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#esercito — Public Fediverse posts

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  1. Una memoria sull’occupazione italiana di Lissa

    Il podestà di Lissa e le scelte di appartenenza in guerra
    Per affrontare la questione dell’identità italiana in Dalmazia nel Novecento bisogna fare riferimento ad un’esperienza collettiva fondamentale: le relazioni dei dalmati italiani con il fascismo negli anni dell’occupazione italiana (1941-1943). Tale questione, che non a caso emerge presto nella narrazione di Lorenzo, si intreccia con il tema del delicato, talvolta controverso, posizionamento politico dei dalmati italiani. La problematicità della relazione tra italianità e fascismo è trattata anche nella letteratura dell’esilio giuliano-fiumano-dalmata (autobiografie, racconti, poesie di esuli dalmati italiani <14). La narrazione di Lorenzo ricalca, in modo talora creativo, altre volte reificante, alcuni pattern della memoria collettiva degli esuli dalmati italiani, e che svelano un certo ordine condiviso del ricordo. Lorenzo tratta il rapporto tra dalmati italiani e fascismo attraverso la descrizione di suo padre e l’evoluzione del suo comportamento. L’autore introduce la figura del padre subito dopo lo sbarco dell’esercito italiano, evento prologo delle tragiche circostanze al cuore della sua ingiunzione autobiografica. Il padre è descritto come uomo retto, rispettabile rappresentante della comunità, profondamente attaccato ad entrambe le sponde dell’Adriatico: a Lissa, in quanto membro di una famiglia lì residente da secoli, e all’Italia, verso cui nutre sentimenti di patriottismo. La multipla appartenenza è parte dell’identità del padre, che scivola quasi in elemento iconico nella narrazione: questo assetto identitario diventa problematico nell’incontro-scontro con il fascismo. Lorenzo descrive lo sgretolarsi di alcune certezze e ideali del padre nello smarrimento, delusione e confusione di fronte al fascismo che lo costringe a ri-orientarsi internamente e socialmente (“conobbe il fascismo che inizialmente identificava con l’Italia, e i lati negativi di quel regime”). Il podestà esperisce la disillusione nell’osservare la distanza tra le rappresentazioni ideali dell’Italia, in cui inizialmente rientrava il fascismo, e le pratiche di violenza nonché un’ideologia “non corrispondenti alle proprie concezioni di vita e umanità”. Nel contatto con i fascisti, il padre rivela sempre di più la sua identità locale totale: figlio dell’isola, padre della comunità e compagno dei lissani. Il padre di Lorenzo viene deposto dall’incarico di podestà assegnatogli dai militari per il suo rifiuto di aderire all’ideologia fascista, scegliendo di occupardi dei suoi “compatrioti”. A seguito di questa presa di posizione politica l’ex-podestà, scrive Lorenzo, tornerà alla sua vita normale “in piena armonia” con i suoi compaesani. La consapevolezza della natura del regime fascista, che porta il padre a rifiutarne codici e retoriche, deve essere stato l’esito di un complesso percorso cognitivo-emozionale qui solo tratteggiato dall’autore. Questo episodio è interessante per la gestalt che il padre sperimenta a partire da elementi socioculturali cui Lorenzo assegna un valore importante: la lingua e la cultura italiana, la secolare presenza della famiglia sull’isola, l’armonia con i compaesani, la religione e l’etica. L’agency del padre di Lorenzo è uno dei possibili esiti dell’incontro/scontro degli italiani di Dalmazia con il fascismo. La crisi di identità scatenata dal fascismo fu esperienza comune tra i dalmati italiani delusi nello scoprire l’erronea identificazione del fascismo con il mondo italiano. Per Lorenzo tanti di essi non furono fascisti, sebbene tale fu la cristallizzazione dello stereotipo del ricordo trasmessa nel successivo discorso politico jugoslavo (e italiano). Si può dunque dire che il percorso di riconfigurazione identitaria del padre di Lorenzo sia paradigmatica di un percorso collettivo. Inoltre, negli equilibri sociali del tempo il padre di Lorenzo era la massima autorità familiare, come ricordano tra gli altri Lorenzo, sua sorella Enza e la cugina Mariella da me intervistate. A livello comunitario, il padre possiede un’autorevolezza mancante all’autoritario generale Petrossi, incarnando l’autorità e la tradizione derivanti anche dal suo appartenere alla nobiltà locale. I dalmati italiani e italofoni erano spesso detentori di posizioni politiche e sociali influenti, e tale situazione era comune nella società dalmata fino alla prima metà del Novecento. Il podestà-padre rappresenta dunque anche una classe, un ordine e una tradizione che si dissolveranno con la seconda guerra mondiale; una tradizione anche cattolica, rimpiazzata (ufficialmente) dagli ideali comunisti. La figura del padre descritta da Lorenzo assurge pertanto a simbolo di una memoria individuale, familiare e collettiva, a rappresentante di un mondo di lì a poco in via di dissoluzione.
    La scoperta del nemico tra violenze e disordini
    “Jamnicki [medico originario di Mostar, Bosnia, cognato di Lorenzo] fu tenuto in osservazione da parte del fascista Petrossi che lo sospettava di appartenere a gruppi di oppositori. Sentimmo a quel tempo parlare per la prima volta di partigiani, di comunisti, di nemici degli occupanti, organizzati militarmente e decisi a combattere l’invasore […] l’atmosfera politica si faceva più pesante. I partigiani jugoslavi, occulti e misteriosi per noi ragazzi, riscuotevano sempre più la fiducia della popolazione di fede croata. Si cominciava già all’inizio del 1942 a sentire un’atmosfera pesante. La gente era diventata più apertamente ostile agli occupanti italiani e, di conseguenza, a noi residenti. Non so se fu l’arrivo di questo Petrossi, fascista sfegatato e violento, a creare questo stato di cose o se invece possano essere attribuite a una generale organizzazione di quella che fu la resistenza jugoslava. Fatto sta che l’aria che tirava era opprimente e creava disagio e sempre maggiore isolamento degli italiani. […] Il Petrossi intanto sempre più zelante e sospettoso di tutti, anche degli italiani, adottava metodi sempre più violenti e spesso atroci […] l’ossessione della presenza degli invisibili partigiani creava una situazione di ostilità verso gli italiani da parte della popolazione e di massima tensione tra i militari italiani. Imperversava, in particolare, il fascista Petrossi che indagava e torturava anche le donne quando sospettava che potessero collaborare con questo misterioso nemico di cui si sentiva la presenza e che era tuttavia inafferrabile. Non ci furono conflitti a fuoco con l’esercito italiano. Nessuno dei militari occupanti fu colpito. Nessun morto, nessun ferito italiano. Il Petrossi, esasperato dalla presenza di questa forza occulta che stava sempre più organizzandosi, era alla ricerca di collaboratori per assumere informazioni sulla identità dei ribelli jugoslavi. In questa fase, mentre non vi furono vittime italiane, i partigiani tenevano sotto controllo la popolazione, isolando gli italiani e creando una sorta di terrore nella stessa popolazione jugoslava che volevano ostile e decisa a lottare contro il nemico” (pp. 52-53).
    Lorenzo descrive l’infiammarsi del clima locale nel 1942. Entrano nella sua consapevolezza di bambino figure del mondo adulto, nuove categorie di alterità e nemico come i partigiani “occulti e misteriosi”. L’autore analizza le differenze tra l’esercito italiano e i partigiani in termini di efficacia strategica e potenza: se i militari italiani sono presenze visibili e visibilmente ostili nella loro cieca ferocia, i partigiani sono invece invisibili presenze nella boscaglia <15, minacciose al punto da scatenare i controlli ossessivi dell’esercito italiano. Per la piccola comunità lissana, stretta tra due fuochi, inizia il terrore: “Due episodi contribuirono a determinare il sempre crescente terrore in tutti i lissani. Uno fu l’aggressione e l’uccisione di un giovane jugoslavo [Ivo Lucich Rocchi]. Era un giovane jugoslavo di circa vent’anni e fu massacrato nel cortile della sua casa, situato nella strada che porta alla chiesa di Santo Spirito. È facile immaginare la sensazione che provocò questo episodio nella piccola comunità lissana. Perché fu ucciso questo giovane, tra l’altro corteggiatore di mia sorella Enza, giocatore di calcio, da me ammirato nella squadra di Lissa come difensore? È difficile rispondere a questa domanda. Egli era jugoslavo, fiero della sua appartenenza a quel gruppo e non risulta che abbia collaborato con gli italiani verso i quali non nutriva certo simpatie. Forse il suo assassinio fu determinato dal non aver aderito e partecipato alla lotta partigiana. Fatto sta che questo agguato suscitò un’enorme impressione nel paese. Terrorizzata era la popolazione jugoslava che prese sempre più le distanze dagli italiani […] L’episodio determinò un sentimento di paura, anzi di terrore, in quanto ogni vicino, ogni amico, ogni persona poteva essere un omicida occulto […] gli italiani presero atto che stava nascendo una resistenza e un tentativo di controllo totale sulla popolazione civile. I partigiani erano animati da sentimenti di patriottismo e di ribellione verso il nemico che invadeva la loro patria ed agivano non direttamente contro i militari italiani, forse anche per il timore di feroci rappresaglie, ma puntando sulla solidarietà della popolazione. […] il metodo, collaudato ampiamente dalla esperienza stalinista, mirava dunque non tanto, nell’immediato, all’esercito italiano, che ne uscì completamente indenne, ma a creare un’atmosfera di terrore verso coloro, pochi per la verità, che non si adeguavano ad isolare il nemico. In quest’ottica, ma i motivi restarono segreti, fu massacrato a martellate in testa un commerciante di generi di abbigliamento molto noto nell’isola. Fu trovato, nel suo negozio posto sulla strada a destra in fondo alla Klapaviza in una pozza di sangue con il cranio sfracellato. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’assassinio e tuttavia, non avendo la minima collaborazione dei vicini, come era ovvio, le autorità italiane presero atto di questa azione senza mai identificare gli autori del delitto. Questo secondo episodio, come si può ben immaginare, creò nella popolazione il terrore e l’incubo di poter essere in qualsiasi occasione vittima di simili aggressioni ad opera di ignoti e di imprendibili gruppi di azioni. Ma mentre i militari italiani se ne stavano chiusi nelle loro caserme e non venivano attaccati dalle forze nemiche, nella nostra piccola comunità italiana la vita tranquilla e serena dell’epoca anteriore all’occupazione venne completamente sconvolta. […] la paura si era diffusa tra di noi così intensamente che si stava il più possibile rintanati in casa, specie al calar del sole”.
    Le aggressioni verso i locali aumentano i timori dei lissani di poter essere le prossime vittime di fascisti o partigiani. Questi, dice Lorenzo, gradualmente riusciranno ad ottenere la solidarietà dei lissani, mentre gli autoctoni italiani inizieranno ad essere percepiti come vicini al nemico fascista. In questo passaggio assistiamo all’innesto violento di categorie di alterità e nemico che divisero la comunità nel 1943. Inizia ad articolarsi il discorso sociale sul chi è la vittima e chi il colpevole implicita nella narrazione comunitaria dell’isola come paradiso decaduto. L’immaginario di un’idilliaca Lissa pre-bellica in cui regnerà armonia e pace nell’innocenza dei lissani fino all’arrivo dei nemici invasori è un modulo di base della narrazione del ricordo comunitario. La rielaborazione della memoria locale, sulla base dei dati raccolti, arriva oggi ad un verdetto collettivo di colpevolezza di tutti gli invasori, i collusi e i traditori della comunità. “L’ostilità della popolazione, anch’essa impaurita dalla efferatezza dei due attentati a due loro connazionali e compaesani, si manifestò in un triste e doloroso evento che colpì la mia famiglia. Era morta a circa vent’anni, mia sorella Ada a seguito del parto. […] Il clima di odio che dilagava verso gli italiani si manifestò in maniera palese ed evidente proprio in questa tragica e luttuosa occasione. Gli addetti al trasporto della salma al cimitero del Prirovo si rifiutarono di svolgere il loro compito per dimostrare la loro ostilità verso gli italiani. Il problema non era di poco conto perché, aldilà del dispiacere di vedere persone che, sebbene fosse da secoli che vivevano nell’isola in armonia con tutti gli altri, per motivi essenzialmente politici, si rifiutavano di provvedere, per ordine di un potere occulto, a compiere questo gesto pietoso, si trattava di risolvere praticamente la questione. Perché questo rifiuto del personale addetto al trasporto della salma? Ordine dei partigiani o spontaneo diniego per adeguarsi alle loro direttive di mostrarsi ostili verso tutto ciò che era italiano? Era difficile rispondere a questa domanda ed ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, mi chiedo cosa determinò questo rifiuto. Ada era una creatura dolce e di grande umanità […] fu questo dunque un gesto di natura politica. […] comunque il problema pratico doveva essere in qualche modo risolto. E fu mio cognato Ante Jamnicki a trovare la soluzione […] si risolse così questa dolorosa situazione, forse unica nella storia di Lissa, che lascia un’ombra di inciviltà sulle persone che la organizzarono e la attuarono […] tanto più è inspiegabile questo atteggiamento, se si considera che il popolo di Lissa era cristiano e cattolico osservante e che la pietà verso i morti costituisce un principio universalmente osservato”. L’episodio dimostra comunque come la situazione stava precipitando tragicamente. Il conflitto tra esercito e partigiani si traduce in assalti, rappresaglie e omicidi di civili, portando allo sconquasso della comunità. Il rifiuto degli addetti di seppellire la salma della sorella Ada è per Lorenzo un evento traumatico sintomatico del clima di guerra, un episodio che apre anche una riflessione sulla fede e le pratiche religiose nella comunità, nella difficoltà di trovare senso agli orrori di guerra e al disengagment morale <16. Oscillando tra descrizioni di situazioni di estrema crudeltà e scenari di intimo dolore, l’autore racconta di come la guerra abbia saputo sconvolgere le ordinarie dimensioni di vita e morte, dove le precedenti certezze di valori, pratiche e rituali non potevano più essere garantite. La narrazione autobiografica, a tal fine, “dal momento che trasforma in testo un vissuto, è un potente strumento di riordino e di produzione di senso” (Fabre 2000: 280). “Il clima di paura e ostilità lo sentivano in particolare le mie sorelle Enza ed Elena che, essendo maestre, furono dall’inizio dell’occupazione incaricate dell’insegnamento alle scuole elementari frequentate da bambini jugoslavi di lingua e nazionalità […] ovviamente le direttive dell’autorità italiana erano nel senso di italianizzare per quanto possibile questi ragazzi. Non fu facile per loro attuare queste direttive […] noi, i pochi italiani con alle spalle secoli di partecipazione alla vita di Lissa, sentivamo questa situazione di estremo disagio”. (p. 60)
    [NOTE]
    14 Le memorie degli esuli compongono un nutrito corpo di scritture del sé gravitante attorno ad associazioni, comunità e centri di ricerche, diffusi in particolare nel Nord-Est italiano, impegnati nello studio e diffusione di una storiografia, letteratura e sociologia sulla questione dell’esodo e del confine adriatico. Negli eventi, studi, associazioni di interesse vengono prodotte e diffuse determinate narrazioni e rappresentazioni culturali sull’italianità e identità dalmata (cfr. Parte II).
    15 È il tema del simbolismo culturale del bosco come spazio archetipico di liminalità, pericolo, fuori dalla cultura (Ballinger 2003).
    16 Ballinger ha rintracciato nel contesto istriano una connessione tra violenza fisica e terrore psicologico che caratterizzerebbe una certa narrativa unificata tra gli esuli. Non è possibile, nei limiti di questo studio, indagare sulle ragioni psicologiche e culturali alla base del tipo di “risposta narrativa” data all’esperienza traumatica, rispetto ad un’altra. Si può però riflettere sulla dimensione antropologica della violenza che, afferma Dei, “irrompe nel nucleo più profondo dell’ordine culturale, lo colpisce nelle sue stesse basi: si imprime indelebilmente nei luoghi domestici, ferisce relazioni personali costitutive della soggettività, rende impossibile proseguire con una vita sociale basata sugli stessi normali sentimenti di sicurezza, protezione reciproca, rispetto e dignità” (2005: 34).
    Evelyne van Heck, Identità dalmata al confine. Narrazioni, memorie e immaginari a Lissa e a Spalato, Tesi di dottorato, “Sapienza” Università di Roma, Anno accademico 2013-2014

    #1941 #1942 #1943 #attentati #croati #Dalmazia #esercito #EvelyneVanHeck #fascisti #italiano #jugoslavi #Lissa #memoria #occupazione #partigiani #podestà #regio #tedeschi
  2. Una memoria sull’occupazione italiana di Lissa

    Lissa, Isola di Lissa, Croazia. Fonte: Wikipedia

    Il podestà di Lissa e le scelte di appartenenza in guerra
    Per affrontare la questione dell’identità italiana in Dalmazia nel Novecento bisogna fare riferimento ad un’esperienza collettiva fondamentale: le relazioni dei dalmati italiani con il fascismo negli anni dell’occupazione italiana (1941-1943). Tale questione, che non a caso emerge presto nella narrazione di Lorenzo, si intreccia con il tema del delicato, talvolta controverso, posizionamento politico dei dalmati italiani. La problematicità della relazione tra italianità e fascismo è trattata anche nella letteratura dell’esilio giuliano-fiumano-dalmata (autobiografie, racconti, poesie di esuli dalmati italiani <14). La narrazione di Lorenzo ricalca, in modo talora creativo, altre volte reificante, alcuni pattern della memoria collettiva degli esuli dalmati italiani, e che svelano un certo ordine condiviso del ricordo. Lorenzo tratta il rapporto tra dalmati italiani e fascismo attraverso la descrizione di suo padre e l’evoluzione del suo comportamento. L’autore introduce la figura del padre subito dopo lo sbarco dell’esercito italiano, evento prologo delle tragiche circostanze al cuore della sua ingiunzione autobiografica. Il padre è descritto come uomo retto, rispettabile rappresentante della comunità, profondamente attaccato ad entrambe le sponde dell’Adriatico: a Lissa, in quanto membro di una famiglia lì residente da secoli, e all’Italia, verso cui nutre sentimenti di patriottismo. La multipla appartenenza è parte dell’identità del padre, che scivola quasi in elemento iconico nella narrazione: questo assetto identitario diventa problematico nell’incontro-scontro con il fascismo. Lorenzo descrive lo sgretolarsi di alcune certezze e ideali del padre nello smarrimento, delusione e confusione di fronte al fascismo che lo costringe a ri-orientarsi internamente e socialmente (“conobbe il fascismo che inizialmente identificava con l’Italia, e i lati negativi di quel regime”). Il podestà esperisce la disillusione nell’osservare la distanza tra le rappresentazioni ideali dell’Italia, in cui inizialmente rientrava il fascismo, e le pratiche di violenza nonché un’ideologia “non corrispondenti alle proprie concezioni di vita e umanità”. Nel contatto con i fascisti, il padre rivela sempre di più la sua identità locale totale: figlio dell’isola, padre della comunità e compagno dei lissani. Il padre di Lorenzo viene deposto dall’incarico di podestà assegnatogli dai militari per il suo rifiuto di aderire all’ideologia fascista, scegliendo di occupardi dei suoi “compatrioti”. A seguito di questa presa di posizione politica l’ex-podestà, scrive Lorenzo, tornerà alla sua vita normale “in piena armonia” con i suoi compaesani. La consapevolezza della natura del regime fascista, che porta il padre a rifiutarne codici e retoriche, deve essere stato l’esito di un complesso percorso cognitivo-emozionale qui solo tratteggiato dall’autore. Questo episodio è interessante per la gestalt che il padre sperimenta a partire da elementi socioculturali cui Lorenzo assegna un valore importante: la lingua e la cultura italiana, la secolare presenza della famiglia sull’isola, l’armonia con i compaesani, la religione e l’etica. L’agency del padre di Lorenzo è uno dei possibili esiti dell’incontro/scontro degli italiani di Dalmazia con il fascismo. La crisi di identità scatenata dal fascismo fu esperienza comune tra i dalmati italiani delusi nello scoprire l’erronea identificazione del fascismo con il mondo italiano. Per Lorenzo tanti di essi non furono fascisti, sebbene tale fu la cristallizzazione dello stereotipo del ricordo trasmessa nel successivo discorso politico jugoslavo (e italiano). Si può dunque dire che il percorso di riconfigurazione identitaria del padre di Lorenzo sia paradigmatica di un percorso collettivo. Inoltre, negli equilibri sociali del tempo il padre di Lorenzo era la massima autorità familiare, come ricordano tra gli altri Lorenzo, sua sorella Enza e la cugina Mariella da me intervistate. A livello comunitario, il padre possiede un’autorevolezza mancante all’autoritario generale Petrossi, incarnando l’autorità e la tradizione derivanti anche dal suo appartenere alla nobiltà locale. I dalmati italiani e italofoni erano spesso detentori di posizioni politiche e sociali influenti, e tale situazione era comune nella società dalmata fino alla prima metà del Novecento. Il podestà-padre rappresenta dunque anche una classe, un ordine e una tradizione che si dissolveranno con la seconda guerra mondiale; una tradizione anche cattolica, rimpiazzata (ufficialmente) dagli ideali comunisti. La figura del padre descritta da Lorenzo assurge pertanto a simbolo di una memoria individuale, familiare e collettiva, a rappresentante di un mondo di lì a poco in via di dissoluzione.
    La scoperta del nemico tra violenze e disordini
    “Jamnicki [medico originario di Mostar, Bosnia, cognato di Lorenzo] fu tenuto in osservazione da parte del fascista Petrossi che lo sospettava di appartenere a gruppi di oppositori. Sentimmo a quel tempo parlare per la prima volta di partigiani, di comunisti, di nemici degli occupanti, organizzati militarmente e decisi a combattere l’invasore […] l’atmosfera politica si faceva più pesante. I partigiani jugoslavi, occulti e misteriosi per noi ragazzi, riscuotevano sempre più la fiducia della popolazione di fede croata. Si cominciava già all’inizio del 1942 a sentire un’atmosfera pesante. La gente era diventata più apertamente ostile agli occupanti italiani e, di conseguenza, a noi residenti. Non so se fu l’arrivo di questo Petrossi, fascista sfegatato e violento, a creare questo stato di cose o se invece possano essere attribuite a una generale organizzazione di quella che fu la resistenza jugoslava. Fatto sta che l’aria che tirava era opprimente e creava disagio e sempre maggiore isolamento degli italiani. […] Il Petrossi intanto sempre più zelante e sospettoso di tutti, anche degli italiani, adottava metodi sempre più violenti e spesso atroci […] l’ossessione della presenza degli invisibili partigiani creava una situazione di ostilità verso gli italiani da parte della popolazione e di massima tensione tra i militari italiani. Imperversava, in particolare, il fascista Petrossi che indagava e torturava anche le donne quando sospettava che potessero collaborare con questo misterioso nemico di cui si sentiva la presenza e che era tuttavia inafferrabile. Non ci furono conflitti a fuoco con l’esercito italiano. Nessuno dei militari occupanti fu colpito. Nessun morto, nessun ferito italiano. Il Petrossi, esasperato dalla presenza di questa forza occulta che stava sempre più organizzandosi, era alla ricerca di collaboratori per assumere informazioni sulla identità dei ribelli jugoslavi. In questa fase, mentre non vi furono vittime italiane, i partigiani tenevano sotto controllo la popolazione, isolando gli italiani e creando una sorta di terrore nella stessa popolazione jugoslava che volevano ostile e decisa a lottare contro il nemico” (pp. 52-53).
    Lorenzo descrive l’infiammarsi del clima locale nel 1942. Entrano nella sua consapevolezza di bambino figure del mondo adulto, nuove categorie di alterità e nemico come i partigiani “occulti e misteriosi”. L’autore analizza le differenze tra l’esercito italiano e i partigiani in termini di efficacia strategica e potenza: se i militari italiani sono presenze visibili e visibilmente ostili nella loro cieca ferocia, i partigiani sono invece invisibili presenze nella boscaglia <15, minacciose al punto da scatenare i controlli ossessivi dell’esercito italiano. Per la piccola comunità lissana, stretta tra due fuochi, inizia il terrore: “Due episodi contribuirono a determinare il sempre crescente terrore in tutti i lissani. Uno fu l’aggressione e l’uccisione di un giovane jugoslavo [Ivo Lucich Rocchi]. Era un giovane jugoslavo di circa vent’anni e fu massacrato nel cortile della sua casa, situato nella strada che porta alla chiesa di Santo Spirito. È facile immaginare la sensazione che provocò questo episodio nella piccola comunità lissana. Perché fu ucciso questo giovane, tra l’altro corteggiatore di mia sorella Enza, giocatore di calcio, da me ammirato nella squadra di Lissa come difensore? È difficile rispondere a questa domanda. Egli era jugoslavo, fiero della sua appartenenza a quel gruppo e non risulta che abbia collaborato con gli italiani verso i quali non nutriva certo simpatie. Forse il suo assassinio fu determinato dal non aver aderito e partecipato alla lotta partigiana. Fatto sta che questo agguato suscitò un’enorme impressione nel paese. Terrorizzata era la popolazione jugoslava che prese sempre più le distanze dagli italiani […] L’episodio determinò un sentimento di paura, anzi di terrore, in quanto ogni vicino, ogni amico, ogni persona poteva essere un omicida occulto […] gli italiani presero atto che stava nascendo una resistenza e un tentativo di controllo totale sulla popolazione civile. I partigiani erano animati da sentimenti di patriottismo e di ribellione verso il nemico che invadeva la loro patria ed agivano non direttamente contro i militari italiani, forse anche per il timore di feroci rappresaglie, ma puntando sulla solidarietà della popolazione. […] il metodo, collaudato ampiamente dalla esperienza stalinista, mirava dunque non tanto, nell’immediato, all’esercito italiano, che ne uscì completamente indenne, ma a creare un’atmosfera di terrore verso coloro, pochi per la verità, che non si adeguavano ad isolare il nemico. In quest’ottica, ma i motivi restarono segreti, fu massacrato a martellate in testa un commerciante di generi di abbigliamento molto noto nell’isola. Fu trovato, nel suo negozio posto sulla strada a destra in fondo alla Klapaviza in una pozza di sangue con il cranio sfracellato. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’assassinio e tuttavia, non avendo la minima collaborazione dei vicini, come era ovvio, le autorità italiane presero atto di questa azione senza mai identificare gli autori del delitto. Questo secondo episodio, come si può ben immaginare, creò nella popolazione il terrore e l’incubo di poter essere in qualsiasi occasione vittima di simili aggressioni ad opera di ignoti e di imprendibili gruppi di azioni. Ma mentre i militari italiani se ne stavano chiusi nelle loro caserme e non venivano attaccati dalle forze nemiche, nella nostra piccola comunità italiana la vita tranquilla e serena dell’epoca anteriore all’occupazione venne completamente sconvolta. […] la paura si era diffusa tra di noi così intensamente che si stava il più possibile rintanati in casa, specie al calar del sole”.
    Le aggressioni verso i locali aumentano i timori dei lissani di poter essere le prossime vittime di fascisti o partigiani. Questi, dice Lorenzo, gradualmente riusciranno ad ottenere la solidarietà dei lissani, mentre gli autoctoni italiani inizieranno ad essere percepiti come vicini al nemico fascista. In questo passaggio assistiamo all’innesto violento di categorie di alterità e nemico che divisero la comunità nel 1943. Inizia ad articolarsi il discorso sociale sul chi è la vittima e chi il colpevole implicita nella narrazione comunitaria dell’isola come paradiso decaduto. L’immaginario di un’idilliaca Lissa pre-bellica in cui regnerà armonia e pace nell’innocenza dei lissani fino all’arrivo dei nemici invasori è un modulo di base della narrazione del ricordo comunitario. La rielaborazione della memoria locale, sulla base dei dati raccolti, arriva oggi ad un verdetto collettivo di colpevolezza di tutti gli invasori, i collusi e i traditori della comunità. “L’ostilità della popolazione, anch’essa impaurita dalla efferatezza dei due attentati a due loro connazionali e compaesani, si manifestò in un triste e doloroso evento che colpì la mia famiglia. Era morta a circa vent’anni, mia sorella Ada a seguito del parto. […] Il clima di odio che dilagava verso gli italiani si manifestò in maniera palese ed evidente proprio in questa tragica e luttuosa occasione. Gli addetti al trasporto della salma al cimitero del Prirovo si rifiutarono di svolgere il loro compito per dimostrare la loro ostilità verso gli italiani. Il problema non era di poco conto perché, aldilà del dispiacere di vedere persone che, sebbene fosse da secoli che vivevano nell’isola in armonia con tutti gli altri, per motivi essenzialmente politici, si rifiutavano di provvedere, per ordine di un potere occulto, a compiere questo gesto pietoso, si trattava di risolvere praticamente la questione. Perché questo rifiuto del personale addetto al trasporto della salma? Ordine dei partigiani o spontaneo diniego per adeguarsi alle loro direttive di mostrarsi ostili verso tutto ciò che era italiano? Era difficile rispondere a questa domanda ed ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, mi chiedo cosa determinò questo rifiuto. Ada era una creatura dolce e di grande umanità […] fu questo dunque un gesto di natura politica. […] comunque il problema pratico doveva essere in qualche modo risolto. E fu mio cognato Ante Jamnicki a trovare la soluzione […] si risolse così questa dolorosa situazione, forse unica nella storia di Lissa, che lascia un’ombra di inciviltà sulle persone che la organizzarono e la attuarono […] tanto più è inspiegabile questo atteggiamento, se si considera che il popolo di Lissa era cristiano e cattolico osservante e che la pietà verso i morti costituisce un principio universalmente osservato”. L’episodio dimostra comunque come la situazione stava precipitando tragicamente. Il conflitto tra esercito e partigiani si traduce in assalti, rappresaglie e omicidi di civili, portando allo sconquasso della comunità. Il rifiuto degli addetti di seppellire la salma della sorella Ada è per Lorenzo un evento traumatico sintomatico del clima di guerra, un episodio che apre anche una riflessione sulla fede e le pratiche religiose nella comunità, nella difficoltà di trovare senso agli orrori di guerra e al disengagment morale <16. Oscillando tra descrizioni di situazioni di estrema crudeltà e scenari di intimo dolore, l’autore racconta di come la guerra abbia saputo sconvolgere le ordinarie dimensioni di vita e morte, dove le precedenti certezze di valori, pratiche e rituali non potevano più essere garantite. La narrazione autobiografica, a tal fine, “dal momento che trasforma in testo un vissuto, è un potente strumento di riordino e di produzione di senso” (Fabre 2000: 280). “Il clima di paura e ostilità lo sentivano in particolare le mie sorelle Enza ed Elena che, essendo maestre, furono dall’inizio dell’occupazione incaricate dell’insegnamento alle scuole elementari frequentate da bambini jugoslavi di lingua e nazionalità […] ovviamente le direttive dell’autorità italiana erano nel senso di italianizzare per quanto possibile questi ragazzi. Non fu facile per loro attuare queste direttive […] noi, i pochi italiani con alle spalle secoli di partecipazione alla vita di Lissa, sentivamo questa situazione di estremo disagio”. (p. 60)
    [NOTE]
    14 Le memorie degli esuli compongono un nutrito corpo di scritture del sé gravitante attorno ad associazioni, comunità e centri di ricerche, diffusi in particolare nel Nord-Est italiano, impegnati nello studio e diffusione di una storiografia, letteratura e sociologia sulla questione dell’esodo e del confine adriatico. Negli eventi, studi, associazioni di interesse vengono prodotte e diffuse determinate narrazioni e rappresentazioni culturali sull’italianità e identità dalmata (cfr. Parte II).
    15 È il tema del simbolismo culturale del bosco come spazio archetipico di liminalità, pericolo, fuori dalla cultura (Ballinger 2003).
    16 Ballinger ha rintracciato nel contesto istriano una connessione tra violenza fisica e terrore psicologico che caratterizzerebbe una certa narrativa unificata tra gli esuli. Non è possibile, nei limiti di questo studio, indagare sulle ragioni psicologiche e culturali alla base del tipo di “risposta narrativa” data all’esperienza traumatica, rispetto ad un’altra. Si può però riflettere sulla dimensione antropologica della violenza che, afferma Dei, “irrompe nel nucleo più profondo dell’ordine culturale, lo colpisce nelle sue stesse basi: si imprime indelebilmente nei luoghi domestici, ferisce relazioni personali costitutive della soggettività, rende impossibile proseguire con una vita sociale basata sugli stessi normali sentimenti di sicurezza, protezione reciproca, rispetto e dignità” (2005: 34).
    Evelyne van Heck, Identità dalmata al confine. Narrazioni, memorie e immaginari a Lissa e a Spalato, Tesi di dottorato, “Sapienza” Università di Roma, Anno accademico 2013-2014

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  3. No alla leva militare!
    La reintroduzione e/o l’estensione della leva militare sta caratterizzando lo scenario europeo attuale, in evidente collegamento con la poderosa escalation bellica a cui stiamo assistendo. Il mondo è
    umanitanova.org/no-alla-leva-m
    #2026 #Articoli #InEvidenza #numero_16 #antimilitarismo #eserciti #esercito #EsercitoEuropeo #Europa #Guerra #guerre #leva #LevaObbligatoria #Lotte #LotteSociali #militari #militarismo #militarizzazione #renitenti #scuola

  4. No alla leva militare!
    La reintroduzione e/o l’estensione della leva militare sta caratterizzando lo scenario europeo attuale, in evidente collegamento con la poderosa escalation bellica a cui stiamo assistendo. Il mondo è
    umanitanova.org/no-alla-leva-m
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  5. No alla leva militare!
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  6. Il rugby italiano scende in campo con l’Esercito. La contestazione alla partita della nazionale
    Il 23 gennaio scorso la Federazione Italiana Rugby ha rinnovato per altri tre anni l’accordo di collaborazione con l’Esercito Italiano.
    perunaltracitta.org/homepage/2
    #InEvidenza #LaCittInvisibile #armamenti #diritti #esercito #FIR #italia #militarismo #nazionale #riarmo #rugby

  7. La GNR già schierava – almeno sulla carta – quasi 113.000 uomini

    L’apparato repressivo sin qui delineato, sopravvissuto al brusco smottamento politico determinatosi con la defenestrazione di Mussolini <265, vedeva invece nel mutato scenario post-armistiziale il prorompere sulla scena di una variegata platea di nuovi attori, capaci ben presto di sovvertire i rapporti di forza consolidatisi negli anni precedenti. Sotto il vigile sguardo tedesco, la riorganizzazione delle Forze armate e di polizia della neonata Repubblica si sarebbe infatti imposta quale teatro di accesi scontri tra i diversi centri di potere fascisti, portatori di istanze e progetti del tutto confliggenti <266. Particolarmente spinoso, stante la precaria tenuta del fronte interno, si presentava innanzitutto il nodo dell’ordine pubblico, aggravato dallo «sbandamento morale e fisico» registratosi tra le forze di pubblica sicurezza <267. Sullo sfondo del concomitante confronto con il maresciallo Rodolfo Graziani, nominato ministro della Forze armate, il dibattito sulla riorganizzazione delle forze di sicurezza interna vedeva contrapporsi le opposte visioni del comandante generale della MVSN Renato Ricci e di Buffarini Guidi, ben interessato a mantenere nelle mani del ministero dell’Interno «la direzione della Polizia» <268. Più defilato, seppur vicino alle posizioni del gerarca carrarino, era l’atteggiamento del segretario del PFR, a sua volta impegnato a dotare il partito di un proprio braccio armato, strutturatosi sulla base delle numerose squadre d’azione spontaneamente risorte in diversi centri della penisola <269.
    Quale oggetto del contendere, tornava da un lato a ripresentarsi l’annosa questione della MVSN e dei suoi rapporti con gli organi di polizia e l’esercito, trascinatasi per tutto il ventennio e riemersa con forza nel dibattito odierno <270; dall’altro la pretesa temperie «rivoluzionaria» dell’ultimo fascismo rendeva ora possibile pensare a una «riforma nella polizia, che rispond[esse] alle esigenze politiche-sociali dei nuovi ordinamenti repubblicani», così «da creare un organismo totalitariamente innovato» <271. Altrettanto «ineluttabil[e]» sarebbe apparsa la «trasformazione» dell’Arma dei carabinieri, forza tradizionalmente legata alla monarchia e da più parti accusata di scarsa affidabilità e mordente, quando non di connivenza con le nascenti bande partigiane, ora affidata al comando del generale della milizia Archimede Mischi <272. La soluzione prospettata, giunta il 19 novembre 1943 al termine di una lunga serie di faticosi e altalenanti compromessi, finiva per frantumare ulteriormente il panorama repressivo saloino <273. Come prontamente comunicato dall’Agenzia Stefani, «con decreto in corso di pubblicazione, vengono istituite la Guardia nazionale repubblicana e la Polizia repubblicana». Queste, “hanno il compito di difendere all’interno le istituzioni e di far rispettare le leggi della Repubblica […]. La Guardia nazionale repubblicana è formata dalla MVSN, dall’Arma dei carabinieri e dalla Polizia Africa Italiana. La Polizia repubblicana è formata dall’amministrazione della Pubblica Sicurezza, dal Corpo degli agenti e dei metropolitani. La Guardia nazionale repubblicana è alle dipendenze di un proprio comando generale e per l’impiego nei servizi di ordine pubblico dipende dal ministero dell’Interno. La Polizia repubblicana dipende dal ministero dell’Interno. […] Il luogotenente generale della MVSN Renato Ricci è nominato comandante generale della Guardia nazionale repubblicana” <274.
    Uscito vittorioso dal confronto con il maresciallo Graziani, propugnatore di un esercito apolitico destinato ad assorbire le formazioni di camicie nere, Ricci riusciva a mantenere anche nei confronti del ministero dell’Interno l’indipendenza, non solo formale, della milizia, transitata tra le fila della nuova forza armata <275. Il pur travagliato connubio tra camicie nere e carabinieri permetteva infatti al gerarca toscano di presentare la propria creatura quale unica formazione armata minimamente efficiente, ben radicata su tutto il territorio nazionale e capace di coniugare, quanto meno nelle intenzioni, la salda fede politica e l’attivismo dei militi da un lato, il prezioso e irrinunciabile apporto tecnico dei militari dell’Arma dall’altro <276. Anche l’evidenza numerica dava inizialmente ragione a Ricci: sul finire di dicembre 1943, mentre l’organizzazione dell’ENR procedeva tra estreme difficoltà e la polizia poteva contare su circa 25.000 tra agenti e funzionari <277, la Guardia già schierava – almeno sulla carta – quasi 113.000 uomini, pur in minima parte impiegabili in vere e proprie azioni di controguerriglia contro le formazioni alla macchia <278. Forti di queste premesse e del dinamismo dimostrato soprattutto dai reparti della milizia, i vertici della GNR potevano a buon titolo rivendicare un ruolo di primazia nel campo della repressione politica e della lotta antipartigiana. Diretto era l’attacco portato ai tradizionali organi di polizia: come sottolineato in un lungo «promemoria» non casualmente redatto a poche ore dalla definitiva decisione di Mussolini di dar vita alla Guardia, questa avrebbe dovuto assumere «il controllo assoluto sulla vita interna della Repubblica», garantendone «la sicurezza interna […] e la sua continuità». Una speciale rilevanza era quindi riposta nel «Servizio politico» della GNR, «destinato ad assorbire – nelle intenzioni di Ricci – la polizia politica» <279. Pur non riuscendo ad arrivare a tanto, stante la pur claudicante sopravvivenza della Divisione polizia politica e della rete di uffici politici delle questure, la nascita della Guardia avrebbe comunque contribuito a marginalizzare l’azione del ministero dell’Interno, ora spogliato della propria funzione di coordinamento e centro motore nel contrasto del dissenso.
    Benché riorganizzata e infoltita con elementi ausiliari, la Polizia repubblicana finiva dunque per essere schiacciata dal prorompente operato di quel «pullulare di formazioni», più o meno regolari, che avrebbe caratterizzato il caotico panorama repressivo fascista <280, incapace comunque di far fronte all’«inusitata» minaccia portata dalla guerriglia partigiana <281. Difatti, per dirla con Mussolini, nelle convulse settimane immediatamente seguenti l’armistizio, eclissatesi «le forze costituite dello Stato», numerosi furono «gli organi, i gruppi e talora i singoli che si occupavano di Polizia […] spesso operanti all’insaputa o in concorrenza gli uni con gli altri» <282. Uno slancio presto contraddistintosi per l’azione particolarmente violenta e scomposta, quando non dichiaratamente delinquenziale, di queste formazioni.
    Nel tentativo di «irreggimentare» e al contempo stimolare tali forme di mobilitazione <283, il segretario del PFR disponeva quindi il 5 novembre 1943 la creazione di «squadre federali di polizia», formazioni agili – «non esistono stipendi […] né uffici» – organizzate in seno alle singole federazioni e formalmente dipendenti per l’impiego dal «Capo della provincia […] o dove già sia un fascista repubblicano, il Questore» <284.
    [NOTE]
    265 Sulla sostanziale continuità durante i 45 giorni degli organi di prevenzione e investigazione si veda P. CARUCCI, Il Ministero dell’Interno, cit., pp. 52-59. Quanto alle zone OVRA, ad esempio, queste cambiavano «semplicemente» denominazione divenendo «Ispettorati speciali di polizia» .M. CANALI, Le spie del regime, cit., pp. 479-480.
    266 Sulla ricostituzione delle Forze armate saloine, tra i temi maggiormente e da lungo tempo discussi dalla storiografia, ci limitiamo a segnalare G. PANSA, Il gladio e l’alloro, cit.; L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. 266-294 e R. DE FELICE, La guerra civile, cit., pp. 437-467. Cfr. inoltre la più recente e ben documentata ricostruzione offerta da P. P. BATTISTELLI, Storia militare della Repubblica sociale italiana. Le forze armate della RSI. Nascita, sviluppo, organizzazione e la loro sorte nel dopoguerra, Amazon Italia Logistica, Torrazza Piemonte (To) 2020.
    267 Con il «quasi totale collasso delle organizzazioni destinate a tutelare l’ordine pubblico», lamentava Mussolini in una nota della Corrispondenza repubblicana, «tutti gli elementi antisociali ebbero […] piena libertà di azione», mentre «dalle carceri, oltre i cosiddetti politici, evasero ben cinquemila detenuti o condannati per delitti comuni», in B. MUSSOLINI, Polizia unitaria e legale, in E. SUSMEL – D. SUSMEL (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, Vol. XXXV, La Fenice, Firenze 1962, pp. 275-276. La nota risale al 12 dicembre 1943.
    268 ACS, SPD, RSI-CR, b. 79, fasc. 650, s. fasc. 1, Appunto di Guido Buffarini Guidi a Benito Mussolini, Roma, 13 novembre 1943.
    269 Sugli intendimenti di Pavolini vedi in particolare Premessa all’esame della situazione politica dopo la liberazione del Duce, cit.
    270 Sulla MVSN manca a tutt’oggi un studio monografico di ampio respiro. Per limitarci ai contributi di maggior interesse si veda in particolare G. L. GATTI, La quarta Forza armata di Mussolini: la Milizia volontaria di sicurezza nazionale, in R. H. RAIMOND – P. ALBERINI (a cura di), Le Forze armate e la nazione italiana (1915-1943), Roma 2004, pp. 107-173 e A. ROSSI, Le guerre delle camicie nere. La milizia fascista dalla guerra mondiale alla guerra civile, BFS, Pisa 2004. Di taglio più divulgativo ma comunque utile P. CROCIANI – P. P. BATTISTELLI, Le camicie nere 1935-1945, LEG, Gorizia 2011.
    271 ACS, SPD, RSI-CR, b. 79, fasc. 650, s. fasc. 1, Appunto di Guido Buffarini Guidi a Benito Mussolini, cit.
    272 ACS, SPD, RSI-CR, b. 4, fasc. 28, s. fasc. 3, Promemoria per il duce a firma Archimede Mischi, s.l., 23 ottobre 1943. Sulla paventata «abolizione» dell’Arma, richiesta a gran voce dalla base fascista ed effettivamente prospettata alla metà di ottobre 1943 cfr. Ibid., s. fasc. 5, Appunto anonimo per il duce, s.l., 15 ottobre 1943. Più in generale L. GANAPINI, La repubblica delle camicie nere, cit., pp. 34-42. Su Mischi cfr. P. CROCIANI, Mischi Archimede, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. LXXV, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 2011, disponibile all’indirizzo: http://www.treccani.it/enciclopedia/archimede-mischi_(Dizionario-Biografico)/ [consultato 22 aprile 2021].
    273 Per una puntuale ricostruzione delle estenuanti trattative in seno al governo fascista vedi in particolare P. P. BATTISTELLI, Storia militare della Repubblica sociale italiana, cit., pp. 24-25.
    274 Testo del comunicato in E. SUSMEL – D. SUSMEL (a cura di), Opera Omnia di Benito Mussolini, cit., p. 412. Sui fallimentari progetti di Buffarini Guidi tesi a unificare tutte le forze di polizia sotto l’egida del ministero dell’Interno vedi in particolare G. BUFFARINI GUIDI, La vera verità. I documenti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi dal 1938 al 1945, Sugar, Milano 1970, pp. 117-122 e R. DE FELICE, La guerra civile, cit., pp. 465-466.
    275 Come la MVSN, anche la GNR era elevata al rango di «forza armata dello Stato», in Decreto legislativo del Duce 18 dicembre 1943, n. 921, Ordinamento e funzionamento della Guardia Nazionale Repubblicana «Gazzetta Ufficiale d’Italia», LXXXV, n. 166, 18 luglio 1944.
    276 Sull’importanza della componente dei carabinieri si veda, pur con le dovute cautele, la «Memoria sulla Guardia» redatta nel dopoguerra da Niccolò Nicchiarelli, capo di stato maggiore della GNR, recentemente pubblicata in S. FABEI, La guardia nazionale repubblicana nella memoria del generale Niccolò Nicchiarelli 1943-1945, Mursia, Milano 2020, p. 55. Sul difficile connubio tra le diverse componenti della GNR cfr. poi L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp. 304-305 e L. GANAPINI, La Repubblica sociale nel 1943, cit., pp. 34-42.
    277 La stima è desunta da P. CARUCCI, Il Ministero dell’Interno, cit., pp. 49, 61 (nota 9).
    278 La cifra riportata, comunque segnalata come imprecisa, è riportata in ACS, NARA, JAIA, T-586, bob. 161, CoGeGuardia, Riepilogo della forza alla data del 20 dicembre 1943, s.l., s.d.. Su questi numeri cfr. infra, cap. V.
    279 ACS, SPD, RSI-CR, b. 3, fasc. 28, s. fasc. 2 bis, Organizzazione, inquadramento e compiti della Guardia nazionale repubblicana, s.l., 20 novembre 1943. Il promemoria, acefalo, è presumibilmente riconducibile al generale Nicchiarelli, incaricato in quei giorni da Ricci «di presentare un progetto di costituzione della GNR», in S. FABEI, La guardia nazionale repubblicana, cit., pp. 25, 40-41.
    280 L. GANAPINI, La repubblica delle camicie nere, cit., p. 278. Sulla ristrutturazione della polizia repubblicana si veda la relazione presentata da Buffarini Guidi dinanzi al Consiglio dei ministri in F. R. SCARDACCIONE (a cura di), Verbali del Consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana, cit., pp. 250-262 (seduta del 11 gennaio 1944). Agli inizi di aprile, le forze complessive a disposizione del capo della polizia ammontavano a circa 50.000 elementi, 20.000 dei quali ausiliari di recente assunzione.
    281 ACS, SPD, RSI-CR, b. 79, fasc. 650, s. fasc. 8, Appunto di Enrico Cavallo a Benito Mussolini, cit.
    282 B. MUSSOLINI, Polizia unitaria e legale, cit., pp. 275-276.
    283 Lo stesso Pavolini avrebbe rimarcato la scarsa consistenza di questi primi «nuclei» di squadristi, in Prima assemblea nazionale del partito fascista repubblicano, citato in V. PAOLUCCI, La Repubblica sociale italiana e il partito fascista repubblicano, settembre 1943 marzo ’44, cit., p. 146.
    284 PFR, Costituzione squadre Federali di polizia, s.l., 5 novembre 1943, citato in A. OSTI GUERRAZZI, «La repubblica necessaria». Il fascismo repubblicano a Roma 1943-44, cit., pp. 128-129. Sulla nascita di tali formazioni la più attenta riflessione resta a tutt’oggi. D. GAGLIANI, Il partito nel fascismo repubblicano delle origini, cit., pp. 163-169. Cfr. inoltre R. D’ANGELI, Storia del partito fascista repubblicano, cit., pp. 181-187.
    Lorenzo Pera, La lunga RSI: violenza e repressione antipartigiana del fascismo repubblicano toscano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze – Università di Siena, 2022

    #1943 #1944 #ArchimedeMischi #carabinieri #controguerriglia #esercito #fascisti #GNR #guardia #guerra #GuidoBuffariniGuidi #LorenzoPera #milizia #MinisteroDellInterno #MVSN #nazionale #partigiani #polizia #RenatoRicci #repubblicana #Resistenza #RodolfoGraziani #RSI #tedeschi #Toscana
  8. I colonnelli della Repubblica. Esercito, eversione e democrazia in Italia

    Libreria Modo Infoshop, mercoledì 4 febbraio alle ore 18:30 CET

    Jacopo Frey (Vanloon - Radio Città Fujiko) ne parla con l'autore.

    I colonnelli della Repubblica. Esercito, eversione e democrazia in Italia 1945-1974 (Laterza, 2025)
    All’indomani della seconda guerra mondiale l’esercito italiano è reduce dalla peggiore disfatta della sua storia, ma questo è solo l’ultimo dei suoi problemi. La monarchia sabauda è sul punto di scomparire, l’esperienza fascista è sepolta sotto due anni di sanguinosa guerra civile e i suoi quadri devono giurare fedeltà a una Repubblica che non conoscono e in buona parte non condividono: un deficit di cultura democratica che rischia di indebolire significativamente la giovane Repubblica Italiana.
    Grazie a materiale inedito, questo libro dà forma alle vicende umane, professionali e politiche degli ufficiali che vivono quella transizione e delinea due storie parallele. Da un lato quella della difficile trasformazione del corpo ufficiali italiano da istituzione monarchica, nazionalista e aderente alla concezione fascista dello stato autoritario, a corpo professionale repubblicano, atlantista e almeno in parte democratico. Dall’altro la storia delle teorie e delle pratiche di controguerriglia e controsovversione elaborate da quegli stessi ufficiali nel quadro della guerra fredda. Negli anni che precedono Piazza Fontana, proprio lo scontro tra visioni del mondo confliggenti e incompatibili mette in pericolo come mai prima la coesione dell’istituzione militare italiana, introducendo nella storia della Repubblica il fantasma del golpe. Un libro di grande attualità oggi, in un momento in cui le forze armate riprendono ad avere un peso inedito rispetto agli ultimi trent’anni.

    Jacopo Lorenzini è ricercatore all’Università di Bologna, dove si occupa di storia delle istituzioni militari in ottica globale. Ha studiato l’evoluzione dei corpi ufficiali sette-ottocenteschi nell’area italiana e francese e la mentalità militare italiana nell’età della guerra fredda. Ha pubblicato Uomini e generali. L’élite militare nell’Italia liberale (1882-1915) (FrancoAngeli 2017) e L’elmo di Scipio. Storie del Risorgimento in uniforme (Salerno Editrice 2020, Premio Friuli Storia 2021).

    balotta.org/event/i-colonnelli

  9. I colonnelli della Repubblica. Esercito, eversione e democrazia in Italia

    Libreria Modo Infoshop, mercoledì 4 febbraio alle ore 18:30 CET

    Jacopo Frey (Vanloon - Radio Città Fujiko) ne parla con l'autore.

    I colonnelli della Repubblica. Esercito, eversione e democrazia in Italia 1945-1974 (Laterza, 2025)
    All’indomani della seconda guerra mondiale l’esercito italiano è reduce dalla peggiore disfatta della sua storia, ma questo è solo l’ultimo dei suoi problemi. La monarchia sabauda è sul punto di scomparire, l’esperienza fascista è sepolta sotto due anni di sanguinosa guerra civile e i suoi quadri devono giurare fedeltà a una Repubblica che non conoscono e in buona parte non condividono: un deficit di cultura democratica che rischia di indebolire significativamente la giovane Repubblica Italiana.
    Grazie a materiale inedito, questo libro dà forma alle vicende umane, professionali e politiche degli ufficiali che vivono quella transizione e delinea due storie parallele. Da un lato quella della difficile trasformazione del corpo ufficiali italiano da istituzione monarchica, nazionalista e aderente alla concezione fascista dello stato autoritario, a corpo professionale repubblicano, atlantista e almeno in parte democratico. Dall’altro la storia delle teorie e delle pratiche di controguerriglia e controsovversione elaborate da quegli stessi ufficiali nel quadro della guerra fredda. Negli anni che precedono Piazza Fontana, proprio lo scontro tra visioni del mondo confliggenti e incompatibili mette in pericolo come mai prima la coesione dell’istituzione militare italiana, introducendo nella storia della Repubblica il fantasma del golpe. Un libro di grande attualità oggi, in un momento in cui le forze armate riprendono ad avere un peso inedito rispetto agli ultimi trent’anni.

    Jacopo Lorenzini è ricercatore all’Università di Bologna, dove si occupa di storia delle istituzioni militari in ottica globale. Ha studiato l’evoluzione dei corpi ufficiali sette-ottocenteschi nell’area italiana e francese e la mentalità militare italiana nell’età della guerra fredda. Ha pubblicato Uomini e generali. L’élite militare nell’Italia liberale (1882-1915) (FrancoAngeli 2017) e L’elmo di Scipio. Storie del Risorgimento in uniforme (Salerno Editrice 2020, Premio Friuli Storia 2021).

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  10. L’ospedale va alla guerra. Sanità militarizzata in Italia, Francia e Germania
    Quando chi sta in alto parla di pace
    la gente comune sa
    che ci sara’ la guerra.
    Quando chi sta in alto maledice la guerra
    le cartoline precetto sono gia’ compilate.
    Berto
    umanitanova.org/lospedale-va-a
    #2025 #Articoli #numero_36 #antimilitarismo #esercito #Europa #Guerra #militarismo #militarizzazione #sanit #ServizioSanitarioNazionale