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  1. Proprio ora (10:25), 46 anni fa, assassini #neofascisti mettevano una bomba su ordine della #P2 alla stazione di #Bologna, con la complicità di elementi dei #servizi #segreti. Non dimentichiamo gli 85 morti e 200 feriti.

  2. Proprio ora (10:25), 46 anni fa, assassini #neofascisti mettevano una bomba su ordine della #P2 alla stazione di #Bologna, con la complicità di elementi dei #servizi #segreti. Non dimentichiamo gli 85 morti e 200 feriti.

  3. Proprio ora (10:25), 46 anni fa, assassini #neofascisti mettevano una bomba su ordine della #P2 alla stazione di #Bologna, con la complicità di elementi dei #servizi #segreti. Non dimentichiamo gli 85 morti e 200 feriti.

  4. Proprio ora (10:25), 46 anni fa, assassini #neofascisti mettevano una bomba su ordine della #P2 alla stazione di #Bologna, con la complicità di elementi dei #servizi #segreti. Non dimentichiamo gli 85 morti e 200 feriti.

  5. Breve cronistoria dei servizi segreti italiani dal 1949 al 1965

    Una volta finita la guerra, in base agli accordi di Teheran <7, l’Italia finisce sotto l’influenza degli Alleati: ciò vale, oltre che per la politica, anche per i servizi di sicurezza. I nostri servizi informativi vivono una fase di standby fino al 30 marzo del 1949 quando (quattro giorni prima della firma del Patto Atlantico) viene creato il Servizio Informazioni Forze Armate (Sifar) e, parallelamente, viene istituito un Servizio Informazioni Operative e Situazione (Sios) per ciascun’arma <8. Tuttavia i nostri servizi non rispondono esclusivamente al governo italiano, né sono fedeli solamente alla Repubblica, ma – e potemmo dire soprattutto – sono rigorosamente legati «agli impegni che l’Italia [ha] appena assunto con la firma del Patto Atlantico» <1. È all’interno di tale situazione di «sovranità limitata» che nasce la tanto discussa Gladio. Nata ufficialmente il 26 luglio 1956 (inserita nell’Ufficio R del Sifar) nell’ambito della Stay-Behind Net ha lo scopo di organizzare una resistenza “dietro le linee”, nel caso di un’invasione sovietica <2.
    A dare al Sifar un’indesiderata fama sono gli scandali emersi nel 1967. Da un lato abbiamo una guerra ferocissima tra i generali De Lorenzo e Aloja combattuta a colpi di dossier pubblicati su alcuni quotidiani – da cui nascerà lo scandalo dossier (3 – dall’altro la questione del «Piano Solo» che nasce, secondo Taviani, da «una situazione di declino senile dell’allora capo dello Stato Antonio Segni» <4, ormai stanco stanco del centro-sinistra e convinto di una prossima vittoria elettorale degli «stalinisti» e, temendo che la svolta a destra da lui auspicata potesse provocare dei moti di piazza, pretende da De Lorenzo <5 – che, sostiene D’Amato, fomentava le paure del Presidente dandogli «informazioni fasulle che creava lui stesso» <6 – «l’elaborazione di un piano d’emergenza per il mantenimento dell’ordine pubblico» <7. Nella sua attuazione, il perno del Piano è l’enucleazione di tutti i «possibili leader della sommossa», parlamentari compresi, e il loro “trasferimento” – come dichiarato da De Lorenzo stesso innanzi alla Commissione Lombardi – presso la base di Capo Marraggiu <8 (quartier generale di Gladio). A tutt’oggi la famigerata “Rubrica E”, contente l’elenco degli enucleandi, non è stata resa nota, protetta dal segreto di stato posto sugli allegati alla Relazione Lombardi. <9
    In seguito allo scandalo De Lorenzo, per arginare le crescenti proteste dell’opinione pubblica, nel 1965, a pochissimo tempo dal celeberrimo convegno dell’Istituto Pollio <1, viene creato – per decreto del Presidente della Repubblica – il Servizio Informazioni Difesa (Sid). Per la verità rispetto al Sifar non cambia assolutamente nulla, né a livello organizzativo, né a livello legislativo, né nella composizione dell’organico: a istituirlo non è neanche una legge o una riforma, bensì un decreto presidenziale seguito da una circolare interna al Ministero della Difesa che indica il cambiamento del nome e non altro <2. Alla guida guida del “nuovo” servizio segreto viene posto l’ammiraglio (3 Eugenio Henke, rimasto a capo del Sid fino al 1970. È questo uno dei periodi più problematici e misteriosi dei nostri servizi militari: è il periodo in cui viene avviata la «strategia della tensione», in cui si consumano le relazioni pericolose con la destra eversiva <4, con il Bnd (servizio segreto segreto della Germania Federale) di Reinhard Gehlen <5, con il Kyp (servizio segreto della Grecia dei colonnelli) <6. È il periodo delle compromissioni con la strage di piazza Fontana, con il golpe Borghese.
    [NOTE]
    7 E non a quelli di Yalta dove, contrariamente a ciò che si dice normalmente, non fu fatto alcun accenno alla “divisione del mondo”. Detti T., Gozzini G., Storia contemporanea. Il Novecento, Bruno Mondadori, Milano 2002, pp. 218-222. Giannuli A., La guerra dei mondi cit., pp. 22-24, 26-27.
    8 Prima facevano capo ai diversi ministeri della Guerra, della Marina e dell’Aviazione; ora, unificati sotto il ministero della Difesa i servizi d’arma fanno capo ai rispettivi Stati Maggiori. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 39. Giannuli A., L’armadio della Repubblica cit., p. 94.
    1 Situazione che perdurerà lungo tutta la Guerra Fredda. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 40. Giannuli A., Perizia Salvini cit., p. 65.
    2 Su Gladio è stato detto di tutto e, frequentemente, senza una particolare cognizione di causa. Si rimanda in proposito agli atti della Commissione Stragi e in particolare all’audizione del presidente Cossiga del 6 novembre 1997, Giannuli A., Perizia Salvini, pp. 63-69. Pellegrino G., Fasanella G., Sestrieri C., Segreto di Stato cit., pp. 18-28. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., pp. 51-53, 352-379.
    3 Di ciò si è abbondantemente parlato in precedenza.
    4 La citazione è la parafrasi fatta dal “politichese” tavianeo da Giovanni Pellegrino in Pellegrino G., Fasanella G., Sestrieri C., Segreto di Stato cit., p. 46-47. Il discorso originale è contenuto in Commissione Stragi, vol. II, tomo II resoconto stenografico dell’audizione del senatore Taviani del 1 luglio 1997, p. 393.
    5 Non più a capo del Sifar, ma comandante generale dell’arma dei Carabinieri.
    6 Purgatori A., Spie del sesso ai tempi di Gronchi, Corriere della Sera, 17 gennaio 1994.
    7 Pellegrino G., Fasanella G., Sestrieri C., Segreto di Stato, p. 47.
    8 «Pensavo se li pigliamo li portiamo ad Alghero, vanno pure a stare bene». Relazione Commissione d’inchiesta Lombardi, vol. V, p. 423, in Commissione Stragi, vol. I, tomo II, p. 117. Commissione Stragi, vol. I, tomo I, p. 109.
    9 Commissione Stragi, vol. I, tono I, p. 108 e vol. I, tomo III, p. 19. Come scrive De Lutiis (I servizi segreti in Italia cit., p. 85), la Commissione Lombardi viene istituita «nel tentativo di bloccare l’indagine parlamentare» e composta da «tre anziani generali, abbastanza legati all’establishment militare» per cui «dava ben scarse garanzie», ma nell’affidare la commissione proprio al generale Lombardi «il tentativo di far svolgere un indagine addomesticata era praticamente fallito». Vedi supra.
    1 Vedi supra.
    2 De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., pp. 93-94.
    3 D’Amato polemizza fortemente con la scelta del Ministero di nominare direttore di un servizio segreto un ufficiale, per quanto di alto profilo, senza una precorsa esperienza di intelligence: «Henke [è] un ammiraglio, Miceli un bersagliere, Casardi un altro ammiraglio, Maletti della fanteria. Gente che fino al giorno prima aveva comandato un battaglione di carri armati e poi si trovava a guidare un servizio segreto». Per questo motivo l’unico direttore a godere della sua stima è stato De Lorenzo che proveniva dal servizio informativo del Cln romano. Purgatori A., Spie del sesso ai tempi di Gronchi, Corriere della Sera, 17 gennaio 1994. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 519.
    4 Vedi il caso Giannettini. Già sotto osservazione da parte dell’Uaarr dal 1961 per la sua affiliazione ad “Avanguardia Nazionale” e per le sue relazioni con l’Oas, viene arruolato nel Sid nel 1966 «per esigenze dello Stato Maggiore» (non si è ancora oggi capito se come infiltrato del Sid in “Ordine Nuovo” o come infiltrato di “Ordine Nuovo” nel Sid). Lo stesso ammiraglio Henke si occuperà personalmente di sedare le troppe domande dei giudici sul suo ruolo di agente, reso pubblico invece da Andreotti in un’intervista a “Il Mondo” nel ’74. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., pp. 178-183. Requisitoria Alessandrini, pp. 228-229. Giannuli A., Bombe a inchiostro cit., pp. 112, 290. Il rapporto dell’Uaarr è riprodotto in Giannuli A., L’Ufficio Affari Riservati Vol. I cit., p. 73 e Giannuli A., Perizia Salvini, p. 55-56. La deposizione di Henke è riprodotta in Requisitoria Alessandrini, pp. 178-179. Boatti G., Piazza Fontana cit., p. 104.
    5 Passato dalla Gestapo (capo della sezione orientale durante la guerra) alla Cia per poi tornare in Germania al vertice del neonato servizio tedesco nel 1956. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 524. Caretto E., La Cia: «Sì, arruolammo spie della Gestapo», “Corriere della Sera”, 19 marzo 2001.
    6 De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 95.
    Igor-Andy Caputo, 1969. Un anno esplosivo, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2011-2012

    #1949 #1956 #1965 #Gladio #IgorAndyCaputo #Italia #piano #segreti #servizi #Sid #SIFAR #SIM #SIOS #Solo
  6. Breve cronistoria dei servizi segreti italiani dal 1949 al 1965

    Una volta finita la guerra, in base agli accordi di Teheran <7, l’Italia finisce sotto l’influenza degli Alleati: ciò vale, oltre che per la politica, anche per i servizi di sicurezza. I nostri servizi informativi vivono una fase di standby fino al 30 marzo del 1949 quando (quattro giorni prima della firma del Patto Atlantico) viene creato il Servizio Informazioni Forze Armate (Sifar) e, parallelamente, viene istituito un Servizio Informazioni Operative e Situazione (Sios) per ciascun’arma <8. Tuttavia i nostri servizi non rispondono esclusivamente al governo italiano, né sono fedeli solamente alla Repubblica, ma – e potemmo dire soprattutto – sono rigorosamente legati «agli impegni che l’Italia [ha] appena assunto con la firma del Patto Atlantico» <1. È all’interno di tale situazione di «sovranità limitata» che nasce la tanto discussa Gladio. Nata ufficialmente il 26 luglio 1956 (inserita nell’Ufficio R del Sifar) nell’ambito della Stay-Behind Net ha lo scopo di organizzare una resistenza “dietro le linee”, nel caso di un’invasione sovietica <2.
    A dare al Sifar un’indesiderata fama sono gli scandali emersi nel 1967. Da un lato abbiamo una guerra ferocissima tra i generali De Lorenzo e Aloja combattuta a colpi di dossier pubblicati su alcuni quotidiani – da cui nascerà lo scandalo dossier ❤ – dall’altro la questione del «Piano Solo» che nasce, secondo Taviani, da «una situazione di declino senile dell’allora capo dello Stato Antonio Segni» <4, ormai stanco stanco del centro-sinistra e convinto di una prossima vittoria elettorale degli «stalinisti» e, temendo che la svolta a destra da lui auspicata potesse provocare dei moti di piazza, pretende da De Lorenzo <5 – che, sostiene D’Amato, fomentava le paure del Presidente dandogli «informazioni fasulle che creava lui stesso» <6 – «l’elaborazione di un piano d’emergenza per il mantenimento dell’ordine pubblico» <7. Nella sua attuazione, il perno del Piano è l’enucleazione di tutti i «possibili leader della sommossa», parlamentari compresi, e il loro “trasferimento” – come dichiarato da De Lorenzo stesso innanzi alla Commissione Lombardi – presso la base di Capo Marraggiu <8 (quartier generale di Gladio). A tutt’oggi la famigerata “Rubrica E”, contente l’elenco degli enucleandi, non è stata resa nota, protetta dal segreto di stato posto sugli allegati alla Relazione Lombardi. <9
    In seguito allo scandalo De Lorenzo, per arginare le crescenti proteste dell’opinione pubblica, nel 1965, a pochissimo tempo dal celeberrimo convegno dell’Istituto Pollio <1, viene creato – per decreto del Presidente della Repubblica – il Servizio Informazioni Difesa (Sid). Per la verità rispetto al Sifar non cambia assolutamente nulla, né a livello organizzativo, né a livello legislativo, né nella composizione dell’organico: a istituirlo non è neanche una legge o una riforma, bensì un decreto presidenziale seguito da una circolare interna al Ministero della Difesa che indica il cambiamento del nome e non altro <2. Alla guida guida del “nuovo” servizio segreto viene posto l’ammiraglio ❤ Eugenio Henke, rimasto a capo del Sid fino al 1970. È questo uno dei periodi più problematici e misteriosi dei nostri servizi militari: è il periodo in cui viene avviata la «strategia della tensione», in cui si consumano le relazioni pericolose con la destra eversiva <4, con il Bnd (servizio segreto segreto della Germania Federale) di Reinhard Gehlen <5, con il Kyp (servizio segreto della Grecia dei colonnelli) <6. È il periodo delle compromissioni con la strage di piazza Fontana, con il golpe Borghese.
    [NOTE]
    7 E non a quelli di Yalta dove, contrariamente a ciò che si dice normalmente, non fu fatto alcun accenno alla “divisione del mondo”. Detti T., Gozzini G., Storia contemporanea. Il Novecento, Bruno Mondadori, Milano 2002, pp. 218-222. Giannuli A., La guerra dei mondi cit., pp. 22-24, 26-27.
    8 Prima facevano capo ai diversi ministeri della Guerra, della Marina e dell’Aviazione; ora, unificati sotto il ministero della Difesa i servizi d’arma fanno capo ai rispettivi Stati Maggiori. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 39. Giannuli A., L’armadio della Repubblica cit., p. 94.
    1 Situazione che perdurerà lungo tutta la Guerra Fredda. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 40. Giannuli A., Perizia Salvini cit., p. 65.
    2 Su Gladio è stato detto di tutto e, frequentemente, senza una particolare cognizione di causa. Si rimanda in proposito agli atti della Commissione Stragi e in particolare all’audizione del presidente Cossiga del 6 novembre 1997, Giannuli A., Perizia Salvini, pp. 63-69. Pellegrino G., Fasanella G., Sestrieri C., Segreto di Stato cit., pp. 18-28. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., pp. 51-53, 352-379.
    3 Di ciò si è abbondantemente parlato in precedenza.
    4 La citazione è la parafrasi fatta dal “politichese” tavianeo da Giovanni Pellegrino in Pellegrino G., Fasanella G., Sestrieri C., Segreto di Stato cit., p. 46-47. Il discorso originale è contenuto in Commissione Stragi, vol. II, tomo II resoconto stenografico dell’audizione del senatore Taviani del 1 luglio 1997, p. 393.
    5 Non più a capo del Sifar, ma comandante generale dell’arma dei Carabinieri.
    6 Purgatori A., Spie del sesso ai tempi di Gronchi, Corriere della Sera, 17 gennaio 1994.
    7 Pellegrino G., Fasanella G., Sestrieri C., Segreto di Stato, p. 47.
    8 «Pensavo se li pigliamo li portiamo ad Alghero, vanno pure a stare bene». Relazione Commissione d’inchiesta Lombardi, vol. V, p. 423, in Commissione Stragi, vol. I, tomo II, p. 117. Commissione Stragi, vol. I, tomo I, p. 109.
    9 Commissione Stragi, vol. I, tono I, p. 108 e vol. I, tomo III, p. 19. Come scrive De Lutiis (I servizi segreti in Italia cit., p. 85), la Commissione Lombardi viene istituita «nel tentativo di bloccare l’indagine parlamentare» e composta da «tre anziani generali, abbastanza legati all’establishment militare» per cui «dava ben scarse garanzie», ma nell’affidare la commissione proprio al generale Lombardi «il tentativo di far svolgere un indagine addomesticata era praticamente fallito». Vedi supra.
    1 Vedi supra.
    2 De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., pp. 93-94.
    3 D’Amato polemizza fortemente con la scelta del Ministero di nominare direttore di un servizio segreto un ufficiale, per quanto di alto profilo, senza una precorsa esperienza di intelligence: «Henke [è] un ammiraglio, Miceli un bersagliere, Casardi un altro ammiraglio, Maletti della fanteria. Gente che fino al giorno prima aveva comandato un battaglione di carri armati e poi si trovava a guidare un servizio segreto». Per questo motivo l’unico direttore a godere della sua stima è stato De Lorenzo che proveniva dal servizio informativo del Cln romano. Purgatori A., Spie del sesso ai tempi di Gronchi, Corriere della Sera, 17 gennaio 1994. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 519.
    4 Vedi il caso Giannettini. Già sotto osservazione da parte dell’Uaarr dal 1961 per la sua affiliazione ad “Avanguardia Nazionale” e per le sue relazioni con l’Oas, viene arruolato nel Sid nel 1966 «per esigenze dello Stato Maggiore» (non si è ancora oggi capito se come infiltrato del Sid in “Ordine Nuovo” o come infiltrato di “Ordine Nuovo” nel Sid). Lo stesso ammiraglio Henke si occuperà personalmente di sedare le troppe domande dei giudici sul suo ruolo di agente, reso pubblico invece da Andreotti in un’intervista a “Il Mondo” nel ’74. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., pp. 178-183. Requisitoria Alessandrini, pp. 228-229. Giannuli A., Bombe a inchiostro cit., pp. 112, 290. Il rapporto dell’Uaarr è riprodotto in Giannuli A., L’Ufficio Affari Riservati Vol. I cit., p. 73 e Giannuli A., Perizia Salvini, p. 55-56. La deposizione di Henke è riprodotta in Requisitoria Alessandrini, pp. 178-179. Boatti G., Piazza Fontana cit., p. 104.
    5 Passato dalla Gestapo (capo della sezione orientale durante la guerra) alla Cia per poi tornare in Germania al vertice del neonato servizio tedesco nel 1956. De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 524. Caretto E., La Cia: «Sì, arruolammo spie della Gestapo», “Corriere della Sera”, 19 marzo 2001.
    6 De Lutiis G., I servizi segreti in Italia cit., p. 95.
    Igor-Andy Caputo, 1969. Un anno esplosivo, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2011-2012

    #1949 #1956 #1965 #Gladio #IgorAndyCaputo #Italia #piano #segreti #servizi #Sid #SIFAR #SIM #SIOS #Solo
  7. La rivelazione di Gladio

    Anche nel contesto italiano si videro le influenze dei cambiamenti a livello internazionale del ‘90: il crollo dell’URSS ebbe un effetto “esplosivo” sul Partito Comunista Italiano (PCI), già confinato all’opposizione fin dal 1979 <21. Nel novembre del 1989 il suo segretario, Achille Occhetto, avviò una fase di discussione che riguardava il mutamento del nome del partito e i suoi riferimenti ideali. Il processo si concluse solamente nel 1991, con lo scioglimento del PCI e la nascita del Partito Democratico della sinistra (PDS) <22 , che si schierò nel campo della socialdemocrazia. Alcuni ex militanti del PCI, fedeli ai valori del comunismo, fondarono invece il Partito della rifondazione comunista (Prc). Il clima che si avvertiva in Italia, come in tutta Europa, era quindi quello di un sostanziale cambiamento. Ma cambiamento non significava dimenticare il passato. E di passato dimenticato in Italia ce n’era un bel po’. Fin dal gennaio del 1990 un giovane giudice istruttore della Procura di Venezia, il Dott. Felice Casson, stava indagando su un vecchio caso rimasto irrisolto e da lui appena riaperto, si trattava della Strage di Peteano <23 del 1972, nella quale trovarono la morte tre carabinieri, uccisi da un’autobomba. Casson arrivò a degli “insoliti collegamenti” tra il terrorismo di destra e i servizi segreti italiani. Decise allora di vederci chiaro e chiese ufficialmente di accedere agli archivi del SISMI, il “Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare” <24. Tuttavia, la sua richiesta venne più volte rifiutata, in quanto il materiale che il magistrato chiedeva di visionare era coperto dal sigillo del “segreto di Stato”. Casson arrivò a fare richiesta sempre più insistentemente, scalando le gerarchie di comando, fino ad arrivare al Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, l’Onorevole Giulio Andreotti. Il 20 luglio, dopo un colloquio tra i due, il Premier decise di consentire al giudice veneziano, per la sua insistenza, l’accesso agli archivi di Forte Braschi a Roma, sede nevralgica del SISMI, in particolar modo ai documenti riguardanti la 7^ Divisione del Servizio <25.
    Il 2 agosto 1990 – lo stesso giorno in cui Saddam Hussein aveva dato inizio all’invasione del Kuwait – in una seduta della Camera dei Deputati dedicata alla strage alla stazione di Bologna <26 del 1980, il Presidente Andreotti accettò un ordine del giorno, presentato dai deputati Quercini, Tortorella, Violante ed altri, il quale impegnava il Governo ad informare le Camere entro 60 giorni riguardo “[…] l’esistenza, alle caratteristiche e alle finalità di una struttura parallela e occulta che avrebbe operato all’interno del nostro servizio segreto militare con finalità di condizionamento della vita politica del Paese <27.” Tuttavia, Andreotti chiese di poter far pervenire le informazioni richieste in una sede più riservata. I presentatori dell’ordine accettarono che a ricevere la documentazione promessa fosse la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (che da ora in avanti identificheremo con “Commissione Stragi” per motivi di celerità della narrazione). Così, il giorno successivo, il 3 agosto, il Presidente del Consiglio si rivolse alla commissione dichiarando “Mi riservo di presentare alla Commissione una relazione molto precisa che ho pregato lo Stato Maggiore di predisporre. Si tratta di quelle attività che, sul modello Nato, erano state messe in atto per l’ipotesi di un attacco e di un’occupazione dell’Italia o di alcune regioni italiane […], proseguite fino al 1972 […]. Sia sul problema in generale, sia sullo specifico accertamento fatto in occasione dell’inchiesta sulla strage di Peteano da parte del giudice Casson, fornirò alla Commissione tutta la documentazione necessaria <28”. Tale dichiarazione rivelava la volontà di Andreotti – e quindi del Governo – di togliere il “segreto di Stato” sull’organizzazione clandestina. Il sigillo imposto non aveva bloccato solamente le indagini giudiziarie di Felice Casson, ma anche quelle del “collega di Procura”, il Dott. Carlo Mastelloni, che sempre a Venezia stava indagando sulla caduta di un aereo militare a Porto Marghera nel 1973, tale “Argo 16” <29. Velivolo che era in dotazione proprio al servizio militare italiano.
    Il 18 ottobre 1990 la “Commissione Stragi” ricevette la documentazione promessa, che riportava il titolo “Il cosiddetto SID parallelo-il caso Gladio” <30. Nella sua lettura, si scoprì che le operazioni dichiarate “abbandonate dal 1972” da parte del premier, continuavano invece ancora. L’8 agosto precedente il direttore del SISMI, l’Ammiraglio Fulvio Martini <31, aveva emanato una circolare in cui indirizzava l’organizzazione Gladio alla lotta contro la droga <32.
    Nonostante Andreotti avesse già consegnato la documentazione alla “Commissione Stragi”, quasi nell’immediato periodo successivo chiese che gli venne re-inviata perché non era corretta e doveva essere sistemata. Dopo che gli fu tornata indietro, nei giorni che seguirono ne consegnò un’altra versione, più generica e soprattutto ridotta rispetto alla prima di due pagine <33. Lo strano comportamento del premier e la fretta di avere nuovamente il documento tra le mani affinché fosse sfoltito e sistemato instaurò diversi dubbi e pensieri nei membri della commissione d’inchiesta, compreso il suo presidente, il Senatore Libero Gualtieri. Il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti rivelò l’esistenza di Gladio ai media italiani <34, lasciando l’intero Paese a bocca aperta. Iniziava così lo “scandalo Gladio”.
    Giornali, radio, televisioni, politici e persino la gente comune, se ne parlava ovunque. E non ci riferiva all’antica spada corta romana in dotazione ai legionari dell’Impero o usata dai combattenti nelle arene. L’indagine del Dottor Casson divenne nota a livello nazionale, tutti cominciarono a seguire i fatti. La Guerra del Golfo non sembrava più un evento così importante, nemmeno il prossimo intervento dell’esercito italiano nel conflitto sembrava interessare alla massa. Vennero fuori invece parole nuove, come “Stay Behind”, “Nasco”, “guerra non ortodossa”, “SID parallelo”, numerosi riferimenti alla CIA e al potere occulto. Si tornava allora a parlare di Loggia P2 e tanti altri “scheletri nell’armadio” dello Stato italiano. Il mondo della Sinistra accusava l’illegittimità della struttura occulta, compreso un PCI ormai in rovina, ritenendosi comunque una delle principali “vittime”. Non bastava nemmeno l’intervento del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Domenico Corcione, che ribadì più volte il perfetto collocamento della “Stay Behind” italiana nel contesto dell’Alleanza Atlantica, anche in un’udienza a Venezia con Casson. In sua difesa, il Presidente Andreotti dichiarava in Parlamento: “Ciascun capo di governo venne informato sull’esistenza di Gladio”, creando grande imbarazzo tra gli ex presidenti del Consiglio, tra i quali il socialista Bettino Craxi, il repubblicano Giovanni Spadolini e l’allora presidente del Senato, Arnaldo Forlani <35. Tutti reagirono, chi più chi meno, in modo confuso. Nei programmi televisivi vi erano ore di confronti, che vedevano politici e giornalisti discutere – chi
    accusava e chi difendeva – sulla legittimità o meno di questa organizzazione, sul suo ruolo nella Prima Repubblica e soprattutto sul perché non sia mai stata rivelata prima. In trasmissioni come “Samarcanda” <36 di Michele Santoro, gli inviati del programma andavano in giro per le città italiane, a chiedere direttamente ai cittadini se sapessero cosa fosse Gladio, o meglio cos’era stato, dato che nel frattempo, il 27 novembre 1990 il Presidente Andreotti, con un decreto, sciolse ufficialmente l’organizzazione segreta <37. Ma questo non fece altro che aumentare l’ondata mediatica dello scandalo. La gente si domandava se la fine di Gladio fosse vera o se era solo un’altra falsa notizia del premier, come quella che riteneva concluse le attività dell’organizzazione nel 1972.
    Di Gladio vennero dette le peggiori cose, giravano addirittura terribili teorie golpiste. Gli vennero presto affibbiate la maggior parte – se non la totalità – delle stragi e atti di violenza politica rimasti impuniti, dalla strage di Piazza Fontana< 38 a quella dell’Italicus <39, dal caso De Mauro <40 al caso Moro <41.
    Per non parlare degli omicidi di stampo mafioso.
    [NOTE]
    21 Banti Alberto Mario, L’età contemporanea: dalla grande guerra a oggi, Bari, Laterza, 2009, p. 403.
    22 Idem, p. 403.
    23 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 425.
    24 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 354.
    25 Crocoli Mirko, Nome in codice Gladio, Milano, Edizioni A. Car, 2017, p. 46.
    26 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 16.
    27 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 29.
    28 Idem, p. 29-30.
    29 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 441.
    30 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 30.
    31 Martini Fulvio et al., Nome in codice: Ulisse. Trent’anni di storia italiana nelle memorie di un protagonista dei servizi segreti, Milano, Rizzoli, 1999.
    32 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 30.
    33 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 19.
    34 Crocoli Mirko, Nome in codice Gladio, Milano, Edizioni A. Car, 2017, p. 45-46.
    35 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 21.
    36 Santoro Michele, Samarcanda, puntata del 08/11, Raiplay, 1990.
    37 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 30.
    38 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 319.
    39 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 456-457.
    40 Crocoli Mirko, Nome in codice Gladio, Milano, Edizioni A. Car, 2017, p. 57.
    41 Formigoni Guido, Aldo Moro: lo statista e il suo dramma, Bologna, il Mulino, 2016, p. 337.
    Daniele Pistolato, “Operazione Gladio”. L’esercito segreto della Nato e l’estremismo nero, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024

    #1990 #1991 #CarloMastelloni #commissione #DanielePistolato #destra #FeliceCasson #giudice #GiulioAndreotti #Gladio #inchieste #Peteano #segreti #servizi #SISMI #stayBehind #stragi #terrorismo
  8. ADORO IL GENIO - DOBBIAMO PARLARE

    Si, è vero, è una delle frasi che mettono in pericolo un rapporto, una sorta di minaccia, una scure pendente, ok ma cazz...!
    (Credits Tardaasa
    @tardaasa_comics)

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  9. ADORO IL GENIO - DOBBIAMO PARLARE

    Si, è vero, è una delle frasi che mettono in pericolo un rapporto, una sorta di minaccia, una scure pendente, ok ma cazz...!
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  10. ADORO IL GENIO - DOBBIAMO PARLARE

    Si, è vero, è una delle frasi che mettono in pericolo un rapporto, una sorta di minaccia, una scure pendente, ok ma cazz...!
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  11. ADORO IL GENIO - DOBBIAMO PARLARE

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  12. ADORO IL GENIO - DOBBIAMO PARLARE

    Si, è vero, è una delle frasi che mettono in pericolo un rapporto, una sorta di minaccia, una scure pendente, ok ma cazz...!
    (Credits Tardaasa
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  13. L’aspirazione di Reinhard Gehlen di porsi a capo della rinascente intelligence tedesco-federale non si era formata gradualmente

    La stessa logica utilizzata da Angleton in Italia per Borghese e Dollmann, si ritrova del resto in un’operazione dello stesso tipo che fu messa a punto in Germania, dove il generale Reinhard Gehlen, capo del Fremde Heeren Ost, la sezione del servizio segreto militare nazista che si occupava del fronte orientale, venne immediatamente assunto nelle fila dell’intelligence americana, pochi giorni dopo la resa incondizionata dichiarata dalla Germania.
    […] Uno dei fattori che resero Gehlen <370 e i nazisti della sua rete molto importanti per gli interessi strategici americani fu la loro esperienza e le loro conoscenze di intelligence maturate nella guerra contro l’Urss: tutto il lavoro di raccolta di informazioni e di penetrazione nel territorio, insieme alla conoscenza dei servizi segreti sovietici, e tutta la documentazione da loro raccolta, si rivelavano ora preziosi per gli Stati Uniti. Il generale Gehlen, dopo essere stato per quattro anni alle dipendenze dell’esercito statunitense, nel 1949 passò direttamente sotto il controllo della Cia, la quale aveva deciso di subentrare come “Gehlen’s main patron” <371.
    [NOTE]
    370 Documento intitolato Report of Initial Contacts with General Gehlen’s Organization, compilato dall’agente John R. Boker e datato 1 maggio 1952. Il documento fa parte del report Forging an Intelligence Partnership: CIA and the Origins of the BND, 1945-1949. A Documentary History, stilato dal CIA History Staff, Center for the Study of Intelligence, European Division, Directorate of Operations nel 1999, declassificato nel 2002. Opening of CIA Records under Nazi War Crimes Disclosure Act, U.S. National Archives and Records Administration, pubblicato a cura del National Security Archive della George Washington University, alla pagina http://www.gwu.edu/~nsarchiv. Questo documento fa parte della serie Nazi War Crimes Disclosure Act.
    371 Ibidem. Contemporaneamente all’inserimento di Gehlen nelle fila dell’intelligence statunitense, venivano arruolati dall’Oss anche cinque stretti collaboratori di Adolf Eichmann, l’uomo che aveva concepito e portato avanti la politica di sterminio degli ebrei […]
    Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Anno accademico 2009-2010

    E molti degli agenti nazisti che avevano operato in Italia furono poi riciclati dai servizi statunitensi nella costituzione di un servizio attivo in funzione anticomunista, la Rete Gehlen, che prese il nome dall’ex capo del controspionaggio nazista nell’Est Europa, il generale Reinhard Gehlen, arruolato proprio da Dulles.
    Claudia Cernigoi, Alla ricerca di Nemo. Una spy- story non solo italiana su La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo, supplemento al n. 303, Trieste, 2013

    Le cose cambiarono successivamente per la prima volta, come si è visto, con l’arrivo della CIA a Pullach, quando Reinhard dovette per forza fare i conti con l’imposizione di un più rigido controllo esterno sul proprio servizio segreto. Di conseguenza anche la pressione sul gruppo romano aumentò, soprattutto perché il cambio dall’USFET alla CIA coincise con un’ulteriore sconfitta personale di Johannes Gehlen, attraverso il fallimento della missione SMOM e lo “scandalo” del ’49. Ne fu prova il lungo documento “Tätigkeiten in Rom” (Attività a Roma), redatto da Johannes, che va dunque interpretato come tentativo di salvataggio dell’ODEUM Roma di fronte alle indagini della CIA, che in quel momento stava addirittura valutando la totale liquidazione della base estera romana <644. Ulteriore prova di come l’entrata in scena della nuova agenzia di spionaggio statunitense a Pullach avesse costretto Reinhard Gehlen a “scoprire parzialmente le proprie carte” rispetto all’ODEUM Roma, furono le nuove missioni assegnate al gruppo romano nel ‘50, individuate da lui sotto supervisione della CIA <645. Tuttavia, sulla base dei documenti qui analizzati, una volta superato il “terzo grado” dell’intelligence statunitense, i fratelli Gehlen sembrano aver continuato in maniera più o meno analoga a prima, comunicando direttamente fra di loro e coinvolgendo solo di rado terzi.
    È a tal proposito interessante osservare come l’aumento dell’isolamento di Johannes e dei suoi collaboratori per mano di Reinhard sia coinciso quasi sempre con l’affacciarsi di critiche esterne nei confronti dell’ODEUM Roma. Ciò era accaduto già in seguito al “caso Krause”, ma emerse soprattutto durante il già descritto “affare dei report” del ’52. Il trasferimento dell’ODEUM Roma all’“Archivio” o “Servizio Strategico” di Langkau mise in evidenza non solo il grado di protezione di cui Johannes Gehlen godeva grazie alla propria posizione privilegiata di fratello del capo dell’Organisation Gehlen, ma anche come questa stessa protezione fosse diventata, col passare degli anni, una sorta di “sintomo collaterale” della politica di consolidamento del potere di Reinhard Gehlen, in vista del suo avvicinamento al governo di Bonn. È infatti mio parere che la base estera romana non può essere vista solamente come emblematica della politica nepotistica gehleniana, ma anche come lente d’ingrandimento per osservare gli sforzi di Reinhard nel mantenere intatto il proprio potere su una parte dell’Organisation Gehlen distaccandola progressivamente dalla CIA. In tal senso, il nepotismo gehleniano, l’isolamento dell’ODEUM Roma e la crescente “sete di potere” di Reinhard andarono mano nella mano.
    Come già detto, l’aspirazione di Reinhard Gehlen di porsi a capo della rinascente intelligence tedesco-federale non si era formata gradualmente, ma era stata presente sin dalla nascita dell’Organisation Gehlen. Sin dall’inizio i tentativi di avvicinamento a Bonn portarono a frizioni con la CIA, che nel biennio ’50-’51 prese addirittura in considerazione l’ipotesi di lasciar cadere Reinhard e il suo servizio, proprio a causa della sua predilezione per il governo della RFT rispetto al rapporto di collaborazione con l’intelligence statunitense <646. Anche se uno “scontro frontale” tra le due parti non ebbe mai veramente luogo, in quanto Reinhard Gehlen era pur sempre consapevole di aver bisogno delle risorse statunitensi, il suo rapporto con la CIA non fu dei migliori per tutti gli anni Cinquanta. In tal senso, come si è già sottolineato, anche la creazione del “Servizio Strategico” s’inserisce all’interno della strategia complessiva gehleniana di allontanarsi dai suoi partner e “sponsor” statunitensi, cercando invece sempre di più la vicinanza ad Adenauer e al suo governo.
    La vicenda dell’ODEUM Roma è dunque sostanzialmente quella di una piccola pedina all’interno di una strategia più ampia, che tuttavia ne fa emergere con chiarezza i singoli elementi e la graduale evoluzione. Una volta collocato Johannes come persona di fiducia a Roma, il capo dell’Organisation Gehlen si rese presto conto di aver in tal modo creato un’importante risorsa per i propri obiettivi strategici nella penisola. Egli era probabilmente consapevole del fatto che la CIA, disponendo già di canali propri in Italia, non avesse stringente necessità dell’ODEUM Roma e che di conseguenza, nel caso di un’attività manchevole da parte dell’organismo romano, questo sarebbe potuto essere facilmente liquidato dal servizio d’intelligence statunitense. Da parte sua, per Reinhard Gehlen, invece, la costituzione di una rete spionistica in Italia posta sotto il suo controllo e la sua protezione rappresentava un importante passo verso la realizzazione del proprio “sogno nel cassetto”: diventare il futuro capo del servizio d’intelligence estero tedesco. A tale scopo egli avrebbe infatti dovuto dimostrare al governo della RFT che disponeva di un servizio segreto estero già ben avviato e capace di assicurare alla cancelleria federale uno stabile flusso di informazioni, indipendentemente dalla CIA. In tal senso, i numerosi contatti costituiti dall’ODEUM Roma, fra cui quelli con gli ambienti vaticani, lo SMOM e il SIFAR, avevano per Reinhard Gehlen un’ importanza che andava al di là degli esiti immediati delle singole missioni, in vista di future operazioni spionistiche del BND in Italia. Si spiega in questo modo non solo la sua tendenza a isolare il gruppo romano dal resto dell’Organisation Gehlen e dalla CIA, ma anche la sua prontezza a sorvolare sugli errori commessi dal fratello e dai suoi collaboratori, pur di mantenere intatto il proprio controllo sul gruppo romano.
    Quanto tale politica fosse rischiosa e ambigua dal punto di vista tattico, lo riconobbero già gli stessi colleghi di Reinhard Gehlen. Nel ’50 Heinz Danko Herre, stretto collaboratore di Gehlen a Pullach, si chiedeva se il suo capo intendesse essere «politico o professionista d’intelligence», visto che i suoi occhi si illuminavano ogni volta che si facesse riferimento a Bonn, ma mai «quando si trattava della risoluzione di un problema di natura spionistica» <647. Alla fine però la determinazione di Reinhard, spesso interpretabile come vera e propria testardaggine, lo portò alla meta da lui auspicata nel ’56 con la nascita del BND. Anche Johannes Gehlen, protégé numero uno del fratello, approfittò senza dubbio, come si è visto, della politica gehleniana. Da “spia per caso” l’ex fisico nucleare si trasformò in un impiegato statale della RFT a tempo indeterminato e rimase, fino al ’69, nella posizione di capo della base estera del BND a Roma. La sua lealtà nei confronti del fratello minore aveva infine contribuito a portare i frutti sperati per entrambi: Reinhard realizzò il proprio sogno di una carriera d’intelligence nella giovane RFT e Johannes riuscì a ottenere una posizione prestigiosa e sicura in Italia, senza mai interrompere però i legami con la sua “seconda patria”, la Germania.
    [NOTE]
    644 Cfr. sottoparagrafo 3.2.2.
    645 Cfr. paragrafo 4.1.
    646 R.D. Müller, Reinhard Gehlen, cit., p. 693.
    647 Citazione tratta dal diario di Heinz Danko Herre, in Ivi, p. 663.
    Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

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  14. Giunti a Bastia, Moris e “Coniglio” proseguirono in volo per Caserta

    Il 17 ottobre ’43 Bourgoin [André Bourgoin della Sezione Italiana dell’OSS statunitense] fu anche visitato dal tenente generale Matteini del corpo ingegneri della marina italiana, il capitano Max Ponxo, uno dei leaders dell’Italian Naval Secret Services (SIS) della marina italiana, il sig. Maurizio Moris, un noto industriale e direttore generale delle compagnie “Bombrini Parodi Delfino” e “Innocenti”, i quali, arrivati a Napoli, fornirono alla missione dell’OSS informazioni militari d’interesse.
    Maurizio Moris <57, in particolare, che parlava molto fluentemente italiano, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e inglese, si offrì di ritornare immediatamente a Roma e di porsi a completa disposizione dei servizi segreti americani al fine di costruire una rete molto potente di agenti. La sua proposta fu accettata e la sua collaborazione fu, sin dall’inizio, orientata su speciali soggetti d’importanza militare.
    […] La missione di Maurizio Moris, per conto dell’OSS, mirava alla creazione di una rete di agenti nella Roma ancora occupata dai nazisti. Il 1° novembre 1943, insieme con due agenti e un radio operatore, che furono identificati nelle persone di Salvatore Piazza, Alfredo Rizza e del radio operatore, Giuseppe Auriemma, alias “Teresa”, essi attraversarono le linee nemiche nei pressi della regione di Alfedena. Il secondo giorno di viaggio, Moris e Piazza che si erano separati dai loro compagni Rizza e Auriemma, si imbatterono sciaguratamente in un campo minato tedesco. Moris restò gravemente ferito tanto che pensò che fosse in procinto di morire sul posto. Quindi mandò indietro Piazza affinché facesse rapporto a Bourgoin. Fu così prelevato dai tedeschi, trasportato in ospedale e grazie alla sua perfetta conoscenza del tedesco in grado di ricevere il necessario primo soccorso. Durante la notte, nonostante le ferite e il dolore, scappò dall’ospedale e facendo l’autostop raggiunse Roma a bordo di un carro armato tedesco. Una volta arrivato a Roma, fu curato da uno dei suoi amici e si nascose nell’appartamento di quest’ultimo. Finalmente fu sottoposto a un’operazione chirurgica durante la quale gli fu estratta dall’addome una scheggia di mina tedesca che lo aveva colpito e, infine, si rimise dopo ventidue giorni di ricovero. Mr. Moris si mise subito in contatto con la prima squadra di Roma agli ordini del tenente Menicanti e procurò loro un ingegnere esperto che riuscì a metterli in contatto con la base. Due volte il giorno venivano quindi inviate informazioni militari al Quartier Generale Alleato. Di fronte alla necessità di coordinare le azioni di tutti gli agenti che operavano nell’Italia occupata dai tedeschi, Moris e Menicanti chiesero di essere condotti sulla costa per poi recarsi a Caserta e discutere ivi le questioni di cui si stavano occupando a Roma.
    Intanto, gli agenti Rizza e Auriemma, che avevano attraversato le linee nemiche il 1̊ novembre con Mr. Moris, arrivarono a Roma. Grazie al senatore Parodi, Auriemma fu impiegato sotto copertura nella compagnia “B.P.D”, mentre Rizza si mise in contatto con le autorità tedesche nella persona del tenente appartenente all’Abwehrlienst, Von Weich. Rizza fu, così, arruolato quale agente simulatore per ingannare i patrioti italiani combattenti nella regione di Faenza e, in seguito, accompagnato al fronte, dove gli furono fatte attraversare le linee verso gli Alleati sul fiume Garigliano, e dotato di un questionario sulle forze alleate. Rizza si presentò a Bourgoin, il quale ebbe forti dubbi sulla fedeltà dello stesso, tanto da essere indotto a contattare, il giorno seguente al suo arrivo, l’italiano CIC e la polizia, alle quali organizzazioni chiese di pedinare l’uomo durante la sua permanenza a Napoli. Due volte al giorno, la polizia compilava uno speciale rapporto sulle attività di questi e attraverso una donna appartenente alla stessa organizzazione, Bourgoin ottenne la prova che Rizza era più sotto il controllo tedesco che alleato e, dopo essersi consultato con il Commander in Chief dell’OSS presso la V Armata, colonnello Ellery Huntington Jr., decise di farlo arrestare dal CIC. Fu così che un’intera organizzazione di spie fu sgominata e arrestata nella stessa epoca nella regione di Napoli. Secondo la testimonianza di Bourgoin, Rizza fu, infine, trasportato negli Stati Uniti e collocato in un campo di concentramento <59.
    Quando il sig. Moris fu ferito il 2 Novembre, egli ordinò a Piazza di tornare allo scopo di fare rapporto a Bourgoin ma, temendo che quest’agente potesse essere ucciso, mandò un soprintendente, tale Langella, per relazionare sulla medesima questione nonché attraversare le linee verso gli Alleati. Langella arrivò il 10 novembre e attraversò le linee nemiche a nord di Venafro con un radio operatore di nome Grandini Antonio, nome di battaglia Trieste, il 2 dicembre 1943. Nonostante le difficoltà, i due uomini arrivarono incolumi al Comando Operativo di Napoli e a Grandini fu dato un lavoro di copertura nella fattoria della “B.P.D.” quale contabile nonché un regolare passaporto tedesco per circolare in Italia.
    […] Una serie di missioni furono inviate partendo dal dicembre 1943 dalla Corsica verso l’Italia occupata dai Tedeschi. Una prima operazione via mare, denominata Richmond I, doveva essere fatta salpare da Bastia, Corsica. All’uopo, Bourgoin organizzò da Bastia un MAS italiano che doveva raggiungere la spiaggia di Fosso Tafone, tra Ansedonia e Montalto di Castro, per raccogliere i partecipanti. Salirono a bordo Maurizio Moris e Clemente Menicanti ”Coniglio”; accompagnati dall’ingegnere Prof. Calosi, esperto di bombe radiocomandate che viaggiava col fratello ufficiale di marina del Secret Intelligence Service (SIS) nonché con altri due ufficiali, sempre del SIS, capitani Cipicco e Filiani. Tutti questi uomini riuscirono a imbarcarsi incolumi, grazie all’opera del principe Boncompagni <73, noto latifondista della zona, che, essendo proprietario di un’immensa tenuta, assicurò agli agenti impegnati in questa missione un riparo, aiutandoli altresì con il suo proprio personale a organizzare la pianificata operazione speciale. Giunti a Bastia, Moris e “Coniglio” proseguirono in volo per Caserta – San Leucio, dove arrivarono lo stesso giorno, il 5 gennaio 1944. Immediatamente dopo, furono programmate e attuate altre due missioni marittime sempre da Bastia, Corsica e, attraverso le stazioni radio dell’OSS collocate a Roma, furono stabiliti segnali, tempi e comitati di accoglienza. Quale punto d’imbarco si dovette utilizzare lo stesso di cui alla precedente operazione: la lunga spiaggia alla foce del Fosso Tafone. La seconda missione, denominata Richmond II, fu affidata alla squadra composta dei seguenti agenti: Maurizio Moris; Clemente Menicanti, “Coniglio”; la signora Vera Vassallo; i signori Sergio Tavernari e Salvatore Piazza, accompagnati dal radio operatore Gorrini, alias ”Antonietta”. Nello stesso tempo, nove apparecchiature radio per tutti gli operatori radio della spedizione del menzionato sottomarino Axum nonché per Auriemma, alias “Teresa” e Grandini, alias “Trieste”, dovettero essere sbarcate sempre sulla spiaggia di Fosso Tafone. L’operazione avvenne nella notte del 17 gennaio 1944. Mr. Moris ricevette l’incarico di riportare indietro da Roma il colonnello Mario Badoglio <74, come sollecitato dal padre Pietro Badoglio all’OSS. Reutershan, che ordinò altresì che fosse accompagnato in tale missione dal sottotenente ventenne William Malcolm Callanan <76. Bourgoin tornò quindi a Caserta con Callanan il 2 gennaio 1944. Così lo stesso Bourgoin raccontava l’incontro con Badoglio: “Noi arrivammo a Brindisi il 31 dicembre e il Maresciallo [Badoglio, nda] ci chiese se fosse possibile riportargli nell’Italia liberata suo figlio il Colonnello Mario Badoglio. Rispondemmo al Maresciallo che avremmo fatto tutto il possibile per contattare suo figlio e introdurlo di nascosto da questo lato delle nostre linee. Quindi facemmo ritorno a Caserta il 2 gennaio 1944” <77. La missione Richmond II ebbe successo, ma sfortunatamente il colonnello Mario Badoglio che si nascondeva in un posto sicuro non arrivò in tempo e, quando la terza operazione, nome in codice Richmond III, iniziò, il 21 gennaio 1944, egli non era sulla spiaggia per essere imbarcato.
    [NOTE]
    57 Maurizio Moris, nato a Moncalieri (Torino) nel 1893, era ingegnere. Iscritto al Partito Nazionale Fascista (PNF) ma descritto quale “intimamente antifascista”. Rimpatriato nel 1936, fu nominato Direttore tecnico della società Parodi – Delfino di proprietà dell’ingegner Leopoldo Parodi Delfino, nonché dell’Innocenti & Co. Anche Moris fu presentato a Bourgoin da “Pippo” Naldi e dunque faceva parte della medesima rete di agenti vicini al SIM. P. Tompkins riporta un rapporto OSS secondo il quale “sia Parodi che Innocenti elargivano fondi per i partigiani e agenti ma i soldi non sempre giungevano a destinazione”. P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., nt. 6, p. 395.
    59 La missione Teresa fu descritta senza significative divergenze da P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., p. 55.
    73 Il Principe Boncompagni Ludovisi fu arrestato a New York la mattina successiva al disastro di Pearl Harbour in quanto sospettato di collaborare con il Fascismo e quindi condotto nel centro di detenzione a Ellis Island. Earl Brennan ha raccontato che, con la garanzia di Girolamo Valenti, fu raggiunto un accordo tra i due gentiluomini, in virtù del quale il primo sarebbe stato rilasciato e in cambio avrebbe collaborato con l’OSS, accordo che nel periodo di guerra si sarebbe rivelato assai proficuo, perché “sia la sua competenza che la collaborazione nel trasmetterci informazioni utili e tempestive si rivelò progressivamente assai soddisfacente […] le vedute del Principe cambiarono ed egli divenne un collaboratore più volenteroso e utile.” E. Brennan, O.S.S. and the Italian Contribution cit., p. 266 e 267.
    74 Mario Badoglio, figlio del più noto maresciallo Pietro Badoglio, Console Generale a Tangeri, dopo il 25 luglio accorse in volo a Roma in ausilio del padre, nominato Presidente del Consiglio. Si trovava con il padre al Ministero della Guerra nella notte tra l’8 e il 9 settembre. Restò a Roma, quando il Re, Badoglio e il Governo fuggirono a Pescara, fino al giorno dopo Pasqua, intorno alla fine di aprile ’44, quando fu individuato e arrestato dalla polizia tedesca a Roma, mentre aspettava di ricongiungersi col padre e, infine, tradotto in Germania. Si cfr. P. Badoglio, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 117.
    75 Tale, circostanza fu riferita direttamente a Roosevelt in una delle missive intercorse tra i due Capi di Stato e, precisamente, in una di fine aprile ’44, nella quale Badoglio così scriveva “l’ultimo dei miei ragazzi che mi aspettava a Roma è stato seguito e arrestato due giorni fa dalla polizia tedesca”. M. Corvo, La Campagna d’Italia dei Servizi Segreti Americani in Italia cit., p. 315.
    76 Il sottotenente ventenne “dalla faccia pallida”, William Malcolm Callanan, fu ufficiale d’intelligence assegnato al distaccamento dell’OSS presso la V Armata compilò un rapporto in cui evidenziò il valore e il volume delle informazioni militari trasmesse da radio “Vittoria” a Roma durante l’occupazione nazista. Si cfr. P. Tompkins, L’altra Resistenza cit., nt. 8, p. 404; Id. Una spia a Roma cit., pp. 369-370.
    77 «We arrived in Brindisi on the 31st of December and the Marshal asked us whether it would be possible to bring back in liberated Italy his son, Colonel Mario Badoglio. We answered the Marshal that we would do all things possible to contact his son and smuggle him on this side of our lines. We returned to Caserta on the 2nd of January, 1944». A. Bourgoin, From 20th September 1943 to 26th January 1945 cit., p. 49.
    Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012

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  15. Allora lo fate questo golpe?

    Il golpe Borghese (operazione Tora-Tora)
    Il tentativo di golpe, conosciuto successivamente come golpe Borghese, dal nome del principe Junio Valerio Borghese <54, è l’esempio forse più lampante di quella collusione tra poteri istituzionali, para-istituzionali ed illegali che formavano il doppio Stato. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, notte dell’Immacolata, avvenne il più volte rimandato <55 tentativo di colpo di stato. Durante la notte ci furono movimenti sospetti di reparti militari attorno alla capitale e alcuni neofascisti, guidati dal leader di AN Stefano Delle Chiaie, entrarono al ministero degli Interni per prelevare più di duecento mitragliette mentre uomini di Cosa Nostra e della ‘Ndrangheta attendevano un ordine per intervenire nelle rispettive regioni. Vennero inoltre interrotte le comunicazioni in alcuni centralini di diversi ministeri. In questo quadro Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia massonica P2, era incaricato di arrestare il Presidente della Repubblica Saragat ma al golpe venne dato l’alt all’ultimo momento dal generale Borghese per ignote ragioni mai chiarite.
    Anche in questo caso la lunga ombra atlantica della P2 ci mette lo zampino con Licio Gelli che riuscì ancora una volta a intrecciare e a far convergere gli interessi di più “istituzioni” (mafiosa/’ndranghetista – politica – militare) nel “gioco grande”, come usava chiamare la collusione tra gruppi criminali e istituzioni il giudice Giovanni Falcone.
    Gli attori in campo:
    Il fronte nazionale.
    Il Fronte nazionale si costituì ufficialmente il 13 settembre del 1968, come organizzazione extra-parlamentare di destra ma non “neofascista” per consentire a tutti coloro che volessero combattere contro il comunismo di confluirvi sotto la guida prestigiosa di una medaglia d’oro al V.M. come Junio Valerio Borghese. I rappresentanti ufficiali delle organizzazioni di destra, MSI ed Ordine nuovo, ebbero inoltre il vantaggio di inserirvi i propri elementi senza compromettersi, in forma occulta e tacita <56.
    Nessuna contrapposizione, quindi, fra Avanguardia nazionale ed Ordine nuovo, ma la confluenza politica ed operativa nel “Fronte nazionale” diretto da un iscritto al Movimento sociale italiano della statura di Junio Valerio Borghese. Il coordinamento fra gruppi ufficialmente distinti e collocati su posizioni distanti fra esse, come Ordine nuovo e Movimento sociale italiano (Avanguardia nazionale è disciolta ufficialmente nel 1965) fu così garantito da Junio Valerio Borghese, la sola figura di spicco sul piano nazionale ed internazionale negli ambienti militari.
    La divisione Affari riservati del ministero degli Interni, in una nota informativa del 23 febbraio 1971 riferita al Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese scrive: “Fn è inserito in un gioco di industriali, Cia, Psu, militari, al fine di favorire non tanto un colpo di Stato, ma un colpo d’ordine”.
    Quello che si prefigurava il principe nero rappresentava quindi gli interessi e le aspirazioni dei “poteri forti”, primo fra tutti quello militare. Borghese aveva probabilmente in mente di fare un governo “bianco” riconosciuto da Israele, Stati uniti, Germania federale ecc. sostenuto dalle baionette delle Forze armate, per fare piazza pulita dei comunisti (PCI e sinistra extraparlamentare) usando le leggi ordinarie.
    Avanguardia Nazionale e i rapporti con i servizi segreti
    “Ankara, Atene, ora Roma viene!”
    Slogan formazione neofasciste degli anni 60/70
    L’estrema destra Avanguardia Nazionale fu fondata il 25 aprile del 1960 da Stefano Delle Chiaie, dopo l’uscita dal MSI e dal Centro Studi Ordine Nuovo. Nell’estate del 1964 Delle Chiaie fu contattato da presunti emissari del generale Giovanni De Lorenzo, allora Comandante dell’Arma dei Carabinieri intenzionato ad avviare, come già scritto in precedenza, il golpe noto come Piano Solo ma Avanguardia Nazionale, non fidandosi, negò la propria partecipazione.
    I rapporti di Avanguardia Nazionale con i servizi di informazione, prima con l’Ufficio affari riservati, poi con il SID, hanno origini risalenti ai primi anni 60, quando l’area di AN, tramite il giornalista Mario Tedeschi, fu coinvolta dall’Ufficio affari riservati del Ministero dell’interno nell’attività di affissione dei “manifesti cinesi”, una campagna di attacco al partito comunista apparentemente proveniente dalla sua sinistra. Tale attività fu ammessa dallo stesso Delle Chiaie che la ricondusse ad una iniziativa dell’Ufficio affari riservati, condivisa tatticamente da AN come valida manifestazione di “guerra psicologica” nei confronti del partito comunista. A prova della “copertura” fornita all’operazione da parte delle forze dell’ordine, secondo quanto riferisce Vincenzo Vinciguerra, Delle Chiaie avrebbe appreso da un funzionario della Questura che la immediata liberazione di alcuni avanguardisti fermati durante l’affissione dei manifesti era stata frutto di un preciso intervento in tal senso <57. Nell’operazione fu coinvolta AN a livello nazionale e non soltanto a Roma. La collaborazione tra AN e l’Ufficio affari riservati fu riferita poi dal capitano Labruna, che diceva di averla appresa da Giannettini e da Guido Paglia. Tale circostanza trovava conferma nelle dichiarazioni di Giannettini e nella nota relazione su “attività di Avanguardia nazionale e gruppi collegati” consegnata da Guido Paglia (noto giornalista dalle simpatie neofasciste) al Sid e non trasmessa all’autorità Tra i sodali del Fn di Borghese troviamo, prima nei moti di Reggio del ’70 poi nell’operazione Tora-Tora, Avanguardia Nazionale (AN). Organizzazione politica di giudiziaria. La relazione fu invece utilizzata, secondo Vinciguerra (149), proprio come prova di affidabilità del servizio nei confronti di Delle Chiaie, con il quale Labruna si incontrò in Spagna poco dopo la ricezione della nota. Labruna faceva così sapere a Delle Chiaie che il Sid sapeva che il coinvolgimento di A.N. nel golpe Borghese era passato proprio attraverso la struttura di intelligence del Ministero dell’interno, ma teneva la cosa segreta. I contatti istituzionali di Delle Chiaie all’estero non furono peraltro occasionali, come dimostrano altresì gli incontri di questo con Labruna e con lo stesso Federico Umberto D’Amato. <58
    Cosa Nostra e ‘ndrangheta
    “Banditi, Polizia e mafia sono un corpo solo come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”
    Gaspare Pisciotta, bandito e compagno di Salvatore Giuliano
    Se al nord erano già pronti gruppi misti di civili e militari sullo stile dei nuclei Gladio, al sud per negoziare l’appoggio delle truppe mafiose al putsch, giunsero i Sicilia, dall’altra parte del mondo, alcuni tra i maggiori ricercati che difficilmente si sarebbero avventurati in un viaggio del genere per inseguire miraggi senza fondamento alcuno. Durante la riunione a casa del boss Calderone, capo della famiglia catanese, venne comunicato che in Italia si stava preparando un colpo di Stato di marca fascista con a capo il principe Borghese, che godeva dell’appoggio di settori politici e di altre istituzioni. Per un effettivo controllo del sud vuole la partecipazione della mafia con mille o duemila uomini. In cambio i golpisti promettevano ai siciliani una revisione dei processi e delle condanne, anche quelle già passate in giudicato, con occhio benevolo.
    I mafiosi erano dubbiosi nello stringere alleanze coi fascisti a causa dello storico precedente del prefetto Mori e della lotta che quest’ultimo fece alla mafia, prima di essere deposto da Mussolini. Però sapevano che era importantissimo far uscire di prigione alcuni importanti boss per rafforzare l’organizzazione. Decisero così di avere un incontro a Roma con Borghese, il quale spiegherà nel dettaglio il piano “Tora-Tora” (dal nome in codice dell’attacco a Pearl Harbour). Golpisti e Cosa Nostra raggiungono un’intesa su tutto, compresi i dettagli operativi.
    Dalla parte opposta dello stretto erano invece pronti gli ‘ndranghetisti delle cosche Nirta (sull’Aspromonte) e De Stefano (a Reggio Calabria). Il 26 ottobre 1969 avvenne una prima riunione a Montalto tra i vertici della ‘ndrangheta e uomini dei servizi segreti per decidere se e come partecipare al futuro golpe. Dal 1993 in poi la collaborazione di numerosi pentiti consentì di ricostruire i contatti intercorsi nel 1970 ad Archi tra i potentissimi De Stefano e il principe Borghese. ‘Ndrangheta, Avanguardia nazionale e Ordine nuovo, in particolare, rappresentavano in quel periodo i soggetti di un patto che però vide protagoniste anche altre forze occulte della società italiana, la massoneria e i servizi deviati. Ci sarebbe stata un’occasione, riferita dal noto pentito Giuseppe Albanese, in cui tutti i poteri occulti si sarebbero incontrati, attraverso i loro rappresentanti, in una tenuta di proprietà di Borghese lungo la Costa degli dei, laddove peraltro, durante la seconda metà degli anni ’70, si riscontrò la presenza di alcuni campi paramilitari per l’addestramento alla guerriglia.
    I collaboratori indicarono villa “La Spagnola”, ma questa non rientrò mai nei patrimoni di Borghese.
    Limitrofa a questa struttura era però situata la villa di Bruno Tassan Din, braccio destro di Angelo Rizzoli, editore del Corriere della Sera, iscritto negli elenchi della P2 e implicato in alcune delle vicende più misteriose della storia italiana. Alla riunione, che si sarebbe tenuta alla Spagnola, secondo le segnalazioni dei collaboratori di giustizia, avrebbero preso parte il gran maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1970 e 1979 e uomo di fiducia di Licio Gelli, Lino Salvini; il marchese Felice Genovese Zerbi assieme al fratello Carmelo iscritto alla P2; i generali con tessera P2 Gianadelio Maletti e Vito Miceli; l’ammiraglio Gino Birindelli; Edgardo Sogno. Al summit sarebbe stato presente anche il fondatore di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie, il cui nome collegava l’eversione nera alla massoneria e alla ‘ndrangheta, e importanti figure del panorama politico calabrese e italiano.59
    Anche in questa occasione si evidenzia come certi eventi tragici del nostro Paese siano nati da convergenze di interessi tra gruppi criminali e parti deviate dello Stato.
    L’interesse statunitense
    Per capire come anche gli americani sapessero tutto da tempo e probabilmente seguivano con attenzione lo svilupparsi della vicenda per poi confermare un possibile appoggio al golpe, è importante ricordare le parole di Tommaso Buscetta di fronte ai giudici Falcone e Borsellino. Il pentito dichiarerà infatti che una volta tornato negli States dopo il meeting in Sicilia viene arrestato dall’FBI, e a sorpresa la prima domanda che gli viene posta è: “Allora lo fate questo golpe?” e alla sua prudente risposta, “Quale golpe?”, specificano “Quello con Borghese!”. <60
    Il fallimento del golpe venne così spiegato sempre da Buscetta, il quale aggiunge che “In quei giorni c’era la flotta russa nel Mediterraneo, e agli americani non piaceva questa coincidenza…”.
    [NOTE]
    54 Junio Valerio Borghese, ex-comandante della X Flottiglia MAS e sottocapo di stato Maggiore della Marina Nazionale Repubblicana della RSI. Fonda nel 1968, un anno prima di uscire dal MSI, il Fronte Popolare; movimento politico di estrema destra che avrà contatti strettissimi con Avanguardia Nazionale e un ruolo di primo piano nei fatti di Reggio Calabria del ’70.
    55 Camillo Arcuri,2004, Colpo di Stato, Milano: BUR FuturoPassato
    56 Una nota della divisione Affari riservati del 25 novembre 1968 conferma il quadro, segnalando che il “Fronte nazionale” è stato in realtà costituito nella primavera del 1968, e che fra i suoi dirigenti ci sono gli ordinovisti Giulio Maceratini e Rutilio Sermonti.
    57 Camillo Arcuri, ibid.
    58 Giovanni Pellegrino, “Il terrorismo, le stragi ed il contesto storico-politico”. relazione dell’onorevole Pelligrino alla commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi.
    59 Giovani comunisti di Bovalino Marina (RC), Legami tra estrema destra reggina, ‘ndrangheta e massoneria, 13 Luglio 2013, http://digilander.libero.it/fmiccoli10/legami.htm
    60 Interrogatorio di Tommaso Buscetta nell’agosto del 1984 ai magistrati di Palermo
    Giulia Fiordelli, Dalla Konterguerilla ad Ergenekon. Evoluzioni del Derin Devlet, tra mito e realtà nella Turchia contemporanea: analogia con la stay-behind italiana, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2012-2013

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  16. Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese

    Mi sono soffermato molto sull’aspetto internazionale e sul legame con gli ambienti della NATO che ha avuto la strategia della tensione; adesso voglio invece approfondire il fronte interno, parlando delle responsabilità degli attori dello stato e ripercorrendo brevemente la storia post-bellica dei servizi segreti, per analizzare il ruolo che hanno avuto nella strategia della tensione. Nel primo capitolo ci sono molti riferimenti a ciò che è stato il depistaggio praticato dai servizi segreti italiani, benché spesso manipolati da quelli anglo-americani. L’azione di depistaggio ha avuto la finalità di distogliere l’attenzione dalle forze eversive di destra (quelle effettivamente colpevoli degli attentati), cercando di far ricadere la colpa delle stragi sui gruppi extraparlamentari di sinistra. L’atto di nascondere le trame eversive rappresenta di per sé un reato e una colpa molto gravi, ancor più grave è coadiuvare la strategia e operare per il proseguo di essa. Ciò nonostante essa, non ha preso forma in seno a gruppi eversivi nascosti e segreti, ma questi sono stati un mezzo con il quale attori di tutt’altro contesto hanno ricercato un fine. Un fine che riguardava la stabilità di una forma di governo, la quale garantisse ai partiti di centro (la Dc su tutti) la continuità sulla determinazione dell’indirizzo politico dell’Italia.
    L’implicazione delle istituzioni dello Stato rimanda a un argomento molto importante e delicato che ho già accennato nel primo capitolo: la continuità tra Stato fascista e Repubblica democratica. D’altronde, ciò ha significato l’assegnazione di esecutori materiali del regime a posizioni di vertice nel nuovo Stato. Pochissimi vennero condannati a morte; le detenzioni, anche di chi si era macchiato di crimini contro il popolo italiano stesso, furono molto brevi. Cito nuovamente il libro dello storico Davide Conti, Gli uomini di Mussolini (2017), che fa una panoramica precisa della situazione: «”Se c’era un’istituzione che l’8 settembre si era dissolta in modo sfacciato e insieme tragico di fronte agli occhi di tutti gli italiani, questa era l’esercito”. La rotta del regio esercito e lo sbando totale delle truppe in Africa, nei Balcani, in Russia fino all’abbandono simbolico della capitale, lasciata in balia dei tedeschi dopo la fuga del re e dei massimi vertici militari, avrebbero dovuto costituire la premessa storica, politica e istituzionale per una cesura irriducibile tra l’eredità dello Stato sabaudo e la nascita della Repubblica democratica. Al contrario, proprio in questa leva nevralgica della ricostruzione istituzionale si verificò un visibile fenomeno di convergenza: degli apparati del regno del Sud a conduzione monarchica; delle gerarchie militari che avevano guidato tutte le guerre fasciste del Ventennio; di elementi dell’esercito della Repubblica sociale. La composizione, dapprima relativa e poi progressivamente sempre più organica, di questo blocco continuista determinò un assetto interno alle istituzioni in grado di indirizzare scelte, linee politiche, procedure legislative e amministrative ostili all’avvio di un processo di sostanziale rinnovamento dello Stato» <101. Effettivamente un auspicabile rinnovamento non c’è stato. Nonostante il notevole ampliamento della libertà, come sottolinea l’articolo 13 della Costituzione italiana, e altri vari elementi di discontinuità, il fatto di essere governato da una classe dirigente organica rispetto al Ventennio ha in parte reciso questa libertà del popolo italiano. Come la libertà di quelle persone di andare in una banca, prendere un treno, o trovarsi in piazza per una manifestazione senza rischiare la propria vita.
    Manlio Milani, sopravvissuto alla strage di piazza della Loggia, nella quale perse la moglie, scrive nella sua testimonianza che la condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, gli ordinovisti veneti autori della strage, ha in qualche modo riconciliato i familiari delle vittime con le regole democratiche. La volontà e l’obiettivo di chi studia e chi scrive a riguardo del periodo stragista è una riconciliazione dell’intero paese. «Ma è doveroso domandarsi: a quali condizioni e con quali modalità l’attuale frattura tra verità giudiziaria, verità storica e coscienza collettiva può essere ricomposta? Non di certo attraverso le annuali “commemorazioni” di rito delle tragedie del terrorismo. In realtà una “memoria” degna di questo nome, fondativa di un’autentica operazione di giustizia verso le vittime, i loro familiari e il Paese intero, non può andare disgiunta dal sommo valore della verità, o almeno, più umilmente, da quei frammenti di verità che la ricostruzione storica elaborata dai saggi ospitati in questo volume ci pare sia in grado di offrire oggi alla consapevolezza e alla sensibilità degli studiosi, dei rappresentanti delle istituzioni e della collettività. La ricordata sentenza di condanna di Maggi e Tramonte è per molti versi un documento di eccezionale valore, su cui è necessario meditare perché stabilisce con esemplare chiarezza che “lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […] individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo di progetti eversivi della destra estrema, ed hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche» <102.
    Del ruolo dei servizi segreti italiani ho parlato spesso, l’implicazione è evidente; si può dire che non depone a loro vantaggio il fatto che gli archivi dei centri territoriali del SID, in particolare di quello di Padova, una città chiave per le ragioni che conosciamo, siano stati distrutti a metà degli anni Ottanta. Stando a quanto ha dichiarato il maggiore Giuseppe Bottallo, ciò è dipeso da un ordine dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI (ex SID) <103. Questo tipo di decisione alimenta la tesi del totale coinvolgimento nelle trame dei decenni precedenti, inoltre lascia spazio a supposizioni di vario genere. Per esempio, che cosa si sarebbe ulteriormente scoperto se gli archivi del SID fossero rimasti intatti? E ancora, c’è chi a livello politico ha fatto pressioni affinché gli archivi venissero distrutti? Sicuramente le informazioni contenute negli archivi avrebbero danneggiato ulteriormente l’immagine di determinati personaggi; forse sarebbero uscite nuove verità. Quello che sappiamo però è già parecchio e ci permette di tracciare un breve quadro storico dei Servizi segreti, ma occorre procedere passo per passo.
    Per ripercorrere le tappe del Servizio segreto italiano, occorre tornare ai primi anni successivi alla caduta del fascismo. Ho parlato in precedenza di James Angleton, membro della CIA, il quale trascorse molti anni a Roma. Un’operazione effettuata da James Angleton fu, come vedremo, il recupero del poderoso archivio della polizia segreta fascista grazie all’aiuto del commissario di polizia Federico Umberto D’Amato. Ma tra le prime vi fu, molto importante da sottolineare, l’operazione effettuata il 30 aprile 1945 a Milano, dove Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese. Poi lo accompagnò a Roma sotto la sua personale protezione, assicurandogli un destino sicuramente più benevolo di quello che gli sarebbe stato riservato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale e anche un futuro di avventure reazionarie. A fargli da assistente fu proprio D’Amato, il quale venne da subito ben visto da Angleton che lo giudicava un volenteroso apprendista. L’agente CIA chiarì, in parole semplici, che dopo la sconfitta del fascismo il nuovo nemico era il comunismo. Per combatterlo è sicuramente utile allearsi con i fascisti, il nemico di prima, che non chiede altro <104. Angleton e i suoi agenti, fecero un colpo sensazionale visti gli effetti che esso provocò nei decenni successivi nel nostro paese: «tra la fine del 1944 e l’inizio del 1946, riciclarono nei propri apparati la rete dell’OVRA fascista <105, impossessandosi del poderoso archivio allestito durante il Ventennio». Questo avrebbe portato a un lungo gioco di ricatti e intossicazione della vita pubblica, rivelandosi decisivo per le vicende interne del nostro paese. «Insieme a spezzoni del vecchio Battaglione 808 dei carabinieri, infatti, quel colpo avrebbe anche partorito una sorta di cabina di regìa della strategia della tensione, tra la fine degli anni Sessanta e buona parte dei Settanta del Novecento; il famigerato Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, diretto per lungo tempo da Federico Umberto D’Amato. E fu proprio lui, D’Amato, all’epoca già alle dirette dipendenze di James Jesus, a condurre in porto quella che passò agli annali come l’”Operazione Leto”, Guido Leto, il potentissimo capo dell’OVRA» <106. D’Amato ebbe il compito, affidatogli da Angleton, di prendere contatti con alcuni elementi della polizia politica della Repubblica sociale italiana. Tra questi c’era Guido Leto, che dopo gli incontri segreti con D’Amato, si consegnò al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Leto entrò successivamente in contatto con alcuni rappresentanti del Governo Militare Alleato (GMA) al Nord, ovvero due militari dei servizi britannici, il maggiore Harris e il capitano Baker, indicando loro l’ubicazione degli archivi dell’OVRA. «Mentre tutti credevano che i capi della polizia fascista fossero agli arresti e in attesa di un processo, a sorpresa i due ufficiali inglesi decisero di collocare Leto in “libertà condizionata”, affidandogli “per conto del GMA” addirittura la “custodia degli archivi integrali”, con tutti i documenti raccolti durante il Ventennio e nel breve periodo della Rsi» <107. Quando da Roma ci si accorse che qualcosa non andava, venne emesso un mandato di cattura nei confronti di Leto da parte di Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e nuovo alto commissario per le sanzioni contro il fascismo. Questa decisione provocò forti malumori nell’intelligence americana, la consegna del capo dell’OVRA alle autorità italiane portò a reazioni molto dure da parte della sede romana dell’OSS. «E non è azzardato ipotizzare che dietro ci fosse proprio lo zampino di Angleton. Il Servizio segreto Usa temeva un eventuale processo ai vertici della polizia fascista. […] l’OSS temeva che da un eventuale processo pubblico emergessero i legami che americani e inglesi avevano coltivato durante il Ventennio con gerarchi fascisti e l’alta burocrazia dello Stato; e che fossero scoperte le reti spionistiche angloamericane all’interno del regime» <108. Questo passaggio riassume bene due aspetti fondamentali legati alla strategia della tensione: l’ingerenza dei Servizi segreti americani e britannici, già ben nota e approfondita; e la responsabilità dello Stato italiano in quanto non riuscì a prendere una netta distanza dal periodo fascista, anzi ne incarnò vari aspetti.
    [NOTE]
    101 D. Conti, Gli uomini di Mussolini, op cit., p. 189.
    102 C. Fumian, A. Ventrone (a cura di), Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa, op cit., p. 9.
    103 A. Ventrone, La strategia della paura, op cit., p. 253.
    104 Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere, Roma, Newton Compton editori s.r.l., 2012
    105 Polizia segreta dell’Italia fascista. Compito dell’OVRA era la vigilanza e la repressione di organizzazioni sovversive, che tramassero contro lo Stato.
    106 M. J. Cereghino, G. Fasanella, Le menti del doppio stato, op cit., pp. 57-58.
    107 Ivi, p. 59
    108 Ivi, p. 59-60.
    Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020

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  17. Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese

    Mi sono soffermato molto sull’aspetto internazionale e sul legame con gli ambienti della NATO che ha avuto la strategia della tensione; adesso voglio invece approfondire il fronte interno, parlando delle responsabilità degli attori dello stato e ripercorrendo brevemente la storia post-bellica dei servizi segreti, per analizzare il ruolo che hanno avuto nella strategia della tensione. Nel primo capitolo ci sono molti riferimenti a ciò che è stato il depistaggio praticato dai servizi segreti italiani, benché spesso manipolati da quelli anglo-americani. L’azione di depistaggio ha avuto la finalità di distogliere l’attenzione dalle forze eversive di destra (quelle effettivamente colpevoli degli attentati), cercando di far ricadere la colpa delle stragi sui gruppi extraparlamentari di sinistra. L’atto di nascondere le trame eversive rappresenta di per sé un reato e una colpa molto gravi, ancor più grave è coadiuvare la strategia e operare per il proseguo di essa. Ciò nonostante essa, non ha preso forma in seno a gruppi eversivi nascosti e segreti, ma questi sono stati un mezzo con il quale attori di tutt’altro contesto hanno ricercato un fine. Un fine che riguardava la stabilità di una forma di governo, la quale garantisse ai partiti di centro (la Dc su tutti) la continuità sulla determinazione dell’indirizzo politico dell’Italia.
    L’implicazione delle istituzioni dello Stato rimanda a un argomento molto importante e delicato che ho già accennato nel primo capitolo: la continuità tra Stato fascista e Repubblica democratica. D’altronde, ciò ha significato l’assegnazione di esecutori materiali del regime a posizioni di vertice nel nuovo Stato. Pochissimi vennero condannati a morte; le detenzioni, anche di chi si era macchiato di crimini contro il popolo italiano stesso, furono molto brevi. Cito nuovamente il libro dello storico Davide Conti, Gli uomini di Mussolini (2017), che fa una panoramica precisa della situazione: «”Se c’era un’istituzione che l’8 settembre si era dissolta in modo sfacciato e insieme tragico di fronte agli occhi di tutti gli italiani, questa era l’esercito”. La rotta del regio esercito e lo sbando totale delle truppe in Africa, nei Balcani, in Russia fino all’abbandono simbolico della capitale, lasciata in balia dei tedeschi dopo la fuga del re e dei massimi vertici militari, avrebbero dovuto costituire la premessa storica, politica e istituzionale per una cesura irriducibile tra l’eredità dello Stato sabaudo e la nascita della Repubblica democratica. Al contrario, proprio in questa leva nevralgica della ricostruzione istituzionale si verificò un visibile fenomeno di convergenza: degli apparati del regno del Sud a conduzione monarchica; delle gerarchie militari che avevano guidato tutte le guerre fasciste del Ventennio; di elementi dell’esercito della Repubblica sociale. La composizione, dapprima relativa e poi progressivamente sempre più organica, di questo blocco continuista determinò un assetto interno alle istituzioni in grado di indirizzare scelte, linee politiche, procedure legislative e amministrative ostili all’avvio di un processo di sostanziale rinnovamento dello Stato» <101. Effettivamente un auspicabile rinnovamento non c’è stato. Nonostante il notevole ampliamento della libertà, come sottolinea l’articolo 13 della Costituzione italiana, e altri vari elementi di discontinuità, il fatto di essere governato da una classe dirigente organica rispetto al Ventennio ha in parte reciso questa libertà del popolo italiano. Come la libertà di quelle persone di andare in una banca, prendere un treno, o trovarsi in piazza per una manifestazione senza rischiare la propria vita.
    Manlio Milani, sopravvissuto alla strage di piazza della Loggia, nella quale perse la moglie, scrive nella sua testimonianza che la condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, gli ordinovisti veneti autori della strage, ha in qualche modo riconciliato i familiari delle vittime con le regole democratiche. La volontà e l’obiettivo di chi studia e chi scrive a riguardo del periodo stragista è una riconciliazione dell’intero paese. «Ma è doveroso domandarsi: a quali condizioni e con quali modalità l’attuale frattura tra verità giudiziaria, verità storica e coscienza collettiva può essere ricomposta? Non di certo attraverso le annuali “commemorazioni” di rito delle tragedie del terrorismo. In realtà una “memoria” degna di questo nome, fondativa di un’autentica operazione di giustizia verso le vittime, i loro familiari e il Paese intero, non può andare disgiunta dal sommo valore della verità, o almeno, più umilmente, da quei frammenti di verità che la ricostruzione storica elaborata dai saggi ospitati in questo volume ci pare sia in grado di offrire oggi alla consapevolezza e alla sensibilità degli studiosi, dei rappresentanti delle istituzioni e della collettività. La ricordata sentenza di condanna di Maggi e Tramonte è per molti versi un documento di eccezionale valore, su cui è necessario meditare perché stabilisce con esemplare chiarezza che “lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […] individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo di progetti eversivi della destra estrema, ed hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche» <102.
    Del ruolo dei servizi segreti italiani ho parlato spesso, l’implicazione è evidente; si può dire che non depone a loro vantaggio il fatto che gli archivi dei centri territoriali del SID, in particolare di quello di Padova, una città chiave per le ragioni che conosciamo, siano stati distrutti a metà degli anni Ottanta. Stando a quanto ha dichiarato il maggiore Giuseppe Bottallo, ciò è dipeso da un ordine dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI (ex SID) <103. Questo tipo di decisione alimenta la tesi del totale coinvolgimento nelle trame dei decenni precedenti, inoltre lascia spazio a supposizioni di vario genere. Per esempio, che cosa si sarebbe ulteriormente scoperto se gli archivi del SID fossero rimasti intatti? E ancora, c’è chi a livello politico ha fatto pressioni affinché gli archivi venissero distrutti? Sicuramente le informazioni contenute negli archivi avrebbero danneggiato ulteriormente l’immagine di determinati personaggi; forse sarebbero uscite nuove verità. Quello che sappiamo però è già parecchio e ci permette di tracciare un breve quadro storico dei Servizi segreti, ma occorre procedere passo per passo.
    Per ripercorrere le tappe del Servizio segreto italiano, occorre tornare ai primi anni successivi alla caduta del fascismo. Ho parlato in precedenza di James Angleton, membro della CIA, il quale trascorse molti anni a Roma. Un’operazione effettuata da James Angleton fu, come vedremo, il recupero del poderoso archivio della polizia segreta fascista grazie all’aiuto del commissario di polizia Federico Umberto D’Amato. Ma tra le prime vi fu, molto importante da sottolineare, l’operazione effettuata il 30 aprile 1945 a Milano, dove Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese. Poi lo accompagnò a Roma sotto la sua personale protezione, assicurandogli un destino sicuramente più benevolo di quello che gli sarebbe stato riservato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale e anche un futuro di avventure reazionarie. A fargli da assistente fu proprio D’Amato, il quale venne da subito ben visto da Angleton che lo giudicava un volenteroso apprendista. L’agente CIA chiarì, in parole semplici, che dopo la sconfitta del fascismo il nuovo nemico era il comunismo. Per combatterlo è sicuramente utile allearsi con i fascisti, il nemico di prima, che non chiede altro <104. Angleton e i suoi agenti, fecero un colpo sensazionale visti gli effetti che esso provocò nei decenni successivi nel nostro paese: «tra la fine del 1944 e l’inizio del 1946, riciclarono nei propri apparati la rete dell’OVRA fascista <105, impossessandosi del poderoso archivio allestito durante il Ventennio». Questo avrebbe portato a un lungo gioco di ricatti e intossicazione della vita pubblica, rivelandosi decisivo per le vicende interne del nostro paese. «Insieme a spezzoni del vecchio Battaglione 808 dei carabinieri, infatti, quel colpo avrebbe anche partorito una sorta di cabina di regìa della strategia della tensione, tra la fine degli anni Sessanta e buona parte dei Settanta del Novecento; il famigerato Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, diretto per lungo tempo da Federico Umberto D’Amato. E fu proprio lui, D’Amato, all’epoca già alle dirette dipendenze di James Jesus, a condurre in porto quella che passò agli annali come l’”Operazione Leto”, Guido Leto, il potentissimo capo dell’OVRA» <106. D’Amato ebbe il compito, affidatogli da Angleton, di prendere contatti con alcuni elementi della polizia politica della Repubblica sociale italiana. Tra questi c’era Guido Leto, che dopo gli incontri segreti con D’Amato, si consegnò al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Leto entrò successivamente in contatto con alcuni rappresentanti del Governo Militare Alleato (GMA) al Nord, ovvero due militari dei servizi britannici, il maggiore Harris e il capitano Baker, indicando loro l’ubicazione degli archivi dell’OVRA. «Mentre tutti credevano che i capi della polizia fascista fossero agli arresti e in attesa di un processo, a sorpresa i due ufficiali inglesi decisero di collocare Leto in “libertà condizionata”, affidandogli “per conto del GMA” addirittura la “custodia degli archivi integrali”, con tutti i documenti raccolti durante il Ventennio e nel breve periodo della Rsi» <107. Quando da Roma ci si accorse che qualcosa non andava, venne emesso un mandato di cattura nei confronti di Leto da parte di Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e nuovo alto commissario per le sanzioni contro il fascismo. Questa decisione provocò forti malumori nell’intelligence americana, la consegna del capo dell’OVRA alle autorità italiane portò a reazioni molto dure da parte della sede romana dell’OSS. «E non è azzardato ipotizzare che dietro ci fosse proprio lo zampino di Angleton. Il Servizio segreto Usa temeva un eventuale processo ai vertici della polizia fascista. […] l’OSS temeva che da un eventuale processo pubblico emergessero i legami che americani e inglesi avevano coltivato durante il Ventennio con gerarchi fascisti e l’alta burocrazia dello Stato; e che fossero scoperte le reti spionistiche angloamericane all’interno del regime» <108. Questo passaggio riassume bene due aspetti fondamentali legati alla strategia della tensione: l’ingerenza dei Servizi segreti americani e britannici, già ben nota e approfondita; e la responsabilità dello Stato italiano in quanto non riuscì a prendere una netta distanza dal periodo fascista, anzi ne incarnò vari aspetti.
    [NOTE]
    101 D. Conti, Gli uomini di Mussolini, op cit., p. 189.
    102 C. Fumian, A. Ventrone (a cura di), Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa, op cit., p. 9.
    103 A. Ventrone, La strategia della paura, op cit., p. 253.
    104 Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere, Roma, Newton Compton editori s.r.l., 2012
    105 Polizia segreta dell’Italia fascista. Compito dell’OVRA era la vigilanza e la repressione di organizzazioni sovversive, che tramassero contro lo Stato.
    106 M. J. Cereghino, G. Fasanella, Le menti del doppio stato, op cit., pp. 57-58.
    107 Ivi, p. 59
    108 Ivi, p. 59-60.
    Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020

    #1945 #1946 #1947 #1948 #americani #anticomunismo #depistaggio #destra #eversione #fascisti #FedericoUmbertoDAmato #italiani #JamesAngleton #JunioValerioBorghese #Mas #nero #OSS #OVRA #partigiani #PietroMenichetti #polizia #Repubblica #Resistenza #segreti #servizi #Sid #strategia #tedeschi #tensione #terrorismo #X

  18. Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese

    Mi sono soffermato molto sull’aspetto internazionale e sul legame con gli ambienti della NATO che ha avuto la strategia della tensione; adesso voglio invece approfondire il fronte interno, parlando delle responsabilità degli attori dello stato e ripercorrendo brevemente la storia post-bellica dei servizi segreti, per analizzare il ruolo che hanno avuto nella strategia della tensione. Nel primo capitolo ci sono molti riferimenti a ciò che è stato il depistaggio praticato dai servizi segreti italiani, benché spesso manipolati da quelli anglo-americani. L’azione di depistaggio ha avuto la finalità di distogliere l’attenzione dalle forze eversive di destra (quelle effettivamente colpevoli degli attentati), cercando di far ricadere la colpa delle stragi sui gruppi extraparlamentari di sinistra. L’atto di nascondere le trame eversive rappresenta di per sé un reato e una colpa molto gravi, ancor più grave è coadiuvare la strategia e operare per il proseguo di essa. Ciò nonostante essa, non ha preso forma in seno a gruppi eversivi nascosti e segreti, ma questi sono stati un mezzo con il quale attori di tutt’altro contesto hanno ricercato un fine. Un fine che riguardava la stabilità di una forma di governo, la quale garantisse ai partiti di centro (la Dc su tutti) la continuità sulla determinazione dell’indirizzo politico dell’Italia.
    L’implicazione delle istituzioni dello Stato rimanda a un argomento molto importante e delicato che ho già accennato nel primo capitolo: la continuità tra Stato fascista e Repubblica democratica. D’altronde, ciò ha significato l’assegnazione di esecutori materiali del regime a posizioni di vertice nel nuovo Stato. Pochissimi vennero condannati a morte; le detenzioni, anche di chi si era macchiato di crimini contro il popolo italiano stesso, furono molto brevi. Cito nuovamente il libro dello storico Davide Conti, Gli uomini di Mussolini (2017), che fa una panoramica precisa della situazione: «”Se c’era un’istituzione che l’8 settembre si era dissolta in modo sfacciato e insieme tragico di fronte agli occhi di tutti gli italiani, questa era l’esercito”. La rotta del regio esercito e lo sbando totale delle truppe in Africa, nei Balcani, in Russia fino all’abbandono simbolico della capitale, lasciata in balia dei tedeschi dopo la fuga del re e dei massimi vertici militari, avrebbero dovuto costituire la premessa storica, politica e istituzionale per una cesura irriducibile tra l’eredità dello Stato sabaudo e la nascita della Repubblica democratica. Al contrario, proprio in questa leva nevralgica della ricostruzione istituzionale si verificò un visibile fenomeno di convergenza: degli apparati del regno del Sud a conduzione monarchica; delle gerarchie militari che avevano guidato tutte le guerre fasciste del Ventennio; di elementi dell’esercito della Repubblica sociale. La composizione, dapprima relativa e poi progressivamente sempre più organica, di questo blocco continuista determinò un assetto interno alle istituzioni in grado di indirizzare scelte, linee politiche, procedure legislative e amministrative ostili all’avvio di un processo di sostanziale rinnovamento dello Stato» <101. Effettivamente un auspicabile rinnovamento non c’è stato. Nonostante il notevole ampliamento della libertà, come sottolinea l’articolo 13 della Costituzione italiana, e altri vari elementi di discontinuità, il fatto di essere governato da una classe dirigente organica rispetto al Ventennio ha in parte reciso questa libertà del popolo italiano. Come la libertà di quelle persone di andare in una banca, prendere un treno, o trovarsi in piazza per una manifestazione senza rischiare la propria vita.
    Manlio Milani, sopravvissuto alla strage di piazza della Loggia, nella quale perse la moglie, scrive nella sua testimonianza che la condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, gli ordinovisti veneti autori della strage, ha in qualche modo riconciliato i familiari delle vittime con le regole democratiche. La volontà e l’obiettivo di chi studia e chi scrive a riguardo del periodo stragista è una riconciliazione dell’intero paese. «Ma è doveroso domandarsi: a quali condizioni e con quali modalità l’attuale frattura tra verità giudiziaria, verità storica e coscienza collettiva può essere ricomposta? Non di certo attraverso le annuali “commemorazioni” di rito delle tragedie del terrorismo. In realtà una “memoria” degna di questo nome, fondativa di un’autentica operazione di giustizia verso le vittime, i loro familiari e il Paese intero, non può andare disgiunta dal sommo valore della verità, o almeno, più umilmente, da quei frammenti di verità che la ricostruzione storica elaborata dai saggi ospitati in questo volume ci pare sia in grado di offrire oggi alla consapevolezza e alla sensibilità degli studiosi, dei rappresentanti delle istituzioni e della collettività. La ricordata sentenza di condanna di Maggi e Tramonte è per molti versi un documento di eccezionale valore, su cui è necessario meditare perché stabilisce con esemplare chiarezza che “lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […] individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo di progetti eversivi della destra estrema, ed hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche» <102.
    Del ruolo dei servizi segreti italiani ho parlato spesso, l’implicazione è evidente; si può dire che non depone a loro vantaggio il fatto che gli archivi dei centri territoriali del SID, in particolare di quello di Padova, una città chiave per le ragioni che conosciamo, siano stati distrutti a metà degli anni Ottanta. Stando a quanto ha dichiarato il maggiore Giuseppe Bottallo, ciò è dipeso da un ordine dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI (ex SID) <103. Questo tipo di decisione alimenta la tesi del totale coinvolgimento nelle trame dei decenni precedenti, inoltre lascia spazio a supposizioni di vario genere. Per esempio, che cosa si sarebbe ulteriormente scoperto se gli archivi del SID fossero rimasti intatti? E ancora, c’è chi a livello politico ha fatto pressioni affinché gli archivi venissero distrutti? Sicuramente le informazioni contenute negli archivi avrebbero danneggiato ulteriormente l’immagine di determinati personaggi; forse sarebbero uscite nuove verità. Quello che sappiamo però è già parecchio e ci permette di tracciare un breve quadro storico dei Servizi segreti, ma occorre procedere passo per passo.
    Per ripercorrere le tappe del Servizio segreto italiano, occorre tornare ai primi anni successivi alla caduta del fascismo. Ho parlato in precedenza di James Angleton, membro della CIA, il quale trascorse molti anni a Roma. Un’operazione effettuata da James Angleton fu, come vedremo, il recupero del poderoso archivio della polizia segreta fascista grazie all’aiuto del commissario di polizia Federico Umberto D’Amato. Ma tra le prime vi fu, molto importante da sottolineare, l’operazione effettuata il 30 aprile 1945 a Milano, dove Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese. Poi lo accompagnò a Roma sotto la sua personale protezione, assicurandogli un destino sicuramente più benevolo di quello che gli sarebbe stato riservato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale e anche un futuro di avventure reazionarie. A fargli da assistente fu proprio D’Amato, il quale venne da subito ben visto da Angleton che lo giudicava un volenteroso apprendista. L’agente CIA chiarì, in parole semplici, che dopo la sconfitta del fascismo il nuovo nemico era il comunismo. Per combatterlo è sicuramente utile allearsi con i fascisti, il nemico di prima, che non chiede altro <104. Angleton e i suoi agenti, fecero un colpo sensazionale visti gli effetti che esso provocò nei decenni successivi nel nostro paese: «tra la fine del 1944 e l’inizio del 1946, riciclarono nei propri apparati la rete dell’OVRA fascista <105, impossessandosi del poderoso archivio allestito durante il Ventennio». Questo avrebbe portato a un lungo gioco di ricatti e intossicazione della vita pubblica, rivelandosi decisivo per le vicende interne del nostro paese. «Insieme a spezzoni del vecchio Battaglione 808 dei carabinieri, infatti, quel colpo avrebbe anche partorito una sorta di cabina di regìa della strategia della tensione, tra la fine degli anni Sessanta e buona parte dei Settanta del Novecento; il famigerato Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, diretto per lungo tempo da Federico Umberto D’Amato. E fu proprio lui, D’Amato, all’epoca già alle dirette dipendenze di James Jesus, a condurre in porto quella che passò agli annali come l’”Operazione Leto”, Guido Leto, il potentissimo capo dell’OVRA» <106. D’Amato ebbe il compito, affidatogli da Angleton, di prendere contatti con alcuni elementi della polizia politica della Repubblica sociale italiana. Tra questi c’era Guido Leto, che dopo gli incontri segreti con D’Amato, si consegnò al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Leto entrò successivamente in contatto con alcuni rappresentanti del Governo Militare Alleato (GMA) al Nord, ovvero due militari dei servizi britannici, il maggiore Harris e il capitano Baker, indicando loro l’ubicazione degli archivi dell’OVRA. «Mentre tutti credevano che i capi della polizia fascista fossero agli arresti e in attesa di un processo, a sorpresa i due ufficiali inglesi decisero di collocare Leto in “libertà condizionata”, affidandogli “per conto del GMA” addirittura la “custodia degli archivi integrali”, con tutti i documenti raccolti durante il Ventennio e nel breve periodo della Rsi» <107. Quando da Roma ci si accorse che qualcosa non andava, venne emesso un mandato di cattura nei confronti di Leto da parte di Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e nuovo alto commissario per le sanzioni contro il fascismo. Questa decisione provocò forti malumori nell’intelligence americana, la consegna del capo dell’OVRA alle autorità italiane portò a reazioni molto dure da parte della sede romana dell’OSS. «E non è azzardato ipotizzare che dietro ci fosse proprio lo zampino di Angleton. Il Servizio segreto Usa temeva un eventuale processo ai vertici della polizia fascista. […] l’OSS temeva che da un eventuale processo pubblico emergessero i legami che americani e inglesi avevano coltivato durante il Ventennio con gerarchi fascisti e l’alta burocrazia dello Stato; e che fossero scoperte le reti spionistiche angloamericane all’interno del regime» <108. Questo passaggio riassume bene due aspetti fondamentali legati alla strategia della tensione: l’ingerenza dei Servizi segreti americani e britannici, già ben nota e approfondita; e la responsabilità dello Stato italiano in quanto non riuscì a prendere una netta distanza dal periodo fascista, anzi ne incarnò vari aspetti.
    [NOTE]
    101 D. Conti, Gli uomini di Mussolini, op cit., p. 189.
    102 C. Fumian, A. Ventrone (a cura di), Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa, op cit., p. 9.
    103 A. Ventrone, La strategia della paura, op cit., p. 253.
    104 Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere, Roma, Newton Compton editori s.r.l., 2012
    105 Polizia segreta dell’Italia fascista. Compito dell’OVRA era la vigilanza e la repressione di organizzazioni sovversive, che tramassero contro lo Stato.
    106 M. J. Cereghino, G. Fasanella, Le menti del doppio stato, op cit., pp. 57-58.
    107 Ivi, p. 59
    108 Ivi, p. 59-60.
    Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020

    #1945 #1946 #1947 #1948 #americani #anticomunismo #depistaggio #destra #eversione #fascisti #FedericoUmbertoDAmato #italiani #JamesAngleton #JunioValerioBorghese #Mas #nero #OSS #OVRA #partigiani #PietroMenichetti #polizia #Repubblica #Resistenza #segreti #servizi #Sid #strategia #tedeschi #tensione #terrorismo #X

  19. Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese

    Mi sono soffermato molto sull’aspetto internazionale e sul legame con gli ambienti della NATO che ha avuto la strategia della tensione; adesso voglio invece approfondire il fronte interno, parlando delle responsabilità degli attori dello stato e ripercorrendo brevemente la storia post-bellica dei servizi segreti, per analizzare il ruolo che hanno avuto nella strategia della tensione. Nel primo capitolo ci sono molti riferimenti a ciò che è stato il depistaggio praticato dai servizi segreti italiani, benché spesso manipolati da quelli anglo-americani. L’azione di depistaggio ha avuto la finalità di distogliere l’attenzione dalle forze eversive di destra (quelle effettivamente colpevoli degli attentati), cercando di far ricadere la colpa delle stragi sui gruppi extraparlamentari di sinistra. L’atto di nascondere le trame eversive rappresenta di per sé un reato e una colpa molto gravi, ancor più grave è coadiuvare la strategia e operare per il proseguo di essa. Ciò nonostante essa, non ha preso forma in seno a gruppi eversivi nascosti e segreti, ma questi sono stati un mezzo con il quale attori di tutt’altro contesto hanno ricercato un fine. Un fine che riguardava la stabilità di una forma di governo, la quale garantisse ai partiti di centro (la Dc su tutti) la continuità sulla determinazione dell’indirizzo politico dell’Italia.
    L’implicazione delle istituzioni dello Stato rimanda a un argomento molto importante e delicato che ho già accennato nel primo capitolo: la continuità tra Stato fascista e Repubblica democratica. D’altronde, ciò ha significato l’assegnazione di esecutori materiali del regime a posizioni di vertice nel nuovo Stato. Pochissimi vennero condannati a morte; le detenzioni, anche di chi si era macchiato di crimini contro il popolo italiano stesso, furono molto brevi. Cito nuovamente il libro dello storico Davide Conti, Gli uomini di Mussolini (2017), che fa una panoramica precisa della situazione: «”Se c’era un’istituzione che l’8 settembre si era dissolta in modo sfacciato e insieme tragico di fronte agli occhi di tutti gli italiani, questa era l’esercito”. La rotta del regio esercito e lo sbando totale delle truppe in Africa, nei Balcani, in Russia fino all’abbandono simbolico della capitale, lasciata in balia dei tedeschi dopo la fuga del re e dei massimi vertici militari, avrebbero dovuto costituire la premessa storica, politica e istituzionale per una cesura irriducibile tra l’eredità dello Stato sabaudo e la nascita della Repubblica democratica. Al contrario, proprio in questa leva nevralgica della ricostruzione istituzionale si verificò un visibile fenomeno di convergenza: degli apparati del regno del Sud a conduzione monarchica; delle gerarchie militari che avevano guidato tutte le guerre fasciste del Ventennio; di elementi dell’esercito della Repubblica sociale. La composizione, dapprima relativa e poi progressivamente sempre più organica, di questo blocco continuista determinò un assetto interno alle istituzioni in grado di indirizzare scelte, linee politiche, procedure legislative e amministrative ostili all’avvio di un processo di sostanziale rinnovamento dello Stato» <101. Effettivamente un auspicabile rinnovamento non c’è stato. Nonostante il notevole ampliamento della libertà, come sottolinea l’articolo 13 della Costituzione italiana, e altri vari elementi di discontinuità, il fatto di essere governato da una classe dirigente organica rispetto al Ventennio ha in parte reciso questa libertà del popolo italiano. Come la libertà di quelle persone di andare in una banca, prendere un treno, o trovarsi in piazza per una manifestazione senza rischiare la propria vita.
    Manlio Milani, sopravvissuto alla strage di piazza della Loggia, nella quale perse la moglie, scrive nella sua testimonianza che la condanna all’ergastolo di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, gli ordinovisti veneti autori della strage, ha in qualche modo riconciliato i familiari delle vittime con le regole democratiche. La volontà e l’obiettivo di chi studia e chi scrive a riguardo del periodo stragista è una riconciliazione dell’intero paese. «Ma è doveroso domandarsi: a quali condizioni e con quali modalità l’attuale frattura tra verità giudiziaria, verità storica e coscienza collettiva può essere ricomposta? Non di certo attraverso le annuali “commemorazioni” di rito delle tragedie del terrorismo. In realtà una “memoria” degna di questo nome, fondativa di un’autentica operazione di giustizia verso le vittime, i loro familiari e il Paese intero, non può andare disgiunta dal sommo valore della verità, o almeno, più umilmente, da quei frammenti di verità che la ricostruzione storica elaborata dai saggi ospitati in questo volume ci pare sia in grado di offrire oggi alla consapevolezza e alla sensibilità degli studiosi, dei rappresentanti delle istituzioni e della collettività. La ricordata sentenza di condanna di Maggi e Tramonte è per molti versi un documento di eccezionale valore, su cui è necessario meditare perché stabilisce con esemplare chiarezza che “lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […] individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo di progetti eversivi della destra estrema, ed hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche» <102.
    Del ruolo dei servizi segreti italiani ho parlato spesso, l’implicazione è evidente; si può dire che non depone a loro vantaggio il fatto che gli archivi dei centri territoriali del SID, in particolare di quello di Padova, una città chiave per le ragioni che conosciamo, siano stati distrutti a metà degli anni Ottanta. Stando a quanto ha dichiarato il maggiore Giuseppe Bottallo, ciò è dipeso da un ordine dell’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI (ex SID) <103. Questo tipo di decisione alimenta la tesi del totale coinvolgimento nelle trame dei decenni precedenti, inoltre lascia spazio a supposizioni di vario genere. Per esempio, che cosa si sarebbe ulteriormente scoperto se gli archivi del SID fossero rimasti intatti? E ancora, c’è chi a livello politico ha fatto pressioni affinché gli archivi venissero distrutti? Sicuramente le informazioni contenute negli archivi avrebbero danneggiato ulteriormente l’immagine di determinati personaggi; forse sarebbero uscite nuove verità. Quello che sappiamo però è già parecchio e ci permette di tracciare un breve quadro storico dei Servizi segreti, ma occorre procedere passo per passo.
    Per ripercorrere le tappe del Servizio segreto italiano, occorre tornare ai primi anni successivi alla caduta del fascismo. Ho parlato in precedenza di James Angleton, membro della CIA, il quale trascorse molti anni a Roma. Un’operazione effettuata da James Angleton fu, come vedremo, il recupero del poderoso archivio della polizia segreta fascista grazie all’aiuto del commissario di polizia Federico Umberto D’Amato. Ma tra le prime vi fu, molto importante da sottolineare, l’operazione effettuata il 30 aprile 1945 a Milano, dove Angleton si fece consegnare dai partigiani che l’avevano catturato il comandante della X MAS Junio Valerio Borghese. Poi lo accompagnò a Roma sotto la sua personale protezione, assicurandogli un destino sicuramente più benevolo di quello che gli sarebbe stato riservato a Milano dal Comitato di Liberazione Nazionale e anche un futuro di avventure reazionarie. A fargli da assistente fu proprio D’Amato, il quale venne da subito ben visto da Angleton che lo giudicava un volenteroso apprendista. L’agente CIA chiarì, in parole semplici, che dopo la sconfitta del fascismo il nuovo nemico era il comunismo. Per combatterlo è sicuramente utile allearsi con i fascisti, il nemico di prima, che non chiede altro <104. Angleton e i suoi agenti, fecero un colpo sensazionale visti gli effetti che esso provocò nei decenni successivi nel nostro paese: «tra la fine del 1944 e l’inizio del 1946, riciclarono nei propri apparati la rete dell’OVRA fascista <105, impossessandosi del poderoso archivio allestito durante il Ventennio». Questo avrebbe portato a un lungo gioco di ricatti e intossicazione della vita pubblica, rivelandosi decisivo per le vicende interne del nostro paese. «Insieme a spezzoni del vecchio Battaglione 808 dei carabinieri, infatti, quel colpo avrebbe anche partorito una sorta di cabina di regìa della strategia della tensione, tra la fine degli anni Sessanta e buona parte dei Settanta del Novecento; il famigerato Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, diretto per lungo tempo da Federico Umberto D’Amato. E fu proprio lui, D’Amato, all’epoca già alle dirette dipendenze di James Jesus, a condurre in porto quella che passò agli annali come l’”Operazione Leto”, Guido Leto, il potentissimo capo dell’OVRA» <106. D’Amato ebbe il compito, affidatogli da Angleton, di prendere contatti con alcuni elementi della polizia politica della Repubblica sociale italiana. Tra questi c’era Guido Leto, che dopo gli incontri segreti con D’Amato, si consegnò al CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Leto entrò successivamente in contatto con alcuni rappresentanti del Governo Militare Alleato (GMA) al Nord, ovvero due militari dei servizi britannici, il maggiore Harris e il capitano Baker, indicando loro l’ubicazione degli archivi dell’OVRA. «Mentre tutti credevano che i capi della polizia fascista fossero agli arresti e in attesa di un processo, a sorpresa i due ufficiali inglesi decisero di collocare Leto in “libertà condizionata”, affidandogli “per conto del GMA” addirittura la “custodia degli archivi integrali”, con tutti i documenti raccolti durante il Ventennio e nel breve periodo della Rsi» <107. Quando da Roma ci si accorse che qualcosa non andava, venne emesso un mandato di cattura nei confronti di Leto da parte di Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio e nuovo alto commissario per le sanzioni contro il fascismo. Questa decisione provocò forti malumori nell’intelligence americana, la consegna del capo dell’OVRA alle autorità italiane portò a reazioni molto dure da parte della sede romana dell’OSS. «E non è azzardato ipotizzare che dietro ci fosse proprio lo zampino di Angleton. Il Servizio segreto Usa temeva un eventuale processo ai vertici della polizia fascista. […] l’OSS temeva che da un eventuale processo pubblico emergessero i legami che americani e inglesi avevano coltivato durante il Ventennio con gerarchi fascisti e l’alta burocrazia dello Stato; e che fossero scoperte le reti spionistiche angloamericane all’interno del regime» <108. Questo passaggio riassume bene due aspetti fondamentali legati alla strategia della tensione: l’ingerenza dei Servizi segreti americani e britannici, già ben nota e approfondita; e la responsabilità dello Stato italiano in quanto non riuscì a prendere una netta distanza dal periodo fascista, anzi ne incarnò vari aspetti.
    [NOTE]
    101 D. Conti, Gli uomini di Mussolini, op cit., p. 189.
    102 C. Fumian, A. Ventrone (a cura di), Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa, op cit., p. 9.
    103 A. Ventrone, La strategia della paura, op cit., p. 253.
    104 Gianni Flamini, Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere, Roma, Newton Compton editori s.r.l., 2012
    105 Polizia segreta dell’Italia fascista. Compito dell’OVRA era la vigilanza e la repressione di organizzazioni sovversive, che tramassero contro lo Stato.
    106 M. J. Cereghino, G. Fasanella, Le menti del doppio stato, op cit., pp. 57-58.
    107 Ivi, p. 59
    108 Ivi, p. 59-60.
    Pietro Menichetti, L’Italia del terrore: stragi, colpi di Stato ed eversione di destra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2019-2020

    #1945 #1946 #1947 #1948 #americani #anticomunismo #depistaggio #destra #eversione #fascisti #FedericoUmbertoDAmato #italiani #JamesAngleton #JunioValerioBorghese #Mas #nero #OSS #OVRA #partigiani #PietroMenichetti #polizia #Repubblica #Resistenza #segreti #servizi #Sid #strategia #tedeschi #tensione #terrorismo #X

  20. Se si intende sottovalutare il golpe Borghese

    Quando si vuole a tutti i costi sminuire i rischi corsi dalla democrazia italiana con il progetto di golpe di Junio Valerio Borghese ci si arrampica sugli specchi come fa in questa parte della sua tesi Filippo Augusto Albarin, del resto in buona compagnia con Pansa, il quale sembrava proprio anticipare nell’intervista con il Principe Nero, dallo studente ampiamente menzionata, lo spregiudicato e qualunquistico revisionismo storico, che caratterizzò i suoi ultimi anni.
    Sul tentativo di colpo di stato di Borghese è sufficiente una elementare considerazione per denunciarne la pericolosità: l’indubbio coinvolgimento di Licio Gelli, che nell’occasione fece quantomeno una prova generale dei suoi ben noti piani eversivi.
    Nota del redattore

    Il periodo degli “anni di piombo” in Italia è stato caratterizzato da una crescente tensione politica e sociale, con conflitti tra gruppi estremisti di destra e sinistra, oltre a interferenze da parte di servizi segreti e organizzazioni criminali. Questo contesto ha generato una diffusa paura nella popolazione, inclusa quella di poter trovare carri armati per strada al risveglio.
    Durante questo periodo, si assistette a un confronto violento tra estremisti di destra, che miravano a instaurare un regime autoritario ispirato a modelli sudamericani come quelli del Cile e dell’Argentina, e forze di sinistra, che lottavano per una trasformazione sociale e politica radicale, inclusa la presa del potere attraverso una rivoluzione operaia.
    Le attività di gruppi estremisti, organizzazioni criminali e interferenze dei servizi segreti crearono un clima di instabilità e diffidenza all’interno della società italiana, con la minaccia costante di violenza politica e azioni terroristiche. Questo periodo oscuro della storia italiana è stato caratterizzato da una serie di attacchi, omicidi politici e violenze che hanno avuto un impatto duraturo sul tessuto sociale e politico del paese.
    E nella cronaca che seguiva questi eventi abbiamo visto che il modus operandi era sempre lo stesso: compiere un atto e accusare la parte opposta; ed è per questo che è fortemente credibile che anche l’evento in analisi, il presunto tentativo di golpe [Borghese], possa essere frutto di un invenzione, o meglio di una retorica di voluta esagerazione, messa in atto dalle forze di sinistra.
    Per dovere di cronaca, ma anche per un’oggettiva convinzione che la storia che abbiamo raccontato fino ad adesso sia influenzata da una retorica fortemente complottista e di parte, presenteremo i punti in favore della teoria che vede questa storia come una grossa montatura.
    Un primo esempio di quanto appena detto risiede in un’intervista che il Principe ha rilasciato il 5 dicembre [1970], quindi poco più di 24h prima del presunto golpe, a Gianluca Pansa; se riletta, questa intervista, conoscendo le accuse che sono state successivamente rivolte a Borghese, queste dichiarazioni hanno del paradossale. Vengono trattati temi che, se effettivamente fosse accaduto tutto quello raccontato da lì a poche ore, non avrebbe avuto senso trattare in un’intervista; in particolare, ritengo opportuno riportare uno stralcio dell’intervista, la parte in cui Pansa chiede al Principe la sua visione su un eventuale colpo di Stato:
    P: Come vi comportereste di fronte ad un colpo di Stato? Cioè il vostro giudizio su un eventuale colpo di Stato?
    B: Se il colpo di Stato dovesse partire da della gente che noi riteniamo nociva alle sorti del paese, il nostro atteggiamento sarebbe del tutto negativo. Se il colpo di Stato partisse da qualche organizzazione politica e noi lo ritenessimo soddisfacente per le finalità che ci proponiamo, potremmo anche considerarlo come un avvenimento positivo.
    Poi l’intervento del fedelissimo Carlo Guadagni: “E sarebbe sempre, però, l’attuazione di quel secondo articolo del nostro Statuto che parla del ripristino dei massimi valori della civiltà italica.
    B: sì, non ci interessa il colpo di Stato come colpo di Stato: non ci fermiamo di fronte alla drammaticità del fenomeno, che del resto non vedo come potrebbe svolgersi perché la nostra finalità non è quella del colpo di Stato: la nostra finalità è quella della creazione di uno Stato, cioè il nostro deve essere un apporto positivo e non negativo alla nazione.
    P: Ma che giudizio da di un colpo di Stato tipo quello greco?
    B: In Italia un colpo di Stato come quello greco mi sembra molto difficile.
    […]
    P: Ma se oggi, per esempio, un gruppo di militari facesse in Italia un colpo di Stato e mettesse al governo, non per forza un generale, ma un governo “tecnico”?
    B: Se questo dovesse essere un fenomeno a breve termine e inteso per il ristabilimento dell’ordine, che oggi manca totalmente in Italia, o per impedire l’avvento dei comunisti al governo, poteremmo giustificarlo. Non lo giustificheremmo in linea politica perché un governo siffatto si presenta fin d’ora con le caratteristiche di un governo conservatore e noi non siamo conservatori, siamo dei progressisti.
    <54
    Sarebbe una mossa sensata pronunciare queste parole a poche ore da un tentativo di colpo di Stato? Bisogna effettuare anche altre considerazioni su questa ipotesi; è di fondamentale importanza il contesto nazionale, che appariva molto deteriorato, almeno agli occhi della parte conservatrice del paese: scioperi, violenza, senso di insicurezza, insoddisfazione con il sistema politico (i governi in quel periodo spesso non duravano più di pochi mesi). Si aveva inoltre l’impressione che le sinistre, guidate dal PCI controllato da Mosca, volessero sovvertire con le loro manifestazioni l’ordine democratico.
    L’idea che “qualcuno facesse qualcosa” non era quindi lontana da molti cuori. Quanto allo specifico del Golpe Borghese – che indubbiamente fu pianificato, con vari contatti cercati nei militari e in altri soggetti – vi sono diverse osservazioni sull’efficacia della sua pianificazione, per tacere della “realizzazione”. In particolare: – Numero limitato dei partecipanti; livello dei vertici (Borghese a parte) non particolarmente significativo; esiguità delle forze in campo (200 guardie forestali…); – Localizzazione geografica delle azioni molto limitata (Roma, qualcosa in Centro Italia, quasi niente al Nord, alleanze con la Mafia solo presunte al Sud: non proprio un’organizzazione capillare); – Non possibile realizzare il golpe (voleva essere un “golpe bianco”, ossia guidato dalle istituzioni, o no?) senza il coinvolgimento effettivo di almeno un corpo militare diffuso in tutto lo Stato: di fatto, si legge che “reparti” dell’esercito o dei Carabinieri avrebbero partecipato; di fatto, il referente dei Carabinieri sparì al momento dell’azione, segno evidente che l’Arma non era disponibile; – Colpisce l’improvvisazione del piano, in particolare per il “dopo”: anche ammettendo che i leader di sinistra e sindacali fossero catturati e deportati (li avrebbero trovati tutti? Il PCI sapeva…), cosa sarebbe successo in caso di manifestazioni di piazza? Spari sulla folla? Borghese disse
    chiaramente che non voleva spargimenti di sangue… – Come si poteva pensare che PCI, PSI e sindacati, in grado in quegli anni di mobilitare grandi folle, non avrebbero reagito? – L’impressione è che gli USA (che in quegli anni non disdegnavano di rovesciare governi a loro nemici, ma non era il caso dell’Italia, anche aperta a sinistra) giocassero attraverso la CIA ad un gioco di “wait and see”, ma non fossero convinti della fattibilità del piano, e avessero comunque informato il Governo italiano; – Andreotti, il cui nome incontrava comunque l’ostilità di Israele, e quindi all’atto pratico probabilmente anche degli USA, probabilmente sapeva, e ha “dato corda” ai congiurati, per vedere
    fin dove sarebbero arrivati. Non appare credibile l’ipotesi del rapimento del Capo dello Stato, a meno che i corazzieri non fossero parte del piano; – Non va poi dimenticato che fu proprio Andreotti (insieme a Moro) il fautore dell’apertura a sinistra, con il coinvolgimento sempre maggiore del PCI nei governi locali (per un coinvolgimento diretto dei comunisti a livello di appoggio al Governo, bisognerà aspettare ancora qualche anno); senza dimenticare la posizione assolutamente apicale ricoperta da Andreotti stessi in quegli anni nella politica Italia, quindi perché avrebbe dovuto cambiare una situazione in una difficilmente più vantaggiosa? – Appaiono poi totalmente trascurati gli aspetti economico-finanziari del Golpe: chi avrebbe remunerato i partecipanti? Soprattutto, se fossero emerse rivolte successive, con una evidente divisione e lotta tra diversi poteri dello Stato, con quali mezzi sarebbe stata finanziata la continuazione dell’esperienza golpista? Non si sa. Anche questo aspetto fa parte della pianificazione un po’ improvvisata, basata più sui “contatti” con i potenziali partecipanti che sugli aspetti pratici; – Da ultimo, non si può dimenticare che la Corte di Cassazione stabilì nel 1986 che un vero e proprio golpe non fu in effetti realizzato.
    Insomma, per concludere, ci sono diversi punti interrogativi su questa vicenda, a cui difficilmente riusciremo a rispondere in questa sede; quella che ripetiamo essere solo la nostra opinione è semplice: qualcosa c’è stato, ma non nei termini quasi fantascientifici di molti degli autori che hanno trattato il tema.
    [NOTA]
    54 G. Pansa, op. cit., pp. 114-115
    Filippo Augusto Albarin, Il Golpe Borghese, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2023-2024

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