home.social

#segretario — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #segretario, aggregated by home.social.

fetched live
  1. Fanfani traghettava il partito verso nuove sponde

    Gli antefatti politici
    “Nel marzo 1965, per aderire ad autorevoli sollecitazioni, accettai l’invito del presidente del Consiglio, on. Moro, di partecipare in qualità di ministro degli Esteri al secondo governo della coalizione di centro-sinistra”. <13 Per lo statista aretino questa chiamata fu, allo stesso tempo, un ritorno e una rivincita. Fanfani, infatti, nei quasi 20 anni precedenti era stato uno dei protagonisti politici della ricostruzione dell’economia e dell’affermazione della DC alla guida del paese. Iscrittosi alla Democrazia cristiana nel 1945, già l’anno successivo il politico aretino assunse la direzione dell’«Ufficio studi, propaganda e stampa» (Spes) e, sempre nello stesso anno, entrò nel Consiglio nazionale e nella direzione del partito. In giugno, dopo essere stato eletto all’Assemblea costituente nella circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto, partecipò alla «Commissione dei 75» nella terza sottocommissione, quella dei «Diritti e
    doveri economico-sociali» <14. Dopodiché, fu ministro del Lavoro e della previdenza sociale nel IV (1947-1948) e V (1948-1950) governo De Gasperi nonché ministro dell’Agricoltura nel VII (1951-1953). Da ministro del Lavoro, il 1° luglio 1949, varò il «Piano Ina-Casa» con l’intento di dare un’occupazione e un tetto a tante migliaia di disoccupati. «Così si sarebbe dato lavoro ai disoccupati, mantenuto più stabile il livello dei prezzi, assegnato un certo numero di case a un certo numero di lavoratori». <15 Effettivamente, grazie al «piano Fanfani», si garantì lavoro a oltre 600.000 operai e si costruirono ben 350.000 alloggi.
    Il suo ingresso a Piazza del Gesù era avvenuto attraverso Giuseppe Dossetti. L’allora vicesegretario dello Scudo crociato l’aveva chiamato nel 1946 <16. Insieme avevano fondato «Civitas humana», sfociata poco dopo in «Cronache sociali» <17. Quando, nel 1951, Dossetti lasciò la politica – «Allora […] io ho finito […] riprendo la mia vita di studio. La mia decisione è necessaria e irrevocabile» <18 – l’eredità di ciò che era stato non andò perduta, ma, rinfoltita dell’apporto di alcuni esponenti degasperiani, si trasformò in «Iniziativa democratica». Essa «aveva concepito un partito che vive[va] e si espande[va] nella misura in cui [era] in se stesso organizzato ed efficiente, crea[va] rapporti con la società, ne interpreta[va] le esigenze» <19. Essa rappresentava “l’aspirazione di una nuova generazione, apparsa sulla scena politica dopo la caduta del fascismo, che non essendo più appagata delle posizioni di secondo piano, tendeva a strappare il potere dalle mani dei notabili. Fanfani fu il leader occasionale di questa tendenza: l’età, la capacità organizzativa, l’attivismo […] lo designavano come capo”. <20 Fanfani, invero, ne assunse la responsabilità solo in un secondo momento, ma è fuor di dubbio che lì avvenne la sua iniziazione alla leadership (in un primo tempo, Dossetti aveva indicato Mariano Rumor perché bisognava lasciare Fanfani «ai compiti di governo senza distrarlo con altri impegni») <21.
    Due anni dopo, rieletto deputato nella circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto (era la terza volta dopo quelle del 1946 e del 1948), ritornò al ruolo di ministro – dell’Interno, però – nell’VIII gabinetto De Gasperi e nel governo Pella tra il 1953 e gli inizi di gennaio del 1954. In quello stesso mese, dopo aver lasciato il Viminale, Fanfani venne investito della prima nomina da presidente del Consiglio. Il governo da lui presieduto fu un monocolore DC che, non ottenendo la fiducia del Parlamento, sarebbe rimasto in carica per pochissimo tempo, sino alla prima decade di febbraio. In maggio fu nominato, invece, componente della rappresentanza della Camera dei deputati all’Assemblea della «Comunità europea del carbone e dell’acciaio». In contemporanea, «Fanfani puntava su una sua crescente capacità egemonizzatrice per svolgere un ruolo sempre più rilevante nel partito» <22. Il 16 luglio 1954, durante il Congresso democristiano di Napoli, venne eletto segretario nazionale del partito: era stato lo stesso Alcide De Gasperi a cedergli lo scettro. Lo statista trentino gli scrisse una lettera in cui lo esortava così: «Guai se il tuo sforzo fallisse» <23. A quel punto, considerando che De Gasperi rappresentava non solo sé stesso <24, ma – assolutizzando – la DC primigenia, il suo crepuscolo annunciava non un semplice cambio al vertice, ma un nuovo modus existendi del partito.
    Beninteso, la Democrazia cristiana rimase ugualmente il perno del sistema parlamentare italiano, ma, basando la sua centralità su altre fondamenta. Il primato DC era stato frutto del trionfo elettorale del 1948. De Gasperi l’aveva poi conservato grazie al fiancheggiamento di enti esterni quali la Chiesa, il ceto imprenditoriale, la «Coldiretti» e, a decorrere dagli anni Cinquanta, le organizzazioni notabilari e clientelari del Sud e l’impresa pubblica <25. Allo stesso tempo, l’esclusione dal potere “fulminata” contro il partito comunista e nota come conventio ad excludendum aveva aiutato il mantenimento dello status quo bloccando l’opportunità di alternanza di governo e assicurando la continuità della formula centrista alla testa del paese.
    Nelle intenzioni di Fanfani ci sarebbe stato un partito indipendente da condizionamenti esterni e capace di cercare autonomamente i propri mezzi di sussistenza mediante il controllo delle funzioni di governo e l’occupazione delle strutture parapubbliche. Tale scopo sarebbe stato realizzato solo se la sua corrente fosse diventata maggioritaria emarginando i residui di popolarismo che a Piazza del Gesù erano ancora presenti. Il rafforzamento di «Iniziativa democratica» accresceva il peso specifico dello stesso Fanfani. Forte del mandato da segretario e dello spazio che la corrente era riuscita a guadagnarsi, Fanfani traghettava il partito verso nuove sponde e, segnatamente, verso la sponda sinistra. Questo tipo di orientamento venne alla ribalta durante il Consiglio nazionale che i democristiani tennero a Vallombrosa nel luglio 1957, allorquando il segretario aprì per la prima volta, seppur cautamente, al Partito socialista, ma già l’aveva anticipato al Congresso nazionale di Trento del 1956 <26. Dopo essere stato rieletto deputato nella circoscrizione Siena-Arezzo-Grosseto, il 1° luglio 1958 Fanfani costituì il suo secondo governo, un bipartito DC-PSDI nel quale figurava anche come ministro degli Esteri. “Quando fu chiamato a guidare la politica nazionale, nel 1958, Fanfani tese a valorizzare il proprio contributo nel ruolo che di volta in volta andò a ricoprire, quale presidente del Consiglio e ministro degli Esteri. Egli attribuì alla politica estera un’importanza centrale […] esprime[va] il desiderio che il paese riaffermasse un ruolo da comprimario – o da protagonista – nelle vicende internazionali”. <27 A questo desiderio Giuseppe Pella diede il nome di «neoatlantismo» <28 perché, sulla scorta di esso, il vincolo atlantico veniva vissuto, giustappunto, con un “nuovo” spirito.
    Senonché, il 26 gennaio 1959 Fanfani diede le dimissioni dal governo e il 31 anche dalla segreteria stanco delle bocciature ricevute in Parlamento per mano di franchi tiratori: l’età dell’oro che il politico aretino stava vivendo e la sua apertura a sinistra avevano creato non pochi malumori all’interno della sua stessa corrente. Il politico toscano, sbagliando, «riteneva che lo strappo e il ritiro sotto la tenda [avrebbero provocato] nel partito una reazione tale da consentirgli di riprendere il comando con maggiore forza e senza condizionamenti» <29. Al contrario, nella notte del 17 marzo, l’ala iniziativista a lui contraria, che ormai era divenuta maggioritaria, si radunò nel convento di Santa Dorotea a Roma e formalmente si separò dal nucleo originario. I dorotei accettarono le dimissioni di Fanfani e nominarono Aldo Moro candidato alla segreteria <30.
    [NOTE]
    13 A. Fanfani, O.N.U. 1965-1966, Garzanti, Milano 1966, p. 10.
    14 G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano al potere. La Dc di De Gasperi e di Dossetti 1945/1954, Vallecchi, Firenze 1974, p. 189.
    15 Ivi, p. 250.
    16 Su Dossetti vicesegretario della DC si veda la raccolta di testi politici dello stesso a cura di R. Villa, L’invenzione del partito. Vicesegretario politico della DC 1945-46/ 1950-51, Zikkaron, 2016.
    17 G. Baget-Bozzo, op. cit., pp. 142-153. Su Dossetti e «Cronache sociali» cfr. F. Bruno, Giuseppe Dossetti. Un innovatore nella Democrazia Cristiana del dopoguerra, Bollati Boringhieri, 2014.
    18 M. Rumor, Memorie, 1943-1970, Neri Pozza, 1991, p. X.
    19 Ivi, p. XVI.
    20 G. Galli, Fanfani, Feltrinelli, Milano 1975, p. 76.
    21 A. Forlani, Potere discreto. Cinquant’anni con la democrazia cristiana, Marsilio, Venezia 2009, p. 62.
    22 G. Baget-Bozzo, op. cit., p. 295.
    23 A. Forlani, op. cit., p. 71.
    24 Si vedano, sullo statista trentino, F. Malgeri, Alcide De Gasperi. Dal fascismo alla democrazia (1943-1947), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009 e P.L. Ballini, Alcide De Gasperi. Dalla costruzione della democrazia alla “nostra patria Europa” (1948-1954), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009. Sulla storia della DC esiste una vasta bibliografia. Alcuni esempi: A. Giovagnoli, Il partito italiano. La democrazia cristiana dal 1942 al 1994, Laterza, Roma-Bari 1996, F. Malgeri, L’Italia democristiana. Uomini e idee del cattolicesimo democratico nell’Italia repubblicana (1943-1993), Gangemi, 2005, N. Rossi, Il posto dei papaveri. Quando la DC ha ricostruito l’Italia, Marsilio, 2005, G. Galli, Storia della DC. 1943-1993: mezzo secolo di Democrazia cristiana, Kaos edizioni, 2007, A. Riccardi, Il “partito romano”. Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, Morcelliana, 2007, V. Capperucci, Il partito dei cattolici. Dall’Italia degasperiana alle correnti democristiane, Rubbettino, 2010 e G. Di Capua, P. Messa, Dc. Il partito che fece l’Italia, Marsilio, 2011.
    25 P. Craveri, La repubblica dal 1958 al 1992, TEA, Milano 1995, p. 3.
    26 Cfr. D. Verrastro, E. Vigilante (a cura di), Emilio Colombo. L’ultimo dei costituenti, Laterza 2017.
    27 E. Martelli, op. cit, pp. 21 e 23.
    28 Ivi, p. 23 nota 26.
    29 A. Forlani, op. cit., p. 96.
    30 Cfr. D. Verrastro, E. Vigilante (a cura di), op. cit. Nella fase di crisi di governo la DC era stata retta da Adone Zoli, Mariano Rumor, Luigi Gui e Attilio Piccioni. Quando si dovette stabilire chi, dopo Fanfani, sarebbe stato il nuovo segretario del partito non si escludeva un rinnovo al politico aretino. Senonché, la segreteria andò a Moro. Nel libro si spiega che il voto espresso non fu un voto contrario a Fanfani – dacché c’era disponibilità a rivotarlo – ma una rivalsa rispetto al rifiuto da lui opposto a chi gli aveva chiesto – prima di ridargli l’investitura da segretario – di venire a spiegare al Consiglio nazionale quale politica avrebbe posto in essere per il partito. Di fronte a quel rifiuto, una parte consistente votò contro. Il dato sul «laconismo» di Fanfani trova riscontro nelle memorie di Arnaldo Forlani: «Fanfani rifiutava ogni dialogo e anzi si rese irreperibile, tranne che per due o tre amici», A. Forlani, op. cit., p. 97.
    Concetta Violo, Fanfani di nuovo alla guida della diplomazia. Aspetti della politica estera 1965-1968, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, 2020

    #1945 #1946 #1948 #1953 #1954 #1957 #1959 #1965 #AmintoreFanfani #anticomunismo #casa #ConcettaViolo #DC #dorotei #esteri #GiuseppeDossetti #ministro #Napoli #neoatlantismo #piano #propaganda #segretario #Spes
  2. Per la prima volta nella storia di Roma la Dc passa all’opposizione

    Nonostante il primato del partito comunista nella capitale, l’insediamento di Giulio Carlo Argan si realizza con difficoltà. La genesi del percorso va ricercata nell’anno precedente e, più precisamente, nell’iniziativa del presidente della federazione romana del Pci Luigi Petroselli. Egli sottoscrive con l’allora sindaco democristiano Clelio Darida il “Piano Istituzionale di Roma”, fondamentale per la legittimazione democratica del Pci, e consente al partito di attestarsi «a un passo dalla realizzazione del compromesso storico nella capitale» <105.
    La formazione della prima giunta rossa è stata interpretata come «il capolavoro politico di Luigi Petroselli» <106 proprio per la capacità del coriaceo dirigente comunista di leggere con intelligenza gli equilibri politici e calibrare la posizione migliore per favorire il partito. L’immediatezza postelettorale apre infatti uno scenario magmatico: alla grande euforia della vittoria, nel Pci si fa largo la consapevolezza dell’irrealizzabilità di una maggioranza priva dei voti comunisti <107. Le principali incognite di questa fase iniziale arrivano però da una constatazione speculare, cioè l’insufficienza numerica di una maggioranza che comprenda le sinistre (Pci, Psi) e il Psdi, ferma ad appena quarantuno consiglieri su ottanta. Nei circuiti del dibattito pubblico echeggia l’immagine di «un nuovo Nathan in Campidoglio» <108, che non manca di suscitare preoccupazioni in un Vaticano già amareggiato dalla perdita dell’Urbe <109, nonostante uno dei primi nomi sia quello del moderato esponente repubblicano Oscar Mammì, futuro primo firmatario della discussa legge sulla regolarizzazione delle emittenze radiotelevisive nel 1990 <110.
    Le forze politiche sembrano osservare con ansia le vicende nazionali, allorché si profila la possibilità di un governo che includa in qualche modo il Pci: nessuno dei partiti, ad eccezione del Psi, si mostra ansioso di bruciare le tappe. I socialisti, nella figura del segretario della sezione romana Pier Luigi Severi, delegano la scelta ad un Pci quasi travolto dal risultato e trincerato dietro i proclami della linea nazionale su un’intesa pienamente inserita nel disegno del compromesso storico. Il 27 giugno il Pci prende l’iniziativa ed apre una fase di consultazione attraverso un documento esplorativo diffuso dalla federazione romana, nel quale si auspica la formazione di «nuovi governi» fondati sulla «collaborazione fra tutte le forze democratiche e popolari» <111.
    Ad una settimana dal voto si delineano con maggiore nettezza le posizioni dei partiti. I comunisti aprono ufficialmente alle larghe intese, auspicando una convergenza dei partiti d’ispirazione democratica ma rivendicando con grande chiarezza un ruolo di primo piano. Il Partito lancia una prima bozza programmatica in sette punti <112, con l’obiettivo di costruire una base materiale su cui articolare l’accordo, costringendo in questo modo la Dc a “scoprire le carte”. I socialisti oscillano fra la possibilità delle larghe intese e un’alternativa tutta di sinistra, senza però chiarire la soluzione al problema della sua inconsistenza numerica in consiglio comunale. La Dc, che nei proclami della campagna elettorale si era affrettata a chiudere la porta ad alleanze per l’elezione del sindaco tanto al Msi quanto al Pci, si attesta su una linea di cautela. Ad alcune timide aperture, o perlomeno ad un riconoscimento del peso centrale della compagine comunista, seguono affermazioni sibilline, a metà fra l’impossibilità di proseguire sulla strada del centro-sinistra e un rifiuto secco di un’alternativa tutta di sinistra.
    Il nodo da sciogliere è evidentemente quello del coinvolgimento del partito democristiano. Il Pci vi insiste in maniera ossessiva e si mostra oltremodo attendista nel chiudere la porta, laddove nella Dc emergono posizioni contrastanti, specchio del mutamento degli equilibri politici interni, con la risicata maggioranza ottenuta dalla compagine di Zaccagnini nell’aspro congresso nazionale del marzo del 1976, sotto la sapiente regia di Aldo Moro <113. La linea politica prende formalmente le distanze dall’opposizione ad oltranza come nella Regione Lazio e si registrano voci propense ad «un accordo sul programma con i comunisti, escludendo però una comune assunzione di responsabilità di governo» <114. Appare chiaro agli occhi dei socialisti che l’alternativa di sinistra vada ad infrangersi contro un Partito comunista «timoroso per i riflessi politici generali che una giunta rossa nella capitale avrebbe potuto avere» <115.
    La situazione va risolta in tempi stretti, entro Ferragosto, e prendono corpo i profili adatti a guidare una giunta con la presenza dei comunisti. Ai soliti Petroselli e Ugo Vetere, capogruppo del partito al comune, si affianca come outsider quello dell’indipendente Piero Pratesi. Questi è parte di un nutrito gruppo di cattolici, tra i quali figurano anche Mario Gozzini e Raniero La Valle, in precedenza colleghi a «L’Avvenire», che accettano «la candidatura per le elezioni generali nelle liste del Pci con la Sinistra indipendente, modificandone la fisionomia, fino a quel momento composta in prevalenza da laici e socialisti usciti dal partito» <116. Nei giorni seguenti circola una proposta, mai esplicitata in termini diretti, di un monocolore “balneare” a guida comunista, che consenta di prender tempo e formalizzare un accordo con la Dc in autunno <117.
    Gli eventi subiscono una decisa accelerazione nei primi giorni di agosto: sfumate le altre ipotesi e incalzato da un Psi desideroso di affrancarsi da una posizione di estrema marginalità, è convocato un vertice a tre con i partiti della futura maggioranza (Pci, Psi, Psdi). L’ultimatum del Pci ruota attorno alla proposta di una coalizione di emergenza: ad un rifiuto della Dc, avrebbe fatto seguito il varo la futura maggioranza di sinistra <118, «una specie di “zattera” o di “piattaforma mobile”, con un solo timone, ma due ipotetiche direzioni di marcia» <119. Emerge da subito, infatti, nel documento politico elaborato per l’occasione, il duplice signficato attribuito alla formazione della giunta. Mentre per il Pci l’astensione repubblicana vuole favorire un ponte verso un futuro possibile inquadramento della Dc nella compagine governativa, con un occhio a quanto accade nel quadro nazionale, il Psi mira a recuperare i voti radicali e demoproletari nella prospettiva di una ampia maggioranza tutta di sinistra <120.
    La notte del 5 agosto si raggiunge un accordo che prevede una giunta comunale formata da Pci, Psi, Psdi e l’appoggio esterno del Pri. Per la prima volta nella storia di Roma la Dc passa all’opposizione ed Argan è eletto come indipendente nelle liste del Pci. Espressione di quel ceto intellettuale che si avvicina al partito vedendo in esso l’unico argine alla grave situazione politica italiana e romana, la sua fama di storico e critico dell’arte, riconosciuta a livello internazionale, è sfruttata dal partito per tranquillizzare l’opinione pubblica circa la sincerità delle sue intenzioni democratiche, nel tentativo di creare un’ampia convergenza di forze politiche. L’impatto pubblico della designazione di Argan riscuote ampio successo e i titoli dei principali quotidiani locali e nazionali ne attestano la stima trasversale. «La Stampa» titola: «La cultura al potere» <121, ricalcando la valutazione pressoché unanime del panorama giornalistico e intellettuale. L’elezione di Argan rappresenta ora una duplice possibilità di cambiamento, morale e politica, perché offre l’opportunità di rinnovare un’alleanza di lungo periodo col Psi (unico argine al «malgoverno DC» <122) che negli anni precedenti era venuta appannandosi.
    Enormi responsabilità attendono il sindaco. Su tutte la necessità di soddisfare il bisogno «di pulizia politica e morale, di correttezza ed efficienza amministrativa, di rinnovamento» <123. Nel suo primo intervento egli individua poi nella «crisi d’identità» <124 e nelle difficili condizioni di vita dei cittadini romani, le priorità dell’azione della giunta, testimoniata dalla creazione di uno specifico assessorato al risanamento delle borgate. Insieme con l’elezione del sindaco si forma la giunta comunale. Il profilo dei consiglieri comunisti riflette l’eterogeneità di un partito arricchito dai settori più diversi del panorama culturale. Ne sono espressione esponenti del mondo dello spettacolo, la cantante folk Maria Carta e l’attore Gian Carlo Sbragia; cattolici del dissenso, Lucio Lombardo Radice e Piero Pratesi; intellettuali indipendenti <125 e una piccola ma combattiva pattuglia di donne, Carla Capponi, Vittoria Calzolari, Anita Pasquali, in una compagine fortemente intenzionata a segnare un passaggio.
    La giunta si articola in diciotto assessorati, così ripartiti: dodici comunisti, quattro socialisti e due socialdemocratici, mentre vicesindaco è nominato il socialista Alberto Benzoni <126. Fra i nuovi assessori figura un giovane architetto appena trentaquattrenne, durante il discorso inaugurale di Argan sistemato «alla meno peggio aggiungendo alcune sedie» <127 a causa del sovraffollamento nella sala. Il suo nome è Renato Nicolini e gli sono attribuite le deleghe alla cultura, sport e tempo libero.
    [NOTE]
    105 O. Gaspari, R. Forlenza, S. Cruciani (a cura di), Storie di sindaci per la storia d’Italia, Roma, Donzelli, 2009, p. 220.
    106 Gaspari, R. Forlenza, S. Cruciani (a cura di), Storie di sindaci per la storia d’Italia, cit., p. 220.
    107 Del resto, era stato più volte evidenziato in anni precedenti, il significato di una svolta a Roma per le sue evidenti ricadute sul piano nazionale. L. Petroselli, Il nuovo che si fa strada, in «Rinascita», L-LI, 1975, pp. 11-13.
    108 A. Meli, Si profila a Roma una giunta di sinistra Forse sindaco il repubblicano Mammì, in «Corriere della Sera», 24 giugno 1976.
    109 M. Politi, Roma è «persa». Amarezza del Papa, in «Il Messaggero», 23 giugno 1976.
    110 A. Meli, Si profila a Roma una giunta di sinistra Forse sindaco il repubblicano Mammì, in «Corriere della Sera», 24 giugno 1976.
    111 Il PCI prende l’iniziativa Sentirà partiti e sindacati, in «Corriere della Sera», 27 giugno 1976. [ediz. romana].
    112 «Sviluppo delle basi produttive sul territorio regionale, piena occupazione, soprattutto nel settore femminile e in quello giovanile, maggiore diffusione dei servizi sociali e civili, decentramento anche attraverso l’elezione diretta delle circoscrizioni, riordinamento dei servizi e degli uffici, coordinamento fra regione, Comune e Provincia, nuovo rapporto fra Stato e Comune», in Ibidem.
    113 L. Paggi (a cura di), Partiti e organizzazioni di massa, cit., p. 155.
    114 Il PCI apre agli incontri per il governo del Comune, in «Corriere della Sera», 6 luglio 1976. [ediz. romana].
    115 C. Torneo, Giunta rossa in Campidoglio, in «Mondoperaio», IX, 1976, p. 8.
    116 G. Scirè, Le Carte Gozzini. Il dialogo tra cattolici e comunisti nel secondo dopoguerra, in «Italia Contemporanea», CCXXXIII, 2003, pp. 707-730.
    117 Vertice per il Comune: ci sarà l’accordo?, in «Corriere della Sera», 30 luglio 1976.
    118 Soluzione provvisoria: il sindaco a ferragosto, in «Corriere della sera», 31 luglio 1976. [ediz. romana].
    119 Si delinea per il Comune una maggioranza a quattro, in «Corriere della Sera», 5 agosto 1976. [ediz. romana].
    120 Giunta PCI-PSI-PSDI al Comune, in «Corriere della Sera», 6 agosto 1976. [ediz. romana].
    121 La cultura al potere, in «La Stampa», 10 agosto 1976.
    122 M. Melello, Una giunta di sinistra amministrerà Roma, in «Avanti!», 8 agosto 1976.
    123 A. Cossutta, Il segno di un’Italia diversa, in «l’Unità», 10 agosto 1976.
    124 L’impegno per risanare questa città che amiamo, in «l’Unità» 10 agosto 1976.
    125 Gli eletti, i bocciati, i veterani, le facce nuove, in «Corriere della Sera», 26 giugno 1976. [ediz. romana].
    126 Prosindaco e Sviluppo economico: Alberto Benzoni (socialista); Affari generali, avvocatura e relazioni pubbliche: Luigi Arata (comunista); Bilancio: Ugo Vetere (comunista); Scuola: Antonio Fraiese (socialista); Personale e decentramento: Giulio Bencini (comunista); Patrimonio e provveditorato: Giuliano Prasca (comunista); Traffico: Tullio De Felice (socialista); Annona e mercati: Silvano Costi (socialdemocratico); Sanità, igiene e nettezza urbana: Mirella D’Arcangeli (comunista); Polizia urbana, anagrafe, toponomastica: Pietro Alessandro Consiglio (comunista); Cultura, sport, tempo libero: Renato Nicolini (comunista); Edilizia pubblica e privata: Vincenzo Pietrini (socialista); Pianificazione e urbanistica: Antonio Pala (socialdemocratico); Lavori pubblici: Lucio Buffa (comunista); Tecnologico: Piero Della Seta (comunista); Zone industriali e agricoltura: Olivio Mancini (comunista); Risanamento borgate: Franca Prisco (comunista); Centro storico: Vittoria Calzolari (indipendente), in Questi i diciotto assessori, in «l’Unità», 10 agosto 1976.
    127 Si apre un capitolo nuovo in Campidoglio, in «l’Unità», 10 agosto 1976.
    Marco Gualtieri, La città immaginata. Le Estati romane e la “stagione dell’effimero” (1976-1985), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, Anno Accademico 2019-2020

    #1974 #1975 #AnitaPasquali #Campidoglio #CarlaCapponi #ClelioDarida #comunista #DC #Federazione #GianCarloSbragia #GiulioCarloArgan #indipendente #Lazio #LuigiPetroselli #MarcoGualtieri #MarioGozzini #PCI #PRI #PSDI #PSI #RanieroLaValle #RenatoNicolini #roma #segretario #sindaco #UgoVetere #Vaticano #VittoriaCalzolari

  3. #Guterres, #segretario delle #NazioniUnite, da #Fazio esprime in maniera articolata il suo rammarico per il fatto che l'#Italia non sia membro del #G7. Peccato che non sia così.
    Fazio cerca di mettere una toppa, parlando di un errore di traduzione, ma le parole erano coerenti con quanto detto.
    Andiamo bene.

    #CTCF

Share on Mastodon

Enter the server where you have an account.