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#ebrei — Public Fediverse posts

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  1. CONVERSAZIONE SETTIMANALE

    da Radio Radicale*

    Puntata di “Conversazione settimanale con Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale” di domenica 3 maggio 2026 condotta da Michele Lembo che in questa puntata ha ospitato Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito).

    Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Autofinanziamento, Bologna, Carcere, Carlo Iii, Cattolicesimo, Chiesa, Cina, Comunismo, Corte Suprema Americana, Costituzione, De Felice, Democrazia, Di Pietro, Diffamazione, Diritti Civili, Diritti Sociali, Diritto, Ebrei, Esteri, Fascismo, Gaza, Giornalisti, Giustizia, Gran Bretagna, Grazia, Guerra, Hamas, Il Fatto, Informazione, Ior, Iran, Iscrizioni, Istituzioni, Liberalismo, Mafia, Magistratura, Massoneria, Mattarella, Minetti, Ministeri, Mussolini, Nordio, Ordini Professionali, Ovest, P2, Palestina, Pannella, Parlamento, Partito Radicale Nonviolento, Polemiche, Politica, Ppe, Presidenza Della Repubblica, Rsi, Salo’, Sofri, Stampa, Stato, Stazione Di Bologna, Storia, Stragi, Totalitarismo, Trump, Unione Europea, Usa, Vaticano, Wto.

    La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 59 minuti.

    *clicca per ascoltare

    #ANTISEMITISMO #Autofinanziamento #BOLOGNA #carcere #CarloIii #Cattolicesimo #Chiesa #CINA #Comunismo #CorteSupremaAmericana #Costituzione #DeFelice #democrazia #DiPietro #Diffamazione #DirittiCivili #DirittiSociali #DIRITTO #Ebrei #Esteri #FASCISMO #Gaza #Giornalisti #GIUSTIZIA #GranBretagna #Grazia #GUERRA #Hamas #IlFatto #informazione #Ior #iran #Iscrizioni #Istituzioni #LIBERALISMO #MAFIA #MAGISTRATURA #Massoneria #Mattarella #Minetti #Ministeri #Mussolini #Nordio #OrdiniProfessionali #Ovest #P2 #Palestina #Pannella #parlamento #PartitoRadicaleNonviolento #Polemiche #politica #Ppe #PresidenzaDellaRepubblica #Rsi #Salo #SOFRI #Stampa #Stato #StazioneDiBologna #STORIA #STRAGI #Totalitarismo #TRUMP #UnioneEuropea #USA #VATICANO #Wto
  2. CONVERSAZIONE SETTIMANALE

    da Radio Radicale*

    Puntata di “Conversazione settimanale con Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale” di domenica 3 maggio 2026 condotta da Michele Lembo che in questa puntata ha ospitato Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito).

    Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Autofinanziamento, Bologna, Carcere, Carlo Iii, Cattolicesimo, Chiesa, Cina, Comunismo, Corte Suprema Americana, Costituzione, De Felice, Democrazia, Di Pietro, Diffamazione, Diritti Civili, Diritti Sociali, Diritto, Ebrei, Esteri, Fascismo, Gaza, Giornalisti, Giustizia, Gran Bretagna, Grazia, Guerra, Hamas, Il Fatto, Informazione, Ior, Iran, Iscrizioni, Istituzioni, Liberalismo, Mafia, Magistratura, Massoneria, Mattarella, Minetti, Ministeri, Mussolini, Nordio, Ordini Professionali, Ovest, P2, Palestina, Pannella, Parlamento, Partito Radicale Nonviolento, Polemiche, Politica, Ppe, Presidenza Della Repubblica, Rsi, Salo’, Sofri, Stampa, Stato, Stazione Di Bologna, Storia, Stragi, Totalitarismo, Trump, Unione Europea, Usa, Vaticano, Wto.

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    #ANTISEMITISMO #Autofinanziamento #BOLOGNA #carcere #CarloIii #Cattolicesimo #Chiesa #CINA #Comunismo #CorteSupremaAmericana #Costituzione #DeFelice #democrazia #DiPietro #Diffamazione #DirittiCivili #DirittiSociali #DIRITTO #Ebrei #Esteri #FASCISMO #Gaza #Giornalisti #GIUSTIZIA #GranBretagna #Grazia #GUERRA #Hamas #IlFatto #informazione #Ior #iran #Iscrizioni #Istituzioni #LIBERALISMO #MAFIA #MAGISTRATURA #Massoneria #Mattarella #Minetti #Ministeri #Mussolini #Nordio #OrdiniProfessionali #Ovest #P2 #Palestina #Pannella #parlamento #PartitoRadicaleNonviolento #Polemiche #politica #Ppe #PresidenzaDellaRepubblica #Rsi #Salo #SOFRI #Stampa #Stato #StazioneDiBologna #STORIA #STRAGI #Totalitarismo #TRUMP #UnioneEuropea #USA #VATICANO #Wto
  3. CONVERSAZIONE SETTIMANALE

    da Radio Radicale*

    Puntata di “Conversazione settimanale con Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale” di domenica 3 maggio 2026 condotta da Michele Lembo che in questa puntata ha ospitato Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito).

    Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Autofinanziamento, Bologna, Carcere, Carlo Iii, Cattolicesimo, Chiesa, Cina, Comunismo, Corte Suprema Americana, Costituzione, De Felice, Democrazia, Di Pietro, Diffamazione, Diritti Civili, Diritti Sociali, Diritto, Ebrei, Esteri, Fascismo, Gaza, Giornalisti, Giustizia, Gran Bretagna, Grazia, Guerra, Hamas, Il Fatto, Informazione, Ior, Iran, Iscrizioni, Istituzioni, Liberalismo, Mafia, Magistratura, Massoneria, Mattarella, Minetti, Ministeri, Mussolini, Nordio, Ordini Professionali, Ovest, P2, Palestina, Pannella, Parlamento, Partito Radicale Nonviolento, Polemiche, Politica, Ppe, Presidenza Della Repubblica, Rsi, Salo’, Sofri, Stampa, Stato, Stazione Di Bologna, Storia, Stragi, Totalitarismo, Trump, Unione Europea, Usa, Vaticano, Wto.

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  4. L’ideologia del «soli contro tutti» che alimenta il fanatismo: ilmanifesto.it/lideologia-del-

    Condivido questo articolo di Gad Lerner su il manifesto di oggi. Si può diffonderlo liberamente.

    L'articolo contiene anche qualche precisazione storica che è bene non dimenticare.

    #storia #memoria #antifascismo #ebrei #IlManifesto #GadLerner #ANPI

    @scuola
    @Puntopanto
    @RFancio
    @lindasartini
    @alephoto85
    @jenshansen
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  5. L’ideologia del «soli contro tutti» che alimenta il fanatismo: ilmanifesto.it/lideologia-del-

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  6. L’ideologia del «soli contro tutti» che alimenta il fanatismo: ilmanifesto.it/lideologia-del-

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  7. L’ideologia del «soli contro tutti» che alimenta il fanatismo: ilmanifesto.it/lideologia-del-

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  8. L’ideologia del «soli contro tutti» che alimenta il fanatismo: ilmanifesto.it/lideologia-del-

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  9. “OGNI UOMO A IMMAGINE DI DIO”

    Ogni uomo a immagine di Dio. Riflessioni sul principio di uguaglianza

    «Il volume rende omaggio alla Costituzione italiana, concentrandosi sul principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3. Esamina il tema da una prospettiva interdisciplinare e internazionale, analizzando le diverse declinazioni e implicazioni del principio. I saggi esplorano, in particolare, il legame tra uguaglianza e diversità, affrontando anche le sfide della contemporaneità. Si pone la domanda su quale sia il significato dell’uguaglianza oggi e come l’articolo 3 possa influenzare le scelte politiche, culturali, economiche e sociali del paese. Inoltre, vengono esplorati gli ostacoli da rimuovere e le risorse da sviluppare per garantire una piena validità del principio, sia formale che sostanziale. Il volume include anche una riflessione sulla cultura, l’etica, la storia e l’esperienza ebraica, sottolineando il contributo che gli ebrei hanno dato alle società in cui vivono.» dalla presentazione del libro su Amazon

    da Radio Radicale

    (clicca sull’immagine)

    La tutela della laicità dello Stato nel rispetto della pluralità religiosa

    Presentazione del libro “Ogni uomo a immagine di Dio”.
    Registrazione video del dibattito dal titolo “La tutela della laicità dello Stato nel rispetto della pluralità religiosa”, registrato a Roma martedì 31 marzo 2026 alle 17:30.
    Dibattito organizzato da Treccani e Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
    Sono intervenuti: Davide Jona Falco (assessore alla comunicazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Giancarlo Bosetti (giornalista), Giuliano Amato (presidente emerito della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana), Lucia Corso (docente di Filosofia del Diritto presso Università Kore Enna), Davide Jona Falco (consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Michael Ascoli (rabbino e ingegnere), Raffaella Di Castro (coordinatrice delle Attività Culturali del Centro Bibliografico dell’Unione delle Comunità Ebraiche), Saul Meghnagi (direttore scientifico dell’Associazione di Cultura Ebraica Hans Jonas).
    Tra gli argomenti discussi: Antisemitismo, Costituzione, Cultura, Ebraismo, Ebrei, Esteri, Etica, Filosofia, Gaza, Guerra, Istituzioni, Laicita’, Libro, Netanyahu, Palestina, Politica, Religione, Stato.

    La registrazione video di questo dibatto ha una durata di 1 ora e 41 minuti.

    #ANTISEMITISMO #Costituzione #CULTURA #ebraismo #EBRAISMOITALIANO #Ebrei #Esteri #ETICA #filosofia #Gaza #GUERRA #Istituzioni #Laicita #Libro #Netanyahu #Palestina #politica #RELIGIONE #Stato
  10. Anche uomini di una missione Oss fucilati dai nazisti al Cibeno

    La famiglia di Emanuele Carioni, originaria di Misano di Gera d’Adda in provincia di Bergamo, proprio a due passi da Caravaggio, abitava al “grande” mulino. Il padre di Emanuele e prima di lui il nonno e lo zio lo gestivano e ne curavano l’attività. Emanuele era il primogenito; dopo di lui c’erano due sorelle, Ersilia e Anna Caterina.
    […] Frequenta il Corso Allievi Ufficiali di complemento d’Artiglieria a Nocera Inferiore e con i gradi di Tenente viene inviato al Colle di Tenda e successivamente in Albania. Il suo temperamento gioviale, cordiale, fraterno con i suoi soldati non è molto ben accettato dai superiori, motivo che lo induce a chiedere di frequentare il corso di paracadutista. Segue il corso a Tarquinia, lo supera e presso la base di Decimomannu in Sardegna ottiene il suo primo incarico, interrotto dalla notizia dell’armistizio dell’8 settembre, il giorno della scelta.
    […] Un sacerdote riesce a procurare un aereo ad Emanuele e ai suoi amici, col quale riescono ad atterrare in Sicilia: da qui, non senza difficoltà, raggiungono Brindisi e poi su, verso il Nord. Il 28 dicembre dello stesso anno aderisce all’organizzazione americana OSS (Office of Strategic Service): qui conosce un pari grado americano, Louis Biagioni, che gli si lega di fraterna amicizia, che proseguirà anche dopo la morte di Emanuele, attraverso lettere e testimonianze alla sua famiglia. Nella primavera del ’44 gli viene affidata la missione “Emanuele”: è paracadutato sulle montagne orobiche, sopra San Giovanni Bianco, con l’ordine di raggiungere la zona di Barzio per collaborare con i partigiani. È
    il prologo della tragedia che si sta per compiere. Il lancio va male, la radio è persa e gli uomini costretti a nascondersi. Sono in tre: Emanuele Carioni, Piero Briacca e l’italo americano Louis Biagioni. Due sorelle, Rina e Luciana Villa, li ospitano nella loro casa; escono solo per andare in montagna dai partigiani e per le riunioni a cui partecipano, fra gli altri, Antonio Colombo, Franco Minonzio e Luigi Frigerio, che condivideranno il destino di Emanuele, fucilati anch’essi il 12 luglio. Una sera, con altri partigiani, chiedono rifugio a casa Villa due russi che, con credenziali persuasive sulla loro identità, si spacciano per prigionieri di guerra evasi; solo in seguito si scoprirà essere spie delle SS. Una mattina uno dei due accompagna Emanuele a Milano per conferire con l’organizzazione, ma lo conduce nelle mani dei tedeschi, che lo arrestano e lo portano a San Vittore. A Lecco sono arrestati anche gli altri.
    Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Uomini, nomi, memoria. Fossoli 12 luglio 1944, Edizioni APM, Carpi, 2004

    Sempre il 19 maggio 1944 <694 sarebbero stati presi anche Franco Minonzio e Luigi Frigerio. Minonzio, il giorno precedente, mentre era diretto all’Ospedale Militare di Lecco per visitare un conoscente, aveva incontrato per strada Sandro Turba, suo “vecchio amico”, il quale lo aveva pregato di aiutare lui, e di riflesso le Villa, ad accompagnare gli sbandati ospitati in casa loro “fino a Passata oppure a Vedezeta Morterone (Como) presso un certo Bellingardi” <695. Franco, per anni a capo delle guide alpinistiche della zona, aveva accondisceso ad offrire soccorso ma, giunto al fondo valle del monte Resegone, si era dovuto fermare perché “ammalato ad una gamba” <696. Aveva così chiesto al fratello Giuseppe, di ventitré anni, di procedere oltre ed era tornato a casa. Il giorno successivo, mentre si trovava sul posto di lavoro, “alle 18” <697 era stato catturato. Tra i capi d’accusa quello di un “movimento di somme constatate attraverso appunti e libretti” che egli, sotto interrogatorio, avrebbe giustificato come frutto dell’“amministrazione del Dopolavoro Antonio Badoni” <698 e come ricavato della vendita della sua quota di comproprietario della ditta Insubbia <699.
    Anche Antonio Fugazza era stato attirato nella rete. L’uomo, frequentando l’ufficio del genero Giovanni Zampieron, ubicato nella casa milanese della signora Maria Prestini, cugina delle Villa, aveva lì conosciuto i due paracadutisti Carioni e Biagioni. Alla richiesta di questi di un luogo sicuro dove occultare le armi, Fugazza aveva suggerito di sotterrarle nel giardino annesso alla sua casa di via Filippo Carcano (n.10). Presso tale abitazione, ai primi di maggio, si era così recato, come da accordi, Piero Briacca, il terzo membro della missione, per depositare nel terreno la valigia contenente “cinque rivoltelle con le munizioni per le stesse, due fucili vecchi smontati, senza munizioni e quattro
    baionette arrugginite” <700. Fugazza era stato poi scoperto a ospitare a casa sua una famiglia di ebrei. Sequestrati dagli agenti i documenti, anche gli armamenti erano stati rinvenuti nel giardino e l’uomo, di conseguenza, portato in carcere. Scriveva Luca Ostèria: “18 maggio 1944. Le SS di Bergamo (ten. Lang Fritz) procedettero a numerosi arresti nella zona di Lecco e di Milano, contro patrioti e persone appartenenti al Cln. Tale operazione fu aperta da due confidenti di nome Mirko e Boris. Tutto l’incartamento venne da me chiesto al capitano Saevecke. Fu possibile circoscrivere l’operazione evitando l’arresto di altre numerose persone tra le quali il noto Giulio Alonzi, Boeri Enzo e il col. Faila del centro mutilati di Milano. Delle 23 persone arrestate dalle SS di Bergamo ne vennero liberate 14″. <701.
    Immatricolati a San Vittore, gli amici Emanuele Carioni e Louis Biagioni erano stati assegnati a due celle di isolamento vicine, il primo alla n.88, il secondo alla n.95. Ciascuno cercava di scorgere dalle feritoie l’altro nel momento in cui veniva chiamato per gli interrogatori. Aperte un giorno le porte dei locali antistanti, Emanuele, visto Louis, gli aveva fatto scherzosamente il segno “che si andava a finire alla fucilazione” <702 e così i due amici si erano abbandonati a una lunga, liberatoria risata. Corrotta una guardia per mezzo di soldi, Carioni aveva poi trovato, nei successivi giorni, modo di ospitare, per qualche minuto, l’amico nella sua cella. Al momento dell’incontro Emanuele e Louis si erano abbracciati e avevano pianto “come bambini”, cercando, nel poco tempo a disposizione, di concordare una linea difensiva. Emanuele aveva messo Louis al corrente del fatto che, interrogato dal “dott. Ugo”, egli aveva ricevuto da questi rassicurazioni e lo stesso Louis, durante gli interrogatori, aveva avanzato con coraggio a Ostèria la richiesta di uscire dall’isolamento per essere messo in cella con l’amico, richiesta che dopo poco era stata soddisfatta: “Il tempo passava molto più presto per me e per lui. Io gli insegnavo canzoni americane e lui mi insegnava quelle italiane. Si trovava sempre qualche cosa da leggere e quando non si leggeva si raccontavano storie. Io gli parlavo della vita in America e lui dell’Italia. Gli chiedevo tante volte se sarebbe venuto in America e lui mi diceva che c’era troppo da fare in Italia. Tante volte mentre si mangiava a mezzogiorno si scoppiava a ridere e non [ci] si fermava fino a che le parti ci facevano male dal ridere. Emanuele l’avevano messo a lavorare come scopino e io a un altro mestiere che non ricordo. Ogni tanto il dott. Ugo ci chiamava dicendoci come andavano le cose e offrendoci sigarette. Un giorno mi chiamò e poi fece venire anche Emanuele quando gli dissi che non ci credevo a quel che mi aveva detto ci disse che per noi non c’era più molto pericolo e che non saremmo stati fucilati. Avevamo poca fiducia nelle sue parole quando ci fece sapere che faceva di tutto per farci restare in carcere e di non farci andare in un campo di concentramento. Sapevamo che in campo di concentramento saremmo stati i primi a essere fucilati per rappresaglia”. <703.
    Annibale Carioni, padre di Emanuele, si era recato di corsa a Milano in prigione per visitare il figlio e ci era riuscito “alcune volte” <704. “Stai tranquillo”, gli aveva detto Emanuele “con bontà e con convinzione”; “mamma non lasciarla venire, si spaventerebbe; ti prego di non tentare nulla: io sono calmo e non verrò mai meno al mio dovere” <705. Il ragazzo aveva manifestato solo il dispiacere per la presenza in quel luogo di tanti suoi compagni di sventura e il desiderio di poter riprendere, quanto prima, la lotta interrotta. A San Vittore era riuscito a mettersi in contatto anche con le sorelle Villa a cui avrebbe scritto una lettera, andata purtroppo perduta: “Seguo gli avvenimenti di fuori su una carta disegnata su un muro con un pezzo di legno; sono bene informato di tutto. Però il più delle volte penso. Mi preoccupo soprattutto che voi vi diate troppo pensiero e siate in ansia riguardo alla mia situazione presente. Sono sicuro che tutto finirà bene e presto. Sono convinto di aver agito per un ideale giusto, quale di combattere il male: per impedire che l’Italia fosse trascinata nel baratro della rovina completa da pochi disonesti. Questa mia fede vi sia di conforto <706. Anche Biagioni sarebbe riuscito a mandare alle sorelle Villa dalla cella un biglietto: “Passo il tempo pitturando la mia stanza da letto con qualcosa che portano al mattino e che chiamano caffè… Mi dovete scusare se io sono stato una delle cause perché vi trovate qui. Non mi scorderò mai del bene che avete fatto e del vostro sacrificio. Se il destino permetterà che ritorni in America, non mi stancherò di parlare di voi e di tanta altra buona gente che ho trovato in Italia”. <707. Emanuele sarebbe rimasto fedele al suo giuramento di non tradire mai sé stesso. Dopo aver subito torture, finito a Fossoli come Biagioni, sarebbe per sempre stato diviso dall’amico Louis. Quest’ultimo, liberato dopo una lunga esperienza di detenzione nei campi tedeschi, avrebbe fatto fortunosamente ritorno in America. A Emanuele, Antonio Colombo, Franco Minonzio, Luigi Frigerio, Lino Ciceri e Antonio Fugazza il ritorno sarebbe per sempre stato negato. Come Napoleone Tirale, Antonio Gambacorti Passerini, Giovanni Barbera, Arturo Martinelli, Galileo Vercesi, Brenno Cavallari, Luigi Ferrighi, Ubaldo Panceri, Jerzi Sas Kulczycki, Ernesto Celada, Armando Di Pietro, Renato Mancini, Carlo Bianchi, i sei partigiani del gruppo di Lecco, vicini alle sorelle Villa, sarebbero morti nella strage di Cibeno compiuta dai nazifascisti – poco dopo l’omicidio di Poldo Gasparotto – il 12 luglio 1944 a pochi chilometri dal campo di Fossoli.
    [NOTE]
    694 La data dell’arresto di Franco Minonzio è confermata anche da don Giovanni Ticozzi, suo amico. Si veda don G. Ticozzi, frammenti di vita, Ettore Bertolozzi, Lecco 1959, p. 44.
    695 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
    696 ibidem.
    697 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
    698 ibidem.
    699 ibidem.
    700 Insmli, Verbale di interrogatorio di Fugazza Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
    701 Insmli, fondo Osteria, b. 1.
    02 Lettera di Louis Biagioni a Ersilia Carioni, 25 febbraio 1946. Archivio privato famiglia Carioni.
    703 ibidem.
    704 All’Eccel. Ministero della guerra, Misano d’Adda, 30-5-49, Archivio privato famiglia Carioni. Egli avrebbe subìto, a causa dell’operato del figlio, “una forma di persecuzione” da parte del podestà del suo paese.
    705 ibidem.
    706 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 81.
    707 ibidem.
    Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023

    All’alba del 12 luglio 1944, 69 internati nel campo di concentramento per politici di Fossoli sono portati in tre gruppi al Poligono di tiro di Cibeno e lì 67 saranno fucilati mentre due riusciranno a fuggire. La barbara azione è fatta per rappresaglia verso l’uccisione a Genova di 7 militari tedeschi, così si dice nella sentenza letta poco prima dell’uccisione. Una motivazione che mostra però troppe incongruenze rispetto l’ usuale strategia messa in campo dai nazifascisti in circostanze simili: di tempo, perché l’attentato ai militari tedeschi avviene molti giorni prima; di luogo, perché gli episodi coinvolgono due comunità molto distanti tra loro; di scopo, perché si fa di tutto per occultare la strage, la violenza e i corpi dei giustiziati non sono esibiti, ma caparbiamente occultati.
    Marzia Luppi, Dieci anni dopo, Prefazione a Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Op. cit.

    E proprio durante una permanenza negli Stati Uniti Gustavo Gnecchi andò a cercare e ritrovare, nell’immensa metropoli di New York, il parà italo americano Louis Biagioni, lanciato in missione segreta nel 1944 lungo la cresta montana tra il lecchese e le Orobie. Biagioni aveva trovato rifugio nella casa al Garabuso di Acquate delle quattro sorelle “garibaldine” Villa, Venne poi catturato dai tedeschi e finì in campo di prigionia, rientrando in USA a guerra finita. Biagioni non era più stato in Italia, pur mantenendo corrispondenza con le sorelle Villa che ricordava con grande riconoscenza come coraggiose protagoniste della lotta per la libertà […]
    A.B., Lecco: Gustavo Gnecchi incontrò a New York il parà Biagioni, “nascosto” dalle sorelle Villa, Leccoonline, 21 aprile 2017

    […] la fonte è Luca Osteria, alias «dottor Ugo Modesti», il personaggio cui si è già accennato e che, insieme a uno degli agenti ai suoi ordini, rientrerà indirettamente nella nostra storia per essere stato il più prezioso, e per diversi mesi produttivo, collaboratore italiano di Saevecke dal settembre 1943 al febbraio 1945. Ex marinaio, per diciassette anni al servizio dell’Ovra, Osteria rivela un vero talento per la provocazione riuscendo nel ventennio a mandare in galera parecchi antifascisti e, in tempo di guerra, a gabbare l’intelligence inglese facendole credere di essere entrata in contatto con un’organizzazione antifascista che in realtà, sotto la sua direzione, le passa solo informazioni inconsistenti e fa invece cadere in trappola diversi agenti britannici. Da qui il credito iniziale presso i tedeschi cosicché, quando il citato commissario Panoli lo segnala a Saevecke come l’esperto dell’Ovra che fa per lui, gli si spalancano le porte del Regina e da quel momento comincia una strettissima cooperazione. Nel corso del 1944 avrà un attacco di resipiscenza e inizierà il doppio gioco in favore della Resistenza, o più probabilmente di sé stesso, riuscendo a convincere della onestà dei suoi moventi anche Parri, ma non completamente i servizi inglesi né Leo Valiani né Enzo Boeri, responsabile della sezione controspionaggio del Comando generale Corpo volontari della Libertà. Personaggio sicuramente sfaccettato e difficile da decifrare, indubitabilmente scaltro e rotto ad ogni astuzia del bieco mestiere esercitato per anni, nel dopoguerra si darà arie da poliziotto infallibile attribuendosi anche il merito di aver salvato centinaia di resistenti, la maggior parte dei quali nomi che contano e di cui conserverà un meticoloso elenco. Nel febbraio 1945, quando sente il cerchio stringerglisi sempre più dappresso, si reca a Berna dal responsabile dei servizi britannici, McCaffery, ma, nonostante la sua offerta a collaborare, viene narcotizzato e trasportato nell’Italia meridionale dove rimane «in condizione di semiprigioniero» fino alla conclusione del conflitto. All’epoca dell’inchiesta dell’Aned vive a Genova, la sua città natale, ma, benché certamente depositario di molti retroscena, non gli verrà richiesta nessuna testimonianza: il passato di provocatore fascista e la tardiva e troppo sospetta conversione al fronte antifascista fanno di lui un elemento del quale diffidare, in più corre voce sia anche in contatto con l’Oas, l’organizzazione terrorista dell’estrema destra francese che si è opposta con ogni mezzo all’indipendenza algerina.
    Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano. I crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo, DATANEWS Editrice, 1998

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  11. 27 Gennaio

    Giornata della Memoria degli Ebrei uccisi SENZA riguardo della Vita in generale

    Ricordiamo tutte quelle persone per farle "vivere" ricordandole e per NON ripetere quella Storia schifosa

    #27gennaio #giornodellamemoria #giornatadellamemoria #ebrei #olocausto

  12. 27 Gennaio

    Giornata della Memoria degli Ebrei uccisi SENZA riguardo della Vita in generale

    Ricordiamo tutte quelle persone per farle "vivere" ricordandole e per NON ripetere quella Storia schifosa

    #27gennaio #giornodellamemoria #giornatadellamemoria #ebrei #olocausto

  13. 27 Gennaio

    Giornata della Memoria degli Ebrei uccisi SENZA riguardo della Vita in generale

    Ricordiamo tutte quelle persone per farle "vivere" ricordandole e per NON ripetere quella Storia schifosa

    #27gennaio #giornodellamemoria #giornatadellamemoria #ebrei #olocausto

  14. 27 Gennaio

    Giornata della Memoria degli Ebrei uccisi SENZA riguardo della Vita in generale

    Ricordiamo tutte quelle persone per farle "vivere" ricordandole e per NON ripetere quella Storia schifosa

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  15. Rinaldo Benigni è la prima vittima dellʼoccupazione tedesca di Rimini

    9 – 13 SETTEMBRE: Comincia lʼoccupazione militare tedesca, da parte della 65^ Divisione di fanteria che si installa appunto tra Ravenna e Rimini. Viene imposto il coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino. Dopo lʼinvio delle prime pattuglie, giunte nella piazza centrale oggi dei Tre Martiri, il grosso delle truppe tedesche occupa le caserme Giulio Cesare e Castelfidardo. Il 13 gli occupanti entrano nellʼaeroporto di Miramare. Alcuni ufficiali del regio esercito rimangono al loro posto attendendo lʼarrivo dei tedeschi; tra questi il capitano Ugo Ughi, che sarà poi nominato commissario prefettizio di Rimini. In questi giorni diversi militari barattano le divise e le armi in cambio di abiti
    civili per fuggire; i civili entrano nelle caserme vuote e vi prelevano armi. Ughi ed altri ufficiali consegnano materiale dellʼesercito agli istituti ospedalieri e di ricovero, ed allʼAiuto materno (2). Il primo comandante tedesco della piazza di Rimini è il maggiore Kurt Weddigen.
    10 SETTEMBRE: A Forlì si tiene una riunione del PCI con attivisti provenienti da tutta la provincia che devono rientrare in clandestinità. Si discute la formazione di bande armate per la lotta contro lʼoccupazione tedesca; viene deciso anche un appello unitario agli altri partiti antifascisti. Lo stesso giorno nel santarcangiolese, sulle due rive del Marecchia, nascono i primi gruppi armati. I tenenti Werter Manduchi e Edvino Casadei a Casale di SantʼErmete, ed il repubblicano Primo Bellettini a Santarcangelo, in collegamento tra loro, riuniscono alcuni militari sbandati con lʼintento di costituire bande “dʼazione”.
    12 SETTEMBRE: Proclama del feldmaresciallo Albert Kesselring, attraverso la Prefettura di Forlì, contro i sabotaggi, gli scioperi, lʼinsubordinazione di ufficiali e soldati dellʼesercito regio (3). Sui bandi, affissi in tutta la provincia, nella notte vengono apposte strisce di carta con stampate scritte antifasciste. Lo stesso giorno alcuni fascisti (tra questi anche coloro che erano stati incarcerati in agosto, come Perindo Buratti) si riuniscono con esponenti del Fronte Antifascista in casa di Gualtiero Frontali, in Via Bonsi 45 (4). Il Fronte è stato contattato per un patto di pacificazione che eviti azioni contro i tedeschi. Per i fascisti sono presenti, oltre a Frontali, Paolo Tacchi, Giuseppe Pauselli, Perindo Buratti, Albini; per il Fronte sono presenti Giuseppe Babbi, Dario Celli, Gomberto Bordoni, Isaia Pagliarani, Celestino Giuliani, Ghinelli, Adamo Toni (5). Dopo questo primo contatto, che non si conclude col patto proposto, non si avranno più incontri, sia per lʼostilità dei tedeschi, sia per lʼabbandono della proposta da parte dei fascisti seguendo direttive pervenute dalla segreteria nazionale repubblicana, sia infine per la volontà politica delle opposizioni non tutte disposte a pacificarsi con i fascisti. Su questi incontri il Fronte infatti si era trovato diviso al suo interno, con la dissociazione aperta dei comunisti non disposti ad avallare simili tentativi di patteggiamento, che infatti saranno davvero pochi in tutta la provincia (6), uno a Rimini ed un altro a Santarcangelo che vedremo.
    METAʼ SETTEMBRE: I tedeschi procedono allʼoccupazione militare di tutto il circondario. I militari italiani ed i loro ufficiali sono fuggiti; alcuni di essi però continuano nella raccolta delle armi e si riuniscono per studiare la possibilità di una qualche forma di resistenza alle truppe dʼoccupazione germaniche. In una riunione dentro la canonica di San Fortunato partecipano il comandante della “Castelfidardo”, il colonnello Guido Dalè, e il capitano Alberico Borghesi dello stesso 26° artiglieria. Questi ufficiali coordinano anche lʼasportazione di armi, carburante e vario materiale dallʼaeroporto di Miramare. Altre requisizioni avvengono a Cattolica per opera di civili e carabinieri che riescono a raccogliere 24 cassette di nastri per mitragliatrici, moschetti, bombe a mano, materiale che in seguito sarà affondato al largo. Viene assalita la polveriera dellʼartiglieria, a Spadarolo, con le armi nascoste e distrutte a San Leo (7). Azioni come queste di Spadarolo sono dirette da ufficiali come Giuliani, lʼaccademista Carlo Capanna (allora cadetto dellʼAccademia aeronautica di Forlì ed in seguito comandante partigiano col nome di “Oberdan”), Salvatore Lepore, Marcello Fantini, il sergente maggiore Pandolfini. Anche il sottotenente Angelo Galluzzi cerca di recuperare armi presso il battaglione costiero nel quale presta servizio, ma si trova di fronte allʼopposizione del comandante filotedesco Terzo Severi. Galluzzi allora si rivolge al silos di armi presso il porto ed al tiro a volo dove riesce a prelevare alcuni fucili, munizioni e bombe a mano che porta in Valmarecchia insieme ad alcuni civili come Demos Bonini. Tutte queste armi, salvo quelle distrutte (8), serviranno poi per i primi nuclei resistenti che si formeranno sulle colline in Valmarecchia ed in città. Inizia la fuga dei giovani in montagna per i primi tentativi, spontanei e ancora poco organizzati, di costituzione di bande resistenti. Ufficiali e civili pensano di organizzare una banda partigiana armata sulle colline attorno a Montefiore Conca (9), ma devono desistere ben presto, ripiegando chi sulla costituzione di formazioni in zone più impervie, come lʼalta Valmarecchia, chi su agili squadre per le azioni di sabotaggio distribuite in pianura ed in città. Si scatena intanto la repressione tedesca contro i militari del regio esercito in fuga ed i civili sorpresi nelle caserme. Uno di questi, Rinaldo Benigni viene fucilato: è la prima vittima dellʼoccupazione in città.
    16 SETTEMBRE: Viene fondato il Fascio repubblicano riminese. Tra gli organizzatori Paolo Tacchi, Perindo Buratti, Giuffrida Platania, Cesare Frontali, Pilade Antimi Clari, Mario Mosca, Aurelio Parisio, Raffaellini, Giuseppe Vinzio. Lʼatto costitutivo avviene in casa di Frontali, uno dei tre triunviri insieme a Tacchi e Buratti. Nei giorni seguenti vengono fondati i fasci anche nel resto del Circondario. Lo stesso giorno si insedia il nuovo Consiglio Grande e Generale sammarinese, liberamente eletto il 5 settembre.
    FINE SETTEMBRE: Si costituisce una sorta di primo CLN a Viserba [frazione del comune di Rimini] con alcuni esponenti di vari partiti e diversi comunisti. Viene organizzata anche una squadra dʼazione, guidata da Alessandro Ghelfi e dal tenente Paolo Sobrero, armata con i fucili dei soldati in fuga e le bombe fabbricate dai fratelli Sobrero. A Bellaria vengono nascosti 38 ebrei fuggiti dalla Jugoslavia; li aiuta monsignor Emilio Pasolini che trova come luogo di rifugio la pensione di Ezio Giorgetti e riesce a farli proteggere dal maresciallo dei carabinieri Osman Carugno. Dopo alcuni giorni gli ebrei vengono spostati dalla costa a San Mauro Pascoli, nascosti nella tenuta Torlonia, e quindi fatti riparare a San Marino (10). I militari che non sono rientrati alle loro case proseguono nella raccolta delle armi da inviare in montagna. Carlo Capanna, con altri ufficiali e soldati, si rifugia a Montebello. Il tenente Celestino Giuliani, con Pietro Arpesella, tenta di asportare armi dalle caserme dei carabinieri di Rimini e Riccione, quindi porta in salvo il colonnello Guido Dalè a Brescia e si rifugia nelle Marche, nellʼalta vallata del Foglia. Nella stessa zona sono riparati Angelo Galluzzi col fratello, il sottotenente Giuseppe Galluzzi ed il maggiore Giuseppe DallʼAglio. Molti militari del battaglione costiero (quasi tutti i 300 effettivi) vengono aiutati a disertare dagli antifascisti di Viserba; un centinaio di questi si rifugerà sulle montagne forlivesi insieme a diversi prigionieri alleati riusciti a fuggire dai campi di reclusione dopo lʼarmistizio (11). Dopo il breve periodo di relativa libertà di stampa, tornano i manifesti ed i volantini antifascisti ed ora anche antitedeschi, affissi di nascosto. La tipografia Cavalli di Morciano si distingue nella preparazione di materiale clandestino, compresa la pubblicazione di un giornalino che incita alla lotta antifascista. Altro materiale è stampato a San Marino. A Rimini, in un locale di viale Regina Margherita, nei pressi dellʼalbergo Stella Polare, si scrivono volantini contro la guerra, riprodotti col ciclostile di Guerrino Succi e distribuiti poi in tutta la Romagna con le staffette. A Santarcangelo avviene un secondo episodio di patteggiamento tra fascisti e oppositori: viene firmato un documento con cui gli antifascisti si impegnano, per la tranquillità del paese, a non svolgere alcuna attività politica in cambio della non persecuzione da parte del locale Fascio. Il patto non verrà assolutamente rispettato (12), anzi proprio Santarcangelo sarà uno dei centri principali della lotta di liberazione nel circondario riminese. Con lʼoccupazione tedesca già conclusa in diversi prendono coscienza della necessità di una lotta anche armata contro il nuovo nemico. Si tratta di una esigenza che però nel Riminese non è ancora pienamente sentita dai civili compresi i comunisti, effettivamente dominati da un certo attendismo, come ricorda “Pietro Mauri” nella sua relazione (riprodotta nel primo volume de Lʼ8a. brigata Garibaldi nella resistenza, da pag. 33 a pag. 103). Sono invece i soldati e gli ufficiali del dissolto esercito regio a capire immediatamente lʼurgenza di una resistenza combattente e ad organizzarla, accogliendo lʼappello di Badoglio a difendere la legalità del nuovo governo. Questi militari hanno guidato la raccolta di armi dalle caserme e dalle polveriere, hanno sottratto materiali e munizioni ai tedeschi, diversi di loro si stanno riunendo per preparare una difesa armata contro gli invasori e più tardi saranno una componente importante della nostra Resistenza, soprattutto sui monti dove parteciperanno alla guerra di liberazione con numerose azioni di disturbo ai presidi e alle linee militari tedesche. Fin da questo inizio dʼautunno 1943 nella zona si stanno lentamente costituendo alcuni gruppi o “bande”. Tra le prime formazioni solo quella di Viserba (con il tenente Paolo Sobrero e Alessandro Ghelfi come animatori), e pochi altri sparuti nuclei di antifascisti sorti spontaneamente, sono formate anche con civili mentre in massima parte risultano costituite da militari, di carriera e di complemento, presenti tanto in pianura (come quella di Werter Manduchi a Santarcangelo), quanto nella Valmarecchia dove nascono le bande di Carlo Capanna, Celestino Giuliani e Angelo Galluzzi. Per tutta la prima fase della lotta di liberazione nazionale, tra la fine di settembre e lʼinverno, a Rimini a differenza che nel Forlivese i civili in larga parte non possono dirsi organizzati militarmente. In questo periodo solo il partito Comunista si pone concretamente (anche se con divisioni interne e lentamente sul piano organizzativo) la questione militare.
    [NOTE]
    (2) La relazione di un ufficiale, il tenente Raffaele Montella, datata 7 dicembre 1944, si apre proprio con il trasferimento da Miramare a San Leo del suo reggimento dʼartiglieria, il 110°, tra il 10 e lʼ11 settembre (probabilmente non si trattava di un reggimento ma di un reparto interno al 26° regg. di artiglieria citato nella precedente nota). Nei mesi successivi Montella, che sarà uno degli organizzatori del gruppo di resistenza “Mazzini”, effettuerà “ripetuti viaggi” con un trattore per asportare armi e munizioni del reggimento (la relazione è in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940 – 1945, Fano 1997, pp. 133-134). Ugo Ughi nelle sue memorie chiama questi prelievi di armi e materiali “saccheggi”, ma le relazioni dei militari che diverranno poi comandanti di squadre SAP, parlano di raccolta di armi concordata spesso con gli ufficiali comandanti delle caserme allo scopo di sottrarle ai tedeschi; per lo stesso motivo alcune dovranno essere poi distrutte. Le razzie dei tedeschi e la stessa richiesta di restituzione delle coperte e di altro materiale dato dai militari riminesi (ed anche da Ughi) agli Istituti Caritativi, richiesta ricordata proprio nel memoriale del prossimo commissario straordinario, saranno al contrario la rappresentazione della logica di rapina delle truppe germaniche di occupazione, questo sì un saccheggio che nellʼanno successivo diventerà pesante in tutto il riminese con le massicce requisizioni di derrate alimentari e animali vivi, di biciclette e macchinari vari. Le razzie sono ancora ricordate dai civili intervistati per il volume di M. CASADEI, Non passava mai! Settembre 1944: il fronte di guerra a San Clemente, Riccione 2001; in una di queste: nellʼestate 1944 i tedeschi “ogni tanto ammazzavano i maiali e gli animali che prendevano in giro […] per dare da mangiare ai cavalli andavano a rubare il fieno dei contadini. Passavano con le mucche che avevano preso nel pesarese e cercavano gli uomini per guidarle fino a Rimini” (p. 56), e mucche erano prelevate anche nelle nostre campagne (si veda alle pp. 118 e seg.). Il GAP al quale appartenevano i “Tre Martiri”, arrestati nellʼagosto del 1944, era dotato di armi ed esplosivo presi nelle caserme riminesi in questi giorni di settembre 1943. Uno di questi “saccheggi” è descritto nella autobiografia di Silvano LISI, Il partigiano “Bardan”. Memorie di un giovane ribelle (1943- 1948), Istituto Storico della Resistenza, Rimini 2004, pp. 40-43.
    (3) Dal giorno dopo il prefetto, Floriano Gianmichele, emette ordinanze sulla disciplina annonaria e bancaria, il 14 contro lʼuso e il possesso di armi. In seguito verranno emessi proclami sia tedeschi che repubblichini per il rientro dei soldati italiani nelle caserme. Lʼautorità militare germanica sta già sostituendo lʼautorità civile italiana in molti campi.
    (4) Alcuni autori datano lʼincontro tra fascisti ed antifascisti al 12 settembre (è il caso di Amedeo Montemaggi), altri lo collocano prima (Decio Mercanti non lo data con precisione ma sembra lo faccia risalire addirittura a fine agosto), altri ancora lo spostano ai primi di ottobre (come Guido Nozzoli). Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi, nel loro Resistenza in Romagna, a p. 117, datano lʼincontro di Rimini (ed il documento di “pacificazione” firmato a Santarcangelo) nel settembre, precisando che il 5 ottobre verranno date istruzioni, da parte fascista, per interrompere tali contatti.
    (5) Secondo alcuni autori prima citati, il tentativo di pacificazione sarebbe nato dal desiderio dei fascisti di trovare un accordo sul reciproco rispetto tra loro e gli antifascisti, e sullʼevitare rappresaglie tedesche. Guido Nozzoli, nella sua testimonianza a Bruno Ghigi (La guerra a Rimini, cit., p. 211) così racconta lʼepisodio: “giusto in quel periodo, cioè verso i primi di ottobre ʼ43, il fascismo rinascente tentò una sconcertante operazione che ancor oggi non capisco come avesse potuto trovare udienza in una parte del CLN […] Tacchi […] chiede di incontrarsi con il locale Comitato di Liberazione [… al colloquio] per quel che ne so, pur dichiarandosi certo della sconfitta, Tacchi disse che il Fascio sarebbe stato ricostruito in ogni caso, con o senza il suo assenso, con la differenza che lui, conoscendo Rimini e i riminesi, avrebbe potuto far da mediatore con i tedeschi, impedendo rappresaglie e interventi troppo pesanti ai danni della popolazione, mentre un segretario venuto da fuori non avrebbe avuto certamente simili preoccupazioni”. Sul comitato che partecipò agli incontri con i fascisti si vedano le considerazioni fatte nella nota (16) del capitolo precedente.
    (6) Lʼadesione a questi tentativi di pacificazione, limitata ad alcuni antifascisti e del tutto improduttiva, dimostrava la debolezza della preparazione politica di alcuni e lʼingenuità di altri che, di fronte alla novità costituita dallʼavvenuta occupazione tedesca, prestarono credito ad un fascismo che malgrado il destino di subalternità al nazismo riteneva di poter rinascere ritornando sulle posizioni repubblicane e movimentiste “della prima ora”. In questo equivoco cadde anche una parte del PCI se è vero che in casa di Gualtiero Frontali ci andarono esponenti importanti come Isaia Pagliarani e Adamo Toni; il partito censurò in seguito questi compagni: “La Federazione clandestina del P.C. giudicò severamente il principio di un patto di concordia che portava al tradimento degli ideali antifascisti, e allontanò quelli che avevano partecipato da posizione di dirigenti”, scrive Decio Mercanti in Primi passi, cit., p. 34.
    (7) Lʼepisodio di Spadarolo è ricordato da Giorgio Amati nella sua testimonianza a Ghigi in La guerra a Rimini, pp. 224-225. Carlo Capanna in seguito sarà il comandante di una formazione autonoma in Valmarecchia col nome di battaglia di “Oberdan”, e si guadagnerà una medaglia dʼargento al valor militare. A San Leo, nella seconda metà di settembre, si sposta il colonnello Guido Dalè con diversi ufficiali e da li conferma la licenza illimitata a tutto il 26° reggimento dʼartiglieria. In questo drammatico autunno diversi antifascisti dovettero fuggire dalla zona. Era il caso di Egidio Renzi che da San Giovanni in Marignano cercò rifugio a Roma; nella primavera successiva verrà arrestato, incarcerato a Regina Coeli e quindi il 24 marzo fucilato presso le Fosse Ardeatine. In tutto il riminese lʼoccupazione militare tedesca era vista con preoccupazione dalla popolazione e questo forte timore puntualmente entrava nelle lettere intercettate dalla censura; il 30 ottobre una donna di Montefiore scriveva ai figli: “… anche qua ci sono i tedeschi che fanno dei brutti scherzi; che a Rimini e a Riccione vanno dentro in quelle case portano via tutto […] e in più portano via anche gli uomini. Lʼaltro giorno sono venuti anche a Montefiore sono andati nella sacca e si sono messi a sparare lassù in alto …” (S. PIVATO, Sentimenti e quotidianità in una provincia in guerra, cit., p. 114). E ancora: “… sono arrivati a S.Arcangelo unʼinfinità di tedeschi con moltissimi ufficiali, in unʼora hanno fatto sgomberare le scuole, lʼasilo e tutti i posti abitati dagli sfollati …” (ivi, p. 115).
    (8) Notizie dettagliate sul recupero delle armi sono in alcune relazioni di comandanti SAP e GAP, in particolare di Giuliani, Galluzzi e Monti, pubblicate nel citato Guerra e resistenza a Rimini.
    (9) A Montefiore Conca si recano Nozzoli, Arpesella, Quondamatteo, Galluzzi, Gianni Benzi, Giovanni Sesto Menghi, Ezio Pedrini, Mario Porcellini. Montefiore è scelta come base per una banda partigiana senza tenere conto della facilità di accesso nonché della vicinanza al mare e ad importanti linee di comunicazione; dopo il sopralluogo viene abbandonata ogni ipotesi di banda armata sulle basse colline riminesi.
    (10) P. GRASSI – F. SUCCI, Cattolici riminesi, in “Il Ponte” 9 febbraio 1986. Per questo episodio lʼalbergatore Ezio Giorgetti ed il maresciallo Osman Oscar Carugno riceveranno onorificenze dallo Stato dʼIsraele. Ai primi di ottobre un gruppo di otto bellariesi dà vita ad una sezione del partito nazionale fascista che in poco tempo arriverà a contare una settantina di associati (testimonianza di Guerrino Caldiroli in: M. FOSCHI, Torneremo a riveder le stelle …. Tin bota, La Stamperia, Rimini 1995, p. 42 e segg.).
    (11) I primi nuclei di partigiani in montagna saranno costituiti proprio da militari dellʼesercito in dissolvimento dopo lʼ8 settembre, e da prigionieri anglo-americani, russi, slavi, polacchi, come ricordano i testi scritti sulla brigata partigiana romagnola. Molti di questi militari provenivano proprio dalle caserme del Riminese, o da qui transitavano per essere avviati ai monti, attraverso la valle del Marecchia e quella dellʼUso. Si veda anche la già citata relazione Montella in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione, p. 133. Ad aiutare i militari a fuggire in montagna cʼerano quegli esponenti del movimento laburista che durante lʼestate abbiamo visto lavorare per il ritorno alla democrazia; liberal-socialisti e comunisti in questo momento puntano proprio sulla nascita di gruppi armati, aiutando i soldati a fuggire o inviando propri militanti in montagna.
    (12) Mentre a Rimini la pacificazione non venne formalizzata, a Santarcangelo gli antifascisti firmarono un documento di reciproco rispetto con i repubblichini. Anche cinque comunisti firmarono il patto e per questo verranno espulsi dal partito (S. FLAMIGNI – L. MARZOCCHI, Resistenza in Romagna, cit., p. 117). Il PCI clandestino si rendeva conto della gravità di questi episodi; lʼispettore “Giulio” in un rapporto descriveva la situazione del partito a Rimini come poco incoraggiante, e riteneva che esso, dopo tali patteggiamenti, fosse “debole politicamente e poco energico” (citato in: R. TUTONE, Sindacato e lotte sociali, p. 74).
    Maurizio Casadei, La Resistenza nel Riminese. Una cronologia ragionata, Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini, 2005

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  16. Profughi stranieri in Italia nel 1945

    Il responsabile dell’Ufficio per i Dp [Displaced Persons: persone profughe] Camps Unrra [United Nations Relief and Rehabilitation Administration] a Roma era Antonio (Tony) Sorieri, Chief of Bureau of Relief Service, presentato dal Nuovo Notiziario Luce del 1945 come il “Signor Sorieri, dal quale dipende l’organizzazione dei campi degli sfollati” <81. Sorieri era anche il Deputy Chief of Mission in Italy, il cui ufficio era in una piccola sede in Via Toscana, in una traversa alle spalle dell’Ambasciata statunitense a Via Veneto. Nella struttura piramidale secondo la quale era organizzata l’Unrra egli si trovava ai vertici della missione italiana: prima di lui vi erano il Chief of Mission, Keeny, gli Uffici dell’Unrra in Europa con sede centrale a Londra (Ero) e la direzione generale di Washington <82. Il Bureau of Relief Service aveva ricevuto mandato dal Sacmed [Comando Supremo Alleato nel Mediterraneo] di occuparsi degli Unrra Camps della zona di Lecce (Santa Cesarea, Tricase, Santa Maria a Bagni e Santa Maria di Leuca), della zona di Milano e del nord Italia (Torino, Cremona e Genova) e dei campi di Bari e Cinecittà. I campi rimasti sotto la tutela dell’Acc [Commissione Alleata di Controllo] raccoglievano le Dps ritenute ineleggibili o pericolose <83.
    La sede di Roma, oltre ad essere il punto di riferimento per tutti gli Uffici Unrra della penisola, era anche il tramite tra le Dps e i paesi d’appartenenza o di elezione per l’emigrazione, attraverso l’istituzione di canali preferenziali con le ambasciate e i consolati, dei quali teneva un’agenda degli indirizzi sempre aggiornata <84. Si verificavano, inoltre, alcune situazioni particolari in cui cittadini stranieri displaced in stati diversi dall’Italia erano costretti a contattare le proprie rappresentanze diplomatiche sul territorio italiano che, a loro volta, si incaricavano di far da tramite con le nazioni di appartenenza. Stando ai documenti, ad esempio, si presentò il caso dell’Albania. Nel 1946 a Tirana non era presente una rappresentanza diplomatica polacca, così gli assistiti polacchi dell’Unrra in Albania furono costretti a far passare dagli uffici consolari polacchi a Roma le proprie richieste per l’emigrazione in Palestina <85.
    Nel caso delle JDps [profughi ebrei], l’Unrra di Roma era anche l’organizzazione meglio connessa con altre istituzioni ebraiche e non, a partire dall’Icgr, alla Croce Rossa Internazionale, al Joint, all’Hebrew Immigrant Aid Society e alle Comunità cittadine, fino agli uffici della Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei (Delasem) ancora aperti nelle città italiane. A Roma la Delasem, finita la guerra, aveva trovato posto negli uffici di Via Principe Amedeo 2, vicino alla Stazione Termini <86. Come ricorda nelle sue memorie Settimio Sorani, direttore della Delasem romana, la primissima sede degli uffici era stata in Lungotevere Raffaello Sanzio, vicino alla sede dell’Unione delle
    Comunità Ebraiche Italiane (Ucei) e aveva continuato la sua attività nel dopoguerra <87. Proprio per questo doppio legame diplomatico e assistenziale, gli uffici di Roma erano stati i primi ad essere interessati da comunicazioni provenienti da alcuni paesi delle Nazioni Unite, volte ad avere informazioni sui propri connazionali displaced in Italia, o dalle richieste dei governi di prendere in carico i propri cittadini sotto il mandato dell’Unrra <88. Tale legame era anche il motivo principale per cui molte Dps si ammassavano in città, alla ricerca di un contatto con gli uffici consolari per le pratiche di emigrazione, per aspettare il rilascio dei visti o per chiedere notizie dei propri congiunti.
    Le attività dell’Ufficio di Roma erano cominciate successivamente alla firma dell’Accordo dell’8 marzo 1945 tra l’Unrra e il Governo. Uno dei primi provvedimenti presi nei confronti delle Dps era stato, se eleggibili per l’assistenza internazionale, di fornirle di un certificato di garanzia rilasciato dall’Unrra. Da un Memorandum dell’Italian Mission del gennaio 1945, nei territori liberati, si contavano già 1.406 certificati rilasciati in varie città dai Local Assistance Office. Le città con il numero più alto di certificati rilasciati furono Bari (213), Bologna (313) e Roma (395) <89 e non stupisce che fosse proprio l’Ufficio di Roma ad accorgersi delle irregolarità che si erano verificate nei rilasci dei “Grant Certificates”. Giunsero, infatti, alla responsabile dell’ufficio Displaced Persons Division, Helen Montgomery, “rumors” sullo spostamento di richiedenti assistenza da un ufficio, che precedentemente aveva negato
    il certificato, ad altri che invece successivamente lo avevano concesso. Il problema riscontrato non era certamente inusuale: l’eleggibilità di una Dp veniva determinata, in mancanza di documentazione certa, sulla base dei racconti delle stesse Dps e sui pochi dati anagrafici a disposizione delle autorità. Il racconto della Dp, qualora non fosse valso al rilascio di un certificato una prima volta, cambiava per poter aderire ad alcuni criteri <90. La soluzione proposta consisteva nell’applicare sul certificato il numero di pratica del richiedente, il luogo, la data e di fornire tutti gli uffici di un elenco aggiornato giornalmente dei nomi di coloro cui non era stato concesso. L’ufficio era perfettamente consapevole che ciò non avrebbe evitato che si riproponessero episodi simili, in una situazione in cui le Dp non erano per la maggior parte fornite di documenti d’identità, ma si augurava che il provvedimento avrebbe reso più difficile il passaggio da un ufficio all’altro <91.
    Nel marzo 1945, seguendo un trend in ascesa, in base al numero totale dei “cases”, ossia delle pratiche di assistenza aperte in diversi Local Office, si registravano a Roma 1.095 Dps in provincia e 977 Dps in città: nello specifico si contavano 118 Dps a Cinecittà <92. Nelle immediate vicinanze di Roma si contava uno sparuto numero di Dps che non superava la decina. Dopo quattro mesi, l’Ufficio di Via Toscana segnalava a Sorieri che il numero degli assistiti era salito a 3.000 Dps, quasi il doppio rispetto alla primavera <93. Nel settembre 1945 la situazione di sovraffollamento degli Uffici di Via Toscana divenne insostenibile, tanto che Sorieri chiese invano che all’Ufficio di Roma venisse data una nuova sistemazione che potesse ospitare il doppio del personale (salito da 10 a 20 persone) e più del doppio di assistiti che giornalmente giungevano presso l’Ufficio (divenuti più di 4.000). Chiese, inoltre, che fosse data agli uffici romani l’autorizzazione a rilasciare certificati per la distribuzione di vestiario e autorizzazioni per l’assistenza medica, oltre alle mansioni già espletate del rilascio di tessere per razioni di cibo e gestione delle richieste di sussidi in denaro. L’ufficio, in aggiunta a ciò, era stato coinvolto anche dalla Repatriation Division per censire le Dps presenti sul territorio e organizzare i convogli. Lo spazio non bastava, soprattutto in previsione della stagione invernale e delle nuove direttive del Consiglio di Londra che autorizzavano l’Unrra a farsi carico, eventualmente, anche delle richieste dell’Italia nei confronti dei propri assistiti <94. La situazione di precarietà non riguardava solamente la sede romana: anche in altri uffici si registrava spesso l’inadeguatezza degli spazi e dell’attrezzatura. A Torino, nel novembre 1945, si lamentava l’assenza di corrente elettrica e di riscaldamento di qualsiasi tipo, tanto che i dipendenti erano stati costretti a lavorare al gelo e al buio <95.
    All’inizio del 1946, nei documenti degli uffici di Roma, si comincia a cogliere uno scarto importante tra la politica di rimpatrio e di assistenza. Sin dall’inizio del suo mandato l’Unrra era stata il principale attore non governativo incaricato del rimpatrio delle Dps in Europa. Grazie al suo lavoro nell’anno 1945-1946, come ricordato, le Dps in Europa erano passate da più di 8 milioni a poco meno di 1 milione, con un margine di scarto abbastanza contenuto, dovuto al saldo tra il totale delle partenze e il totale degli arrivi <96. Nei campi Unrra il rimpatrio era stato fortemente incoraggiato e l’organizzazione aveva concesso ai rappresentati dei governi nazionali il libero accesso alle strutture Unrra per “propagandare” i benefici di un prossimo rientro in patria. La stessa organizzazione, per incentivare il rimpatrio, aveva proposto premi in razioni di cibo e sussidi a chi avesse deciso di tornare nel proprio paese di origine. Per i polacchi, in particolare, la macchina pubblicitaria messa in moto dal Governo Provvisorio polacco per riappropriarsi di un’ingente percentuale di “materiale umano” era stata martellante <97. In questo senso l’assistenza non era stata affatto disgiunta dal rimpatrio, anzi, ne costituiva il necessario complemento per un rientro veloce, con l’offerta di soldi e cibo per il viaggio: nel 1950, la Civil Affairs Division dello United States European Command aveva stimato che sul totale delle Dps assistite nel dopoguerra l’83% degli 8 milioni di Dps europee era stato rimpatriato dagli Alleati, mentre solo l’11% era stato in grado di procedere al resettlement o all’emigrazione con mezzi propri <98.
    Nel gennaio 1946, però, in una nota dell’Italian Mission a firma del Chief of Repatriation Office, indirizzata alle direzioni del Bureau of Relief e della Dp Division, si faceva presente la netta distinzione che si doveva operare tra “repatriation” e “immigration”, e quindi fra le forme di assistenza per l’una o per l’altra soluzione. Si avvisava che la Repatriation Branch non poteva farsi più carico dell’assistenza anche di coloro che non desideravano tornare al proprio paese <99. Questa netta distinzione dei due ambiti assistenziali, scaturita dal calo delle richieste di rimpatrio, si affiancava alla conseguente necessità di implementare una gestione marcatamente territoriale delle Dps da parte del Bureau, facendo ricorso a campi ben strutturati, piuttosto che all’organizzazione di strutture temporanee per l’organizzazione dei convogli in uscita dall’Italia.
    [NOTE]
    81 Ail, Roma. Conferenza dell’UNRRA, Nuovo Notiziario Luce, NL00406, b/n, 1945.
    82 E. Miletto, Assistere, rimpatriare, reinsediare. L’Unrra, l’Iro e I profughi del dopoguerra (1945-1951), in E. Miletto, S. Tallia (a cura di), Vite sospese. Profughi, rifugiati e richiedenti asilo dal Novecento a oggi, Franco Angeli, Milano, 2021, pp.42-43.
    83 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1479-0000-0001 – Dpo – Italy – Agreements, Item: Dp Operations (Italy), Agreement General, From 1945 to July 1946, Transfer of Administrative Responsibility for DP Camps to UNRRA, 13 June 1946.
    84 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1482-0000-0046-00001, Displaced Persons Division (da qui in avanti Dpd) – Italy, Rome, List of United Nations Consular Officers in Liberated Italy, enclosed communication of 1 August 1945.
    85 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder: S-1479-0000-0047-00001 – Dpo – Italy – Jewish Refugees, Comunication from Repatriation and Records Branch to Palestine Office, Via Catalana, Rome, Jewish Refugees Anna Matusevic, Vera Matusevic, Ariana Dzkeziolsk, 30 April 1946.
    86 Ivi, Delasem in Italy enclosed communication of 1 August 1945.
    87 S. Sorani, L’assistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1941). Contributo alla storia della Delasem, Carucci, Roma, 1983.
    88 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1482-0000-0046-00001, Dpd – Italy, Rome, carte sciolte.
    89 Ivi, UNRRA Italian Mission Memorandum, Jennuary 2, 1945.
    90 Ivi, UNRRA Displaced Persons Division, Control of rejected applicants, Rome, 3 Jan. 1946.
    91 Ibidem.
    92 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1482-0000-0046-00001, Dpd – Italy, Rome, Number of Assistance Cases by Source by Location, March 1945.
    93 Ivi, Unrra Italian Mission Memorandum, from Maurice Rosen to A. A. Sorieri, Transport – Assistance Office, 6 July 1945.
    94 Ivi, New quarters for our Rome Local DP Assistance Office, 7 September 1945.
    95 Ivi, Report for November 1945, from Rudolph Loewenthal to Walter Schlein, Displaced Persons Assistance Office, Turin, Via Vincenzo Vela1, December 13, 1945.
    96 S. Salvatici, Senza casa e senza paese, op.cit., pp.159-163.
    97 L’invito al rientro delle Dps in Polonia era rivolto soprattutto ai non ebrei. Cfr. Ivi, p.170 e segg.; P. Gatrell, The Unsletting Europe…op.cit.
    98 Ivi, p.167.
    99 Una, Unrra (1943-1946), Im, Brs, Folder S-1482-0000-0045-00001, Dpd – Italy, Rome, UNRRA Italian Mission, from R. L. Brookbank to Bureau and Division Heads, Functions of Repatriation Branch, 11 January 1946.
    Caterina Mongardini, Gli ebrei stranieri a Roma nell’immediato dopoguerra (1944-1950): tra il displacement e l’assistenzialismo postbellico, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia – Viterbo, Anno accademico 2022-2023

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  17. Le pattuglie tedesche ispezionavano ogni angolo della capitale

    “Attorno a questo lavorio c’era il consenso, anzi la complicità della popolazione: oneste famigliole borghesi, umili case operaie, ospitavano, sfamavano chi era costretto ogni notte a cambiar domicilio, tenevano in serbo carte pericolose; impiegati, funzionari fornivano informazioni, tessere, bolli, documenti falsi; fornai facevano il pane per gruppi di patrioti, trattorie sfamavano celatamente gente braccata, chirurghi aprivan la pancia a malati immaginari, monacelle di clausura accoglievano ebrei e renitenti alla leva, sacerdoti trasmettevano messaggi segreti in confessionale. […]. Ci accomunava l’attesa per tutti uguale, l’angoscia per tutti uguale di un male vicino, nostro o di persone care, la speranza ferma contro quel limite, il giorno della liberazione; al di là del quale non ci raffigurava nulla, solo una gran luce entro cui tutto sarebbe stato facile, il pensare, l’operare, il lasciare passare gli anni” <72.
    Borghesi, studenti, donne cercarono in ogni modo di contribuire con gesti di ribellione verso gli invasori e di solidarietà verso gli oppressi, correndo enormi rischi per la propria incolumità e per quella dei propri familiari. Le pattuglie tedesche ispezionavano ogni angolo della capitale, si trovavano a pochi metri l’una dalle altre, con fucili spianati e camionette pronte a caricare gli oppositori, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, e come ci è stato raccontato dai protagonisti di quegli anni drammatici. Il coprifuoco fu istituito alle ore 17, le retate divennero più frequenti, così come le ruberie: eppure, clandestinamente, la rete di aiuto divenne sempre più fitta. Si cercava di procurare una maggiore quantità di materie prime, come ad esempio ortaggi o animali, per sfamare i fuggitivi, i ripostigli delle case vennero dotati di nascondigli improvvisati. Frequente divenne l’uso della loro carta annonaria <73, di cui i clandestini erano ovviamente privi, per poter prendere razioni di cibo da condividere con loro: esibendo questo documento nominale era possibile rivolgersi a venditori autorizzati e acquistare prodotti alimentari. I fuggiaschi iniziarono ad affluire in numero sempre più considerevole anche dalle campagne, in primis da quelle abruzzesi e ciociare. La situazione divenne ancora più critica: non c’erano più ferrovie, ed erano saltate tutte le linee di comunicazione, gas e luce, le riserve di cibo erano sempre più scarse e i prezzi degli alimenti era salito in maniera esorbitante, soprattutto pane, pasta, farina e olio. Nessuno pensava di fare qualcosa di speciale, tutti si rimboccavano le mani per rendere meno arduo il sopravvivere quotidiano, come abbiamo visto. Portare medicine ai feriti, ospitare fuggiaschi, ricercati ed ebrei, condividere cibo: ciascuno nel proprio (grande) piccolo, trascorse i mesi dell’occupazione attuando una forma di resistenza, armata e non. La Roma di quei mesi è stata sempre più spesso descritta con tre parole: fame, freddo, paura.
    Fame, problema quotidiano a cui cercavano di provvedere le donne, spesso iniziando una fila interminabile all’alba, per poter almeno comprare le razioni di cibo utili a sfamare la propria famiglia. e quante volte, all’arrivo del proprio turno, i forni si scoprivano vuoti: nacquero da questa situazione gli assalti, con immediate fucilazioni per le donne che se ne erano rese protagoniste. Il freddo accompagnò tutto il periodo dell’occupazione, senza contare che i continui furti dei tedeschi negavano alla popolazione non solo di poter sfruttare le proprie risorse alimentari, ma anche l’uso di stufette e beni di prima necessità, per sopravvivere alle intemperie. Paura. Ma su questo non credo sia necessario spendere parole per spiegarne il perché.
    […] Dopo 272 giorni di sofferenze, violenze e privazioni, il 4 giugno 1944 Roma venne liberata dagli Alleati. Ma, nel mese di maggio, visse forse la fase più drammatica della sua occupazione: i tedeschi intensificarono i controlli e i divieti divennero più stringenti, con l’obiettivo di intimorire le bande partigiane, mettendole nella condizione di rinunciare a qualsiasi rappresaglia, evitando così l’insurrezione. Così non fu, Roma continuò a essere divisa in zone controllate militarmente da gruppi del Cnl. Coordinati fino a quel momento da una giunta con a capo Giorgio Amendola, Sandro Pertini e Riccardo Bauer e organizzati con radio, staffette e pattuglie, i partigiani compirono vere e proprie azioni militari per reagire all’occupazione. In quei giorni di maggio tutti questi gruppi vennero posti sotto il comando del capitano Roberto Bencivenga, in contatto con i comandi alleati che fornivano armi e organizzavano azioni di disturbo alle colonne tedesche, sabotaggi ai mezzi e alle linee di trasporto e alle vie di comunicazione più usate: strade e telefoni in primis. Inoltre, divenne più attiva la partecipazione della popolazione, turbata dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, dopo la deportazione degli ebrei nell’ottobre precedente.
    Nel frattempo, gli eserciti alleati si avvicinarono a Roma, dopo aver rotto la linea Gustav, un sistema di fortificazioni eretto dai tedeschi verso il fronte abruzzese, e aver superato le montagne di Gaeta e Terracina. Anzio e la Casilina furono le prime zone in cui giunsero e immediatamente partì l’ordine del generale Albert Kesselring di battere in ritirata, per attirare gli Alleati lungo la linea gotica (il sistema di fortificazioni costruito nella parte settentrionale della penisola), e cercando nel frattempo di limitare le perdite tra i propri uomini. Il 27 maggio iniziò la ritirata, con i tedeschi che comunque difesero le vie di Roma, per consentire a tutti i militari di attraversare la città e dirigersi verso nord. Sulla Casilina si ebbe lo scontro più duro, con i tedeschi che resistettero per cinque giorni, salvo poi dover cedere agli attacchi degli angloamericani, che si aprirono così la strada per Roma il 1° giugno. Strada che, come abbiamo visto, era ormai priva delle principali linee di comunicazione: si chiese quindi ai romani di fare uno sforzo per cercare di rendere praticabili i pochi impianti non andati distrutti. Squadre armate di cittadini risposero all’appello mettendosi a lavoro: la collaborazione con gli Alleati divenne sempre più simbiotica.
    Il 3 giugno i tedeschi abbandonarono definitivamente la capitale; il pomeriggio del 4, la Quinta divisione dell’esercito americano, guidata dal generale Mark Clarck entrò a Roma attraverso le strade provenienti da sud. Ma i tedeschi, prima di abbandonare definitivamente la città, compirono un’ultima strage, l’eccidio de la Storta, una località sulla via Cassia, in cui vennero trucidati gli ultimi prigionieri di via Tasso: 14 persone, 12 italiani, un inglese e un polacco, tra cui sindacalisti, partigiani ed ex ufficiali. Roma comunque era ufficialmente di nuovo libera: gli angloamericani furono accolti con giubilo, mentre Ivanoe Bonomi venne convocato in Campidoglio e nominato nuovo Presidente del Consiglio, a seguito di un incontro con i rappresentanti delle Nazioni Unite. Persone di ogni fede e partito si recarono sotto la finestra di papa Pio XII in piazza San Pietro, inneggiando al suo nome e ringraziandolo per quanto fatto nei lunghi mesi di occupazione. Il re Vittorio Emanuele III mantenne fede ai patti stipulati nei mesi precedenti con la corrente antifascista, ritirandosi a vita privata: la questione monarchica venne rimandata al dopoguerra, nel frattempo il figlio Umberto ottenne la luogotenenza.
    Pochi mesi dopo i fatti raccontati, si procedette all’apertura delle cave sull’Ardeatina, e a una prima identificazione dei cadaveri sepolti nella fossa comune. Un’immagine che rimanda a ciò che era a quel punto Roma: libera dagli occupanti, ma non dai propri fantasmi. E con un futuro da (ri)costruire con una parola d’ordine: libertà.
    [NOTE]
    72 Monelli, Roma 1943, cit., p. 339.
    73 Ribattezzata dai romani come “tessera della fame”.
    Cristiana Di Cocco, L’occupazione tedesca di Roma. Il diario di Giulio Di Legge, Roma TrePress, 2023

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  18. Odessa è nata in quel di Strasburgo nel 1944

    I nazisti erano consapevoli che i beni della Germania sarebbero, presto, caduti nelle mani del nemico che si stava avvicinando rapidamente, se non fossero stati trasferiti e nascosti. Le ricchezze della Nazione, in gran parte acquisite attraverso il saccheggio dei Paesi invasi e della loro popolazione, dovevano essere trasferite in modo da essere fuori dalla portata giudiziaria internazionale, ma accessibili per finanziare un movimento futuro allo scopo di far risorgere il Partito e costruire un nuovo Reich.
    I principali funzionari nazisti temevano anche la vendetta degli Alleati e, piuttosto che affrontare una sicura punizione per i loro crimini di guerra, decisero di cercare rifugi sicuri al di fuori della Germania, e al di là della portata della giustizia.
    Nella riunione, in merito a ciò, furono quindi presi provvedimenti per camuffare tali leader come esperti tecnici delle varie filiali delle imprese tedesche che sarebbero sorte successivamente alla guerra.
    Il Partito era disposto a prestare ingenti somme di denaro agli industriali per consentire ad ognuno di loro di creare un’azienda segreta postbellica all’estero e come garanzia richiedeva che i principali magnati mettessero a disposizione le risorse acquisite all’estero, in modo da ricreare un Reich dopo la fine della Guerra. In breve tempo, Odessa costruì una rete ampia ed affidabile con lo scopo di raggiungere i suoi scopi e strategie di espansione.
    Le rotte (denominate in codice sia da chi le adoperava sia da chi cercava di sgominarle, Ratline) furono mappate ed i contatti stabiliti.
    I nazisti più influenti scomparvero quando furono fatti sapientemente scappare dalla Germania e furono aiutati a crearsi nuove vite con nomi falsi in Paesi stranieri come l’Argentina, il Paraguay ed il Brasile.
    Alla fine della guerra, solo alcuni funzionari nazisti di alto rango furono processati. Molti di coloro che si resero colpevoli di crimini di guerra riuscirono a fuggire con l’aiuto di Odessa (che come vedremo nei dettagli, riuscirà ad espandersi e si costituirà in sub organizzazioni dallo stesso impianto come quella che verrà diretta dal Presidente argentino, Juan Domingo Perón e da alcuni Paesi Alleati). Alcuni criminali di guerra rimasero in Germania e assunsero nuove identità, riuscendo a fuggire di nascosto solo dopo il caos prodotto alla fine delle ostilità. Una rete sotterranea chiamata Die Spinne (Il Ragno) forniva documenti falsi e passaporti, case sicure e contatti che permettevano ai criminali di guerra di attraversare i confini svizzeri non controllati: questa Rete era una ramificazione importante di Odessa che nel corso del tempo si è andata adattandosi alle circostanze. Una volta in Svizzera, i fuggiaschi si trasferivano rapidamente in Italia, utilizzando alcune delle principali Ratline.
    Alcuni preti cattolici romani, specialmente i francescani, aiutarono Odessa a spostare i fuggiaschi da un monastero all’altro fino a quando raggiungevano Roma. Wiesenthal, molteplici storici accreditati e le fonti emerse in riferimento ad alcune personalità appartenenti alla Chiesa, mostrano come molti monasteri funzionassero da stazioni di transito per i nazisti. Questa connivenza della Chiesa è tuttora molto discussa in quanto la posizione ufficiale rimane quella di attribuire certe azioni a singoli e non allo Stato del Vaticano come tale <9.
    Nonostante le posizioni contraddittorie, certi fatti sono stati provati dagli stessi protagonisti come il vescovo di Graz Alois Hudal, il segretario della confraternita di San Girolamo dei Croati Krunoslav Draganović ed il cardinale di Genova Giuseppe Siri. Con l’aiuto di pochi esponenti della Chiesa, i fuggiaschi riuscivano ad ottenere un rifugio sicuro fino a quando, attraverso il Porto di Genova e con la collaborazione di alcuni membri del Comitato della Croce Rossa Internazionale (che garantiva nuovi e falsi titoli di viaggio), potevano lasciare l’Europa e fuggire in altri Paesi, dove già erano stati presi dei contatti sicuri con lo scopo di dare nuove vite ai criminali di guerra. Oltre ai personaggi più conosciuti (che vedremo in seguito) ci sono anche altri nazisti di minore importanza che, attraverso i permessi di viaggio concessi dalla Comitato della Croce Rossa Internazionale, riuscirono a sfuggire alla giustizia internazionale. Fra di essi vorrei ricordare l’aiutante del numero due del Reich Paul Joseph Goebbels, Erich Friedrich Otto Karl Müller che ottenne un documento con il nome di Francesco Noelke. <10
    Alcuni Paesi sicuramente non conoscevano il passato dei loro nuovi immigrati in quanto alle loro frontiere ricevevano masse di rifugiati dall’Europa dilaniata e non potevano distinguere tra i reali richiedenti rifugio ed i criminali fuggiaschi. Altri, compresi i Governi degli Stati Uniti e dell’Argentina, hanno cercato di sfruttare la conoscenza e la capacità tecnico-scientifica dei nazisti che sarebbero risultate utili per i propri scopi (gli USA, per esempio, videro fondamentale la conoscenza degli scienziati nazisti alla luce dello scontro con l’URSS di cui si ebbero i primi segnali fin subito dopo la fine della seconda guerra mondiale).
    I governi filofascisti, come la Spagna sotto Franco, così come quelli in Sud America, diventarono dei paradisi sicuri per i molteplici ricercati internazionali. L’istituzione dello Stato di Israele dopo la seconda guerra mondiale portò alcune Nazioni arabe ad accogliere i nazisti che condividevano l’avversità per gli ebrei (anche se in modi diversi) nella speranza che avrebbero usato le loro esperienze in settori come la missilistica, la tecnologia e la chimica per bilanciare l’equilibrio nel conflitto arabo-israeliano <11.
    La realtà dei fatti è che non ci si può limitare a pensare ad Odessa come ad un’unica organizzazione ma bensì va vista come un insieme di reti che si sono strutturate ed evolute sulla base di quanto stabilito a Strasburgo. Infatti le Ratline (quelle vie che facevano parte del piano iniziale dei nazisti da percorrere per raggiungere porti sicuri) sono cambiate, aumentate ed abolite a seconda delle necessità e degli ostacoli incontrati. A questo proposito, molti membri dell’originale Odessa (quella fondata presso l’hotel francese) hanno intrapreso delle strade diverse a seconda, a volte, dei propri interessi personali andando a strutturare nuovi organizzazioni e compagini ricordando quanto stabilito dai “padri fondatori della fuga” dall’Europa. Seppure le realtà ed i contesti in cui tali organizzazioni sono sorte e sviluppate, risulta interessante vedere come esse abbiano condiviso molte delle metodologie, percorsi e contatti stabiliti con la prima Odessa. Chiamarle tutte Odessa potrebbe forse risultare erroneo, però da quanto si evince dal loro sviluppo si può notare come la prima Odessa abbia implementato e stabilito un “Modello Odessa” con cui esse si sono andate identificandosi.
    Quindi, si può sintetizzare dicendo che Odessa è nata in quel di Strasburgo nel 1944 ed è stata funzionale per la creazione di sub-organizzazioni che hanno sfruttato le strutture, i fondi, le personalità, i contatti e le idee dell’Odessa originale. Quest’ultima, infatti, è nata per poi fondersi ed evolversi in molteplici altre organizzazioni.
    L’erede più importante e diretta è stata quella del Vaticano <12, anche se quella che faceva capo all’ex Presidente dell’Argentina, Juan Domingo Perón, è riuscita, a mio avviso, a portare a termine la sua missione ed aver accolto non solo nazisti, ma anche fascisti, ustascia, rexisti, militanti di Paesi fascisti e di estrema destra come quelli del Governo di Vichy e dell’Ucraina nazionalista. Nel mio lavoro ho approfondito, principalmente, questa Odessa perché reputo, dalle fonti a mia disposizione, sia stata la più incisiva e la più interessante sotto un profilo storiografico.
    Come ho già detto, il quadro è ulteriormente complicato da quelle Ratline che sono state supportate e create da tutti quei Paesi che, almeno di facciata, erano avversi ad Hitler, Mussolini e Governi a loro alleati. Infatti, con la mia ricerca ho ricavato fonti fondamentali per sostenere che Stati Uniti e Gran Bretagna abbiano giocato un ruolo di primo piano per la fuga dei principali criminali di guerra, migliaia di militari dei Governi nazionalisti ed autori di atrocità.
    Nei capitoli successivi approfondirò il ruolo avuto da ogni Paese per la riuscita della fuga. È importante ricordare che i nazisti, gli ustascia ed altri cittadini dei Paesi satellite nazi-fascisti erano considerati un fattore determinante per fronteggiare il crescente strapotere comunista che era concepito (soprattutto da alcune frange della Chiesa) come un fantasma terribile che metteva in pericolo la sopravvivenza dell’Europa cristiana. In merito a ciò basti pensare alla teoria secondo cui alcuni esponenti del Vaticano abbiano giocato un ruolo importante per l’attentato ad Hitler: ciò fu progettato non per uccidere un terribile assassino, ma perché ormai dichiarato troppo debole per fronteggiare la Russia comunista e l’ideologia stessa all’interno dell’Europa <13.
    Per condurre la mia tesi, oltre ad aver reperito importantissimi documenti presso gli archivi online ed attraverso la richiesta di digitalizzazione di quelli che non erano presenti in rete, mi sono recato, inizialmente, presso l’Archivio Federale di Berna e l’Archivio del Comitato della Croce Rossa Internazionale (ICRC) a Ginevra.
    In queste sedi ho trovato documenti che mettono in luce il processo e le modalità di fuga dei criminali di guerra attraverso i Titoli di Viaggio provvisti dall’ICRC (sottolineando, ovviamente, che l’ICRC era insieme all’IRO, l’unico ed il solo organismo legittimo a concedere titoli di viaggio ai rifugiati dopo la Seconda Guerra Mondiale). Presso l’Archivio Federale di Berna ho potuto reperire i rapporti e le statistiche, redatti dal Capo della Polizia svizzera Heinrich Rothmund in collaborazione con il Ministro di Giustizia e Polizia Eduard von Steiger, che evidenziano una loro complicità con le autorità naziste in merito al diniego dell’ingresso alla popolazione di religione ebraica in Svizzera ed alla sua conseguente deportazione verso i campi di concentramento. I due funzionari svizzeri, inoltre, erano dei tasselli fondamentali per il processo di facilitazione della fuga dei criminali di guerra verso l’Argentina.
    [NOTE]
    9 Wiesenthal, S., Justice Not Vengeance, Groove, New York, 1990; Levy A., Nazi Hunter: The Wiesenthal File. How Simon Wiesenthal hunted down the Nazi war criminals, Robinson Publishing, Londra, 2002; Aarons M. M., Loftus J., Ratline, Newton & Compton, Roma, 1993
    10 Applicazione per la Croce Rossa per il titolo di viaggio di Francesco Noelke, Italian Croce Rossa a Genova, 09 settembre 1950, ICRC, Ginevra, Archivio, ‘Titres de Voyage CICR 1945–1993’, applicazione 100, 958
    11 Wiesenthal, S., Justice Not Vengeance, Groove, New York, 1990, pp. 18-47
    12 Per sintesi ho utilizzato il termine Vaticano in quanto gli esponenti principali di essa erano prelati, preti e cardinali. Ciò non significa che il Vaticano come tale appoggiasse le fughe dei criminali di guerra: erano solo alcuni membri della Chiesa Cattolica, seppure eminenti in alcuni casi, che avevano intrapreso certe azioni.
    13 Aarons M. M., Loftus J., Ratlines, Newton & Compton, Roma, 1993
    Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

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  19. Partigiani stranieri in Val Taleggio

    Uno scorcio di Val Taleggio (BG) – Fonte: Mapio.net

    Nei primi mesi del 1944 l’iniziativa più rilevante in Val Taleggio è rappresentata dal sorgere di una nuova formazione [partigiana] composta di ex prigionieri. Essa è capeggiata da un serbo, Zaric Boislau, e nelle fonti archivistiche viene indicata col nome di “Legione Straniera”. La formazione è collegata agli organismi clandestini lecchesi, si occupa di organizzare il transito degli ex prigionieri, degli ebrei e dei politici verso la Svizzera, ma soprattutto tenta di prendere contatto e di coordinare i gruppi di ex prigionieri dislocati nella bergamasca. La documentazione esistente lascia l’impressione che il gruppo, pur riconoscendo la necessità di uno stretto collegamento con i centri resistenziali italiani, volesse garantire agli stranieri rimasti in zona un’ampia autonomia di movimento.
    In marzo, aprile la “Legione Straniera” aveva un suo distaccamento a Pizzino (15/20 uomini) ed era collegata con tutti gruppi di ex prigionieri esistenti in valle (a Vedeseta, Olda, ecc.). Non pare di dover sottovalutare l’importanza della “Legione Straniera”; essa infatti riscuoteva la fiducia degli alleati al punto che il 3 aprile poté ricevere un primo aviolancio (parzialmente intercettato dai fascisti) e più tardi, ai primi di maggio, accolse la missione “Emanuele” (2 maggio) accompagnata da un lancio di armi, munizioni e generi di equipaggiamento.
    La formazione inoltre era temuta dai fascisti che già dal gennaio/febbraio 1944 cercano di indebolirla e, di screditarne l’operato presso i valligiani. Organizzano una banda di falsi partigiani, la “Banda Thoinsovich”, col compito di snidare ex prigionieri, renitenti e disertori traendoli in inganno. L’iniziativa ottiene qualche risultato nella zona della Val Brembana, ma non è in grado di incidere in modo profondo in Val Taleggio. Qui la “Legione straniera” raccoglie il consenso anche di alcuni giovani del luogo, che in precedenza erano collegati ai gruppi di “Penna Nera”. L’espansione del gruppo raggiunge il culmine a maggio, dopo il lancio della missione alleata. In questa fase i collegamenti con i centri resistenziali lecchesi e milanesi sembrano più organici e si cominciano a progettare azioni a vasto respiro probabilmente ben collegate anche con i comandi alleati. E’ quando i vari progetti di intervento cominciano ad essere elaborati che i fascisti scoprono la rete e decidono di reprimerla con la massima decisione. Quello che temono è la possibilità che essa sfrutti a proprio vantaggio una particolare situazione creatasi allora nella bergamasca dopo l’annuncio dell’apparizione della Madonna alle Ghiaie di Bonate; anzi paventano una stretta connessione tra questo episodio che provoca lo spostamento di enormi masse di cittadini verso Bonate (e verso Ponte S. Pietro dove c’è un campo d’aviazione), e la notizia di un’azione combinata tra partigiani ed alleati volta a colpire in profondità le retrovie nazifasciste. (11)
    Si badi che è proprio di quei giorni la ripresa dell’iniziativa angloamericana sulla linea Gustav, con il superamento di Cassino e con il successivo inizio dell’offensiva sul fronte di Nettuno. Così per la terza volta (se si escludono le provocazioni della “Banda Thonsovich”) la Val Taleggio deve registrare la brutale presenza delle truppe nazifasciste. L’azione è preceduta da un’accurata opera di infiltrazione che favorisce l’esito positivo dell’azione repressiva nazifascista. Il 19 maggio i tedeschi riescono a mettere le mani sull’organizzazione. Arrestati i capi ed un buon numero di esponenti del movimento, la “Legione Straniera” si sbanda e la rete clandestina subisce gravi contraccolpi specie nel lecchese. Nuovamente le forze nazifasciste riescono a colpire con estrema tempestività togliendo di mezzo un’organizzazione che trovava ampi consensi, ancor prima che essa cominci a diventare davvero pericolosa.
    Ancora una volta la repressione nazifascista richiama la popolazione della Val Taleggio ai suoi calcoli, alle preoccupazioni, al timore di essere coinvolta direttamente, di vedersi intaccati i miseri mezzi di sopravvivenza, alla cautela nell’elargire la propria generosa solidarietà. Di quello che era stata la “Legione Straniera” a fine maggio resta ben poco. C’è chi (Cleto Baroni) assume temporaneamente la guida dei gruppi sparsi nelle baite e si sforza di tenerli collegati. Ma siamo a fine maggio e molte cose stanno cambiando.
    Gli alleati avanzano e la convinzione che s’avvicini la fine delle ostilità dilaga. Il 25 maggio scade il bando di richiamo alle armi rivolto a tutte le classi fino a quel momento precettate, con risultati penosi. I giovani invece di rispondere alla chiamata di Salò prendono la via della montagna. Roma non tarderà a cadere. Nel mondo fascista l’aria che tira è quella della disfatta.
    Nella provincia di Bergamo sia le organizzazioni clandestine centrali che quelle periferiche riprendono fiato, ma il CLN non è ancora in grado di esercitare un’influenza diretta sulle formazioni partigiane che vanno riorganizzandosi rapidamente. Chi vuol combattere o comunque organizzarsi a volte si sente frenato dall’esclusivismo di talune formazioni politiche clandestine altre volte esprime riserve preconcette contro ogni forma di presenza politica nella lotta di liberazione, ma non pertanto rinuncia a muoversi. Faticosamente si apre la strada il processo unitario.
    Tra marzo e maggio si stabiliscono scambi fruttiferi tra “Penna Nera” (scomparso dalla scena nell’inverno) e gli uomini che promuoveranno nella zona di Villa d’Almè la costituzione di gruppi destinati ad aderire all’organizzazione delle Fiamme Verdi. Non è poi impossibile che, mentre in Val Taleggio si consuma l’esperienza della “Legione straniera”, Penna Nera tenga vivi i contatti con il gruppetto dei suoi fedelissimi guidati da Guglielmo (G. Locatelli). A fine maggio comunque questo gruppetto e lo stesso Penna Nera diventano in Val Taleggio il nuovo punto di aggregazione. Cleto e i superstiti della “Legione Straniera” si uniscono agli uomini di “Penna Nera”; quest’ultimo si impegna a provvedere ai loro rifornimenti e all’armamento ottenendo un lancio degli alleati ed inviando un comandante all’altezza della situazione.
    All’inizio di giugno, in previsione del lancio, gli organizzatori delle Fiamme Verdi di Villa d’Almè (don Milesi e N. Mazzolà che però è su posizioni abbastanza differenziate da quelle del primo), d’accordo con Penna Nera, inviano in Val Taleggio Rino (G. Locatelli): dovrà ricevere il lancio e prendere il comando dei gruppi della Val Taleggio, cui si unirà con i suoi 15 (circa) uomini. Non a caso dunque il nuovo raggruppamento viene talvolta individuato col nome di “Fiamme Verdi della Val Taleggio”, ma si deve osservare che i tre gruppi fino al lancio tendono a conservare la loro autonomia; Cleto e gli ex prigionieri, Guglielmo e i valligiani, Rino e le sue Fiamme Verdi sono per ora uniti quasi
    esclusivamente dalla previsione del lancio. Penna Nera d’altro canto non si sforza di favorire un processo di reale fusione dei gruppi. La sua visione, improntata ad un’estrema cautela, lo porta a non prendere in seria considerazione l’ipotesi di creare una vera e propria unità operativa partigiana. Egli vanta di essere stato riconosciuto dal comando superiore delle Fiamme Verdi quale comandante delle forze operanti in Valle Imagna, Brembilla e Taleggio, ma, tutto sommato, è convinto che le “bande della montagna” non possano svolgere che un ruolo subalterno nella resistenza: quello di procacciare armi allestendo e proteggendo i campi di lancio e quello di costituire una sorta di retrofronte sicuro per altri partigiani costretti ad allontanarsi dalla loro zona di operazioni. Dalle sue memorie poi traspare una concezione militare della lotta partigiana che non tien conto delle esigenze della guerriglia, ma piuttosto di quelle di una guerra di posizione. Se non esclude di portare gli uomini al combattimento, però ritiene che prima sia necessario attrezzare di adeguate difese la valle e di dotare i reparti di un armamento che li renda in grado di sopportare ogni
    attacco e di difendere i paesi. Prepararsi dunque, ma intanto aspettare, è questa la sua linea di condotta ed è anche la ragione per la quale, dopo l’aviolancio del 13 giugno, egli verrà progressivamente emarginato. L’uomo che invece assume dopo il suo arrivo in valle, una posizione di primo piano, per la sua capacità d’iniziativa e per la sua dinamicità, è Rino (G. Locatelli). Egli di fatto si troverà a svolgere la funzione di comandante effettivo di un raggruppamento di uomini che si aggirava ai primi di giugno sulle 30/40 unità.
    [NOTA]
    (11) Archivio privato Micheletti – Brescia notiziari GNR. 3/6/1944: “Nella notte di venerdì 19 maggio, aerei nemici avrebbero lanciato, per mezzo di paracadute, armi pesanti, mitragliatrici e mortai con relative munizioni in località Pizzino, Vedeseta, Olda, Taleggio G [….] nelle giornate di domenica 21 e 22 sarebbero stati lanciati paracadutisti col compito di costruire una testa di ponte, dopo aver occupato di forza il campo d’aviazione di Ponte S. Pietro nelle vicinanze di Bergamo; (…) i gruppi di Pizzino, Vedeseta, Olda e Taleggio dovevano, in concomitanza, agire a viva forza su Lecco, impadronirsene ed accorrere su Bergamo in contatto con Ponte S. Pietro. L’azione principale, cioè quella dell’occupazione del campo d’aviazione di Ponte S. Pietro, sarebbe stata facilitata da un avvenimento che si ha ragione di credere diabolicamente escogitato. Infatti, nella città di Bergamo e nella provincia si era diffusa la voce di una miracolosa bambina, la quale, nelle vicinanze di Ponte S. Pietro, aveva avuto una visione celestiale con l’apparizione della Madonna che le indirizzava sul campo un raggio solare. Si può immaginare con quanta rapidità questa notizia passò di bocca in bocca e l’impressione dei bergamaschi notoriamente attaccati alla chiesa. La notizia dell’apparizione della Madonna assunse infatti proporzioni enormi e, dopo i primi annunci di miracoli avvenuti per guarigioni improvvise il concorso della gente sul posto divenne plebiscitario. La prima apparizione sarebbe avvenuta il 19 e, a detta della bambina, si sarebbe ripetuta nei giorni 20, 21 e 22. Specie nella giornata del 21 si sarebbe improvvisamente oscurato il cielo e sarebbe apparsa la Madonna col raggio di sole. La strana coincidenza delle date ha indotto le SS ad agire immediatamente, poiché erano state intuite le precise intenzioni dell’avversario, il quale, artatamente aveva manifestato intenzioni di operazioni con paracadutisti verso Premeno (Como) al fine di indirizzare colà le forze e permettere quindi ai gruppi di Vedeseta, Olda, Taleggio e Pizzino di agire su Lecco, mentre i paracadutisti avrebbero agito sul campo di aviazione di Ponte S. Pietro. Bisognava quindi prevenire e stroncare sul nascere la azione con rapidità fulminea, altrimenti il nemico sarebbe riuscito nel suo intento, perché l’affluenza della popolazione nelle adiacenze del campo di aviazione di Ponte S. Pietro era enorme, si calcola circa 100.000 persone. Se si pensa alla congestione delle strade principali e secondarie, si ha un’idea delle difficoltà che avrebbero incontrato le eventuali forze inviate a rintuzzare un lancio di paracadutisti i quali, invece, avrebbero avuto tutta la possibilità di attestarsi […..]
    Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976 qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

    #1944 #alleati #apparizione #Aprile #aviolanci #Bergamo #Bonate #Brembana #Brembilla #CletoBaroni #CLN #ebrei #ex #falsi #fascisti #Fiamme #Frazione #Ghiaie #giugno #Imagna #Lecco #legione #Lombardia #Madonna #maggio #MariaGraziaCalderoli #marzo #nera #partigiani #Penna #Pizzino #PizzinoBG_ #prigionieri #province #Straniera #Svizzera #tedeschi #Verdi #ZaricBoislau

  20. "Nel presente rapporto, il Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 indaga sui meccanismi aziendali che sostengono il progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei territori occupati."

    #Albanese #ebrei #economia #Gaza #genocidio #Israele #Resistenzapalestinese #sionismo

    continua @ antiper.org/2025/07/12/albanes

  21. Un traditore di partigiani al servizio della banda Carità a Padova

    Giungiamo quindi alla vicenda, molto lunga da raccontare, di Mario Santoro che gioca il ruolo di finto partigiano. Il fascicolo si apre con un protocollo dell’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo (Alto commissariato aggiunto per l’epurazione) Delegazione provinciale di Padova che trasferisce cinque testimonianze al procuratore presso la Corte Straordinaria d’Assise, CAS <194. Queste cinque testimonianze sono di estrema importanza perché provengono dai capi della Resistenza padovana e cioè dal Prof. Adolfo Zamboni, l’Ing. Luigi Martignoni, Umberto Avossa, l’Ing. Attilio Casilli e per finire don Giovanni Apollonio. Figura di primaria importanza è però il Prof. Zamboni che spicca per personalità e per la molta influenza esercitata a Padova. Tanto per capire la sua importanza: “Dopo l’Armistizio di Cassibile, partecipa attivamente alla Resistenza, nelle file delle brigate Giustizia e Libertà della Brigata “Silvio Trentin”, inoltre aiuta la rete formata dall’ufficiale dell’aeronautica Armando Romani e padre Placido Cortese di aiuto agli ebrei. Nel novembre del 1944, viene arrestato e trasferito a Villa Giusti a Padova, sede della Banda Carità, comandata da Mario Carità, dove interrogato, torturato per mesi, ritrova in cella molti dei suoi allievi anche loro operanti nella Resistenza; al suo fianco ebbe il suo assistente Giovanni Apollonio sacerdote, insegnante nel seminario maggiore di Padova”.
    Le carte ritrovate all’Archivio di Stato di Padova si riferiscono proprio a questo ultimo evento. Vista la lunghezza delle testimonianze in questione cercheremo in questa sede di riassumerle il più possibile. La dichiarazione del Prof. Zamboni, datata 1 agosto 1945, ricorda che alla fine del 1943, in una riunione di tipo militare, svoltasi a casa sua, presenti alcuni capi della resistenza padovana (il Colonnello Marziano, il dott. Busonera, i cugini Todesco e il Trevisan) gli fu presentato Mario Santoro che poco tempo dopo entrò a far parte del comitato militare provinciale. <195 Le altre testimonianze, più sopra ricordate (quelle dell’Ing. Luigi Martignoni <196, di Umberto Avossa <197, dell’Ing. Attilio Casilli <198 e per finire di don Giovanni Apollonio <199), collocano temporalmente la conoscenza con il Santoro in momenti e occasioni differenti del 1944. Lo Zamboni continua raccontando come il loro rapporto si facesse più stretto nei mesi successivi: non dubita mai di lui che gli racconta di essere sfollato e di avere preso residenza in Via San Francesco a Padova, non gli fa mai richieste insolite fino all’ottobre 1944 quando racconta che una banda di comunisti, visitata la sua casa mentre egli era assente, l’aveva depredata di ogni bene per circa duecentomila lire. Alla richiesta di denaro lo Zamboni avvia una istanza al cassiere del CLN che riesce a procuragli una prima tranche di venticinque mila lire che vengono consegnate al Santoro. Ma la somma è troppo esigua e lo Zamboni, su invito del Santoro, chiede all’Ing. Casilli, rappresentante del Partito d’Azione, di procedere tra i compagni alla raccolta di altro denaro fino ad una cifra di centomila lire. Anche le altre testimonianze ricordano questo episodio con alcune discrepanze sul valore dei beni sottratti, che per il Casilli sarebbe stato di trecentomila lire (ma ricorda che in casa del Santoro vennero sequestrate quattrocentomila lire dalla Banda Carità al momento della perquisizione, rilevando probabilmente che il Santoro avrebbe chiesto denaro ad altre persone non essendone quindi sprovvisto come voleva far credere). Evidentemente il Santoro aveva approfittato dell’episodio, reale o inventato che fosse, per arricchirsi. Dopo questo evento Zamboni ricorda il suo arresto avvenuto il 18 novembre 1944 ad opera della Banda Carità, che lo
    rinchiude nella caserma delle SS sita in via San Francesco a Padova presso Palazzo Giustiniani.
    Qui, le vicende dei testimoni si fanno molto più differenziate seppure si concludano con uno stesso triste esito. Lo Zamboni ricorda cinquanta giorni di vessazioni, poi aggravate nella intensità della violenza in seguito a una testimonianza fatta al maggiore Carità da parte di una signorina collaboratrice del CLN che avrebbe confermato i rapporti tra lo Zamboni, il Prof. Egidio Meneghetti (uno dei capi della resistenza padovana), l’Ing. Pighin e il Castelli (pseudonimo con cui si faceva chiamare all’epoca il Santoro). Dopo un ennesimo interrogatorio, andato a vuoto, condotto dal Maggiore Carità in persona, il Professore venne a sapere che il Castelli era stato arrestato. Pochi giorni dopo un nuovo interrogatorio piuttosto violento e la sorpresa di trovarsi il Castelli/Santoro ad invitarlo a raccontare della sua attività partigiana di fronte ai membri della banda Carità. Dapprima lo Zamboni resta attonito; non sa darsi spiegazione di quel totale voltafaccia. Forse le torture, le minacce o uno sconvolgimento di cervello lo hanno spinto ad un comportamento tanto vile. Poi deve constatare comunque che “le rivelazioni da lui fatte sull’attività militare, che in ultima analisi mettevano capo a me come rappresentante politico finirono per rovinarmi” <200. Infatti, continua a raccontare lo Zamboni, la notte tra il 5 e il 6 dicembre diventa per lui letteralmente infernale. Il Castelli/Santoro viene slegato dalle manette (cosa che fa insospettire lo Zamboni) e viene portato via. La tortura con le scariche elettriche continua per tutta la notte. Passato anche questo interrogatorio, viene a sapere dalla signorina citata più sopra che il Castelli era uomo noto alle Brigate Nere, cosa che gli viene confermata da un altro incontro avvenuto con lo stesso Santoro/Castelli la notte del 6 gennaio. Castelli, poco tempo prima aveva cercato di far catturare il Pighin che, la sera stessa, è colpito a morte dalle stesse Brigate nere dopo un tentativo di fuga.
    Uscito dall’interrogatorio vede di persona che molti altri membri della Resistenza, compresi gli autori delle testimonianze richiamate in apertura, sono stati arrestati, cosa che lo fa dubitare ancora di più sul ruolo giocato dal Santoro alias Castelli nella vicenda. I suoi dubbi saranno confermati pochi giorni dopo per bocca dell’Ingegner Martignoni che conferma che il Castelli, a conoscenza di uno dei luoghi segreti dove convenivano gli incontri della Resistenza padovana, ci ha condotto la Banda Carità per catturarlo. Zamboni, in chiusura della sua testimonianza e documento di accusa si pone una serie di domande: “Che bisogno aveva il Castelli di arrivare a simili rivelazioni? Quali mezzi usò il famigerato Carità per indurlo a causare tanta rovina?… Otello Renato Pighin; Egli non doveva finire così tristemente: per tradimento <201”. Questa la testimonianza dello Zamboni.
    Restano comunque alcune zone d’ombra che altre versioni degli eventi, raccontate dagli altri testimoni, possono aiutarci a rendere più chiare.
    Cominciamo proprio dalla testimonianza del Martignoni <202 che arricchisce la vicenda di alcuni interessanti particolari, confermando innanzitutto di avere condotto il Santoro, nel periodo della loro frequentazione, in maniera avventata in uno dei suoi nascondigli, luogo dove fatalmente sarebbe stato la sera dell’arresto e dove il Santoro avrebbe condotto i membri della banda Carità per arrestarlo. Il Martignoni ricostruisce poi le ragioni che avrebbero portato al tradimento del Santoro: la sera dell’arresto, sarebbe stato caricato di bastonate e non avrebbe retto più di tanto, raccontando della sua attività partigiana a delle persone con cui collaborava. Questo avrebbe portato all’uccisione dell’ingegner Pighin, più sopra ricordata, all’arresto del Prof. Palmieri, partigiano, e del già citato Prof. Meneghetti, del Prof. Ponti e dell’ing. Casilli nonché delle segretarie, una delle quali è stata più sopra nominata e del figlio dodicenne del prof. Ponti (i fatti sono avvenuti il 7 gennaio intorno alle ore 19). Quindi il Santoro conduce la banda Carità a casa del Martignoni che viene sorpreso nel sonno. Già al suo primo interrogatorio, smentendo di essere il comandante Virgilio, viene invitato dal Santoro a raccontare la verità, aggiungendo particolari gravissimi di incontri avuti tra di loro. Ma il ruolo del Santoro si aggrava; il nostro testimone ricorda come lo avesse visto condurre più interrogatori a favore della banda Carità, questo perlomeno fino al mese di gennaio 1945, quando sparisce da Palazzo Giusti. Si scopre poi che, su richiesta dello stesso Santoro, sarebbe stato trasferito in Germania poiché terrorizzato dalla sicura vendetta dei partigiani. Il Martignoni infine ricorda che, comunque, grazie alla propria capacità di resistere alle sevizie, riuscì a salvare molti altri partigiani tacendo i loro nomi agli aguzzini e giocando sul fatto che il Santoro non li conosceva.
    La testimonianza di Umberto Avossa <203, pur ripetendo i racconti dei testimoni precedenti, aggiunge delle informazioni che confermano che forse da principio il Santoro non fece parte integrante dell’attività contro i partigiani. Infatti, l’Avossa ricorda che, al momento dell’arresto dello Zamboni, il Santoro si trovava proprio in casa di quest’ultimo e si sarebbe giustificato con i ceffi della banda Carità dicendo di essersi recato lì per pagare un conto pendente alla Signora Zamboni. Comunque sia, anche quest’ultima testimonianza conferma la partecipazione del Santoro agli interrogatori degli arrestati con un ruolo attivo.
    C’è poi il resoconto dell’Ing. Attilio Casilli <204, che già nel titolo del rapporto esordisce inquadrando il Santoro come “falso partigiano Castelli”. Dal rapporto di Casilli cogliamo un forte disappunto per i soldi consegnati al Santoro in occasione del furto presso la sua abitazione da lui denunciato ai partigiani e per il fatto che la ragguardevole somma, raccolta da parte del gruppo dirigente padovano dei partigiani, era giunta alla cifra di 400.000 lire (era stata carpita la buona fede dei partigiani per arricchimento personale). Inoltre, anche il Casilli ricorda la partecipazione da parte del Santoro agli interrogatori della banda Carità, come d’altronde era avvenuto anche con lui. Ricorda inoltre di aver saputo che il Santoro stesso avrebbe condotto alcuni componenti della banda Carità presso l’abitazione del Martignoni “… e disgrazia volle che il Martignoni quella sera fosse in casa e così anch’egli venne arrestato per esclusiva opera del Santoro”. Riporta poi il racconto di una delle segretarie arrestate, tale Maria Fiorotto, di cui si è già detto sopra, che riferisce “… che il Santoro il giorno prima del nostro arresto [della segretaria e del Martignoni] si era recato da lei [la segretaria] perché le procurasse un incontro con Pighin…”. Ciò aveva condotto agli esiti mortali di cui si è parlato più sopra. Il Casilli conclude la testimonianza ricordando che “…il Santoro,
    arrestato non so in base a quali indizi, nei primi giorni del 1945, sottoposto ad interrogatorio da parte del Maggiore Carità, bastonato dai suoi agenti, spaventato dalle minacce di fucilazione e dal trattamento avuto, si decise a fare ampia confessione e a impegnarsi a passare al servizio delle SS – Reparto Carità”. Pertanto aveva agito senza pentimenti nei confronti dei membri del CLN; ma di lì a poco, si sarebbe fatto trasferire in Germania col grado di ufficiale per essere addetto alla sorveglianza in un campo di internamento o per la propaganda tra gli italiani.
    Infine la testimonianza di don Giovanni Apollonio non fa altro che confermare, in maniera ancora più risoluta, il ruolo del Santoro nelle responsabilità della retata. Ricorda infatti che la sera del 5 gennaio del 1945 il Santoro si presentò al collegio dove il sacerdote risiedeva in compagnia di un membro della banda Carità, il Corradeschi, insistendo particolarmente per avere un appuntamento con l’Ing. Pighin (il sacerdote fungeva da collegamento con molti elementi della Resistenza padovana). Ritornò più volte anche il giorno successivo con la medesima richiesta alla quale aggiunge anche il desiderio di un incontro con altri componenti del CLN padovano; subito dopo venne arrestato dal Corradeschi che dapprima lo condusse in macchina alla Curia di Padova dove Santoro cerca don Francesco Frasson con la medesima intenzione di farlo arrestare; e successivamente a Palazzo Giusti dove fu interrogato dallo stesso Santoro ma riuscì a nascondere alcune informazioni importanti. Il resto sono notizie che già conosciamo.
    Il fatto che il Santoro si fosse spostato in Germania ci viene confermato da una serie di documenti in coda al fascicolo. In particolare <205 vi è un documento con oggetto “situazione internati politici” presso il campo militare tedesco di Braunschweig nel quale ha operato il Santoro e nel quale egli stesso racconta la sua versione dei fatti di Padova. Prima di tutto si difende <206 riportando di essere stato catturato a Padova, dalla Banda del Maggiore Mario Carità, nelle retata di partigiani il 3 gennaio 1945, con il Prof. Meneghetti, l’ing. Pighin e altri; racconta di aver subito tre giorni di torture ma di non aver rivelato i nomi degli organizzatori confermando solo quanto confessato dagli
    altri prigionieri. Veniva poi inviato con altre trentadue persone a Berlino da dove era tradotto al campo per internati di Braunschweig sotto sorveglianza di ufficiali collaborazionisti italiani, tenenti Baldini e Biagini. Rivela poi che in virtù di qualche persona generosa gli era riservato un trattamento particolarmente umano da parte dei tedeschi che lo lasciavano girare in borghese e lavorare dove desiderava all’interno del campo, con il solo obbligo di non rivelare nulla del suo passato ai connazionali e con quello di raccontare di essere un commerciante in cerca di materiali vari. Con enfasi racconta la sua storia da partigiano valoroso che dopo l’otto settembre del 1943 passa armi e bagagli al comando di duecento fedelissimi soldati al servizio della Resistenza. A Padova incontra il Prof. Meneghetti, capo del Partito d’Azione, col quale collabora fattivamente. E’ il destinatario di lanci di armi e munizioni e materiali di sabotaggio effettuati da aerei in volo e grazie ai quali procede ad azioni tra Padova e provincia. Compie atti di sabotaggio in molte zone della provincia padovana sui tronchi ferroviari, sulle strade a colonne di autocarri, contro enti fascisti e tedeschi. Nel complesso vanta di aver comandato fino a tremilacinquecento uomini suddivisi in 5 Brigate partigiane (“Brigata Italia”, “Brigata Silvio Trentin”, “Brigata Luigi Pierobon”, “Brigata Autonoma Italia Libera”, “Brigata Mario Todesco”). Alla fine del racconto dei propri meriti partigiani il Santoro si rivolge al Comando italiano per vedere definita la sua posizione di chi “più ha fatto ed ha lottato per la liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti e per collaborare con la causa Alleata”.
    In realtà, possiamo confermare quanto detto dai testimoni richiamati più sopra anche alla luce di una serie di documenti in coda al fascicolo. Già tra i primi documenti rinveniamo un foglio senza data, comunque collocabile nel periodo in cui Santoro fu in Germania, steso a Braunschweig, in cui vengono segnalate alcune persone che svolgono attività di propaganda fascista <207, tra le quali compare il nome di Mario Santoro, di Michele, Classe 1911. Seguono poi ben sette testimonianze, tutte collocabili nel marzo del 1945, che confermerebbero che il Santoro e le due persone che egli cita poco sopra come due suoi controllori, Baldini e Biagini, in realtà sarebbero stati due suoi sodali nell’opera di propaganda a favore del fascismo in Germania nei confronti degli internati italiani ivi residenti. Il fatto poi che forti dubbi sussistessero sulla attività in Germania sono confermati da una dichiarazione resa da Antonio Gabella, dipendente dell’Ufficio Assistenza Italiano in Germania <208, che testimonia come alla costituzione dell’Ufficio Assistenza Italiano presso Braunschweig avvenuto subito dopo la liberazione (12 aprile 1945), Santoro e i suoi due sodali, avrebbero richiesto a più riprese, e anche con metodi aggressivi, di essere ricompresi tra gli “internati civili” per poter usufruire dei benefici della posizione. Il Gabella, avvertito della loro pericolosità da molte persone che li conoscevano, si rifiutò fermamente di esaudire le loro richieste salvo, alla fine, accettarle con riserva, procurandosi delle deposizioni, che abbiamo poco fa citato, da trasferire in fascicolo in Italia. A queste testimonianze possiamo aggiungerne altre due raccolte in occasione del supplemento di denuncia fatta a suo carico dopo la denuncia in sede di Corte d’Assise Straordinaria. Una è quella del Professor Giovanni Ponti, Sindaco di Venezia <209, che riporta che: “il giorno 7 febbraio 1945 fui arrestato a Villa Palmieri in Padova. Il Santoro mi riconobbe e durante l’interrogatorio fattomi dal Carità, intervenne arrogantemente chiedendomi se facevo parte del CLN”. La seconda testimonianza è del Professor Egidio Meneghetti <210, esponente del movimento Giustizia e Libertà del Veneto, che dopo l’Armistizio di Cassibile assieme al comunista Concetto Marchesi, a Mario Saggin democristiano e Silvio Trentin azionista fonda il CLN Veneto. La sua testimonianza è assimilabile dal punto di vista dei contenuti alle testimonianze degli arrestati dalla Banda Carità. Quello che interessa qui mettere in risalto sono due dichiarazioni chiarificatrici sul personaggio Mario Santoro. La prima la offre lo stesso Carità al Meneghetti mentre viaggiano insieme in treno verso Bolzano l’uno come carceriere l’altro come prigioniero. Allora il maggiore Carità rivolto al Meneghetti dice: “Io lotto contro di voi e se posso vi mando in prigione e vi gonfio di cazzotti; però io disprezzo i traditori molto di più. Ne faccio uso perché questo è il mio mestiere, ma poi non do loro un centesimo e quando mi è possibile li mando in Germania. Così ho fatto anche con Santoro, che vi ha tradito. Me lo sono levato dai piedi perché mi faceva schifo”. C’è poi un giudizio complessivo sul Santoro fatto dallo stesso Meneghetti, che a dire il vero non viene dato in maniera particolarmente pesante; colloca comunque il Santoro nella platea dei traditori: “Il mio giudizio complessivo sul Santoro è questo: entrò nell’organizzazione clandestina per sfuggire al servizio militare repubblicano o a quello tedesco. Non fu un traditore fin dal primo giorno; fin dal primo giorno fu uno che cercò di far vedere di avere una attività molto superiore a quella che ebbe e cioè in buona parte vendette fumo, così come mentì quando affermò di essere capitano e di essere laureato in legge. Sperava avidamente di farsi qualche merito senza troppo pericolo, così da ricavarne frutto dopo l’attesa liberazione. Arrestato dalla banda Carità, ai primi maltrattamenti crollò… promise di dire molte cose e di mettere nelle mani della banda Carità Renato Pighin e altri capi della organizzazione. Non v’ha dubbio che così fece… Verso altre figure minori non si comportò come un traditore… La figura del Santoro è quella di un meschino delatore, preoccupato solo di se stesso…”. Con la notizia di trasferimento a Padova del Santoro, per essere processato, si chiude il fascicolo <211. Non vi sono altri documenti che ci testimoniano cosa sia successo dopo.
    [NOTE]
    194 Protocollo dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo – delegazione provinciale di Padova al Procuratore del Regno, data illeggibile.
    195 Esposto dattiloscritto del Prof.Adolfo Zamboni contro Mario Santoro, Padova, 1 agosto 1945.
    196 Esposto di Luigi Martignoni alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 20 dicembre 1945.
    197 Esposto di Umberto Avossa alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 19 dicembre 1945.
    198 Rapporto sull’attività di Mario Santoro (falso partigiano “Castelli”) di Attilio Casilli, 28 dicembre 1945.
    199 Esposto alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, s.d.
    200 Esposto dattiloscritto del Prof. Adolfo Zamboni contro Mario Santoro, Padova, 1 agosto 1945.
    201 Ibidem.
    202 Esposto di Luigi Martignoni alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 20 dicembre 1945.
    203 Esposto di Umberto Avossa alla delegazione provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, 19 dicembre 1945.
    204 Rapporto sull’attività di Mario Santoro (falso partigiano “Castelli”) di Attilio Casilli, 28 dicembre 1945.
    205 Busta b-1, fascicolo 8, comunicazione di Casilli all’Alt Commissariato per le sanzioni contro il fascismo Delegazione provinciale di Padova, 28 dicembre 1945.
    206 Situazione internati politici al Comando militare generale alleato presidio militare di Braunschweig, 2 maggio 1945.
    207 Comunicazione all’Ufficio Assistenza Italiano da Braunschweig – Rathaus (municipio), s.d.
    208 Dichiarazione di Gabella Antonio all’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo Delegazione provinciale di Padova sul conto di Mario Santoro, Baldini Pietro e Biagini Mario, 26 gennaio 1946.
    209 Testimonianza del Professor Giovanni Ponti alla Delegazione Provinciale di Padova dell’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il fascismo, 1 febbraio 1946.
    210 Testimonianza del Professor Egidio Meneghetti all’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo presso il Tribunale di Padova, 26 gennaio 1946.
    211 Comunicazione della Delegazione per l’Epurazione di Padova circa le sorti del Santoro, 31 gennaio 1946.
    Fabio Fignani, L’epurazione in Veneto. Alcuni casi di studio, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2015-2016

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  22. La fine del Giudaismo

    un testo di Giorgio Agamben

    frammento:
    [..] È proprio questa accettazione senza riserve dell’esilio, con il rifiuto che comporta di ogni forma presente di statualità, che fonda la superiorità degli ebrei rispetto alle religioni e ai popoli che si sono compromessi con lo Stato. Gli ebrei sono, insieme agli zingari, il solo popolo che ha rifiutato la forma stato, non ha condotto guerre e non si è mai macchiato del sangue di altri popoli.
    Negando alla radice l’esilio e la diaspora in nome di uno stato nazionale, il Sionismo ha tradito pertanto l’essenza stessa del Giudaismo. Non ci si dovrà allora meravigliare se questa rimozione ha prodotto un altro esilio, quello dei palestinesi e ha portato lo stato d’Israele a identificarsi con le forme più estreme e spietate dello Stato-nazione moderno. […]

    il testo intero è qui:
    https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-fine-del-giudaismo

    ________________________

    notilla di MG:

    Personalmente (però) mi aspetto o mi aspetterei da G.A.:

    (1) una ancora più energica anzi radicale decostruzione politica e storica del sionismo genocida e delle sue azioni concrete, inumane disumanizzanti e irreligiose davanti a qualsiasi religione;

    (2) una presa di posizione di tipo anche giuridico sullo status di illegalità anzi criminalità ormai secolare di israele e dei suoi sostenitori;

    (3) una sottolineatura ancora più forte della natura originariamente militare dell’aberrazione che Gran Bretagna e Stati Uniti hanno creato e sostengono; e

    (4) una conseguente difesa non solo di strategie immediate (poco o per nulla attuate) di condanna, embargo, disinvestimento e boicottaggio verso l’entità sionista, ma anche delle pratiche di Resistenza partigiana del Popolo Palestinese contro l’occupante.

    Paragonare il genocidio attuato dai sionisti con la violenza nazista e fascista è sensato, è pertinente, e gli intellettuali italiani su questo devono prendere posizione (avrebbero dovuto prenderla da tempo). La storia non li aspetta, sta già rovinando sulle spalle dei colonizzati.

    Davanti alle immagini, ai video, agli audio delle urla che si accumulano da ormai un anno, il pensiero occidentale o è frontalmente filopalestinese e antisionista, o è una semplice variante, più o meno moderata, del suprematismo colonialista bianco che ha negli USA il suo epicentro.

    https://slowforward.net/2024/09/30/la-fine-del-giudaismo-di-giorgio-agamben-una-notilla-personale/

    #000000 #Agamben #AssopacePalestina #ebraismo #ebrei #esilio #genocidio #GiorgioAgamben #Giudaismo #Israele #Palestina #sionismo #Stato #StatoNazione #testiDiMgInRete #testiDiMgOnline

  23. #Ucraina
    Stepan #Bandera - Wikipedia

    Bandera e l'#OUN, analogamente ai nazisti, sostenevano pratiche di riproduzione selettiva volte alla creazione di una razza ucraina "pura" e, tramite operazioni di pulizia etnica ai danni di #ebrei, polacchi, russi e ungheresi, volevano creare uno Stato monoetnico gestito da una dittatura dei leader dell'OUN.

    it.m.wikipedia.org/wiki/Stepan

  24. Ci è stata segnalata una #card che parla di #ebrei che rubano gli #organi dalle vittime della guerra a #Gaza in #Palestina. L'accusa di rubare gli organi è vecchia quanto il mondo, e biologicamente impossibile

    Per dettagli: bufale.net/il-mito-degli-ebrei

  25. 📷 In questa foto c'è un #bambino che dona un fiore a uno poco più grande di lui dopo essere arrivato ad #Auschwitz.

    Tutte le persone di questo scatto sono state uccise dai #nazisti nello stesso giorno.

    #storia #history #ebrei #genocidio

  26. #Gaza #antisemitismo #ebrei #letteraaperta
    Lettera del 2 novembre ignorata dai media nostrani.
    Chi l'ha firmata non è proprio un somaro da social o un ministro delle infrastrutture e dei trasporti qualunque ...
    adista.it/articolo/70961

  27. Due parole sul conflitto israelianopalestinese e le responsabilità occidentali…

    Oggi è l'argomento clou il conflitto israelianopalestinese. La faccenda è molto complessa e ha radici antichissime. Il conflitto è un intreccio inestricabile di storia, economia, giustizia, ideologia, pregiudizi, religione.

    magozine.it/due-parole-sul-con

    #Editoriale #chiesa #Diaspora #Ebrei #Hitler #Israele #Pregiudizi #Sionismo

  28. Dopo aver visto oggi #LaRussa ricevere ed esprimere solidarietà ad una delegazione di familiari degli #Israeliani (ebrei) per gli attacchi del #7ottobre, penso di averle viste proprio tutte 😱

    Mi viene in mente questo magistrale video di #Crozza dove dice che #Mussolini agli #Ebrei non li hai mai bombardati, ma li ha solo "mandati sui treni" 😵

    i.devol.it/watch?v=KBhIVom1MNQ

  29. @diffrazioni @valigiablu Non solo Repubblica!

    Oggi è tutto un andirivieni in tutte le TV di "espertoni" che mettono in bocca a# Guterres cose non solo non ha mai detto, ma neanche pensato!

    Ma guai a dire in Italia che #Israele ha sbagliato qualcosa, non sia mai!
    Chi lo dice viene istantanemante fulminato e diventa #nazista e sterminatore di #ebrei in automatico...

  30. per fortuna possiamo sempre contare sull'idiozia dei potenti!
    con le criminali persecuzioni degli #ebrei,Hitler e Mussolini costrinsero a scappare centinaia di scienziati ebrei dal cervello senza eguali,che quindi NON costruirono l'#atomica x #TerzoReich e x l'#Italietta del Duce

  31. E se la "denazificazione" dovesse pesare più sull'Italia che sull'#Ucraina? | Il Foglio

    Adriano Sofri: "Ucraini ebbero parte rilevante, con e senza i tedeschi, nello sterminio degli #ebrei".
    ilfoglio.it/piccola-posta/2023

  32. @tanzen buongiorno!

    #mastoaiuto

    Per un amico che a breve passerà a Napoli chiedo a te ed a tutti gli utenti #ebrei e/o di #osservanzaEbraica se c'è a #Napoli qualche pizzeria #kosher.

    Lascio il messaggio pubblico perché in qualche modo può essere interessante per qualcuno.

    #ebraismo #ebreo #kasherut #casherut #pizza

  33. @tanzen buongiorno!

    #mastoaiuto

    Per un amico che a breve passerà a Napoli chiedo a te ed a tutti gli utenti #ebrei e/o di #osservanzaEbraica se c'è a #Napoli qualche pizzeria #kosher.

    Lascio il messaggio pubblico perché in qualche modo può essere interessante per qualcuno.

    #ebraismo #ebreo #kasherut #casherut #pizza

  34. @tanzen buongiorno!

    #mastoaiuto

    Per un amico che a breve passerà a Napoli chiedo a te ed a tutti gli utenti #ebrei e/o di #osservanzaEbraica se c'è a #Napoli qualche pizzeria #kosher.

    Lascio il messaggio pubblico perché in qualche modo può essere interessante per qualcuno.

    #ebraismo #ebreo #kasherut #casherut #pizza

  35. @tanzen buongiorno!

    #mastoaiuto

    Per un amico che a breve passerà a Napoli chiedo a te ed a tutti gli utenti #ebrei e/o di #osservanzaEbraica se c'è a #Napoli qualche pizzeria #kosher.

    Lascio il messaggio pubblico perché in qualche modo può essere interessante per qualcuno.

    #ebraismo #ebreo #kasherut #casherut #pizza

  36. Oggi nella #GiornataDellaMemoria

    #Fincantieri ricorda le traversate del Rex che nei primi anni trenta, portò in salvo oltre 40 mila ebrei
    Le #leggiraziali non vincolarono i trasporti via mare fino al 1938, quando caddero anch’essi nelle proibizioni razziali.

    Cercavo info sulle facilitazioni riservate agli #ebrei in fuga sulle navi Fincantieri, ma al momento - my fault - non ne trovo.

    Se avete info, welcome, le aggiungo nel thread ad encomio

    Grazie mille
    twitter.com/ciaudiagiulia/stat

  37. DISCRIMINATI COME GLI EBREI!

    youtube.com/watch?v=oQhwf0OEdK

    Quando lo Stato impone le sue regole a discapito della nostra libertà si genera la dittatura. E chi non segue il pensiero unico viene emarginato. Come con gli ebrei.

    #novax #nogreenpass #dittaturasanitaria #pensierounico #ebrei

    @aconito @Mauro85

  38. Evento on line domani 27 gennaio 2021 alle 18.
    Gennaio 1942: la conferenza di Wannsee e lo sterminio degli #ebrei #Memoria #olocausto
    peacelink.it/calendario/event.