#scioperi — Public Fediverse posts
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https://www.europesays.com/it/496013/ Oggi sciopero generale, rischio disagi per trasporti, servizi pubblici, sanità e scuola #Cronaca #digitall #Headlines #IT #Italia #Italy #News #Notizie #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #sanità #scioperi #sciopero #scuola #Titoli #trasporti #treni #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieEnewsDiOggi
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https://www.europesays.com/it/494484/ Sciopero generale 18 maggio, dai trasporti a scuola e sanità: i settori a rischio stop #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #digitall #IT #Italia #Italy #News #Notizie #sanità #scioperi #sciopero #scuola #trasporti #treni #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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https://www.europesays.com/it/491630/ Electrolux in sciopero il 25 maggio contro i 1.700 licenziamenti annunciati #Cronaca #Headlines #IT #Italia #Italy #lavoro #licenziamenti #News #Notizie #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #scioperi #Sindacati #Titoli #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieEnewsDiOggi
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https://www.europesays.com/it/484939/ Sciopero generale 18 maggio, stop a treni, bus, taxi e autostrade: le fasce di garanzia #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #IT #Italia #Italy #News #Notizie #sanità #scioperi #scuola #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #welfare
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https://www.europesays.com/it/483691/ settori a rischio e calendario dei disagi #Cronaca #Headlines #IT #Italia #Italy #MobilitàUrbana #News #Notizie #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #sanità #scioperi #Titoli #trasporti #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieEnewsDiOggi
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https://www.europesays.com/it/469187/ Scioperi a maggio 2026: calendario manifestazioni, date e orari #Cronaca #digitall #Headlines #IT #Italia #Italy #manifestazioni #News #Notizie #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #scioperi #sciopero #SelezioneSkyTg24 #Titoli #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieEnewsDiOggi
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https://www.europesays.com/it/466952/ Scioperi maggio 2026, tre stop generali in un mese: il calendario completo #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #IT #Italia #Italy #News #Notizie #sanità #scioperi #scuola #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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https://www.europesays.com/it/464132/ Scioperi a maggio 2026, dai treni agli aerei fino alla scuola: chi si ferma e quando. Tre sono quelli “generali” – Il Mattino #aerei #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #IT #Italia #Italy #News #Notizie #scioperi #ScioperiMaggio #ScioperiMaggio2026 #sciopero #scuola #treni #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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https://www.europesays.com/it/458487/ stop di 8 ore, orari e linee a rischio #atm #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #IT #Italia #Italy #lombardia #MobilitàUrbana #News #Notizie #scioperi #trasporti #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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https://www.europesays.com/it/452873/ dalla scuola ai trasporti, date e orari delle proteste. La guida #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #IT #Italia #Italy #News #Notizie #scioperi #ScioperiMaggio #sciopero #UltimaOra #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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https://www.europesays.com/it/451369/ Camion fermi con lo sciopero degli autotrasportatori, c’è davvero un’emergenza carburante? #carburante #Cronaca #Economia #Headlines #IT #Italia #Italy #News #Notizie #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #scioperi #Titoli #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieEnewsDiOggi
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📰 Doccia fredda per Wired Italia: Condé Nast annuncia la chiusura nel giorno dello sciopero dei giornalisti
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🔗 https://www.open.online/2026/04/16/wired-italia-chiusura-conde-nast-sciopero/
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https://www.europesays.com/it/446388/ Sciopero sanità privata 17 aprile, a rischio le visite: i motivi della protesta #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #infermieri #IT #Italia #Italy #News #Notizie #sanità #scioperi #Sindacati #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia
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https://www.europesays.com/it/441298/ Sciopero delle farmacie del 13 aprile 2026, servizi ridotti per 24 ore #Cronaca #Headlines #IT #Italia #Italy #News #Notizie #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #sanità #scioperi #Titoli #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieEnewsDiOggi
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https://www.europesays.com/it/434966/ quali sono le fasce di garanzia #Cronaca #Headlines #IT #Italia #Italy #News #Notizie #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #scioperi #Titoli #TrasportoAereo #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieEnewsDiOggi
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https://www.europesays.com/it/433295/ Sciopero nazionale trasporto aereo Enav 10 aprile: orari e voli garantiti #aerei #aeroporti #Cronaca #digitall #Headlines #IT #Italia #Italy #News #Notizie #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #scioperi #Titoli #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieEnewsDiOggi
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Incrociare le braccia, intrecciare le lotte. Attacco agli scioperi nella logistica
Il ministro Piantedosi lo aveva detto esplicitamente oltre un anno fa, rispondendo a un’interrogaz
https://umanitanova.org/incrociare-le-braccia-intrecciare-le-lotte-attacco-agli-scioperi-nella-logistica/
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https://www.europesays.com/it/415087/ cosa cambia davvero per lavoratori e cittadini #Cronaca #CronacaItaliana #CronacaItaliana #IT #Italia #Italy #lavoro #News #Notizie #scioperi #UltimeNotizie #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UltimeNotizie #UltimeNotizieEnewsDiOggi #UltimeNotizieItalia #UnioneEuropea
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A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia
Nei giorni successivi [primi di luglio 1960] divenne chiaro che Genova, anziché essere il culmine della violenza, era solo l’inizio. I disordini e gli scioperi toccarono diverse città in tutta Italia. Il governo inasprì il suo comportamento. E le ragioni dei dimostranti si declinarono con diverse modalità a seconda dei contesti. Palermo e Licata, dove il ritardo e il disagio economico avevano raggiunto livelli insopportabili, versavano in condizioni particolarmente gravi. In situazioni del genere bastava poco per scatenare la rabbia popolare. In Sicilia, quindi, si saldavano elementi della politica nazionale e locale. Secondo Tambroni, il Pci era pronto a sfruttare queste dimostrazioni di natura sindacale per screditare ulteriormente il governo e la Dc. C’è da dire, poi, che la polizia, dopo la “sconfitta” di Genova, intendeva rifarsi. In quell’occasione, come ha notato Accame, «non si poteva sparare per difendere i fascisti» <138. Ma di fronte agli eventi successivi, il Viminale avrebbe dimostrato di essere pronto ad usare la forza. Per il 6 luglio, il Consiglio federativo della Resistenza – creato a Genova – promosse un raduno a Porta San Paolo a Roma. Nonostante fosse stato proibito il giorno stesso dalla prefettura, il comizio ebbe luogo. Il segretario d’ambasciata [degli Stati Uniti] Lister si trovò casualmente nel bel mezzo degli scontri, e il suo racconto quasi in presa diretta ci restituisce il clima dell’epoca. Stando al suo resoconto, la situazione apparve subito estremamente caotica: manifestanti che si impadronivano dei filobus, raffiche di pietre, urla, cariche della polizia. Poi l’arrivo della cavalleria e la fuga. I tanti ragazzi presenti venivano liquidati come «giovani gangster forse assunti per l’occasione». Tuttavia, uno degli aspetti che più aveva colpito l’ufficiale dell’ambasciata era la scomparsa «dell’apatia della base di dieci anni prima». Chi aveva preso parte alla rivolta «sentiva l’entusiasmo di “avere fatto qualcosa” contro il governo» <139.
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Dopo i fatti di Porta San Paolo vennero indetti numerosi scioperi dalle Camere del Lavoro. Tra le varie città, Napoli, Parma, Bologna, Ravenna e Reggio Emilia si fermarono il 7 luglio 1960. Proprio Reggio avrebbe drammaticamente legato il suo nome a quella data. La questura aveva concesso l’autorizzazione a svolgere un comizio, a patto che si tenesse all’interno, precisamente nella sala Verdi (600 posti) del teatro Ariosto. Com’era prevedibile, la folla si stava accalcando già diverse ore prima dell’inizio, ed era immensamente superiore alla capienza della sala: circa seimila persone. Nella centrale piazza della Libertà, in attesa del comizio, la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti era cresciuta. Le cronache dell’epoca non lasciano dubbi sulle reazioni spropositate degli agenti. Il fuoco aperto sui dimostranti durò venti minuti. Afro Tondelli, poco prima di morire, disse alla moglie di aver visto l’uomo che gli aveva sparato: «prendeva la mira come se fosse a caccia». La drammatica sequenza fotografica apparve su «Paese Sera» <140. Difficilmente i cinque morti lasciati sul campo – manifestanti tra i 19 e i 41 anni – possono trovare una qualche giustificazione. La spiegazione più convincente e scevra da ideologie è, a nostro avviso, quella di Radi, che ha posto l’accento sull’adunata antifascista del 4 luglio, davanti alla sede del Msi reggiano. Quel giorno, molti agenti erano rimasti contusi, e si era creato nei reparti «il proposito di rifarsi, di dare una lezione» <141. Il tenente colonnello dei carabinieri Giudici, il questore e il prefetto dichiararono che il 7 luglio nessuno aveva dato l’ordine di sparare. Il questore Greco ricordava la presenza di fitte sassaiole e insulti contro gli agenti. Con ogni probabilità, a Reggio, la situazione locale era già molto tesa e qualcuno perse il controllo. La città emiliana era «un contesto politico e sociale quasi unico nel Paese» <142, dove le contrapposizioni trovarono un terreno fertile. Più che ipotizzare disordini organizzati da Mosca o degenerazioni squadriste, ci sembra ragionevole pensare a poliziotti in cerca di rivincita.
Dopo il tragico bilancio di sangue di Reggio Emilia, fu ancora la Sicilia ad essere tristemente protagonista: il giorno seguente, durante manifestazioni legate allo sciopero generale, ci furono tre vittime a Palermo e una a Catania <143. Il numero dei morti saliva a dieci. Anche in questo frangente, non è privo di significato sottolineare la vicinanza tra il punto di vista delle forze dell’ordine e dei funzionari americani, tanto dell’ambasciata quanto del Dipartimento di Stato. Lanciando pietre e altri oggetti, i dimostranti – si legge in un commento – avevano «costretto la polizia ad usare le mitragliatrici». Di fronte alle «dure provocazioni», la polizia si stava addirittura comportando con «grande moderazione [considerable restraint]». Il governo e il suo braccio armato, secondo queste analisi, sarebbero riusciti senza problemi a «domare la tempesta politica in atto», almeno per il momento <144.
Restano da capire le intenzioni e i margini di manovra dei due “contendenti”: il fronte antifascista e Tambroni. Nella storiografia non sono mancate le interpretazioni anche molto distanti tra loro, e grazie ai documenti americani è possibile aggiungere un ulteriore tassello alla ricostruzione degli eventi. Gli antifascisti più attivi erano, com’è noto, socialisti e comunisti. I rapporti tra i due partiti, da tempo non idilliaci, si raffreddarono ulteriormente al momento di “capitalizzare” le proteste di piazza. Basta guardare quanto scrisse Nenni sul suo diario, il 3 luglio ’60: la vittoria di Genova era usata dai comunisti «in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria di piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919» <145. Secondo il leader socialista i fatti di quei giorni erano da intendersi come stimoli per la svolta a sinistra, non certo per una contrapposizione violenta. Nei dispacci dell’ambasciata si riconosceva il grande appeal dell’antifascismo ma l’attenzione era perlopiù concentrata sull’abilità del Pci nello sfruttare la situazione. I comunisti – citiamo da un documento inedito americano – erano riusciti a creare un «nuovo mito, un vero e proprio articolo di fede: le forze armate clerico-fasciste avevano attaccato una manifestazione pacifica di operai e altri elementi democratici». La speranza degli Usa, comunque, era l’isolamento di comunisti e neofascisti per coinvolgere tutti i partiti anti-totalitari e arrivare ad un governo di elementi moderati <146. Si capisce, in questo senso, il disorientamento generato da un governo col sostegno dei neofascisti e duramente osteggiato, in primis, da socialisti e comunisti. Alla tesi del complotto sovietico, denunciato da Tambroni, non venne mai dato molto credito <147. Inoltre, sembrava «altamente improbabile» che il Pci volesse minacciare un’insurrezione. L’unico risultato che poteva ottenere, visti i livelli di tensione raggiunti, era la soppressione del partito per attività illegali <148. La dirigenza era ben lontana dal minacciare un’insurrezione, ma questo non significava l’assenza di pulsioni violente o l’estraneità all’organizzazione delle rivolte, come è stato scritto <149. Recentemente, grazie alla testimonianza di un ex dirigente di alto livello come Luciano Barca, è stata sottolineata l’attenta regia comunista delle manifestazioni <150. Il principale problema dei vertici di partito era «frenare un movimento che vuol procedere oltre la mobilitazione di piazza» <151. Lo stesso Togliatti prese le distanze dai compagni più estremisti intenzionati a portare fino in fondo lo scontro. In questo senso può essere letta l’accettazione della tregua – proposta dal presidente del Senato Merzagora – da parte del segretario del partito comunista <152. Del resto, furono proprio i dirigenti di Pci e Cgil a dichiarare che il movimento, fin da Genova, era sfuggito loro di mano.
L’insoddisfazione dell’avanguardia leninista risiedeva nel fatto che, malgrado gli sforzi profusi, Tambroni era ancora al suo posto. Armando Cossutta confessò la fatica a sedare gli animi di chi intendeva continuare lo scontro nelle piazze, senza curarsi dell’opinione dei vertici o addirittura senza conoscere gli stessi dirigenti <153. Secondo questa lettura, la Dc era una forma mascherata di fascismo. Di più. Era il vero fascismo, il referente dei ceti dominanti in grado di mobilitare un apparato repressivo e autoritario. Quindi la Resistenza doveva continuare ad ogni costo la sua lotta antifascista <154.
Il movimento del 30 giugno si proponeva di combattere la confusione tra potere fittizio, cioè «l’ombra del potere rappresentato dal seggio parlamentare» e potere reale, costituito dal «controllo operaio delle fabbriche». Contro il «cretinismo parlamentare» e il «rivendicazionismo spicciolo». Chi aveva creduto di utilizzare la protesta a scopi dimostrativi rimase deluso. L’anonimo operaio redattore del documento scrive: «non si poteva più comandarci a bacchetta, valutando che la nostra collera potesse sfogarsi nel corteo approvato dalla prefettura». Gli stati maggiori della sinistra, che tuonavano contro il revisionismo, erano in realtà «peggiori dei revisionisti». In questo scollamento tra partito comunista legalitario e classe operaia rivoluzionaria, Baget Bozzo ha individuato l’inizio del movimentismo extra-parlamentare <155. Le pur legittime richieste di cambiamento venivano inghiottite dai movimenti estremisti.
A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia. E se all’inizio era stato il partito socialista a trarre i maggiori vantaggi, intanto il Pci «usciva dall’angolo» e conquistava il ruolo di componente irrinunciabile della politica nazionale. Da quel momento si insinuava il dubbio che anticomunismo e democrazia non potessero convivere pacificamente. Chi si esprimeva diversamente attirava sospetti di fascismo <156. Si tratta di un passaggio decisivo per la cultura politica del nostro Paese. Alla luce di queste considerazioni, il mito dei ragazzi con le “magliette a strisce”, su cui ha prosperato la prima storiografia sui fatti di Genova (ma anche tante opere successive), va in buona parte ridimensionato. Certamente, a quindici anni dalla guerra, l’Italia nuova dei giovani, alla ricerca di un «momento positivo», si faceva sentire. Ma il luglio ’60, nel bene e nel male, andò al di là di qualsiasi previsione <157.
[NOTE]
138 G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 379. Accame ipotizza addirittura che il ministero degli Interni, a Genova, lasciò «mano libera ai comunisti». Sul sentimento di «rivincita» della polizia si veda G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294.
139 The Porta San Paolo riot, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, July 21, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-2160. Sulla guida comunista delle manifestazioni di Roma si veda G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
140 V. Notarnicola, Venti minuti di fuoco fra la polizia e i dimostranti in piazza della Libertà, «Corriere della Sera», 8 luglio 1960. Per le reazioni di parte comunista si vedano le foto pubblicate su «Paese Sera», 12 luglio 1960 e il commento alla registrazione degli scontri (27 minuti): Abbiamo ascoltato la registrazione di Reggio Emilia, «Paese Sera», 14 luglio 1960.
141 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 111-113. Sul proposito di rivincita dei poliziotti reggiani, si veda l’interessante testimonianza di Italo Bonezzi (autista del servizio pubblico) al processo, riportata in P.G. Murgia, Il
luglio 1960, cit., p. 126.
142 P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 105.
143 Sui fatti di Catania si veda A. Miccichè, Catania, luglio ’60, Ediesse, Roma, 2010.
144 Italian situation, H. McBride to F. Kohler, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917.
145 P. Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Sugarco, Milano, 1982, p. 129.
146 Communist-led rioters succeed, cit.; The present disorders in Italy, H. Cumming (Department of State, Director of Intelligence and Research) to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Sui timori per una deriva autoritaria di destra si veda U.S. Policy toward Italy, July 13, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60.
147 Central Intelligence Bulletin, CIA, July 8, 1960, CIA-RDP79T00975A005200070001-6, NARA, CIA Records Search Tool ( d’ora in poi CREST); L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
148 Severe Communist-led rioting in Italy threatens life of Tambroni government, F. Kohler to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Tambroni avrebbe poi esposto nella seduta del 14 luglio alla Camera la sua versione più critica nei confronti del complotto comunista, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 14 luglio 1960, pp. 15963-15970.
149 Pur cogliendo l’ambivalenza del Pci, Cooke non convince quando liquida la strategia togliattiana in poche righe e senza argomentazioni. Tale strategia, scrive, «non permette l’identificazione del suo partito con la violenza e l’insurrezione», si veda P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 43. Se il giudizio sulle tendenze rivoluzionarie è consolidato, altrettanto non può dirsi per l’uso della violenza. Utile in proposito la lettura del quotidiano comunista e le frequenti dispute con i socialisti nei mesi di giugno-luglio ’60.
150 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, vol. I, Con Togliatti e Longo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, pp. 235-238.
151 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 387; N. Minuzzo, L’aria del ’48, «L’Europeo», 17 luglio 1960.
152 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294; Anche i funzionari americani notarono questo aspetto: «l’accettazione comunista della proposta di tregua di Merzagora è una prova forte del fatto che il Pci starà attento a non andare oltre i limiti della violenza che ha già raggiunto», si veda Severe Communist-led rioting, cit.
153 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., pp. 387-388.
154 Si veda L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 126-127; G. Baget Bozzo, recensione a P. Cooke, Luglio 1960, cit., 25 maggio 2001, http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html. La necessità di portare a termine la nuova Resistenza e la continuità tra fascismo, Dc e Chiesa cattolica sono elementi ricorrenti nel lavoro di Murgia, secondo il quale Tambroni «è un frutto maturato nel giardino clericale», P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 170.
155 Citazioni tratte da Movimento 30 giugno, Genova, 1960, in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 132-143. Le osservazioni di Baget Bozzo sono su http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html
156 Un esempio eclatante di questo clima è il libro di Murgia, apparso nel 1968, si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 111-112. Osservazioni pregevoli su questo in E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia come elemento strutturale della lotta politica nell’Italia repubblicana, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 248-252. Si veda anche R. Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1960): lineamenti di una storia, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni, cit., pp. 331-332.
157 Sui grandi cambiamenti legati al boom economico e sull’attesa di qualcosa di nuovo si vedano G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., pp. 173-174; G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Rizzoli, Milano, 1990, pp. 91-92. Secondo il giornalista comunista Falaschi nel luglio ’60 si possono individuare i prodromi del ’68 e dell’autunno caldo, si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 383.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010 -
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Il terreno della lotta armata è perfettamente sconosciuto alla maggioranza degli operai
La nascita dei Gruppi d’Azione Patriottica riflette un’oculata strategia politico-militare del Partito Comunista mirante alla polarizzazione su un doppio binario della lotta contro il fascista ed il tedesco: da un lato la guerriglia e la lotta armata in mano ad un’ardita avanguardia operaia, dall’altro lo scontro economico-rivendicativo nelle fabbriche. E’ una scelta di per sé obbligata, che diverrà inevitabile sulla scia del massiccio sciopero dei sette giorni del dicembre ’43 e di quello insurrezionale del marzo ’44. In quest’ultimi due casi, l’assenza del contributo e del supporto gappista attenuerà consistentemente la forza e la portata delle agitazioni operaie. Già dal settembre, Francesco Scotti ed Egisto Rubini assistiti da Giordano Cipriani ed insieme ad alcuni operai milanesi e sestesi ricevono l’incarico di costituire i primi gruppi d’azione patriottica. Il compito si rivelerà arduo già dai primi mesi per una serie di ragioni. Innanzitutto il terreno della lotta armata è perfettamente sconosciuto alla maggioranza degli operai. Pur ricompattata negli scioperi di marzo ed attestata una ferma e decisa volontà d’azione, la classe operaia è politicamente ed ideologicamente impreparata. Il ricordo del Rinascimento, dell’Unità d’Italia e del biennio rosso 1919-’20 è sì vivo, ma la congiuntura è radicalmente differente e sfavorevole. Quella che si troverà a combattere non sarà una guerra popolana di stampo risorgimentale, ma una guerriglia pianificata scientificamente con bersagli ed obiettivi politici predefiniti. Seppur la presenza comunista nelle fabbriche milanesi sia preminente (soprattutto alla Magnaghi, Breda e alla Falck di Sesto San Giovanni), le difficoltà per l’arruolamento e l’inquadramento si presenteranno ardue fin da primissimi giorni. Alle prese con i bisogni e le necessità più impellenti e con le sopracitate condizioni lavorative a cui si aggiunge il rischio della deportazione o del lavoro alla Todt <12, l’operaio già da subito si dimostra reticente. Gravano i pesanti interrogativi riguardo la soluzione della guerra, che pur sfavorevole all’Asse, non presenta sicure certezze e conclusioni. Pesano inoltre gli indiscriminati arresti e le deportazioni, le feroci repressioni delle SS e la rinascita del fascismo che si nutre d’acredine e vendetta nei confronti di chi l’ha tradito e delle « cricche privatistiche collegate alla mentalità giudaico – massonica – borghese del capitalismo, dell’intellettualismo e del comunismo». La fabbrica garantisce, nella migliore delle ipotesi, a stento un piatto di minestra al giorno, un lavoro precario (seppur scarsamente remunerato) e l’ausweis, il lasciapassare tedesco per i lavoratori addetti alla produzione bellica, esonerati dalla chiamata alle armi, dalle deportazioni e dalle retate.
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Da qui la decisione del Partito Comunista di indirizzare la lotta attraverso una chiara separazione dei compiti: l’operaio e il gappista. Il primo, in fabbrica, a capo delle lotte prettamente economico-rivendicative con duplici obiettivi da perseguire: strappare all’industriale e al tedesco aumenti salariali e contemporaneamente far luce univocamente sul ruolo e sulle responsabilità degli stessi, smascherando gli interessi coincidenti. Altro obiettivo di non minore importanza è quello di riuscire a spezzare il blocco moderato-conservatore, attirando a sé la piccola e media borghesia ed isolando gli imprenditori collaborazionisti. Così facendo si impedisce al neo costituito fascismo, di presentarsi agli occhi della gente come unico garante dell’ordine e della riappacificazione come invocato dal filosofo Giovanni Gentile.
Sulla sponda opposta c’è il gappista. Facente parte di nuclei ristrettissimi, comunisti, provenienti dalle fabbriche e, pertanto, prevalentemente operai, rappresenta la punta avanzata della lotta armata. Con alle spalle un drammatico passato, ha un percorso comune a tutti i militanti comunisti dell’epoca. L’esperienza della guerra di Spagna, la resistenza francese nei Francs-Tireurs et Partisans, la scuola politica a Mosca, l’esilio a Ventotene, la militanza nel neonato Partito Comunista del ’21, le condanne del Tribunale Speciale e gli anni di prigione, le persecuzioni. Vive nella clandestinità e nella vigilanza più assoluta, praticando una lotta armata di stampo terroristico.
Occorre precisare che il gappismo e il gappista non hanno nulla a che vedere con la concezione moderna di largo senso comune del “terrorismo” e del “terrorista”. L’accezione moderna del termine “terrorista” si è caricata di particolari connotazioni negative e sinistre, rifacendosi soprattutto ai sanguinosi anni ’70 italiani. Attraverso i cosiddetti anni di piombo e la galassia delle formazioni antagoniste extraparlamentari che hanno abbracciato la lotta armata quali le Brigate Rosse, i Proletari Armati per il Comunismo, Prima Linea, il terrorismo nero di Ordine Nuovo e Terza Posizione ed accanto a fenomeni di portata europea quali le RAF in Germania, con il termine terrorista si è definito colui che fa della violenza il principale strumento di lotta politica. Quest’ultimo colpisce con determinate e mirate azioni più che l’uomo o l’istituzione in sé, ciò che essi incarnano e rappresentano politicamente, mirando alla destabilizzazione dello Stato attraverso l’instaurazione di una fantomatica rivoluzione per mano di pochi eletti.
Giorgio Bocca dà una spiegazione illuminante e chiarificatrice riguardo le ragioni e gli indirizzi delle azioni gappistiche, una delucidazione essenziale che ci aiuta a riflettere e a praticare i dovuti distinguo: “Il terrorismo nelle città mira a effetti militari e politici ed è un atto di moralità rivoluzionaria. Se si accetta il principio morale e rivoluzionario della ribellione armata contro la legalità iniqua, bisogna arrivare al terrorismo cittadino. La resistenza è indivisibile, la guerra popolare, guerra di tutti, e non può tollerare isole di privilegio e di ingiusto rispetto, che si uccida, si torturi, si incendi nei villaggi di montagna e nei quartieri operai mentre le enclaves della borghesia cittadina restano tranquille e, dentro, tranquilli gli oppressori.” <13 Nel momento in cui gli spazi di agibilità politica e l’esercizio del dissenso sono preclusi e criminalizzati, la democrazia soppressa, alla presenza di un oppressore che dispone della vita e della morte di ciascuno con le città in stato d’assedio, l’ultima tappa obbligata è quella della lotta armata. Unico strumento di difesa disponibile, unico baluardo contro la totale depravazione umana, morale e sociale. Percorso tra l’altro comune ai movimenti di liberazione algerino, vietnamita, cubano e alla resistenza francese.
Genesi: come, dove e in quanti
La prima squadra di quella che poi diverrà la 3^ GAP è formata da quattro operai rappresentanti le più importanti fabbriche sestesi: Validio Mantovani (Nino, Ninetto, Barbisìn) dalla Saspa Pirelli, Carlo Camesasca (Barbisùn) dalla Ercole Marelli, Vito Antonio La Fratta (Totò) dalla Falck, Renato Sgobaro (Giulio, Lupo Mannaro) dalla Breda. Sono diretti da Egisto Rubini e Cesare Roda. Tutti alle prime armi con scarsissima dimestichezza dell’attività che andranno ad intraprendere, tutti provenienti dalla fabbrica e non più giovanissimi. Bisogna rompere il ghiaccio, arrischiare le prime azioni e i primi colpi, sperimentare tattiche e strategie, temprare lo spirito, razionalizzare l’istinto, controllare le reazioni emotive. Detto – fatto, il 4 ottobre del 1943, avendo incrociato per strada, in bicicletta, il sergente maggiore squadrista Visentin, individuo molto odiato per aver fatto “assaggiare” lo staffile a molti operai, lo attendono sulla via del ritorno e lo giustiziano. C’è esitazione, non ci si decide su chi dovrà sparare per primo, quindi si opta per il capo, Ninetto, che aprirà il fuoco. Azione riuscita e fuga veloce in bicicletta.
Dopo aver eliminato un tenente della milizia a Casatenovo, i sestesi ricevono l’ordine di giustiziare il capitano (poi maggiore) della XXV legione della Guarda Nazionale Repubblicana, Gino Gatti, un torturatore di partigiani. Il compito si presenta sin dal principio non facile: il soggetto non è abitudinario e i suoi spostamenti ed i suoi orari sono tutt’altro che ripetitivi. Pur di portare a termine la loro missione, i gappisti decidono di affidarsi all’improvvisazione sfruttando l’occasione propizia e confidando nella buona sorte. Ma tutto ciò mal si concilia col rigore ed il militarismo scientifico della guerriglia armata in città. Gatti, attaccato di fronte alla Villa Reale di Monza, riuscirà a sopravvivere all’agguato riportando gravissime ferite. Pur nell’azzardata azione dei sestesi, l’operazione è tutt’altro che un insuccesso.
Dimostrando di poter colpire il nemico nelle sue principali roccaforti, si spezza la sicurezza psicologica dei fascisti infondendo fiducia in quelle sacche della popolazione che, seppur antifasciste, non concretizzano la loro opposizione al risorto regime. Queste primissime esitazioni, queste improvvisate gesta temprano il gappista autodidatta e ne maturano l’addestramento.
In ottobre il quadro organizzativo si perfeziona ulteriormente con l’arrivo di Vittorio Bardini, studente politico a Mosca ed ex combattente nella guerra di Spagna. Ilio Barontini, livornese, artificiere, raro caso di volontario e combattente in azioni d’aiuto agli abissini durante l’aggressione fascista all’Etiopia, comandante delle Brigate Garibaldi in Spagna, lo mette subito in contatto con Rubini, Roda e Francesco Scotti ispettore generale delle neonate brigate Garibaldi. Al momento è alquanto prematuro parlare di una brigata Garibaldi de facto; al contrario delle inesatte ricostruzioni, si presentano, sparse per le diverse zone della città, delle squadre al cui comando non v’è un comandante ed un commissario politico. E’ il comitato militare del PCI Lombardia, quindi Bardini, Scotti e Roda a capitanare e dirigere le neo costituite cellule. Tutte comunque raggruppate nel 17° distaccamento GAP Gramsci. Un triunvirato, i cosiddetti “triangoli militari di partito”: un responsabile generale (Bardini), un responsabile dei servizi tecnici (Roda) e in ultima istanza un responsabile militare delle azioni (Rubini).
[NOTE]
12 Organizzazione Todt: grande impresa di costruzioni che operò in Germania ed in tutti i paesi occupati della Wehrmacht, dedita al reclutamento di mano d’opera da utilizzare nella costruzione di strade, ponti e lavori di fortificazione militare (Linea Sigfrido, Linea Gustav, Linea Gotica). Contava all’incirca 1.500.000 lavoratori, di cui la maggior parte prigionieri di guerra. Sfruttata più volte da renitenti alla leva e partigiani per sfuggire alla deportazione o ai bandi di chiamata alle armi.
13 G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, 1966, p. 145
Giorgio Vitale, L’altra Resistenza. I GAP a Milano, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2008-2009 -
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