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  1. A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia

    Nei giorni successivi [primi di luglio 1960] divenne chiaro che Genova, anziché essere il culmine della violenza, era solo l’inizio. I disordini e gli scioperi toccarono diverse città in tutta Italia. Il governo inasprì il suo comportamento. E le ragioni dei dimostranti si declinarono con diverse modalità a seconda dei contesti. Palermo e Licata, dove il ritardo e il disagio economico avevano raggiunto livelli insopportabili, versavano in condizioni particolarmente gravi. In situazioni del genere bastava poco per scatenare la rabbia popolare. In Sicilia, quindi, si saldavano elementi della politica nazionale e locale. Secondo Tambroni, il Pci era pronto a sfruttare queste dimostrazioni di natura sindacale per screditare ulteriormente il governo e la Dc. C’è da dire, poi, che la polizia, dopo la “sconfitta” di Genova, intendeva rifarsi. In quell’occasione, come ha notato Accame, «non si poteva sparare per difendere i fascisti» <138. Ma di fronte agli eventi successivi, il Viminale avrebbe dimostrato di essere pronto ad usare la forza. Per il 6 luglio, il Consiglio federativo della Resistenza – creato a Genova – promosse un raduno a Porta San Paolo a Roma. Nonostante fosse stato proibito il giorno stesso dalla prefettura, il comizio ebbe luogo. Il segretario d’ambasciata [degli Stati Uniti] Lister si trovò casualmente nel bel mezzo degli scontri, e il suo racconto quasi in presa diretta ci restituisce il clima dell’epoca. Stando al suo resoconto, la situazione apparve subito estremamente caotica: manifestanti che si impadronivano dei filobus, raffiche di pietre, urla, cariche della polizia. Poi l’arrivo della cavalleria e la fuga. I tanti ragazzi presenti venivano liquidati come «giovani gangster forse assunti per l’occasione». Tuttavia, uno degli aspetti che più aveva colpito l’ufficiale dell’ambasciata era la scomparsa «dell’apatia della base di dieci anni prima». Chi aveva preso parte alla rivolta «sentiva l’entusiasmo di “avere fatto qualcosa” contro il governo» <139.
    Dopo i fatti di Porta San Paolo vennero indetti numerosi scioperi dalle Camere del Lavoro. Tra le varie città, Napoli, Parma, Bologna, Ravenna e Reggio Emilia si fermarono il 7 luglio 1960. Proprio Reggio avrebbe drammaticamente legato il suo nome a quella data. La questura aveva concesso l’autorizzazione a svolgere un comizio, a patto che si tenesse all’interno, precisamente nella sala Verdi (600 posti) del teatro Ariosto. Com’era prevedibile, la folla si stava accalcando già diverse ore prima dell’inizio, ed era immensamente superiore alla capienza della sala: circa seimila persone. Nella centrale piazza della Libertà, in attesa del comizio, la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti era cresciuta. Le cronache dell’epoca non lasciano dubbi sulle reazioni spropositate degli agenti. Il fuoco aperto sui dimostranti durò venti minuti. Afro Tondelli, poco prima di morire, disse alla moglie di aver visto l’uomo che gli aveva sparato: «prendeva la mira come se fosse a caccia». La drammatica sequenza fotografica apparve su «Paese Sera» <140. Difficilmente i cinque morti lasciati sul campo – manifestanti tra i 19 e i 41 anni – possono trovare una qualche giustificazione. La spiegazione più convincente e scevra da ideologie è, a nostro avviso, quella di Radi, che ha posto l’accento sull’adunata antifascista del 4 luglio, davanti alla sede del Msi reggiano. Quel giorno, molti agenti erano rimasti contusi, e si era creato nei reparti «il proposito di rifarsi, di dare una lezione» <141. Il tenente colonnello dei carabinieri Giudici, il questore e il prefetto dichiararono che il 7 luglio nessuno aveva dato l’ordine di sparare. Il questore Greco ricordava la presenza di fitte sassaiole e insulti contro gli agenti. Con ogni probabilità, a Reggio, la situazione locale era già molto tesa e qualcuno perse il controllo. La città emiliana era «un contesto politico e sociale quasi unico nel Paese» <142, dove le contrapposizioni trovarono un terreno fertile. Più che ipotizzare disordini organizzati da Mosca o degenerazioni squadriste, ci sembra ragionevole pensare a poliziotti in cerca di rivincita.
    Dopo il tragico bilancio di sangue di Reggio Emilia, fu ancora la Sicilia ad essere tristemente protagonista: il giorno seguente, durante manifestazioni legate allo sciopero generale, ci furono tre vittime a Palermo e una a Catania <143. Il numero dei morti saliva a dieci. Anche in questo frangente, non è privo di significato sottolineare la vicinanza tra il punto di vista delle forze dell’ordine e dei funzionari americani, tanto dell’ambasciata quanto del Dipartimento di Stato. Lanciando pietre e altri oggetti, i dimostranti – si legge in un commento – avevano «costretto la polizia ad usare le mitragliatrici». Di fronte alle «dure provocazioni», la polizia si stava addirittura comportando con «grande moderazione [considerable restraint]». Il governo e il suo braccio armato, secondo queste analisi, sarebbero riusciti senza problemi a «domare la tempesta politica in atto», almeno per il momento <144.
    Restano da capire le intenzioni e i margini di manovra dei due “contendenti”: il fronte antifascista e Tambroni. Nella storiografia non sono mancate le interpretazioni anche molto distanti tra loro, e grazie ai documenti americani è possibile aggiungere un ulteriore tassello alla ricostruzione degli eventi. Gli antifascisti più attivi erano, com’è noto, socialisti e comunisti. I rapporti tra i due partiti, da tempo non idilliaci, si raffreddarono ulteriormente al momento di “capitalizzare” le proteste di piazza. Basta guardare quanto scrisse Nenni sul suo diario, il 3 luglio ’60: la vittoria di Genova era usata dai comunisti «in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria di piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919» <145. Secondo il leader socialista i fatti di quei giorni erano da intendersi come stimoli per la svolta a sinistra, non certo per una contrapposizione violenta. Nei dispacci dell’ambasciata si riconosceva il grande appeal dell’antifascismo ma l’attenzione era perlopiù concentrata sull’abilità del Pci nello sfruttare la situazione. I comunisti – citiamo da un documento inedito americano – erano riusciti a creare un «nuovo mito, un vero e proprio articolo di fede: le forze armate clerico-fasciste avevano attaccato una manifestazione pacifica di operai e altri elementi democratici». La speranza degli Usa, comunque, era l’isolamento di comunisti e neofascisti per coinvolgere tutti i partiti anti-totalitari e arrivare ad un governo di elementi moderati <146. Si capisce, in questo senso, il disorientamento generato da un governo col sostegno dei neofascisti e duramente osteggiato, in primis, da socialisti e comunisti. Alla tesi del complotto sovietico, denunciato da Tambroni, non venne mai dato molto credito <147. Inoltre, sembrava «altamente improbabile» che il Pci volesse minacciare un’insurrezione. L’unico risultato che poteva ottenere, visti i livelli di tensione raggiunti, era la soppressione del partito per attività illegali <148. La dirigenza era ben lontana dal minacciare un’insurrezione, ma questo non significava l’assenza di pulsioni violente o l’estraneità all’organizzazione delle rivolte, come è stato scritto <149. Recentemente, grazie alla testimonianza di un ex dirigente di alto livello come Luciano Barca, è stata sottolineata l’attenta regia comunista delle manifestazioni <150. Il principale problema dei vertici di partito era «frenare un movimento che vuol procedere oltre la mobilitazione di piazza» <151. Lo stesso Togliatti prese le distanze dai compagni più estremisti intenzionati a portare fino in fondo lo scontro. In questo senso può essere letta l’accettazione della tregua – proposta dal presidente del Senato Merzagora – da parte del segretario del partito comunista <152. Del resto, furono proprio i dirigenti di Pci e Cgil a dichiarare che il movimento, fin da Genova, era sfuggito loro di mano.
    L’insoddisfazione dell’avanguardia leninista risiedeva nel fatto che, malgrado gli sforzi profusi, Tambroni era ancora al suo posto. Armando Cossutta confessò la fatica a sedare gli animi di chi intendeva continuare lo scontro nelle piazze, senza curarsi dell’opinione dei vertici o addirittura senza conoscere gli stessi dirigenti <153. Secondo questa lettura, la Dc era una forma mascherata di fascismo. Di più. Era il vero fascismo, il referente dei ceti dominanti in grado di mobilitare un apparato repressivo e autoritario. Quindi la Resistenza doveva continuare ad ogni costo la sua lotta antifascista <154.
    Il movimento del 30 giugno si proponeva di combattere la confusione tra potere fittizio, cioè «l’ombra del potere rappresentato dal seggio parlamentare» e potere reale, costituito dal «controllo operaio delle fabbriche». Contro il «cretinismo parlamentare» e il «rivendicazionismo spicciolo». Chi aveva creduto di utilizzare la protesta a scopi dimostrativi rimase deluso. L’anonimo operaio redattore del documento scrive: «non si poteva più comandarci a bacchetta, valutando che la nostra collera potesse sfogarsi nel corteo approvato dalla prefettura». Gli stati maggiori della sinistra, che tuonavano contro il revisionismo, erano in realtà «peggiori dei revisionisti». In questo scollamento tra partito comunista legalitario e classe operaia rivoluzionaria, Baget Bozzo ha individuato l’inizio del movimentismo extra-parlamentare <155. Le pur legittime richieste di cambiamento venivano inghiottite dai movimenti estremisti.
    A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia. E se all’inizio era stato il partito socialista a trarre i maggiori vantaggi, intanto il Pci «usciva dall’angolo» e conquistava il ruolo di componente irrinunciabile della politica nazionale. Da quel momento si insinuava il dubbio che anticomunismo e democrazia non potessero convivere pacificamente. Chi si esprimeva diversamente attirava sospetti di fascismo <156. Si tratta di un passaggio decisivo per la cultura politica del nostro Paese. Alla luce di queste considerazioni, il mito dei ragazzi con le “magliette a strisce”, su cui ha prosperato la prima storiografia sui fatti di Genova (ma anche tante opere successive), va in buona parte ridimensionato. Certamente, a quindici anni dalla guerra, l’Italia nuova dei giovani, alla ricerca di un «momento positivo», si faceva sentire. Ma il luglio ’60, nel bene e nel male, andò al di là di qualsiasi previsione <157.
    [NOTE]
    138 G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 379. Accame ipotizza addirittura che il ministero degli Interni, a Genova, lasciò «mano libera ai comunisti». Sul sentimento di «rivincita» della polizia si veda G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294.
    139 The Porta San Paolo riot, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, July 21, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-2160. Sulla guida comunista delle manifestazioni di Roma si veda G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
    140 V. Notarnicola, Venti minuti di fuoco fra la polizia e i dimostranti in piazza della Libertà, «Corriere della Sera», 8 luglio 1960. Per le reazioni di parte comunista si vedano le foto pubblicate su «Paese Sera», 12 luglio 1960 e il commento alla registrazione degli scontri (27 minuti): Abbiamo ascoltato la registrazione di Reggio Emilia, «Paese Sera», 14 luglio 1960.
    141 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 111-113. Sul proposito di rivincita dei poliziotti reggiani, si veda l’interessante testimonianza di Italo Bonezzi (autista del servizio pubblico) al processo, riportata in P.G. Murgia, Il
    luglio 1960, cit., p. 126.
    142 P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 105.
    143 Sui fatti di Catania si veda A. Miccichè, Catania, luglio ’60, Ediesse, Roma, 2010.
    144 Italian situation, H. McBride to F. Kohler, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917.
    145 P. Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Sugarco, Milano, 1982, p. 129.
    146 Communist-led rioters succeed, cit.; The present disorders in Italy, H. Cumming (Department of State, Director of Intelligence and Research) to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Sui timori per una deriva autoritaria di destra si veda U.S. Policy toward Italy, July 13, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60.
    147 Central Intelligence Bulletin, CIA, July 8, 1960, CIA-RDP79T00975A005200070001-6, NARA, CIA Records Search Tool ( d’ora in poi CREST); L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
    148 Severe Communist-led rioting in Italy threatens life of Tambroni government, F. Kohler to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Tambroni avrebbe poi esposto nella seduta del 14 luglio alla Camera la sua versione più critica nei confronti del complotto comunista, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 14 luglio 1960, pp. 15963-15970.
    149 Pur cogliendo l’ambivalenza del Pci, Cooke non convince quando liquida la strategia togliattiana in poche righe e senza argomentazioni. Tale strategia, scrive, «non permette l’identificazione del suo partito con la violenza e l’insurrezione», si veda P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 43. Se il giudizio sulle tendenze rivoluzionarie è consolidato, altrettanto non può dirsi per l’uso della violenza. Utile in proposito la lettura del quotidiano comunista e le frequenti dispute con i socialisti nei mesi di giugno-luglio ’60.
    150 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, vol. I, Con Togliatti e Longo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, pp. 235-238.
    151 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 387; N. Minuzzo, L’aria del ’48, «L’Europeo», 17 luglio 1960.
    152 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294; Anche i funzionari americani notarono questo aspetto: «l’accettazione comunista della proposta di tregua di Merzagora è una prova forte del fatto che il Pci starà attento a non andare oltre i limiti della violenza che ha già raggiunto», si veda Severe Communist-led rioting, cit.
    153 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., pp. 387-388.
    154 Si veda L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 126-127; G. Baget Bozzo, recensione a P. Cooke, Luglio 1960, cit., 25 maggio 2001, http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html. La necessità di portare a termine la nuova Resistenza e la continuità tra fascismo, Dc e Chiesa cattolica sono elementi ricorrenti nel lavoro di Murgia, secondo il quale Tambroni «è un frutto maturato nel giardino clericale», P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 170.
    155 Citazioni tratte da Movimento 30 giugno, Genova, 1960, in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 132-143. Le osservazioni di Baget Bozzo sono su http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html
    156 Un esempio eclatante di questo clima è il libro di Murgia, apparso nel 1968, si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 111-112. Osservazioni pregevoli su questo in E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia come elemento strutturale della lotta politica nell’Italia repubblicana, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 248-252. Si veda anche R. Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1960): lineamenti di una storia, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni, cit., pp. 331-332.
    157 Sui grandi cambiamenti legati al boom economico e sull’attesa di qualcosa di nuovo si vedano G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., pp. 173-174; G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Rizzoli, Milano, 1990, pp. 91-92. Secondo il giornalista comunista Falaschi nel luglio ’60 si possono individuare i prodromi del ’68 e dell’autunno caldo, si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 383.
    Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

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  2. L’OVRA reprimeva un movimento comunista sorto fra studenti universitari e medi a Perugia

    Genova: Basilica della Santissima Annunziata del Vastato

    L’11 ottobre 1942 in provincia di Genova le indagini dell’OVRA si finalizzavano nella distruzione del Comitato Centrale del movimento comunista ligure. Si procedeva al sequestro di importante materiale sovversivo ed era posto in stato di arresto l’esponente Buranello Giacomo, 22 anni, studente universitario e Sottotenente di complemento, assieme ad altri trenta aderenti. <465
    In provincia di Imperia il primo dicembre 1942, la questura locale supportata dall’attività dell’OVRA di zona, identificava una cellula comunista composta da sette giovani con età tra i diciotto e i venti anni, quasi tutti iscritti alla GIL; si contestava l’aver effettuato propaganda comunista attraverso la circolazione di libelli e di manifesti. Tutti gli appartenenti alla cellula furono denunciati alla Commissione provinciale per il Confino.
    Il 24 ottobre 1942 a Milano l’OVRA era impegnata in un’azione crescente di smantellamento delle molteplici cellule comuniste tra loro collegate, che agivano nelle frazioni di Affori e nella zona Sempione-Musocco. Fa arrestato il principale esponente, l’industriale Rigamonti Domenico, nonché trentadue aderenti. Ci furono arresti anche all’interno dell’ apparato militare in cui il movimento si era insinuato. Inoltre, si procedeva al sequestro di novantamila lire costituenti il fondo dell’organizzazione, nonché notevoli quantità di esplosivi già confezionati in ordigni pronti per l’uso, e in aggiunta pistole, munizioni e materiale di propaganda. L’apparato di sorveglianza fascista sventava un primo attentato che era stato già predisposto dalla cellula antifascista.466 In provincia di Fiume nell’ottobre 1942, l’apparato repressivo fascista poneva in arresto numerosi operai perché responsabili di propaganda comunista e sovversiva attraverso la diffusione di manifesti e raccolta di fondi per finanziare l’antifascismo. In provincia di Pola , il primo ottobre 1942, terminava un’operazione anticomunista che già nel precedente trimestre aveva sortito ottimi risultati. L’OVRA tratteneva l’impiegata comunale Ardossi Gloria, iscritta al PNF ed altre sei persone responsabili di attività comunista, le quali furono tutte denunciate al Tribunale Speciale. L’11 ottobre 1942 l’apparato di sorveglianza fascista bloccava l’attività di un’organizzazione sovversiva operante fra Trieste e Gorizia. Furono arrestati Cotar Albino, emissario comunista, organizzatore di bande armate assieme ad altri cinquantuno aderenti a un movimento comunista che stava per fondersi col Fronte Liberatore Sloveno. In provincia di Ferrara il 4 dicembre 1942 furono rinvenute sotto le saracinesche di numerose attività commerciali dattiloscritti sovversivi in busta chiusa dal titolo ”Agli industriali e commercianti italiani e vittime della ingordigia fascista”. Furono rilevate anche scritte murali e diffusione di manifesti che incitavano il popolo all’insurrezione e reclamavano la pace. Il 14 agosto 1942 ad Avezzano, provincia dell’Aquila, l’OVRA incarcerava l’avvocato Palladini Pietrantonio, repubblicano schedato, ed altre venticinque sovversivi fra internati, confinati ed elementi locali, per aver ascoltato radio nemiche e diffuso notizie disfattiste.
    Manifestazioni sovversive dal 1° Marzo al 30 Aprile 1943
    Nell’aprile 1943, a Milano, la locale sezione dell’OVRA e la questura in seguito a tentacolari indagini scoprivano un’importante organizzazione comunista, arrestando il componente di più alto grado e sessantuno aderenti. Inoltre, rinvenivano una tipografia clandestina dislocata in una casa nella periferia della città.
    A Venezia, il 17 marzo 1943, Gaddi Giuseppe, impiegato, ed altri nove individui furono posti in stato di fermo per tentativo di ricostituzione di una cellula comunista. Cinque assegnati al confino e cinque ammoniti. In provincia di Fiume, avveniva l’arresto di Mladenic Francesco, ex cittadino jugoslavo, e del fratello Milenko. I due furono accusati di svolgere attività antifascista attraverso la diffusione di opuscoli sovversivi. Inoltre, erano incaricati della raccolta di indumenti e di medicinali per i partigiani. A Torino, tra il marzo e l’aprile del 1943, l’OVRA arginava l’azione di un movimento comunista e fermava trentacinque aderenti. L’azione della Divisione polizia politica portava al sequestro di copioso materiale di propaganda e permetteva di evidenziare l’efficienza raggiunta dall’organizzazione comunista nella lotta al regime fascista. <467 In provincia di Gorizia l’attività dell’apparato repressivo fascista fu estremamente intensa tra il marzo e l’aprile. Il 20 marzo, a Gorizia, si giungeva al fermo di Sinigoi Oscar e di altri trentanove individui, responsabili di propaganda sovversiva e favoreggiamento ai ribelli. A Caporetto, il mese seguente, Koren Antonio e altri diciannove individui, accusati di favoreggiamento alle bande dei ribelli furono arrestati. Il 23 aprile 1943 avveniva il fermo di Zizmond Luigi ed altri quarantasette individui, tutti responsabili di favoreggiamento delle bande armate e attività sovversiva. <468 A Trieste, il 27 aprile 1943, le autorità fasciste arrestavano cinque individui responsabili di procacciare armi e materiale ai ribelli antifascisti. A Senigallia, in provincia di Ancona, una vasta rete antifascista sorta all’interno di un liceo della città fu sgominatain seguito ad accurate indagini. Un movimento antifascista e antitedesco composto da giovanissimi, tale Ferraris Luigi Vittorio ed altri quattro coetanei, svolgeva attività di propaganda sovversiva tramite scritte eversive poste lungo le mura della città e la diffusione di manifesti sovversivi tra i giovani studenti della città. I giovanissimi sovversivi furono condannati a un mese di carcere e diffidati. <469
    A Firenze, la macchina di sorveglianza fascista arrestava sedici giovani ventenni, accusati di organizzare un movimento sovversivo, denominato S.I.R.L.I. e di effettuare scritte sovversive in molteplici località del capoluogo fiorentino e della provincia. A Livorno, il 14 aprile 1943, l’OVRA procedeva al fermo di Giachini Nelusco ed ulteriori undici ragazzi per aver tentato la riorganizzazione del partito comunista e aver svolto attività sovversiva tramite diffusione di manifesti antifascisti. A Roma e in altre città della provincia, il 20 marzo, l’OVRA in seguito a un prolungato periodo di osservazione, reprimeva l’azione di un gruppo composto quasi interamente di militari, i quali avevano costituito il Partito Socialista Rivoluzionario e svolto attività di proselitismo. Gli arresti furono dieci mentre continuavano le indagini su numerosi indiziati. <470
    A Napoli, il 17 marzo, Amedeo Matacena e altri quattordici studenti, furono arrestati per aver ideato la costituzione di un partito sociale-liberale al fine di provocare un movimento insurrezionale ed aver svolto attiva di propaganda mediante la diffusione di numerose copie di un libello antifascista intitolato Libertà. <471 Un’approfondita indagine all’interno del movimento universitario in provincia di Reggio Calabria, stabiliva la presenza di antifascisti costituitisi in una associazione sovversiva composta dal Dott. Rovere Rosario, iscritto al P.N.F. ed altri dieci studenti universitari. Inoltre, erano accusati di aver prodotto un libello antifascista e disfattista dal titolo Il Semaforo. <472 Tra l’aprile e il giugno 1943, l’OVRA e la Questura di Milano, in seguito ad attive indagini, rilevarono un’imponente organizzazione comunista, arrestando settantaquattro aderenti, compresi i maggiori esponenti del gruppo. Sempre a Milano, maggio-giugno 1943, agiva un importante movimento antifascista denominato Unione Nazionale gruppi d’Azione. Furono arrestati quaranta individui fra cui l’avv. Longoni Edoardo, a capo del Comitato centrale. Nella tipografia utilizzata per la stampa del periodico «La Riscossa» furono rinvenuti libelli e manifesti antifascisti. Inoltre, le autorità fasciste scovarono armi destinate alle squadre d’azione. Nel giugno, dopo attenta opera di repressione, si giungeva all’arresto dell’industriale Marano Antonio e del prof. Spallicci Aldo e di altre quattro persone per tentativo di organizzazione comunista e pubblicazione di materiale a stampa sovversivo. Nel medesimo mese, l’OVRA arrestava Varì Vincenzo e altri due pericolosi comunisti ricercati da tempo e un favoreggiatore. La sezione OVRA di Milano sequestrava armi e munizioni quali rivoltelle, un moschetto, alcune bombe a mano e libelli sovversivi. Gli individui furono denunciati al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. <473
    Una capillare indagine che aveva coinvolto le città di Firenze, Milano, Genova, Roma e Bologna portava alla scoperta dell’organizzazione chiamata Italia Libera tra il maggio e il giugno 1943:
    In seguito all’identificazione, quali diffonditori di manifestini antifascisti, di un professore universitario e tre studenti, la Questura scopre le fila di un’organizzazione di “Italia Libera”. Le indagini si sono estese ad altre città, specialmente a Milano, dove è stata scoperta, nello studio dell’ing. Marescotti Cesare, la tipografia da cui usciva il materiale sovversivo. Arrestati finora 20 individui, taluni dei quali risultati autori di numerose diffusioni verificatesi negli ultimi tempi. <474 Al contempo, l’OVRA reprimeva un movimento comunista sorto fra studenti universitari e medi a Perugia, capeggiato dai professori di lettere Granata Giuseppe e Prosciutti Ottavio. Tale movimento era in stretto collegamento con altri gruppi sovversivi dell’Umbria e delle Marche. L’operazione si concludeva con trentuno fermi e proseguiva per accertare la presenza di ulteriori aderenti al gruppo e l’estensione nelle regioni limitrofe.
    In provincia di Roma tra il maggio e il giugno 1943 ci furono molteplici operazioni di repressione da parte dell’OVRA e delle questure per arginare l’ormai travolgente fenomeno eversivo avverso al regime fascista: -Maggio-Giugno 1943, Civitavecchia. Vengono arrestare, in collaborazione tra Ovra e Questura, 32 persone, tra cui alcuni noti sovversivi, per aver svolto attività disfattista ed antifascista. -Maggio-Giugno 1943, Roma. Dall’Ovra e dalla Questura vengono arrestati 57 individui, intellettuali ed operai, appartenenti al movimento comunista cristiano e attiva propaganda sovversiva, anche a mezzo stampa e diffusione manifesti. -Giugno 1943, Roma. Arresto, ad opera dell’Ovra, dello studente La Pegna Alberto e di altre 8 persone, tutte intellettuali, per appartenenza all’organizzazione “Italia Libera” e per attività e propaganda contraria al Regime e alla guerra. -6 giugno 1943, Roma. Dall’Ovra, dopo un lungo periodo di osservazione, viene stroncata una ripresa organizzativa del culto pentecostale. Identificati 63 aderenti che avevano partecipato a riti in cui venivano tenuti discorsi disfattisti, contro il Regime, il Re Imperatore e il Duce. <475
    La questura di Bari, in seguito a laboriose indagini condotte con altre questure italiane tra l’aprile e il maggio ‘43, scopriva un movimento liberalsocialista, sorto tra elementi intellettuali, ritenuto affiliato al partito d’azione Italia Libera. Posti in arresto ventisei individui a Bari, Roma e in altre città fra cui persone ben note nell’ambiente culturale, quali Laterza Giuseppe, direttore della Casa Editrice Laterza e i professori universitari De Ruggero Guido e Calogero Guido. <476
    [NOTE]
    465 Ivi, «Provincia di Genova».
    466 Ivi, «Provincia di Milano».
    467 Ibidem.
    468 ACS, MI, DGPS, Div. AA.GG. e RR., Statistiche movimento sovversivo 1932-1943, b. 2, «Provincia di Torino».
    469 Ivi, «Provincia di Trieste».
    470 ACS, MI, DGPS, Div. AA.GG. e RR., Statistiche movimento sovversivo 1932-1943, b. 2, «Provincia di Roma».
    471 Ivi, «Provincia di Napoli».
    472 Ivi, «Provincia di Reggio Calabria».
    473 Ivi, «Provincia di Milano».
    474 Ivi, «Provincia di Firenze».
    475 Ivi, «Provincia di Roma».
    476 Ivi, «Provincia di Bari».
    Michele Del Balso, Terrorismo ed eversione nel regime fascista. Complotti, attentati e repressione (1922-1943), Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno Accademico 2022-2023

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  3. Le autorità militari si dimostrarono tutt’altro che transigenti nei confronti delle forze antifasciste

    Per quanto il governo di Badoglio ebbe il preciso scopo di gestire da un punto di vista puramente istituzionale e monarchico la transizione dal fascismo al post fascismo, preso com’era dalla volontà di Vittorio Emanuele e dell’ambiente di corte di evitare per quanto possibile le ingerenze dell’antifascismo revenant <1255, il maresciallo fu politicamente abbastanza aperto da indispettire il sovrano. Ma se l’azione del governo fu per certi versi meno intransigente del previsto, quella dei militari fu più rigida e più confacente ai desideri della corona. Già nel corso dei quarantacinque giorni, le autorità militari si dimostrarono tutt’altro che transigenti nei confronti delle forze antifasciste, soprattutto dei comunisti. La necessità di stroncarne la propaganda all’interno dei reparti fu ribadita già all’indomani del cambio di governo, così come l’obbligo per i militari di astenersi dall’iscrizione ai partiti politici. La Milizia, inizialmente oggetto di un semplice cambio di vertice con la nomina al suo comando del generale Armellini, fu sottoposta al giuramento regio solo a macchia di leopardo <1256, e poi incorporata nell’esercito. “Si faccia comprendere agli ufficili [sic] di tutti i gradi che la politica e qualsiasi manifestazione sono elementi deleteri quando si inseriscono comunque nelle forze armate. Unica politica […] in queste contingenze, sono l’attaccamento alle istituzioni, la serietà e la consapevolezza dell’importanza dell’ora presente” <1257. Il riferimento era chiaramente ai partiti antifascisti, ma un certo grado di politicizzazione coinvolse tragicamente proprio i militari apertamente fascisti <1258.
    Nonostante già la Circolare Roatta del 26 luglio [1943] prevedesse misure draconiane per assicurare la gestione dell’ordine pubblico, fu con il decreto del Ministero dell’Interno del 27 luglio che questo venne delegato definitivamente alle autorità militari <1259. I comandi locali agirono molto duramente contro ogni manifestazione, ma soprattutto contro i comunisti. Il 22 agosto il Ministero della Guerra invitò a stroncare la tendenza da parte degli operai di cacciare i fascisti dalle fabbriche. Gli istigatori avrebbero dovuto essere denunciati, i seguaci richiamati alle armi dalle autorità militari locali <1260. Questa rigidità poté essere mantenuta per tutto il 1943 e per la prima metà del 1944, finché cioè i partiti antifascisti rimasero esclusi dalla responsabilità di governo. Ma il varo dei primi governi politici e il conseguente ingresso degli antifascisti nei gangli ministeriali, costrinse i militari ed in particolare l’Esercito ad adeguarsi ai nuovi equilibri. In una circolare firmata dal ministro e generale Taddeo Orlando, fu indicata la nuova linea da seguire dopo l’ingresso dei partiti antifascisti nel secondo governo Badoglio dell’aprile 1944. “La formazione di un Governo Nazionale con l’inclusione di tutti i partiti antifascisti, teso nella decisa volontà di cacciare dall’Italia il nemico e di restituire il Paese ad un regime di libertà, deve far cadere ogni prevenzione verso i partiti politici. L’ufficiale quindi rispetti le tendenze dell’inferiore sempreché, beninteso, tali tendenze non si esplichino in manifestazioni che infirmino la disciplina e la coesione dei reparti. L’opera dell’ufficiale anche in questo campo importantissimo deve tendere a che siano evitate discussioni sterili e dannose, pur lasciando a ciascuno piena libertà di pensiero e di ideologie, specie quando queste tendono al fine comune dianzi accennato e cioè concorrere alla cacciata del nemico ed alla resurrezione della Patria, che è scopo precipuo del nostro Esercito. Su questa via l’esempio è offerto da tutti i partiti, i quali hanno anteposto alle loro idealità politiche i supremi interessi del Paese; l’alto significato morale di questa collaborazione deve essere dagli ufficiali illustrato ai propri dipendenti. Quanto sopra non modifica ma conferma quanto è canone nostro fondamentale e cioè l’Esercito è per sua natura apolitico e la sua funzione è di servire in perfetta disciplina il Paese di cui è l’espressione” <1261.
    Questo riallineamento non avvenne senza scossoni, o senza ritardi determinati dalla più o meno grande distanza fra i comandanti locali e gli equilibri ministeriali di Salerno prima e di Roma poi. Non di meno un progressivo ingranamento dell’antifascismo nella macchina ministeriale influenzò le forze armate, e portò ad una timida inclusione dell’antifascismo tra gli scopi della guerra che stavano combattendo.
    Al di là degli equilibri governativi, la vita all’interno dei reparti dell’esercito del “Regno del Sud” fu animata dalla rinascente opinione pubblica, ravvivata da una stampa più o meno legata ai partiti, che moltiplicò le voci cui i militari potevano prestare ascolto, soprattutto se fino a quel momento erano stati sordi ad un vociare politicizzato che non fosse quello fascista. Ed è probabilmente questa cacofonia di antifascismi a caccia di proseliti, di stampa alleata volta ad esercitare il proprio Psychological Warfare, che portò Rosolo Branchi a confondere le Four Freedoms che Roosevelt pose alla base della guerra combattuta dalle Nazioni Unite, con la costituzione stessa degli Stati Uniti.
    “Con il trascorrere dei giorni [dopo l’arrivo al I Raggruppamento Motorizzato], cominciavano a dischiudersi ai nostri occhi prospettive assolutamente nuove, sconcertanti, che turbavano il nostro abituale modo di pensare e di essere. Appartenenti tutti ad una generazione nata e cresciuta sotto un regime autoritario, leggevamo e sentivamo parlare per la prima volta di libertà di parola, di stampa, di opinioni politiche. Quasi increduli apprendevamo che la costituzione americana sanciva l’uguaglianza degli uomini e che tra i diritti e le libertà dell’individuo, stabiliva persino la libertà dal bisogno. Guardavamo commossi e ammirati quanti giovani americani avevano traversato l’Atlantico per venire a combattere e morire in un paese lontano dal loro” <1262.
    Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, Giovanni Bonomi fu particolarmente preoccupato dal contatto che la truppa aveva con la popolazione e, soprattutto, con la stampa. Un contatto che sembrò fornire ai soldati gli strumenti con cui mettere in discussione la gerarchia militare. “Discorsi, colloqui, vita vissuta in mezzo alla truppa mi diedero la precisa sensazione che tutto inevitabilmente vacillasse e si afflosciasse. Ai nostri argomenti i soldati rispondevano con gli speciosi argomenti raccolti dai giornali e dal contatto con i mestatori. Propagandisti di mala fede erano riusciti a penetrare, camuffati, anche nelle file dei reparti. Tutte le forze avverse si erano coalizzate nell’unico intento di sfasciare la compagine di quel piccolo gruppo di ardimentosi. Parrebbe una esagerazione, eppure fu così. Bisognava costruire e si demoliva, era necessario cementare e si disgregava, urgeva suscitare la fiamma e si narcotizzava lo spirito. Ironia ed incoscienza dell’egoismo umano!” <1263
    Il maggiore Antonio Tedde percepì come una «lotta fratricida» l’animosità dimostrata dai partiti politici, guidati da individui volti ad «impadronirsi fraudolentemente del potere», e per questo intenzionati a distruggere l’Esercito così da poter approfittare di «un’Italia totalmente disarmata e disorientata» <1264. In fin dei conti, la democrazia non era altro che uno strumento con cui gli ambiziosi potevano ottenere un potere personale. “Così la teorica uguaglianza dei diritti e dei doveri dell’uomo contenuta nei princìpi democratici, finisce il più delle volte, nella realtà dei fatti, in una disuguaglianza proprio ad opera degli stessi uomini che la pontificano: il sogno più bello dell’umanità si trasforma così in un mostro che distrugge sé stesso. E questo, ripetiamolo, non per difetto filosofico della democrazia, ma della natura umana che è inadeguata per ideali che confinano con l’utopia. I pochi uomini che si rivolgo alle masse – sono sempre i più furbi e i più forti – […] si appellano ai princìpi democratici per ottenere l’investitura del potere. Una volta ottenutala, finiscono per diventare i padroni delle masse e si costituiscono in una classe privilegiata. […] Primo e caratteristico segno della democrazia è dunque la divisione, non la comunione: divisione degli animi, degli interessi, delle idee. La conseguenza più evidente ne è l’abuso del potere […]” <1265.
    Tedde scrisse le sue memorie vent’anni dopo la fine della guerra, ma nel 1944 si dimostrò più che propenso ad indicare al sottosegretario Mario Palermo gli ufficiali fascisti rimasti fra ranghi dell’esercito cobelligerante <1266. In ogni caso, non tutti videro con sospetto la vita politica dell’Italia liberata, anzi. Gli equilibri politici influenzavano comunque le motivazioni e i sentimenti dei militari nei confronti dei compiti che stavano svolgendo. Il capitano di complemento Enrico Vaccari, assistente di botanica all’Università di Pavia, salutò con soddisfazione la formazione del governo di unità nazionale di Bonomi e la luogotenenza del regno di Umberto. “Mi ha fatto molto piacere la costituzione del nuovo governo e la sparizione del Re. Tutto mi fa pensare ad un maggiore contributo dell’Italia alla guerra di Liberazione e davvero questa è la cosa più importante che deve fare il nuovo governo” <1267.
    Per un ufficiale della divisione “Friuli” ormai di decise simpatie comuniste, l’ordine di inneggiare al re dopo l’avvio della luogotenenza di Umberto di Savoia fu vissuto con disgusto impossibile da esprimere. In fin dei conti «con le stellette la politica non si può fare […] (per ora)». “Sono tutti dispiaciuti per il Re che se ne è andato. Quel miserabile monarca che ha sempre collaborato con quell’autentico delinquente del Duce. Ci fanno gridare ancora: Savoia!!!, ancora si prega per lui che ha governato l’Italia in questo orribile modo. Rivoluzione ci vuole, fucilazione a tutti questi maledetti. Deve sparire tutto questo lordume che ha insozzato l’Italia e ancora tentano in tutti i modi a non voler riconoscere che son stati loro la rovina” <1268.
    Come abbiamo visto, i riferimenti più aperti alla monarchia in realtà vennero progressivamente espunti tanto dagli ordini del giorno alle truppe <1269, quanto dalla stampa volta ai militari. Ma al di là del vissuto individuale, il ritardo dell’opinione pubblica militare scavò un fossato non solo tra sé ed una società alla ricerca di una nuova religione civile, ma anche tra sé ed il poliedrico antifascismo al governo. La circolare di Taddeo Orlando cercò di tutelare una qualche forma di pluralismo anche all’interno dei reparti, ma per molti militari il crollo della religione politica fascista scosse spaventosamente l’edificio della gerarchia di cui erano i rappresentanti, e che proprio partiti ed opinione pubblica sembravano voler parimenti abbattere nella loro ricerca di responsabili per il disastro italiano. Quando a partire dall’estate del 1944 un numero sempre maggiore di volontari antifascisti iniziò ad arruolarsi nel Regio Esercito, i ritardi dei militari e le fughe in avanti dei militanti composero uno dei quadri dell’“altro dopoguerra”, in cui patriottismo autoritario e patriottismo antifascista sfumarono ma non si fusero.
    [NOTE]
    1255 Così li definì Vittorio Emanuele, quando Pietro Acquarone cercò delle personalità antifasciste cui affidare il governo che sarebbe dovuto succedere a quello di Mussolini, BERTOLDI Silvio, Vittorio Emanuele III. Un re tra le due guerre e il fascismo, UTET, Torino 2002 (1ª edizione 1989), p. 343.
    1256 Le richieste di giuramento furono fatte dai comandi di Torino e Trieste, ACS, PCM, Atti 1943, f. 1.1.12, n. 21424, Il comandante generale della MVSN, Armellini, alla presidenza del Consiglio dei ministri e al Comando supremo, Roma, 28 luglio 1943, telespresso, come citato in L’Italia dei quarantacinque giorni…, p. 194.
    1257 La possibilità di iscriversi al PNF, permessa durante il fascismo, venne ridotta ad una semplice formalità legale aperta dal desiderio del governo fascista, ACS, Aeronautica, 1943, b. 63, f. 3.IX.1, Cicolare del 31 luglio di Ambrosio a tutti i ministeri militari, come citata in ibid., p. 64.
    1258 Fascisti erano i due maggiori responsabili dell’eccidio di Bari del 28 luglio 1943. Un sottufficiale del battaglione “San Marco” iscritto al Partito Fascista, seguì un corteo composto di studenti delle scuole medie che manifestavano a favore del re e del nuovo governo. Quando i ragazzi arrivarono davanti alla federazione fascista del capoluogo pugliese, il militare esplose alcuni colpi di pistola. Gli spari scatenarono la fucileria del plotone di fanteria a presidio della sede del PNF, guidati da un ufficiale parimenti iscritti al Partito. L’azione provocò 18 morti e 70 feriti, soprattutto fra gli studenti, ACS, MI, AG 1920-1945, A5G, f. 10 Bari, b. 102, Promemoria sui fatti di Bari; ibid., Il comandante della legione territoriale dei CCRR di Bari, Geronazzo, al generale Melia, presso il Comando del presidio militare, come riportato in ibid., p. 258.
    1259 Il 27 venne infatti proclamato lo stato di guerra su tutto il territorio nazionale. Il testo di una delle copie della Circolare Roatta è in ibid., pp. 11-12n.
    1260 ACS, Aeronautica, 1943, b. 112, f. 8.II.2, Circolare del Ministero della Guerra a tutti i comandi, 22 agosto 1943, come riportata in ibid., p. 65. Appare comunque eccessivo attribuire alle autorità militari il desiderio di usare i fascisti richiamati alle armi in funzione anticomunista, dato che per loro stessa ammissione i fascisti erano «un gruppo di elementi che nei confronti della truppa è destituito di ogni titolo di prestigio», ACS, PCM, Atti 1943, f. 20.13, n. 23577, s.f 2, Ufficiali in SPE delle forze armate. Considerazioni sulla loro depressione morale. Memoriale, come citato in ibid., p. 66.
    1261 ACS, PCM Napoli Salerno 1943-1944, cat. 10, n.1, f. 25 Tendenze politiche nele file dell’Esercito, Ministero della Guerra. Gabinetto, N. di prot. 7850/I/7.3.52, 25 maggio 1944, Tendenze politiche nelle file dell’Esercito.
    1262 BRANCHI, Nebbia amica…, p. 90.
    1263 BONOMI, Dal Volturno al Po…, Vol. I, p. 147. Ovviamente tutti sembrarono essere soddisfatti all’annuncio del ritorno in linea, che avrebbe sottratto la truppa all’influenza dei “mestatori”, vedi ibid., p. 149.
    1264 TEDDE, Un ufficiale scomodo…, pp. 141-142, p. 156.
    1265 Ibid., pp. 144-145.
    1266 AISRC, Fondo Mario Palermo, Ss. I, b. 23, f. 102, Promemoria sugli avvenimenti all’atto dell’armistizio e durante l’occupazione nazi-fascista, Dichiarazione del maggiore Antonio Tedde, Cagli, 12 settembre 1944. L’Italia Libera denunciò la presenza del Capo di stato maggiore della divisione corazzata della Miliza nel CIL, a comando di una delle sue brigate, L’azione di comando, in «L’Italia Libera», a. II, n. 122, 3 ottobre 1944, p. 1.
    1267 CEVA Bianca, Cinque anni… Lettera dell’15 giugno 1944.
    1268 ADN, LANZONI Aldo, Diario di guerra durante la Seconda Guerra Mondiale: Corsica, Sardegna e Italia meridionale, pp. 29-30.
    1269 Puntoni notò sconsolato come, ancora prima del ritiro di Vittorio Emanuele a vita privata, l’ordine del giorno con cui il comandante dell’Arma dei Carabinieri Reali salutò la liberazione di Roma e la festa dei carabinieri «non si fa menzione della persona del Sovrano ma si parla più della necessità di rimanere fedeli al governo nazionale», PUNTONI Paolo, Parla Vittorio Emanuele III, Il Mulino, Bologna 1993, p. 235, 5 giugno 1944.
    Nicolò Da Lio, Il Regio Esercito fra fascismo e Guerra di Liberazione. 1922-1945, Tesi di dottorato, Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, 2016

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