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  1. Una memoria sull’occupazione italiana di Lissa

    Lissa, Isola di Lissa, Croazia. Fonte: Wikipedia

    Il podestà di Lissa e le scelte di appartenenza in guerra
    Per affrontare la questione dell’identità italiana in Dalmazia nel Novecento bisogna fare riferimento ad un’esperienza collettiva fondamentale: le relazioni dei dalmati italiani con il fascismo negli anni dell’occupazione italiana (1941-1943). Tale questione, che non a caso emerge presto nella narrazione di Lorenzo, si intreccia con il tema del delicato, talvolta controverso, posizionamento politico dei dalmati italiani. La problematicità della relazione tra italianità e fascismo è trattata anche nella letteratura dell’esilio giuliano-fiumano-dalmata (autobiografie, racconti, poesie di esuli dalmati italiani <14). La narrazione di Lorenzo ricalca, in modo talora creativo, altre volte reificante, alcuni pattern della memoria collettiva degli esuli dalmati italiani, e che svelano un certo ordine condiviso del ricordo. Lorenzo tratta il rapporto tra dalmati italiani e fascismo attraverso la descrizione di suo padre e l’evoluzione del suo comportamento. L’autore introduce la figura del padre subito dopo lo sbarco dell’esercito italiano, evento prologo delle tragiche circostanze al cuore della sua ingiunzione autobiografica. Il padre è descritto come uomo retto, rispettabile rappresentante della comunità, profondamente attaccato ad entrambe le sponde dell’Adriatico: a Lissa, in quanto membro di una famiglia lì residente da secoli, e all’Italia, verso cui nutre sentimenti di patriottismo. La multipla appartenenza è parte dell’identità del padre, che scivola quasi in elemento iconico nella narrazione: questo assetto identitario diventa problematico nell’incontro-scontro con il fascismo. Lorenzo descrive lo sgretolarsi di alcune certezze e ideali del padre nello smarrimento, delusione e confusione di fronte al fascismo che lo costringe a ri-orientarsi internamente e socialmente (“conobbe il fascismo che inizialmente identificava con l’Italia, e i lati negativi di quel regime”). Il podestà esperisce la disillusione nell’osservare la distanza tra le rappresentazioni ideali dell’Italia, in cui inizialmente rientrava il fascismo, e le pratiche di violenza nonché un’ideologia “non corrispondenti alle proprie concezioni di vita e umanità”. Nel contatto con i fascisti, il padre rivela sempre di più la sua identità locale totale: figlio dell’isola, padre della comunità e compagno dei lissani. Il padre di Lorenzo viene deposto dall’incarico di podestà assegnatogli dai militari per il suo rifiuto di aderire all’ideologia fascista, scegliendo di occupardi dei suoi “compatrioti”. A seguito di questa presa di posizione politica l’ex-podestà, scrive Lorenzo, tornerà alla sua vita normale “in piena armonia” con i suoi compaesani. La consapevolezza della natura del regime fascista, che porta il padre a rifiutarne codici e retoriche, deve essere stato l’esito di un complesso percorso cognitivo-emozionale qui solo tratteggiato dall’autore. Questo episodio è interessante per la gestalt che il padre sperimenta a partire da elementi socioculturali cui Lorenzo assegna un valore importante: la lingua e la cultura italiana, la secolare presenza della famiglia sull’isola, l’armonia con i compaesani, la religione e l’etica. L’agency del padre di Lorenzo è uno dei possibili esiti dell’incontro/scontro degli italiani di Dalmazia con il fascismo. La crisi di identità scatenata dal fascismo fu esperienza comune tra i dalmati italiani delusi nello scoprire l’erronea identificazione del fascismo con il mondo italiano. Per Lorenzo tanti di essi non furono fascisti, sebbene tale fu la cristallizzazione dello stereotipo del ricordo trasmessa nel successivo discorso politico jugoslavo (e italiano). Si può dunque dire che il percorso di riconfigurazione identitaria del padre di Lorenzo sia paradigmatica di un percorso collettivo. Inoltre, negli equilibri sociali del tempo il padre di Lorenzo era la massima autorità familiare, come ricordano tra gli altri Lorenzo, sua sorella Enza e la cugina Mariella da me intervistate. A livello comunitario, il padre possiede un’autorevolezza mancante all’autoritario generale Petrossi, incarnando l’autorità e la tradizione derivanti anche dal suo appartenere alla nobiltà locale. I dalmati italiani e italofoni erano spesso detentori di posizioni politiche e sociali influenti, e tale situazione era comune nella società dalmata fino alla prima metà del Novecento. Il podestà-padre rappresenta dunque anche una classe, un ordine e una tradizione che si dissolveranno con la seconda guerra mondiale; una tradizione anche cattolica, rimpiazzata (ufficialmente) dagli ideali comunisti. La figura del padre descritta da Lorenzo assurge pertanto a simbolo di una memoria individuale, familiare e collettiva, a rappresentante di un mondo di lì a poco in via di dissoluzione.
    La scoperta del nemico tra violenze e disordini
    “Jamnicki [medico originario di Mostar, Bosnia, cognato di Lorenzo] fu tenuto in osservazione da parte del fascista Petrossi che lo sospettava di appartenere a gruppi di oppositori. Sentimmo a quel tempo parlare per la prima volta di partigiani, di comunisti, di nemici degli occupanti, organizzati militarmente e decisi a combattere l’invasore […] l’atmosfera politica si faceva più pesante. I partigiani jugoslavi, occulti e misteriosi per noi ragazzi, riscuotevano sempre più la fiducia della popolazione di fede croata. Si cominciava già all’inizio del 1942 a sentire un’atmosfera pesante. La gente era diventata più apertamente ostile agli occupanti italiani e, di conseguenza, a noi residenti. Non so se fu l’arrivo di questo Petrossi, fascista sfegatato e violento, a creare questo stato di cose o se invece possano essere attribuite a una generale organizzazione di quella che fu la resistenza jugoslava. Fatto sta che l’aria che tirava era opprimente e creava disagio e sempre maggiore isolamento degli italiani. […] Il Petrossi intanto sempre più zelante e sospettoso di tutti, anche degli italiani, adottava metodi sempre più violenti e spesso atroci […] l’ossessione della presenza degli invisibili partigiani creava una situazione di ostilità verso gli italiani da parte della popolazione e di massima tensione tra i militari italiani. Imperversava, in particolare, il fascista Petrossi che indagava e torturava anche le donne quando sospettava che potessero collaborare con questo misterioso nemico di cui si sentiva la presenza e che era tuttavia inafferrabile. Non ci furono conflitti a fuoco con l’esercito italiano. Nessuno dei militari occupanti fu colpito. Nessun morto, nessun ferito italiano. Il Petrossi, esasperato dalla presenza di questa forza occulta che stava sempre più organizzandosi, era alla ricerca di collaboratori per assumere informazioni sulla identità dei ribelli jugoslavi. In questa fase, mentre non vi furono vittime italiane, i partigiani tenevano sotto controllo la popolazione, isolando gli italiani e creando una sorta di terrore nella stessa popolazione jugoslava che volevano ostile e decisa a lottare contro il nemico” (pp. 52-53).
    Lorenzo descrive l’infiammarsi del clima locale nel 1942. Entrano nella sua consapevolezza di bambino figure del mondo adulto, nuove categorie di alterità e nemico come i partigiani “occulti e misteriosi”. L’autore analizza le differenze tra l’esercito italiano e i partigiani in termini di efficacia strategica e potenza: se i militari italiani sono presenze visibili e visibilmente ostili nella loro cieca ferocia, i partigiani sono invece invisibili presenze nella boscaglia <15, minacciose al punto da scatenare i controlli ossessivi dell’esercito italiano. Per la piccola comunità lissana, stretta tra due fuochi, inizia il terrore: “Due episodi contribuirono a determinare il sempre crescente terrore in tutti i lissani. Uno fu l’aggressione e l’uccisione di un giovane jugoslavo [Ivo Lucich Rocchi]. Era un giovane jugoslavo di circa vent’anni e fu massacrato nel cortile della sua casa, situato nella strada che porta alla chiesa di Santo Spirito. È facile immaginare la sensazione che provocò questo episodio nella piccola comunità lissana. Perché fu ucciso questo giovane, tra l’altro corteggiatore di mia sorella Enza, giocatore di calcio, da me ammirato nella squadra di Lissa come difensore? È difficile rispondere a questa domanda. Egli era jugoslavo, fiero della sua appartenenza a quel gruppo e non risulta che abbia collaborato con gli italiani verso i quali non nutriva certo simpatie. Forse il suo assassinio fu determinato dal non aver aderito e partecipato alla lotta partigiana. Fatto sta che questo agguato suscitò un’enorme impressione nel paese. Terrorizzata era la popolazione jugoslava che prese sempre più le distanze dagli italiani […] L’episodio determinò un sentimento di paura, anzi di terrore, in quanto ogni vicino, ogni amico, ogni persona poteva essere un omicida occulto […] gli italiani presero atto che stava nascendo una resistenza e un tentativo di controllo totale sulla popolazione civile. I partigiani erano animati da sentimenti di patriottismo e di ribellione verso il nemico che invadeva la loro patria ed agivano non direttamente contro i militari italiani, forse anche per il timore di feroci rappresaglie, ma puntando sulla solidarietà della popolazione. […] il metodo, collaudato ampiamente dalla esperienza stalinista, mirava dunque non tanto, nell’immediato, all’esercito italiano, che ne uscì completamente indenne, ma a creare un’atmosfera di terrore verso coloro, pochi per la verità, che non si adeguavano ad isolare il nemico. In quest’ottica, ma i motivi restarono segreti, fu massacrato a martellate in testa un commerciante di generi di abbigliamento molto noto nell’isola. Fu trovato, nel suo negozio posto sulla strada a destra in fondo alla Klapaviza in una pozza di sangue con il cranio sfracellato. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’assassinio e tuttavia, non avendo la minima collaborazione dei vicini, come era ovvio, le autorità italiane presero atto di questa azione senza mai identificare gli autori del delitto. Questo secondo episodio, come si può ben immaginare, creò nella popolazione il terrore e l’incubo di poter essere in qualsiasi occasione vittima di simili aggressioni ad opera di ignoti e di imprendibili gruppi di azioni. Ma mentre i militari italiani se ne stavano chiusi nelle loro caserme e non venivano attaccati dalle forze nemiche, nella nostra piccola comunità italiana la vita tranquilla e serena dell’epoca anteriore all’occupazione venne completamente sconvolta. […] la paura si era diffusa tra di noi così intensamente che si stava il più possibile rintanati in casa, specie al calar del sole”.
    Le aggressioni verso i locali aumentano i timori dei lissani di poter essere le prossime vittime di fascisti o partigiani. Questi, dice Lorenzo, gradualmente riusciranno ad ottenere la solidarietà dei lissani, mentre gli autoctoni italiani inizieranno ad essere percepiti come vicini al nemico fascista. In questo passaggio assistiamo all’innesto violento di categorie di alterità e nemico che divisero la comunità nel 1943. Inizia ad articolarsi il discorso sociale sul chi è la vittima e chi il colpevole implicita nella narrazione comunitaria dell’isola come paradiso decaduto. L’immaginario di un’idilliaca Lissa pre-bellica in cui regnerà armonia e pace nell’innocenza dei lissani fino all’arrivo dei nemici invasori è un modulo di base della narrazione del ricordo comunitario. La rielaborazione della memoria locale, sulla base dei dati raccolti, arriva oggi ad un verdetto collettivo di colpevolezza di tutti gli invasori, i collusi e i traditori della comunità. “L’ostilità della popolazione, anch’essa impaurita dalla efferatezza dei due attentati a due loro connazionali e compaesani, si manifestò in un triste e doloroso evento che colpì la mia famiglia. Era morta a circa vent’anni, mia sorella Ada a seguito del parto. […] Il clima di odio che dilagava verso gli italiani si manifestò in maniera palese ed evidente proprio in questa tragica e luttuosa occasione. Gli addetti al trasporto della salma al cimitero del Prirovo si rifiutarono di svolgere il loro compito per dimostrare la loro ostilità verso gli italiani. Il problema non era di poco conto perché, aldilà del dispiacere di vedere persone che, sebbene fosse da secoli che vivevano nell’isola in armonia con tutti gli altri, per motivi essenzialmente politici, si rifiutavano di provvedere, per ordine di un potere occulto, a compiere questo gesto pietoso, si trattava di risolvere praticamente la questione. Perché questo rifiuto del personale addetto al trasporto della salma? Ordine dei partigiani o spontaneo diniego per adeguarsi alle loro direttive di mostrarsi ostili verso tutto ciò che era italiano? Era difficile rispondere a questa domanda ed ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, mi chiedo cosa determinò questo rifiuto. Ada era una creatura dolce e di grande umanità […] fu questo dunque un gesto di natura politica. […] comunque il problema pratico doveva essere in qualche modo risolto. E fu mio cognato Ante Jamnicki a trovare la soluzione […] si risolse così questa dolorosa situazione, forse unica nella storia di Lissa, che lascia un’ombra di inciviltà sulle persone che la organizzarono e la attuarono […] tanto più è inspiegabile questo atteggiamento, se si considera che il popolo di Lissa era cristiano e cattolico osservante e che la pietà verso i morti costituisce un principio universalmente osservato”. L’episodio dimostra comunque come la situazione stava precipitando tragicamente. Il conflitto tra esercito e partigiani si traduce in assalti, rappresaglie e omicidi di civili, portando allo sconquasso della comunità. Il rifiuto degli addetti di seppellire la salma della sorella Ada è per Lorenzo un evento traumatico sintomatico del clima di guerra, un episodio che apre anche una riflessione sulla fede e le pratiche religiose nella comunità, nella difficoltà di trovare senso agli orrori di guerra e al disengagment morale <16. Oscillando tra descrizioni di situazioni di estrema crudeltà e scenari di intimo dolore, l’autore racconta di come la guerra abbia saputo sconvolgere le ordinarie dimensioni di vita e morte, dove le precedenti certezze di valori, pratiche e rituali non potevano più essere garantite. La narrazione autobiografica, a tal fine, “dal momento che trasforma in testo un vissuto, è un potente strumento di riordino e di produzione di senso” (Fabre 2000: 280). “Il clima di paura e ostilità lo sentivano in particolare le mie sorelle Enza ed Elena che, essendo maestre, furono dall’inizio dell’occupazione incaricate dell’insegnamento alle scuole elementari frequentate da bambini jugoslavi di lingua e nazionalità […] ovviamente le direttive dell’autorità italiana erano nel senso di italianizzare per quanto possibile questi ragazzi. Non fu facile per loro attuare queste direttive […] noi, i pochi italiani con alle spalle secoli di partecipazione alla vita di Lissa, sentivamo questa situazione di estremo disagio”. (p. 60)
    [NOTE]
    14 Le memorie degli esuli compongono un nutrito corpo di scritture del sé gravitante attorno ad associazioni, comunità e centri di ricerche, diffusi in particolare nel Nord-Est italiano, impegnati nello studio e diffusione di una storiografia, letteratura e sociologia sulla questione dell’esodo e del confine adriatico. Negli eventi, studi, associazioni di interesse vengono prodotte e diffuse determinate narrazioni e rappresentazioni culturali sull’italianità e identità dalmata (cfr. Parte II).
    15 È il tema del simbolismo culturale del bosco come spazio archetipico di liminalità, pericolo, fuori dalla cultura (Ballinger 2003).
    16 Ballinger ha rintracciato nel contesto istriano una connessione tra violenza fisica e terrore psicologico che caratterizzerebbe una certa narrativa unificata tra gli esuli. Non è possibile, nei limiti di questo studio, indagare sulle ragioni psicologiche e culturali alla base del tipo di “risposta narrativa” data all’esperienza traumatica, rispetto ad un’altra. Si può però riflettere sulla dimensione antropologica della violenza che, afferma Dei, “irrompe nel nucleo più profondo dell’ordine culturale, lo colpisce nelle sue stesse basi: si imprime indelebilmente nei luoghi domestici, ferisce relazioni personali costitutive della soggettività, rende impossibile proseguire con una vita sociale basata sugli stessi normali sentimenti di sicurezza, protezione reciproca, rispetto e dignità” (2005: 34).
    Evelyne van Heck, Identità dalmata al confine. Narrazioni, memorie e immaginari a Lissa e a Spalato, Tesi di dottorato, “Sapienza” Università di Roma, Anno accademico 2013-2014

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  2. Vario fu l’atteggiamento del movimento partigiano nei confronti dei disertori tedeschi

    Il contributo che i disertori [tedeschi] diedero alla lotta di Liberazione è di difficile valutazione dal punto di vista strettamente militare, perché per molti di loro non si hanno sufficienti informazioni, mentre in molti altri casi le informazioni disponibili provengono da un’unica fonte (ovvero partigiana) e furono prodotte spesso in momenti particolari che ci costringono per lo meno ad interrogarci sulla loro attendibilità (vale a dire in previsione cioè del rimpatrio nei paesi d’origine o in vista del lavoro delle commissioni per il riconoscimento delle qualifiche partigiane).
    Si deve comunque considerare come molto spesso ad unirsi alle forze ribelli furono soldati che avevano già in passato combattuto su diversi fronti; la loro esperienza poté quindi rappresentare un valido aiuto, per un esercito come quello partigiano che era in buona parte costituito da civili con scarsi precedenti di guerra.
    Deve essere valutato anche il contributo offerto da quanti, pur non lasciando le fila del proprio esercito, collaborarono in modi differenti fornendo, ad esempio, armi e materiale o informazioni di carattere militare (spostamenti delle truppe, loro armamento, nominativi circa le persone con ruoli di comando, morale all’interno delle formazioni). Degni di ulteriori ricerche sono anche gli episodi che videro il supporto della popolazione civile e degli enti religiosi a questi soldati in fuga in Italia, sia durante che al termine del conflitto.
    Vario fu l’atteggiamento del movimento partigiano nei confronti di quanti si consegnarono alle formazioni ribelli. La diserzione venne sicuramente considerata un fattore importante, sia da parte dei partigiani che degli alleati per lo svolgimento della guerra, come dimostrano i vari appelli lanciati in tal senso tramite volantini o altro materiale. Non mancarono però atteggiamenti di diffidenza, in particolare verso i disertori di origine germanica, motivati dal timore che tra di esse si potessero nascondere spie e infiltrati. Fondamentali per il giudizio dei partigiani erano anche le condizioni nelle quali questi soldati disertavano (ad esempio portando o meno con sé le armi) o venivano fatti prigionieri (opponendo o meno resistenza).
    In alcuni casi, soprattutto negli ultimi mesi di guerra, si provvide a far loro “passare il fronte”, consegnandoli cioè agli alleati, sia perché essi stessi non intendevano continuare a combattere a fianco dei partigiani, sia perché il loro numero era aumentato in modo eccessivo e ciò poteva rappresentare un ostacolo a livello organizzativo, trattandosi spesso di persone che avevano disertato principalmente perché avevano riconosciuto come ormai persa la guerra.
    Sicuramente le scelte dei disertori della Wehrmacht contribuirono anche al fatto che si iniziasse a valutare il nemico non più come un blocco omogeneo, ma a riconoscerne le specificità e le differenze (provenienza geografica, carriera militare, ruolo nell’esercito). Tali dettagli vennero a volte utilizzati come elemento discriminante nel decidere riguardo la prigionia, l’ingresso nelle formazioni o ancora l’uccisione di quanti venivano catturati, ma vennero anche sfruttati proprio per indebolire il fronte avversario, come nel caso degli specifici appelli alla diserzione lanciati da partigiani e alleati.
    Questa differenziazione su base etnica ebbe però anche la conseguenza di relegare ai margini il riconoscimento nei confronti di quei soldati provenienti dalla Germania che decisero di ribellarsi al nazifascismo in Italia e di continuare la guerra all’interno delle formazioni partigiane. Ad essere riconosciuto, al contrario, fu il contributo soprattutto di sovietici e jugoslavi, sia perché rappresentavano una maggioranza all’interno di queste formazioni, sia perché facenti parti di nazioni che uscirono come vincitrici dalla guerra, sia infine per le affinità ideologiche di molti di questi con le bande partigiane di ispirazione comunista. Ricordare il contributo dei soldati provenienti dal blocco sovietico significava (anche) contrapporsi alla forza politica e militare americana, che nei nuovi equilibri creatisi in seguito alla guerra aveva nella Germania federale uno dei suoi primi alleati strategici in Europa. Come già riportato al termine del V capitolo, furono poi gli stessi soldati provenienti da questi paesi ad aver maggior interesse a veder riconosciuto, anche tramite i certificati prodotti nel dopoguerra, il ruolo che essi avevano svolto all’interno delle formazioni partigiane italiane, attestati che avrebbero anche dovuto avere una funzione riabilitativa rispetto alla loro passata militanza nell’esercito nazista.
    Anche questo aspetto, come gli altri messi in luce nel VI capitolo, fece sì che molte delle esperienze di lotta dei soldati tedeschi andarono perse nel dopoguerra; circostanza questa che contribuì così al consolidarsi nella storiografia italiana di un’immagine che identificava il nemico nel “cattivo tedesco” <632 e che non contemplava la possibilità che ci potesse essere, anche tra questi soldati, chi si fosse ribellato alla guerra nazista.
    Ricostruire la storia di quanti decisero di abbandonare le fila dell’esercito nazista, pur con la molteplicità di motivazioni che fu alla base di tali scelte, ci permette viceversa di porre in discussione questa costruzione e di ribadire il ruolo di internazionalità della lotta al nazifascismo.
    Ci aiuta però anche a ricordare come, anche nelle condizioni più difficili, ci furono persone capaci di interrogarsi e riflettere sulla giustezza o meno del proprio comportamento e di quanto veniva loro ordinato di fare, insegnamento questo in grado di superare ogni limite temporale e geografico.
    Forse le loro storie ci aiutano anche a rispondere a quanto affermò alcuni anni fa Nuto Revelli, che aveva prima combattuto in Russia ed era poi stato partigiano in Italia, il quale ripensando alla sua esperienza in guerra scrisse: “Non provo alcuna pietà nei confronti dei tedeschi. Ma se è esistito anche un solo tedesco diverso dall’immagine che io mi ero fatto di loro, vorrei proprio conoscerne la storia” <633.
    [NOTE]
    632 Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, cit. Su questo tema anche Massimo Castoldi (a cura di), 1943-1945: i «bravi» e i «cattivi». Italiani e tedeschi tra memoria, responsabilità e stereotipi, Donzelli Editore, Roma, 2016.
    633 Nuto Revelli, Il disperso di Marburg, Einaudi, Torino, 1994, p. 35.
    Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

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  3. In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni di soldati tedeschi rimase contenuto

    I documenti ancora disponibili negli archivi hanno permesso un’analisi sistematica [n.d.r.: relativa ai disertori dell’esercito tedesco in Italia] solamente per la 10ª armata tedesca. Anche in questo caso però le informazioni non coprono tutto l’arco di tempo in cui l’armata fu presente in Italia, ed è presumibile che i dati riportati rappresentino per difetto, più che per eccesso la reale consistenza numerica (a causa ad esempio di fattori come la mancanza, il ritardo o ancora la perdita delle segnalazioni).
    Si può comunque ritenere che il fenomeno abbia avuto una dimensione limitata, se rapportato al milione di soldati circa dell’esercito tedesco che furono presenti tra il 1943 e il 1945 in Italia <619. Qui i soldati della Wehrmacht si trovavano in un paese straniero, circostanza questa che di per sé poteva rappresentare un deterrente per i disertori, per un’insieme di motivi che andavano dalle difficoltà linguistiche alle conoscenze geografiche insufficienti, alla presenza di formazioni partigiane e alleate.
    Appare cosi corretto affermare che gli episodi di diserzione dei soldati non furono in grado di costituire un rilevante pericolo per la tenuta delle forze militari della Germania in Italia; ciò sembra confermare il giudizio espresso da Carlo Gentile, secondo il quale: “Fino al crollo del Terzo Reich le truppe tedesche presenti in Italia non andarono soggette a tendenze disgregative degne di nota, per cui nel marzo del 1945 le autorità della Wehrmacht poterono rinunciare per buone ragioni a instaurare un sistema di repressione interna simile a quello messo in atto nel territorio del Reich per punire i disertori e i disfattisti […] In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni rimase contenuto” <620.
    Diversi furono comunque i provvedimenti assunti per contrastare gli episodi di diserzione; esemplificative sono in tal senso le azioni dei reparti di polizia militare e degli altri reparti di disciplina dell’esercito tedesco.
    Già nell’autunno del 1943 in un interrogatorio alleato si fece menzione della presenza nella zona di Napoli di un Jägerbattaillon il cui compito principale era il mantenimento dell’ordine tra i soldati tedeschi. Alcuni militari trovati in abiti civili, erano stati uccisi dal battaglione, mentre si riferiva che altri soldati scaricavano nell’aria le loro munizioni, così da poter finger di aver esaurito i proiettili e di aver combattuto fino all’ultimo nel caso di un loro arresto <621.
    Come ricorda lo stesso Gentile inoltre nei primi mesi estivi del 1944 venne inviato in Italia un reggimento di Feldjäger, adibito alla repressione della diserzione <622.
    Nella primavera del 1945 si procedette a organizzare delle linee di controllo, che dovevano servire per evitare che i soldati si intrattenessero nelle retrovie o commettessero atti di indisciplina <623. Ancora ad inizio aprile il comandante supremo del gruppo d’armate C (Oberbefehlshaber Südwest), in una sua comunicazione dai toni chiaramente propagandistici e destinata a essere diffusa tra i soldati, affermava come coloro i quali erano passati nelle fila dell’esercito angloamericano venivano considerati come “ehrlose Verräter”, traditori senza onore. La circolare riportava infatti quanto avevano riferito alcuni soldati al loro ritorno in Germania, ovvero che non appena avevano terminato di fornire informazioni di carattere militare erano stati trattati non più come normali prigionieri di guerra, ma senza alcun rispetto ed onore, con livelli minimi di assistenza e non adeguati alle norme internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra, proprio perché disertori <624.
    Osservando le cifre di quanti tra i fuggitivi vennero ricatturati appare però come tali tentativi furono piuttosto limitati nella loro efficacia. In tal senso va fatta una considerazione anche sull’operato dei tribunali militari tedeschi e sull’efficacia del loro modus operandi. I procedimenti penali che vennero condotti nei confronti dei disertori intendevano non solo punire i colpevoli, ma tramite l’esemplarità rappresentata dalle condanne a morte anche dissuadere il resto dei soldati da questo tipo di comportamenti.
    Erano però molti anche coloro i quali, colpevoli di reati minori, proprio per evitare le conseguenze di un eventuale condanna sceglievano di fuggire e abbandonare le formazioni, rendendosi però così a loro volta colpevoli di diserzione, così come emerge anche da alcuni casi presentati nel IV capitolo <625. Dai procedimenti penali dei tribunali emergono gli sforzi che questi attuarono per individuare e giudicare i comportamenti ritenuti contrari alla disciplina militare da parte dei soldati. Nei casi di diserzione alcuni elementi (la falsificazione dei documenti, l’abbandono della divisa e l’utilizzo di abiti civili, il contatto con le formazioni partigiane, l’aiuto ottenuto da persone esterne) venivano valutati dai giudici come dettagli che testimoniavano la volontà degli accusati di allontanarsi in maniera definitiva dalla propria unità. L’assenza, in alcuni casi, di queste aggravanti era invece sottolineata nelle arringhe dei difensori per mettere in risalto al contrario le buone intenzione degli imputati.
    Ancora sulla base dei dati presentati nel III capitolo emerge come la maggior parte di coloro i quali si resero colpevoli di diserzione o di essersi allontanati dalle proprie formazioni non fossero nati in Germania ma provenissero invece da “paesi dell’Est”, reclutati spesso forzatamente, da persone appartenenti alla “Deutsche Volksliste III” o ancora da austriaci, jugoslavi, francesi. Ne è una conferma anche il fatto che, nei dati presentati nelle tabelle del terzo capitolo, il maggior numero di diserzioni è attribuibile alla 5ª Gebirgs-Division e alla 44ª Infanterie-Division, composte proprio da soldati di origine austriaca e slovacca, nei confronti dei quali particolarmente attiva era la propaganda partigiana.
    Un’ulteriore conferma arriva anche dalla preponderante presenza di questi soldati all’interno delle bande partigiane italiane, rispetto ai loro camerati germanici; si deve però ricordare come questi gruppi etnici rappresentassero una minoranza nel numero complessivo dei soldati della Wehrmacht, che si dimostrarono invece pronti a combattere fino agli ultimi giorni di guerra. A simili risultati, per quanto riguarda i disertori dell’esercito tedesco passati a combattere con le formazioni partigiane nella provincia di Parma è giunto anche Marco Minardi, come abbiamo visto nel paragrafo conclusivo del III capitolo.
    Come emerge dagli interrogatori condotti dagli alleati, i timori che i soldati tedeschi nutrivano per la propria sorte e per quella della Germania, che in caso di sconfitta si riteneva potesse andare incontro a distruzione materiale e culturale, rappresentarono un fattore di forza (insieme all’indottrinamento ideologico, alla propaganda e alla repressione interna) <626 dell’esercito nazista, anche quando la disfatta appariva ormai inevitabile.
    Le fonti alleate riportavano anche come le classi di soldati più giovani e quelle più anziane apparivano quelle dal morale più basso durante la guerra <627. Sarebbero però necessarie ulteriori ricerche per ricostruire con più precisione i profili biografici di un più ampio numero di disertori, per valutare l’esistenza o meno di una relazione tra la frequenza degli episodi di diserzione e l’impiego che venne fatto in guerra delle divisioni dalle quali essi provenivano. Ciò ci permetterebbe di mettere in relazione le scelte di quanti disertarono con, ad esempio, alcuni dei risultati raggiunti da Carlo Gentile, il quale individuava in alcuni fattori, come la giovane età dei soldati, un elemento chiave negli episodi di violenza di cui si resero responsabili alcune formazioni, rivalutando al contrario l’incidenza dell’“Osterfahrung”. È possibile rintracciare un’incidenza di questi due aspetti anche per quanto riguarda i casi di diserzione? Appaiono comunque corrette le considerazioni espresse da Ziemann, già richiamate nell’introduzione e che emergono dall’analisi di diversi studi, secondo le quali le motivazioni politiche in senso stretto rappresentavano solo in un ridotto numero di casi l’elemento decisivo che spingeva alla diserzione i soldati <628. Ciò appare naturale per quanto emerge dai documenti dei tribunali militari, nei quali gli imputati intendevano dissimulare le loro reali intenzioni, adducendo scuse e presentando delle giustificazioni ai loro comportamenti, per poter in qualche modo rendere meno pesante la loro condanna. Altri elementi apparivano così più decisivi nella scelta della diserzione, come le
    preoccupazioni per la propria famiglia, la volontà di avere del tempo libero, le relazioni sentimentali. In alcuni casi emerge anche dai casi presentati in questa tesi come diffusi fossero i casi di quanti intendevano sottrarsi alla giustizia militare, prendendo la decisione di fuggire. I dati riportati nelle tabelle a conclusione del III capitolo non permettono di distinguere tra quanti, dopo aver disertato, si consegnarono agli alleati e quanti invece ai partigiani. È però necessario ricordare come entrare in contatto con gli alleati rappresentasse senza dubbio una circostanza più favorevole rispetto al consegnarsi alle formazioni partigiane e che offriva maggiori garanzie, quali la possibilità di essere trattati come prigionieri, di non dover continuare a combattere e di tornare alle proprie famiglie.
    Allo stesso modo Ziemann affermava che non erano conosciute le cifre e i motivi di quanti decisero di consegnarsi agli alleati in Italia <629. Circa le loro scelte emerge però dagli interrogatori alleati e da quelli fatti dai partigiani come, tra le motivazioni che venivano espresse, più frequenti fossero quelle di natura politica, legate all’opposizione al regime nazista. Anche in questo caso è però necessario interrogarsi sulla genuinità di tali confessioni, che non poterono non essere condizionate dalla situazione in cui vennero rilasciate.
    Ad influenzare il fenomeno della diserzione furono anche alcune valutazioni di carattere “militare” come il fattore della ritirata continua, spesso in condizione di caos, che favorì così la fuga dei soldati, la perdita di fiducia nella vittoria, la supremazia aerea degli alleati. A rendere possibile, o perlomeno più semplice da realizzare e con maggiori possibilità di successo, l’abbandono della propria formazione, potevano però anche essere le favorevoli condizioni meteorologiche o il trovarsi in un ambiente adatto a nascondersi o a ricevere aiuto da attori esterni (popolazione, formazioni alleate, strutture religiose); al contrario, questi elementi potevano anche trasformarsi in fattori di dissuasione. Ciò trova conferma anche nei dati che vedono per l’Italia nell’estate-autunno del 1944 e negli ultimi mesi di guerra nella primavera del 1945 i periodi in cui si verificarono la maggiore parte dei casi di diserzione. Per l’estate del ’44 questi dati si possono spiegare sia in riferimento alla ritirata disordinata delle armate tedesche che ebbe luogo tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, conseguente allo sfondamento della linea Gustav e alla presa di Roma da parte degli alleati, sia con la crescita di attività delle formazioni partigiane, che causò il dilagare tra i soldati tedeschi di una sorta di “psicosi delle bande” <630.
    Per quanto riguarda la primavera del 1945 un fattore decisivo fu invece rappresentato dalla consapevolezza sempre crescente che la guerra stava per terminare. Di conseguenza la presenza di disertori fu più alta nelle formazioni partigiane che operavano nelle regioni dove il fronte di guerra si fermò più a lungo e dove la presenza di militari della Wehrmacht fu maggiore (Emilia Romagna, Toscana, ma anche Piemonte e Veneto).
    Un’analisi del fenomeno della diserzione nei vari fronti sui quali l’esercito tedesco fu impegnato deve necessariamente tenere conto di questi diversi fattori (temporali, ambientali, politici). Nei primi anni di guerra i successi tedeschi, la fiducia nella vittoria, ma anche la minaccia rappresentata dal movimento partigiano rappresentarono un motivo di coesione per le forze armate tedesche, sul fronte orientale così come in Africa. Soprattutto a partire dalla metà del 1944 però, con il crollo del gruppo d’armate Mitte, l’avanzata sovietica verso la Germania e lo sbarco alleato in Francia, divenne chiaro che la guerra sarebbe terminata con una sconfitta, che l’esercito alleato e quello sovietico erano militarmente superiori e che la fuga rappresentava una buona possibilità, per i soldati, di poter sfuggire ai combattimenti e tornare a casa, nonostante questo significasse sfidare la giustizia militare o un periodo di prigionia <631.
    [NOTE]
    619 Carlo Gentile, I tedeschi e la guerra ai civili in Italia, in Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino (a cura di), Zone di guerra, cit., p. 131.
    620 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 391-392.
    621 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch I.N.C., Subject: Weekly Reports on P/W’s, 14/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
    622 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., p. 138.
    623 BA-MA, RH 19-X/47. Si veda anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, p. 285.
    624 Der Oberbefehlshaber Südwest (Oberkommando Heeresgruppe C), Betr: Behandlung deutscher Überläufer in anglo-amerikanischer Kriegsgefangenschaft, 03/04/1945, BA-MA, RH 19X/47.
    625 Rimane comunque ancora da valutare, come anche Ziemann osservava, quale fosse l’effettiva capacità deterrente, all’interno delle truppe, rappresentata dalle condanne a morte e da altri tipi di punizioni, Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., pp. 599-600.
    626 Thomas Kühne, Gruppenkohäsion und Kameradschaftsmythos, cit.
    627 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch, Subject: Morale interrogations of German prisoners. Weekly report, 23/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
    628 In tal senso anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, cit., p. 268.
    629 Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., p. 597.
    630 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 136-146.
    631 Cfr. Manfred Messerschmidt, Die Wehrmachtjustiz, cit., p. 161 e ssg. Qui è offerta anche un’analisi comparativa del numero dei reati documentati per quanto riguarda l’esercito tedesco, quello giapponese, americano, inglese, francese e sovietico. Per la partecipazione di soldati tedeschi ai movimenti di resistenza europei anche Gerhard Paul, Die verschwanden einfach nachts, cit.
    Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

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  4. Maribor (Slovenia). Foto: Janezdrilc. Fonte: Wikipedia

    Dopo l’invasione della Slovenia da parte dell’Italia e della Germania nell’aprile 1941, tutte le forze politiche riunite nel Fronte di liberazione sloveno (Osvobodilna fronta – Of) si prefissero lo scopo della liberazione e unificazione della loro nazione. Tra queste anche il Kps, che all’interno dell’Of rappresentava la fazione più organizzata e influente. Già dalla fine del 1941 il Fronte aveva istituito una commissione interna per studiare i futuri confini della Slovenia, e il Comitato centrale (Cc) del Kps aveva dichiarato “irrinunciabili” le città di Maribor e Trieste <26. L’accentuazione patriottica nel Kps rispondeva alle direttive del Komintern dell’estate 1941, il quale per bocca di Georgij Dimitrov aveva impartito a tutti i partiti comunisti la linea da seguire dopo l’invasione tedesca dell’Urss: riedizione dei fronti popolari, costruzione di un ampio movimento di liberazione, insistenza sull’elemento nazionale e accantonamento della parola d’ordine della rivoluzione <27. Contemporaneamente, l’Of cercò di radicare la sua presenza su tutto il territorio da esso ritenuto sloveno. A questo fine, un membro del Kps fu inviato nell’agosto 1941 a Trieste e nel Litorale con l’incarico di prendere contatti con i superstiti aderenti al partito di Tomažič. Vennero così costituiti il Comitato regionale del Litorale e il Comitato cittadino del Kps e dell’Of per Trieste <28.
    Sia per quanto riguarda la definizione delle rivendicazioni del Kps sul Litorale sloveno, sia per le misure pratiche che vennero ricercate e messe in campo allo scopo, l’anno-chiave può essere considerato il 1942.
    Il 1° maggio il Cc del Kps, pressato sulla questione nazionale dalle ali di destra dell’Of, emanava una dichiarazione sui futuri confini sloveni: Trieste era considerata parte della nuova Jugoslavia, con uno status autonomo data la popolazione a maggioranza italiana. Il privilegio dell’autonomia non veniva concesso invece alle città italiane dell’Istria comprese nel Litorale sloveno (Muggia, Capodistria, Isola, Pirano) in quanto ritenute composte prevalentemente da immigrati <29. In questa dichiarazione, il Kps sosteneva che “alla Slovenia liberata e riunificata, oltre al territorio in cui vive la popolazione slovena, appartengono anche i territori snazionalizzati con la forza nell’ultimo periodo imperialista” <30. Per parte sua, l’Of acquisiva e rinforzava tali lineamenti: in un rapporto al Consiglio antifascista di liberazione nazionale della Jugoslavia <31, il confine occidentale della Slovenia fuoriusciva dal cosiddetto ‘territorio etnico sloveno’ per inglobare anche il triangolo esteso tra Ronchi e Monfalcone. L’espansione era giustificata con motivazioni di carattere strategico ed economico (legami dichiarati inscindibili tra Monfalcone e Trieste) <32. Erano rivendicazioni appoggiate sulla teoria della dipendenza delle città dalla campagna, e che trovavano persuasivi riscontri nel corpus dottrinario comunista. Quella che lo storico Carlo Schiffrer chiamava “teoria dei territori etnici compatti”, discendeva dalla predilezione dell’elemento contadino nell’individuazione dei caratteri fondativi della nazione <33: una preferenza, come abbiamo visto, accordata dallo stesso Stalin nelle sue riflessioni sull’argomento. Non a caso un membro della commissione sui confini dell’Of, il geografo Anton Melik, spiegava che attorno a quel criterio erano stati tracciati i confini delle singole repubbliche in Unione Sovietica; e Joža Vilfan, avvocato triestino al quale era stato affidato uno studio analogo dal Kps, faceva perno su quelle tesi di Stalin per affermare l’appartenenza di Trieste al suo entroterra <34.
    Ma a monte delle pretese territoriali del Kps, e dell’energia con cui venivano avanzate, oltre a queste di tipo teorico vi erano anche motivazioni strettamente politico-strategiche. Esse erano legate alla lettura che il partito dava del quadro politico europeo durante la guerra e delle sue possibili evoluzioni. Illuminanti a questo proposito sono alcune attestazioni di Edvard Kardelj, leader del Kps e numero due del Kpj, risalenti alla primavera-estate del 1942. In una lettera a Umberto Massola, allora rappresentante del Cc del Pcd’I presso il partito sloveno, Kardelj inquadrava l’argomentazione a favore dell’unione di Trieste a una Slovenia sovietica <35 all’interno di una visione strategico-ideologica ben strutturata: basata sulla prospettiva di un prossimo allargamento della rivoluzione in Germania e, quanto più possibile, nel resto del centro Europa. Tale prospettiva derivava dagli schemi ideologici elaborati nel movimento comunista internazionale tra le due guerre, schemi che avevano ispirato anche la Dichiarazione comune sul problema sloveno firmata dal Pcd’I, dal Kpj e dal Partito comunista austriaco nel 1934 <36. Essi erano figli dell’idea della ‘guerra inevitabile’ e della sua linea politica corrispondente, quella di ‘classe contro classe’; presupponevano un imminente inasprimento dei rapporti tra le potenze della coalizione antitedesca, giocato intorno all’alternativa capitale-anticapitale, in analogia con quanto avvenuto nella Prima guerra mondiale e lo scoppio della Rivoluzione d’ottobre <37. In questo scenario da tempo prefigurato, il problema della declinazione rivoluzionaria della questione nazionale slovena assumeva per Kardelj una valenza cruciale. Non si può attribuire a ragioni esclusivamente retoriche e strumentali il fatto che egli, nella lettera a Massola, presentasse la politica del Kps nel Litorale come un’applicazione dello slogan sull’autodecisione e unificazione della Slovenia enunciato nella Dichiarazione del 1934 <38. Essa, del resto, era stata confermata da Massola a nome del Pcd’I appena due mesi prima, con il Manifesto del Pcd’I per il diritto all’autodeterminazione e alla riunificazione del popolo sloveno <39. Proprio in virtù di quanto da essa previsto e pattuito, dalla primavera Kardelj iniziò a insistere sull’importanza che la lotta rivoluzionaria degli sloveni stava acquistando, finalmente su un piano concreto, per il futuro politico dell’Austria e dell’Italia. Come scrisse a Tito, “i comunisti sloveni hanno ricevuto l’ordine di scatenare la rivoluzione nel centro Europa” <40. Appoggiare e rinforzare l’estensione anche territoriale della loro lotta era interesse di tutto il movimento comunista internazionale. Se fosse riuscita a portare al distacco di intere regioni dal corpo nazionale dominante, infatti, essa avrebbe esasperato le contraddizioni tra la borghesia e il proletariato della nazione maggioritaria, trasformandosi in un poderoso incentivo alla rivoluzione. Da questo retroterra ideologico, prese avvio il tentativo perseguito dal Kpj di estendere la rivoluzione all’Italia, di far valere la propria preminenza nei confronti del Partito comunista italiano, e di incidere sulla sua linea politica (un tentativo destinato a durare fino alla rottura tra Stalin e Tito nel 1948) <41.
    Nel contesto della guerra e dei rivolgimenti politico-sociali giudicati prossimi a venire, il possesso del porto di Trieste era visto dai comunisti sloveni come una delle questioni dirimenti. Chi controllava il porto, per il suo posizionamento strategico e per l’elevata concentrazione della sua classe operaia, era destinato a esercitare un’influenza decisiva sul suo entroterra, in gran parte agricolo. E ciò in un’ottica ideologica ‘classe contro classe’ che raggruppava, sin dalla prima metà del 1942, le potenze coinvolte nel conflitto in modo trasversale rispetto alle alleanze in campo. Nella stessa lettera, infatti, Kardelj scriveva a Massola: “A causa dell’atteggiamento filoinglese di gran parte della borghesia italiana, da una parte, e la debolezza dell’azione politica del proletariato italiano, dall’altra, esiste il pericolo che Trieste in futuro possa diventare il trampolino di lancio degli imperialisti reazionari inglesi […]. È chiaro che noi neutralizzeremo tutti questi tentativi – se sarà necessario – anche con le armi […]. Per quanto ci consentirà la nostra forza armata, non lasceremo Trieste a qualche governo reazionario italiano filoinglese, poiché per noi questa sarebbe una minaccia costante” <42.
    È un atteggiamento che da lì in poi il Cc del Kps avrebbe ribadito con continuità. Un anno e mezzo più tardi, alla caduta di Mussolini l’eventualità di un’occupazione inglese di Trieste sarà temuta tanto quella di un’occupazione da parte dei tedeschi: “La questione se la Slovenia sarà libera ancor prima di una rivoluzione socialista nell’Europa occidentale, o se diventi, come retroterra di Trieste, colonia britannica, sarà risolta nelle vie di Trieste e quindi dobbiamo arrivare lì prima degli inglesi” <43.
    Dal punto di vista sloveno, era questa complessa impostazione ideologica a presupporre la necessità che il Kps articolasse con efficacia e rapidità le sue posizioni nel Litorale. È opportuno sottolineare come questo obiettivo di espansione territoriale fosse concepito, ‘raccontato’ e indirizzato in virtù di categorie ideologiche del marxismo-leninismo; fosse cioè pubblicamente subordinato da Kardelj al superiore obiettivo internazionalista di allargare la rivoluzione all’Italia settentrionale e al centro Europa.
    A questo punto, diveniva fondamentale che tali posizioni fossero ufficializzate dall’autorità cui veniva riconosciuta la competenza di stabilire le giurisidizioni e coordinare gli ambiti di azione dei diversi partiti comunisti: il Komintern. Già a Massola Kardelj aveva scritto: “Il Cc del Kpj […] ha automaticamente supposto che anche l’organizzazione politica triestina afferirà al Cc del Kps del Litorale” <44. Nello stesso mese di marzo il dirigente del Kpj faceva pressioni su Tito perché si rivolgesse al segretario del Komintern, Dimitrov, affinché questi inducesse i comunisti italiani a fissare i loro doveri rispetto al movimento comunista sloveno e croato nella Venezia Giulia. Egli sottolineava come un’organizzazione comunista dipendente dal Pcd’I non esistesse di fatto nella regione; faceva presente che il Cc del Kps (su richiesta di Massola) finanziava il ‘centro interno’ del Pcd’I con trentamila lire al mese e badava inoltre al sostentamento integrale di Massola stesso. Pertanto, Kardelj sosteneva che sarebbe stato opportuno rivendicare una forma di controllo da parte del Kps sul denaro versato al Pcd’I <45.
    La realtà della presenza del Kps nel Litorale sloveno era riaffermata da Kardelj in un’altra lettera a Tito del 18 maggio: “Noi abbiamo ora lì […] un gran numero di comitati dell’Of, un distaccamento partigiano forte di circa 100 uomini […]. Negli ultimi tempi abbiamo rinnovato saldi legami nella stessa Trieste”. Circa le proteste di Massola verso le rivendicazioni sempre più precise del Kps su Trieste (la dichiarazione del partito sloveno sui futuri confini era stata pubblicata il 1° maggio) e verso le pretese di supremazia che esso avanzava sull’organizzazione comunista del Litorale, Kardelj ostentava sicurezza: “Sul problema del Litorale, si sa, [Massola] non è d’accordo. Comunque non conta […]. Lui parli pure – noi lavoreremo” <46.
    La risposta tanto sollecitata alle richieste di Kardelj pervenne da Dimitrov il 3 agosto 1942, tramite una lettera a Tito di cui fu consegnata una copia a Massola due mesi dopo. È questo il documento attraverso cui il Komintern accoglieva in toto le istanze slovene e sanzionava un nuovo equilibrio, nei rapporti tra Kps e Pcd’I nel Litorale, a favore del primo: un equilibrio che, pur tra vicende alterne e tentativi di rinegoziazione da parte italiana, sarebbe sopravvissuto alla guerra per mantenersi tale fino al 1948. Vale la pena riportare per esteso il comunicato di Dimitrov: “Cc Slovenia e Cc Jugoslavia sono tenuti ad esigere dai compagni italiani il rendiconto della loro attività. Costituire gruppi di Kps nei rioni italiani d’un tempo, laddove vivono sloveni e croati – Istria, Trieste ed altrove. Sviluppare colà il movimento partigiano non è soltanto giusto, bensì pure urgente. Così pure è estremamente urgente che il tutto venga condotto a termine dal comando, in contatto con i compagni italiani, nella costituzione delle organizzazioni per la lotta partigiana ed antifascista in Istria, a Trieste ed a Fiume” <47.
    Le istruzioni di Dimitrov riconoscevano senza equivoci l’egemonia del movimento comunista sloveno su quello italiano nella Venezia Giulia (anche ammettendo sue estensioni sui territori abitati da croati). Tali regioni, dal punto di vista delle strutture di partito, non dovevano più considerarsi di pertinenza italiana ma zona di operazioni del Kps. L’unica limitazione che si poneva era che ciò fosse svolto mantenendo il contatto con i compagni italiani. Si raccomandava che la direzione degli avvenimenti politici (scambio di giurisdizione tra i partiti) e militari (sviluppo del movimento partigiano) fosse assicurata al “comando”, a chi deteneva cioè il controllo militare della resistenza nella zona: vale a dire, appunto, l’Of e il Kps.
    Se Stalin aveva manifestato nel dicembre 1941 una generica disponibilità a sottrarre all’Italia Trieste e gli altri suoi possedimenti nell’Adriatico orientale, la nota del Komintern del 3 agosto 1942 appare una misura coerente con questo orientamento di fondo <48. Si trattava di indirizzi che non tardarono ad avere ricadute pratiche sul territorio. Tra la fine del 1942 e la prima metà del 1943 il Kps stringeva una serie di accordi informali con il rappresentante del Pcd’I a Trieste, Vincenzo Marcon. Entrando a far parte del Consiglio nazionale di liberazione sloveno del Litorale (il governo partigiano della regione), Marcon introduceva il Pcd’I nelle strutture slovene eseguendo alla lettera il testo di Dimitrov. Negli stessi mesi, il Kps e il Pcd’I di Marcon gettavano le basi di Fratellanza operaia, l’organizzazione di massa binazionale che in seguito avrebbe preso il nome di Unità operaia e di Unione antifascista italoslava (Uais) <49. Nel frattempo, alla conferenza regionale del Kps del 4-5 dicembre 1942 il Litorale era di fatto riconosciuto come parte del nuovo Stato sloveno <50.
    [NOTE]
    26 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 111.
    27 E. Mark, Revolution by Degrees: Stalin’s National-Front Strategy for Europe 1941-1947, Cold War International History Project, Working Paper n. 31, Woodrow Wilson International Centre for Scholars, Washington D.C. 2001, p. 15.
    28 Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., pp. 153-55. L’autore, che si basa sulla ricostruzione di Vid Vremec (Pinko Tomažič in drugi tržaški proces, Lipa e Založništvo tržaškega tiska, Koper 1989), anticipa di un anno l’attività del Kps e dell’Of nel Litorale rispetto a quanto afferma G. Fogar in Trieste in guerra. Società e Resistenza 1940-1945, Irsml-Fvg, Trieste 1999, pp. 73-74.
    29 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 113.
    30 Cit. in B. Godeša, I comunisti sloveni e la questione di Trieste nella Seconda guerra mondiale, ‘Qualestoria’, a. XXXV (2007), n. 1, pp. 119-32, in partic. p. 24.
    31 Antifašističko vijeće narodnog oslobodjenia Jugoslavije (Avnoj), il supremo organo di rappresentanza del nuovo Stato rivoluzionario jugoslavo.
    32 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 113. A questo rapporto dell’Of non presta attenzione il saggio di Godeša, pur incentrato sugli stessi problemi.
    33 Comitato di liberazione nazionale dell’Istria, Il problema di Trieste. Realtà storica, politica, economica, Trieste 1954 (testo di C. Schiffrer).
    34 Godeša, I comunisti sloveni cit., pp. 122, 125-26.
    35 In nessun altro modo a mio parere si possono interpretare le parole di Kardelj: “Come città italiana Trieste rappresenterà un settore autonomo nazionalmente italiano […] annessa a quella repubblica sovietica a cui apparterrà l’entroterra triestino”. Lettera di Kardelj a Umberto Massola, seconda metà di marzo 1942, in Godeša, I comunisti sloveni cit., pp. 127-28.
    36 La Dichiarazione assegnava un ruolo centrale al problema sloveno in previsione “del nuovo ciclo di guerre e rivoluzioni, di cui siamo alla vigilia”: cfr. supra.
    37 A. Di Biagio, La teoria dell’inevitabilità della guerra, in F. Gori (a c. di), Il XX congresso del Pcus, Franco Angeli, Milano 1988; S. Pons, Stalin e la guerra inevitabile: 1936-1941, Einaudi, Torino 1995.
    38 Ivi, pp. 127-28.
    39 Nel gennaio 1942: Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 112; Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., pp. 162-63.
    40 Lettera di Kardelj a Tito, 29 marzo 1942, in Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., ibidem.
    41 Alla documentazione che attesta tali tentativi fa riferimento anche Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit. Ursini-Uršič parla esplicitamente di tentativi di “esportare il modello sloveno” in Italia e di “porre sotto il controllo di Tito, cioè del Kpj, l’attività del ‘centro interno’ del Pcd’I”: Attraverso Trieste cit., p. 164.
    42 Lettera di Kardelj a Umberto Massola cit.
    43 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 114.
    44 Lettera di Kardelj a Umberto Massola cit.
    45 Lettera di Kardelj a Tito, 29 marzo 1942 cit.
    46 Lettera di Kardelj a Tito, 18 maggio 1942, cit. in Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., p. 165.
    47 Il documento del Komintern è riportato in Ursini-Uršič, Attraverso Trieste cit., p. 183. Qui anche la notizia del ritardo nella notifica a Massola. Commenti al testo anche in Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 112 e in Godeša, I comunisti sloveni cit., p. 127 (quest’ultimo con un’evidente forzatura interpretativa).
    48 Durante il colloquio con il ministro degli Esteri della Gran Bretagna Anthony Eden: L.Ja. Gibjanskij, Mosca, il Pci e la questione di Trieste (1943-1948) in F. Gori, S. Pons (a c. di), Dagli archivi di Mosca, L’Urss, il Cominform e il Pci (1943-1951), Carocci, Roma 1998, pp. 85-133, in partic. p. 89.
    49 Fogar, Trieste in guerra cit., pp. 129-30.
    50 Troha, Il movimento di liberazione sloveno cit., p. 114.
    Patrick Karlsen, Il PCI, il confine orientale e il contesto internazionale (1941-1955), Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2007-2008

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