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Ostaggi dei tedeschi a Sacile
Sacile (PN). Foto: Stefano Travasci.Fonte: Wikipedia[n.d.r.: quelle che seguono sono alcune pagine del diario di fra Benvenuto Grava, arrestato durante un rastrellamento tedesco a Motta di Livenza (TV) nel settembre 1944]
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Ad un tratto il convoglio si ferma e l’autocarro che conduceva me caracolla per una frenata robustissima. Al fianco nostro passa una piccola macchina mimetizzata, sulla quale, fra gli altri, siede l’ufficiale che aveva prelevato me a Motta. L’ufficiale scende e con due soldati entra verso il recinto della predetta chiesa, mentre gli altri si disperdono per i vigneti, riempiendo i loro elmetti di uva e di mele. Qualche vecchietta compare sul limite dell’orto con un piatto di uva che viene ricevuto senza tanti ringraziamenti. Dopo cinque minuti ecco comparire un prete di statura più che media, bello, liscio, rotondo, roseo, a fianco del mio autocarro. Lo saluto ed egli, inconscio della sorte che stava per toccargli, domandava, rispondeva, parlava con alcuni preti della macchina più vicina. Furono brevissime parole perché l’ufficiale lo interruppe e gli intimò di salire. Senza salutare alcuno, anch’egli si vide portare via senza sapere il perché e per quale destinazione. La macchina riprese la corsa verso S. Vito al Tagliamento.
In queste ore di angoscia, i due signori che erano con me, Tonussi e Bertacco, dal loro parlare non dimostravano eccessiva apprensione e si facevano coraggio. Non nascondo che io ascoltavo volentieri le loro ottimistiche congetture e per qualche breve attimo mi sentivo un altro, ma poi ripiombavo in tristissime e sconvolgenti previsioni. Corri e corri, l’autocarro si fermò in piazza a S. Vito al Tagliamento e sostò per circa mezz’ora. Fui riconosciuto da qualche persona che non ardì avvicinarsi. La popolazione attonita ci guardava, ci compassionava, ma passava al largo. I soldati, almeno in parte, scesero ed entrarono presso i fruttivendoli dove pagando si portarono via ogni ben di Dio. I trenta minuti passarono. Nel frattempo mi ricordai del caro Santuario di Madonna di Rosa, del superiore e dei religiosi che colà si trovavano. Mi preoccupò fortemente il timore che, passando di là, non succedesse ciò che era successo a me a Motta.
Costruivo la scena prima che avvenisse. Ripartimmo.
Appena fuori porta Udine, l’autocarro, invece di proseguire dritto, girò immediatamente a sinistra, infilando la strada per Casarsa. Un nuovo e immenso polverone ci coperse del tutto, e il mio abito, da qualche giorno lavato e stirato, non ebbe più colore. Giunti a Casarsa, un po’ lentamente attraversammo il passaggio a livello, ripiegammo a sinistra sulla strada nazionale Pontebbana e via per Pordenone. Ebbi un momento di sollievo (se una circostanza simile poteva sollevare), ed allora dissi a me stesso: non a Udine, ma a Sacile. Se sulle altre strade l’autocarro correva molto, qui era diventato addirittura un bolide. Via via raggiungemmo e sorpassammo Pordenone, ed ecco Sacile. Lungo il percorso di circa 60 km la colonna dei cinque autocarri si era un po’ spezzata di modo che a un certo momento ci fecero fermare aspettando che il complesso di macchine si ricomponesse. A colonna riunita, tutti i civili e sacerdoti (e in quel momento ne scoprii più di quanti immaginassi) fummo fatti scendere per essere riuniti in due soli autocarri, sui quali ripigliammo la corsa per un paio di minuti. Quindi a destinazione… Dietro ordine preciso tutti scendemmo, ci sistemarono per quattro e ci fecero entrare per il portone di una caserma che, da quanto seppi dopo, era la sede del distretto militare di Sacile. Nel primo cortile fummo disposti a due a due, in due complessi, l’uno di fronte all’altro. Eravamo un misto di civili e preti in attesa. Dinnanzi a noi alcune guardie di finanza italiane, che ci guardavano ma non battevano ciglio: un tenente, un maresciallo e parecchi soldati tedeschi, armatissimi.
Da ricordare che i nostri rastrellatori erano scomparsi ancor sulla strada. Quell’ambiente, quelle facce nuove, quelle disposizioni, la chiusura fragorosa del portone d’ingresso, produssero in ciascuno di noi un nuovo momento di terrore. Furono scelti quattro individui da Oderzo e portati verso il muro di fronte a noi. Siccome pareva fossero indiziati per partigiani, una manovra simile provocò nelle nostre menti le più nere previsioni: fucilazione immediata? come esempio per tutti? I quattro scoppiarono in pianto e si adattarono. Dopo qualche minuto furono accompagnati in una stanza da soli.
Tutti noi poi fummo divisi in due gruppi di uguale numero. Il primo composto di 20 individui qualificati per sacerdoti, religiosi, medici, farmacisti, avvocati e grandi commercianti. Il secondo di gente non altrettanto qualificata. Alla prima compagnia appartenni anch’io. I primi furono avviati immediatamente ad una camerata a trenta metri dal corpo di guardia. I secondi in una camerata poco distante da noi, ma completamente separata. Entrammo accompagnati da un maresciallo e da alcune sentinelle. L’ambiente avrà avuto lo spazio di circa sette metri per quattro, altezza tre e cinquanta. Tre finestre grandi, alle quali non si arrivava se non salendo su un tavolone. Pavimento di cemento. Una tavola appoggiata alla parete. Un po’ di paglia per terra, due sgabelli tipo corpo di guardia. Era tutto. Ci guardammo in faccia. Ognuno lentamente, nella strettezza del luogo, in una specie di tranquillità, giacché eravamo completamente soli, incominciò la strana storia della propria cattura. In tutti c’era la medesima persuasione che si trattasse di qualche giorno e non di più. Dai primi contatti verbali con Mons. Visintin, abate di Oderzo, si comincia a capire qualche cosa della nostra posizione in questa circostanza: ostaggi! Possibile! Che centriamo?! Quel vocabolo “ostaggi” divenne fortemente indicativo, tanto che per qualche giorno occupò la mente di ognuno e divenne l’unico oggetto dei discorsi.
Ostaggi! Intanto, con un certo impegno, ognuno dispose la propria paglia abbozzando la propria cuccia. Di fronte a me il Comm. Levada, avvocato di Oderzo <158. Assestati alla meno peggio, ci accorgemmo di essere tutti bianchi per la polvere; ci sedemmo sulla paglia a commentare la situazione. Mancavano spazzole, non c’erano pettini. E i servizi? E per lavarsi? Avevamo estremo bisogno di lavarci ma… e il sapone? E più che tutto i servizi? Rilievi che affioravano subito, tanto più che si trattava di persone distinte.
Dopo mezz’ora la porta si aprì e la sentinella con voce un po’ bonaria disse: – – Gabinetto? Volere gabinetto? Tutti rispondemmo in coro un sì interessato e prolungato. – Avanti gabinetto, riprese il soldato. Questo luogo tanto importante era vicinissimo alla nostra stanza; aveva un rubinetto di acqua potabile, due water chiusi da porte che sotto lasciavano uno spazio libero di almeno 20 centimetri per facilitare il lavaggio dell’ambiente. Alle due pareti d’entrata due orinatoi per parte. Tutto questo rose e fiori. Ma l’interessante ero lo stato in cui si presentavano questi angoli così necessari. Erano tanto sudici che non si sapeva dove posare i piedi. Un orrore! Un odore pestifero!
Lo si fece capire e il giorno dopo venne sufficientemente rimediato. Intanto, con la scusa del gabinetto e della pulizia, abbiamo avuto una parvenza di libertà per circa tre quarti d’ora; però sempre nel corridoio.
Nel frattempo si avvicinarono qualche soldato italiano di finanza, qualche maresciallo di detta caserma, i quali, per l’assenza del comandante tedesco, in presenza delle guardie si sono intrattenuti con noi, si fecero conoscere, ci promisero qualche favore e ci imbottirono di buone parole: un giorno, due giorni, poi tutti a casa. Interrogatorio semplice, visita dei documenti, poi… libertà. – Hanno sempre fatto così, altrettanto faranno con voi, non dubitate, non preoccupatevi -. Di costoro che si avvicinavano furtivamente tengo a mente un maresciallo piccolo che aveva tanta cordialità ma, per una certa frequenza con noi, per il suo continuo rovescio di buone parole, passò sulla bocca di tutti per un chiacchierone e non più. A me però diede una coperta e un po’ di pane bianco, dato che mi feci conoscere per malato. Per questo gli serbai e gli serbo tanta gratitudine. Un altro brigadiere di finanza mi fece un’ottima impressione, e così un soldato di Mogliano Veneto che mi comprò un po’ di uva. Terminata l’operazione pulizia, fummo pregati di rientrare nella nostra stanza.
Che senso vedere tante persone distinte, tanti sacerdoti guardati e seguiti dalle guardie armate! Che senso sentir chiudere il catenaccio della porta, veder scendere la luce dall’alto! Dio mio! Erano le ore 20 circa e… la cena? Non si mangia? Nessuno aveva portato con sé qualche cosa che avesse potuto supplire almeno per la prima sera; anzi, qualcuno non aveva assaggiato nulla tutto il giorno. L’affare si faceva serio. Dopo un po’ si chiamò la guardia che venne subito e gli si chiese se avessero pensato qualche cosa per noi in quella sera. La sua risposta fu: “Langsam, aine moment.” Richiuse… e tutti: “Speriamo!” Tra il difficile convincersi della nuova situazione drammatica, tra i ragionamenti che ancora parevano insulsi, quindi senza costrutto, tra un sospiro e l’altro, si fece buio. Venne accesa la lampada di mezzo ma… la fame batteva. Anche la stanchezza era enorme, però non accasciante, almeno per quella sera, giacché la novità del fatto aveva caricato ognuno di un tale nervosismo che non permetteva neppure agli organi materiali di ricercare un po’ di riposo. Ad un tratto Mons. Visintin, dal suo angolo particolare, alzò la voce e chiese per cortesia un po’ di silenzio. Tutti tacquero e si volsero automaticamente verso di lui. L’ho ancora presente. Un omone grande e grosso, sebbene non grossissimo, reso voluminoso dalla veste talare, dalle braccia alzate e tese in avanti in atto di ottenere attenzione. – Sentite, sentite, – disse, – noi qui, ringraziando Iddio, ci conosciamo tutti o quasi tutti. Certamente siamo tutti cristiani e spero anche praticanti. A quest’ora circa, ogni sera, noi eravamo nelle nostre case accanto ai nostri cari e, giova crederlo, nella maggioranza delle nostre famiglie si recitava il S. Rosario. Per questo voglio dirvi la mia proposta. Sentite, sentite! Vi dispiacerebbe che noi per quel po’ di sere che ci tengono qui in prigione, lontano dai nostri cari, recitassimo a quest’ora il Rosario in onore della Madonna perché nella sua materna bontà si degni di venirci in aiuto in un momento tanto difficile? – Tutti risposero un sì interessato ma spontaneo e caloroso. – Ed allora, riprese Mons. Visintin, non perdiamo il tempo e, fin da questa sera, accaparriamoci il materno aiuto della Madonna con la recita del Rosario. – Deus in auditorium meum intende. – Domine…
Chi aveva la corona in tasca la estrasse, chi non l’aveva pregò lo stesso. Tutti in quel quartino d’ora mantennero un comportamento edificante e non solo in quella sera ma anche nelle altre. La maggioranza in piedi, qualche sacerdote in ginocchio, tutti rispondevano con accorata fiducia. Da tenere presente che Monsignore da uomo pratico com’era, per non stancare troppo i detenuti, diceva 7 o 8 Ave Maria per ogni decina. Terminato il Rosario, un De Profundis per le anime purganti e una Salve Regina per i nostri cari e per quelli che si interessavano di noi. La recita di quella preghiera serale in quell’oscurità, sotto l’incubo dei pensieri più tristi, al termine di una giornata tra le più strane e penose della vita di ognuno, sembrava l’espressione di una fede illuminata che tutti avevano ma che non tutti, fino ad allora, sentivano ugualmente. Occhi fissi, visi preoccupati, sospiri prolungati!
Per tutti, mai come in quella sera e durante quel Santo Rosario, le relazioni con i propri congiunti lontani sono state più affettuose e più strette. Mai nella fantasia di ognuno era apparsa tanto bella e adorabile la propria casa, mai tanto preziosi i propri figlioli, tanto bella e buona la propria moglie! Terminata la preghiera tornò alla ribalta il pensiero del mangiare e più che il pensiero del mangiare, la fame. Tutti si chiedevano se per la prima sera i nostri nuovi padroni non avessero voluto farci assaggiare la loro bontà e generosità.
Ore 21. Poi le 21 e 30! Insomma si pensava che non ci fosse altro da fare che adagiarsi sulla paglia, calmi e più o meno placidi. Era caldo, zanzare in numero infinito, che i tedeschi chiamavano sthucas o moschitos. Alle 22 il catenaccio della stanza ruppe stranamente il silenzio; si aprì la porta, entrarono due soldati portando una marmitta: era la cena. Il cuoco era austriaco, sui quarant’anni, tipo assai buffo, il quale sapeva qualche cosa di italiano. Gli piaceva molto il vino e le sigarette, ma più il vino. Era grasso, con un faccione da scena, con due occhietti piccoli ma vivi. Piatti, scodelle, cucchiai?… In tutto quattro o cinque coperchi di gavette con neanche altrettanti cucchiai. Ci apprestammo a servirci per turno, si capisce, senza possibilità di lavare l’un per l’altro queste lussuose posate e stoviglie. Così si vide sorseggiare un po’ di brodo Mons. Visintin e tutti gli altri. Però per la prima sera e forse per ripagarci degli spaventi avuti e dell’ora tarda ci diedero anche una buona porzione di carne, un po’ dura, ma carne. Alla distribuzione erano presenti le sentinelle. Grazie a Dio per quella sera nessuno sarebbe più morto di fame.
Fatta una fumata – chi aveva sigari, chi sigarette – si affievolì la conversazione che momentaneamente si era riaccesa. Uno dei più alti fra gli ostaggi abbrunò la luce e definitivamente ci coricammo sulla paglia preziosa. Ogni tanto affiorava qualche lamento, qualche ricordo, qualche espressione di timore dalle labbra di qualcuno. Vennero le 23, le 24, l’una , le due, … ma di oltre venti persone, una sola riuscì a dormire veramente sodo, il Dott. Sordoni di Oderzo, il quale ad un certo momento cominciò a russare e non la smise, con l’invidia di tutti, fino al mattino. Il Cav. Segati di Ponte di Piave iniziò la serie delle sue notti disteso sul tavolone di mezzo con la valigia per cuscino.
16 settembre [1944]
Due novità inattese ci scombussolarono buonora. In Sacile era stato arrestato un capo partigiano, già maresciallo della medesima caserma. L’indomani in piazza, davanti a tutta la popolazione, doveva venire impiccato. Lascio immaginare l’impressione che fece in tutti noi, detenuti come ostaggi, tale notizia antelucana! I tristi presentimenti della sera precedente furono confermati. E qui in quest’occasione bisognerebbe che io descrivessi il pessimismo ad oltranza e contagioso dimostrato dai dottori Pellegrini e Sordoni. Qualche cosa di inaudito, di indicibile, di disastroso addirittura… La seconda novità, amara, specie per noi sacerdoti: la privazione della S. Messa e della Comunione. Mons. Visintin aveva chiesto al Comandante di poter celebrare ma aveva avuto per risposta che Dio è dappertutto perciò non era necessario. Nove sacerdoti e un chierico, Don Matteo Visintin, nipote del Monsignore, e tanta buona gente priva di messa e di comunione! Quanto dolore in tutti! Che delusione! – Tenteremo di nuovo, disse Mons. Visintin. Chiese rapporto col comandante una volta, più volte, ma nonostante le buone parole di un maresciallo e di alcuni subalterni, Mons. Visintin non venne mai ricevuto. Pazienza! Sabato 16 settembre, prima giornata di prigione. Con questa novità eravamo tutti storditi ed amareggiati all’estremo! Si pensava per lo meno che da un momento all’altro ci avessero chiamati per presentare i documenti e per venire interrogati… chissà su che cosa… ma nulla. Qualche soldato vedendo la nostra pena ci diceva: “oggi, domani, casa tutti”. Qualche altro: “fra due, tre giorni vi libereremo tutti”. Qualche altro ancora: “forse vi condurranno a Vittorio Veneto per essere interrogati”. – A piedi? – “Eh sì, a piedi!” Ogni tanto, oltre che nella mente di ognuno, affiorava anche nei discorsi l’argomento del disgraziato partigiano che all’indomani doveva venire impiccato. Qualcuno ripeteva: “che bella domenica domani! Forse faranno assistere anche noi a tale operazione. Mio Dio, che spavento!”. Inaspettatamente ci capitò in prigione Mons. Sandro, Arciprete di Motta di Livenza, con P. Paolino Visentin, mio Vicario nel Convento di Motta di Livenza. Entrarono di nascosto o in che forma non lo so. So solo che con loro non scambiai neppure dieci parole ed erano già usciti. Perché? Persuasione di tutti: temevano di subire la nostra medesima sorte. All’una ci viene portato un po’ di brodo con un bel pezzo di formaggio grana. Alcuni chiesero, e fu permesso, che venisse loro portato del pane e del vino. In mattinata furono iniziate le visite dei famigliari dei detenuti. Si incominciò a parlare con loro da quella finestra che, come dissi, per raggiungerla era necessario salire sul tavolone di mezzo e ancora su una seggiola. Più di uno però lo fece con profitto. Per quel mezzo si ebbero le prime impressioni di ciò che potessero pensare le nostre famiglie e i nostri paesi della nostra situazione.
[NOTA]
158 L’avvocato Aurelio Girardini, nell’annuario del martirio del patriota Giovanni, incaricò proprio l’avvocato opitergino Antonio Levada di tenere il discorso durante l’inaugurazione della lapide in memoria del figlio, che è tutt’oggi affissa sulla parete della villa in viale Madonna. Il discorso è stato poi stampato in un libretto a cura della famiglia. Alcune copie sono conservate nell’Archivio Aurelio Girardini a Motta di Livenza (Tv).
Davide Drusian, Il diario di fra Benvenuto Grava e altre testimonianze inedite sull’occupazione nazifascista a Motta di Livenza (TV), Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2021-2022 -
Il 12 settembre Giovanni Girardini viene prelevato assieme a Bruno Tonello, partigiano di Crocetta del Montello
Crocetta del Montello (TV). Foto: Frassionsistematiche. Fonte: WikipediaGiuseppe Zaffonato, vicentino, nato a Magrè di Schio nel 1899 e ordinato vescovo nell’aprile del ’44, inizia la sua attività pastorale nella Diocesi di Vittorio Veneto il 29 maggio dello stesso anno, adoperandosi fin da subito per salvare sacerdoti e fedeli. A fine conflitto, prima del suo trasferimento nel ’56 alla sede arcivescovile di Udine, per tutto ciò che ha fatto in favore di Vittorio Veneto durante la guerra, ha ricevuto la cittadinanza onoraria <124. Il suo prezioso lavoro di mediazione è testimoniato anche dalle sue lettere, insistenti e precise, tese a consolare chi vive il dramma della guerra e a scuotere chi detiene i posti di comando <125. Subito dopo l’arresto degli ostaggi, così scrive all’abate di Oderzo dal Duomo di Sacile, in data 16 settembre:
“Caro Monsignore,
sono venuto con la speranza di ottenere qualche cosa, almeno di verderLa e di accelerare le pratiche. Invece nulla. Né di vederLa, né trasportarLa a Vittorio Veneto, né tenerLa in Seminario, né assicurazioni di affrettare. Nulla, insomma. Ieri sera invece attraverso il comando di Vittorio sembrano disposti molto più benevolmente. Non disarmo però. Continuerò a pregare e a lavorare. Assicuri tutti gli altri. A Lei e agli altri la mia partecipazione sincera e la mia benedizione cordiale. E Iddio voglia presto intervenire. Frattanto sursum corda.
Con fraterno affetto e d’augurio. Giuseppe, Vescovo <126”
E una settimana dopo, il 23 settembre, don Giacobbe Nespolo porta al vescovo una lettera dal carcere, scritta da monsignor Visintin che esterna non poca preoccupazione: “Se entro il 25 settembre non giungeranno notizie degli ufficiali ferrovieri tedeschi rapiti, vi sarà qualche cosa di grave per i sacerdoti e per gli ostaggi chiusi nelle prigioni di Sacile <127.” Assieme allo scritto del prelato di Oderzo gli giunge anche voce della liberazione degli ingegneri tedeschi, a cui non è seguita la scarcerazione dei prigionieri italiani.
Zaffonato immediatamente scrive al comandante del Presidio Militare di Sacile, il maggiore Rober, offrendo se stesso come ostaggio al posto dei detenuti:
“Non vi nascondo la mia acuta amarezza nel vedere che i dieci sacerdoti di Oderzo sono ancora trattenuti costì. Dieci giorni sono un nulla per chi lavora; sono eterni per chi è detenuto e per le famiglie che attendono. E la sofferenza diventa agonia perché nulla si sa da parte nostra e nulla si sa da parte Vs. Si diceva che per la liberazione degli ostaggi dovevano essere restituiti i quattro soldati germanici; mi consta positivamente che questi sono stati rilasciati, ma i miei infelici sacerdoti e laici sono ancora trattenuti. Signor Maggiore, pensavate che fossero colpevoli? Ma allora si interroghino. Volevate incutere spavento sulle popolazioni? L’effetto è più che ottenuto. Chiedevate ostaggi che pagassero nel caso di attentati contro soldati germanici? Basta questo, sig. Maggiore; ora vengo io. Domani e postdomani ho due impegni di ministero pastorale, ma martedì sono a Vostra completa disposizione. Fissatemi l’ora in cui dovrò presentarmi e sarò puntualissimo. Ve ne do parola d’onore. Voi però mettete subito in libertà quei poveri sacerdoti e civili. Là vi sono dei vecchi che non possono sopportare per molti giorni tale martirio morale. Ve ne prego e supplico come una mamma per un suo figliolo.
Attendo risposta e presento distinti ossequi.
f.to Giuseppe Zaffonato Vescovo <128”
Il vescovo non si limita a scrivere. Visita due volte i prigionieri e non perde occasione per tentare di convincere il comandante delle S.S. a liberarli, tornando tuttavia a Vittorio Veneto con le pive nel sacco, come ricorda Abramo Floriani:
“Verso la metà della prigionia sacilese il Vescovo di Vittorio Veneto, Mons. Giuseppe Zaffonato, si portò per la seconda volta a Sacile per confortare gli ostaggi e in modo particolare i suoi sacerdoti. La prima volta era stato accolto male dal Maggiore tedesco tanto che licenziandosi il Vescovo gli aveva detto: “Continuate pure così e scriverete un’altra pagina poco gloriosa della vostra storia”. <129”
Non da meno è stato l’operato del vescovo di Concordia Vittorio D’Alessi, impegnato su due fronti: il pordenonese, incorporato nell’Adriatische Kunstenland, comandato dai tedeschi, e il portogruarese, che era Repubblica Sociale Italiana.
Dal 18 maggio 1944, giorno della sua consacrazione episcopale, per difendere la popolazione, anche lui come Zaffonato, incontra in segreto i capi partigiani e ufficialmente i comandi delle S.S.; aiuta nel salvataggio degli ebrei in fuga il suo segretario, don Angelo Dalla Torre; si prodiga per sostenere gli sfollati. A guerra finita, spedendo ai parroci della sua diocesi un questionario sui fatti accaduti durante il periodo bellico e invitandoli a redigere delle cronache precise sugli episodi salienti, ha fornito un buon contributo storico, lasciando preziose pagine scritte utilissime alla ricerca sulla resistenza nel Veneto orientale e nella bassa friulana <130.
Strasiotto nel suo articolo attribuisce il merito della liberazione degli ostaggi, avvenuta il 27 settembre 1944, anche al cardinale Adeodato Piazza, patriarca di Venezia <131.
Un diario che parla di resistenza
La morte percorre l’intero diario del francescano, e non solo quella che – come spada di Damocle – pende sulla testa dei prigionieri che ogni giorno attendono trepidanti nuovi esiti sulla loro sorte. C’è anche la morte reale, che continua a scavare nel cuore solchi di dolore e a cui, nonostante la guerra, non ci si abitua. Il frate cita la scomparsa di due giovani patrioti e assiste alla fucilazione di altri partigiani di cui ignora le generalità; di uno parla proprio in apertura di diario, dell’altro tre giorni dopo la sua reclusione. Le prime righe del suo scritto sono dedicate a Giovanni Girardini <132, la cui impiccagione turba il religioso. Ventenne laureando in medicina all’università di Padova e carismatico antifascista che fa proseliti a Motta e dintorni, Giovanni appartiene a una delle poche famiglie benestanti del paese. Figlio dell’avvocato Aurelio Girardini e di Lina Silvia Marenzi, possidente toscana di Spoleto, il giovane manifesta fin dall’infanzia un’acuta intelligenza, superiore alla media. Frequenta le scuole elementari in paese, spesso affiancato dalla maestra Scapin per delle lezioni pomeridiane individuali; porta a termine il ginnasio dai Padri Giuseppini di San Leonardo Murialdo presso il collegio Brandolini Rota di Oderzo; frequenta il liceo classico nell’Istituto Canova di Treviso e lo termina in anticipo, a soli sedici anni. Un Decreto Regio gli permette di iscriversi anzitempo alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’università di Padova. Tuttavia durante il terzo anno di studi – è il febbraio del 1941, mentre il secondo conflitto mondiale è già in atto – decide di partire volontario per la Scuola Centrale Militare di Alpinismo ad Aosta. Da marzo a giugno svolge il corso d’addestramento AUC nel 2° battaglione, 4^ compagnia, comandata dal tenente Carlo Sacchi. Amante della montagna, si compiace nello scalare le vette di Courmayeur e dintorni. Dopo quattro mesi è inquadrato nel 7° reggimento Alpini Aosta, 2° battaglione Universitario. Il furiere Nilo Pes scriverà: “Dei nostri, i veri volontari (la loro classe non era ancora sotto le armi) furono i 25 del ’22. Di questi, 13 caddero <133.” Giovanni ottiene i gradi di sergente ma, provato dall’addestramento, si ammala. Viene allora assegnato, viste le sue competenze mediche, al servizio sanitario ad Alessandria e in seguito ad altri ospedali militari. Infine, dopo un ulteriore ricovero, è collocato in congedo nell’agosto del 1941. Riprende gli studi, giunge brillantemente al quinto anno di Medicina, lavora alla tesi di laurea, ma abbandona nuovamente l’iter scolastico per costituire, dopo l’Armistizio dell’ 8 settembre 1943, assieme ad alcuni amici e conoscenti (Piero Sanchetti, Ugo Rusalen, Raoul Rainato) un nucleo partigiano operante a Motta di Livenza e dintorni. Muove i primi passi all’interno del movimento resistenziale stabilendo frequenti contatti col professore Teodolfo “Toto” Tessari, antifascista trevigiano di fede repubblicana. Soprattutto, vista la sua formazione militare, intesse rapporti con vari ufficiali dell’esercito che si oppongono alla dittatura nazifascista: il Maggiore Francesco Genco, il Tenente di vascello Carlo Tommasini (zona di Caorle), il Colonnello Tirabassi, il Tenente Colonnello Vicarini, il Maggiore Urbano Pizzinato, il Generale Nasi (comandante della Resistenza in Cansiglio) e il Capitano Ennio Caporizzi. Viaggia spesso tra Motta e il Cansiglio, organizza riunioni clandestine nei paesi vicini (Annone, Meduna di Livenza, Gorgo al Monticano, Chiarano, Cessalto, Salgareda, Ponte di Piave) alla ricerca di nuove forze combattenti. Tiene contatti con la Divisione Osoppo e con le sfere politiche della città di Padova. Mantiene vive le relazioni anche col CLN provinciale. Piero Sanchetti di lui afferma: “…fu l’anima e l’indiscusso capo spirituale del tutto: i suoi ragazzi – specie la squadra di S. Giovanni – avevano una vera venerazione per lui. (…) Alcuni dei suoi partigiani hanno dichiarato che Girardini si preoccupava molto e ne chiedeva loro continuamente circa l’opinione, la stima, l’umore della popolazione, mirando egli ad acquistare le simpatie di ogni strato del popolo allo scopo di interessare gli animi di coloro che ancora si onoravano di chiamarsi italiani <134.” Organizza l’assalto alla Confederazione fascista dei Lavoratori dell’Industria. Coi suoi patrioti, affiancando i partigiani comunisti capitanati da Toni Furlan, opera sabotaggi alle linee ferroviarie, disarmi, il recupero di biciclette, allora mezzo di trasporto importantissimo, e incendi alle case del Fascio. Fa prigionieri alcuni fascisti, utili per trattare la liberazione di partigiani reclusi, e stabilisce le modalità per ricevere dagli aerei alleati lanci di armi e munizioni, necessarie per gli scontri finali che avrebbero portato alla vittoria finale. Nella prima settimana di settembre del 1944 viene arrestato (la data della cattura, stando ai documenti, presenta lievi incongruenze <135) mentre si reca a Cessalto con la sorella Livia (Biba) per riportare a una famiglia fascista degli oggetti sequestrati dai partigiani, onde evitare ritorsioni sulla popolazione. Condotti nelle carceri di Oderzo, Livia verrà rilasciata dopo qualche giorno, lui invece trattenuto: i nazifascisti lo identificano e sono consapevoli d’aver catturato un dirigente della Resistenza. Si susseguono vari tentativi di liberazione da parte dei battaglioni partigiani della zona. Intervengono anche i familiari che scomodano tutte le loro conoscenze fatte di personaggi altolocati, del clero che conta, persino d’un comandante delle S.S. di Ceggia, Robert Kettner <136. Ma tutto questo serve a poco. Il ferimento d’un ufficiale tedesco e la morte della sua interprete per un agguato mosso dai Cacciatori della Pianura, brigata garibaldina operante tra Oderzo e Conegliano, proprio nel momento in cui c’era da usare la massima cautela vista la presenza d’un capo partigiano in prigione, scatena la rappresaglia tedesca e fascista. Il 12 settembre Giovanni Girardini viene prelevato assieme a Bruno Tonello, partigiano di Crocetta del Montello con cui condivideva il carcere, portato sul posto dell’imboscata che è a Camino, frazione opitergina. Entrambi vengono impiccati ai pali della luce sebbene totalmente estranei al fatto. Anche loro diventano un risultato del calcolo tedesco e un monito per chi li vedrà col collo spezzato a non rimettere mano alle armi. Sotto i piedi penzolanti di Giovanni piantano un tabellone che riporta questa scritta: “Siamo appesi quì perché quì fu sparato su soldati tedeschi”.. Tuttavia
uno sbaglio di grammatica madornale, cioè mettere l’accento sull’avverbio di luogo “qui”, rivela a tutti, come scriverà Sanchetti nella sua cronaca “Il Figliolo perduto”, “che chi giunge al punto di non commette più errori di ignoranza, giunge anche a quello di non commetterne più di umanità <137.”
Girardini sarà insignito della medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: “Studente universitario, animato da giovanile ardore, fu simbolo di lotta partigiana nel Veneto oppresso dalla tracotanza e dalla barbarie nemica. Organizzatore ed animatore di una agguerrita squadra di guastatori partecipava, alla testa dei suoi partigiani, a numerosissime pericolose azioni di sabotaggio e di guerriglia distinguendosi per eccezionale coraggio e sprezzo del pericolo e causando gravi danni al movimento ferro-stradale nemico. Caduto in un’imboscata mente con due staffette, di cui una era la propria sorella, si recava a compiere una ricognizione, veniva catturato nel generoso tentativo di salvare la sorella caduta nelle mani del nemico. Sottoposto a torture manteneva il più fiero contegno mai rinnegando la propria fede, mai rivelando i nomi dei compagni di lotta e sempre opponendo deciso ed orgoglioso rifiuto a lusinghe e a promesse di riavere la perduta libertà. Condannato a morte affrontava con serenità il capestro additando alla gioventù combattente per la libertà, la via del dovere e del sacrificio <138.”
La sua scomparsa dà vita alla XVI brigata della IV divisione Osoppo, operante nella zona di Salgareda e Campodipietra, la brigata “Girardini” appunto, unica brigata osovana presente in Veneto. Nel giugno del 1947 l’università di Padova gli conferirà la laurea “ad honorem” alla memoria in Medicina e Chirurgia.
[NOTE]
124 A. Floriani La Diocesi, cit. p.78.
125 Alcune lettere del vescovo Giuseppe Zaffonato, conservate nell’Archivio Diocesano di Vittorio Veneto, sono riportate integralmente in A. Floriani La Diocesi, cit. Altre lettere riguardanti il fatto sono conservate nell’Archivio Parrocchiale del Duomo di Oderzo e riportate integralmente in O. Drusian Il ‘Vescovo’, cit.
126 O. Drusian Il ‘Vescovo’ cit. p.176
127 A. Floriani. La Diocesi, cit. p.190
128 A. Floriani. Ibidem
129 A. Floriani La Diocesi, cit. p.190
130 IFSML Udine. Fondo libri storici parrocchiali. b.2 fasc. 31: il periodo bellico nelle risposte dei parroci.
131 G. Strasiotto, I quattro. cit.
132 Informazioni su G. Girardini tratte da AAG. Giovanni Girardini Patriota. (Archivio Davide Drusian).
133 Nilo Pes, Ragazzi di Aosta 1941. p.18.
134 ISTRESCO Treviso. Fondo Cappellaro b. 131. Memoria dettata da Piero Sanchetti alla moglie e da lei scritta a mano.
135 AAG. Giovanni Girardini Patriota (Archivio Davide Drusian). Piero Sanchetti afferma che Girardini è stato catturato l’8 settembre. La sorella, Biba Girardini, invece il 5 settembre.
136 E. Bucciol, Incontri. Ed. Canova, 1996, pp. 44-45.
137 P. Sanchetti, Il figliolo, cit.
138 Le medaglie d’oro al valor militare. Vol II 1942-1959. Roma 1965. p. 541.
Davide Drusian, Il diario di fra Benvenuto Grava e altre testimonianze inedite sull’occupazione nazifascista a Motta di Livenza (TV), Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2021-2022Girardini Giovanni – Di Motta di Livenza (Treviso); iscritto al 5° anno di Medicina e Chirurgia; Partigiano combattente e comandante di Compagnia del Battaglione “Livenza” (nel dicembre ‘45 trasformatosi nella Brigata “Furlan”) di cui fu uno dei fondatori, già volontario nel 7° Reggimento Alpini.
n. 13 agosto 1922 – m. 12 settembre 1944
Luogo della morte: Camino di Oderzo – «[…] Il 6 settembre 1944 cadde in un agguato, ma combattendo eroicamente riuscì a sottrarvisi. Saputo che la sorella, pure lei partigiana, era stata catturata dai tedeschi, affrontò nuovamente il nemico nel tentativo di liberarla e fu fatto prigioniero. Portato in carcere e torturato mai rivelò i nomi dei compagni di lotta, pur sapendo che anche il padre era stato imprigionato. Il 12 settembre 1944 fu impiccato dai tedeschi nei pressi di Camino di Oderzo» <324.
Riconoscimenti militari: 1 medaglia d’oro al v.m.
Riconoscimenti dell’Università: Laurea h.c. 11 giugno 1947.
324 Università degli Studi di Padova, Celebrazione del XX° anniversario della Resistenza universitaria alla presenza del Presidente della Repubblica (Aula Magna 8 Febbraio 1964), p. 50.
Giacomo Graziuso, Gioventù e Università italiana tra fascismo e Resistenza: l’attribuzione delle lauree Honoris Causa nell’Archivio del Novecento dell’Università di Padova (1926-1956), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2013-2014#12 #1944 #BenvenutoGrava #BrunoTonello #Cansiglio #CaorleVE_ #cattolici #comunisti #CrocettaDelMontelloTV_ #DavideDrusian #diario #fascisti #fra #Friuli #GiacomoGraziuso #GiovanniGirardini #GiuseppeZaffonato #impiccagione #laurea #medicina #MottaDiLivenzaTV_ #Osoppo #partigiani #Pordenone #provincia #Sacile #settembre #tedeschi #ToniFurlan #Treviso #Veneto #Venezia #vescovo #VittorioVenetoTV_