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Duro intervento antisovietico di Taviani a dicembre 1948
Proprio nel corso di questi mesi avviene il primo rilevante intervento pubblico di Taviani, in cui lo si vede impegnato nell’affrontare i temi della politica estera. Si tratta del discorso da lui pronunciato alla camera il 1° dicembre 1948, in occasione della discussione delle mozioni sulla politica estera del governo. Taviani in questa data è già vicesegretario della Dc e il suo discorso quindi non esprime solamente la sua visione personale, ma anche la posizione ufficiale del governo e della maggior parte dei parlamentari della Dc <121. Il discorso di Taviani è molto diverso a quello apparso qualche anno prima nelle “Idee sulla Democrazia Cristiana”, esso è ampio e ben strutturato, e dimostra il lungo cammino percorso dal giovane democristiano, nel corso dei quattro anni che intercorrono tra questi due documenti, per ampliare e completare la propria formazione sui temi internazionali. L’intervento parlamentare di Taviani risponde alle critiche mosse dai socialisti e dai comunisti sulla politica del governo, secondo i quali il governo guidato da De Gasperi portando avanti una politica estera bellicista e succube degli interessi americani in Europa, sacrificherebbe con questo le risorse, la libertà e l’autonomia italiane che troverebbero invece miglior modo di esprimersi in un atteggiamento neutrale del nostro paese di fronte alle tensioni internazionali e allo scontro tra i due blocchi. Taviani apre il proprio intervento chiarendo da subito che la sua politica, così come quella della democrazia cristiana, è tesa unicamente a garantire la pace e a fare il possibile per evitare qualsiasi possibilità di un nuovo conflitto mondiale, reinserendo l’Italia nello scenario internazionale e rinunciando proprio per questi motivi a qualsiasi pretesa nazionalistica di grande potenza per l’Italia che come la recente storia ha più volte dimostrato sarebbe del tutto irrealistica e utopistica. Il suo intervento entra nel vivo quando proclama la morte dei nazionalismi: “Di qui è logico dedurre, onorevoli colleghi, che nel mio ragionamento non troverete nessuna ombra di nazionalismo. Stia certo l’onorevole Nenni, il quale ieri ricordava la contesa dei micròmani con i macròmani, che non troverà nei miei ragionamenti un ragionamento da macròmane. La mia generazione è stata avvelenata dall’educazione nazionalista, e forse in qualche momento è stata anche sviata; ma ne abbiamo visto le conseguenze. Molti di noi le portano sulle loro carni o su quelle dei loro familiari… Nessuna ombra di nazionalismo; nessuna illusione che il mondo continui ad essere quello che si credeva che fosse – o era – all’inizio del secolo. Grazie a Dio, il mondo non cambia solo in peggio”.
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A questo aggiunge la convinzione che la nuova concezione federalista degli stati che si sta diffondendo sia l’unica che meriti di essere perseguita e sostenuta e che essa abbia le sue origini proprio nel cattolicesimo: “Il superamento del nazionalismo non è oggi soltanto un idea socialista, dei veri socialisti democratici.(Commenti all’estrema sinistra) D’altra parte l’universalismo cattolico ha permeato molte delle più elevate menti politiche contemporanee. Al di sopra dei nazionalismi e degli esasperati razzismi, oggi si diffonde la concezione di un’Europa, di un mondo che sappia comprendere in un armonia di piani economici, di rapporti morali e giuridici, di progresso sociale, la varietà di cultura nazionale e di razza espresse nella differenziazione politica di singoli Stati, che pur restano membri di un unico corpo, l’Umanità.” <122
Dopo aver così espresso la sua linea e quella del governo nel campo della politica estera, Taviani analizza in maniera lucida e chiara i fatti degli ultimi 3 anni, insieme a quella che è la nuova situazione internazionale, dopo la caduta del nazismo, il colpo di stato di Praga e lo scisma di Tito, a dimostrazione di come i pericoli di una nuova guerra e di una nuova opprimente dittatura provengano dall’Unione Sovietica e non dagli Stati Uniti verso cui i deputati comunisti scagliano continuamente le loro accuse. Secondo Taviani è stata infatti l’Urss ad avviare una nuova corsa agli armamenti rifiutandosi di smobilitare il proprio esercito dopo la sconfitta nazista, e di aderire ai nuovi progetti di ricostruzione internazionale come il Piano Marshall e gli accordi di Bretton Woods, utilizzando il proprio diritto di veto per paralizzare il lavoro dell’Onu ogni qualvolta doveva prendere decisioni contrarie ai propri interessi ed infine intervenendo militarmente a Praga in aprile per rovesciare un governo democraticamente eletto e imporre anche a questo paese l’allineamento alla politica staliniana, in palese violazione con gli accordi presi Yalta che prevedevano le libere elezioni in tutti i paesi liberati dal nazismo. Per difendersi dalle accuse di falsità e di propaganda che gli giungono dalle grida dei deputati comunisti, cita le numerose testimonianze dei profughi cecoslovacchi che sono riusciti a giungere in occidente e che denunciano un sistema più opprimente di quello che era stato qualche anno prima sotto l’occupazione nazista.
Per dimostrare la fondatezza della propria accusa, Taviani non si limita a citare gli eventi più recenti, ma analizza la politica estera sovietica dal punto di vista geopolitico mettendo in evidenza i parallelismi e la continuità della politica sovietica con quella degli imperi precedenti le due guerre mondiali e mostrando come la sua politica estera rispondendo a ragioni più ideologiche che geopolitiche, sia apertamente contraria alla realizzazione dell’unità europea:
“Giunti a questo punto, noi ci potremmo chiedere se nella politica estera di Stalin e di Molotov vi sia alcunché di nazionalismo o più ancora di panslavismo. Non sono infatti pochi coloro che ravvisano nella politica estera sovietica le stesse linee della politica estera zarista. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky … Una voce all’estrema sinistra. Dove le legge queste notizie? Sull’Osservatore Romano? (Proteste al centro). TAVIANI. No, onorevole collega; comunque quello è un giornale di solito bene informato, e probabilmente ella stessa si informava da quel giornale cinque o sei anni or sono. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky nel 1927, la politica estera russa non appare di facile interpretazione. La politica di Stalin del socialismo in un solo Paese, portando al presunto abbandono della rivoluzione mondiale, ha favorito l’interpretazione della politica sovietica come una semplice continuazione dell’imperialismo zarista. La insistenza sulla rivoluzione mondiale come reale obiettivo e l’assunto che la dottrina del socialismo in un solo paese significhi il fallimento della rivoluzione mondiale, sembrano, infatti, aver costituito una delle basi dell’errore di Trotzky. D’altronde le energiche dichiarazioni di Stalin a Yalta, sui nuovi confini fra Polonia e U.R.S.S., sono state da molti considerate come una espressione di vecchio nazionalismo. Ma dal tono della relazione del Cominform che sconfessa Tito, a noi ignari e non iniziati ai misteri e ai presupposti dogmatici della dottrina sovietica – è sembrato che Stalin nel 1948 abbia parlato con il linguaggio di Trotzky del 1926 e 1927. Mentre Tito sembra proprio accusato di ciò che Stalin contro Trotzky sosteneva nel 1926. Certo, una ragione di tutto ciò sussiste. Comunque, a noi interessa vedere se la politica estera russa sia solamente una politica estera a carattere nazionalistico, perché in sostanza ci si potrebbe anche prospettare l’ipotesi che l’Italia al centro del Mediterraneo possa rientrare in una sfera che direttamente non interessi la Russia. Ma, purtroppo, non sembra che si possa accettare questa interpretazione. Ieri l’onorevole Giacchero notava che la Russia oggi non ha interesse a che l’Unione europea si realizzi, così come duecento anni fa l’Inghilterra non aveva interesse alla realizzazione della unità nord-americana.
Fin dal 1915 Lenin condannò il principio degli Stati uniti d’Europa come realizzabile e reazionario in pari tempo. Questo atteggiamento venne riconfermato nel 1930, quando il movimento degli Stati uniti d’Europa acquistò un ritmo intenso. Nel 1930 anche Stalin accusa i fautori dell’unione europea come borghesi, e nel 1931 quando l’Unione Sovietica accettò di partecipare alla commissione cercata dalla Società delle Nazioni per lo studio dei problemi dell’unione europea, la Pravda spiegò che l’Unione Sovietica aveva accettato al solo fine di fare abortire il progetto.”
Risponde quindi a chi nelle scorse settimane ha accusato il suo partito di organizzare delle crociate contro il comunismo, citando le parole di Lenin e dello stesso Stalin, e mostrando come sia l’Unione Sovietica con le sue aspirazioni mondiali sulla diffusione del comunismo e con la sua insistenza sull’impossibilità di convivenza tra il sistema capitalistico e quello comunista ad avanzare pretese imperialiste e ad organizzare “crociate”. A chi dall’opposizione lo interrompe indignato, accusandolo di dire falsità e di non essere mai stato in Unione Sovietica a vedere come vivono i lavoratori, il democristiano Semeraro <123 interviene in sua difesa rispondendo con un pizzico di ironia e chiedendo loro perché se la Russia è il paradiso che tutti i deputati comunisti affermano essere nessuno vi voglia emigrare e al contrario molti vadano negli Stati Uniti, mentre Taviani riprende il discorso, girando l’invito ai deputati di sinistra, e invitandoli a rivolgere la loro domanda ai sindacalisti e all’On. Di Vittorio <124 che hanno visitato entrambi i paesi. A chi ancora sostiene che l’Urss sia solamente un problema dei paesi dell’Europa Orientale, ricorda come i leader sovietici si siano schierati più volte apertamente contro i progetti di integrazione europea e come attraverso le direttive impartite ai partiti comunisti dei paesi occidentali sulle azioni da intraprendere all’interno dei parlamenti e dell’opinione pubblica dei paesi occidentali per sabotare tali progetti, ingeriscano pesantemente nella politica interna dei paesi occidentali e dell’Italia. A quei deputati comunisti che in parlamento difendono la neutralità italiana, Taviani risponde leggendo le loro parole pronunciate nel corso dei comizi pubblici, quando incitavano i loro elettori alla resistenza armata contro un possibile dispiegamento dei soldati americani nelle basi militari italiane, e li invitavano al contrario ad aiutare i sovietici nel caso di un eventuale invasione sovietica del loro paese, dovuta ad un eventuale conflitto tra le due superpotenze, unico paese da loro riconosciuto come rappresentante del mondo dei lavoratori.
Prosegue chiedendo loro come sarebbero stati trattati nei paesi comunisti se avessero pronunciassero dei discorsi simili a favore di una potenza straniera. Smontando, dati alla mano, i loro esempi di neutralità fatti citando il caso della Svizzera e della Svezia, mostra come questi due paesi pur essendo neutrali, proprio a causa della mancanza di aiuti esterni, debbano spendere per la loro sicurezza somme di gran lunga superiori a quelle dell’Italia <125, che ha una popolazione nettamente superiore e di come l’Italia a causa della propria posizione geografica, centrale in caso di un eventuale conflitto tra i due blocchi, non possa in alcun modo sperare di non venirne coinvolta come questi due paesi e di come pertanto debba essere pronta a difendersi. In caso contrario dovrebbe subire l’occupazione sovietica e di conseguenza ritrovarsi schierata tra i paesi del blocco comunista, subendo la stessa sorte di quella che è toccata al Belgio durante l’occupazione tedesca nel corso delle due guerre mondiali.
Prima di concludere il proprio discorso guarda al nuovo scenario europeo, augurandosi che esso risolva i propri problemi attraverso un nuovo assetto federale dell’Europa, all’interno dell’alleanza con gli Stati Uniti ed esprimendo quelle che avrebbero dovuto essere le basi su cui costruirla, evitando di esasperarne le differenze nazionali: “Noi non ci illudiamo che l’Italia oggi possa esercitare un peso determinante su quelli che saranno gli sviluppi della politica internazionale; ma questo non significa che essa non possa portare un suo contributo a un’attiva politica europea di pace, condotta in armonia con la politica di difesa della pace, della democrazia, della libertà che gli Stati Uniti del Nord-America han dimostrato con i fatti di perseguire. Ha ieri accennato l’onorevole Nenni al problema tedesco, che sta indubbiamente al centro della situazione europea. Certo, vana illusione sarebbe credere di poter risolvere i problemi dell’Europa lasciandone divisa la parte centrale e nevralgica in zone di occupazione, senza alcun ordinamento definitivo, o, anche se non definitivo, almeno temporaneamente stabile. Ebbene, v’è da una parte il popolo francese, che sembra abbia cominciato a rendersi conto – almeno per la sua parte più democratica – che i suoi rapporti con i tedeschi non si pongono più oggi come si ponevano nel tempo in cui l’Europa era il centro del mondo, nel tempo in cui tutti i problemi internazionali si impostavano, si risolvevano e si esaurivano in Europa; e v’è dall’altra parte il popolo tedesco, quello almeno della Vestfalia, della Baviera, del Baden, che, pur fra le strettezze e le conseguenze immani di una sconfitta – resa, dalla pazzia di Hitler, di proporzioni non mai viste nella storia – può esprimere ancora una sua opinione, e mostrare segni non dubbi di aver compreso quanto assurda sia stata l’illusione di unificare l’Europa approfondendone le differenze fra i popoli in odi razziali, mistici e fanatici. Ebbene, affinché la cooperazione si realizzi fra questi due popoli e con essa la cooperazione europea diventi sempre più concreta e operante, l’Italia può dire la sua parola e forse può portare un suo contributo. Dobbiamo però anche far sentire energicamente, virilmente, alle Nazioni vincitrici che non esiste soltanto in Europa un problema tedesco, ma che, per il riassestamento e per la pace dell’Europa e del mondo, esiste anche un problema italiano, meno grave, se Dio vuole, di quello tedesco, ma pure importante e fondamentale. In particolar modo v’è il problema del lavoro italiano, che non può essere contenuto negli angusti confini della Patria. E’ impossibile una duratura politica di pace in Europa se non si risolvono i problemi economici dell’Europa stessa; questo pare sia stato compreso. Ma prima ancora dei problemi economici vi sono i problemi demografici. E’ contraddittorio tendere a consolidare la pace in Europa e chiudere le frontiere al lavoro italiano, che cerca affannosamente possibilità di vita là dove esse copiosamente sussistono.”
E Taviani conclude infine il proprio intervento sottolineando le differenze tra le due differenti visioni di politica estera tra la coalizione di governo e quella dell’opposizione formata dai socialisti e dai comunisti: “Voi dite di volere la pace, colleghi dell’opposizione. Ebbene, se questo vostro proposito fosse sincero, noi potremmo dirci d’accordo almeno su di un punto: su quello fondamentale. Ma in realtà la vostra pace è l’annichilimento del popolo italiano nell’agognata unità bolscevica (Rumori all’estrema sinistra – Applausi al centro). E’ l’uso del popolo italiano come di uno strumento per la realizzazione di tale unità. La nostra pace è l’esistenza del popolo italiano in un mondo che abbia fatto dell’armonia e dell’interdipendenza la sua legge, della libertà e della democrazia le essenziali condizioni di vita. (Interruzioni dall’estrema sinistra – Proteste al centro). PAJETTA GIAN CARLO. Mistica fascista! Voi insegnate queste cose! (Rumori al centro). TAVIANI. A scuola di mistica fascista non ci sono mai andato, né come insegnante, né come allievo. Ecco perché noi siamo certi di mantenere anche su questo terreno della politica estera, direi soprattutto su questo terreno, gli impegni assunti dinanzi al popolo il 18 aprile, di interpretare la scelta che il 18 aprile liberamente ha fatto il popolo italiano (Vivi – applausi a sinistra, al centro e a destra – Molte congratulazioni).”
Si tratta a questo punto di un uomo molto diverso da quello che quattro anni prima aveva scritto il programma di “Idee sulla democrazia cristiana”. Taviani grazie agli anni trascorsi al servizio del partito e del governo e soprattutto al lavoro a fianco di grandi personalità come De Gasperi, Sforza, Fanfani e Dosetti, solo per citarne alcuni, ha acquisito una profonda conoscenza dei temi internazionali, ampliando la propria concezione federalista e avvicinandosi alle posizioni europeiste e atlantiste di De Gasperi e di Sforza. E’ interessante anche notare come all’interno del suo pensiero politico la visione dell’Unione Sovietica come minaccia per l’indipendenza dell’Europa occidentale a causa dell’enorme potere economico e militare, e della vicinanza fisica, rappresenti un’altra costante del suo pensiero e rimanga inalterata, anche quando mezzo secolo più tardi, oramai dissolto il pericolo sovietico, tornerà a parlare in un intervista della politica estera italiana degli anni ’50. <126 La stessa importanza da lui data già alla fine del 1948 al pieno reinserimento della Germania federale nella comunità occidentale, per stabilizzare il centro nevralgico dell’Europa e quale premessa indispensabile per il mantenimento della pace rimarrà una convinzione che non abbandonerà mai e un obiettivo che cercherà sempre di perseguire e che sarà tra le principali motivazioni del suo sostegno ai progetti di integrazione europea.
Nelle settimane seguenti al suo intervento, all’interno della Dc, di fronte al sempre più probabile ingresso dell’Italia in un alleanza militare con i paesi occidentali, si susseguono i contatti e le riunioni tra i deputati democristiani e le diverse correnti del partito, in particolare tra quella di Dossetti contrario ad uno schieramento dell’Italia che ne possa influenzare la politica governativa e di De Gasperi che invece vede in essa uno strumento per ricucire i rapporti tra i paesi europei e rafforzare la posizione italiana, e che alla fine riuscirà a prevalere senza produrre pericolose scissioni interne.
[NOTE]
121 Non della totalità, in quanto erano contrari ad un eccessivo avvicinamento alle posizioni americane in politica estera importanti democristiani come Dossetti e Gronchi. PAOLO EMILIO TAVIANI, Politica a memoria d’uomo, cit., p.139
122 Atti Parlamentari [d’ora in poi AP], Camera dei deputati, legislatura I, seduta del 1° dicembre 1948, p.4962
123 Gabriele Semeraro, nato a Castellanetta (Taranto) nel 1912, era avvocato e deputato pugliese della Dc […]
124 Giuseppe Di Vittorio, nato a Cerignola (Foggia) nel 1882, sindacalista e deputato comunista, era dal 1945 il Segretario della CGIL, aveva sempre dato prova di grande onestà e indipendenza, schierandosi nel 1939 e nel 1956 apertamente contro le decisioni del partito che sostenevano l’azione sovietica, nella firma del Patto Molotov-Ribbentrop e poi nella repressione della rivolta ungherese. Figlio di braccianti agricoli non dimenticò mai la sua origine e anche una volta divenuto segretario della CGIL si adoperò sempre per aiutare i più poveri, in particolare le famiglie delle vittime uccise nel corso degli scioperi e dell’occupazione dei latifondi durante i primi anni della repubblica. Aveva partecipato a numerosi viaggi all’estero,in particolare in Unione Sovietica e in Francia, sia durante il fascismo quando visse in esilio, sia quando nel 1953 fu eletto Presidente della Federazioni Sindacale Mondiale e si recò a New York per pronunciare il discorso d’investitura. Per ulteriori informazioni si rimanda alle opere di: MICHELE PISTILLO, Giuseppe Di Vittorio, Roma, Editori riuniti, 1977 – MYRIAM BERGAMASCHI, Caro Papà di Vittorio, Letttere al segretario generale della CGIL, Milano, Guerrini e Associati, 2008
125 Molti anni più tardi, in un intervista, riprendendo questi temi, Taviani indicherà proprio nella Nato e nel rifiuto di proseguire una politica autonoma di grande potenza mondiale sul modello francese, lo strumento che permise all’Italia di ridurre le proprie spese militari, investendo in maniera massiccia nelle infrastrutture e nello sviluppo economico permettendogli così di ottenere tassi di crescita elevatissimi e di raggiungere il livello di benessere degli altri paesi occidentali. HAEU, EUI interviews, INT009, Taviani Paolo Emilio 02/05/1989
126 Intervista rilasciata da Taviani alla Prof. Preda nel marzo del 2000.
Federico Actite, Taviani e la politica estera italiana degli anni cinquanta (1949-1954), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2011-2012 -
Duro intervento antisovietico di Taviani a dicembre 1948
Proprio nel corso di questi mesi avviene il primo rilevante intervento pubblico di Taviani, in cui lo si vede impegnato nell’affrontare i temi della politica estera. Si tratta del discorso da lui pronunciato alla camera il 1° dicembre 1948, in occasione della discussione delle mozioni sulla politica estera del governo. Taviani in questa data è già vicesegretario della Dc e il suo discorso quindi non esprime solamente la sua visione personale, ma anche la posizione ufficiale del governo e della maggior parte dei parlamentari della Dc <121. Il discorso di Taviani è molto diverso a quello apparso qualche anno prima nelle “Idee sulla Democrazia Cristiana”, esso è ampio e ben strutturato, e dimostra il lungo cammino percorso dal giovane democristiano, nel corso dei quattro anni che intercorrono tra questi due documenti, per ampliare e completare la propria formazione sui temi internazionali. L’intervento parlamentare di Taviani risponde alle critiche mosse dai socialisti e dai comunisti sulla politica del governo, secondo i quali il governo guidato da De Gasperi portando avanti una politica estera bellicista e succube degli interessi americani in Europa, sacrificherebbe con questo le risorse, la libertà e l’autonomia italiane che troverebbero invece miglior modo di esprimersi in un atteggiamento neutrale del nostro paese di fronte alle tensioni internazionali e allo scontro tra i due blocchi. Taviani apre il proprio intervento chiarendo da subito che la sua politica, così come quella della democrazia cristiana, è tesa unicamente a garantire la pace e a fare il possibile per evitare qualsiasi possibilità di un nuovo conflitto mondiale, reinserendo l’Italia nello scenario internazionale e rinunciando proprio per questi motivi a qualsiasi pretesa nazionalistica di grande potenza per l’Italia che come la recente storia ha più volte dimostrato sarebbe del tutto irrealistica e utopistica. Il suo intervento entra nel vivo quando proclama la morte dei nazionalismi: “Di qui è logico dedurre, onorevoli colleghi, che nel mio ragionamento non troverete nessuna ombra di nazionalismo. Stia certo l’onorevole Nenni, il quale ieri ricordava la contesa dei micròmani con i macròmani, che non troverà nei miei ragionamenti un ragionamento da macròmane. La mia generazione è stata avvelenata dall’educazione nazionalista, e forse in qualche momento è stata anche sviata; ma ne abbiamo visto le conseguenze. Molti di noi le portano sulle loro carni o su quelle dei loro familiari… Nessuna ombra di nazionalismo; nessuna illusione che il mondo continui ad essere quello che si credeva che fosse – o era – all’inizio del secolo. Grazie a Dio, il mondo non cambia solo in peggio”.
#1 #1948 #anticomunismo #cattolici #Cominform #DC #dicembre #estera #Europa #federalismo #FedericoActite #Germania #macròmani #neutralità #pace #PaoloEmilioTaviani #PCI #polemiche #politica #PSI #StatiUniti #UnioneSovietica
A questo aggiunge la convinzione che la nuova concezione federalista degli stati che si sta diffondendo sia l’unica che meriti di essere perseguita e sostenuta e che essa abbia le sue origini proprio nel cattolicesimo: “Il superamento del nazionalismo non è oggi soltanto un idea socialista, dei veri socialisti democratici.(Commenti all’estrema sinistra) D’altra parte l’universalismo cattolico ha permeato molte delle più elevate menti politiche contemporanee. Al di sopra dei nazionalismi e degli esasperati razzismi, oggi si diffonde la concezione di un’Europa, di un mondo che sappia comprendere in un armonia di piani economici, di rapporti morali e giuridici, di progresso sociale, la varietà di cultura nazionale e di razza espresse nella differenziazione politica di singoli Stati, che pur restano membri di un unico corpo, l’Umanità.” <122
Dopo aver così espresso la sua linea e quella del governo nel campo della politica estera, Taviani analizza in maniera lucida e chiara i fatti degli ultimi 3 anni, insieme a quella che è la nuova situazione internazionale, dopo la caduta del nazismo, il colpo di stato di Praga e lo scisma di Tito, a dimostrazione di come i pericoli di una nuova guerra e di una nuova opprimente dittatura provengano dall’Unione Sovietica e non dagli Stati Uniti verso cui i deputati comunisti scagliano continuamente le loro accuse. Secondo Taviani è stata infatti l’Urss ad avviare una nuova corsa agli armamenti rifiutandosi di smobilitare il proprio esercito dopo la sconfitta nazista, e di aderire ai nuovi progetti di ricostruzione internazionale come il Piano Marshall e gli accordi di Bretton Woods, utilizzando il proprio diritto di veto per paralizzare il lavoro dell’Onu ogni qualvolta doveva prendere decisioni contrarie ai propri interessi ed infine intervenendo militarmente a Praga in aprile per rovesciare un governo democraticamente eletto e imporre anche a questo paese l’allineamento alla politica staliniana, in palese violazione con gli accordi presi Yalta che prevedevano le libere elezioni in tutti i paesi liberati dal nazismo. Per difendersi dalle accuse di falsità e di propaganda che gli giungono dalle grida dei deputati comunisti, cita le numerose testimonianze dei profughi cecoslovacchi che sono riusciti a giungere in occidente e che denunciano un sistema più opprimente di quello che era stato qualche anno prima sotto l’occupazione nazista.
Per dimostrare la fondatezza della propria accusa, Taviani non si limita a citare gli eventi più recenti, ma analizza la politica estera sovietica dal punto di vista geopolitico mettendo in evidenza i parallelismi e la continuità della politica sovietica con quella degli imperi precedenti le due guerre mondiali e mostrando come la sua politica estera rispondendo a ragioni più ideologiche che geopolitiche, sia apertamente contraria alla realizzazione dell’unità europea:
“Giunti a questo punto, noi ci potremmo chiedere se nella politica estera di Stalin e di Molotov vi sia alcunché di nazionalismo o più ancora di panslavismo. Non sono infatti pochi coloro che ravvisano nella politica estera sovietica le stesse linee della politica estera zarista. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky … Una voce all’estrema sinistra. Dove le legge queste notizie? Sull’Osservatore Romano? (Proteste al centro). TAVIANI. No, onorevole collega; comunque quello è un giornale di solito bene informato, e probabilmente ella stessa si informava da quel giornale cinque o sei anni or sono. Sin dai tempi della rottura fra Stalin e Trotzky nel 1927, la politica estera russa non appare di facile interpretazione. La politica di Stalin del socialismo in un solo Paese, portando al presunto abbandono della rivoluzione mondiale, ha favorito l’interpretazione della politica sovietica come una semplice continuazione dell’imperialismo zarista. La insistenza sulla rivoluzione mondiale come reale obiettivo e l’assunto che la dottrina del socialismo in un solo paese significhi il fallimento della rivoluzione mondiale, sembrano, infatti, aver costituito una delle basi dell’errore di Trotzky. D’altronde le energiche dichiarazioni di Stalin a Yalta, sui nuovi confini fra Polonia e U.R.S.S., sono state da molti considerate come una espressione di vecchio nazionalismo. Ma dal tono della relazione del Cominform che sconfessa Tito, a noi ignari e non iniziati ai misteri e ai presupposti dogmatici della dottrina sovietica – è sembrato che Stalin nel 1948 abbia parlato con il linguaggio di Trotzky del 1926 e 1927. Mentre Tito sembra proprio accusato di ciò che Stalin contro Trotzky sosteneva nel 1926. Certo, una ragione di tutto ciò sussiste. Comunque, a noi interessa vedere se la politica estera russa sia solamente una politica estera a carattere nazionalistico, perché in sostanza ci si potrebbe anche prospettare l’ipotesi che l’Italia al centro del Mediterraneo possa rientrare in una sfera che direttamente non interessi la Russia. Ma, purtroppo, non sembra che si possa accettare questa interpretazione. Ieri l’onorevole Giacchero notava che la Russia oggi non ha interesse a che l’Unione europea si realizzi, così come duecento anni fa l’Inghilterra non aveva interesse alla realizzazione della unità nord-americana.
Fin dal 1915 Lenin condannò il principio degli Stati uniti d’Europa come realizzabile e reazionario in pari tempo. Questo atteggiamento venne riconfermato nel 1930, quando il movimento degli Stati uniti d’Europa acquistò un ritmo intenso. Nel 1930 anche Stalin accusa i fautori dell’unione europea come borghesi, e nel 1931 quando l’Unione Sovietica accettò di partecipare alla commissione cercata dalla Società delle Nazioni per lo studio dei problemi dell’unione europea, la Pravda spiegò che l’Unione Sovietica aveva accettato al solo fine di fare abortire il progetto.”
Risponde quindi a chi nelle scorse settimane ha accusato il suo partito di organizzare delle crociate contro il comunismo, citando le parole di Lenin e dello stesso Stalin, e mostrando come sia l’Unione Sovietica con le sue aspirazioni mondiali sulla diffusione del comunismo e con la sua insistenza sull’impossibilità di convivenza tra il sistema capitalistico e quello comunista ad avanzare pretese imperialiste e ad organizzare “crociate”. A chi dall’opposizione lo interrompe indignato, accusandolo di dire falsità e di non essere mai stato in Unione Sovietica a vedere come vivono i lavoratori, il democristiano Semeraro <123 interviene in sua difesa rispondendo con un pizzico di ironia e chiedendo loro perché se la Russia è il paradiso che tutti i deputati comunisti affermano essere nessuno vi voglia emigrare e al contrario molti vadano negli Stati Uniti, mentre Taviani riprende il discorso, girando l’invito ai deputati di sinistra, e invitandoli a rivolgere la loro domanda ai sindacalisti e all’On. Di Vittorio <124 che hanno visitato entrambi i paesi. A chi ancora sostiene che l’Urss sia solamente un problema dei paesi dell’Europa Orientale, ricorda come i leader sovietici si siano schierati più volte apertamente contro i progetti di integrazione europea e come attraverso le direttive impartite ai partiti comunisti dei paesi occidentali sulle azioni da intraprendere all’interno dei parlamenti e dell’opinione pubblica dei paesi occidentali per sabotare tali progetti, ingeriscano pesantemente nella politica interna dei paesi occidentali e dell’Italia. A quei deputati comunisti che in parlamento difendono la neutralità italiana, Taviani risponde leggendo le loro parole pronunciate nel corso dei comizi pubblici, quando incitavano i loro elettori alla resistenza armata contro un possibile dispiegamento dei soldati americani nelle basi militari italiane, e li invitavano al contrario ad aiutare i sovietici nel caso di un eventuale invasione sovietica del loro paese, dovuta ad un eventuale conflitto tra le due superpotenze, unico paese da loro riconosciuto come rappresentante del mondo dei lavoratori.
Prosegue chiedendo loro come sarebbero stati trattati nei paesi comunisti se avessero pronunciassero dei discorsi simili a favore di una potenza straniera. Smontando, dati alla mano, i loro esempi di neutralità fatti citando il caso della Svizzera e della Svezia, mostra come questi due paesi pur essendo neutrali, proprio a causa della mancanza di aiuti esterni, debbano spendere per la loro sicurezza somme di gran lunga superiori a quelle dell’Italia <125, che ha una popolazione nettamente superiore e di come l’Italia a causa della propria posizione geografica, centrale in caso di un eventuale conflitto tra i due blocchi, non possa in alcun modo sperare di non venirne coinvolta come questi due paesi e di come pertanto debba essere pronta a difendersi. In caso contrario dovrebbe subire l’occupazione sovietica e di conseguenza ritrovarsi schierata tra i paesi del blocco comunista, subendo la stessa sorte di quella che è toccata al Belgio durante l’occupazione tedesca nel corso delle due guerre mondiali.
Prima di concludere il proprio discorso guarda al nuovo scenario europeo, augurandosi che esso risolva i propri problemi attraverso un nuovo assetto federale dell’Europa, all’interno dell’alleanza con gli Stati Uniti ed esprimendo quelle che avrebbero dovuto essere le basi su cui costruirla, evitando di esasperarne le differenze nazionali: “Noi non ci illudiamo che l’Italia oggi possa esercitare un peso determinante su quelli che saranno gli sviluppi della politica internazionale; ma questo non significa che essa non possa portare un suo contributo a un’attiva politica europea di pace, condotta in armonia con la politica di difesa della pace, della democrazia, della libertà che gli Stati Uniti del Nord-America han dimostrato con i fatti di perseguire. Ha ieri accennato l’onorevole Nenni al problema tedesco, che sta indubbiamente al centro della situazione europea. Certo, vana illusione sarebbe credere di poter risolvere i problemi dell’Europa lasciandone divisa la parte centrale e nevralgica in zone di occupazione, senza alcun ordinamento definitivo, o, anche se non definitivo, almeno temporaneamente stabile. Ebbene, v’è da una parte il popolo francese, che sembra abbia cominciato a rendersi conto – almeno per la sua parte più democratica – che i suoi rapporti con i tedeschi non si pongono più oggi come si ponevano nel tempo in cui l’Europa era il centro del mondo, nel tempo in cui tutti i problemi internazionali si impostavano, si risolvevano e si esaurivano in Europa; e v’è dall’altra parte il popolo tedesco, quello almeno della Vestfalia, della Baviera, del Baden, che, pur fra le strettezze e le conseguenze immani di una sconfitta – resa, dalla pazzia di Hitler, di proporzioni non mai viste nella storia – può esprimere ancora una sua opinione, e mostrare segni non dubbi di aver compreso quanto assurda sia stata l’illusione di unificare l’Europa approfondendone le differenze fra i popoli in odi razziali, mistici e fanatici. Ebbene, affinché la cooperazione si realizzi fra questi due popoli e con essa la cooperazione europea diventi sempre più concreta e operante, l’Italia può dire la sua parola e forse può portare un suo contributo. Dobbiamo però anche far sentire energicamente, virilmente, alle Nazioni vincitrici che non esiste soltanto in Europa un problema tedesco, ma che, per il riassestamento e per la pace dell’Europa e del mondo, esiste anche un problema italiano, meno grave, se Dio vuole, di quello tedesco, ma pure importante e fondamentale. In particolar modo v’è il problema del lavoro italiano, che non può essere contenuto negli angusti confini della Patria. E’ impossibile una duratura politica di pace in Europa se non si risolvono i problemi economici dell’Europa stessa; questo pare sia stato compreso. Ma prima ancora dei problemi economici vi sono i problemi demografici. E’ contraddittorio tendere a consolidare la pace in Europa e chiudere le frontiere al lavoro italiano, che cerca affannosamente possibilità di vita là dove esse copiosamente sussistono.”
E Taviani conclude infine il proprio intervento sottolineando le differenze tra le due differenti visioni di politica estera tra la coalizione di governo e quella dell’opposizione formata dai socialisti e dai comunisti: “Voi dite di volere la pace, colleghi dell’opposizione. Ebbene, se questo vostro proposito fosse sincero, noi potremmo dirci d’accordo almeno su di un punto: su quello fondamentale. Ma in realtà la vostra pace è l’annichilimento del popolo italiano nell’agognata unità bolscevica (Rumori all’estrema sinistra – Applausi al centro). E’ l’uso del popolo italiano come di uno strumento per la realizzazione di tale unità. La nostra pace è l’esistenza del popolo italiano in un mondo che abbia fatto dell’armonia e dell’interdipendenza la sua legge, della libertà e della democrazia le essenziali condizioni di vita. (Interruzioni dall’estrema sinistra – Proteste al centro). PAJETTA GIAN CARLO. Mistica fascista! Voi insegnate queste cose! (Rumori al centro). TAVIANI. A scuola di mistica fascista non ci sono mai andato, né come insegnante, né come allievo. Ecco perché noi siamo certi di mantenere anche su questo terreno della politica estera, direi soprattutto su questo terreno, gli impegni assunti dinanzi al popolo il 18 aprile, di interpretare la scelta che il 18 aprile liberamente ha fatto il popolo italiano (Vivi – applausi a sinistra, al centro e a destra – Molte congratulazioni).”
Si tratta a questo punto di un uomo molto diverso da quello che quattro anni prima aveva scritto il programma di “Idee sulla democrazia cristiana”. Taviani grazie agli anni trascorsi al servizio del partito e del governo e soprattutto al lavoro a fianco di grandi personalità come De Gasperi, Sforza, Fanfani e Dosetti, solo per citarne alcuni, ha acquisito una profonda conoscenza dei temi internazionali, ampliando la propria concezione federalista e avvicinandosi alle posizioni europeiste e atlantiste di De Gasperi e di Sforza. E’ interessante anche notare come all’interno del suo pensiero politico la visione dell’Unione Sovietica come minaccia per l’indipendenza dell’Europa occidentale a causa dell’enorme potere economico e militare, e della vicinanza fisica, rappresenti un’altra costante del suo pensiero e rimanga inalterata, anche quando mezzo secolo più tardi, oramai dissolto il pericolo sovietico, tornerà a parlare in un intervista della politica estera italiana degli anni ’50. <126 La stessa importanza da lui data già alla fine del 1948 al pieno reinserimento della Germania federale nella comunità occidentale, per stabilizzare il centro nevralgico dell’Europa e quale premessa indispensabile per il mantenimento della pace rimarrà una convinzione che non abbandonerà mai e un obiettivo che cercherà sempre di perseguire e che sarà tra le principali motivazioni del suo sostegno ai progetti di integrazione europea.
Nelle settimane seguenti al suo intervento, all’interno della Dc, di fronte al sempre più probabile ingresso dell’Italia in un alleanza militare con i paesi occidentali, si susseguono i contatti e le riunioni tra i deputati democristiani e le diverse correnti del partito, in particolare tra quella di Dossetti contrario ad uno schieramento dell’Italia che ne possa influenzare la politica governativa e di De Gasperi che invece vede in essa uno strumento per ricucire i rapporti tra i paesi europei e rafforzare la posizione italiana, e che alla fine riuscirà a prevalere senza produrre pericolose scissioni interne.
[NOTE]
121 Non della totalità, in quanto erano contrari ad un eccessivo avvicinamento alle posizioni americane in politica estera importanti democristiani come Dossetti e Gronchi. PAOLO EMILIO TAVIANI, Politica a memoria d’uomo, cit., p.139
122 Atti Parlamentari [d’ora in poi AP], Camera dei deputati, legislatura I, seduta del 1° dicembre 1948, p.4962
123 Gabriele Semeraro, nato a Castellanetta (Taranto) nel 1912, era avvocato e deputato pugliese della Dc […]
124 Giuseppe Di Vittorio, nato a Cerignola (Foggia) nel 1882, sindacalista e deputato comunista, era dal 1945 il Segretario della CGIL, aveva sempre dato prova di grande onestà e indipendenza, schierandosi nel 1939 e nel 1956 apertamente contro le decisioni del partito che sostenevano l’azione sovietica, nella firma del Patto Molotov-Ribbentrop e poi nella repressione della rivolta ungherese. Figlio di braccianti agricoli non dimenticò mai la sua origine e anche una volta divenuto segretario della CGIL si adoperò sempre per aiutare i più poveri, in particolare le famiglie delle vittime uccise nel corso degli scioperi e dell’occupazione dei latifondi durante i primi anni della repubblica. Aveva partecipato a numerosi viaggi all’estero,in particolare in Unione Sovietica e in Francia, sia durante il fascismo quando visse in esilio, sia quando nel 1953 fu eletto Presidente della Federazioni Sindacale Mondiale e si recò a New York per pronunciare il discorso d’investitura. Per ulteriori informazioni si rimanda alle opere di: MICHELE PISTILLO, Giuseppe Di Vittorio, Roma, Editori riuniti, 1977 – MYRIAM BERGAMASCHI, Caro Papà di Vittorio, Letttere al segretario generale della CGIL, Milano, Guerrini e Associati, 2008
125 Molti anni più tardi, in un intervista, riprendendo questi temi, Taviani indicherà proprio nella Nato e nel rifiuto di proseguire una politica autonoma di grande potenza mondiale sul modello francese, lo strumento che permise all’Italia di ridurre le proprie spese militari, investendo in maniera massiccia nelle infrastrutture e nello sviluppo economico permettendogli così di ottenere tassi di crescita elevatissimi e di raggiungere il livello di benessere degli altri paesi occidentali. HAEU, EUI interviews, INT009, Taviani Paolo Emilio 02/05/1989
126 Intervista rilasciata da Taviani alla Prof. Preda nel marzo del 2000.
Federico Actite, Taviani e la politica estera italiana degli anni cinquanta (1949-1954), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2011-2012 -
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La sinistra non comunista alle elezioni dal 1972 al 1983
Le elezioni del 1972 furono un precedente importante per le elezioni amministrative del 1975, che si svolsero in alcune delle principali città italiane, tra le quali Milano. In questa tornata elettorale, le due maggiori esperienze politiche della sinistra antagonista, Lotta Continua e Avanguardia Operaia, decisero di scendere nell’agone politico, la prima orientando i suoi elettori sul voto al PCI, la seconda promuovendo liste assieme al Pdup-pc. In alcune regioni si presentarono liste del Pdup-pc, mentre in altre circoscrizioni liste sotto la sigla Democrazia proletaria (Dp) formate da esponenti del Pdup-pc e da AO. Nell’insieme, i voti riportati da queste tre combinazioni di liste furono 417.355 (1,27%). Il risultato sopraggiunto forniva conferme importanti alle pubblica opinione italiana: se da un lato segnava che l’area elettorale della nuova sinistra si era consolidata – grazie anche a un profondo ricambio generazionale <88 (da non dimenticare che nel 1975 la maggiore età venne abbassata da 21 a 18 anni) <89 – catalizzando i 456.043 voti che nelle elezioni politiche del 1972 erano andati a tre e più liste diverse, dall’altro il dato sottolineava, differentemente, che pochissimi dei voti riportati dal Psiup nel 1972 (648.800) si erano riversati nelle liste della nuova sinistra. Il risultato, difatti sottolineava come il voto si era riversato in gran quantità sulle liste del Pci che, proprio in quella tornata elettorale, conobbe un ragguardevole incremento di consensi. Ciò era dovuto in parte anche alle indicazioni di voto provenienti dall’area giovanile dei militanti di Lotta Continua, che come menzionato avevano dato indicazioni al proprio bacino elettorale di votare per i comunisti, in parte in quanto questi ultimi erano riusciti a intercettare il voto dei ragazzi di nuova politicizzazione <90.
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Fu in tale contesto che si svolsero le elezioni politiche dell’anno successivo, che confermarono l’esito delle amministrative del 1975. Le elezioni – “impreviste e sorprendenti” <91 – che si svolsero tra il 20 e il 21 giugno del 1976, difatti, confermarono la primazia della DC – grazie anche ai voti provenienti da MSI e dai partiti del centro laico <92 – incalzata sempre più prepotentemente dal PCI. Non deve essere taciuto, tuttavia, che tali elezioni sorsero in un clima di forte tensione sociale: la “restaurazione” di fabbrica voluta dai grandi industriali dopo i grandi scioperi del “partito di Mirafiori” del biennio 1973-74, la strage di Brescia, i primi e feroci attentati e sequestri delle BR, portarono il segretario del PCI Enrico Berlinguer a promuovere il corso del Compromesso storico, un’inusuale tentativo di alleanza tra Democristiani e Comunisti per evitare che si creassero nello stato malumori tali da poter creare colpi di stato, come avvenne in Cile. Di fatto, il risultato delle elezioni, sembrava essere una conferma della volontà, da parte del popolo italiano, dell’attuazione di tale progetto. Tale tentativo ebbe nei differenti schieramenti politici una diversa risonanza; se l’ala sinistra della Democrazia Cristiana – soprattutto nella persona di Aldo Moro – accettò di benevolenza tale avvicinamento, la corrente andreottiana la rifiutò categoricamente, come del resto fecero anche i socialisti, paurosi che tale azione potesse sempre di più emarginarli. Di fatto, come sostenuto da Barbara Bartolini, la linea del Compromesso storico era riuscita a porre fine al conflitto di coscienza tra fede cattolica e coscienza
comunista <93. Il risultato delle elezioni vide la riconferma della DC, che avvalorò i voti presi alle precedenti elezioni, anche se il suo primato fu seriamente insediato dal PCI che si fermò a pochi voti percentuali dai democristiani, raggiungendo il suo miglior risultato nella storia. Va tuttavia sottolineato che, per la prima volta, si affermarono in sede parlamentare forze più a “sinistra” del PCI: Democrazia Proletaria – coalizione formata da Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, Movimento Studentesco e Avanguardia Operaia, alle quale si aggiunse poco dopo anche Lotta Continua – che, ottenendo l’1,52% dei voti (circa 130.000 in più rispetto alle amministrative del 1975), riuscì ad a leggere 6 deputati <94. Il risultato elettorale ottenuto da Dp dimostrava soprattutto che il voto espresso era sintomo di appartenenza più che di protesta: lo si può accertare per due motivi principali. Primo, in quanto raccolse consensi nell’area già predisposta a quel tipo di “comportamento” elettorale, come si vede dal non marcato incremento di voti; secondo, dal fatto che, se confrontati con quelli dei partiti della sinistra storica, essi confermavano che il nuovo cartello elettorale non otteneva i consensi che aveva avuto il disciolto Psiup, che si erano, al contrario, riversati sul PCI. Allo stesso tempo, il non buon esito elettorale, stava a significare che l’elettore di “sinistra”, sebben non avrebbe rifiutato a priori l’alternativa “estremista”, aveva recepito nel Compromesso storico una possibile via di sbocco all’impasse economica e politica nelle quale versava da tempo l’Italia <95. Pare innegabile – anche recependo e rileggendo quanto sui quotidiani e pubblicazioni afferenti a questa area veniva scritto <96 – che il risultato elettorale venne recepito dai partecipanti all’esperienza di DP come una delusione, o quanto meno come un insuccesso. Poco dopo la tornata elettorale, difatti, Lotta continua decretò il suo scioglimento – un processo tuttavia iniziato alcuni anni prima, e dovuto a cause esogene al partito stesso, come l’avvento del femminismo militante – così come l’unità faticosamente impostata tra Ao e il Pdup-pc non ebbe sviluppi concreti, ma involuzioni. Dopo il V congresso al Teatro Lirico di Milano dal 24 al 27 marzo 1977, Avanguardia Operaia si divise in due tronconi e cessò di esistere come organizzazione autonoma. La minoranza, guidata da Aurelio Campi, confluì definitivamente nel Pdup di Lucio Magri, mentre la maggioranza contribuì alla fondazione del partito Democrazia Proletaria, nell’aprile del 1978 <97.
Pare innegabile sottolineare come le scadenze elettorali di quel decennio – dal 1968 al 1976 – misero bene in evidenza la non correlazione fra la capacità di mobilitazione nelle manifestazioni pubbliche della nuova sinistra con risultati acquisiti dalle liste: se da una parte questa “area” politica era indubbiamente in grado di riempire le piazze e di pianificare cortei con diverse migliaia di partecipanti, al contempo non riusciva a intercettare il voto dell’urna elettorale. Esso, difatti, si caratterizzò soprattutto per essere estrinsecazione di una appartenenza politica e sociale, ma con una scarsa capacità di incidere sull’opinione pubblica. Le organizzazioni politiche della sinistra antagonista, nel corso delle tre tornate elettorali analizzate, rilevarono che esse erano composte da un cospicuo numero di quadri militanti, capaci di organizzare, suscitare e dirigere lotte e rivendicazioni nei vari settori della società – di fatto, si può accertare che avevano legami ed erano inserite nei movimenti antagonisti in maniera radicata – ma riscontravano notevoli problematicità, al momento del voto, a raccogliere consensi elettorali. L’opinione pubblica di sinistra che guardava magari con simpatia alle loro iniziative, ne riconosceva il ruolo e partecipava alle lotte, ma al momento di votare preferiva scegliere l’attendibilità politica costituita dai partiti della sinistra storica, come quello fornito nello specifico dal PCI. Allo stesso tempo, si deve sottolineare che anche il PCI – solitamente intenso nel biennio elettorale 1975/76 come partito “pigliatutto” – raggiunse in questo periodo il suo massimo di voti erodendo la base elettorale del centro-destra – e in questo concordo con Pasquino e Parisi – diluendo il proprio programma e la propria ideologia pur di poter ampliare la propria platea elettorale, tanto da far venire meno, in seno agli elettori comunisti, il riconoscimento del PCI come partito degli operai, di contro al tentativo di rincorrere il voto di ceti medi impiegatizi e dei piccoli imprenditori <98. Infine la DC, che in seguito alle elezioni del 1976, pur ritrovando una stabilità in termini di voti, dal punto di vista “qualitativo” pareva – secondo i due studiosi – aver recuperato l’ambiguità e la natura composita, nonché contraddittoria, che l’aveva fino a quel periodo caratterizzata: più cattolica – grazie alla legittimazione da parte della Chiesa – ma allo stesso tempo anche polo di aggregazione del voto laico, anticomunista o, in ogni caso, non comunista <99. Di fatto, le elezioni del 20 giugno 1976 segnarono, grazie alla spartizione dei voti tra DC e PCI, una radicalizzazione della vita politica italiana <100. Ancora Parisi e Pasquino sottolineavano, difatti, come i risultati elettorali succedutisi nelle consultazioni del quadriennio 1972 – 1976 più che essere “reazioni contingenti dell’elettorato alla congiuntura politica”, avrebbero dovuto considerarsi come “espressioni di cambiamenti più profondi intervenuti nel corpo elettorale e nell’intero paese” <101 – pronunciati con una abbondanza di influenze ben prevalenti rispetto a quelle costituite dalla semplice opzione di voto – in un arco di tempo che aveva travalicato il periodo in cui tali fenomeni si erano manifestati dal punto di vista elettorale.
La situazione non mutò neanche negli anni seguenti. In occasione delle elezioni politiche del 1979 – le prime dopo l’assassinio Moro e l’inchiesta contro l’autonomia operaia portata avanti dal giudice Pietro Calogero – due liste si contesero i consensi alla sinistra del PCI, che vide per altro in quell’anno un brusco tracollo elettorale: Nuova sinistra unita, nella quale era confluita DP e parte dei fuoriusciti da Lotta Continua, la quale ottenne 294.462 (0,8%) e nessun eletto, e il Pdup-pc che raccolse 502.247 voti (1,37%) ed elesse sei parlamentari. Sommati tra loro i voti raccolti furono 796.709 (2,2%) con un incremento rispetto al dato del 1976 di più di 230.000 unità (+0,7%)102. Seppur i voti ottenuti segnarono un incremento dei consensi, tale somma aritmetica, tuttavia, non poteva essere automaticamente trasformata in cifra politica. Le due organizzazioni sopramenzionate capitalizzarono i loro consensi elettorali proprio perché divise nella loro corsa elettorale: il loro, difatti, era un elettorato molto attento ai posizionamenti politici e strategici, e dunque difficilmente sovrapponibile l’uno con l’altro, a causa di un passato politico differente. Gli elettori, dunque, erano disposti a votare il Pdup-pc o Nuova sinistra unita, ma non l’eventuale unità organizzativa tra i due schieramenti; unità che infatti, a posteriori, non ci fu. Questo “paradosso aritmetico” fu inoltre confermato dall’esito delle elezioni amministrative del 1980 quando DP, presente in sole nove regioni, ottenne 274.100 voti e il Pdup-pc 372.102. Nell’insieme le due formazioni avevano raccolto 646.202 voti, pari a circa il 2,5%:
un risultato reso possibile proprio perché si erano presentate, ancora una volta, separatamente. Con ogni probabilità, difatti, gran parte dei voti persi dal PCI e non dati ai partiti della nuova sinistra, non andarono a questi ultimi, ma ai Radicali – di fatto partito istituzionale a essi più vicino – i quali incrementarono nitidamente i loro consensi accrescendo la propria presenza parlamentare, da 4 a 18 seggi alla Camera, ed eleggendo inoltre due senatori. Del resto, la morte di Moro e il fallimento del compromesso storico, lasciarono così ampi margini di manovra ai socialisti, nella figura di Bettino Craxi che, con un lungo articolo “Il vangelo socialista” <103, ridefiniva l’identità del suo partito rivendicando “l’incompatibilità sostanziale” tra “comunismo leninista e socialismo”: l’obiettivo, per usare le parole di Paolo Mattera, “era chiaro: colpire l’immagine del Pci come versione italiana della socialdemocrazia [di tipo nordeuropeo], per spingere invece l’opinione pubblica di orientamento progressista a scegliere il Psi, che mostrava – attraverso l’inusuale richiamo a Proudhon contenuto nell’articolo – un’anima libertaria.” <104.
L’elettorato italiano, e la sua geografia elettorale si modificò in tutta rapidità nelle elezioni politiche del 1983 quando, in seguito della decisione del Pdup-pc di presentare liste in alleanza col PCI, organizzazione dentro la quale confluirà l’anno dopo, per poi definitivamente sciogliersi nel novembre del 1984. Rimasta sola, DP raccolse in quelle elezioni 542.039 voti, (1,47%), conquistando 7 seggi alla Camera dei Deputati <105. La cifra, pressappoco, era all’incirca la medesima di quella riportata dal cartello elettorale del 1976 e rilevava meriti, pregi e limiti che caratterizzavano quest’area elettorale. Un’area elettorale che conobbe, nelle successive elezioni politiche del 1987, una relativa espansione, quando DP ottenne 642.161 voti (1,66%) e 8 seggi alla Camera <106. Inoltre, per la prima volta nella storia delle vicende elettorali della Nuova sinistra, con 493.667 voti (1,52%) essa riuscì a conquistare un seggio al Senato <107. Senza saperlo, quello fu un modo per chiudere in “grazia” l’esperienza elettorale di un’area politica minoritaria che aveva percorso, con fortune e sfortune alterne, quasi un ventennio della vita politica italiana. Le elezioni del 1983, del resto, come facilmente si può riscontrare, videro un calo dei consensi della DC e un rilancio percentuale del PCI che fece diminuire il divario tra i due storici rivali di soli tre punti percentuali, mai così ristretto nella storia dell’Italia repubblicana: questo portò i democristiani a rinunciare a una delle pregiudiziali della sua politica – ossia il non eleggere un presidente del consiglio socialista – per non declinare la perdita della seconda: vedere il PCI al governo del paese. Questo condusse alla formazione di un governo guidata dal socialista Bettino Craxi. Difatti, col precipitare degli eventi alla fine degli anni Ottanta, che conclusero il cosiddetto “Secolo breve”, anche la geografia della politica partitica italiana fu sconvolta.
La fine del PCI, e la concomitante nascita di Rifondazione comunista condussero DP a deliberare, nel congresso del giugno 1991, lo scioglimento del partito e la confluenza immediata in Rifondazione. Di fatto, come abbiamo sottolineato nella pagine precedenti, l’elettorato italiano nel decennio analizzato si era espresso non quale voto di opinione, ma di appartenenza, caratterizzato, perciò “da una forte determinazione, scarsa esposizione alla congiuntura politica, continuità nel tempo, e da una assenza di specificità, scarsa considerazione cioè del tipo di consultazione” <108. Come si vede, anche nel periodo di maggior influsso delle teorie operaiste, l’incidenza politica di questi partiti fu marginale, se non totalmente ininfluente. Bisognerebbe notare come la portata culturale delle frange “movimentiste” non dovette esplicitarsi all’interno di una logica istituzionale, ma si mantenne viva in canali differenti, diretti e non mediati dalla politica istituzionale. O forse, dato anche i tassi di affluenza intorno al 90% dell’elettorato avente diritto, si deve notare come la paura generata da questi “movimenti” non sfociò in un voto politico, ma in una pratica Movimentista e antagonista da praticare nel quotidiano. Tali partiti della sinistra extraparlamentare, difatti, ponevano in essere una critica alle istituzioni che si esplicitava alla sua massima portata fuori delle aule parlamentari, e la loro critica ai partiti dell’arco istituzionale si aggregava unitamente attorno sia alla denuncia del compromesso storico mosso dal PCI sia attorno, ma con differenze da partito a partito, a richieste sociali: due casi su tutti, il referendum abrogativo sul divorzio del 1974 – che, come sottolineato da differenti studiosi accelerò “il processo di spostamento a sinistra” <109 o che comunque contribuì a sollecitare un processo di graduale superamento della logica degli schieramenti in atto <110 – dell’elettorato italiano – e quello sulla legge Reale del 1978. Essi, principino da una matrice libertaria, movimentista e non istituzionale, riuscirono a intercettare il consenso della sinistra antagonista (e nel caso della legge Reale, anche della destra), di contro ai partiti “storici” che si posero indefessamente in opposizione ai primi, rivendicando la propria aderenza alle volontà di unità nazionale. Fu infatti da queste rimostranze che a partire dalle elezioni del 1972 si mise in moto quel processo che portò alla nascita e alla successiva affermazione della cultura politica facente capo alla cosiddetta “autonomia operaia”, movimento non partecipante alle elezioni politiche, che riuscì a catalizzare l’attenzione soprattutto delle frange giovanili, ormai stanche della militanza nei partiti della sinistra “antagonista” e che faceva delle rivendicazioni sociali il suo fulcro d’esistenza. Al contrario, in seno ai partiti della sinistra storica, e in particolare nel PCI, si innescava un meccanismo di irrigidimento statalista reso obbligatorio dalla necessità di dimostrare ai prossimi alleati – alla DC soprattutto – la certificazione delle proprie garanzie di rispetto delle regole democratiche, ma soprattutto la capacità di controllo sulla classe operaia e sul proletariato tutto. A riguardo, in brevissimo tempo si assiste a prese di posizione e comportamenti che andavano dal patetico al paranoico, passando purtroppo spesso anche per il “repressivo”. Di mira vi erano tutti i comportamenti indisciplinati e quindi autonomi che avrebbero dovuto, nelle loro logiche, essere diligentemente dismessi in un frangente così strategicamente determinante per la presa del potere di governo. Protagonisti dell’insubordinazione erano, secondo una delle letture della situazione, i soggetti emarginati e disperati della “seconda società̀”, che viveva a carico parassitario della prima, costituita dal Movimento operaio ufficiale. Per gli autonomi, invece, quegli stessi soggetti, disoccupati, inoccupati, precari, al nero ecc. erano le diverse sfaccettature del nuovo “mostro” in gestazione, quell’“operaio sociale” che costituisce la sostanza dell’“altro movimento operaio”». Il regolamento dei conti avvenne il 17 febbraio del 1977, nel piazzale dell’Università̀ di Roma occupata dagli studenti e dal movimento. Luciano Lama, dirigente del partito comunista e segretario della Cgil, il più̀ grande e organizzato sindacato comunista d’Europa, si presentava con la potenza, facilmente interpretata come prepotenza dai giovani “antagonisti”, del suo servizio d’ordine e del suo richiamo all’ordine e alla disciplina. Nel furibondo scontro che ne seguì Lama e il suo “partito” saranno cacciati. Una spaccatura che non si ricomporrà̀ più̀. Come del resto sottolineato da Gianfranco Pasquino e Arturo Parisi, è “ipotizzabile, ma non del tutto sicuro, che il 1968 e la socializzazione sul “campo” (e nelle assemblee) ricevuta da molti giovani sia una prima ma fondamentale ragione del loro spostamento a sinistra, unitamente a una minore influenza della trasmissione di atteggiamenti e comportamenti politici ricevuta in famiglia e a un’accresciuta influenza dei rapporti fra gruppi di “pari” a scuola rispetto a quella degli insegnanti (o incerto e confusi o già politicizzati a sinistra).” <111.
[NOTE]
88 Cfr., Giacomo Masi, Le elezioni degli anni Settanta: terremoto o evoluzione?, in Continuità e mutamento elettorale in Italia. Le elezioni del 20 giugno 1976 e il sistema politico italiano, a c. di Arturo Parisi e Gianfranco Pasquino, Bologna, Il Mulino, 1977, p. 83.
89 Legge 8 marzo 1975, n. 39, articolo 14.
90 Cfr., Giacomo Masi, Le elezioni degli anni Settanta: terremoto o evoluzione?, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 78.
91 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 11.
92 Cfr., ivi, p. 45.
93 Cfr., Barbara Bartolini, Insediamento subculturale e distribuzione dei suffragi, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 144.
94 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
95 Cfr., Barbara Bartolini, Insediamento subculturale e distribuzione dei suffragi, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 63.
96 Solo a titolo d’esempio vedere il commento elettorale in prima pagina di “Lotta Continua” del 22 giugno 1976.
97 Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia Operaia, a cura di Roberto Biorcio e Matteo Pucciarelli, Milano-Udine, Mimesis, 2021.
98 Cfr., Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 31.
99 Cr., ivi, pp. 57-58.
100 Cfr., ivi, p. 64.
101 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, Relazioni partiti-elettori e tipi di voto, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 215.
102 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
103 Bettino Craxi, Il vangelo socialista, In “L’Espresso”, 27 agosto 1978, pp. 24-30.
104 Paolo Mattera, Storia del Psi (1829-1994), Carocci, Roma 2010, p. 204.
105 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
106 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
107 Ibidem.
108 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, Relazione e partiti-elettori e tipi di voto, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 225.
109 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 19.
110 Cfr., Giacomo Masi, Le elezioni degli anni Settanta: terremoto o evoluzione?, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 81.
111 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 27.
Andrea Capriolo, Manifestazioni artistiche nei centri sociali autogestiti della Milano tra anni Settanta e Ottanta. Dai Circoli del proletariato giovanile al movimento punk, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, 2013 -
La sinistra non comunista alle elezioni dal 1972 al 1983
Le elezioni del 1972 furono un precedente importante per le elezioni amministrative del 1975, che si svolsero in alcune delle principali città italiane, tra le quali Milano. In questa tornata elettorale, le due maggiori esperienze politiche della sinistra antagonista, Lotta Continua e Avanguardia Operaia, decisero di scendere nell’agone politico, la prima orientando i suoi elettori sul voto al PCI, la seconda promuovendo liste assieme al Pdup-pc. In alcune regioni si presentarono liste del Pdup-pc, mentre in altre circoscrizioni liste sotto la sigla Democrazia proletaria (Dp) formate da esponenti del Pdup-pc e da AO. Nell’insieme, i voti riportati da queste tre combinazioni di liste furono 417.355 (1,27%). Il risultato sopraggiunto forniva conferme importanti alle pubblica opinione italiana: se da un lato segnava che l’area elettorale della nuova sinistra si era consolidata – grazie anche a un profondo ricambio generazionale <88 (da non dimenticare che nel 1975 la maggiore età venne abbassata da 21 a 18 anni) <89 – catalizzando i 456.043 voti che nelle elezioni politiche del 1972 erano andati a tre e più liste diverse, dall’altro il dato sottolineava, differentemente, che pochissimi dei voti riportati dal Psiup nel 1972 (648.800) si erano riversati nelle liste della nuova sinistra. Il risultato, difatti sottolineava come il voto si era riversato in gran quantità sulle liste del Pci che, proprio in quella tornata elettorale, conobbe un ragguardevole incremento di consensi. Ciò era dovuto in parte anche alle indicazioni di voto provenienti dall’area giovanile dei militanti di Lotta Continua, che come menzionato avevano dato indicazioni al proprio bacino elettorale di votare per i comunisti, in parte in quanto questi ultimi erano riusciti a intercettare il voto dei ragazzi di nuova politicizzazione <90.
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Fu in tale contesto che si svolsero le elezioni politiche dell’anno successivo, che confermarono l’esito delle amministrative del 1975. Le elezioni – “impreviste e sorprendenti” <91 – che si svolsero tra il 20 e il 21 giugno del 1976, difatti, confermarono la primazia della DC – grazie anche ai voti provenienti da MSI e dai partiti del centro laico <92 – incalzata sempre più prepotentemente dal PCI. Non deve essere taciuto, tuttavia, che tali elezioni sorsero in un clima di forte tensione sociale: la “restaurazione” di fabbrica voluta dai grandi industriali dopo i grandi scioperi del “partito di Mirafiori” del biennio 1973-74, la strage di Brescia, i primi e feroci attentati e sequestri delle BR, portarono il segretario del PCI Enrico Berlinguer a promuovere il corso del Compromesso storico, un’inusuale tentativo di alleanza tra Democristiani e Comunisti per evitare che si creassero nello stato malumori tali da poter creare colpi di stato, come avvenne in Cile. Di fatto, il risultato delle elezioni, sembrava essere una conferma della volontà, da parte del popolo italiano, dell’attuazione di tale progetto. Tale tentativo ebbe nei differenti schieramenti politici una diversa risonanza; se l’ala sinistra della Democrazia Cristiana – soprattutto nella persona di Aldo Moro – accettò di benevolenza tale avvicinamento, la corrente andreottiana la rifiutò categoricamente, come del resto fecero anche i socialisti, paurosi che tale azione potesse sempre di più emarginarli. Di fatto, come sostenuto da Barbara Bartolini, la linea del Compromesso storico era riuscita a porre fine al conflitto di coscienza tra fede cattolica e coscienza
comunista <93. Il risultato delle elezioni vide la riconferma della DC, che avvalorò i voti presi alle precedenti elezioni, anche se il suo primato fu seriamente insediato dal PCI che si fermò a pochi voti percentuali dai democristiani, raggiungendo il suo miglior risultato nella storia. Va tuttavia sottolineato che, per la prima volta, si affermarono in sede parlamentare forze più a “sinistra” del PCI: Democrazia Proletaria – coalizione formata da Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, Movimento Studentesco e Avanguardia Operaia, alle quale si aggiunse poco dopo anche Lotta Continua – che, ottenendo l’1,52% dei voti (circa 130.000 in più rispetto alle amministrative del 1975), riuscì ad a leggere 6 deputati <94. Il risultato elettorale ottenuto da Dp dimostrava soprattutto che il voto espresso era sintomo di appartenenza più che di protesta: lo si può accertare per due motivi principali. Primo, in quanto raccolse consensi nell’area già predisposta a quel tipo di “comportamento” elettorale, come si vede dal non marcato incremento di voti; secondo, dal fatto che, se confrontati con quelli dei partiti della sinistra storica, essi confermavano che il nuovo cartello elettorale non otteneva i consensi che aveva avuto il disciolto Psiup, che si erano, al contrario, riversati sul PCI. Allo stesso tempo, il non buon esito elettorale, stava a significare che l’elettore di “sinistra”, sebben non avrebbe rifiutato a priori l’alternativa “estremista”, aveva recepito nel Compromesso storico una possibile via di sbocco all’impasse economica e politica nelle quale versava da tempo l’Italia <95. Pare innegabile – anche recependo e rileggendo quanto sui quotidiani e pubblicazioni afferenti a questa area veniva scritto <96 – che il risultato elettorale venne recepito dai partecipanti all’esperienza di DP come una delusione, o quanto meno come un insuccesso. Poco dopo la tornata elettorale, difatti, Lotta continua decretò il suo scioglimento – un processo tuttavia iniziato alcuni anni prima, e dovuto a cause esogene al partito stesso, come l’avvento del femminismo militante – così come l’unità faticosamente impostata tra Ao e il Pdup-pc non ebbe sviluppi concreti, ma involuzioni. Dopo il V congresso al Teatro Lirico di Milano dal 24 al 27 marzo 1977, Avanguardia Operaia si divise in due tronconi e cessò di esistere come organizzazione autonoma. La minoranza, guidata da Aurelio Campi, confluì definitivamente nel Pdup di Lucio Magri, mentre la maggioranza contribuì alla fondazione del partito Democrazia Proletaria, nell’aprile del 1978 <97.
Pare innegabile sottolineare come le scadenze elettorali di quel decennio – dal 1968 al 1976 – misero bene in evidenza la non correlazione fra la capacità di mobilitazione nelle manifestazioni pubbliche della nuova sinistra con risultati acquisiti dalle liste: se da una parte questa “area” politica era indubbiamente in grado di riempire le piazze e di pianificare cortei con diverse migliaia di partecipanti, al contempo non riusciva a intercettare il voto dell’urna elettorale. Esso, difatti, si caratterizzò soprattutto per essere estrinsecazione di una appartenenza politica e sociale, ma con una scarsa capacità di incidere sull’opinione pubblica. Le organizzazioni politiche della sinistra antagonista, nel corso delle tre tornate elettorali analizzate, rilevarono che esse erano composte da un cospicuo numero di quadri militanti, capaci di organizzare, suscitare e dirigere lotte e rivendicazioni nei vari settori della società – di fatto, si può accertare che avevano legami ed erano inserite nei movimenti antagonisti in maniera radicata – ma riscontravano notevoli problematicità, al momento del voto, a raccogliere consensi elettorali. L’opinione pubblica di sinistra che guardava magari con simpatia alle loro iniziative, ne riconosceva il ruolo e partecipava alle lotte, ma al momento di votare preferiva scegliere l’attendibilità politica costituita dai partiti della sinistra storica, come quello fornito nello specifico dal PCI. Allo stesso tempo, si deve sottolineare che anche il PCI – solitamente intenso nel biennio elettorale 1975/76 come partito “pigliatutto” – raggiunse in questo periodo il suo massimo di voti erodendo la base elettorale del centro-destra – e in questo concordo con Pasquino e Parisi – diluendo il proprio programma e la propria ideologia pur di poter ampliare la propria platea elettorale, tanto da far venire meno, in seno agli elettori comunisti, il riconoscimento del PCI come partito degli operai, di contro al tentativo di rincorrere il voto di ceti medi impiegatizi e dei piccoli imprenditori <98. Infine la DC, che in seguito alle elezioni del 1976, pur ritrovando una stabilità in termini di voti, dal punto di vista “qualitativo” pareva – secondo i due studiosi – aver recuperato l’ambiguità e la natura composita, nonché contraddittoria, che l’aveva fino a quel periodo caratterizzata: più cattolica – grazie alla legittimazione da parte della Chiesa – ma allo stesso tempo anche polo di aggregazione del voto laico, anticomunista o, in ogni caso, non comunista <99. Di fatto, le elezioni del 20 giugno 1976 segnarono, grazie alla spartizione dei voti tra DC e PCI, una radicalizzazione della vita politica italiana <100. Ancora Parisi e Pasquino sottolineavano, difatti, come i risultati elettorali succedutisi nelle consultazioni del quadriennio 1972 – 1976 più che essere “reazioni contingenti dell’elettorato alla congiuntura politica”, avrebbero dovuto considerarsi come “espressioni di cambiamenti più profondi intervenuti nel corpo elettorale e nell’intero paese” <101 – pronunciati con una abbondanza di influenze ben prevalenti rispetto a quelle costituite dalla semplice opzione di voto – in un arco di tempo che aveva travalicato il periodo in cui tali fenomeni si erano manifestati dal punto di vista elettorale.
La situazione non mutò neanche negli anni seguenti. In occasione delle elezioni politiche del 1979 – le prime dopo l’assassinio Moro e l’inchiesta contro l’autonomia operaia portata avanti dal giudice Pietro Calogero – due liste si contesero i consensi alla sinistra del PCI, che vide per altro in quell’anno un brusco tracollo elettorale: Nuova sinistra unita, nella quale era confluita DP e parte dei fuoriusciti da Lotta Continua, la quale ottenne 294.462 (0,8%) e nessun eletto, e il Pdup-pc che raccolse 502.247 voti (1,37%) ed elesse sei parlamentari. Sommati tra loro i voti raccolti furono 796.709 (2,2%) con un incremento rispetto al dato del 1976 di più di 230.000 unità (+0,7%)102. Seppur i voti ottenuti segnarono un incremento dei consensi, tale somma aritmetica, tuttavia, non poteva essere automaticamente trasformata in cifra politica. Le due organizzazioni sopramenzionate capitalizzarono i loro consensi elettorali proprio perché divise nella loro corsa elettorale: il loro, difatti, era un elettorato molto attento ai posizionamenti politici e strategici, e dunque difficilmente sovrapponibile l’uno con l’altro, a causa di un passato politico differente. Gli elettori, dunque, erano disposti a votare il Pdup-pc o Nuova sinistra unita, ma non l’eventuale unità organizzativa tra i due schieramenti; unità che infatti, a posteriori, non ci fu. Questo “paradosso aritmetico” fu inoltre confermato dall’esito delle elezioni amministrative del 1980 quando DP, presente in sole nove regioni, ottenne 274.100 voti e il Pdup-pc 372.102. Nell’insieme le due formazioni avevano raccolto 646.202 voti, pari a circa il 2,5%:
un risultato reso possibile proprio perché si erano presentate, ancora una volta, separatamente. Con ogni probabilità, difatti, gran parte dei voti persi dal PCI e non dati ai partiti della nuova sinistra, non andarono a questi ultimi, ma ai Radicali – di fatto partito istituzionale a essi più vicino – i quali incrementarono nitidamente i loro consensi accrescendo la propria presenza parlamentare, da 4 a 18 seggi alla Camera, ed eleggendo inoltre due senatori. Del resto, la morte di Moro e il fallimento del compromesso storico, lasciarono così ampi margini di manovra ai socialisti, nella figura di Bettino Craxi che, con un lungo articolo “Il vangelo socialista” <103, ridefiniva l’identità del suo partito rivendicando “l’incompatibilità sostanziale” tra “comunismo leninista e socialismo”: l’obiettivo, per usare le parole di Paolo Mattera, “era chiaro: colpire l’immagine del Pci come versione italiana della socialdemocrazia [di tipo nordeuropeo], per spingere invece l’opinione pubblica di orientamento progressista a scegliere il Psi, che mostrava – attraverso l’inusuale richiamo a Proudhon contenuto nell’articolo – un’anima libertaria.” <104.
L’elettorato italiano, e la sua geografia elettorale si modificò in tutta rapidità nelle elezioni politiche del 1983 quando, in seguito della decisione del Pdup-pc di presentare liste in alleanza col PCI, organizzazione dentro la quale confluirà l’anno dopo, per poi definitivamente sciogliersi nel novembre del 1984. Rimasta sola, DP raccolse in quelle elezioni 542.039 voti, (1,47%), conquistando 7 seggi alla Camera dei Deputati <105. La cifra, pressappoco, era all’incirca la medesima di quella riportata dal cartello elettorale del 1976 e rilevava meriti, pregi e limiti che caratterizzavano quest’area elettorale. Un’area elettorale che conobbe, nelle successive elezioni politiche del 1987, una relativa espansione, quando DP ottenne 642.161 voti (1,66%) e 8 seggi alla Camera <106. Inoltre, per la prima volta nella storia delle vicende elettorali della Nuova sinistra, con 493.667 voti (1,52%) essa riuscì a conquistare un seggio al Senato <107. Senza saperlo, quello fu un modo per chiudere in “grazia” l’esperienza elettorale di un’area politica minoritaria che aveva percorso, con fortune e sfortune alterne, quasi un ventennio della vita politica italiana. Le elezioni del 1983, del resto, come facilmente si può riscontrare, videro un calo dei consensi della DC e un rilancio percentuale del PCI che fece diminuire il divario tra i due storici rivali di soli tre punti percentuali, mai così ristretto nella storia dell’Italia repubblicana: questo portò i democristiani a rinunciare a una delle pregiudiziali della sua politica – ossia il non eleggere un presidente del consiglio socialista – per non declinare la perdita della seconda: vedere il PCI al governo del paese. Questo condusse alla formazione di un governo guidata dal socialista Bettino Craxi. Difatti, col precipitare degli eventi alla fine degli anni Ottanta, che conclusero il cosiddetto “Secolo breve”, anche la geografia della politica partitica italiana fu sconvolta.
La fine del PCI, e la concomitante nascita di Rifondazione comunista condussero DP a deliberare, nel congresso del giugno 1991, lo scioglimento del partito e la confluenza immediata in Rifondazione. Di fatto, come abbiamo sottolineato nella pagine precedenti, l’elettorato italiano nel decennio analizzato si era espresso non quale voto di opinione, ma di appartenenza, caratterizzato, perciò “da una forte determinazione, scarsa esposizione alla congiuntura politica, continuità nel tempo, e da una assenza di specificità, scarsa considerazione cioè del tipo di consultazione” <108. Come si vede, anche nel periodo di maggior influsso delle teorie operaiste, l’incidenza politica di questi partiti fu marginale, se non totalmente ininfluente. Bisognerebbe notare come la portata culturale delle frange “movimentiste” non dovette esplicitarsi all’interno di una logica istituzionale, ma si mantenne viva in canali differenti, diretti e non mediati dalla politica istituzionale. O forse, dato anche i tassi di affluenza intorno al 90% dell’elettorato avente diritto, si deve notare come la paura generata da questi “movimenti” non sfociò in un voto politico, ma in una pratica Movimentista e antagonista da praticare nel quotidiano. Tali partiti della sinistra extraparlamentare, difatti, ponevano in essere una critica alle istituzioni che si esplicitava alla sua massima portata fuori delle aule parlamentari, e la loro critica ai partiti dell’arco istituzionale si aggregava unitamente attorno sia alla denuncia del compromesso storico mosso dal PCI sia attorno, ma con differenze da partito a partito, a richieste sociali: due casi su tutti, il referendum abrogativo sul divorzio del 1974 – che, come sottolineato da differenti studiosi accelerò “il processo di spostamento a sinistra” <109 o che comunque contribuì a sollecitare un processo di graduale superamento della logica degli schieramenti in atto <110 – dell’elettorato italiano – e quello sulla legge Reale del 1978. Essi, principino da una matrice libertaria, movimentista e non istituzionale, riuscirono a intercettare il consenso della sinistra antagonista (e nel caso della legge Reale, anche della destra), di contro ai partiti “storici” che si posero indefessamente in opposizione ai primi, rivendicando la propria aderenza alle volontà di unità nazionale. Fu infatti da queste rimostranze che a partire dalle elezioni del 1972 si mise in moto quel processo che portò alla nascita e alla successiva affermazione della cultura politica facente capo alla cosiddetta “autonomia operaia”, movimento non partecipante alle elezioni politiche, che riuscì a catalizzare l’attenzione soprattutto delle frange giovanili, ormai stanche della militanza nei partiti della sinistra “antagonista” e che faceva delle rivendicazioni sociali il suo fulcro d’esistenza. Al contrario, in seno ai partiti della sinistra storica, e in particolare nel PCI, si innescava un meccanismo di irrigidimento statalista reso obbligatorio dalla necessità di dimostrare ai prossimi alleati – alla DC soprattutto – la certificazione delle proprie garanzie di rispetto delle regole democratiche, ma soprattutto la capacità di controllo sulla classe operaia e sul proletariato tutto. A riguardo, in brevissimo tempo si assiste a prese di posizione e comportamenti che andavano dal patetico al paranoico, passando purtroppo spesso anche per il “repressivo”. Di mira vi erano tutti i comportamenti indisciplinati e quindi autonomi che avrebbero dovuto, nelle loro logiche, essere diligentemente dismessi in un frangente così strategicamente determinante per la presa del potere di governo. Protagonisti dell’insubordinazione erano, secondo una delle letture della situazione, i soggetti emarginati e disperati della “seconda società̀”, che viveva a carico parassitario della prima, costituita dal Movimento operaio ufficiale. Per gli autonomi, invece, quegli stessi soggetti, disoccupati, inoccupati, precari, al nero ecc. erano le diverse sfaccettature del nuovo “mostro” in gestazione, quell’“operaio sociale” che costituisce la sostanza dell’“altro movimento operaio”». Il regolamento dei conti avvenne il 17 febbraio del 1977, nel piazzale dell’Università̀ di Roma occupata dagli studenti e dal movimento. Luciano Lama, dirigente del partito comunista e segretario della Cgil, il più̀ grande e organizzato sindacato comunista d’Europa, si presentava con la potenza, facilmente interpretata come prepotenza dai giovani “antagonisti”, del suo servizio d’ordine e del suo richiamo all’ordine e alla disciplina. Nel furibondo scontro che ne seguì Lama e il suo “partito” saranno cacciati. Una spaccatura che non si ricomporrà̀ più̀. Come del resto sottolineato da Gianfranco Pasquino e Arturo Parisi, è “ipotizzabile, ma non del tutto sicuro, che il 1968 e la socializzazione sul “campo” (e nelle assemblee) ricevuta da molti giovani sia una prima ma fondamentale ragione del loro spostamento a sinistra, unitamente a una minore influenza della trasmissione di atteggiamenti e comportamenti politici ricevuta in famiglia e a un’accresciuta influenza dei rapporti fra gruppi di “pari” a scuola rispetto a quella degli insegnanti (o incerto e confusi o già politicizzati a sinistra).” <111.
[NOTE]
88 Cfr., Giacomo Masi, Le elezioni degli anni Settanta: terremoto o evoluzione?, in Continuità e mutamento elettorale in Italia. Le elezioni del 20 giugno 1976 e il sistema politico italiano, a c. di Arturo Parisi e Gianfranco Pasquino, Bologna, Il Mulino, 1977, p. 83.
89 Legge 8 marzo 1975, n. 39, articolo 14.
90 Cfr., Giacomo Masi, Le elezioni degli anni Settanta: terremoto o evoluzione?, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 78.
91 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 11.
92 Cfr., ivi, p. 45.
93 Cfr., Barbara Bartolini, Insediamento subculturale e distribuzione dei suffragi, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 144.
94 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
95 Cfr., Barbara Bartolini, Insediamento subculturale e distribuzione dei suffragi, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 63.
96 Solo a titolo d’esempio vedere il commento elettorale in prima pagina di “Lotta Continua” del 22 giugno 1976.
97 Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia Operaia, a cura di Roberto Biorcio e Matteo Pucciarelli, Milano-Udine, Mimesis, 2021.
98 Cfr., Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 31.
99 Cr., ivi, pp. 57-58.
100 Cfr., ivi, p. 64.
101 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, Relazioni partiti-elettori e tipi di voto, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 215.
102 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
103 Bettino Craxi, Il vangelo socialista, In “L’Espresso”, 27 agosto 1978, pp. 24-30.
104 Paolo Mattera, Storia del Psi (1829-1994), Carocci, Roma 2010, p. 204.
105 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
106 Dati ricavati dal sito del Ministero degli Interni.
107 Ibidem.
108 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, Relazione e partiti-elettori e tipi di voto, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 225.
109 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 19.
110 Cfr., Giacomo Masi, Le elezioni degli anni Settanta: terremoto o evoluzione?, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 81.
111 Arturo Parisi, Gianfranco Pasquino, 20 giugno: struttura politica e comportamento elettorale, in Continuità e mutamento elettorale in Italia, cit., p. 27.
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L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi
In effetti lo scontro frontale, tra mondo del lavoro, Stato e impresa, che si inaugura nel 1949, e che troverà poi una sua drammatica e ufficiale descrizione nell’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche del 1955, mette in risalto numeri impressionanti: “tra il gennaio del 1948 e il settembre del 1954 vi sono in Italia 75 operai uccisi, 5104 feriti, 148.269 arresti e 61.243 condannati in relazione ad azioni di protesta sindacale” <469. Altrettanto allarmante è la conta dei caduti e degli arresti nelle azioni di lotta condotte nelle campagne, tanto al Sud che nel Centro-Nord, “oltre 80 braccianti assassinati mentre lottavano per il lavoro, e oltre 10.000 anni di carcere per la gente delle campagne” <470. Mentre al secondo congresso della CGIL a Genova, nell’ottobre del 1949, si lanciava il Piano del lavoro, in 65 giorni venivano brutalmente colpite le lotte per l’occupazione delle terre con gli eccidi a Melissa, Torremaggiore e Montescaglioso: in questo modo il governo sembrava dire “no alla proposta del Piano e alla richiesta di «distensione» che Di Vittorio aveva avanzato” <471. Il 9 gennaio del 1950, mentre la CGIL organizzava la Conferenza economica nazionale, prevista ufficialmente per gennaio e tenutasi a fine febbraio, la polizia sparò sugli operai a Modena uccidendone sei <472. Di Vittorio, dalle pagine del “Lavoro”, disse: “L’eccidio di Modena pesa; e continuerà a pesare per lungo tempo sulla vita italiana. Se De Gasperi e Scelba credono che si tratti d’un semplice «incidente», d’un fatto di cronaca che sarà presto dimenticato, si ingannano. A Modena, il 9 gennaio dell’Anno Santo 1950, le forze di polizia, agli ordini d’un governo cattolico e d’un Ministro degli Interni cattolico, hanno massacrato sei lavoratori, sei creature umane. Il raccapriccio, per questo orrendo massacro, diviene più acuto ed implacabile, quando si pensa che non si tratta d’un fatto isolato, accidentale. L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi, sempre di lavoratori, compiuti dalle stesse forze di polizia, agli ordini dello stesso Ministro degli Interni: Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso. Il numero dei lavoratori uccisi, in soli due mesi, è salito a quattordici! È un primato, un ben triste primato – come ha osservato con alto senso umano e storico Luigi Salvatorelli ne «La Stampa» – perché ha superato tutti i precedenti della storia d’Italia e di altri paesi, se si eccettuano quelli fascisti o coloniali! Non un «incidente», quindi, ma un sistema, un metodo, una politica, che sono impersonati dal Ministro Scelba, pur essendone responsabile l’intero governo” <473.
#1949 #1950 #1952 #1954 #AlcideDeGasperi #assolutismo #braccianti #CGIL #cortei #DC #eccidi #EmilianoSchember #fredda #GiuseppeDiVittorio #governi #guerra #lavoro #LuigiSalvatorelli #manifestazioni #MarioScelba #Melissa #Modena #Montescaglioso #operai #padronale #PCI #piano #polizia #repressione #StatiUniti #Torremaggiore
Si configurava un vero e proprio attacco al mondo del lavoro finalizzato al ripristino dell’assolutismo padronale, che il protagonismo dei lavoratori nella lotta di Liberazione aveva messo in discussione, che fu sorretto da un’azione repressiva che assumeva “il carattere di una vera e propria rivincita” <474. L’azione sistematica del governo De Gasperi, richiamata da Di Vittorio, aveva le sue ragioni, non solo nella riorganizzazione dell’assetto produttivo e nella restaurazione dell’assolutismo padronale, ma anche nella necessità di rispondere alle esigenze di adesione al blocco internazionale di appartenenza e alla metamorfosi che, nel 1950, la politica americana di aiuti economici stava subendo. Il passaggio dal concetto di produttività, previsto dal Piano Marshall, a quello di rafforzamento dell’integrazione strategica del blocco occidentale, dovuto al precipitare della guerra fredda e allo scoppio della guerra “calda” in Corea, determinò un innalzamento dello scontro sociale che si concretizzò in un’accentuazione della violenza repressiva dello Stato: alle schedature, agli arresti, alle uccisioni, di lavoratori e militanti della CGIL e del PCI, si affiancò il ricatto economico a quelle aziende che non avessero avallato la politica discriminatoria anticomunista, nei termini della minaccia di esclusione dalle commesse internazionali legate alla produzione bellica <475.
Le lotte del Piano del lavoro si articolavano, su tutto il territorio nazionale, in questo contesto stretto tra le “esigenze” derivanti dalla guerra fredda e la concreta e specifica attività repressiva che si realizzava nelle singole realtà lavorative. In questo senso anche specifiche lotte, molto caratterizzate, dal punto di vista degli obiettivi, da limitati contesti territoriali o lavorativi, e che spesso venivano criticate anche dal PCI per un eccessivo “economicismo”, cioè per una loro presunta debolezza politica, finivano, invece, per avere un forte valore di difesa della democrazia <476.
[NOTE]
469 S. MISIANI, Dalla teoria della stagnazione al Piano per lo sviluppo, cit., nota n. 7, p. 289.
470 G. FABIANI, Il Piano del lavoro e le lotte per la riforma, cit., p. 112.
471 P. SANTI, Il Piano del lavoro nella politica della CGIL: 1949-1952, cit., p. 17.
472 “E poi ci furono i provvedimenti del governo De Gasperi – Scelba contro i comizi in fabbrica e contro le occupazioni degli stabilimenti, e ancora i due scioperi generali indetti dalla Cgil”, L. MUSELLA, I sindacati nel sistema politico, cit., p. 884.
473 G. DI VITTORIO, Modena e la crisi, in «Lavoro», anno III, n. 3, 15-21 gennaio 1950, ASCGIL nazionale.
474 L. VERSACE, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., p. 205.
475 “Dai concetti della produttività si passò velocemente a quelli condizionati dal conflitto in Corea e dal necessario rafforzamento dell’integrazione strategica in Europa. Non ne furono travolti i principi ma ad esso furono orientate le forniture, in maggioranza di tipo militare e dirette ad aziende privilegiate nelle quali la rappresentanza sindacale fosse anticomunista. […] Tra il 1951 e il 1955 si assiste quindi ad un innalzamento del livello dello scontro. Il Piano Demagnetize, la rete Stay Behind, le schedature di sindacalisti, operai ed esponenti della sinistra rientrano perfettamente in questa logica che viene applicata direttamente al mondo del lavoro. La repressione antioperaia che si scatena in quegli anni è quindi figlia diretta di questo clima e dell’applicazione concreta dell’attacco al PCI attraverso il sindacato attuato dagli Stati Uniti, perché costringe le imprese – se mai ce ne fosse un assoluto bisogno – a introdurre misure restrittive della libertà politica e sindacale all’interno delle fabbriche, al fine di assicurarsi o rientrare nell’applicazione delle cosiddette commesse off-shore e, quindi, agire concretamente in senso anticomunista e antioperaio”, P. IUSO, La CGIL e la guerra fredda (1947-1956), cit., p. 191.
476 “era vero che tante energie le rivolgevamo soltanto ad obiettivi quantitativi e ignoravamo che l’Abruzzo, in quel momento, non dava un sufficiente apporto alla grande lotta, più importante, che era la scelta di campo. Ma per capire come questo avvenisse, dobbiamo tener ben presente cos’era la lotta di classe allora: non era certo un fair play, ci si sparava. Dal 1° marzo ’50 al ’54 in Abruzzo noi avemmo i morti di Lentella ed i morti di Celano, ed avemmo 607 processi, 7410 processati, di cui 4197 condannati, per complessivi 396 anni, e un ergastolo. Per un terzo vennero processati per le lotte del Piano del lavoro, ma per due terzi furono processati per comizi, manifestazioni ecc. Ora, dire 7410 processati non è soltanto un problema tecnico: vuol dire che tutto l’apparato viene distolto per un’altra cosa, perché significava, in quel momento, non soltanto 4710 famiglie, ma significava il fatto politico, la risposta che bisognava dare; ed allora era evidente che l’obiettivo di lotta era democratico (fare uscire dalla galera, mobilitazione di avvocati, collegi di avvocati): era il tempo in cui il nemico imponeva un altro obiettivo dal quale tu non potevi prescindere. Quindi la debolezza del Piano del lavoro stava nel fatto che la lotta con l’avversario era così dura che imponeva quel modo di lottare”, L. DI PAOLANTONIO, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., pp. 162-3.
Emiliano Schember, La CGIL dal Piano del lavoro alla proposta di uno Statuto dei lavoratori (1949-1952), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2011-2012 -
L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi
In effetti lo scontro frontale, tra mondo del lavoro, Stato e impresa, che si inaugura nel 1949, e che troverà poi una sua drammatica e ufficiale descrizione nell’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche del 1955, mette in risalto numeri impressionanti: “tra il gennaio del 1948 e il settembre del 1954 vi sono in Italia 75 operai uccisi, 5104 feriti, 148.269 arresti e 61.243 condannati in relazione ad azioni di protesta sindacale” <469. Altrettanto allarmante è la conta dei caduti e degli arresti nelle azioni di lotta condotte nelle campagne, tanto al Sud che nel Centro-Nord, “oltre 80 braccianti assassinati mentre lottavano per il lavoro, e oltre 10.000 anni di carcere per la gente delle campagne” <470. Mentre al secondo congresso della CGIL a Genova, nell’ottobre del 1949, si lanciava il Piano del lavoro, in 65 giorni venivano brutalmente colpite le lotte per l’occupazione delle terre con gli eccidi a Melissa, Torremaggiore e Montescaglioso: in questo modo il governo sembrava dire “no alla proposta del Piano e alla richiesta di «distensione» che Di Vittorio aveva avanzato” <471. Il 9 gennaio del 1950, mentre la CGIL organizzava la Conferenza economica nazionale, prevista ufficialmente per gennaio e tenutasi a fine febbraio, la polizia sparò sugli operai a Modena uccidendone sei <472. Di Vittorio, dalle pagine del “Lavoro”, disse: “L’eccidio di Modena pesa; e continuerà a pesare per lungo tempo sulla vita italiana. Se De Gasperi e Scelba credono che si tratti d’un semplice «incidente», d’un fatto di cronaca che sarà presto dimenticato, si ingannano. A Modena, il 9 gennaio dell’Anno Santo 1950, le forze di polizia, agli ordini d’un governo cattolico e d’un Ministro degli Interni cattolico, hanno massacrato sei lavoratori, sei creature umane. Il raccapriccio, per questo orrendo massacro, diviene più acuto ed implacabile, quando si pensa che non si tratta d’un fatto isolato, accidentale. L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi, sempre di lavoratori, compiuti dalle stesse forze di polizia, agli ordini dello stesso Ministro degli Interni: Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso. Il numero dei lavoratori uccisi, in soli due mesi, è salito a quattordici! È un primato, un ben triste primato – come ha osservato con alto senso umano e storico Luigi Salvatorelli ne «La Stampa» – perché ha superato tutti i precedenti della storia d’Italia e di altri paesi, se si eccettuano quelli fascisti o coloniali! Non un «incidente», quindi, ma un sistema, un metodo, una politica, che sono impersonati dal Ministro Scelba, pur essendone responsabile l’intero governo” <473.
#1949 #1950 #1952 #1954 #AlcideDeGasperi #assolutismo #braccianti #CGIL #cortei #DC #eccidi #EmilianoSchember #fredda #GiuseppeDiVittorio #governi #guerra #lavoro #LuigiSalvatorelli #manifestazioni #MarioScelba #Melissa #Modena #Montescaglioso #operai #padronale #PCI #piano #polizia #repressione #StatiUniti #Torremaggiore
Si configurava un vero e proprio attacco al mondo del lavoro finalizzato al ripristino dell’assolutismo padronale, che il protagonismo dei lavoratori nella lotta di Liberazione aveva messo in discussione, che fu sorretto da un’azione repressiva che assumeva “il carattere di una vera e propria rivincita” <474. L’azione sistematica del governo De Gasperi, richiamata da Di Vittorio, aveva le sue ragioni, non solo nella riorganizzazione dell’assetto produttivo e nella restaurazione dell’assolutismo padronale, ma anche nella necessità di rispondere alle esigenze di adesione al blocco internazionale di appartenenza e alla metamorfosi che, nel 1950, la politica americana di aiuti economici stava subendo. Il passaggio dal concetto di produttività, previsto dal Piano Marshall, a quello di rafforzamento dell’integrazione strategica del blocco occidentale, dovuto al precipitare della guerra fredda e allo scoppio della guerra “calda” in Corea, determinò un innalzamento dello scontro sociale che si concretizzò in un’accentuazione della violenza repressiva dello Stato: alle schedature, agli arresti, alle uccisioni, di lavoratori e militanti della CGIL e del PCI, si affiancò il ricatto economico a quelle aziende che non avessero avallato la politica discriminatoria anticomunista, nei termini della minaccia di esclusione dalle commesse internazionali legate alla produzione bellica <475.
Le lotte del Piano del lavoro si articolavano, su tutto il territorio nazionale, in questo contesto stretto tra le “esigenze” derivanti dalla guerra fredda e la concreta e specifica attività repressiva che si realizzava nelle singole realtà lavorative. In questo senso anche specifiche lotte, molto caratterizzate, dal punto di vista degli obiettivi, da limitati contesti territoriali o lavorativi, e che spesso venivano criticate anche dal PCI per un eccessivo “economicismo”, cioè per una loro presunta debolezza politica, finivano, invece, per avere un forte valore di difesa della democrazia <476.
[NOTE]
469 S. MISIANI, Dalla teoria della stagnazione al Piano per lo sviluppo, cit., nota n. 7, p. 289.
470 G. FABIANI, Il Piano del lavoro e le lotte per la riforma, cit., p. 112.
471 P. SANTI, Il Piano del lavoro nella politica della CGIL: 1949-1952, cit., p. 17.
472 “E poi ci furono i provvedimenti del governo De Gasperi – Scelba contro i comizi in fabbrica e contro le occupazioni degli stabilimenti, e ancora i due scioperi generali indetti dalla Cgil”, L. MUSELLA, I sindacati nel sistema politico, cit., p. 884.
473 G. DI VITTORIO, Modena e la crisi, in «Lavoro», anno III, n. 3, 15-21 gennaio 1950, ASCGIL nazionale.
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476 “era vero che tante energie le rivolgevamo soltanto ad obiettivi quantitativi e ignoravamo che l’Abruzzo, in quel momento, non dava un sufficiente apporto alla grande lotta, più importante, che era la scelta di campo. Ma per capire come questo avvenisse, dobbiamo tener ben presente cos’era la lotta di classe allora: non era certo un fair play, ci si sparava. Dal 1° marzo ’50 al ’54 in Abruzzo noi avemmo i morti di Lentella ed i morti di Celano, ed avemmo 607 processi, 7410 processati, di cui 4197 condannati, per complessivi 396 anni, e un ergastolo. Per un terzo vennero processati per le lotte del Piano del lavoro, ma per due terzi furono processati per comizi, manifestazioni ecc. Ora, dire 7410 processati non è soltanto un problema tecnico: vuol dire che tutto l’apparato viene distolto per un’altra cosa, perché significava, in quel momento, non soltanto 4710 famiglie, ma significava il fatto politico, la risposta che bisognava dare; ed allora era evidente che l’obiettivo di lotta era democratico (fare uscire dalla galera, mobilitazione di avvocati, collegi di avvocati): era il tempo in cui il nemico imponeva un altro obiettivo dal quale tu non potevi prescindere. Quindi la debolezza del Piano del lavoro stava nel fatto che la lotta con l’avversario era così dura che imponeva quel modo di lottare”, L. DI PAOLANTONIO, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., pp. 162-3.
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Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale
Il governo “della non sfiducia” Andreotti III e il governo Andreotti IV
#1978 #AldoMoro #DC #ElenaPattaro #finanziamento #GiovanniLeone #GiulioAndreotti #governi #morte #nazionale #ordine #partiti #PCI #Presidente #PSI #pubblico #rapimento #referendum #solidarietà
In seguito alle consultazioni presidenziali, nel corso delle quali vengono sentiti i segretari e presidenti di partito (per la prima volta anche non parlamentari <248), viene formato il governo Andreotti III, un monocolore democristiano detto della “non sfiducia” o “delle astensioni”, perché votano la fiducia soltanto Dc e Sud-Tiroler Volkspartei, si oppongono Msi, Dp e Pri, mentre tutti gli altri (compreso il partito comunista) si astengono (i voti a favore alla Camera sono 258, mentre 303 sono gli astenuti; al Senato sono 136 i voti favorevoli, 69 le astensioni, 92 gli assenti) <249. Il III ministero Andreotti nasce quindi come governo dettato dallo stato di necessità, dalla confluenza di forze politiche che si collocano su posizioni programmatiche diametralmente opposte e privo di una maggioranza precostituita. Nonostante questo, permane in carica per ben 19 mesi, un arco temporale piuttosto lungo per gli standard del tempo. E’ la fine della conventio ad excludendum e l’inizio della breve epoca della solidarietà nazionale, ossia della costituzione di governi sostenuti da ampie alleanze aventi lo scopo di garantire al Paese una stabilità governativa in un periodo di forte disagio economico-sociale. Sotto questo punto di vista, il ministero di Andreotti viene assimilato al governo delle “convergenze parallele” per preparare il terreno politico all’ingresso dei socialisti al governo <250.
L’iter di formazione del governo è molto lungo (le elezioni si tengono il 20 giugno, le consultazioni iniziano il 12 luglio, mentre il voto di fiducia si svolge il 4 agosto), in quanto le forze politiche necessitano di tempo per accordarsi sul riparto delle cariche e delle poltrone in modo favorire la partecipazione di tutte le principali forze politiche (ad esempio, Amintore Fanfani diventa presidente del Senato, mentre la presidenza della Camera viene per la prima volta assegnata a un comunista, Pietro Ingrao), senza tuttavia che il partito comunista abbia strumenti per intromettersi nelle decisioni di indirizzo politico governative. Anche la scelta di Andreotti quale Presidente del Consiglio è dettata da questa necessità: egli è infatti tra i pochi che durante la crisi di governo hanno mantenuto un atteggiamento accomodante nei confronti dei socialisti. Secondo altri, peraltro, la designazione di Andreotti è volta ad alleggerire i contrasti interni alla Dc, percorsa da tre movimenti che si oppongono alle decisioni della segreteria Zaccagnini: dorotei, andreottiani e forlaniani <251.
La prevedibile crisi del governo Andreotti, nella più totale inconciliabilità delle posizioni politiche, vede il contrapporsi di due blocchi: da un lato, i comunisti chiedono la costituzione di un governo di emergenza, o, in alternativa, di un governo dalla maggioranza precostituita con la partecipazione del Pci o di un governo delle sinistre con l’appoggio esterno della Dc; dall’altro lato, la Dc, contraria a un governo con il Pci, è stretta nella morsa dei socialisti, che si dichiarano favorevoli soltanto a un governo che veda il coinvolgimento del partito comunista <252. Andreotti, reincaricato, si muove quindi nel tentativo di trovare una “soluzione intermedia tra la maggioranza di programma e il governo d’emergenza” <253.
In questa fase di difficile compromesso politico, Andreotti riesce a costituire il suo IV governo, un monocolore che il 16 marzo 1978 ottiene la fiducia con i voti favorevoli del partito comunista. Ma la fiducia a un governo monocolore è concessa soltanto a causa dell’allarme creato, proprio il giorno della votazione, dal rapimento di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, che rilancia in tutta la sua gravità il tema del terrorismo sul tavolo dello scontro politico <254.
Verso la fine della solidarietà nazionale e il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti
La morte di Moro, il cui cadavere viene ritrovato il 9 maggio 1978, scuote le fondamenta della politica nazionale non soltanto per la gravissima portata eversiva di un atto terroristico rivolto contro uno dei principali leader del partito di maggioranza relativa, ma anche perché sancisce il declino del “compromesso storico”. Moro era il principale interlocutore politico di Berlinguer e la sua morte rende impraticabile il cammino avviato. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale proviene dalle elezioni amministrative che nel maggio e giugno del 1978 si tengono in alcune province e nelle regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta. La Dc ha un grande successo, ottenendo il 42,6% dei voti, contro il 26,4% dei comunisti. Anche il Psi aumenta, accaparrandosi il 13%, mentre il Msi diminuisce ulteriormente <255. Nello stesso periodo, l’11 giugno 1978, il partito comunista subisce un’altra sconfitta in occasione della consultazione referendaria promossa dai radicali per l’abrogazione di due leggi: a) la legge Reale (152 del 1975) sull’ordine pubblico, che determina un accrescimento dei poteri delle forze dell’ordine, alla cui abrogazione sono contrari Dc, Psi, Pri e Psdi; b) la legge sul finanziamento pubblico ai partiti (195 del 1974), che vede contrarie all’abrogazione tutte le forze politiche, fatta eccezione per i promotori. In entrambi i casi i “no” all’abrogazione prevalgono sui voti favorevoli alla stessa, attenendosi quindi al volere della maggioranza dei partiti. Tuttavia, il voto contrario all’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti è solo del 56% dei votanti, che rappresenta una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale <256. E’ la denuncia di un elettorato stanco degli intrighi di palazzo e di un sistema politico la cui inefficienza si fa sempre più esasperata.
[NOTE]
48 Già nel corso della crisi del IV governo Moro viene sentito per il partito liberale il vice-segretario, non parlamentare. La sua convocazione, inizialmente negata, è ammessa, tuttavia, in quanto egli viene sentito in rappresentanza del segretario di partito – deputato – che a causa di un’indisposizione non avrebbe potuto partecipare. E’ quindi con la crisi del governo Moro che per la prima volta viene inserita a pieno titolo la consultazione di un presidente di partito (quello liberale) non più parlamentare (cfr. Appunto. Crisi di governo – Personalità consultate, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38).
249 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 36; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167.
250 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, p. 244.
251 Cfr. D. Porena, Il Governo della “non sfiducia”: le elezioni del 1976 e la formazione del governo Andreotti III, in Aa. Vv., La nascita dei governi, I Presidenti della Repubblica tra Carta costituzionale e prassi, Focus, in http://www.federalismi.it, n. 14/2013, pp. 3-7.
252 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
253 F. Bassanini, Il mandato di Andreotti, in Il Messaggero del 23 gennaio 1978, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
254 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167. Per i drammatici mesi successivi al rapimento e al ritrovamento del cadavere di Moro, cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 271 ss. Il rapimento di Moro divide le forze politiche sulla strategia da adottare. Infatti, le Brigate Rosse chiedono in riscatto la liberazione di alti esponenti del terrorismo: alcune forze politiche sono disposte al baratto per il salvataggio di Moro (c.d. “fronte della trattativa”, su cui si schierano Psi, Pli e il gruppo conservatore della Dc, guidato da Forlani), altre, invece, scelgono la via della “fermezza” non accettando di scendere a patti con i terroristi (Pci, la segreteria della Dc, guidata da Zaccagnini, il leader del Pri, Ugo La Malfa). Leone, dal canto suo, si dice disposto a firmare la grazia per i rapitori. I due diversi atteggiamenti con cui le forze politiche affrontano il problema del rapimento di Moro è rappresentativo, del resto, delle divisioni tra due fazioni politiche nel delicato periodo storico di riferimento: il “fronte della trattativa” è per lo più composto da personalità contrarie alla formula politica della “solidarietà nazionale”, mentre sul “fronte della fermezza” si schierano le forze politiche fautrici della “solidarietà nazionale” e promotrici di una strategia di rigida intransigenza nei confronti di qualsivoglia fenomeno terroristico (cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 221-222).
255 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 293-294.
256 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 295-298.
Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2015 -
Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale
Il governo “della non sfiducia” Andreotti III e il governo Andreotti IV
#1978 #AldoMoro #DC #ElenaPattaro #finanziamento #GiovanniLeone #GiulioAndreotti #governi #morte #nazionale #ordine #partiti #PCI #Presidente #PSI #pubblico #rapimento #referendum #solidarietà
In seguito alle consultazioni presidenziali, nel corso delle quali vengono sentiti i segretari e presidenti di partito (per la prima volta anche non parlamentari <248), viene formato il governo Andreotti III, un monocolore democristiano detto della “non sfiducia” o “delle astensioni”, perché votano la fiducia soltanto Dc e Sud-Tiroler Volkspartei, si oppongono Msi, Dp e Pri, mentre tutti gli altri (compreso il partito comunista) si astengono (i voti a favore alla Camera sono 258, mentre 303 sono gli astenuti; al Senato sono 136 i voti favorevoli, 69 le astensioni, 92 gli assenti) <249. Il III ministero Andreotti nasce quindi come governo dettato dallo stato di necessità, dalla confluenza di forze politiche che si collocano su posizioni programmatiche diametralmente opposte e privo di una maggioranza precostituita. Nonostante questo, permane in carica per ben 19 mesi, un arco temporale piuttosto lungo per gli standard del tempo. E’ la fine della conventio ad excludendum e l’inizio della breve epoca della solidarietà nazionale, ossia della costituzione di governi sostenuti da ampie alleanze aventi lo scopo di garantire al Paese una stabilità governativa in un periodo di forte disagio economico-sociale. Sotto questo punto di vista, il ministero di Andreotti viene assimilato al governo delle “convergenze parallele” per preparare il terreno politico all’ingresso dei socialisti al governo <250.
L’iter di formazione del governo è molto lungo (le elezioni si tengono il 20 giugno, le consultazioni iniziano il 12 luglio, mentre il voto di fiducia si svolge il 4 agosto), in quanto le forze politiche necessitano di tempo per accordarsi sul riparto delle cariche e delle poltrone in modo favorire la partecipazione di tutte le principali forze politiche (ad esempio, Amintore Fanfani diventa presidente del Senato, mentre la presidenza della Camera viene per la prima volta assegnata a un comunista, Pietro Ingrao), senza tuttavia che il partito comunista abbia strumenti per intromettersi nelle decisioni di indirizzo politico governative. Anche la scelta di Andreotti quale Presidente del Consiglio è dettata da questa necessità: egli è infatti tra i pochi che durante la crisi di governo hanno mantenuto un atteggiamento accomodante nei confronti dei socialisti. Secondo altri, peraltro, la designazione di Andreotti è volta ad alleggerire i contrasti interni alla Dc, percorsa da tre movimenti che si oppongono alle decisioni della segreteria Zaccagnini: dorotei, andreottiani e forlaniani <251.
La prevedibile crisi del governo Andreotti, nella più totale inconciliabilità delle posizioni politiche, vede il contrapporsi di due blocchi: da un lato, i comunisti chiedono la costituzione di un governo di emergenza, o, in alternativa, di un governo dalla maggioranza precostituita con la partecipazione del Pci o di un governo delle sinistre con l’appoggio esterno della Dc; dall’altro lato, la Dc, contraria a un governo con il Pci, è stretta nella morsa dei socialisti, che si dichiarano favorevoli soltanto a un governo che veda il coinvolgimento del partito comunista <252. Andreotti, reincaricato, si muove quindi nel tentativo di trovare una “soluzione intermedia tra la maggioranza di programma e il governo d’emergenza” <253.
In questa fase di difficile compromesso politico, Andreotti riesce a costituire il suo IV governo, un monocolore che il 16 marzo 1978 ottiene la fiducia con i voti favorevoli del partito comunista. Ma la fiducia a un governo monocolore è concessa soltanto a causa dell’allarme creato, proprio il giorno della votazione, dal rapimento di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, che rilancia in tutta la sua gravità il tema del terrorismo sul tavolo dello scontro politico <254.
Verso la fine della solidarietà nazionale e il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti
La morte di Moro, il cui cadavere viene ritrovato il 9 maggio 1978, scuote le fondamenta della politica nazionale non soltanto per la gravissima portata eversiva di un atto terroristico rivolto contro uno dei principali leader del partito di maggioranza relativa, ma anche perché sancisce il declino del “compromesso storico”. Moro era il principale interlocutore politico di Berlinguer e la sua morte rende impraticabile il cammino avviato. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale proviene dalle elezioni amministrative che nel maggio e giugno del 1978 si tengono in alcune province e nelle regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta. La Dc ha un grande successo, ottenendo il 42,6% dei voti, contro il 26,4% dei comunisti. Anche il Psi aumenta, accaparrandosi il 13%, mentre il Msi diminuisce ulteriormente <255. Nello stesso periodo, l’11 giugno 1978, il partito comunista subisce un’altra sconfitta in occasione della consultazione referendaria promossa dai radicali per l’abrogazione di due leggi: a) la legge Reale (152 del 1975) sull’ordine pubblico, che determina un accrescimento dei poteri delle forze dell’ordine, alla cui abrogazione sono contrari Dc, Psi, Pri e Psdi; b) la legge sul finanziamento pubblico ai partiti (195 del 1974), che vede contrarie all’abrogazione tutte le forze politiche, fatta eccezione per i promotori. In entrambi i casi i “no” all’abrogazione prevalgono sui voti favorevoli alla stessa, attenendosi quindi al volere della maggioranza dei partiti. Tuttavia, il voto contrario all’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti è solo del 56% dei votanti, che rappresenta una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale <256. E’ la denuncia di un elettorato stanco degli intrighi di palazzo e di un sistema politico la cui inefficienza si fa sempre più esasperata.
[NOTE]
48 Già nel corso della crisi del IV governo Moro viene sentito per il partito liberale il vice-segretario, non parlamentare. La sua convocazione, inizialmente negata, è ammessa, tuttavia, in quanto egli viene sentito in rappresentanza del segretario di partito – deputato – che a causa di un’indisposizione non avrebbe potuto partecipare. E’ quindi con la crisi del governo Moro che per la prima volta viene inserita a pieno titolo la consultazione di un presidente di partito (quello liberale) non più parlamentare (cfr. Appunto. Crisi di governo – Personalità consultate, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38).
249 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 36; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167.
250 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, p. 244.
251 Cfr. D. Porena, Il Governo della “non sfiducia”: le elezioni del 1976 e la formazione del governo Andreotti III, in Aa. Vv., La nascita dei governi, I Presidenti della Repubblica tra Carta costituzionale e prassi, Focus, in http://www.federalismi.it, n. 14/2013, pp. 3-7.
252 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
253 F. Bassanini, Il mandato di Andreotti, in Il Messaggero del 23 gennaio 1978, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
254 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167. Per i drammatici mesi successivi al rapimento e al ritrovamento del cadavere di Moro, cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 271 ss. Il rapimento di Moro divide le forze politiche sulla strategia da adottare. Infatti, le Brigate Rosse chiedono in riscatto la liberazione di alti esponenti del terrorismo: alcune forze politiche sono disposte al baratto per il salvataggio di Moro (c.d. “fronte della trattativa”, su cui si schierano Psi, Pli e il gruppo conservatore della Dc, guidato da Forlani), altre, invece, scelgono la via della “fermezza” non accettando di scendere a patti con i terroristi (Pci, la segreteria della Dc, guidata da Zaccagnini, il leader del Pri, Ugo La Malfa). Leone, dal canto suo, si dice disposto a firmare la grazia per i rapitori. I due diversi atteggiamenti con cui le forze politiche affrontano il problema del rapimento di Moro è rappresentativo, del resto, delle divisioni tra due fazioni politiche nel delicato periodo storico di riferimento: il “fronte della trattativa” è per lo più composto da personalità contrarie alla formula politica della “solidarietà nazionale”, mentre sul “fronte della fermezza” si schierano le forze politiche fautrici della “solidarietà nazionale” e promotrici di una strategia di rigida intransigenza nei confronti di qualsivoglia fenomeno terroristico (cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 221-222).
255 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 293-294.
256 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 295-298.
Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2015 -
Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale
Il governo “della non sfiducia” Andreotti III e il governo Andreotti IV
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In seguito alle consultazioni presidenziali, nel corso delle quali vengono sentiti i segretari e presidenti di partito (per la prima volta anche non parlamentari <248), viene formato il governo Andreotti III, un monocolore democristiano detto della “non sfiducia” o “delle astensioni”, perché votano la fiducia soltanto Dc e Sud-Tiroler Volkspartei, si oppongono Msi, Dp e Pri, mentre tutti gli altri (compreso il partito comunista) si astengono (i voti a favore alla Camera sono 258, mentre 303 sono gli astenuti; al Senato sono 136 i voti favorevoli, 69 le astensioni, 92 gli assenti) <249. Il III ministero Andreotti nasce quindi come governo dettato dallo stato di necessità, dalla confluenza di forze politiche che si collocano su posizioni programmatiche diametralmente opposte e privo di una maggioranza precostituita. Nonostante questo, permane in carica per ben 19 mesi, un arco temporale piuttosto lungo per gli standard del tempo. E’ la fine della conventio ad excludendum e l’inizio della breve epoca della solidarietà nazionale, ossia della costituzione di governi sostenuti da ampie alleanze aventi lo scopo di garantire al Paese una stabilità governativa in un periodo di forte disagio economico-sociale. Sotto questo punto di vista, il ministero di Andreotti viene assimilato al governo delle “convergenze parallele” per preparare il terreno politico all’ingresso dei socialisti al governo <250.
L’iter di formazione del governo è molto lungo (le elezioni si tengono il 20 giugno, le consultazioni iniziano il 12 luglio, mentre il voto di fiducia si svolge il 4 agosto), in quanto le forze politiche necessitano di tempo per accordarsi sul riparto delle cariche e delle poltrone in modo favorire la partecipazione di tutte le principali forze politiche (ad esempio, Amintore Fanfani diventa presidente del Senato, mentre la presidenza della Camera viene per la prima volta assegnata a un comunista, Pietro Ingrao), senza tuttavia che il partito comunista abbia strumenti per intromettersi nelle decisioni di indirizzo politico governative. Anche la scelta di Andreotti quale Presidente del Consiglio è dettata da questa necessità: egli è infatti tra i pochi che durante la crisi di governo hanno mantenuto un atteggiamento accomodante nei confronti dei socialisti. Secondo altri, peraltro, la designazione di Andreotti è volta ad alleggerire i contrasti interni alla Dc, percorsa da tre movimenti che si oppongono alle decisioni della segreteria Zaccagnini: dorotei, andreottiani e forlaniani <251.
La prevedibile crisi del governo Andreotti, nella più totale inconciliabilità delle posizioni politiche, vede il contrapporsi di due blocchi: da un lato, i comunisti chiedono la costituzione di un governo di emergenza, o, in alternativa, di un governo dalla maggioranza precostituita con la partecipazione del Pci o di un governo delle sinistre con l’appoggio esterno della Dc; dall’altro lato, la Dc, contraria a un governo con il Pci, è stretta nella morsa dei socialisti, che si dichiarano favorevoli soltanto a un governo che veda il coinvolgimento del partito comunista <252. Andreotti, reincaricato, si muove quindi nel tentativo di trovare una “soluzione intermedia tra la maggioranza di programma e il governo d’emergenza” <253.
In questa fase di difficile compromesso politico, Andreotti riesce a costituire il suo IV governo, un monocolore che il 16 marzo 1978 ottiene la fiducia con i voti favorevoli del partito comunista. Ma la fiducia a un governo monocolore è concessa soltanto a causa dell’allarme creato, proprio il giorno della votazione, dal rapimento di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, che rilancia in tutta la sua gravità il tema del terrorismo sul tavolo dello scontro politico <254.
Verso la fine della solidarietà nazionale e il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti
La morte di Moro, il cui cadavere viene ritrovato il 9 maggio 1978, scuote le fondamenta della politica nazionale non soltanto per la gravissima portata eversiva di un atto terroristico rivolto contro uno dei principali leader del partito di maggioranza relativa, ma anche perché sancisce il declino del “compromesso storico”. Moro era il principale interlocutore politico di Berlinguer e la sua morte rende impraticabile il cammino avviato. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale proviene dalle elezioni amministrative che nel maggio e giugno del 1978 si tengono in alcune province e nelle regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta. La Dc ha un grande successo, ottenendo il 42,6% dei voti, contro il 26,4% dei comunisti. Anche il Psi aumenta, accaparrandosi il 13%, mentre il Msi diminuisce ulteriormente <255. Nello stesso periodo, l’11 giugno 1978, il partito comunista subisce un’altra sconfitta in occasione della consultazione referendaria promossa dai radicali per l’abrogazione di due leggi: a) la legge Reale (152 del 1975) sull’ordine pubblico, che determina un accrescimento dei poteri delle forze dell’ordine, alla cui abrogazione sono contrari Dc, Psi, Pri e Psdi; b) la legge sul finanziamento pubblico ai partiti (195 del 1974), che vede contrarie all’abrogazione tutte le forze politiche, fatta eccezione per i promotori. In entrambi i casi i “no” all’abrogazione prevalgono sui voti favorevoli alla stessa, attenendosi quindi al volere della maggioranza dei partiti. Tuttavia, il voto contrario all’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti è solo del 56% dei votanti, che rappresenta una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale <256. E’ la denuncia di un elettorato stanco degli intrighi di palazzo e di un sistema politico la cui inefficienza si fa sempre più esasperata.
[NOTE]
48 Già nel corso della crisi del IV governo Moro viene sentito per il partito liberale il vice-segretario, non parlamentare. La sua convocazione, inizialmente negata, è ammessa, tuttavia, in quanto egli viene sentito in rappresentanza del segretario di partito – deputato – che a causa di un’indisposizione non avrebbe potuto partecipare. E’ quindi con la crisi del governo Moro che per la prima volta viene inserita a pieno titolo la consultazione di un presidente di partito (quello liberale) non più parlamentare (cfr. Appunto. Crisi di governo – Personalità consultate, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38).
249 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 36; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167.
250 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, p. 244.
251 Cfr. D. Porena, Il Governo della “non sfiducia”: le elezioni del 1976 e la formazione del governo Andreotti III, in Aa. Vv., La nascita dei governi, I Presidenti della Repubblica tra Carta costituzionale e prassi, Focus, in http://www.federalismi.it, n. 14/2013, pp. 3-7.
252 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
253 F. Bassanini, Il mandato di Andreotti, in Il Messaggero del 23 gennaio 1978, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
254 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167. Per i drammatici mesi successivi al rapimento e al ritrovamento del cadavere di Moro, cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 271 ss. Il rapimento di Moro divide le forze politiche sulla strategia da adottare. Infatti, le Brigate Rosse chiedono in riscatto la liberazione di alti esponenti del terrorismo: alcune forze politiche sono disposte al baratto per il salvataggio di Moro (c.d. “fronte della trattativa”, su cui si schierano Psi, Pli e il gruppo conservatore della Dc, guidato da Forlani), altre, invece, scelgono la via della “fermezza” non accettando di scendere a patti con i terroristi (Pci, la segreteria della Dc, guidata da Zaccagnini, il leader del Pri, Ugo La Malfa). Leone, dal canto suo, si dice disposto a firmare la grazia per i rapitori. I due diversi atteggiamenti con cui le forze politiche affrontano il problema del rapimento di Moro è rappresentativo, del resto, delle divisioni tra due fazioni politiche nel delicato periodo storico di riferimento: il “fronte della trattativa” è per lo più composto da personalità contrarie alla formula politica della “solidarietà nazionale”, mentre sul “fronte della fermezza” si schierano le forze politiche fautrici della “solidarietà nazionale” e promotrici di una strategia di rigida intransigenza nei confronti di qualsivoglia fenomeno terroristico (cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 221-222).
255 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 293-294.
256 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 295-298.
Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2015 -
Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale
Il governo “della non sfiducia” Andreotti III e il governo Andreotti IV
#1978 #AldoMoro #DC #ElenaPattaro #finanziamento #GiovanniLeone #GiulioAndreotti #governi #morte #nazionale #ordine #partiti #PCI #Presidente #PSI #pubblico #rapimento #referendum #solidarietà
In seguito alle consultazioni presidenziali, nel corso delle quali vengono sentiti i segretari e presidenti di partito (per la prima volta anche non parlamentari <248), viene formato il governo Andreotti III, un monocolore democristiano detto della “non sfiducia” o “delle astensioni”, perché votano la fiducia soltanto Dc e Sud-Tiroler Volkspartei, si oppongono Msi, Dp e Pri, mentre tutti gli altri (compreso il partito comunista) si astengono (i voti a favore alla Camera sono 258, mentre 303 sono gli astenuti; al Senato sono 136 i voti favorevoli, 69 le astensioni, 92 gli assenti) <249. Il III ministero Andreotti nasce quindi come governo dettato dallo stato di necessità, dalla confluenza di forze politiche che si collocano su posizioni programmatiche diametralmente opposte e privo di una maggioranza precostituita. Nonostante questo, permane in carica per ben 19 mesi, un arco temporale piuttosto lungo per gli standard del tempo. E’ la fine della conventio ad excludendum e l’inizio della breve epoca della solidarietà nazionale, ossia della costituzione di governi sostenuti da ampie alleanze aventi lo scopo di garantire al Paese una stabilità governativa in un periodo di forte disagio economico-sociale. Sotto questo punto di vista, il ministero di Andreotti viene assimilato al governo delle “convergenze parallele” per preparare il terreno politico all’ingresso dei socialisti al governo <250.
L’iter di formazione del governo è molto lungo (le elezioni si tengono il 20 giugno, le consultazioni iniziano il 12 luglio, mentre il voto di fiducia si svolge il 4 agosto), in quanto le forze politiche necessitano di tempo per accordarsi sul riparto delle cariche e delle poltrone in modo favorire la partecipazione di tutte le principali forze politiche (ad esempio, Amintore Fanfani diventa presidente del Senato, mentre la presidenza della Camera viene per la prima volta assegnata a un comunista, Pietro Ingrao), senza tuttavia che il partito comunista abbia strumenti per intromettersi nelle decisioni di indirizzo politico governative. Anche la scelta di Andreotti quale Presidente del Consiglio è dettata da questa necessità: egli è infatti tra i pochi che durante la crisi di governo hanno mantenuto un atteggiamento accomodante nei confronti dei socialisti. Secondo altri, peraltro, la designazione di Andreotti è volta ad alleggerire i contrasti interni alla Dc, percorsa da tre movimenti che si oppongono alle decisioni della segreteria Zaccagnini: dorotei, andreottiani e forlaniani <251.
La prevedibile crisi del governo Andreotti, nella più totale inconciliabilità delle posizioni politiche, vede il contrapporsi di due blocchi: da un lato, i comunisti chiedono la costituzione di un governo di emergenza, o, in alternativa, di un governo dalla maggioranza precostituita con la partecipazione del Pci o di un governo delle sinistre con l’appoggio esterno della Dc; dall’altro lato, la Dc, contraria a un governo con il Pci, è stretta nella morsa dei socialisti, che si dichiarano favorevoli soltanto a un governo che veda il coinvolgimento del partito comunista <252. Andreotti, reincaricato, si muove quindi nel tentativo di trovare una “soluzione intermedia tra la maggioranza di programma e il governo d’emergenza” <253.
In questa fase di difficile compromesso politico, Andreotti riesce a costituire il suo IV governo, un monocolore che il 16 marzo 1978 ottiene la fiducia con i voti favorevoli del partito comunista. Ma la fiducia a un governo monocolore è concessa soltanto a causa dell’allarme creato, proprio il giorno della votazione, dal rapimento di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, che rilancia in tutta la sua gravità il tema del terrorismo sul tavolo dello scontro politico <254.
Verso la fine della solidarietà nazionale e il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti
La morte di Moro, il cui cadavere viene ritrovato il 9 maggio 1978, scuote le fondamenta della politica nazionale non soltanto per la gravissima portata eversiva di un atto terroristico rivolto contro uno dei principali leader del partito di maggioranza relativa, ma anche perché sancisce il declino del “compromesso storico”. Moro era il principale interlocutore politico di Berlinguer e la sua morte rende impraticabile il cammino avviato. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale proviene dalle elezioni amministrative che nel maggio e giugno del 1978 si tengono in alcune province e nelle regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta. La Dc ha un grande successo, ottenendo il 42,6% dei voti, contro il 26,4% dei comunisti. Anche il Psi aumenta, accaparrandosi il 13%, mentre il Msi diminuisce ulteriormente <255. Nello stesso periodo, l’11 giugno 1978, il partito comunista subisce un’altra sconfitta in occasione della consultazione referendaria promossa dai radicali per l’abrogazione di due leggi: a) la legge Reale (152 del 1975) sull’ordine pubblico, che determina un accrescimento dei poteri delle forze dell’ordine, alla cui abrogazione sono contrari Dc, Psi, Pri e Psdi; b) la legge sul finanziamento pubblico ai partiti (195 del 1974), che vede contrarie all’abrogazione tutte le forze politiche, fatta eccezione per i promotori. In entrambi i casi i “no” all’abrogazione prevalgono sui voti favorevoli alla stessa, attenendosi quindi al volere della maggioranza dei partiti. Tuttavia, il voto contrario all’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti è solo del 56% dei votanti, che rappresenta una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale <256. E’ la denuncia di un elettorato stanco degli intrighi di palazzo e di un sistema politico la cui inefficienza si fa sempre più esasperata.
[NOTE]
48 Già nel corso della crisi del IV governo Moro viene sentito per il partito liberale il vice-segretario, non parlamentare. La sua convocazione, inizialmente negata, è ammessa, tuttavia, in quanto egli viene sentito in rappresentanza del segretario di partito – deputato – che a causa di un’indisposizione non avrebbe potuto partecipare. E’ quindi con la crisi del governo Moro che per la prima volta viene inserita a pieno titolo la consultazione di un presidente di partito (quello liberale) non più parlamentare (cfr. Appunto. Crisi di governo – Personalità consultate, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38).
249 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 36; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167.
250 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, p. 244.
251 Cfr. D. Porena, Il Governo della “non sfiducia”: le elezioni del 1976 e la formazione del governo Andreotti III, in Aa. Vv., La nascita dei governi, I Presidenti della Repubblica tra Carta costituzionale e prassi, Focus, in http://www.federalismi.it, n. 14/2013, pp. 3-7.
252 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
253 F. Bassanini, Il mandato di Andreotti, in Il Messaggero del 23 gennaio 1978, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
254 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167. Per i drammatici mesi successivi al rapimento e al ritrovamento del cadavere di Moro, cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 271 ss. Il rapimento di Moro divide le forze politiche sulla strategia da adottare. Infatti, le Brigate Rosse chiedono in riscatto la liberazione di alti esponenti del terrorismo: alcune forze politiche sono disposte al baratto per il salvataggio di Moro (c.d. “fronte della trattativa”, su cui si schierano Psi, Pli e il gruppo conservatore della Dc, guidato da Forlani), altre, invece, scelgono la via della “fermezza” non accettando di scendere a patti con i terroristi (Pci, la segreteria della Dc, guidata da Zaccagnini, il leader del Pri, Ugo La Malfa). Leone, dal canto suo, si dice disposto a firmare la grazia per i rapitori. I due diversi atteggiamenti con cui le forze politiche affrontano il problema del rapimento di Moro è rappresentativo, del resto, delle divisioni tra due fazioni politiche nel delicato periodo storico di riferimento: il “fronte della trattativa” è per lo più composto da personalità contrarie alla formula politica della “solidarietà nazionale”, mentre sul “fronte della fermezza” si schierano le forze politiche fautrici della “solidarietà nazionale” e promotrici di una strategia di rigida intransigenza nei confronti di qualsivoglia fenomeno terroristico (cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 221-222).
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La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale
La storia de «L’Ora» non si concluse con la partenza di Nisticò, il quale peraltro nel ’79 venne eletto presidente della cooperativa di giornalisti subentrata al Pci come proprietaria della testata. In sede conclusiva sembra opportuno dare conto per sommi capi di ciò che accadde negli anni successivi (che nondimeno meriterebbero un approfondimento specifico). Etrio Fidora successe a Nisticò come direttore alla fine del ‘75, accompagnando la fallimentare esperienza di una edizione del mattino (resa necessaria dalla crisi generale della stampa pomeridiana). Iniziò allora l’epoca del declino, con il Pci sempre meno disposto a fornire finanziamenti e l’allontanamento di molti professionisti storici dal giornale. Alla guida de «L’Ora» seguirono Alfonso Madeo (1978-79), Nino Cattedra (1978-84), Bruno Carbone (1984-89), ultimo direttore designato dalla cooperativa presieduta da Nisticò. Avvenne quindi che la gestione editoriale passasse alla Nuova editrice meridionale, che si procedesse alla ristrutturazione della sede, con l’acquisto di nuovi macchinari, e che il Pci rivendicasse il controllo della testata. La direzione toccò a un certo punto ad Alfonso Calasciura, ma intanto le tensioni interne al partito iniziarono a riflettersi pesantemente sulla redazione, provocando smottamenti e contrasti. Un ultimo tentativo di portare il giornale agli antichi fasti si ebbe nel 1991, con la direzione di Vincenzo Vasile, già “biondino” a «L’Ora» nei primi anni Settanta e in seguito giornalista de «L’Unità», e la vicedirezione di Franco Nicastro. Con al timone due esponenti della scuola di Nisticò il quotidiano sembrò riprendersi, raddoppiando la tiratura, rilanciando la sua storica vocazione al giornalismo d’inchiesta e alle campagne corrosive, quando venne chiuso definitivamente l’8 maggio 1992, a due settimane dall’eccidio di Capaci. Fu così che l’antico quotidiano dei Florio terminò per sempre la sua lunga e complessa esistenza <625.
#1954 #1970 #1975 #1984 #1992 #2019 #AlfonsoCalasciura #antimafia #CiroDovizio #commissione #controInformazione #cooperativa #CosaNostra #coscienza #direttore #EtrioFidora #giornale #investigativo #LOra #mafia #missione #Palermo #PCI #sicilianismo #sinistra #stampa #VittorioNisticò
Giornalismo politico, giornalismo civile
Nell’autunno del 2019 – come accennato all’inizio di questo lavoro – gli ex giornalisti de «L’Ora» hanno celebrato con alcune iniziative (tutte patrocinate dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando) il decennale dalla morte di Vittorio Nisticò (come anche il centenario dalla nascita), mostrando così riconoscenza verso l’antico direttore e maestro, nonché un forte senso di appartenenza alla comunità intellettuale in cui professionalmente e politicamente si formarono: una comunità – si direbbe dalla pagina Facebook creata per l’occasione – ancora viva e combattiva <626. È interessante notare come nei loro racconti, apparsi sul web e in un volume di recente pubblicazione <627, definiscano la storica battaglia del giornale contro la mafia – il tratto più caratteristico de «L’Ora» di Nisticò e che in questo lavoro si è tentato di ricostruire – come una battaglia insieme civile e politica, con una qualche prevalenza del primo termine sul secondo: un po’ all’opposto di quanto avveniva in passato, quando l’enfasi “civile” si affacciava per lo più in occasione di eventi drammatici (come l’eccidio di Ciaculli o l’assassinio di Scaglione) mentre predominante era la dimensione politica dello scontro in corso. D’altro canto, “Romanzo civile” s’intitola il pregevole libro postumo di Giuliana Saladino, firma tra le più autorevoli e rappresentative del giornale palermitano. L’opera ripercorre con intelligenza e disincanto la vicenda storica della sinistra siciliana, partendo dall’epopea contadina per arrivare all’inizio degli anni Ottanta, restituendo passioni, aspettative e angosce di una generazione di militanti <628. L’impressione è che lo slittamento di prospettiva – e di lessico – risalga proprio al periodo in cui la giornalista scrisse il romanzo, il 1983, quando l’offensiva della mafia contro lo Stato e il sistema politico assunse proporzioni senza precedenti. Tra il 1979 e il 1983 furono infatti assassinati uno dopo l’altro il vicequestore Boris Giuliano (1979), il magistrato Cesare Terranova (1979), il presidente della Regione Piersanti Mattarella (1980), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (1980), il procuratore Gaetano Costa (1980), il segretario del Pci Pio La Torre (1982), il generale Carlo Alberto dalla Chiesa (1982), il giudice Rocco Chinnici (1983). Così la Saladino commentò la tragica sequenza di eventi di quegli anni: “Capisco. Nel 1983 capisco che non esiste città o cittadina o villaggio d’Europa che possa vantare – senza golpe, senza eserciti in armi, né assedio e irruzione entro le mura – l’intero establishment
politico burocratico militarpoliziesco massacrato: capo della procura, vicequestore, capo dell’opposizione, capo della regione, medico legale, generale prefetto. In quest’era nostra forse è accaduto – ma non è detto – in qualche villaggio georgiano sotto Stalin, forse accade – non sappiamo con precisione – in qualche Macondo dell’America centrale o meridionale, forse, supponiamo, in qualche insediamento del centro dell’Africa. In Europa, nazismo eccettuato, non accade, credo, da oltre due secoli”. <629 L’escalation diede luogo a una prima, grande mobilitazione civile, segnata da iniziative di piazza, dal decisivo contributo dell’associazionismo e del mondo della scuola, dunque non riconducibile come in passato (si pensi alle lotte contadine) a uno specifico fronte politico <630. Accadde insomma che l’istanza antimafia diventasse – da tema tipico delle sinistre e segnatamente del Pci – risorsa “diffusa”, con qualche cedimento all’antipolitica motivato dal progressivo discredito dei partiti, per tornare a giocare un ruolo “politico” soprattutto nella fase di transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica <631; che la “società civile” venisse assunta a serbatoio sano di una politica inesorabilmente corrotta. Non sorprende allora che alcuni giornalisti formatisi con Nisticò tendano a rileggere quel loro passato (e la stessa esperienza degli “anni ruggenti”) alla luce degli eventi e della sensibilità successivi <632. La battaglia storica de «L’Ora», in realtà, si svolse in assenza dell’opposizione politico/civile, anche perché i protagonisti della stagione di Nisticò credevano che gli obiettivi di qualunque battaglia civile fossero raggiungibili soltanto attraverso la lotta politica. Come ha scritto Vincenzo Vasile: “Fatto sta che «L’Ora» di Nisticò è frutto e insieme simbolo di un periodo abbastanza lungo, ma circoscritto e ormai chiuso, che in Sicilia vede l’identificazione quasi piena del movimento antimafia con il movimento contadino e popolare che fa capo al Pci e alla sinistra […] Superata la metà degli anni Settanta, e soprattutto dopo la campagna di delitti politici e le stragi, il movimento antimafia risorgerà e crescerà invece – come si dice – dal basso, segnato da sempre minori caratterizzazioni politiche, partitiche, o addirittura ideologiche. L’Ora di Nisticò invece è antimafiosa, perché in quegli anni eroici è di sinistra apertamente e dichiaratamente, e l’antimafia è di sinistra <633.
Un’esperienza peculiare
Si può a questo punto delineare un sintetico prospetto delle peculiarità de «L’Ora» sotto la direzione di Vittorio Nisticò, con particolare riferimento al ruolo da esso giocato nell’approntamento di conoscenze sul fenomeno mafioso e nella formazione di una moderna coscienza antimafia: si intende così dare conto della funzione storica svolta dal giornale nel campo della questione mafiosa.
Continuità della linea politica. Il giornale si mosse lungo tutto il ventennio di Nisticò secondo le direttive del Pci siciliano, aventi come obiettivi fondamentali la rottura dell’isolamento e l’interlocuzione con le forze politiche, sociali e culturali tese al progresso democratico ed economico della Sicilia. In ciò consisté il sicilianismo della testata, il quale andò collocandosi in perfetta continuità con la formulazione datane da Togliatti nel secondo dopoguerra e che, mutatis mutandis, rimase pressoché identico sia al tempo del milazzismo – non a caso convintamente sostenuto dal quotidiano – sia negli anni Settanta, all’epoca del “patto autonomistico” con la Dc e delle larghe intese. Nelle
pagine precedenti si è tentato di registrare le contraddizioni cui tale politica espose i comunisti e (in via indiretta) anche il giornale: in entrambe le stagioni storiche citate, infatti, la retorica sicilianista fece sì che l’autonomismo diventasse sinonimo di progressismo e che il Pci abbassasse la propria capacità di contrasto delle degenerazioni politiche regionali.
Autonomia editoriale. La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale. Ciò permise al giornalista calabrese di radunare un collettivo di giornalisti-intellettuali di estrazione composita: in esso prevalsero, com’era naturale che fosse, le figure politicamente riconducibili al Blocco del popolo (Pci e Psi) e alle lotte contadine del dopoguerra (il mito fondativo della sinistra siciliana e anche de «L’Ora»), esperienza che assicurò al quotidiano uno staff dirigente di eccezionale livello culturale. Aspetto costitutivo del giornalismo de «L’Ora», però, fu anche l’apertura verso aree politiche diverse, tanto che al suo interno poterono trovarsi comunisti, socialisti, democristiani e persino ex fascisti come De Mauro. Lo stesso criterio di selezione venne adottato sul fronte dei collaboratori esterni, dove spiccarono giornalisti e uomini di cultura non inquadrabili in alcun partito (si pensi a Sciascia, a Dolci, a Chilanti e in parte a Pantaleone). Dal punto di vista della conoscenza della mafia, la predilezione di Nisticò per i professionisti irregolari ebbe un effetto positivo, in quanto dal loro posizionamento politico dipesero (spesso fortemente) le rispettive interpretazioni della realtà mafiosa. L’eterogeneità delle prospettive d’osservazione, insomma, fece in modo che l’ottica del giornale non si appiattisse su quella del suo editore.
Giornalismo investigativo. Altro aspetto peculiare del giornale palermitano fu quello di essere particolarmente votato alle indagini sul campo, alle inchieste, condotte attraverso complessi (e talora rischiosi) sistemi di ricognizione delle notizie. In un contesto caratterizzato da gravi e organici rapporti della mafia con le istituzioni pubbliche e con alcuni partiti (a cominciare dalla Democrazia cristiana), nonché dalla tolleranza delle agenzie di contrasto, la denuncia della mafia e delle complicità politiche restò a lungo appannaggio delle sinistre e in particolare del Pci. Merito de «L’Ora» fu dunque quello di innescare un potente flusso di contro-opinione (o contro-informazione), teso a sgomberare il terreno dalla convinzione – fatta propria da numerosi esponenti dei partiti di governo, da avvocati e intellettuali – che la mafia non esistesse o che corrispondesse a un comportamento, a un modo di regolare le relazioni sociali tipico dei siciliani e non a un’organizzazione formalizzata, gerarchicamente articolata in Famiglie e regolata al suo interno da codici normativi e meccanismi sanzionatori. Per il reperimento delle informazioni il giornale si servì, a seconda delle circostanze, delle strutture territoriali dei partiti di sinistra, e nello specifico del Pci, nonché delle sue organizzazioni collaterali (a partire dalla Cgil), ma anche di singoli esponenti delle forze dell’ordine, talora di mafiosi stessi. Il risultato fu che «L’Ora» indagasse non a rimorchio dei reparti investigativi, ma, per lo più, in autonomia, “supplendo” alle carenze degli organi ufficiali e non di rado pagandone le spese. Questa sensibilità, dunque, portò spesso il giornale a introdursi nel “sottomondo” mafioso, a portare alla luce testimonianze dal di dentro, con l’effetto di svelare al pubblico (e per la prima volta in Italia) il carattere strutturato della mafia siciliana. Nonostante qualche cedimento al fascino mitografico del fenomeno (penso a certe ricostruzioni di Pantaleone o ad altre di Farinella o Chilanti) il suo sforzo investigativo rimase d’importanza cruciale per l’avanzamento delle cognizioni sul tema e, a distanza di tanti anni, resta probabilmente il migliore (almeno fino alle deposizioni di Buscetta).
Il ruolo di cerniera tra vecchia e nuova antimafia. «L’Ora» rappresentò il passaggio – e in ciò sta forse la sua funzione più importante – tra due concezioni diverse di lotta alla mafia. La prima, risalente al movimento contadino, si fondava sulla lotta al latifondo e inquadrava la battaglia antimafia in una più vasta contestazione dell’intreccio di poteri sociali (i proprietari terrieri e la mafia) e istituzionali (i partiti di destra, le forze dell’ordine e della magistratura). Questo tipo di antimafia aveva come motivi caratteristici, da un lato, la subordinazione della questione mafiosa alle lotte di massa, intese come mezzo di superamento degli equilibri sociali tradizionali e, dall’altro, l’ostilità nei confronti delle agenzie investigative (della polizia, dei carabinieri), percepite come antagonisti fondamentali, come il nemico. L’attività di denuncia e di sensibilizzazione portata avanti da «L’Ora» venne invece a
incrociarsi con la nascita della Commissione antimafia: si determinò così una circolarità di sollecitazioni tra opinione pubblica, forze politiche e istituzioni che, rispetto al passato, rappresentava indubbiamente un’innovazione. Si era, insomma, alle origini dell’antimafia per come generalmente la si intende oggi, ossia come sostegno alle forze della repressione. Tale circolarità, espressasi soprattutto a livello informativo (nello scambio di materiali, notizie, documenti tra gli apparati di sicurezza, l’Antimafia e il giornale) ebbe l’effetto, oltre che di far progredire le cognizioni sul tema, di saldare «L’Ora» al giornalismo nazionale: avvenne cioè che progressivamente i maggiori quotidiani del paese considerassero il quotidiano palermitano un’affidabile opinion maker, appoggiandosi su di esso per avere informazioni sulla mafia. Fu così che il piccolo giornale palermitano riuscì a ritagliarsi un ruolo ben superiore ai suoi mezzi, un ruolo di conoscenza, di lotta e di responsabilità politica e civile.
La scuola di giornalismo. Un ultimo elemento da sottolineare – e che consente di tracciare un filo tra passato e presente – riguarda la funzione di scuola di giornalismo svolta da «L’Ora» verso numerosi cronisti tuttora operativi. Indubbiamente il giornale palermitano rappresentò una palestra dura e formativa per diverse ragioni: il contesto “difficile” e di frontiera nel quale i cronisti operarono, segnato dall’ostilità di buona parte delle istituzioni e dei partiti; il giornalismo tecnicamente rigoroso richiesto da Nisticò (il quale chiedeva spasmodicamente riscontri, controllo delle fonti, correttezza linguistica); il piglio militante che i cronisti più anziani ed esperti trasmisero alle generazioni più giovani; il senso di missione che pervadeva la redazione. Tutti questi aspetti concorsero a formare giornalisti capaci di lavorare in ogni situazione, di portare all’esterno, in altri quotidiani, un giornalismo battagliero e coraggioso, preciso, colto, documentato, politicamente schierato, intellettualmente pregevole.
[NOTE]
625 R. S. Rossi, Era L’Ora, cit., p. 254.
626 Cfr. la pagina Facebook L’Ora, edizione straordinaria, gestita dal cronista di «Repubblica» Roberto Leone (ex de «L’Ora»): https://www.facebook.com/leone4040/.
627 Aa. Vv., L’Ora, edizione straordinaria, cit.
628 G. Saladino, Romanzo civile, cit.
629 Ivi, p. 142.
630 U. Santino, Storia del movimento antimafia, cit.
631 A. Blando, L’antimafia come risorsa politica, cit.. Su questa linea si colloca in parte l’esperienza della Rete, ricostruita in D. Saresella, Tra politica e antipolitica: la nuova «società civile» e il movimento della Rete (1985-1994), Le Monnier, Firenze 2016.
632 Sulla dimensione fortemente politica del giornalismo di Nisticò insiste nei suoi vari interventi Franco Nicastro.
633 Vasile, Ma gli altri no, cit., p. 192.
Ciro Dovizio, Scrivere di mafia. «L’Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019 -
La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale
La storia de «L’Ora» non si concluse con la partenza di Nisticò, il quale peraltro nel ’79 venne eletto presidente della cooperativa di giornalisti subentrata al Pci come proprietaria della testata. In sede conclusiva sembra opportuno dare conto per sommi capi di ciò che accadde negli anni successivi (che nondimeno meriterebbero un approfondimento specifico). Etrio Fidora successe a Nisticò come direttore alla fine del ‘75, accompagnando la fallimentare esperienza di una edizione del mattino (resa necessaria dalla crisi generale della stampa pomeridiana). Iniziò allora l’epoca del declino, con il Pci sempre meno disposto a fornire finanziamenti e l’allontanamento di molti professionisti storici dal giornale. Alla guida de «L’Ora» seguirono Alfonso Madeo (1978-79), Nino Cattedra (1978-84), Bruno Carbone (1984-89), ultimo direttore designato dalla cooperativa presieduta da Nisticò. Avvenne quindi che la gestione editoriale passasse alla Nuova editrice meridionale, che si procedesse alla ristrutturazione della sede, con l’acquisto di nuovi macchinari, e che il Pci rivendicasse il controllo della testata. La direzione toccò a un certo punto ad Alfonso Calasciura, ma intanto le tensioni interne al partito iniziarono a riflettersi pesantemente sulla redazione, provocando smottamenti e contrasti. Un ultimo tentativo di portare il giornale agli antichi fasti si ebbe nel 1991, con la direzione di Vincenzo Vasile, già “biondino” a «L’Ora» nei primi anni Settanta e in seguito giornalista de «L’Unità», e la vicedirezione di Franco Nicastro. Con al timone due esponenti della scuola di Nisticò il quotidiano sembrò riprendersi, raddoppiando la tiratura, rilanciando la sua storica vocazione al giornalismo d’inchiesta e alle campagne corrosive, quando venne chiuso definitivamente l’8 maggio 1992, a due settimane dall’eccidio di Capaci. Fu così che l’antico quotidiano dei Florio terminò per sempre la sua lunga e complessa esistenza <625.
#1954 #1970 #1975 #1984 #1992 #2019 #AlfonsoCalasciura #antimafia #CiroDovizio #commissione #controInformazione #cooperativa #CosaNostra #coscienza #direttore #EtrioFidora #giornale #investigativo #LOra #mafia #missione #Palermo #PCI #sicilianismo #sinistra #stampa #VittorioNisticò
Giornalismo politico, giornalismo civile
Nell’autunno del 2019 – come accennato all’inizio di questo lavoro – gli ex giornalisti de «L’Ora» hanno celebrato con alcune iniziative (tutte patrocinate dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando) il decennale dalla morte di Vittorio Nisticò (come anche il centenario dalla nascita), mostrando così riconoscenza verso l’antico direttore e maestro, nonché un forte senso di appartenenza alla comunità intellettuale in cui professionalmente e politicamente si formarono: una comunità – si direbbe dalla pagina Facebook creata per l’occasione – ancora viva e combattiva <626. È interessante notare come nei loro racconti, apparsi sul web e in un volume di recente pubblicazione <627, definiscano la storica battaglia del giornale contro la mafia – il tratto più caratteristico de «L’Ora» di Nisticò e che in questo lavoro si è tentato di ricostruire – come una battaglia insieme civile e politica, con una qualche prevalenza del primo termine sul secondo: un po’ all’opposto di quanto avveniva in passato, quando l’enfasi “civile” si affacciava per lo più in occasione di eventi drammatici (come l’eccidio di Ciaculli o l’assassinio di Scaglione) mentre predominante era la dimensione politica dello scontro in corso. D’altro canto, “Romanzo civile” s’intitola il pregevole libro postumo di Giuliana Saladino, firma tra le più autorevoli e rappresentative del giornale palermitano. L’opera ripercorre con intelligenza e disincanto la vicenda storica della sinistra siciliana, partendo dall’epopea contadina per arrivare all’inizio degli anni Ottanta, restituendo passioni, aspettative e angosce di una generazione di militanti <628. L’impressione è che lo slittamento di prospettiva – e di lessico – risalga proprio al periodo in cui la giornalista scrisse il romanzo, il 1983, quando l’offensiva della mafia contro lo Stato e il sistema politico assunse proporzioni senza precedenti. Tra il 1979 e il 1983 furono infatti assassinati uno dopo l’altro il vicequestore Boris Giuliano (1979), il magistrato Cesare Terranova (1979), il presidente della Regione Piersanti Mattarella (1980), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (1980), il procuratore Gaetano Costa (1980), il segretario del Pci Pio La Torre (1982), il generale Carlo Alberto dalla Chiesa (1982), il giudice Rocco Chinnici (1983). Così la Saladino commentò la tragica sequenza di eventi di quegli anni: “Capisco. Nel 1983 capisco che non esiste città o cittadina o villaggio d’Europa che possa vantare – senza golpe, senza eserciti in armi, né assedio e irruzione entro le mura – l’intero establishment
politico burocratico militarpoliziesco massacrato: capo della procura, vicequestore, capo dell’opposizione, capo della regione, medico legale, generale prefetto. In quest’era nostra forse è accaduto – ma non è detto – in qualche villaggio georgiano sotto Stalin, forse accade – non sappiamo con precisione – in qualche Macondo dell’America centrale o meridionale, forse, supponiamo, in qualche insediamento del centro dell’Africa. In Europa, nazismo eccettuato, non accade, credo, da oltre due secoli”. <629 L’escalation diede luogo a una prima, grande mobilitazione civile, segnata da iniziative di piazza, dal decisivo contributo dell’associazionismo e del mondo della scuola, dunque non riconducibile come in passato (si pensi alle lotte contadine) a uno specifico fronte politico <630. Accadde insomma che l’istanza antimafia diventasse – da tema tipico delle sinistre e segnatamente del Pci – risorsa “diffusa”, con qualche cedimento all’antipolitica motivato dal progressivo discredito dei partiti, per tornare a giocare un ruolo “politico” soprattutto nella fase di transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica <631; che la “società civile” venisse assunta a serbatoio sano di una politica inesorabilmente corrotta. Non sorprende allora che alcuni giornalisti formatisi con Nisticò tendano a rileggere quel loro passato (e la stessa esperienza degli “anni ruggenti”) alla luce degli eventi e della sensibilità successivi <632. La battaglia storica de «L’Ora», in realtà, si svolse in assenza dell’opposizione politico/civile, anche perché i protagonisti della stagione di Nisticò credevano che gli obiettivi di qualunque battaglia civile fossero raggiungibili soltanto attraverso la lotta politica. Come ha scritto Vincenzo Vasile: “Fatto sta che «L’Ora» di Nisticò è frutto e insieme simbolo di un periodo abbastanza lungo, ma circoscritto e ormai chiuso, che in Sicilia vede l’identificazione quasi piena del movimento antimafia con il movimento contadino e popolare che fa capo al Pci e alla sinistra […] Superata la metà degli anni Settanta, e soprattutto dopo la campagna di delitti politici e le stragi, il movimento antimafia risorgerà e crescerà invece – come si dice – dal basso, segnato da sempre minori caratterizzazioni politiche, partitiche, o addirittura ideologiche. L’Ora di Nisticò invece è antimafiosa, perché in quegli anni eroici è di sinistra apertamente e dichiaratamente, e l’antimafia è di sinistra <633.
Un’esperienza peculiare
Si può a questo punto delineare un sintetico prospetto delle peculiarità de «L’Ora» sotto la direzione di Vittorio Nisticò, con particolare riferimento al ruolo da esso giocato nell’approntamento di conoscenze sul fenomeno mafioso e nella formazione di una moderna coscienza antimafia: si intende così dare conto della funzione storica svolta dal giornale nel campo della questione mafiosa.
Continuità della linea politica. Il giornale si mosse lungo tutto il ventennio di Nisticò secondo le direttive del Pci siciliano, aventi come obiettivi fondamentali la rottura dell’isolamento e l’interlocuzione con le forze politiche, sociali e culturali tese al progresso democratico ed economico della Sicilia. In ciò consisté il sicilianismo della testata, il quale andò collocandosi in perfetta continuità con la formulazione datane da Togliatti nel secondo dopoguerra e che, mutatis mutandis, rimase pressoché identico sia al tempo del milazzismo – non a caso convintamente sostenuto dal quotidiano – sia negli anni Settanta, all’epoca del “patto autonomistico” con la Dc e delle larghe intese. Nelle
pagine precedenti si è tentato di registrare le contraddizioni cui tale politica espose i comunisti e (in via indiretta) anche il giornale: in entrambe le stagioni storiche citate, infatti, la retorica sicilianista fece sì che l’autonomismo diventasse sinonimo di progressismo e che il Pci abbassasse la propria capacità di contrasto delle degenerazioni politiche regionali.
Autonomia editoriale. La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale. Ciò permise al giornalista calabrese di radunare un collettivo di giornalisti-intellettuali di estrazione composita: in esso prevalsero, com’era naturale che fosse, le figure politicamente riconducibili al Blocco del popolo (Pci e Psi) e alle lotte contadine del dopoguerra (il mito fondativo della sinistra siciliana e anche de «L’Ora»), esperienza che assicurò al quotidiano uno staff dirigente di eccezionale livello culturale. Aspetto costitutivo del giornalismo de «L’Ora», però, fu anche l’apertura verso aree politiche diverse, tanto che al suo interno poterono trovarsi comunisti, socialisti, democristiani e persino ex fascisti come De Mauro. Lo stesso criterio di selezione venne adottato sul fronte dei collaboratori esterni, dove spiccarono giornalisti e uomini di cultura non inquadrabili in alcun partito (si pensi a Sciascia, a Dolci, a Chilanti e in parte a Pantaleone). Dal punto di vista della conoscenza della mafia, la predilezione di Nisticò per i professionisti irregolari ebbe un effetto positivo, in quanto dal loro posizionamento politico dipesero (spesso fortemente) le rispettive interpretazioni della realtà mafiosa. L’eterogeneità delle prospettive d’osservazione, insomma, fece in modo che l’ottica del giornale non si appiattisse su quella del suo editore.
Giornalismo investigativo. Altro aspetto peculiare del giornale palermitano fu quello di essere particolarmente votato alle indagini sul campo, alle inchieste, condotte attraverso complessi (e talora rischiosi) sistemi di ricognizione delle notizie. In un contesto caratterizzato da gravi e organici rapporti della mafia con le istituzioni pubbliche e con alcuni partiti (a cominciare dalla Democrazia cristiana), nonché dalla tolleranza delle agenzie di contrasto, la denuncia della mafia e delle complicità politiche restò a lungo appannaggio delle sinistre e in particolare del Pci. Merito de «L’Ora» fu dunque quello di innescare un potente flusso di contro-opinione (o contro-informazione), teso a sgomberare il terreno dalla convinzione – fatta propria da numerosi esponenti dei partiti di governo, da avvocati e intellettuali – che la mafia non esistesse o che corrispondesse a un comportamento, a un modo di regolare le relazioni sociali tipico dei siciliani e non a un’organizzazione formalizzata, gerarchicamente articolata in Famiglie e regolata al suo interno da codici normativi e meccanismi sanzionatori. Per il reperimento delle informazioni il giornale si servì, a seconda delle circostanze, delle strutture territoriali dei partiti di sinistra, e nello specifico del Pci, nonché delle sue organizzazioni collaterali (a partire dalla Cgil), ma anche di singoli esponenti delle forze dell’ordine, talora di mafiosi stessi. Il risultato fu che «L’Ora» indagasse non a rimorchio dei reparti investigativi, ma, per lo più, in autonomia, “supplendo” alle carenze degli organi ufficiali e non di rado pagandone le spese. Questa sensibilità, dunque, portò spesso il giornale a introdursi nel “sottomondo” mafioso, a portare alla luce testimonianze dal di dentro, con l’effetto di svelare al pubblico (e per la prima volta in Italia) il carattere strutturato della mafia siciliana. Nonostante qualche cedimento al fascino mitografico del fenomeno (penso a certe ricostruzioni di Pantaleone o ad altre di Farinella o Chilanti) il suo sforzo investigativo rimase d’importanza cruciale per l’avanzamento delle cognizioni sul tema e, a distanza di tanti anni, resta probabilmente il migliore (almeno fino alle deposizioni di Buscetta).
Il ruolo di cerniera tra vecchia e nuova antimafia. «L’Ora» rappresentò il passaggio – e in ciò sta forse la sua funzione più importante – tra due concezioni diverse di lotta alla mafia. La prima, risalente al movimento contadino, si fondava sulla lotta al latifondo e inquadrava la battaglia antimafia in una più vasta contestazione dell’intreccio di poteri sociali (i proprietari terrieri e la mafia) e istituzionali (i partiti di destra, le forze dell’ordine e della magistratura). Questo tipo di antimafia aveva come motivi caratteristici, da un lato, la subordinazione della questione mafiosa alle lotte di massa, intese come mezzo di superamento degli equilibri sociali tradizionali e, dall’altro, l’ostilità nei confronti delle agenzie investigative (della polizia, dei carabinieri), percepite come antagonisti fondamentali, come il nemico. L’attività di denuncia e di sensibilizzazione portata avanti da «L’Ora» venne invece a
incrociarsi con la nascita della Commissione antimafia: si determinò così una circolarità di sollecitazioni tra opinione pubblica, forze politiche e istituzioni che, rispetto al passato, rappresentava indubbiamente un’innovazione. Si era, insomma, alle origini dell’antimafia per come generalmente la si intende oggi, ossia come sostegno alle forze della repressione. Tale circolarità, espressasi soprattutto a livello informativo (nello scambio di materiali, notizie, documenti tra gli apparati di sicurezza, l’Antimafia e il giornale) ebbe l’effetto, oltre che di far progredire le cognizioni sul tema, di saldare «L’Ora» al giornalismo nazionale: avvenne cioè che progressivamente i maggiori quotidiani del paese considerassero il quotidiano palermitano un’affidabile opinion maker, appoggiandosi su di esso per avere informazioni sulla mafia. Fu così che il piccolo giornale palermitano riuscì a ritagliarsi un ruolo ben superiore ai suoi mezzi, un ruolo di conoscenza, di lotta e di responsabilità politica e civile.
La scuola di giornalismo. Un ultimo elemento da sottolineare – e che consente di tracciare un filo tra passato e presente – riguarda la funzione di scuola di giornalismo svolta da «L’Ora» verso numerosi cronisti tuttora operativi. Indubbiamente il giornale palermitano rappresentò una palestra dura e formativa per diverse ragioni: il contesto “difficile” e di frontiera nel quale i cronisti operarono, segnato dall’ostilità di buona parte delle istituzioni e dei partiti; il giornalismo tecnicamente rigoroso richiesto da Nisticò (il quale chiedeva spasmodicamente riscontri, controllo delle fonti, correttezza linguistica); il piglio militante che i cronisti più anziani ed esperti trasmisero alle generazioni più giovani; il senso di missione che pervadeva la redazione. Tutti questi aspetti concorsero a formare giornalisti capaci di lavorare in ogni situazione, di portare all’esterno, in altri quotidiani, un giornalismo battagliero e coraggioso, preciso, colto, documentato, politicamente schierato, intellettualmente pregevole.
[NOTE]
625 R. S. Rossi, Era L’Ora, cit., p. 254.
626 Cfr. la pagina Facebook L’Ora, edizione straordinaria, gestita dal cronista di «Repubblica» Roberto Leone (ex de «L’Ora»): https://www.facebook.com/leone4040/.
627 Aa. Vv., L’Ora, edizione straordinaria, cit.
628 G. Saladino, Romanzo civile, cit.
629 Ivi, p. 142.
630 U. Santino, Storia del movimento antimafia, cit.
631 A. Blando, L’antimafia come risorsa politica, cit.. Su questa linea si colloca in parte l’esperienza della Rete, ricostruita in D. Saresella, Tra politica e antipolitica: la nuova «società civile» e il movimento della Rete (1985-1994), Le Monnier, Firenze 2016.
632 Sulla dimensione fortemente politica del giornalismo di Nisticò insiste nei suoi vari interventi Franco Nicastro.
633 Vasile, Ma gli altri no, cit., p. 192.
Ciro Dovizio, Scrivere di mafia. «L’Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019 -
Interviene la tanto agognata riunificazione socialista, fortemente voluta da Saragat e Nenni https://condamina.wordpress.com/2026/04/15/interviene-la-tanto-agognata-riunificazione-socialista-fortemente-voluta-da-saragat-e-nenni/ #1964, #1966, #1968, #1969, #AldoMoro, #Centro-sinistra, #Consultazioni, #DC, #ElenaPattaro, #Elezioni, #FedericaMattei, #GiovanniLeone, #GiuseppeSaragat, #Governo, #Monocolore, #PCI, #PietroNenni, #Politiche, #Presidente, #PRI, #PSDI, #PSI, #PSU, #Repubblica, #Riunificazione, #Socialista
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Interviene la tanto agognata riunificazione socialista, fortemente voluta da Saragat e Nenni https://condamina.wordpress.com/2026/04/15/interviene-la-tanto-agognata-riunificazione-socialista-fortemente-voluta-da-saragat-e-nenni/ #1964, #1966, #1968, #1969, #AldoMoro, #Centro-sinistra, #Consultazioni, #DC, #ElenaPattaro, #Elezioni, #FedericaMattei, #GiovanniLeone, #GiuseppeSaragat, #Governo, #Monocolore, #PCI, #PietroNenni, #Politiche, #Presidente, #PRI, #PSDI, #PSI, #PSU, #Repubblica, #Riunificazione, #Socialista
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È Berlinguer a spingere per la nomina di Serri https://collasgarba.wordpress.com/2026/04/13/e-berlinguer-a-spingere-per-la-nomina-di-serri/ #1968, #1969, #1972, #AlessioBarbazza, #CescoGhinello, #Congresso, #EnricoBerlinguer, #PCI, #PotereOperaio, #Provinciale, #Regionale, #RinoSerri, #Segretario, #SpartacoMarangoni, #Veneto, #Venezia
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У меня нет звука, но я должен слышать: история одной регрессии ядра
Что делать, если после очередного обновления Linux на старом ноутбуке намертво отвалился звук, а в логах висит зловещее CORB reset timeout и 0xFFFF ? Переустановка аудио-серверов не поможет, параметры загрузчика GRUB система упорно игнорирует, а LTS-ядро больше не гарантирует стабильности. В этой статье разбираем, как спуститься в логи dmesg , понять, почему устройство «задыхается» на шине PCI, и заставить ядро заново проинициализировать аудиокарту «на горячую» с помощью sysfs и systemd. Найти звук
https://habr.com/ru/articles/1022090/
#linux #dmesg #pci #systemd #troubleshooting #sndhdaintel #kernel #alsa #старое_железо #archlinux
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У меня нет звука, но я должен слышать: история одной регрессии ядра
Что делать, если после очередного обновления Linux на старом ноутбуке намертво отвалился звук, а в логах висит зловещее CORB reset timeout и 0xFFFF ? Переустановка аудио-серверов не поможет, параметры загрузчика GRUB система упорно игнорирует, а LTS-ядро больше не гарантирует стабильности. В этой статье разбираем, как спуститься в логи dmesg , понять, почему устройство «задыхается» на шине PCI, и заставить ядро заново проинициализировать аудиокарту «на горячую» с помощью sysfs и systemd. Найти звук
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У меня нет звука, но я должен слышать: история одной регрессии ядра
Что делать, если после очередного обновления Linux на старом ноутбуке намертво отвалился звук, а в логах висит зловещее CORB reset timeout и 0xFFFF ? Переустановка аудио-серверов не поможет, параметры загрузчика GRUB система упорно игнорирует, а LTS-ядро больше не гарантирует стабильности. В этой статье разбираем, как спуститься в логи dmesg , понять, почему устройство «задыхается» на шине PCI, и заставить ядро заново проинициализировать аудиокарту «на горячую» с помощью sysfs и systemd. Найти звук
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У меня нет звука, но я должен слышать: история одной регрессии ядра
Что делать, если после очередного обновления Linux на старом ноутбуке намертво отвалился звук, а в логах висит зловещее CORB reset timeout и 0xFFFF ? Переустановка аудио-серверов не поможет, параметры загрузчика GRUB система упорно игнорирует, а LTS-ядро больше не гарантирует стабильности. В этой статье разбираем, как спуститься в логи dmesg , понять, почему устройство «задыхается» на шине PCI, и заставить ядро заново проинициализировать аудиокарту «на горячую» с помощью sysfs и systemd. Найти звук
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#Fiano non mi è mai piaciuto, men che meno ora con le sue morali, che mi paiono false e ingiuste nei confronti della stragrande maggioranza delle persone che vedrebbero bene, finalmente, un’aperta e chiara condanna di tutto l’operato israeliano. Certo in questo modo si condanneranno che le forze, estremamente esigue anti-sioniste in Israele, ma non vedo come giustificare tutto e sempre.
A puro titolo esemplificativo ricordo che nelle sezioni del #PCI la discussione era sempre forte e piena di passione, tuttavia a chiusura della discussione stessa restava solo la proposta maggioritaria e tutti, tutti, la rispettavano e la portavano avanti uniti. -
#Fiano non mi è mai piaciuto, men che meno ora con le sue morali, che mi paiono false e ingiuste nei confronti della stragrande maggioranza delle persone che vedrebbero bene, finalmente, un’aperta e chiara condanna di tutto l’operato israeliano. Certo in questo modo si condanneranno che le forze, estremamente esigue anti-sioniste in Israele, ma non vedo come giustificare tutto e sempre.
A puro titolo esemplificativo ricordo che nelle sezioni del #PCI la discussione era sempre forte e piena di passione, tuttavia a chiusura della discussione stessa restava solo la proposta maggioritaria e tutti, tutti, la rispettavano e la portavano avanti uniti. -
#Fiano non mi è mai piaciuto, men che meno ora con le sue morali, che mi paiono false e ingiuste nei confronti della stragrande maggioranza delle persone che vedrebbero bene, finalmente, un’aperta e chiara condanna di tutto l’operato israeliano. Certo in questo modo si condanneranno che le forze, estremamente esigue anti-sioniste in Israele, ma non vedo come giustificare tutto e sempre.
A puro titolo esemplificativo ricordo che nelle sezioni del #PCI la discussione era sempre forte e piena di passione, tuttavia a chiusura della discussione stessa restava solo la proposta maggioritaria e tutti, tutti, la rispettavano e la portavano avanti uniti.