#cattolici — Public Fediverse posts
Live and recent posts from across the Fediverse tagged #cattolici, aggregated by home.social.
-
https://www.csseo.org/1324529/ Finlandia, il paese dell’ecumenismo – La Nuova Europa #Cattolici #ecumenismo #Europa #Finlandia
-
La chiesa d’ebano plasmata dalle fiamme della ribellione a Brașov, vicino al cuore della Transilvania
https://www.jacoporanieri.com/blog/?p=44882#chiese #strutture #edifici #religione #culto #luterani #cattolici #sassoni #romania #transilvania #europa #brasov #architettura #storia #medioevo #rinascimento #costruzioni #città #invasioni #incendi #disastri #mura #popoli #società
-
La chiesa d’ebano plasmata dalle fiamme della ribellione a Brașov, vicino al cuore della Transilvania
https://www.jacoporanieri.com/blog/?p=44882#chiese #strutture #edifici #religione #culto #luterani #cattolici #sassoni #romania #transilvania #europa #brasov #architettura #storia #medioevo #rinascimento #costruzioni #città #invasioni #incendi #disastri #mura #popoli #società
-
Duro intervento antisovietico di Taviani a dicembre 1948
Proprio nel corso di questi mesi avviene il primo rilevante intervento pubblico di Taviani, in cui lo si vede impegnato nell’affrontare i temi della politica estera. Si tratta del discorso da lui pronunciato alla camera il 1° dicembre 1948, in occasione della discussione delle mozioni sulla politica estera del governo. Taviani in questa data è già vicesegretario della Dc e il suo discorso quindi non esprime solamente la sua visione personale, ma anche la posizione ufficiale del governo e della maggior parte dei parlamentari della Dc <121. Il discorso di Taviani è molto diverso a quello apparso qualche anno prima nelle “Idee sulla Democrazia Cristiana”, esso è ampio e ben strutturato, e dimostra il lungo cammino percorso dal giovane democristiano, nel corso dei quattro anni che intercorrono tra questi due documenti, per ampliare e completare la propria formazione sui temi internazionali. L’intervento parlamentare di Taviani risponde alle critiche mosse dai socialisti e dai comunisti sulla politica del governo, secondo i quali il governo guidato da De Gasperi portando avanti una politica estera bellicista e succube degli interessi americani in Europa, sacrificherebbe con questo le risorse, la libertà e l’autonomia italiane che troverebbero invece miglior modo di esprimersi in un atteggiamento neutrale del nostro paese di fronte alle tensioni internazionali e allo scontro tra i due blocchi. Taviani apre il proprio intervento chiarendo da subito che la sua politica, così come quella della democrazia cristiana, è tesa unicamente a garantire la pace e a fare il possibile per evitare qualsiasi possibilità di un nuovo conflitto mondiale, reinserendo l’Italia nello scenario internazionale e rinunciando proprio per questi motivi a qualsiasi pretesa nazionalistica di grande potenza per l’Italia che come la recente storia ha più volte dimostrato sarebbe del tutto irrealistica e utopistica. Il suo intervento entra nel vivo quando proclama la morte dei nazionalismi: “Di qui è logico dedurre, onorevoli colleghi, che nel mio ragionamento non troverete nessuna ombra di nazionalismo. Stia certo l’onorevole Nenni, il quale ieri ricordava la contesa dei micròmani con i macròmani, che non troverà nei miei ragionamenti un ragionamento da macròmane. La mia generazione è stata avvelenata dall’educazione nazionalista, e forse in qualche momento è stata anche sviata; ma ne abbiamo visto le conseguenze. Molti di noi le portano sulle loro carni o su quelle dei loro familiari… Nessuna ombra di nazionalismo; nessuna illusione che il mondo continui ad essere quello che si credeva che fosse – o era – all’inizio del secolo. Grazie a Dio, il mondo non cambia solo in peggio”.
#1 #1948 #anticomunismo #cattolici #Cominform #DC #dicembre #estera #Europa #federalismo #FedericoActite #Germania #macròmani #neutralità #pace #PaoloEmilioTaviani #PCI #polemiche #politica #PSI #StatiUniti #UnioneSovietica
A questo aggiunge la convinzione che la nuova concezione federalista degli stati che si sta diffondendo sia l’unica che meriti di essere perseguita e sostenuta e che essa abbia le sue origini proprio nel cattolicesimo: “Il superamento del nazionalismo non è oggi soltanto un idea socialista, dei veri socialisti democratici.(Commenti all’estrema sinistra) D’altra parte l’universalismo cattolico ha permeato molte delle più elevate menti politiche contemporanee. Al di sopra dei nazionalismi e degli esasperati razzismi, oggi si diffonde la concezione di un’Europa, di un mondo che sappia comprendere in un armonia di piani economici, di rapporti morali e giuridici, di progresso sociale, la varietà di cultura nazionale e di razza espresse nella differenziazione politica di singoli Stati, che pur restano membri di un unico corpo, l’Umanità.” <122
Dopo aver così espresso la sua linea e quella del governo nel campo della politica estera, Taviani analizza in maniera lucida e chiara i fatti degli ultimi 3 anni, insieme a quella che è la nuova situazione internazionale, dopo la caduta del nazismo, il colpo di stato di Praga e lo scisma di Tito, a dimostrazione di come i pericoli di una nuova guerra e di una nuova opprimente dittatura provengano dall’Unione Sovietica e non dagli Stati Uniti verso cui i deputati comunisti scagliano continuamente le loro accuse. Secondo Taviani è stata infatti l’Urss ad avviare una nuova corsa agli armamenti rifiutandosi di smobilitare il proprio esercito dopo la sconfitta nazista, e di aderire ai nuovi progetti di ricostruzione internazionale come il Piano Marshall e gli accordi di Bretton Woods, utilizzando il proprio diritto di veto per paralizzare il lavoro dell’Onu ogni qualvolta doveva prendere decisioni contrarie ai propri interessi ed infine intervenendo militarmente a Praga in aprile per rovesciare un governo democraticamente eletto e imporre anche a questo paese l’allineamento alla politica staliniana, in palese violazione con gli accordi presi Yalta che prevedevano le libere elezioni in tutti i paesi liberati dal nazismo. Per difendersi dalle accuse di falsità e di propaganda che gli giungono dalle grida dei deputati comunisti, cita le numerose testimonianze dei profughi cecoslovacchi che sono riusciti a giungere in occidente e che denunciano un sistema più opprimente di quello che era stato qualche anno prima sotto l’occupazione nazista.
Per dimostrare la fondatezza della propria accusa, Taviani non si limita a citare gli eventi più recenti, ma analizza la politica estera sovietica dal punto di vista geopolitico mettendo in evidenza i parallelismi e la continuità della politica sovietica con quella degli imperi precedenti le due guerre mondiali e mostrando come la sua politica estera rispondendo a ragioni più ideologiche che geopolitiche, sia apertamente contraria alla realizzazione dell’unità europea:
“Giunti a questo punto, noi ci potremmo chiedere se nella politica estera di Stalin e di Molotov vi sia alcunché di nazionalismo o più ancora di panslavismo. Non sono infatti pochi coloro che ravvisano nella politica estera sovietica le stesse linee della politica estera zarista. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky … Una voce all’estrema sinistra. Dove le legge queste notizie? Sull’Osservatore Romano? (Proteste al centro). TAVIANI. No, onorevole collega; comunque quello è un giornale di solito bene informato, e probabilmente ella stessa si informava da quel giornale cinque o sei anni or sono. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky nel 1927, la politica estera russa non appare di facile interpretazione. La politica di Stalin del socialismo in un solo Paese, portando al presunto abbandono della rivoluzione mondiale, ha favorito l’interpretazione della politica sovietica come una semplice continuazione dell’imperialismo zarista. La insistenza sulla rivoluzione mondiale come reale obiettivo e l’assunto che la dottrina del socialismo in un solo paese significhi il fallimento della rivoluzione mondiale, sembrano, infatti, aver costituito una delle basi dell’errore di Trotzky. D’altronde le energiche dichiarazioni di Stalin a Yalta, sui nuovi confini fra Polonia e U.R.S.S., sono state da molti considerate come una espressione di vecchio nazionalismo. Ma dal tono della relazione del Cominform che sconfessa Tito, a noi ignari e non iniziati ai misteri e ai presupposti dogmatici della dottrina sovietica – è sembrato che Stalin nel 1948 abbia parlato con il linguaggio di Trotzky del 1926 e 1927. Mentre Tito sembra proprio accusato di ciò che Stalin contro Trotzky sosteneva nel 1926. Certo, una ragione di tutto ciò sussiste. Comunque, a noi interessa vedere se la politica estera russa sia solamente una politica estera a carattere nazionalistico, perché in sostanza ci si potrebbe anche prospettare l’ipotesi che l’Italia al centro del Mediterraneo possa rientrare in una sfera che direttamente non interessi la Russia. Ma, purtroppo, non sembra che si possa accettare questa interpretazione. Ieri l’onorevole Giacchero notava che la Russia oggi non ha interesse a che l’Unione europea si realizzi, così come duecento anni fa l’Inghilterra non aveva interesse alla realizzazione della unità nord-americana.
Fin dal 1915 Lenin condannò il principio degli Stati uniti d’Europa come realizzabile e reazionario in pari tempo. Questo atteggiamento venne riconfermato nel 1930, quando il movimento degli Stati uniti d’Europa acquistò un ritmo intenso. Nel 1930 anche Stalin accusa i fautori dell’unione europea come borghesi, e nel 1931 quando l’Unione Sovietica accettò di partecipare alla commissione cercata dalla Società delle Nazioni per lo studio dei problemi dell’unione europea, la Pravda spiegò che l’Unione Sovietica aveva accettato al solo fine di fare abortire il progetto.”
Risponde quindi a chi nelle scorse settimane ha accusato il suo partito di organizzare delle crociate contro il comunismo, citando le parole di Lenin e dello stesso Stalin, e mostrando come sia l’Unione Sovietica con le sue aspirazioni mondiali sulla diffusione del comunismo e con la sua insistenza sull’impossibilità di convivenza tra il sistema capitalistico e quello comunista ad avanzare pretese imperialiste e ad organizzare “crociate”. A chi dall’opposizione lo interrompe indignato, accusandolo di dire falsità e di non essere mai stato in Unione Sovietica a vedere come vivono i lavoratori, il democristiano Semeraro <123 interviene in sua difesa rispondendo con un pizzico di ironia e chiedendo loro perché se la Russia è il paradiso che tutti i deputati comunisti affermano essere nessuno vi voglia emigrare e al contrario molti vadano negli Stati Uniti, mentre Taviani riprende il discorso, girando l’invito ai deputati di sinistra, e invitandoli a rivolgere la loro domanda ai sindacalisti e all’On. Di Vittorio <124 che hanno visitato entrambi i paesi. A chi ancora sostiene che l’Urss sia solamente un problema dei paesi dell’Europa Orientale, ricorda come i leader sovietici si siano schierati più volte apertamente contro i progetti di integrazione europea e come attraverso le direttive impartite ai partiti comunisti dei paesi occidentali sulle azioni da intraprendere all’interno dei parlamenti e dell’opinione pubblica dei paesi occidentali per sabotare tali progetti, ingeriscano pesantemente nella politica interna dei paesi occidentali e dell’Italia. A quei deputati comunisti che in parlamento difendono la neutralità italiana, Taviani risponde leggendo le loro parole pronunciate nel corso dei comizi pubblici, quando incitavano i loro elettori alla resistenza armata contro un possibile dispiegamento dei soldati americani nelle basi militari italiane, e li invitavano al contrario ad aiutare i sovietici nel caso di un eventuale invasione sovietica del loro paese, dovuta ad un eventuale conflitto tra le due superpotenze, unico paese da loro riconosciuto come rappresentante del mondo dei lavoratori.
Prosegue chiedendo loro come sarebbero stati trattati nei paesi comunisti se avessero pronunciassero dei discorsi simili a favore di una potenza straniera. Smontando, dati alla mano, i loro esempi di neutralità fatti citando il caso della Svizzera e della Svezia, mostra come questi due paesi pur essendo neutrali, proprio a causa della mancanza di aiuti esterni, debbano spendere per la loro sicurezza somme di gran lunga superiori a quelle dell’Italia <125, che ha una popolazione nettamente superiore e di come l’Italia a causa della propria posizione geografica, centrale in caso di un eventuale conflitto tra i due blocchi, non possa in alcun modo sperare di non venirne coinvolta come questi due paesi e di come pertanto debba essere pronta a difendersi. In caso contrario dovrebbe subire l’occupazione sovietica e di conseguenza ritrovarsi schierata tra i paesi del blocco comunista, subendo la stessa sorte di quella che è toccata al Belgio durante l’occupazione tedesca nel corso delle due guerre mondiali.
Prima di concludere il proprio discorso guarda al nuovo scenario europeo, augurandosi che esso risolva i propri problemi attraverso un nuovo assetto federale dell’Europa, all’interno dell’alleanza con gli Stati Uniti ed esprimendo quelle che avrebbero dovuto essere le basi su cui costruirla, evitando di esasperarne le differenze nazionali: “Noi non ci illudiamo che l’Italia oggi possa esercitare un peso determinante su quelli che saranno gli sviluppi della politica internazionale; ma questo non significa che essa non possa portare un suo contributo a un’attiva politica europea di pace, condotta in armonia con la politica di difesa della pace, della democrazia, della libertà che gli Stati Uniti del Nord-America han dimostrato con i fatti di perseguire. Ha ieri accennato l’onorevole Nenni al problema tedesco, che sta indubbiamente al centro della situazione europea. Certo, vana illusione sarebbe credere di poter risolvere i problemi dell’Europa lasciandone divisa la parte centrale e nevralgica in zone di occupazione, senza alcun ordinamento definitivo, o, anche se non definitivo, almeno temporaneamente stabile. Ebbene, v’è da una parte il popolo francese, che sembra abbia cominciato a rendersi conto – almeno per la sua parte più democratica – che i suoi rapporti con i tedeschi non si pongono più oggi come si ponevano nel tempo in cui l’Europa era il centro del mondo, nel tempo in cui tutti i problemi internazionali si impostavano, si risolvevano e si esaurivano in Europa; e v’è dall’altra parte il popolo tedesco, quello almeno della Vestfalia, della Baviera, del Baden, che, pur fra le strettezze e le conseguenze immani di una sconfitta – resa, dalla pazzia di Hitler, di proporzioni non mai viste nella storia – può esprimere ancora una sua opinione, e mostrare segni non dubbi di aver compreso quanto assurda sia stata l’illusione di unificare l’Europa approfondendone le differenze fra i popoli in odi razziali, mistici e fanatici. Ebbene, affinché la cooperazione si realizzi fra questi due popoli e con essa la cooperazione europea diventi sempre più concreta e operante, l’Italia può dire la sua parola e forse può portare un suo contributo. Dobbiamo però anche far sentire energicamente, virilmente, alle Nazioni vincitrici che non esiste soltanto in Europa un problema tedesco, ma che, per il riassestamento e per la pace dell’Europa e del mondo, esiste anche un problema italiano, meno grave, se Dio vuole, di quello tedesco, ma pure importante e fondamentale. In particolar modo v’è il problema del lavoro italiano, che non può essere contenuto negli angusti confini della Patria. E’ impossibile una duratura politica di pace in Europa se non si risolvono i problemi economici dell’Europa stessa; questo pare sia stato compreso. Ma prima ancora dei problemi economici vi sono i problemi demografici. E’ contraddittorio tendere a consolidare la pace in Europa e chiudere le frontiere al lavoro italiano, che cerca affannosamente possibilità di vita là dove esse copiosamente sussistono.”
E Taviani conclude infine il proprio intervento sottolineando le differenze tra le due differenti visioni di politica estera tra la coalizione di governo e quella dell’opposizione formata dai socialisti e dai comunisti: “Voi dite di volere la pace, colleghi dell’opposizione. Ebbene, se questo vostro proposito fosse sincero, noi potremmo dirci d’accordo almeno su di un punto: su quello fondamentale. Ma in realtà la vostra pace è l’annichilimento del popolo italiano nell’agognata unità bolscevica (Rumori all’estrema sinistra – Applausi al centro). E’ l’uso del popolo italiano come di uno strumento per la realizzazione di tale unità. La nostra pace è l’esistenza del popolo italiano in un mondo che abbia fatto dell’armonia e dell’interdipendenza la sua legge, della libertà e della democrazia le essenziali condizioni di vita. (Interruzioni dall’estrema sinistra – Proteste al centro). PAJETTA GIAN CARLO. Mistica fascista! Voi insegnate queste cose! (Rumori al centro). TAVIANI. A scuola di mistica fascista non ci sono mai andato, né come insegnante, né come allievo. Ecco perché noi siamo certi di mantenere anche su questo terreno della politica estera, direi soprattutto su questo terreno, gli impegni assunti dinanzi al popolo il 18 aprile, di interpretare la scelta che il 18 aprile liberamente ha fatto il popolo italiano (Vivi – applausi a sinistra, al centro e a destra – Molte congratulazioni).”
Si tratta a questo punto di un uomo molto diverso da quello che quattro anni prima aveva scritto il programma di “Idee sulla democrazia cristiana”. Taviani grazie agli anni trascorsi al servizio del partito e del governo e soprattutto al lavoro a fianco di grandi personalità come De Gasperi, Sforza, Fanfani e Dosetti, solo per citarne alcuni, ha acquisito una profonda conoscenza dei temi internazionali, ampliando la propria concezione federalista e avvicinandosi alle posizioni europeiste e atlantiste di De Gasperi e di Sforza. E’ interessante anche notare come all’interno del suo pensiero politico la visione dell’Unione Sovietica come minaccia per l’indipendenza dell’Europa occidentale a causa dell’enorme potere economico e militare, e della vicinanza fisica, rappresenti un’altra costante del suo pensiero e rimanga inalterata, anche quando mezzo secolo più tardi, oramai dissolto il pericolo sovietico, tornerà a parlare in un intervista della politica estera italiana degli anni ’50. <126 La stessa importanza da lui data già alla fine del 1948 al pieno reinserimento della Germania federale nella comunità occidentale, per stabilizzare il centro nevralgico dell’Europa e quale premessa indispensabile per il mantenimento della pace rimarrà una convinzione che non abbandonerà mai e un obiettivo che cercherà sempre di perseguire e che sarà tra le principali motivazioni del suo sostegno ai progetti di integrazione europea.
Nelle settimane seguenti al suo intervento, all’interno della Dc, di fronte al sempre più probabile ingresso dell’Italia in un alleanza militare con i paesi occidentali, si susseguono i contatti e le riunioni tra i deputati democristiani e le diverse correnti del partito, in particolare tra quella di Dossetti contrario ad uno schieramento dell’Italia che ne possa influenzare la politica governativa e di De Gasperi che invece vede in essa uno strumento per ricucire i rapporti tra i paesi europei e rafforzare la posizione italiana, e che alla fine riuscirà a prevalere senza produrre pericolose scissioni interne.
[NOTE]
121 Non della totalità, in quanto erano contrari ad un eccessivo avvicinamento alle posizioni americane in politica estera importanti democristiani come Dossetti e Gronchi. PAOLO EMILIO TAVIANI, Politica a memoria d’uomo, cit., p.139
122 Atti Parlamentari [d’ora in poi AP], Camera dei deputati, legislatura I, seduta del 1° dicembre 1948, p.4962
123 Gabriele Semeraro, nato a Castellanetta (Taranto) nel 1912, era avvocato e deputato pugliese della Dc […]
124 Giuseppe Di Vittorio, nato a Cerignola (Foggia) nel 1882, sindacalista e deputato comunista, era dal 1945 il Segretario della CGIL, aveva sempre dato prova di grande onestà e indipendenza, schierandosi nel 1939 e nel 1956 apertamente contro le decisioni del partito che sostenevano l’azione sovietica, nella firma del Patto Molotov-Ribbentrop e poi nella repressione della rivolta ungherese. Figlio di braccianti agricoli non dimenticò mai la sua origine e anche una volta divenuto segretario della CGIL si adoperò sempre per aiutare i più poveri, in particolare le famiglie delle vittime uccise nel corso degli scioperi e dell’occupazione dei latifondi durante i primi anni della repubblica. Aveva partecipato a numerosi viaggi all’estero,in particolare in Unione Sovietica e in Francia, sia durante il fascismo quando visse in esilio, sia quando nel 1953 fu eletto Presidente della Federazioni Sindacale Mondiale e si recò a New York per pronunciare il discorso d’investitura. Per ulteriori informazioni si rimanda alle opere di: MICHELE PISTILLO, Giuseppe Di Vittorio, Roma, Editori riuniti, 1977 – MYRIAM BERGAMASCHI, Caro Papà di Vittorio, Letttere al segretario generale della CGIL, Milano, Guerrini e Associati, 2008
125 Molti anni più tardi, in un intervista, riprendendo questi temi, Taviani indicherà proprio nella Nato e nel rifiuto di proseguire una politica autonoma di grande potenza mondiale sul modello francese, lo strumento che permise all’Italia di ridurre le proprie spese militari, investendo in maniera massiccia nelle infrastrutture e nello sviluppo economico permettendogli così di ottenere tassi di crescita elevatissimi e di raggiungere il livello di benessere degli altri paesi occidentali. HAEU, EUI interviews, INT009, Taviani Paolo Emilio 02/05/1989
126 Intervista rilasciata da Taviani alla Prof. Preda nel marzo del 2000.
Federico Actite, Taviani e la politica estera italiana degli anni cinquanta (1949-1954), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2011-2012 -
Duro intervento antisovietico di Taviani a dicembre 1948
Proprio nel corso di questi mesi avviene il primo rilevante intervento pubblico di Taviani, in cui lo si vede impegnato nell’affrontare i temi della politica estera. Si tratta del discorso da lui pronunciato alla camera il 1° dicembre 1948, in occasione della discussione delle mozioni sulla politica estera del governo. Taviani in questa data è già vicesegretario della Dc e il suo discorso quindi non esprime solamente la sua visione personale, ma anche la posizione ufficiale del governo e della maggior parte dei parlamentari della Dc <121. Il discorso di Taviani è molto diverso a quello apparso qualche anno prima nelle “Idee sulla Democrazia Cristiana”, esso è ampio e ben strutturato, e dimostra il lungo cammino percorso dal giovane democristiano, nel corso dei quattro anni che intercorrono tra questi due documenti, per ampliare e completare la propria formazione sui temi internazionali. L’intervento parlamentare di Taviani risponde alle critiche mosse dai socialisti e dai comunisti sulla politica del governo, secondo i quali il governo guidato da De Gasperi portando avanti una politica estera bellicista e succube degli interessi americani in Europa, sacrificherebbe con questo le risorse, la libertà e l’autonomia italiane che troverebbero invece miglior modo di esprimersi in un atteggiamento neutrale del nostro paese di fronte alle tensioni internazionali e allo scontro tra i due blocchi. Taviani apre il proprio intervento chiarendo da subito che la sua politica, così come quella della democrazia cristiana, è tesa unicamente a garantire la pace e a fare il possibile per evitare qualsiasi possibilità di un nuovo conflitto mondiale, reinserendo l’Italia nello scenario internazionale e rinunciando proprio per questi motivi a qualsiasi pretesa nazionalistica di grande potenza per l’Italia che come la recente storia ha più volte dimostrato sarebbe del tutto irrealistica e utopistica. Il suo intervento entra nel vivo quando proclama la morte dei nazionalismi: “Di qui è logico dedurre, onorevoli colleghi, che nel mio ragionamento non troverete nessuna ombra di nazionalismo. Stia certo l’onorevole Nenni, il quale ieri ricordava la contesa dei micròmani con i macròmani, che non troverà nei miei ragionamenti un ragionamento da macròmane. La mia generazione è stata avvelenata dall’educazione nazionalista, e forse in qualche momento è stata anche sviata; ma ne abbiamo visto le conseguenze. Molti di noi le portano sulle loro carni o su quelle dei loro familiari… Nessuna ombra di nazionalismo; nessuna illusione che il mondo continui ad essere quello che si credeva che fosse – o era – all’inizio del secolo. Grazie a Dio, il mondo non cambia solo in peggio”.
#1 #1948 #anticomunismo #cattolici #Cominform #DC #dicembre #estera #Europa #federalismo #FedericoActite #Germania #macròmani #neutralità #pace #PaoloEmilioTaviani #PCI #polemiche #politica #PSI #StatiUniti #UnioneSovietica
A questo aggiunge la convinzione che la nuova concezione federalista degli stati che si sta diffondendo sia l’unica che meriti di essere perseguita e sostenuta e che essa abbia le sue origini proprio nel cattolicesimo: “Il superamento del nazionalismo non è oggi soltanto un idea socialista, dei veri socialisti democratici.(Commenti all’estrema sinistra) D’altra parte l’universalismo cattolico ha permeato molte delle più elevate menti politiche contemporanee. Al di sopra dei nazionalismi e degli esasperati razzismi, oggi si diffonde la concezione di un’Europa, di un mondo che sappia comprendere in un armonia di piani economici, di rapporti morali e giuridici, di progresso sociale, la varietà di cultura nazionale e di razza espresse nella differenziazione politica di singoli Stati, che pur restano membri di un unico corpo, l’Umanità.” <122
Dopo aver così espresso la sua linea e quella del governo nel campo della politica estera, Taviani analizza in maniera lucida e chiara i fatti degli ultimi 3 anni, insieme a quella che è la nuova situazione internazionale, dopo la caduta del nazismo, il colpo di stato di Praga e lo scisma di Tito, a dimostrazione di come i pericoli di una nuova guerra e di una nuova opprimente dittatura provengano dall’Unione Sovietica e non dagli Stati Uniti verso cui i deputati comunisti scagliano continuamente le loro accuse. Secondo Taviani è stata infatti l’Urss ad avviare una nuova corsa agli armamenti rifiutandosi di smobilitare il proprio esercito dopo la sconfitta nazista, e di aderire ai nuovi progetti di ricostruzione internazionale come il Piano Marshall e gli accordi di Bretton Woods, utilizzando il proprio diritto di veto per paralizzare il lavoro dell’Onu ogni qualvolta doveva prendere decisioni contrarie ai propri interessi ed infine intervenendo militarmente a Praga in aprile per rovesciare un governo democraticamente eletto e imporre anche a questo paese l’allineamento alla politica staliniana, in palese violazione con gli accordi presi Yalta che prevedevano le libere elezioni in tutti i paesi liberati dal nazismo. Per difendersi dalle accuse di falsità e di propaganda che gli giungono dalle grida dei deputati comunisti, cita le numerose testimonianze dei profughi cecoslovacchi che sono riusciti a giungere in occidente e che denunciano un sistema più opprimente di quello che era stato qualche anno prima sotto l’occupazione nazista.
Per dimostrare la fondatezza della propria accusa, Taviani non si limita a citare gli eventi più recenti, ma analizza la politica estera sovietica dal punto di vista geopolitico mettendo in evidenza i parallelismi e la continuità della politica sovietica con quella degli imperi precedenti le due guerre mondiali e mostrando come la sua politica estera rispondendo a ragioni più ideologiche che geopolitiche, sia apertamente contraria alla realizzazione dell’unità europea:
“Giunti a questo punto, noi ci potremmo chiedere se nella politica estera di Stalin e di Molotov vi sia alcunché di nazionalismo o più ancora di panslavismo. Non sono infatti pochi coloro che ravvisano nella politica estera sovietica le stesse linee della politica estera zarista. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky … Una voce all’estrema sinistra. Dove le legge queste notizie? Sull’Osservatore Romano? (Proteste al centro). TAVIANI. No, onorevole collega; comunque quello è un giornale di solito bene informato, e probabilmente ella stessa si informava da quel giornale cinque o sei anni or sono. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky nel 1927, la politica estera russa non appare di facile interpretazione. La politica di Stalin del socialismo in un solo Paese, portando al presunto abbandono della rivoluzione mondiale, ha favorito l’interpretazione della politica sovietica come una semplice continuazione dell’imperialismo zarista. La insistenza sulla rivoluzione mondiale come reale obiettivo e l’assunto che la dottrina del socialismo in un solo paese significhi il fallimento della rivoluzione mondiale, sembrano, infatti, aver costituito una delle basi dell’errore di Trotzky. D’altronde le energiche dichiarazioni di Stalin a Yalta, sui nuovi confini fra Polonia e U.R.S.S., sono state da molti considerate come una espressione di vecchio nazionalismo. Ma dal tono della relazione del Cominform che sconfessa Tito, a noi ignari e non iniziati ai misteri e ai presupposti dogmatici della dottrina sovietica – è sembrato che Stalin nel 1948 abbia parlato con il linguaggio di Trotzky del 1926 e 1927. Mentre Tito sembra proprio accusato di ciò che Stalin contro Trotzky sosteneva nel 1926. Certo, una ragione di tutto ciò sussiste. Comunque, a noi interessa vedere se la politica estera russa sia solamente una politica estera a carattere nazionalistico, perché in sostanza ci si potrebbe anche prospettare l’ipotesi che l’Italia al centro del Mediterraneo possa rientrare in una sfera che direttamente non interessi la Russia. Ma, purtroppo, non sembra che si possa accettare questa interpretazione. Ieri l’onorevole Giacchero notava che la Russia oggi non ha interesse a che l’Unione europea si realizzi, così come duecento anni fa l’Inghilterra non aveva interesse alla realizzazione della unità nord-americana.
Fin dal 1915 Lenin condannò il principio degli Stati uniti d’Europa come realizzabile e reazionario in pari tempo. Questo atteggiamento venne riconfermato nel 1930, quando il movimento degli Stati uniti d’Europa acquistò un ritmo intenso. Nel 1930 anche Stalin accusa i fautori dell’unione europea come borghesi, e nel 1931 quando l’Unione Sovietica accettò di partecipare alla commissione cercata dalla Società delle Nazioni per lo studio dei problemi dell’unione europea, la Pravda spiegò che l’Unione Sovietica aveva accettato al solo fine di fare abortire il progetto.”
Risponde quindi a chi nelle scorse settimane ha accusato il suo partito di organizzare delle crociate contro il comunismo, citando le parole di Lenin e dello stesso Stalin, e mostrando come sia l’Unione Sovietica con le sue aspirazioni mondiali sulla diffusione del comunismo e con la sua insistenza sull’impossibilità di convivenza tra il sistema capitalistico e quello comunista ad avanzare pretese imperialiste e ad organizzare “crociate”. A chi dall’opposizione lo interrompe indignato, accusandolo di dire falsità e di non essere mai stato in Unione Sovietica a vedere come vivono i lavoratori, il democristiano Semeraro <123 interviene in sua difesa rispondendo con un pizzico di ironia e chiedendo loro perché se la Russia è il paradiso che tutti i deputati comunisti affermano essere nessuno vi voglia emigrare e al contrario molti vadano negli Stati Uniti, mentre Taviani riprende il discorso, girando l’invito ai deputati di sinistra, e invitandoli a rivolgere la loro domanda ai sindacalisti e all’On. Di Vittorio <124 che hanno visitato entrambi i paesi. A chi ancora sostiene che l’Urss sia solamente un problema dei paesi dell’Europa Orientale, ricorda come i leader sovietici si siano schierati più volte apertamente contro i progetti di integrazione europea e come attraverso le direttive impartite ai partiti comunisti dei paesi occidentali sulle azioni da intraprendere all’interno dei parlamenti e dell’opinione pubblica dei paesi occidentali per sabotare tali progetti, ingeriscano pesantemente nella politica interna dei paesi occidentali e dell’Italia. A quei deputati comunisti che in parlamento difendono la neutralità italiana, Taviani risponde leggendo le loro parole pronunciate nel corso dei comizi pubblici, quando incitavano i loro elettori alla resistenza armata contro un possibile dispiegamento dei soldati americani nelle basi militari italiane, e li invitavano al contrario ad aiutare i sovietici nel caso di un eventuale invasione sovietica del loro paese, dovuta ad un eventuale conflitto tra le due superpotenze, unico paese da loro riconosciuto come rappresentante del mondo dei lavoratori.
Prosegue chiedendo loro come sarebbero stati trattati nei paesi comunisti se avessero pronunciassero dei discorsi simili a favore di una potenza straniera. Smontando, dati alla mano, i loro esempi di neutralità fatti citando il caso della Svizzera e della Svezia, mostra come questi due paesi pur essendo neutrali, proprio a causa della mancanza di aiuti esterni, debbano spendere per la loro sicurezza somme di gran lunga superiori a quelle dell’Italia <125, che ha una popolazione nettamente superiore e di come l’Italia a causa della propria posizione geografica, centrale in caso di un eventuale conflitto tra i due blocchi, non possa in alcun modo sperare di non venirne coinvolta come questi due paesi e di come pertanto debba essere pronta a difendersi. In caso contrario dovrebbe subire l’occupazione sovietica e di conseguenza ritrovarsi schierata tra i paesi del blocco comunista, subendo la stessa sorte di quella che è toccata al Belgio durante l’occupazione tedesca nel corso delle due guerre mondiali.
Prima di concludere il proprio discorso guarda al nuovo scenario europeo, augurandosi che esso risolva i propri problemi attraverso un nuovo assetto federale dell’Europa, all’interno dell’alleanza con gli Stati Uniti ed esprimendo quelle che avrebbero dovuto essere le basi su cui costruirla, evitando di esasperarne le differenze nazionali: “Noi non ci illudiamo che l’Italia oggi possa esercitare un peso determinante su quelli che saranno gli sviluppi della politica internazionale; ma questo non significa che essa non possa portare un suo contributo a un’attiva politica europea di pace, condotta in armonia con la politica di difesa della pace, della democrazia, della libertà che gli Stati Uniti del Nord-America han dimostrato con i fatti di perseguire. Ha ieri accennato l’onorevole Nenni al problema tedesco, che sta indubbiamente al centro della situazione europea. Certo, vana illusione sarebbe credere di poter risolvere i problemi dell’Europa lasciandone divisa la parte centrale e nevralgica in zone di occupazione, senza alcun ordinamento definitivo, o, anche se non definitivo, almeno temporaneamente stabile. Ebbene, v’è da una parte il popolo francese, che sembra abbia cominciato a rendersi conto – almeno per la sua parte più democratica – che i suoi rapporti con i tedeschi non si pongono più oggi come si ponevano nel tempo in cui l’Europa era il centro del mondo, nel tempo in cui tutti i problemi internazionali si impostavano, si risolvevano e si esaurivano in Europa; e v’è dall’altra parte il popolo tedesco, quello almeno della Vestfalia, della Baviera, del Baden, che, pur fra le strettezze e le conseguenze immani di una sconfitta – resa, dalla pazzia di Hitler, di proporzioni non mai viste nella storia – può esprimere ancora una sua opinione, e mostrare segni non dubbi di aver compreso quanto assurda sia stata l’illusione di unificare l’Europa approfondendone le differenze fra i popoli in odi razziali, mistici e fanatici. Ebbene, affinché la cooperazione si realizzi fra questi due popoli e con essa la cooperazione europea diventi sempre più concreta e operante, l’Italia può dire la sua parola e forse può portare un suo contributo. Dobbiamo però anche far sentire energicamente, virilmente, alle Nazioni vincitrici che non esiste soltanto in Europa un problema tedesco, ma che, per il riassestamento e per la pace dell’Europa e del mondo, esiste anche un problema italiano, meno grave, se Dio vuole, di quello tedesco, ma pure importante e fondamentale. In particolar modo v’è il problema del lavoro italiano, che non può essere contenuto negli angusti confini della Patria. E’ impossibile una duratura politica di pace in Europa se non si risolvono i problemi economici dell’Europa stessa; questo pare sia stato compreso. Ma prima ancora dei problemi economici vi sono i problemi demografici. E’ contraddittorio tendere a consolidare la pace in Europa e chiudere le frontiere al lavoro italiano, che cerca affannosamente possibilità di vita là dove esse copiosamente sussistono.”
E Taviani conclude infine il proprio intervento sottolineando le differenze tra le due differenti visioni di politica estera tra la coalizione di governo e quella dell’opposizione formata dai socialisti e dai comunisti: “Voi dite di volere la pace, colleghi dell’opposizione. Ebbene, se questo vostro proposito fosse sincero, noi potremmo dirci d’accordo almeno su di un punto: su quello fondamentale. Ma in realtà la vostra pace è l’annichilimento del popolo italiano nell’agognata unità bolscevica (Rumori all’estrema sinistra – Applausi al centro). E’ l’uso del popolo italiano come di uno strumento per la realizzazione di tale unità. La nostra pace è l’esistenza del popolo italiano in un mondo che abbia fatto dell’armonia e dell’interdipendenza la sua legge, della libertà e della democrazia le essenziali condizioni di vita. (Interruzioni dall’estrema sinistra – Proteste al centro). PAJETTA GIAN CARLO. Mistica fascista! Voi insegnate queste cose! (Rumori al centro). TAVIANI. A scuola di mistica fascista non ci sono mai andato, né come insegnante, né come allievo. Ecco perché noi siamo certi di mantenere anche su questo terreno della politica estera, direi soprattutto su questo terreno, gli impegni assunti dinanzi al popolo il 18 aprile, di interpretare la scelta che il 18 aprile liberamente ha fatto il popolo italiano (Vivi – applausi a sinistra, al centro e a destra – Molte congratulazioni).”
Si tratta a questo punto di un uomo molto diverso da quello che quattro anni prima aveva scritto il programma di “Idee sulla democrazia cristiana”. Taviani grazie agli anni trascorsi al servizio del partito e del governo e soprattutto al lavoro a fianco di grandi personalità come De Gasperi, Sforza, Fanfani e Dosetti, solo per citarne alcuni, ha acquisito una profonda conoscenza dei temi internazionali, ampliando la propria concezione federalista e avvicinandosi alle posizioni europeiste e atlantiste di De Gasperi e di Sforza. E’ interessante anche notare come all’interno del suo pensiero politico la visione dell’Unione Sovietica come minaccia per l’indipendenza dell’Europa occidentale a causa dell’enorme potere economico e militare, e della vicinanza fisica, rappresenti un’altra costante del suo pensiero e rimanga inalterata, anche quando mezzo secolo più tardi, oramai dissolto il pericolo sovietico, tornerà a parlare in un intervista della politica estera italiana degli anni ’50. <126 La stessa importanza da lui data già alla fine del 1948 al pieno reinserimento della Germania federale nella comunità occidentale, per stabilizzare il centro nevralgico dell’Europa e quale premessa indispensabile per il mantenimento della pace rimarrà una convinzione che non abbandonerà mai e un obiettivo che cercherà sempre di perseguire e che sarà tra le principali motivazioni del suo sostegno ai progetti di integrazione europea.
Nelle settimane seguenti al suo intervento, all’interno della Dc, di fronte al sempre più probabile ingresso dell’Italia in un alleanza militare con i paesi occidentali, si susseguono i contatti e le riunioni tra i deputati democristiani e le diverse correnti del partito, in particolare tra quella di Dossetti contrario ad uno schieramento dell’Italia che ne possa influenzare la politica governativa e di De Gasperi che invece vede in essa uno strumento per ricucire i rapporti tra i paesi europei e rafforzare la posizione italiana, e che alla fine riuscirà a prevalere senza produrre pericolose scissioni interne.
[NOTE]
121 Non della totalità, in quanto erano contrari ad un eccessivo avvicinamento alle posizioni americane in politica estera importanti democristiani come Dossetti e Gronchi. PAOLO EMILIO TAVIANI, Politica a memoria d’uomo, cit., p.139
122 Atti Parlamentari [d’ora in poi AP], Camera dei deputati, legislatura I, seduta del 1° dicembre 1948, p.4962
123 Gabriele Semeraro, nato a Castellanetta (Taranto) nel 1912, era avvocato e deputato pugliese della Dc […]
124 Giuseppe Di Vittorio, nato a Cerignola (Foggia) nel 1882, sindacalista e deputato comunista, era dal 1945 il Segretario della CGIL, aveva sempre dato prova di grande onestà e indipendenza, schierandosi nel 1939 e nel 1956 apertamente contro le decisioni del partito che sostenevano l’azione sovietica, nella firma del Patto Molotov-Ribbentrop e poi nella repressione della rivolta ungherese. Figlio di braccianti agricoli non dimenticò mai la sua origine e anche una volta divenuto segretario della CGIL si adoperò sempre per aiutare i più poveri, in particolare le famiglie delle vittime uccise nel corso degli scioperi e dell’occupazione dei latifondi durante i primi anni della repubblica. Aveva partecipato a numerosi viaggi all’estero,in particolare in Unione Sovietica e in Francia, sia durante il fascismo quando visse in esilio, sia quando nel 1953 fu eletto Presidente della Federazioni Sindacale Mondiale e si recò a New York per pronunciare il discorso d’investitura. Per ulteriori informazioni si rimanda alle opere di: MICHELE PISTILLO, Giuseppe Di Vittorio, Roma, Editori riuniti, 1977 – MYRIAM BERGAMASCHI, Caro Papà di Vittorio, Letttere al segretario generale della CGIL, Milano, Guerrini e Associati, 2008
125 Molti anni più tardi, in un intervista, riprendendo questi temi, Taviani indicherà proprio nella Nato e nel rifiuto di proseguire una politica autonoma di grande potenza mondiale sul modello francese, lo strumento che permise all’Italia di ridurre le proprie spese militari, investendo in maniera massiccia nelle infrastrutture e nello sviluppo economico permettendogli così di ottenere tassi di crescita elevatissimi e di raggiungere il livello di benessere degli altri paesi occidentali. HAEU, EUI interviews, INT009, Taviani Paolo Emilio 02/05/1989
126 Intervista rilasciata da Taviani alla Prof. Preda nel marzo del 2000.
Federico Actite, Taviani e la politica estera italiana degli anni cinquanta (1949-1954), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2011-2012 -
https://www.europesays.com/it/347833/ Lo Ior seleziona le azioni in linea con i principi cattolici: Unicredit, Tesla, Hermes, Visa «conformi alla Dottrina» #Affari #americani #azionari #azioni #AzioniEuropee #banca #BancaVaticana #Business #cattolici #chiesa #conformi #ConformiDottrina #dottrina #DottrinaSociale #DottrinaSocialeChiesa #indici #ior #IT #Italia #Italy #principi #tesla #Titoli #unicredit #visa
-
Referendum, perché noi cattolici scendiamo in campo per il Sì. L’intervento di Menorello e Sacconi
-
Referendum, perché noi cattolici scendiamo in campo per il Sì. L’intervento di Menorello e Sacconi
-
Referendum, perché noi cattolici scendiamo in campo per il Sì. L’intervento di Menorello e Sacconi
-
Referendum, perché noi cattolici scendiamo in campo per il Sì. L’intervento di Menorello e Sacconi
-
Referendum, perché noi cattolici scendiamo in campo per il Sì. L’intervento di Menorello e Sacconi
-
La nascita del movimento pacifista italiano avvenne dunque più tardi
«La Stampa» 25 ottobre 1981, p. 5La scelta del governo italiano di installare le armi atomiche determinò la riorganizzazione dei movimenti pacifisti italiani. Renato Moro ha fatto notare come in Italia, nel secondo dopo guerra, contrariamente ad altri paesi europei mancava di un forte movimento pacifista indipendente; tuttavia, le istanze intese legate alla rimozione delle cause di guerra e alla trasformazione in senso più egualitario e solidale della società sarebbero state veicolate in primis dal PCI <133. Solamente tra il 1976 e il 1978, in seguito al disastro ambientale provocato a Seveso, emersero dei movimenti contro l’uso civile dell’energia nucleare che ponevano l’accento soprattutto sulla questione della sicurezza nei posti di lavori e sull’inquinamento territoriale. La nascita del movimento pacifista italiano avvenne dunque più tardi rispetto a paesi come Regno Unito, Germania, Belgio e Olanda. I primi gruppi riuniti per discutere di pacifismo e politiche antinucleari presero avvio grazie agli incontri giovanili organizzati dalla Nuova Sinistra. L’obiettivo era quello di trasformare la questione antinucleare sia militare che civile in un campo di battaglia per raggiungere scopi politici <134.
Tra il 1979 e il 1980, subito dopo la decisione del governo italiano di installare i missili Cruise nelle basi militari italiane, alcuni partiti come il Partito Radicale (PR) e il Partito di Unità Proletaria (PDUP) si opposero. Su questo tema, il Partito comunista italiano era tra i più attivi e organizzava raduni in tutto il paese coinvolgendo soprattutto intellettuali e studenti. Dall’altra parte dello schieramento politico, alcuni raggruppamenti cattolici, in evidente contrapposizione con le decisioni portate avanti dalla Democrazia Cristiana (DC), proposero la formazione di un movimento apartitico pacifista per il disarmo <135. Una delle prime grandi manifestazioni in favore della pace venne organizzata dal PCI a Firenze. Enrico Berlinguer durante il suo discorso tenuto in Piazza della Signoria sottolineava la matrice politica della mobilitazione, esclamando: «i comunisti sono la prima e la più grande forza politica in Italia a impegnarsi per la pace e la distensione» <136. Nonostante l’impegno dei comunisti nell’organizzare manifestazioni nelle città italiane come il corteo del 4 dicembre 1979 che da Piazza Esedra in Roma raggiunse Piazza di Spagna, animato da migliaia di persone con fiaccole e striscioni con su scritto: «Fermare la corsa al riarmo, trattative subito» <137, non riuscirono a coinvolgere altri grandi partiti come la DC e il PSI <138. Solamente nel 1981 dopo le avvenute mobilitazioni dei gruppi pacifisti europei aderenti al movimento del Disarmo Nucleare Europeo (END), l’elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca che aveva già annunciato l’avanzamento dell’installazione delle bombe atomiche in Europa e la prima mobilitazione a Comiso (luogo designato dalla NATO e dal governo italiano per l’installazione dei missili Cruise), il Movimento nonviolento attivo in Umbria già dal secondo dopo guerra organizzò la marcia della pace Assisi-Perugia <139. Si trattò della prima manifestazione pacifista che riuniva diversi schieramenti politici. Il 27 settembre 1981 partirono da Assisi in cinquantamila persone, guidati dal filosofo Norberto Bobbio, uno dei più illustri aderenti del Movimento nonviolento, il quale concluse la marcia della pace con un discorso pronunciato ai piedi della Rocca di Assisi. Il messaggio dell’intellettuale era chiaro: «la strada è una sola, ed è la strada che conduce al superamento dei blocchi contrapposti, al rifiuto della politica di potenza, alla distensione, al disarmo e alla pace fondata non sull’equilibrio del terrore ma su quello della distribuzione dei beni» <140. In quell’occasione parteciparono alla marcia aderenti al PCI, PDUP, PR a vari gruppi provenienti dagli ambienti cattolici, evangelici, nonviolenti e anche alcuni socialisti contrari alle posizioni ufficiali del PSI <141. Poche settimane dopo, il primo grande incontro del movimento pacifista si svolse a Roma il 24 ottobre 1981 e venne convocato da un cartello di partiti, con la prevalenza dei giovani esponenti del PCI e della Nuova Sinistra che si riunirono in un Comitato di coordinamento nazionale <142. Al corteo parteciparono più di 300.000 persone guidate da un manifesto raffigurante San Francesco d’Assisi. «Dalla Sicilia alla Scandinavia, no alla NATO e al patto di Varsavia» era uno degli slogan più pronunciati, ma non era l’unico <143. Alcuni striscioni del PSI della corrente di Achille Benzoni recitavano: «Craxi, Lagorio non sono qui, noi siamo il vero PSI» <144. Oltre ai gruppi politici citati, molti erano i gruppi partecipanti: le donne e femministe, le chieste evangeliche, le federazioni anarchiche, le comunità israelitiche, i cattolici schierati contro la DC e definiti da Marco Tosati come i «diversi», i movimenti ecologisti e alcuni rappresentanti del pacifismo tedesco145. Oltre agli striscioni e agli slogan, il corteo venne animato dalla tarantella, e da alcune musiche intonate dal Laboratorio di musica popolare di Testaccio; gli accessori principali usati durante la manifestazione furono missili di cartapesta, bombe finte, falci e fantasmi simboli di morte <146. La presenza di raggruppamento di forze politiche divergenti creò difficoltà nella scelta delle risoluzioni da prendere in vista dell’installazione degli euromissili. Le maggiori problematiche vennero riscontrate tra il PCI e la Nuova Sinistra: il primo gruppo portava, infatti, avanti la strategia del «fronte unico» lavorando per raggiungere una soluzione equilibrata, mentre i giovani della Nuova Sinistra si proponevano come unico obbiettivo quello del disarmo attuando forme di lotta disorganizzata <147. Pochi giorni dopo la manifestazione di Roma, il giornale della sinistra cattolica «Testimonianze» propose l’organizzazione di un convegno che si sarebbe tenuto a Firenze tra il 14 e il 15 novembre 1981. Il primo incontro teorico del pacifismo italiano si trasformò in una sorta di conferenza nazionale con l’obbiettivo di formare un movimento autonomo e indipendente non strettamente legato ai partiti politici. Al convegno intitolato “Se vuoi la pace” presero parte gruppi e partiti di diversa estrazione politica e sociale: c’erano i comunisti che proponevano un disarmo equilibrato, il PR schierato contro l’Unione Sovietica perché ritenuta più pericolosa degli Stati Uniti, e quindi, favorevole alle politiche della distensione, in più contraddicevano le posizioni del PCI. Altri partecipanti furono i gruppi indipendenti come il Movimento nonviolento, che era in collisione con i cattolici di sinistra, e La Lega per il disarmo unilaterale, promossa dallo scrittore Carlo Cassola ed impegnata nella lotta per il disarmo nucleare sia militare che civile. Inoltre, presero parte all’incontro anche i giovani aderenti alla Nuova Sinistra al gruppo Democrazia Proletaria (DP) e Lotta continua. L’eterogeneità del movimento pacifista italiano alle sue origini veniva precipita da prospettive contrapposte: da una parte emergeva la capacità sperimentata all’interno del movimento di privilegiare le diversità e non giudicare le idee divergenti dei membri che poteva permettere la coesistenza di diverse posizioni in collaborazione per un unico fine; dall’altra, tuttavia, il ruolo prevalente del PCI nelle attività del movimento pacifista era la causa di litigi e le posizioni diverse dei vari partecipanti impedivano il raggiungimento dei risultato e il colloquio con parti politiche opposte alla sinistra. Nonostante le divergenze, questo movimento pacifista, più o meno unito, decise di mobilitarsi a Comiso, in occasione delle manifestazioni organizzate dai locali per opporsi all’installazione degli euromissili.
[NOTE]
133 R. Moro, Against the Euromissiles: Anti-nuclear Movements in 1980s Italy, cit. p. 200.
134 Ivi, p.201.
35 Ibidem
136 F. Fusi, Il discorso di Berlinguer alla grande manifestazione nazionale. Duecentomila a Firenze per la pace in «L’Unità» n° 7, 18 febbraio 1980, p. 1.
137 Missili: oggi il dibattito decisivo. Miglia manifestano nel centro di Roma, in «L’Unità», 4 dicembre 1979, p.1.
138 Il discorso di Berlinguer a Firenze, «L’Unità», 18 febbraio 1980, p. 2.
139 R. Moro, Against the Euromissiles: Anti-nuclear Movements in 1980s Italy (1979-1984), cit. p. 202.
140 R. Conteduca, Ad Assisi in 50 mila «Il mondo vuole pace, in «La Stampa», 28 settembre 1981.
141 Ibidem
142 Vecchio e Nuovo internazionalismo: paure, esperienze e bisogni, appunti dall’Archivio privato di Chiara Ingrao, p. 8.
143 M. Tosati, Roma imponente sfilata per la pace «Vietate ambasciate Usa e Urss» in «La Stampa» 25 ottobre 1981, p. 5.
144 Ibidem.
145 Ibidem
146 Ibidem
147 R. Moro, Against the Euromissiles: Anti-nuclear Movements in 1980s Italy (1979-1984), cit. p 203.
Maria Letizia Fontana, Donne contro gli euromissili. Una prospettiva transnazionale e di genere dei movimenti antinucleari femministi e pacifisti nei primi anni Ottanta in Italia e Belgio, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2022-2023#1976 #1978 #1981 #antinucleari #AssisiPerugia #CarloCassola #cattolici #Comiso #comunitàIsraelitiche #contro #DC #donne #ecologisti #euromissili #evangelici #femminismo #Firenze #Italia #manifestazioni #marcia #MariaLetiziaFontana #movimenti #nonviolento #NorbertoBobbio #pacifista #PCI #PDUP #PSI #radicali #Roma
-
La nascita del movimento pacifista italiano avvenne dunque più tardi
«La Stampa» 25 ottobre 1981, p. 5La scelta del governo italiano di installare le armi atomiche determinò la riorganizzazione dei movimenti pacifisti italiani. Renato Moro ha fatto notare come in Italia, nel secondo dopo guerra, contrariamente ad altri paesi europei mancava di un forte movimento pacifista indipendente; tuttavia, le istanze intese legate alla rimozione delle cause di guerra e alla trasformazione in senso più egualitario e solidale della società sarebbero state veicolate in primis dal PCI <133. Solamente tra il 1976 e il 1978, in seguito al disastro ambientale provocato a Seveso, emersero dei movimenti contro l’uso civile dell’energia nucleare che ponevano l’accento soprattutto sulla questione della sicurezza nei posti di lavori e sull’inquinamento territoriale. La nascita del movimento pacifista italiano avvenne dunque più tardi rispetto a paesi come Regno Unito, Germania, Belgio e Olanda. I primi gruppi riuniti per discutere di pacifismo e politiche antinucleari presero avvio grazie agli incontri giovanili organizzati dalla Nuova Sinistra. L’obiettivo era quello di trasformare la questione antinucleare sia militare che civile in un campo di battaglia per raggiungere scopi politici <134.
Tra il 1979 e il 1980, subito dopo la decisione del governo italiano di installare i missili Cruise nelle basi militari italiane, alcuni partiti come il Partito Radicale (PR) e il Partito di Unità Proletaria (PDUP) si opposero. Su questo tema, il Partito comunista italiano era tra i più attivi e organizzava raduni in tutto il paese coinvolgendo soprattutto intellettuali e studenti. Dall’altra parte dello schieramento politico, alcuni raggruppamenti cattolici, in evidente contrapposizione con le decisioni portate avanti dalla Democrazia Cristiana (DC), proposero la formazione di un movimento apartitico pacifista per il disarmo <135. Una delle prime grandi manifestazioni in favore della pace venne organizzata dal PCI a Firenze. Enrico Berlinguer durante il suo discorso tenuto in Piazza della Signoria sottolineava la matrice politica della mobilitazione, esclamando: «i comunisti sono la prima e la più grande forza politica in Italia a impegnarsi per la pace e la distensione» <136. Nonostante l’impegno dei comunisti nell’organizzare manifestazioni nelle città italiane come il corteo del 4 dicembre 1979 che da Piazza Esedra in Roma raggiunse Piazza di Spagna, animato da migliaia di persone con fiaccole e striscioni con su scritto: «Fermare la corsa al riarmo, trattative subito» <137, non riuscirono a coinvolgere altri grandi partiti come la DC e il PSI <138. Solamente nel 1981 dopo le avvenute mobilitazioni dei gruppi pacifisti europei aderenti al movimento del Disarmo Nucleare Europeo (END), l’elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca che aveva già annunciato l’avanzamento dell’installazione delle bombe atomiche in Europa e la prima mobilitazione a Comiso (luogo designato dalla NATO e dal governo italiano per l’installazione dei missili Cruise), il Movimento nonviolento attivo in Umbria già dal secondo dopo guerra organizzò la marcia della pace Assisi-Perugia <139. Si trattò della prima manifestazione pacifista che riuniva diversi schieramenti politici. Il 27 settembre 1981 partirono da Assisi in cinquantamila persone, guidati dal filosofo Norberto Bobbio, uno dei più illustri aderenti del Movimento nonviolento, il quale concluse la marcia della pace con un discorso pronunciato ai piedi della Rocca di Assisi. Il messaggio dell’intellettuale era chiaro: «la strada è una sola, ed è la strada che conduce al superamento dei blocchi contrapposti, al rifiuto della politica di potenza, alla distensione, al disarmo e alla pace fondata non sull’equilibrio del terrore ma su quello della distribuzione dei beni» <140. In quell’occasione parteciparono alla marcia aderenti al PCI, PDUP, PR a vari gruppi provenienti dagli ambienti cattolici, evangelici, nonviolenti e anche alcuni socialisti contrari alle posizioni ufficiali del PSI <141. Poche settimane dopo, il primo grande incontro del movimento pacifista si svolse a Roma il 24 ottobre 1981 e venne convocato da un cartello di partiti, con la prevalenza dei giovani esponenti del PCI e della Nuova Sinistra che si riunirono in un Comitato di coordinamento nazionale <142. Al corteo parteciparono più di 300.000 persone guidate da un manifesto raffigurante San Francesco d’Assisi. «Dalla Sicilia alla Scandinavia, no alla NATO e al patto di Varsavia» era uno degli slogan più pronunciati, ma non era l’unico <143. Alcuni striscioni del PSI della corrente di Achille Benzoni recitavano: «Craxi, Lagorio non sono qui, noi siamo il vero PSI» <144. Oltre ai gruppi politici citati, molti erano i gruppi partecipanti: le donne e femministe, le chieste evangeliche, le federazioni anarchiche, le comunità israelitiche, i cattolici schierati contro la DC e definiti da Marco Tosati come i «diversi», i movimenti ecologisti e alcuni rappresentanti del pacifismo tedesco145. Oltre agli striscioni e agli slogan, il corteo venne animato dalla tarantella, e da alcune musiche intonate dal Laboratorio di musica popolare di Testaccio; gli accessori principali usati durante la manifestazione furono missili di cartapesta, bombe finte, falci e fantasmi simboli di morte <146. La presenza di raggruppamento di forze politiche divergenti creò difficoltà nella scelta delle risoluzioni da prendere in vista dell’installazione degli euromissili. Le maggiori problematiche vennero riscontrate tra il PCI e la Nuova Sinistra: il primo gruppo portava, infatti, avanti la strategia del «fronte unico» lavorando per raggiungere una soluzione equilibrata, mentre i giovani della Nuova Sinistra si proponevano come unico obbiettivo quello del disarmo attuando forme di lotta disorganizzata <147. Pochi giorni dopo la manifestazione di Roma, il giornale della sinistra cattolica «Testimonianze» propose l’organizzazione di un convegno che si sarebbe tenuto a Firenze tra il 14 e il 15 novembre 1981. Il primo incontro teorico del pacifismo italiano si trasformò in una sorta di conferenza nazionale con l’obbiettivo di formare un movimento autonomo e indipendente non strettamente legato ai partiti politici. Al convegno intitolato “Se vuoi la pace” presero parte gruppi e partiti di diversa estrazione politica e sociale: c’erano i comunisti che proponevano un disarmo equilibrato, il PR schierato contro l’Unione Sovietica perché ritenuta più pericolosa degli Stati Uniti, e quindi, favorevole alle politiche della distensione, in più contraddicevano le posizioni del PCI. Altri partecipanti furono i gruppi indipendenti come il Movimento nonviolento, che era in collisione con i cattolici di sinistra, e La Lega per il disarmo unilaterale, promossa dallo scrittore Carlo Cassola ed impegnata nella lotta per il disarmo nucleare sia militare che civile. Inoltre, presero parte all’incontro anche i giovani aderenti alla Nuova Sinistra al gruppo Democrazia Proletaria (DP) e Lotta continua. L’eterogeneità del movimento pacifista italiano alle sue origini veniva precipita da prospettive contrapposte: da una parte emergeva la capacità sperimentata all’interno del movimento di privilegiare le diversità e non giudicare le idee divergenti dei membri che poteva permettere la coesistenza di diverse posizioni in collaborazione per un unico fine; dall’altra, tuttavia, il ruolo prevalente del PCI nelle attività del movimento pacifista era la causa di litigi e le posizioni diverse dei vari partecipanti impedivano il raggiungimento dei risultato e il colloquio con parti politiche opposte alla sinistra. Nonostante le divergenze, questo movimento pacifista, più o meno unito, decise di mobilitarsi a Comiso, in occasione delle manifestazioni organizzate dai locali per opporsi all’installazione degli euromissili.
[NOTE]
133 R. Moro, Against the Euromissiles: Anti-nuclear Movements in 1980s Italy, cit. p. 200.
134 Ivi, p.201.
35 Ibidem
136 F. Fusi, Il discorso di Berlinguer alla grande manifestazione nazionale. Duecentomila a Firenze per la pace in «L’Unità» n° 7, 18 febbraio 1980, p. 1.
137 Missili: oggi il dibattito decisivo. Miglia manifestano nel centro di Roma, in «L’Unità», 4 dicembre 1979, p.1.
138 Il discorso di Berlinguer a Firenze, «L’Unità», 18 febbraio 1980, p. 2.
139 R. Moro, Against the Euromissiles: Anti-nuclear Movements in 1980s Italy (1979-1984), cit. p. 202.
140 R. Conteduca, Ad Assisi in 50 mila «Il mondo vuole pace, in «La Stampa», 28 settembre 1981.
141 Ibidem
142 Vecchio e Nuovo internazionalismo: paure, esperienze e bisogni, appunti dall’Archivio privato di Chiara Ingrao, p. 8.
143 M. Tosati, Roma imponente sfilata per la pace «Vietate ambasciate Usa e Urss» in «La Stampa» 25 ottobre 1981, p. 5.
144 Ibidem.
145 Ibidem
146 Ibidem
147 R. Moro, Against the Euromissiles: Anti-nuclear Movements in 1980s Italy (1979-1984), cit. p 203.
Maria Letizia Fontana, Donne contro gli euromissili. Una prospettiva transnazionale e di genere dei movimenti antinucleari femministi e pacifisti nei primi anni Ottanta in Italia e Belgio, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2022-2023#1976 #1978 #1981 #antinucleari #AssisiPerugia #CarloCassola #cattolici #Comiso #comunitàIsraelitiche #contro #DC #donne #ecologisti #euromissili #evangelici #femminismo #Firenze #Italia #manifestazioni #marcia #MariaLetiziaFontana #movimenti #nonviolento #NorbertoBobbio #pacifista #PCI #PDUP #PSI #radicali #Roma
-
https://www.europesays.com/it/185471/ Kasia Smutniak nel mirino dei cattolici polacchi: «E’ pro aborto, non può interpretare la Madonna» #aborto #AbortoInterpretare #attrice #cast #cattolici #donne #Entertainment #film #FilmResurrezione #gesù #gibson #interpretare #Intrattenimento #IT #Italia #Italy #kasia #KasiaSmutniak #madonna #mel #MelGibson #polonia #ruolo #scelta #smutniak
-
Antifascisti cattolici arrestati tra Milano e Lecco a primavera 1944
Mentre sull’orizzonte politico si stavano profilando tali importanti cambiamenti, la lotta, in Lombardia, nella primavera del 1944, era nel pieno del suo “suo corso” <655 e si stava ulteriormente inasprendo.
Il 26 aprile venivano arrestati Carlo Bianchi e Teresio Olivelli, due antifascisti cattolici collegati al Cln di Milano e ispiratori del foglio clandestino «Il Ribelle». La loro cattura era stata dovuta alla delazione di un conoscente, il medico Giuseppe Jannello che, frequentatore come Bianchi della Fuci, era stato fermato dalla polizia lo stesso giorno. Durante un interrogatorio in carcere, il dottore aveva ceduto a seguito di quello che avrebbe più tardi definito un “atto di viltà”, del quale avrebbe chiesto venia <656. Sottoposto alle pressioni degli inquirenti, che minacciavano ritorsioni contro la madre malata, si era piegato a confessare i nomi dei responsabili del giornale di ispirazione cattolica. I fatti sono stati minutamente ricostruiti dalla figlia di Carlo Bianchi, Carla Bianchi Iacono, la quale, in “Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana”, ha scritto che Giuseppe Jannello, nel tardo pomeriggio del 26 aprile, sotto costrizione, aveva telefonato all’abitazione di Via Villoresi (n.24), di proprietà dell’ingegner Bianchi, chiedendogli un appuntamento urgente in Piazza San Babila per la mattina successiva alle 12.30. Contestualmente, Jannello lo aveva invitato a condurre con sé anche Teresio Olivelli, suo ospite – come prima di lui Jerzi Sas Kulczycki – nonché fondatore con Luigi Masini e Carlo Basile delle Fiamme Verdi. I due amici, recatisi all’incontro, erano stati arrestati dai militi dell’Ufficio Politico Investigativo, comandati dal “dottor Ugo”, ed erano stati ristretti nel VI° raggio del carcere di San Vittore, rispettivamente nella cella n.19 e n.142, con l’accusa di propaganda a mezzo de «Il Ribelle». A una settimana dall’arresto, due funzionari dell’Ufficio speciale di polizia – dipendenti di quello stesso Luca Ostèria – avevano bussato alla porta dell’abitazione di Bianchi per procedere a una perquisizione: gli inquirenti speravano di trovare in casa sua ulteriori prove d’accusa, ma erano riusciti a sequestrare solo volantini della Fuci. Bianchi e Olivelli, tenuti rigorosamente separati l’uno dall’altro per più di venti giorni, avevano scovato ugualmente un modo per comunicare. A dimostrazione dei contatti intercorsi tra i due amici, c’era il primo messaggio, fatto recapitare da Bianchi alla propria famiglia, che portava sul retro uno scritto di Olivelli. Non solo: Bianchi era riuscito addirittura a incontrare “[Agostino] Gracchi” in una situazione del tutto eccezionale: “Ho potuto perfino fare una scappatina nella cella di Gracchi [Olivelli] (è stato arrestato insieme a me) e abbiamo fatto una chiacchierata molto utile: vi saluta tanto anche lui, dice che i suoi non sanno ancora niente, di non avvertirli però per evitar loro il dolore, se mai venissero a cercarlo da voi preparate suo padre
con bei modi e ditegli tutto. La sua posizione non è grave per ora, e spero se la cavi con poco” <657. Il 9 giugno i due prigionieri sarebbero stati condotti nel campo di Fossoli, da dove Bianchi non avrebbe mai più fatto ritorno e Olivelli sarebbe stato deportato prima a Bolzano, poi a Hersbruck, per morire in quel campo di concentramento tedesco il 17 gennaio del 1945.
Anche il gruppo del Cln di Lecco e quello della missione americana dell’Oss sarebbero caduti nel mese di maggio nella rete dei nazifascisti e portati il 9 giugno a Fossoli, insieme ad alcuni membri dell’organizzazione Reseaux Rex e ai militari del Vai detenuti a San Vittore.
Una “domenica mattina” <658, a Maggianico, nell’abitazione di Giulio Alonzi, si era presentato da solo Antonio Colombo, uno dei suoi collaboratori lecchesi (insieme a Franco Minonzio, impiegato presso la ditta Badoni, e Luigi Frigerio, detto “Signur” <659, meglio conosciuto come il “Cristo” <660). Colombo aveva avvertito Alonzi che due russi, ex prigionieri, lo aspettavano in casa di gente amica, al Garabuso, sopra Acquate. Inforcate le biciclette, Colombo e Alonzi erano giunti a villa Ongania, di proprietà delle sorelle Villa (Caterina, detta “Rina”, Angela, Erminia e Carlotta), dove avevano trovato, “in compagnia del Frigerio” <661, i due russi. Erano così venuti a sapere da questi della
disponibilità, manifestata da una cinquantina di loro connazionali impiegati alla Todt a Milano, a far parte di una formazione partigiana e a “trasportare a Lecco un certo quantitativo di esplosivo e di bombe a mano” <662. Si erano infine congedati dai russi in attesa di prendere una decisione a riguardo. A loro parere, gli ex prigionieri in questione avrebbero dovuto raggiungere la città auspicabilmente “a scaglioni di sei per volta per ragioni di opportunità” <663. Pensando che il capo naturale della costituenda formazione non potesse che essere Voislav Zaric <664, un sottufficiale serbo, ex-prigioniero delle truppe italiane, a capo di un piccolo raggruppamento di dieci uomini, prevalentemente serbi e croati, attivo nell’alta Valle Brembana e in Val Taleggio, Alonzi si era fatto combinare con lui un appuntamento da Mario Colombo, il sarto antifascista di Zogno, che faceva per quella zona “da trait d’union del Comitato” <665. Zaric era rimasto entusiasta all’idea di poter ingrossare le fila della sua formazione onde “fare qualche azione nella valle” <666. Di qui la programmazione di una riunione da tenersi in casa Villa per il successivo 12 maggio, allo scopo di “concretare le modalità per mettere in salvo gli ex prigionieri” <667. All’incontro sarebbero stati presenti anche i tre paracadutisti della missione radio clandestina americana, lanciati dall’Oss in Val Brembana alcune settimane prima: Emanuele Carioni, Piero Briacca, e l’italo-americano Louis Biagioni. Questi ultimi, però, assistettero “casualmente alla riunione perché erano solo ospiti dalle Villa, tanto che non avrebbero preso parte “alle […] trattative e agli accordi” <668. Louis Biagioni, newyorkese di nascita, era stato formato in America, “a Sioux Falls S. Dakota” <669, come radiotelegrafista. Spinto dal “desiderio di curiosità e dell’avventura”, aveva accettato sin dal 1942 di entrare nell’Oss, “senza sapere precisamente quali scopi e lavori” ne sarebbero derivati “per una tale appartenenza” <670. Sbarcato a Palermo, dopo due settimane di addestramento alla radio trasmittente e ricevente, era stato trasferito a Brindisi, dove era rimasto per quattro mesi, fino alla partenza per l’Italia del Nord, avvenuta ai primi di aprile 1944. Emanuele Carioni, suo compagno di missione, era un ragazzo di soli ventidue anni, alto e biondo, nativo di Misano di Gera d’Adda. Egli aveva frequentato il corso allievi ufficiali di complemento a Nocera e ne era uscito con il grado di sottotenente. Chiamato alle armi, il 27 febbraio 1941 aveva prestato servizio presso il 24° Reggimento artiglieria Piacenza. Inviato poi in forza del 184° Reggimento di artiglieria “Nembo” in Albania, aveva avuto modo di verificare lì la politica sconsiderata del fascismo. Era stato proprio in Francia, in Jugoslavia, in Grecia, in Russia che, a fronte delle efferatezze perpetrate dal regime nazifascista, molti soldati italiani avevano conosciuto la guerra partigiana. Già nel giugno 1942, scrivendo una lettera alla sorella Ersilia dal fronte jugoslavo, Emanuele si esprimeva in questo modo: “da un momento all’altro noi potremo dover guardare a questa bandiera che sventola come al simbolo di un nemico. Tutto ciò non mi sgomenta e con calma penso alla casa, alla Patria lontana. Ti dico questo non per drammatizzare le cose, ma perché tu sappia quale sarà la mia linea di condotta nel caso che tali eventi dovessero succedere” <671.
[…] I guai per i protagonisti della vicenda erano ormai “maturati”. I russi si sarebbero in breve rivelati spie, con il conseguente collasso dell’intera rete clandestina che aveva avuto base a villa Ongania. Il 17 maggio sera erano a casa delle Villa, oltre a Emanuele e Louis, “undici partigiani” che poi sarebbero risultati nazifascisti. “Tra questi c’erano spie della SS tedesca”, avrebbe ricordato Caterina Villa in una memoria depositata oggi presso l’archivio dell’Anpi di Lecco: “Mirko e Boris e Resmini, quest’ultimo spia italiana al servizio dei tedeschi al comando SS di Bergamo” <688. E così, mentre il giovedì 18 mattina Mirko aveva accompagnato Emanuele Carioni per Milano e lì lo aveva fatto arrestare con Maria Prestini, contestualmente Sandro Turba, presentatosi in casa di Colombo, lo aveva avvertito che presso le donne erano sopraggiunti “alcuni individui da convogliare verso la montagna […] accompagnati dal Boris” <689. Giunto sul posto, Antonio non aveva però trovato la persona indicata, ma un triestino del tutto sconosciuto. Non sapendo come regolarsi, era tornato indietro, pregando le sorelle di ricontattarlo all’arrivo del russo. Di sera, ricevuta la telefonata, era così tornato in casa delle Villa dove il Boris <690, in compagnia di Mirko, gli aveva comunicato l’arrivo a Lecco di un camion con armi e munizioni diretto in Val Taleggio. I due russi, mentre si accingevano, insieme a Colombo, a recarsi in città, si erano qualificati di fronte all’uomo come agenti della polizia tedesca e lo avevano fatto arrestare. All’alba del 19 tedeschi delle SS, guidati dai due russi, dopo aver iniziato una sparatoria, avevano poi preso nella rete l’americano Louis, e le sorelle Rina, Erminia e Carlotta. Si erano salvati Angela, che era a Barzio, e Pietro Briacca, mentre era rimasta piantonata ad Acquate l’anziana madre delle Villa la quale, malata,
era stata costretta a lasciare l’abitazione <691. Ha raccontato Alonzi poi circa la conseguente cattura di Voislav Zaric e di Candida Offredi: “Avvenne che una sera Antonio fu chiamato al Garabuso e arrivato al Caleotto, lo arrestarono. Poi i tedeschi arrestarono le tre sorelle Villa Ongania e si insediarono nella loro casa. Arrivò Zaric e la partigiana di collegamento, Candida [Offredi]. Presi anche loro. Antonio riuscì a farmi sapere che dovevo filare subito. […] Tutti finirono a Fossoli. Zaric e le donne furono poi mandati in un lager. Zaric passò per il Cellulare e in una cella del Quinto raggio aveva graffito il suo nome sui muri, più e più volte. In quella cella finii anch’io più tardi e i graffiti mi ricordarono tante cose” <692. Boris e Mirko, che avevano condotto le SS tedesche al Garabuso, si erano insediati in casa delle donne in attesa dell’arrivo di Zaric e della Offredi, sua accompagnatrice; solo Alonzi si sarebbe salvato, avvertito all’ultimo momento da Colombo. Emanuele Carioni, entrando il 19 maggio nel portone della Casa circondariale, con sua grande sorpresa, si era trovato così davanti l’amico Louis, ivi tradotto dalle guardie. Emanuele “era un po’ pallido come eravamo tutti noi presi in quella retata” – avrebbe ricordato Biagioni -, a causa del pensiero “della sorte che ci aspettava. Ci demmo uno sguardo di incoraggiamento, ma non si poté parlare” <693.
[NOTE]
655 Una lotta nel suo corso: così Ragghianti aveva suggerito di intitolare la raccolta di saggi pubblicati da Neri Pozza Editore nel 1954.
656 “Il dottor Jannello sarebbe poi liberato il 10 giugno, giorno successivo all’invio del gruppo de «Il Ribelle» al campo di Fossoli. Il suo tradimento era stato premiato con la libertà. La lettera scritta da Jannello il 28 maggio con la confessione del suo atto di viltà non è reperibile. Il suo contenuto però trova conferma nell’intervista rilasciata dalla prof. Nina Kaucisvili il 25 gennaio 1995: “[…]. Secondo la Kaucisvili, Jannello appena uscito dal carcere, verso la fine di giugno, si recò a una riunione della Fuci, raccontò tutto chiedendo perdono e giustificandosi dicendo che non si era reso conto della gravità di ciò che aveva fatto. Don Ghetti in seguito invitò tutti a evitarlo perché lo riteneva un elemento pericoloso per l’organizzazione”. C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, Milano, Morcelliana 1998, pp. 125-6.
657 C. Bianchi, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla repubblica Sociale Italiana, cit., p. 130.
658 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
659 ibidem.
660 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni e di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
661 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2. Si veda anche G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, p. 78.
662 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
663 ibidem.
664 Voilsav Zaric era stato catturato a Lubiana nel 1941 dalle truppe italiane, inviato a Gorizia, in Sardegna e poi nel campo per prigionieri di guerra della Grumellina (n.62) a Bergamo da dove era evaso il 10 settembre con altri slavi sulle montagne vicine.
665 Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, in copia. Archivio privato famiglia Carioni.
666 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
667 Insmli, Verbale di interrogatorio di Colombo Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
668 Verbale di interrogatorio di Zaric Voislav. Archivio privato famiglia Carioni.
669 Insmli, Verbale di Interrogatorio di Louis Biagioni, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
670 ibidem.
671 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942. Archivio privato famiglia Carioni.
688 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
689 Insmli, Verbale di interrogatorio di Carioni Emanuele, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
690 Era Boris un ragazzo di 24 anni, “piccolo, naso dritto, capelli bruni, occhi chiari”, mentre il suo compagno, Mirco, di 30, detto “il biondino”, “piccolo, biondo, occhi chiari, naso normale”. Rapporto del Fiduciario Tausch messo insieme nella cella di Zaric Voislav, Archivio privato famiglia Carioni.
91 Archivio Anpi Lecco, Memoria di Caterina Villa.
692 G. Alonzi, Paolo diventa carriola, «Historia» (2) 1962, fasc. 60, pp. 79.
693 Lettera di Emanuele a Ersilia, 7 giugno 1942, Archivio privato famiglia Carioni.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023#1944 #Acquate #alleati #antifascisti #Bergamo #Brembana #CarloBianchi #cattolici #EmanueleCarioni #ex #fascisti #FiammeVerdi #FrancescaBaldini #Garabuso #GiulioAlonzi #guerra #IlRibelle #Lecco #Lombardia #LouisBiagioni #LucaOsteria #maggio #Milano #missione #OSS #partigiani #prigionieri #province #ReseauxRex #Resistenza #russi #sorelle #spie #Taleggio #tedeschi #TeresioOlivelli #VAI #Valle #VillaOngania
-
Breve #storia dei #CATTOLICI in #politica https://youtu.be/UxyeeuS9rGc?si=lEF6CWDbk1mFY_oF via @YouTube
-
Breve #storia dei #CATTOLICI in #politica https://youtu.be/UxyeeuS9rGc?si=lEF6CWDbk1mFY_oF via @YouTube
-
Breve #storia dei #CATTOLICI in #politica https://youtu.be/UxyeeuS9rGc?si=lEF6CWDbk1mFY_oF via @YouTube
-
Breve #storia dei #CATTOLICI in #politica https://youtu.be/UxyeeuS9rGc?si=lEF6CWDbk1mFY_oF via @YouTube
-
L’egemonia cattolica nel Veneto determina rapporti di forza peculiari tra la DC e il PCI
Il Veneto è una regione popolata da piccole città, piccole imprese, agricoltura contadina ed è permeata dalla devozione al cattolicesimo. <35 La chiave di successo della sua economia, che decollò negli anni ’50 per poi svilupparsi negli anni ’60 e raggiungere l’apice negli anni ’70, fu il basso costo del lavoro derivante dall’impegno part time nell’industria e dal lavoro domestico, ossia la cosiddetta “economia sommersa”.
Alla base della politica del dopoguerra che predominò in Veneto, vi fu il controllo della riproduzione della forza lavoro, dal punto di vista materiale e ideologico, e soprattutto, quello delle condizioni di vita al di fuori della fabbrica. Questo fu possibile dalla frammentazione e dalla dispersione e, conseguentemente, dalla debolezza organizzativa della classe operaia; in secondo luogo, dalla presenza delle istituzioni sociali della Chiesa, una serie di organizzazioni collaterali come le cooperative, le casse di mutuo soccorso, l’Azione Cattolica, tutte facenti capo alla parrocchia, il cuore della vita religiosa.
Nel 1945 il governo italiano scelse un tipo di sviluppo guidato dalle forze del mercato, specialmente da quello internazionale, garantendo così l’incremento dei consumi interni moderni e la compressione dei salari. Questa modello portò un ritardo allo sviluppo della classe operaia nell’industria, lo spostamento di massa dalla campagna alla città e quindi un rapido sviluppo del terziario e dell’ingrossamento delle fila dei ceti medi, sia in ambito produttivo che in quello distributivo. Il cardine di questo percorso era la mobilità individuale e, quindi, lo sfruttamento proprio delle disuguaglianze nel sistema al fine di incentivare la partecipazione ai profitti che il sistema poteva elargire.
Considerando che l’Italia faceva parte del blocco occidentale e si trovava sotto la tutela statunitense che impose, nel 1947, l’esclusione dal governo del PCI (il partito che rappresentava la classe operaia), e dall’altro lato, l’apparato produttivo del paese era quello di un paese in via di sviluppo e si basava sull’eccesso di manodopera a basso costo, si capisce perché il governo del tempo abbia optato per questo tipo di modello di sviluppo.
La svolta che portò alla concretizzazione del miracolo economico del 1958-1962 fu l’attuazione di una politica basata su grandi profitti derivanti dai bassi salari che stimolavano gli investimenti necessari ad assicurare un buon livello di produttività, il quale a sua volta garantiva la crescita, la competitività dell’economia italiana a livello internazionale. Due elementi fondamentali di tale processo furono la produzione industriale di beni di largo consumo a bassa tecnologia e i salari bassi (conseguenza dell’elevato tasso di disoccupazione e della debolezza dei movimenti operai organizzati nel periodo della Guerra Fredda).
Questo scenario spiega, in un certo modo, il successo del settore della piccola impresa nel Veneto, la quale ha contribuito a mantenere costante il benessere della regione e della piccola industria, dove il lavoro a tempo parziale e il lavoro domestico avevano mantenuto relativamente basso costo della manodopera. Ricordiamo che, oltre al conflitto scatenato dagli uomini se ne aggiunse in quegli anni uno provocato dalla natura <36: nel 1951, una devastante alluvione sconvolse il Polesine, allagando oltre la metà della provincia, causando più di 100 vittime e 180mila sfollati (80 mila persone lascerà la regione per sempre). Mentre nel 1963, una frana dal monte Toc, ai confini tra le province di Pordenone e Belluno, piomba nel lago artificiale creato dalla diga del Vajont; provocando la morte di 1917 persone e distruggendo gli abitati del fondovalle. <37
Nonostante le guerre e disastri naturali, la capacità e la voglia di ripresa riescono farsi largo. L’avvio vero come detto è degli anni Sessanta, quando il reddito nazionale netto aumenta del 54 per cento, e il risparmio del 170. Nel 1961, le aziende con meno di 100 addetti assorbono il 72 per cento dell’occupazione. È un salto di qualità progressivo anche se rapido: l’operaio che lavorava giorno e notte in fabbrica, un po’ alla volta si mette in proprio diventando imprenditore di successo, scrivendo storie di tante crescite tipicamente venete. A renderlo evidente è il tasso di natalità delle imprese dell’epoca, di gran lunga superiore a quello della crescita occupazionale: segno evidente che molti ex dipendenti hanno deciso di fare il salto di qualità, avviando un’attività autonoma.
Negli anni Settanta, avviene uno storico sorpasso, gli addetti all’industria hanno superato il fatidico 50 per cento. Se negli anni Sessanta il reddito pro capite del Veneto è stato nettamente inferiore a quello della media nazionale, nel 1970 si verifica l’aggancio, merito di un’industrializzazione che marcia di pari passo con il potere d’acquisto. Inizia, come già annunciato, a decollare anche il settore terziario: una persona su tre, nella popolazione attiva, opera in questo settore. Per il resto dell’economia di questa regione, la seconda parte degli anni Settanta, è quella del grande balzo, con un trend che si dimostrerà costante fino ai primi anni Ottanta.
Pur la Chiesa subendo negli anni ’70, pressioni di una crescente e generale secolarizzazione, l’amministrazione locale con i suoi provvedimenti, in particolar modo nei settori dell’edilizia e della previdenza sociale, divenne un elemento fondamentale per il conseguimento e il mantenimento dell’egemonia di quel partito che per quasi l’intero dopoguerra governò questa regione, la DC.
Durante la dittatura, con la soppressione dei partiti e dei principali corpi intermedi, i poteri locali attuano ovunque in Italia forme di “resistenza” e di salvaguardia della propria collocazione nella struttura sociale. <38 Nel Veneto rurale operano in tale direzione fattori specifici, legati al ruolo della Chiesa che sembrano mitigare l’impatto del fascismo sulla società locale. Non si può non notare che, anche in Veneto l’effetto delle politiche di fascistizzazione della società e di formazione delle nuove generazioni concepite da Mussolini per l’intera nazione (con l’aiuto della stampa, radio, scuola e corpi intermedi creati ad hoc), hanno avuto un forte impatto. Infatti, sarebbe errato attribuire al Veneto del primo dopoguerra una cromatura “bianca”, talmente spessa da riemergere, intatta, dopo la caduta del fascismo. <39 Dalla fine dell’Ottocento, oltre all’associazionismo cattolico, compare e si diffonde anche quello di aspirazione socialista: nei primi anni del Novecento in molti centri urbani del Veneto si formano alleanze comprendenti socialisti, radicali e repubblicani che, dando vita alla stagione delle cosiddette giunte bloccarde, spezzano l’egemonia moderata in ambito amministrativo. <40 Una parte dell’associazionismo mutualistico Veneto urbano favorisce il radicamento del Partito socialista nel territorio, secondo un progetto basato sulle trasformazioni di capitale sociale sedimentato nelle associazioni mutualistiche in risorsa politica, mediante la presenza del partito e il controllo del municipio. Il Partito socialista in Veneto si rivela incapace di saldare le proprie lotte nelle campagne, a differenza delle realtà urbane. In Veneto, nel biennio 1919-20 la mobilitazione delle classi subalterne raggiunge livelli ineguagliati. <41 La contrapposizione fra organizzazioni “bianche” e “rosse” pregiudica la possibilità di successo dei contadini, ma rivela l’eterogeneità degli orientamenti politici nel Veneto d’inizio secolo. In Veneto, la devozione dei contadini ha reso possibile l’incapsulamento nella filigrana “bianca” delle plebi rurali mobilitate a seguito della crisi agraria di fine Ottocento. La storia elettorale del Veneto vede emergere il cromatismo “bianco” già agli inizi del Novecento. Ma l’incidenza della frattura città-campagna discrimina l’insediamento elettorale dei cattolici (rurale) da quello dei socialisti (urbano): il bianco, quindi, è dominante solo in campagna. Lungi dal costituire soltanto “una parentesi”, il fascismo modificherà in profondo il profilo politico lasciando sopravvivere, alla sua caduta, solo le realtà organizzative più forti, ossia solo il capitale sociale “bianco”. Per capire le caratteristiche di fondo della subcultura “bianca”, e al contempo, i motivi per i quali essa ha potuto attraversare il fascismo senza esserne sradicata: dobbiamo immaginare una sorta di sfera immutabile, dove vigevano “leggi” stabilite probabilmente attorno al Settecento, custodite dagli uomini di Chiesa che, creavano una specifica cultura paesana, dove contadini e artigiani erano gli attori principali.
L’apparente immutabilità che sembra caratterizzare il Veneto “bianco” nel passaggio dal fascismo alla democrazia è data dalla centralità della Chiesa nella cultura politica locale e dalla sua capacità di riproporsi quale schermo protettivo nei confronti di qualunque intervento esterno ritenuto pericoloso dalla società locale. Senza più il fascismo e con uno Stato molto diverso da quello scaturito dal Risorgimento nulla più osta alla trasformazione del suo capitale sociale anche in una risorsa politica. È prevalsa l’interpretazione secondo cui in Veneto l’egemonia politica cattolica fosse acquisita fin dal primo dopoguerra. Possiamo sostenere invece che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento la Chiesa abbia consolidato l’egemonia <42 nei contesti rurali, mentre è solo durante il ventennio fascista, in virtù della libertà di iniziativa ottenuta mediante il compromesso che il regime, che essa riesce a divenire fulcro anche dell’ambiente urbano. Il passaggio attraverso il fascismo può essere identificato come una fase di mutamento del capitale sociale “bianco” sia per effetto dell’annichilimento delle forme organizzative altre e minori ad opera della dittatura, sia in seguito al riposizionamento operato dalla Chiesa nella struttura delle linee di frattura. Con la nascita della DC e la sua posizione dominante nel corso della seconda metà del Novecento la frattura Stato-Chiesa può essere gestita da posizioni molto favorevoli per il Vaticano, che può concentrare la propria forza politica nel proporsi come ancora di salvezza contro il comunismo. Lo spostamento nella struttura delle linee di frattura comporta un cambiamento nelle modalità di azione per la Chiesa: dall’intervento sociale, contro lo Stato liberale e in concorrenza con il movimento socialista fino all’avvento del regime, al controllo del perimetro ideologico in funzione anticomunista nel secondo dopoguerra.
L’egemonia cattolica nel Veneto determina rapporti di forza peculiari tra la DC e il PCI segnati dal preponderante dominio elettorale della prima sulla seconda, e accompagna la trasformazione di un’area preminentemente rurale in zona ad alta densità di sviluppo industriale di piccola impresa. In Veneto, le fratture connesse alla formazione dello Stato nazionale (centro periferia e Stato-Chiesa), unitamente al cleavage città-campagna, hanno preceduto e contenuto la frattura capitale-lavoro, mentre il conflitto di classe si è manifestato in presenza di forme di controllo sociale capaci di impedirne una riproduzione in termini partitici significativi. <43 Questo incapsulamento della struttura di cleavages prevalenti funziona anche nel dopoguerra, quando la frattura principale diventa quella che contrappone il mondo “bianco” al comunismo, il quale condivide con i “nemici” storici, il “centro” del sistema politico, lo Stato, ma anche “il centro urbano”, l’essere percepito quale minaccia esterna in grado di depauperare la filigrana della società locale. Per almeno i primi decenni del secondo dopoguerra, in Veneto, il criterio decisivo di alleanza sarà il legame tra localismo e la sua cultura prevalente, si vota allo stesso modo della comunità a cui si fa parte e dei suoi leader, senza tener conto della propria posizione economica.44 Il localismo non si traduce in posizioni eversive e pericolose, in quanto la dimensione simbolica e organizzativa della Chiesa danno linfa ad un capitale sociale che garantisce la coesione, l’articolazione, l’aggregazione e la soddisfazione delle domande individuali e collettive (responsiveness) e la presenza della DC assicura l’accesso al sistema politico e il rispetto delle sue regole. <45 Il fattore religioso incide sul piano morale e, su quello dell’integrazione, dell’identità sociale e su quello materiale dell’organizzazione, della rappresentanza e della mediazione con le istituzioni. <46 Negli anni Cinquanta su iniziativa delle ACLI venne svolta un’indagine presso i giovani della provincia di Vicenza, dove emerse la rilevanza di tali elementi, quale la premessa e fondamento degli orientamenti politici nella subcultura “bianca”. <47 Dalla ricerca risulta che nella società veneta di quel periodo, il rapporto con la politica era complesso, come i rapporti di forza elettorali. I partiti considerati come attori non troppo amati né apprezzati, cui vengono attribuiti ruoli ben precisi: la DC appare attenta alla tutela della Chiesa e della libertà, ma indifferente ai problemi di chi lavora; mentre il PCI e PSI figurano come nemici della religione, ma sostenitori dei lavoratori. La religione costituisce la filigrana “bianca” che collega gli orientamenti di fondo, è nel nome della religione che la DC viene legittimata come protagonista delle scelte. L’appartenenza alla Chiesa viene ritenuta una premessa sufficiente per attribuire il consenso ad un partito che pure non gode di molta fiducia. La Chiesa rafforza questo aspetto, grazie alla capacità di gestire e riprodurre un sistema di valori e significati incardinato alla vita quotidiana, all’interno della quale è la stessa istituzione ecclesiastica a fornire alla società una peculiare concezione del mondo. Inoltre, la Chiesa produce anche risorse organizzative e beni materiali (assistenza sociale, sostegno economico e organizzazione territoriale), garantendo così, forme di accountability sociale nei confronti dei governanti, attraverso la pressione svolta dal mondo cattolico locale sui parlamentari veneti e l’opera di mediazione svolta dalle parrocchie, compensa il deficit di responsiveness della DC. <48 Adesione o rifiuto della dimensione religiosa comporta anche appartenenza o antagonismo rispetto ai valori e alle logiche dello sviluppo locale. L’alternativa fra DC e PCI non sembra, per i veneti degli anni Cinquanta, porsi come alternativa fra Chiesa e lavoro, ma fra due modelli di sviluppo differenti.
Dimensione religiosa e sviluppo territoriale costituiscono aspetti complementari, dai quali la DC attinge risorse di consenso. L’identificazione con la DC si fonda sull’appartenenza alla comunità cattolica, che si riproduce attraverso il contesto locale e familiare egemonizzato dalla Chiesa. <49 Falliscono infatti, vari tentativi di far nascere un partito cattolico fortemente strutturato; la DC è un classico esempio di partito a “istituzionalizzazione debole” <50, nato per legittimazione esterna, che ebbe come sponsor la Chiesa, e sviluppatosi per diffusione territoriale. L’autentica “istituzione forte” quindi, è la Chiesa, con la propria rete associativa, che organizza la società locale e l’attività delle istituzioni amministrative. Si rafforza così, l’idea fortemente radicata nella cultura politica veneta sin dall’Ottocento, secondo cui chi opera a livello del governo locale non svolge un’attività locale, ma amministrativa, entro un contesto nel quale l’attività dell’ente locale si orienta in larga parte al contenimento di interventi e spese e all’appoggio esterno alla rete organizzativa cattolica, soprattutto alle sue strutture creditizie e assistenziali. <51
[NOTE]
35 MESSINA, PATRIZIA, et al. Cultura politica, istituzioni e matrici storiche. Padova University Press, 2014.
36 JORI, FRANCESCO. La storia del Veneto: dalle origini ai nostri giorni. Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2018
37 JORI, FRANCESCO. La storia del Veneto: dalle origini ai nostri giorni. Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2018
38 POMBENI P. (1995), La rappresentanza politica, in R. Romanelli (a cura di), Storia dello Stato italiano dall’Unità a oggi, Donzelli, Roma
39 ALMAGISTI, MARCO. Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea. Carocci, 2016
40 CAMURRI R. (a cura di) (2000), Il comune democratico. Riccardo Dalle Mole e l’esperienza delle giunte bloccarde nel Veneto giolittiano, Marsilio, Venezia
41 PIVA FA. (1977), Lotte contadine e origini del Fascismo. Padova-Venezia, 1919-22, Marsilio, Venezia.
42 RICCAMBONI G. (1992), L’identità esclusa. Comunisti in una subcultura bianca, Liviana, Padova.
43 DIAMANTI I., RICAMBONI G. (1992), La parabola del voto bianco. Elezioni e società in Veneto, 1946-1992, Neri Pozza, Vicenza
44 ROKKAN S. (1970), Citizens, Elections, Parties: Approaches to the Comparative Study of the Process of Development, Universitetsforlaget, Oslo (trad. it. Cittadini, elezioni e partiti, il Mulino, Bologna 1982)
45 ALMAGISTI, MARCO. Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea. Carocci, 2016
46 DIAMANTI I., PACE E. (1987), Tra religione e organizzazione. Il caso delle ACLI: mondo cattolico, società e associazionismo nel Veneto, Liviana, Padova
47 DIAMANTI I. (1986), La filigrana bianca della continuità: senso comune, consenso politico, appartenenza religiosa nel Veneto degli anni ’50, in “Venetica, Rivista di Storia contemporanea”
48 ALMAGISTI, MARCO. Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea. Carocci, 2016
49 TRIGILIA C. (1986), Grandi partiti e piccole imprese. Comunisti e democristiani nelle regioni a economia diffusa, il Mulino, Bologna
50 PANEBIANCO A. (1982), Modelli di partito: organizzazione e potere nei partiti politici, il Mulino, Bologna
51 TRIGILIA C. (1982) La trasformazione delle culture subculture politiche territoriali, in “Inchiesta”
Simone Spirch, Il Veneto lungo: dalla Serenissima ai giorni nostri, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022#1945 #1962 #1963 #agricoltura #alluvione #anni #anticomunismo #cattolici #chiesa #Cinquanta #DC #dopoguerra #impresa #industria #localismo #operai #PCI #Piccola #Polesine #PSI #secondo #Settanta #SimoneSpirch #terziario #Vajont #Veneto
-
Vedendo questo messaggio ho deciso che voglio sposarmi subito in chiesa, prendere tutti i #sacramenti e battezzare mia figlia
#giubileo #religione #cattolici #daqualepulpito #threesome #ilridicolo #coerenza questa sconosciuta...
-
Vedendo questo messaggio ho deciso che voglio sposarmi subito in chiesa, prendere tutti i #sacramenti e battezzare mia figlia
#giubileo #religione #cattolici #daqualepulpito #threesome #ilridicolo #coerenza questa sconosciuta...
-
Vedendo questo messaggio ho deciso che voglio sposarmi subito in chiesa, prendere tutti i #sacramenti e battezzare mia figlia
#giubileo #religione #cattolici #daqualepulpito #threesome #ilridicolo #coerenza questa sconosciuta...
-
Vedendo questo messaggio ho deciso che voglio sposarmi subito in chiesa, prendere tutti i #sacramenti e battezzare mia figlia
#giubileo #religione #cattolici #daqualepulpito #threesome #ilridicolo #coerenza questa sconosciuta...
-
Vedendo questo messaggio ho deciso che voglio sposarmi subito in chiesa, prendere tutti i #sacramenti e battezzare mia figlia
#giubileo #religione #cattolici #daqualepulpito #threesome #ilridicolo #coerenza questa sconosciuta...
-
Per quanto riguarda il Movimento giovanile democristiano, l’irrigidimento era palpabile
Gli eventi che vanno dal V congresso Dc di Napoli all’VIII convegno nazionale giovanile (Firenze, giugno 1955) sono come inscritti in un «piano inclinato», ove la «mutazione genetica» della Dc con l’andata al comando della «seconda generazione», quella di Iniziativa democratica, contribuisce ad accelerare le differenziazioni e, in una parte consistente, anche la dispersione di un patrimonio politico-culturale di generazione. Di fronte a un segretario, Fanfani, autoritario e organizzativista, accusato di voler usare il Movimento giovanile solo in senso attivistico-propagandistico, stanno ormai questi giovani che, in vario e articolato modo, gli si oppongono da «sinistra».
L’ultimo numero de «La Base» esce il 30 luglio 1954. Non è una chiusura imposta dall’altro, anche se nelle prime settimane di quello stesso anno la Direzione democristiana aveva affermato l’inammissibilità che su problemi di primaria importanza fossero espresse tesi non in linea col partito <678. Nonostante l’ingresso nel partito della seconda generazione di Iniziativa democratica e di alcuni elementi della terza, la Democrazia cristiana stentava a rinnovarsi e l’attivismo fanfaniano non si traduceva, per i basisti, nella costruzione di un moderno partito. A giudizio della Base era mancata, dopo il 7 giugno 1953 e il Congresso di Napoli, una riflessione profonda che non si riducesse unicamente alla difesa dell’unità del partito. Questo irrigidimento era d’altronde presente anche nel mondo cattolico. Nel 1954 Mazzolari tornava ad essere oggetto delle attenzioni del Sant’Uffizio: il 28 giugno il cardinale Giuseppe Pizzardo gli aveva vietato di predicare al di fuori della propria parrocchia. Un altro intervento punitivo fu rivolto contro don Milani, trasferito da Calenzano nel piccolo centro di Barbiana. Infine il presidente della Giac [Gioventù Italiana di Azione Cattolica], Mario Rossi, era costretto alle dimissioni.
Per quanto riguarda il Movimento giovanile, l’irrigidimento era palpabile: oltre al già citato deferimento ai probiviri di Arnaud, all’inizio del 1955 la Direzione, dopo la relazione di Fanfani sulle «questioni disciplinari», decide anche il deferimento di Amos Ciabattoni, reo, insieme al delegato regionale del Lazio Signorello, di aver diffuso un documento riservato assai critico sulla Dc e sul Movimento giovanile <679 di cui è venuta in possesso «l’Unità» che «ne ha tratto motivo per critiche al partito» <680.
Sul caso Rossi si esprime anche il quindicinale della Base con un articolo di Dorigo e con una lettera di Magri. Questa l’interpretazione del primo: “Il prof. Gedda sta giocando grosso e con l’avventato dilettantismo che distingue il suo comportamento in ogni campo ha voluto ad ogni costo far precipitare la situazione: si tratta, com’è chiaro, di una incosciente sfida alla stragrande maggioranza dei cattolici, i quali sanno vedere nel provvedimento preso nei riguardi generali della Gioventù cattolica lo squillo d’allarme più prepotente. […] Non è difficile né azzardato infatti collegare il siluramento di Rossi, come già quello di Carretto e dei suoi immediati collaboratori nell’ottobre del 1952, con la tenace, consapevole e logica resistenza della Gioventù d’Azione cattolica, in tutti i suoi quadri centrali e periferici, ad un andazzo che, precostituendo illecitamente in sede religiosa e con strumenti religiosi (tale è l’Azione Cattolica) scelte politiche di enorme portata, vuole imporre alla Dc, attraverso vie e uomini ben noti nella Dc, quella vera e propria strada sull’abisso alla quale l’apertura a destra e l’alleanza con le destre reazionarie monarchico-fasciste ci inchioderebbe senza possibilità di ritorno” <681.
Nella rubrica della rivista, “Voci dalla base”, si rendeva noto che la maggior parte delle lettere pervenute alla redazione conteneva pareri simili a quelli espressi da Dorigo. Nella sua lettera Magri analizza invece il comportamento della stampa di destra sul “caso Rossi”: “I quotidiani della destra hanno voluto affrontare la questione nel suo complessivo significato, anche religioso. Ed è questo molto significativo perché rivela l’intenzione precisa di compiere una identificazione semplice tra una determinata linea politica e la stessa ortodossia religiosa. È tutto lo zelo dei cattolici ferventi, la assillante preoccupazione per la salvezza della dottrina, la smania dell’ortodossia che, con un evidente equivoco delle competenze e di capacità i commentatori politici dei giornali reazionari invocano contro il modernismo e il deviazionismo in cui “necessariamente” cadono, a loro avviso, i giovani” <682.
In un documento “riservato” firmato Berlinguer, segretario della Fgci, e inviato a Luigi Longo, viene notato come proprio il caso Rossi abbia aperto un interessante dibattito «nonostante l’ingiunzione al silenzio dell’Osservatore Romano, sul periodico cattolico milanese La Base», «che si propone evidentemente di coordinare il movimento di diffuso malcontento esistente contro Gedda e di raggrupparlo attorno al gruppo più avanzato dei cattolici milanesi, così come ci è stato indicato in un colloquio che abbiamo avuto» <683.
È ancora Berlinguer, cogliendo l’occasione del “caso Rossi”, a scrivere a tutte le sezioni italiane della Fgci indicando che “la crisi della GIAC è uno degli aspetti del disorientamento esistente nel mondo cattolico in generale nel quale si combattono interessi diversi. Ad esempio vi è già fra i dirigenti giovanili ed anche tra alcuni anziani e sacerdoti la preoccupazione di trovare un accordo con noi. Per quanto riguarda i dirigenti diocesani noi abbiamo notizia che hanno espresso solidarietà al Rossi quelli del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia Romagna, di Siena, di Perugia e di Napoli. Posizioni di solidarietà si sono avute nella FUCI, nei Gruppi giovanili DC, tra i giovani delle
ACLI e della CISL […] la crisi della GIAC non ci ha preso alla sprovvista in quanto i motivi di contrasto, seppur in modo impreciso, li avevamo analizzati e non si può escludere che in parte al maturarsi dei contrasti tra i giovani cattolici abbia contribuito anche l’azione unitaria che da tempo andavamo sviluppando. La nostra posizione dopo la crisi di direzione è stata di simpatia e di cautela al centro e su scala provinciale, ricercando il contatto e la discussione, e di aperto intervento alla base, nel senso che abbiamo indicato la necessità che i giovani comunisti si recassero negli oratori della GIAC per discutere la questione” <684.
Quella che doveva essere una temporanea chiusura estiva, era divenuta per «La Base» una chiusura comunque definitiva. Qualche settimana più tardi veniva a mancare De Gasperi. Con la morte del leader trentino mutavano anche i rapporti di forza all’interno del partito; il successo di Iniziativa democratica si era tradotto nella vittoria di una corrente piuttosto che in un profondo cambiamento. Dietro la chiusura de «La Base» c’erano senza ombra di dubbio le pressioni di Fanfani, che avevano costretto i basisti a chiudere l’omonimo quindicinale e inaugurare una nuova esperienza editoriale, «Prospettive», come mezzo per difendere i valori dell’antifascismo, del rinnovamento del partito, della costruzione dello Stato democratico, della lotta ai monopoli e di un diverso anticomunismo. «Senza la collaborazione fra masse cattoliche e masse comuniste – scrivono ad esempio già nel secondo numero i redattori – la Resistenza non avrebbe avuto, come invece ha avuto, il significato di un risveglio della coscienza nazionale per la edificazione di un nuovo Stato»; «ora, nello escludere il comunismo italiano e nel mantenerlo fuori dallo Stato – proseguono – bisogna obiettivamente tenere conto che si esclude una forza componente della sua costituzione» <685.
[NOTE]
678 La Direzione, infatti, riteneva «assolutamente al di fuori di una seria vita democratica del Partito, la tendenza che va diffondendosi, di iniziative da parte di singoli o di gruppi di iscritti per la pubblicazione di fogli periodici rivolti soprattutto ad una polemica interna che assume talvolta asprezze tali da essere giustificata soltanto se fosse rivolta contro i nostri più violenti avversari. È urgente ricordare a tutti che la stampa di Partito per svolgere un’azione costruttiva deve essere legata a precise responsabilità di organi di Partito e mai alla fluida responsabilità di uno o pochi iscritti che agiscono senza un preciso mandato ufficiale»; ASILS, Dc, Dn, s.28, f.22, Verbale della riunione del 2 agosto 1954.
679 Nel documento firmato da Ciabattoni si sosteneva che «Da lungo tempo andava maturando la grave crisi del Movimento giovanile. Anzi, per usare una espressione più aderente alla realtà, da parecchio si sentiva l’esigenza di concludere, con grande cautela, ma ad ogni costo, il travaglio del Movimento giovanile. Dopo gli ultimi avvenimenti politici, infatti, si era maggiormente acuito il contrasto e il distacco tra il centro Nazionale e la Periferia (ciò anche per esplicita ammissione degli stessi Dirigenti Nazionali) e l’immobilismo tradizionale non trovava, ormai, più scusanti. […] I numerosi “ma che succede” e i “ma che cose dobbiamo fare” della periferia crediamo debbano essere tacciati. Non in un modo qualsiasi. Ma nell’unico modo dovuto: con poche parole e molti fatti, e soprattutto idee molto chiare. Non vorremmo si dimenticasse, nel frattempo, la precisa funzione del “reggente”: organizzare entro novanta giorni il convegno. Senza cioè possibilità di impostazioni determinate, avendo il Comitato affermato a maggioranza che resta valido l’impegno di sottoporre alla discussione del Convegno nazionale la linea politica e organizzativa fino ad oggi seguita dalla Direzione del Movimento. […] Alcune esigenze: legare la fiducia ai Dirigenti Nazionali e all’Esecutivo in carica […] Indipendenza del Movimento giovanile DC da ogni forma di “corrente” interna di Partito. […] Garanzia di libera azione al di fuori della semplice organizzazione del Partito. […] già nel Comitato Nazionale di Anzio del febbraio 1954, l’esigenza di una totale revisione della linea politica e organizzativa del Movimento era apparsa evidente. […] è cosa nota se si afferma che il nuovo Esecutivo non ha risolto nessun problema. I gruppi giovanili debbono infine rappresentare il punto di contatto più facile e più vicino con tutte le organizzazioni giovanili operanti»; cfr. ASILS, Dc, Dn, s.31, f.21, Verbale della riunione del 7 gennaio 1955.
680 Ibidem.
681 W. Dorigo, La sostituzione di Rossi alla Giac, in «La Base», n.7, 5 aprile 1954.
682 L. Magri, Nessuna complicità dei giovani, in «La Base», n.9, 5 maggio 1954.
683 APCIG, carte Fgci, b. 1954/2, f. 0423-2559, Note sul nostro lavoro verso i giovani cattolici, s.d. «La linea di azione che ci siamo fissati – prosegue il documento – nei giorni della crisi della Giac ci pare oggi ancora valida: appunto perché tra i giovani della sinistra cattolica vi è confusione e talvolta indecisione e timidezza, appunto perché vi è una situazione tale da prestarsi alle manovre degli ecclesiastici e di taluni uomini politici democristiani, occorre intervenire dall’esterno e dall’interno per rendere più rapido il processo di chiarificazione, per rendere più rapido il processo di chiarificazione, per incoraggiarli a resistere e a lottare dentro le fila del movimento democristiano. Un’azione più ampia verso al gioventù cattolica veniva iniziata dopo le note vicende della destituzione del dott. Rossi e della direzione centrale della GIAC. In questa occasione il Comitato Centrale, molte Federazioni e numerosi circoli svilupparono un lavoro di orientamento e di informazione verso la gioventù cattolica. Il risultato del lavoro svolto in questo periodo aveva anche un valore interno: infatti una maggiore sensibilità della gioventù comunista per il lavoro verso la gioventù cattolica è stata segnalata dopo questo periodo quasi ovunque. Il 18-19 giugno si riuniva a Perugia il Comitato Centrale della FGCI che, sulla base delle ultime nostre esperienze e delle indicazioni fornite dal compagno Togliatti al Comitato Centrale del Partito, impegnava tutta l’organizzazione della gioventù comunista a intensificare il lavoro per l’intesa fra la gioventù comunista e la gioventù cattolica. Nel corso di questi mesi, nonostante il massiccio intervento delle gerarchie ecclesiastiche e dei dirigenti fanfaniani della DC, si avevano numerosi casi di collaborazione su problemi diversi e in numerose città tra giovani dell’A.C. e democristiani e la gioventù comunista. Significative sono le adesioni di giovani dirigenti cattolici alla lotta in difesa della pace, contro la CED e il riarmo tedesco a Reggio Emilia, Ferrara, Ravenna, Forlì, Siena, Trento, Bari, Messina, Rovigo».
684 APCIG, carte Fgci, b. 1954/2, f. 0423-2559, Lettera di Enrico Berlinguer alle sezioni della Fgci, s.d.
685 Provvedimenti anticomunisti, in «La Base», n.2-3, 25 dicembre 1954.
Andrea Montanari, Il Movimento giovanile della Democrazia Cristiana da De Gasperi a Fanfani (1943-1955), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Parma, 2017#1953 #1954 #1955 #ACLI #AmintoreFanfani #AmosCiabattoni #AndreaMontanari #AzioneCattolica #Base #cattolici #CISL #DC #don #EnricoBerlinguer #FGCI #FUCI #GIAC #giovani #giovanile #gioventù #MarioRossi #Milani #Movimento #PCI
-
Uno che ringrazia #dio per aver salvato una persona dallo stesso incidente in cui ne sono morte altre duecentoquarantuno, che deficit cognitivo ha esattamente?
-
Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago
Nel 1997 è pubblicato un volume di Bruno Steffè, avente lo scopo di dare una visione complessiva degli eventi bellici nel territorio della provincia di Pordenone <88. Questo lavoro riguarda la lotta partigiana nella zona montana delle Prealpi Carniche, nelle vallate dell’Arzino, del Meduna, del Cellina, e nella pianura, tra i fiumi Tagliamento e Livenza. L’autore ha usato documenti originali, riportandone i tratti essenziali, scegliendoli tra le posizioni più diverse. In questo volume si afferma che in alcune opere sulla Resistenza, furono usate, per parzialità ideologiche, certe forzature nelle descrizioni degli eventi; Steffè afferma che è una forzatura definire la guerra di liberazione guerra di popolo perché è stata combattuta da una minoranza della popolazione, anche se formata essenzialmente dal ceto popolare. Nella prima parte dell’opera l’autore parla del periodo dall’8 settembre 1943 all’inizio della guerra partigiana; descrive l’inizio dell’attività osovana e garibaldina. <89 Per quanto riguarda gli osovani descrive molto accuratamente le varie componenti: i militari, il clero e i partiti d’ispirazione cattolica; Steffè afferma che l’opera del clero fu molto importante nella conduzione della Osoppo e che alcuni sacerdoti delinearono la necessità politica della lotta armata contro i tedeschi <90. L’attività garibaldina è fatta risalire dall’autore all’attività antifascista, documentata sin dall’inizio del fascismo <91. Nel testo sono riportati i diari delle formazioni partigiane, nei quali sono annotati, giorno per giorno, i principali eventi militari; i diari fanno capire il grande lavoro svolto dai partigiani e la sua importanza per la lotta contro il nazifascismo. L’autore analizza, oltre ai problemi militari, i problemi organizzativi: la sicurezza nella clandestinità, la propaganda e i collegamenti fra i vari reparti e l’approvvigionamento; queste descrizioni danno un’idea della varietà di problematiche che i partigiani dovevano affrontare <92. Una parte molto interessante del testo è quella in cui si parla dell’influenza degli eventi bellici degli alleati, perché spiega lo stretto rapporto che c’era fra l’avanzata dell’esercito alleato e l’evolversi della situazione partigiana. Nell’ultima parte del testo l’autore descrive le azioni svolte dai reparti garibaldini e osovani di pianura nell’ultimo periodo della guerra di liberazione. Steffè riporta i diari operativi delle brigate garibaldine di pianura inserite nella divisione “Mario Modotti Destra Tagliamento”, premettendo che i diari furono redatti a guerra conclusa basandosi sul ricordo dei partigiani e quindi contengono imprecisioni, e una relazione del maggio 1945 redatta da “Leonida” per quanto riguarda l’attività osovana. Queste fonti fanno capire la capillarità dell’azione partigiana e anche quanto fu alto il numero dei caduti fino agli ultimi giorni della Resistenza <93. Questo testo dà un quadro complessivo della situazione nella Destra Tagliamento fino alla Liberazione e spiega i principali eventi in modo dettagliato senza prendere una posizione di parte.
Nel 2000 è pubblicato un saggio di Pier Paolo Brescancin, direttore scientifico dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Vittoriese, che si occupa del movimento partigiano nel pordenonese dalla nascita fino alla liberazione <94. Brescancin suddivide i gruppi di resistenti in due categorie, quelli nati spontaneamente per iniziativa di giovani ufficiali subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e quelli nati per iniziativa di formazioni politiche, fra le quali l’autore definisce il partito comunista il più attivo. Fra i gruppi spontanei sono citati quello nato per iniziativa di Pietro Maset, già ufficiale degli alpini, che operava fra Sacile e la Valcellina, quello di Mario Dal Fabbro, già sottotenente della caserma Slataper di Sacile, operante fra Cordignano e Caneva e quello di Piero Biasin che aiutò a fuggire molti militari della caserma Slataper e della caserma Fiore di Pordenone; inoltre l’autore ricorda le figure del maggiore Attilio Beltrame “Martini” che organizzò le formazioni Osoppo di Pianura, il capitano Franco Martelli “Ferrini”, che sarà capo di stato maggiore della brigata unificata “Ippolito Nievo B” e il generale Costantino Cavarzerani che organizzò gruppi di Resistenza a Stevenà di Caneva <95. Fra i gruppi nati per iniziativa di forze politiche, l’autore cita la formazione Ferdiani, attiva in Val Mesazzo e i battaglioni Pisacane e Garibaldi che si trovavano nel monte Ciaurlec, nati nel gennaio 1944 e i distaccamenti Bixio, Mazzini 2°, Gramsci e Buzzi, nati, per iniziativa di Mario Modotti “Tribuno” e di Giulio Contin “Riccardo”, nel febbraio-marzo dello stesso anno <96, espressione del partito comunista e le formazioni Osoppo nate da un’operazione congiunta del Partito d’Azione e della Democrazia Cristiana che assorbirono le formazioni spontanee di ex ufficiali. <97 Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago e le caserme della guardia di finanza di Malnisio e Montereale Valcellina, avvenuti nel giugno del 1944; queste azioni, secondo Brescancin, fanno capire che il movimento partigiano è in crescita e vuole sottrarre ai nazifascisti il controllo del territorio. <98 L’autore spiega le relazioni fra l’evolversi della situazione a livello nazionale e locale, spiegando come l’andamento bellico degli alleati abbia influito sulla creazione delle zone libere, sui grandi rastrellamenti di fine estate 1944 e sulla Liberazione <99, riuscendo così a dare un quadro d’insieme più chiaro degli eventi principali.
Nel 2002, è pubblicato un volume di Renzo Biondo, nel quale, l’autore si pone l’obbiettivo di raccontare la vita quotidiana dei partigiani, la nascita delle formazioni e le motivazioni che hanno spinto i giovani accorsi sulle montagne. <100 Renzo Biondo col contributo di vecchi protagonisti ha raccontato vicende che altrimenti sarebbero andate dimenticate. Nella premessa l’autore mette in relazione il cambiamento del clima politico con la percezione degli avvenimenti passati; afferma che storici revisionisti smantellano i fondamentali sulla genesi della democrazia in Italia, rivalutando chi combatté per la repubblica di Salò. Renzo Biondo prende una posizione chiara affermando che la Resistenza fu una scelta di civiltà, fra libertà e servitù, fra nazismo e democrazia, fra campi di sterminio e parità di tutti i cittadini. <101 Nel testo c’è un capitolo in cui vengono descritti i luoghi dove operarono la brigata Osoppo e la Garibaldi Friuli; soprattutto è descritta la zona occidentale della Zona libera delle Prealpi Carniche, dove operò la V^ brigata “Osoppo” che insieme a battaglioni garibaldini diede vita alla Brigata mista “Ippolito Nievo”; questa descrizione aiuta a capire l’importanza ai fini bellici della zona, in quanto si trovava in una posizione strategica e per questo motivo i tedeschi si impegnarono per liberarla dalla presenza partigiana. Per Biondo, le tesi revisioniste secondo cui l’apporto partigiano alla vittoria alleata della guerra fu esiguo, sono smontate dal fatto che i tedeschi inviarono delle nuove divisioni modernamente equipaggiate nelle zone dove si trovavano i presidi partigiani; inoltre
il proclama di Kesserling, comandante in capo delle forze tedesche in Italia, che dà ordini su come comportarsi contro le bande armate, fa capire che i partigiani erano temuti dagli avversari. <102 Biondo esprime un giudizio sulla Xmas, reparto collaborazionista, affermando che giustificarli in confronto ad altri reparti repubblichini è un falso storico, in quanto hanno compiuto efferati episodi di violenza e omicidi di massa. <103 La Xmas voleva creare un solco fra garibaldini e osovani in quanto questi ultimi non volevano l’invasione degli jugoslavi, ma l’antifascismo, comune alle due formazioni partigiane, era più forte di ciò che poteva dividerle. <104 E’ spiegato dall’autore che i tedeschi nella zona denominata “Litorale Adriatico”, che controllavano direttamente, non amavano la presenza di reparti fascisti e per avvalorare questa sua affermazione afferma che i tedeschi preferirono, per occupare la Carnia, inviare i cosacchi. <105 Biondo afferma che gli autori che hanno scritto prima di lui sulla brigata mista “Ippolito Nievo” non chiariscono come sia nata e come fu possibile che in Valcellina sia riuscita quell’integrazione che altrove non fu possibile, e afferma che il merito è stato dei tre capi, Maso, Tribuno e Riccardo, che sono riusciti a mantenere la brigata mista grazie al loro prestigio e alla loro esperienza. <106 Nella seconda e terza parte del testo ci sono testimonianze che raccontano le motivazioni che spinsero i giovani alla lotta e ricordi di partigiani sulle loro esperienze nella Resistenza; molto interessante e la testimonianza di Giuseppe Torresin, che racconta com’era vista la resistenza dai giovani di Grizzo [Frazione del comune di Montereale Valcellina (PN)] e il loro apporto alla guerra di liberazione all’interno della V^ brigata Osoppo. <107 Questo volume da un quadro completo del periodo della Resistenza
analizzando i fatti e descrivendo i principali protagonisti.
[NOTE]
88 Bruno Steffè, La guerra di Liberazione nel territorio della provincia di Pordenone 1943- 1945, Edizioni ETS, Pisa, 1997, p. 10
89 Ivi, pp. 19- 46
90 Ivi, pp. 19- 31
91 Ivi, pp. 33- 35
92 Ivi, pp. 89- 103
93 Ivi, pp. 209- 262
94 Pier Paolo Brescancin, Le formazioni partigiane nel pordenonese in Il pordenonese dalla resistenza alla repubblica, Istituto Provinciale di storia del Movimento di liberazione e dell’Età Contemporanea, Pordenone, 2000
95 Ivi, p. 75
96 Ivi, p. 76
97 Ivi p. 76
98 Ivi, p. 78
99 Ivi, pp.80- 91
100 Renzo Biondo, Il verde, il rosso, il bianco. La V^ brigata Osoppo e la brigata osovano-garibaldina “Ippolito Nievo”, CLEUP, Padova, 2002, p. 13.
101 Ivi, p. 19.
102 Ivi, p. 59.
103 Ivi, p. 61
104 Ivi, p. 62
105 Ivi, p. 65
106 Ivi, p. 78
107 Ivi, pp. 157-196.
Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007#1943 #1944 #1945 #Adriatico #alleati #AndreaBortolin #brigata #BrunoSteffè #Carnia #cattolici #clero #comunisti #CostantinoCavarzerani #DC #destra #diari #Divisione #fascisti #Friuli #Garibaldi #generale #Grizzo #Guerra #libere #Litorale #ManiagoPN_ #MarioModotti #MonterealeValcellinaPN_ #Osoppo #partigiani #PdA #pianura #PierPaoloBrescancin #PietroMaset #Pordenone #provincia #RenzoBiondo #reparti #Resistenza #SacilePN_ #stragi #Tagliamento #tedeschi #Valcellina #V_ #Xmas #zone
-
#Brasile, censimento 2022: #cattolici in calo rispetto al 2010 (dal 65% al 56,7%), #evangelici in crescita però rallentata (dal 21,7% al 26,9%) e aumentano anche le persone senza religione (dal 7,9% al 9,3%).👇
https://www.bbc.com/portuguese/articles/crk2p5xr0m7o -
#Brasile, censimento 2022: #cattolici in calo rispetto al 2010 (dal 65% al 56,7%), #evangelici in crescita però rallentata (dal 21,7% al 26,9%) e aumentano anche le persone senza religione (dal 7,9% al 9,3%).👇
https://www.bbc.com/portuguese/articles/crk2p5xr0m7o -
#Brasile, censimento 2022: #cattolici in calo rispetto al 2010 (dal 65% al 56,7%), #evangelici in crescita però rallentata (dal 21,7% al 26,9%) e aumentano anche le persone senza religione (dal 7,9% al 9,3%).👇
https://www.bbc.com/portuguese/articles/crk2p5xr0m7o -
#Brasile, censimento 2022: #cattolici in calo rispetto al 2010 (dal 65% al 56,7%), #evangelici in crescita però rallentata (dal 21,7% al 26,9%) e aumentano anche le persone senza religione (dal 7,9% al 9,3%).👇
https://www.bbc.com/portuguese/articles/crk2p5xr0m7o -
#Brasile, censimento 2022: #cattolici in calo rispetto al 2010 (dal 65% al 56,7%), #evangelici in crescita però rallentata (dal 21,7% al 26,9%) e aumentano anche le persone senza religione (dal 7,9% al 9,3%).👇
https://www.bbc.com/portuguese/articles/crk2p5xr0m7o -
Segnalo questa immagine di #feudalesimoeliberta (a proposito: cosa aspettate ad aprire un account qui su #mastodon ?!?!) che è ironica, ma effettivamente fa riflettere molto... 🤔
#germania #governo #governotedesco #cattolici #feudalesimoelibertà
-
Segnalo questa immagine di #feudalesimoeliberta (a proposito: cosa aspettate ad aprire un account qui su #mastodon ?!?!) che è ironica, ma effettivamente fa riflettere molto... 🤔
#germania #governo #governotedesco #cattolici #feudalesimoelibertà
-
Segnalo questa immagine di #feudalesimoeliberta (a proposito: cosa aspettate ad aprire un account qui su #mastodon ?!?!) che è ironica, ma effettivamente fa riflettere molto... 🤔
#germania #governo #governotedesco #cattolici #feudalesimoelibertà
-
Segnalo questa immagine di #feudalesimoeliberta (a proposito: cosa aspettate ad aprire un account qui su #mastodon ?!?!) che è ironica, ma effettivamente fa riflettere molto... 🤔
#germania #governo #governotedesco #cattolici #feudalesimoelibertà
-
Segnalo questa immagine di #feudalesimoeliberta (a proposito: cosa aspettate ad aprire un account qui su #mastodon ?!?!) che è ironica, ma effettivamente fa riflettere molto... 🤔
#germania #governo #governotedesco #cattolici #feudalesimoelibertà
-
Ho dedicato qualche ora a orientarmi nella bizzarra galassia del tradizionalismo cattolico tra sedevacantisti, sedeprivazionisti, conclavisti ecc.
Poi ho avuto la pessima idea di andare a curiosare nel blog dell'ex vaticanista RAI Aldo Maria Valli. Diciamo che dopo la lettura dei post in cui spara ad alzo zero su Bergoglio e il suo pontificato sento il bisogno di mettere i pensieri in ammollo nella candeggina. -
Sondaggio #Swg sul voto dei #cattolici #praticanti in Italia: dal 2006 al 2025 calano dal 33% al 20% dell'elettorato e slittano verso il centrodestra (54,7%). Fratelli d'Italia ne attira di più (31,6%), nel PD calano al 20,3%, nel M55 sono al 12,5%; salgono al 18% quelli non schierati a livello partitico.
La maggioranza dei praticanti vuole una politica laica ma sale al 22% chi ritiene che cultura e morale cattolica dovrebbero essere «sempre» alla base della politica. 👇
https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/attualita/rado-fonda-swg-ecco-per-chi-votano-i-cattolici-praticanti-aaef11hs?refresh_cens -
Sondaggio #Swg sul voto dei #cattolici #praticanti in Italia: dal 2006 al 2025 calano dal 33% al 20% dell'elettorato e slittano verso il centrodestra (54,7%). Fratelli d'Italia ne attira di più (31,6%), nel PD calano al 20,3%, nel M55 sono al 12,5%; salgono al 18% quelli non schierati a livello partitico.
La maggioranza dei praticanti vuole una politica laica ma sale al 22% chi ritiene che cultura e morale cattolica dovrebbero essere «sempre» alla base della politica. 👇
https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/attualita/rado-fonda-swg-ecco-per-chi-votano-i-cattolici-praticanti-aaef11hs?refresh_cens -
Sondaggio #Swg sul voto dei #cattolici #praticanti in Italia: dal 2006 al 2025 calano dal 33% al 20% dell'elettorato e slittano verso il centrodestra (54,7%). Fratelli d'Italia ne attira di più (31,6%), nel PD calano al 20,3%, nel M55 sono al 12,5%; salgono al 18% quelli non schierati a livello partitico.
La maggioranza dei praticanti vuole una politica laica ma sale al 22% chi ritiene che cultura e morale cattolica dovrebbero essere «sempre» alla base della politica. 👇
https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/attualita/rado-fonda-swg-ecco-per-chi-votano-i-cattolici-praticanti-aaef11hs?refresh_cens -
Sondaggio #Swg sul voto dei #cattolici #praticanti in Italia: dal 2006 al 2025 calano dal 33% al 20% dell'elettorato e slittano verso il centrodestra (54,7%). Fratelli d'Italia ne attira di più (31,6%), nel PD calano al 20,3%, nel M55 sono al 12,5%; salgono al 18% quelli non schierati a livello partitico.
La maggioranza dei praticanti vuole una politica laica ma sale al 22% chi ritiene che cultura e morale cattolica dovrebbero essere «sempre» alla base della politica. 👇
https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/attualita/rado-fonda-swg-ecco-per-chi-votano-i-cattolici-praticanti-aaef11hs?refresh_cens -
Sondaggio #Swg sul voto dei #cattolici #praticanti in Italia: dal 2006 al 2025 calano dal 33% al 20% dell'elettorato e slittano verso il centrodestra (54,7%). Fratelli d'Italia ne attira di più (31,6%), nel PD calano al 20,3%, nel M55 sono al 12,5%; salgono al 18% quelli non schierati a livello partitico.
La maggioranza dei praticanti vuole una politica laica ma sale al 22% chi ritiene che cultura e morale cattolica dovrebbero essere «sempre» alla base della politica. 👇
https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/attualita/rado-fonda-swg-ecco-per-chi-votano-i-cattolici-praticanti-aaef11hs?refresh_cens -
Il presidente Donald Trump conquista consensi anche tra molti #cattolici #Usa e la sua presidenza consolida i legami con il mondo integralista: il vice J.D. Vance è un convertito cattolico, come diversi influenti fautori del Project 2025 che punta a una controriforma conservatrice delle istituzioni statunitensi, e conta sul sostegno di diversi prelati.👇
https://www.abc.net.au/religion/massimo-faggioli-trump-captured-american-catholicism/104955542 -
Il presidente Donald Trump conquista consensi anche tra molti #cattolici #Usa e la sua presidenza consolida i legami con il mondo integralista: il vice J.D. Vance è un convertito cattolico, come diversi influenti fautori del Project 2025 che punta a una controriforma conservatrice delle istituzioni statunitensi, e conta sul sostegno di diversi prelati.👇
https://www.abc.net.au/religion/massimo-faggioli-trump-captured-american-catholicism/104955542 -
Il presidente Donald Trump conquista consensi anche tra molti #cattolici #Usa e la sua presidenza consolida i legami con il mondo integralista: il vice J.D. Vance è un convertito cattolico, come diversi influenti fautori del Project 2025 che punta a una controriforma conservatrice delle istituzioni statunitensi, e conta sul sostegno di diversi prelati.👇
https://www.abc.net.au/religion/massimo-faggioli-trump-captured-american-catholicism/104955542 -
Il presidente Donald Trump conquista consensi anche tra molti #cattolici #Usa e la sua presidenza consolida i legami con il mondo integralista: il vice J.D. Vance è un convertito cattolico, come diversi influenti fautori del Project 2025 che punta a una controriforma conservatrice delle istituzioni statunitensi, e conta sul sostegno di diversi prelati.👇
https://www.abc.net.au/religion/massimo-faggioli-trump-captured-american-catholicism/104955542 -
Il presidente Donald Trump conquista consensi anche tra molti #cattolici #Usa e la sua presidenza consolida i legami con il mondo integralista: il vice J.D. Vance è un convertito cattolico, come diversi influenti fautori del Project 2025 che punta a una controriforma conservatrice delle istituzioni statunitensi, e conta sul sostegno di diversi prelati.👇
https://www.abc.net.au/religion/massimo-faggioli-trump-captured-american-catholicism/104955542 -
Preti. abusi sessuali, e sabbia. Una ricetta facile facile, che funziona. Sempre.
https://www.youtube.com/watch?v=Dc4h0fqFrp0
#cattolici #AbusiVaticano #abusisessuali #regimiteocratici #teocrazia #rupnik
-
Preti. abusi sessuali, e sabbia. Una ricetta facile facile, che funziona. Sempre.
https://www.youtube.com/watch?v=Dc4h0fqFrp0
#cattolici #AbusiVaticano #abusisessuali #regimiteocratici #teocrazia #rupnik
-
Il 12 settembre Giovanni Girardini viene prelevato assieme a Bruno Tonello, partigiano di Crocetta del Montello
Crocetta del Montello (TV). Foto: Frassionsistematiche. Fonte: WikipediaGiuseppe Zaffonato, vicentino, nato a Magrè di Schio nel 1899 e ordinato vescovo nell’aprile del ’44, inizia la sua attività pastorale nella Diocesi di Vittorio Veneto il 29 maggio dello stesso anno, adoperandosi fin da subito per salvare sacerdoti e fedeli. A fine conflitto, prima del suo trasferimento nel ’56 alla sede arcivescovile di Udine, per tutto ciò che ha fatto in favore di Vittorio Veneto durante la guerra, ha ricevuto la cittadinanza onoraria <124. Il suo prezioso lavoro di mediazione è testimoniato anche dalle sue lettere, insistenti e precise, tese a consolare chi vive il dramma della guerra e a scuotere chi detiene i posti di comando <125. Subito dopo l’arresto degli ostaggi, così scrive all’abate di Oderzo dal Duomo di Sacile, in data 16 settembre:
“Caro Monsignore,
sono venuto con la speranza di ottenere qualche cosa, almeno di verderLa e di accelerare le pratiche. Invece nulla. Né di vederLa, né trasportarLa a Vittorio Veneto, né tenerLa in Seminario, né assicurazioni di affrettare. Nulla, insomma. Ieri sera invece attraverso il comando di Vittorio sembrano disposti molto più benevolmente. Non disarmo però. Continuerò a pregare e a lavorare. Assicuri tutti gli altri. A Lei e agli altri la mia partecipazione sincera e la mia benedizione cordiale. E Iddio voglia presto intervenire. Frattanto sursum corda.
Con fraterno affetto e d’augurio. Giuseppe, Vescovo <126”
E una settimana dopo, il 23 settembre, don Giacobbe Nespolo porta al vescovo una lettera dal carcere, scritta da monsignor Visintin che esterna non poca preoccupazione: “Se entro il 25 settembre non giungeranno notizie degli ufficiali ferrovieri tedeschi rapiti, vi sarà qualche cosa di grave per i sacerdoti e per gli ostaggi chiusi nelle prigioni di Sacile <127.” Assieme allo scritto del prelato di Oderzo gli giunge anche voce della liberazione degli ingegneri tedeschi, a cui non è seguita la scarcerazione dei prigionieri italiani.
Zaffonato immediatamente scrive al comandante del Presidio Militare di Sacile, il maggiore Rober, offrendo se stesso come ostaggio al posto dei detenuti:
“Non vi nascondo la mia acuta amarezza nel vedere che i dieci sacerdoti di Oderzo sono ancora trattenuti costì. Dieci giorni sono un nulla per chi lavora; sono eterni per chi è detenuto e per le famiglie che attendono. E la sofferenza diventa agonia perché nulla si sa da parte nostra e nulla si sa da parte Vs. Si diceva che per la liberazione degli ostaggi dovevano essere restituiti i quattro soldati germanici; mi consta positivamente che questi sono stati rilasciati, ma i miei infelici sacerdoti e laici sono ancora trattenuti. Signor Maggiore, pensavate che fossero colpevoli? Ma allora si interroghino. Volevate incutere spavento sulle popolazioni? L’effetto è più che ottenuto. Chiedevate ostaggi che pagassero nel caso di attentati contro soldati germanici? Basta questo, sig. Maggiore; ora vengo io. Domani e postdomani ho due impegni di ministero pastorale, ma martedì sono a Vostra completa disposizione. Fissatemi l’ora in cui dovrò presentarmi e sarò puntualissimo. Ve ne do parola d’onore. Voi però mettete subito in libertà quei poveri sacerdoti e civili. Là vi sono dei vecchi che non possono sopportare per molti giorni tale martirio morale. Ve ne prego e supplico come una mamma per un suo figliolo.
Attendo risposta e presento distinti ossequi.
f.to Giuseppe Zaffonato Vescovo <128”
Il vescovo non si limita a scrivere. Visita due volte i prigionieri e non perde occasione per tentare di convincere il comandante delle S.S. a liberarli, tornando tuttavia a Vittorio Veneto con le pive nel sacco, come ricorda Abramo Floriani:
“Verso la metà della prigionia sacilese il Vescovo di Vittorio Veneto, Mons. Giuseppe Zaffonato, si portò per la seconda volta a Sacile per confortare gli ostaggi e in modo particolare i suoi sacerdoti. La prima volta era stato accolto male dal Maggiore tedesco tanto che licenziandosi il Vescovo gli aveva detto: “Continuate pure così e scriverete un’altra pagina poco gloriosa della vostra storia”. <129”
Non da meno è stato l’operato del vescovo di Concordia Vittorio D’Alessi, impegnato su due fronti: il pordenonese, incorporato nell’Adriatische Kunstenland, comandato dai tedeschi, e il portogruarese, che era Repubblica Sociale Italiana.
Dal 18 maggio 1944, giorno della sua consacrazione episcopale, per difendere la popolazione, anche lui come Zaffonato, incontra in segreto i capi partigiani e ufficialmente i comandi delle S.S.; aiuta nel salvataggio degli ebrei in fuga il suo segretario, don Angelo Dalla Torre; si prodiga per sostenere gli sfollati. A guerra finita, spedendo ai parroci della sua diocesi un questionario sui fatti accaduti durante il periodo bellico e invitandoli a redigere delle cronache precise sugli episodi salienti, ha fornito un buon contributo storico, lasciando preziose pagine scritte utilissime alla ricerca sulla resistenza nel Veneto orientale e nella bassa friulana <130.
Strasiotto nel suo articolo attribuisce il merito della liberazione degli ostaggi, avvenuta il 27 settembre 1944, anche al cardinale Adeodato Piazza, patriarca di Venezia <131.
Un diario che parla di resistenza
La morte percorre l’intero diario del francescano, e non solo quella che – come spada di Damocle – pende sulla testa dei prigionieri che ogni giorno attendono trepidanti nuovi esiti sulla loro sorte. C’è anche la morte reale, che continua a scavare nel cuore solchi di dolore e a cui, nonostante la guerra, non ci si abitua. Il frate cita la scomparsa di due giovani patrioti e assiste alla fucilazione di altri partigiani di cui ignora le generalità; di uno parla proprio in apertura di diario, dell’altro tre giorni dopo la sua reclusione. Le prime righe del suo scritto sono dedicate a Giovanni Girardini <132, la cui impiccagione turba il religioso. Ventenne laureando in medicina all’università di Padova e carismatico antifascista che fa proseliti a Motta e dintorni, Giovanni appartiene a una delle poche famiglie benestanti del paese. Figlio dell’avvocato Aurelio Girardini e di Lina Silvia Marenzi, possidente toscana di Spoleto, il giovane manifesta fin dall’infanzia un’acuta intelligenza, superiore alla media. Frequenta le scuole elementari in paese, spesso affiancato dalla maestra Scapin per delle lezioni pomeridiane individuali; porta a termine il ginnasio dai Padri Giuseppini di San Leonardo Murialdo presso il collegio Brandolini Rota di Oderzo; frequenta il liceo classico nell’Istituto Canova di Treviso e lo termina in anticipo, a soli sedici anni. Un Decreto Regio gli permette di iscriversi anzitempo alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’università di Padova. Tuttavia durante il terzo anno di studi – è il febbraio del 1941, mentre il secondo conflitto mondiale è già in atto – decide di partire volontario per la Scuola Centrale Militare di Alpinismo ad Aosta. Da marzo a giugno svolge il corso d’addestramento AUC nel 2° battaglione, 4^ compagnia, comandata dal tenente Carlo Sacchi. Amante della montagna, si compiace nello scalare le vette di Courmayeur e dintorni. Dopo quattro mesi è inquadrato nel 7° reggimento Alpini Aosta, 2° battaglione Universitario. Il furiere Nilo Pes scriverà: “Dei nostri, i veri volontari (la loro classe non era ancora sotto le armi) furono i 25 del ’22. Di questi, 13 caddero <133.” Giovanni ottiene i gradi di sergente ma, provato dall’addestramento, si ammala. Viene allora assegnato, viste le sue competenze mediche, al servizio sanitario ad Alessandria e in seguito ad altri ospedali militari. Infine, dopo un ulteriore ricovero, è collocato in congedo nell’agosto del 1941. Riprende gli studi, giunge brillantemente al quinto anno di Medicina, lavora alla tesi di laurea, ma abbandona nuovamente l’iter scolastico per costituire, dopo l’Armistizio dell’ 8 settembre 1943, assieme ad alcuni amici e conoscenti (Piero Sanchetti, Ugo Rusalen, Raoul Rainato) un nucleo partigiano operante a Motta di Livenza e dintorni. Muove i primi passi all’interno del movimento resistenziale stabilendo frequenti contatti col professore Teodolfo “Toto” Tessari, antifascista trevigiano di fede repubblicana. Soprattutto, vista la sua formazione militare, intesse rapporti con vari ufficiali dell’esercito che si oppongono alla dittatura nazifascista: il Maggiore Francesco Genco, il Tenente di vascello Carlo Tommasini (zona di Caorle), il Colonnello Tirabassi, il Tenente Colonnello Vicarini, il Maggiore Urbano Pizzinato, il Generale Nasi (comandante della Resistenza in Cansiglio) e il Capitano Ennio Caporizzi. Viaggia spesso tra Motta e il Cansiglio, organizza riunioni clandestine nei paesi vicini (Annone, Meduna di Livenza, Gorgo al Monticano, Chiarano, Cessalto, Salgareda, Ponte di Piave) alla ricerca di nuove forze combattenti. Tiene contatti con la Divisione Osoppo e con le sfere politiche della città di Padova. Mantiene vive le relazioni anche col CLN provinciale. Piero Sanchetti di lui afferma: “…fu l’anima e l’indiscusso capo spirituale del tutto: i suoi ragazzi – specie la squadra di S. Giovanni – avevano una vera venerazione per lui. (…) Alcuni dei suoi partigiani hanno dichiarato che Girardini si preoccupava molto e ne chiedeva loro continuamente circa l’opinione, la stima, l’umore della popolazione, mirando egli ad acquistare le simpatie di ogni strato del popolo allo scopo di interessare gli animi di coloro che ancora si onoravano di chiamarsi italiani <134.” Organizza l’assalto alla Confederazione fascista dei Lavoratori dell’Industria. Coi suoi patrioti, affiancando i partigiani comunisti capitanati da Toni Furlan, opera sabotaggi alle linee ferroviarie, disarmi, il recupero di biciclette, allora mezzo di trasporto importantissimo, e incendi alle case del Fascio. Fa prigionieri alcuni fascisti, utili per trattare la liberazione di partigiani reclusi, e stabilisce le modalità per ricevere dagli aerei alleati lanci di armi e munizioni, necessarie per gli scontri finali che avrebbero portato alla vittoria finale. Nella prima settimana di settembre del 1944 viene arrestato (la data della cattura, stando ai documenti, presenta lievi incongruenze <135) mentre si reca a Cessalto con la sorella Livia (Biba) per riportare a una famiglia fascista degli oggetti sequestrati dai partigiani, onde evitare ritorsioni sulla popolazione. Condotti nelle carceri di Oderzo, Livia verrà rilasciata dopo qualche giorno, lui invece trattenuto: i nazifascisti lo identificano e sono consapevoli d’aver catturato un dirigente della Resistenza. Si susseguono vari tentativi di liberazione da parte dei battaglioni partigiani della zona. Intervengono anche i familiari che scomodano tutte le loro conoscenze fatte di personaggi altolocati, del clero che conta, persino d’un comandante delle S.S. di Ceggia, Robert Kettner <136. Ma tutto questo serve a poco. Il ferimento d’un ufficiale tedesco e la morte della sua interprete per un agguato mosso dai Cacciatori della Pianura, brigata garibaldina operante tra Oderzo e Conegliano, proprio nel momento in cui c’era da usare la massima cautela vista la presenza d’un capo partigiano in prigione, scatena la rappresaglia tedesca e fascista. Il 12 settembre Giovanni Girardini viene prelevato assieme a Bruno Tonello, partigiano di Crocetta del Montello con cui condivideva il carcere, portato sul posto dell’imboscata che è a Camino, frazione opitergina. Entrambi vengono impiccati ai pali della luce sebbene totalmente estranei al fatto. Anche loro diventano un risultato del calcolo tedesco e un monito per chi li vedrà col collo spezzato a non rimettere mano alle armi. Sotto i piedi penzolanti di Giovanni piantano un tabellone che riporta questa scritta: “Siamo appesi quì perché quì fu sparato su soldati tedeschi”.. Tuttavia
uno sbaglio di grammatica madornale, cioè mettere l’accento sull’avverbio di luogo “qui”, rivela a tutti, come scriverà Sanchetti nella sua cronaca “Il Figliolo perduto”, “che chi giunge al punto di non commette più errori di ignoranza, giunge anche a quello di non commetterne più di umanità <137.”
Girardini sarà insignito della medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: “Studente universitario, animato da giovanile ardore, fu simbolo di lotta partigiana nel Veneto oppresso dalla tracotanza e dalla barbarie nemica. Organizzatore ed animatore di una agguerrita squadra di guastatori partecipava, alla testa dei suoi partigiani, a numerosissime pericolose azioni di sabotaggio e di guerriglia distinguendosi per eccezionale coraggio e sprezzo del pericolo e causando gravi danni al movimento ferro-stradale nemico. Caduto in un’imboscata mente con due staffette, di cui una era la propria sorella, si recava a compiere una ricognizione, veniva catturato nel generoso tentativo di salvare la sorella caduta nelle mani del nemico. Sottoposto a torture manteneva il più fiero contegno mai rinnegando la propria fede, mai rivelando i nomi dei compagni di lotta e sempre opponendo deciso ed orgoglioso rifiuto a lusinghe e a promesse di riavere la perduta libertà. Condannato a morte affrontava con serenità il capestro additando alla gioventù combattente per la libertà, la via del dovere e del sacrificio <138.”
La sua scomparsa dà vita alla XVI brigata della IV divisione Osoppo, operante nella zona di Salgareda e Campodipietra, la brigata “Girardini” appunto, unica brigata osovana presente in Veneto. Nel giugno del 1947 l’università di Padova gli conferirà la laurea “ad honorem” alla memoria in Medicina e Chirurgia.
[NOTE]
124 A. Floriani La Diocesi, cit. p.78.
125 Alcune lettere del vescovo Giuseppe Zaffonato, conservate nell’Archivio Diocesano di Vittorio Veneto, sono riportate integralmente in A. Floriani La Diocesi, cit. Altre lettere riguardanti il fatto sono conservate nell’Archivio Parrocchiale del Duomo di Oderzo e riportate integralmente in O. Drusian Il ‘Vescovo’, cit.
126 O. Drusian Il ‘Vescovo’ cit. p.176
127 A. Floriani. La Diocesi, cit. p.190
128 A. Floriani. Ibidem
129 A. Floriani La Diocesi, cit. p.190
130 IFSML Udine. Fondo libri storici parrocchiali. b.2 fasc. 31: il periodo bellico nelle risposte dei parroci.
131 G. Strasiotto, I quattro. cit.
132 Informazioni su G. Girardini tratte da AAG. Giovanni Girardini Patriota. (Archivio Davide Drusian).
133 Nilo Pes, Ragazzi di Aosta 1941. p.18.
134 ISTRESCO Treviso. Fondo Cappellaro b. 131. Memoria dettata da Piero Sanchetti alla moglie e da lei scritta a mano.
135 AAG. Giovanni Girardini Patriota (Archivio Davide Drusian). Piero Sanchetti afferma che Girardini è stato catturato l’8 settembre. La sorella, Biba Girardini, invece il 5 settembre.
136 E. Bucciol, Incontri. Ed. Canova, 1996, pp. 44-45.
137 P. Sanchetti, Il figliolo, cit.
138 Le medaglie d’oro al valor militare. Vol II 1942-1959. Roma 1965. p. 541.
Davide Drusian, Il diario di fra Benvenuto Grava e altre testimonianze inedite sull’occupazione nazifascista a Motta di Livenza (TV), Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2021-2022Girardini Giovanni – Di Motta di Livenza (Treviso); iscritto al 5° anno di Medicina e Chirurgia; Partigiano combattente e comandante di Compagnia del Battaglione “Livenza” (nel dicembre ‘45 trasformatosi nella Brigata “Furlan”) di cui fu uno dei fondatori, già volontario nel 7° Reggimento Alpini.
n. 13 agosto 1922 – m. 12 settembre 1944
Luogo della morte: Camino di Oderzo – «[…] Il 6 settembre 1944 cadde in un agguato, ma combattendo eroicamente riuscì a sottrarvisi. Saputo che la sorella, pure lei partigiana, era stata catturata dai tedeschi, affrontò nuovamente il nemico nel tentativo di liberarla e fu fatto prigioniero. Portato in carcere e torturato mai rivelò i nomi dei compagni di lotta, pur sapendo che anche il padre era stato imprigionato. Il 12 settembre 1944 fu impiccato dai tedeschi nei pressi di Camino di Oderzo» <324.
Riconoscimenti militari: 1 medaglia d’oro al v.m.
Riconoscimenti dell’Università: Laurea h.c. 11 giugno 1947.
324 Università degli Studi di Padova, Celebrazione del XX° anniversario della Resistenza universitaria alla presenza del Presidente della Repubblica (Aula Magna 8 Febbraio 1964), p. 50.
Giacomo Graziuso, Gioventù e Università italiana tra fascismo e Resistenza: l’attribuzione delle lauree Honoris Causa nell’Archivio del Novecento dell’Università di Padova (1926-1956), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2013-2014#12 #1944 #BenvenutoGrava #BrunoTonello #Cansiglio #CaorleVE_ #cattolici #comunisti #CrocettaDelMontelloTV_ #DavideDrusian #diario #fascisti #fra #Friuli #GiacomoGraziuso #GiovanniGirardini #GiuseppeZaffonato #impiccagione #laurea #medicina #MottaDiLivenzaTV_ #Osoppo #partigiani #Pordenone #provincia #Sacile #settembre #tedeschi #ToniFurlan #Treviso #Veneto #Venezia #vescovo #VittorioVenetoTV_
-
L’orgoglio di essere e sentirsi chiamare ribelli
L’8 settembre 1943, scrive Santo Peli, venne diffuso per radio il testo dell’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile, in base al quale lo Stato italiano dichiarò formalmente di non essere più in guerra con gli anglo-americani.
La dissoluzione dello Stato fascista, con il venir meno di riferimenti non solo istituzionali, ma anche ideologici con l’onnipresenza del regime, determinò un vuoto, una sconvolgente perdita di punti di riferimento <18. Il venir meno della presenza statale, afferma Pavone, poteva essere avvertita come un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà. Prima ancora poteva essere immediatamente vissuto come eccezionale momento di armonia in una comunità sciolta dai vincoli del potere. Lo stesso autore riporta una testimonianza lasciata da un colonnello inglese che descrisse questa esperienza: «Quando un villaggio sta per settimane in terra di nessuno, fra le nostre linee e quelle nemiche, la gente non ruba e non si ammazza, ma s’aiuta l’un con l’altro in modo incredibile. Tutto ciò è assurdo e meraviglioso. Arriviamo noi e mettiamo su gli indispensabili uffici e servizi dell’AMG (Allied Force Headquarters) e gli italiani subito si dividono, si bisticciano, si azzuffano per sciocchezze, si denunziano fra loro. La concordia di prima si disfa in faide e vendette di ogni tipo. Davvero incredibile» <19.
Questa è la situazione che riporta Pavone durante i quarantacinque giorni di totale confusione dopo l’armistizio, affermando che però, tale situazione non era ancora definibile come prima fase resistenziale <20. Battaglia, come già detto, protagonista attivo di questo periodo storico, sostiene che è difficile individuare un momento preciso della nascita della resistenza armata. In una situazione che versava completamente nel caos, emersero le prime formazioni di nuclei partigiani, ma si trattava solo di primi focolai di Resistenza, formati da gruppi di sbandati e da reparti militari in disfacimento <21. Tuttavia nel momento in cui le truppe tedesche cominciarono a formalizzare la loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica sociale, quando cioè il vuoto istituzionale fu in qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere, dichiara Pavone, divenne più dura e drammatica: per la prima volta nella storia dell’Italia unita gli italiani vissero in varie forme un’esperienza di disobbedienza di massa. Il fatto era di particolare rilevanza educativa per la generazione che nella scuola elementare aveva dovuto imparare a memoria queste parole del libro unico di Stato: «Quale deve essere la prima virtù di un balilla? L’obbedienza! E la seconda? L’obbedienza! E la terza? L’obbedienza!» . Il significato primo di libertà che assunse la scelta <22 resistenziale era implicito nel suo essere un atto di disobbedienza verso chi aveva la forza di farsi obbedire. A tal proposito Battaglia scrive che il primo periodo della vita partigiana sarebbe stato caratterizzato da questo senso gioioso di fare da sé, di avere finalmente rotto ogni vincolo con la vita civile del regime fascista che tante amarezze e dolori aveva dato: si trattava dell’orgoglio di essere e sentirsi chiamare ribelli <23.
Peli afferma che nella società italiana la vita dei partiti politici era cessata con l’instaurarsi del regime fascista. Con il parziale ritorno alla libertà, nell’agosto del 1943, sono circa 3.000 i militanti comunisti rilasciati dalle carceri e dal confino. L’organizzazione comunista, di fatto l’unica già esistente, basata su quadri e disciplina lungamente sperimentati, fu la più tempestiva nel cogliere le nuove opportunità; già dal ’42 infatti riprese una nuova edizione clandestina del quotidiano comunista «l’Unità». Anche per quanto riguarda gli scioperi del marzo ’43, il Pci si mostrò il partito più preparato a dirigere le masse operaie. La Democrazia cristiana, partito destinato a diventare, assieme al Pci, uno dei due grandi partiti di massa del dopoguerra, conobbe tra il ’42 e il ’43 una lunga fase di gestazione, praticamente assente nelle agitazioni di marzo su citate. La storia del gruppo dirigente <24 della Dc, a giudizio dell’illustre politologo Giorgio Galli, tra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ’45 è la storia di un gruppo dirigente la cui linea generale fu di attendere la completa liberazione del territorio nazionale da parte degli eserciti
anglo-americani, dedicandosi all’organizzazione di un partito che trova nelle parrocchie e nell’Azione cattolica i suoi principali punti di riferimento organizzativi <25. Dello stesso giudizio è anche Magister, il quale afferma che l’adesione alla Dc di militanti della lotta di liberazione sarebbe stato un fenomeno diffuso, ma sarebbe restata sempre una scelta estranea a qualsiasi linea della Chiesa e del partito. Infatti, all’indomani dell’8 settembre, le varie organizzazioni cattoliche tennero a Roma un vertice. La riunione si chiuse con un nulla di fatto: alla tesi di un’immediata adesione alla lotta partigiana sostenuta dai cattolici comunisti, la Dc contrappose la parole d’ordine dell’attesismo, nella previsione di un intervento rapido e decisivo degli eserciti alleati <26.
Il 9 settembre 1943, il Comitato nazionale delle opposizioni assunse la denominazione di Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) e lanciò un appello per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le competeva nel consesso delle nazioni libere e democratiche <27.
Peli sottolinea che l’inverno ’43 fu ancora la stagione del dubbio, ma la Resistenza già nell’estate del ’44 avrebbe conquistato consistenza, coesione e notevole capacità operativa. Le tappe fondamentali di questo consolidamento furono costituite dalla “svolta di Salerno”, nell’aprile ’44, e dalla costituzione del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (Cvl), un paio di mesi dopo. La svolta di Salerno ebbe un’importanza vitale per il percorso della Resistenza. Ma, come scrive lo stesso Battaglia, prima ancora dell’azione che avrebbe svolto Togliatti, si realizzò un’altra attività, meno clamorosa, volta a superare le posizioni di intransigentismo ideologico promossi dal Congresso di Bari del Cln: l’opera di conciliazione e di mediazione di Benedetto Croce, coadiuvato da Enrico De Nicola. Come il giurista spiegò al filosofo, non ci sarebbe stato bisogno di un’abdicazione effettiva, ma sarebbe bastato che il re
delegasse i suoi poteri a un luogotenente e in tal modo egli sarebbe sparito dalla scena appagando l’ira “giacobina” del Cln <28. Anche Peli giudica la “svolta di Salerno”, ovvero la decisione del leader del Partito comunista Palmiro Togliatti di proclamare irrealistica la pregiudiziale antimonarchica che aveva congelato in uno sterile muro contro muro il governo del Sud e il Cln, un momento decisivo. Secondo Togliatti, era ormai indispensabile varare un governo di unità nazionale, inserendo i partiti politici antifascisti in un governo che si sarebbe impegnato a fondo nella lotta di liberazione, garantendo per il dopoguerra il diritto popolare a scegliere tra monarchia e repubblica. Peli pone l’accento su questo cambio di rotta improvviso, dovuto al prolungato soggiorno di Togliatti in Unione Sovietica e soprattutto al suo incontro, pochi giorni prima del rientro in Italia, con Stalin <29, che gli avrebbe suggerito di assumere questa nuova linea politica. Ma Peli non è l’unico ad avanzare una tesi del genere: anche lo storico Massimo Legnani, in «Resistenza e repubblica. Un dibattito ininterrotto», afferma che Togliatti assecondò la politica estera sovietica, che come vedremo al prossimo capitolo, aveva già dato per scontato l’inserimento dell’Italia nella sfera d’influenza anglo-americana. Un atteggiamento moderato da parte dell’Urss che di fatto tese a giustificare il suo futuro progetto politico nell’Europa orientale e balcanica. Oltre agli interessi della politica <30 estera sovietica però, esisteva anche l’interesse da parte di Palmiro Togliatti per il progetto politico da proporre al suo partito una volta rientrato in Italia, il quale, come scrive Alexander Höbel, era in porto già da diversi anni <31. Infatti al suo rientro, Togliatti affermò che la priorità sarebbe stata quella di liberarsi dai nazi-fascisti, unendo dunque tutte le forze antifasciste e “nazionali”. Poi precisò che l’obiettivo dei comunisti era quello di costruire un “regime democratico e progressivo”, una “nuova democrazia” che avrebbe sradicato il Paese dal fascismo e gli avrebbe dato una nuova Costituzione <32.
I partiti antifascisti compresero l’importanza di questa “svolta” e di fatto l’accettarono. Dinanzi ad atteggiamenti diffidenti di alcuni partiti politici, Togliatti intervenne impostando la questione in questo modo: «Nessuna libertà potrà essere garantita al popolo italiano fino a che i nazisti non saranno cacciati dal territorio nazionale. Bisogna quindi intensificare lo sforzo di guerra per liberare il paese. Costituiamo dunque un governo di unità nazionale e in tal modo faremo fare anche un passo notevole alla situazione» <33. Il leader del Pci dimostrò che bisognava uscire da una situazione caratterizzata dall’esistenza da una parte, di un governo investito del potere ma privo di autorità perché privo dell’adesione dei partiti di massa, dall’altra parte di un movimento di massa autorevole, quale il Cln, ma escluso dal potere. Di conseguenza, era di fondamentale importanza varare un governo di unità nazionale. Secchia mette in evidenza come l’iniziativa di Togliatti “scoppiò come una bomba” suscitando negli altri partiti della giunta e del Cln vivaci discussioni, ma i più non poterono disconoscerne il realismo; ne accettarono l’impostazione e comunque ne subirono l’influenza <34.
Tra l’autunno del ’43 e la primavera del ’44, scrive Peli, le formazioni partigiane dell’Italia centrale risultarono incapaci di coinvolgere le masse popolari nella guerra di liberazione, come stava invece avvenendo al Nord: la liberazione di Roma fu opera degli Alleati. Unica eccezione risultano le “Quattro giornate di Napoli”: un’insurrezione spontanea, frutto dell’esasperazione popolare, che portò alla liberazione della città prima dell’arrivo delle truppe anglo-americane. Per la prima volta i “lazzari si schierarono dalla “parte giusta” comprendendo dove stava la barbarie e dove la civiltà <35. Mentre la mancata difesa di Roma rappresenta, a giudizio di molti storici, uno dei limiti della Resistenza. Peli riconduce questo fallimento a più cause: debolezza e divisione interne del Cln romano, mancanza di una classe operaia e atteggiamenti favorevoli al compromesso sostenuti anche dal Vaticano <36. Proprio il Vaticano, per Battaglia, è l’attore principale della mancata insurrezione di Roma <37. Della stessa opinione è Pietro Secchia, sostenendo che le principali cause della mancata insurrezione della capitale sarebbero da ricondurre al prevalere nella città delle correnti moderate ed attesiste contrarie praticamente all’intervento delle masse nella lotta e soprattutto contrarie all’insurrezione. Vaticano, monarchia, Stato maggiore, alta burocrazia: le forze che secondo lo storico comunista avevano collaborato al 25 luglio e che disponevano nella capitale di importanti posizioni sociali e politiche, di larghi mezzi finanziari e di una salda base organizzativa e logistica. Tra tutte questi componenti un’azione di gran peso sarebbe stata svolta dal Vaticano che non risparmiò gli sforzi per impedire che la resistenza contro le forze di occupazione sfociasse nell’insurrezione. Il pontefice in persona, Papa Pio XII, aveva pubblicamente espresso il suo pensiero, parlando il 12 marzo ad una grande folla che gremiva piazza San Pietro: «Come potremmo noi credere che alcuno possa mai tramutare Roma, che appartiene a tutti i tempi ed a tutti i popoli, ed alla quale il mondo cristiano e civile tiene fisso e trepido lo sguardo, di tramutarla in un campo di battaglia, in un teatro di guerra, perpetrando così un atto militarmente inglorioso quanto abominevole agli occhi di Dio e di una umanità cosciente dei più alti e intangibili valori spirituali e morali?» <38. La folla reagì accogliendo le frasi del pontefice e gridando “viva la pace, fuori i tedeschi”. <39
[NOTE]
18 Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Torino, 2015 (I ed. 2006), pp.14-15.
19 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, 1991, p.23.
20 Ivi, pp.24-25.
21 Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, 1964 (I ed. 1953), pp.134-137.
22 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, 1991, pp.27-30.
23 Roberto Battaglia, op. cit., pp.188-189.
24 Santo Peli, op. cit., p.39
25 Giorgio Galli, Storia della Democrazia cristiana, Bari, 1978, p.38.
26 Sandro Magister, La politica vaticana e l’Italia 1943-1978, Roma, 1979, p.37.
27 Santo Peli, op. cit., pp.37-42.
28 Roberto Battaglia, op. cit., pp.250-253.
29 Santo Peli, op. cit., pp.79-83.
30 Massimo Legnani, Repubblica e Resistenza. Un dibattito ininterrotto, in Italia Contemporanea, dicembre 1988, n.213, pp.819-823.
31 Alexander Höbel, La democrazia progressiva nell’elaborazione del Pci. Un’anticaglia?, in Historia Magistra, giugno 2013, n.18, pp.1-13.
32 Ibidem.
33 Pietro Secchia, op. cit., p.395.
34 Ivi, pp.396-397.
35 Ivi, p.256.
36 Santo Peli, op. cit., pp.57-59.
37 Roberto Battaglia, op. cit., pp.234-236.
38 Pietro Secchia, op. cit., pp.434-438.
39 Ibidem.
Marco Cerotto, Il ruolo del Pci dalla Resistenza alla Costituzione repubblicana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2016-2017#1943 #1944 #angloAmericani #antifascisti #cattolici #CLN #comunista #CVL #DC #fascisti #guerra #MarcoCerotto #PalmiroTogliatti #partigiani #partiti #ribelli #Salerno #settembre #sovietici #svolta #tedeschi #Vaticano
-
La pena di morte, prevista tramite impiccagione, è stata abolita nel 1967 da Paolo VI ma rimaneva come previsione legittima nel testo del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il 22 febbraio 2001, il Vaticano ha abolito la pena di morte dal testo della Legge Fondamentale.
E poi però i sicari sono i medici italiani.
#papaBergoglio #vaticano #aborto #sicari #assassine #igv #cattolici #ipocrisia #penaDiMorte
-
La pena di morte, prevista tramite impiccagione, è stata abolita nel 1967 da Paolo VI ma rimaneva come previsione legittima nel testo del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il 22 febbraio 2001, il Vaticano ha abolito la pena di morte dal testo della Legge Fondamentale.
E poi però i sicari sono i medici italiani.
#papaBergoglio #vaticano #aborto #sicari #assassine #igv #cattolici #ipocrisia #penaDiMorte
-
La pena di morte, prevista tramite impiccagione, è stata abolita nel 1967 da Paolo VI ma rimaneva come previsione legittima nel testo del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il 22 febbraio 2001, il Vaticano ha abolito la pena di morte dal testo della Legge Fondamentale.
E poi però i sicari sono i medici italiani.
#papaBergoglio #vaticano #aborto #sicari #assassine #igv #cattolici #ipocrisia #penaDiMorte
-
La pena di morte, prevista tramite impiccagione, è stata abolita nel 1967 da Paolo VI ma rimaneva come previsione legittima nel testo del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il 22 febbraio 2001, il Vaticano ha abolito la pena di morte dal testo della Legge Fondamentale.
E poi però i sicari sono i medici italiani.
#papaBergoglio #vaticano #aborto #sicari #assassine #igv #cattolici #ipocrisia #penaDiMorte
-
La pena di morte, prevista tramite impiccagione, è stata abolita nel 1967 da Paolo VI ma rimaneva come previsione legittima nel testo del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il 22 febbraio 2001, il Vaticano ha abolito la pena di morte dal testo della Legge Fondamentale.
E poi però i sicari sono i medici italiani.
#papaBergoglio #vaticano #aborto #sicari #assassine #igv #cattolici #ipocrisia #penaDiMorte
-
I cattolici: "Dovete rispettare la nostra religione!"
Il capo dei cattolici: "I medici che praticano l'IGV sono dei sicari"
Il rispetto, secondo il cattolicesimo.
-
I cattolici: "Dovete rispettare la nostra religione!"
Il capo dei cattolici: "I medici che praticano l'IGV sono dei sicari"
Il rispetto, secondo il cattolicesimo.