dei morti; ASCM, b. Anno 1946 – Pratiche dalla 1a alla 4a, f. II (Elenco partigiani e caduti partigiani), sf. Bortolini Antonio, in particolare vedi: atto di notorietà del 1° luglio 1946.
148 Archivio della Parrocchia di Segusino, Registro dei morti (1936-1961), anno 1945; ASDPd, b. Guerra 1940-1945: Relazioni parrocchiali, f. Vicariato di Quero, sf. Parrocchia di Segusino, Relazione di don Agostino Giacomelli, s.d. (senza data); AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini ed altri, Procedimento penale a carico di Rossellini Angelo e altri, a p. 22 la deposizione di monsignor Domenico Martini, alle pp. 24-27 le deposizioni dei Sottotenenti Alfredo Bonichi ed Aldo Grosso.
149 ASDPd, b. Guerra 1940-1945: Relazioni parrocchiali, f. Vicariato di Quero, sf. Parrocchia di Segusino, Relazione di don Agostino Giacomelli, senza data.
150 Testimonianze di Fiorentina e di Silvana Zanella, 6 febbraio e 7 marzo 2015.
151 AISTRESCO, fondo Tribunale Speciale e Corte d’Assise straordinaria di Treviso, b. 9, ID 1103 n. inventario 083, f. Decima Mas – Rossellini ed altri, Procedimento penale del luglio 1946 e sentenze successive; in particolare si veda la sentenza n. 46 del 13 luglio 1946.
Luca Nardi, Storie di guerra: Valdobbiadene e dintorni dal gennaio 1944 all’eccidio del maggio 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, 2016#1945 #26 #Amedeo #brigata #Decima #fascisti #fucilazione #gennaio #GL #LucaNardi #MarinoZanella #Mas #Mazzini #partigiani #PieveDiSoligoTV_ #provincia #Resistenza #strage #tedeschi #Treviso #ValdobbiadeneTV_ #X
-
Era quindi essenziale non destabilizzare i tedeschi appena sconfitti
Le stragi e le uccisioni commesse dai nazifascisti nel comune di Massarosa sono rimaste impunite, come del resto la grande maggioranza di quelle avvenute per mano tedesca e italiana nella penisola durante la Seconda guerra mondiale.
La storia delle indagini e dei processi a carico dei colpevoli – in pratica conclusasi nel gennaio del 1960 con il provvedimento di «archiviazione provvisoria» di tutti gli atti processuali relativi alle stragi – è lunga e complessa, ma è doveroso accennarne almeno le parti salienti.
Le indagini iniziarono già prima della fine della guerra, con il punto di partenza che è possibile far risalire alla dichiarazione di Mosca del 31 ottobre – 1° novembre 1943. Con essa gli Alleati stabilirono che coloro accusati di crimini di guerra sarebbero stati giudicati dai tribunali dei paesi nel quale essi avevano commesso i crimini. Pochi giorni prima era stata istituita una United Nations War Crimes Commission, composta dai rappresentanti di 17 nazioni alleate, e avente il compito di raccogliere documentazione sui crimini di guerra. Iniziò i lavori l’11 gennaio 1944 a Londra <669.
Il caso italiano presentava alcuni problemi particolari, in quanto si trattava di una nazione nemica sconfitta che aveva commesso essa stessa crimini di guerra, ma che adesso si trovava sotto la brutale occupazione del vecchio alleato.
Ciononostante con il decreto ministeriale del 26 febbraio 1945 il governo Bonomi nominava una «Commissione Centrale per l’accertamento delle atrocità commesse dai tedeschi e dai fascisti dopo il 25 luglio 1943», presieduta dal liberale Aldobrando Medici-Tornaquinci, sottosegretario di Stato del ministero dell’Italia Occupata. Nel maggio dello stesso anno la commissione entrò in contatto con le autorità alleate per stabilire una linea di condotta e le fu permesso di visionare i risultati delle indagini anglo-americane, anche se non sarebbero state concesse persone in stato di arresto <670. Per il momento evidentemente pesava ancora lo status di nazione sconfitta.
In agosto gli alleati, dopo la stesura del Report on German Reprisials for Partisan Activity in Italy <671, proposero di celebrare due grandi processi. Il primo relativo alla strage delle Fosse Ardeatine e il secondo che avrebbe visto imputati i comandanti d’armata, di corpo e di divisione per aver organizzato la grande rete di rappresaglie dal giugno al settembre del 1944. Entrambi questi procedimenti sarebbero stati condotti da autorità militari britanniche, mentre a quelle italiane veniva concesso di processare i gradi più bassi. La questione, nascosta dalla motivazione che gli italiani non sarebbero stati in grado di portare avanti processi troppo complessi, era in realtà politica. Se si fosse permesso alle autorità italiane di processare gli alti gradi dell’esercito tedesco, si sarebbe legittimata la richiesta di estradizione di militari italiani accusati di crimini di guerra in paesi quali la Jugoslavia e la Grecia. Questo veniva giudicato inaccettabile dagli Alleati perché avrebbe minato il morale e la fiducia delle FF.AA. italiane, ora cooperanti con quelle alleate <672.
Con l’anno successivo gli Alleati modificarono leggermente la loro linea di condotta e decisero di procedere con un processo per la strage delle Fosse Ardeatine e con uno al singolo feldmaresciallo Kesselring. Quest’ultimo, vista la caratura dell’imputato, avrebbe assunto un ruolo simbolico molto importante, ma un procedimento penale a carico di una decina o più di alti ufficiali della Wehrmacht e delle SS avrebbe avuto un ben altro impatto. Questa decisione segnò una svolta nella politica giudiziaria alleata <673. Kesselring venne processato a Venezia tra il febbraio e il maggio del 1947 e condannato a morte. Nello stesso anno altri processi minori videro condannati il generale Edward Crasemann,
comandante della 26. Panzer-Division (condannato a 10 anni di reclusione) e il generale Max Simon, comandante della 16. SS-Panzergrenadier-Division, «Reichsführer-SS» (condannato a morte) <674. È significativo che sia Kesselring che Simon vennero quasi immediatamente graziati.
Questi furono gli ultimi processi ad alti ufficiali tedeschi portati avanti da corti militari britanniche. Il clima politico era infatti cambiato e la guerra fredda era alle porte. In questo contesto la Germania occidentale assumeva un ruolo molto importante nel nuovo assetto europeo, trovandosi in prima linea di fronte alla nuova minaccia sovietica. Era quindi essenziale non destabilizzare i tedeschi appena sconfitti, sottoponendoli a lunghi e laceranti processi che avrebbero riaperto le ferite di una guerra persa <675.
La palla adesso passava alle autorità italiane, le quali aprirono una stagione di processi durata una quindicina d’anni, ma che vide solamente 13 sentenze. I procedimenti più importanti riguardarono Herbert Keppler e cinque tra ufficiali e sottufficiali per la strage delle Fosse Ardeatine; Jospeph Strauch, responsabile della strage del Padule di Fucecchio, e Walter Reder, imputato per una notevole serie di crimini <676. Questa stagione di processi si concluse in pratica con la sentenza a carico di Reder, pronunziata il 31 ottobre 1951. Fino agli anni ’90 verranno infatti portati avanti soltanto altri due procedimenti – uno del 1952 e uno nel 1962 -, per di più contro imputati latitanti <677.
La parola fine ai processi venne definitivamente pronunciata dal Procuratore Generale Militare Enrico Santacroce con la sua «archiviazione provvisoria» del 14 gennaio 1960. Con questo provvedimento, assolutamente privo di significato giuridico, Santacroce di fatto obliterò quasi 700 fascicoli inerenti a crimini di guerra commessi in Italia. Le motivazioni che portarono il Procuratore Generale a questa decisione furono in buona parte additabili alla «ragion di stato», cioè alla necessità di evitare alla Germania, che in quel periodo di grave tensione internazionale con il blocco orientale stava ricostruendo il suo esercito. Accanto ad essa c’era l’imbarazzo, da parte del governo italiano, di dover da una parte richiedere l’estradizione di cittadini tedeschi, mentre al contempo negare quelle di presunti criminali di guerra italiani avanzate da paesi stranieri quali la Jugoslavia e la Grecia <678. Ulteriori motivazioni possono essere ricondotte al coinvolgimento con il ventennio fascista che avevano avuto vari esponenti di punta nella gestione dell’archiviazione – quali Santacroce stesso -, al reclutamento da parte dei servizi segreti occidentali di alcuni dei vecchi criminali di guerra nazisti e, in ultimo, dalla volontà di non incrinare i rapporti con la Repubblica Federale Tedesca, che si stava dimostrando un ottimo partner commerciale per l’industria italiana in piena ripresa <679.
[NOTE]
669 Relazione di minoranza della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, p. 57.
670 Pezzino, Guerra ai civili, cit., pp. 27-28.
671 In questo rapporto venivano considerati privi di qualsiasi legittimità la cattura indiscriminata di innocenti, l’incendio di paesi e l’uccisione di anziani, donne e bambini.
672 Pezzino, Guerra ai civili, cit., pp. 29-30.
673 Ivi, 32-33.
674 Relazione di minoranza, cit., pp. 137-138.
675 Ivi, p. 138.
676 Ivi, paragrafo 12.
677 Ivi, p. 183.
678 Ivi, p. 423.
679 Ivi, p. 424.
Jonathan Pieri, militari, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014#1945 #1947 #1951 #1960 #alleati #crimini #EnricoSantacroce #fascicoli #fascisti #Germania #Grecia #guerra #Italia #JonathanPieri #Jugoslavia #militari #Ovest #partigiani #processi #stragi #tedeschi
-
Già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative
Il 9 settembre, mentre Roma è già occupata dai tedeschi, il Comitato delle opposizioni prende il nome di Comitato di liberazione nazionale (Cln), organismo in cui siedono i rappresentanti dei sei principali partiti antifascisti. Oltre al Cln centrale (Ccln), organismi con la stessa struttura sorgono nelle principali città italiane (Torino, Firenze, Milano, Genova Bologna e Padova), e, in seguito, anche in numerosi altri centri minori. Sin dal principio, il Comitato di Roma cercherà di assumere una funzione dirigenziale a livello nazionale, che però non riuscirà ad esercitare nemmeno sui compositi gruppi armati dell’Italia centrale, così come saranno ricchi di contrasti anche i suoi rapporti con la Resistenza armata romana. Formalmente, il 31 gennaio 1944, il Cln di Milano assume il comando della lotta armata dell’Italia occupata, prendendo il nome di Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia) <10. In questa fase è impossibile anche un semplice censimento attendibile delle forze disponibili; ne consegue che un’autentica e unitaria direzione comune, in questo momento, è completamente impossibile. Tra i limiti maggiori che l’attività del Cln incontra c’è, soprattutto, il fatto che essi rappresentino una camera di compensazione, un punto di intersezione tra partiti che portano avanti progetti e ideali molto diversi tra loro. La volontà di deporre temporaneamente le tensioni in nome dell’unione delle energie per perseguire uno scopo comune prevalse sugli attriti esistenti, ma questa fu un’unione tutt’altro che semplice e priva di scontri: già dai primi mesi apparve evidente una netta diversità nel modo di intendere i metodi della lotta. Da una parte esisteva il progetto di suscitare un moto di radicale cambiamento fondato sulla partecipazione attiva delle masse, con conseguente liberazione non solo dall’occupazione nazista, ma anche dagli strascichi culturali, politici e sociale del ventennio fascista; questo progetto implicava una netta rottura e un’epurazione drastica dei responsabili delle scelte passate. Dall’altra parte, invece, si assisteva al tentativo di conciliare liberazione dal nazifascismo e continuità dei rapporti sociali consolidati. Da una parte una pregiudiziale repubblicana, particolarmente forte in azionisti, socialisti e comunisti (almeno fino alla svolta di Salerno del 1944); dall’altra, una complessa strategia istituzionale che non escludeva di restare in un impianto monarchico, accontentandosi di liberare l’Italia da Vittorio Emanuele III. A tutto ciò si aggiungeva anche una certa diffidenza tra i due partiti più attivamente impegnati nella Resistenza, il Pci e il PdA, resa evidente dalla formazione di due diverse forze armate che dipendevano, distintamente, da questi due partiti, ben più che dal Cln. La partecipazione dei partiti al Cln esprime una genuina convinzione riguardo la necessità di unità politica, ma convive con la rivendicazione di autonomia nell’ambito dell’organizzazione delle forze armate. Probabilmente sarebbe stato impossibile fare diversamente, se si considerano le profonde diversità nei tempi e nei modi dello sviluppo delle forze armate che scorrono tra comunisti e azionisti, soprattutto nel periodo dell’estate del 1944. Alla base della strategia dei comunisti c’è l’assalto continuo e sistematico, usato anche come metodo di propaganda e di crescita, fondato sulla convinzione che “è dalla lotta e dall’esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi, contro i fascisti” <11. Questa impostazione è inizialmente decisamente lontana dal pensiero di Ferruccio Parri, che ancora era concentrato sulla necessità della ricostruzione dell’”esercito discioltosi l’8 settembre, potenziandolo e trasformandolo con l’innesto di volontari civili, senza però alterarne la struttura gerarchica e i criteri di efficienza: un esercito ‘patriottico’ ma non ‘politicizzato’”. L’esperienza di ufficiale durante la Grande Guerra portava Parri a “privilegiare soprattutto il ‘recupero’ dei soldati e degli ufficiali regolari” <12. Questa prima fase è dunque una sorta di laboratorio, dove si confrontano modelli e progetti e diffidenze molto lontani dalla possibilità di una sintesi pacifica. Mentre l’azionista Parri viene riconosciuto da tutti i comitati regionali militari come il “coordinatore centrale”, il comando generale delle brigate Garibaldi rifiuta di sottoporsi alla sua autorità <13. Ne nasce un clima di crescente tensione, alimentato anche dalla forte campagna contro l’attesismo che i comunisti portarono avanti, con bersaglio il Cln di Milano. Bisogna però sottolineare che, come all’interno del partito comunista vi furono opinioni diametralmente opposte tra la direzione milanese e quella romana, anche nel variegato universo azionista i piemontesi, Livio Banco e Duccio Galimberti in primis, non si mossero in assoluta armonia con la direzione milanese. Mentre Parri ancora nutre profonde insicurezze sull’opportunità di creare delle bande direttamente “politiche”, in Piemonte, già alla fine del 1943, queste rappresentano una realtà consistente.
All’interno del Cln la discussione continua ad essere molto accesa, ma, verso l’esterno, la possibilità di comunicare come un fronte unito e collaborante si rivela decisiva nella costituzione di una prospettiva politica e militare alternativa a quella monarchico-badogliana. Senza un’unitaria rappresentazione politica, la resistenza armata difficilmente avrebbe potuto assumere l’ampiezza e il rilievo successivi. D’altra parte, il compito di rappresentare la resistenza armata, dandone un’immagine centralizzata, organizzata e politicizzata, probabilmente più di quanto non fosse realmente, è realizzato unicamente grazie all’esistenza stessa delle prima bande, dalla loro capacità di radicarsi nel territorio, di resistere ai rastrellamenti e alle rigidità dell’inverno, di non farsi scoraggiare nemmeno quando andò in fumo la speranza di una rapida avanzata degli Alleati anglo-americani. L’esistenza delle bande partigiane e della loro rappresentanza politica ebbe dunque, già nei primi mesi, effetti maggiori della loro stessa consistenza militare, sia sul piano politico che su quello simbolico. In primo luogo, infatti, furono in grado di limitare la credibilità e l’autorevolezza della Rsi, e quindi la sua stessa capacità di aggregare consensi; in secondo luogo, misero in discussione la pretesa di monopolio della rappresentanza degli italiani, avanzata dal governo del sud.
l’inverno è ancora una stagione di forti dubbi e incertezze, già l’inizio dell’estate del 1944 porta la Resistenza italiana a guadagnare consistenza, coesione e capacità operative. Per quanto riguarda il piano istituzionale e dei rapporti politici, le tappe fondamentale di questo processo di consolidamento sono la svolta di Salerno (aprile 1944), e la costituzione del comando generale del Corpo volontari della libertà (giugno 1944). Si tratta di uno sviluppo che prende piede dall’interno stesso della Resistenza, ma che trova indispensabile aiuto in alcuni cambiamenti decisivi del quadro storico e politico generale.
Ci sono due avvenimenti che, dal punto di vista militare, furono decisivi, sul fronte italiano, nell’inverno del 1943-1944. Il primo è la resistenza dei tedeschi arroccati sulla linea Gustav, che blocca l’avanzata verso Roma e il Nord dal mar Tirreno al mar Adriatico, e si snoda lungo l’asse dei fiumi Garigliano e Sangro. La determinazione della difesa e dei combattenti tedeschi trova un forte alleato nelle violente piogge e nel rigidissimo gelo, che limitano drasticamente la possibilità degli alleati di sfruttare la loro superiorità in fatto di carri armati e aerei. Il secondo è lo sbarco alleato ad Anzio (22 gennaio 1944), che pare inizialmente essere in grado di attanagliare le truppe tedesche, aprendo la possibilità di una rapida conquista di Roma. Nuovamente, l’indecisione che condusse questo sbarco e la prontezza della risposta delle truppe tedesche, produssero una situazione di stallo.
Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944, le formazioni partigiane dell’Italia centrale, pur portando a casa qualche modesta vittoria e dimostrandosi efficaci nelle azioni di sabotaggio, risultarono incapaci di coinvolgere significativamente buona parte della popolazione civile. La liberazione di Roma verrà completamente portata a termine dagli Alleati, con apporto pressoché nullo da parte della Resistenza organizzata. I militari strettamente monarchici rivelano scarse abilità organizzative, e soprattutto nessun interesse a coinvolgere ampi strati di popolazione civile in una eventuale prospettiva insurrezionale. In realtà, nonostante i lunghi dibattiti e i piani insurrezionali, nemmeno la sezione politica della Resistenza, almeno quella che faceva capo al Cln romani, sarà in grado di organizzare la partecipazione popolare alla liberazione della capitale. Debolezze e divisioni interne al Cln romano, mancanza di classe operaia, posizioni compromesse dall’ingombrante vicinanza del Vaticano e ceto politico particolarmente autoreferanziale sono le principali cause della mancata risposta alla chiamata insurrezionale in occasione della liberazione di Roma.
L’arresto dell’avanzata alleata all’altezza della linea Gustav ha una conseguenza immediata sulla Resistenza armata: permette, infatti, agli occupanti tedeschi di dedicarsi, durante un rigido inverno, a rastrellamenti sistematici, ai danni di buona parte delle forze partigiane dislocate nell’arco alpino. A questa prova dei fatti resistono meglio le formazioni più dichiaratamente politiche, mentre le bande autonome vengono completamente travolte. Questi rastrellamenti, però, pur indebolendo notevolmente le forze della Resistenza partigiana, falliscono nel loro intento di debellarla completamente. Alla fine dell’inverno era chiaro, tanto agli occupanti tedeschi, quanto alle autorità fasciste, che la Resistenza armata era, seppur fiaccata, un fenomeno endemico, impossibile da cancellare completamente. Anzi, questi rastrellamenti invernali e primaverili produssero una nuova selezione: coloro che restarono in montagna e sopravvissero al clima proibitivo, sotto l’incombente minaccia della cattura e della morte, pur essendo solo poche migliaia di combattenti, dimostravano però grande capacità di adattamento, di organizzazione, e saranno loro ad inquadrare le nuove reclute che, nei mesi successivi, prenderanno la strada delle montagne, creando la nuova dimensione della Resistenza.
La ferocia con cui i tedeschi conducono questi rastrellamenti non lascia dubbio: il loro scopo non è solo sradicare la Resistenza partigiana, ma anche, tramite saccheggi e incendi di case e stalle, terrorizzare la popolazione e estirpare ogni possibilità di solidarietà civile. Malgrado ciò, pur con eccezioni significative, nella primavera del 1944, prevale un atteggiamento di tacita connivenza, se non di aperto favore, tra la popolazione civile e i partigiani, soprattutto laddove i partigiani erano nativi delle zone. Nonostante i rastrellamenti e il clima di costante terrore, vi è dunque un sostegno consistente, anche se mai totale e irreversibile, variabile a seconda delle zone, dell’intensità della repressione, della quantità e della provenienza dei partigiani presenti, della stagione e della disponibilità delle risorse.
Non siamo in possesso di una stima precisa su quanti fossero, alla fine della primavera del 1944, i partigiani in armi, ma possiamo dire con certezza che ci fu una crescita costante dall’inverno all’estate, con un notevole flusso nel mese di giugno, quando “un soffio di entusiasmo e di speranze percorse le città e le campagne, e spinse in montagna una quantità di persone che sino allora, per una ragione o per l’altra, non avevano ancora creduto giunto il momento di agire, o non avevano potuto muoversi. Si iniziò un nuovo grandioso afflusso” <14. La crescita improvvisa delle bande comporta, però, un decisivo aumento della precarietà: i flussi intensi verso le montagne hanno, inevitabilmente, al loro interno le loro criticità, soprattutto in molti giovani che partono decisi più che altro a sottrarsi a una guerra, piuttosto che ad iniziarne una nuova. Le bande che si sono assestate con difficoltà sulle montagne non hanno i materiali e le risorse necessari per trasformare rapidamente decine di migliaia di nuove reclute in partigiani addestrati a questo tipo di vita e di guerra. Le reazioni dei comandanti partigiani in loco si discostano drasticamente da quelle, più politiche, dei dirigenti nazionali, che, ovviamente, vedono in questo ampliamento un passaggio fondamentale per il consolidamento della Resistenza. Gran parte dei comandanti partigiani, invece, manifestano forti riserve riguardo alle nuove reclute di aprile-maggio, per una serie di ragioni: in primo luogo, l’impossibilità di operare una rigorosa selezione, considerata necessaria per assicurare l’affidabilità delle bande; la totale mancanza di esperienza dei nuovi arrivati; l’impossibilità di armarli; la difficoltà di reperire approvvigionamenti per numeri così alti di uomini; infine, il complicarsi dei rapporti con le popolazioni locali, sulle cui spalle gravava il peso del sostentamento dei partigiani. L’atteggiamento comunista è, però, diametralmente opposto: “nelle forze garibaldine vennero sempre accettati tutti i giovani che si presentavano. In primo luogo, perché le armi se le sarebbero conquistate, e poi perché se è vero che in determinati momenti (rastrellamenti, ritirate ecc.) i ‘disarmati’ posso rappresentare un ostacolo” in generale, secondo le parole di Lenin come indiscutibile insegnamento dai dirigenti comunisti, “un reparto organizzato e compatto è una grande forza quando non manca l’energia. In nessun caso bisogna rifiutare di formare dei reparti e rinviarne la costituzione col pretesto che mancano le armi” <15.
[NOTE]
10 E. Collotti, Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione, in Collotti, Sandri e Sessi, Dizionario della Resistenza, vol. I, Storia e geografia della Liberazione.
11 P. Secchia, Perché dobbiamo agire subito, in “La nostra lotta”, novembre 1943.
12 P. Levi Cavaglione, Guerriglia nei castelli romani, Einaudi, Torino, 1945.
13 L. Valiani, Tutte le strade conducono a Roma, il Mulino, Bologna, 1983.
14 D. L. Bianco, Guerra partigiana, Einaudi, Torino, 1973.
15 P. Secchia e C. Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Einaudi, Torino 1958; la citazione di Lenin è ripresa dalle Opere complete di Lenin, vol. VIII (edizione russa).
Giulia Arnaldi, Partigiane tra guerra e dopoguerra: donne e politica in Veneto, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022#1943 #1944 #1945 #alleati #CLN #comunisti #fascisti #GiuliaArnaldi #guerra #partigiani #rastrellamenti #Resistenza #stragi #tedeschi
-
Sarebbe erroneo immaginare la Resistenza come un percorso rettilineo
Dopo l’8 settembre 1943, con l’annuncio dell’armistizio, la dissoluzione dell’esercito, l’occupazione tedesca e l’avanzata anglo-americana, inizia, per l’Italia, la fase più drammatica della Seconda Guerra Mondiale. L’Italia si trasforma in fronte di guerra, e la lotta partigiana prende la connotazione di una vera e propria guerra civile.
Questo è il punto di connessione tra la Resistenza e la guerra nazionale: la resistenza politica, organizzata ed egemonizzata dai partiti antifascisti, prende forza con il fallimento del regime fascista, con la caduta di tutto il suo apparato dirigenziale e con la sua rovinosa sconfitta militare. Da questo tracollo nasce l’occasione per riprendere la battaglia che vent’anno prima aveva portato Mussolini al potere e aveva condannato alla galera o all’esilio i principali esponenti antifascisti. Il primo obiettivo di buona parte della Resistenza politica è, quindi, quello di rendere irreversibile il tracollo non solo del regime, ma anche della monarchia, che ne aveva avvallato la nascita e condiviso le vittorie.
Accanto a questa resistenza organizzata ne esiste un’altra, più diffusa e mutevole, che nasce dal comune malcontento e rifiuto nei confronti della guerra, e che si manifesta nel rifiuto di aderire alla leva militare obbligatoria e al lavoro per gli alleati-occupanti tedeschi, così come in molte forme di autosottrazione e di mancata collaborazione.
Per mettere a fuoco la sfida storico-politica della Resistenza è necessario tenere a mente che la società usciva da un ventennio di dominazione che, infiltrandosi in tutte le pieghe dell’esistenza dei cittadini, aveva notevolmente appiattito la consistenza delle forze di aggregazione sociale. La stragrande maggioranza degli accademici italiani, insieme ad insegnanti di ogni ordine e grado, hanno, nel migliore dei casi, taciuto, e nel peggiore hanno aderito con intimo ardore, davanti alla retorica, all’estetica, alle leggi razziali, al sogno imperiale e, in generale, al progetto politico, culturale e pedagogico fascista. È quindi necessario alfabetizzare politicamente dei ragazzi che, dopo un ventennio di appiattimento del dibattito e dell’abitudine politica, erano stati formati dalla scuola fascista a una pedagogia fortemente connotata dal punto di vista autoritario.
Mentre gli eserciti di tipo tradizionale trovano in una certa mancanza di personalità, nell’adesione alla routine e alla gerarchia, le virtù necessarie per la loro stessa sopravvivenza, la guerra per bande richiede, invece, una grandissima elasticità, doti di intraprendenza, e, soprattutto, una profondissima adesione etica. Per questo, la scarsità di uomini che uniscano in sé maturità politica, coraggio, preparazione militare e salde convinzioni, sarà uno dei problemi più ardui che dovranno affrontare gli organizzatori della Resistenza. L’esercito partigiano vuole essere nuovo, così come avrebbe dovuto essere nuova la società Italiana, seppure immaginata con connotazioni spesso contrastanti dalle diverse forse politiche che presero parte alla Resistenza. È questa, già nella fase di ideazione, una realtà che subito si scontra con diversi ostacoli: oltre che contro i tedeschi e al governo collaborazionista di Salò, si tratta qui di battersi contro i risultati, a livello culturale e antropologico, di vent’anni di dittatura. Una delle caratteristiche, infatti, che accomuna molte delle esperienze eticamente e intellettualmente dalla Resistenza, è la ribellione al fascismo come ribellione antiretorica, come necessità vitale di superare la distanza tra l’individuale esperienza concreta e la vana retorica ufficiale. Purtroppo, il tentativo di realizzare questa rottura, risulta evidente solo dopo lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio del 1943, e quindi dopo che la gerarchia fascista e la monarchia si erano già mosse per liberarsi di Mussolini.
Molte ricerche di carattere prevalentemente particolaristico hanno sottolineato come la Resistenza sia stato un fenomeno alimentato da motivazioni, energie e progetti del tutto autonomi. L’attenzione dedicata alle dinamiche interne alle formazioni, alla vita delle bande, ha contribuito a isolare la Resistenza, a interpretarla prevalentemente come un fenomeno autoreferenziale, dotato internamente di autonomi fini e strategie. Una mole gigantesca di informazioni, a volte affidabili, altre contaminate da intenti autocelebrativi, ha finito per oscurare le concrete determinazioni storiche, al cui interno, e solo qui, la Resistenza acquista possibilità di lettura. Insomma, invece che davanti ad un fenomeno storicamente e concretamente strutturato in un contesto ben preciso, siamo, al contrario, davanti a una Ricostruzione in cui la Resistenza diviene essenzialmente una categoria dello spirito, una manifestazione di umanità. La comprensione del perché certi progetti nascano in un determinato periodo e si sciolgano in un altro, è possibile solo tenendo conto contemporaneamente della complessità e della variabilità del contesto. Accostarsi allo studio della Resistenza implica necessariamente lo sforzo costante di mettere a fuoco le interdipendenze tra la “guerra rossa” e i suoi effetti sulla società italiana, nella quale la Resistenza si inscrive come un’inconciliabile contraddizione.
La Resistenza che viene studiata coincide principalmente con il tentativo di trovare, tra il 1943 e il 1945, uno spazio di iniziativa, una nuova identità autonoma tra le forze che già sono attrici in questo palcoscenico: Alleati, esercito tedesco, Repubblica sociale, monarchia e governi del Sud. La sopravvivenza della Resistenza in questo scenario, scontata a posteriori, in un primo momento non è affatto ovvia, non solo nell’inverno del 1943, ma anche nell’anno successivo. Si tratta di un’avventura della durata di appena venti mesi, che sarebbe erroneo immaginare come un percorso rettilineo.
Giulia Arnaldi, Partigiane tra guerra e dopoguerra: donne e politica in Veneto, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022#1943 #1944 #1945 #alleati #armistizio #fascisti #GiuliaArnaldi #guerra #partigiani #Resistenza #tedeschi
-
Un traditore di partigiani al servizio della banda Carità a Padova
Giungiamo quindi alla vicenda, molto lunga da raccontare, di Mario Santoro che gioca il ruolo di finto partigiano. Il fascicolo si apre con un protocollo dell’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo (Alto commissariato aggiunto per l’epurazione) Delegazione provinciale di Padova che trasferisce cinque testimonianze al procuratore presso la Corte Straordinaria d’Assise, CAS <194. Queste cinque testimonianze sono di estrema importanza perché provengono dai capi della Resistenza padovana e cioè dal Prof. Adolfo Zamboni, l’Ing. Luigi Martignoni, Umberto Avossa, l’Ing. Attilio Casilli e per finire don Giovanni Apollonio. Figura di primaria importanza è però il Prof. Zamboni che spicca per personalità e per la molta influenza esercitata a Padova. Tanto per capire la sua importanza: “Dopo l’Armistizio di Cassibile, partecipa attivamente alla Resistenza, nelle file delle brigate Giustizia e Libertà della Brigata “Silvio Trentin”, inoltre aiuta la rete formata dall’ufficiale dell’aeronautica Armando Romani e padre Placido Cortese di aiuto agli ebrei. Nel novembre del 1944, viene arrestato e trasferito a Villa Giusti a Padova, sede della Banda Carità, comandata da Mario Carità, dove interrogato, torturato per mesi, ritrova in cella molti dei suoi allievi anche loro operanti nella Resistenza; al suo fianco ebbe il suo assistente Giovanni Apollonio sacerdote, insegnante nel seminario maggiore di Padova”.
Le carte ritrovate all’Archivio di Stato di Padova si riferiscono proprio a questo ultimo evento. Vista la lunghezza delle testimonianze in questione cercheremo in questa sede di riassumerle il più possibile. La dichiarazione del Prof. Zamboni, datata 1 agosto 1945, ricorda che alla fine del 1943, in una riunione di tipo militare, svoltasi a casa sua, presenti alcuni capi della resistenza padovana (il Colonnello Marziano, il dott. Busonera, i cugini Todesco e il Trevisan) gli fu presentato Mario Santoro che poco tempo dopo entrò a far parte del comitato militare provinciale. <195 Le altre testimonianze, più sopra ricordate (quelle dell’Ing. Luigi Martignoni <196, di Umberto Avossa <197, dell’Ing. Attilio Casilli <198 e per finire di don Giovanni Apollonio <199), collocano temporalmente la conoscenza con il Santoro in momenti e occasioni differenti del 1944. Lo Zamboni continua raccontando come il loro rapporto si facesse più stretto nei mesi successivi: non dubita mai di lui che gli racconta di essere sfollato e di avere preso residenza in Via San Francesco a Padova, non gli fa mai richieste insolite fino all’ottobre 1944 quando racconta che una banda di comunisti, visitata la sua casa mentre egli era assente, l’aveva depredata di ogni bene per circa duecentomila lire. Alla richiesta di denaro lo Zamboni avvia una istanza al cassiere del CLN che riesce a procuragli una prima tranche di venticinque mila lire che vengono consegnate al Santoro. Ma la somma è troppo esigua e lo Zamboni, su invito del Santoro, chiede all’Ing. Casilli, rappresentante del Partito d’Azione, di procedere tra i compagni alla raccolta di altro denaro fino ad una cifra di centomila lire. Anche le altre testimonianze ricordano questo episodio con alcune discrepanze sul valore dei beni sottratti, che per il Casilli sarebbe stato di trecentomila lire (ma ricorda che in casa del Santoro vennero sequestrate quattrocentomila lire dalla Banda Carità al momento della perquisizione, rilevando probabilmente che il Santoro avrebbe chiesto denaro ad altre persone non essendone quindi sprovvisto come voleva far credere). Evidentemente il Santoro aveva approfittato dell’episodio, reale o inventato che fosse, per arricchirsi. Dopo questo evento Zamboni ricorda il suo arresto avvenuto il 18 novembre 1944 ad opera della Banda Carità, che lo
rinchiude nella caserma delle SS sita in via San Francesco a Padova presso Palazzo Giustiniani.
Qui, le vicende dei testimoni si fanno molto più differenziate seppure si concludano con uno stesso triste esito. Lo Zamboni ricorda cinquanta giorni di vessazioni, poi aggravate nella intensità della violenza in seguito a una testimonianza fatta al maggiore Carità da parte di una signorina collaboratrice del CLN che avrebbe confermato i rapporti tra lo Zamboni, il Prof. Egidio Meneghetti (uno dei capi della resistenza padovana), l’Ing. Pighin e il Castelli (pseudonimo con cui si faceva chiamare all’epoca il Santoro). Dopo un ennesimo interrogatorio, andato a vuoto, condotto dal Maggiore Carità in persona, il Professore venne a sapere che il Castelli era stato arrestato. Pochi giorni dopo un nuovo interrogatorio piuttosto violento e la sorpresa di trovarsi il Castelli/Santoro ad invitarlo a raccontare della sua attività partigiana di fronte ai membri della banda Carità. Dapprima lo Zamboni resta attonito; non sa darsi spiegazione di quel totale voltafaccia. Forse le torture, le minacce o uno sconvolgimento di cervello lo hanno spinto ad un comportamento tanto vile. Poi deve constatare comunque che “le rivelazioni da lui fatte sull’attività militare, che in ultima analisi mettevano capo a me come rappresentante politico finirono per rovinarmi” <200. Infatti, continua a raccontare lo Zamboni, la notte tra il 5 e il 6 dicembre diventa per lui letteralmente infernale. Il Castelli/Santoro viene slegato dalle manette (cosa che fa insospettire lo Zamboni) e viene portato via. La tortura con le scariche elettriche continua per tutta la notte. Passato anche questo interrogatorio, viene a sapere dalla signorina citata più sopra che il Castelli era uomo noto alle Brigate Nere, cosa che gli viene confermata da un altro incontro avvenuto con lo stesso Santoro/Castelli la notte del 6 gennaio. Castelli, poco tempo prima aveva cercato di far catturare il Pighin che, la sera stessa, è colpito a morte dalle stesse Brigate nere dopo un tentativo di fuga.
Uscito dall’interrogatorio vede di persona che molti altri membri della Resistenza, compresi gli autori delle testimonianze richiamate in apertura, sono stati arrestati, cosa che lo fa dubitare ancora di più sul ruolo giocato dal Santoro alias Castelli nella vicenda. I suoi dubbi saranno confermati pochi giorni dopo per bocca dell’Ingegner Martignoni che conferma che il Castelli, a conoscenza di uno dei luoghi segreti dove convenivano gli incontri della Resistenza padovana, ci ha condotto la Banda Carità per catturarlo. Zamboni, in chiusura della sua testimonianza e documento di accusa si pone una serie di domande: “Che bisogno aveva il Castelli di arrivare a simili rivelazioni? Quali mezzi usò il famigerato Carità per indurlo a causare tanta rovina?… Otello Renato Pighin; Egli non doveva finire così tristemente: per tradimento <201”. Questa la testimonianza dello Zamboni.
Restano comunque alcune zone d’ombra che altre versioni degli eventi, raccontate dagli altri testimoni, possono aiutarci a rendere più chiare.
Cominciamo proprio dalla testimonianza del Martignoni <202 che arricchisce la vicenda di alcuni interessanti particolari, confermando innanzitutto di avere condotto il Santoro, nel periodo della loro frequentazione, in maniera avventata in uno dei suoi nascondigli, luogo dove fatalmente sarebbe stato la sera dell’arresto e dove il Santoro avrebbe condotto i membri della banda Carità per arrestarlo. Il Martignoni ricostruisce poi le ragioni che avrebbero portato al tradimento del Santoro: la sera dell’arresto, sarebbe stato caricato di bastonate e non avrebbe retto più di tanto, raccontando della sua attività partigiana a delle persone con cui collaborava. Questo avrebbe portato all’uccisione dell’ingegner Pighin, più sopra ricordata, all’arresto del Prof. Palmieri, partigiano, e del già citato Prof. Meneghetti, del Prof. Ponti e dell’ing. Casilli nonché delle segretarie, una delle quali è stata più sopra nominata e del figlio dodicenne del prof. Ponti (i fatti sono avvenuti il 7 gennaio intorno alle ore 19). Quindi il Santoro conduce la banda Carità a casa del Martignoni che viene sorpreso nel sonno. Già al suo primo interrogatorio, smentendo di essere il comandante Virgilio, viene invitato dal Santoro a raccontare la verità, aggiungendo particolari gravissimi di incontri avuti tra di loro. Ma il ruolo del Santoro si aggrava; il nostro testimone ricorda come lo avesse visto condurre più interrogatori a favore della banda Carità, questo perlomeno fino al mese di gennaio 1945, quando sparisce da Palazzo Giusti. Si scopre poi che, su richiesta dello stesso Santoro, sarebbe stato trasferito in Germania poiché terrorizzato dalla sicura vendetta dei partigiani. Il Martignoni infine ricorda che, comunque, grazie alla propria capacità di resistere alle sevizie, riuscì a salvare molti altri partigiani tacendo i loro nomi agli aguzzini e giocando sul fatto che il Santoro non li conosceva.
La testimonianza di Umberto Avossa <203, pur ripetendo i racconti dei testimoni precedenti, aggiunge delle informazioni che confermano che forse da principio il Santoro non fece parte integrante dell’attività contro i partigiani. Infatti, l’Avossa ricorda che, al momento dell’arresto dello Zamboni, il Santoro si trovava proprio in casa di quest’ultimo e si sarebbe giustificato con i ceffi della banda Carità dicendo di essersi recato lì per pagare un conto pendente alla Signora Zamboni. Comunque sia, anche quest’ultima testimonianza conferma la partecipazione del Santoro agli interrogatori degli arrestati con un ruolo attivo.
C’è poi il resoconto dell’Ing. Attilio Casilli <204, che già nel titolo del rapporto esordisce inquadrando il Santoro come “falso partigiano Castelli”. Dal rapporto di Casilli cogliamo un forte disappunto per i soldi consegnati al Santoro in occasione del furto presso la sua abitazione da lui denunciato ai partigiani e per il fatto che la ragguardevole somma, raccolta da parte del gruppo dirigente padovano dei partigiani, era giunta alla cifra di 400.000 lire (era stata carpita la buona fede dei partigiani per arricchimento personale). Inoltre, anche il Casilli ricorda la partecipazione da parte del Santoro agli interrogatori della banda Carità, come d’altronde era avvenuto anche con lui. Ricorda inoltre di aver saputo che il Santoro stesso avrebbe condotto alcuni componenti della banda Carità presso l’abitazione del Martignoni “… e disgrazia volle che il Martignoni quella sera fosse in casa e così anch’egli venne arrestato per esclusiva opera del Santoro”. Riporta poi il racconto di una delle segretarie arrestate, tale Maria Fiorotto, di cui si è già detto sopra, che riferisce “… che il Santoro il giorno prima del nostro arresto [della segretaria e del Martignoni] si era recato da lei [la segretaria] perché le procurasse un incontro con Pighin…”. Ciò aveva condotto agli esiti mortali di cui si è parlato più sopra. Il Casilli conclude la testimonianza ricordando che “…il Santoro,
arrestato non so in base a quali indizi, nei primi giorni del 1945, sottoposto ad interrogatorio da parte del Maggiore Carità, bastonato dai suoi agenti, spaventato dalle minacce di fucilazione e dal trattamento avuto, si decise a fare ampia confessione e a impegnarsi a passare al servizio delle SS – Reparto Carità”. Pertanto aveva agito senza pentimenti nei confronti dei membri del CLN; ma di lì a poco, si sarebbe fatto trasferire in Germania col grado di ufficiale per essere addetto alla sorveglianza in un campo di internamento o per la propaganda tra gli italiani.
Infine la testimonianza di don Giovanni Apollonio non fa altro che confermare, in maniera ancora più risoluta, il ruolo del Santoro nelle responsabilità della retata. Ricorda infatti che la sera del 5 gennaio del 1945 il Santoro si presentò al collegio dove il sacerdote risiedeva in compagnia di un membro della banda Carità, il Corradeschi, insistendo particolarmente per avere un appuntamento con l’Ing. Pighin (il sacerdote fungeva da collegamento con molti elementi della Resistenza padovana). Ritornò più volte anche il giorno successivo con la medesima richiesta alla quale aggiunge anche il desiderio di un incontro con altri componenti del CLN padovano; subito dopo venne arrestato dal Corradeschi che dapprima lo condusse in macchina alla Curia di Padova dove Santoro cerca don Francesco Frasson con la medesima intenzione di farlo arrestare; e successivamente a Palazzo Giusti dove fu interrogato dallo stesso Santoro ma riuscì a nascondere alcune informazioni importanti. Il resto sono notizie che già conosciamo.
Il fatto che il Santoro si fosse spostato in Germania ci viene confermato da una serie di documenti in coda al fascicolo. In particolare <205 vi è un documento con oggetto “situazione internati politici” presso il campo militare tedesco di Braunschweig nel quale ha operato il Santoro e nel quale egli stesso racconta la sua versione dei fatti di Padova. Prima di tutto si difende <206 riportando di essere stato catturato a Padova, dalla Banda del Maggiore Mario Carità, nelle retata di partigiani il 3 gennaio 1945, con il Prof. Meneghetti, l’ing. Pighin e altri; racconta di aver subito tre giorni di torture ma di non aver rivelato i nomi degli organizzatori confermando solo quanto confessato dagli
altri prigionieri. Veniva poi inviato con altre trentadue persone a Berlino da dove era tradotto al campo per internati di Braunschweig sotto sorveglianza di ufficiali collaborazionisti italiani, tenenti Baldini e Biagini. Rivela poi che in virtù di qualche persona generosa gli era riservato un trattamento particolarmente umano da parte dei tedeschi che lo lasciavano girare in borghese e lavorare dove desiderava all’interno del campo, con il solo obbligo di non rivelare nulla del suo passato ai connazionali e con quello di raccontare di essere un commerciante in cerca di materiali vari. Con enfasi racconta la sua storia da partigiano valoroso che dopo l’otto settembre del 1943 passa armi e bagagli al comando di duecento fedelissimi soldati al servizio della Resistenza. A Padova incontra il Prof. Meneghetti, capo del Partito d’Azione, col quale collabora fattivamente. E’ il destinatario di lanci di armi e munizioni e materiali di sabotaggio effettuati da aerei in volo e grazie ai quali procede ad azioni tra Padova e provincia. Compie atti di sabotaggio in molte zone della provincia padovana sui tronchi ferroviari, sulle strade a colonne di autocarri, contro enti fascisti e tedeschi. Nel complesso vanta di aver comandato fino a tremilacinquecento uomini suddivisi in 5 Brigate partigiane (“Brigata Italia”, “Brigata Silvio Trentin”, “Brigata Luigi Pierobon”, “Brigata Autonoma Italia Libera”, “Brigata Mario Todesco”). Alla fine del racconto dei propri meriti partigiani il Santoro si rivolge al Comando italiano per vedere definita la sua posizione di chi “più ha fatto ed ha lottato per la liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti e per collaborare con la causa Alleata”.
In realtà, possiamo confermare quanto detto dai testimoni richiamati più sopra anche alla luce di una serie di documenti in coda al fascicolo. Già tra i primi documenti rinveniamo un foglio senza data, comunque collocabile nel periodo in cui Santoro fu in Germania, steso a Braunschweig, in cui vengono segnalate alcune persone che svolgono attività di propaganda fascista <207, tra le quali compare il nome di Mario Santoro, di Michele, Classe 1911. Seguono poi ben sette testimonianze, tutte collocabili nel marzo del 1945, che confermerebbero che il Santoro e le due persone che egli cita poco sopra come due suoi controllori, Baldini e Biagini, in realtà sarebbero stati due suoi sodali nell’opera di propaganda a favore del fascismo in Germania nei confronti degli internati italiani ivi residenti. Il fatto poi che forti dubbi sussistessero sulla attività in Germania sono confermati da una dichiarazione resa da Antonio Gabella, dipendente dell’Ufficio Assistenza Italiano in Germania <208, che testimonia come alla costituzione dell’Ufficio Assistenza Italiano presso Braunschweig avvenuto subito dopo la liberazione (12 aprile 1945), Santoro e i suoi due sodali, avrebbero richiesto a più riprese, e anche con metodi aggressivi, di essere ricompresi tra gli “internati civili” per poter usufruire dei benefici della posizione. Il Gabella, avvertito della loro pericolosità da molte persone che li conoscevano, si rifiutò fermamente di esaudire le loro richieste salvo, alla fine, accettarle con riserva, procurandosi delle deposizioni, che abbiamo poco fa citato, da trasferire in fascicolo in Italia. A queste testimonianze possiamo aggiungerne altre due raccolte in occasione del supplemento di denuncia fatta a suo carico dopo la denuncia in sede di Corte d’Assise Straordinaria. Una è quella del Professor Giovanni Ponti, Sindaco di Venezia <209, che riporta che: “il giorno 7 febbraio 1945 fui arrestato a Villa Palmieri in Padova. Il Santoro mi riconobbe e durante l’interrogatorio fattomi dal Carità, intervenne arrogantemente chiedendomi se facevo parte del CLN”. La seconda testimonianza è del Professor Egidio Meneghetti <210, esponente del movimento Giustizia e Libertà del Veneto, che dopo l’Armistizio di Cassibile assieme al comunista Concetto Marchesi, a Mario Saggin democristiano e Silvio Trentin azionista fonda il CLN Veneto. La sua testimonianza è assimilabile dal punto di vista dei contenuti alle testimonianze degli arrestati dalla Banda Carità. Quello che interessa qui mettere in risalto sono due dichiarazioni chiarificatrici sul personaggio Mario Santoro. La prima la offre lo stesso Carità al Meneghetti mentre viaggiano insieme in treno verso Bolzano l’uno come carceriere l’altro come prigioniero. Allora il maggiore Carità rivolto al Meneghetti dice: “Io lotto contro di voi e se posso vi mando in prigione e vi gonfio di cazzotti; però io disprezzo i traditori molto di più. Ne faccio uso perché questo è il mio mestiere, ma poi non do loro un centesimo e quando mi è possibile li mando in Germania. Così ho fatto anche con Santoro, che vi ha tradito. Me lo sono levato dai piedi perché mi faceva schifo”. C’è poi un giudizio complessivo sul Santoro fatto dallo stesso Meneghetti, che a dire il vero non viene dato in maniera particolarmente pesante; colloca comunque il Santoro nella platea dei traditori: “Il mio giudizio complessivo sul Santoro è questo: entrò nell’organizzazione clandestina per sfuggire al servizio militare repubblicano o a quello tedesco. Non fu un traditore fin dal primo giorno; fin dal primo giorno fu uno che cercò di far vedere di avere una attività molto superiore a quella che ebbe e cioè in buona parte vendette fumo, così come mentì quando affermò di essere capitano e di essere laureato in legge. Sperava avidamente di farsi qualche merito senza troppo pericolo, così da ricavarne frutto dopo l’attesa liberazione. Arrestato dalla banda Carità, ai primi maltrattamenti crollò… promise di dire molte cose e di mettere nelle mani della banda Carità Renato Pighin e altri capi della organizzazione. Non v’ha dubbio che così fece… Verso altre figure minori non si comportò come un traditore… La figura del Santoro è quella di un meschino delatore, preoccupato solo di se stesso…”. Con la notizia di trasferimento a Padova del Santoro, per essere processato, si chiude il fascicolo <211. Non vi sono altri documenti che ci testimoniano cosa sia successo dopo.
[NOTE]
194 Protocollo dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo – delegazione provinciale di Padova al Procuratore del Regno, data illeggibile.
195 Esposto dattiloscritto del Prof.Adolfo Zamboni contro Mario Santoro, Padova, 1 agosto 1945.
196 Esposto di Luigi Martignoni alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 20 dicembre 1945.
197 Esposto di Umberto Avossa alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 19 dicembre 1945.
198 Rapporto sull’attività di Mario Santoro (falso partigiano “Castelli”) di Attilio Casilli, 28 dicembre 1945.
199 Esposto alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, s.d.
200 Esposto dattiloscritto del Prof. Adolfo Zamboni contro Mario Santoro, Padova, 1 agosto 1945.
201 Ibidem.
202 Esposto di Luigi Martignoni alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 20 dicembre 1945.
203 Esposto di Umberto Avossa alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 19 dicembre 1945.
204 Rapporto sull’attività di Mario Santoro (falso partigiano “Castelli”) di Attilio Casilli, 28 dicembre 1945.
205 Busta b-1, fascicolo 8, comunicazione di Casilli all’Alt Commissariato per le sanzioni contro il fascismo Delegazione provinciale di Padova, 28 dicembre 1945.
206 Situazione internati politici al Comando militare generale alleato presidio militare di Braunschweig, 2 maggio 1945.
207 Comunicazione all’Ufficio Assistenza Italiano da Braunschweig – Rathaus (municipio), s.d.
208 Dichiarazione di Gabella Antonio all’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo Delegazione provinciale di Padova sul conto di Mario Santoro, Baldini Pietro e Biagini Mario, 26 gennaio 1946.
209 Testimonianza del Professor Giovanni Ponti alla Delegazione Provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il fascismo, 1 febbraio 1946.
210 Testimonianza del Professor Egidio Meneghetti all’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo presso il Tribunale di Padova, 26 gennaio 1946.
211 Comunicazione della Delegazione per l’Epurazione di Padova circa le sorti del Santoro, 31 gennaio 1946.
Fabio Fignani, L’epurazione in Veneto. Alcuni casi di studio, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2015-2016#1943 #1944 #1945 #1946 #AdolfoZamboni #AttilioCasilli #banda #Braunschweig #BrigateNere #Cas #Castelli #CLN #ConcettoMarchesi #dicembre #don #ebrei #epurazione #FabioFignani #fascisti #gennaio #GiovanniApollonio #GiovanniPonti #Giusti #lager #LuigiMartignoni #MarioCarità #MarioSantoro #novembre #Padova #partigiani #Resistenza #SilvioTrentin #tedeschi #testimonianze #traditore #UmbertoAvossa #Villa
-
resistenza, libertà, costituzione: 25 aprile, ottantesimo anniversario della liberazione
cliccare per ingrandire
RESISTENZA, LIBERTA’, COSTITUZIONE
L’80° della Liberazione è per noi una grande Festa popolare che deve riunirci nella celebrazione di quante e quanti, al prezzo anche della loro vita, si sacrificarono per l’idea di una società nuova e di un Paese liberato da fascismo e nazismo, dalle loro miserie e violenze, caricandosi sulle spalle il peso di oltre vent’anni di resistenza. Furono giovani o meno, partigiane e partigiani, antifasciste e antifascisti, donne e uomini che subirono la deportazione, l’internamento, così come militari e sacerdoti. Intere famiglie furono al tempo stesso vittime e ribelli.
La città di Roma partecipò in prima linea alla lotta. Pagò un prezzo elevato e contribuì infine in modo decisivo alla sua liberazione, dopo la fuga vergognosa della monarchia e a partire dalla battaglia per Roma del settembre del 1943.Dalla loro lotta derivò la Costituzione repubblicana, una norma di immenso valore civile, un imperativo categorico attraverso cui realizzare le idee di libertà, eguaglianza, solidarietà, lavoro, pace, dignità della persona, nell’ambito di una piena democrazia plurale.
Le Associazioni antifasciste e della Resistenza invitano pertanto le cittadine e i cittadini della Capitale a partecipare alle celebrazioni il 25 aprile e al corteo che partirà alle ore 10 da Largo Bompiani.
https://culture.roma.it/festadellaresistenza/
#25Aprile #80AnniversarioDellaLiberazione #Aicvas #Aned #Anfim #anniversarioDellaLiberazione #Annppia #Anpc #antifascismo #antinazismo #AssociazioniAntifasciste #corteo #Costituzione #fascismo #Fiap #FosseArdeatine #LargoBompiani #Liberazione #MarciaDellaLiberazione #MartiriDellaFosseArdeatine #MemorialeDellaResistenza #nazifascismo #nazismo #ParcoSchuster #partigiane #Partigiani #Resistenza
-
resistenza, libertà, costituzione: 25 aprile, ottantesimo anniversario della liberazione
cliccare per ingrandire
RESISTENZA, LIBERTA’, COSTITUZIONE
L’80° della Liberazione è per noi una grande Festa popolare che deve riunirci nella celebrazione di quante e quanti, al prezzo anche della loro vita, si sacrificarono per l’idea di una società nuova e di un Paese liberato da fascismo e nazismo, dalle loro miserie e violenze, caricandosi sulle spalle il peso di oltre vent’anni di resistenza. Furono giovani o meno, partigiane e partigiani, antifasciste e antifascisti, donne e uomini che subirono la deportazione, l’internamento, così come militari e sacerdoti. Intere famiglie furono al tempo stesso vittime e ribelli.
La città di Roma partecipò in prima linea alla lotta. Pagò un prezzo elevato e contribuì infine in modo decisivo alla sua liberazione, dopo la fuga vergognosa della monarchia e a partire dalla battaglia per Roma del settembre del 1943.Dalla loro lotta derivò la Costituzione repubblicana, una norma di immenso valore civile, un imperativo categorico attraverso cui realizzare le idee di libertà, eguaglianza, solidarietà, lavoro, pace, dignità della persona, nell’ambito di una piena democrazia plurale.
Le Associazioni antifasciste e della Resistenza invitano pertanto le cittadine e i cittadini della Capitale a partecipare alle celebrazioni il 25 aprile e al corteo che partirà alle ore 10 da Largo Bompiani.
https://culture.roma.it/festadellaresistenza/
#25Aprile #80AnniversarioDellaLiberazione #Aicvas #Aned #Anfim #anniversarioDellaLiberazione #Annppia #Anpc #antifascismo #antinazismo #AssociazioniAntifasciste #corteo #Costituzione #fascismo #Fiap #FosseArdeatine #LargoBompiani #Liberazione #MarciaDellaLiberazione #MartiriDellaFosseArdeatine #MemorialeDellaResistenza #nazifascismo #nazismo #ParcoSchuster #partigiane #Partigiani #Resistenza