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  1. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale

    Il governo “della non sfiducia” Andreotti III e il governo Andreotti IV
    In seguito alle consultazioni presidenziali, nel corso delle quali vengono sentiti i segretari e presidenti di partito (per la prima volta anche non parlamentari <248), viene formato il governo Andreotti III, un monocolore democristiano detto della “non sfiducia” o “delle astensioni”, perché votano la fiducia soltanto Dc e Sud-Tiroler Volkspartei, si oppongono Msi, Dp e Pri, mentre tutti gli altri (compreso il partito comunista) si astengono (i voti a favore alla Camera sono 258, mentre 303 sono gli astenuti; al Senato sono 136 i voti favorevoli, 69 le astensioni, 92 gli assenti) <249. Il III ministero Andreotti nasce quindi come governo dettato dallo stato di necessità, dalla confluenza di forze politiche che si collocano su posizioni programmatiche diametralmente opposte e privo di una maggioranza precostituita. Nonostante questo, permane in carica per ben 19 mesi, un arco temporale piuttosto lungo per gli standard del tempo. E’ la fine della conventio ad excludendum e l’inizio della breve epoca della solidarietà nazionale, ossia della costituzione di governi sostenuti da ampie alleanze aventi lo scopo di garantire al Paese una stabilità governativa in un periodo di forte disagio economico-sociale. Sotto questo punto di vista, il ministero di Andreotti viene assimilato al governo delle “convergenze parallele” per preparare il terreno politico all’ingresso dei socialisti al governo <250.
    L’iter di formazione del governo è molto lungo (le elezioni si tengono il 20 giugno, le consultazioni iniziano il 12 luglio, mentre il voto di fiducia si svolge il 4 agosto), in quanto le forze politiche necessitano di tempo per accordarsi sul riparto delle cariche e delle poltrone in modo favorire la partecipazione di tutte le principali forze politiche (ad esempio, Amintore Fanfani diventa presidente del Senato, mentre la presidenza della Camera viene per la prima volta assegnata a un comunista, Pietro Ingrao), senza tuttavia che il partito comunista abbia strumenti per intromettersi nelle decisioni di indirizzo politico governative. Anche la scelta di Andreotti quale Presidente del Consiglio è dettata da questa necessità: egli è infatti tra i pochi che durante la crisi di governo hanno mantenuto un atteggiamento accomodante nei confronti dei socialisti. Secondo altri, peraltro, la designazione di Andreotti è volta ad alleggerire i contrasti interni alla Dc, percorsa da tre movimenti che si oppongono alle decisioni della segreteria Zaccagnini: dorotei, andreottiani e forlaniani <251.
    La prevedibile crisi del governo Andreotti, nella più totale inconciliabilità delle posizioni politiche, vede il contrapporsi di due blocchi: da un lato, i comunisti chiedono la costituzione di un governo di emergenza, o, in alternativa, di un governo dalla maggioranza precostituita con la partecipazione del Pci o di un governo delle sinistre con l’appoggio esterno della Dc; dall’altro lato, la Dc, contraria a un governo con il Pci, è stretta nella morsa dei socialisti, che si dichiarano favorevoli soltanto a un governo che veda il coinvolgimento del partito comunista <252. Andreotti, reincaricato, si muove quindi nel tentativo di trovare una “soluzione intermedia tra la maggioranza di programma e il governo d’emergenza” <253.
    In questa fase di difficile compromesso politico, Andreotti riesce a costituire il suo IV governo, un monocolore che il 16 marzo 1978 ottiene la fiducia con i voti favorevoli del partito comunista. Ma la fiducia a un governo monocolore è concessa soltanto a causa dell’allarme creato, proprio il giorno della votazione, dal rapimento di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, che rilancia in tutta la sua gravità il tema del terrorismo sul tavolo dello scontro politico <254.
    Verso la fine della solidarietà nazionale e il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti
    La morte di Moro, il cui cadavere viene ritrovato il 9 maggio 1978, scuote le fondamenta della politica nazionale non soltanto per la gravissima portata eversiva di un atto terroristico rivolto contro uno dei principali leader del partito di maggioranza relativa, ma anche perché sancisce il declino del “compromesso storico”. Moro era il principale interlocutore politico di Berlinguer e la sua morte rende impraticabile il cammino avviato. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale proviene dalle elezioni amministrative che nel maggio e giugno del 1978 si tengono in alcune province e nelle regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta. La Dc ha un grande successo, ottenendo il 42,6% dei voti, contro il 26,4% dei comunisti. Anche il Psi aumenta, accaparrandosi il 13%, mentre il Msi diminuisce ulteriormente <255. Nello stesso periodo, l’11 giugno 1978, il partito comunista subisce un’altra sconfitta in occasione della consultazione referendaria promossa dai radicali per l’abrogazione di due leggi: a) la legge Reale (152 del 1975) sull’ordine pubblico, che determina un accrescimento dei poteri delle forze dell’ordine, alla cui abrogazione sono contrari Dc, Psi, Pri e Psdi; b) la legge sul finanziamento pubblico ai partiti (195 del 1974), che vede contrarie all’abrogazione tutte le forze politiche, fatta eccezione per i promotori. In entrambi i casi i “no” all’abrogazione prevalgono sui voti favorevoli alla stessa, attenendosi quindi al volere della maggioranza dei partiti. Tuttavia, il voto contrario all’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti è solo del 56% dei votanti, che rappresenta una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale <256. E’ la denuncia di un elettorato stanco degli intrighi di palazzo e di un sistema politico la cui inefficienza si fa sempre più esasperata.
    [NOTE]
    48 Già nel corso della crisi del IV governo Moro viene sentito per il partito liberale il vice-segretario, non parlamentare. La sua convocazione, inizialmente negata, è ammessa, tuttavia, in quanto egli viene sentito in rappresentanza del segretario di partito – deputato – che a causa di un’indisposizione non avrebbe potuto partecipare. E’ quindi con la crisi del governo Moro che per la prima volta viene inserita a pieno titolo la consultazione di un presidente di partito (quello liberale) non più parlamentare (cfr. Appunto. Crisi di governo – Personalità consultate, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38).
    249 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 36; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167.
    250 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, p. 244.
    251 Cfr. D. Porena, Il Governo della “non sfiducia”: le elezioni del 1976 e la formazione del governo Andreotti III, in Aa. Vv., La nascita dei governi, I Presidenti della Repubblica tra Carta costituzionale e prassi, Focus, in http://www.federalismi.it, n. 14/2013, pp. 3-7.
    252 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
    253 F. Bassanini, Il mandato di Andreotti, in Il Messaggero del 23 gennaio 1978, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
    254 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167. Per i drammatici mesi successivi al rapimento e al ritrovamento del cadavere di Moro, cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 271 ss. Il rapimento di Moro divide le forze politiche sulla strategia da adottare. Infatti, le Brigate Rosse chiedono in riscatto la liberazione di alti esponenti del terrorismo: alcune forze politiche sono disposte al baratto per il salvataggio di Moro (c.d. “fronte della trattativa”, su cui si schierano Psi, Pli e il gruppo conservatore della Dc, guidato da Forlani), altre, invece, scelgono la via della “fermezza” non accettando di scendere a patti con i terroristi (Pci, la segreteria della Dc, guidata da Zaccagnini, il leader del Pri, Ugo La Malfa). Leone, dal canto suo, si dice disposto a firmare la grazia per i rapitori. I due diversi atteggiamenti con cui le forze politiche affrontano il problema del rapimento di Moro è rappresentativo, del resto, delle divisioni tra due fazioni politiche nel delicato periodo storico di riferimento: il “fronte della trattativa” è per lo più composto da personalità contrarie alla formula politica della “solidarietà nazionale”, mentre sul “fronte della fermezza” si schierano le forze politiche fautrici della “solidarietà nazionale” e promotrici di una strategia di rigida intransigenza nei confronti di qualsivoglia fenomeno terroristico (cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 221-222).
    255 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 293-294.
    256 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 295-298.
    Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2015

    #1978 #AldoMoro #DC #ElenaPattaro #finanziamento #GiovanniLeone #GiulioAndreotti #governi #morte #nazionale #ordine #partiti #PCI #Presidente #PSI #pubblico #rapimento #referendum #solidarietà
  2. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale

    Il governo “della non sfiducia” Andreotti III e il governo Andreotti IV
    In seguito alle consultazioni presidenziali, nel corso delle quali vengono sentiti i segretari e presidenti di partito (per la prima volta anche non parlamentari <248), viene formato il governo Andreotti III, un monocolore democristiano detto della “non sfiducia” o “delle astensioni”, perché votano la fiducia soltanto Dc e Sud-Tiroler Volkspartei, si oppongono Msi, Dp e Pri, mentre tutti gli altri (compreso il partito comunista) si astengono (i voti a favore alla Camera sono 258, mentre 303 sono gli astenuti; al Senato sono 136 i voti favorevoli, 69 le astensioni, 92 gli assenti) <249. Il III ministero Andreotti nasce quindi come governo dettato dallo stato di necessità, dalla confluenza di forze politiche che si collocano su posizioni programmatiche diametralmente opposte e privo di una maggioranza precostituita. Nonostante questo, permane in carica per ben 19 mesi, un arco temporale piuttosto lungo per gli standard del tempo. E’ la fine della conventio ad excludendum e l’inizio della breve epoca della solidarietà nazionale, ossia della costituzione di governi sostenuti da ampie alleanze aventi lo scopo di garantire al Paese una stabilità governativa in un periodo di forte disagio economico-sociale. Sotto questo punto di vista, il ministero di Andreotti viene assimilato al governo delle “convergenze parallele” per preparare il terreno politico all’ingresso dei socialisti al governo <250.
    L’iter di formazione del governo è molto lungo (le elezioni si tengono il 20 giugno, le consultazioni iniziano il 12 luglio, mentre il voto di fiducia si svolge il 4 agosto), in quanto le forze politiche necessitano di tempo per accordarsi sul riparto delle cariche e delle poltrone in modo favorire la partecipazione di tutte le principali forze politiche (ad esempio, Amintore Fanfani diventa presidente del Senato, mentre la presidenza della Camera viene per la prima volta assegnata a un comunista, Pietro Ingrao), senza tuttavia che il partito comunista abbia strumenti per intromettersi nelle decisioni di indirizzo politico governative. Anche la scelta di Andreotti quale Presidente del Consiglio è dettata da questa necessità: egli è infatti tra i pochi che durante la crisi di governo hanno mantenuto un atteggiamento accomodante nei confronti dei socialisti. Secondo altri, peraltro, la designazione di Andreotti è volta ad alleggerire i contrasti interni alla Dc, percorsa da tre movimenti che si oppongono alle decisioni della segreteria Zaccagnini: dorotei, andreottiani e forlaniani <251.
    La prevedibile crisi del governo Andreotti, nella più totale inconciliabilità delle posizioni politiche, vede il contrapporsi di due blocchi: da un lato, i comunisti chiedono la costituzione di un governo di emergenza, o, in alternativa, di un governo dalla maggioranza precostituita con la partecipazione del Pci o di un governo delle sinistre con l’appoggio esterno della Dc; dall’altro lato, la Dc, contraria a un governo con il Pci, è stretta nella morsa dei socialisti, che si dichiarano favorevoli soltanto a un governo che veda il coinvolgimento del partito comunista <252. Andreotti, reincaricato, si muove quindi nel tentativo di trovare una “soluzione intermedia tra la maggioranza di programma e il governo d’emergenza” <253.
    In questa fase di difficile compromesso politico, Andreotti riesce a costituire il suo IV governo, un monocolore che il 16 marzo 1978 ottiene la fiducia con i voti favorevoli del partito comunista. Ma la fiducia a un governo monocolore è concessa soltanto a causa dell’allarme creato, proprio il giorno della votazione, dal rapimento di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, che rilancia in tutta la sua gravità il tema del terrorismo sul tavolo dello scontro politico <254.
    Verso la fine della solidarietà nazionale e il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti
    La morte di Moro, il cui cadavere viene ritrovato il 9 maggio 1978, scuote le fondamenta della politica nazionale non soltanto per la gravissima portata eversiva di un atto terroristico rivolto contro uno dei principali leader del partito di maggioranza relativa, ma anche perché sancisce il declino del “compromesso storico”. Moro era il principale interlocutore politico di Berlinguer e la sua morte rende impraticabile il cammino avviato. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale proviene dalle elezioni amministrative che nel maggio e giugno del 1978 si tengono in alcune province e nelle regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta. La Dc ha un grande successo, ottenendo il 42,6% dei voti, contro il 26,4% dei comunisti. Anche il Psi aumenta, accaparrandosi il 13%, mentre il Msi diminuisce ulteriormente <255. Nello stesso periodo, l’11 giugno 1978, il partito comunista subisce un’altra sconfitta in occasione della consultazione referendaria promossa dai radicali per l’abrogazione di due leggi: a) la legge Reale (152 del 1975) sull’ordine pubblico, che determina un accrescimento dei poteri delle forze dell’ordine, alla cui abrogazione sono contrari Dc, Psi, Pri e Psdi; b) la legge sul finanziamento pubblico ai partiti (195 del 1974), che vede contrarie all’abrogazione tutte le forze politiche, fatta eccezione per i promotori. In entrambi i casi i “no” all’abrogazione prevalgono sui voti favorevoli alla stessa, attenendosi quindi al volere della maggioranza dei partiti. Tuttavia, il voto contrario all’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti è solo del 56% dei votanti, che rappresenta una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale <256. E’ la denuncia di un elettorato stanco degli intrighi di palazzo e di un sistema politico la cui inefficienza si fa sempre più esasperata.
    [NOTE]
    48 Già nel corso della crisi del IV governo Moro viene sentito per il partito liberale il vice-segretario, non parlamentare. La sua convocazione, inizialmente negata, è ammessa, tuttavia, in quanto egli viene sentito in rappresentanza del segretario di partito – deputato – che a causa di un’indisposizione non avrebbe potuto partecipare. E’ quindi con la crisi del governo Moro che per la prima volta viene inserita a pieno titolo la consultazione di un presidente di partito (quello liberale) non più parlamentare (cfr. Appunto. Crisi di governo – Personalità consultate, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38).
    249 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 36; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167.
    250 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, p. 244.
    251 Cfr. D. Porena, Il Governo della “non sfiducia”: le elezioni del 1976 e la formazione del governo Andreotti III, in Aa. Vv., La nascita dei governi, I Presidenti della Repubblica tra Carta costituzionale e prassi, Focus, in http://www.federalismi.it, n. 14/2013, pp. 3-7.
    252 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
    253 F. Bassanini, Il mandato di Andreotti, in Il Messaggero del 23 gennaio 1978, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
    254 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167. Per i drammatici mesi successivi al rapimento e al ritrovamento del cadavere di Moro, cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 271 ss. Il rapimento di Moro divide le forze politiche sulla strategia da adottare. Infatti, le Brigate Rosse chiedono in riscatto la liberazione di alti esponenti del terrorismo: alcune forze politiche sono disposte al baratto per il salvataggio di Moro (c.d. “fronte della trattativa”, su cui si schierano Psi, Pli e il gruppo conservatore della Dc, guidato da Forlani), altre, invece, scelgono la via della “fermezza” non accettando di scendere a patti con i terroristi (Pci, la segreteria della Dc, guidata da Zaccagnini, il leader del Pri, Ugo La Malfa). Leone, dal canto suo, si dice disposto a firmare la grazia per i rapitori. I due diversi atteggiamenti con cui le forze politiche affrontano il problema del rapimento di Moro è rappresentativo, del resto, delle divisioni tra due fazioni politiche nel delicato periodo storico di riferimento: il “fronte della trattativa” è per lo più composto da personalità contrarie alla formula politica della “solidarietà nazionale”, mentre sul “fronte della fermezza” si schierano le forze politiche fautrici della “solidarietà nazionale” e promotrici di una strategia di rigida intransigenza nei confronti di qualsivoglia fenomeno terroristico (cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 221-222).
    255 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 293-294.
    256 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 295-298.
    Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2015

    #1978 #AldoMoro #DC #ElenaPattaro #finanziamento #GiovanniLeone #GiulioAndreotti #governi #morte #nazionale #ordine #partiti #PCI #Presidente #PSI #pubblico #rapimento #referendum #solidarietà
  3. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale

    Il governo “della non sfiducia” Andreotti III e il governo Andreotti IV
    In seguito alle consultazioni presidenziali, nel corso delle quali vengono sentiti i segretari e presidenti di partito (per la prima volta anche non parlamentari <248), viene formato il governo Andreotti III, un monocolore democristiano detto della “non sfiducia” o “delle astensioni”, perché votano la fiducia soltanto Dc e Sud-Tiroler Volkspartei, si oppongono Msi, Dp e Pri, mentre tutti gli altri (compreso il partito comunista) si astengono (i voti a favore alla Camera sono 258, mentre 303 sono gli astenuti; al Senato sono 136 i voti favorevoli, 69 le astensioni, 92 gli assenti) <249. Il III ministero Andreotti nasce quindi come governo dettato dallo stato di necessità, dalla confluenza di forze politiche che si collocano su posizioni programmatiche diametralmente opposte e privo di una maggioranza precostituita. Nonostante questo, permane in carica per ben 19 mesi, un arco temporale piuttosto lungo per gli standard del tempo. E’ la fine della conventio ad excludendum e l’inizio della breve epoca della solidarietà nazionale, ossia della costituzione di governi sostenuti da ampie alleanze aventi lo scopo di garantire al Paese una stabilità governativa in un periodo di forte disagio economico-sociale. Sotto questo punto di vista, il ministero di Andreotti viene assimilato al governo delle “convergenze parallele” per preparare il terreno politico all’ingresso dei socialisti al governo <250.
    L’iter di formazione del governo è molto lungo (le elezioni si tengono il 20 giugno, le consultazioni iniziano il 12 luglio, mentre il voto di fiducia si svolge il 4 agosto), in quanto le forze politiche necessitano di tempo per accordarsi sul riparto delle cariche e delle poltrone in modo favorire la partecipazione di tutte le principali forze politiche (ad esempio, Amintore Fanfani diventa presidente del Senato, mentre la presidenza della Camera viene per la prima volta assegnata a un comunista, Pietro Ingrao), senza tuttavia che il partito comunista abbia strumenti per intromettersi nelle decisioni di indirizzo politico governative. Anche la scelta di Andreotti quale Presidente del Consiglio è dettata da questa necessità: egli è infatti tra i pochi che durante la crisi di governo hanno mantenuto un atteggiamento accomodante nei confronti dei socialisti. Secondo altri, peraltro, la designazione di Andreotti è volta ad alleggerire i contrasti interni alla Dc, percorsa da tre movimenti che si oppongono alle decisioni della segreteria Zaccagnini: dorotei, andreottiani e forlaniani <251.
    La prevedibile crisi del governo Andreotti, nella più totale inconciliabilità delle posizioni politiche, vede il contrapporsi di due blocchi: da un lato, i comunisti chiedono la costituzione di un governo di emergenza, o, in alternativa, di un governo dalla maggioranza precostituita con la partecipazione del Pci o di un governo delle sinistre con l’appoggio esterno della Dc; dall’altro lato, la Dc, contraria a un governo con il Pci, è stretta nella morsa dei socialisti, che si dichiarano favorevoli soltanto a un governo che veda il coinvolgimento del partito comunista <252. Andreotti, reincaricato, si muove quindi nel tentativo di trovare una “soluzione intermedia tra la maggioranza di programma e il governo d’emergenza” <253.
    In questa fase di difficile compromesso politico, Andreotti riesce a costituire il suo IV governo, un monocolore che il 16 marzo 1978 ottiene la fiducia con i voti favorevoli del partito comunista. Ma la fiducia a un governo monocolore è concessa soltanto a causa dell’allarme creato, proprio il giorno della votazione, dal rapimento di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, che rilancia in tutta la sua gravità il tema del terrorismo sul tavolo dello scontro politico <254.
    Verso la fine della solidarietà nazionale e il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti
    La morte di Moro, il cui cadavere viene ritrovato il 9 maggio 1978, scuote le fondamenta della politica nazionale non soltanto per la gravissima portata eversiva di un atto terroristico rivolto contro uno dei principali leader del partito di maggioranza relativa, ma anche perché sancisce il declino del “compromesso storico”. Moro era il principale interlocutore politico di Berlinguer e la sua morte rende impraticabile il cammino avviato. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale proviene dalle elezioni amministrative che nel maggio e giugno del 1978 si tengono in alcune province e nelle regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta. La Dc ha un grande successo, ottenendo il 42,6% dei voti, contro il 26,4% dei comunisti. Anche il Psi aumenta, accaparrandosi il 13%, mentre il Msi diminuisce ulteriormente <255. Nello stesso periodo, l’11 giugno 1978, il partito comunista subisce un’altra sconfitta in occasione della consultazione referendaria promossa dai radicali per l’abrogazione di due leggi: a) la legge Reale (152 del 1975) sull’ordine pubblico, che determina un accrescimento dei poteri delle forze dell’ordine, alla cui abrogazione sono contrari Dc, Psi, Pri e Psdi; b) la legge sul finanziamento pubblico ai partiti (195 del 1974), che vede contrarie all’abrogazione tutte le forze politiche, fatta eccezione per i promotori. In entrambi i casi i “no” all’abrogazione prevalgono sui voti favorevoli alla stessa, attenendosi quindi al volere della maggioranza dei partiti. Tuttavia, il voto contrario all’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti è solo del 56% dei votanti, che rappresenta una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale <256. E’ la denuncia di un elettorato stanco degli intrighi di palazzo e di un sistema politico la cui inefficienza si fa sempre più esasperata.
    [NOTE]
    48 Già nel corso della crisi del IV governo Moro viene sentito per il partito liberale il vice-segretario, non parlamentare. La sua convocazione, inizialmente negata, è ammessa, tuttavia, in quanto egli viene sentito in rappresentanza del segretario di partito – deputato – che a causa di un’indisposizione non avrebbe potuto partecipare. E’ quindi con la crisi del governo Moro che per la prima volta viene inserita a pieno titolo la consultazione di un presidente di partito (quello liberale) non più parlamentare (cfr. Appunto. Crisi di governo – Personalità consultate, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38).
    249 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 36; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167.
    250 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, p. 244.
    251 Cfr. D. Porena, Il Governo della “non sfiducia”: le elezioni del 1976 e la formazione del governo Andreotti III, in Aa. Vv., La nascita dei governi, I Presidenti della Repubblica tra Carta costituzionale e prassi, Focus, in http://www.federalismi.it, n. 14/2013, pp. 3-7.
    252 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
    253 F. Bassanini, Il mandato di Andreotti, in Il Messaggero del 23 gennaio 1978, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
    254 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167. Per i drammatici mesi successivi al rapimento e al ritrovamento del cadavere di Moro, cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 271 ss. Il rapimento di Moro divide le forze politiche sulla strategia da adottare. Infatti, le Brigate Rosse chiedono in riscatto la liberazione di alti esponenti del terrorismo: alcune forze politiche sono disposte al baratto per il salvataggio di Moro (c.d. “fronte della trattativa”, su cui si schierano Psi, Pli e il gruppo conservatore della Dc, guidato da Forlani), altre, invece, scelgono la via della “fermezza” non accettando di scendere a patti con i terroristi (Pci, la segreteria della Dc, guidata da Zaccagnini, il leader del Pri, Ugo La Malfa). Leone, dal canto suo, si dice disposto a firmare la grazia per i rapitori. I due diversi atteggiamenti con cui le forze politiche affrontano il problema del rapimento di Moro è rappresentativo, del resto, delle divisioni tra due fazioni politiche nel delicato periodo storico di riferimento: il “fronte della trattativa” è per lo più composto da personalità contrarie alla formula politica della “solidarietà nazionale”, mentre sul “fronte della fermezza” si schierano le forze politiche fautrici della “solidarietà nazionale” e promotrici di una strategia di rigida intransigenza nei confronti di qualsivoglia fenomeno terroristico (cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 221-222).
    255 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 293-294.
    256 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 295-298.
    Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2015

    #1978 #AldoMoro #DC #ElenaPattaro #finanziamento #GiovanniLeone #GiulioAndreotti #governi #morte #nazionale #ordine #partiti #PCI #Presidente #PSI #pubblico #rapimento #referendum #solidarietà
  4. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale

    Il governo “della non sfiducia” Andreotti III e il governo Andreotti IV
    In seguito alle consultazioni presidenziali, nel corso delle quali vengono sentiti i segretari e presidenti di partito (per la prima volta anche non parlamentari <248), viene formato il governo Andreotti III, un monocolore democristiano detto della “non sfiducia” o “delle astensioni”, perché votano la fiducia soltanto Dc e Sud-Tiroler Volkspartei, si oppongono Msi, Dp e Pri, mentre tutti gli altri (compreso il partito comunista) si astengono (i voti a favore alla Camera sono 258, mentre 303 sono gli astenuti; al Senato sono 136 i voti favorevoli, 69 le astensioni, 92 gli assenti) <249. Il III ministero Andreotti nasce quindi come governo dettato dallo stato di necessità, dalla confluenza di forze politiche che si collocano su posizioni programmatiche diametralmente opposte e privo di una maggioranza precostituita. Nonostante questo, permane in carica per ben 19 mesi, un arco temporale piuttosto lungo per gli standard del tempo. E’ la fine della conventio ad excludendum e l’inizio della breve epoca della solidarietà nazionale, ossia della costituzione di governi sostenuti da ampie alleanze aventi lo scopo di garantire al Paese una stabilità governativa in un periodo di forte disagio economico-sociale. Sotto questo punto di vista, il ministero di Andreotti viene assimilato al governo delle “convergenze parallele” per preparare il terreno politico all’ingresso dei socialisti al governo <250.
    L’iter di formazione del governo è molto lungo (le elezioni si tengono il 20 giugno, le consultazioni iniziano il 12 luglio, mentre il voto di fiducia si svolge il 4 agosto), in quanto le forze politiche necessitano di tempo per accordarsi sul riparto delle cariche e delle poltrone in modo favorire la partecipazione di tutte le principali forze politiche (ad esempio, Amintore Fanfani diventa presidente del Senato, mentre la presidenza della Camera viene per la prima volta assegnata a un comunista, Pietro Ingrao), senza tuttavia che il partito comunista abbia strumenti per intromettersi nelle decisioni di indirizzo politico governative. Anche la scelta di Andreotti quale Presidente del Consiglio è dettata da questa necessità: egli è infatti tra i pochi che durante la crisi di governo hanno mantenuto un atteggiamento accomodante nei confronti dei socialisti. Secondo altri, peraltro, la designazione di Andreotti è volta ad alleggerire i contrasti interni alla Dc, percorsa da tre movimenti che si oppongono alle decisioni della segreteria Zaccagnini: dorotei, andreottiani e forlaniani <251.
    La prevedibile crisi del governo Andreotti, nella più totale inconciliabilità delle posizioni politiche, vede il contrapporsi di due blocchi: da un lato, i comunisti chiedono la costituzione di un governo di emergenza, o, in alternativa, di un governo dalla maggioranza precostituita con la partecipazione del Pci o di un governo delle sinistre con l’appoggio esterno della Dc; dall’altro lato, la Dc, contraria a un governo con il Pci, è stretta nella morsa dei socialisti, che si dichiarano favorevoli soltanto a un governo che veda il coinvolgimento del partito comunista <252. Andreotti, reincaricato, si muove quindi nel tentativo di trovare una “soluzione intermedia tra la maggioranza di programma e il governo d’emergenza” <253.
    In questa fase di difficile compromesso politico, Andreotti riesce a costituire il suo IV governo, un monocolore che il 16 marzo 1978 ottiene la fiducia con i voti favorevoli del partito comunista. Ma la fiducia a un governo monocolore è concessa soltanto a causa dell’allarme creato, proprio il giorno della votazione, dal rapimento di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, che rilancia in tutta la sua gravità il tema del terrorismo sul tavolo dello scontro politico <254.
    Verso la fine della solidarietà nazionale e il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti
    La morte di Moro, il cui cadavere viene ritrovato il 9 maggio 1978, scuote le fondamenta della politica nazionale non soltanto per la gravissima portata eversiva di un atto terroristico rivolto contro uno dei principali leader del partito di maggioranza relativa, ma anche perché sancisce il declino del “compromesso storico”. Moro era il principale interlocutore politico di Berlinguer e la sua morte rende impraticabile il cammino avviato. Il primo sintomo della fine dell’epoca della solidarietà nazionale proviene dalle elezioni amministrative che nel maggio e giugno del 1978 si tengono in alcune province e nelle regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta. La Dc ha un grande successo, ottenendo il 42,6% dei voti, contro il 26,4% dei comunisti. Anche il Psi aumenta, accaparrandosi il 13%, mentre il Msi diminuisce ulteriormente <255. Nello stesso periodo, l’11 giugno 1978, il partito comunista subisce un’altra sconfitta in occasione della consultazione referendaria promossa dai radicali per l’abrogazione di due leggi: a) la legge Reale (152 del 1975) sull’ordine pubblico, che determina un accrescimento dei poteri delle forze dell’ordine, alla cui abrogazione sono contrari Dc, Psi, Pri e Psdi; b) la legge sul finanziamento pubblico ai partiti (195 del 1974), che vede contrarie all’abrogazione tutte le forze politiche, fatta eccezione per i promotori. In entrambi i casi i “no” all’abrogazione prevalgono sui voti favorevoli alla stessa, attenendosi quindi al volere della maggioranza dei partiti. Tuttavia, il voto contrario all’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti è solo del 56% dei votanti, che rappresenta una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale <256. E’ la denuncia di un elettorato stanco degli intrighi di palazzo e di un sistema politico la cui inefficienza si fa sempre più esasperata.
    [NOTE]
    48 Già nel corso della crisi del IV governo Moro viene sentito per il partito liberale il vice-segretario, non parlamentare. La sua convocazione, inizialmente negata, è ammessa, tuttavia, in quanto egli viene sentito in rappresentanza del segretario di partito – deputato – che a causa di un’indisposizione non avrebbe potuto partecipare. E’ quindi con la crisi del governo Moro che per la prima volta viene inserita a pieno titolo la consultazione di un presidente di partito (quello liberale) non più parlamentare (cfr. Appunto. Crisi di governo – Personalità consultate, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38).
    249 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 36; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167.
    250 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, p. 244.
    251 Cfr. D. Porena, Il Governo della “non sfiducia”: le elezioni del 1976 e la formazione del governo Andreotti III, in Aa. Vv., La nascita dei governi, I Presidenti della Repubblica tra Carta costituzionale e prassi, Focus, in http://www.federalismi.it, n. 14/2013, pp. 3-7.
    252 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
    253 F. Bassanini, Il mandato di Andreotti, in Il Messaggero del 23 gennaio 1978, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 38.
    254 Cfr. G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 167. Per i drammatici mesi successivi al rapimento e al ritrovamento del cadavere di Moro, cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 271 ss. Il rapimento di Moro divide le forze politiche sulla strategia da adottare. Infatti, le Brigate Rosse chiedono in riscatto la liberazione di alti esponenti del terrorismo: alcune forze politiche sono disposte al baratto per il salvataggio di Moro (c.d. “fronte della trattativa”, su cui si schierano Psi, Pli e il gruppo conservatore della Dc, guidato da Forlani), altre, invece, scelgono la via della “fermezza” non accettando di scendere a patti con i terroristi (Pci, la segreteria della Dc, guidata da Zaccagnini, il leader del Pri, Ugo La Malfa). Leone, dal canto suo, si dice disposto a firmare la grazia per i rapitori. I due diversi atteggiamenti con cui le forze politiche affrontano il problema del rapimento di Moro è rappresentativo, del resto, delle divisioni tra due fazioni politiche nel delicato periodo storico di riferimento: il “fronte della trattativa” è per lo più composto da personalità contrarie alla formula politica della “solidarietà nazionale”, mentre sul “fronte della fermezza” si schierano le forze politiche fautrici della “solidarietà nazionale” e promotrici di una strategia di rigida intransigenza nei confronti di qualsivoglia fenomeno terroristico (cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 221-222).
    255 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 293-294.
    256 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1991, pp. 295-298.
    Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2015

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  6. Consoliamoci con i ricordi, Italia 1982 o Italia 2006? Quale è la più forte?

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  13. Il rugby italiano scende in campo con l’Esercito. La contestazione alla partita della nazionale
    Il 23 gennaio scorso la Federazione Italiana Rugby ha rinnovato per altri tre anni l’accordo di collaborazione con l’Esercito Italiano.
    perunaltracitta.org/homepage/2
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  14. La GNR già schierava – almeno sulla carta – quasi 113.000 uomini

    L’apparato repressivo sin qui delineato, sopravvissuto al brusco smottamento politico determinatosi con la defenestrazione di Mussolini <265, vedeva invece nel mutato scenario post-armistiziale il prorompere sulla scena di una variegata platea di nuovi attori, capaci ben presto di sovvertire i rapporti di forza consolidatisi negli anni precedenti. Sotto il vigile sguardo tedesco, la riorganizzazione delle Forze armate e di polizia della neonata Repubblica si sarebbe infatti imposta quale teatro di accesi scontri tra i diversi centri di potere fascisti, portatori di istanze e progetti del tutto confliggenti <266. Particolarmente spinoso, stante la precaria tenuta del fronte interno, si presentava innanzitutto il nodo dell’ordine pubblico, aggravato dallo «sbandamento morale e fisico» registratosi tra le forze di pubblica sicurezza <267. Sullo sfondo del concomitante confronto con il maresciallo Rodolfo Graziani, nominato ministro della Forze armate, il dibattito sulla riorganizzazione delle forze di sicurezza interna vedeva contrapporsi le opposte visioni del comandante generale della MVSN Renato Ricci e di Buffarini Guidi, ben interessato a mantenere nelle mani del ministero dell’Interno «la direzione della Polizia» <268. Più defilato, seppur vicino alle posizioni del gerarca carrarino, era l’atteggiamento del segretario del PFR, a sua volta impegnato a dotare il partito di un proprio braccio armato, strutturatosi sulla base delle numerose squadre d’azione spontaneamente risorte in diversi centri della penisola <269.
    Quale oggetto del contendere, tornava da un lato a ripresentarsi l’annosa questione della MVSN e dei suoi rapporti con gli organi di polizia e l’esercito, trascinatasi per tutto il ventennio e riemersa con forza nel dibattito odierno <270; dall’altro la pretesa temperie «rivoluzionaria» dell’ultimo fascismo rendeva ora possibile pensare a una «riforma nella polizia, che rispond[esse] alle esigenze politiche-sociali dei nuovi ordinamenti repubblicani», così «da creare un organismo totalitariamente innovato» <271. Altrettanto «ineluttabil[e]» sarebbe apparsa la «trasformazione» dell’Arma dei carabinieri, forza tradizionalmente legata alla monarchia e da più parti accusata di scarsa affidabilità e mordente, quando non di connivenza con le nascenti bande partigiane, ora affidata al comando del generale della milizia Archimede Mischi <272. La soluzione prospettata, giunta il 19 novembre 1943 al termine di una lunga serie di faticosi e altalenanti compromessi, finiva per frantumare ulteriormente il panorama repressivo saloino <273. Come prontamente comunicato dall’Agenzia Stefani, «con decreto in corso di pubblicazione, vengono istituite la Guardia nazionale repubblicana e la Polizia repubblicana». Queste, “hanno il compito di difendere all’interno le istituzioni e di far rispettare le leggi della Repubblica […]. La Guardia nazionale repubblicana è formata dalla MVSN, dall’Arma dei carabinieri e dalla Polizia Africa Italiana. La Polizia repubblicana è formata dall’amministrazione della Pubblica Sicurezza, dal Corpo degli agenti e dei metropolitani. La Guardia nazionale repubblicana è alle dipendenze di un proprio comando generale e per l’impiego nei servizi di ordine pubblico dipende dal ministero dell’Interno. La Polizia repubblicana dipende dal ministero dell’Interno. […] Il luogotenente generale della MVSN Renato Ricci è nominato comandante generale della Guardia nazionale repubblicana” <274.
    Uscito vittorioso dal confronto con il maresciallo Graziani, propugnatore di un esercito apolitico destinato ad assorbire le formazioni di camicie nere, Ricci riusciva a mantenere anche nei confronti del ministero dell’Interno l’indipendenza, non solo formale, della milizia, transitata tra le fila della nuova forza armata <275. Il pur travagliato connubio tra camicie nere e carabinieri permetteva infatti al gerarca toscano di presentare la propria creatura quale unica formazione armata minimamente efficiente, ben radicata su tutto il territorio nazionale e capace di coniugare, quanto meno nelle intenzioni, la salda fede politica e l’attivismo dei militi da un lato, il prezioso e irrinunciabile apporto tecnico dei militari dell’Arma dall’altro <276. Anche l’evidenza numerica dava inizialmente ragione a Ricci: sul finire di dicembre 1943, mentre l’organizzazione dell’ENR procedeva tra estreme difficoltà e la polizia poteva contare su circa 25.000 tra agenti e funzionari <277, la Guardia già schierava – almeno sulla carta – quasi 113.000 uomini, pur in minima parte impiegabili in vere e proprie azioni di controguerriglia contro le formazioni alla macchia <278. Forti di queste premesse e del dinamismo dimostrato soprattutto dai reparti della milizia, i vertici della GNR potevano a buon titolo rivendicare un ruolo di primazia nel campo della repressione politica e della lotta antipartigiana. Diretto era l’attacco portato ai tradizionali organi di polizia: come sottolineato in un lungo «promemoria» non casualmente redatto a poche ore dalla definitiva decisione di Mussolini di dar vita alla Guardia, questa avrebbe dovuto assumere «il controllo assoluto sulla vita interna della Repubblica», garantendone «la sicurezza interna […] e la sua continuità». Una speciale rilevanza era quindi riposta nel «Servizio politico» della GNR, «destinato ad assorbire – nelle intenzioni di Ricci – la polizia politica» <279. Pur non riuscendo ad arrivare a tanto, stante la pur claudicante sopravvivenza della Divisione polizia politica e della rete di uffici politici delle questure, la nascita della Guardia avrebbe comunque contribuito a marginalizzare l’azione del ministero dell’Interno, ora spogliato della propria funzione di coordinamento e centro motore nel contrasto del dissenso.
    Benché riorganizzata e infoltita con elementi ausiliari, la Polizia repubblicana finiva dunque per essere schiacciata dal prorompente operato di quel «pullulare di formazioni», più o meno regolari, che avrebbe caratterizzato il caotico panorama repressivo fascista <280, incapace comunque di far fronte all’«inusitata» minaccia portata dalla guerriglia partigiana <281. Difatti, per dirla con Mussolini, nelle convulse settimane immediatamente seguenti l’armistizio, eclissatesi «le forze costituite dello Stato», numerosi furono «gli organi, i gruppi e talora i singoli che si occupavano di Polizia […] spesso operanti all’insaputa o in concorrenza gli uni con gli altri» <282. Uno slancio presto contraddistintosi per l’azione particolarmente violenta e scomposta, quando non dichiaratamente delinquenziale, di queste formazioni.
    Nel tentativo di «irreggimentare» e al contempo stimolare tali forme di mobilitazione <283, il segretario del PFR disponeva quindi il 5 novembre 1943 la creazione di «squadre federali di polizia», formazioni agili – «non esistono stipendi […] né uffici» – organizzate in seno alle singole federazioni e formalmente dipendenti per l’impiego dal «Capo della provincia […] o dove già sia un fascista repubblicano, il Questore» <284.
    [NOTE]
    265 Sulla sostanziale continuità durante i 45 giorni degli organi di prevenzione e investigazione si veda P. CARUCCI, Il Ministero dell’Interno, cit., pp. 52-59. Quanto alle zone OVRA, ad esempio, queste cambiavano «semplicemente» denominazione divenendo «Ispettorati speciali di polizia» .M. CANALI, Le spie del regime, cit., pp. 479-480.
    266 Sulla ricostituzione delle Forze armate saloine, tra i temi maggiormente e da lungo tempo discussi dalla storiografia, ci limitiamo a segnalare G. PANSA, Il gladio e l’alloro, cit.; L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. 266-294 e R. DE FELICE, La guerra civile, cit., pp. 437-467. Cfr. inoltre la più recente e ben documentata ricostruzione offerta da P. P. BATTISTELLI, Storia militare della Repubblica sociale italiana. Le forze armate della RSI. Nascita, sviluppo, organizzazione e la loro sorte nel dopoguerra, Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte (To) 2020.
    267 Con il «quasi totale collasso delle organizzazioni destinate a tutelare l’ordine pubblico», lamentava Mussolini in una nota della Corrispondenza repubblicana, «tutti gli elementi antisociali ebbero […] piena libertà di azione», mentre «dalle carceri, oltre i cosiddetti politici, evasero ben cinquemila detenuti o condannati per delitti comuni», in B. MUSSOLINI, Polizia unitaria e legale, in E. SUSMEL – D. SUSMEL (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, Vol. XXXV, La Fenice, Firenze 1962, pp. 275-276. La nota risale al 12 dicembre 1943.
    268 ACS, SPD, RSI-CR, b. 79, fasc. 650, s. fasc. 1, Appunto di Guido Buffarini Guidi a Benito Mussolini, Roma, 13 novembre 1943.
    269 Sugli intendimenti di Pavolini vedi in particolare Premessa all’esame della situazione politica dopo la liberazione del Duce, cit.
    270 Sulla MVSN manca a tutt’oggi un studio monografico di ampio respiro. Per limitarci ai contributi di maggior interesse si veda in particolare G. L. GATTI, La quarta Forza armata di Mussolini: la Milizia volontaria di sicurezza nazionale, in R. H. RAIMOND – P. ALBERINI (a cura di), Le Forze armate e la nazione italiana (1915-1943), Roma 2004, pp. 107-173 e A. ROSSI, Le guerre delle camicie nere. La milizia fascista dalla guerra mondiale alla guerra civile, BFS, Pisa 2004. Di taglio più divulgativo ma comunque utile P. CROCIANI – P. P. BATTISTELLI, Le camicie nere 1935-1945, LEG, Gorizia 2011.
    271 ACS, SPD, RSI-CR, b. 79, fasc. 650, s. fasc. 1, Appunto di Guido Buffarini Guidi a Benito Mussolini, cit.
    272 ACS, SPD, RSI-CR, b. 4, fasc. 28, s. fasc. 3, Promemoria per il duce a firma Archimede Mischi, s.l., 23 ottobre 1943. Sulla paventata «abolizione» dell’Arma, richiesta a gran voce dalla base fascista ed effettivamente prospettata alla metà di ottobre 1943 cfr. Ibid., s. fasc. 5, Appunto anonimo per il duce, s.l., 15 ottobre 1943. Più in generale L. GANAPINI, La repubblica delle camicie nere, cit., pp. 34-42. Su Mischi cfr. P. CROCIANI, Mischi Archimede, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. LXXV, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 2011, disponibile all’indirizzo: http://www.treccani.it/enciclopedia/archimede-mischi_(Dizionario-Biografico)/ [consultato 22 aprile 2021].
    273 Per una puntuale ricostruzione delle estenuanti trattative in seno al governo fascista vedi in particolare P. P. BATTISTELLI, Storia militare della Repubblica sociale italiana, cit., pp. 24-25.
    274 Testo del comunicato in E. SUSMEL – D. SUSMEL (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, cit., p. 412. Sui fallimentari progetti di Buffarini Guidi tesi a unificare tutte le forze di polizia sotto l’egida del ministero dell’Interno vedi in particolare G. BUFFARINI GUIDI, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi dal 1938 al 1945, Sugar, Milano 1970, pp. 117-122 e R. DE FELICE, La guerra civile, cit., pp. 465-466.
    275 Come la MVSN, anche la GNR era elevata al rango di «forza armata dello Stato», in Decreto legislativo del Duce 18 dicembre 1943, n. 921, Ordinamento e funzionamento della Guardia Nazionale Repubblicana «Gazzetta Ufficiale d’Italia», LXXXV, n. 166, 18 luglio 1944.
    276 Sull’importanza della componente dei carabinieri si veda, pur con le dovute cautele, la «Memoria sulla Guardia» redatta nel dopoguerra da Niccolò Nicchiarelli, capo di stato maggiore della GNR, recentemente pubblicata in S. FABEI, La guardia nazionale repubblicana nella memoria del generale Niccolò Nicchiarelli 1943-1945, Mursia, Milano 2020, p. 55. Sul difficile connubio tra le diverse componenti della GNR cfr. poi L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. 304-305 e L. GANAPINI, La Repubblica sociale nel 1943, cit., pp. 34-42.
    277 La stima è desunta da P. CARUCCI, Il Ministero dell’Interno, cit., pp. 49, 61 (nota 9).
    278 La cifra riportata, comunque segnalata come imprecisa, è riportata in ACS, NARA, JAIA, T-586, bob. 161, CoGeGuardia, Riepilogo della forza alla data del 20 dicembre 1943, s.l., s.d.. Su questi numeri cfr. infra, cap. V.
    279 ACS, SPD, RSI-CR, b. 3, fasc. 28, s. fasc. 2 bis, Organizzazione, inquadramento e compiti della Guardia nazionale repubblicana, s.l., 20 novembre 1943. Il promemoria, acefalo, è presumibilmente riconducibile al generale Nicchiarelli, incaricato in quei giorni da Ricci «di presentare un progetto di costituzione della GNR», in S. FABEI, La guardia nazionale repubblicana, cit., pp. 25, 40-41.
    280 L. GANAPINI, La repubblica delle camicie nere, cit., p. 278. Sulla ristrutturazione della polizia repubblicana si veda la relazione presentata da Buffarini Guidi dinanzi al Consiglio dei ministri in F. R. SCARDACCIONE (a cura di), Verbali del Consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana, cit., pp. 250-262 (seduta del 11 gennaio 1944). Agli inizi di aprile, le forze complessive a disposizione del capo della polizia ammontavano a circa 50.000 elementi, 20.000 dei quali ausiliari di recente assunzione.
    281 ACS, SPD, RSI-CR, b. 79, fasc. 650, s. fasc. 8, Appunto di Enrico Cavallo a Benito Mussolini, cit.
    282 B. MUSSOLINI, Polizia unitaria e legale, cit., pp. 275-276.
    283 Lo stesso Pavolini avrebbe rimarcato la scarsa consistenza di questi primi «nuclei» di squadristi, in Prima assemblea nazionale del partito fascista repubblicano, citato in V. PAOLUCCI, La Repubblica sociale italiana e il partito fascista repubblicano, settembre 1943 marzo ’44, cit., p. 146.
    284 PFR, Costituzione squadre Federali di polizia, s.l., 5 novembre 1943, citato in A. OSTI GUERRAZZI, «La repubblica necessaria». Il fascismo repubblicano a Roma 1943-44, cit., pp. 128-129. Sulla nascita di tali formazioni la più attenta riflessione resta a tutt’oggi. D. GAGLIANI, Il partito nel fascismo repubblicano delle origini, cit., pp. 163-169. Cfr. inoltre R. D’ANGELI, Storia del partito fascista repubblicano, cit., pp. 181-187.
    Lorenzo Pera, La lunga RSI: violenza e repressione antipartigiana del fascismo repubblicano toscano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze – Università di Siena, 2022

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  15. Enrico #Letta si occupi di ciò che gli compete.

    Basta vedere qualche partita di calcio per capire che l’episodio di #Bastoni non è singolare.

    Anzi, abbiamo avuto un capitano della nazionale che ha fatto di peggio.

    Quindi, poca presunzione, grazie.

    #interjuve #kalulu #unocalcio #nazionale

  16. Enrico #Letta si occupi di ciò che gli compete.

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