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  1. Il terreno della lotta armata è perfettamente sconosciuto alla maggioranza degli operai

    La nascita dei Gruppi d’Azione Patriottica riflette un’oculata strategia politico-militare del Partito Comunista mirante alla polarizzazione su un doppio binario della lotta contro il fascista ed il tedesco: da un lato la guerriglia e la lotta armata in mano ad un’ardita avanguardia operaia, dall’altro lo scontro economico-rivendicativo nelle fabbriche. E’ una scelta di per sé obbligata, che diverrà inevitabile sulla scia del massiccio sciopero dei sette giorni del dicembre ’43 e di quello insurrezionale del marzo ’44. In quest’ultimi due casi, l’assenza del contributo e del supporto gappista attenuerà consistentemente la forza e la portata delle agitazioni operaie. Già dal settembre, Francesco Scotti ed Egisto Rubini assistiti da Giordano Cipriani ed insieme ad alcuni operai milanesi e sestesi ricevono l’incarico di costituire i primi gruppi d’azione patriottica. Il compito si rivelerà arduo già dai primi mesi per una serie di ragioni. Innanzitutto il terreno della lotta armata è perfettamente sconosciuto alla maggioranza degli operai. Pur ricompattata negli scioperi di marzo ed attestata una ferma e decisa volontà d’azione, la classe operaia è politicamente ed ideologicamente impreparata. Il ricordo del Rinascimento, dell’Unità d’Italia e del biennio rosso 1919-’20 è sì vivo, ma la congiuntura è radicalmente differente e sfavorevole. Quella che si troverà a combattere non sarà una guerra popolana di stampo risorgimentale, ma una guerriglia pianificata scientificamente con bersagli ed obiettivi politici predefiniti. Seppur la presenza comunista nelle fabbriche milanesi sia preminente (soprattutto alla Magnaghi, Breda e alla Falck di Sesto San Giovanni), le difficoltà per l’arruolamento e l’inquadramento si presenteranno ardue fin da primissimi giorni. Alle prese con i bisogni e le necessità più impellenti e con le sopracitate condizioni lavorative a cui si aggiunge il rischio della deportazione o del lavoro alla Todt <12, l’operaio già da subito si dimostra reticente. Gravano i pesanti interrogativi riguardo la soluzione della guerra, che pur sfavorevole all’Asse, non presenta sicure certezze e conclusioni. Pesano inoltre gli indiscriminati arresti e le deportazioni, le feroci repressioni delle SS e la rinascita del fascismo che si nutre d’acredine e vendetta nei confronti di chi l’ha tradito e delle « cricche privatistiche collegate alla mentalità giudaico – massonica – borghese del capitalismo, dell’intellettualismo e del comunismo». La fabbrica garantisce, nella migliore delle ipotesi, a stento un piatto di minestra al giorno, un lavoro precario (seppur scarsamente remunerato) e l’ausweis, il lasciapassare tedesco per i lavoratori addetti alla produzione bellica, esonerati dalla chiamata alle armi, dalle deportazioni e dalle retate.
    Da qui la decisione del Partito Comunista di indirizzare la lotta attraverso una chiara separazione dei compiti: l’operaio e il gappista. Il primo, in fabbrica, a capo delle lotte prettamente economico-rivendicative con duplici obiettivi da perseguire: strappare all’industriale e al tedesco aumenti salariali e contemporaneamente far luce univocamente sul ruolo e sulle responsabilità degli stessi, smascherando gli interessi coincidenti. Altro obiettivo di non minore importanza è quello di riuscire a spezzare il blocco moderato-conservatore, attirando a sé la piccola e media borghesia ed isolando gli imprenditori collaborazionisti. Così facendo si impedisce al neo costituito fascismo, di presentarsi agli occhi della gente come unico garante dell’ordine e della riappacificazione come invocato dal filosofo Giovanni Gentile.
    Sulla sponda opposta c’è il gappista. Facente parte di nuclei ristrettissimi, comunisti, provenienti dalle fabbriche e, pertanto, prevalentemente operai, rappresenta la punta avanzata della lotta armata. Con alle spalle un drammatico passato, ha un percorso comune a tutti i militanti comunisti dell’epoca. L’esperienza della guerra di Spagna, la resistenza francese nei Francs-Tireurs et Partisans, la scuola politica a Mosca, l’esilio a Ventotene, la militanza nel neonato Partito Comunista del ’21, le condanne del Tribunale Speciale e gli anni di prigione, le persecuzioni. Vive nella clandestinità e nella vigilanza più assoluta, praticando una lotta armata di stampo terroristico.
    Occorre precisare che il gappismo e il gappista non hanno nulla a che vedere con la concezione moderna di largo senso comune del “terrorismo” e del “terrorista”. L’accezione moderna del termine “terrorista” si è caricata di particolari connotazioni negative e sinistre, rifacendosi soprattutto ai sanguinosi anni ’70 italiani. Attraverso i cosiddetti anni di piombo e la galassia delle formazioni antagoniste extraparlamentari che hanno abbracciato la lotta armata quali le Brigate Rosse, i Proletari Armati per il Comunismo, Prima Linea, il terrorismo nero di Ordine Nuovo e Terza Posizione ed accanto a fenomeni di portata europea quali le RAF in Germania, con il termine terrorista si è definito colui che fa della violenza il principale strumento di lotta politica. Quest’ultimo colpisce con determinate e mirate azioni più che l’uomo o l’istituzione in sé, ciò che essi incarnano e rappresentano politicamente, mirando alla destabilizzazione dello Stato attraverso l’instaurazione di una fantomatica rivoluzione per mano di pochi eletti.
    Giorgio Bocca dà una spiegazione illuminante e chiarificatrice riguardo le ragioni e gli indirizzi delle azioni gappistiche, una delucidazione essenziale che ci aiuta a riflettere e a praticare i dovuti distinguo: “Il terrorismo nelle città mira a effetti militari e politici ed è un atto di moralità rivoluzionaria. Se si accetta il principio morale e rivoluzionario della ribellione armata contro la legalità iniqua, bisogna arrivare al terrorismo cittadino. La resistenza è indivisibile, la guerra popolare, guerra di tutti, e non può tollerare isole di privilegio e di ingiusto rispetto, che si uccida, si torturi, si incendi nei villaggi di montagna e nei quartieri operai mentre le enclaves della borghesia cittadina restano tranquille e, dentro, tranquilli gli oppressori.” <13 Nel momento in cui gli spazi di agibilità politica e l’esercizio del dissenso sono preclusi e criminalizzati, la democrazia soppressa, alla presenza di un oppressore che dispone della vita e della morte di ciascuno con le città in stato d’assedio, l’ultima tappa obbligata è quella della lotta armata. Unico strumento di difesa disponibile, unico baluardo contro la totale depravazione umana, morale e sociale. Percorso tra l’altro comune ai movimenti di liberazione algerino, vietnamita, cubano e alla resistenza francese.
    Genesi: come, dove e in quanti
    La prima squadra di quella che poi diverrà la 3^ GAP è formata da quattro operai rappresentanti le più importanti fabbriche sestesi: Validio Mantovani (Nino, Ninetto, Barbisìn) dalla Saspa Pirelli, Carlo Camesasca (Barbisùn) dalla Ercole Marelli, Vito Antonio La Fratta (Totò) dalla Falck, Renato Sgobaro (Giulio, Lupo Mannaro) dalla Breda. Sono diretti da Egisto Rubini e Cesare Roda. Tutti alle prime armi con scarsissima dimestichezza dell’attività che andranno ad intraprendere, tutti provenienti dalla fabbrica e non più giovanissimi. Bisogna rompere il ghiaccio, arrischiare le prime azioni e i primi colpi, sperimentare tattiche e strategie, temprare lo spirito, razionalizzare l’istinto, controllare le reazioni emotive. Detto – fatto, il 4 ottobre del 1943, avendo incrociato per strada, in bicicletta, il sergente maggiore squadrista Visentin, individuo molto odiato per aver fatto “assaggiare” lo staffile a molti operai, lo attendono sulla via del ritorno e lo giustiziano. C’è esitazione, non ci si decide su chi dovrà sparare per primo, quindi si opta per il capo, Ninetto, che aprirà il fuoco. Azione riuscita e fuga veloce in bicicletta.
    Dopo aver eliminato un tenente della milizia a Casatenovo, i sestesi ricevono l’ordine di giustiziare il capitano (poi maggiore) della XXV legione della Guarda Nazionale Repubblicana, Gino Gatti, un torturatore di partigiani. Il compito si presenta sin dal principio non facile: il soggetto non è abitudinario e i suoi spostamenti ed i suoi orari sono tutt’altro che ripetitivi. Pur di portare a termine la loro missione, i gappisti decidono di affidarsi all’improvvisazione sfruttando l’occasione propizia e confidando nella buona sorte. Ma tutto ciò mal si concilia col rigore ed il militarismo scientifico della guerriglia armata in città. Gatti, attaccato di fronte alla Villa Reale di Monza, riuscirà a sopravvivere all’agguato riportando gravissime ferite. Pur nell’azzardata azione dei sestesi, l’operazione è tutt’altro che un insuccesso.
    Dimostrando di poter colpire il nemico nelle sue principali roccaforti, si spezza la sicurezza psicologica dei fascisti infondendo fiducia in quelle sacche della popolazione che, seppur antifasciste, non concretizzano la loro opposizione al risorto regime. Queste primissime esitazioni, queste improvvisate gesta temprano il gappista autodidatta e ne maturano l’addestramento.
    In ottobre il quadro organizzativo si perfeziona ulteriormente con l’arrivo di Vittorio Bardini, studente politico a Mosca ed ex combattente nella guerra di Spagna. Ilio Barontini, livornese, artificiere, raro caso di volontario e combattente in azioni d’aiuto agli abissini durante l’aggressione fascista all’Etiopia, comandante delle Brigate Garibaldi in Spagna, lo mette subito in contatto con Rubini, Roda e Francesco Scotti ispettore generale delle neonate brigate Garibaldi. Al momento è alquanto prematuro parlare di una brigata Garibaldi de facto; al contrario delle inesatte ricostruzioni, si presentano, sparse per le diverse zone della città, delle squadre al cui comando non v’è un comandante ed un commissario politico. E’ il comitato militare del PCI Lombardia, quindi Bardini, Scotti e Roda a capitanare e dirigere le neo costituite cellule. Tutte comunque raggruppate nel 17° distaccamento GAP Gramsci. Un triunvirato, i cosiddetti “triangoli militari di partito”: un responsabile generale (Bardini), un responsabile dei servizi tecnici (Roda) e in ultima istanza un responsabile militare delle azioni (Rubini).
    [NOTE]
    12 Organizzazione Todt: grande impresa di costruzioni che operò in Germania ed in tutti i paesi occupati della Wehrmacht, dedita al reclutamento di mano d’opera da utilizzare nella costruzione di strade, ponti e lavori di fortificazione militare (Linea Sigfrido, Linea Gustav, Linea Gotica). Contava all’incirca 1.500.000 lavoratori, di cui la maggior parte prigionieri di guerra. Sfruttata più volte da renitenti alla leva e partigiani per sfuggire alla deportazione o ai bandi di chiamata alle armi.
    13 G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, 1966, p. 145
    Giorgio Vitale, L’altra Resistenza. I GAP a Milano, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2008-2009

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  2. Bombardamenti alleati in provincia di Como durante la seconda guerra mondiale

    All’inizio dell’autunno 1944, la linea del fronte in Italia si stabilizzò sull’Appennino Tosco Emiliano, sulla Famosa Linea Gotica. L’offensiva alleata, per sfondare la linea difensiva tedesca, fece uso di un massiccio intervento dell’aviazione anglo-americana, che ebbe come obiettivi la distruzione di ogni deposito di carburanti e munizioni (anche minimo), l’attacco a strade, ponti, ferrovie, treni, autoveicoli. In questa strategia di attacco, si collocò il duplice bombardamento aereo subito da Erba nei giorni 30 settembre e 1 ottobre 1944, il più sanguinoso attacco aereo in tutta la Provincia di Como, ad opera di bombardieri medi americani tipo Martin B-26 C “Marauder” del 17° Bombardment Group U.S.A.A.F., particolarmente del suo 95° Squadron, facente parte del 42° Bomb Wing dipendente dalla XIIª Tactical Air Force, in quel periodo di stanza a Poretta nella Corsica settentrionale, al comando del Col. R.O. Harrell <88. Don Erminio Casati, prevosto di Erba, nel “Liber Chronicus” della parrocchia, scrisse per l’anno 1944: “[…] Le ansie e i timori si accrescono per l’avvicinarsi dei fronti e per la minaccia delle incursioni aeree. Arrivano anche nella nostra parrocchia gruppi di SS italiane e tedesche […]. Con l’accondiscendenza dell’autorità comunale installano un parco di automezzi al cosiddetto Campo Sportivo lungo il Lambrone e un deposito di benzina lungo la ferrovia Nord vicino alla Cascina Sassonia, attirando così l’attenzione dei bombardieri nemici. E purtroppo quanto si temeva avvenne e con tragiche conseguenze. Il 30 settembre di questo anno, vigilia della tradizionale Festa del S. Rosario, verso le ore 14, verso il Palanzone si vedevano sbucare alcuni lucenti apparecchi inglesi <89, subito dopo si udiva lo schianto spaventoso delle bombe cadute nelle vicinanze del Mercato. Il prevosto accorse subito verso tale località e si trovò dinnanzi ad uno spettacolo terrificante. Giunto nella corte dei signori Molteni e Nava in via Diaz 8, fra le rovine vedeva straziate tre vittime: due giovani spose e la loro suocera. In piazza del Mercato un deserto sconvolto da un terremoto con grida disperate di spavento e di invocazioni. Il lavatoio all’imbocco della via S. Rocco, schiantato e stritolato e le donne che stavano lavando, sfracellate in modo orribile: di una giovane presente non se ne ebbe più traccia: rimase dispersa dalle bombe cadute sul lavatoio. E la distesa di campagne dietro la piazza Santa Eufemia fin giù al deposito della benzina verso le Cascine Lovatella-Sassonia e Prà del Matto, tutta crivellata di bombe che distrussero ogni cosa e seminarono la morte, colpendo con schegge micidiali quasi tutte le persone che pacificamente stavano cogliendo uva dai filari delle viti sparsi per quei campi. Purtroppo le bombe o per errore o di proposito furono sganciate in modo che quasi non colpirono l’obbiettivo militare che era il deposito della benzina, ma portarono rovina e morte a poveri inermi. Una delle località più colpite fu la via Cattaneo, dove alcune case furono completamente abbattute” <90.
    La prima incursione, probabilmente per un tragico errore di puntamento del velivolo capo formazione, fallì l’obiettivo sganciando le bombe sull’abitato. Gli americani usarono bombe speciali dirompenti, spolettate per causare il massimo effetto scheggia, ordigni di non grande peso ma micidiali contro bersagli estesi e poco protetti quali automezzi, depositi, persone <91. Vennero, inoltre, crivellati di colpi uno stabilimento tessile, subito a nord del deposito e l’adiacente ferrovia. Essendo stato mancato il bersaglio, il piano Alleato di sistematica eliminazione degli obiettivi già pianificati, imponeva una seconda missione, che il 1° ottobre colpiva finalmente il deposito, sconvolgendo ancora l’abitato di Erba, dove complessivamente ci furono 77 morti (60 per il primo attacco e 17 per il secondo), e oltre 200 feriti, molti dei quali terribilmente mutilati <92. Il quotidiano “La Provincia” <93 diede rilievo
    all’episodio con l’intento di alimentare l’ostilità verso gli Alleati, facendo leva sul dolore della popolazione, ma non una parola fu scritta, vista la censura, sul deposito di benzina e munizioni, situato troppo vicino all’abitato. Il deposito era stato trasportato ad Erba dall’Alpe del Viceré per allontanarlo dal “Campeggio”, dove stava per installarsi un battaglione di SS italiane <94.
    Il 10 gennaio 1945 Erba fu mitragliata da alcuni aerei alleati, con un morto e tre feriti, il 5 febbraio, vi fu un’altra incursione con un’azione di mitragliamento che coinvolse l’Alpe del Viceré, ferendo due persone. L’obiettivo era il Villaggio Alpino dei Fasci Italiani all’Estero (detto “Campeggio”), dove si era insediato un reparto di SS italiane. <95 Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio ’45, le incursioni si intensificarono. Aerei singoli mitragliavano tutto ciò che si muoveva per strada. Uno di questi aerei, la sera del 29 gennaio 1945, fece una strage di pendolari a Lambrugo, attaccando un treno delle Ferrovie Nord: ci furono 7 morti e numerosi feriti. Così narrò il tragico episodio, il parroco di Lambrugo, Don Edoardo Arrigoni (“Liber Chronicus”, pagine 265-266): “[…] I treni erano presi di mira dagli aeroplani alleati ed erano diminuiti di numero, e quelli mantenuti, fatti in ora oscure per sottrarli all’osservazione aerea. Anche la ferrovia Nord ha dovuto limitarsi a questa situazione. Nonostante questa prudenza, una sera, e precisamente quella del 29 gennaio, mentre l’unico treno stava per entrare nella stazione di Lambrugo, favoriti da una magnifica luna che faceva spiccare sulla neve alta un metro la lunga teoria di carrozze, alcuni aeroplani, a bassissima quota, lo mitragliavano causando la morte di sette persone e ferendone circa una quarantina”. Il treno fu colpito nel tratto che va da Cascina Maria di Lurago al ponte sulla statale Como-Bergamo. Il convoglio si fermò immediatamente con la motrice riparata sotto il ponte e tutti i passeggeri che erano rimasti illesi fuggirono per i campi innevati in preda alla paura e in cerca di un rifugio. Proseguiva così il suo racconto il parroco: “Al primo rumore di mitragliamento, prendendo gli oli santi, mi portai sul posto, e nella confusione, nello strazio, dei morenti e dei feriti, procurai di amministrare l’Estrema Unzione sotto condizione a coloro che mi fu possibile. Le salme vennero provvisoriamente messe nella saletta di aspetto della Stazione. Il pavimento venne macchiato dal sangue uscito in abbondanza dalle tremende ferite operate dalle pallottole esplosive. Per grazia di Dio la nostra popolazione fu risparmiata da sì tremenda strage. I giorni seguenti si svolsero i solenni funerali e il salone dell’asilo venne trasformato in Camera ardente. Le salme vennero di poi trasportate ai propri Comuni di origine. La popolazione partecipò tutta al funerale, meritando la riconoscenza dei parenti delle vittime” <96. Nello stesso giorno, tra Canzo ed Asso, alcui vagoni di un treno passeggeri, furono mitragliati senza conseguenze <97. L’unica via di fuga lungo le strade, per tentare di salvarsi dai mitragliamenti, era di infilarsi in una “buca di sicurezza”. Purtroppo nelle vie di collegamento tra Como-Milano-Varese-Erba e Lecco, queste buche a metà febbraio 1945, non erano ancora state scavate <98. “La Provincia” del 12 aprile 1945, segnalava la distruzione di carri trainati da cavalli a Lurago, Merone e Rogeno <99. Ormai gli attacchi aerei erano un tiro a segno senza obiettivi di rilievo militare, ma di sicuro effetto psicologico.
    [NOTE]
    88 Cfr. AA.VV., Civico Museo Archeologico città di Erba, Obbiettivo Erba. I bombardamenti alleati del 1944 sulla città, Ed. Malinverno, Como 1994, p.14;
    89 Erano in realtà americani; come da copia degli atti ufficiali dell’aviazione dell’esercito americano (U.S.A.A.F.), vedi: AA.VV., Civico Museo Archeologico città di Erba, op. cit., p.13;
    90 Cfr. “Liber Chronicus”, della parrocchia di Santa Maria Nascente di Erba, anno 1944, fogli s.n.;
    91 Cfr. AA.VV., Civico Museo Archeologico città di Erba, op. cit., pp.16-17-18;
    92 Cfr. AA.VV., Civico Museo Archeologico città di Erba, op. cit., p.19;
    93 Cfr. “La Provincia di Como”, 1 ottobre 1944, foglio s.n.; Vedi Appendice: Doc. (33); Cfr. “La Provincia di Como”, 2 ottobre 1944, foglio s.n.; Vedi Appendice: Doc. (34); Cfr. “La Provincia di Como”, 3 ottobre 1944, foglio s.n.; Vedi Appendice: Doc. (35);
    94 Cfr. AA.VV., ISCPAPC, Taccuino degli anni difficili. (Luoghi, persone, documenti, ricordi), 1943-1945, Ed. Nodo libri, Como 2006, p.83;
    95 Cfr. “La Provincia di Como”, 6 febbraio 1945, foglio s.n.;
    96 Cfr. Riva Gaetano, Lambrugo e il suo monastero, Edizione a cura dell’Amministrazione comunale di Lambrugo, stampato da Modulimpianti s.n.c. Capriate San Gervasio, Bergamo 1990, p.364;
    97 Cfr. “La Provincia di Como”, 30 gennaio 1945, foglio s.n.; Vedi Appendice: Doc.(36);
    98 Cfr. Roncacci Vittorio, La calma apparente del lago. Como e il Comasco tra guerra e guerra civile, Macchione Editore Varese 2003, p.325;
    99 Cfr. “La Provincia di Como”, 12 aprile 1945, foglio s.n.
    Laura Bosisio, Guerra e Resistenza in Alta Brianza e Vallassina, Tesi di Laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano, Anno Accademico 2008-2009

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  3. I partigiani coinvolti sono costretti a ripiegare verso il confine ligure

    Fino alla metà di ottobre, il CLNRP [Comitato di Liberazione Nazionale Regione Piemonte] agisce nella convinzione di un attraversamento della linea Gotica da parte delle truppe alleate. Le scelte compiute dal Comitato in questo periodo non prevedono rallentamenti nella campagna d’Italia e di Francia, pertanto viene privilegiata l’elaborazione dei piani per l’insurrezione e per il post-liberazione, mettendo invece in secondo piano questioni di natura tattica.
    L’arresto dell’avanzata alleata nel corso dell’autunno rimette in discussione tutta la strategia del CLNRP e del Comitato militare. Sul piano locale della lotta, l’allontanamento della prospettiva di una rapida fine del conflitto produce un calo dell’attività e dell’efficienza del partigianato, anche in conseguenza di un calo del numero di lanci effettuati dagli alleati. <332 Il cambiamento delle strategie militari alleate costringe i Comitati di liberazione a rivedere le proprie disposizioni. In primo luogo viene adeguato il piano di insurrezione nazionale (Piano E 27), <333 e si discute inoltre la possibilità di mandare a casa i partigiani in grado di farlo. <334 Tale esigenza sembrerebbe determinata anche dal fatto che da agosto i soldi della cassa della IV armata sono terminati. Nonostante le vane «indagini per rintracciare un misterioso residuo della cassa», <335 i soldi a disposizione del CLNRP sono finiti. Il governo di Roma inoltre, non sembra dare corso alle sue assicurazioni sul finanziamento della guerra partigiana nel Nord, mentre il CLNAI non riesce a distribuire abbastanza fondi per mantenere in vita formazioni divenute molto numerose. L’unico modo che resta al comitato di Torino per ricevere finanziamenti è richiederli direttamente agli alleati in Svizzera. Qui, rappresentanti del comitato tentano di ottenere «degli anticipi sulla quota che l’accordo tra la missione Parri e gli alleati aveva assegnato al Piemonte (60 milioni)». <336 Ma questa iniziativa fallisce e Torino viene pure richiamato dal CLNAI per “l’autonomismo finanziario” dimostrato.
    A dare un ulteriore colpo al movimento è l’annuncio del generale Alexander, che il 13 novembre invita i partigiani italiani a tornare presso le proprie case, a nascondersi e a ritornare a combattere in primavera. <337 Un’iniziativa che, al di là dei giudizi politici che se ne possono trarre, dimostra una scarsa conoscenza delle idee e dei progetti del partigianato nel nord Italia, il quale avrebbe preferito sentire da parte del comandante alleato nel Mediterraneo un incitamento alla lotta piuttosto che un invito che ai più sembrava un tentativo di depotenziare la forza del movimento.
    A Torino intanto si trova una soluzione temporanea ai problemi finanziari, autorizzando i comandi delle brigate ad applicare la “tassazione partigiana” soprattutto agli enti più facoltosi e benestanti, un via libera che in realtà i comandanti avevano già ricevuto dal CMRP [Comitato Militare Regione Piemonte] il 18 dicembre, in una circolare in cui inoltre si invitava alla «massima sobrietà di vita in modo da evitare il gravame sulla popolazione civile per quanto concerne [le] contribuzioni», a utilizzare le risorse del nemico «con l’attacco ai depositi, ai magazzini e convogli». <338
    In tutta la provincia di Cuneo intanto, le brigate che avevano occupato le pianure e le vallate alpine sono costrette a ritirarsi verso le zone più montuose o addirittura a cambiare territorio a causa dei rastrellamenti dell’autunno. Per tutto il mese di novembre, i principali comandi autonomi e garibaldini della zona vengono presi d’assalto e subiscono forti rastrellamenti. Vengono colpiti Castellino, Torresina e Pedaggera; poi Bossolasco, Mombarcaro, Castino, Cortemilia e infine Cravenzana, Bergolo, Levici. I reparti coinvolti sono costretti a ripiegare verso il confine ligure, mentre altre formazioni, forzando il blocco nemico, ritornano su Dogliani, Farigliano, Carrù. <339
    Ma si tratta di un momento critico per tutto il basso Piemonte. <340 Altri rastrellamenti, tra il 17 e il 29 novembre, portano alla caduta del comando GL di Cuneo. <341 Se questi subiscono un grave colpo, la situazione non è meno grave per gli autonomi di “Mauri”, che vengono completamente sbandati e messi fuori gioco per diverse settimane. <342 A dicembre, il comitato politico perde diversi dei suoi uomini, tra cui “Duccio” Galimberti, <343 mentre dal fronte francese giunge notizia dell’ultima grande vittoria delle truppe tedesche sugli alleati.
    Nonostante le sconfitte sul piano militare, gli organi centrali in accordo con quelli periferici cercano di creare comandi unici di zona, che riuniscano tutte le formazioni di un determinato territorio e coordinino la strategia generale di guerra in previsione della futura insurrezione. In provincia di Cuneo si progetta la creazione di almeno due comandi: quello della V zona, Cuneo, e quello della VI, Monregalese-Langhe.
    Lasciando al terzo capitolo la discussione relativa alla costituzione del comando della VI zona, qui ci limitiamo a dire che mentre il comando di Cuneo venne costituito in novembre, <344 per quello delle Langhe bisognerà attendere la fine di marzo ’45.
    [NOTE]
    332 A fine ottobre, il comando supremo alleato decide di dare alla resistenza jugoslava la priorità nei lanci di armi e materiale, «togliendo di conseguenza risorse al fronte italiano», in T. Piffer, Gli Alleati e la Resistenza, cit., pp. 164-5. Dalla tabella n. 2 riportata a p. 330 emerge la drastica riduzione di tonnellaggio lanciato dagli alleati nel mese di ottobre rispetto ai mesi precedenti. Si passa infatti da 252 a 99 t. di materiale lanciato, cioè il 10 % rispetto a quello richiesto dal XV corpo d’armata che si occupava delle operazioni di rifornimento.
    333 M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., p. 163
    334 Ipotesi che verrà rigettata all’interno dei comandi partigiani e dal PCI all’interno del CLNRP. In una circolare del 2 dicembre 44 il CG per l’Italia occupata comunicava infine la non accettazione del proclama di Alexander; si veda M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., p. 168
    335 M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., p. 164
    336 Ibidem
    337 Ivi, p. 167; vedi anche “Il proclama di Alexander e l’atteggiamento della Resistenza all’inizio dell’inverno 44-45”, Il movimento di liberazione in Italia, sett. 53. Sul significato del proclama e sull’effetto che ebbe sul morale dei partigiani si veda anche T. Piffer, Gli Alleati e la Resistenza, cit., pp. 182-3.
    338 “Finanziamento delle formazioni”, CMRP ai Comandi della Formazioni, al CLNRP, ai Comandi di zona, 18.12.44, in AISRP, C 14 d
    339 “Notizie sull’attività svolta dalle divisioni in seguito al rastrellamento dei giorni 13 e seguenti u.s.”, CVL – 1° GDA al comando delle Formazioni Autonome, Sott. Ten. “Gigino”, 5.12.44, in AISRP, B 45 b
    340 Si vedano “Relazione fatti d’arme” in AISRP, C 14 b, 7 e M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., pp. 170-11
    341 “Relazione del commissario politico del Comando Piemonte delle Formazioni ‘Giustizia e Libertà’”, 31.12.44 in AISRP, B 29 c
    342 Ne danno testimonianza anche documenti di altre formazioni tra cui uno dei GL: “Carissimi”, Lettera di “Leo”, 18.1.44 [45] in AISRP, C 37 III c
    343 M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., p. 172
    344 “Costituzione del Comando Va zona” CMRP ai comandi Va zona, I e II divisione alpina GL, III divisione Alpi, I divisione Garibaldi, ai CLN di Cuneo, Mondovì, Fossano, Saluzzo, 14.11.44 in AISRP, Fondo Bogliolo, B AUT/mb fasc. 1 m, 7. Esso comprende I e II divisione alpina GL, III divisione Alpi, I divisione Garibaldi e i CLN di Alba, di Mondovì, di Fossano e di Saluzzo. A capo venivano posti “Ettore” (GL) come Comandante, “Dino” (Autonome) e “Pietro” (Garibaldi) come Commissari.
    Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

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  4. È iniziato il conto alla rovescia: la Mela di AISM è pronta a diffondersi nelle principali piazze di tutta Italia per raccogliere fondi preziosi per i servizi dedicati alle persone con sclerosi multipla e patologie correlate, oltre a progetti di ricerca. Venerdi’ 3, sabato 4 e domenica 5 ottobre i volontari AISM ti aspettano in piazza con un sorriso e con sacchetti di mele gialle, rosse e verdi! Non mancare: insieme possiamo fare la differenza! … aism.it/

    #aism #mela #ottobre

  5. È iniziato il conto alla rovescia: la Mela di AISM è pronta a diffondersi nelle principali piazze di tutta Italia per raccogliere fondi preziosi per i servizi dedicati alle persone con sclerosi multipla e patologie correlate, oltre a progetti di ricerca. Venerdi’ 3, sabato 4 e domenica 5 ottobre i volontari AISM ti aspettano in piazza con un sorriso e con sacchetti di mele gialle, rosse e verdi! Non mancare: insieme possiamo fare la differenza! … aism.it/

    #aism #mela #ottobre

  6. Il cielo del mese: Ottobre di spazio e tempo

    https://edu.inaf.it/rubriche/il-cielo-del-mese/il-cielo-del-mese-ottobre-di-spazio-e-tempo/

    Ispirati dalla World Space Week, compiamo un viaggio tra le costellazioni del cielo di ottobre insieme con la cometa Lemmon

    #costellazioni #ilCieloDelMese #ottobre #worldSpaceWeek

  7. Il cielo del mese: Ottobre di spazio e tempo

    https://edu.inaf.it/rubriche/il-cielo-del-mese/il-cielo-del-mese-ottobre-di-spazio-e-tempo/

    Ispirati dalla World Space Week, compiamo un viaggio tra le costellazioni del cielo di ottobre insieme con la cometa Lemmon

    #costellazioni #ilCieloDelMese #ottobre #worldSpaceWeek

  8. Il cielo del mese: Ottobre di spazio e tempo

    https://edu.inaf.it/rubriche/il-cielo-del-mese/il-cielo-del-mese-ottobre-di-spazio-e-tempo/

    Ispirati dalla World Space Week, compiamo un viaggio tra le costellazioni del cielo di ottobre insieme con al cometa Lemmon

    #costellazioni #ilCieloDelMese #ottobre #worldSpaceWeek