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  1. A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia

    Nei giorni successivi [primi di luglio 1960] divenne chiaro che Genova, anziché essere il culmine della violenza, era solo l’inizio. I disordini e gli scioperi toccarono diverse città in tutta Italia. Il governo inasprì il suo comportamento. E le ragioni dei dimostranti si declinarono con diverse modalità a seconda dei contesti. Palermo e Licata, dove il ritardo e il disagio economico avevano raggiunto livelli insopportabili, versavano in condizioni particolarmente gravi. In situazioni del genere bastava poco per scatenare la rabbia popolare. In Sicilia, quindi, si saldavano elementi della politica nazionale e locale. Secondo Tambroni, il Pci era pronto a sfruttare queste dimostrazioni di natura sindacale per screditare ulteriormente il governo e la Dc. C’è da dire, poi, che la polizia, dopo la “sconfitta” di Genova, intendeva rifarsi. In quell’occasione, come ha notato Accame, «non si poteva sparare per difendere i fascisti» <138. Ma di fronte agli eventi successivi, il Viminale avrebbe dimostrato di essere pronto ad usare la forza. Per il 6 luglio, il Consiglio federativo della Resistenza – creato a Genova – promosse un raduno a Porta San Paolo a Roma. Nonostante fosse stato proibito il giorno stesso dalla prefettura, il comizio ebbe luogo. Il segretario d’ambasciata [degli Stati Uniti] Lister si trovò casualmente nel bel mezzo degli scontri, e il suo racconto quasi in presa diretta ci restituisce il clima dell’epoca. Stando al suo resoconto, la situazione apparve subito estremamente caotica: manifestanti che si impadronivano dei filobus, raffiche di pietre, urla, cariche della polizia. Poi l’arrivo della cavalleria e la fuga. I tanti ragazzi presenti venivano liquidati come «giovani gangster forse assunti per l’occasione». Tuttavia, uno degli aspetti che più aveva colpito l’ufficiale dell’ambasciata era la scomparsa «dell’apatia della base di dieci anni prima». Chi aveva preso parte alla rivolta «sentiva l’entusiasmo di “avere fatto qualcosa” contro il governo» <139.
    Dopo i fatti di Porta San Paolo vennero indetti numerosi scioperi dalle Camere del Lavoro. Tra le varie città, Napoli, Parma, Bologna, Ravenna e Reggio Emilia si fermarono il 7 luglio 1960. Proprio Reggio avrebbe drammaticamente legato il suo nome a quella data. La questura aveva concesso l’autorizzazione a svolgere un comizio, a patto che si tenesse all’interno, precisamente nella sala Verdi (600 posti) del teatro Ariosto. Com’era prevedibile, la folla si stava accalcando già diverse ore prima dell’inizio, ed era immensamente superiore alla capienza della sala: circa seimila persone. Nella centrale piazza della Libertà, in attesa del comizio, la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti era cresciuta. Le cronache dell’epoca non lasciano dubbi sulle reazioni spropositate degli agenti. Il fuoco aperto sui dimostranti durò venti minuti. Afro Tondelli, poco prima di morire, disse alla moglie di aver visto l’uomo che gli aveva sparato: «prendeva la mira come se fosse a caccia». La drammatica sequenza fotografica apparve su «Paese Sera» <140. Difficilmente i cinque morti lasciati sul campo – manifestanti tra i 19 e i 41 anni – possono trovare una qualche giustificazione. La spiegazione più convincente e scevra da ideologie è, a nostro avviso, quella di Radi, che ha posto l’accento sull’adunata antifascista del 4 luglio, davanti alla sede del Msi reggiano. Quel giorno, molti agenti erano rimasti contusi, e si era creato nei reparti «il proposito di rifarsi, di dare una lezione» <141. Il tenente colonnello dei carabinieri Giudici, il questore e il prefetto dichiararono che il 7 luglio nessuno aveva dato l’ordine di sparare. Il questore Greco ricordava la presenza di fitte sassaiole e insulti contro gli agenti. Con ogni probabilità, a Reggio, la situazione locale era già molto tesa e qualcuno perse il controllo. La città emiliana era «un contesto politico e sociale quasi unico nel Paese» <142, dove le contrapposizioni trovarono un terreno fertile. Più che ipotizzare disordini organizzati da Mosca o degenerazioni squadriste, ci sembra ragionevole pensare a poliziotti in cerca di rivincita.
    Dopo il tragico bilancio di sangue di Reggio Emilia, fu ancora la Sicilia ad essere tristemente protagonista: il giorno seguente, durante manifestazioni legate allo sciopero generale, ci furono tre vittime a Palermo e una a Catania <143. Il numero dei morti saliva a dieci. Anche in questo frangente, non è privo di significato sottolineare la vicinanza tra il punto di vista delle forze dell’ordine e dei funzionari americani, tanto dell’ambasciata quanto del Dipartimento di Stato. Lanciando pietre e altri oggetti, i dimostranti – si legge in un commento – avevano «costretto la polizia ad usare le mitragliatrici». Di fronte alle «dure provocazioni», la polizia si stava addirittura comportando con «grande moderazione [considerable restraint]». Il governo e il suo braccio armato, secondo queste analisi, sarebbero riusciti senza problemi a «domare la tempesta politica in atto», almeno per il momento <144.
    Restano da capire le intenzioni e i margini di manovra dei due “contendenti”: il fronte antifascista e Tambroni. Nella storiografia non sono mancate le interpretazioni anche molto distanti tra loro, e grazie ai documenti americani è possibile aggiungere un ulteriore tassello alla ricostruzione degli eventi. Gli antifascisti più attivi erano, com’è noto, socialisti e comunisti. I rapporti tra i due partiti, da tempo non idilliaci, si raffreddarono ulteriormente al momento di “capitalizzare” le proteste di piazza. Basta guardare quanto scrisse Nenni sul suo diario, il 3 luglio ’60: la vittoria di Genova era usata dai comunisti «in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria di piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919» <145. Secondo il leader socialista i fatti di quei giorni erano da intendersi come stimoli per la svolta a sinistra, non certo per una contrapposizione violenta. Nei dispacci dell’ambasciata si riconosceva il grande appeal dell’antifascismo ma l’attenzione era perlopiù concentrata sull’abilità del Pci nello sfruttare la situazione. I comunisti – citiamo da un documento inedito americano – erano riusciti a creare un «nuovo mito, un vero e proprio articolo di fede: le forze armate clerico-fasciste avevano attaccato una manifestazione pacifica di operai e altri elementi democratici». La speranza degli Usa, comunque, era l’isolamento di comunisti e neofascisti per coinvolgere tutti i partiti anti-totalitari e arrivare ad un governo di elementi moderati <146. Si capisce, in questo senso, il disorientamento generato da un governo col sostegno dei neofascisti e duramente osteggiato, in primis, da socialisti e comunisti. Alla tesi del complotto sovietico, denunciato da Tambroni, non venne mai dato molto credito <147. Inoltre, sembrava «altamente improbabile» che il Pci volesse minacciare un’insurrezione. L’unico risultato che poteva ottenere, visti i livelli di tensione raggiunti, era la soppressione del partito per attività illegali <148. La dirigenza era ben lontana dal minacciare un’insurrezione, ma questo non significava l’assenza di pulsioni violente o l’estraneità all’organizzazione delle rivolte, come è stato scritto <149. Recentemente, grazie alla testimonianza di un ex dirigente di alto livello come Luciano Barca, è stata sottolineata l’attenta regia comunista delle manifestazioni <150. Il principale problema dei vertici di partito era «frenare un movimento che vuol procedere oltre la mobilitazione di piazza» <151. Lo stesso Togliatti prese le distanze dai compagni più estremisti intenzionati a portare fino in fondo lo scontro. In questo senso può essere letta l’accettazione della tregua – proposta dal presidente del Senato Merzagora – da parte del segretario del partito comunista <152. Del resto, furono proprio i dirigenti di Pci e Cgil a dichiarare che il movimento, fin da Genova, era sfuggito loro di mano.
    L’insoddisfazione dell’avanguardia leninista risiedeva nel fatto che, malgrado gli sforzi profusi, Tambroni era ancora al suo posto. Armando Cossutta confessò la fatica a sedare gli animi di chi intendeva continuare lo scontro nelle piazze, senza curarsi dell’opinione dei vertici o addirittura senza conoscere gli stessi dirigenti <153. Secondo questa lettura, la Dc era una forma mascherata di fascismo. Di più. Era il vero fascismo, il referente dei ceti dominanti in grado di mobilitare un apparato repressivo e autoritario. Quindi la Resistenza doveva continuare ad ogni costo la sua lotta antifascista <154.
    Il movimento del 30 giugno si proponeva di combattere la confusione tra potere fittizio, cioè «l’ombra del potere rappresentato dal seggio parlamentare» e potere reale, costituito dal «controllo operaio delle fabbriche». Contro il «cretinismo parlamentare» e il «rivendicazionismo spicciolo». Chi aveva creduto di utilizzare la protesta a scopi dimostrativi rimase deluso. L’anonimo operaio redattore del documento scrive: «non si poteva più comandarci a bacchetta, valutando che la nostra collera potesse sfogarsi nel corteo approvato dalla prefettura». Gli stati maggiori della sinistra, che tuonavano contro il revisionismo, erano in realtà «peggiori dei revisionisti». In questo scollamento tra partito comunista legalitario e classe operaia rivoluzionaria, Baget Bozzo ha individuato l’inizio del movimentismo extra-parlamentare <155. Le pur legittime richieste di cambiamento venivano inghiottite dai movimenti estremisti.
    A partire dai fatti di Genova l’antifascismo è diventato il sale della democrazia. E se all’inizio era stato il partito socialista a trarre i maggiori vantaggi, intanto il Pci «usciva dall’angolo» e conquistava il ruolo di componente irrinunciabile della politica nazionale. Da quel momento si insinuava il dubbio che anticomunismo e democrazia non potessero convivere pacificamente. Chi si esprimeva diversamente attirava sospetti di fascismo <156. Si tratta di un passaggio decisivo per la cultura politica del nostro Paese. Alla luce di queste considerazioni, il mito dei ragazzi con le “magliette a strisce”, su cui ha prosperato la prima storiografia sui fatti di Genova (ma anche tante opere successive), va in buona parte ridimensionato. Certamente, a quindici anni dalla guerra, l’Italia nuova dei giovani, alla ricerca di un «momento positivo», si faceva sentire. Ma il luglio ’60, nel bene e nel male, andò al di là di qualsiasi previsione <157.
    [NOTE]
    138 G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 379. Accame ipotizza addirittura che il ministero degli Interni, a Genova, lasciò «mano libera ai comunisti». Sul sentimento di «rivincita» della polizia si veda G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294.
    139 The Porta San Paolo riot, G. Lister (First Secretary of Embassy) to the Department of State, July 21, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917, 765.00/7-2160. Sulla guida comunista delle manifestazioni di Roma si veda G. Mammarella, L’Italia contemporanea, cit., p. 260.
    140 V. Notarnicola, Venti minuti di fuoco fra la polizia e i dimostranti in piazza della Libertà, «Corriere della Sera», 8 luglio 1960. Per le reazioni di parte comunista si vedano le foto pubblicate su «Paese Sera», 12 luglio 1960 e il commento alla registrazione degli scontri (27 minuti): Abbiamo ascoltato la registrazione di Reggio Emilia, «Paese Sera», 14 luglio 1960.
    141 L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 111-113. Sul proposito di rivincita dei poliziotti reggiani, si veda l’interessante testimonianza di Italo Bonezzi (autista del servizio pubblico) al processo, riportata in P.G. Murgia, Il
    luglio 1960, cit., p. 126.
    142 P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 105.
    143 Sui fatti di Catania si veda A. Miccichè, Catania, luglio ’60, Ediesse, Roma, 2010.
    144 Italian situation, H. McBride to F. Kohler, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917.
    145 P. Nenni, Gli anni del centro sinistra. Diari 1957-1966, Sugarco, Milano, 1982, p. 129.
    146 Communist-led rioters succeed, cit.; The present disorders in Italy, H. Cumming (Department of State, Director of Intelligence and Research) to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Sui timori per una deriva autoritaria di destra si veda U.S. Policy toward Italy, July 13, 1960, DDEL, WHO, Office of the Special Assistant for National Security Affairs, Records 1952-1961, NSC Series, Briefing notes Subseries, Box 11, f. Italian political situation and U.S. Policy toward Italy, 1953-60.
    147 Central Intelligence Bulletin, CIA, July 8, 1960, CIA-RDP79T00975A005200070001-6, NARA, CIA Records Search Tool ( d’ora in poi CREST); L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 295.
    148 Severe Communist-led rioting in Italy threatens life of Tambroni government, F. Kohler to the Secretary of State, July 8, 1960, NARA, RG 59, CDF, Box 1917. Tambroni avrebbe poi esposto nella seduta del 14 luglio alla Camera la sua versione più critica nei confronti del complotto comunista, si veda AP, CdD, III Legislatura, Discussioni, Seduta pomeridiana del 14 luglio 1960, pp. 15963-15970.
    149 Pur cogliendo l’ambivalenza del Pci, Cooke non convince quando liquida la strategia togliattiana in poche righe e senza argomentazioni. Tale strategia, scrive, «non permette l’identificazione del suo partito con la violenza e l’insurrezione», si veda P. Cooke, Luglio 1960, cit., p. 43. Se il giudizio sulle tendenze rivoluzionarie è consolidato, altrettanto non può dirsi per l’uso della violenza. Utile in proposito la lettura del quotidiano comunista e le frequenti dispute con i socialisti nei mesi di giugno-luglio ’60.
    150 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, vol. I, Con Togliatti e Longo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005, pp. 235-238.
    151 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., p. 387; N. Minuzzo, L’aria del ’48, «L’Europeo», 17 luglio 1960.
    152 G. Baget Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, cit., p. 294; Anche i funzionari americani notarono questo aspetto: «l’accettazione comunista della proposta di tregua di Merzagora è una prova forte del fatto che il Pci starà attento a non andare oltre i limiti della violenza che ha già raggiunto», si veda Severe Communist-led rioting, cit.
    153 P. Di Loreto, La difficile transizione, cit., pp. 387-388.
    154 Si veda L. Radi, Tambroni trent’anni dopo, cit., pp. 126-127; G. Baget Bozzo, recensione a P. Cooke, Luglio 1960, cit., 25 maggio 2001, http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html. La necessità di portare a termine la nuova Resistenza e la continuità tra fascismo, Dc e Chiesa cattolica sono elementi ricorrenti nel lavoro di Murgia, secondo il quale Tambroni «è un frutto maturato nel giardino clericale», P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., p. 170.
    155 Citazioni tratte da Movimento 30 giugno, Genova, 1960, in P. Cooke, Luglio 1960, cit., pp. 132-143. Le osservazioni di Baget Bozzo sono su http://www.ragionpolitica.it/testo.92.html
    156 Un esempio eclatante di questo clima è il libro di Murgia, apparso nel 1968, si veda P.G. Murgia, Il luglio 1960, cit., pp. 111-112. Osservazioni pregevoli su questo in E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia come elemento strutturale della lotta politica nell’Italia repubblicana, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 248-252. Si veda anche R. Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1960): lineamenti di una storia, in E. Galli della Loggia, L. Di Nucci (a cura di), Due nazioni, cit., pp. 331-332.
    157 Sui grandi cambiamenti legati al boom economico e sull’attesa di qualcosa di nuovo si vedano G. Crainz, Storia del miracolo italiano, cit., pp. 173-174; G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Rizzoli, Milano, 1990, pp. 91-92. Secondo il giornalista comunista Falaschi nel luglio ’60 si possono individuare i prodromi del ’68 e dell’autunno caldo, si veda G. Formigoni, A. Guiso (a cura di), Tambroni e la crisi del 1960, cit., p. 383.
    Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

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  2. Mamdani dimostra l’efficacia del metodo DSA negli USA

    rizomatica.noblogs.org/2025/08

    Pubblicato con lievi modifiche su Transform Italia il 06 Agosto 2025

    Mamdani, Ocasio Cortez e Sanders.
    La vittoria di Zohran Mamdani alle primarie per il candidato democratico alle future elezioni

    #Rassegna #americani #CampagnaElettorale #democratici #mamdani #NewYork #OcasioCortez #primarie #radicale #sanders #sinistra #socialisti #USA

  3. Gronchi mi portò con sè all’Ambasciata Americana

    Sempre il 7 novembre [1944] una comunicazione, indirizzata a Pietro, rispondeva nel merito del suo piano con gli Alleati: “Non abbiamo nulla in contrario riguardo al piano riferitoci dal vostro ufficiale, ma non vi nascondiamo i nostri dubbi sulla sua attuazione per raggiungere lo stesso scopo noi chiederemo un lancio di giorno.” <391
    Infine l’ultima missione oltre le linee per quanto riguarda il periodo trattato, venne compiuta dallo stesso Pietro che, la notte del 5 dicembre, varcò il fronte accompagnato da sei uomini e da una decina di ufficiali inglesi, evasi dalla prigionia. Una volta raggiunta Seravezza, furono costretti dai primi soldati alleati incontrati a consegnare le proprie armi. Lasciati gli uomini a Forte dei Marmi, Pietro proseguì per Viareggio, Lucca e poi Firenze, dove ritrovò il comandante Vinci e gli altri partigiani che avevano passato il fronte il 2 dicembre. All’arrivo a Lucca, si incontrò con due inviati del Partito Comunista e del Partito Socialista, Romeo Landini e Marcello Ajò di Carrara, che, a sua insaputa, avevano varcato il fronte il 24 novembre: “Dovevamo recarci alle nostre Direzioni Regionali in Firenze per esporre la tragica situazione della Provincia di Apuania e chiedere un interessamento presso il Governo e gli Alleati […] Il quesito fu demandato al CTLN. Il medesimo dopo una esauriente dei due rappresentanti venne nella conclusione di rivolgersi al Generale Hum il quale ci indirizzò con le relative credenziali a Viareggio presso alcuni comandi. […] Senonché al nostro arrivo avemmo le prime notizie del rastrellamento in forza effettuato dai tedeschi e il parziale sfasciamento delle nostre formazioni partigiane.[…] Ci recammo a Lucca per attingere informazioni più precise al comando partigiani e lì sapemmo che presso l’O.S.S. trovavasi Pietro.” <392 Decisero, quindi, assieme di proseguire il viaggio che, come è riferito nella relazione dei due inviati di Carrara, avrebbe avuto come scopo i seguenti punti: cercare contatti militari con i comandi alleati, trovare finanziamenti per le necessità della popolazione apuana attraverso contatti con i CLN e il Governo, ottenere la costituzione di un comitato di assistenza a Lucca per la popolazione apuana e i profughi. La meta finale del viaggio avrebbe dovuto essere Roma. La delegazione apuana fu ricevuta e ascoltata a Firenze presso il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale l’11 dicembre. Venne accolta la proposta di costituire un comitato di assistenza per la popolazione apuana. A questo punto Pietro decise di scindere le due missioni; si separò dai due inviati carraresi per dedicarsi agli aspetti militari della missione. Si recò, quindi, a Firenze per incontrare il maggiore Abrignani, responsabile dell’O.S.S., al quale espose il piano per la liberazione di Massa ad opera dei suoi partigiani armati dagli americani. Il progetto non venne accolto, l’unica concessione fatta da Abrignani fu quella di permettere il ritorno in linea di Vinci e dei suoi uomini <393.
    I rapporti stabiliti portarono, comunque, in seguito ad una collaborazione molto stretta fra i comandi USA e il Gruppo. Dopo questi colloqui Pietro proseguì per Roma, deciso a perorare la causa Apuana presso il Governo. Del Giudice riuscì ad incontrare membri del Governo Bonomi e ricevette un contributo di sei milioni di lire. Sul suo incontro a Roma con esponenti governativi Pietro scrisse una relazione alcuni anni dopo: “A Roma in quel tempo avevo un solo punto di riferimento, una sola persona su cui appoggiarmi: Giovanni Gronchi, che era stato professore al Liceo di Massa e che ricopriva già da allora, la carica di Ministro dell’Industria nel Governo dell’Italia liberata. […] Gronchi saputo che c’era un partigiano che aveva passato il fronte per parlargli mi ricevette subito. Probabilmente valutò senza fatica la mia ingenuità ma fu anche commosso dalla fede e dall’entusiasmo con cui, a nome dei partigiani e della popolazione apuana, gli esponevo il mio piano. Proprio in quel momento doveva recarsi all’Ambasciata Americana per partecipare ad un solenne ricevimento, cui era stato invitato tutto il Governo Italiano. Senza alcuna preoccupazione per l’etichetta e per il mio abbigliamento tutt’altro che da cerimonia Gronchi mi portò con sè. […] La cordialità dimostratami dal presidente del Consiglio Bonomi, dal ministro degli Esteri De Gasperi, dal sottosegretario agli Interni Spataro, l’affetto e la commozione rivelata dal Ministro della Guerra Casati, che proprio in quel periodo aveva perduto un figlio sul fronte di Bologna, consentì all’Ambasciatore di squagliarsela con alcune generiche assicurazioni. […] il giorno dopo mi recai al Ministero della Guerra […] Casati mi comunicò che sarebbe stato estremamente difficile far modificare i piani operativi dei Comandi Alleati ed alla fine dell’affettuoso colloquio mi fece consegnare sei milioni come prima concreta prova di solidarietà del Governo per la zona Apuana.” <394
    In quello stesso momento anche Landini e Ajò si trovavano a Roma. Dopo aver sostato a Siena e aver conferito con i responsabili dell’I.S., un’altra struttura dell’O.S.S. americano, guidata da Max Corvo. Furono indirizzati da quest’ultimo a prendere contatti col Governo, attraverso il Ministero delle Terre Occupate. I due riuscirono a far sì che il Ministro si interessasse presso il Ministero della Guerra per un finanziamento: “Il Ministro delle Terre Occupate intervenne immediatamente per un primo finanziamento da richiedere al Ministero della Guerra. […] Il Presidente del Consiglio S.E. Bonomi telefonò a S.E. Casati, Ministro della Guerra, per ottenere tale finanziamento, senonché gli si rispose che erano stati designati nella stessa mattina sei milioni al Comandante Pietro. Cercammo di rintracciare Pietro e le circostanze ci favorirono facendoci trovare con lui presso S.E. Medici Sottosegretario di Stato al ministero delle Terre Occupate. Presenti i sottoscritti, Pietro, S.E. Medici, il Rappresentante della Giunta Militare Nazionale e il Segretario S.E. Scoccimarro si stabilì che la somma di sei milioni stanziata dal Ministero della Guerra era concessa per le formazioni di Apuania, tutte indistintamente ed eventualmente per le prime urgenti necessità della popolazione. Tale somma, giusta la direttiva del Governo, doveva essere versata al CPLN di Apuania il quale l’avrebbe distribuita al costituendo Comando Unico.” <395 Furono, inoltre, assegnati alla missione proveniente dalla provincia di Apuania ulteriori tre milioni. Sulla distribuzione del denaro si aprì un’aspra polemica presso il CPLN di Apuania, in quanto, i sei milioni presi in custodia da Pietro non furono immediatamente versati nelle casse del comitato, ma gestiti direttamente dal comandante. Il verbale della riunione del CPLN del 5 gennaio riporta nota delle divergenze in corso: “Questioni finanziarie. Data lettura di un piano di riparto della somma di L. 6.000.000 – concessi dal Ministro della guerra presentato da Pietro, si è aperta una vivacissima discussione per il fatto che il Comitato ha avocato a sé il diritto della ripartizione di detta somma, mentre invece il suddetto Pietro, in opposizione a quanto già comunicatogli dal Comitato stesso in merito, ha cominciato la distribuzione di parte del denaro secondo criteri suoi propri. Dopo aver più volte ribadito il concetto che tutte le formazioni sono sotto il controllo del Comitato e che quindi anche i capi formazione hanno gli stessi obblighi, il Comitato delibera di aggiornare la discussione al ritorno di Pietro ed ha inviato al medesimo la seguente lettera: ‘Accusiamo ricevuta della vostra del 3 corr. E vi invitiamo, non appena rientrato dalla nuova missione, a presentarvi a questo Comitato munito del denaro che, come già verbalmente dettovi deve essere messo a disposizione di questo Comitato’.” <396
    Appare, ancora una volta, come l’unità di intenti delle diverse formazioni e dei partiti politici che operavano nella provincia apuana spesso rimanesse solo sulla carta. Anche nel caso delle due missioni si notano una serie di contraddizioni: queste partirono scollegate fra loro; la relazione che Ajò e Landini portarono in discussione davanti al CTLN, nel primo incontro tenutosi a Firenze il 29 novembre <397, descriveva la situazione militare dei reparti partigiani apuani, accennando solo brevemente al GPA, e indicandolo come una Brigata Garibaldi. Anche Del Giudice, da parte sua, cercò ed ottenne un contatto esclusivo con i comandi alleati senza coordinarsi con le altre formazioni e il CPLN; egli fu favorito in questo, anche dalla diffidenza e dal timore che gli inviati di altre formazioni, specie quelle comuniste e socialiste, suscitavano presso gli anglo-americani. I comandi dell’O.S.S. erano stati informati sin dal 6 novembre <398 della composizione e connotazione politica delle formazioni operanti in Apuania. Le informazioni molto dettagliate provenivano da “Falco”, Paolo Pagani, collaboratore del maggiore Contri e futuro comandante della Brigata Lunense. Il memorandum conteneva giudizi molto negativi sulle formazioni di orientamento comunista, giudizi condizionati anche dalla provenienza azionista del Pagani.
    [NOTE]
    391 AAM busta 24, fascicolo 1. Pietro il 19 novembre in una comunicazione per Oldham, relativa alla mancata esecuzione dell’ordine di sgombero da Gorfigliano della 3^ compagnia di “Naldo”, informerà il maggiore inglese che: “Il Comando Alleato ci ha chiesto un centinaio di uomini da far passare di là per combattere in prima linea: proposta che a noi è piaciuta moltissimo e che stiamo attuando.”
    392 AAM busta 43, fascicolo 3. Relazione per il CPLN di Apuania.
    393 Il comandante Vinci e i suoi uomini passarono le linee del fronte per portarsi di nuovo nel territorio massese il 15 dicembre ma durante la discesa dal passo del pitone al paese di Antona incapparono in un campo minato. Morirono tre partigiani Andrea Marchini, decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare, Ireneo Mignani e Flavio Cortesini. Vinci rimase ferito ma riuscì grazie al sacrificio di Marchini a all’aiuto dei suoi compagni a mettersi in salvo. Nei giorni seguenti nel tentativo di recuperare la salma del Marchini e degli altri caduti rimase ucciso un altro partigiano, Francesco Antolini, mentre Alfredo Mosti “Sementa” perse una gamba a seguito delle mine che i tedeschi avevano lasciato sotto il corpo dei caduti. L’agguato tedesco probabilmente era diretto ad uccidere il comandante del GPA, Pietro, che però aveva proseguito la suua missione verso Roma e non era quindi con Vinci e gli altri partigiani. Una cronaca dell’agguato e dell’incontro con il maggiore Abrignani a Firenze si trova nel volume di V. Nicodemi, G. Lenzetti, Guerra sulle Apuane, cit.
    394 Relazione di P. Del Giudice, Governo Militare Alleato e CLN di Massa-Carrara, contenuta nel volume di D. Canali, a cura di, La Resistenza Apuana scritti e discorsi, cit.
    395 AAM busta 43, fascicolo 3.
    396 AAM busta 36, fascicolo 10.
    397 AAM busta 43, fascicolo 2.
    398 Il documento proveniente dagli archivi statunitensi è pubblicato nel libro di G. Petracchi, Intelligence americana e partigiani sulla Linea Gotica, i documenti segreti dell’O.S.S., Bastogi, Foggia, 1992.
    Marco Rossi, Il Gruppo Patrioti Apuani attraverso le carte dell’archivio ANPI di Massa. Giugno-Dicembre 1944, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, 2016

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  4. #ViktorOrban’s Auftritt war heute sehr umstritten im #Europaparlament.
    Die Abgeordneten von #TheLeft , gefolgt von #verdi und #socialisti standen am Ende seiner Rede auf und sangen #BellaCiao

  5. Come sempre #FrancescoBorgonovo di #LaVerità sfonda. I #democratici e #socialisti stqnno smantellando tutto pur di non far vincere altri se non loro. E la gente con la loro #stupidità ci sta cascando dentro. Sarete tutti annullati, tutto quanto per una semplice magra soddisfazione di vittoria. È veramente #patetico

  6. Ubi erant, sunt et erunt?
    Ogni trono ha una gamba lesionata
    (Una strofa cantata e una breve riflessione)

    aitanblog.wordpress.com/2024/0

    Dov'erano i fascisti?
    Dove sono i berlusconiani,
    i socialisti e i renziani?
    Dove saranno i meloniani,
    gli sfascisti e i leghisti
    di domani?

    #politica #decadenza #decadimenti #tempo #fascisti #socialisti #democristiani #berlusconiani #renziani #grillini #canto #canzone #stoicismo #ai #ia #intelligenzaartificiale #udio #ubisunt #morte

  7. Ha l'influenza anche la giovane democrazia spagnola.
    Ahi, ahi, ahi, quando c'erano loro e i treni arrivavano in orario!

    ____

    La verità è che rubavano pure loro.
    Non si può essere così co*lio*i da non capire che non ci sono poteri buoni.
    Il potere e la corruzione vanno sempre a braccetto.

    jacobinitalia.it/quando-rubava

    elconfidencial.com/cultura/201

    #politica #corruzione #influenze #franco #mussolini #sánchez #sanchez #pedrosanchez #socialisti

  8. "Voglio dire agli atleti russi e bielorussi che non sono i benvenuti a #Parigi e dire agli atleti ucraini e a tutto il popolo ucraino che li sosteniamo fortemente". E' il messaggio lanciato dalla sindaca socialista di Parigi, Anne #Hidalgo, in vista delle #Olimpiadi che si terranno a Parigi dal 26 luglio all'11 agosto.
    A #Russia e #Bielorussia e' stato vietato di partecipare alla cerimonia di apertura, scatenando l'ira di Mosca.
    Rainews
    #socialisti #Francia

  9. Le #elezioni anticipate del #Portogallo vedono una vittoria di misura per l’#AlleanzaDemocratica e un’impennata storica per il partito di #estremadestra #Chega, segnalando un cambiamento nel panorama politico. L’alleanza di centrodestra #AD ha ottenuto il maggior numero di seggi battendo i #socialisti, la cui quota di voti è crollata.
    Mio articolo
    corrierepl.it/2024/03/11/il-po

  10. Grazie #Imola Filippo Samachini, Galavotti, #Amnesty #Imola, #ANPI #Imola
    Nel ricordo dei rivoluzionari del XIX ( #Socialisti e #Anarchici) che hanno cambiato una società brutale e ingiusta,abbiamo parlato dei rivoluzionari del XXI secolo: Julian #Assange, #WikiLeaks, Chelsea #Manning, Edward #Snowden

  11. #Terrorismo
    Casson: «La #Cia, così come il Dipartimento di Stato statunitense, erano coinvolti: per loro si trattava di operazioni di politica estera. Trovammo perfino un documento dal quale si evinceva l’intenzione, da parte degli #Usa, di utilizzare la #Destra per piccoli attentati e azioni dimostrative. Lo scopo era fermare l’avanzata dei movimenti progressisti in #Europa: partiti #comunisti, #socialisti, sindacati e cattolici progressisti, erano tutti nel mirino».

    corrieredelveneto.corriere.it/

  12. #Terrorismo
    Casson: «La #Cia, così come il Dipartimento di Stato statunitense, erano coinvolti: per loro si trattava di operazioni di politica estera. Trovammo perfino un documento dal quale si evinceva l’intenzione, da parte degli #Usa, di utilizzare la #Destra per piccoli attentati e azioni dimostrative. Lo scopo era fermare l’avanzata dei movimenti progressisti in #Europa: partiti #comunisti, #socialisti, sindacati e cattolici progressisti, erano tutti nel mirino».

    corrieredelveneto.corriere.it/

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