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Carcere e sistema penitenziario: pena, controllo e alternative
Indice dei contenuti
ToggleIl carcere è una delle istituzioni fondamentali attraverso cui le società contemporanee puniscono chi commette determinati reati.
La sua presenza è talmente radicata da apparire quasi inevitabile. Quando si parla di criminalità, la domanda più frequente riguarda infatti la durata della pena: quanti anni di carcere siano sufficienti, quando sia giusto concedere benefici o quali reati debbano essere puniti più severamente.
Più raramente viene formulata una domanda precedente:
perché il carcere?
Qual è lo scopo della detenzione? Punire? Proteggere la società? Impedire nuovi reati? Rieducare? Reinserire? E quanto il sistema penitenziario riesce effettivamente a realizzare questi obiettivi?
Sono interrogativi che attraversano da tempo anche Magozine, attraverso saggi, recensioni, casi di cronaca e riflessioni sull’abolizionismo carcerario.
A cosa serve il carcere?
Le funzioni attribuite alla pena possono essere differenti.
La detenzione può avere una funzione retributiva: chi ha commesso un reato subisce una conseguenza proporzionata alla gravità del comportamento.
Può avere una funzione preventiva, perché la possibilità della pena dovrebbe scoraggiare la commissione di nuovi reati.
Può avere una funzione di protezione, separando temporaneamente dalla società persone considerate pericolose.
Ma nell’ordinamento italiano esiste anche un principio fondamentale: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Da qui nasce una delle grandi contraddizioni del sistema penitenziario.
Se il carcere deve contribuire al reinserimento nella società, quanto può essere efficace un’istituzione costruita proprio attraverso la separazione dalla società?
Il carcere come istituzione totale
Uno degli strumenti più interessanti per comprendere il funzionamento della prigione viene dalla sociologia.
Erving Goffman ha utilizzato il concetto di istituzione totale per descrivere luoghi nei quali gran parte della vita delle persone viene organizzata all’interno della stessa struttura e sotto un’unica autorità.
Carceri, manicomi e altre istituzioni presentano, pur nelle loro differenze, una caratteristica comune: attività che normalmente avvengono in luoghi e relazioni differenti vengono concentrate nello stesso spazio e sottoposte a un sistema di regole.
Mangiare, dormire, lavorare, muoversi, comunicare e incontrare altre persone non dipendono più principalmente dalla scelta individuale.
Il controllo dello spazio diventa anche controllo del tempo.
Nella recensione Perché il carcere? Riflessioni a partire da Goffman e Foucault abbiamo affrontato proprio questa prospettiva attraverso il saggio di Elisa Mauri, psicologa che ha svolto attività all’interno degli istituti penitenziari.
Il carcere viene così osservato non soltanto come edificio nel quale sono rinchiuse persone condannate, ma come sistema di organizzazione e controllo della vita quotidiana.
Foucault: dalla punizione del corpo alla disciplina
Michel Foucault ha analizzato storicamente il passaggio dalle pene pubbliche e corporali alla prigione moderna.
La trasformazione può apparire immediatamente come un processo di umanizzazione.
La tortura pubblica e il supplizio vengono progressivamente sostituiti dalla privazione della libertà.
Ma Foucault mostra anche un’altra dimensione del cambiamento: la nascita di forme di potere capaci di organizzare minuziosamente corpi, comportamenti, spazi e tempi.
Il carcere diventa così uno degli esempi più evidenti della società disciplinare.
Sorveglianza, classificazione, registrazione, regolazione degli spazi e valutazione dei comportamenti non appartengono però esclusivamente alla prigione.
Scuole, caserme, fabbriche, ospedali e altre istituzioni moderne hanno utilizzato, con finalità molto differenti, strumenti analoghi di organizzazione.
Per questo riflettere sul carcere significa anche interrogarsi sul rapporto più generale tra autorità, disciplina e controllo sociale.
Carcere e diritti dei detenuti
Essere privati della libertà non significa perdere ogni altro diritto.
Questo principio è essenziale per distinguere la pena dalla vendetta.
Chi entra in carcere continua a essere una persona titolare di diritti. La detenzione comporta necessariamente limitazioni, ma tali limitazioni non dovrebbero trasformarsi in una sospensione generale della dignità individuale.
Il problema riguarda condizioni materiali, salute, rapporti familiari, accesso alla difesa, istruzione, lavoro e possibilità di mantenere relazioni con il mondo esterno.
Anche il sovraffollamento incide direttamente su molti di questi aspetti.
Al 31 luglio 2026 il Ministero della Giustizia registrava 64.793 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 51.221 posti negli istituti italiani. Il dato mostra che il sovraffollamento rimane un problema strutturale del sistema penitenziario italiano.
Non è soltanto una questione numerica.
Più persone all’interno dello stesso sistema significano maggiore pressione su spazi, personale, servizi sanitari, attività formative e opportunità di reinserimento.
Punire o rieducare?
La Costituzione italiana stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
Ma che cosa significa concretamente rieducare?
Se l’obiettivo è permettere a una persona di tornare nella società senza commettere nuovi reati, il carcere dovrebbe creare le condizioni per sviluppare autonomia, competenze, relazioni sociali e capacità di costruire una vita al termine della pena.
Da questo punto di vista diventano centrali istruzione, formazione, lavoro, sostegno psicologico e mantenimento delle relazioni familiari.
La questione non riguarda soltanto i diritti della persona detenuta.
Una persona che esce dal carcere senza lavoro, casa, relazioni e possibilità di reinserimento può incontrare maggiori difficoltà nel costruire una vita fuori dai circuiti che l’avevano condotta alla detenzione.
Rieducazione e sicurezza sociale non sono quindi necessariamente obiettivi contrapposti.
Il problema del sovraffollamento
Il sovraffollamento è uno dei problemi più persistenti delle carceri italiane.
La risposta apparentemente più immediata consiste nel costruire nuovi istituti o aumentare i posti disponibili.
Ma questa soluzione apre un’altra domanda.
Se la popolazione detenuta continua ad aumentare insieme alla capacità del sistema, ampliare continuamente le strutture affronta la causa del problema oppure ne aumenta soltanto le dimensioni?
Bisogna quindi interrogarsi anche su chi viene incarcerato, per quali reati, per quanto tempo e quali pene alternative siano possibili.
Non tutti i reati presentano lo stesso grado di pericolosità e non tutte le persone condannate richiedono necessariamente lo stesso livello di restrizione.
Da questo punto di vista il dibattito sulle alternative alla detenzione diventa parte integrante della discussione sul carcere.
Il 41-bis e il carcere duro
Una delle forme più restrittive della detenzione italiana è il regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario.
La norma permette, in presenza delle condizioni previste dalla legge, la sospensione di alcune normali regole del trattamento penitenziario per detenuti collegati a organizzazioni criminali, terroristiche o eversive, con l’obiettivo di impedire il mantenimento di quei collegamenti dall’interno del carcere.
Il 41-bis nasce quindi da un problema specifico: la capacità di alcune organizzazioni strutturate di mantenere rapporti operativi con persone detenute.
Allo stesso tempo, proprio l’intensità delle restrizioni ha generato nel tempo un ampio dibattito giuridico e politico sui limiti che lo Stato può imporre alla persona detenuta.
La Corte costituzionale è intervenuta più volte su singole disposizioni del regime, dichiarando illegittime specifiche restrizioni, senza dichiarare incostituzionale nel suo complesso l’articolo 41-bis.
Questa precisazione è importante anche rispetto ad alcuni vecchi contenuti del nostro archivio, che necessitano oggi di essere aggiornati sul piano giuridico.
Alfredo Cospito e il dibattito sul 41-bis
Il caso di Alfredo Cospito ha portato il dibattito sul 41-bis al di fuori dell’ambito della criminalità mafiosa, coinvolgendo anarchismo, terrorismo, libertà di comunicazione dal carcere e proporzionalità delle restrizioni.
Magozine ha seguito il caso in diversi articoli.
In Tutti gli errori dei giornali riguardo gli anarchici e Cospito abbiamo analizzato anche la confusione mediatica tra differenti organizzazioni anarchiche e le vicende giudiziarie di Cospito.
In Due mie parole sul caso di Alfredo Cospito il tema veniva invece affrontato attraverso una critica all’applicazione del carcere duro nel caso specifico.
Questi articoli riflettono il dibattito e le posizioni espresse nel momento in cui furono scritti. Vanno quindi distinti da una ricostruzione giuridica generale del 41-bis.
Il loro posto in questo percorso è soprattutto quello di documentare un conflitto più ampio: fino a dove può arrivare la restrizione della libertà quando una persona è già privata della propria libertà personale?
Repressione politica e carcere
La storia del carcere si intreccia spesso con quella del conflitto politico.
Dissidenti, rivoluzionari, oppositori politici e militanti di movimenti differenti hanno conosciuto la detenzione in sistemi politici molto diversi fra loro.
Questo non significa che ogni persona incarcerata per reati commessi all’interno di un conflitto politico sia automaticamente un “prigioniero politico”.
Significa piuttosto che reato, ordine pubblico e dissenso politico possono incontrarsi, rendendo particolarmente importante distinguere le responsabilità penali individuali dalla criminalizzazione generale di idee e movimenti.
Nel caso dell’anarchismo questa distinzione è particolarmente importante.
L’esistenza di gruppi o individui che utilizzano forme violente di azione non permette di identificare automaticamente con quelle pratiche un’intera tradizione politica composta da correnti profondamente differenti.
Per questo il tema del carcere riceve anche collegamenti dal percorso dedicato all’Anarchia, pur rimanendo collocato strutturalmente all’interno della Controinformazione.
Abolire il carcere?
La critica più radicale all’istituzione penitenziaria è l’abolizionismo carcerario.
La domanda non è semplicemente come migliorare le prigioni, ma se la prigione debba continuare a rappresentare lo strumento principale attraverso cui rispondiamo a una grande varietà di reati.
Abbiamo affrontato direttamente il tema nell’articolo Abolire il carcere: una sfida per la riforma della giustizia penale.
Abolire il carcere non significa necessariamente sostenere che una società debba rinunciare a proteggersi dalla violenza o ignorare le vittime dei reati.
L’interrogativo centrale è diverso:
quali forme di giustizia possono proteggere le persone, responsabilizzare chi ha causato un danno e ridurre il rischio che quel danno venga ripetuto?
Le risposte proposte dai diversi filoni abolizionisti non sono uniformi.
Si parla di prevenzione sociale, giustizia riparativa, interventi sulle cause della criminalità, misure alternative e riduzione progressiva del ricorso alla detenzione.
Alternative alla detenzione
Tra il carcere tradizionale e la completa abolizione esiste un insieme molto ampio di possibilità.
Detenzione domiciliare, affidamento in prova, semilibertà, lavori di pubblica utilità e altri strumenti possono limitare la libertà o imporre obblighi senza produrre necessariamente una separazione completa dalla società.
Non tutte le alternative sono adatte a ogni situazione.
Una persona che rappresenta un pericolo concreto e immediato pone problemi differenti rispetto a chi ha commesso reati non violenti o presenta un rischio molto basso di reiterazione.
L’obiettivo dovrebbe quindi essere evitare una risposta automatica nella quale reato = carcere, valutando quali strumenti siano proporzionati e più efficaci rispetto alle finalità della pena.
Giustizia riparativa
Un’altra prospettiva cerca di spostare l’attenzione dalla sola punizione al danno provocato dal reato.
La giustizia riparativa mette al centro, quando possibile e con adeguate garanzie, il confronto con le conseguenze del comportamento, i bisogni delle vittime e la responsabilizzazione dell’autore.
Non sostituisce automaticamente il sistema penale e non è applicabile allo stesso modo in ogni situazione.
Introduce però una domanda importante.
La giustizia deve limitarsi a infliggere una quantità di sofferenza proporzionata al reato oppure dovrebbe cercare anche di ricostruire ciò che il reato ha distrutto o danneggiato?
È una distinzione fondamentale perché sposta il discorso dalla vendetta alla responsabilità.
La vittima nel dibattito sul carcere
La critica al sistema penitenziario rischia talvolta di concentrarsi esclusivamente sulla persona condannata.
Ma un sistema di giustizia deve tenere conto anche delle vittime.
Chi ha subito violenza, perdita o altri danni può avere bisogno di protezione, riconoscimento, risarcimento e garanzie che il comportamento non venga ripetuto.
Per questo una riflessione critica sul carcere non dovrebbe banalizzare i reati.
La domanda più utile non è scegliere tra solidarietà con i detenuti e solidarietà con le vittime.
È capire quale risposta produca maggiore sicurezza, riconoscimento del danno, responsabilizzazione e possibilità di reinserimento.
Carcere e disuguaglianze sociali
Il sistema penale non opera in una società priva di differenze economiche e sociali.
Accesso all’istruzione, condizioni familiari, dipendenze, marginalità economica e possibilità di ricevere una buona assistenza legale possono influire sui percorsi che conducono una persona davanti alla giustizia.
Questo non significa eliminare la responsabilità individuale.
Significa riconoscere che la criminalità non nasce nel vuoto.
Una politica che interviene soltanto dopo il reato rischia di trascurare tutti i fattori precedenti che possono aumentare la probabilità che determinati comportamenti si verifichino.
Prevenzione significa quindi anche politiche sociali, educazione, salute mentale, contrasto alle dipendenze e possibilità economiche.
Carcere e letteratura
La prigione è anche un grande tema della letteratura.
Il carcere concentra alcune delle esperienze umane più radicali: isolamento, perdita della libertà, rapporto con l’autorità, resistenza psicologica e desiderio di evasione.
Un esempio particolarmente interessante nell’archivio di Magozine è Il vagabondo delle stelle: viaggi astrali e critica carceraria in Jack London.
Nel romanzo, il protagonista Darrell Standing è rinchiuso nel carcere di San Quentin e sottoposto alla camicia di forza. La fuga diventa mentale: attraverso esperienze extracorporee e ricordi di altre vite, il protagonista cerca uno spazio di libertà che il carcere non può controllare.
Il libro costituisce così un interessante punto d’incontro tra tre percorsi di Magozine:
carcere, letteratura e sogni/esperienze extracorporee.
È anche un esempio del perché i nostri cluster non debbano trasformarsi in compartimenti stagni.
Sorveglianza e controllo sociale
Il carcere rappresenta la forma più evidente del controllo istituzionale perché concentra fisicamente sorveglianza e limitazione della libertà.
Ma la riflessione sul controllo non termina alle porte della prigione.
Tecnologie digitali, videocamere, raccolta dei dati, identificazione, controllo degli spazi e sistemi automatizzati rendono possibile una sorveglianza molto più diffusa rispetto al passato.
Naturalmente vivere in una società sorvegliata non equivale a essere detenuti.
Il collegamento riguarda piuttosto gli strumenti attraverso i quali il comportamento può essere osservato, classificato e regolato.
Il pensiero di Foucault rimane utile proprio perché permette di osservare la prigione non come un’istituzione completamente separata dalla società, ma come una forma particolarmente intensa di dinamiche disciplinari presenti anche altrove.
Questo sarà uno dei punti di collegamento tra il carcere e gli altri temi della repressione e del controllo sociale.
Riformare o superare il carcere?
La discussione sul carcere oscilla spesso tra due posizioni.
Da una parte c’è chi ritiene necessario migliorare il sistema esistente: diminuire il sovraffollamento, garantire condizioni dignitose, rafforzare istruzione e lavoro, aumentare le possibilità di reinserimento.
Dall’altra esistono prospettive abolizioniste secondo cui il problema non consiste soltanto nel cattivo funzionamento delle carceri, ma nella funzione stessa dell’istituzione.
Le due posizioni non coincidono, ma condividono alcune domande.
Quali persone devono davvero essere private della libertà?
Per quanto tempo?
Che cosa deve accadere durante la pena?
Che cosa permette a una persona di non commettere nuovamente un reato?
Come tutelare le vittime?
Quali alternative possono produrre risultati migliori?
Sono domande più utili della semplice contrapposizione tra essere “a favore” o “contro” il carcere.
Pensare la pena oltre la vendetta
Ogni società deve affrontare comportamenti che danneggiano altre persone.
Una riflessione critica sul carcere non elimina questo problema.
Lo rende, semmai, più difficile.
Se rifiutiamo l’idea che la giustizia coincida semplicemente con la sofferenza inflitta al colpevole, dobbiamo costruire strumenti capaci contemporaneamente di proteggere, responsabilizzare, riparare e reinserire.
Il carcere può essere una delle risposte.
La domanda è se debba essere sempre la prima, la principale o l’unica.
Ed è proprio qui che il tema penitenziario diventa una questione più ampia di società: perché il modo in cui trattiamo chi ha violato una regola racconta anche quale idea abbiamo della pena, della dignità umana, della sicurezza e della possibilità di cambiare.
#carcere -
Presentazione del libro CARTE, FORBICI, SASSi
Giardini Reali - Torino, domenica 11 ottobre alle ore 16:00 CEST
Domenica 11 Ottobre - Giardini Reali - Torino
ore 16
Presentazione del libro
CARTE FORBICI SASSI - Sfida da e contro le prigioni e il patriarcatoa seguire
Merenda sinoiraore 18:30
Discussione tra persone intersex, donne, trans, lesbiche e non binariehttps://gancio.cisti.org/event/presentazione-del-libro-carte-forbici-sassi
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Allarme evasione. Detenuti non si presentano all’appello, ma erano incastrati in cella con Adinolfi
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GIORGIO ROSSETTO DI NUOVO IN CARCERE. INTERVISTA ALL’AVVOCATO ROBERTO LA MACCHIA https://www.radiondadurto.org/2026/08/28/giorgio-rossetto-di-nuovo-in-carcere-intervista-allavvocato-roberto-la-macchia/ #giorgiorossetto #carcere #notav #News
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Di fronte a una grave involuzione del sistema penitenziario, un percorso in cinque letture per ripensare (e superare) il modello detentivo
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https://gognablog.sherpa-gate.com/raccontare-il-carcere/ -
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Diffidare sempre da chi ha l’istinto a punire, di @ossrepressione
"abbiamo bisogno, soprattutto a sinistra, di recuperare una vecchia diffidenza che abbiamo colpevolmente smarrito: quella verso chiunque prometta giustizia attraverso l’aumento della punizione. Vale quando parla un ministro dell’Interno, vale quando parla un magistrato, vale quando parla un giornalista."
https://www.osservatoriorepressione.info/diffidare-sempre-da-chi-ha-listinto-a-punire/
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Questo non è carcere, è tortura legalizzata.
https://www.ilpost.it/2026/08/10/carcere-caldo-estate-sovraffollamento
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Tra caldo estremo e sovraffollamento record.
"Al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti disponibili".
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ANTIGONE: NELLE CARCERI ITALIANE VIETATE ANCHE LE BOTTIGLIETTE DI ACQUA FRESCA https://www.radiondadurto.org/2026/08/06/antigone-nelle-carceri-italiane-vietate-anche-le-bottigliette-di-acqua-fresca/ #susannamarietti #NAZIONALI #antigone #carcere
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ANTIGONE: NELLE CARCERI ITALIANE VIETATE ANCHE LE BOTTIGLIETTE DI ACQUA FRESCA https://www.radiondadurto.org/2026/08/06/antigone-nelle-carceri-italiane-vietate-anche-le-bottigliette-di-acqua-fresca/ #susannamarietti #NAZIONALI #antigone #carcere
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https://www.europesays.com/it/619144/ 15enne italiano in carcere a Malta, il Ministro dell’Interno: ‘Accusato di reati gravissimi’ #carcere #Cronaca #Headlines #IT #Italia #Italy #malta #News #Notizie #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #NotizieDiCronaca #NotiziePrincipali #Titoli #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieENewsDiOggi #UltimeNotizie #UltimeNotizieDiCronaca #UltimeNotizieEnewsDiOggi
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🧵 Il disegno di legge sui minorenni è solo ancora una volta propaganda
https://www.valigiablu.it/ddl-minorenni-maranza-governo-meloni-propaganda/#minorenni #maranza #Meloni #giustiziaminorile #propaganda #sicurezza #carcere
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La riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975 supera le disposizioni fasciste e mette fine al monopolio cattolico in #carcere. Con la revisione del Concordato i #cappellani pagati dallo Stato entrano liberamente, e su richiesta i rappresentanti di religioni con intesa.
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La riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975 supera le disposizioni fasciste e mette fine al monopolio cattolico in #carcere. Con la revisione del Concordato i #cappellani pagati dallo Stato entrano liberamente, e su richiesta i rappresentanti di religioni con intesa.
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La riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975 supera le disposizioni fasciste e mette fine al monopolio cattolico in #carcere. Con la revisione del Concordato i #cappellani pagati dallo Stato entrano liberamente, e su richiesta i rappresentanti di religioni con intesa.
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La riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975 supera le disposizioni fasciste e mette fine al monopolio cattolico in #carcere. Con la revisione del Concordato i #cappellani pagati dallo Stato entrano liberamente, e su richiesta i rappresentanti di religioni con intesa.
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Presidio al carcere di Canton Mombello
Carcere Canton Mombello, sabato 25 luglio alle ore 11:00 CEST
Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di Canton Mombello, si è innescata la scintilla della rabbia di alcunx detenutx che vivono in una delle carceri più sovraffolate d' italia.Ancora una volta, il fuoco dei materassi marci sui quali dorme chi è statx privatx della libertà, fa meno rumore dei giorni di prognosi che vengono regalati alle guardie dopo le rivolte.A fare notizia, ancora una volta, non è stata la condizione micidiale di chi sta dietro le sbarre, ma il secondino rimasto "ferito" durante quelle che vengono definite operazioni per riportare la situazione sotto controllo.
Sotto quello stesso controllo che spesso e volentieri uccide, sotto i manganelli, in solitudine, nella sporcizia delle celle, soffocando nel contare i respiri.Tutte le carceri e i cpr sono luoghi in cui si muore, o meglio, si viene assassinatx dallo stato e Canton Mombello, con il suo tasso di sovraffollamento del 203%, non fa certo eccezione.Infatti, l' agosto scorso, dietro quelle mura, una persona è stata suicidata dallo stato nella sua cella rovente, riuscendo a uscirne soltanto con l' inutile tentativo di raggiungere l' ospedale.
E se nelle gabbie dello stato lo spazio è già infinitamente insufficiente, a toglierne ulteriore ci pensano i decreti legislativi di un governo che fa dei suoi vessilli sicurezza e repressione.
L' ultimo, approvato qualche giorno fa, estende il fermo preventivo, già in vigore nel pacchetto sicurezza, anche ai minori di 18anni. Lo scopo è palesemente quello di profilare razzialmente quella fascia di giovani che fino ad ora venivano "soltanto" fermati dagli sbirri e sparati a sangue freddo nei parchi di Rovereto,come Abderrahim Mansouri, o investiti sotto le gazzelle delle guardie, come Ramy.In materia di misure preventive il governo Meloni ha dimostrato di averle adottate come strumento prediletto per affogare il dissenso con punizioni esemplari, inasprendo sempre di più le pene ed estendendo il potere d' intrepretazione della legge a sbirri sempre più armati e legittimati.Ed è proprio nel colpire chi lotta che queste misure trovano la loro massima espressione,come il rinnovo del regime di tortura del 41bis ad Alfredo.
Come il carcere preventivo a Luigi e Bak che da 8 mesi sono agli arresti in attesa di giudizio.
Come le indagatx del 16 giugno rilasciatx settimana scorsa dopo due settimane agli arresti con la sola "prova" di possedere fanzine di carta, operazione evidentemente costruita con la squallida scusa di sgomberare lo spazio del Bencivenga.
O ancora come le 91 persone schedate per aver espresso solidarietà a Sara e Sandro sul luogo della loro morte.Se il potere costituito si illude di riuscire ad affogare la libertà sotto una pioggia di decreti legislativi attraverso il ricatto della prigione, resistere in questa tempesta liberticida, oltre ad essere una necessità inalienabile, è un compito indispensabile alla frantumazione di un sistema sempre più elitario e fascista.
Quando la repressione è legge la rivolta è dovere
Contro ogni frontiera e ogni prigione
Libertà per tuttx!
A fianco di Alfredo, Anna, Juan, Bak, Luigi, Pietro, tuttx le indagatx del 16 giugno e tuttx lx detenutx
https://lasitua.org/event/presidio-al-carcere-di-canton-mombello
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Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti
Circolo Anarchico Bonometti, sabato 25 luglio alle ore 11:00 CEST
ore 11- Presidio al carcere di Canton Mombello
ore 13- Paninata Benetif inguaiatx al Bono
dalle 15- Musica e caciarahttps://lasitua.org/event/giornata-di-chiusura-estiva-del-circolo-anarchico-bonometti
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Il #golpe giudiziario di #Erdoğan: 2400 anni di carcere per fermare il sindaco di Istanbul
Il Presidente della #Turchia #Erdogan sta usando il #potere giudiziario come clava contro l'opposizione #İmamoğlu il #sindaco di #Istanbul, volto di spicco del Partito Popolare Repubblicano (#CHP), è in #carcere dal 19 marzo 2025 con le accuse di #corruzione, estorsione, #riciclaggio di #denaro, turbativa d'asta e collaborazione con il #terrorismo curdo. E cosa fanno governi e UE?
https://www.valigiablu.it/golpe-giudiziario-erdogan-caso-imamoglu-turchia/
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🧵 Il golpe giudiziario di Erdoğan: 2400 anni di carcere per fermare il sindaco di Istanbul
https://www.valigiablu.it/golpe-giudiziario-erdogan-caso-imamoglu-turchia/ -
🧵 Il golpe giudiziario di Erdoğan: 2400 anni di carcere per fermare il sindaco di Istanbul
https://www.valigiablu.it/golpe-giudiziario-erdogan-caso-imamoglu-turchia/